Attraverso la porta magica
Quest’opera di saggistica non narrativa è un memoriale-catalogo dei libri presenti nella biblioteca di Doyle.
Indice
I.
II.
III.
IV.
V.
VI.
VII.
VIII.
IX.
X.
XI.
XII.
I.
Non mi interessa quanto possa essere umile la tua libreria, né quanto modesto possa essere il ambiente che essa abbellisce. Chiudi la porta di quella stanza alle tue spalle, allontana con essa tutte le preoccupazioni del mondo esterno, immergiti nuovamente nella compagnia rassicurante dei grandi defunti. E così attraverserai quel portale magico verso quella terra incantevole dove ansie e tormenti non potranno più seguirti. Hai lasciato alle tue spalle tutto ciò che è volgare e sporco; lì stanno i tuoi nobili, silenziosi compagni, in attesa nelle loro file. Scorri con lo sguardo lungo quelle file, scegli il tuo uomo. E poi basterà alzare la mano verso di lui, e insieme vi immergerete nel regno dei sogni. Sicuramente ci sarebbe qualcosa di inquietante in una fila di libri, se non fosse per l’abitudine che ha attenuato il nostro senso di meraviglia. Ogni libro è come un’anima mummificata, conservata nella stoffa cerata e nel natron. Ogni copertina di un vero libro racchiude l’essenza concentrata di un uomo; le personalità degli autori sono svanite nelle ombre più sottili, i loro corpi si sono trasformati in polvere impalpabile. Eppure i loro spiriti sono ancora a tua disposizione.
È proprio questa familiarità che ci fa sottovalutare la fortuna straordinaria di cui godiamo. Immaginiamo di scoprire improvvisamente che Shakespeare sia tornato sulla terra e che ci conceda un’ora della sua intelligenza e della sua fantasia. Quanto lo cercheremmo con impazienza! Eppure lo abbiamo già qui, a portata di mano, settimana dopo settimana. Eppure quasi non ci sforziamo nemmeno di tendere la mano per chiamarlo. Qualunque sia il nostro umore, una volta attraversato quel portale magico possiamo far venire al nostro fianco le persone più grandi del mondo. Se siamo pensierosi, ecco i re del pensiero; se sognanti, ecco i maestri della fantasia. E se ci manca il divertimento? Basta chiamare uno qualsiasi dei grandi narratori del mondo. E l’uomo morto apparirà e ci intratterrà per un’ora intera. I morti sono compagni così piacevoli che si finisce per sottovalutare i vivi. Per molti di noi rappresentano davvero un pericolo grave: non riusciamo mai a trovare i nostri pensieri e le nostre anime, ma siamo sempre ossessionati dai morti. Tuttavia, la romantica emozione derivante dalle storie altrui è sicuramente meglio della monotonia noiosa e distruttiva che la vita porta alla maggior parte delle persone. Ma il meglio di tutto è quando la saggezza e la forza dei morti ci aiutano a superare le difficoltà della nostra esistenza quotidiana.
Vieni con me attraverso quel portale magico, siediti qui sul divano verde. Lì c’è quella vecchia libreria di quercia, piena di volumi disordinati. Fumare non è vietato. Vuoi che ti parli di loro? Beh, non desidero nulla di più. Perché nessun libro lì presente non sia un caro amico personale. E di cosa si potrebbe parlare con maggiore piacere di questo? Gli altri libri sono laggiù. Ma questi sono i miei preferiti: quelli che mi piace rileggere e tenere sempre a portata di mano. Nessuna copertina logora non mi riporta a ricordi dolci e affettuosi.
Alcuni di questi libri rappresentano quei piccoli sacrifici che rendono un possesso ancora più prezioso. Vedete quella fila di vecchi volumi in pelle marrone laggiù? Ognuno di essi simboleggia un pranzo. Furono acquistati ai tempi del mio studio, quando le condizioni finanziarie non erano molto buone. Tre penny costituivano il mio modesto budget per il panino e la birra a mezzogiorno; ma, per fortuna, il cammino verso le lezioni mi portava davanti alla libreria più affascinante del mondo. Fuori dalla porta c’era un grande secchio pieno di libri logori e consumati; sopra di esso era appesa una cartolina che annunciava che qualsiasi volume al suo interno poteva essere acquistato per lo stesso prezzo che avevo in tasca. Quando mi avvicinavo, scatenava sempre una lotta tra la fame del mio giovane corpo e quella della mia mente curiosa e avida di conoscenza. Cinque volte su sei, la fame vinceva; ma quando prevaleva la mente, trascorrevano cinque minuti incantevoli a frugare tra almanacchi obsoleti, volumi di teologia scozzese e tabelle di logaritmi, fino a trovare qualcosa che rendesse tutto quel tempo davvero valioso. Se date un’occhiata a questi titoli, vedrete che non mi sono andate poi così male. Quattro volumi della “Storia” di Tacito di Gordon (la vita è troppo breve per leggere le opere originali, purché ci siano buone traduzioni), gli Saggi di Sir William Temple, le opere di Addison, “La storia di un secchio” di Swift, la “Storia” di Clarendon, “Gil Blas”, i poemi di Buckingham, quelli di Churchill, la “Vita di Bacon”. Niente male per quei tre penny.
Non sempre questi libri erano circondati da compagnie così umili. Guardate la qualità della pelle e l’oro sbiadito con cui sono rilegati. Un tempo adornavano gli scaffali di nobili biblioteche; anche tra almanacchi e sermoni, conservavano tracce della loro antica grandezza, come un abito di seta sbiadito di una signora in declino. Una sorta di pathos attuale, ma la gloria di un passato lontano.
Oggi leggere è diventato troppo facile, con edizioni economiche e biblioteche gratuite. Un uomo non apprezza davvero a pieno ciò che gli viene offerto senza sforzo. Chi prova ancora quell’emozione che provò Carlyle quando tornava a casa di corsa con i sei volumi della “Storia” di Gibbon sotto il braccio, con la mente affamata di conoscenza, pronta ad assorbirli uno al giorno? Un libro deve diventare davvero tuo prima che tu possa apprezzarlo veramente. E se non l’hai ottenuto con sforzo, non proverai mai quel vero orgoglio interiore derivante dal possederlo.
Se dovessi scegliere un solo libro tra tutti quelli che ho letto, indicherei quella copia logora degli “Saggi” di Macaulay. Sembra essersi intrecciata nella mia vita per sempre. È stato il mio compagno negli anni dello studio, è stato con me sulla calda Gold Coast, e ha fatto parte del mio modesto equipaggiamento quando sono andato a cacciare balene nell’Artico. Onesti cacciatori di balene scozzesi hanno perso la testa leggendo quei libri. E si possono ancora vedere le macchie di grasso lasciate dal secondo ingegnere mentre studiava “Frederick il Grande”. Logori, sporchi e consumati. Nessun volume rilegato in morbida pelle dorata potrebbe mai sostituirli per me.
Che nobile via d’accesso costituisce questo libro, attraverso il quale si può avvicinare allo studio sia delle lettere che della storia! Milton, Machiavelli, Hallam, Southey, Bunyan, Byron, Johnson, Pitt, Hampden, Clive, Hastings, Chatham. Che nuclei di pensiero! Con una buona conoscenza di ciascuno di questi autori, diventa piacevole e facile colmare tutto ciò che si trova tra loro. Le frasi brevi e vivide, le allusioni ampie, i dettagli precisi. Tutto contribuisce a rendere l’argomento affascinante, spingendo anche il lettore meno studioso a voler approfondire la conoscenza. Se la penna di Macaulay non è in grado di guidare un uomo su questi piacevoli sentieri, allora davvero si può perdere ogni speranza di trovarli mai. Quando ero uno studente delle scuole superiori, questo libro – non proprio questa edizione, poiché ne esisteva una ancora più logora – mi aprì un mondo nuovo. La storia fino ad allora era stata per me un argomento noioso e odioso; improvvisamente, studiarla divenne un’esperienza avventurosa, un viaggio in una terra di colori e bellezza, guidato da un maestro gentile e saggio. Amavo persino i suoi difetti, anzi, ora che ci penso, erano proprio questi difetti quelli che preferivo. Nessuna frase era troppo ricca di ornamenti, nessuna antitesi troppo elaborata; mi piaceva leggere frasi come “Un’unica risata che si estendeva dal Tago al Vistola comunicò al Papa che i giorni delle crociate erano finiti”, e trovavo divertente sapere che “Lady Jerningham teneva un vaso nel quale le persone inserivano versi sciocchi, mentre il signor Dash scriveva versi degni di essere messi in quel vaso”. Queste frasi mi procuravano una gioia vaga ma duratura, come suoni che rimangono nell’orecchio del musicista. Con l’avanzare dell’età, si preferisce un approccio letterario più semplice, ma ancora oggi, rileggendo questi saggi, non posso fare a meno di ammirare e meravigliarmi per la capacità di trattare argomenti così importanti e di abbellirli con dettagli deliziosi: un semplice tratto della penna, seguito dai dettagli più raffinati. Mentre ti guida lungo il cammino, indica sempre i sentieri secondari che si diramano da esso. Studiare attentamente ogni libro menzionato in questi saggi può fornire un’educazione letteraria e storica davvero eccellente, anche se un po’ vecchio stile. Tuttavia, mi chiedo quale fosse esattamente l’età di quel giovane quando terminò i suoi studi. Mi sarebbe piaciuto che Macaulay avesse scritto un romanzo storico: sono convinto che sarebbe stato un capolavoro. Non so se avesse il talento necessario per creare personaggi immaginari, ma di certo possedeva la capacità di ricostruire in modo straordinario le figure storiche del passato. Guardate quel breve paragrafo in cui ci descrive Johnson e il suo ambiente. Esiste forse un ritratto più preciso e incisivo in così poco spazio?
Mentre lo chiudiamo, la sala da club si presenta davanti a noi: sul tavolo ci sono l’omelette per Nugent e i limoni per Johnson. Lì riunite sono quelle figure che rimarranno per sempre impresse nella tela di Reynolds: gli occhiali di Burke, la figura alta e snella di Langton, il sorriso affabile di Beauclerk, il sorriso radioso di Garrick, Gibbon che batte sulla sua tabacchiera, Sir Joshua con la tromba all’orecchio. In primo piano c’è quella strana figura, così familiare a noi quanto quelle delle persone tra cui siamo cresciuti: il corpo gigantesco, il viso massiccio segnato dalle cicatrici della malattia, il cappotto marrone, i calzini di lana nera, la parrucca grigia con la parte anteriore bruciata, le mani sporche, le unghie mordute e tagliate fino alla carne viva. Vediamo gli occhi e la bocca muoversi in convulsioni; sentiamo quel corpo pesante rotolare avanti e indietro; lo sentiamo ansimare. E poi arrivano quelle domande: “Perché, signore?”, “E allora, signore?”, “No, signore!”, “Non riesce proprio a capire la questione, signore!”. Questo ricordo è inciso per sempre nella nostra memoria. Ricordo che quando avevo sedici anni e visitai Londra, la prima cosa che feci dopo aver sistemato i bagagli fu recarmi alla tomba di Macaulay, situata nell’Abbazia di Westminster, proprio sotto l’ombra di Addison, tra la polvere dei poeti che lui aveva tanto amato. Quella era l’unica grande attrativa che Londra aveva per me. E non sorprende, se ci penso a tutto ciò che gli devo: non si tratta solo della conoscenza e dello stimolo offerti da nuovi interessi, ma anche del suo tono gentile e cortese, della sua visione ampia e liberale, della sua assenza totale di bigottismo e pregiudizi. Ora la mia opinione conferma tutto ciò che provavo per lui allora. La mia edizione in quattro volumi della Storia è posizionata, come potete vedere, a destra degli Saggi. Vi ricordate il terzo capitolo di quel lavoro? Quello che ricostruisce l’Inghilterra del XVII secolo? Sempre mi è sembrato rappresentare il culmine delle capacità creative di Macaulay: una miscela meravigliosa di fatti precisi e formulazioni romantiche. La popolazione delle città, le statistiche commerciali, i dettagli più banali della vita quotidiana, tutto viene trasformato in qualcosa di straordinario grazie al modo in cui Macaulay ne parla. Si ha l’impressione che avrebbe potuto anche conferire un fascino particolare alla tavola pitagorica, se solo lo avesse voluto. Prendiamo un esempio concreto: il fatto che un londinese in campagna, o un contadino a Londra, si sentisse ugualmente a disagio in quei tempi di viaggi difficili sembrerebbe qualcosa di ovvio, e quindi poco in grado di lasciare un’impressione profonda nel lettore. Ma vedete cosa ne fa Macaulay. Anche se si tratta soltanto di uno dei tanti passaggi che trattano centinaia di argomenti diversi.
Un cittadino di Londra, in un villaggio rurale, veniva guardato con lo stesso sospetto come se fosse entrato nel territorio dei Boscimani. D’altra parte, quando il proprietario di una tenuta nel Lincolnshire o nello Shropshire compariva in Fleet Street, si distingueva facilmente dalla popolazione locale, proprio come un turco o un indiano. Il suo abbigliamento, il suo modo di camminare, il suo accento, il modo in cui osservava le botteghe, inciampava nei canali di scolo, si scontrava con i portieri e si fermava sotto gli scarichi delle grondaie, lo rendevano un bersaglio ideale per truffatori e scherzacciatori. I bulli lo spingevano dentro le stalle, i cocchieri lo bagnavano dalla testa ai piedi, i ladri esploravano con tranquillità le enormi tasche del suo abito da cavaliere, mentre lui rimaneva incantato dallo splendore della parata del Lord Mayor. Gli uomini ricchi e a corto di denaro si presentavano a lui, sembrandogli i gentiluomini più onesti e amichevoli che avesse mai incontrato; donne dipinte, rifiuti delle strade malfamate, si spacciavano per contesse o dame di compagnia. Se chiedeva indicazioni per raggiungere St. James’, gli informatori lo mandavano a Mile End; se entrava in una bottega, veniva immediatamente considerato un potenziale acquirente di oggetti che nessun altro avrebbe comprato: ricami usati, anelli di rame, orologi difettosi. Se si recava in una caffetteria alla moda, diventava bersaglio di derisioni insolenti da parte dei damerini e di battute sarcastiche da parte dei gentiluomini. Arrabbiato e umiliato, tornava presto nella sua residenza, dove trovava conforto nell’ammirazione dei suoi inquilini e nelle conversazioni con i suoi amici. Lì, ancora una volta, si sentiva un uomo importante; non vedeva nessuno al di sopra di sé, tranne quando sedeva sul banco del giudice durante le assise o quando salutava il Lord Lieutenant durante le riunioni della milizia.
Nel complesso, dovrei collocare questo capitolo descrittivo all’inizio stesso dei suoi Saggi, anche se in realtà si trova in un altro volume. L’intera opera, a mio parere, non raggiunge lo stesso livello degli articoli più brevi; si ha l’impressione che si tratti di un brillante sforzo da parte di un fervente Whig per difendere una determinata posizione politica, e che ci sia sicuramente molto di più da dire sull’altra parte rispetto a quanto esposto. Alcuni dei Saggi sono certamente influenzati dalle sue stesse limitazioni politiche e religiose; i migliori sono quelli che affrontano direttamente i vasti campi della letteratura e della filosofia. Johnson, Walpole, Madame D’Arblay, Addison, nonché i due grandi inglesi in India, Clive e Warren Hastings, sono i miei preferiti; anche Federico il Grande merita sicuramente un posto di primo piano. Tuttavia, ci sarebbe uno solo che vorrei eliminare: quella critica estremamente astuta nei confronti di Montgomery. Si potrebbe pensare che il cuore di Macaulay fosse troppo gentile, la sua anima troppo delicata per scrivere un attacco così aspro. Un’opera scadente affonderà da sola; non c’è bisogno di “annegare” anche l’autore. Si potrebbe stimare di più quell’uomo se non avesse compiuto un simile atto crudele. Non so perché parlare di Macaulay mi faccia sempre pensare a Scott, i cui libri, con le loro copertine ingiallite e dai bordi olivastri, hanno sicuramente un posto tutto loro sugli scaffali. Forse è perché entrambi hanno avuto un’influenza così grande su di me, suscitando in me ammirazione profonda. O forse è davvero la somiglianza nelle loro menti e nei loro caratteri. Non la noti? Beh, pensa solo alle “Ballate delle Frontiere” di Scott e poi alle “Lays” di Macaulay: i mezzi utilizzati per creare queste opere devono essere simili, se i risultati sono così analoghi. Ognuno dei due era l’unico che potesse scrivere le poesie dell’altro. Che slancio e vigore in entrambi! Quanto amore per tutto ciò che è nobile e militare. Così semplici, eppure così forti. Ma ci sono menti per cui forza e semplicità vengono considerate negativi; pensano che qualcosa sia superficiale se non è oscuro. Quando invece spesso è il corso poco profondo ad essere torbido, mentre quello profondo rimane limpido. Ricordi quella critica assurda di Matthew Arnold alle meravigliose “Lays” di Macaulay, in cui esclamava “Questa è davvero poesia?”, dopo aver citato.
Nel tentativo di dimostrare che Macaulay non possedesse il senso poetico, in realtà si stava dimostrando che nemmeno lui aveva il vero senso drammatico. La banalità dell’idea e del linguaggio avevano chiaramente offeso Macaulay; ma proprio in questo risiedeva il vero valore di quelle parole. Macaulay utilizzava termini semplici e diretti, quelli con cui un soldato semplice avrebbe potuto chiedere aiuto a due compagni per compiere un atto di coraggio. Qualsiasi sentimento troppo elevato sarebbe stato del tutto fuori luogo. A mio parere, considerando il contesto, quelle strofe rappresentano poesia ballata davvero ammirevole, con quella qualità drammatica che è essenziale per un poeta di questo genere. Quell’opinione su Arnold scosse la mia fiducia nel suo giudizio; tuttavia, perdonerei molto all’uomo che scrisse:
“Un ultimo assalto, e poi il silenzio;
quando cadranno le fortezze della follia,
che i vincitori, al loro arrivo,
trovino il mio corpo vicino al muro.”
Non è certo una brutta poesia, come aspirazione per la vita umana. Questo è uno di quei valori che la società umana non ha ancora compreso appieno: il valore di un testo nobile e ispiratore. Quando lo capirà, li troverà ovunque, incisi nei luoghi appropriati; il nostro cammino nella vita sarà illuminato da una serie continua di bellissimi stimoli mentali e immagini, riflessi nelle nostre anime attraverso i pensieri stampati che incontriamo ogni giorno. Pensare che possiamo camminare con la mente vuota e apatica, mentre tutto questo materiale splendido va sprecato. Non intendo solo i testi sacri: anche quelli scritti da autori comuni possono essere fonte di ispirazione. Un pensiero bello, espresso in un linguaggio elegante, è una gemma preziosa che non dovrebbe essere nascosta, ma messa a disposizione di tutti per essere utilizzata e apprezzata. Prendiamo l’esempio più vicino a noi: c’è un abbeveratoio di pietra proprio davanti a casa mia; nessuno lo noterebbe se non per la sua bruttezza. Ma supponiamo che su quella lastra venga stampata la poesia di Coleridge:
“Chi ama di più prega meglio;
tutte le cose, grandi e piccole,
per il caro Signore che ci ha creati.
Lui le conosce e le ama tutte.”
Temo di citare male. Non ho “Il Vecchio Marinaio” a portata di mano. Ma anche così, quella poesia non rende forse quell’abbeveratoio più bello? Tutti noi facciamo qualcosa del genere, anche se in modo limitato: molti hanno citazioni preferite incise sul caminetto dello studio, o meglio ancora nel proprio cuore. La traduzione di Carlyle di “Riposa! Riposa. Non avrò forse tutta l’eternità per riposare?” è sicuramente un ottimo stimolo per chi si sente stanco. Ma ciò di cui abbiamo bisogno è che questo tipo di stimoli venga applicato su larga scala, non solo a livello personale ma anche pubblico, affinché le persone capiscano che un pensiero inciso sulla pietra è un ornamento altrettanto bello di qualsiasi immagine scolpita. Un pensiero che colpisce immediatamente l’anima.
Tuttavia, tutto ciò non ha nulla a che fare con le splendide ballate di Macaulay, se non che, quando si desiderano esempi di mascolinità e patriottismo, si possono trarre molti spunti proprio da esse. Ho avuto la fortuna di imparare a memoria la “Ballata di Horatius” da bambino, ed essa è rimasta impressa nella mia memoria per sempre; ancora oggi riesco a recitarne quasi tutta intera. Goldsmith disse che, in conversazione, lui era come un uomo che avesse mille sterline in banca, ma non poteva competere con colui che aveva soltanto sei penny in tasca. Quindi, la ballata che abbiamo nella memoria vale più di tutta una libreria pronta all’uso. Ma ora voglio che spostiate lo sguardo un po’ più in basso sulla mensola: quelle sono le mie edizioni delle opere di Scott. Tuttavia, devo darvi un po’ di tempo per riprendervi prima di iniziare a parlarne.
II.
È davvero una grande fortuna iniziare la vita con un piccolo numero di libri davvero buoni, che appartengono esclusivamente a noi stessi. Forse all’inizio non li apprezzeremo appieno; forse ci mancherà quel romanzo di avventure crude e genuine. E probabilmente, quando ne avremo l’opportunità, lo preferiremo. Ma arriveranno i giorni noiosi, i giorni di pioggia. E allora saremo costretti a colmare il vuoto nella nostra lettura con quei libri preziosi che aspettano pazientemente che li notiamo. E poi, improvvisamente, in un giorno che segnerà un’epoca della nostra vita, capiremo la differenza: vedremo chiaramente quanto uno di questi libri non significhi nulla, e l’altro rappresenti davvero la letteratura. Da quel momento in poi potremo tornare ai nostri vecchi gusti. Ma almeno lo faremo con un criterio di confronto nella mente. Non saremo mai più gli stessi di prima. Gradualmente, quei libri buoni diventeranno ancora più preziosi per noi; si svilupperanno insieme alla nostra crescita intellettuale. Diventeranno parte di quella parte migliore di noi stessi. E allora, finalmente, potremo guardare a quelle vecchie copertine con affetto, ricordando tutto ciò che hanno significato per noi in passato. Sì. Fu proprio la linea verde oliva dei romanzi di Scott ad avviarmi verso questa passione per la lettura. Furono i primi libri che possedetti. Molto tempo prima che potessi apprezzarli o anche comprenderli davvero. Ma alla fine capii quanto fossero preziosi. Da ragazzo li leggevo di nascosto, alla luce della candela, nel cuore della notte. Il senso di “colpa” che provavo mentre li leggevo aggiungeva un tocco di emozione alle storie. Forse avrete notato che la mia edizione di “Ivanhoe” è diversa dalle altre. La prima copia fu lasciata sull’erba accanto a un ruscello, cadde nell’acqua. E fu ritrovata tre giorni dopo, gonfia e decomposta, su una riva fangosa. Posso dire però che l’avevo già letta fino all’esaurimento prima di perderla. In realtà, forse fu meglio che non ne comprassi un’altra subito. Perché il mio istinto era sempre quello di rileggerla, piuttosto che iniziare qualcosa di nuovo.
Ricordo che il defunto James Payn raccontava questa aneddota: lui e due suoi amici letterati avevano deciso di scrivere quale scena narrativa ritenevano la più drammatica, e analizzando i loro appunti si scoprì che tutti e tre avevano scelto la stessa. Si trattava del momento in cui il cavaliere sconosciuto, ad Ashby-de-la-Zouch, passando accanto ai padiglioni dei cavalieri di rango inferiore, colpiva con la punta della sua lancia lo scudo del temibile Templare, sfidandolo a un duello mortale. Era davvero un momento straordinario! Che importanza aveva il fatto che, secondo le regole dell’Ordine dei Templari, nessuno di loro fosse autorizzato a partecipare a un evento così secolare e frivolo come un torneo? È proprio il privilegio dei grandi scrittori trasformare la realtà in opere d’arte. E sarebbe meschino negarlo. Non fu forse Wendell Holmes a descrivere l’uomo ordinario, che entra in una sala da pranzo con “un paio di fatti” alle calcagna, pronti ad essere utilizzati contro qualsiasi forma di fantasia? Il grande scrittore non può mai sbagliare. Se Shakespeare dà alla Boemia una costa marittima, o se Victor Hugo chiama un pugile inglese “Mr. Jim-John-Jack”, beh, è così, e basta. “A quel punto non c’è alcuna possibilità di modificare il testo”, disse un editore a uno scrittore minore, “Io ne creo una seconda”, rispose lo scrittore; e aveva tutto il diritto di farlo, se riusciva a convincere i suoi lettori.
Ma questa è una digressione da “Ivanhoe”. Che libro straordinario! Penso sia il secondo romanzo storico più grande nella nostra lingua. Ogni lettura successiva ha rafforzato la mia ammirazione per esso. Gli uomini descritti da Scott sono sempre all’altezza delle donne, anche se ci sono alcune eccezioni; ma in questo caso, mentre gli uomini sono al loro massimo, il personaggio romantico di Rebecca salva il lato femminile della storia dalla banalità tipica dei racconti del genere. Scott ritraeva uomini virili perché lui stesso era un uomo virile, e trovava questa attività particolarmente gratificante.
Ritraeva anche giovani eroine perché la convenzione lo richiedeva, anche se non ebbe mai il coraggio di rompere con tale convenzione. Solo quando lo leggiamo per lunghi capitoli, senza quasi alcun riferimento a aspetti “femminili” – ad esempio, dal momento dell’inizio del torneo fino alla fine dell’episodio del Frate Tuck – ci rendiamo conto di quale livello di narrazione romantica potesse raggiungere. Non credo che nella nostra letteratura esista nulla di più straordinario in questo senso.
Devo ammettere che nei romanzi di Scott ci sia un’eccessiva quantità di parole superflue e ripetitive. Quegli interminabili e inutili preludi rendono il testo molto prolisso, prima ancora di arrivare al punto principale della storia. Spesso tali passaggi sono in sé lodevoli: eruditi, arguti, descrittivi, ma del tutto sproporzionati rispetto alla trama a cui dovrebbero servire da introduzione. Come gran parte della nostra narrativa inglese, rappresentano materiale di grande qualità utilizzato in contesti poco adatti. Le digressioni, la mancanza di metodo e ordine sono pratiche tradizionalmente diffuse nella nostra letteratura. Immaginate di inserire un saggio su come vivere con zero soldi all’anno, come fece Thackeray in “Vanity Fair”, o di infilare una storia di fantasmi dentro un romanzo, come ha osato fare Dickens. È come se un autore teatrale salisse sul palco e iniziasse a raccontare aneddoti mentre la sua opera è ancora in sospeso e i personaggi aspettano con impazienza. È tutto sbagliato, anche se si possono citare grandi nomi a sostegno di queste pratiche. Il nostro senso della forma letteraria è davvero carente. E Sir Walter Scott non fu certo un’eccezione. Ma quando si arriva a una crisi vera e propria nella trama, chi trova mai frasi concise ed efficaci come quelle utilizzate da quegli autori? Ricordate quando il temerario sergente dei dragoni si presenta davanti al puritano per cui è stata messa una taglia: “Mille marchi, o un letto di erica!”, dice lui, mentre estrae la spada. Il puritano risponde altrettanto concisamente: “La Spada del Signore e di Gideon!” Nessuna parola superflua. Ma l’essenza stessa dei due personaggi e delle loro idee è racchiusa in quelle poche frasi incisive. “Arco e frecce!”, gridano i Vichinghi sassoni mentre la cavalleria musulmana si avventa su di loro. Si sente che era proprio quello il grido che dovevano lanciare. Ancora più conciso e diretto fu lo slogan con cui gli antenati di quegli stessi uomini combatterono quel giorno a Hastings, sotto la bandiera del “Drago Rosso di Wessex”: “Fuori! Fuori!”, urlarono mentre la cavalleria normanna li assaliva. Conciso, potente. Il genio stesso della nostra razza si esprimeva in quei grida.
Forse le emozioni più profonde semplicemente non esistono. Oppure sono soffocate e nascoste, ritenute troppo preziose per essere espresse apertamente? Forse un po’ di entrambi. Una volta ho incontrato la vedova di quell’uomo che, da giovane ufficiale addetto ai segnali navali, ricevette il famoso messaggio di Nelson dal soldato incaricato dei segnali e lo trasmise all’intera compagnia della nave. Gli ufficiali ne furono colpiti. Ma i soldati no. “Dovere!”, mormoravano. “Lo abbiamo sempre fatto. Perché no?” Qualsiasi cosa che avesse anche solo un minimo di solennità li deprimeva, non li esaltava. A loro piacciono le cose semplici, prive di enfasi. Le truppe tedesche possono marciare verso la battaglia cantando inni di Lutero; i francesi si infervoriscono ascoltando canzoni di gloria e di patria. I nostri poeti militari non hanno bisogno nemmeno di cercare di imitarli. O almeno non devono pensare che farlo possa soddisfare alcun desiderio del soldato britannico. I nostri marinai, mentre manovravano i pesanti cannoni in Sudafrica, cantavano: “Ecco un altro pezzetto di zucchero per l’uccello, ” Ho visto un reggimento entrare in azione cantando il ritornello “Un po’ più su, ”. Un poeta militare del genere, a meno che non avesse il genio e la profondità di Kipling, avrebbe sprecato molta carta inutile prima di riuscire a comporre canti del genere. Anche i russi sono simili a noi in questo senso. Ricordo di aver letto di una colonna che saliva verso le difese nemiche cantando allegramente per tutto il tragitto, fino a quando pochi sopravvissuti non rimasero vittoriosi sulla cresta della difesa, continuando ancora a cantare. Un spettatore chiese quale meraviglioso canto avesse ispirato loro un atto così coraggioso. Scoprì che il significato delle parole ripetute all’infinito era semplicemente: “Ivan è in giardino a raccogliere cavoli, ” In realtà, credo che anche un suono monotono possa sostituire il rumore assordante delle battaglie selvagge. E possa ipnotizzare i soldati, spingendoli al coraggio. I nostri cugini dall’altra parte dell’Atlantico combinano allo stesso modo elementi comici con le loro opere più serie. Prendiamo ad esempio le canzoni che cantavano durante la guerra più sanguinosa che la razza anglo-celtica abbia mai combattuto. L’unica guerra in cui si possa dire che abbiano messo in gioco tutte le loro forze e mostrato il loro vero volto, “Tramp, tramp, tramp”, “John Brown’s Body”, “Marching through Georgia”. Tutte contenevano elementi umoristici. Conosco solo un’eccezione: la canzone di guerra più straordinaria che ricordi. Anche uno estraneo, in tempi di pace, fatica a leggerla senza provare emozioni. Intendo naturalmente “War-Song of the Republic” di Julia Ward Howe, con quel famoso incipit corale: “Mine eyes have seen the glory of the coming of the Lord, ” Se mai fosse stata cantata in un campo di battaglia, l’effetto sarebbe stato terribile.
Una lunga digressione, non è vero? Ma proprio questo rappresenta il peggio di quelle idee che si trovano al di là della “Porta Magica”: non puoi estrarne una senza che altre dozzine ne siano implicate. Tuttavia, stavo parlando dei soldati di Scott. Non c’era nulla di teatrale, nessuna posa, nessun atto eroico (proprio ciò che l’eroe odia di più); solo parole schiette e modi semplici, maschili, con ogni espressione e metafora tratta direttamente dal suo ambito naturale di pensiero. Che peccato che lui, con la sua profonda comprensione del soldato, ci abbia lasciato così poco di quegli uomini che erano suoi contemporanei. Forse i migliori che il mondo abbia mai visto! È vero che scrisse la biografia dell’imperatore-generale Napoleone, ma quel lavoro fu l’unica opera di scarso valore nella sua carriera. Come avrebbe potuto un patriota conservatore, educato a considerare Napoleone un demone malvagio, rendere giustizia a un tema del genere? Tuttavia, l’Europa di quei tempi offriva molti elementi che lui avrebbe potuto utilizzare con grande sensibilità. Quanto daremmo per un ritratto di uno dei cavalieri leggeri di Murat, o di un granatiere della Vecchia Guardia, dipinto con lo stesso stile audace del Rittmeister di Gustavo o degli arcieri della Guardia Reale francese in “Quentin Durward”.
Durante la sua visita a Parigi, Scott deve aver visto molti di quegli uomini d’acciaio che, negli ultimi vent’anni, erano stati sia la piaga che la salvezza dell’Europa. Per noi, i soldati che lo guardavano con aria minacciosa dalle strade di Parigi nel 1814 sarebbero stati figure altrettanto interessanti e romantiche del passato quanto i cavalieri bardati a piastre o gli ufficiali dei suoi romanzi. Un ritratto di un veterano della Guerra Peninsulare, con le sue opinioni sul Duca d’Austria, sarebbe stato altrettanto significativo quanto il personaggio di Dugald Dalgetty nelle guerre tedesche. Ma nessuno mai riesce a comprendere veramente l’interesse reale dell’epoca in cui vive. Si perde ogni senso delle proporzioni: le cose più vicine oscurano quelle più lontane. Nella oscurità è facile confondere la lucciola con la stella. Immaginate, ad esempio, i grandi maestri che cercavano i loro soggetti nelle osterie. O San Sebastiano, mentre Colombo scopriva l’America proprio davanti ai loro occhi.
Ho detto che “Ivanhoe” è il miglior romanzo di Scott; suppongo che la maggior parte delle persone sia d’accordo. Ma che dire del secondo migliore? È significativo della qualità generale dei suoi lavori il fatto che quasi nessuno di essi non possa trovare degli ammiratori pronti a considerarlo un’opera di grande valore. Per uno scrittore nato in Scozia, i romanzi che trattano della vita e del carattere scozzesi possiedono una qualità particolare che li distingue dagli altri. Libri come “Old Mortality”, “The Antiquary” e “Rob Roy” sono ricchi di umorismo tipico della cultura scozzese, il che li colloca in una categoria a parte. Le figure delle donne scozzesi create da Scott, insieme a quelle dei suoi soldati, rappresentano senza dubbio i personaggi più riusciti che abbia mai creato. Tuttavia, bisogna ammettere che le qualità legate al dialetto locale hanno limiti intrinseci e non possono mai competere con opere che abbiano un appeal universale. Nel complesso, forse “Quentin Durward”, per i suoi temi più ampi, per la raffinatezza nella descrizione dei personaggi e per l’importanza europea degli eventi e delle figure descritte, meriterebbe di essere considerato il secondo miglior romanzo di Scott. È infatti l’antenato di tutti quei romanzi d’avventura che hanno arricchito la letteratura leggera del secolo scorso. Le descrizioni di Carlo il Temerario e di Luigi XI sono straordinariamente vivide: riesco a immaginare quei due nemici mortali mentre osservano i cani che inseguono l’inviato reale, ridendo crudelmente l’uno dell’altro. Il ritratto di Luigi XI, con la sua astuzia, crudeltà, superstizione e codardia, segue fedelmente le descrizioni di Comines e diventa ancora più efficace se messo a confronto con il suo rivale aperto e bellicoso. Non è frequente che i personaggi storici appaiano esattamente come ci si immagina; tuttavia, presso la cattedrale di Innsbruck ho visto effigi di Luigi XI e Carlo VII che sembravano uscite direttamente dalle pagine dei romanzi di Scott: magri, ascetici. Carlo VII addirittura con la testa di un pugile. È sorprendente quando un ritratto smentisce tutte le nostre idee preconcette; per esempio, nella National Portrait Gallery ho visto l’immagine di un uomo dal viso nobile e poetico, ma sotto quel volto c’era scritto che si trattava del malvagio giudice Jeffreys. Tuttavia, a volte ci troviamo completamente soddisfatti, come quando, a Innsbruck, abbiamo visto il ritratto di Bothwell della regina Maria. Prendetelo e guardatelo: la testa grande, adatta a concepire grandi piani; il viso forte, capace di affascinare una donna sensibile e femminile. Tutta la vita di quell’uomo è rivelata in quel ritratto. Mi chiedo se Scott abbia mai visto l’originale, esposto nella residenza della famiglia Hepburn.
Personalmente, ho sempre avuto un’opinione molto alta di un romanzo che i critici hanno trattato con una certa durezza, e che rappresentava quasi l’ultima opera scritta da quell’autore ormai stanco. Intendo parlare de “Il conte Roberto di Parigi”. Sono convinto che, se fosse stato il primo anziché l’ultimo della serie, avrebbe attirato altrettanta attenzione quanto “Waverley”. Posso comprendere lo stato d’animo di quel critico che esclamò, con un misto di ammirazione e disperazione: “Ho studiato per tutta la vita le condizioni della società bizantina, e ecco che arriva uno scrittore scozzese che mi spiega tutto in un istante!” Molti uomini potrebbero descrivere con successo più o meno la Normandia del Medioevo o la Francia medievale, ma ricostruire interamente una civiltà morta in modo così credibile, con tanta dignità e precisione nei dettagli, è davvero un capolavoro straordinario. La sua salute precaria si manifestò già prima della fine del romanzo; tuttavia, se la seconda metà fosse stata all’altezza della prima, e contenesse scene così umoristiche come quella di Anna Comnena che legge ad alta voce le imprese di suo padre, o descrizioni così maestose come quelle relative alla riunione dei Crociati sulle rive del Bosforo, allora quel libro avrebbe sicuramente occupato un posto d’onore tra i romanzi più grandi di tutti i tempi. Avrei voluto che continuasse la sua narrazione, permettendoci di conoscere meglio lo svolgimento effettivo della Prima Crociata. Che evento straordinario! C’è mai stato qualcosa nella storia del mondo paragonabile a questo? Aveva ciò che gli eventi storici raramente hanno: un inizio, uno sviluppo e una fine ben definiti, dalla predicazione folle di Pietro fino alla caduta di Gerusalemme. Quei leader. Servirebbero un secondo Omero per rendere loro giustizia: Godfrey, il soldato e il comandante perfetti; Boemondo, l’astuto e temibile; Tancredi, il cavaliere ideale; Roberto di Normandia, l’eroe semi-pazzo. Qui c’è materiale così ricco che si ha la sensazione di non essere degni nemmeno di manipolarlo. Quanta immaginazione potrebbe mai creare qualcosa di più meraviglioso e avvincente dei fatti storici stessi? Ma che splendida fratellanza rappresentano questi romanzi! Pensate alla pura romanticità di “Il talismano”, alla raffinata descrizione della vita nelle Isole Ebridi in “Il pirata”, alla magnifica ricostruzione dell’Inghilterra elisabettiana in “Kenilworth”, all’umorismo ricco e vivace di “La leggenda di Montrose”; soprattutto, tenete presente che in tutta questa splendida serie, scritta in un’epoca poco raffinata, non c’è una sola parola che possa offendere anche la sensibilità più delicata. E ciò dimostra quanto fosse grande e nobile l’uomo Walter Scott, e quale immenso servizio abbia reso alla letteratura e all’umanità.
Per questo motivo la sua vita rappresenta una lettura davvero interessante; si trova proprio nello stesso scaffale dei romanzi. Lockhart, naturalmente, era suo genero e anche un suo amico che lo stimava molto. Il biografo ideale dovrebbe essere una persona assolutamente imparziale, dotata di empatia, ma con la ferma determinazione di raccontare solo la verità. Vorremmo conoscere sia il lato umano e fragile di una persona sia gli altri aspetti della sua vita. Non riesco a credere che esista qualcuno al mondo davvero così nobile come i soggetti delle nostre biografie. Sicuramente queste persone, a volte, pronunciavano parole inappropriate, o avevano un debole per i volti belli, o aprivano la seconda bottiglia quando avrebbero dovuto fermarsi alla prima. Ma questo non significa che non fossero uomini veri e fratelli nostri. Non è necessario che arrivino al punto di una donna che ha iniziato la biografia del proprio defunto marito con le parole “D, era un uomo sporco”; tuttavia, i loro libri sarebbero sicuramente più interessanti da leggere, e i soggetti delle loro biografie più amabili, se nella narrazione ci fossero maggiori sfumature di luce e ombra.
Ma sono certo che più si conosce Scott, più lo si apprezza. Visse in un’epoca e in un paese dove bere era una pratica diffusa; non ho dubbi che, a volte, bevesse qualcosa la sera, cosa che avrebbe sicuramente messo nei guai i suoi successori deboli e incapaci. Almeno negli ultimi anni della sua vita fu abbastanza sobrio: beveva soltanto acqua di orzo, mentre gli altri continuavano a bere. Ma che nobile gentiluomo era. Quanto fine senso dell’onore aveva. Un senso dell’onore che non si traduceva in frasi vuote, ma in anni di duro lavoro e sacrifici. Ricordate come divenne socio minoritario in una tipografia, coinvolgendosi così nella sua rovina? C’era un diritto legale contro di lui, ma molto poco morale. Nessuno avrebbe potuto biasimarlo se avesse risolto la questione attraverso il fallimento, il che gli avrebbe permesso di diventare ricco di nuovo in pochi anni. Eppure prese su di sé tutto il peso del problema e lo portò con sé per il resto della sua vita, dedicando tutto il proprio lavoro, il proprio tempo e la propria salute nel tentativo di salvare il proprio onore da qualsiasi macchia potesse esserci. Penso che abbia pagato ai creditori quasi centomila sterline. Un risultato straordinario. Centomila sterline, insieme alla sua vita intera.
E che straordinaria capacità di lavoro aveva! Era quasi sovrumana. Solo chi ha provato personalmente a scrivere narrativa può capire cosa significhi quando si legge che Scott abbia scritto due dei suoi romanzi più lunghi in un solo anno. Ricordo di aver letto, in qualche libro di memorie – ora che ci penso, era proprio di Lockhart – come lo scrittore avesse preso in affitto alcune stanze in Castle Street, a Edimburgo, e come ogni sera potesse vedere la silhouette di un uomo delineata sulla tenda della casa di fronte. Quell’uomo scriveva per tutta la sera, e chi lo osservava poteva vedere quella “mano” oscura trasportare le pagine dal tavolo al mucchio sul lato della stanza. Andava a una festa e tornava indietro, ma la “mano” continuava comunque a muoversi. Il giorno dopo gli dissero che le stanze di fronte erano ora occupate da Walter Scott.
Un curioso indizio sulla psicologia dello scrittore di narrativa è il fatto che abbia scritto due dei suoi libri – e per di più ottimi – in un periodo in cui la sua salute era tale che in seguito non riusciva a ricordare una parola di ciò che aveva scritto, ascoltandoli quando gli venivano letti come se fossero opera di un altro. A quanto pare, i processi mentali più semplici, come la memoria ordinaria, erano completamente assenti; eppure la facoltà più elevata e complessa – l’immaginazione nella sua forma suprema – non ne risentiva affatto. È un fatto straordinario che merita riflessione. E fornisce qualche conferma a quella sensazione che ogni scrittore di opere creative debba provare: il proprio capolavoro gli arriva, in qualche modo misterioso e esterno, e lui non è altro che il mezzo attraverso cui viene trascritto sulla carta. Il pensiero creativo – quel germe dal quale nascerà un’opera più grande – passa attraverso il suo cervello come una pallottola. Lo scrittore rimane sorpreso dalla propria idea, senza alcuna consapevolezza di esserne stato l’autore. E qui abbiamo un uomo le cui altre funzioni mentali sono completamente paralizzate, ma che riesce comunque a produrre opere così magnifiche. È possibile che noi siamo soltanto canali attraverso i quali fluisce il potere infinito dell’ignoto? Di certo, i nostri migliori lavori sono quelli in cui si percepisce meno di ogni sforzo personale.
E proseguendo su questa linea di pensiero: è possibile che una debole costituzione fisica e un sistema nervoso instabile, tenendo il materialismo umano al minimo, rendano una persona più adatta a queste “usanze spirituali”? C’è un vecchio detto che recita:
“Il grande genio è strettamente legato alla follia. E sottili barriere separano quelle due realtà.”
Ma, al di là del genio stesso, anche una semplice capacità di immaginare sembra indebolire seriamente i legami tra anima e corpo.
Guardate i poeti britannici di un secolo fa: Chatterton, Burns, Shelley, Keats, Byron. Burns era il più anziano di quel gruppo straordinario, eppure morì solo a trentotto anni, “esaurito”, come suo fratello esprimeva con dolore. È vero che Shelley morì in un incidente e Chatterton per avvelenamento, ma il suicidio è di per sé un segno di uno stato morboso. È vero anche che Rogers visse quasi fino a cent’anni, ma prima fu banchiere e solo dopo divenne poeta. Wordsworth, Tennyson e Browning hanno tutti alzato l’età media dei poeti, ma per qualche motivo i romanziere, soprattutto negli ultimi anni, presentano un record deplorevole. Alla fine finiranno probabilmente classificati tra gli operai che utilizzano piombo bianco e altre professioni pericolose. Guardate ad esempio il caso davvero scioccante dei giovani americani: in pochi anni, quanti talentuosi scrittori sono stati spazzati via! C’era l’autore di quel libro meraviglioso, “David Harum”; c’era Frank Norris, un uomo che, credo, possedeva in sé i semi della grandezza più di quasi ogni altro scrittore vivente. Il suo “Pit” mi sembrava uno dei migliori romanzi americani. Ma anche lui morì prematuramente. Poi c’era Stephen Crane, un altro maestro del genere; e Harold Frederic. Esiste qualche professione al mondo che, rispetto al numero delle persone che la esercitano, possa registrare perdite così gravi? Nel frattempo, tra i nostri connazionali sono scomparsi Robert Louis Stevenson, Henry Seton Merriman e molti altri. Anche quegli grandi uomini di cui si parla spesso come se avessero completato appieno la loro carriera, in realtà morirono tutti prematuramente. Thackeray, ad esempio, nonostante i suoi capelli bianchi, aveva solo 52 anni; Dickens raggiunse gli 58. Nel complesso, Sir Walter, con i suoi 61 anni di vita – anche se non scrisse mai un romanzo prima dei 40 – ebbe fortunatamente una carriera più lunga rispetto alla maggior parte dei suoi colleghi. Utilizzò la sua capacità creativa per circa vent’anni, il che è più o meno lo stesso periodo che Shakespeare impiegò. Il bardo di Avon è un altro esempio di quanto sia breve la vita del genio. Anche se credo che abbia vissuto più a lungo della maggior parte della sua famiglia, che non era certo una stirpe particolarmente sana. Morì, probabilmente, a causa di qualche malattia nervosa; ciò è dimostrato dal peggioramento progressivo della sua firma. Probabilmente si trattava di atassia locomotoria, quella maledizione che colpisce spesso le persone creative. Heine, Daudet, e molti altri ne furono vittime. Quanto alla leggenda secondo cui sia morto a causa di una febbre contratta dopo una serata di bevute, è assurda: la scienza conosce infatti nessuna febbre del genere. Ma anche una moderata abitudine al bere potrebbe facilmente portare a problemi nervosi gravi e disastrosi.
Un’altra osservazione su Scott prima di passare a quella serie di volumi verdi che mi hanno fatto divagare così tanto. Nessuna descrizione del suo carattere è completa se non prende in considerazione quell’aspetto strano e segreto che permeava la sua natura. Non solo mentiva spesso per nascondere il fatto di essere l’autore di quei famosi romanzi, ma nemmeno gli amici più intimi che lo vedevano ogni giorno erano a conoscenza del suo vero ruolo: l’uomo di cui tutta Europa parlava. Anche sua moglie ignorava le sue difficoltà finanziarie fino al crollo della società Ballantyne, quando finalmente scoprì di essere coinvolta nella sua rovina. Un psicologo potrebbe rintracciare questa strana caratteristica del suo temperamento nei numerosi personaggi simili a Fenella che appaiono in molti dei suoi romanzi e che custodiscono i loro segreti irritanti fino alla fine.
È un libro triste, la “Vita” di Lockhart. Lascia nella mente una sensazione di malinconia. Immaginare quel gigante stanco, che barcolla sotto il peso dei debiti e del lavoro eccessivo, con sua moglie morta e i nervi distrutti, senza nulla di intatto se non l’onore, è uno degli episodi più commoventi della storia della letteratura. Ma questi momenti tristi passano, e ciò che rimane è il ricordo di un uomo estremamente nobile: uno che non si piegò mai davanti al destino, ma lo affrontò fino alla fine, morendo senza un lamento. Provò tutte le emozioni umane: grande fu la sua gioia, grande il suo successo, grande la sua caduta, amara la sua sofferenza. Ma tra tutti i figli dell’uomo, non credo ci siano molti più grandi di lui. Quello che giace sotto quella grande lapide a Dryburgh.
III.
Possiamo ignorare le lunghe e noiose serie di romanzi della serie “Waverley” e la “Vita” di Lockhart che ne fanno parte. Più avanti, però, troviamo quattro volumi grigi molto più sostanziosi: si tratta di un’edizione in caratteri grandi e vecchio stile della “Vita di Johnson” scritta da Boswell. Sottolineo l’importanza dei caratteri grandi, perché proprio questo rappresenta il punto debole della maggior parte delle edizioni economiche dei classici inglesi che oggi arrivano sul mercato. Per argomenti che non siano affatto arcaici o complessi, è necessario un testo ben leggibile per aiutare il lettore nella comprensione; altrimenti, sia la lettura che l’esperienza personale risultano difficili e poco piacevoli. Meglio quindi spendere di più per ottenere un libro davvero utile. Quel libro mi interessa, mi affascina, eppure vorrei poter unirmo con entusiasmo a quel coro di lodi che il gentile e anziano Boswell ha ricevuto. È difficile seguire i propri consigli e “liberare la mente da pregiudizi” su questo argomento: quando si è abituati a considerare Johnson attraverso gli occhi di Macaulay o di Boswell, diventa difficile smettere di farlo, “scuotere la testa” e guardare con oggettività le parole, le azioni e i limiti reali di quell’uomo. Se ci si prova, si ottiene un insieme davvero bizzarro di impressioni. Come potrebbe essere altrimenti? In fondo, Johnson è il “John Bull” portato nel mondo della letteratura: il John Bull esagerato dei caricaturisti, con tutte le sue qualità, buone o cattive, portate all’estremo. Viene da chiedersi quanto di tutto ciò sia dovuto alla sua personalità reale e quanto invece a una rappresentazione distorta.
Se Boswell non fosse mai esistito, chissà quante cose di lui conosceremmo oggi. Con la sua tenacia scozzese, è riuscito a diffondere in tutto il mondo il proprio culto per Johnson. Era del tutto naturale che anche lui lo ammirasse. Le relazioni tra i due uomini erano davvero piacevoli e rappresentavano un esempio di reciproco rispetto. Tuttavia, non costituiscono certo una base solida su cui un terzo possa giudicare oggettivamente la figura di Johnson. Quando si incontrarono, Boswell aveva ventitré anni e Johnson cinquantaquattro. Il primo era un giovane scozzese intelligente, rispettoso e impressionabile; il secondo era una figura del passato, la cui fama era già consolidata. Fin dal loro primo incontro, Boswell ebbe su Johnson un ascendente assoluto, rendendo difficile qualsiasi critica imparziale. Questa relazione rimase invariata fino alla fine.
È senz’altro possibile sottovalutare Boswell, come ha fatto Macaulay, ma non è certo per caso che un uomo abbia scritto la migliore biografia nella propria lingua. Possedeva qualità letterarie straordinarie e rare: uno stile chiaro e vivido, più flessibile e “normanno” rispetto a quello del suo grande modello; inoltre, una discrezione notevole che gli permise di evitare quasi sempre errori di gusto in un’opera così vasta, dove ogni passo poteva rivelarsi pericoloso. Si diceva che nella vita privata fosse uno sciocco e un vanitoso; ma con la penna in mano non mostrava mai alcuna di queste caratteristiche. Tra i numerosi suoi scontri con Johnson, pochi furono quelli in cui le sue opinioni non si rivelarono, alla prova degli eventi, più sagge. Sul problema della schiavitù, però, sbagliava. Ma potrei citare almeno una dozzina di casi – riguardanti argomenti fondamentali come la Rivoluzione Americana, la dinastia Hannoveriana, la tolleranza religiosa, ecc. – in cui le opinioni di Boswell si rivelarono corrette.
Ma ciò in cui eccelle davvero come biografo è nel raccontare proprio quelle piccole cose che tutti desiderano sapere. Quante volte si legge la vita di una persona senza ottenere alcuna informazione concreta sulla sua personalità. Non succede qui: quella persona sembra rivivere attraverso le pagine del libro. C’è una breve descrizione fisica di Johnson: non si trova nella biografia principale, ma nel “Viaggio alle Isole Ebridi”, il libro successivo nello scaffale. Una descrizione tipica della sua capacità di ritrarre i personaggi con vividezza. Posso prenderlo e leggervi un passo?
“Era di statura alta, robusta, quasi gigantesca; la corpulenza lo rendeva goffo nei movimenti. Il suo viso aveva l’aspetto tipico di una statua antica, ma era deturpato dalle cicatrici lasciate dalla malattia. Aveva sessantquattro anni e cominciava ad avere problemi di udito; la vista, sebbene debole, era compensata da una mente eccezionalmente acuta e precisa. La testa, e a volte anche il corpo, gli tremavano a causa di convulsioni. Indossava abiti marroni semplici, bottoni dello stesso colore per i capelli arricciati, una parrucca grigiastra folta, una camicia ordinaria, calze nere e fibbie d’argento. Durante questo viaggio portava stivali e un mantello largo di tessuto marrone, con tasche abbastanza grandi da contenere i due volumi del suo dizionario. E in mano teneva un grosso bastone di quercia inglese.”
Dovete ammettere che, se non si riesce a ricostruire l’immagine completa di Samuel dopo quanto descritto da Boswell, la colpa non è certo sua. Si tratta soltanto di uno dei tanti frammenti vividi che ci fornisce del suo eroe. Sono proprio queste descrizioni – quelle di quell’uomo grande e un po’ rozzo, con i suoi grugniti, i suoi gemiti, il suo appetito enorme, le sue venti tazze di tè, e le sue stranezze con la buccia d’arancia e i lampioni – a affascinare il lettore, e sono proprio queste descrizioni che hanno dato a Johnson una notorietà letteraria molto maggiore di quanto avrebbero potuto farlo i suoi scritti stessi.
Dopotutto, quali di quegli scritti possono essere considerati davvero vividi oggi? Di certo non “Rasselas”, quel romanzo troppo formale, “Le Vite dei poeti” sono soltanto una serie di prefazioni, e i “Ramblers” sono raccolte di saggi effimeri. C’è poi il terribile lavoro di compilazione del Dizionario: un’enorme quantità di lavoro noioso, un monumento al duro impegno, ma assolutamente incompatibile con il genio creativo. “London” contiene alcune frasi energiche, e “Il Viaggio alle Isole Ebridi” alcune pagine piene di spirito. Ma tutto ciò, insieme a numerosi pamphlet politici e altri scritti minori, rappresenta l’intero output letterario di Johnson nel corso della sua vita. Bisogna ammettere che queste opere da sole non sono sufficienti a giustificare il suo ruolo dominante nella letteratura inglese. La vera spiegazione si trova probabilmente nella figura del suo umile biografo, spesso oggetto di derisione.
E poi c’era il suo modo di parlare. Che cosa gli conferiva tale distinzione? La sua chiarezza e la sua positività su ogni argomento. Ma questo era segno di una visione ristretta delle cose: qualcosa impossibile per un uomo empatico e dotato di immaginazione, che riesce a vedere l’altra faccia di ogni questione e comprende quanto sia limitata la conoscenza umana rispetto all’oceano di possibilità infinite che ci circonda. Guardate i risultati. C’è mai stato un uomo, per quanto noioso o mediocre, che abbia commesso così tanti errori incredibili? Questo ricorda le parole di Bagehot: se mai le opinioni dei più eruditi venissero imposte all’intera umanità, il risultato sarebbe la diffusione degli errori più assurdi. Gli fu chiesto cosa ne fosse delle rondini in inverno. Con un tono grave e affannoso, l’“oracolo” rispose: “Le rondini, certamente, dormono per tutto l’inverno. Alcune si raggruppano volando in cerchio, poi tutte insieme si tuffano nell’acqua e rimangono sul fondo dei fiumi.” Boswell registrò questa informazione con serietà. Tuttavia, se ricordo bene, anche un naturalista così autorevole come White di Selborne aveva i suoi dubbi sulle rondini. Ancora più sorprendenti sono le valutazioni errate che Johnson fece dei suoi colleghi scrittori. Si sarebbe potuto aspettare da lui un senso della proporzione, invece le sue conclusioni sembravano assurde ai gusti moderni. “Shakespeare”, diceva, “non scrisse mai sei righe consecutive buone”. Ammetteva soltanto due versi validi nell’elegia di Gray. Eppure ci vorrebbe un critico molto severo per trovare anche solo due versi sbagliati in quel capolavoro. “Tristram Shandy” non sarebbe mai sopravvissuto; “Hamlet” era solo chiacchiere senza senso; i “Viaggi di Gulliver” di Swift erano roba scadente. E lui stesso non scrisse nulla di buono, se non “Una storia di una tinozza”. Voltaire era ignorante; Rousseau un farabutto. I deisti, come Hume, Priestley o Gibbon, non potevano essere uomini onesti. E le sue opinioni politiche! Oggi sembrano solo una caricatura. Immagino che anche all’epoca fossero reazionarie. “Un uomo povero non ha onore”; “Carlo II fu un buon re”; “I governi dovrebbero espellere dal servizio pubblico tutti coloro che la pensano diversamente”; “In India si dovrebbe incoraggiare i giudici a dedicarsi al commercio”; “Nessun paese diventa più ricco grazie al commercio”, (Mi chiedo se Adam Smith fosse presente quando fu avanzata questa proposta, ) “Un proprietario terriero dovrebbe cacciare via quei locatari che non votano come vuole lui”; “Non è vantaggioso per un lavoratore aumentargli lo stipendio”; “Quando il bilancio commerciale di un paese è negativo, la differenza deve essere pagata in moneta corrente”. Queste erano alcune delle sue convinzioni.
E poi i suoi pregiudizi! La maggior parte di noi ha qualche avversione irragionevole; nei momenti più generosi non ne siamo orgogliosi. Ma pensate a quelli di Johnson! Quando tutti questi pregiudizi furono eliminati, non rimase molto. Odiava i Whigs, disprezzava gli scozzesi, detestava i Nonconformisti (una giovane donna che li seguì fu definita “una donna odiosa”); odiava anche gli americani. Così percorse la sua strada ristretta, esprimendo furia e indignazione verso tutto ciò che si trovava a destra o a sinistra di essa. L’ammirazione postuma di Macaulay è senz’altro lodevole, ma se si fossero incontrati in vita, Macaulay avrebbe sicuramente cercato di unire sotto lo stesso “cappello” quasi tutto ciò che Johnson odiava.
Non si può dire che questi pregiudizi fossero basati su principi solidi, né che non potessero essere modificati quando i suoi interessi personali lo richiedevano. Questo è uno dei punti deboli della sua figura. Nel suo dizionario insultò le pensioni e i pensionati, definendole un mezzo con cui lo Stato impondeva la schiavitù ai lavoratori assunti a tempo determinato. Quando scrisse quella definizione, probabilmente non immaginava che George III gli avrebbe offerto una pensione, ma quando questa arrivò, non esitò affatto ad accettarla. Si vorrebbe credere che l’espressione violenta delle sue convinzioni riflettesse davvero un’intensità profonda di sentimenti. Ma i fatti sembrano contraddire questa ipotesi.
Era un grande oratore, ma il suo discorso era più che altro un monologo. Un saggio discorsivo, forse accompagnato da qualche commento da parte dell’ascoltatore. Come si può parlare su un piano di parità con una persona che non tollera alcuna contraddizione, nemmeno sulle questioni più importanti della vita? Goldsmith avrebbe mai difeso le sue opinioni letterarie? Burke il suo Whiggismo? Gibbon il suo Deismo? Non esisteva alcun terreno comune di tolleranza filosofica su cui basarsi. Se non poteva discutere, diventava scortese. O, come disse Goldsmith: “Se la sua pistola mancava il bersaglio, ti colpiva con il calcio dell’arma, ” Di fronte a quel tipo di comportamento, ogni discussione gentile era impossibile. Napoleone disse che tutti gli altri re avrebbero esclamato “Ouf!” apprendendo della sua morte. E quindi non posso fare a meno di pensare che gli uomini più anziani del circolo di Johnson abbiano provato un grande sollievo quando finalmente poterono parlare liberamente di ciò che li interessava, senza il rischio di scenate in cui frasi come “No, signore!” potessero trasformarsi in “Basta parlarne più, ” Certamente si vorrebbe credere nella versione di Boswell. E ascoltare conversazioni tra persone come Burke e Reynolds su come fosse diversa l’atmosfera del Club quando il temibile “Dottore” non c’era. Rispetto a quando invece c’era.
Non si può fare alcuna valutazione minimamente giusta del suo carattere senza tenere adeguatamente conto delle terribili esperienze vissute nella sua giovinezza e nei primi anni della mezza età. Lo spirito di Johnson era altrettanto segnato dalle sofferenze quanto il suo volto. Aveva cinquantatré anni quando gli fu concessa la pensione; fino ad allora, tutta la sua esistenza era stata dedicata a una lotta continua per soddisfare le più elementari necessità della vita: il cibo quotidiano e un tetto dove riposare. Aveva visto i suoi compagni letterari morire di vera e propria povertà. Dalla infanzia non aveva conosciuto la felicità. Quel giovane goffo, semicieco, con indumenti sporchi e movimenti convulsi, era sempre stato oggetto di compassione e derisione, sia nelle strade di Lichfield che nei caffè di Londra. Con un’anima orgogliosa e sensibile, ogni giorno della sua vita doveva comportare umiliazioni amare. Una simile esperienza o distrugge lo spirito di una persona o lo corrompe; senza dubbio, in questo risiedeva il segreto della sua ruvidezza, della sua indifferenza verso i sentimenti altrui. Fu forse per questo che il padre di Boswell lo chiamò “Ursa Major”. Se la sua natura era stata in qualche modo distorta, bisogna ammettere che forze terribili avevano contribuito a questa distorsione. Il suo lato buono era innato; il male derivava da esperienze orribili.
Eppure possedeva anche grandi qualità. La memoria ne era la principale. Aveva letto di tutto, e ricordava ogni singolo dettaglio di ciò che aveva letto: luogo, data. Se si trattava di poesia, poteva citarla parola per parola, in latino o in inglese. Una memoria del genere presenta indubbi vantaggi, ma anche svantaggi: con la mente così piena delle idee altrui, come è possibile lasciare spazio a nuove creazioni personali? Penso che una grande memoria sia spesso fatale per l’originalità. A parte casi eccezionali come Scott. La lavagna deve essere pulita prima di scrivervi sopra. Quando mai Johnson ebbe un’idea originale? Quando mai riuscì a “guardare” nel futuro o ad offrire nuove soluzioni ai misteri che affliggono l’umanità? Troppo carico del passato, non aveva spazio per nulla altro. I progressi moderni di ogni genere non raggiunsero mai la sua mente. Viaggiò in Francia pochi anni prima del più grande cataclisma che il mondo abbia mai conosciuto. La sua attenzione era distratta da molte cose banali; non riuscì mai a cogliere i segnali di un pericolo imminente. Leggiamo che un certo Monsieur Sansterre gli mostrò la sua birreria e gli fornì statistiche sulle sue produzioni. Fu lo stesso Sansterre che, in seguito, suonò le trombe per soffocare la voce di Luigi al patibolo. Questo episodio dimostra quanto fosse vicino l’“sapiente inconsapevole” al bordo di quel precipizio. E quanto poco gli servisse la sua erudizione per rendersene conto.
Era davvero un uomo dal cuore molto gentile, e questo conta moltissimo. La sua carità era vasta, nonostante provenisse da mezzi limitati. Le stanze della sua casa diventavano una sorta di rifugio per molte persone in difficoltà: il cieco signor Levett, la acida signora Williams, la pallida signora De Moulins, un gruppo di anziani e malati con cui trascorrere le giornate. Era sempre pronto ad aiutare i bisognosi, e nessun poeta era così umile da non voler dedicargli i propri libri con frasi solenni e significative. È davvero un’impresa straordinaria, che la letteratura può offrire solo di rado. Soprattutto, era un uomo dal cuore gentile: portava a casa sulle proprie spalle coloro che si trovavano in difficoltà, facendoci dimenticare, o almeno perdonare, quei pedanti e dogmatici “dottori”. Per me, è sempre interessante conoscere il punto di vista di un grande uomo sull’invecchiamento e sulla morte: rappresenta una prova concreta di quanto profonda sia stata la sua filosofia di vita. Hume vedeva la morte da lontano e l’affrontava con calma; invece, la mente di Johnson si ritraeva davanti a quell’avversario terribile. Le sue lettere e i suoi discorsi negli ultimi anni erano un lungo grido di paura. Non era codardia: fisicamente, era uno degli uomini più coraggiosi che siano mai esistiti. La sua forza d’animo non conosceva limiti. Era piuttosto una sorta di incertezza spirituale, unita a una vera fede nelle possibilità dell’aldilà. Una fede mitigata da una teologia più umana e liberale. È strano vedere come si aggrappasse disperatamente a quel corpo malato, afflitto da gotta, asma, danze di San Vito. Che attrattiva poteva avere un’esistenza in cui otto ore al giorno si trascorrevano gemendo su una sedia, e sedici ore ansimando a letto? “Darei una delle mie gambe”, diceva, “per un altro anno di vita”. Eppure, quando finalmente arrivò l’ora, nessuno avrebbe potuto comportarsi con maggiore dignità e coraggio. Che si dica di lui ciò che si vuole. Non si può leggere quei quattro volumi grigi senza ricevere stimoli mentali, desiderio di approfondire la conoscenza umana, o nuove intuizioni sul carattere delle persone. Il tutto contribuisce a rendere una persona migliore e più saggia.
IV.
Accanto alle mie opere su Johnson, ho anche le opere di Gibbon: due edizioni, per la precisione. La mia vecchia edizione completa presentava alcune imperfezioni tipografiche, quindi non ho potuto resistere all’acquisto della nuova versione in sei volumi pubblicata da Bury. Leggere quel libro richiede condizioni ideali: caratteri chiari, carta di buona qualità e un volume leggero da maneggiare facilmente. Non si tratta certo di una lettura superficiale, ma piuttosto di uno sforzo serio volto all’acquisizione di conoscenze, con l’aiuto di un atlante classico e di un taccuino per prendere appunti. Non ci sono momenti particolarmente emozionanti nella lettura di Gibbon; non vi costringerà ad alzarvi di notte né a dimenticare gli impegni diurni, ma vi procurerà una soddisfazione tranquilla e profonda. Alla fine, avrete acquisito qualcosa che non potrete mai perdere: conoscenze solide, precise e utili per ampliare le vostre prospettive intellettuali.
Se fossi condannato a trascorrere un anno su un’isola deserta e mi fosse permesso di portare con me un solo libro, sceglierei sicuramente quello di Gibbon. Pensate solo all’immensità del suo argomento e al ricco materiale di riflessione che contiene: copre mille anni della storia mondiale, è completo, accurato e scritto in uno stile dignitoso. Forse i suoi modi appaiono un po’ pomposi rispetto ai nostri standard attuali, ma viveva in un’epoca in cui lo stile grandioso di Johnson aveva già corrotto la nostra letteratura. Personalmente, non mi dispiace questa forma di espressione; un paragrafo deve essere solenne e incisivo quando descrive eventi importanti come l’avanzata di una legione romana o le discussioni di un senato greco. Con Gibbon al vostro fianco, vi sentite guidati verso la conoscenza, mentre sotto di voi si svolgono guerre, conflitti tra popoli e dinastie. Fluttuate serenamente sopra tutto ciò, e man mano che il panorama storico scorre davanti ai vostri occhi, quella voce calma e misurata vi sussurra il vero significato di ogni evento.
È davvero una storia straordinaria quella che racconta Gibbon: inizia descrivendo lo stato dell’Impero romano ai tempi dei primi Cesari, quando era indiscutibilmente la padrona del mondo. Seguiamo poi la successione degli imperatori, con le loro alternanze di grandezza e dissolutezza, fino a quando l’impero iniziò a decadere. E tutto questo avvenne partendo proprio dall’alto della gerarchia sociale. Nemmeno una religione pacifica riuscì a influenzare positivamente questa tendenza: nonostante l’adozione del cristianesimo, la storia romana continuò ad essere scritta nel sangue. La nuova fede aggiunse soltanto nuove cause di conflitto e violenza alle molte già esistenti. E le guerre tra popoli arrabbiati sembravano quasi innocue rispetto a quelle combattute da sette fanatiche.
Poi arrivò il potente vento impetuoso dal di fuori, soffiando dalle lande desolate del mondo, distruggendo, confondendo, vorticando follemente attraverso l’antico ordine, lasciandosi dietro caos e distruzione; ma alla fine purificò ciò che era marcio e corrotto. In qualche luogo nel nord della Cina scoppiò improvvisamente una tempesta del genere, e l’Europa fu coperta dai detriti distruttivi. L’aspetto assurdo di questa situazione è che non furono i conquistatori ad invadere l’Impero Romano, ma i fuggitivi terrorizzati, che, come un gregge di bestiame in preda al panico, calpestarono tutto ciò che si frapponeva loro sul cammino. Fu un periodo selvaggio e drammatico: il momento in cui si formarono le moderne razze europee. Le nazioni arrivarono dal nord e dall’est come tempeste di polvere, e nel caos apparente ognuna si fuse con le altre, rafforzando così la struttura complessiva del continente. La volubile Gallia ricevette stabilità dai Franchi; i Sassi, noti per la loro fermezza, acquisirono un tocco di raffinatezza dai Normanni; gli Italiani trovarono una nuova vitalità grazie ai Lombardi e agli Ostrogoti; il corrotto mondo greco lasciò il posto al vigoroso e sincero Islam. Ovunque sembra esserci una grande forza che mescola i diversi elementi. Oggi, se non fosse per l’emigrazione al posto delle guerre, si potrebbe dire che qualcosa di molto grande sta prendendo forma dall’altra parte dell’Atlantico. Quando, su una base anglo-celtica, si aggiungono elementi italiani, unni e scandinavi, si ha la sensazione che nessuna qualità umana possa non essere sviluppata attraverso questo processo.
Ma tornando a Gibbon: il passo successivo fu la trasferimento dell’Impero da Roma a Bisanzio. Proprio come un giorno il potere anglo-celtico potrebbe trovarsi non a Londra, ma a Chicago o Toronto. C’è tutta quella strana storia del dilagare del Islam dal sud, che sommerse l’intera Africa settentrionale, si diffuse verso est fino all’India e verso ovest fino alla Spagna, finendo per travolgere anche le mura di Bisanzio. Quell’antico baluardo del Cristianesimo divenne così ciò che è oggi: la fortezza europea controllata dai musulmani. Questa è la straordinaria storia che copre metà della storia conosciuta del mondo. Una storia che possiamo conoscere e assorbire completamente grazie a quell’umile atlante, a una matita e a un quaderno di appunti che abbiamo già consigliato.
E poi, ancora più interessanti di quelle razze che arrivano sono quelle che scompaiono. C’è qualcosa in questo che attira con particolare forza l’immaginazione. Prendiamo, ad esempio, il destino dei Vandali che conquistarono il nord dell’Africa. Erano una tribù germanica, con occhi azzurri e capelli biondi, proveniente da qualche parte nella regione dell’Elba. Improvvisamente anche loro furono colpiti da quella strana follia nomade che all’epoca era endemica. Partirono quindi lungo la rotta di minore resistenza, che è sempre da nord a sud e da est a ovest. La direzione scelta dai Vandali fu verso sud-ovest; una scelta che doveva essere motivata soltanto dall’amore per l’avventura, visto che nei migliaia di chilometri percorsi esistevano molte belle località in cui riposare, se solo quella fosse stata la loro vera meta. Attraversarono il sud della Francia, conquistarono la Spagna e, infine, quelli più avventurosi si recarono in Africa, dove occuparono l’antica provincia romana. Per due o tre generazioni la tennero sotto controllo, proprio come gli inglesi possiedono l’India; il loro numero ammontava ad almeno centinaia di migliaia di persone. Poi, l’Impero Romano ebbe un ultimo barlume di vitalità: Belisario sbarcò in Africa e riconquistò la provincia. I Vandali furono tagliati fuori dal mare e dovettero fuggire verso l’interno del continente. Dove andarono a finire quegli occhi azzurri e quei capelli biondi? Furono sterminati dai neri, o si mescolarono con loro? I viaggiatori hanno raccontato storie riguardo a una razza negroida con occhi chiari e capelli biondi nelle Montagne della Luna. È possibile che qui abbiamo qualche traccia di quei Germanici scomparsi?
Ricorda il caso parallelo delle antiche colonie perdute in Groenlandia. Anche questo, per me, è sempre stato uno dei problemi più affascinanti della storia – tanto più che ho spesso cercato di immaginare, attraverso le distese di ghiaccio, la costa groenlandese nel punto (o vicino a esso) dove doveva sorgere l’antica città scandinava di “Eyrbyggia”. Fu fondata da coloni islandesi e divenne un insediamento così importante che decisero di inviare un vescovo in Danimarca. Ciò avvenne nel XIV secolo. Ma quando il vescovo arrivò, scoprì di non poter raggiungere la sua sede a causa di un cambiamento climatico che aveva fatto scomparire i ghiacci e riempito lo stretto tra Islanda e Groenlandia. Da quel giorno in poi, nessuno ha mai saputo cosa ne sia stato di quegli antichi scandinavi, che all’epoca rappresentavano la razza più civilizzata e avanzata d’Europa. Forse furono sopraffatti dagli Eschimesi, o si fusero con loro. O forse riuscirono a sopravvivere. Oggi sappiamo molto poco su quella parte della costa. Sarebbe davvero straordinario se qualche esploratore come Nansen o Peary scoprisse i resti di quell’antica colonia, e magari in quell’atmosfera “antisettica” trovasse una mummia perfetta che testimoniasse l’esistenza di una civiltà perduta.
Ma torniamo a Gibbon: quale mente straordinaria doveva essere quella che concepì e poi realizzò, con vent’anni di lavoro instancabile, un’opera così imponente! Non esisteva alcun autore classico poco conosciuto, nessun storico bizantino poco accessibile, nessuna cronaca monastica troppo complessa da interpretare. Tutti questi elementi furono assorbiti e inseriti nel contesto generale dell’opera. Fu necessaria grande applicazione, perseveranza e attenzione ai dettagli. Ma il polipo di corallo possiede proprio queste qualità. E in qualche modo, nel cuore stesso della sua creazione, l’individualità dello scrittore diventa altrettanto insignificante quanto quella di quel piccolo essere che contribuisce alla formazione delle barriere coralline. Mille persone conoscono l’opera di Gibbon. Ma quante ne sono davvero interessate?
E nel complesso, tutto ciò è giustificato dai fatti. Alcuni uomini sono più grandi del loro lavoro; il loro lavoro rappresenta soltanto un aspetto del loro carattere, e possono essercene molti altri, tutti notevoli e che insieme formano una persona complessa e unica. Non fu così per Gibbon: era un uomo freddo di sangue, il cui intelletto sembrava essere cresciuto a scapito del suo cuore. Non ricordo nella sua vita alcun impulso generoso, alcun entusiasmo appassionato, tranne per quanto riguarda gli studi classici. Il suo eccellente giudizio non fu mai offuscato dall’oscurità delle emozioni umane, o, almeno, si trattava di emozioni ben sotto il controllo della sua volontà. C’è qualcosa di davvero lodevole – ma anche di poco affascinante – in tutto ciò. Abbandona la sua ragazza su ordine del padre e commenta semplicemente: “Sospira come un innamorato, ma obbedisce come un figlio”. Quando il padre muore, registra l’evento con queste parole: “Le lacrime di un figlio sono raramente durature”. Lo spettacolo terribile della Rivoluzione Francese suscitò in lui soltanto compassione per se stesso, poiché la sua ritirata in Svizzera fu invasa da rifugiati sfortunati, proprio come un noioso gentiluomo inglese potrebbe lamentarsi di essere disturbato dai viaggiatori. In tutte le allusioni che Boswell fa a Gibbon – spesso senza nemmeno menzionare il suo nome – si percepisce una certa avversione; e non si può leggere la vita di questo grande storico senza capire il motivo.
Credo che pochi uomini siano nati con in sé, in modo così completo, tutti i requisiti necessari per una soddisfazione autonoma: Edward Gibbon ne era un esempio. Possedeva ogni dono che si possa desiderare in un grande studioso: una sete insaziabile di conoscenza in ogni ambito, un impegno instancabile, una memoria eccezionale, e quel temperamento filosofico che permette a una persona di superare i pregiudizi e diventare un critico imparziale degli affari umani. È vero che all’epoca veniva considerato profondamente prevenuto in materia di pensiero religioso, ma le sue opinioni sono ormai ben conosciute dalla filosofia moderna e non scandalizzerebbero più nessuno in questi tempi più liberali (e più virtuosi). Cercatele nell’Enciclopedia: vedrete quale sia l’opinione attuale sui suoi argomenti. “Non è necessario soffermarsi sui famosi capitoli quindicesimo e sedicesimo”, afferma il biografo, “poiché al giorno d’oggi nessun apologeta cristiano oserebbe negare la veridicità delle accuse più importanti di Gibbon. I cristiani possono però lamentarsi della omissione di alcune circostanze che potrebbero influenzare il risultato complessivo, e devono ribellarsi alla distorsione ingiusta dei loro argomenti.”
Ma ormai non rifiutano più di prendere in considerazione qualsiasi prova ragionevole che possa dimostrare come le persecuzioni subite dal Cristianesimo siano state meno severe di quanto si credesse un tempo, e hanno gradualmente imparato ad ammettere la validità di tutte quelle cause secondarie indicate da Gibbon, e persino da altri autori ancora più discutibili. Il fatto è che, come lo stesso storico ha più volte riconosciuto, la sua descrizione delle cause secondarie che hanno contribuito allo sviluppo e alla diffusione del Cristianesimo lascia praticamente intatta la questione riguardante l’origine naturale o soprannaturale della religione. Tutto questo è vero, ma allora che dire di quel secolo di critiche e offese rivolte a questo storico? Sembra davvero necessario un qualche tipo di scusa postuma da parte sua.
Fisicamente, Gibbon era piccolo quanto Johnson era alto, ma esisteva una curiosa somiglianza nelle loro malattie fisiche. Da giovane, Johnson soffriva di ulcere e di altri mali causati da agenti patogeni, nonostante l’effetto presunto “curativo” del tocco reale. Gibbon ci fornisce un resoconto conciso ma macabro della sua stessa infanzia:
“Soffrii alternativamente di letargie e febbri, di tendenze opposte verso malattie consumative o idropiche, di problemi ai nervi, di una fistola all’occhio, e fui anche morso da un cane, del quale si sospettava fortemente che fosse pazzo. Fu chiamato a curarmi ogni tipo di medico; le spese per i dottori aumentarono ulteriormente a causa delle fatture degli erboristi e dei chirurghi. Ci fu un periodo in cui ingerivo più medicine che cibo, e il mio corpo porta ancora oggi cicatrici indelebili lasciate da bisturi, punture e sostanze caustiche.”
Ecco il suo resoconto melanconico. Il fatto è che l’Inghilterra di quell’epoca sembrava essere molto afflitta da quella forma ereditaria di cattiva salute cronica che chiamiamo genericamente “struma”. Non so fino a che punto le abitudini di bere eccessivamente, diffuse per un secolo circa prima, avessero a che fare con questa condizione; né riesco a stabilire un legame tra la struma e l’istruzione. Tuttavia, basta confrontare questo resoconto di Gibbon con i disturbi nervosi di Johnson, il suo viso segnato dalle cicatrici e la sua “danza di San Vito” per rendersi conto che questi due dei più grandi scrittori inglesi della loro epoca erano entrambi eredi di quella stessa terribile eredità.
Mi chiedo se esista ancora qualche ritratto di Gibbon nei panni di un ufficiale subalterno nella Milizia del Sud Hampshire. Con la sua piccola statura, la testa enorme, il viso rotondo e paffuto, e l’uniforme pomposa, doveva sicuramente apparire una figura davvero straordinaria. Non c’era mai stato un esempio più perfetto di “un chiodo quadrato in un buco rotondo”! Suo padre, uomo di tipo molto diverso, aveva una carica militare; per questo motivo il povero Gibbon finì per diventare soldato contro la sua volontà. Scoppiò la guerra, il reggimento fu mobilitato. E l’infortunato studente si trovò costretto a rimanere sotto le armi fino alla fine delle ostilità. Per tre anni fu lontano dai suoi libri, e ne soffrì profondamente. La Milizia del Sud Hampshire non incontrò mai il nemico. Il che, forse, fu meglio per loro. Anche Gibbon stesso si prendeva gioco di loro; ma dopo tre anni trascorsi in servizio militare, è probabile che i suoi uomini avessero più motivi per ridere del loro capitano “libraio” di quanto lui ne avesse dei suoi soldati. La sua mano stringeva molto più facilmente una penna che la lama di una spada. Tra le cose che rimpiangeva c’era anche il fatto che l’esempio del suo colonnello incoraggiasse abitudini di bere eccessive, causandogli l’ gotta, “La perdita di così tante ore dedicate al ozio non fu compensata da alcun piacere elegante“, scriveva; “e il mio umore peggiorò inevitabilmente a causa della compagnia di ufficiali rustici, che mancavano sia della cultura dei letterati che delle buone maniere dei gentiluomini“. Immagino che il ritratto di Gibbon, rosso in viso per l’alcol al tavolo da mensa, circondato da quegli ufficiali bevitori, debba essere stato davvero curioso. Tuttavia ammetteva anche di aver trovato consolazioni, oltre a difficoltà, in quel periodo trascorso nell’esercito: gli permise di riscoprire le proprie radici inglesise, migliorò la sua salute e cambiò il corso dei suoi pensieri. Fu persino utile per il suo lavoro di storico. In una frase celebre e caratteristica, scrisse: “La disciplina e le manovre di un battaglione moderno mi aiutarono a comprendere meglio la struttura delle falangi e delle legioni romane. E il capitano dei Grenadier del Hampshire non è stato certo inutile allo storico dell’Impero Romano“.
Se non sappiamo tutto su Gibbon, non è colpa sua: infatti scrisse ben sei resoconti della propria vita, ciascuno diverso dagli altri e tutti ugualmente scadenti. Per scrivere una buona autobiografia, un uomo deve possedere molto più cuore e anima di Gibbon. È la composizione umana più difficile in assoluto: richiede una combinazione di tatto, discrezione e franchezza che difficilmente si riesce a realizzare. Nonostante la sua formazione all’estero, Gibbon era, sotto molti aspetti, un tipico inglese: reticente, rispettoso di sé stesso e consapevole delle proprie caratteristiche. Nessuna autobiografia britannica è mai stata franca, e quindi nessuna è mai stata davvero buona. Forse quella di Trollope è paragonabile alle migliori che conosca, ma tra tutte le forme letterarie, è quella meno adatta al genio nazionale del popolo inglese. Non si potrebbe immaginare un “Rousseau” britannico, né tantomeno un “Benvenuto Cellini”. In un certo senso, è proprio un merito della nostra nazione non essere così. Se facciamo altrettanto male dei nostri vicini, almeno abbiamo la decenza di vergognarcene e di impedire che tali cose vengano pubblicate.
A sinistra di Gibbon c’è la mia bella edizione del Diario di Pepys (a cura di Lord Braybrooke). In realtà, si tratta della migliore autobiografia nella nostra lingua, eppure non fu scritta intenzionalmente come tale. Quando il signor Pepys annotava ogni giorno i pensieri più strani o meschini che gli venivano in mente, sarebbe rimasto molto sorpreso se qualcuno gli avesse detto che stava creando un’opera davvero unica nella nostra letteratura. Eppure questa sua autobiografia involontaria, compilata per qualche motivo oscuro o a uso personale, ma certamente mai destinata alla pubblicazione, è senz’altro la prima nel suo genere, proprio come il libro di Boswell tra le biografie o quello di Gibbon tra le storie.
Come nazione, abbiamo troppa paura di rivelare veramente noi stessi per scrivere una buona autobiografia. Detestiamo l’accusa di ipocrisia nazionale, eppure, tra tutte le nazioni, siamo i meno franchi riguardo ai nostri sentimenti, soprattutto in alcuni aspetti. Quegli affari del cuore, ad esempio, che rappresentano un indicatore fondamentale del carattere di una persona e ne influenzano profondamente la vita, quanta spazio occupano nelle autobiografie britanniche? Forse nel caso di Gibbon questa omissione non ha molta importanza: a parte il suo controllo rigido sulle passioni per Madame Neckar, il suo cuore non gli causò mai grandi problemi. Il fatto è che quando un autore britannico racconta la propria storia, cerca sempre di apparire rispettabile, e più una persona è rispettabile, meno diventa interessante da leggere. Rousseau può rivelarsi un degenere sentimentale; Cellini può essere considerato un libertino amoroso. Ma se non sono rispettabili, sono comunque completamente umani e interessanti.
La cosa meravigliosa di Mr. Pepys è che un uomo sia riuscito a far credere di essere così insignificante, quando in realtà doveva essere una persona di notevoli qualità e capacità. Chi lo avrebbe immaginato, leggendo tutti questi commenti banali, questi elenchi di ciò che aveva mangiato a cena, queste confidenze domestiche prive di significato, tutte più interessanti proprio per la loro stupidità! L’impressione che ne risulta è quella di una figura grottesca, in un dramma: presuntuoso con le donne, timido con gli uomini, vanitoso nell’aspetto e nel denaro, attento a curare i dettagli sia nella politica che nella religione, un chiacchierone sempre immerso in cose insignificanti. Eppure, sebbene questo fosse l’uomo di ogni giorno, l’uomo nel corso degli anni era una persona molto diversa: un funzionario pubblico devoto, un oratore eloquente, uno scrittore eccellente, un musicista competente e uno studioso erudito che accumulò 3000 volumi – una vera e propria grande biblioteca privata all’epoca – e dimostrò il senso del dovere pubblico lasciandoli tutti alla sua università. Si può perdonare a Pepys i suoi numerosi tradimenti, se si ricorda che fu l’unico funzionario dell’Ufficio della Marina ad rimanere al proprio posto durante i peggiori giorni della Peste. Forse era – anzi, sicuramente lo era – un codardo, ma il codardo che ha abbastanza senso del dovere per superare la propria debolezza è davvero l’uomo più coraggioso di tutti.
Ma la cosa straordinaria riguardo a Pepys che non verrà mai spiegata è ciò che lo spinse ad impiegare tanta fatica nel trascrivere, in codice stenografico, non solo tutte le banalità della sua vita, ma anche i suoi stessi gravi errori, cose che qualsiasi altro uomo avrebbe preferito dimenticare. Il Diario fu tenuto per circa dieci anni, poi abbandonato perché lo sforzo richiesto dalla stenografia complicata danneggiava la sua vista. Immagino che Pepys fosse così abituato a quel metodo di scrittura da riuscire a usarlo e leggerlo con la stessa facilità con cui scriveva e leggeva in modo normale. Tuttavia, compilare quei volumi di manoscritti strani rappresentava comunque un lavoro enorme. Forse voleva lasciare un ricordo della propria esistenza, per distinguersi tra gli innumerevoli esseri umani. In tal caso avrebbe sicuramente lasciato istruzioni a qualcuno, menzionandone l’esistenza nel testo del testamento con cui donava la sua biblioteca al Cambridge College. In questo modo avrebbe potuto assicurarsi che il suo Diario venisse letto in qualsiasi momento desiderasse dopo la sua morte. Ma non è stata lasciata alcuna traccia di esso; se non fosse stato per l’ingegnosità e la perseveranza di uno studioso, quei volumi polverosi sarebbero ancora rimasti inutilizzati sugli scaffali della Biblioteca Pepysiana. Quindi, la pubblicità non era il suo obiettivo. Allora, quale poteva essere? L’unica spiegazione possibile è legata al desiderio di lasciare un ricordo di sé stesso e di fornire informazioni su se stesso. Nel suo carattere si nota una curiosa tendenza verso la meticolosità e l’ordine: amava sempre conoscere con precisione le proprie risorse, catalogare i propri libri, pianificare le proprie proprietà. È possibile che questa registrazione sistematica delle sue azioni – anche delle sue colpe – fosse dovuta a una sorta di mania per l’ordine e la precisione. Forse è un’esplicazione debole, ma è difficile proporne un’altra. Un altro aspetto interessante riguardo a Pepys è il fatto che gli inglesi di quel tempo sembravano avere una grande passione per la musica: quasi tutti sapevano suonare uno strumento, molti addirittura più di uno. Cantare in coro era molto comune. Non c’è molto da invidiare dei tempi di Carlo II, ma almeno in questo campo gli inglesi avevano un vantaggio rispetto a noi. Si trattava di musica vera, di musica piena di dignità e tenerezza, con testi degni di tale trattamento. Questa passione per la musica potrebbe essere stata l’ultimo retaggio di quei tempi medievali precedenti la Riforma, quando i cori della Chiesa inglese erano, come ho letto da qualche parte, i più famosi d’Europa. Strano davvero. Perché in tutto il secolo scorso questo paese non ha prodotto nessun maestro di prim’ordine nel campo musicale.
Qual è il cambiamento nazionale che ha spinto la musica a scomparire da questa terra? La vita è diventata davvero così seria da far perdere importanza alla canzone? Nei climi meridionali si sente la gente povera cantare per il semplice piacere di sentirsi leggeri nel cuore; in Inghilterra, invece, il suono della voce di un uomo povero che canta significa molto probabilmente che è ubriaco. Eppure è consolante sapere che il germe delle antiche tradizioni musicali esiste ancora, pronto a germogliare se viene nutrito e coltivato. Se i nostri cori di cattedrale erano i migliori negli antichi tempi cattolici, credo sia altrettanto vero che le nostre associazioni orchestrali siano ora le migliori d’Europa. Almeno così hanno scritto i giornali tedeschi all’occasione della recente visita di un coro del nord dell’Inghilterra. Ma basta leggere Pepys per rendersi conto che l’abitudine alla musica è oggi molto meno diffusa rispetto al passato.
V.
È un lungo salto da Samuel Pepys a George Borrow: da un estremo all’altro del carattere umano. Eppure questi due autori si trovano nello stesso scaffale dei miei autori preferiti. C’è qualcosa di meraviglioso, penso, nella terra della Cornovaglia. Quella lunga penisola che si estende nell’oceano ha raccolto ogni sorta di elementi strani e li ha trattenuti lì, in isolamento, fino a quando non sono diventati parte integrante della cultura cornovagliese. Qual è questa strana eredità nascosta laggiù, che di tanto in tanto produce grandi uomini con modi e caratteristiche insolitamente “non inglesi”, per la meraviglia di tutti? Non è celtica, né appartiene agli antichi popoli iberici. Più in profondità si nascondono le vere origini. Forse è semitica, o fenicia, quegli uomini erranti di Tiro, con volti nobili e immaginazioni orientali, che un tempo dimenticarono il loro mare Mediterraneo per stabilirsi sulle coste granitiche del Mare del Nord.
Da dove proveniva quel volto straordinario e quella grande personalità di Henry Irving? Quanto era forte, bello, e “non sassone”! So soltanto che sua madre era una donna della Cornovaglia. Da dove derivava quell’intensa, brillante immaginazione delle sorelle Brontë, così diversa dalla calma tipica dei loro predecessori? Anche in questo caso, so soltanto che la loro madre era una donna della Cornovaglia. E da dove proveniva questa strana figura, George Borrow: con la sua testa di aquila posata sulle spalle robuste, il viso scuro e i capelli bianchi, un re tra gli uomini? Da dove aveva quel volto eccezionale, quei doni mentali straordinari che lo collocavano al di sopra della norma nella letteratura? Anche in questo caso, suo padre era un uomo della Cornovaglia. Sì, c’è qualcosa di strano, misterioso e grandioso nascosto laggiù, in quella grande penisola che si protende verso il mare occidentale. Borrow può chiamarsi East Anglian, se vuole, “un inglese puro”, come amava definirsi. Ma è davvero una coincidenza che l’unico East Anglian nato da sangue cornovagliese sia stato proprio colui che ha mostrato queste strane qualità? La nascita è stata casuale. Ma quelle qualità risalgono ai tempi più antichi della storia umana.
Era un uomo molto strano: bigotto, prevenuto, ostinato, incline alla malinconia, e quanto più capriccioso si possa immaginare. A prima vista, questa lista di qualità non sembrerebbe renderlo particolarmente interessante. Ma aveva un dono grande e raro: per tutta la sua vita conservò una sensazione della meraviglia e del mistero della vita – quella stessa capacità infantile che spesso si affievolisce con l’età. Non solo la manteneva lui stesso, ma era anche abbastanza abile nel linguaggio da far sì che gli altri ricordassero quel sentimento. Quando scriveva, non si poteva fare a meno di “vedere” attraverso i suoi occhi; nulla di ciò che vedevano o udivano risultava banale o comune. Tutto era strano, misterioso, e sembrava sempre nascondere un significato più profondo. Se descriveva una conversazione con una lavandaia, c’era qualcosa di affascinante nelle sue parole, qualcosa di insolito nelle risposte della donna; se incontrava qualcuno in un pub, dopo aver letto il suo resoconto si aveva voglia di conoscere meglio quella persona. Se entrava in una città, riusciva a farla apparire non come una serie di case ordinarie o strade squallide, ma come qualcosa di davvero straordinario e meraviglioso: il fiume sinuoso, il ponte imponente, il castello antico. Ogni persona, ogni oggetto rappresentava in realtà un simbolo del passato. Se il suo nome era gallese, all’istante si dimenticava l’individuo stesso e ci si ritrovava immersi nel mondo degli antichi Britanni, dei Sassoni invasori, di bardi leggendari. O se era un nome danese, si passava immediatamente a immagini di enormi crani a Hythe (devo aggiungere che ho esaminato personalmente quei crani e mi sono reso conto che erano piuttosto al di sotto della media umana), di vichinghi, di guerrieri selvaggi. Per Borrow, tutti i sentieri conducevano a Roma.
Ma, per Dio, che inglese era quello che quell’uomo riusciva a scrivere! Quanto talento dimostrava nell’intrecciare le parole nelle sue frasi. Tutto risultava così nervoso, vitale e vivido! In ogni riga c’era musica, se solo si possedeva un orecchio attento alla “musica” della prosa. Prendiamo ad esempio il capitolo di “Lavengro” in cui descrive come lo spaventoso orrore lo colpì mentre era accampato nel Dingle. L’autore di quel passaggio aveva davvero ereditato l’eredità artistica di Bunyan e Defoe. E osservate, per favore, l’arte con cui è scritto: nonostante la semplicità delle parole, si nota un effetto strano e suggestivo derivante dalla ripetizione sistematica della parola “Dingle”, che sembra quasi una nota principale in una melodia. Oppure prendiamo il passaggio riguardante la Gran Bretagna alla fine di “La Bibbia in Spagna”. Odio citare opere del genere, anche solo per il motivo egoistico che il mio scarso talento non mi permette di rendere giustizia a tali capolavori. Tuttavia, a qualunque costo, lasciate che traduca questo nobile esempio di prosa appassionata: “O Inghilterra! Possa trascorrere molto tempo prima che il sole della tua gloria scompaia sotto le onde dell’oscurità. Anche se nuvole oscure e minacciose si stanno rapidamente radunando intorno a te, possa l’Onnipotente disperderle e concederti un futuro più lungo e glorioso del tuo passato! Oppure, se il tuo destino è già segnato, che sia un destino nobile, degno di colei che è stata chiamata ‘la Vecchia Regina delle Acque’. Possa tu affondare, se proprio devi affondare, tra sangue e fiamme, con un fragore tale da far partecipare più di una nazione al tuo declino! Tra tutti i destini possibili, che il Signore ti preservi da una morte ignobile e lenta. Che tu diventi, prima di scomparire, oggetto di disprezzo e derisione per quegli stessi nemici che ora, pur odiandoti e disprezzandoti, ti temono ancora, anzi, nonostante tutto, ti rispettano. Allontana da te i falsi profeti che vedono solo vanità e predicono menzogne; quelli che imbrattano le tue mura con malta impermeabile, affinché possano crollare; quelli che immaginano la pace dove non c’è alcuna pace; quelli che rafforzano le mani dei malvagi e addolorano il cuore dei giusti. Oh, fai questo. E non temere le conseguenze: o il tuo destino sarà maestoso ed invidiabile. Oppure Dio perpetuerà il tuo regno sulle acque, o Vecchia Regina!” Oppure prendiamo la battaglia contro il “Flaming Tinman”. È troppo lungo da citare interamente, ma leggetela. Ogni singola parola di quel passaggio è davvero straordinaria. In quale altra lingua si può trovare una narrazione più intensa, più concisa e più controllata? Ho visto con i miei occhi molte battaglie nobili, molti conflitti internazionali in cui le migliori forze di due grandi nazioni si scontravano. Eppure il ricordo lasciato dalla descrizione di Borrow è ancora più vivido di quello di qualsiasi altra battaglia. Questa è davvero la vera magia della letteratura.
Era lui stesso un grande combattente. Aveva lasciato una reputazione solida non solo nei circoli letterari – circoli che sarebbero rimasti sorpresi nell’apprendere che fosse uno scrittore di libri. Grazie alle sue doti naturali, alla sua statura di sei piedi e tre pollici e alla sua agilità, era praticamente inevitabile che fosse temibile. Ma era anche un pugile molto metodico, sebbene, a quanto mi è stato detto, avesse un modo particolare di combattere. E quanto ci mettesse cuore, quanto amasse quegli uomini che si dedicavano al combattimento! Vi ricordate i suoi schizzi fatti con l’unghia del pollice dei suoi eroi? Se non ve ne ricordate, devo citarne uno; se invece vi ricordate, sarà felice rileggerlo.
“Ecco Cribb, il campione d’Inghilterra, forse l’uomo più forte del paese; eccolo lì, con quella sua imponente statura e quel viso che assomiglia davvero a quello di un leone. Ecco Belcher, il più giovane, non quello famoso, ma Belcher il pugile metodico, il miglior combattente che sia mai entrato in ring. Gli manca solo la forza sufficiente per diventare qualcosa di ancora più grande. Ora sembra camminarmi davanti, proprio come quella sera: con il cappello bianco, il grande cappotto bianco, la figura snella e elegante, i passi agili. E poi Shelton, crudele e selvaggio, che non parla mai con nessuno ma colpisce con forza. Un solo pugno, lanciato con la sua braccia atletica, può stordire un gigante. E lì c’è Randall, il terribile Randall, con il sangue irlandese nelle vene. Non per questo è migliore o peggiore degli altri. E poco lontano da lui c’è Ned Turner: anche se sconfitto da Randall, si considera ancora un uomo degno di rispetto. Forse ha ragione. Perché la battaglia è stata molto vicina alla vittoria. Ma come posso nominarli tutti? Erano decine, ognuno di loro straordinario a modo suo. C’era Bulldog Hudson, e il temerario Scroggins, che sconfisse il conquistatore di Sam il Giudeo. C’era Black Richmond, no, non era lì, ma lo conoscevo bene: era il pugile nero più pericoloso di tutti, anche con una gamba rotta. C’era Purcell, che non riusciva mai a vincere finché tutto sembrava perduto. E poi, perché non nominarti per ultimo? Sì, perché no. Credo che tu sia l’ultimo rappresentante di quella grande stirpe di uomini forti. Dove continuerai a vivere, vero esempio di carattere inglese. Tom di Bedford. Salve a te, Tom di Bedford, o con qualsiasi nome ti piaccia essere chiamato. Salve a te, uomo inglese alto sei piedi, dagli occhi marroni, degno di impugnare un arco lungo sei piedi a Flodden, dove gli uomini d’Inghilterra sconfissero il re di Scozia e i suoi cavalieri. Salve a te, ultimo dei grandi combattenti inglesi, dopo tutte le vittorie che hai ottenuto, vere vittorie inglesi, non comprate con oro giallo, ”
Queste sono parole che vengono dal cuore. Possa trascorrere molto tempo prima che perdiamo quel spirito combattivo che ci è stato tramandato fin dall’antichità! In un mondo di pace, finalmente saremo in grado di estirparlo dalla nostra natura. In un mondo armato fino ai denti, invece, esso rappresenta l’ultima e unica garanzia del nostro futuro. Né il nostro numero, né la nostra ricchezza, né le acque che ci proteggono potranno garantirci la sicurezza se quel vecchio spirito combattivo dovesse abbandonare i nostri cuori. Forse è barbarico, ma esistono possibilità per il barbarismo; in questo vasto mondo, invece, non c’è spazio per l’effeminatezza. Le opinioni di Borrow sulla letteratura e sugli scrittori erano davvero curiose. Essendo sia editore che autore, li odiava con un odio profondo e completo. In tutti i suoi libri, non ricordo una sola parola di lode per alcun scrittore vivente; né ha mai espresso apprezzamenti postumi per coloro della generazione precedente. Southey, in effetti, lo lodava con un calore che molti avrebbero considerato eccessivo, ma per il resto, lui, che visse quando Dickens, Thackeray e Tennyson erano tutti al culmine della loro gloria, guardava decisamente oltre di loro, verso qualche oscuro danese o dimenticato gallese. Il motivo, probabilmente, era che la sua orgogliosa anima era stata profondamente ferita dai suoi primi fallimenti e dal lento riconoscimento dei suoi meriti. Sapeva di essere un leader nel suo campo, e quando il suo clan non gli prestava attenzione, si ritirava in un orgoglioso disprezzo. Guardate il suo viso orgoglioso e sensibile: lì troverete la chiave per comprendere la sua vita. Ricordando i tempi in cui si parlava spesso di pugilato, mi viene in mente un episodio che mi ha divertito molto. Un mio amico lesse a un famoso pugile australiano, malato gravemente a letto, un romanzo sul pugilato intitolato “Rodney Stone”. Il morente gladiatore ascoltò con grande interesse, ma anche con una critica professionale e acuta i combattimenti descritti nel libro. Quando arrivò al punto in cui il giovane dilettante affrontava il brutale Berks, quest’ultimo era sfinito, ma riusciva a tenere a bada il suo avversario grazie al braccio sinistro. Il secondo del giovane dilettante nel libro, un vecchio pugile esperto, gli diede alcuni consigli su come affrontare la situazione, “Esatto! Lo ha preso!” gridò l’uomo malato a letto. Dopo quel momento, a chi importano più i critici?
Si può vedere la mia stessa devozione verso quel ring in quei tre volumi marroni che, per coincidenza, si trovano proprio accanto a “Borrow”. Sono i tre volumi di “Pugilistica”, che mi furono donati anni fa dal mio vecchio amico Robert Barr: un tesoro nel quale è possibile trovare sempre qualcosa di interessante, anche dopo averlo sfogliato per mezz’ora. Ahimè, a causa di quel terribile gergo di quei tempi, di quelle conversazioni vuote e prive di senso, di quegli scherzi insensati, di quell’abitudine esasperante di scrivere alcune parole in corsivo in ogni frase. Anche queste battaglie feroci e disperate, adatte agli uomini di Albuera e Waterloo, diventano noiose e volgari quando descritte con quel gergo orribile. Bisogna ricorrere alle descrizioni di Hazlitt sull’incontro tra il pugile di Gasconia e quello di Bristol per percepire tutta la ferocia di quei combattimenti. Solo un lettore esperto non rabbrividirà nemmeno di fronte a quelle descrizioni di colpi devastanti che abbatterono giganti, lasciandoli in condizioni disperate. Ma anche senza Hazlitt, è difficile immaginare tali battaglie. È una povera immaginazione quella che non si infuoca al ricordo delle imprese di quegli eroi umili che un tempo vissero così vividamente sulla terra, e oggi possono essere apprezzati soltanto da coloro che leggono ancora queste pagine poco lette. Erano creature davvero pittoresche: uomini dal carattere forte e dalla volontà decisa, che raggiunsero i limiti della coraggio umano e della resistenza. Sulla copertina c’è Jackson: “il gentileman Jackson”, con il polpaccio muscoloso e la testa nobile; scrisse il proprio nome mentre un peso di 88 libbre pendeva dal suo mignolo. Ecco un ritratto a penna di lui, scritto da qualcuno che lo conosceva bene: “Ora riesco a vederlo come lo vidi nel ‘84, mentre camminava lungo Holborn Hill, verso Smithfield. Indossava un mantello rosso foderato d’oro ai bottoni, volantini e merletti di seta fine; calzava stivali bianchi, senza colletto (all’epoca non esistevano ancora), un cappello con una larga fascia nera, pantaloni giallo chiaro e lunghi lacci di seta bianca a strisce. Era impossibile non ammirare il suo petto robusto, le sue spalle nobili, la sua vita (forse un po’ troppo sottile), i suoi fianchi larghi ma non eccessivi, il suo polpaccio muscoloso e il suo piede fermo. Era davvero come se la natura lo avesse creato per essere un modello. Camminava a una velocità di circa cinque miglia e mezza all’ora: l’invidia di tutti gli uomini e l’ammirazione di tutte le donne, ”
Questo è davvero un ritratto approfondito e significativo: un ritratto che aiuta davvero a comprendere ciò che l’scrittore intende descrivere. Dopo averlo letto, si capisce perché, anche nelle descrizioni sportive di quei tempi lontani, tra tutti i nomi come Toni, Bill e Jack, sia sempre menzionato il signor John Jackson. Lui fu l’amico e l’insegnante di Byron, nonché di molte altre persone della città. Fu proprio Jackson che, nel bel mezzo dello scontro, afferrò per i capelli lo spagnolo Mendoza, garantendo così che la razza dei pugili da allora in poi avesse un taglio di capelli corto. Nel ritratto si vede il volto quadrato dell’anziano Broughton: l’uomo più abile nel combattimento dell’ottavo secolo, il cui ambizione era semplicemente quella di diventare il pilastro principale della Guardia Prussiana e poi salire di grado all’interno del reggimento. Aveva un cronista, il bravo capitano Godfrey, che scrisse testi in inglese davvero notevoli. E che ne dite di questo passaggio?
“Si ferma con la stessa regolarità di un esperto spadaccino e sferra i suoi colpi con precisione; non indietreggia mai, fiducioso nelle proprie capacità, per parare un attacco e contrattaccare con un braccio che non dipende dal corpo, sferrando colpi potenti. No: Broughton si avanza con coraggio e determinazione, accoglie l’attacco con il braccio protettore, poi, mobilizzando tutti i muscoli del proprio corpo per potenziare il colpo, lo scarica con tutta la sua forza sul suo avversario.”
Si vorrebbe davvero leggere di più su questo nobile capitano. Povero Broughton! Combatté troppo spesso, “Perdio, sei sconfitto!” gridò il Duca Reale. “Non sconfitto, Vostra Altezza, ma non riesco a vedere il mio avversario!” rispose l’anziano eroe cieco. Ahimè. La tragedia del ring è la stessa della vita: l’onda della gioventù sale sempre più in alto, mentre quelle che sono passate vengono spazzate via, “La gioventù avrà il suo momento, ” disse il vecchio pugile. Ma quanto è triste la caduta di un grande campione. Il saggio Tom Spring – Tom di Bedford, come lo chiama Borrow – ebbe l’intelligenza di lasciare il ring invincibile nel culmine della sua fama. Anche Cribb fu un grande campione. Ma Broughton, Slack, Belcher e gli altri, la loro fine fu una tragedia comune.
Gli ultimi giorni di vita di questi pugili spesso erano pieni di eventi strani e inaspettati, anche se di solito erano brevi: l’alternanza tra un modo di vivere estremamente intensivo e il rigore degli allenamenti indeboliva la loro salute. La loro popolarità sia tra gli uomini che tra le donne finì per rivelarsi la loro rovina; infine, questi grandi atleti furono sconfitti da nemici più “silenziosi” ma altrettanto letali: il micrbo della tubercolosi o altri batteri altrettanto mortali. Anche lo spettatore più scettico aveva maggiori possibilità di sopravvivere rispetto a questi giovani atleti straordinari. Jem Belcher morì a 30 anni, Hooper a 31, Pearce a 32, Turner a 35, Hudson a 38, Randall a 34. A volte, anche quando raggiungevano l’età adulta, le loro vite prendevano strade inaspettate: Gully, ad esempio, divenne un uomo ricco e membro del Parlamento; Humphries riuscì nel commercio del carbone; Jack Martin diventò un astemio convinto e vegetariano; Jem Ward sviluppò notevoli capacità artistiche. Stranamente, Broughton trascorse gli ultimi anni della sua vita visitando mercatini di oggetti antichi. Uno spettatore lo descrisse come un anziano gentiluomo silenzioso, vestito in abiti vecchio stile e con il suo catalogo in mano. Un tempo terrore d’Inghilterra, ora era diventato soltanto un collezionista innocuo e gentile. Molti di loro, come è naturale, morirono in modo violento: alcuni per incidenti, altri per mano propria. Nessun pugile di prim’ordine morì mai nel ring. Il destino più tragico fu quello di Simon Byrne, l’irlandese coraggioso che causò la morte del suo avversario Angus Mackay e poi perse la vita a sua volta nelle mani di Deaf Burke. Tuttavia, né Byrne né Mackay potrebbero essere considerati pugili di prim’ordine. Sembra proprio che il corpo umano diventi più fragile quando sottoposto a stress intensi. Nei primi tempi, le morti tragiche nei combattimenti erano estremamente rare; gradualmente, queste tragedie divennero più frequenti. Oggi, anche con i guantoni, i pugili continuano a causare morti. E noi pensiamo che lo sport violento dei nostri antenati sia davvero troppo rozzo per una generazione più civilizzata. Tuttavia, forse aiuterà a chiarire le cose il fatto che, in soli due o tre anni, i campi da caccia e le corse a ostacoli causano più vittime di quante ne abbia avute il ring in due secoli.
Molti di questi uomini avevano servito il loro paese con quella forza e quel coraggio che gli avevano portato fama. Cribb, se non erro, faceva parte della Royal Navy; lo stesso valeva per il terribile nano Scroggins, tutto braccia e spalle, le cui potenti colpi avevano dominato la scena per molti anni, fino a quando l’astuto gallese Ned Turner non gli pose fine alla carriera, per poi essere a sua volta fermato dall’eccellente irlandese Jack Randall. Shaw, tra i pesi massimi, fu distrutto dai Cuirassiers francesi durante la prima carica di Waterloo; il brutale Berks perse la vita nella battaglia di Badajos. La vita di questi uomini rappresentava qualcosa di importante, proprio ciò che quei tempi richiedevano: una tenacia incrollabile, capace di resistere a un mondo in armi. Guardate Jem Belcher, bello, eroico, ma questo non è certo un saggio sulle vecchie competizioni pugilistiche; la storia di uno può risultare noiosa per un altro. Lasciamo da parte quei tre volumi volgari, ingiustificabili e affascinanti, e rivolgiamoci a temi più nobili!
VI.
Quali sono le grandi racconti brevi della lingua inglese? Una buona base per un dibattito! Di una cosa sono sicuro: ci sono molte meno racconti brevi di eccezionale qualità rispetto ai libri lunghi di altrettanto valore. Per realizzare un ritratto in miniatura serve una maestria molto più raffinata che per scolpire una statua. Ma la cosa più strana è che queste due forme di eccellenza sembrano essere separate, persino antagonistiche: l’abilità nell’una non garantisce necessariamente quella nell’altra. I grandi maestri della nostra letteratura – Fielding, Scott, Dickens, Thackeray, Reade – non hanno lasciato dietro di sé nessun racconto breve di eccezionale valore, forse ad eccezione de “Wandering Willie’s Tale” presente in “Red Gauntlet”. D’altra parte, autori che si sono distinti particolarmente nella scrittura di racconti brevi – Stevenson, Poe, Bret Harte – non hanno mai scritto libri di grande rilievo. Anche il miglior velocista spesso non è in grado di correre per cinque miglia. Bene, ora, se doveste scegliere una squadra, chi includereste? Non avete molte opzioni. Su quali criteri vi basate per giudicarli? Vogliete forza, originalità, concisione, intensità di interesse, un’impressione vivida che rimanga nella mente del lettore. Poe è il maestro di tutti. A proposito, è proprio la vista della sua copertina verde, posizionata subito dopo quella dei miei libri preferiti sugli scaffali, a aver suscitato in me questo pensiero. Secondo me, Poe è il più grande autore di racconti brevi di tutti i tempi: la sua mente era come un baccello pieno di semi che volavano liberamente da tutte le parti, e da questi semi sono nati quasi tutti i generi narrativi moderni. Pensate solo a ciò che ha realizzato con quel suo stile disinvolto e prodigo, senza mai ripetere i propri successi, ma sempre cercando nuove conquiste. A lui si devono attribuire molti dei personaggi che hanno dato origine ai racconti gialli: “quorum pars parva fui!” Ognuno di noi può trovare in lui elementi che lo hanno influenzato, ma l’essenza della sua arte risale a quei meravigliosi racconti su Monsieur Dupin, così straordinari per la loro maestria, la loro concisione e i loro momenti drammatici. Dopotutto, l’acuità mentale è proprio quella qualità che si può attribuire al detective ideale. E quando questa qualità viene espressa in modo eccezionale, gli autori successivi sono inevitabilmente costretti a seguire lo stesso percorso. Ma Poe non è solo l’inventore del genere del racconto giallo: tutti i racconti di ricerca di tesori e di risoluzione di enigmi derivano dal suo “Gold Bug”; allo stesso modo, tutte le storie pseudoscientifiche di Verne e Wells hanno i loro prototipi nel “Viaggio sulla Luna” e nel “Caso di Monsieur Valdemar”. Se ogni autore che riceve un compenso per un racconto ispirato a Poe dovesse pagare un decimo di tale compenso in onore del maestro, avremmo una piramide grande quanto quella di Cheope.
Eppure potevo offrirgli soltanto due posti nella mia squadra: uno per “Gold Bug” e l’altro per “Murder in the Rue Morgue”. Non vedo come nessuno degli altri suoi racconti possa essere migliore di questi due. Ma non ammetterei mai che alcun altro dei suoi racconti raggiunga una perfezione assoluta. Questi due hanno una proporzione e una prospettiva che gli altri mancano; l’orrore o la stranezza delle idee sono intensificati dalla freddezza del narratore e dell’attore principale: Dupin nel primo caso, Le Grand nell’altro. Lo stesso si può dire di Bret Harte, anch’egli uno di quei grandi raccontatori che, pur essendo capaci di creare opere brevi straordinarie, non riuscirono mai a realizzare opere più lunghe. Era sempre come uno dei suoi stessi minatori d’oro: trovava occasionalmente un giacimento ricco, ma mai una miniera continua. Purtroppo quei giacimenti erano molto limitati, ma l’oro era di ottima qualità. “The Luck of Roaring Camp” e “Tennessee’s Partner”, credo, meritino entrambi di far parte della mia collezione immortale. È vero che sono intrisi dello stile di Dickens al punto da sembrarne quasi parodie. Ma possiedono una simmetria e una completezza che nemmeno lo stesso Dickens riuscì mai a raggiungere nei suoi racconti. Chi riesce a leggere questi due racconti senza provare un brivido non è certo una persona che invidio. E Stevenson? Sicuramente anche lui avrà due posti nella mia squadra: dove esiste forse un senso più profondo di ciò che un racconto breve può essere capace di realizzare? Secondo me, ha scritto due capolavori nella sua vita. E entrambi sono essenzialmente racconti brevi, anche se uno è stato pubblicato come libro intero. Uno di questi è “Dr. Jekyll e Mr. Hyde”: sia considerato un racconto vivido che un’allegoria profonda e vera, rappresenta sicuramente un’opera di straordinaria bellezza. L’altro racconto che sceglierei è “The Pavilion on the Links”: il modello stesso di narrazione drammatica. Quando lo lessi a Cornhill, quell’opera si impresso così chiaramente nella mia memoria che, molti anni dopo, riconobbi immediatamente due piccole modifiche apportate al testo, entrambe decisamente peggiorative rispetto all’originale. Erano cose insignificanti, ma sembravano come dei graffi su una statua perfetta. Solo un’opera davvero eccezionale può lasciare un’impressione così profonda. Certo, ci sono altre dozzine delle sue storie che metterebbero in ombra i migliori lavori di qualsiasi scrittore, tutte caratterizzate da quel particolare fascino “stevensoniano” di cui parlerò più avanti. Ma solo questi due racconti meritano davvero quella perfezione assoluta che li renderebbe idonei a far parte della mia squadra.
E chi altro? Se non fosse scortese menzionare un contemporaneo, sicuramente includerei anche opere di Rudyard Kipling. La sua forza espressiva, la sua capacità di condensare i concetti in modo drammatico, il suo senso del teatro e la sua abilità nel trasformare le parole in fiamme vivide lo rendono senza dubbio un grande maestro. Ma da tutta quella vasta e variegata produzione, molte delle quali possono essere considerate opere di altissimo livello, quali dovrei scegliere? Ricordando a memoria, direi che le storie che mi hanno colpito di più sono “I tamburi di prua e poppa”, “L’uomo che voleva essere re”, “L’uomo che era” e “Il ragazzo dei cespugli”. Forse, in definitiva, sceglierei proprio le prime due per aggiungerle alla mia lista di capolavori.
Sono storie che invitano alla critica, ma che allo stesso tempo la sfidano. Un grande giocatore di cricket è colui che sa giocare in modo non convenzionale, che si prende tutte le libertà negate ai giocatori meno abili, eppure riesce comunque a vincere brillantemente. Lo stesso vale per queste storie: il loro modello rappresenta senza dubbio una sfida molto pericolosa per qualsiasi giovane scrittore. Ci sono digressioni, incoerenze, mancanza di proporzioni. Ma il genio prevale su tutto, proprio come un grande giocatore di cricket riesce a colpire la palla in modo imprevedibile e vincente. C’è una passione, un’esuberanza, una maestria piena di fiducia che porta tutto con sé. Sì, nessuna squadra di “immortali” sarebbe completa senza almeno due rappresentanti di Kipling.
E ora, chi altro? Nathaniel Hawthorne non mi ha mai affascinato fino a quel punto. Il problema, ne sono sicuro, è mio: sembrava sempre che desiderassi qualcosa di più profondo e significativo rispetto a ciò che lui offriva. I suoi racconti erano troppo sottili, troppo elusivi. Anzi, sono stati alcuni dei racconti scritti da suo figlio Julian ad influenzarmi di più, anche se comprendo pienamente l’alto valore artistico del padre e il fascino delicato del suo stile. C’è anche Bulwer Lytton: “I fantasmi e i loro inseguitori” è sicuramente la migliore storia horror che conosca; quindi dovrebbe essere inclusa nella mia lista. C’era anche un racconto presente in uno dei vecchi volumi della serie Blackwood. Si chiamava “Metempsicosi” ed ebbe su di me un impatto così profondo che, nonostante siano passati molti anni da quando lo lessi, sarei ancora propenso a considerarlo tra i migliori. Un altro racconto che possiede le caratteristiche dei grandi capolavori è “John Creedy” di Grant Allen: una storia così ben scritta e basata su idee filosofiche merita sicuramente di essere inclusa nella lista dei migliori. Ci sono anche opere di prim’ordine tra i lavori contemporanei di Wells e Quiller-Couch. Uno sketch in particolare, “Old Oeson” presente in “Noughts and Crosses”, secondo me è all’altezza di qualsiasi altro racconto del genere che abbia mai letto.
Tutta questa discussione didattica nasce dallo studio di quella vecchia copertina verde dei racconti di Poe. Sono sicuro che, se dovessi nominare i pochi libri che hanno davvero influenzato la mia vita, questo sarebbe tra quelli, subito dopo gli “Essays” di Macaulay. L’ho letto da giovane, quando la mia mente era ancora plastica; ha stimolato la mia immaginazione e mi ha mostrato un esempio supremo di dignità e forza nel modo in cui si racconta una storia. Tuttavia, forse non è stata un’influenza del tutto positiva. Spinge troppo spesso il pensiero verso ciò che è morbido e strano.
Poe era una persona cupa, priva di umorismo e gentilezza; amava ciò che era grottesco e terribile. Il lettore deve da solo fornire le qualità contrapposte, altrimenti Poe potrebbe diventare un compagno pericoloso. Sappiamo su quali sentieri pericolosi e in quali paludi mortali abbia condotto la sua mente strana. Fino a quella mattina di domenica d’ottobre, quando fu trovato morente sul marciapiede di Baltimora, all’età in cui avrebbe dovuto essere nel pieno della sua forza e della sua virilità.
Ho detto che considero Poe il più grande scrittore di racconti del mondo. Il suo rivale più vicino, direi, era Maupassant. Il grande scrittore normanno non raggiunse mai l’intensità e l’originalità dell’americano, ma possedeva una capacità innata, un istinto naturale per trovare il modo giusto di esprimersi. Creava racconti perché era nella sua natura farlo, così naturalmente e perfettamente come un albero di mele produce mele. Che tocco fine, sensibile e artistico! Con quanta facilità e delicatezza vengono sottolineati i punti centrali della storia. Quanto è chiaro e incisivo il suo stile. E quanto è privo di quella ridondanza che rovina molte delle nostre opere letterarie inglesi. Raffina sempre tutto al massimo.
Non posso menzionare il nome di Maupassant senza ricordare un evento straordinario nella mia vita. Stavo viaggiando in Svizzera e avevo visitato, tra gli altri luoghi, quel passo chiamato Gemmi Pass, dove una enorme scogliera separava due cantoni francesi e tedeschi. Sulla cima di quella scogliera c’era una piccola locanda, dove ci fermammo per riposare. Ci spiegarono che, sebbene la locanda fosse abitata tutto l’anno, per circa tre mesi in inverno rimaneva completamente isolata: si poteva raggiungerla solo attraverso sentieri tortuosi sulle montagne, e quando questi venivano coperti dalla neve, diventava impossibile sia salire che scendere. Si potevano vedere le luci della valle sottostante, ma si era soli come se si vivesse sulla luna. Una situazione così curiosa stimolò naturalmente la mia immaginazione, e iniziai subito a concepire un racconto basato su un gruppo di personaggi antagonisti intrappolati in quella locanda, che si odiavano a vicenda ma non riuscivano in alcun modo a separarsi. Ogni giorno li avvicinava sempre di più al tragico. Per circa una settimana, mentre continuavo il mio viaggio, riflettei su questa idea.
Quando quel periodo finì, tornai in Francia. Non avendo nulla da leggere, comprai per caso un volume delle “Storie di Maupassant” che non avevo mai visto prima. La prima storia si intitolava “L’Auberge”; mentre scorrevo le pagine, rimasi sorpreso nel riconoscere le parole “Kandersteg” e “Gemmi Pass”. Mi misi a leggere con sempre maggiore meraviglia: la scena descritta era proprio quella dell’osteria che avevo visitato; tutta la trama ruotava attorno all’isolamento di un gruppo di persone a causa della nevicata. Tutto ciò che avevo immaginato c’era davvero, tranne il fatto che Maupassant aveva incluso anche un cane feroce nella storia.
Ovviamente, l’origine di tutto ciò era abbastanza chiara: Maupassant aveva avuto l’occasione di visitare quell’osteria e ne era rimasto colpito, proprio come me. Questo è del tutto comprensibile. Ma ciò che è davvero straordinario è che, in quel breve viaggio, abbia comprato proprio il libro che avrebbe impedito che mi rendessi ridicolo davanti a tutti. Chi avrebbe mai creduto che il mio lavoro non fosse un’imitazione? Non penso che l’ipotesi della coincidenza possa spiegare tutto. È uno dei tanti episodi della mia vita che mi hanno convinto dell’esistenza di una forza spirituale, di un intervento benevolo al di fuori di noi stessi che cerca di aiutarci quando può. La vecchia dottrina cattolica sull’Angelo Custode non è solo bella, ma credo anche che abbia una reale base di verità.
Oppure è forse il nostro “ego subliminale”, per usare il gergo della nuova psicologia, o il nostro “aspetto astrale”, secondo i concetti della nuova teologia, a poter apprendere e trasmettere al cervello ciò che i nostri sensi normali non sono in grado di percepire? Ma questa è una digressione troppo lunga.
Quando Maupassant scelse di scrivere, poté avvicinarsi molto a Poe in quel campo delle storie strane e misteriose che l’americano aveva reso proprio suo. Avete letto la storia di Maupassant intitolata “Le Horla”? È davvero un esempio eccezionale di narrativa macabra. E naturalmente, il francese aveva una gamma molto più ampia: possedeva un senso dell’umorismo acuto che, in alcune sue storie, superava ogni limite del decoro, pur conferendo a tutte loro un sapore piacevole. Eppure, a ben pensarci, chi può dubitare che l’austero e terribile Poe sia stato davvero la mente più grande e originale dei due?
Parlando di storie americane strane, avete mai letto qualcosa di Ambrose Bierce? Ne ho qui uno dei suoi racconti, “In the Midst of Life”. Quest’uomo aveva un proprio stile inconfondibile ed era davvero un grande artista. Non è certo lettura allegra, ma lascia un segno profondo nella mente del lettore. E questo è la prova che si tratta di buon lavoro.
Mi sono spesso chiesto da dove Poe avesse preso il suo stile. Nei suoi migliori lavori c’è una sorta di maestosità cupa, come se fossero scolpiti nel giada lucida. Questo è davvero tipico di lui. Oserei dire che, se prendessi quel libro, potrei trovare facilmente un passaggio che vi spieghi cosa intendo. Questo è il tipo di cose.
“Nelle opere dei Magi si trovano storie meravigliose – in quei volumi dal dorso di ferro e dall’atmosfera malinconica. Vi sono racconti gloriosi sul cielo, sulla terra, sul vasto mare, e sul genio che ha dominato mare, terra e cielo. Ci sono anche molte conoscenze contenute nelle profezie delle Sibille; cose sacre e antiche furono udite un tempo tra le foglie tremolanti intorno a Dodona. Ma, per Allah, quella favola che il Demone mi raccontò seduto al mio fianco nell’ombra della tomba, la considero la più meravigliosa di tutte.” O questa frase: “Allora noi sette ci alzammo inorriditi dai nostri posti, tremanti e atterriti. Le voci che provenivano dall’ombra non appartenevano a una sola persona, ma a molteplici esseri; i loro toni cambiavano di sillaba in sillaba, echeggiando nelle nostre orecchie con gli accenti familiari di migliaia di amici defunti, ” Non c’è forse in questo un senso di austera dignità? Nessun uomo inventa uno stile letterario: esso deriva sempre da qualche influenza, o, più spesso, è il risultato di un compromesso tra diverse influenze. Non riesco a individuare l’influenza che ha formato lo stile di Poe. Eppure, se Hazlitt e De Quincey avessero voluto raccontare storie strane, probabilmente avrebbero potuto creare qualcosa del genere. Ora, con il vostro permesso, passeremo alla mia edizione raffinata di “Il Chiostro e il Focolare”, il volume successivo a sinistra. Noto che, scorrendo rapidamente le mie riflessioni, ho classificato “Ivanhoe” come il secondo romanzo storico del secolo. Molte persone probabilmente darebbero il primo posto a “Esmond”; posso capire perfettamente il loro punto di vista, anche se non condivido. Riconosco la bellezza dello stile, l’accuratezza nel ritrarre i personaggi, l’atmosfera assolutamente perfetta legata all’epoca della Regina Anna. Non esiste mai stato un romanzo storico scritto da qualcuno che conoscesse così bene il proprio periodo. Ma, per grandi che siano queste qualità, non sono quelle essenziali in un romanzo. L’essenziale è l’interesse del lettore. Anche se Addison osservò, in modo poco gentile, che l’elemento fondamentale fosse semplicemente il fatto che i pasticceri avessero sempre carta a disposizione. A mio parere, “Esmond” diventa estremamente interessante durante le campagne nelle Lowlands, quando entra in scena il nostro eroe machiavellista, il Duca. E anche ogni volta che appare Lord Mohun. Tuttavia, ci sono lunghi passaggi della storia che risultano noiosi da leggere. Un buon romanzo deve sempre procedere senza pause, “Ivanhoe” non si ferma mai un istante. Ed è proprio questo che lo rende superiore a “Esmond” come romanzo. Anche se, come opera letteraria, penso che il secondo sia più perfetto.
No, se avessi tre voti, li darei tutti a “Il Chiostro e il Focolare”, poiché è il nostro più grande romanzo storico e, in realtà, il nostro miglior romanzo in assoluto. Credo di aver letto la maggior parte dei famosi romanzi stranieri del secolo scorso, e (parlando solo per me stesso e entro i limiti della mia lettura), sono rimasto più colpito da quel libro di Reade e da “Pace e Guerra” di Tolstoj che da qualsiasi altro. A mio parere, questi due opere si trovano proprio in cima alla narrativa del secolo. Esiste una certa somiglianza tra loro: la percezione dello spazio, il numero dei personaggi, il modo in cui i personaggi entrano e escono dalla trama. L’autore inglese è più romantico; quello russo è più realistico e sincero. Ma entrambi sono grandi. Pensate a ciò che Reade riesce a fare in quel singolo libro: prende il lettore per mano e lo conduce nel Medioevo, non un Medioevo costruito secondo schemi convenzionali, ma un periodo pieno di vita, popolato da persone altrettanto umane e reali quanto quelle che si trovano su Oxford Street. Lo conduce attraverso l’Olanda, gli mostra i pittori, i dighe, la vita quotidiana della gente. Lo guida lungo il Reno, l’essenza stessa dell’Europa medievale. Gli mostra l’alba della stampa, i primi segni di libertà, la vita delle grandi città commerciali del Sud della Germania, lo stato d’Italia, la vita artistica di Roma, le istituzioni monastiche alla vigilia della Riforma. E tutto questo raccontato tra le pagine di un solo libro, con tale naturalezza e vividezza. Oltre all’enorme ampiezza dei contenuti, lo studio approfondito della personalità stessa di Reade – la sua ascesa, il suo declino, la sua rinascita, e tutta quella tragica storia alla fine – rende questo libro davvero eccezionale. Credo che in esso si uniscano conoscenza e immaginazione, elementi che lo fanno distinguersi nella nostra letteratura. Che qualcuno legga “Autobiografia di Benvenuto Cellini” e poi il ritratto della vita medievale romana scritto da Charles Reade, se vuole comprendere come Reade abbia raccolto i materiali necessari per poi plasmarli con la sua fervida immaginazione. È una grande fortuna disporre della capacità di raccogliere fatti; ancora più importante è saper utilizzarli al meglio. Essere precisi senza pedanteria, completi senza diventare noiosi: questo dovrebbe essere l’ideale di ogni scrittore di romanzi storici. Reade è una delle figure più enigmatiche della nostra letteratura. Non c’è mai stato nessuno così difficile da classificare. Nel suo meglio, è il migliore che abbiamo; nel suo peggio, è al di sotto del livello dei melodrammi di Surreyside. Ma anche nelle sue opere migliori ci sono parti deboli, e nelle sue peggiori ci sono momenti di qualità. Sempre c’è qualcosa di raffinato tra le sue pagine più semplici, e qualcosa di sostanzioso tra quelle più elaborate. Tuttavia, nonostante tutti questi difetti, l’autore che, oltre al grande libro di cui ho già parlato, ha scritto anche “Non è mai troppo tardi per rimediare”, “Denaro contante”, “Atti malvagi” e “Griffith Gaunt”, merita sicuramente di essere considerato tra i migliori romanziere del nostro tempo.
Nel suo lavoro c’è una qualità d’animo che non trovo da nessun altro. Ama davvero profondamente i propri eroi e le proprie eroine, mentre disprezza cordialmente i propri villain, tanto da coinvolgere il lettore nelle sue stesse emozioni. Nessuno ha mai parlato con sufficiente calore dell’umanità e della simpatia delle donne che crea. È un dono raro – davvero molto raro per un uomo – questa capacità di creare personaggi femminili così delicati e affascinanti. Se nella letteratura del XIX secolo esiste una figura migliore di Julia Dodd, non ho mai avuto la fortuna di conoscerla. Un uomo che riesce a creare personaggi così raffinati e deliziosi, e al contempo a scrivere episodi come quello della “Taverna dei Ladri” in “Il Chiostro e il Focolare”, un esempio di romanzo d’avventura nel suo massimo splendore, possiede una capacità davvero straordinaria. Il mio cappello è sempre pronto per essere tolto in onore di Charles Reade.
VII.
È bello avere la porta magica chiusa alle nostre spalle. Al di là di quella porta ci sono il mondo e i suoi problemi, le speranze e le paure, i dolori fisici e mentali, le ambizioni e le delusioni; ma qui, sdraiati sul divano verde, circondati dai vostri silenziosi e rassicuranti compagni, c’è solo pace d’animo e tranquillità nella compagnia dei grandi defunti. Imparate ad amarli, ad ammirarli; imparate a comprendere ciò che significa la loro amicizia. Perché finché non lo farete, il più grande conforto che Dio abbia dato all’uomo non avrà ancora riversato la sua benedizione su di voi. Dietro questa porta magica c’è il luogo del riposo, dove potete dimenticare il passato, godervi il presente e prepararvi per il futuro.
Voi che siete stati seduti con me sul divano verde conoscete bene quella mensola in alto: il logoro libro di Macaulay, il distinto Gibbon, il sobrio Boswell, lo scuro Scott, il variegato Borrow, e tutti quegli altri compagni meravigliosi. Del resto, quanto si desidererebbe che anche i propri cari amici fossero veramente amici tra loro. Perché mai Borrow dovrebbe trattare Scott con tanta ostilità? Si sarebbe potuto pensare che lo spirito nobile e la fantasia romantica avrebbero affascinato quel grande vagabondo; invece, non esiste parola abbastanza dura da parte del giovane verso l’anziano. Il fatto è che Borrow portava dentro di sé un virus pericoloso: un veleno che distorceva completamente la sua visione delle cose. Era un bigotto fanatico in materia religiosa, che non riconosceva alcuna virtù al di fuori della propria interpretazione dei grandi misteri della vita. Il paganesimo più primitivo, il guerriero berserker o il druido cantante attraevano la sua immaginazione. Ma chiunque condividesse la stessa fede e lo stesso tempo di lui, ma si discostasse da lui anche solo in piccoli dettagli rituali o nell’interpretazione di testi mistici, era immediatamente considerato un nemico pericoloso. E non provava alcuna pietà verso persone del genere. Per questo motivo, Scott, con il suo rispetto reverente per le antiche usanze, divenne subito oggetto di odio ai suoi occhi. In ogni caso, era un uomo deluso. Il grande Borrow. E non ricordo che abbia mai detto nulla di buono su altri autori suoi colleghi. Solo nei bardi del Galles e negli scaldi delle saghe sembrava trovare anime gemelle. Anche se si è ipotizzato che la sua natura complessa lo spingesse a comunicare al mondo il fatto che fosse in grado di leggere sia il gallese che il norreno. Ma non dobbiamo essere crudeli dietro questa porta magica. Eppure, mostrare compassione verso coloro che non ne hanno certo è sicuramente la massima forma di virtù.
Ecco quanto riguarda la prima parte di questo testo, su cui ho già discusso per ben sei volte; ma non temete, caro lettore, perché come potete vedere esistono anche una seconda e una terza parte, tutte ugualmente care al mio cuore e altrettanto capaci di toccare le mie emozioni e la mia memoria. Siate pazienti mentre parlo di questi vecchi amici e vi spiego perché li amo, e quale significato abbiano avuto per me nel passato. Se sceglieste un qualsiasi libro da questa lista, stareste in realtà selezionando anche una piccola parte del mio pensiero: molto piccola, senza dubbio, ma pur essendo una componente essenziale di ciò che oggi sono io stesso. Impulsi ereditari, esperienze personali, libri, queste sono le tre forze che contribuiscono a formare l’uomo. E questi sono i libri di cui parlo. La seconda parte della lista comprende i romanzi degli scrittori del XVIII secolo, o almeno quelli che ritengo essenziali. A parte opere singole come “Tristram Shandy” di Sterne, “Vicar of Wakefield” di Goldsmith e “Evelina” di Miss Burney, ci sono soltanto tre autori veramente importanti; ciascuno di loro ha scritto al massimo tre libri di prim’ordine. Quindi, conoscendo nove opere di questi autori, si può considerarsi di avere una visione abbastanza completa di questa branca fondamentale e caratteristica della letteratura inglese. I tre autori in questione sono, naturalmente, Fielding, Richardson e Smollett; i loro libri sono: “Clarissa Harlowe”, “Pamela” e “Sir Charles Grandison” di Richardson; “Tom Jones”, “Joseph Andrews” e “Amelia” di Fielding; “Peregrine Pickle”, “Humphrey Clinker” e “Roderick Random” di Smollett. Questi nove volumi rappresentano l’opera vera e propria dei tre grandi scrittori del XVIII secolo. Che cosa possiamo imparare da loro, dopo centocinquant’anni? Esaminiamoli insieme per capire quali fossero i loro obiettivi e in che misura siano riusciti a realizzarli attraverso l’importanza duratura delle loro opere. Un libraio grassoccio della City, un libertino di nobile origine e un rude chirurgo scozzese, questi sono i tre autori che hanno dominato la narrativa del loro secolo, e grazie a loro conosciamo la vita e i personaggi di quell’epoca.
Non si tratta di un argomento su cui possiamo essere dogmatici, poiché immagino che questi tre scrittori possano attrarre persone con temperamenti molto diversi, e chiunque desideri sostenere uno di loro troverà argomentazioni a sostegno della propria scelta. Tuttavia, non credo che una larga parte del pubblico critico possa affermare che Smollett sia allo stesso livello degli altri due. Dal punto di vista etico, le sue opere sono volgari; tuttavia, questa volgarità è accompagnata da un umorismo vivace e spontaneo, che riesce a suscitare risate più intense del cinismo raffinato dei suoi rivali. Ricordo ancora, nella mia giovinezza, di aver letto “Peregrine Pickle” e di essermi divertito tantissimo, soprattutto con la scena del banchetto “alla maniera degli antichi”. L’ho riletto da adulto, provando lo stesso piacere, anche se ora apprezzavo maggiormente quella sorta di bellezza primitiva che caratterizzava le sue opere. In questo senso, Smollett possiede indubbiamente un grande merito; tuttavia, in nessun altro aspetto può essere paragonato a Fielding o Richardson. La sua visione della vita è molto più limitata, i suoi personaggi meno variegati, gli avvenimenti descritti meno originali e i suoi pensieri meno profondi. Personalmente, gli attribuirei il terzo posto in questo trio. Ma che dire di Richardson e Fielding? Qui si tratta davvero di una competizione tra giganti. Analizziamo uno per uno i loro punti di forza e poi li confrontiamo tra loro. Ognuno di questi tre scrittori possedeva una caratteristica straordinaria, la più rara e sottile di tutte: erano tutti in grado di creare donne incantevoli, le donne più perfette che si possano trovare nella nostra letteratura. Se le donne dell’ottocento fossero state davvero così, allora gli uomini dell’epoca avrebbero ricevuto molto di più di quanto meritassero. Avevano una dignità affascinante, un buon senso comune, e allo stesso tempo modi dolci, graziosi e delicati, tanto umani e attraenti da diventare ancora oggi i nostri ideali. Non si può conoscere queste donne senza provare due emozioni contrastanti: rispetto e ammirazione per loro stesse, e disgusto per la massa di individui volgari che le circondavano. Pamela, Harriet Byron, Clarissa, Amelia e Sophia Western erano tutte ugualmente incantevoli. Non si trattava della bellezza “negativa” delle donne innocenti e prive di carattere, tipiche del XIX secolo, ma di una bellezza naturale che derivava da un’intelligenza sveglia, da principi chiari e forti, da veri sentimenti femminili e da un fascino davvero completo. In questo senso, i nostri tre scrittori possono essere considerati alla pari: non riuscirei a preferire alcuna di queste donne perfette rispetto alle altre. Anche il piccolo tipografo robusto e l’uomo anziano e disperato avevano nella loro mente una donna ideale.
Ma i loro uomini! Ahimè, che cosa insignificante è tutto ciò. Affermare che tutti siamo in grado di compiere ciò che fece Tom Jones – come ho sentito dire – rappresenta la forma più odiosa di ipocrisia; un’ipocrisia che ci fa apparire peggiori di quanto siamo realmente. È una calunnia contro l’umanità sostenere che un uomo che ama davvero una donna sia solitamente infedele. E soprattutto, è una calunnia affermare che debba essere infedele in quel modo vile che suscitò l’indignazione di Tom Newcome. Tom Jones non era certo adatto nemmeno a toccare l’orlo del vestito di Sophia, così come il Capitano Booth non era affatto adatto a diventare il compagno di Amelia. Fielding non ha mai creato un vero gentiluomo, forse tranne lo Squire Alworthy. I suoi eroi erano soltanto creature volgari, coraggiose, dal cuore buono, ma privi di qualsiasi traccia di distinzione, spiritualità o nobiltà. In questo senso, penso che quel tipografo plebeo abbia fatto molto meglio dell’aristocratico. Sir Charles Grandison è certamente un personaggio nobile; forse un po’ viziato dall’eccessivo riguardo del suo creatore, ma comunque un gentiluomo di grande anima e squisita educazione. Se avesse sposato Sophia o Amelia, non avrei mai ostacolato il loro matrimonio. Anche il perseverante Mr. B, e l’infatuato Lovelace erano, nonostante le loro deviazioni, uomini dal carattere gentile, capaci di grandi cose e di grande tenerezza. Sì, non dubito affatto che Richardson abbia ritratto il tipo umano più nobile. E che in Grandison abbia realizzato qualcosa che raramente, o forse mai, è stato superato.
Secondo me, Richardson era anche uno scrittore più sottile e profondo. Si dedicava con grande cura al ritratto dei personaggi, analizzando in modo approfondito il cuore umano. Un’analisi resa possibile da un inglese semplice e chiaro, la cui profondità e veridicità si rendono evidenti solo riflettendoci sopra. Non indulgeva mai in quelle scenette violente e ridicole che rendono alcune pagine di Fielding piacevoli, ma al contempo le degradano. È vero che Fielding aveva una visione più ampia della vita: conosceva personalmente ambienti molto più elevati, e anche molto più umili di quelli che il suo rivale, quel cittadino rispettabile, avesse mai potuto esplorare. I suoi ritratti della vita quotidiana a Londra, le scene nelle prigioni de “Amelia”, le cucine dei ladri in “Jonathan Wild”, sono altrettanto vividi e completi di quelli del suo amico Hogarth, l’artista più tipicamente britannico, proprio come Fielding era il scrittore più tipicamente britannico. Ma i fatti più importanti e duraturi della vita si trovano spesso nei contesti più semplici. Due uomini e una donna possono offrire al drammaturgo o al comico temi estremamente significativi. E così, sebbene il raggio d’azione di Richardson fosse limitato, egli conosceva molto bene, e in modo approfondito, esattamente ciò che era necessario per i suoi scopi. Pamela, la donna perfetta della vita umile; Clarissa, la signora perfetta; Grandison, il gentiluomo ideale. Queste furono le tre figure su cui riversò tutta la sua arte. E oggi, dopo centocinquanta anni, non so dove si possano trovare personaggi più soddisfacenti di questi.
Era prolisso, è vero, ma chi avrebbe potuto sopportare che venisse interrotto? Amava sedersi e raccontarti tutto nei dettagli. L’uso delle lettere per narrare rendeva questo stile pettegolezzo ancora più facile da seguire: prima scriveva tutto ciò che era accaduto; poi tu ricevevi la sua lettera, mentre lei allo stesso tempo scriveva alla sua amica esprimendo anche le sue opinioni. Le amiche rispondevano a loro volta, e così si avevano i commenti e i consigli di tutti. Alla fine si veniva a conoscenza di tutto ciò che era successo. Forse all’inizio poteva risultare un po’ noioso, se si era abituati a uno stile più veloce e pieno di colpi di scena in ogni capitolo; ma gradualmente si creava un’atmosfera nella quale si viveva davvero quei momenti, e si conoscevano quelle persone, i loro caratteri e le loro difficoltà, come non si conoscono altre figure del mondo fantastico della letteratura. Un libro tre volte più lungo di uno normale, ma perché lamentarsi del tempo speso? C’è davvero fretta? Sicuramente è meglio leggere un capolavoro che tre libri che non lasciano alcuna impressione duratura nella mente. Tutto ciò era in sintonia con la vita tranquilla di quell’ultimo secolo di pace. In quella solitaria casa di campagna, con poche lettere e ancora meno giornali, si può immaginare che i lettori si lamentassero mai della lunghezza di un libro, o che potessero averne abbastanza della felice Pamela o della sfortunata Clarissa? Solo in circostanze straordinarie oggi si riesce a raggiungere quel stato d’animo ricettivo che allora era normale. Macaulay racconta di come, in una stazione di collina indiana dove i libri erano rari, abbia distribuito un esemplare de “Clarissa”; l’effetto fu proprio quello che ci si poteva aspettare. In un ambiente adatto, Richardson diventava parte della vita delle persone che leggevano i suoi libri; vivevano con lui, sognavano con lui, fino a quando tutta quell’avventura entrava nella storia letteraria, per non essere mai dimenticata da coloro che l’avevano vissuta. Quel modo di scrivere era adatto a ogni tipo di lettore: quel bellissimo stile era così corretto eppure così semplice che nessuna pagina poteva non essere apprezzata dagli studiosi, né incomprensibile dalle domestiche. Certo, ci sono degli svantaggi evidenti in un racconto narrato attraverso le lettere. Scott l’ha riprodotto in “Guy Mannering”, e ci sono stati altri successi significativi; tuttavia, la vividezza di tali descrizioni viene spesso ottenuta a scapito della pazienza e della credulità del lettore. Si ha l’impressione che quei dettagli continui, quelle lunghe conversazioni, non potessero mai essere stati registrati in quel modo. L’eroina indignata e disordinata di certo non avrebbe potuto sedersi e descrivere con tanta precisione la propria fuga. Richardson ci è riuscito nel miglior modo possibile, ma il metodo rimane intrinsecamente imperfetto. Fielding, utilizzando la terza persona, ha spezzato tutti i vincoli che legavano i suoi rivali nella narrativa, dando al romanzo una libertà e un’autorità personali che prima non esistevano. Lì, almeno, lui era il maestro.
Eppure, nel complesso, la mia preferenza va verso Richardson, anche se oso dire che sono uno su cento a pensarla così. Prima di tutto, oltre a tutto ciò che potrei aver già sottolineato, egli ha il merito supremo di essere stato il primo in questo campo. Certamente l’inventore dovrebbe occupare un posto più alto rispetto all’imitatore, anche se quest’ultimo possa migliorare e ampliare quanto imita. È Richardson, e non Fielding, il padre del romanzo inglese: è colui che per primo ha capito come, senza galanterie romantiche né immaginazioni bizzarre, si potessero creare storie avvincenti partendo dalla vita di tutti i giorni, raccontate con un linguaggio quotidiano. Questa fu la sua grande innovazione. Fielding era talmente un suo imitatore, o forse più precisamente un suo parodista, che, con estrema audacia (alcuni direbbero sfacciataggine), utilizzò i personaggi stessi di Richardson tratti da “Pamela” nel proprio primo romanzo, “Joseph Andrews”, e li usò persino a scopo derisorio. Dal punto di vista dell’etica letteraria, è come se Thackeray avesse scritto un romanzo in cui comparivano Pickwick e Sam Weller per dimostrare quanto fossero difettosi quei personaggi. Non sorprende quindi che anche il gentile e rispettabile Fielding si arrabbiasse, definendo il proprio rivale una persona piuttosto senza scrupoli. E poi c’è la questione spinosa della morale. Senza dubbio, quando si parla di questo argomento, in certi ambienti critici si manifesta un certo tipo di ipocrisia. L’impressione che si ha è che esista una qualche connessione tra immoralità e arte, come se la rappresentazione di cose licenziose fosse il segno distintivo dell’artista vero. In realtà non è affatto difficile trattare o descrivere tali argomenti; anzi, in molti casi è estremamente facile e drammatico farlo, tanto che la tentazione di utilizzarli è sempre presente. È il metodo più semplice ed economico per creare un effetto illusionistico. Il vero problema non sta nel farlo, ma nell’evitarlo. Tuttavia si cerca di evitarlo perché, a prima vista, non c’è alcun motivo per cui uno scrittore non debba comportarsi da gentiluomo, o scrivere cose che, se dette ad alta voce in presenza di una donna, lo renderebbero degno di rimproveri. Ma “bisogna descrivere il mondo così com’è”. Perché proprio? Certamente è attraverso la selezione e la moderazione che l’artista dimostra il proprio valore. È vero che in epoche più rozze grandi scrittori non si sono curati di tali restrizioni, ma anche allora la vita stessa aveva meno vincoli. Noi viviamo nella nostra epoca e dobbiamo rispettarne le regole.
Ma è davvero necessario escludere completamente questi aspetti della vita? Assolutamente no. La nostra decenza non deve trasformarsi in pruderie; tutto dipende dallo spirito con cui si agisce. Chiunque desideri analizzare questi diversi atteggiamenti spirituali potrebbe trovare un esempio migliore di questi tre grandi autori: Richardson, Fielding e Smollett. È possibile descrivere il vizio in modo libero, al solo scopo di condannarlo; un tale scrittore è un moralista, e non esiste esempio migliore di Richardson. Inoltre, è possibile descrivere il vizio senza simpatia né disapprovazione, ma semplicemente come un fatto che esiste realmente; un tale scrittore è un realista, ed è proprio questo che era Fielding. Ancora, è possibile descrivere il vizio al solo scopo di trarne divertimento; un tale uomo è un umorista grossolano, e Smollett lo era senz’altro. Infine, è possibile descrivere il vizio per mostrare simpatia nei suoi confronti; un tale uomo è malvagio, e ce ne furono molti tra gli scrittori del periodo della Restaurazione. Ma di tutte le ragioni esistenti per affrontare questo aspetto della vita, quelle di Richardson erano le migliori, e in nessun altro caso si trova un’espressione così abile e raffinata. Oltre alle sue opere, deve esserci stato qualcosa di davvero nobile in Fielding come persona. Era un eroe migliore di qualsiasi personaggio avesse creato nei suoi romanzi. Fu lui ad assumersi l’impegno di pulire Londra, all’epoca la capitale europea più pericolosa e disordinata. Le opere di Hogarth danno un’idea di quella realtà: i bassifondi, i bulli di alto rango, l’ubriachezza, le malvagità, le cucine dei ladri con le porte nascoste lungo il fiume. Era uno “stallo di Augia” che doveva essere pulito, e povero Ercole era debole e fisicamente adatto più a una stanza d’ospedale che a un compito del genere. Questo sforzo gli costò la vita: morì all’età di 47 anni, esaurito dalle proprie fatiche. Avrebbe potuto anche morire in modo più drammatico, poiché era diventato un bersaglio per le classi criminali; guidava personalmente le squadre di ricerca quando venivano scoperti nuovi nascondigli di malvagità grazie a informazioni fornite da individui corrotti. Ma riuscì nel suo intento: in poco più di un anno, Londra divenne la capitale europea più rispettosa della legge. C’è mai stato qualcuno che abbia lasciato dietro di sé un monumento più bello? Se volete conoscere il vero Fielding come persona, non troverete le sue vere qualità nei romanzi, dove la sua gentilezza è spesso mascherata da una falsa cinica; le troverete invece nel suo “Diario del viaggio a Lisbona”. Sapeva che la sua salute era irrimediabilmente compromessa e che i suoi giorni erano contati. In quei momenti, un uomo si vede per ciò che realmente è, senza più motivi di fingere o simulare di fronte alla realtà più terribile. Eppure, seduto nell’ombra della morte, Fielding dimostrò un coraggio tranquillo e una fermezza d’animo che rivelavano quanto fosse splendida la sua natura, sebbene nascosta dalle sue precedenti debolezze.
Un’ultima parola sui romanzi del diciottesimo secolo, prima di concludere questa conversazione piuttosto didattica. Ammetterete che non ho mai scritto così tanto prima d’ora, ma il periodo storico e l’argomento sembrano proprio incoraggiarmi a farlo. Ometto Sterne, poiché non condivido affatto i suoi metodi troppo raffinati; ometto anche i romanzi di Miss Burney, considerandoli semplicemente riflessioni femminili dei grandi maestri che l’hanno preceduta. Ma “Il vicario di Wakefield” di Goldsmith merita sicuramente un paragrafo tutto per sé. C’è un libro, come tutti gli scritti di Goldsmith, pervaso da una bellezza naturale profonda; nessuno che non avesse un cuore gentile potrebbe averlo scritto, proprio come nessuno senza un cuore gentile potrebbe aver scritto “Il villaggio desolato”. È strano pensare a Johnson, che tanto apprezzava i letterati irlandesi, mentre in realtà questi ultimi si sono rivelati molto più grandi sia nella poesia che nella narrativa. Ma questo è un esempio concreto di come i fatti della vita possano essere trattati senza offese: nulla viene evitato, tutto viene affrontato e registrato correttamente. E se volessi presentare a una giovane ragazza un libro in grado di prepararla alla vita senza contaminare la sua sensibilità, non ci sarebbe libro migliore di “Il vicario di Wakefield”.
Ecco quindi quanto ho da dire sui romanzi del diciottesimo secolo: hanno il loro posto sugli scaffali e nel mio cervello. Per anni potreste non pensarci affatto, e poi, all’improvviso, una parola casuale o un pensiero vi porteranno direttamente a loro, li amerete e vi rallegrerete di conoscerli. Ma ora passiamo a qualcosa che potrebbe interessarvi di più.
Se si potessero raccogliere statistiche nelle varie biblioteche del regno per verificare quale sia la popolarità relativa dei diversi romanzi tra il pubblico, credo che il signor George Meredith finirebbe sicuramente in basso nella classifica. D’altra parte, se si convocassero degli autori per stabilire quale dei loro colleghi ritengano il più grande e il più stimolante per la propria creatività, sono altrettanto certo che il signor Meredith riceverebbe una stragrande maggioranza di voti. Il suo unico possibile rivale sarebbe il signor Hardy. Diventa quindi interessante capire perché esista questa divergenza di opinioni riguardo ai suoi meriti, e quali siano le qualità che hanno allontanato molti lettori, pur attirando quelli i cui giudizi meritano sicuramente considerazione.
La ragione più evidente è la sua totale inconvenzionalità: il pubblico legge per divertirsi; lo scrittore di romanzi legge per ricevere nuove idee riguardo alla propria arte. Leggere Meredith non è semplicemente un divertimento, ma un esercizio intellettuale, una sorta di “pesi da sollevare” mentale che aiuta a sviluppare le capacità di pensiero. Mentre si legge i suoi romanzi, la mente rimane in uno stato di tensione costante.
Il libro fu pubblicato, credo, nel 1859, e è quasi incredibile – e dimostra poco la capacità di discernimento dei critici o del pubblico – che ci siano voluti quasi vent’anni prima che ne fosse necessaria una seconda edizione.
Ma non esistono effetti senza cause, per quanto inadeguate queste possano essere. Cos’era dunque ciò che ostacolava il successo di questo libro? Senza dubbio, era lo stile. Eppure, in questo caso, lo stile è stato moderato e controllato, privo della ricchezza e dell’esuberanza che si riscontrano nelle opere successive. Ma si trattava comunque di un’innovazione, e per questo il libro incontrò resistenza sia da parte del pubblico che dei critici. Essi lo considerarono senza dubbio un’esagerazione, proprio come vent’anni prima era stato considerato l’stile di Carlyle; dimenticando che, nel caso di un genio originale, lo stile è qualcosa di organico, parte integrante della persona, tanto quanto il colore dei suoi occhi. Non è, per citare Carlyle, una “camicia” che si può indossare o togliere a piacimento, ma la pelle stessa dell’individuo, immutabile per sempre. E come descrivere questo strano, potente stile? Forse meglio con le stesse parole forti di chi lo ha creato, quando parlava di Carlyle, probabilmente pensando che quelle parole si applicassero altrettanto bene a se stesso.
“Il suo autore preferito,” scriveva, “era uno che descriveva gli eroi in uno stile simile all’architettura antica o a strutture completamente in rovina: così informe e ruvido sembrava quel modo di scrivere. Frasi senza inizio né fine, parole prese dal dizionario mescolate con gergo da strada, accenti disordinati come raggi obliqui provenienti da nuvole temporalesche. Tutte le pagine del libro sembravano agitate da un vento incessante; l’intera opera suscitava nell’animo e nei muscoli del lettore una sorta di eccitazione elettrica.”
Che meravigliosa descrizione. E quanto vividi sono espressioni come “tutte le pagine del libro sembravano agitate da un vento incessante”. Come commento su Carlyle, e come esempio dello stile di Meredith, questo passaggio è davvero perfetto.
Beh, “Richard Feverel” ha finalmente raggiunto il suo pieno potenziale. Confesso di avere una forte fiducia nella capacità critica del pubblico: non credo che le opere valide vengano spesso trascurate. La letteratura, come l’acqua, trova sempre il proprio livello naturale. Le opinioni si formano lentamente, ma alla fine si affermano. Sono sicuro che se i critici si unissero per lodare un libro scadente o condannarne uno valido, potrebbero (e di fatto lo fanno spesso) influenzare la situazione per cinque anni, ma questo non cambierebbe affatto il risultato finale. Sheridan disse che anche se tutte le pulci nel suo letto fossero state d’accordo, non sarebbero riuscite a farlo uscire. Non credo che alcuna unanimità dei critici abbia mai impedito a un libro valido di entrare nella storia della letteratura. Tra i piccoli pregi di “Richard Feverel” – scusate la prolissità di un appassionato – ci sono gli aforismi sparsi che meriterebbero di essere inclusi tra i nostri proverbi britannici. Cosa c’è di più squisito di queste frasi: “Chi si alza dalla preghiera come una persona migliore, ha avuto la sua preghiera ascoltata”; “L’utilità è la saggezza dell’uomo; fare il bene è la saggezza di Dio”; “Tutti i grandi pensieri nascono dal cuore”. Bellissime anche queste parole: “Il codardo tra noi è colui che deride i difetti dell’umanità”, e questa frase piena di ottimismo: “Per l’anima esiste soltanto un modo per raggiungere la felicità: da quella vetta suprema della saggezza, dove si vede che questo mondo è ben congegnato”. In tono più scherzoso c’è questa affermazione: “La donna è l’ultima cosa che l’uomo riuscirà a civilizzare”. Ma basta, chi inizia a citare “Richard Feverel” si perde inevitabilmente nel labirinto delle sue parole.
Come potete vedere, ha molti “fratelli” illustri al suo fianco: ci sono le opere italiane come “Sandra Belloni” e “Vittoria”; c’è “Rhoda Fleming”, che fece perdere la testa a Stevenson; c’è anche “Beauchamp’s Career”, che tratta di temi politici ormai obsoleti. Nessun grande scrittore dovrebbe dedicare tutto se stesso a un tema temporaneo. È come una bellezza ritratta con abiti passeggeri: tende a diventare obsoleta insieme al suo contesto. Tra le altre opere di “Richard Feverel” c’è anche la delicata figura di “Diana”, l’egoista con il modello immortale di Willoughby, simbolo eterno dell’egoismo maschile; e “Harry Richmond”: i primi capitoli di questo romanzo, a mio parere, rientrano tra le migliori opere narrative in lingua inglese. Quel grande intelletto avrebbe potuto esprimersi in qualsiasi forma fosse stata favorevole alla sua epoca. È diventato uno scrittore di romanzi per caso. Se fosse vissuto nell’epoca elisabettana, sarebbe stato un grande drammaturgo; sotto la regina Anna, un grande saggista. Ma in qualsiasi ambito si sia cimentato, è riuscito comunque a trasmettere l’immagine di una mente e di un’anima straordinarie.
VIII.
Abbiamo lasciato alle nostre spalle, senza problemi, i romanziatori del XVIII secolo: Fielding, Richardson e Smollett – con tutta la loro solidità, audacia, sincerità, e anche la loro rozzezza di carattere. Ci hanno portati, come potete vedere, alla fine della “vetrina” dei libri disponibili. Ebbene, non vi siete stancati? Pronti per un altro libro? Allora diamo un’occhiata a questa prossima fila. Vi racconterò alcune cose che potrebbero interessarvi, anche se probabilmente risulteranno noiose se non avete nel cuore quell’amore per i libri che rappresenta uno dei doni più preziosi degli dèi. Se invece questo sentimento vi manca, beh, è come suonare musica ai sordi o camminare insieme ai ciechi: non si può raggiungere chi non possiede quel senso per i libri che alcuni fortunati hanno. C’è quel vecchio volume marrone in un angolo. Non so proprio come sia finito lì, perché è uno di quelli che ho comprato per tre penny da una scatola contenente resti di libri a Edimburgo; i suoi compagni, più logori dal tempo, sono invece rimasti nella parte posteriore della biblioteca. Ma questo libro merita sicuramente un’occhiata. Prendetelo e sfogliatelo: vedete quanto sia scuro, quanto sia tozzo, e quale copertina resistente possieda! Ora aprite la pagina con l’intestazione “Ex libris Guilielmi Whyte. 1672”, scritta in inchiostro giallo sbiadito. Chissà chi fosse William Whyte, e cosa facesse in quel periodo. Probabilmente un avvocato pragmatico del XVII secolo, a giudicare da quella scrittura rigida e angolosa. La data di pubblicazione è il 1642: fu stampato più o meno nello stesso periodo in cui i Padri Pellegrini si stabilirono nel loro nuovo Paese d’America, e la testa del primo Carlo era ancora saldamente attaccata al collo, anche se, senza dubbio, un po’ perplessa riguardo a ciò che stava accadendo intorno a lui. Il libro è scritto in latino, anche se Cicerone probabilmente non lo avrebbe riconosciuto come tale, e tratta delle leggi della guerra. Immagino qualche pedante del tipo Dugald Dalgetty portarselo sempre con sé sotto il suo mantello, o nella sua fondina, e consultarlo ogni volta che si presentava una situazione di emergenza: “Ehi! C’è un pozzo qui. Posso avvelenarne l’acqua?” Ecco il libro. Lui scorre l’indice con un dito sporco, “Ob fas est aquam hostis venere”, “No, non è permesso. Ma se ci sono nemici in un granaio? Che ne dici di questo?” “Ob fas est hostem incendio”, “Sì, dice che possiamo farlo. Presto, Ambrose, portami paglia e acciarino!” La guerra, ai tempi in cui Tilly saccheggiò Magdeburgo o Cromwell impugnò la spada invece del mestolo per mescolare la zuppa, non era affatto un gioco da bambini. E probabilmente nemmeno oggi, in una lunga campagna militare, le cose sono molto diverse. Molti di questi “leggi della guerra” sono ancora in vigore. E meno di un secolo fa, truppe britanniche altamente disciplinate hanno esercitato i loro terribili diritti a Badajoz e Rodrigo. Le guerre europee recenti sono state così brevi che la disciplina e l’umanità non hanno avuto il tempo di distruggersi. Ma una guerra lunga dimostrerebbe che l’uomo rimane sempre lo stesso, e che la civiltà è soltanto uno strato sottile che può essere facilmente rimosso.
Ora vedete quella intera fila di libri che si estende per quasi tutta la lunghezza dello scaffale? Ne sono piuttosto orgoglioso, perché rappresentano la mia collezione di memorie militari napoleoniche. C’è una storia riguardante un milionario analfabeta che ordinò a un grossista di procurargli tutte le opere, in qualsiasi lingua, che trattassero qualsiasi aspetto della carriera di Napoleone. Pensava che così avrebbe riempito un intero scaffale nella sua biblioteca. Tuttavia rimase piuttosto sorpreso quando, dopo alcune settimane, ricevette una notifica dal grossista: aveva procurato ben 40.000 volumi e aspettava istruzioni su come inviarli in rate o attendere l’intera collezione. I numeri potrebbero non essere esatti, ma questo dimostra comunque l’impossibilità di esaurire un argomento del genere, nonché il pericolo di trascorrere anni immersi in una vasta e complessa lettura senza ottenere risultati concreti. Tuttavia, si potrebbe scegliere di concentrarsi su un aspetto specifico, come ho fatto io con le memorie militari. Forse così si riesce a raggiungere una qualche comprensione completa dell’argomento. Ecco qui Marbot: il primo libro scritto da un soldato al mondo. Questa è l’edizione francese completa in tre volumi, con copertina rossa e dorata, elegante e disinvolta come il suo autore. Qui lo vedete in una delle tavole di frontespizio, con il suo viso gentile, rotondo e giovanile, nel ruolo di capitano dei suoi amati Chasseurs. E qui, nell’altra tavola, appare come un generale anziano ma ancora pieno di spirito combattivo. Fu davvero un duro colpo per me quando qualcuno iniziò a mettere in dubbio l’autenticità delle memorie di Marbot. Omero potrebbe essere considerato soltanto uno tra tanti poeti; anche Shakespeare potrebbe essere messo in ombra dai sostenitori di Bacon. Ma il nobile, il generoso, l’inimitabile Marbot! Il suo libro ci offre senz’altro la rappresentazione più completa dei soldati napoleonici. E per me sono ancora più interessanti del loro grande leader, anche se quest’ultimo rimane senza dubbio la figura più straordinaria della storia. Ma quei soldati, con i loro grandi cappelli, le loro sacche pelose e i cuori di acciaio. Che uomini erano! E che potenza nascosta doveva esserci in quella nazione francese, capace di versare il sangue dei suoi figli per ventitré anni senza quasi mai fermarsi! Ci volle tutto quel tempo per eliminare l’effetto tumultuoso lasciato dalla Rivoluzione nelle vene degli uomini. E loro non erano affatto esauriti: l’ultima battaglia combattuta dai francesi fu senz’altro la più gloriosa di tutte. Per quanto siamo orgogliosi della nostra fanteria a Waterloo, furono davvero i cavalieri francesi ad aggiudicarsi le più belle vittorie in quell’epica battaglia. Sconfissero la nostra cavalleria, ripresero le nostre armi più e più volte, scacciarono gran parte dei nostri alleati dal campo di battaglia. E alla fine se ne andarono intatti, ancora pieni di spirito combattivo. Leggete i “Memorials” di Gronow: quel piccolo volume giallo che riporta con grande vividezza quegli eventi. Scoprirete l’ammirazione sincera espressa dai nostri ufficiali per le eccezionali prestazioni dei cavalieri francesi.
Deve essere ammesso che, guardando indietro nella storia, non siamo sempre stati buoni alleati, né generosi partner sul campo di battaglia. Questo è dovuto soprattutto alle nostre politiche interne: un partito gioisce nel distruggere ciò che l’altro ha costruito con fatica. I redattori del trattato erano abbastanza fedeli ai loro principi, come i Tories sotto Pitt e Castlereagh o i Whigs all’epoca della regina Anna, ma prima o poi altri partiti prendevano il sopravvento. Alla fine delle guerre guidate da Marlborough, improvvisamente abbiamo firmato la pace, abbandonando i nostri alleati a causa di cambiamenti politici interni. Abbiamo fatto lo stesso con Federico il Grande e avremmo fatto lo stesso durante l’epoca napoleonica se Fox fosse riuscito a controllare il paese. Per quanto riguarda i nostri partner sul campo di battaglia, quante poche parole abbiamo mai detto per lodare la fedeltà e il coraggio dei prussiani a Waterloo. Bisogna leggere gli scritti del francese Houssaye per comprendere appieno il loro ruolo. Pensate a Blucher: settantenne, superato il giorno prima da un reggimento di cavalleria in carica, giurò comunque che sarebbe arrivato da Wellington, anche se questo avesse significato essere legato al proprio cavallo. E mantenne la sua promessa con nobiltà. La perdita dei prussiani a Waterloo fu quasi paragonabile alla nostra stessa sconfitta. Ma leggendo i nostri storici, non si capirebbe mai. Inoltre, l’abuso nei confronti dei nostri alleati belgi è stato eccessivo: alcuni di loro hanno combattuto con grande coraggio, e una brigata di fanteria ha svolto un ruolo decisivo nel momento critico in cui la battaglia è stata vinta. Anche di questo non si parla mai nelle fonti britanniche. E poi ci sono i nostri alleati portoghesi: si sono addestrati fino a diventare truppe eccezionali, e uno dei desideri più forti di Wellington era disporre di diecimila di loro per la campagna di Waterloo. Fu un portoghese il primo a conquistare le mura di Badajos. Nessuno ha mai riconosciuto loro il merito che meritano, né agli spagnoli. Anche se spesso sconfitti, è stata proprio la loro tenacia indomabile a giocare un ruolo fondamentale nella lotta. No. Non credo che siamo davvero partner amichevoli. Ma suppongo che questa critica possa valere per tutta la storia nazionale.
Deve ammettersi che i dettagli forniti da Marbot a volte risultano un po’ difficili da credere. Mai nelle pagine di Lever si è trovata una serie così di peripezie e imprese audaci. Sicuramente, a volte, egli esagerava un po’. Si può ricordare la sua avventura ad Eylau – credo fosse proprio Eylau – quando una palla di cannone, colpendogli la parte superiore dell’elmo, lo paralizzò a causa della commozione cerebrale; inoltre, quando un ufficiale russo si avvicinò per ucciderlo, il suo cavallo quasi gli strappò via il viso. Questo era quel famoso cavallo che seminava distruzione ovunque. Fino a quando Marbot, acquistandolo praticamente per nulla, riuscì a “curarlo” infilzandogli in bocca una coscia di montone bollita quando cercò di morderlo. Certamente serve una fede robusta per credere in queste storie. Eppure, riflettendo sulle centinaia di battaglie e scontri che un ufficiale napoleonico doveva affrontare – su come tali esperienze dovessero essere la routine quotidiana della sua vita, dall’età in cui gli spuntavano i primi capelli sulle labbra fino a quando non ne apparvero i primi grigi sulla testa – è presuntuoso cercare di stabilire ciò che fosse o non fosse possibile in carriere così uniche. Comunque sia, che si tratti di realtà o finzione. A mio parere, si tratta comunque di verità, anche se arricchita da alcuni tocchi artistici nei momenti più significativi. Ci sono pochi libri che non vorrei togliere dalle mie librerie rispetto ai ricordi del valoroso Marbot.
Mi soffermo su questo libro in particolare perché è il migliore; ma prendendo l’intera serie, non c’è nessun altro che non sia pieno di interesse. Marbot ci offre il punto di vista di un ufficiale. Lo stesso fanno De Segur, De Fezensac e il Colonnello Gonville, ognuno nel proprio settore specifico delle forze armate. Ma alcuni di questi resoconti provengono dalle penne di soldati semplici, e sono ancora più vividi degli altri. Ecco, ad esempio, i documenti del buon vecchio Cogniet, un granatiere della Guardia che non sapeva né leggere né scrivere fino a dopo la fine delle grandi guerre. Non c’è stato mai soldato più coraggioso di lui in battaglia. Ecco anche il Sergente Bourgogne, con il suo terribile resoconto di quella campagna infernale in Russia; e il valoroso Chevillet, trombettiere dei Chasseurs, con i suoi racconti semplici e realistici di ciò che vide. In questi resoconti, le “battaglie” quotidiane sono inserite tra le attività ordinarie della vita di quegli uomini: cercare cibo per il proprio pasto frugale, ad esempio. Non esiste scrittura migliore, né lettura più piacevole, rispetto ai racconti di questi uomini d’azione.
Portsmouth, Plymouth e Sheerness in fiamme; Londra rasa al suolo o riscattata con una somma enorme. Quello sì che era un piano realizzabile. Poi, con le flotte unite dell’Europa conquistata alle sue spalle, enormi eserciti e un tesoro inesauribile, avrebbe potuto lanciarsi alla conquista dell’America, riprendendo così le antiche colonie francesi e diventando padrone del mondo. Se il peggio fosse accaduto e avesse subito una sconfitta sulle South Downs, avrebbe fatto di nuovo ciò che aveva fatto in Egitto e poi in Russia: sarebbe tornato rapidamente in Francia con una nave veloce, ancora abbastanza forte da resistere sul Continente. Senza dubbio, si trattava di una scommessa rischiosa, 150.000 dei suoi migliori soldati. Ma avrebbe potuto provare di nuovo se avesse perso; mentre, in caso di vittoria, avrebbe ottenuto tutto ciò che desiderava. Una partita davvero interessante. Se solo Nelson non fosse intervenuto, impedendogli con un solo colpo di fissare i confini del suo potere proprio sulle acque marine.
Sul coperchio di quel mobile c’è il disegno della medaglia che avrebbe dovuto essere emessa il giorno in cui Napoleone arrivò a Londra. Questo dimostra che la sua grande mobilitazione militare non era una farsa, ma che intendeva davvero agire con serietà. Da un lato c’è la sua testa; dall’altro, la Francia che soffoca e getta a terra una strana creatura a coda di pesce, simbolo dell’ingannatrice Albione. Su un lato è scritto “Frappe a Londres”, sull’altro “La Descente dans Angleterre”. Creata per commemorare una conquista, oggi rimane soltanto un ricordo di un fallimento. Ma per poco non si realizzava tutto ciò.
A proposito della fuga di Napoleone dall’Egitto, avete mai visto un curioso libretto intitolato, se ricordo bene, “Lettere intercettate”? No; non ne ho alcuna copia su questo scaffale, ma un mio amico è più fortunato. Quel libro mostra l’odio quasi incredibile che esisteva alla fine del XVIII secolo tra quelle due nazioni, odio che si estendeva anche alle più banali questioni personali. In quell’occasione il governo britannico intercettò una serie di lettere inviate da ufficiali francesi in Egitto ai loro amici in patria; queste lettere furono pubblicate, o almeno permisero che venissero pubblicate, nella speranza, senza dubbio, di causare complicazioni interne alla Francia. Esiste forse un atto più spregevole di questo? Ma chi sa quali altre offese fossero state inflitte per provocare una tale rappresaglia. Ho personalmente visto lettere britanniche bruciate e mutilate, lasciate lì dove De Wet le aveva abbandonate; ma se la sua vendetta fosse arrivata al punto di pubblicarle, che colpo terribile sarebbe stato!
Per quanto riguarda gli ufficiali francesi, ho letto le loro lettere; anche dopo un secolo, leggerle suscitava in me un senso di colpa. Tuttavia, nel complesso, rappresentano una testimonianza lodevole dei loro autori e danno l’impressione di essere un gruppo di uomini nobili e cavalieri. Se tutte quelle lettere fossero state indirizzate alle persone giuste, be’, questa sarebbe stata un’altra questione; ed è proprio in questo che risiede l’aspetto più vergognoso di tutta questa vicenda. Per quanto riguarda le atrocità commesse dall’altra parte, ricordate l’arresto di tutti quei poveri turisti e commercianti britannici che si trovavano in Francia quando la guerra riprese nel 1803? Erano venuti lì con fiducia, per una breve vacanza e un po’ di svago. Ma Napoleone li afferrò saldamente nella sua morsa d’acciaio; solo nel 1814 riuscirono a tornare dalle loro famiglie. Doveva davvero avere un cuore di pietra e una volontà di ferro. Guardate anche il modo in cui trattò i prigionieri navali: la procedura naturale sarebbe stata scambiarli. Ma per qualche motivo non ritenne opportuno farlo. Tutte le richieste del governo britannico furono ignorate, tranne nel caso degli ufficiali di alto rango. Ecco quindi le sofferenze dei prigionieri e i terribili campi di concentramento in Inghilterra. Ecco anche quegli sfortunati soldati di Verdun. Quanta straordinaria lealtà doveva esistere in quei semplici francesi, per non permettere mai nemmeno per un istante che il loro odio si rivolgesse contro colui che aveva causato tutte quelle grandi sfortune. Tutto questo viene descritto con grande vividezza nel libro di Borrow, “Lavengro”. Ecco il passaggio in questione.
Quegli imponenti casermi presentavano un aspetto davvero strano: muri vuoti e privi di finestre o grate, tetti inclinati da cui, attraverso gli spazi lasciati liberi dalle tegole rimosse, spuntavano decine di volti cupi che, con occhi malati di prigionia, ammiravano l’ampio paesaggio che si apriva davanti a loro. Ah, in quei casermi c’era molta sofferenza; e da quei tetti, senza dubbio, molti sguardi malinconici erano rivolti verso la bella Francia. I poveri prigionieri dovevano sopportare molto, e avevano molte ragioni per lamentarsi. A disonore dell’Inghilterra, si direbbe, dell’Inghilterra, che di solito è così gentile e generosa. Razioni di carne putrefatta e pane dal quale persino i cani a volte rifiutavano di mangiare. Non erano certo cibi degni nemmeno per il più spietato nemico, quando questi era indifeso e prigioniero. Eppure, ahimè, questo era il cibo che veniva servito in quei casermi. Poi c’erano quelle visite, o meglio, quelle incursioni spietate, chiamate con lo slang del posto “caccie alle contrabbande”: quando, alla ricerca di merci illegali che i prigionieri producevano per procurarsi alcune necessità della vita quotidiana, battaglioni in uniforme rossa marciavano dentro le prigioni e, con la punta delle baionette, distruggevano ogni piccolo conforto che quegli sfortunati riuscivano a creare. E poi l’uscita trionfale con il bottino. E soprattutto, quel maledetto rogo, durante le parate militari, sotto gli occhi di tutti quei volti cupi appollaiati sui tetti alti. Tra gli evvivi delle truppe, e i maledizioni che piovevano dall’alto come una tempesta, o tra gli urli di “Vive l’Empereur!”
Il parlante era seduto a terra, con la sua lancia piantata accanto a lui: un vecchio veterano dalla folta barba grigiastra, dal volto maestoso come quello di una leone. Un lanciere della vecchia guardia, senza dubbio avvezzo a combattere in molte battaglie. Mentre parlava, agitava una mano nell’aria; l’altra, troncata al polso, giaceva a terra accanto a lui: un proiettile gli era penetrato nel corpo, un altro gli aveva spezzato la gamba. Il dolore, dopo una notte trascorsa in quelle condizioni orribili, doveva essere immenso. Eppure non lo mostrò affatto. Il suo portamento era quello di un romano, o forse di un guerriero indiano; mi sarei aspettato che concludesse il suo discorso con le parole del re messicano: “E anch’io. Sono forse su un letto di rose?” Che enorme responsabilità morale gravava su quell’uomo. Ma la sua mente era insensibile a tale responsabilità. Se non fosse stato per questo, sicuramente sarebbe stata schiacciata dal peso stesso delle sue azioni. Ora, se volete comprendere il carattere di Napoleone, ma certo devo iniziare da capo prima di affrontare un argomento così importante.
Prima di concludere sulla figura dei militari, permettetemi, per onore della mia stessa nazione, di menzionare questi sei volumi della “Storia di Napier”. Si tratta del resoconto della grande Guerra Peninsulare, scritto da colui che vi ha partecipato personalmente; in nessuna altra storia si trova un racconto così nobile e coraggioso riguardo al proprio nemico. Tuttavia, a mio parere, Napier va forse troppo oltre: la sua ammirazione sembra estendersi non solo ai soldati valorosi che gli si opposero, ma anche al carattere e agli obiettivi finali del loro comandante. In realtà, Napier era un sostenitore politico di Charles James Fox; il suo cuore sembrava essere dalla parte del nemico, persino nel momento in cui guidava i suoi uomini nella lotta più disperata contro di esso. Secondo la valutazione della storia, l’azione di coloro che, animati da un sincero desiderio di libertà e un po’ influenzati dalle lotte politiche, si rivolsero contro il proprio paese – che in realtà era il campione della libertà – approvando al contempo un dittatore militare dei più spietati, sembra davvero folle.
Ma sebbene la politica di Napoleone possa sembrare strana, la sua attività militare fu splendida, e la sua prosa tra le migliori che conosca. Ci sono passaggi in quel libro – quelli che descrivono l’assalto a Badajos, l’attacco dei fucilieri ad Albuera, l’avanzata francese a Fuentes d’Onoro – che, una volta letti, rimangono per sempre nella memoria. Il libro rappresenta davvero un monumento alla grandezza di un’epopea nazionale. Ahimè! Quella frase conclusiva del libro: “Così terminò la grande guerra, e con essa ogni ricordo dei meriti dei veterani.” Esiste forse qualche altra guerra britannica per cui si potesse dire lo stesso?
La citazione che ho tratto dal libro di Mercer orienta i miei pensieri verso le memorie militari britanniche di quel periodo: meno numerose, meno varie e meno significative rispetto a quelle francesi, ma comunque piene di carattere e interesse. Ho scoperto che, quando mi trovo in una grande biblioteca e esito per mezz’ora tra i libri disponibili, di solito scelgo un volume di memorie militari. L’uomo non è mai così interessante quanto quando è completamente impegnato in qualcosa; e nessuno lo è più di colui il cui destino dipende dall’esito di quell’impresa. Ma tra tutti i tipi di soldati, il migliore è colui che ama il proprio lavoro e possiede al contempo una cultura generale che gli permette di vederlo nella sua giusta prospettiva e di comprendere le aspirazioni più nobili dell’umanità. Mercer è proprio questo tipo di uomo: un combattente freddo e disciplinato, il cui senso del dovere gli impediva di muoversi anche quando una bomba esplodeva ai suoi piedi; al contempo, era una persona riflessiva e filosofica, con una debolezza per le meditazioni solitarie, i bambini e i fiori. Ha scritto, per tutti i tempi, un resoconto classico di una grande battaglia, visto dal punto di vista di un comandante di batteria. Molti altri soldati di Wellington hanno anch’essi scritto le proprie memorie; si possono trovare, proprio come le ho io, nella piacevole raccolta “Wellington’s Men”, curata con grande competenza dal dottor Fitchett: Anton l’highlander, Harris il fuciliere e Kincaid dello stesso corpo. È davvero un destino singolare quello che ha reso un clerc non conformista australiano il ricostruttore più empatico ed eloquente di quei vecchi eroi; ma è anche un esempio nobile di quella unità della razza britannica che, in cinquanta territori sparsi, continua ancora oggi a piangere o a gioire per gli stessi eventi storici.
E solo una parola, prima di concludere questo discorso troppo lungo e troppo discorsivo, riguardo a quei due volumi rossi che si trovano ai lati dello scaffale. Sono i “Memorie di Wellington” di Maxwell, e non credo che si possa trovare nulla di meglio o più leggibile in questo campo. Il lettore deve sempre provare verso quel grande soldato lo stesso rispetto che provavano i suoi immediati seguaci, piuttosto che affetto. La mancanza di un sentimento più affettuoso viene mitigata dal fatto che tale sentimento non era certo ciò che lui desiderava o cercava, “Non comportatevi da stupidi, signore!” era il suo consiglio al cittadino che gli faceva un complimento. Era una natura curiosa e spietata, brusca e limitata. Anche il cacciatore più abile impara ad amare i suoi cani, ma lui non mostrò mai alcun affetto, anzi molto disprezzo, per gli uomini che erano stati i suoi strumenti, “Sono la feccia della terra,” diceva. “Tutti i soldati inglesi si sono arruolati soltanto per bere. Questo è il fatto semplice: si sono arruolati tutti per bere.” I suoi ordini generali erano pieni di rimproveri ingiustificati, in un momento in cui i più lusinghieri elogi a malapena avrebbero potuto compensare le vere carenze del suo esercito. Dopo la fine delle guerre, vedeva raramente i suoi vecchi compagni d’armi, se non nel suo ruolo ufficiale. Eppure, dal maggior generale al tamburino, tutti avrebbero scelto lui per comandarli di nuovo, se fosse stato necessario riprendere la lotta. Come uno di loro disse: “Vedere il suo lungo naso era come avere diecimila uomini in campo di battaglia, ” Anche loro erano una razza dura e spietata; non curavano affatto delle comodità più raffinate, purché i francesi venissero duramente sconfitti. La sua mente, che era acuta e comprensiva in ambito militare, risultava invece estremamente limitata nelle questioni civili. Come statista, rappresentava un esempio costante di dedizione al dovere, di sacrificio personale e di integrità. Ma si oppose con fermezza all’Emancipazione Cattolica, al Reform Bill e a tutto ciò su cui si fonda la nostra vita moderna. Non riusciva mai ad accettare l’idea che una piramide dovesse poggiarsi sulla sua base, e non sulla sua cima. E che più grande era la piramide, più ampia doveva essere la base. Anche in ambito militare era contrario a qualsiasi cambiamento; non conosco alcun miglioramento che sia derivato dalle sue iniziative in tutti quegli anni in cui il suo potere era assoluto. Le frustate che spezzavano lo spirito e l’autostima delle persone, le corde di cuoio che ostacolavano i loro movimenti. Tutto il vecchio sistema tradizionale trovava in lui un sostenitore. D’altra parte, si oppose con forza all’introduzione del percussore al posto della pietra focaia nei fucili. Né in guerra né in politica riuscì mai a prevedere correttamente il futuro.
Eppure, leggendo le sue lettere e i suoi resoconti, a volte ci si sorprende di fronte alla profondità dei suoi pensieri e all’energia con cui vengono espressi. C’è un passaggio in cui descrive il modo in cui i suoi soldati, a volte, disertavano per rifugiarsi in qualche città che stava assediando: “Sapevano”, scrive, “che sarebbero stati catturati, perché quando mettiamo le nostre mani su un luogo, prima o poi lo conquistiamo; ma preferivano stare al sicuro e protetti. E poi, c’è quel capriccio straordinario che caratterizza sempre il popolo inglese! I nostri disertori vengono trattati molto male dall’avversario; quelli che disertarono in Francia furono considerati i peggiori tra gli esseri umani, trattati come schiavi e raccoglitori di rifiuti. Solo il capriccio inglese può spiegare questo comportamento. Proprio quel capriccio che fa sì che i nostri nobili si associino a conducenti di carrozze e diventino loro stessi conducenti di carrozze.” Dopo aver letto questo passaggio, quante volte ci viene in mente quella frase: “quel capriccio straordinario che caratterizza sempre il popolo inglese”, quando osserviamo una nuova manifestazione di esso!
Ma non lasciate che l’ultima mia considerazione su quel grande duca sia critica. Piuttosto, voglio ricordarvi la sua vita frugale e sobria, i pavimenti senza tappeti e i piccoli letti da campo, la sua cortesia impeccabile che faceva sì che nessuna lettera umile rimanesse senza risposta, il suo coraggio che non vacillava mai, la sua tenacia che non cedeva mai, il senso del dovere che rendeva la sua vita un lungo impegno altruistico a favore di ciò che considerava l’interesse supremo dello Stato. Andate e fermatevi accanto al enorme sarcofago di granito, nella penombra della cripta di San Paolo; nel silenzio di quel luogo austero, ripensate ai giorni in cui soltanto la piccola Inghilterra rimase ferma di fronte al più grande soldato e all’esercito più potente che il mondo abbia mai conosciuto. Allora capirete cosa rappresentava quest’uomo morto. E pregherete che tra noi possa ancora esserci qualcuno come lui, quando nuovamente si addenseranno le nuvole della crisi.
Come potete vedere, nella mia piccola biblioteca militare c’è una buona rappresentanza della letteratura legata a Waterloo. Tra tutti i libri che offrono una visione personale degli eventi, penso che “Le Lettere di Siborne”, una raccolta delle testimonianze di ufficiali sopravvissuti scritte da Siborne nel 1827, sia la più interessante. Anche il resoconto di Gronow è molto vivido e avvincente; tra i testi strategici, il libro di Houssaye è il mio preferito: visto dal punto di vista francese, fornisce una visione più accurata delle azioni degli alleati rispetto a qualsiasi altro resoconto inglese o tedesco. Ma c’è qualcosa di affascinante in quella grande battaglia, che rende ogni narrazione su di essa estremamente interessante.
Wellington diceva spesso che si faceva troppo clamore su questa questione, e che ci si sarebbe potuti immaginare che l’esercito britannico non avesse mai combattuto una battaglia prima d’allora. Era un modo caratteristico di esprimersi, ma bisogna ammettere che, in effetti, per molti secoli l’esercito britannico non aveva mai affrontato una battaglia decisiva per la sorte di una grande guerra europea. Il fascino persistente di questo episodio deriva dal fatto che rappresentò l’ultimo atto di quel lungo dramma; fino alla fine, nessuno poteva prevedere come sarebbe terminata, “La battaglia più incerta che si sia mai vista”, così la descrisse il vincitore. È strano che, in quei ventiquattro anni di combattimenti incessanti, i metodi e le tecnologie belliche abbiano fatto pochissimi progressi: per quanto ne so, non ci furono grandi cambiamenti tra il 1789 e il 1805. L’arma a caricamento posteriore, l’artiglieria pesante, gli incrociatori corazzati, tutti questi importanti progressi nell’arte della guerra furono inventati in tempo di pace. Ci sono stati alcuni miglioramenti così evidenti e al contempo così utili che è sorprendente che non siano stati immediatamente adottati; ad esempio, i sistemi di comunicazione, sia tramite heliografo che con il movimento delle bandiere, avrebbero potuto cambiare completamente le sorti delle campagne napoleoniche. Il principio del semaforo era ben noto, e il Belgio, con i suoi numerosi mulini a vento, sembrava dotato di strumenti naturali per la comunicazione militare. Eppure, nei quattro giorni in cui si svolsero le battaglie di Waterloo, l’intera strategia delle operazioni militari su entrambi i fronti fu più volte messa a rischio; nel caso dei francesi, questa mancanza di informazioni decisive portò alla loro totale sconfitta. Il 18 giugno fu una giornata soleggiata, un semplice specchio da quattro pollici avrebbe permesso a Napoleone di comunicare con Gruchy, e tutta la storia d’Europa avrebbe potuto cambiare. Anche Wellington stesso soffrì terribilmente a causa di informazioni inesatte che avrebbero potuto essere facilmente reperite; la presenza inaspettata dell’esercito francese fu scoperta solo alle quattro del mattino del 15 giugno. Era estremamente importante far arrivare rapidamente questa notizia a Wellington a Bruxelles, affinché potesse immediatamente concentrare le sue forze sulla linea di resistenza più adatta. Ma a causa dell’errore di inviare un solo messaggero, queste informazioni cruciali non gli raggiunsero che alle tre del pomeriggio, dopo un viaggio di trenta miglia. Inoltre, quando Blucher fu sconfitto a Ligny il 16 giugno, era fondamentale che Wellington venisse immediatamente a conoscenza della linea di ritirata prussiana per evitare che i francesi riuscissero a separarli. L’unico ufficiale prussiano inviato con queste informazioni fu ferito e non raggiunse mai la destinazione; solo il giorno seguente Wellington venne a conoscenza dei piani prussiani. Di quante piccole cose dipende la storia,!
IX.
La lettura dei miei numerosi ricordi militari francesi mi ha portato a riflettere su Napoleone stesso; vedete che ho dedicato anche a lui un’intera sezione del mio lavoro. C’è la biografia di Scott, che però non può essere considerata un vero successo: la sua penna era troppo preziosa per essere sprecata in un simile progetto. Ma ecco qui i tre volumi dello storico Bourrienne – quel Bourrienne che conosceva Napoleone così bene. Esiste davvero qualcuno che conosca una persona meglio del suo medico? I resoconti di Bourrienne sono davvero eccellenti e ben tradotti. C’è anche Meneval, quell’uomo paziente che scriveva per ore intere seguendo la velocità normale del discorso; si aspettava da lui che il testo fosse leggibile e privo di errori. Almeno il suo maestro non poteva criticare la sua chiarezza di scrittura, visto che è storicamente documentato che quando il resoconto autografo di Napoleone su una battaglia fu presentato al Presidente del Senato, quell’uomo onesto pensò che si trattasse semplicemente di un disegno della battaglia stessa. Meneval sopravvisse a Napoleone e ci lasciò un resoconto eccellente e intimo su di lui. C’è anche il racconto di Constant, scritto da quel punto di vista secondo cui, come si suol dire, nessuno è davvero un eroe. Ma tra tutte le descrizioni vivide e terribili di Napoleone, quella più inquietante proviene da un uomo che non lo ebbe mai incontrato e il cui libro non trattava direttamente di lui: intendo il resoconto di Taine nel primo volume de “Les Origines de la France Contemporaine”. Una volta letto, non si può dimenticarlo mai. Taine esprime i suoi pensieri in modo straordinario e, a mio parere, originale: non si limita ad affermare, con parole semplici e crude, che Napoleone possedesse una astuzia tipica del Medioevo italiano; presenta invece una serie di documenti e di esempi contemporanei per dimostrarlo. Una volta che queste informazioni sono ben impresse nella mente del lettore, Taine passa a descrivere un altro aspetto del suo carattere: la sua freddezza amorosa, la sua capacità di lavorare, la sua capricciosità da bambino viziato. Insomma, fornisce una quantità enorme di prove a sostegno di tali caratteristiche. Invece di dire semplicemente che l’Imperatore aveva una memoria straordinaria per i dettagli, Taine racconta di come il comandante dell’artiglieria presentasse all’imperatore l’elenco di tutte le armi presenti in Francia; Napoleone lo esaminò e commentò: “Sì, ma ne avete dimenticate due in una fortezza vicino a Dieppe”. Così, poco a poco, il ritratto di Napoleone viene inciso nella mente del lettore con inchiostro indelebile. È davvero un personaggio straordinario: un angelo, ma sicuramente un angelo del male.
Seguendo il metodo di Taine, prenderemo un fatto e lasceremo che parli da solo. Napoleone lasciò un testamento nel quale nominò come erede un uomo che aveva tentato di assassinare Wellington. Ecco ancora quel tipico esempio dell’italiano medievale! Quell’uomo non era affatto un corsoano, proprio come l’inglese nato in India non è indù. Leggete le biografie dei Borgia, degli Sforza, dei Medici, e di tutti quei tiranni avidi, crudeli, amanti dell’arte e del talento che governarono i piccoli stati italiani, compresa Genova da cui provenivano i Bonaparte. Lì potrete vedere chiaramente le vere origini di quell’uomo: la calma esteriore, la passione interiore, quel “strato di neve” che nascondeva il vulcano. Tutto ciò che caratterizzava gli antichi tiranni della sua terra natale, discepoli di Machiavelli, ma elevato alle dimensioni del genio. Potete anche cercare di “bianchettarlo”, ma non riuscirete mai a coprire completamente la macchia derivante dal suo freddo e deliberato sostegno all’assassinio del suo nobile avversario. Un altro libro che offre un ritratto straordinariamente vivido di quell’uomo sono i “Memorie” di Madame de Remusat. Lei lo conobbe quotidianamente alla corte e lo studiò con quegli occhi acuti e critici tipici di una donna intelligente, occhi che, quando non vengono accecati dall’amore, riescono a vedere con precisione le verità della vita. Se avete letto quelle pagine, avrete l’impressione di conoscerlo davvero, come se lo aveste visto e parlato personalmente. La sua strana combinazione di qualità umili e grandi ambizioni, la sua vasta immaginazione, le sue scarse conoscenze, il suo egoismo estremo, la sua impazienza di fronte agli ostacoli, la sua rozzezza, la sua totale mancanza di rispetto verso le donne, tutto ciò contribuisce a creare uno dei ritratti storici più impressionanti. La maggior parte dei miei libri tratta dei giorni della sua grandezza, ma qui abbiamo un resoconto in tre volumi di quegli anni noiosi trascorsi a Sant’Elena. Chi può non provare compassione per quell’aquila costretta a piangere? Eppure, se si vuole giocare quel “grande gioco”, bisogna essere disposti a pagare un prezzo. Quell’uomo stesso aveva fatto uccidere un duca reale in una fossa, perché rappresentava un pericolo per il suo trono. Non era forse anche lui un pericolo per tutti i troni d’Europa? Perché una punizione così severa come Sant’Elena? Ricordate che in precedenza gli era stata concessa una pena più mite, ma lui se n’era liberato, e la vita di cinquantamila uomini era costata a causa di quella clemenza errata. Ora tutto questo è dimenticato. E l’unica immagine che il mondo ha conservato di Napoleone è quella di un Prometeo moderno incatenato alla sua roccia e divorato dai falchi dei suoi stessi pensieri amari. È sempre molto più facile seguire le emozioni che la ragione, soprattutto quando si tratta di una generosità superficiale o di azioni motivate da motivazioni meschine. Ma la ragione deve comunque ribadire che il trattamento riservato a Napoleone da parte dell’Europa non era vendicativo, e che Hudson Lowe fu un uomo che cercò davvero di onorare la fiducia riposta in lui dal suo paese.
Certamente non si trattava di un comportamento che potesse portare a qualche riconoscimento. Se fosse stato negligente e accomodante, tutto sarebbe andato bene. Ma ci sarebbe stata la possibilità di un secondo errore, con le conseguenze che ne deriverebbero. Se invece fosse stato rigoroso e diligente, sicuramente sarebbe stato considerato un tiranno meschino. “Sono contento quando sei in missione”, disse il generale di Lowe durante una campagna militare, “perché allora so di poter riposare tranquillamente”. Lui era in missione a Sant’Elena, e perché adempiva fedelmente ai suoi doveri, l’Europa (inclusa la Francia) poteva riposare in pace. Ma lo fece pagando con la propria reputazione. Il più astuto calunniatore del mondo, non avendo altro su cui sfogare le sue energie, le dedicò tutte a diffamare colui che lo proteggeva. Era naturale che una persona che non aveva mai conosciuto il controllo non potesse sopportarlo ora. È altrettanto naturale che i sentimentalisti, senza considerare i dettagli della situazione, prendano le parti dell’Imperatore. Tuttavia, ciò che è davvero deplorevole è che il nostro stesso popolo venga ingannato da resoconti unilaterali, e che si abbandoni a un uomo che stava servendo il proprio paese in una missione piena di ansie e pericoli, con responsabilità tali che pochi avrebbero potuto sopportarle.
Che ricordino le parole di Montholon: “Anche un angelo dal cielo non ci avrebbe soddisfatti.” Che ricordino anche che Lowe, disponendo di abbondanti materiale, non si prese mai la briga di esporre il proprio punto di vista. “Faccio il mio dovere e per il resto sono indifferente”, disse nell’intervista con l’Imperatore. Non erano parole vuote.
Ad eccezione di quell’epoca particolare, la letteratura francese, così ricca in tutti i suoi settori, è soprattutto abbondante nei suoi memoir. Ogni volta che accadeva qualcosa di interessante, c’era sempre qualcuno che ne era a conoscenza e che era disposto a registrarlo per il beneficio delle generazioni future. La nostra storia, invece, manca quasi completamente di questi affascinanti dettagli secondari. Prendiamo ad esempio i nostri marinai durante le guerre napoleoniche: svolsero un ruolo fondamentale. Per quasi vent’anni, la Libertà fu come un “rifugiato” sui mari. Se la nostra marina fosse stata distrutta, tutta Europa sarebbe diventata un regime dispotico organizzato. A volte tutti erano contro di noi, lottando contro i propri interessi diretti sotto la pressione di quella terribile forza. Combattemmo sui mari contro francesi, spagnoli, danesi, russi, turchi, persino contro i nostri connazionali americani. Ufficiali di medio rango divennero capitani, e ammiragli divennero anziani durante quella lunga lotta. E cosa abbiamo nella letteratura per ricordare tutto ciò? I romanzi di Marryat, molti dei quali basati su esperienze personali, le lettere di Nelson e Collingwood, la biografia di Lord Cochrane. Questo è più o meno tutto.
Vorrei che avessimo più scritti di Collingwood, poiché era un ottimo scrittore. Ti ricordi dell’introduzione solenne del suo messaggio a Trafalgar indirizzato ai suoi capitani?
“La sempre lamentata morte del Lord Visconte Nelson, Duca di Bronte, Comandante in Capo, che cadde nella battaglia del 21°, tra le braccia della Vittoria, avvolto nella gloria; la cui memoria sarà per sempre cara alla Marina Britannica e al Popolo Britannico; il cui zelo per l’onore del suo re e per gli interessi del suo paese verrà sempre considerato un esempio luminoso per ogni marinaio britannico. Mi lascia il dovere di ringraziare, eccetera.”
Era una frase degna di portare un messaggio così importante, scritta anche in mezzo a una tempesta furiosa, con navi che affondavano intorno a lui. Ma nel complesso rappresenta soltanto un risultato deludente. Senza dubbio i nostri marinai erano troppo impegnati per scrivere molto, ma non si può fare a meno di chiedersi perché, tra tante migliaia di persone, nessuno abbia capito quanto prezioso potesse essere il loro racconto per le generazioni future. Ricordo quegli antichi velieri a tre ponti che marcivano nel porto di Portsmouth. Se solo potessero raccontare le loro storie, quale capitolo mancante della nostra letteratura fornirebbero!
Non è solo nelle memorie napoleoniche che i francesi appaiono così fortunati. Anche l’epoca di Luigi XIV, altrettanto interessante, ha prodotto una serie ancora più straordinaria di testi. Se si approfondisce l’argomento, ci si meraviglia della loro quantità: sembra che ognuno alla Corte del Re Soleil abbia fatto del suo meglio per rivelare i segreti dei propri vicini. Per citare alcuni esempi più evidenti, ci sono le memorie di Saint-Simon, che offrono una visione più completa e intima di quell’epoca rispetto a qualsiasi altro testo conosciuto sui tempi della regina Vittoria; poi c’è Saint-Evremond, quasi altrettanto completo. Se si desidera un punto di vista femminile, ci sono le lettere di Madame de Sévigné (otto volumi in totale), probabilmente la serie epistolare più straordinaria mai scritta da una donna. E se si cercano le confessioni di un libertino dell’epoca, ecco le memorie troppo audaci del malizioso Duca de Roquelaure: certamente non adatte ai bambini, né nemmeno al boudoir, ma un ritratto strano e molto intimo di quel tempo. Tutti questi libri si completano a vicenda, poiché i personaggi di uno ricompaiono negli altri. Prima ancora di finirli di leggere, li si conosce già abbastanza bene: i loro amori e i loro odi, i loro duelli, le loro intrighi e il loro destino finale. Se non si desidera approfondire l’argomento fino a questo punto, basta mettere sugli scaffali i quattro volumi di “La Corte di Luigi XIV” di Julia Pardoe: si otterrà una versione molto interessante e concisa di quegli eventi. C’è anche un altro libro, quello grande sullo scaffale in basso, che racchiude tutto all’interno delle sue copertine marroni e dorate. Un vero lusso, soprattutto considerando il costo che mi è costato. Ma avere tra le mani i ritratti di tutta quella straordinaria epoca – di Luigi XIV, della devota Maintenon, della fragile Montespan, di Bossuet, Fenelon, Molière, Racine, Pascal, Condé, Turenne, e di tutti i santi e i peccatori di quel tempo. Beh, è davvero un regalo meraviglioso. Se vi decidete a comprarlo, non penserete mai che il vostro denaro sia stato sprecato.
Beh, ho annoiato eccessivamente il mio paziente amico con la mia passione per i memoirs, sia napoleonici che di altro genere, quei testi che aggiungono un tocco di interesse umano alle aride cronache della storia. Non che la storia debba necessariamente essere arida. Dovrebbe essere l’argomento più affascinante del mondo: la storia di noi stessi, dei nostri antenati, dell’umanità, degli eventi che ci hanno resi ciò che siamo. E in questo contesto, se le teorie di Weismann sono corrette, anche una frazione infinitesimale di quel corpo che in questo momento abitiamo potrebbe aver avuto un ruolo importante. Purtroppo, però, la capacità di accumulare conoscenza e quella di trasmetterla sono due cose molto diverse. E lo storico privo di ispirazione diventa soltanto un compilatore di almanacchi. Il peggio è che quando appare qualcuno dotato di fantasia e immaginazione, capace di dare “vita” a quelle ossa secche della storia, i pedanti lo attaccano, accusandolo di deviare dal sentiero ortodosso e quindi di essere inaffidabile. Così è stato con Froude, così anche con Macaulay ai suoi tempi. Ma entrambi verranno letti quando i pedanti saranno dimenticati. Se mi chiedeste quale sia il mio ideale perfetto di come dovrebbe essere scritta la storia, credo che indicherei quei due libri sugli scaffali laggiù: “History of Our Own Times” di M’Carthy e “History of England in the Eighteenth Century” di Lecky. Curioso che siano stati scritti entrambi da irlandesi. E che, nonostante le loro diverse opinioni politiche e l’epoca in cui gli affari irlandesi causavano tanta amarezza, entrambi si distinguano non solo per la loro qualità letteraria, ma anche per quella vasta tolleranza che considera ogni aspetto di una questione e affronta ogni problema dal punto di vista dell’osservatore filosofico, mai da quello del partigiano settario.
A proposito di storia. Avete letto le opere di Parkman? Penso che fosse tra i più grandi storici di tutti i tempi. Eppure il suo nome viene raramente menzionato. Nato nel New England e dedicatosi principalmente alla storia delle prime colonie americane e del Canada francese, forse è comprensibile che non abbia avuto grande successo in Inghilterra. Ma anche tra gli americani ho trovato molte persone che non lo hanno letto. Ci sono quattro volumi suoi sugli scaffali laggiù: “The Jesuits in Canada” e “Frontenac”. Ma ci sono anche altri, tutti molto interessanti: “Pioneers of France”, “Montcalm and Wolfe”, “Discovery of the Great West”, ecc. Un giorno spero di poter possedere l’intera collezione.
Prendendo in considerazione soltanto quel libro, “I Gesuiti in Canada”, esso merita già di per sé una tale reputazione. E quale nobile omaggio rappresenta questo reso da un uomo di sangue puritano verso quell’ordine meraviglioso! Mostra come, nel pieno del loro entusiasmo, questi coraggiosi soldati della Croce invadessero il Canada, proprio come fecero in Cina e in ogni altro luogo dove si presentava il pericolo e una morte orribile. Non mi interessa quale fede un uomo possa professare, né se sia davvero cristiano; tuttavia, non può leggere queste veritiere testimonianze senza rendersi conto che ciò che di più alto l’uomo possa raggiungere in termini di santità e devozione si trova proprio tra questi uomini straordinari. Essi furono davvero i pionieri della civiltà: oltre alle dottrine, portarono tra i selvaggi la più alta cultura europea, e con il loro stesso comportamento dimostrarono come gli uomini possano vivere in modo casto, austero e nobile. La Francia ha inviato milioni di coraggiosi soldati sui suoi campi di battaglia, ma nella sua lunga storia di gloria non credo che riesca a indicare alcun esempio di coraggio altrettanto ferreo ed eroico come quello degli uomini della Missione Irochese.
Il modo nobile in cui vissero rende il contenuto del libro ancora più commovente; il modo sereno in cui morirono ne costituisce la conclusione perfetta. È una storia che, anche oggi, si legge con un brivido, un incubo di orrori. Il fanatismo può spingere un uomo a gettarsi nell’oblio, come fecero le orde del Mahdi davanti a Khartoum; tuttavia, sembra che in questo caso si tratti di una forma più elevata di tale emozione: uomini che, con freddezza e determinazione, sopportano una vita così disperata e accettano una fine così terribile. Ogni fede può vantare i suoi martiri, un pensiero doloroso, poiché dimostra quante migliaia di persone siano state costrette a versare il proprio sangue per un errore; ma questi coraggiosi uomini, con la loro testimonianza di fede, hanno dimostrato qualcosa di ancora più importante: la sottomissione del corpo e la supremazia assoluta dello spirito.
La storia di Padre Jogue è soltanto una tra molte altre; tuttavia merita di essere raccontata, poiché rappresenta perfettamente lo spirito di quegli uomini. Anche lui fece parte della Missione Irochese e fu talmente torturato e mutilato dai suoi stessi parrocchiani che persino i cani ululavano davanti alla sua figura deforme. Riuscì a tornare in Francia non per motivi personali, ma perché aveva bisogno di un permesso speciale per celebrare la Messa. La Chiesa Cattolica ha infatti delle regole che vietano ai sacerdoti di essere deformi; quindi, i selvaggi, con le loro lame, avevano fatto qualcosa di meglio di quanto avessero inteso. Ricevette il permesso richiesto e fu convocato da Luigi XIV, il quale gli chiese cosa potesse fare per lui. Senza dubbio, tutti i cortigiani presenti si aspettavano che chiedesse il prossimo vescovado disponibile; invece, ciò che chiese come favore più grande fu di essere riinviato nella Missione Irochese, dove i selvaggi, al suo arrivo, lo bruciarono vivo.
Parkman merita di essere letto, anche solo per il suo resoconto sugli Indiani. Forse la cosa più strana e inspiegabile riguardo a loro è proprio il loro esiguo numero. Gli Irochese erano tra le tribù più formidabili; appartenevano ai Cinque Nazioni, i cui gruppi di cacciatori di teste si spostavano su un’area di migliaia di miglia quadrate. Eppure ci sono buone ragioni per dubitare che tutte e cinque le nazioni potessero schierare insieme così tanti guerrieri in battaglia. Lo stesso valeva per tutte le altre tribù degli americani del Nord, sia nell’est che nel nord o nell’ovest: il loro numero era sempre esiguo. Eppure possedevano un territorio immenso, un clima ideale e abbondanti risorse alimentari. Perché allora non popolavano quella terra in modo più numeroso? Si può considerare questo un esempio evidente di quel disegno e di quella volontà che guidano gli affari umani: proprio nel momento in cui il vecchio mondo era pronto a “inondare” il nuovo, quest’ultimo rimaneva vuoto ad accoglierlo. Se il Nord America fosse stato popolato come la Cina, gli europei avrebbero potuto fondare alcune colonie, ma mai sarebbero riusciti a prendere possesso del continente intero. Buffon ha osservato che in America sembrava che la forza creatrice non avesse mai mostrato grande vigore; ha fatto riferimento all’abbondanza della flora e della fauna rispetto ad altre regioni della Terra. Se il numero esiguo degli Indiani sia un riflesso di questo stesso fenomeno, o se ci siano ragioni particolari, va al di là delle mie modeste conoscenze scientifiche. Quando si pensa alle innumerevoli mandrie di bisonti che un tempo coprivano le pianure occidentali, oppure si considerano le statistiche demografiche dei franco-canadesi da un lato del continente e dei neri del Sud dall’altro, sembra assurdo supporre che esistano motivi geografici che impediscano alla natura di essere altrettanto rigogliosa qui quanto in altre parti. Tuttavia, queste sono questioni più complesse. E con il vostro permesso, torneremo ancora una volta alle mie “solite” sei pollici di profondità.
X.
Non so come quei due piccoli libri siano finiti lì dentro. Sono “Song of the Sword” e “Book of Verses” di Henley. Dovrebbero trovarsi nella sezione dedicata alla poesia, piuttosto limitata. Forse è perché mi piace molto il suo lavoro, sia in prosa che in versi, quindi li ho messi a portata di mano. Era un uomo straordinario. Un uomo molto più grande del proprio operato, anche se alcune delle sue opere sono davvero eccezionali. Raramente ho incontrato una personalità così carismatica e stimolante. La sua presenza lasciava nelle persone l’impressione di una fonte inesauribile di energia. Ti faceva sentire quanta lavoro ci fosse da fare, quanto fosse glorioso farlo. E quanto fosse urgente iniziare subito. Con la struttura fisica e la vitalità di un gigante, gli mancava però ogni possibilità di esprimere appieno quella forza. Così la riversava in parole appassionate, in emozioni sincere, in pregiudizi forti. Molto del tempo e dell’energia che avrebbe potuto utilizzare per costruirsi un nome immortale fu invece dedicato ad incoraggiare gli altri. Ma non fu uno spreco: il suo influenzo si è lasciato sentire in tutto ciò che ha scritto. Oggi, ancora oggi, i suoi lavori arricchiscono la nostra letteratura.
Ahimè. Quanto poco abbiamo di ciò che aveva di meglio! Perché proprio quelle sue opere migliori rappresentano il meglio del nostro tempo. Pochi poeti hanno mai scritto sedici versi consecutivi più nobili e potenti di quelli che iniziano con quel famoso quartetto:
“Fuori dalla notte che mi avvolge,
nera come l’abisso da un polo all’altro.
Ringrazio tutti gli dèi esistenti
per la mia anima indomabile, ”
È letteratura grandiosa. E anche il coraggio di chi l’ha scritta è davvero straordinario. Perché proveniva da un uomo che, per colpa non sua, era stato “potato” più e più volte, come un cespuglio mal cresciuto. Quando scriveva:
“Nella morsa feroce delle circostanze,
non ho mai tremato né gridato.
Sotto i colpi della sorte,
la mia testa è insanguinata, ma non piegata, ”
Non si trattava certo di quella “dolce simulazione del dolore” tipica dei poeti. Ma piuttosto di una grandiosa sfida. Come quella del guerriero indiano sul patibolo, il cui spirito orgoglioso riesce a dominare il proprio corpo tremante.
A Henley esistevano due correnti poetiche molto distinte, l’una estremamente diversa dall’altra. La prima era eroica, grandiosa, caratterizzata da immagini vaste e parole potenti; ne sono esempi il “Canto della Spada” e molte altre opere scritte da lui, simili al canto selvaggio di un bardo settentrionale. L’altra corrente, a mio parere la più caratteristica e raffinata del suo lavoro, era delicata, precisa, ricercatamente strutturata, con piccoli ritratti vividi dipinti in un inglese attentamente formulato e bilanciato; ne sono esempi i “Versi dell’Ospedale”, mentre i “Volontari di Londra” si collocano a metà strada tra questi due stili. Ma, non avete letto i “Versi dell’Ospedale”? Allora prendete immediatamente il “Libro di Versi” e leggeteli senza indugio: sicuramente troverete qualcosa di unico, che, per bene o per male, non ha eguali. Non potete nominare – o almeno io non posso nominare – nulla con cui paragonarlo. Goldsmith e Crabbe hanno scritto di temi domestici; ma il loro metro monotono, sebbene maestoso, stanca il lettore moderno. Invece questi versi sono così variati, flessibili, drammatici. Riescono a stare da soli.
Confondete i giornali settimanali e tutti gli altri “conduttori di fulmine” che hanno causato la morte di un tale uomo, lasciandogli alle spalle un totale di circa cinque opuscoli.
Tuttavia, tutto questo è un’assoluta digressione: quei libri non avrebbero mai dovuto trovarsi su questo scaffale. Questo angolo è destinato a cronache di ogni genere. Ecco tre di esse allineate l’una accanto all’altra; ognuna vi conduce attraverso un meraviglioso periodo della storia francese (e quindi europea), e per coincidenza, ciascuna inizia più o meno nel momento in cui la precedente finisce. La prima è Froissart, la seconda de Monstrelet, la terza de Comines. Leggendole tutte e tre, avrete a disposizione il miglior resoconto contemporaneo di oltre un secolo di eventi, una parte significativa della totalità delle testimonianze scritte lasciate dall’umanità.
Froissart è sempre straordinario. Se desiderate evitare il francese medievale, che solo uno specialista può leggere con piacere, potete optare per la versione in inglese di Lord Berners, anch’essa piuttosto arcaica ma molto affascinante; oppure per una traduzione moderna, come quella di Johnes. Una singola pagina di Lord Berners è davvero deliziosa, ma leggere volumi pesanti e scritti in uno stile arcaico richiede sicuramente molta pazienza. Personalmente preferisco le traduzioni moderne; e anche così, avete dimostrato notevole perseveranza prima di arrivare alla fine di quel secondo tomo così voluminoso.
Mi chiedo se, all’epoca, il vecchio canonico di Hainaut avesse la minima idea di ciò che stava facendo. Gli è mai passato per la mente che un giorno il suo libro potesse diventare l’autorità principale non solo sui tempi in cui visse, ma su tutta l’istituzione della cavalleria? Temo che sia molto più probabile che il suo unico scopo fosse ottenere qualche vantaggio materiale dai vari baroni e cavalieri i cui nomi e imprese venivano descritti nel suo libro. Ad esempio, ha lasciato scritto che quando visitò la Corte d’Inghilterra portò con sé una copia del suo lavoro rilegata in modo elegante; senza dubbio, se si potessero seguire i suoi spostamenti, si scoprirebbero molte altre copie simili, probabilmente regali costosi per coloro che le ricevevano. Ma quale ricompensa potrebbe mai offrire un cavaliere a un libro che esalta il proprio valore? Tuttavia, senza indagare troppo curiosamente sui suoi motivi, bisogna ammettere che il lavoro è stato svolto con estrema meticolosità. C’è qualcosa di Erodoto nel modo spensierato e chiacchierone con cui il canonico racconta le sue storie. Ma ha anche l’accuratezza dell’antico greco. Considerando che apparteneva alla stessa epoca in cui venivano accettate senza dubbi le avventure descritte dai viaggiatori come Sir John Maundeville, è davvero notevole quanto sia stato attento e preciso questo cronista. Prendiamo ad esempio la sua descrizione della Scozia e dei suoi abitanti: alcuni potrebbero attribuire questo merito a Jean-le-Bel, ma questa è un’altra questione. Le descrizioni scozzesi rappresentano senz’altro un argomento su cui un abitante di Hainaut del XIV secolo poteva permettersi un certo margine di fantasia. Tuttavia, si può vedere che nel complesso il resoconto è stato molto accurato: i cavalli di Galloway, i dolci a forma di cintura, le cornamuse. Ogni dettaglio risulta vero. Jean-le-Bel era effettivamente presente in una campagna militare al confine con la Scozia, e fu da lui che Froissart trasse gran parte del materiale per le sue storie; tuttavia, quest’ultimo non ha mai cercato di abbellire i fatti. E l’accuratezza delle descrizioni, nei casi in cui possiamo verificarla, dovrebbe indurci ad accettarle anche quando non abbiamo modo di confermarle personalmente.
Ma la parte più interessante dell’opera di Froissart riguarda i cavalieri e i cavalieri erranti del suo tempo, le loro imprese, i loro costumi, i loro modi di parlare. È vero che visse poco dopo l’apice della cavalleria; tuttavia fu abbastanza tempestivo da incontrare molti di coloro che venivano considerati i rappresentanti più illustri di quella cultura cavalleresca. Il suo libro fu letto e commentato proprio da queste persone (da quanti erano in grado di leggere), quindi possiamo ritenere che non si tratti di un ritratto idealizzato, ma di una descrizione fedele di questi cavalieri. I resoconti sono sempre coerenti; se si confrontano i commenti e i discorsi dei cavalieri (come ho avuto l’occasione di fare), si nota una notevole uniformità nelle loro parole. Possiamo quindi essere certi che questi racconti rappresentino davvero il tipo di uomini che combatterono a Crecy e a Poictiers, in un’epoca in cui sia i re francesi che quelli scozzesi erano prigionieri a Londra, e l’Inghilterra raggiunse un livello di gloria militare forse senza precedenti nella sua storia.
In un certo senso, questi cavalieri differiscono da quelli descritti nei nostri romanzi storici. Se ci rivolgiamo al più grande dei narratori medievali, scopriremo che i cavalieri di Scott erano solitamente atleti robusti, nel pieno della loro forza: Bois-Guilbert, Front-de-Boeuf, Richard, Ivanhoe, il Conte Roberto, tutti quanti appartenevano a questa categoria. Tuttavia, occasionalmente anche tra i cavalieri più famosi di Froissart si trovavano individui anziani, storpi o ciechi. Chandos, il miglior cavaliere della sua epoca, doveva avere oltre settant’anni quando perse la vita in battaglia, dopo essere stato colpito sul lato in cui aveva già perso un occhio. Eppure fu proprio in quell’età avanzata che uscì dall’esercito inglese e uccise il campione spagnolo Marten Ferrara nella mattina di Navaretta. La giovinezza e la forza erano senza dubbio molto utili, soprattutto quando bisognava indossare armature pesanti; ma una volta in sella, era il cavallo stesso a fornire la forza necessaria per combattere. In un campo da caccia inglese, molti anziani ancora in grado di montare a cavallo possono dimostrare di essere più agili dei giovani partecipanti alla caccia. Lo stesso valeva per i cavalieri: quelli che avevano superato gli altri ostacoli della vita potevano ancora portare in battaglia la loro astuzia, la loro esperienza nel combattimento e, soprattutto, il loro coraggio freddo e indomabile.
Sotto quella patina di cavalleria, non si può negare che quel cavaliere fosse spesso un barbaro crudele e feroce. Nelle sue guerre c’era poca misericordia, tranne quando era possibile chiedere un riscatto. Ma nonostante tutta la sua ferocia, era una persona dal cuore leggero, come un ragazzo imponente che si divertiva a giocare a giochi spaventosi. Era anche fedele al proprio strano codice d’onore e, per quanto riguardava il suo stesso ceto sociale, i suoi sentimenti erano gentili e solidali, anche in tempo di guerra. Non esistevano rancori personali o amarezze, come avviene oggi nelle guerre tra francesi e tedeschi. Al contrario, gli avversari si trattavano con grande cortesia a vicenda: “C’è qualche piccolo voto che possa esaudire per voi?” “Desiderate tentare qualche piccola prova di valore contro di me?” E anche nel bel mezzo di una battaglia si fermavano per riposare e conversare amichevolmente, scambiandosi complimenti sulle rispettive abilità. Quando Seaton lo Scozzese ebbe sferrato tutti i colpi che desiderava contro un gruppo di cavalieri francesi, disse: “Grazie, signori, grazie!” e se ne andò al galoppo. Un cavaliere inglese fece voto, “per il proprio avanzamento e l’onore della sua dama”, che avrebbe cavalcato fino nella città nemica di Parigi e toccato con la sua lancia la barriera interna della città. Tutta questa storia è molto caratteristica di quel tempo. Mentre si avvicinava, i cavalieri francesi intorno alla barriera, vedendo che era sotto voto, non lo attaccarono e gli dissero che si era comportato bene. Tuttavia, al suo ritorno, c’era un macellaio scortese con una mazza da battaglia sul marciapiede; mentre lui passava, quello lo colpì e lo uccise. Qui finisce il cronista. Ma non ho alcun dubbio che quel macellaio abbia avuto una fine molto spiacevole tra le mani dei cavalieri francesi, i quali di certo non avrebbero permesso a uno dei loro stessi compagni, anche se fosse stato un nemico, di morire in modo così plebeo.
De Comines, in qualità di cronista, è meno originale e più convenzionale di Froissart, ma lo scrittore di romanzi può trarre molti spunti da quelle stesse fonti per il proprio racconto. Ovviamente, personaggi come Quentin Durward sembrano essere usciti direttamente dalle pagine di De Comines: l’intera storia di Luigi XI e delle sue relazioni con Carlo il Temerario, la vita strana a Plessis-le-Tours, i cortigiani plebei, il barbiere e il boia, gli astrologi, tutto viene descritto in modo dettagliato. Si potrebbe pensare che un monarca del genere sia unico, che una tale miscela di qualità strane e crimini orribili non possa mai essere ripetuta; ma cause simili producono sempre risultati simili. Leggete “La vita di Ivan il Terribile” di Walewski: più di un secolo dopo, la Russia vide emergere un monarca ancora più demoniaco, che agì esattamente secondo gli stessi principi di Luigi XI, fino nei minimi dettagli. La stessa crudeltà, la stessa superstizione, gli stessi astrologi, gli stessi alleati di umili origini. Una similitudine difficile da superare. Se dopo aver letto di Ivan non siete ancora saturi di orrori, continuate con il resoconto dello stesso autore su Pietro il Grande. Che paese, che successione di monarchi. Sangue, neve e ferro. Sia Ivan che Pietro uccisero i propri figli. E in tutto ciò c’è una terribile derisione della religione, che conferisce a tutto un orrore ancora più grottesco. Abbiamo avuto il nostro Enrico VIII; ma anche il peggiore dei nostri monarchi sarebbe stato, in Russia, un sovrano saggio e benevolo.
Parlando di romanzi e cavalieri, quel libro logoro laggiù contiene tanto quanto la maggior parte di quelli che conosco. È “La conquista di Granada” di Washington Irving. Non so da dove abbia tratto i materiali per questo libro – probabilmente dalle cronache spagnole – ma le guerre tra i Mori e i cavalieri cristiani devono essere state tra le più nobili imprese che si siano mai verificate. Non conosco nessun altro libro che riesca a catturare così bene la bellezza e il fascino di quei tempi: le lance scintillanti nelle gole oscure, i fuochi rossi sui dirupi, la devota determinazione dei cristiani armati di armature, il coraggio elegante e cortese dei cavalieri musulmani. Se Washington Irving non avesse scritto altro, solo quel libro basterebbe per far entrare ogni biblioteca. Amo tutti i suoi libri: nessuno scrive un inglese più fresco e con uno stile più puro; ma tra tutti, è ancora “La conquista di Granada” quello che leggo più spesso.
Ritornando per un momento alla storia come viene descritta nei romanzi, ecco due autori esotici presentati uno accanto all’altro, i cui lavori offrono una prospettiva nuova e originale. Si tratta di due scrittori stranieri; per quanto ne so, ognuno di loro ha pubblicato soltanto due libri. Questo volume, con le sue pagine verdi e dorate, contiene le opere del pomeraniano Meinhold, tradotte in modo eccellente da Lady Wilde: il primo libro è “Sidonia la strega”, il secondo “La strega dell’ambra”. Non so dove si possa trovare un punto di vista così insolito sul Medioevo, con i suoi dettagli caratteristici della vita semplice e gli improvvisi episodi di crudeltà grottesca. Le cose più strane e barbare vengono descritte in modo tale da sembrare umane e comprensibili. C’è un episodio in particolare che rimane impresso nella mente del lettore: l’esecutore discute con i villaggi su quanto possano pagarlo per torturare una giovane strega, facendo sì che venga spinta avanti e indietro all’interno di un barile pieno di mele. Sostiene di essere troppo vecchio e artritico, e che quei movimenti faticosi danneggino la sua schiena; afferma inoltre che l’esecuzione debba avvenire su una collina inclinata, in modo che i “carini bambini” possano assistervi facilmente. Sia “Sidonia” che “La strega dell’ambra” offrono un ritratto della vecchia Germania come non ne ho mai visto altrove.
Ma Meinhold appartiene a una generazione ormai passata. L’altro autore, invece, presenta elementi completamente nuovi e di grande potenza: si tratta di Merejkowski, che, se non erro, è ancora giovane e ha tutta la sua carriera davanti a sé. “Il precursore” e “La morte degli dei” sono gli unici due libri suoi che sono riuscito a procurarmi; le descrizioni dell’Italia rinascimentale nel primo e di Roma in declino nel secondo, a mio parere, fanno parte dei capolavori della letteratura. Devo ammettere che leggendoli ho provato piacere nel constatare quanto la mia mente fosse ancora aperta a nuove impressioni. Uno dei maggiori pericoli per un uomo con l’avanzare dell’età è infatti quello di attaccarsi troppo alle proprie preferenze del passato, impedendosi così di accogliere il nuovo; si finisce poi per convincersi che i tempi delle grandi cose siano ormai finiti. Basta aprire qualsiasi articolo critico per rendersi conto di quanto questa tendenza sia diffusa. Ma la conoscenza della storia letteraria ci assicura che sia sempre stata così. Se un giovane scrittore si scoraggia a causa di critiche negative, beh, è stato sempre il destino comune fin dall’inizio. Ha soltanto una possibilità: ignorare le critiche e cercare di soddisfare i propri standard più elevati, lasciando il resto al tempo e al pubblico. Ecco qui un breve verso, appeso accanto alla mia libreria. Forse in momenti difficili potrà portare pace e guida a qualche giovane lettore:
“Critici gentili, non badateci!
Critici lusinghieri, non importa!
Critici che biasimano, comunque sia!
Critici che maledicono, niente di peggio!
Fate del vostro meglio, il resto verrà da sé!”
XI.
Ho parlato fino ad ora del passato degli eroi e dei cavalieri erranti, ma certamente il loro tempo non è ancora finito. Quando la terra sarà completamente esplorata, quando l’ultimo selvaggio sarà addomesticato, quando l’ultimo cannone verrà smantellato e il mondo si troverà immerso in una virtù incrollabile e in una noia insopportabile, le persone ricorderanno la nostra epoca e idealizzeranno il nostro romanticismo, e anche il nostro coraggio, proprio come facciamo noi con i nostri lontani antenati. “È meraviglioso ciò che queste persone sono riuscite a compiere con gli strumenti rudimentali e le risorse limitate a loro disposizione!” Questo è ciò che diranno leggendo delle nostre esplorazioni, dei nostri viaggi e delle nostre guerre. Ora, prendete quel primo libro sulla mia libreria di viaggio: si tratta del “Cruise of the Falcon” scritto da Knight. La natura sembra aver scherzato, dando a questo spirito un corpo chiamato proprio “Falco”. Leggete queste semplici descrizioni e ditemi se c’è qualcosa di più meraviglioso nelle opere di Hakluyt. Due uomini, avvocati, se ricordo bene, si recano a Southampton Quay; prendono con loro un giovane del posto e salpano su una piccola barca. Dove finiscono? A Buenos Aires. Da lì proseguono verso il Paraguay, tornano nelle Indie Occidentali, vendono la loro barca e tornano a casa. Cosa avrebbero potuto fare di più i marinai elisabettani? Oggi non ci sono galeoni spagnoli che possano rendere monotona un viaggio del genere. Ma se ci fossero stati, sono certo che anche questi avventurieri avrebbero ottenuto la loro parte di ricompense. Tuttavia, è certamente più nobile agire per puro amore dell’avventura e rispondendo alla chiamata del mare, senza alcuna tentazione materiale. Quel vecchio spirito vive ancora, anche se si nasconde sotto cilindri, abiti da gentiluomo e ambienti banali. Forse anche loro sembreranno romantici, quando i secoli avranno offuscato i loro ricordi.
Un altro libro che mostra il romanticismo e l’eroismo ancora presenti nel mondo è quella grande copia del “Voyage of the Discovery in the Antarctic” scritta dal Capitano Scott. Scritto in un linguaggio semplice, senza esagerazioni o descrizioni enfatiche, lascia comunque un’impressione profonda nella mente di chi lo legge. Mentre si leggono queste pagine e ci si riflette su ciò che vi è descritto, sembra di cogliere appieno quelle qualità che rendono il vero britannico. Ogni nazione produce uomini coraggiosi; ogni nazione ha persone energiche. Ma c’è un certo tipo di persona che unisce coraggio ed energia con una gentile modestia e un buon umore infantile. Ed è proprio questo tipo di persona che rappresenta il massimo dell’eccellenza umana. In questa spedizione, sembra che l’intero gruppo fosse permeato dello spirito del loro comandante: nessun indietreggiamento, nessuna lamentela. Ogni disagio veniva considerato una sorta di scherzo; nessun pensiero per se stessi. Tutti lavoravano soltanto per il successo dell’impresa. Quando si leggono queste sofferenze sopportate con tanta pazienza, ci si vergogna di lamentarsi delle piccole difficoltà della vita quotidiana. Leggete di come la squadra di Scott, cieca e afflitta dalla scorbuto, abbia raggiunto il suo obiettivo. E poi, se potete, lamentatevi del calore del sole settentrionale o della polvere delle strade di campagna.
Quella è una delle debolezze della vita moderna: ci lamentiamo troppo e non ci vergogniamo nemmeno di farlo. Un tempo era diverso: si considerava effeminato lamentarsi. Un vero gentiluomo doveva essere uno stoico, con un’anima così nobile da non lasciarsi influenzare dalle piccole difficoltà della vita. “Sembrate freddo, signore”, disse un inglese comprensivo a un emigrato francese. Il nobiluomo decaduto si sistemò meglio nel suo vecchio cappotto logoro e rispose: “Signore, un gentiluomo non è mai freddo”. Il rispetto per gli altri, così come il proprio autorespetto, dovrebbero impedirci di lamentarci. Questa autodisciplina, così come la capacità di nascondere il dolore, sono due delle caratteristiche tipiche dell’antica nobiltà; oggi, tuttavia, non sono più che tradizioni. L’opinione pubblica dovrebbe essere più ferma su questo tema: un uomo che deve saltellare a causa di una ferita alla tibia o stringersi la mano per i nodi gonfiati dovrebbe sentirsi non oggetto di pietà, ma di disprezzo. La tradizione dell’esplorazione artica è nobile sia per gli americani che per noi. Il prossimo libro ne è un esempio: si tratta del “Arctic Service” di Greely, un’opera degna di stare accanto al “Account of the Voyage of the Discovery” di Scott. In questo libro ci sono episodi che non si possono dimenticare mai. Quell’episodio in cui quei venti uomini giacevano su quella terribile scogliera, morendo uno dopo l’altro a causa del freddo, della fame e dello scorbuto, è qualcosa che mette in ombra tutte le nostre banali tragedie romantiche. E quel coraggioso leader, affamato ma ancora capace di tenere lezioni di scienze astratte per distrarre i suoi compagni morenti dalle loro sofferenze, che immagine! Soffrire dal freddo, dalla fame o nell’oscurità è terribile; ma il fatto che queste persone siano riuscite a sopportare tutto questo per sei mesi di fila, e che alcune siano sopravvissute per raccontarlo, beh, questo davvero è un miracolo. Quanto sentimento si nasconde nell’esclamazione di quel povero tenente morente: “Davvero, questa è una situazione disperata”, gemette mentre girava il viso verso il muro.
La razza anglo-celtica ha sempre tendenza all’individualismo, eppure non esiste nessuna altra capace di concepire e realizzare un ideale più elevato di disciplina. Non c’è nulla negli annali romani o greci, nemmeno la sentinella bruciata dalla lava a Pompei, che possa offrire un esempio più severo e nello stesso tempo più significativo del dovere rispetto ai giovani reclute dell’esercito britannico caduti sul Birkenhead. E questa spedizione di Greely ha fornito un altro esempio altrettanto notevole. Se avete letto quel libro, ricorderete che anche quando rimanevano soltanto otto sfortunati, quasi incapaci di muoversi a causa della debolezza e della fame, i sette rimanenti portarono fuori uno di loro sul ghiaccio e lo uccisero per violazione della disciplina. L’intera operazione fu condotta con estrema meticolosità, con la stessa formalità con cui si redigono documenti ufficiali, come se tutto avvenisse sotto gli occhi del Campidoglio a Washington. Il reato di quel soldato consisteva, per quanto ricordo, nel rubare e mangiare il laccio che teneva insieme le due parti della slitta, qualcosa di altrettanto poco appetitoso di una corda da scarpe. È tuttavia giusto riconoscere che si trattava soltanto di uno dei tanti piccoli furti commessi, e che quel laccio poteva significare la vita o la morte per l’intero gruppo.
Personalmente devo ammettere che tutto ciò che riguarda i mari artici suscita in me un profondo interesse. Chiunque abbia mai messo piede in quella regione misteriosa, capace di essere al contempo la cosa più meravigliosa e la più spaventosa della Terra, conserva per sempre il fascino di quel luogo nel proprio cuore. In piedi ai confini della geografia conosciuta, ho sparato alle anatre che volavano verso sud e ho trovato nei loro stomaci pietre inghiottite in terre le cui coste nessun essere umano ha mai calpestato. Il ricordo di quell’aria indescrivibile, dei grandi laghi circondati da ghiaccio e d’acqua azzurra profonda, del cielo sereno che si trasforma in un verde chiaro e poi in un giallo freddo all’orizzonte, degli uccelli rumorosi e socievoli, degli enormi animali acquatici dal dorso untuoso, delle foche dal colore nero intenso sul bianco abbagliante del ghiaccio, tutto ciò ritorna nei sogni di un uomo, sembrando quasi un sogno fantastico, lontano dalla corrente principale della sua vita. E poi c’è la possibilità di pescare un pesce che pesa cento tonnellate e vale duemila sterline. Ma cosa c’entra tutto questo con la mia libreria?
Eppure ha il suo posto nella mia linea principale di pensieri, perché mi conduce direttamente al libro successivo sugli scaffali: “Cruise of the Cachelot” di Bullen, un libro pieno di fascino e mistero del mare, offuscato soltanto dalla brutalità di coloro che vi si avventurano a bordo delle navi. Si tratta della caccia alle balene spermate, un’attività che si svolge in mare aperto, molto diversa da quella nella regione artica dove ho svolto un apprendistato di sette mesi. Temo però che entrambe queste pratiche siano ormai cose del passato. Certamente quella artica lo è: perché mai gli uomini dovrebbero rischiare la vita per estrarre petrolio, quando basta semplicemente conficcare un tubo nel terreno? Fortunatamente, questo argomento è stato trattato da uno dei più vigorosi scrittori che abbiano mai descritto la vita di un marinaio. L’inglese di Bullen, nelle sue migliori espressioni, raggiunge davvero vette elevate. Se volessi dimostrare fino a che punto, prenderei il libro successivo: “Sea Idylls”.
Ecco, ad esempio: se si ha un orecchio per la musica della prosa, questo passaggio rappresenta una semplice descrizione di una lunga calma tropicale.
“Un cambiamento, insolito e inquietante, si manifestò sul blu brillante del mare. Non rifletteva più, come uno specchio limpido, lo splendore del sole, il dolce bagliore argenteo della luna o i raggi scintillanti delle stelle. Come un pallore cenereo che offusca il volto di chi sta morendo, una pellicola untuosa sembrò coprire la superficie dell’oceano. Il mare era malato, stagnante e fetido; dalle sue acque torbide si levava un vapore miasmatico, simile al respiro della decomposizione. Forme inquietanti emergevano dalle profondità: creature brutali con frange a forma di ciuffi d’erba che ondeggiavano intorno a loro; meduse lunghe e trasparenti, con macchie colorate simili a occhi distribuite su tutto il corpo. Forme viscide e indescrivibili, che si scioglievano al minimo contatto con il sole. Più in basso, immense ombre pallide si muovevano lentamente nell’acqua. Un odore strano e familiare allo stesso tempo aleggiava intorno a noi, ”
Prendete l’intero quel saggio che descrive la calma dei Tropici, oppure un altro intitolato “Alba vista dal Nido del Corvo”, e dovrete ammettere che in tempi nostri sono stati scritti pochi testi descrittivi in inglese di così alta qualità. Se dovessi scegliere una collezione di libri sulla vita marina composta da soltanto dodici volumi, sicuramente includerei due opere di Bullen. Gli altri? Beh, è davvero una questione di gusto personale, “Il Diario di Tom Cringle” dovrebbe certamente farne parte. Spero che i ragazzi rispondano oggi allo stesso modo in cui un tempo reagirono ai racconti sui squali, sui pirati e su tutta l’atmosfera avventurosa di quel meraviglioso libro. Poi c’è “Due anni al timone” di Dana. Dovrei includere anche “Il Vincitore” e “La Marea Bassa” di Stevenson. Clark Russell merita senz’altro un intero scaffale tutto per sé. Comunque, non potreste mai trascurare “Il naufragio del Grosvenor”. Naturalmente, Marryat deve essere rappresentato: sceglierei “Midshipman Easy” e “Peter Simple” come sue opere più rappresentative. Aggiungete poi uno dei libri di Melville sugli Otaheite – ormai quasi completamente dimenticati – come “Typee” o “Omoo”. Per un tocco di modernità, potreste includere anche “I Capitani Coraggiosi” di Kipling e “Il Lupo Marino” di Jack London, insieme a “Nigger of the Narcissus” di Conrad. Avrete così abbastanza materiale per trasformare la vostra stanza da studio in una vera cabina, se le parole scritte possono davvero realizzare questo. Oh, quanto ci si sente spesso invidiosi di tutto ciò quando la vita diventa troppo artificiale, e il vecchio spirito vichingo inizia a risvegliarsi dentro di noi. Sicuramente tale spirito esiste in tutti noi: nessun uomo che viva su un’isola può non avere antenati che navigarono su grandi navi o barche tradizionali. E ancora di più, nel sangue di un americano deve risuonare il ricordo di quegli antenati che attraversarono migliaia di chilometri di oceano. Eppure, negli Stati Centrali ci sono milioni e milioni dei loro discendenti che non hanno mai visto il mare.
Ho detto che “Omoo” e “Typee”, i libri in cui il marinaio Melville descrive la sua vita tra gli Otaheitani, sono caduti troppo rapidamente nell’oblio. Che compito affascinante e interessante potrebbe essere per un critico dal gusto eclettico e dal giudizio sensibile quello di recuperare questi libri perduti. Un piccolo volume che ne riportasse i nomi e le qualità meritevoli di attenzione sarebbe già di per sé interessante, e ancora più così se fungesse da introduzione ad altri testi correlati. Sono sicuro che esistano molti buoni libri, forse addirittura alcuni grandi opere, che sono stati dimenticati in questo corso di eventi. Quale possibilità ha, ad esempio, un libro scritto da un autore sconosciuto e pubblicato in un momento di grande agitazione nazionale, quando una crisi pubblica attira l’attenzione del pubblico? Centinaia di libri sono stati “morti” in questo modo. E non ce n’è forse uno che avrebbe dovuto sopravvivere? Ecco allora un libro moderno, scritto da un giovane sotto i trent’anni: “Broke of Covenden” di Snaith. Ha appena raggiunto una seconda edizione. Non dico che sia un classico. Ma sono assolutamente certo che l’autore abbia in sé le potenzialità per diventarlo. Ecco un altro romanzo: “Eight Days” di Forrest. Non è possibile comprarlo; si ha fortuna se si riesce a trovarlo in una biblioteca. Eppure nessun altro libro riuscirà mai a far comprendere appieno l’importanza della Rivolta Indiana come questo. Ecco ancora un altro libro di cui sono sicuro che non abbiate mai sentito parlare: “Animal Episodes” di Powell. No, non si tratta di una raccolta di aneddoti su cani e gatti, ma di storie molto particolari che riguardano il lato animale dell’essere umano. E che vi sembreranno davvero uniche se avete un gusto raffinato. Questo libro è uscito dieci anni fa, ed è completamente sconosciuto. Se riesco a indicarne tre su uno scaffale così piccolo, quante altre opere perdute devono esserci nell’oscurità,!
Permettetemi di tornare per un momento sull’argomento con cui ho iniziato: il fascino del viaggio e l’eroismo che spesso si manifesta nella vita moderna. Ho qui due libri di esplorazione scientifica che evidenziano entrambi questi aspetti in modo particolarmente intenso. Non potrei scegliere due libri migliori da dare in mano a un giovane, se si desidera educarlo innanzitutto a una mente ferma e nobile, e in secondo luogo a un grande amore e interesse per tutto ciò che riguarda la Natura. Uno di questi libri è il “Diario del viaggio del Beagle” di Darwin. Chiunque abbia occhio per queste cose avrebbe dovuto intuire, molto prima della pubblicazione de “L’origine delle specie”, semplicemente leggendo questo libro di viaggio, che un’intelligenza di prim’ordine, unita a molte qualità rare del carattere, si era manifestata in lui. Non esisteva mente più completa: nulla era troppo piccolo o troppo grande per la sua attenta osservazione. Una pagina analizzava una particolarità nella ragnatela di un minuscolo ragno, mentre un’altra trattava delle prove relative al sommersimento di un continente e all’estinzione di innumerevoli animali. La sua conoscenza era così vasta: botanica, geologia, zoologia, ognuna di queste discipline contribuiva alle altre con i suoi dati confermativi. Come potesse un giovane dell’età di Darwin – aveva solo ventitré anni quando nel 1831 iniziò il suo viaggio intorno al mondo a bordo della nave Beagle – acquisire una tale quantità di informazioni è davvero sorprendente, e forse rappresenta lo stesso genere di meraviglia che si prova di fronte a un ragazzo musicista che, per istinto, dimostra di possedere il talento di un maestro. Un’altra qualità che ci si aspetterebbe meno di trovare in uno scienziato è una profonda disprezzo per il pericolo; questo sentimento, tuttavia, è velato da tale modestia che bisogna cercarlo tra le righe per riconoscerlo. Mentre si trovava in Argentina, le zone al di fuori delle colonie erano infestate da bande di indigeni a cavallo che non risparmiavano nessun bianco. Eppure Darwin attraversò quattrocento miglia tra Bahia e Buenos Aires, anche se persino i robusti Gauchos si rifiutarono di accompagnarlo. Per lui, il pericolo personale o una morte orribile erano cose di poco conto rispetto a un nuovo insetto o a una mosca mai descritta prima.
Il secondo libro di cui ho parlato è “Malay Archipelago” di Wallace. Esiste una strana somiglianza nel modo di pensare dei due uomini: lo stesso coraggio, sia morale che fisico, la stessa tenace perseveranza, la stessa vasta cultura e lo stesso ampio orizzonte mentale, la stessa passione per l’osservazione della Natura. Wallace, con un lampo d’intuizione, comprese e descrisse in una lettera a Darwin la causa dell’Origine delle Specie proprio nel momento in cui quest’ultimo pubblicava un libro frutto di vent’anni di ricerche per dimostrare la stessa tesi. Quali devono essere stati i suoi sentimenti quando lesse quella lettera? Eppure non aveva nulla da temere, perché il suo libro trovò un ammiratore altrettanto entusiasta dell’autore che, in un certo senso, lo aveva anticipato. Anche in questo si vede che la Scienza ha i suoi eroi, proprio come la Religione. Uno degli scopi di Wallace durante le sue ricerche in Papua era studiare la natura e le specie dei uccelli del paradiso; ma nel corso degli anni trascorsi su quelle isole effettuò un’indagine completa sull’intera fauna locale. Una nota a piè di pagina spiega che i Papuani che vivevano nelle zone dove abitavano questi uccelli erano cannibali. Immaginate di vivere per anni tra o vicino a simili persone. Un giovane che legga questi due libri non potrà fare a meno di sentirsi rafforzato sia mentalmente che spiritualmente da tale lettura.
XII.
Eccoci qui, alla seduta finale. Per l’ultima volta, mio caro compagno paziente, ti chiedo di metterti comodo sul vecchio divano verde, di alzare lo sguardo verso gli scaffali di quercia e di sopportare, per quanto possibile, le mie parole riguardanti il loro contenuto. L’ultima volta. Eppure, mentre scorro i titoli dei volumi, non ne ho menzionato nemmeno uno su dieci di quelli a cui devo gratitudine, né una su cento delle idee che mi vengono in mente mentre li guardo. Forse è meglio così: l’uomo che ha detto tutto ciò che aveva da dire ha inevitabilmente detto anche troppo.
Lasciate che vi parli in modo didattico per un momento! Assumo questo atteggiamento serio – oh, non chiamatelo pedante! – perché il mio sguardo si sofferma su quel piccolo ma selezionato angolo che costituisce la mia “biblioteca” di scienze. Vorrei dire che, se dovessi dare un consiglio a un giovane che sta iniziando la sua vita, gli suggerirei di dedicare una sera alla settimana alla lettura scientifica. Se avesse la perseveranza di attenersi a questa decisione, e se iniziasse a farlo all’età di vent’anni, sicuramente a trent’anni si troverebbe con una mente straordinariamente preparata, il che gli sarebbe di grande aiuto in qualsiasi ambito della vita scegliesse. Quando consiglio di leggere testi scientifici, non intendo che debba soffocarsi nella “polvere” dei pedanti o perdersi nelle sottodivisioni degli insetti o nelle classificazioni delle piante dicotiledoni. Questi dettagli noiosi sono come i cespugli spinosi in quel giardino incantato: è davvero sciocco iniziare il proprio percorso di conoscenza andando a sbattere contro di loro. Tenetevi ben lontani da questi ostacoli finché non avrete esplorato i sentieri più agevoli. Per questo motivo, evitate i libri di testo noiosi e preferite la divulgazione scientifica che attira le persone. Non potete sperare di diventare specialisti in tutti questi argomenti diversi; è molto meglio avere una conoscenza generale dei risultati principali e comprendere come questi siano collegati tra loro. Una lettura superficiale può già fornire a una persona una certa conoscenza della geologia, tanto da rendere interessanti ogni cava di pietra o ogni scavo ferroviario. Un po’ di zoologia vi permetterà di soddisfare la vostra curiosità riguardo al nome e allo stile di quel falene che in questo momento vola intorno alla lampada. Una conoscenza di base di botanica vi aiuterà a riconoscere ogni fiore che incontrerete durante le vostre passeggiate, e vi procurerà un piccolo brivido di interesse quando scoprirete qualcosa che non conoscevate. Un po’ di archeologia vi fornirà informazioni su quel tumulo britannico o vi aiuterà a ricostruire i contorni di un accampamento romano distrutto. Una conoscenza elementare di astronomia vi spingerà ad osservare il cielo con maggiore attenzione, a distinguere i pianeti che orbitano intorno al nostro sole dalle stelle più lontane, e a apprezzare l’ordine, la bellezza e la maestosità di quell’universo materiale che rappresenta sicuramente un segno concreto della forza spirituale che lo governa. Come possa una persona di scienza essere materialista mi sembra altrettanto sorprendente quanto il fatto che un fanatico possa limitare le possibilità del Creatore. Mostratemi un dipinto senza l’artista, un busto senza lo scultore, della musica senza il musicista. E poi potrete parlarmi di un universo senza un Creatore, chiamatelo pure come volete.
Ecco il libro “L’Atmosfera” di Flammarion: un esemplare davvero magnifico, anche se segnato dal tempo, con pagine color rosso scuro e oro sbiadito. Questo libro ha una piccola storia, e io lo apprezzo molto. Un giovane francese, morente di febbre sulla costa occidentale dell’Africa, me lo diede come compenso professionale. Vederlo mi riporta indietro a quei giorni trascorsi in una piccola cabina di nave, a quel volto pallido con grandi occhi tristi che mi guardavano. Povero ragazzo, temo che non abbia mai più rivisto la sua amata Marsiglia!
Parlando di divulgazione scientifica, non conosco libri migliori per suscitare l’interesse di una persona e fornire una visione d’insieme su un argomento, rispetto a quelli di Samuel Laing. Chi avrebbe immaginato che quel saggio e gentile studioso fosse anche il dinamico segretario di una compagnia ferroviaria? Molti uomini di grande rilievo scientifico hanno iniziato la loro carriera in ambiti apparentemente banali: Herbert Spencer era ingegnere ferroviario, Wallace era un topografo. Ma che un uomo con un’intelligenza così spiccata per la scienza continuasse per tutta la vita a dedicarsi a lavori noiosi e ripetitivi, rimanendo attivo fino all’età avanzata, con l’anima ancora aperta a nuove idee e il cervello sempre pronto ad assorbire nuove conoscenze, è davvero un fatto straordinario. Leggete quei libri, e diventerete persone più complete.
Parlare di ciò che si è appena letto è un ottimo modo per mantenere viva l’attenzione dell’ascoltatore. Anche se può sembrare un po’ impegnativo, non credo che sia meno interessante del solito chiacchiericcio. Ovviamente, bisogna farlo con tatto e discrezione. È proprio il ricordo delle opere di Laing che ha suscitato in me questo discorso. Una volta, in un ristorante o altrove, qualcuno aveva menzionato i resti preistorici nella valle della Somme; io ne sapevo tutto e gliel’ho dimostrato. Poi ho accennato ai templi rupestri dello Yucatán. Lui ha immediatamente approfondito l’argomento. Ha parlato della civiltà peruviana antica, e anch’io ero ben informato sull’argomento. Ho citato l’immagine del Titicaca, e lui ne conosceva tutti i dettagli. Ha parlato dell’uomo del Quaternario, e io lo seguivo passo dopo passo nel suo discorso. Entrambi eravamo sempre più sorpresi dalla completezza e dall’accuratezza delle informazioni dell’altro. Fino a quando, all’improvviso, mi è venuta in mente l’idea: “Stai leggendo ‘Le Origini dell’Uomo’ di Samuel Laing!” E infatti era proprio così. Per coincidenza, anche lui lo stava leggendo. Ci stavamo scambiando informazioni, ma tutte provenivano da fonti nuove e fresche.
Alla fine della mia libreria di scienze c’è un grosso libro in due volumi che, anche oggi, potrebbe essere considerato scientifico, sebbene alcuni pedanti ne contestassero la validità. Si tratta di “Human Personality” di Myers. La mia opinione, per quel che vale, è che tra cent’anni verrà riconosciuto come un testo fondamentale da cui sarà nata una nuova branca della scienza. Dove altro si possono trovare prove più evidenti di pazienza, diligenza, riflessione, capacità di discriminazione, e di quella vasta visione mentale che è in grado di collegare mille fatti diversi in un sistema coerente? Darwin non fu certo un collezionista più appassionato di Myers nel campo della ricerca psichica; anzi, la sua ipotesi era talmente nuova da richiedere l’invenzione di una nuova nomenclatura per esprimerla: telepatia, fenomeni subliminali e simili. Tutto ciò rappresenta senz’altro un monumento alla logica acuta, espressa in prosa raffinata e basata su fatti concreti.
La semplice presenza di elementi legati al pensiero scientifico o ai metodi di ricerca scientifica possiede un grande fascino in qualsiasi ambito letterario, anche quando tale approccio è lontano da ricerche effettive. I racconti di Poe, ad esempio, traggono molto da questo aspetto, sebbene nel suo caso si trattasse puramente di un’illusione. Anche Jules Verne riesce a rendere credibili le cose più incredibili grazie all’uso abile di una notevole conoscenza della natura. Ma il fascino raggiunge il suo apice nella forma più leggera dell’essaggio, dove pensieri giocosi traggono analogie e esempi dalla realtà; ogni elemento si completa a vicenda, creando un effetto particolarmente piacevole per il lettore.
Dove potrei trovare un’esemplificazione migliore di ciò che intendo se non in quei tre piccoli volumi che compongono la serie immortale di Wendell Holmes: “L’Autocrate”, “Il Poeta” e “Il Professore alla tavola da pranzo”? Qui, i pensieri sottili, delicati ed eleganti vengono costantemente rafforzati da allusioni o analogie che evidenziano la vasta e accurata cultura di chi le esprime. Che opera meravigliosa! Quanto saggia, arguta, generosa e tollerante. Se si potesse scegliere il proprio filosofo negli “Elieti campi”, come avveniva un tempo ad Atene, io certamente mi unirei al gruppo di persone che ascoltavano le parole umane e gentili del Saggio di Boston. Penso sia proprio quella costante influenza della scienza, soprattutto della scienza medica, a rendere questi libri così attraenti per me fin dai miei primi anni di studio. Non ho mai conosciuto né amato tanto una persona senza averla mai vista. Uno dei miei sogni nella vita era poter vedere il suo volto, ma ironia del destino: arrivai nella sua città natale proprio in tempo per deporre un mazzo di fiori sulla sua tomba appena scavata. Rileggete i suoi libri e vedrete se non vi colpisce particolarmente la loro attualità. Come il “In Memoriam” di Tennyson, mi sembrano opere che hanno raggiunto il loro pieno sviluppo cinquant’anni prima del tempo previsto. È difficile aprire una pagina a caso senza imbattersi in passaggi che dimostrano la vastità delle sue idee, l’eleganza della sua espressione e il potere delle sue analogie. Ecco, ad esempio, un paragrafo – non migliore di tanti altri – che riunisce tutte queste qualità rare:
“L’insania è spesso la logica di una mente acuta che viene sottoposta a eccessive pressioni. Un cervello funzionante correttamente dovrebbe essere in grado di “rompere i propri ingranaggi” quando qualcosa lo costringe improvvisamente a fermarsi o ad invertire il proprio movimento. Una mente debole, invece, non accumula abbastanza forza per danneggiarsi; spesso, l’stupidità salva una persona dal diventare pazza. Spesso vediamo persone ricoverate in ospedali psichiatrici a causa di cosiddetti disturbi mentali legati alle credenze religiose. Devo ammettere che penso meglio di loro rispetto a molte altre persone che condividono le stesse idee, ma mantengono la propria lucidità e godono pienamente della vita al di fuori degli ospedali. Chiunque abbia opinioni del genere dovrebbe davvero impazzire. Qualsiasi cosa sia brutale, crudele, barbara, qualcosa che renda la vita impossibile per la maggior parte delle persone, o addirittura per intere razze, qualcosa che sostenga l’idea dell’estinzione di istinti naturali, non importa con quale nome venga chiamata questa ideologia, né se sia creduta da un fakiro, da un monaco o da un diacono, chiunque la accetti dovrebbe diventare pazzo, ”
Che bella dimostrazione di spirito polemico in quegli anni cupi del ’50. E anche una notevole dimostrazione di coraggio morale da parte di quel professore universitario che osò esprimerla.
Lo metto al di sopra di Lamb come saggista, perché in lui c’è un senso reale di conoscenza e di familiarità con i problemi e le questioni della vita, qualcosa che manca a quel londinese dall’aspetto “elfico”. Non voglio dire che quest’ultimo non possieda qualità altrettanto rare; ci sono i miei “Essays of Elia”, e come potete vedere vengono letti molto spesso. Quindi non è perché ami meno Lamb che amo di più questo altro autore. Entrambi sono eccellenti, ma Wendell Holmes riesce sempre a toccare delle note capaci di suscitare una risposta nel mio stesso pensiero.
Lo saggio, in fondo, dovrebbe essere considerato una forma di letteratura piuttosto “repulsiva”, a meno che non venga scritto con estrema abilità e delicatezza. Ricorda troppo i temi delle lezioni scolastiche della nostra infanzia: si dà un titolo e poi si mostra ciò che si può scrivere sotto di esso. Anche Stevenson, per il quale provo la più profonda ammirazione, ha difficoltà a condurre il lettore attraverso una serie di saggi del genere, adornati dalle sue idee originali e dai suoi modi di esprimersi particolari. Eppure i suoi “Men and Books” e “Virginibus Puerisque” sono ottimi esempi di ciò che si può realizzare nonostante le difficoltà intrinseche di questo genere letterario.
Ma il suo stile. Ah, se solo Stevenson avesse compreso quanto fosse bello e naturale il proprio stile, donatogli dalla natura, non avrebbe mai cercato di imitare altri autori! È triste leggere quella famosa aneddota secondo cui cercava di prendere spunto da questo o quell’autore. Il meglio è sempre ciò che è più naturale. Quando Stevenson diventa consapevole del proprio stile, e viene acclamato da molti critici, a mio parere sembra un uomo che, pur avendo una bellezza naturale, cerca di nasconderla sotto una parrucca. Nel momento in cui cerca di essere “artificioso”, perde la sua autenticità. Ma quando si attiene al proprio stile semplice e diretto, all’uso di parole chiare e frasi concise, beh, non so dove negli ultimi anni possiamo trovare qualcuno che gli sia paragonabile. In questo contesto semplice e potente, le parole giuste brillano come gioielli raffinati. Un vero grande stilista è come quell’uomo ben vestito descritto da Beau Brummell: abbastanza bene vestito da non essere mai notato. Nel momento in cui inizi a osservare lo stile di qualcuno, molto probabilmente c’è qualcosa che non va. È come se il cristallo venisse offuscato. Il lettore viene distratto dal contenuto stesso del testo e si concentra sul modo in cui è scritto, sull’autore stesso piuttosto che sul tema trattato.
No, non possiedo l’edizione di Edimburgo. Se pensate a una qualche forma di presentazione, ma dovrei essere l’ultimo a suggerirlo. Forse, nel complesso, preferirei che le sue opere fossero pubblicate in libri separati, piuttosto che in un set completo. La metà delle opere di molti autori rappresenta già qualcosa di significativo; per lui non è certo il caso contrario. Sono sicuro che i suoi amici, che rispettavano la sua memoria, avessero buone ragioni e istruzioni precise per pubblicare questa edizione completa, molto probabilmente tutto fu organizzato prima della sua sfortunata morte. Tuttavia, in linea di massima, direi che un autore trae maggior beneficio se viene attentamente “potato” prima di essere esposto ai venti del tempo. Che ogni rametto debole, ogni germoglio immaturo venga tagliato via, lasciando solo rami forti, robusti e maturi. Così l’intero albero potrà rimanere forte per molti anni a venire. Quanto falsa sarebbe l’immagine del vero Stevenson che il nostro pronipote critico potrebbe avere, se dovesse scegliere casualmente uno qualsiasi di questi sei volumi! Mentre lo vedevamo sfogliarli, pregavamo affinché la sua mano si soffermasse su quelle opere che amiamo: i “Nuovi Racconti Arabeschi”, “La Marea Calante”, “Il Demolitore”, “Il Rapimento” o “L’Isola del Tesoro”. Queste opere, sicuramente, non perderanno mai il loro fascino.
Che nobili opere appartenenti a questa categoria siano quelle ultime: “Rapimento” e “L’Isola del Tesoro”! Entrambe, come potete vedere, sono posizionate sul mio scaffale inferiore. “L’Isola del Tesoro” è senz’altro la storia migliore; mentre “Rapimento”, credo, possieda un valore più duraturo, in quanto rappresenta in modo eccellente e vivido lo stato delle Highlands dopo l’ultima insurrezione giacobita. Ognuna di queste opere presenta personaggi straordinari: Alan Breck in uno, Long John nell’altro. Senza dubbio, John Silver – con il suo viso grande quanto un prosciutto e quegli occhi scintillanti come frammenti di vetro al centro – è davvero il re di tutti i pirati disperati. Notate come l’effetto descritto venga creato in modo sottile: raramente attraverso affermazioni dirette da parte del narratore, ma solitamente tramite confronti, allusioni o riferimenti indiretti. Il poco gradito Billy Bones è perseguitato dal terrore di incontrare “un uomo di mare con una sola gamba”; il Capitano Flint, invece, viene descritto come un uomo coraggioso, ma “non aveva paura di nessuno, tranne che di Silver – Silver era davvero un individuo spietato”. Oppure, quando John stesso afferma: “C’erano quelli che temevano Pew, e quelli che temevano Flint; ma Flint stesso temeva me. Lo temevano, sì, e anche lui ne andava fiero. La sua banda era la più spietata che esistesse sui mari; persino il diavolo avrebbe avuto paura di navigare con loro”. Così, attraverso piccoli accenni e suggerimenti, emerge davanti a noi l’immagine di quel pirata eloquente, spietato e dominante. Non è certo una creazione della fantasia, ma una realtà vivida e tangibile. E anche i suoi compagni di banda: con quali semplici dettagli vengono descritti i loro modi di pensare e agire! “Voglio entrare in quella cabina. Voglio i loro sottaceti, il vino, ” “Se aveste navigato con Bill, non stareste lì ad aspettare che vi si parli due volte. Non è certo nel suo stile. Non è così che fanno quelli che navigano con lui.” I pirati descritti da Scott in “Il Pirata” sono senz’altro ammirevoli, ma mancano di quella umanità che troviamo qui. Passerà molto tempo prima che John Silver perda il suo posto nella letteratura marittima. E potete esserne certi.
Stevenson fu profondamente influenzato da Meredith, e anche in questi libri l’influenza del maestro è evidente: si nota l’uso appropriato di parole arcaiche o insolite, le descrizioni concise e incisive, le metafore straordinarie, il modo di esprimersi un po’ frammentario. Tuttavia, nonostante questo carattere distintivo, i suoi scritti possiedono una personalità sufficientemente autonoma da costituire una vera e propria scuola letteraria. I loro difetti, o meglio le loro limitazioni, risiedono non nell’esecuzione, ma esclusivamente nella concezione iniziale: questi racconti rappresentano soltanto un lato della vita, e per di più un lato strano ed eccezionale; inoltre, manca completamente l’elemento femminile. Si può considerare che si tratti di un’apoteosi del genere narrativo dedicato ai ragazzi, dell’espressione più elevata di quel tipo di letteratura giovanile. Ma tutto è così ben scritto, fresco e pittoresco che, nonostante la sua limitata portata, questi racconti occupano comunque un posto certo e consolidato nella letteratura. Non c’è motivo per cui “L’Isola del Tesoro” non possa rappresentare, per la nuova generazione del ventunesimo secolo, ciò che “Robinson Crusoe” ha rappresentato per quella del diciannovesimo: le probabilità sono tutte a favore di questa ipotesi.
Il romanzo maschile moderno, che tratta quasi esclusivamente degli aspetti più duri e avvincenti della vita, dell’oggettivo piuttosto che del soggettivo, rappresenta una reazione contro l’eccessivo utilizzo del tema dell’amore nella narrativa. Questo aspetto della vita, visto nel suo contesto ortodosso e conclusosi con il matrimonio convenzionale, è stato ormai così banalizzato da far sì che a volte si tenda ad esagerare nell’altro senso, dando all’amore un ruolo inferiore rispetto a quanto meriti nella vita degli uomini. Nella narrativa britannica, nove libri su dieci presentano l’amore e il matrimonio come l’essenza stessa della vita; tuttavia sappiamo che nella realtà le cose possono essere diverse. Per la maggior parte degli uomini, il matrimonio è senz’altro un evento importante, ma solo uno tra tanti: vengono influenzati da molte altre emozioni – il lavoro, le ambizioni, le amicizie, le difficoltà quotidiane che mettono alla prova saggezza e coraggio. L’amore spesso occupa soltanto un ruolo secondario nella loro vita. Quanti uomini passano attraverso il mondo senza mai aver provato amore? Per questo ci sembra strano che venga continuamente presentato come l’elemento predominante e più importante della vita; inoltre, c’è una tendenza naturale, soprattutto da parte di alcuni autori come Stevenson, ad evitare un tema che è stato così spesso abusato e esagerato nella letteratura. Se tutti gli episodi amorosi fossero come quelli tra Richard Feverel e Lucy Desborough, allora certamente non ne avremmo mai abbastanza. Ma affinché l’amore possa tornare ad essere attraente, deve essere rappresentato da grandi maestri che abbiano il coraggio di rompere con le convenzioni e cercare ispirazione nella vita reale.
L’uso di forme di espressione originali e piacevolmente vivaci è uno degli stratagemmi più evidenti utilizzati da Stevenson. Nessuno maneggia gli aggettivi con maggiore saggezza e discriminazione di lui. In quasi ogni pagina delle sue opere si incontrano parole ed espressioni che ci colpiscono per la loro novità e al contempo esprimono il significato in modo estremamente conciso. “I suoi occhi si posarono su di me.” È pericoloso iniziare a citare esempi, poiché ne sono infiniti e ognuno suggerisce altri ancora. A volte sbaglia, ma molto raramente. Ad esempio, “un’occhiata” non è certo il sostituto ideale di “un’occhiata veloce”, e “ridere in silenzio” suona un po’ strano rispetto a “gigliolare”; tuttavia si potrebbero citare come esempi le espressioni utilizzate da Chaucer. In secondo luogo, Stevenson possedeva una straordinaria capacità nell’utilizzare similitudini incisive che catturavano l’attenzione e stimolavano l’immaginazione: “La sua voce suonava rauca e goffa, come quella di una serratura arrugginita”; “La vidi ondeggiare, come qualcosa colpito dal vento”. Niente poteva essere più efficace di queste comparazioni dirette e semplici. Ma la caratteristica principale di Stevenson era senza dubbio il suo strano istinto nel riuscire a dire, in spazi brevi, proprio quelle poche parole capaci di lasciare un’impressione indelebile nel lettore. Riusciva a farci vedere qualcosa con maggiore chiarezza di quanto probabilmente avremmo potuto fare se l’avessimo osservato con i nostri occhi. Ecco alcuni di questi esempi, scelti a caso tra centinaia di altri altrettanto validi:
“Non lontano da Macconochie stava fermo, con la lingua fuori dalla bocca e una mano sulla guancia, come un tipo stupido che cercava disperatamente di pensare, ”
“Stewart ci inseguì per più di un miglio; non potei fare a meno di ridere quando finalmente lo vidi su una collina, con la mano premuta sul fianco, quasi scoppiato per l’eccesso di corsa, ”
“Ballantrae si girò verso di me con il viso tutto rugoso e i denti scoperti. Non disse una parola, ma tutta la sua espressione era un’interrogazione terribile, ”
“Guardatelo, se dubitate; guardatelo mentre sorride e deglutisce, come un ladro colto in flagrante, ”
Cosa potrebbe essere più vivido dell’effetto prodotto da frasi del genere?
Ci sono molte altre cose da dire riguardo ai metodi particolari e originali di Stevenson nella narrativa. Come dettaglio minore, si può osservare che egli è l’inventore di quel tipo di personaggio malvagio “mutilato”. È vero che il signor Wilkie Collins ha descritto un gentiluomo che non solo aveva perso tutte le membra, ma era anche afflitto dal nome insopportabile di Miserrimus Dexter; tuttavia Stevenson ha utilizzato questo elemento così spesso e con risultati così efficaci da poter dire che lo ha reso proprio suo. Per non parlare di Hyde, che rappresentava l’incarnazione stessa della deformità, ci sono personaggi come il terribile cieco Pew, Black Dog che mancava di due dita, Long John con una sola gamba, e quel sinistro catechista cieco che sparava alle orecchie dei suoi avversari e li colpiva con il suo bastone. Anche in “La freccia nera” esiste un altro essere spaventoso che si muove battendo su un bastone. Nonostante abbia utilizzato questo stratagemma molte volte, lo ha sempre fatto in modo così artistico da far sì che producesse sempre l’effetto desiderato. Stevenson è un classico? Beh, questa è una parola molto importante. Con “classico” si intende un’opera che entra a far parte della letteratura permanente di un paese. Di solito, i classici vengono riconosciuti solo dopo la morte dell’autore. Chi avrebbe mai immaginato che Poe o Borrow sarebbero stati considerati classici? Anche i cattolici canonizzano i loro santi solo un secolo dopo la loro morte. Lo stesso vale per i nostri classici: la scelta spetta ai nostri pronipoti. Ma difficilmente si può pensare che i giovani smettano mai di leggere i libri d’avventura di Stevenson, né che racconti brevi come “Il padiglione sul campo da gioco” o parabole magnifiche come “Dottor Jekyll e signor Hyde” perdano il loro valore. Ricordo ancora con quanta avidità e piacere leggessi quei primi racconti su “Cornhill”, alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80. Non erano firmati, seguendo quella vecchia pratica ingiusta. Ma chiunque avesse un minimo di sensibilità per la prosa avrebbe capito immediatamente che erano tutti dell’ stesso autore. Solo molti anni dopo ho scoperto chi fosse quell’autore.
I poesie complete di Stevenson si trovano laggiù, nel piccolo armadio. Che peccato che non ne abbia scritti di più! La maggior parte di esse sono semplicemente scherzi creativi di una mente stravagante. Ma “L’Antico Marinaio” è sicuramente il miglior racconto in forma di ballata del secolo scorso, se ho ragione nel supporre che sia stato pubblicato alla fine dell’Ottocento. Metterei al primo posto l’opera magistrale di Coleridge, ma non conosco nessun altro autore il cui fascino, le sue parole e la sua capacità espressiva possano competere con “Ticonderoga”. Inoltre, c’è anche il suo epitaffio immortale. Solo queste due opere gli garantiscono un posto a parte nella nostra letteratura poetica, proprio come il suo carattere occupa un posto speciale nei nostri affetti. No, non l’ho mai incontrato di persona. Ma tra le mie cose più preziose ci sono alcune lettere che ho ricevuto da Samoa: da quella lontana terra, seguiva con grande attenzione quanto accadeva nel mondo letterario. E fu proprio lui ad aiutare coloro che cercavano di realizzare i loro sogni, poiché possedeva una grande capacità di apprezzamento e un profondo senso di simpatia verso il lavoro altrui, aggiungendo alla loro opera una bellezza nata dalla sua stessa mente.
Ora, mio paziente amico, è arrivato il momento di separarci. Spero che questi miei “sermoni” non vi siano stati troppo noiosi. Se vi ho fornito informazioni nuove, verificatele e condividetele; se invece non l’ho fatto, non c’è alcun danno, tranne che il mio tempo e il vostro sono stati sprecati. Potrebbero esserci diversi errori in ciò che ho detto. Non è forse un diritto del conversatore citare male? Le mie opinioni potrebbero essere molto diverse dalle vostre, i miei gusti potrebbero essere i vostri disprezzati. Ma il semplice fatto di pensare e parlare di libri è già qualcosa di positivo, indipendentemente dal risultato finale. Per ora, la porta magica è ancora chiusa. Siete ancora nel regno delle fate. Ma ahimè, anche se la chiudete, non potete sigillarla. Continueranno ad arrivare il suono della campanella, la telefonata, l’appello a tornare nel mondo grigio del lavoro, delle persone e delle quotidiane lotte. Beh, quella è davvero la vita reale. Questo è soltanto un’imitazione. Eppure, ora che il portale è completamente aperto e camminiamo insieme verso l’avanti, non affrontiamo forse il nostro destino con un cuore più coraggioso, grazie a tutto ciò di tranquillità e compagnia che abbiamo trovato dietro la Porta Magica?
IL CRIMINE DEL CONGO
INDICE
PREFAZIA
INTRODUZIONE
CAPITOLO I
COME FU FONdato lo Stato Libero del Congo
CAPITOLO II
Lo sviluppo dello Stato del Congo
CAPITOLO III
Il funzionamento del sistema
CAPITOLO IV
I primi risultati del sistema
CAPITOLO V
Ulteriori risultati del sistema
CAPITOLO VII
Rapporto del console Roger Casement
CAPITOLO VIII
La commissione di Re Leopoldo e il suo rapporto
CAPITOLO IX
Il Congo dopo la commissione
CAPITOLO X
Alcuni testimonianze cattoliche sul Congo
CAPITOLO XI
Le prove disponibili fino ad oggi
CAPITOLO XII
La situazione politica
CAPITOLO XIII
Alcune giustificazioni dei congolesi
CAPITOLO XIV
Soluzioni proposte
APPENDICE
THROUGH THE MAGIC DOOR This non-ficition work is a memoir-catalogue of the books in Doyle’s library. CONTENTS I. II. III. IV. V. VI. VII. VIII. IX. X. XI. XII.
I. I care not how humble your bookshelf may be, nor how lowly the room which it adorns. Close the door of that room behind you, shut off with it all the cares of the outer world, plunge back into the soothing company of the great dead, and then you are through the magic portal into that fair land whither worry and vexation can follow you no more. You have left all that is vulgar and all that is sordid behind you. There stand your noble, silent comrades, waiting in their ranks. Pass your eye down their files. Choose your man. And then you have but to hold up your hand to him and away you go together into dreamland. Surely there would be something eerie about a line of books were it not that familiarity has deadened our sense of it. Each is a mummified soul embalmed in cere-cloth and natron of leather and printer’s ink. Each cover of a true book enfolds the concentrated essence of a man. The personalities of the writers have faded into the thinnest shadows, as their bodies into impalpable dust, yet here are their very spirits at your command. It is our familiarity also which has lessened our perception of the miraculous good fortune which we enjoy. Let us suppose that we were suddenly to learn that Shakespeare had returned to earth, and that he would favour any of us with an hour of his wit and his fancy. How eagerly we would seek him out! And yet we have him — the very best of him — at our elbows from week to week, and hardly trouble ourselves to put out our hands to beckon him down. No matter what mood a man may be in, when once he has passed through the magic door he can summon the world’s greatest to sympathize with him in it. If he be thoughtful, here are the kings of thought. If he be dreamy, here are the masters of fancy. Or is it amusement that he lacks? He can signal to any one of the world’s great story-tellers, and out comes the dead man and holds him enthralled by the hour. The dead are such good company that one may come to think too little of the living. It is a real and a pressing danger with many of us, that we should never find our own thoughts and our own souls, but be ever obsessed by the dead. Yet second-hand romance and second-hand emotion are surely better than the dull, soul-killing monotony which life brings to most of the human race. But best of all when the dead man’s wisdom and strength in the living of our own strenuous days. Come through the magic door with me, and sit here on the green settee, where you can see the old oak case with its untidy lines of volumes. Smoking is not forbidden. Would you care to hear me talk of them? Well, I ask nothing better, for there is no volume there which is not a dear, personal friend, and what can a man talk of more pleasantly than that? The other books are over yonder, but these are my own favourites — the ones I care to re-read and to have near my elbow. There is not a tattered cover which does not bring its mellow memories to me. Some of them represent those little sacrifices which make a possession dearer. You see the line of old, brown volumes at the bottom? Every one of those represents a lunch. They were bought in my student days, when times were not too affluent. Threepence was my modest allowance for my midday sandwich and glass of beer; but, as luck would have it, my way to the classes led past the most fascinating bookshop in the world. Outside the door of it stood a large tub filled with an ever-changing litter of tattered books, with a card above which announced that any volume therein could be purchased for the identical sum which I carried in my pocket. As I approached it a combat ever raged betwixt the hunger of a youthful body and that of an inquiring and omnivorous mind. Five times out of six the animal won. But when the mental prevailed, then there was an entrancing five minutes’ digging among out-of-date almanacs, volumes of Scotch theology, and tables of logarithms, until one found something which made it all worth while. If you will look over these titles, you will see that I did not do so very badly. Four volumes of Gordon’s “Tacitus” (life is too short to read originals, so long as there are good translations), Sir William Temple’s Essays, Addison’s works, Swift’s “Tale of a Tub,” Clarendon’s “History,” “Gil Blas,” Buckingham’s Poems, Churchill’s Poems, “Life of Bacon” — not so bad for the old threepenny tub. They were not always in such plebeian company. Look at the thickness of the rich leather, and the richness of the dim gold lettering. Once they adorned the shelves of some noble library, and even among the odd almanacs and the sermons they bore the traces of their former greatness, like the faded silk dress of the reduced gentlewoman, a present pathos but a glory of the past. Reading is made too easy nowadays, with cheap paper editions and free libraries. A man does not appreciate at its full worth the thing that comes to him without effort. Who now ever gets the thrill which Carlyle felt when he hurried home with the six volumes of Gibbon’s “History” under his arm, his mind just starving for want of food, to devour them at the rate of one a day? A book should be your very own before you can really get the taste of it, and unless you have worked for it, you will never have the true inward pride of possession. If I had to choose the one book out of all that line from which I have had most pleasure and most profit, I should point to yonder stained copy of Macaulay’s “Essays.” It seems entwined into my whole life as I look backwards. It was my comrade in my student days, it has been with me on the sweltering Gold Coast, and it formed part of my humble kit when I went a-whaling in the Arctic. Honest Scotch harpooners have addled their brains over it, and you may still see the grease stains where the second engineer grappled with Frederick the Great. Tattered and dirty and worn, no gilt-edged morocco-bound volume could ever take its place for me. What a noble gateway this book forms through which one may approach the study either of letters or of history! Milton, Machiavelli, Hallam, Southey, Bunyan, Byron, Johnson, Pitt, Hampden, Clive, Hastings, Chatham — what nuclei for thought! With a good grip of each how pleasant and easy to fill in all that lies between! The short, vivid sentences, the broad sweep of allusion, the exact detail, they all throw a glamour round the subject and should make the least studious of readers desire to go further. If Macaulay’s hand cannot lead a man upon those pleasant paths, then, indeed, he may give up all hope of ever finding them. When I was a senior schoolboy this book — not this very volume, for it had an even more tattered predecessor — opened up a new world to me. History had been a lesson and abhorrent. Suddenly the task and the drudgery became an incursion into an enchanted land, a land of colour and beauty, with a kind, wise guide to point the path. In that great style of his I loved even the faults — indeed, now that I come to think of it, it was the faults which I loved best. No sentence could be too stiff with rich embroidery, and no antithesis too flowery. It pleased me to read that “a universal shout of laughter from the Tagus to the Vistula informed the Pope that the days of the crusades were past,” and I was delighted to learn that “Lady Jerningham kept a vase in which people placed foolish verses, and Mr. Dash wrote verses which were fit to be placed in Lady Jerningham’s vase.” Those were the kind of sentences which used to fill me with a vague but enduring pleasure, like chords which linger in the musician’s ear. A man likes a plainer literary diet as he grows older, but still as I glance over the Essays I am filled with admiration and wonder at the alternate power of handling a great subject, and of adorning it by delightful detail — just a bold sweep of the brush, and then the most delicate stippling. As he leads you down the path, he for ever indicates the alluring side-tracks which branch away from it. An admirable, if somewhat old-fashioned, literary and historical education night be effected by working through every book which is alluded to in the Essays. I should be curious, however, to know the exact age of the youth when he came to the end of his studies. I wish Macaulay had written a historical novel. I am convinced that it would have been a great one. I do not know if he had the power of drawing an imaginary character, but he certainly had the gift of reconstructing a dead celebrity to a remarkable degree. Look at the simple half-paragraph in which he gives us Johnson and his atmosphere. Was ever a more definite picture given in a shorter space — “As we close it, the club-room is before us, and the table on which stand the omelet for Nugent, and the lemons for Johnson. There are assembled those heads which live for ever on the canvas of Reynolds. There are the spectacles of Burke, and the tall thin form of Langton, the courtly sneer of Beauclerk and the beaming smile of Garrick, Gibbon tapping his snuff-box, and Sir Joshua with his trumpet in his ear. In the foreground is that strange figure which is as familiar to us as the figures of those among whom we have been brought up — the gigantic body, the huge massy face, seamed with the scars of disease, the brown coat, the black worsted stockings, the grey wig with the scorched foretop, the dirty hands, the nails bitten and pared to the quick. We see the eyes and mouth moving with convulsive twitches; we see the heavy form rolling; we hear it puffing, and then comes the ‘Why, sir!’ and the ‘What then, sir?’ and the ‘No, sir!’ and the ‘You don’t see your way through the question, sir!’” It is etched into your memory for ever. I can remember that when I visited London at the age of sixteen the first thing I did after housing my luggage was to make a pilgrimage to Macaulay’s grave, where he lies in Westminster Abbey, just under the shadow of Addison, and amid the dust of the poets whom he had loved so well. It was the one great object of interest which London held for me. And so it might well be, when I think of all I owe him. It is not merely the knowledge and the stimulation of fresh interests, but it is the charming gentlemanly tone, the broad, liberal outlook, the general absence of bigotry and of prejudice. My judgment now confirms all that I felt for him then. My four-volume edition of the History stands, as you see, to the right of the Essays. Do you recollect the third chapter of that work — the one which reconstructs the England of the seventeenth century? It has always seemed to me the very high-water mark of Macaulay’s powers, with its marvellous mixture of precise fact and romantic phrasing. The population of towns, the statistics of commerce, the prosaic facts of life are all transmuted into wonder and interest by the handling of the master. You feel that he could have cast a glamour over the multiplication table had he set himself to do so. Take a single concrete example of what I mean. The fact that a Londoner in the country, or a countryman in London, felt equally out of place in those days of difficult travel, would seem to hardly require stating, and to afford no opportunity of leaving a strong impression upon the reader’s mind. See what Macaulay makes of it, though it is no more than a hundred other paragraphs which discuss a hundred various points — “A cockney in a rural village was stared at as much as if he had intruded into a kraal of Hottentots. On the other hand, when the lord of a Lincolnshire or Shropshire manor appeared in Fleet Street, he was as easily distinguished from the resident population as a Turk or a Lascar. His dress, his gait, his accent, the manner in which he gazed at the shops, stumbled into gutters, ran against the porters, and stood under the waterspouts, marked him out as an excellent subject for the operations of swindlers and banterers. Bullies jostled him into the kennel, Hackney coachmen splashed him from head to foot, thieves explored with perfect security the huge pockets of his horseman’s coat, while he stood entranced by the splendour of the Lord Mayor’s Show. Money-droppers, sore from the cart’s tail, introduced themselves to him, and appeared to him the most honest friendly gentlemen that he had ever seen. Painted women, the refuse of Lewkner Lane and Whetstone Park, passed themselves on him for countesses and maids of honour. If he asked his way to St. James’, his informants sent him to Mile End. If he went into a shop, he was instantly discerned to be a fit purchaser of everything that nobody else would buy, of second-hand embroidery, copper rings, and watches that would not go. If he rambled into any fashionable coffee-house, he became a mark for the insolent derision of fops, and the grave waggery of Templars. Enraged and mortified, he soon returned to his mansion, and there, in the homage of his tenants and the conversation of his boon companions, found consolation for the vexations and humiliations which he had undergone. There he was once more a great man, and saw nothing above himself except when at the assizes he took his seat on the bench near the Judge, or when at the muster of the militia he saluted the Lord Lieutenant.” On the whole, I should put this detached chapter of description at the very head of his Essays, though it happens to occur in another volume. The History as a whole does not, as it seems to me, reach the same level as the shorter articles. One cannot but feel that it is a brilliant piece of special pleading from a fervid Whig, and that there must be more to be said for the other side than is there set forth. Some of the Essays are tinged also, no doubt, by his own political and religious limitations. The best are those which get right away into the broad fields of literature and philosophy. Johnson, Walpole, Madame D’Arblay, Addison, and the two great Indian ones, Clive and Warren Hastings, are my own favourites. Frederick the Great, too, must surely stand in the first rank. Only one would I wish to eliminate. It is the diabolically clever criticism upon Montgomery. One would have wished to think that Macaulay’s heart was too kind, and his soul too gentle, to pen so bitter an attack. Bad work will sink of its own weight. It is not necessary to souse the author as well. One would think more highly of the man if he had not done that savage bit of work. I don’t know why talking of Macaulay always makes me think of Scott, whose books in a faded, olive-backed line, have a shelf, you see, of their own. Perhaps it is that they both had so great an influence, and woke such admiration in me. Or perhaps it is the real similarity in the minds and characters of the two men. You don’t see it, you say? Well, just think of Scott’s “Border Ballads,” and then of Macaulay’s “Lays.” The machines must be alike, when the products are so similar. Each was the only man who could possibly have written the poems of the other. What swing and dash in both of them! What a love of all that is and noble and martial! So simple, and yet so strong. But there are minds on which strength and simplicity are thrown away. They think that unless a thing is obscure it must be superficial, whereas it is often the shallow stream which is turbid, and the deep which is clear. Do you remember the fatuous criticism of Matthew Arnold upon the glorious “Lays,” where he calls out “is this poetry?” after quoting — ”And how can man die better Than facing fearful odds For the ashes of his fathers And the Temples of his Gods?” In trying to show that Macaulay had not the poetic sense he was really showing that he himself had not the dramatic sense. The baldness of the idea and of the language had evidently offended him. But this is exactly where the true merit lies. Macaulay is giving the rough, blunt words with which a simple-minded soldier appeals to two comrades to help him in a deed of valour. Any high-flown sentiment would have been absolutely out of character. The lines are, I think, taken with their context, admirable ballad poetry, and have just the dramatic quality and sense which a ballad poet must have. That opinion of Arnold’s shook my faith in his judgment, and yet I would forgive a good deal to the man who wrote — ”One more charge and then be dumb, When the forts of Folly fall, May the victors when they come Find my body near the wall.” Not a bad verse that for one’s life aspiration. This is one of the things which human society has not yet understood — the value of a noble, inspiriting text. When it does we shall meet them everywhere engraved on appropriate places, and our progress through the streets will be brightened and ennobled by one continual series of beautiful mental impulses and images, reflected into our souls from the printed thoughts which meet our eyes. To think that we should walk with empty, listless minds while all this splendid material is running to waste. I do not mean mere Scriptural texts, for they do not bear the same meaning to all, though what human creature can fail to be spurred onwards by “Work while it is day, for the night cometh when no man can work.” But I mean those beautiful thoughts — who can say that they are uninspired thoughts? — which may be gathered from a hundred authors to match a hundred uses. A fine thought in fine language is a most precious jewel, and should not be hid away, but be exposed for use and ornament. To take the nearest example, there is a horse-trough across the road from my house, a plain stone trough, and no man could pass it with any feelings save vague discontent at its ugliness. But suppose that on its front slab you print the verse of Coleridge — ”He prayeth best who loveth best All things, both great and small For the dear Lord who fashioned him He knows and loveth all.” I fear I may misquote, for I have not “The Ancient Mariner” at my elbow, but even as it stands does it not elevate the horse-trough? We all do this, I suppose, in a small way for ourselves. There are few men who have not some chosen quotations printed on their study mantelpieces, or, better still, in their hearts. Carlyle’s transcription of “Rest! Rest! Shall I not have all Eternity to rest in!” is a pretty good spur to a weary man. But what we need is a more general application of the same thing for public and not for private use, until people understand that a graven thought is as beautiful an ornament as any graven image, striking through the eye right deep down into the soul. However, all this has nothing to do with Macaulay’s glorious lays, save that when you want some flowers of manliness and patriotism you can pluck quite a bouquet out of those. I had the good fortune to learn the Lay of Horatius off by heart when I was a child, and it stamped itself on my plastic mind, so that even now I can reel off almost the whole of it. Goldsmith said that in conversation he was like the man who had a thousand pounds in the bank, but could not compete with the man who had an actual sixpence in his pocket. So the ballad that you bear in your mind outweighs the whole bookshelf which waits for reference. But I want you now to move your eye a little farther down the shelf to the line of olive-green volumes. That is my edition of Scott. But surely I must give you a little breathing space before I venture upon them.
Attraverso la porta magica
Quest’opera di saggistica non narrativa è un memoriale-catalogo dei libri presenti nella biblioteca di Doyle.
Indice
I.
II.
III.
IV.
V.
VI.
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I.
Non mi interessa quanto possa essere umile la tua libreria, né quanto modesto possa essere il ambiente che essa abbellisce. Chiudi la porta di quella stanza alle tue spalle, allontana con essa tutte le preoccupazioni del mondo esterno, immergiti nuovamente nella compagnia rassicurante dei grandi defunti. E così attraverserai quel portale magico verso quella terra incantevole dove ansie e tormenti non potranno più seguirti. Hai lasciato alle tue spalle tutto ciò che è volgare e sporco; lì stanno i tuoi nobili, silenziosi compagni, in attesa nelle loro file. Scorri con lo sguardo lungo quelle file, scegli il tuo uomo. E poi basterà alzare la mano verso di lui, e insieme vi immergerete nel regno dei sogni. Sicuramente ci sarebbe qualcosa di inquietante in una fila di libri, se non fosse per l’abitudine che ha attenuato il nostro senso di meraviglia. Ogni libro è come un’anima mummificata, conservata nella stoffa cerata e nel natron. Ogni copertina di un vero libro racchiude l’essenza concentrata di un uomo; le personalità degli autori sono svanite nelle ombre più sottili, i loro corpi si sono trasformati in polvere impalpabile. Eppure i loro spiriti sono ancora a tua disposizione.
È proprio questa familiarità che ci fa sottovalutare la fortuna straordinaria di cui godiamo. Immaginiamo di scoprire improvvisamente che Shakespeare sia tornato sulla terra e che ci conceda un’ora della sua intelligenza e della sua fantasia. Quanto lo cercheremmo con impazienza! Eppure lo abbiamo già qui, a portata di mano, settimana dopo settimana. Eppure quasi non ci sforziamo nemmeno di tendere la mano per chiamarlo. Qualunque sia il nostro umore, una volta attraversato quel portale magico possiamo far venire al nostro fianco le persone più grandi del mondo. Se siamo pensierosi, ecco i re del pensiero; se sognanti, ecco i maestri della fantasia. E se ci manca il divertimento? Basta chiamare uno qualsiasi dei grandi narratori del mondo. E l’uomo morto apparirà e ci intratterrà per un’ora intera. I morti sono compagni così piacevoli che si finisce per sottovalutare i vivi. Per molti di noi rappresentano davvero un pericolo grave: non riusciamo mai a trovare i nostri pensieri e le nostre anime, ma siamo sempre ossessionati dai morti. Tuttavia, la romantica emozione derivante dalle storie altrui è sicuramente meglio della monotonia noiosa e distruttiva che la vita porta alla maggior parte delle persone. Ma il meglio di tutto è quando la saggezza e la forza dei morti ci aiutano a superare le difficoltà della nostra esistenza quotidiana.
Vieni con me attraverso quel portale magico, siediti qui sul divano verde. Lì c’è quella vecchia libreria di quercia, piena di volumi disordinati. Fumare non è vietato. Vuoi che ti parli di loro? Beh, non desidero nulla di più. Perché nessun libro lì presente non sia un caro amico personale. E di cosa si potrebbe parlare con maggiore piacere di questo? Gli altri libri sono laggiù. Ma questi sono i miei preferiti: quelli che mi piace rileggere e tenere sempre a portata di mano. Nessuna copertina logora non mi riporta a ricordi dolci e affettuosi.
Alcuni di questi libri rappresentano quei piccoli sacrifici che rendono un possesso ancora più prezioso. Vedete quella fila di vecchi volumi in pelle marrone laggiù? Ognuno di essi simboleggia un pranzo. Furono acquistati ai tempi del mio studio, quando le condizioni finanziarie non erano molto buone. Tre penny costituivano il mio modesto budget per il panino e la birra a mezzogiorno; ma, per fortuna, il cammino verso le lezioni mi portava davanti alla libreria più affascinante del mondo. Fuori dalla porta c’era un grande secchio pieno di libri logori e consumati; sopra di esso era appesa una cartolina che annunciava che qualsiasi volume al suo interno poteva essere acquistato per lo stesso prezzo che avevo in tasca. Quando mi avvicinavo, scatenava sempre una lotta tra la fame del mio giovane corpo e quella della mia mente curiosa e avida di conoscenza. Cinque volte su sei, la fame vinceva; ma quando prevaleva la mente, trascorrevano cinque minuti incantevoli a frugare tra almanacchi obsoleti, volumi di teologia scozzese e tabelle di logaritmi, fino a trovare qualcosa che rendesse tutto quel tempo davvero valioso. Se date un’occhiata a questi titoli, vedrete che non mi sono andate poi così male. Quattro volumi della “Storia” di Tacito di Gordon (la vita è troppo breve per leggere le opere originali, purché ci siano buone traduzioni), gli Saggi di Sir William Temple, le opere di Addison, “La storia di un secchio” di Swift, la “Storia” di Clarendon, “Gil Blas”, i poemi di Buckingham, quelli di Churchill, la “Vita di Bacon”. Niente male per quei tre penny.
Non sempre questi libri erano circondati da compagnie così umili. Guardate la qualità della pelle e l’oro sbiadito con cui sono rilegati. Un tempo adornavano gli scaffali di nobili biblioteche; anche tra almanacchi e sermoni, conservavano tracce della loro antica grandezza, come un abito di seta sbiadito di una signora in declino. Una sorta di pathos attuale, ma la gloria di un passato lontano.
Oggi leggere è diventato troppo facile, con edizioni economiche e biblioteche gratuite. Un uomo non apprezza davvero a pieno ciò che gli viene offerto senza sforzo. Chi prova ancora quell’emozione che provò Carlyle quando tornava a casa di corsa con i sei volumi della “Storia” di Gibbon sotto il braccio, con la mente affamata di conoscenza, pronta ad assorbirli uno al giorno? Un libro deve diventare davvero tuo prima che tu possa apprezzarlo veramente. E se non l’hai ottenuto con sforzo, non proverai mai quel vero orgoglio interiore derivante dal possederlo.
Se dovessi scegliere un solo libro tra tutti quelli che ho letto, indicherei quella copia logora degli “Saggi” di Macaulay. Sembra essersi intrecciata nella mia vita per sempre. È stato il mio compagno negli anni dello studio, è stato con me sulla calda Gold Coast, e ha fatto parte del mio modesto equipaggiamento quando sono andato a cacciare balene nell’Artico. Onesti cacciatori di balene scozzesi hanno perso la testa leggendo quei libri. E si possono ancora vedere le macchie di grasso lasciate dal secondo ingegnere mentre studiava “Frederick il Grande”. Logori, sporchi e consumati. Nessun volume rilegato in morbida pelle dorata potrebbe mai sostituirli per me.
Che nobile via d’accesso costituisce questo libro, attraverso il quale si può avvicinare allo studio sia delle lettere che della storia! Milton, Machiavelli, Hallam, Southey, Bunyan, Byron, Johnson, Pitt, Hampden, Clive, Hastings, Chatham. Che nuclei di pensiero! Con una buona conoscenza di ciascuno di questi autori, diventa piacevole e facile colmare tutto ciò che si trova tra loro. Le frasi brevi e vivide, le allusioni ampie, i dettagli precisi. Tutto contribuisce a rendere l’argomento affascinante, spingendo anche il lettore meno studioso a voler approfondire la conoscenza. Se la penna di Macaulay non è in grado di guidare un uomo su questi piacevoli sentieri, allora davvero si può perdere ogni speranza di trovarli mai. Quando ero uno studente delle scuole superiori, questo libro – non proprio questa edizione, poiché ne esisteva una ancora più logora – mi aprì un mondo nuovo. La storia fino ad allora era stata per me un argomento noioso e odioso; improvvisamente, studiarla divenne un’esperienza avventurosa, un viaggio in una terra di colori e bellezza, guidato da un maestro gentile e saggio. Amavo persino i suoi difetti, anzi, ora che ci penso, erano proprio questi difetti quelli che preferivo. Nessuna frase era troppo ricca di ornamenti, nessuna antitesi troppo elaborata; mi piaceva leggere frasi come “Un’unica risata che si estendeva dal Tago al Vistola comunicò al Papa che i giorni delle crociate erano finiti”, e trovavo divertente sapere che “Lady Jerningham teneva un vaso nel quale le persone inserivano versi sciocchi, mentre il signor Dash scriveva versi degni di essere messi in quel vaso”. Queste frasi mi procuravano una gioia vaga ma duratura, come suoni che rimangono nell’orecchio del musicista. Con l’avanzare dell’età, si preferisce un approccio letterario più semplice, ma ancora oggi, rileggendo questi saggi, non posso fare a meno di ammirare e meravigliarmi per la capacità di trattare argomenti così importanti e di abbellirli con dettagli deliziosi: un semplice tratto della penna, seguito dai dettagli più raffinati. Mentre ti guida lungo il cammino, indica sempre i sentieri secondari che si diramano da esso. Studiare attentamente ogni libro menzionato in questi saggi può fornire un’educazione letteraria e storica davvero eccellente, anche se un po’ vecchio stile. Tuttavia, mi chiedo quale fosse esattamente l’età di quel giovane quando terminò i suoi studi. Mi sarebbe piaciuto che Macaulay avesse scritto un romanzo storico: sono convinto che sarebbe stato un capolavoro. Non so se avesse il talento necessario per creare personaggi immaginari, ma di certo possedeva la capacità di ricostruire in modo straordinario le figure storiche del passato. Guardate quel breve paragrafo in cui ci descrive Johnson e il suo ambiente. Esiste forse un ritratto più preciso e incisivo in così poco spazio?
Mentre lo chiudiamo, la sala da club si presenta davanti a noi: sul tavolo ci sono l’omelette per Nugent e i limoni per Johnson. Lì riunite sono quelle figure che rimarranno per sempre impresse nella tela di Reynolds: gli occhiali di Burke, la figura alta e snella di Langton, il sorriso affabile di Beauclerk, il sorriso radioso di Garrick, Gibbon che batte sulla sua tabacchiera, Sir Joshua con la tromba all’orecchio. In primo piano c’è quella strana figura, così familiare a noi quanto quelle delle persone tra cui siamo cresciuti: il corpo gigantesco, il viso massiccio segnato dalle cicatrici della malattia, il cappotto marrone, i calzini di lana nera, la parrucca grigia con la parte anteriore bruciata, le mani sporche, le unghie mordute e tagliate fino alla carne viva. Vediamo gli occhi e la bocca muoversi in convulsioni; sentiamo quel corpo pesante rotolare avanti e indietro; lo sentiamo ansimare. E poi arrivano quelle domande: “Perché, signore?”, “E allora, signore?”, “No, signore!”, “Non riesce proprio a capire la questione, signore!”. Questo ricordo è inciso per sempre nella nostra memoria. Ricordo che quando avevo sedici anni e visitai Londra, la prima cosa che feci dopo aver sistemato i bagagli fu recarmi alla tomba di Macaulay, situata nell’Abbazia di Westminster, proprio sotto l’ombra di Addison, tra la polvere dei poeti che lui aveva tanto amato. Quella era l’unica grande attrativa che Londra aveva per me. E non sorprende, se ci penso a tutto ciò che gli devo: non si tratta solo della conoscenza e dello stimolo offerti da nuovi interessi, ma anche del suo tono gentile e cortese, della sua visione ampia e liberale, della sua assenza totale di bigottismo e pregiudizi. Ora la mia opinione conferma tutto ciò che provavo per lui allora. La mia edizione in quattro volumi della Storia è posizionata, come potete vedere, a destra degli Saggi. Vi ricordate il terzo capitolo di quel lavoro? Quello che ricostruisce l’Inghilterra del XVII secolo? Sempre mi è sembrato rappresentare il culmine delle capacità creative di Macaulay: una miscela meravigliosa di fatti precisi e formulazioni romantiche. La popolazione delle città, le statistiche commerciali, i dettagli più banali della vita quotidiana, tutto viene trasformato in qualcosa di straordinario grazie al modo in cui Macaulay ne parla. Si ha l’impressione che avrebbe potuto anche conferire un fascino particolare alla tavola pitagorica, se solo lo avesse voluto. Prendiamo un esempio concreto: il fatto che un londinese in campagna, o un contadino a Londra, si sentisse ugualmente a disagio in quei tempi di viaggi difficili sembrerebbe qualcosa di ovvio, e quindi poco in grado di lasciare un’impressione profonda nel lettore. Ma vedete cosa ne fa Macaulay. Anche se si tratta soltanto di uno dei tanti passaggi che trattano centinaia di argomenti diversi.
Un cittadino di Londra, in un villaggio rurale, veniva guardato con lo stesso sospetto come se fosse entrato nel territorio dei Boscimani. D’altra parte, quando il proprietario di una tenuta nel Lincolnshire o nello Shropshire compariva in Fleet Street, si distingueva facilmente dalla popolazione locale, proprio come un turco o un indiano. Il suo abbigliamento, il suo modo di camminare, il suo accento, il modo in cui osservava le botteghe, inciampava nei canali di scolo, si scontrava con i portieri e si fermava sotto gli scarichi delle grondaie, lo rendevano un bersaglio ideale per truffatori e scherzacciatori. I bulli lo spingevano dentro le stalle, i cocchieri lo bagnavano dalla testa ai piedi, i ladri esploravano con tranquillità le enormi tasche del suo abito da cavaliere, mentre lui rimaneva incantato dallo splendore della parata del Lord Mayor. Gli uomini ricchi e a corto di denaro si presentavano a lui, sembrandogli i gentiluomini più onesti e amichevoli che avesse mai incontrato; donne dipinte, rifiuti delle strade malfamate, si spacciavano per contesse o dame di compagnia. Se chiedeva indicazioni per raggiungere St. James’, gli informatori lo mandavano a Mile End; se entrava in una bottega, veniva immediatamente considerato un potenziale acquirente di oggetti che nessun altro avrebbe comprato: ricami usati, anelli di rame, orologi difettosi. Se si recava in una caffetteria alla moda, diventava bersaglio di derisioni insolenti da parte dei damerini e di battute sarcastiche da parte dei gentiluomini. Arrabbiato e umiliato, tornava presto nella sua residenza, dove trovava conforto nell’ammirazione dei suoi inquilini e nelle conversazioni con i suoi amici. Lì, ancora una volta, si sentiva un uomo importante; non vedeva nessuno al di sopra di sé, tranne quando sedeva sul banco del giudice durante le assise o quando salutava il Lord Lieutenant durante le riunioni della milizia.
Nel complesso, dovrei collocare questo capitolo descrittivo all’inizio stesso dei suoi Saggi, anche se in realtà si trova in un altro volume. L’intera opera, a mio parere, non raggiunge lo stesso livello degli articoli più brevi; si ha l’impressione che si tratti di un brillante sforzo da parte di un fervente Whig per difendere una determinata posizione politica, e che ci sia sicuramente molto di più da dire sull’altra parte rispetto a quanto esposto. Alcuni dei Saggi sono certamente influenzati dalle sue stesse limitazioni politiche e religiose; i migliori sono quelli che affrontano direttamente i vasti campi della letteratura e della filosofia. Johnson, Walpole, Madame D’Arblay, Addison, nonché i due grandi inglesi in India, Clive e Warren Hastings, sono i miei preferiti; anche Federico il Grande merita sicuramente un posto di primo piano. Tuttavia, ci sarebbe uno solo che vorrei eliminare: quella critica estremamente astuta nei confronti di Montgomery. Si potrebbe pensare che il cuore di Macaulay fosse troppo gentile, la sua anima troppo delicata per scrivere un attacco così aspro. Un’opera scadente affonderà da sola; non c’è bisogno di “annegare” anche l’autore. Si potrebbe stimare di più quell’uomo se non avesse compiuto un simile atto crudele. Non so perché parlare di Macaulay mi faccia sempre pensare a Scott, i cui libri, con le loro copertine ingiallite e dai bordi olivastri, hanno sicuramente un posto tutto loro sugli scaffali. Forse è perché entrambi hanno avuto un’influenza così grande su di me, suscitando in me ammirazione profonda. O forse è davvero la somiglianza nelle loro menti e nei loro caratteri. Non la noti? Beh, pensa solo alle “Ballate delle Frontiere” di Scott e poi alle “Lays” di Macaulay: i mezzi utilizzati per creare queste opere devono essere simili, se i risultati sono così analoghi. Ognuno dei due era l’unico che potesse scrivere le poesie dell’altro. Che slancio e vigore in entrambi! Quanto amore per tutto ciò che è nobile e militare. Così semplici, eppure così forti. Ma ci sono menti per cui forza e semplicità vengono considerate negativi; pensano che qualcosa sia superficiale se non è oscuro. Quando invece spesso è il corso poco profondo ad essere torbido, mentre quello profondo rimane limpido. Ricordi quella critica assurda di Matthew Arnold alle meravigliose “Lays” di Macaulay, in cui esclamava “Questa è davvero poesia?”, dopo aver citato.
Nel tentativo di dimostrare che Macaulay non possedesse il senso poetico, in realtà si stava dimostrando che nemmeno lui aveva il vero senso drammatico. La banalità dell’idea e del linguaggio avevano chiaramente offeso Macaulay; ma proprio in questo risiedeva il vero valore di quelle parole. Macaulay utilizzava termini semplici e diretti, quelli con cui un soldato semplice avrebbe potuto chiedere aiuto a due compagni per compiere un atto di coraggio. Qualsiasi sentimento troppo elevato sarebbe stato del tutto fuori luogo. A mio parere, considerando il contesto, quelle strofe rappresentano poesia ballata davvero ammirevole, con quella qualità drammatica che è essenziale per un poeta di questo genere. Quell’opinione su Arnold scosse la mia fiducia nel suo giudizio; tuttavia, perdonerei molto all’uomo che scrisse:
“Un ultimo assalto, e poi il silenzio;
quando cadranno le fortezze della follia,
che i vincitori, al loro arrivo,
trovino il mio corpo vicino al muro.”
Non è certo una brutta poesia, come aspirazione per la vita umana. Questo è uno di quei valori che la società umana non ha ancora compreso appieno: il valore di un testo nobile e ispiratore. Quando lo capirà, li troverà ovunque, incisi nei luoghi appropriati; il nostro cammino nella vita sarà illuminato da una serie continua di bellissimi stimoli mentali e immagini, riflessi nelle nostre anime attraverso i pensieri stampati che incontriamo ogni giorno. Pensare che possiamo camminare con la mente vuota e apatica, mentre tutto questo materiale splendido va sprecato. Non intendo solo i testi sacri: anche quelli scritti da autori comuni possono essere fonte di ispirazione. Un pensiero bello, espresso in un linguaggio elegante, è una gemma preziosa che non dovrebbe essere nascosta, ma messa a disposizione di tutti per essere utilizzata e apprezzata. Prendiamo l’esempio più vicino a noi: c’è un abbeveratoio di pietra proprio davanti a casa mia; nessuno lo noterebbe se non per la sua bruttezza. Ma supponiamo che su quella lastra venga stampata la poesia di Coleridge:
“Chi ama di più prega meglio;
tutte le cose, grandi e piccole,
per il caro Signore che ci ha creati.
Lui le conosce e le ama tutte.”
Temo di citare male. Non ho “Il Vecchio Marinaio” a portata di mano. Ma anche così, quella poesia non rende forse quell’abbeveratoio più bello? Tutti noi facciamo qualcosa del genere, anche se in modo limitato: molti hanno citazioni preferite incise sul caminetto dello studio, o meglio ancora nel proprio cuore. La traduzione di Carlyle di “Riposa! Riposa. Non avrò forse tutta l’eternità per riposare?” è sicuramente un ottimo stimolo per chi si sente stanco. Ma ciò di cui abbiamo bisogno è che questo tipo di stimoli venga applicato su larga scala, non solo a livello personale ma anche pubblico, affinché le persone capiscano che un pensiero inciso sulla pietra è un ornamento altrettanto bello di qualsiasi immagine scolpita. Un pensiero che colpisce immediatamente l’anima.
Tuttavia, tutto ciò non ha nulla a che fare con le splendide ballate di Macaulay, se non che, quando si desiderano esempi di mascolinità e patriottismo, si possono trarre molti spunti proprio da esse. Ho avuto la fortuna di imparare a memoria la “Ballata di Horatius” da bambino, ed essa è rimasta impressa nella mia memoria per sempre; ancora oggi riesco a recitarne quasi tutta intera. Goldsmith disse che, in conversazione, lui era come un uomo che avesse mille sterline in banca, ma non poteva competere con colui che aveva soltanto sei penny in tasca. Quindi, la ballata che abbiamo nella memoria vale più di tutta una libreria pronta all’uso. Ma ora voglio che spostiate lo sguardo un po’ più in basso sulla mensola: quelle sono le mie edizioni delle opere di Scott. Tuttavia, devo darvi un po’ di tempo per riprendervi prima di iniziare a parlarne.
II. It is a great thing to start life with a small number of really good books which are your very own. You may not appreciate them at first. You may pine for your novel of crude and unadulterated adventure. You may, and will, give it the preference when you can. But the dull days come, and the rainy days come, and always you are driven to fill up the chinks of your reading with the worthy books which wait so patiently for your notice. And then suddenly, on a day which marks an epoch in your life, you understand the difference. You see, like a flash, how the one stands for nothing, and the other for literature. From that day onwards you may return to your crudities, but at least you do so with some standard of comparison in your mind. You can never be the same as you were before. Then gradually the good thing becomes more dear to you; it builds itself up with your growing mind; it becomes a part of your better self, and so, at last, you can look, as I do now, at the old covers and love them for all that they have meant in the past. Yes, it was the olive-green line of Scott’s novels which started me on to rhapsody. They were the first books I ever owned — long, long before I could appreciate or even understand them. But at last I realised what a treasure they were. In my boyhood I read them by surreptitious candle-ends in the dead of the night, when the sense of crime added a new zest to the story. Perhaps you have observed that my “Ivanhoe” is of a different edition from the others. The first copy was left in the grass by the side of a stream, fell into the water, and was eventually picked up three days later, swollen and decomposed, upon a mud-bank. I think I may say, however, that I had worn it out before I lost it. Indeed, it was perhaps as well that it was some years before it was replaced, for my instinct was always to read it again instead of breaking fresh ground. I remember the late James Payn telling the anecdote that he and two literary friends agreed to write down what scene in fiction they thought the most dramatic, and that on examining the papers it was found that all three had chosen the same. It was the moment when the unknown knight, at Ashby-de-la-Zouch, riding past the pavilions of the lesser men, strikes with the sharp end of his lance, in a challenge to mortal combat, the shield of the formidable Templar. It was, indeed, a splendid moment! What matter that no Templar was allowed by the rules of his Order to take part in so secular and frivolous an affair as a tournament? It is the privilege of great masters to make things so, and it is a churlish thing to gainsay it. Was it not Wendell Holmes who described the prosaic man, who enters a drawing-room with a couple of facts, like ill-conditioned bull-dogs at his heels, ready to let them loose on any play of fancy? The great writer can never go wrong. If Shakespeare gives a sea-coast to Bohemia, or if Victor Hugo calls an English prize-fighter Mr. Jim-John-Jack — well, it was so, and that’s an end of it. “There is no second line of rails at that point,” said an editor to a minor author. “I make a second line,” said the author; and he was within his rights, if he can carry his readers’ conviction with him. But this is a digression from “Ivanhoe.” What a book it is! The second greatest historical novel in our language, I think. Every successive reading has deepened my admiration for it. Scott’s soldiers are always as good as his women (with exceptions) are weak; but here, while the soldiers are at their very best, the romantic figure of Rebecca redeems the female side of the story from the usual commonplace routine. Scott drew manly men because he was a manly man himself, and found the task a sympathetic one. He drew young heroines because a convention demanded it, which he had never the hardihood to break. It is only when we get him for a dozen chapters on end with a minimum of petticoat — in the long stretch, for example, from the beginning of the Tournament to the end of the Friar Tuck incident — that we realise the height of continued romantic narrative to which he could attain. I don’t think in the whole range of our literature we have a finer sustained flight than that. There is, I admit, an intolerable amount of redundant verbiage in Scott’s novels. Those endless and unnecessary introductions make the shell very thick before you come to the oyster. They are often admirable in themselves, learned, witty, picturesque, but with no relation or proportion to the story which they are supposed to introduce. Like so much of our English fiction, they are very good matter in a very bad place. Digression and want of method and order are traditional national sins. Fancy introducing an essay on how to live on nothing a year as Thackeray did in “Vanity Fair,” or sandwiching in a ghost story as Dickens has dared to do. As well might a dramatic author rush up to the footlights and begin telling anecdotes while his play was suspending its action and his characters waiting wearily behind him. It is all wrong, though every great name can be quoted in support of it. Our sense of form is lamentably lacking, and Sir Walter sinned with the rest. But get past all that to a crisis in the real story, and who finds the terse phrase, the short fire-word, so surely as he? Do you remember when the reckless Sergeant of Dragoons stands at last before the grim Puritan, upon whose head a price has been set: “A thousand marks or a bed of heather!” says he, as he draws. The Puritan draws also: “The Sword of the Lord and of Gideon!” says he. No verbiage there! But the very spirit of either man and of either party, in the few stern words, which haunt your mind. “Bows and Bills!” cry the Saxon Varangians, as the Moslem horse charges home. You feel it is just what they must have cried. Even more terse and businesslike was the actual battle-cry of the fathers of the same men on that long-drawn day when they fought under the “Red Dragon of Wessex” on the low ridge at Hastings. “Out! Out!” they roared, as the Norman chivalry broke upon them. Terse, strong, prosaic — the very genius of the race was in the cry. Is it that the higher emotions are not there? Or is it that they are damped down and covered over as too precious to be exhibited? Something of each, perhaps. I once met the widow of the man who, as a young signal midshipman, had taken Nelson’s famous message from the Signal Yeoman and communicated it to the ship’s company. The officers were impressed. The men were not. “Duty!” they muttered. “We’ve always done it. Why not?” Anything in the least highfalutin’ would depress, not exalt, a British company. It is the under statement which delights them. German troops can march to battle singing Luther’s hymns. Frenchmen will work themselves into a frenzy by a song of glory and of Fatherland. Our martial poets need not trouble to imitate — or at least need not imagine that if they do so they will ever supply a want to the British soldier. Our sailors working the heavy guns in South Africa sang: “Here’s another lump of sugar for the Bird.” I saw a regiment go into action to the refrain of “A little bit off the top.” The martial poet aforesaid, unless he had the genius and the insight of a Kipling, would have wasted a good deal of ink before he had got down to such chants as these. The Russians are not unlike us in this respect. I remember reading of some column ascending a breach and singing lustily from start to finish, until a few survivors were left victorious upon the crest with the song still going. A spectator inquired what wondrous chant it was which had warmed them to such a deed of valour, and he found that the exact meaning of the words, endlessly repeated, was “Ivan is in the garden picking cabbages.” The fact is, I suppose, that a mere monotonous sound may take the place of the tom-tom of savage warfare, and hypnotize the soldier into valour. Our cousins across the Atlantic have the same blending of the comic with their most serious work. Take the songs which they sang during the most bloody war which the Anglo-Celtic race has ever waged — the only war in which it could have been said that they were stretched to their uttermost and showed their true form—”Tramp, tramp, tramp,” “John Brown’s Body,” “Marching through Georgia” — all had a playful humour running through them. Only one exception do I know, and that is the most tremendous war-song I can recall. Even an outsider in time of peace can hardly read it without emotion. I mean, of course, Julia Ward Howe’s “War-Song of the Republic,” with the choral opening line: “Mine eyes have seen the glory of the coming of the Lord.” If that were ever sung upon a battle-field the effect must have been terrific. A long digression, is it not? But that is the worst of the thoughts at the other side of the Magic Door. You can’t pull one out without a dozen being entangled with it. But it was Scott’s soldiers that I was talking of, and I was saying that there is nothing theatrical, no posing, no heroics (the thing of all others which the hero abominates), but just the short bluff word and the simple manly ways, with every expression and metaphor drawn from within his natural range of thought. What a pity it is that he, with his keen appreciation of the soldier, gave us so little of those soldiers who were his own contemporaries — the finest, perhaps, that the world has ever seen! It is true that he wrote a life of the great Soldier Emperor, but that was the one piece of hackwork of his career. How could a Tory patriot, whose whole training had been to look upon Napoleon as a malignant Demon, do justice to such a theme? But the Europe of those days was full of material which he of all men could have drawn with a sympathetic hand. What would we not give for a portrait of one of Murat’s light-cavalrymen, or of a Grenadier of the Old Guard, drawn with the same bold strokes as the Rittmeister of Gustavus or the archers of the French King’s Guard in “Quentin Durward”? In his visit to Paris Scott must have seen many of those iron men who during the preceding twenty years had been the scourge and also the redemption of Europe. To us the soldiers who scowled at him from the sidewalks in 1814 would have been as interesting and as much romantic figures of the past as the mail-clad knights or ruffling cavaliers of his novels. A picture from the life of a Peninsular veteran, with his views upon the Duke, would be as striking as Dugald Dalgetty from the German wars. But then no man ever does realise the true interest of the age in which he happens to live. All sense of proportion is lost, and the little thing hard-by obscures the great thing at a distance. It is easy in the dark to confuse the fire-fly and the star. Fancy, for example, the Old Masters seeking their subjects in inn parlours, or St. Sebastians, while Columbus was discovering America before their very faces. I have said that I think “Ivanhoe” the best of Scott’s novels. I suppose most people would subscribe to that. But how about the second best? It speaks well for their general average that there is hardly one among them which might not find some admirers who would vote it to a place of honour. To the Scottish-born man those novels which deal with Scottish life and character have a quality of raciness which gives them a place apart. There is a rich humour of the soil in such books as “Old Mortality,” “The Antiquary,” and “Rob Roy,” which puts them in a different class from the others. His old Scottish women are, next to his soldiers, the best series of types that he has drawn. At the same time it must be admitted that merit which is associated with dialect has such limitations that it can never take the same place as work which makes an equal appeal to all the world. On the whole, perhaps, “Quentin Durward,” on account of its wider interests, its strong character-drawing, and the European importance of the events and people described, would have my vote for the second place. It is the father of all those sword-and-cape novels which have formed so numerous an addition to the light literature of the last century. The pictures of Charles the Bold and of the unspeakable Louis are extraordinarily vivid. I can see those two deadly enemies watching the hounds chasing the herald, and clinging to each other in the convulsion of their cruel mirth, more clearly than most things which my eyes have actually rested upon. The portrait of Louis with his astuteness, his cruelty, his superstition and his cowardice is followed closely from Comines, and is the more effective when set up against his bluff and war-like rival. It is not often that historical characters work out in their actual physique exactly as one would picture them to be, but in the High Church of Innsbruck I have seen effigies of Louis and Charles which might have walked from the very pages of Scott-Louis, thin, ascetic, varminty; and Charles with the head of a prize-fighter. It is hard on us when a portrait upsets all our preconceived ideas, when, for example, we see in the National Portrait Gallery a man with a noble, olive-tinted, poetic face, and with a start read beneath it that it is the wicked Judge Jeffreys. Occasionally, however, as at Innsbruck, we are absolutely satisfied. I have before me on the mantelpiece yonder a portrait of a painting which represents Queen Mary’s Bothwell. Take it down and look at it. Mark the big head, fit to conceive large schemes; the strong animal face, made to captivate a sensitive, feminine woman; the brutally forceful features — the mouth with a suggestion of wild boars’ tusks behind it, the beard which could bristle with fury: the whole man and his life-history are revealed in that picture. I wonder if Scott had ever seen the original which hangs at the Hepburn family seat? Personally, I have always had a very high opinion of a novel which the critics have used somewhat harshly, and which came almost the last from his tired pen. I mean “Count Robert of Paris.” I am convinced that if it had been the first, instead of the last, of the series it would have attracted as much attention as “Waverley.” I can understand the state of mind of the expert, who cried out in mingled admiration and despair: “I have studied the conditions of Byzantine Society all my life, and here comes a Scotch lawyer who makes the whole thing clear to me in a flash!” Many men could draw with more or less success Norman England, or mediaeval France, but to reconstruct a whole dead civilization in so plausible a way, with such dignity and such minuteness of detail, is, I should think, a most wonderful tour de force. His failing health showed itself before the end of the novel, but had the latter half equalled the first, and contained scenes of such humour as Anna Comnena reading aloud her father’s exploits, or of such majesty as the account of the muster of the Crusaders upon the shores of the Bosphorus, then the book could not have been gainsaid its rightful place in the very front rank of the novels. I would that he had carried on his narrative, and given us a glimpse of the actual progress of the First Crusade. What an incident! Was ever anything in the world’s history like it? It had what historical incidents seldom have, a definite beginning, middle and end, from the half-crazed preaching of Peter down to the Fall of Jerusalem. Those leaders! It would take a second Homer to do them justice. Godfrey the perfect soldier and leader, Bohemund the unscrupulous and formidable, Tancred the ideal knight errant, Robert of Normandy the half-mad hero! Here is material so rich that one feels one is not worthy to handle it. What richest imagination could ever evolve anything more marvellous and thrilling than the actual historical facts? But what a glorious brotherhood the novels are! Think of the pure romance of “The Talisman”; the exquisite picture of Hebridean life in “The Pirate”; the splendid reproduction of Elizabethan England in “Kenilworth”; the rich humour of the “Legend of Montrose”; above all, bear in mind that in all that splendid series, written in a coarse age, there is not one word to offend the most sensitive car, and it is borne in upon one how great and noble a man was Walter Scott, and how high the service which he did for literature and for humanity. For that reason his life is good reading, and there it is on the same shelf as the novels. Lockhart was, of course, his son-in-law and his admiring friend. The ideal biographer should be a perfectly impartial man, with a sympathetic mind, but a stern determination to tell the absolute truth. One would like the frail, human side of a man as well as the other. I cannot believe that anyone in the world was ever quite so good as the subject of most of our biographies. Surely these worthy people swore a little sometimes, or had a keen eye for a pretty face, or opened the second bottle when they would have done better to stop at the first, or did something to make us feel that they were men and brothers. They need not go the length of the lady who began a biography of her deceased husband with the words—”D — - was a dirty man,” but the books certainly would be more readable, and the subjects more lovable too, if we had greater light and shade in the picture. But I am sure that the more one knew of Scott the more one would have admired him. He lived in a drinking age, and in a drinking country, and I have not a doubt that he took an allowance of toddy occasionally of an evening which would have laid his feeble successors under the table. His last years, at least, poor fellow, were abstemious enough, when he sipped his barley-water, while the others passed the decanter. But what a high-souled chivalrous gentleman he was, with how fine a sense of honour, translating itself not into empty phrases, but into years of labour and denial! You remember how he became sleeping partner in a printing house, and so involved himself in its failure. There was a legal, but very little moral, claim against him, and no one could have blamed him had he cleared the account by a bankruptcy, which would have enabled him to become a rich man again within a few years. Yet he took the whole burden upon himself and bore it for the rest of his life, spending his work, his time, and his health in the one long effort to save his honour from the shadow of a stain. It was nearly a hundred thousand pounds, I think, which he passed on to the creditors — a great record, a hundred thousand pounds, with his life thrown in. And what a power of work he had! It was superhuman. Only the man who has tried to write fiction himself knows what it means when it is recorded that Scott produced two of his long novels in one single year. I remember reading in some book of reminiscences — on second thoughts it was in Lockhart himself — how the writer had lodged in some rooms in Castle Street, Edinburgh, and how he had seen all evening the silhouette of a man outlined on the blind of the opposite house. All evening the man wrote, and the observer could see the shadow hand conveying the sheets of paper from the desk to the pile at the side. He went to a party and returned, but still the hand was moving the sheets. Next morning he was told that the rooms opposite were occupied by Walter Scott. A curious glimpse into the psychology of the writer of fiction is shown by the fact that he wrote two of his books — good ones, too — at a time when his health was such that he could not afterwards remember one word of them, and listened to them when they were read to him as if he were hearing the work of another man. Apparently the simplest processes of the brain, such as ordinary memory, were in complete abeyance, and yet the very highest and most complex faculty — imagination in its supreme form — was absolutely unimpaired. It is an extraordinary fact, and one to be pondered over. It gives some support to the feeling which every writer of imaginative work must have, that his supreme work comes to him in some strange way from without, and that he is only the medium for placing it upon the paper. The creative thought — the germ thought from which a larger growth is to come, flies through his brain like a bullet. He is surprised at his own idea, with no conscious sense of having originated it. And here we have a man, with all other brain functions paralyzed, producing this magnificent work. Is it possible that we are indeed but conduit pipes from the infinite reservoir of the unknown? Certainly it is always our best work which leaves the least sense of personal effort. And to pursue this line of thought, is it possible that frail physical powers and an unstable nervous system, by keeping a man’s materialism at its lowest, render him a more fitting agent for these spiritual uses? It is an old tag that ”Great Genius is to madness close allied, And thin partitions do those rooms divide.” But, apart from genius, even a moderate faculty for imaginative work seems to me to weaken seriously the ties between the soul and the body. Look at the British poets of a century ago: Chatterton, Burns, Shelley, Keats, Byron. Burns was the oldest of that brilliant band, yet Burns was only thirty-eight when he passed away, “burned out,” as his brother terribly expressed it. Shelley, it is true, died by accident, and Chatterton by poison, but suicide is in itself a sign of a morbid state. It is true that Rogers lived to be almost a centenarian, but he was banker first and poet afterwards. Wordsworth, Tennyson, and Browning have all raised the average age of the poets, but for some reason the novelists, especially of late years, have a deplorable record. They will end by being scheduled with the white-lead workers and other dangerous trades. Look at the really shocking case of the young Americans, for example. What a band of promising young writers have in a few years been swept away! There was the author of that admirable book, “David Harum”; there was Frank Norris, a man who had in him, I think, the seeds of greatness more than almost any living writer. His “Pit” seemed to me one of the finest American novels. He also died a premature death. Then there was Stephen Crane — a man who had also done most brilliant work, and there was Harold Frederic, another master-craftsman. Is there any profession in the world which in proportion to its numbers could show such losses as that? In the meantime, out of our own men Robert Louis Stevenson is gone, and Henry Seton Merriman, and many another. Even those great men who are usually spoken of as if they had rounded off their career were really premature in their end. Thackeray, for example, in spite of his snowy head, was only 52; Dickens attained the age of 58; on the whole, Sir Walter, with his 61 years of life, although he never wrote a novel until he was over 40, had, fortunately for the world, a longer working career than most of his brethren. He employed his creative faculty for about twenty years, which is as much, I suppose, as Shakespeare did. The bard of Avon is another example of the limited tenure which Genius has of life, though I believe that he outlived the greater part of his own family, who were not a healthy stock. He died, I should judge, of some nervous disease; that is shown by the progressive degeneration of his signature. Probably it was locomotor ataxy, which is the special scourge of the imaginative man. Heine, Daudet, and how many more, were its victims. As to the tradition, first mentioned long after his death, that he died of a fever contracted from a drinking bout, it is absurd on the face of it, since no such fever is known to science. But a very moderate drinking bout would be extremely likely to bring a chronic nervous complaint to a disastrous end. One other remark upon Scott before I pass on from that line of green volumes which has made me so digressive and so garrulous. No account of his character is complete which does not deal with the strange, secretive vein which ran through his nature. Not only did he stretch the truth on many occasions in order to conceal the fact that he was the author of the famous novels, but even intimate friends who met him day by day were not aware that he was the man about whom the whole of Europe was talking. Even his wife was ignorant of his pecuniary liabilities until the crash of the Ballantyne firm told her for the first time that they were sharers in the ruin. A psychologist might trace this strange twist of his mind in the numerous elfish Fenella-like characters who flit about and keep their irritating secret through the long chapters of so many of his novels. It’s a sad book, Lockhart’s “Life.” It leaves gloom in the mind. The sight of this weary giant, staggering along, burdened with debt, overladen with work, his wife dead, his nerves broken, and nothing intact but his honour, is one of the most moving in the history of literature. But they pass, these clouds, and all that is left is the memory of the supremely noble man, who would not be bent, but faced Fate to the last, and died in his tracks without a whimper. He sampled every human emotion. Great was his joy and great his success, great was his downfall and bitter his grief. But of all the sons of men I don’t think there are many greater than he who lies under the great slab at Dryburgh.
II.
È davvero una grande fortuna iniziare la vita con un piccolo numero di libri davvero buoni, che appartengono esclusivamente a noi stessi. Forse all’inizio non li apprezzeremo appieno; forse ci mancherà quel romanzo di avventure crude e genuine. E probabilmente, quando ne avremo l’opportunità, lo preferiremo. Ma arriveranno i giorni noiosi, i giorni di pioggia. E allora saremo costretti a colmare il vuoto nella nostra lettura con quei libri preziosi che aspettano pazientemente che li notiamo. E poi, improvvisamente, in un giorno che segnerà un’epoca della nostra vita, capiremo la differenza: vedremo chiaramente quanto uno di questi libri non significhi nulla, e l’altro rappresenti davvero la letteratura. Da quel momento in poi potremo tornare ai nostri vecchi gusti. Ma almeno lo faremo con un criterio di confronto nella mente. Non saremo mai più gli stessi di prima. Gradualmente, quei libri buoni diventeranno ancora più preziosi per noi; si svilupperanno insieme alla nostra crescita intellettuale. Diventeranno parte di quella parte migliore di noi stessi. E allora, finalmente, potremo guardare a quelle vecchie copertine con affetto, ricordando tutto ciò che hanno significato per noi in passato. Sì. Fu proprio la linea verde oliva dei romanzi di Scott ad avviarmi verso questa passione per la lettura. Furono i primi libri che possedetti. Molto tempo prima che potessi apprezzarli o anche comprenderli davvero. Ma alla fine capii quanto fossero preziosi. Da ragazzo li leggevo di nascosto, alla luce della candela, nel cuore della notte. Il senso di “colpa” che provavo mentre li leggevo aggiungeva un tocco di emozione alle storie. Forse avrete notato che la mia edizione di “Ivanhoe” è diversa dalle altre. La prima copia fu lasciata sull’erba accanto a un ruscello, cadde nell’acqua. E fu ritrovata tre giorni dopo, gonfia e decomposta, su una riva fangosa. Posso dire però che l’avevo già letta fino all’esaurimento prima di perderla. In realtà, forse fu meglio che non ne comprassi un’altra subito. Perché il mio istinto era sempre quello di rileggerla, piuttosto che iniziare qualcosa di nuovo.
Ricordo che il defunto James Payn raccontava questa aneddota: lui e due suoi amici letterati avevano deciso di scrivere quale scena narrativa ritenevano la più drammatica, e analizzando i loro appunti si scoprì che tutti e tre avevano scelto la stessa. Si trattava del momento in cui il cavaliere sconosciuto, ad Ashby-de-la-Zouch, passando accanto ai padiglioni dei cavalieri di rango inferiore, colpiva con la punta della sua lancia lo scudo del temibile Templare, sfidandolo a un duello mortale. Era davvero un momento straordinario! Che importanza aveva il fatto che, secondo le regole dell’Ordine dei Templari, nessuno di loro fosse autorizzato a partecipare a un evento così secolare e frivolo come un torneo? È proprio il privilegio dei grandi scrittori trasformare la realtà in opere d’arte. E sarebbe meschino negarlo. Non fu forse Wendell Holmes a descrivere l’uomo ordinario, che entra in una sala da pranzo con “un paio di fatti” alle calcagna, pronti ad essere utilizzati contro qualsiasi forma di fantasia? Il grande scrittore non può mai sbagliare. Se Shakespeare dà alla Boemia una costa marittima, o se Victor Hugo chiama un pugile inglese “Mr. Jim-John-Jack”, beh, è così, e basta. “A quel punto non c’è alcuna possibilità di modificare il testo”, disse un editore a uno scrittore minore, “Io ne creo una seconda”, rispose lo scrittore; e aveva tutto il diritto di farlo, se riusciva a convincere i suoi lettori.
Ma questa è una digressione da “Ivanhoe”. Che libro straordinario! Penso sia il secondo romanzo storico più grande nella nostra lingua. Ogni lettura successiva ha rafforzato la mia ammirazione per esso. Gli uomini descritti da Scott sono sempre all’altezza delle donne, anche se ci sono alcune eccezioni; ma in questo caso, mentre gli uomini sono al loro massimo, il personaggio romantico di Rebecca salva il lato femminile della storia dalla banalità tipica dei racconti del genere. Scott ritraeva uomini virili perché lui stesso era un uomo virile, e trovava questa attività particolarmente gratificante.
Ritraeva anche giovani eroine perché la convenzione lo richiedeva, anche se non ebbe mai il coraggio di rompere con tale convenzione. Solo quando lo leggiamo per lunghi capitoli, senza quasi alcun riferimento a aspetti “femminili” – ad esempio, dal momento dell’inizio del torneo fino alla fine dell’episodio del Frate Tuck – ci rendiamo conto di quale livello di narrazione romantica potesse raggiungere. Non credo che nella nostra letteratura esista nulla di più straordinario in questo senso.
Devo ammettere che nei romanzi di Scott ci sia un’eccessiva quantità di parole superflue e ripetitive. Quegli interminabili e inutili preludi rendono il testo molto prolisso, prima ancora di arrivare al punto principale della storia. Spesso tali passaggi sono in sé lodevoli: eruditi, arguti, descrittivi, ma del tutto sproporzionati rispetto alla trama a cui dovrebbero servire da introduzione. Come gran parte della nostra narrativa inglese, rappresentano materiale di grande qualità utilizzato in contesti poco adatti. Le digressioni, la mancanza di metodo e ordine sono pratiche tradizionalmente diffuse nella nostra letteratura. Immaginate di inserire un saggio su come vivere con zero soldi all’anno, come fece Thackeray in “Vanity Fair”, o di infilare una storia di fantasmi dentro un romanzo, come ha osato fare Dickens. È come se un autore teatrale salisse sul palco e iniziasse a raccontare aneddoti mentre la sua opera è ancora in sospeso e i personaggi aspettano con impazienza. È tutto sbagliato, anche se si possono citare grandi nomi a sostegno di queste pratiche. Il nostro senso della forma letteraria è davvero carente. E Sir Walter Scott non fu certo un’eccezione. Ma quando si arriva a una crisi vera e propria nella trama, chi trova mai frasi concise ed efficaci come quelle utilizzate da quegli autori? Ricordate quando il temerario sergente dei dragoni si presenta davanti al puritano per cui è stata messa una taglia: “Mille marchi, o un letto di erica!”, dice lui, mentre estrae la spada. Il puritano risponde altrettanto concisamente: “La Spada del Signore e di Gideon!” Nessuna parola superflua. Ma l’essenza stessa dei due personaggi e delle loro idee è racchiusa in quelle poche frasi incisive. “Arco e frecce!”, gridano i Vichinghi sassoni mentre la cavalleria musulmana si avventa su di loro. Si sente che era proprio quello il grido che dovevano lanciare. Ancora più conciso e diretto fu lo slogan con cui gli antenati di quegli stessi uomini combatterono quel giorno a Hastings, sotto la bandiera del “Drago Rosso di Wessex”: “Fuori! Fuori!”, urlarono mentre la cavalleria normanna li assaliva. Conciso, potente. Il genio stesso della nostra razza si esprimeva in quei grida.
Forse le emozioni più profonde semplicemente non esistono. Oppure sono soffocate e nascoste, ritenute troppo preziose per essere espresse apertamente? Forse un po’ di entrambi. Una volta ho incontrato la vedova di quell’uomo che, da giovane ufficiale addetto ai segnali navali, ricevette il famoso messaggio di Nelson dal soldato incaricato dei segnali e lo trasmise all’intera compagnia della nave. Gli ufficiali ne furono colpiti. Ma i soldati no. “Dovere!”, mormoravano. “Lo abbiamo sempre fatto. Perché no?” Qualsiasi cosa che avesse anche solo un minimo di solennità li deprimeva, non li esaltava. A loro piacciono le cose semplici, prive di enfasi. Le truppe tedesche possono marciare verso la battaglia cantando inni di Lutero; i francesi si infervoriscono ascoltando canzoni di gloria e di patria. I nostri poeti militari non hanno bisogno nemmeno di cercare di imitarli. O almeno non devono pensare che farlo possa soddisfare alcun desiderio del soldato britannico. I nostri marinai, mentre manovravano i pesanti cannoni in Sudafrica, cantavano: “Ecco un altro pezzetto di zucchero per l’uccello, ” Ho visto un reggimento entrare in azione cantando il ritornello “Un po’ più su, ”. Un poeta militare del genere, a meno che non avesse il genio e la profondità di Kipling, avrebbe sprecato molta carta inutile prima di riuscire a comporre canti del genere. Anche i russi sono simili a noi in questo senso. Ricordo di aver letto di una colonna che saliva verso le difese nemiche cantando allegramente per tutto il tragitto, fino a quando pochi sopravvissuti non rimasero vittoriosi sulla cresta della difesa, continuando ancora a cantare. Un spettatore chiese quale meraviglioso canto avesse ispirato loro un atto così coraggioso. Scoprì che il significato delle parole ripetute all’infinito era semplicemente: “Ivan è in giardino a raccogliere cavoli, ” In realtà, credo che anche un suono monotono possa sostituire il rumore assordante delle battaglie selvagge. E possa ipnotizzare i soldati, spingendoli al coraggio. I nostri cugini dall’altra parte dell’Atlantico combinano allo stesso modo elementi comici con le loro opere più serie. Prendiamo ad esempio le canzoni che cantavano durante la guerra più sanguinosa che la razza anglo-celtica abbia mai combattuto. L’unica guerra in cui si possa dire che abbiano messo in gioco tutte le loro forze e mostrato il loro vero volto, “Tramp, tramp, tramp”, “John Brown’s Body”, “Marching through Georgia”. Tutte contenevano elementi umoristici. Conosco solo un’eccezione: la canzone di guerra più straordinaria che ricordi. Anche uno estraneo, in tempi di pace, fatica a leggerla senza provare emozioni. Intendo naturalmente “War-Song of the Republic” di Julia Ward Howe, con quel famoso incipit corale: “Mine eyes have seen the glory of the coming of the Lord, ” Se mai fosse stata cantata in un campo di battaglia, l’effetto sarebbe stato terribile.
Una lunga digressione, non è vero? Ma proprio questo rappresenta il peggio di quelle idee che si trovano al di là della “Porta Magica”: non puoi estrarne una senza che altre dozzine ne siano implicate. Tuttavia, stavo parlando dei soldati di Scott. Non c’era nulla di teatrale, nessuna posa, nessun atto eroico (proprio ciò che l’eroe odia di più); solo parole schiette e modi semplici, maschili, con ogni espressione e metafora tratta direttamente dal suo ambito naturale di pensiero. Che peccato che lui, con la sua profonda comprensione del soldato, ci abbia lasciato così poco di quegli uomini che erano suoi contemporanei. Forse i migliori che il mondo abbia mai visto! È vero che scrisse la biografia dell’imperatore-generale Napoleone, ma quel lavoro fu l’unica opera di scarso valore nella sua carriera. Come avrebbe potuto un patriota conservatore, educato a considerare Napoleone un demone malvagio, rendere giustizia a un tema del genere? Tuttavia, l’Europa di quei tempi offriva molti elementi che lui avrebbe potuto utilizzare con grande sensibilità. Quanto daremmo per un ritratto di uno dei cavalieri leggeri di Murat, o di un granatiere della Vecchia Guardia, dipinto con lo stesso stile audace del Rittmeister di Gustavo o degli arcieri della Guardia Reale francese in “Quentin Durward”.
Durante la sua visita a Parigi, Scott deve aver visto molti di quegli uomini d’acciaio che, negli ultimi vent’anni, erano stati sia la piaga che la salvezza dell’Europa. Per noi, i soldati che lo guardavano con aria minacciosa dalle strade di Parigi nel 1814 sarebbero stati figure altrettanto interessanti e romantiche del passato quanto i cavalieri bardati a piastre o gli ufficiali dei suoi romanzi. Un ritratto di un veterano della Guerra Peninsulare, con le sue opinioni sul Duca d’Austria, sarebbe stato altrettanto significativo quanto il personaggio di Dugald Dalgetty nelle guerre tedesche. Ma nessuno mai riesce a comprendere veramente l’interesse reale dell’epoca in cui vive. Si perde ogni senso delle proporzioni: le cose più vicine oscurano quelle più lontane. Nella oscurità è facile confondere la lucciola con la stella. Immaginate, ad esempio, i grandi maestri che cercavano i loro soggetti nelle osterie. O San Sebastiano, mentre Colombo scopriva l’America proprio davanti ai loro occhi.
Ho detto che “Ivanhoe” è il miglior romanzo di Scott; suppongo che la maggior parte delle persone sia d’accordo. Ma che dire del secondo migliore? È significativo della qualità generale dei suoi lavori il fatto che quasi nessuno di essi non possa trovare degli ammiratori pronti a considerarlo un’opera di grande valore. Per uno scrittore nato in Scozia, i romanzi che trattano della vita e del carattere scozzesi possiedono una qualità particolare che li distingue dagli altri. Libri come “Old Mortality”, “The Antiquary” e “Rob Roy” sono ricchi di umorismo tipico della cultura scozzese, il che li colloca in una categoria a parte. Le figure delle donne scozzesi create da Scott, insieme a quelle dei suoi soldati, rappresentano senza dubbio i personaggi più riusciti che abbia mai creato. Tuttavia, bisogna ammettere che le qualità legate al dialetto locale hanno limiti intrinseci e non possono mai competere con opere che abbiano un appeal universale. Nel complesso, forse “Quentin Durward”, per i suoi temi più ampi, per la raffinatezza nella descrizione dei personaggi e per l’importanza europea degli eventi e delle figure descritte, meriterebbe di essere considerato il secondo miglior romanzo di Scott. È infatti l’antenato di tutti quei romanzi d’avventura che hanno arricchito la letteratura leggera del secolo scorso. Le descrizioni di Carlo il Temerario e di Luigi XI sono straordinariamente vivide: riesco a immaginare quei due nemici mortali mentre osservano i cani che inseguono l’inviato reale, ridendo crudelmente l’uno dell’altro. Il ritratto di Luigi XI, con la sua astuzia, crudeltà, superstizione e codardia, segue fedelmente le descrizioni di Comines e diventa ancora più efficace se messo a confronto con il suo rivale aperto e bellicoso. Non è frequente che i personaggi storici appaiano esattamente come ci si immagina; tuttavia, presso la cattedrale di Innsbruck ho visto effigi di Luigi XI e Carlo VII che sembravano uscite direttamente dalle pagine dei romanzi di Scott: magri, ascetici. Carlo VII addirittura con la testa di un pugile. È sorprendente quando un ritratto smentisce tutte le nostre idee preconcette; per esempio, nella National Portrait Gallery ho visto l’immagine di un uomo dal viso nobile e poetico, ma sotto quel volto c’era scritto che si trattava del malvagio giudice Jeffreys. Tuttavia, a volte ci troviamo completamente soddisfatti, come quando, a Innsbruck, abbiamo visto il ritratto di Bothwell della regina Maria. Prendetelo e guardatelo: la testa grande, adatta a concepire grandi piani; il viso forte, capace di affascinare una donna sensibile e femminile. Tutta la vita di quell’uomo è rivelata in quel ritratto. Mi chiedo se Scott abbia mai visto l’originale, esposto nella residenza della famiglia Hepburn.
Personalmente, ho sempre avuto un’opinione molto alta di un romanzo che i critici hanno trattato con una certa durezza, e che rappresentava quasi l’ultima opera scritta da quell’autore ormai stanco. Intendo parlare de “Il conte Roberto di Parigi”. Sono convinto che, se fosse stato il primo anziché l’ultimo della serie, avrebbe attirato altrettanta attenzione quanto “Waverley”. Posso comprendere lo stato d’animo di quel critico che esclamò, con un misto di ammirazione e disperazione: “Ho studiato per tutta la vita le condizioni della società bizantina, e ecco che arriva uno scrittore scozzese che mi spiega tutto in un istante!” Molti uomini potrebbero descrivere con successo più o meno la Normandia del Medioevo o la Francia medievale, ma ricostruire interamente una civiltà morta in modo così credibile, con tanta dignità e precisione nei dettagli, è davvero un capolavoro straordinario. La sua salute precaria si manifestò già prima della fine del romanzo; tuttavia, se la seconda metà fosse stata all’altezza della prima, e contenesse scene così umoristiche come quella di Anna Comnena che legge ad alta voce le imprese di suo padre, o descrizioni così maestose come quelle relative alla riunione dei Crociati sulle rive del Bosforo, allora quel libro avrebbe sicuramente occupato un posto d’onore tra i romanzi più grandi di tutti i tempi. Avrei voluto che continuasse la sua narrazione, permettendoci di conoscere meglio lo svolgimento effettivo della Prima Crociata. Che evento straordinario! C’è mai stato qualcosa nella storia del mondo paragonabile a questo? Aveva ciò che gli eventi storici raramente hanno: un inizio, uno sviluppo e una fine ben definiti, dalla predicazione folle di Pietro fino alla caduta di Gerusalemme. Quei leader. Servirebbero un secondo Omero per rendere loro giustizia: Godfrey, il soldato e il comandante perfetti; Boemondo, l’astuto e temibile; Tancredi, il cavaliere ideale; Roberto di Normandia, l’eroe semi-pazzo. Qui c’è materiale così ricco che si ha la sensazione di non essere degni nemmeno di manipolarlo. Quanta immaginazione potrebbe mai creare qualcosa di più meraviglioso e avvincente dei fatti storici stessi? Ma che splendida fratellanza rappresentano questi romanzi! Pensate alla pura romanticità di “Il talismano”, alla raffinata descrizione della vita nelle Isole Ebridi in “Il pirata”, alla magnifica ricostruzione dell’Inghilterra elisabettiana in “Kenilworth”, all’umorismo ricco e vivace di “La leggenda di Montrose”; soprattutto, tenete presente che in tutta questa splendida serie, scritta in un’epoca poco raffinata, non c’è una sola parola che possa offendere anche la sensibilità più delicata. E ciò dimostra quanto fosse grande e nobile l’uomo Walter Scott, e quale immenso servizio abbia reso alla letteratura e all’umanità.
Per questo motivo la sua vita rappresenta una lettura davvero interessante; si trova proprio nello stesso scaffale dei romanzi. Lockhart, naturalmente, era suo genero e anche un suo amico che lo stimava molto. Il biografo ideale dovrebbe essere una persona assolutamente imparziale, dotata di empatia, ma con la ferma determinazione di raccontare solo la verità. Vorremmo conoscere sia il lato umano e fragile di una persona sia gli altri aspetti della sua vita. Non riesco a credere che esista qualcuno al mondo davvero così nobile come i soggetti delle nostre biografie. Sicuramente queste persone, a volte, pronunciavano parole inappropriate, o avevano un debole per i volti belli, o aprivano la seconda bottiglia quando avrebbero dovuto fermarsi alla prima. Ma questo non significa che non fossero uomini veri e fratelli nostri. Non è necessario che arrivino al punto di una donna che ha iniziato la biografia del proprio defunto marito con le parole “D, era un uomo sporco”; tuttavia, i loro libri sarebbero sicuramente più interessanti da leggere, e i soggetti delle loro biografie più amabili, se nella narrazione ci fossero maggiori sfumature di luce e ombra.
Ma sono certo che più si conosce Scott, più lo si apprezza. Visse in un’epoca e in un paese dove bere era una pratica diffusa; non ho dubbi che, a volte, bevesse qualcosa la sera, cosa che avrebbe sicuramente messo nei guai i suoi successori deboli e incapaci. Almeno negli ultimi anni della sua vita fu abbastanza sobrio: beveva soltanto acqua di orzo, mentre gli altri continuavano a bere. Ma che nobile gentiluomo era. Quanto fine senso dell’onore aveva. Un senso dell’onore che non si traduceva in frasi vuote, ma in anni di duro lavoro e sacrifici. Ricordate come divenne socio minoritario in una tipografia, coinvolgendosi così nella sua rovina? C’era un diritto legale contro di lui, ma molto poco morale. Nessuno avrebbe potuto biasimarlo se avesse risolto la questione attraverso il fallimento, il che gli avrebbe permesso di diventare ricco di nuovo in pochi anni. Eppure prese su di sé tutto il peso del problema e lo portò con sé per il resto della sua vita, dedicando tutto il proprio lavoro, il proprio tempo e la propria salute nel tentativo di salvare il proprio onore da qualsiasi macchia potesse esserci. Penso che abbia pagato ai creditori quasi centomila sterline. Un risultato straordinario. Centomila sterline, insieme alla sua vita intera.
E che straordinaria capacità di lavoro aveva! Era quasi sovrumana. Solo chi ha provato personalmente a scrivere narrativa può capire cosa significhi quando si legge che Scott abbia scritto due dei suoi romanzi più lunghi in un solo anno. Ricordo di aver letto, in qualche libro di memorie – ora che ci penso, era proprio di Lockhart – come lo scrittore avesse preso in affitto alcune stanze in Castle Street, a Edimburgo, e come ogni sera potesse vedere la silhouette di un uomo delineata sulla tenda della casa di fronte. Quell’uomo scriveva per tutta la sera, e chi lo osservava poteva vedere quella “mano” oscura trasportare le pagine dal tavolo al mucchio sul lato della stanza. Andava a una festa e tornava indietro, ma la “mano” continuava comunque a muoversi. Il giorno dopo gli dissero che le stanze di fronte erano ora occupate da Walter Scott.
Un curioso indizio sulla psicologia dello scrittore di narrativa è il fatto che abbia scritto due dei suoi libri – e per di più ottimi – in un periodo in cui la sua salute era tale che in seguito non riusciva a ricordare una parola di ciò che aveva scritto, ascoltandoli quando gli venivano letti come se fossero opera di un altro. A quanto pare, i processi mentali più semplici, come la memoria ordinaria, erano completamente assenti; eppure la facoltà più elevata e complessa – l’immaginazione nella sua forma suprema – non ne risentiva affatto. È un fatto straordinario che merita riflessione. E fornisce qualche conferma a quella sensazione che ogni scrittore di opere creative debba provare: il proprio capolavoro gli arriva, in qualche modo misterioso e esterno, e lui non è altro che il mezzo attraverso cui viene trascritto sulla carta. Il pensiero creativo – quel germe dal quale nascerà un’opera più grande – passa attraverso il suo cervello come una pallottola. Lo scrittore rimane sorpreso dalla propria idea, senza alcuna consapevolezza di esserne stato l’autore. E qui abbiamo un uomo le cui altre funzioni mentali sono completamente paralizzate, ma che riesce comunque a produrre opere così magnifiche. È possibile che noi siamo soltanto canali attraverso i quali fluisce il potere infinito dell’ignoto? Di certo, i nostri migliori lavori sono quelli in cui si percepisce meno di ogni sforzo personale.
E proseguendo su questa linea di pensiero: è possibile che una debole costituzione fisica e un sistema nervoso instabile, tenendo il materialismo umano al minimo, rendano una persona più adatta a queste “usanze spirituali”? C’è un vecchio detto che recita:
“Il grande genio è strettamente legato alla follia. E sottili barriere separano quelle due realtà.”
Ma, al di là del genio stesso, anche una semplice capacità di immaginare sembra indebolire seriamente i legami tra anima e corpo.
Guardate i poeti britannici di un secolo fa: Chatterton, Burns, Shelley, Keats, Byron. Burns era il più anziano di quel gruppo straordinario, eppure morì solo a trentotto anni, “esaurito”, come suo fratello esprimeva con dolore. È vero che Shelley morì in un incidente e Chatterton per avvelenamento, ma il suicidio è di per sé un segno di uno stato morboso. È vero anche che Rogers visse quasi fino a cent’anni, ma prima fu banchiere e solo dopo divenne poeta. Wordsworth, Tennyson e Browning hanno tutti alzato l’età media dei poeti, ma per qualche motivo i romanziere, soprattutto negli ultimi anni, presentano un record deplorevole. Alla fine finiranno probabilmente classificati tra gli operai che utilizzano piombo bianco e altre professioni pericolose. Guardate ad esempio il caso davvero scioccante dei giovani americani: in pochi anni, quanti talentuosi scrittori sono stati spazzati via! C’era l’autore di quel libro meraviglioso, “David Harum”; c’era Frank Norris, un uomo che, credo, possedeva in sé i semi della grandezza più di quasi ogni altro scrittore vivente. Il suo “Pit” mi sembrava uno dei migliori romanzi americani. Ma anche lui morì prematuramente. Poi c’era Stephen Crane, un altro maestro del genere; e Harold Frederic. Esiste qualche professione al mondo che, rispetto al numero delle persone che la esercitano, possa registrare perdite così gravi? Nel frattempo, tra i nostri connazionali sono scomparsi Robert Louis Stevenson, Henry Seton Merriman e molti altri. Anche quegli grandi uomini di cui si parla spesso come se avessero completato appieno la loro carriera, in realtà morirono tutti prematuramente. Thackeray, ad esempio, nonostante i suoi capelli bianchi, aveva solo 52 anni; Dickens raggiunse gli 58. Nel complesso, Sir Walter, con i suoi 61 anni di vita – anche se non scrisse mai un romanzo prima dei 40 – ebbe fortunatamente una carriera più lunga rispetto alla maggior parte dei suoi colleghi. Utilizzò la sua capacità creativa per circa vent’anni, il che è più o meno lo stesso periodo che Shakespeare impiegò. Il bardo di Avon è un altro esempio di quanto sia breve la vita del genio. Anche se credo che abbia vissuto più a lungo della maggior parte della sua famiglia, che non era certo una stirpe particolarmente sana. Morì, probabilmente, a causa di qualche malattia nervosa; ciò è dimostrato dal peggioramento progressivo della sua firma. Probabilmente si trattava di atassia locomotoria, quella maledizione che colpisce spesso le persone creative. Heine, Daudet, e molti altri ne furono vittime. Quanto alla leggenda secondo cui sia morto a causa di una febbre contratta dopo una serata di bevute, è assurda: la scienza conosce infatti nessuna febbre del genere. Ma anche una moderata abitudine al bere potrebbe facilmente portare a problemi nervosi gravi e disastrosi.
Un’altra osservazione su Scott prima di passare a quella serie di volumi verdi che mi hanno fatto divagare così tanto. Nessuna descrizione del suo carattere è completa se non prende in considerazione quell’aspetto strano e segreto che permeava la sua natura. Non solo mentiva spesso per nascondere il fatto di essere l’autore di quei famosi romanzi, ma nemmeno gli amici più intimi che lo vedevano ogni giorno erano a conoscenza del suo vero ruolo: l’uomo di cui tutta Europa parlava. Anche sua moglie ignorava le sue difficoltà finanziarie fino al crollo della società Ballantyne, quando finalmente scoprì di essere coinvolta nella sua rovina. Un psicologo potrebbe rintracciare questa strana caratteristica del suo temperamento nei numerosi personaggi simili a Fenella che appaiono in molti dei suoi romanzi e che custodiscono i loro segreti irritanti fino alla fine.
È un libro triste, la “Vita” di Lockhart. Lascia nella mente una sensazione di malinconia. Immaginare quel gigante stanco, che barcolla sotto il peso dei debiti e del lavoro eccessivo, con sua moglie morta e i nervi distrutti, senza nulla di intatto se non l’onore, è uno degli episodi più commoventi della storia della letteratura. Ma questi momenti tristi passano, e ciò che rimane è il ricordo di un uomo estremamente nobile: uno che non si piegò mai davanti al destino, ma lo affrontò fino alla fine, morendo senza un lamento. Provò tutte le emozioni umane: grande fu la sua gioia, grande il suo successo, grande la sua caduta, amara la sua sofferenza. Ma tra tutti i figli dell’uomo, non credo ci siano molti più grandi di lui. Quello che giace sotto quella grande lapide a Dryburgh.
III. We can pass the long green ranks of the Waverley Novels and Lockhart’s “Life” which flanks them. Here is heavier metal in the four big grey volumes beyond. They are an old-fashioned large-print edition of Boswell’s “Life of Johnson.” I emphasize the large print, for that is the weak point of most of the cheap editions of English Classics which come now into the market. With subjects which are in the least archaic or abstruse you need good clear type to help you on your way. The other is good neither for your eyes nor for your temper. Better pay a little more and have a book that is made for use. That book interests me — fascinates me — and yet I wish I could join heartily in that chorus of praise which the kind-hearted old bully has enjoyed. It is difficult to follow his own advice and to “clear one’s mind of cant” upon the subject, for when you have been accustomed to look at him through the sympathetic glasses of Macaulay or of Boswell, it is hard to take them off, to rub one’s eyes, and to have a good honest stare on one’s own account at the man’s actual words, deeds, and limitations. If you try it you are left with the oddest mixture of impressions. How could one express it save that this is John Bull taken to literature — the exaggerated John Bull of the caricaturists — with every quality, good or evil, at its highest? Here are the rough crust over a kindly heart, the explosive temper, the arrogance, the insular narrowness, the want of sympathy and insight, the rudeness of perception, the positiveness, the overbearing bluster, the strong deep-seated religious principle, and every other characteristic of the cruder, rougher John Bull who was the great grandfather of the present good-natured Johnnie. If Boswell had not lived I wonder how much we should hear now of his huge friend? With Scotch persistence he has succeeded in inoculating the whole world with his hero worship. It was most natural that he should himself admire him. The relations between the two men were delightful and reflect all credit upon each. But they are not a safe basis from which any third person could argue. When they met, Boswell was in his twenty-third and Johnson in his fifty-fourth year. The one was a keen young Scot with a mind which was reverent and impressionable. The other was a figure from a past generation with his fame already made. From the moment of meeting the one was bound to exercise an absolute ascendency over the other which made unbiassed criticism far more difficult than it would be between ordinary father and son. Up to the end this was the unbroken relation between them. It is all very well to pooh-pooh Boswell as Macaulay has done, but it is not by chance that a man writes the best biography in the language. He had some great and rare literary qualities. One was a clear and vivid style, more flexible and Saxon than that of his great model. Another was a remarkable discretion which hardly once permitted a fault of taste in this whole enormous book where he must have had to pick his steps with pitfalls on every side of him. They say that he was a fool and a coxcomb in private life. He is never so with a pen in his hand. Of all his numerous arguments with Johnson, where he ventured some little squeak of remonstrance, before the roaring “No, sir!” came to silence him, there are few in which his views were not, as experience proved, the wiser. On the question of slavery he was in the wrong. But I could quote from memory at least a dozen cases, including such vital subjects as the American Revolution, the Hanoverian Dynasty, Religious Toleration, and so on, where Boswell’s views were those which survived. But where he excels as a biographer is in telling you just those little things that you want to know. How often you read the life of a man and are left without the remotest idea of his personality. It is not so here. The man lives again. There is a short description of Johnson’s person — it is not in the Life, but in the Tour to the Hebrides, the very next book upon the shelf, which is typical of his vivid portraiture. May I take it down, and read you a paragraph of it? — “His person was large, robust, I may say approaching to the gigantic, and grown unwieldy from corpulency. His countenance was naturally of the cast of an ancient statue, but somewhat disfigured by the scars of King’s evil. He was now in his sixty-fourth year and was become a little dull of hearing. His sight had always been somewhat weak, yet so much does mind govern and even supply the deficiencies of organs that his perceptions were uncommonly quick and accurate. His head, and sometimes also his body, shook with a kind of motion like the effect of palsy. He appeared to be frequently disturbed by cramps or convulsive contractions of the nature of that distemper called St. Vitus’ dance. He wore a full suit of plain brown clothes, with twisted hair buttons of the same colour, a large bushy greyish wig, a plain shirt, black worsted stockings and silver buckles. Upon this tour when journeying he wore boots and a very wide brown cloth great-coat with pockets which might almost have held the two volumes of his folio dictionary, and he carried in his hand a large English oak stick.” You must admit that if one cannot reconstruct the great Samuel after that it is not Mr. Boswell’s fault — and it is but one of a dozen equally vivid glimpses which he gives us of his hero. It is just these pen-pictures of his of the big, uncouth man, with his grunts and his groans, his Gargantuan appetite, his twenty cups of tea, and his tricks with the orange-peel and the lamp-posts, which fascinate the reader, and have given Johnson a far broader literary vogue than his writings could have done. For, after all, which of those writings can be said to have any life to-day? Not “Rasselas,” surely — that stilted romance. “The Lives of the Poets” are but a succession of prefaces, and the “Ramblers” of ephemeral essays. There is the monstrous drudgery of the Dictionary, a huge piece of spadework, a monument to industry, but inconceivable to genius. “London” has a few vigorous lines, and the “Journey to the Hebrides” some spirited pages. This, with a number of political and other pamphlets, was the main output of his lifetime. Surely it must be admitted that it is not enough to justify his predominant place in English literature, and that we must turn to his humble, much-ridiculed biographer for the real explanation. And then there was his talk. What was it which gave it such distinction? His clear-cut positiveness upon every subject. But this is a sign of a narrow finality — impossible to the man of sympathy and of imagination, who sees the other side of every question and understands what a little island the greatest human knowledge must be in the ocean of infinite possibilities which surround us. Look at the results. Did ever any single man, the very dullest of the race, stand convicted of so many incredible blunders? It recalls the remark of Bagehot, that if at any time the views of the most learned could be stamped upon the whole human race the result would be to propagate the most absurd errors. He was asked what became of swallows in the winter. Rolling and wheezing, the oracle answered: “Swallows,” said he, “certainly sleep all the winter. A number of them conglobulate together by flying round and round, and then all in a heap throw themselves under water and lie in the bed of a river.” Boswell gravely dockets the information. However, if I remember right, even so sound a naturalist as White of Selborne had his doubts about the swallows. More wonderful are Johnson’s misjudgments of his fellow-authors. There, if anywhere, one would have expected to find a sense of proportion. Yet his conclusions would seem monstrous to a modern taste. “Shakespeare,” he said, “never wrote six consecutive good lines.” He would only admit two good verses in Gray’s exquisite “Elegy written in a Country Churchyard,” where it would take a very acid critic to find two bad ones. “Tristram Shandy” would not live. “Hamlet” was gabble. Swift’s “Gulliver’s Travels” was poor stuff, and he never wrote anything good except “A Tale of a Tub.” Voltaire was illiterate. Rousseau was a scoundrel. Deists, like Hume, Priestley, or Gibbon, could not be honest men. And his political opinions! They sound now like a caricature. I suppose even in those days they were reactionary. “A poor man has no honour.” “Charles the Second was a good King.” “Governments should turn out of the Civil Service all who were on the other side.” “Judges in India should be encouraged to trade.” “No country is the richer on account of trade.” (I wonder if Adam Smith was in the company when this proposition was laid down!) “A landed proprietor should turn out those tenants who did not vote as he wished.” “It is not good for a labourer to have his wages raised.” “When the balance of trade is against a country, the margin must be paid in current coin.” Those were a few of his convictions. And then his prejudices! Most of us have some unreasoning aversion. In our more generous moments we are not proud of it. But consider those of Johnson! When they were all eliminated there was not so very much left. He hated Whigs. He disliked Scotsmen. He detested Nonconformists (a young lady who joined them was “an odious wench”). He loathed Americans. So he walked his narrow line, belching fire and fury at everything to the right or the left of it. Macaulay’s posthumous admiration is all very well, but had they met in life Macaulay would have contrived to unite under one hat nearly everything that Johnson abominated. It cannot be said that these prejudices were founded on any strong principle, or that they could not be altered where his own personal interests demanded it. This is one of the weak points of his record. In his dictionary he abused pensions and pensioners as a means by which the State imposed slavery upon hirelings. When he wrote the unfortunate definition a pension must have seemed a most improbable contingency, but when George III., either through policy or charity, offered him one a little later, he made no hesitation in accepting it. One would have liked to feel that the violent expression of his convictions represented a real intensity of feeling, but the facts in this instance seem against it. He was a great talker — but his talk was more properly a monologue. It was a discursive essay, with perhaps a few marginal notes from his subdued audience. How could one talk on equal terms with a man who could not brook contradiction or even argument upon the most vital questions in life? Would Goldsmith defend his literary views, or Burke his Whiggism, or Gibbon his Deism? There was no common ground of philosophic toleration on which one could stand. If he could not argue he would be rude, or, as Goldsmith put it: “If his pistol missed fire, he would knock you down with the butt end.” In the face of that “rhinoceros laugh” there was an end of gentle argument. Napoleon said that all the other kings would say “Ouf!” when they heard he was dead, and so I cannot help thinking that the older men of Johnson’s circle must have given a sigh of relief when at last they could speak freely on that which was near their hearts, without the danger of a scene where “Why, no, sir!” was very likely to ripen into “Let us have no more on’t!” Certainly one would like to get behind Boswell’s account, and to hear a chat between such men as Burke and Reynolds, as to the difference in the freedom and atmosphere of the Club on an evening when the formidable Doctor was not there, as compared to one when he was. No smallest estimate of his character is fair which does not make due allowance for the terrible experiences of his youth and early middle age. His spirit was as scarred as his face. He was fifty-three when the pension was given him, and up to then his existence had been spent in one constant struggle for the first necessities of life, for the daily meal and the nightly bed. He had seen his comrades of letters die of actual privation. From childhood he had known no happiness. The half blind gawky youth, with dirty linen and twitching limbs, had always, whether in the streets of Lichfield, the quadrangle of Pembroke, or the coffee-houses of London, been an object of mingled pity and amusement. With a proud and sensitive soul, every day of his life must have brought some bitter humiliation. Such an experience must either break a man’s spirit or embitter it, and here, no doubt, was the secret of that roughness, that carelessness for the sensibilities of others, which caused Boswell’s father to christen him “Ursa Major.” If his nature was in any way warped, it must be admitted that terrific forces had gone to the rending of it. His good was innate, his evil the result of a dreadful experience. And he had some great qualities. Memory was the chief of them. He had read omnivorously, and all that he had read he remembered, not merely in the vague, general way in which we remember what we read, but with every particular of place and date. If it were poetry, he could quote it by the page, Latin or English. Such a memory has its enormous advantage, but it carries with it its corresponding defect. With the mind so crammed with other people’s goods, how can you have room for any fresh manufactures of your own? A great memory is, I think, often fatal to originality, in spite of Scott and some other exceptions. The slate must be clear before you put your own writing upon it. When did Johnson ever discover an original thought, when did he ever reach forward into the future, or throw any fresh light upon those enigmas with which mankind is faced? Overloaded with the past, he had space for nothing else. Modern developments of every sort cast no first herald rays upon his mind. He journeyed in France a few years before the greatest cataclysm that the world has ever known, and his mind, arrested by much that was trivial, never once responded to the storm-signals which must surely have been visible around him. We read that an amiable Monsieur Sansterre showed him over his brewery and supplied him with statistics as to his output of beer. It was the same foul-mouthed Sansterre who struck up the drums to drown Louis’ voice at the scaffold. The association shows how near the unconscious sage was to the edge of that precipice and how little his learning availed him in discerning it. He would have been a great lawyer or divine. Nothing, one would think, could have kept him from Canterbury or from the Woolsack. In either case his memory, his learning, his dignity, and his inherent sense of piety and justice, would have sent him straight to the top. His brain, working within its own limitations, was remarkable. There is no more wonderful proof of this than his opinions on questions of Scotch law, as given to Boswell and as used by the latter before the Scotch judges. That an outsider with no special training should at short notice write such weighty opinions, crammed with argument and reason, is, I think, as remarkable a tour de force as literature can show. Above all, he really was a very kind-hearted man, and that must count for much. His was a large charity, and it came from a small purse. The rooms of his house became a sort of harbour of refuge in which several strange battered hulks found their last moorings. There were the blind Mr. Levett, and the acidulous Mrs. Williams, and the colourless Mrs. De Moulins, all old and ailing — a trying group amid which to spend one’s days. His guinea was always ready for the poor acquaintance, and no poet was so humble that he might not preface his book with a dedication whose ponderous and sonorous sentences bore the hall-mark of their maker. It is the rough, kindly man, the man who bore the poor street-walker home upon his shoulders, who makes one forget, or at least forgive, the dogmatic pedantic Doctor of the Club. There is always to me something of interest in the view which a great man takes of old age and death. It is the practical test of how far the philosophy of his life has been a sound one. Hume saw death afar, and met it with unostentatious calm. Johnson’s mind flinched from that dread opponent. His letters and his talk during his latter years are one long cry of fear. It was not cowardice, for physically he was one of the most stout-hearted men that ever lived. There were no limits to his courage. It was spiritual diffidence, coupled with an actual belief in the possibilities of the other world, which a more humane and liberal theology has done something to soften. How strange to see him cling so desperately to that crazy body, with its gout, its asthma, its St. Vitus’ dance, and its six gallons of dropsy! What could be the attraction of an existence where eight hours of every day were spent groaning in a chair, and sixteen wheezing in a bed? “I would give one of these legs,” said he, “for another year of life.” None the less, when the hour did at last strike, no man could have borne himself with more simple dignity and courage. Say what you will of him, and resent him how you may, you can never open those four grey volumes without getting some mental stimulus, some desire for wider reading, some insight into human learning or character, which should leave you a better and a wiser man.
III.
Possiamo ignorare le lunghe e noiose serie di romanzi della serie “Waverley” e la “Vita” di Lockhart che ne fanno parte. Più avanti, però, troviamo quattro volumi grigi molto più sostanziosi: si tratta di un’edizione in caratteri grandi e vecchio stile della “Vita di Johnson” scritta da Boswell. Sottolineo l’importanza dei caratteri grandi, perché proprio questo rappresenta il punto debole della maggior parte delle edizioni economiche dei classici inglesi che oggi arrivano sul mercato. Per argomenti che non siano affatto arcaici o complessi, è necessario un testo ben leggibile per aiutare il lettore nella comprensione; altrimenti, sia la lettura che l’esperienza personale risultano difficili e poco piacevoli. Meglio quindi spendere di più per ottenere un libro davvero utile. Quel libro mi interessa, mi affascina, eppure vorrei poter unirmo con entusiasmo a quel coro di lodi che il gentile e anziano Boswell ha ricevuto. È difficile seguire i propri consigli e “liberare la mente da pregiudizi” su questo argomento: quando si è abituati a considerare Johnson attraverso gli occhi di Macaulay o di Boswell, diventa difficile smettere di farlo, “scuotere la testa” e guardare con oggettività le parole, le azioni e i limiti reali di quell’uomo. Se ci si prova, si ottiene un insieme davvero bizzarro di impressioni. Come potrebbe essere altrimenti? In fondo, Johnson è il “John Bull” portato nel mondo della letteratura: il John Bull esagerato dei caricaturisti, con tutte le sue qualità, buone o cattive, portate all’estremo. Viene da chiedersi quanto di tutto ciò sia dovuto alla sua personalità reale e quanto invece a una rappresentazione distorta.
Se Boswell non fosse mai esistito, chissà quante cose di lui conosceremmo oggi. Con la sua tenacia scozzese, è riuscito a diffondere in tutto il mondo il proprio culto per Johnson. Era del tutto naturale che anche lui lo ammirasse. Le relazioni tra i due uomini erano davvero piacevoli e rappresentavano un esempio di reciproco rispetto. Tuttavia, non costituiscono certo una base solida su cui un terzo possa giudicare oggettivamente la figura di Johnson. Quando si incontrarono, Boswell aveva ventitré anni e Johnson cinquantaquattro. Il primo era un giovane scozzese intelligente, rispettoso e impressionabile; il secondo era una figura del passato, la cui fama era già consolidata. Fin dal loro primo incontro, Boswell ebbe su Johnson un ascendente assoluto, rendendo difficile qualsiasi critica imparziale. Questa relazione rimase invariata fino alla fine.
È senz’altro possibile sottovalutare Boswell, come ha fatto Macaulay, ma non è certo per caso che un uomo abbia scritto la migliore biografia nella propria lingua. Possedeva qualità letterarie straordinarie e rare: uno stile chiaro e vivido, più flessibile e “normanno” rispetto a quello del suo grande modello; inoltre, una discrezione notevole che gli permise di evitare quasi sempre errori di gusto in un’opera così vasta, dove ogni passo poteva rivelarsi pericoloso. Si diceva che nella vita privata fosse uno sciocco e un vanitoso; ma con la penna in mano non mostrava mai alcuna di queste caratteristiche. Tra i numerosi suoi scontri con Johnson, pochi furono quelli in cui le sue opinioni non si rivelarono, alla prova degli eventi, più sagge. Sul problema della schiavitù, però, sbagliava. Ma potrei citare almeno una dozzina di casi – riguardanti argomenti fondamentali come la Rivoluzione Americana, la dinastia Hannoveriana, la tolleranza religiosa, ecc. – in cui le opinioni di Boswell si rivelarono corrette.
Ma ciò in cui eccelle davvero come biografo è nel raccontare proprio quelle piccole cose che tutti desiderano sapere. Quante volte si legge la vita di una persona senza ottenere alcuna informazione concreta sulla sua personalità. Non succede qui: quella persona sembra rivivere attraverso le pagine del libro. C’è una breve descrizione fisica di Johnson: non si trova nella biografia principale, ma nel “Viaggio alle Isole Ebridi”, il libro successivo nello scaffale. Una descrizione tipica della sua capacità di ritrarre i personaggi con vividezza. Posso prenderlo e leggervi un passo?
“Era di statura alta, robusta, quasi gigantesca; la corpulenza lo rendeva goffo nei movimenti. Il suo viso aveva l’aspetto tipico di una statua antica, ma era deturpato dalle cicatrici lasciate dalla malattia. Aveva sessantquattro anni e cominciava ad avere problemi di udito; la vista, sebbene debole, era compensata da una mente eccezionalmente acuta e precisa. La testa, e a volte anche il corpo, gli tremavano a causa di convulsioni. Indossava abiti marroni semplici, bottoni dello stesso colore per i capelli arricciati, una parrucca grigiastra folta, una camicia ordinaria, calze nere e fibbie d’argento. Durante questo viaggio portava stivali e un mantello largo di tessuto marrone, con tasche abbastanza grandi da contenere i due volumi del suo dizionario. E in mano teneva un grosso bastone di quercia inglese.”
Dovete ammettere che, se non si riesce a ricostruire l’immagine completa di Samuel dopo quanto descritto da Boswell, la colpa non è certo sua. Si tratta soltanto di uno dei tanti frammenti vividi che ci fornisce del suo eroe. Sono proprio queste descrizioni – quelle di quell’uomo grande e un po’ rozzo, con i suoi grugniti, i suoi gemiti, il suo appetito enorme, le sue venti tazze di tè, e le sue stranezze con la buccia d’arancia e i lampioni – a affascinare il lettore, e sono proprio queste descrizioni che hanno dato a Johnson una notorietà letteraria molto maggiore di quanto avrebbero potuto farlo i suoi scritti stessi.
Dopotutto, quali di quegli scritti possono essere considerati davvero vividi oggi? Di certo non “Rasselas”, quel romanzo troppo formale, “Le Vite dei poeti” sono soltanto una serie di prefazioni, e i “Ramblers” sono raccolte di saggi effimeri. C’è poi il terribile lavoro di compilazione del Dizionario: un’enorme quantità di lavoro noioso, un monumento al duro impegno, ma assolutamente incompatibile con il genio creativo. “London” contiene alcune frasi energiche, e “Il Viaggio alle Isole Ebridi” alcune pagine piene di spirito. Ma tutto ciò, insieme a numerosi pamphlet politici e altri scritti minori, rappresenta l’intero output letterario di Johnson nel corso della sua vita. Bisogna ammettere che queste opere da sole non sono sufficienti a giustificare il suo ruolo dominante nella letteratura inglese. La vera spiegazione si trova probabilmente nella figura del suo umile biografo, spesso oggetto di derisione.
E poi c’era il suo modo di parlare. Che cosa gli conferiva tale distinzione? La sua chiarezza e la sua positività su ogni argomento. Ma questo era segno di una visione ristretta delle cose: qualcosa impossibile per un uomo empatico e dotato di immaginazione, che riesce a vedere l’altra faccia di ogni questione e comprende quanto sia limitata la conoscenza umana rispetto all’oceano di possibilità infinite che ci circonda. Guardate i risultati. C’è mai stato un uomo, per quanto noioso o mediocre, che abbia commesso così tanti errori incredibili? Questo ricorda le parole di Bagehot: se mai le opinioni dei più eruditi venissero imposte all’intera umanità, il risultato sarebbe la diffusione degli errori più assurdi. Gli fu chiesto cosa ne fosse delle rondini in inverno. Con un tono grave e affannoso, l’“oracolo” rispose: “Le rondini, certamente, dormono per tutto l’inverno. Alcune si raggruppano volando in cerchio, poi tutte insieme si tuffano nell’acqua e rimangono sul fondo dei fiumi.” Boswell registrò questa informazione con serietà. Tuttavia, se ricordo bene, anche un naturalista così autorevole come White di Selborne aveva i suoi dubbi sulle rondini. Ancora più sorprendenti sono le valutazioni errate che Johnson fece dei suoi colleghi scrittori. Si sarebbe potuto aspettare da lui un senso della proporzione, invece le sue conclusioni sembravano assurde ai gusti moderni. “Shakespeare”, diceva, “non scrisse mai sei righe consecutive buone”. Ammetteva soltanto due versi validi nell’elegia di Gray. Eppure ci vorrebbe un critico molto severo per trovare anche solo due versi sbagliati in quel capolavoro. “Tristram Shandy” non sarebbe mai sopravvissuto; “Hamlet” era solo chiacchiere senza senso; i “Viaggi di Gulliver” di Swift erano roba scadente. E lui stesso non scrisse nulla di buono, se non “Una storia di una tinozza”. Voltaire era ignorante; Rousseau un farabutto. I deisti, come Hume, Priestley o Gibbon, non potevano essere uomini onesti. E le sue opinioni politiche! Oggi sembrano solo una caricatura. Immagino che anche all’epoca fossero reazionarie. “Un uomo povero non ha onore”; “Carlo II fu un buon re”; “I governi dovrebbero espellere dal servizio pubblico tutti coloro che la pensano diversamente”; “In India si dovrebbe incoraggiare i giudici a dedicarsi al commercio”; “Nessun paese diventa più ricco grazie al commercio”, (Mi chiedo se Adam Smith fosse presente quando fu avanzata questa proposta, ) “Un proprietario terriero dovrebbe cacciare via quei locatari che non votano come vuole lui”; “Non è vantaggioso per un lavoratore aumentargli lo stipendio”; “Quando il bilancio commerciale di un paese è negativo, la differenza deve essere pagata in moneta corrente”. Queste erano alcune delle sue convinzioni.
E poi i suoi pregiudizi! La maggior parte di noi ha qualche avversione irragionevole; nei momenti più generosi non ne siamo orgogliosi. Ma pensate a quelli di Johnson! Quando tutti questi pregiudizi furono eliminati, non rimase molto. Odiava i Whigs, disprezzava gli scozzesi, detestava i Nonconformisti (una giovane donna che li seguì fu definita “una donna odiosa”); odiava anche gli americani. Così percorse la sua strada ristretta, esprimendo furia e indignazione verso tutto ciò che si trovava a destra o a sinistra di essa. L’ammirazione postuma di Macaulay è senz’altro lodevole, ma se si fossero incontrati in vita, Macaulay avrebbe sicuramente cercato di unire sotto lo stesso “cappello” quasi tutto ciò che Johnson odiava.
Non si può dire che questi pregiudizi fossero basati su principi solidi, né che non potessero essere modificati quando i suoi interessi personali lo richiedevano. Questo è uno dei punti deboli della sua figura. Nel suo dizionario insultò le pensioni e i pensionati, definendole un mezzo con cui lo Stato impondeva la schiavitù ai lavoratori assunti a tempo determinato. Quando scrisse quella definizione, probabilmente non immaginava che George III gli avrebbe offerto una pensione, ma quando questa arrivò, non esitò affatto ad accettarla. Si vorrebbe credere che l’espressione violenta delle sue convinzioni riflettesse davvero un’intensità profonda di sentimenti. Ma i fatti sembrano contraddire questa ipotesi.
Era un grande oratore, ma il suo discorso era più che altro un monologo. Un saggio discorsivo, forse accompagnato da qualche commento da parte dell’ascoltatore. Come si può parlare su un piano di parità con una persona che non tollera alcuna contraddizione, nemmeno sulle questioni più importanti della vita? Goldsmith avrebbe mai difeso le sue opinioni letterarie? Burke il suo Whiggismo? Gibbon il suo Deismo? Non esisteva alcun terreno comune di tolleranza filosofica su cui basarsi. Se non poteva discutere, diventava scortese. O, come disse Goldsmith: “Se la sua pistola mancava il bersaglio, ti colpiva con il calcio dell’arma, ” Di fronte a quel tipo di comportamento, ogni discussione gentile era impossibile. Napoleone disse che tutti gli altri re avrebbero esclamato “Ouf!” apprendendo della sua morte. E quindi non posso fare a meno di pensare che gli uomini più anziani del circolo di Johnson abbiano provato un grande sollievo quando finalmente poterono parlare liberamente di ciò che li interessava, senza il rischio di scenate in cui frasi come “No, signore!” potessero trasformarsi in “Basta parlarne più, ” Certamente si vorrebbe credere nella versione di Boswell. E ascoltare conversazioni tra persone come Burke e Reynolds su come fosse diversa l’atmosfera del Club quando il temibile “Dottore” non c’era. Rispetto a quando invece c’era.
Non si può fare alcuna valutazione minimamente giusta del suo carattere senza tenere adeguatamente conto delle terribili esperienze vissute nella sua giovinezza e nei primi anni della mezza età. Lo spirito di Johnson era altrettanto segnato dalle sofferenze quanto il suo volto. Aveva cinquantatré anni quando gli fu concessa la pensione; fino ad allora, tutta la sua esistenza era stata dedicata a una lotta continua per soddisfare le più elementari necessità della vita: il cibo quotidiano e un tetto dove riposare. Aveva visto i suoi compagni letterari morire di vera e propria povertà. Dalla infanzia non aveva conosciuto la felicità. Quel giovane goffo, semicieco, con indumenti sporchi e movimenti convulsi, era sempre stato oggetto di compassione e derisione, sia nelle strade di Lichfield che nei caffè di Londra. Con un’anima orgogliosa e sensibile, ogni giorno della sua vita doveva comportare umiliazioni amare. Una simile esperienza o distrugge lo spirito di una persona o lo corrompe; senza dubbio, in questo risiedeva il segreto della sua ruvidezza, della sua indifferenza verso i sentimenti altrui. Fu forse per questo che il padre di Boswell lo chiamò “Ursa Major”. Se la sua natura era stata in qualche modo distorta, bisogna ammettere che forze terribili avevano contribuito a questa distorsione. Il suo lato buono era innato; il male derivava da esperienze orribili.
Eppure possedeva anche grandi qualità. La memoria ne era la principale. Aveva letto di tutto, e ricordava ogni singolo dettaglio di ciò che aveva letto: luogo, data. Se si trattava di poesia, poteva citarla parola per parola, in latino o in inglese. Una memoria del genere presenta indubbi vantaggi, ma anche svantaggi: con la mente così piena delle idee altrui, come è possibile lasciare spazio a nuove creazioni personali? Penso che una grande memoria sia spesso fatale per l’originalità. A parte casi eccezionali come Scott. La lavagna deve essere pulita prima di scrivervi sopra. Quando mai Johnson ebbe un’idea originale? Quando mai riuscì a “guardare” nel futuro o ad offrire nuove soluzioni ai misteri che affliggono l’umanità? Troppo carico del passato, non aveva spazio per nulla altro. I progressi moderni di ogni genere non raggiunsero mai la sua mente. Viaggiò in Francia pochi anni prima del più grande cataclisma che il mondo abbia mai conosciuto. La sua attenzione era distratta da molte cose banali; non riuscì mai a cogliere i segnali di un pericolo imminente. Leggiamo che un certo Monsieur Sansterre gli mostrò la sua birreria e gli fornì statistiche sulle sue produzioni. Fu lo stesso Sansterre che, in seguito, suonò le trombe per soffocare la voce di Luigi al patibolo. Questo episodio dimostra quanto fosse vicino l’“sapiente inconsapevole” al bordo di quel precipizio. E quanto poco gli servisse la sua erudizione per rendersene conto.
Era davvero un uomo dal cuore molto gentile, e questo conta moltissimo. La sua carità era vasta, nonostante provenisse da mezzi limitati. Le stanze della sua casa diventavano una sorta di rifugio per molte persone in difficoltà: il cieco signor Levett, la acida signora Williams, la pallida signora De Moulins, un gruppo di anziani e malati con cui trascorrere le giornate. Era sempre pronto ad aiutare i bisognosi, e nessun poeta era così umile da non voler dedicargli i propri libri con frasi solenni e significative. È davvero un’impresa straordinaria, che la letteratura può offrire solo di rado. Soprattutto, era un uomo dal cuore gentile: portava a casa sulle proprie spalle coloro che si trovavano in difficoltà, facendoci dimenticare, o almeno perdonare, quei pedanti e dogmatici “dottori”. Per me, è sempre interessante conoscere il punto di vista di un grande uomo sull’invecchiamento e sulla morte: rappresenta una prova concreta di quanto profonda sia stata la sua filosofia di vita. Hume vedeva la morte da lontano e l’affrontava con calma; invece, la mente di Johnson si ritraeva davanti a quell’avversario terribile. Le sue lettere e i suoi discorsi negli ultimi anni erano un lungo grido di paura. Non era codardia: fisicamente, era uno degli uomini più coraggiosi che siano mai esistiti. La sua forza d’animo non conosceva limiti. Era piuttosto una sorta di incertezza spirituale, unita a una vera fede nelle possibilità dell’aldilà. Una fede mitigata da una teologia più umana e liberale. È strano vedere come si aggrappasse disperatamente a quel corpo malato, afflitto da gotta, asma, danze di San Vito. Che attrattiva poteva avere un’esistenza in cui otto ore al giorno si trascorrevano gemendo su una sedia, e sedici ore ansimando a letto? “Darei una delle mie gambe”, diceva, “per un altro anno di vita”. Eppure, quando finalmente arrivò l’ora, nessuno avrebbe potuto comportarsi con maggiore dignità e coraggio. Che si dica di lui ciò che si vuole. Non si può leggere quei quattro volumi grigi senza ricevere stimoli mentali, desiderio di approfondire la conoscenza umana, o nuove intuizioni sul carattere delle persone. Il tutto contribuisce a rendere una persona migliore e più saggia.
IV. Next to my Johnsoniana are my Gibbons — two editions, if you please, for my old complete one being somewhat crabbed in the print I could not resist getting a set of Bury’s new six-volume presentment of the History. In reading that book you don’t want to be handicapped in any way. You want fair type, clear paper, and a light volume. You are not to read it lightly, but with some earnestness of purpose and keenness for knowledge, with a classical atlas at your elbow and a note-book hard by, taking easy stages and harking back every now and then to keep your grip of the past and to link it up with what follows. There are no thrills in it. You won’t be kept out of your bed at night, nor will you forget your appointments during the day, but you will feel a certain sedate pleasure in the doing of it, and when it is done you will have gained something which you can never lose — something solid, something definite, something that will make you broader and deeper than before. Were I condemned to spend a year upon a desert island and allowed only one book for my companion, it is certainly that which I should choose. For consider how enormous is its scope, and what food for thought is contained within those volumes. It covers a thousand years of the world’s history, it is full and good and accurate, its standpoint is broadly philosophic, its style dignified. With our more elastic methods we may consider his manner pompous, but he lived in an age when Johnson’s turgid periods had corrupted our literature. For my own part I do not dislike Gibbon’s pomposity. A paragraph should be measured and sonorous if it ventures to describe the advance of a Roman legion, or the debate of a Greek Senate. You are wafted upwards, with this lucid and just spirit by your side upholding and instructing you. Beneath you are warring nations, the clash of races, the rise and fall of dynasties, the conflict of creeds. Serene you float above them all, and ever as the panorama flows past, the weighty measured unemotional voice whispers the true meaning of the scene into your ear. It is a most mighty story that is told. You begin with a description of the state of the Roman Empire when the early Caesars were on the throne, and when it was undisputed mistress of the world. You pass down the line of the Emperors with their strange alternations of greatness and profligacy, descending occasionally to criminal lunacy. When the Empire went rotten it began at the top, and it took centuries to corrupt the man behind the spear. Neither did a religion of peace affect him much, for, in spite of the adoption of Christianity, Roman history was still written in blood. The new creed had only added a fresh cause of quarrel and violence to the many which already existed, and the wars of angry nations were mild compared to those of excited sectaries. Then came the mighty rushing wind from without, blowing from the waste places of the world, destroying, confounding, whirling madly through the old order, leaving broken chaos behind it, but finally cleansing and purifying that which was stale and corrupt. A storm-centre somewhere in the north of China did suddenly what it may very well do again. The human volcano blew its top off, and Europe was covered by the destructive debris. The absurd point is that it was not the conquerors who overran the Roman Empire, but it was the terrified fugitives, who, like a drove of stampeded cattle, blundered over everything which barred their way. It was a wild, dramatic time — the time of the formation of the modern races of Europe. The nations came whirling in out of the north and east like dust-storms, and amid the seeming chaos each was blended with its neighbour so as to toughen the fibre of the whole. The fickle Gaul got his steadying from the Franks, the steady Saxon got his touch of refinement from the Norman, the Italian got a fresh lease of life from the Lombard and the Ostrogoth, the corrupt Greek made way for the manly and earnest Mahommedan. Everywhere one seems to see a great hand blending the seeds. And so one can now, save only that emigration has taken the place of war. It does not, for example, take much prophetic power to say that something very great is being built up on the other side of the Atlantic. When on an Anglo-Celtic basis you see the Italian, the Hun, and the Scandinavian being added, you feel that there is no human quality which may not be thereby evolved. But to revert to Gibbon: the next stage is the flight of Empire from Rome to Byzantium, even as the Anglo-Celtic power might find its centre some day not in London but in Chicago or Toronto. There is the whole strange story of the tidal wave of Mahommedanism from the south, submerging all North Africa, spreading right and left to India on the one side and to Spain on the other, finally washing right over the walls of Byzantium until it, the bulwark of Christianity, became what it is now, the advanced European fortress of the Moslem. Such is the tremendous narrative covering half the world’s known history, which can all be acquired and made part of yourself by the aid of that humble atlas, pencil, and note-book already recommended. When all is so interesting it is hard to pick examples, but to me there has always seemed to be something peculiarly impressive in the first entrance of a new race on to the stage of history. It has something of the glamour which hangs round the early youth of a great man. You remember how the Russians made their debut — came down the great rivers and appeared at the Bosphorus in two hundred canoes, from which they endeavoured to board the Imperial galleys. Singular that a thousand years have passed and that the ambition of the Russians is still to carry out the task at which their skin-clad ancestors failed. Or the Turks again; you may recall the characteristic ferocity with which they opened their career. A handful of them were on some mission to the Emperor. The town was besieged from the landward side by the barbarians, and the Asiatics obtained leave to take part in a skirmish. The first Turk galloped out, shot a barbarian with his arrow, and then, lying down beside him, proceeded to suck his blood, which so horrified the man’s comrades that they could not be brought to face such uncanny adversaries. So, from opposite sides, those two great races arrived at the city which was to be the stronghold of the one and the ambition of the other for so many centuries. And then, even more interesting than the races which arrive are those that disappear. There is something there which appeals most powerfully to the imagination. Take, for example, the fate of those Vandals who conquered the north of Africa. They were a German tribe, blue-eyed and flaxen-haired, from somewhere in the Elbe country. Suddenly they, too, were seized with the strange wandering madness which was epidemic at the time. Away they went on the line of least resistance, which is always from north to south and from east to west. South-west was the course of the Vandals — a course which must have been continued through pure love of adventure, since in the thousands of miles which they traversed there were many fair resting-places, if that were only their quest. They crossed the south of France, conquered Spain, and, finally, the more adventurous passed over into Africa, where they occupied the old Roman province. For two or three generations they held it, much as the English hold India, and their numbers were at the least some hundreds of thousands. Presently the Roman Empire gave one of those flickers which showed that there was still some fire among the ashes. Belisarius landed in Africa and reconquered the province. The Vandals were cut off from the sea and fled inland. Whither did they carry those blue eyes and that flaxen hair? Were they exterminated by the negroes, or did they amalgamate with them? Travellers have brought back stories from the Mountains of the Moon of a Negroid race with light eyes and hair. Is it possible that here we have some trace of the vanished Germans? It recalls the parallel case of the lost settlements in Greenland. That also has always seemed to me to be one of the most romantic questions in history — the more so, perhaps, as I have strained my eyes to see across the ice-floes the Greenland coast at the point (or near it) where the old “Eyrbyggia” must have stood. That was the Scandinavian city, founded by colonists from Iceland, which grew to be a considerable place, so much so that they sent to Denmark for a bishop. That would be in the fourteenth century. The bishop, coming out to his see, found that he was unable to reach it on account of a climatic change which had brought down the ice and filled the strait between Iceland and Greenland. From that day to this no one has been able to say what has become of these old Scandinavians, who were at the time, be it remembered, the most civilised and advanced race in Europe. They may have been overwhelmed by the Esquimaux, the despised Skroeling — or they may have amalgamated with them — or conceivably they might have held their own. Very little is known yet of that portion of the coast. It would be strange if some Nansen or Peary were to stumble upon the remains of the old colony, and find possibly in that antiseptic atmosphere a complete mummy of some bygone civilization. But once more to return to Gibbon. What a mind it must have been which first planned, and then, with the incessant labour of twenty years, carried out that enormous work! There was no classical author so little known, no Byzantine historian so diffuse, no monkish chronicle so crabbed, that they were not assimilated and worked into their appropriate place in the huge framework. Great application, great perseverance, great attention to detail was needed in all this, but the coral polyp has all those qualities, and somehow in the heart of his own creation the individuality of the man himself becomes as insignificant and as much overlooked as that of the little creature that builds the reef. A thousand know Gibbon’s work for one who cares anything for Gibbon. And on the whole this is justified by the facts. Some men are greater than their work. Their work only represents one facet of their character, and there may be a dozen others, all remarkable, and uniting to make one complex and unique creature. It was not so with Gibbon. He was a cold-blooded man, with a brain which seemed to have grown at the expense of his heart. I cannot recall in his life one generous impulse, one ardent enthusiasm, save for the Classics. His excellent judgment was never clouded by the haze of human emotion — or, at least, it was such an emotion as was well under the control of his will. Could anything be more laudable — or less lovable? He abandons his girl at the order of his father, and sums it up that he “sighs as a lover but obeys as a son.” The father dies, and he records the fact with the remark that “the tears of a son are seldom lasting.” The terrible spectacle of the French Revolution excited in his mind only a feeling of self-pity because his retreat in Switzerland was invaded by the unhappy refugees, just as a grumpy country gentleman in England might complain that he was annoyed by the trippers. There is a touch of dislike in all the allusions which Boswell makes to Gibbon — often without even mentioning his name — and one cannot read the great historian’s life without understanding why. I should think that few men have been born with the material for self-sufficient contentment more completely within himself than Edward Gibbon. He had every gift which a great scholar should have, an insatiable thirst for learning in every form, immense industry, a retentive memory, and that broadly philosophic temperament which enables a man to rise above the partisan and to become the impartial critic of human affairs. It is true that at the time he was looked upon as bitterly prejudiced in the matter of religious thought, but his views are familiar to modern philosophy, and would shock no susceptibilities in these more liberal (and more virtuous) days. Turn him up in that Encyclopedia, and see what the latest word is upon his contentions. “Upon the famous fifteenth and sixteenth chapters it is not necessary to dwell,” says the biographer, “because at this time of day no Christian apologist dreams of denying the substantial truth of any of the more important allegations of Gibbon. Christians may complain of the suppression of some circumstances which might influence the general result, and they must remonstrate against the unfair construction of their case. But they no longer refuse to hear any reasonable evidence tending to show that persecution was less severe than had been once believed, and they have slowly learned that they can afford to concede the validity of all the secondary causes assigned by Gibbon and even of others still more discreditable. The fact is, as the historian has again and again admitted, that his account of the secondary causes which contributed to the progress and establishment of Christianity leaves the question as to the natural or supernatural origin of Christianity practically untouched.” This is all very well, but in that case how about the century of abuse which has been showered upon the historian? Some posthumous apology would seem to be called for. Physically, Gibbon was as small as Johnson was large, but there was a curious affinity in their bodily ailments. Johnson, as a youth, was ulcerated and tortured by the king’s evil, in spite of the Royal touch. Gibbon gives us a concise but lurid account of his own boyhood. “I was successively afflicted by lethargies and fevers, by opposite tendencies to a consumptive and dropsical habit, by a contraction of my nerves, a fistula in my eye, and the bite of a dog, most vehemently suspected of madness. Every practitioner was called to my aid, the fees of the doctors were swelled by the bills of the apothecaries and surgeons. There was a time when I swallowed more physic than food, and my body is still marked by the indelible scars of lancets, issues, and caustics.” Such is his melancholy report. The fact is that the England of that day seems to have been very full of that hereditary form of chronic ill-health which we call by the general name of struma. How far the hard-drinking habits in vogue for a century or so before had anything to do with it I cannot say, nor can I trace a connection between struma and learning; but one has only to compare this account of Gibbon with Johnson’s nervous twitches, his scarred face and his St. Vitus’ dance, to realise that these, the two most solid English writers of their generation, were each heir to the same gruesome inheritance. I wonder if there is any picture extant of Gibbon in the character of subaltern in the South Hampshire Militia? With his small frame, his huge head, his round, chubby face, and the pretentious uniform, he must have looked a most extraordinary figure. Never was there so round a peg in a square hole! His father, a man of a very different type, held a commission, and this led to poor Gibbon becoming a soldier in spite of himself. War had broken out, the regiment was mustered, and the unfortunate student, to his own utter dismay, was kept under arms until the conclusion of hostilities. For three years he was divorced from his books, and loudly and bitterly did he resent it. The South Hampshire Militia never saw the enemy, which is perhaps as well for them. Even Gibbon himself pokes fun at them; but after three years under canvas it is probable that his men had more cause to smile at their book-worm captain than he at his men. His hand closed much more readily on a pen-handle than on a sword-hilt. In his lament, one of the items is that his colonel’s example encouraged the daily practice of hard and even excessive drinking, which gave him the gout. “The loss of so many busy and idle hours were not compensated for by any elegant pleasure,” says he; “and my temper was insensibly soured by the society of rustic officers, who were alike deficient in the knowledge of scholars and the manners of gentlemen.” The picture of Gibbon flushed with wine at the mess-table, with these hard-drinking squires around him, must certainly have been a curious one. He admits, however, that he found consolations as well as hardships in his spell of soldiering. It made him an Englishman once more, it improved his health, it changed the current of his thoughts. It was even useful to him as an historian. In a celebrated and characteristic sentence, he says, “The discipline and evolutions of a modern battalion gave me a clearer notion of the Phalanx and the Legions, and the captain of the Hampshire Grenadiers has not been useless to the historian of the Roman Empire.” If we don’t know all about Gibbon it is not his fault, for he wrote no fewer than six accounts of his own career, each differing from the other, and all equally bad. A man must have more heart and soul than Gibbon to write a good autobiography. It is the most difficult of all human compositions, calling for a mixture of tact, discretion, and frankness which make an almost impossible blend. Gibbon, in spite of his foreign education, was a very typical Englishman in many ways, with the reticence, self-respect, and self-consciousness of the race. No British autobiography has ever been frank, and consequently no British autobiography has ever been good. Trollope’s, perhaps, is as good as any that I know, but of all forms of literature it is the one least adapted to the national genius. You could not imagine a British Rousseau, still less a British Benvenuto Cellini. In one way it is to the credit of the race that it should be so. If we do as much evil as our neighbours we at least have grace enough to be ashamed of it and to suppress its publication. There on the left of Gibbon is my fine edition (Lord Braybrooke’s) of Pepys’ Diary. That is, in truth, the greatest autobiography in our language, and yet it was not deliberately written as such. When Mr. Pepys jotted down from day to day every quaint or mean thought which came into his head he would have been very much surprised had any one told him that he was doing a work quite unique in our literature. Yet his involuntary autobiography, compiled for some obscure reason or for private reference, but certainly never meant for publication, is as much the first in that line of literature as Boswell’s book among biographies or Gibbon’s among histories. As a race we are too afraid of giving ourselves away ever to produce a good autobiography. We resent the charge of national hypocrisy, and yet of all nations we are the least frank as to our own emotions — especially on certain sides of them. Those affairs of the heart, for example, which are such an index to a man’s character, and so profoundly modify his life — what space do they fill in any man’s autobiography? Perhaps in Gibbon’s case the omission matters little, for, save in the instance of his well-controlled passion for the future Madame Neckar, his heart was never an organ which gave him much trouble. The fact is that when the British author tells his own story he tries to make himself respectable, and the more respectable a man is the less interesting does he become. Rousseau may prove himself a maudlin degenerate. Cellini may stand self-convicted as an amorous ruffian. If they are not respectable they are thoroughly human and interesting all the same. The wonderful thing about Mr. Pepys is that a man should succeed in making himself seem so insignificant when really he must have been a man of considerable character and attainments. Who would guess it who read all these trivial comments, these catalogues of what he had for dinner, these inane domestic confidences — all the more interesting for their inanity! The effect left upon the mind is of some grotesque character in a play, fussy, self-conscious, blustering with women, timid with men, dress-proud, purse-proud, trimming in politics and in religion, a garrulous gossip immersed always in trifles. And yet, though this was the day-by-day man, the year-by-year man was a very different person, a devoted civil servant, an eloquent orator, an excellent writer, a capable musician, and a ripe scholar who accumulated 3000 volumes — a large private library in those days — and had the public spirit to leave them all to his University. You can forgive old Pepys a good deal of his philandering when you remember that he was the only official of the Navy Office who stuck to his post during the worst days of the Plague. He may have been — indeed, he assuredly was — a coward, but the coward who has sense of duty enough to overcome his cowardice is the most truly brave of mankind. But the one amazing thing which will never be explained about Pepys is what on earth induced him to go to the incredible labour of writing down in shorthand cipher not only all the trivialities of his life, but even his own very gross delinquencies which any other man would have been only too glad to forget. The Diary was kept for about ten years, and was abandoned because the strain upon his eyes of the crabbed shorthand was helping to destroy his sight. I suppose that he became so familiar with it that he wrote it and read it as easily as he did ordinary script. But even so, it was a huge labour to compile these books of strange manuscript. Was it an effort to leave some memorial of his own existence to single him out from all the countless sons of men? In such a case he would assuredly have left directions in somebody’s care with a reference to it in the deed by which he bequeathed his library to Cambridge. In that way he could have ensured having his Diary read at any date he chose to name after his death. But no allusion to it was left, and if it had not been for the ingenuity and perseverance of a single scholar the dusty volumes would still lie unread in some top shelf of the Pepysian Library. Publicity, then, was not his object. What could it have been? The only alternative is reference and self-information. You will observe in his character a curious vein of method and order, by which he loved, to be for ever estimating his exact wealth, cataloguing his books, or scheduling his possessions. It is conceivable that this systematic recording of his deeds — even of his misdeeds — was in some sort analogous, sprung from a morbid tidiness of mind. It may be a weak explanation, but it is difficult to advance another one. One minor point which must strike the reader of Pepys is how musical a nation the English of that day appear to have been. Every one seems to have had command of some instrument, many of several. Part-singing was common. There is not much of Charles the Second’s days which we need envy, but there, at least, they seem to have had the advantage of us. It was real music, too — music of dignity and tenderness — with words which were worthy of such treatment. This cult may have been the last remains of those mediaeval pre-Reformation days when the English Church choirs were, as I have read somewhere, the most famous in Europe. A strange thing this for a land which in the whole of last century has produced no single master of the first rank! What national change is it which has driven music from the land? Has life become so serious that song has passed out of it? In Southern climes one hears poor folk sing for pure lightness of heart. In England, alas, the sound of a poor man’s voice raised in song means only too surely that he is drunk. And yet it is consoling to know that the germ of the old powers is always there ready to sprout forth if they be nourished and cultivated. If our cathedral choirs were the best in the old Catholic days, it is equally true, I believe, that our orchestral associations are now the best in Europe. So, at least, the German papers said on the occasion of the recent visit of a north of England choir. But one cannot read Pepys without knowing that the general musical habit is much less cultivated now than of old.
IV.
Accanto alle mie opere su Johnson, ho anche le opere di Gibbon: due edizioni, per la precisione. La mia vecchia edizione completa presentava alcune imperfezioni tipografiche, quindi non ho potuto resistere all’acquisto della nuova versione in sei volumi pubblicata da Bury. Leggere quel libro richiede condizioni ideali: caratteri chiari, carta di buona qualità e un volume leggero da maneggiare facilmente. Non si tratta certo di una lettura superficiale, ma piuttosto di uno sforzo serio volto all’acquisizione di conoscenze, con l’aiuto di un atlante classico e di un taccuino per prendere appunti. Non ci sono momenti particolarmente emozionanti nella lettura di Gibbon; non vi costringerà ad alzarvi di notte né a dimenticare gli impegni diurni, ma vi procurerà una soddisfazione tranquilla e profonda. Alla fine, avrete acquisito qualcosa che non potrete mai perdere: conoscenze solide, precise e utili per ampliare le vostre prospettive intellettuali.
Se fossi condannato a trascorrere un anno su un’isola deserta e mi fosse permesso di portare con me un solo libro, sceglierei sicuramente quello di Gibbon. Pensate solo all’immensità del suo argomento e al ricco materiale di riflessione che contiene: copre mille anni della storia mondiale, è completo, accurato e scritto in uno stile dignitoso. Forse i suoi modi appaiono un po’ pomposi rispetto ai nostri standard attuali, ma viveva in un’epoca in cui lo stile grandioso di Johnson aveva già corrotto la nostra letteratura. Personalmente, non mi dispiace questa forma di espressione; un paragrafo deve essere solenne e incisivo quando descrive eventi importanti come l’avanzata di una legione romana o le discussioni di un senato greco. Con Gibbon al vostro fianco, vi sentite guidati verso la conoscenza, mentre sotto di voi si svolgono guerre, conflitti tra popoli e dinastie. Fluttuate serenamente sopra tutto ciò, e man mano che il panorama storico scorre davanti ai vostri occhi, quella voce calma e misurata vi sussurra il vero significato di ogni evento.
È davvero una storia straordinaria quella che racconta Gibbon: inizia descrivendo lo stato dell’Impero romano ai tempi dei primi Cesari, quando era indiscutibilmente la padrona del mondo. Seguiamo poi la successione degli imperatori, con le loro alternanze di grandezza e dissolutezza, fino a quando l’impero iniziò a decadere. E tutto questo avvenne partendo proprio dall’alto della gerarchia sociale. Nemmeno una religione pacifica riuscì a influenzare positivamente questa tendenza: nonostante l’adozione del cristianesimo, la storia romana continuò ad essere scritta nel sangue. La nuova fede aggiunse soltanto nuove cause di conflitto e violenza alle molte già esistenti. E le guerre tra popoli arrabbiati sembravano quasi innocue rispetto a quelle combattute da sette fanatiche.
Poi arrivò il potente vento impetuoso dal di fuori, soffiando dalle lande desolate del mondo, distruggendo, confondendo, vorticando follemente attraverso l’antico ordine, lasciandosi dietro caos e distruzione; ma alla fine purificò ciò che era marcio e corrotto. In qualche luogo nel nord della Cina scoppiò improvvisamente una tempesta del genere, e l’Europa fu coperta dai detriti distruttivi. L’aspetto assurdo di questa situazione è che non furono i conquistatori ad invadere l’Impero Romano, ma i fuggitivi terrorizzati, che, come un gregge di bestiame in preda al panico, calpestarono tutto ciò che si frapponeva loro sul cammino. Fu un periodo selvaggio e drammatico: il momento in cui si formarono le moderne razze europee. Le nazioni arrivarono dal nord e dall’est come tempeste di polvere, e nel caos apparente ognuna si fuse con le altre, rafforzando così la struttura complessiva del continente. La volubile Gallia ricevette stabilità dai Franchi; i Sassi, noti per la loro fermezza, acquisirono un tocco di raffinatezza dai Normanni; gli Italiani trovarono una nuova vitalità grazie ai Lombardi e agli Ostrogoti; il corrotto mondo greco lasciò il posto al vigoroso e sincero Islam. Ovunque sembra esserci una grande forza che mescola i diversi elementi. Oggi, se non fosse per l’emigrazione al posto delle guerre, si potrebbe dire che qualcosa di molto grande sta prendendo forma dall’altra parte dell’Atlantico. Quando, su una base anglo-celtica, si aggiungono elementi italiani, unni e scandinavi, si ha la sensazione che nessuna qualità umana possa non essere sviluppata attraverso questo processo.
Ma tornando a Gibbon: il passo successivo fu la trasferimento dell’Impero da Roma a Bisanzio. Proprio come un giorno il potere anglo-celtico potrebbe trovarsi non a Londra, ma a Chicago o Toronto. C’è tutta quella strana storia del dilagare del Islam dal sud, che sommerse l’intera Africa settentrionale, si diffuse verso est fino all’India e verso ovest fino alla Spagna, finendo per travolgere anche le mura di Bisanzio. Quell’antico baluardo del Cristianesimo divenne così ciò che è oggi: la fortezza europea controllata dai musulmani. Questa è la straordinaria storia che copre metà della storia conosciuta del mondo. Una storia che possiamo conoscere e assorbire completamente grazie a quell’umile atlante, a una matita e a un quaderno di appunti che abbiamo già consigliato.
E poi, ancora più interessanti di quelle razze che arrivano sono quelle che scompaiono. C’è qualcosa in questo che attira con particolare forza l’immaginazione. Prendiamo, ad esempio, il destino dei Vandali che conquistarono il nord dell’Africa. Erano una tribù germanica, con occhi azzurri e capelli biondi, proveniente da qualche parte nella regione dell’Elba. Improvvisamente anche loro furono colpiti da quella strana follia nomade che all’epoca era endemica. Partirono quindi lungo la rotta di minore resistenza, che è sempre da nord a sud e da est a ovest. La direzione scelta dai Vandali fu verso sud-ovest; una scelta che doveva essere motivata soltanto dall’amore per l’avventura, visto che nei migliaia di chilometri percorsi esistevano molte belle località in cui riposare, se solo quella fosse stata la loro vera meta. Attraversarono il sud della Francia, conquistarono la Spagna e, infine, quelli più avventurosi si recarono in Africa, dove occuparono l’antica provincia romana. Per due o tre generazioni la tennero sotto controllo, proprio come gli inglesi possiedono l’India; il loro numero ammontava ad almeno centinaia di migliaia di persone. Poi, l’Impero Romano ebbe un ultimo barlume di vitalità: Belisario sbarcò in Africa e riconquistò la provincia. I Vandali furono tagliati fuori dal mare e dovettero fuggire verso l’interno del continente. Dove andarono a finire quegli occhi azzurri e quei capelli biondi? Furono sterminati dai neri, o si mescolarono con loro? I viaggiatori hanno raccontato storie riguardo a una razza negroida con occhi chiari e capelli biondi nelle Montagne della Luna. È possibile che qui abbiamo qualche traccia di quei Germanici scomparsi?
Ricorda il caso parallelo delle antiche colonie perdute in Groenlandia. Anche questo, per me, è sempre stato uno dei problemi più affascinanti della storia – tanto più che ho spesso cercato di immaginare, attraverso le distese di ghiaccio, la costa groenlandese nel punto (o vicino a esso) dove doveva sorgere l’antica città scandinava di “Eyrbyggia”. Fu fondata da coloni islandesi e divenne un insediamento così importante che decisero di inviare un vescovo in Danimarca. Ciò avvenne nel XIV secolo. Ma quando il vescovo arrivò, scoprì di non poter raggiungere la sua sede a causa di un cambiamento climatico che aveva fatto scomparire i ghiacci e riempito lo stretto tra Islanda e Groenlandia. Da quel giorno in poi, nessuno ha mai saputo cosa ne sia stato di quegli antichi scandinavi, che all’epoca rappresentavano la razza più civilizzata e avanzata d’Europa. Forse furono sopraffatti dagli Eschimesi, o si fusero con loro. O forse riuscirono a sopravvivere. Oggi sappiamo molto poco su quella parte della costa. Sarebbe davvero straordinario se qualche esploratore come Nansen o Peary scoprisse i resti di quell’antica colonia, e magari in quell’atmosfera “antisettica” trovasse una mummia perfetta che testimoniasse l’esistenza di una civiltà perduta.
Ma torniamo a Gibbon: quale mente straordinaria doveva essere quella che concepì e poi realizzò, con vent’anni di lavoro instancabile, un’opera così imponente! Non esisteva alcun autore classico poco conosciuto, nessun storico bizantino poco accessibile, nessuna cronaca monastica troppo complessa da interpretare. Tutti questi elementi furono assorbiti e inseriti nel contesto generale dell’opera. Fu necessaria grande applicazione, perseveranza e attenzione ai dettagli. Ma il polipo di corallo possiede proprio queste qualità. E in qualche modo, nel cuore stesso della sua creazione, l’individualità dello scrittore diventa altrettanto insignificante quanto quella di quel piccolo essere che contribuisce alla formazione delle barriere coralline. Mille persone conoscono l’opera di Gibbon. Ma quante ne sono davvero interessate?
E nel complesso, tutto ciò è giustificato dai fatti. Alcuni uomini sono più grandi del loro lavoro; il loro lavoro rappresenta soltanto un aspetto del loro carattere, e possono essercene molti altri, tutti notevoli e che insieme formano una persona complessa e unica. Non fu così per Gibbon: era un uomo freddo di sangue, il cui intelletto sembrava essere cresciuto a scapito del suo cuore. Non ricordo nella sua vita alcun impulso generoso, alcun entusiasmo appassionato, tranne per quanto riguarda gli studi classici. Il suo eccellente giudizio non fu mai offuscato dall’oscurità delle emozioni umane, o, almeno, si trattava di emozioni ben sotto il controllo della sua volontà. C’è qualcosa di davvero lodevole – ma anche di poco affascinante – in tutto ciò. Abbandona la sua ragazza su ordine del padre e commenta semplicemente: “Sospira come un innamorato, ma obbedisce come un figlio”. Quando il padre muore, registra l’evento con queste parole: “Le lacrime di un figlio sono raramente durature”. Lo spettacolo terribile della Rivoluzione Francese suscitò in lui soltanto compassione per se stesso, poiché la sua ritirata in Svizzera fu invasa da rifugiati sfortunati, proprio come un noioso gentiluomo inglese potrebbe lamentarsi di essere disturbato dai viaggiatori. In tutte le allusioni che Boswell fa a Gibbon – spesso senza nemmeno menzionare il suo nome – si percepisce una certa avversione; e non si può leggere la vita di questo grande storico senza capire il motivo.
Credo che pochi uomini siano nati con in sé, in modo così completo, tutti i requisiti necessari per una soddisfazione autonoma: Edward Gibbon ne era un esempio. Possedeva ogni dono che si possa desiderare in un grande studioso: una sete insaziabile di conoscenza in ogni ambito, un impegno instancabile, una memoria eccezionale, e quel temperamento filosofico che permette a una persona di superare i pregiudizi e diventare un critico imparziale degli affari umani. È vero che all’epoca veniva considerato profondamente prevenuto in materia di pensiero religioso, ma le sue opinioni sono ormai ben conosciute dalla filosofia moderna e non scandalizzerebbero più nessuno in questi tempi più liberali (e più virtuosi). Cercatele nell’Enciclopedia: vedrete quale sia l’opinione attuale sui suoi argomenti. “Non è necessario soffermarsi sui famosi capitoli quindicesimo e sedicesimo”, afferma il biografo, “poiché al giorno d’oggi nessun apologeta cristiano oserebbe negare la veridicità delle accuse più importanti di Gibbon. I cristiani possono però lamentarsi della omissione di alcune circostanze che potrebbero influenzare il risultato complessivo, e devono ribellarsi alla distorsione ingiusta dei loro argomenti.”
Ma ormai non rifiutano più di prendere in considerazione qualsiasi prova ragionevole che possa dimostrare come le persecuzioni subite dal Cristianesimo siano state meno severe di quanto si credesse un tempo, e hanno gradualmente imparato ad ammettere la validità di tutte quelle cause secondarie indicate da Gibbon, e persino da altri autori ancora più discutibili. Il fatto è che, come lo stesso storico ha più volte riconosciuto, la sua descrizione delle cause secondarie che hanno contribuito allo sviluppo e alla diffusione del Cristianesimo lascia praticamente intatta la questione riguardante l’origine naturale o soprannaturale della religione. Tutto questo è vero, ma allora che dire di quel secolo di critiche e offese rivolte a questo storico? Sembra davvero necessario un qualche tipo di scusa postuma da parte sua.
Fisicamente, Gibbon era piccolo quanto Johnson era alto, ma esisteva una curiosa somiglianza nelle loro malattie fisiche. Da giovane, Johnson soffriva di ulcere e di altri mali causati da agenti patogeni, nonostante l’effetto presunto “curativo” del tocco reale. Gibbon ci fornisce un resoconto conciso ma macabro della sua stessa infanzia:
“Soffrii alternativamente di letargie e febbri, di tendenze opposte verso malattie consumative o idropiche, di problemi ai nervi, di una fistola all’occhio, e fui anche morso da un cane, del quale si sospettava fortemente che fosse pazzo. Fu chiamato a curarmi ogni tipo di medico; le spese per i dottori aumentarono ulteriormente a causa delle fatture degli erboristi e dei chirurghi. Ci fu un periodo in cui ingerivo più medicine che cibo, e il mio corpo porta ancora oggi cicatrici indelebili lasciate da bisturi, punture e sostanze caustiche.”
Ecco il suo resoconto melanconico. Il fatto è che l’Inghilterra di quell’epoca sembrava essere molto afflitta da quella forma ereditaria di cattiva salute cronica che chiamiamo genericamente “struma”. Non so fino a che punto le abitudini di bere eccessivamente, diffuse per un secolo circa prima, avessero a che fare con questa condizione; né riesco a stabilire un legame tra la struma e l’istruzione. Tuttavia, basta confrontare questo resoconto di Gibbon con i disturbi nervosi di Johnson, il suo viso segnato dalle cicatrici e la sua “danza di San Vito” per rendersi conto che questi due dei più grandi scrittori inglesi della loro epoca erano entrambi eredi di quella stessa terribile eredità.
Mi chiedo se esista ancora qualche ritratto di Gibbon nei panni di un ufficiale subalterno nella Milizia del Sud Hampshire. Con la sua piccola statura, la testa enorme, il viso rotondo e paffuto, e l’uniforme pomposa, doveva sicuramente apparire una figura davvero straordinaria. Non c’era mai stato un esempio più perfetto di “un chiodo quadrato in un buco rotondo”! Suo padre, uomo di tipo molto diverso, aveva una carica militare; per questo motivo il povero Gibbon finì per diventare soldato contro la sua volontà. Scoppiò la guerra, il reggimento fu mobilitato. E l’infortunato studente si trovò costretto a rimanere sotto le armi fino alla fine delle ostilità. Per tre anni fu lontano dai suoi libri, e ne soffrì profondamente. La Milizia del Sud Hampshire non incontrò mai il nemico. Il che, forse, fu meglio per loro. Anche Gibbon stesso si prendeva gioco di loro; ma dopo tre anni trascorsi in servizio militare, è probabile che i suoi uomini avessero più motivi per ridere del loro capitano “libraio” di quanto lui ne avesse dei suoi soldati. La sua mano stringeva molto più facilmente una penna che la lama di una spada. Tra le cose che rimpiangeva c’era anche il fatto che l’esempio del suo colonnello incoraggiasse abitudini di bere eccessive, causandogli l’ gotta, “La perdita di così tante ore dedicate al ozio non fu compensata da alcun piacere elegante“, scriveva; “e il mio umore peggiorò inevitabilmente a causa della compagnia di ufficiali rustici, che mancavano sia della cultura dei letterati che delle buone maniere dei gentiluomini“. Immagino che il ritratto di Gibbon, rosso in viso per l’alcol al tavolo da mensa, circondato da quegli ufficiali bevitori, debba essere stato davvero curioso. Tuttavia ammetteva anche di aver trovato consolazioni, oltre a difficoltà, in quel periodo trascorso nell’esercito: gli permise di riscoprire le proprie radici inglesise, migliorò la sua salute e cambiò il corso dei suoi pensieri. Fu persino utile per il suo lavoro di storico. In una frase celebre e caratteristica, scrisse: “La disciplina e le manovre di un battaglione moderno mi aiutarono a comprendere meglio la struttura delle falangi e delle legioni romane. E il capitano dei Grenadier del Hampshire non è stato certo inutile allo storico dell’Impero Romano“.
Se non sappiamo tutto su Gibbon, non è colpa sua: infatti scrisse ben sei resoconti della propria vita, ciascuno diverso dagli altri e tutti ugualmente scadenti. Per scrivere una buona autobiografia, un uomo deve possedere molto più cuore e anima di Gibbon. È la composizione umana più difficile in assoluto: richiede una combinazione di tatto, discrezione e franchezza che difficilmente si riesce a realizzare. Nonostante la sua formazione all’estero, Gibbon era, sotto molti aspetti, un tipico inglese: reticente, rispettoso di sé stesso e consapevole delle proprie caratteristiche. Nessuna autobiografia britannica è mai stata franca, e quindi nessuna è mai stata davvero buona. Forse quella di Trollope è paragonabile alle migliori che conosca, ma tra tutte le forme letterarie, è quella meno adatta al genio nazionale del popolo inglese. Non si potrebbe immaginare un “Rousseau” britannico, né tantomeno un “Benvenuto Cellini”. In un certo senso, è proprio un merito della nostra nazione non essere così. Se facciamo altrettanto male dei nostri vicini, almeno abbiamo la decenza di vergognarcene e di impedire che tali cose vengano pubblicate.
A sinistra di Gibbon c’è la mia bella edizione del Diario di Pepys (a cura di Lord Braybrooke). In realtà, si tratta della migliore autobiografia nella nostra lingua, eppure non fu scritta intenzionalmente come tale. Quando il signor Pepys annotava ogni giorno i pensieri più strani o meschini che gli venivano in mente, sarebbe rimasto molto sorpreso se qualcuno gli avesse detto che stava creando un’opera davvero unica nella nostra letteratura. Eppure questa sua autobiografia involontaria, compilata per qualche motivo oscuro o a uso personale, ma certamente mai destinata alla pubblicazione, è senz’altro la prima nel suo genere, proprio come il libro di Boswell tra le biografie o quello di Gibbon tra le storie.
Come nazione, abbiamo troppa paura di rivelare veramente noi stessi per scrivere una buona autobiografia. Detestiamo l’accusa di ipocrisia nazionale, eppure, tra tutte le nazioni, siamo i meno franchi riguardo ai nostri sentimenti, soprattutto in alcuni aspetti. Quegli affari del cuore, ad esempio, che rappresentano un indicatore fondamentale del carattere di una persona e ne influenzano profondamente la vita, quanta spazio occupano nelle autobiografie britanniche? Forse nel caso di Gibbon questa omissione non ha molta importanza: a parte il suo controllo rigido sulle passioni per Madame Neckar, il suo cuore non gli causò mai grandi problemi. Il fatto è che quando un autore britannico racconta la propria storia, cerca sempre di apparire rispettabile, e più una persona è rispettabile, meno diventa interessante da leggere. Rousseau può rivelarsi un degenere sentimentale; Cellini può essere considerato un libertino amoroso. Ma se non sono rispettabili, sono comunque completamente umani e interessanti.
La cosa meravigliosa di Mr. Pepys è che un uomo sia riuscito a far credere di essere così insignificante, quando in realtà doveva essere una persona di notevoli qualità e capacità. Chi lo avrebbe immaginato, leggendo tutti questi commenti banali, questi elenchi di ciò che aveva mangiato a cena, queste confidenze domestiche prive di significato, tutte più interessanti proprio per la loro stupidità! L’impressione che ne risulta è quella di una figura grottesca, in un dramma: presuntuoso con le donne, timido con gli uomini, vanitoso nell’aspetto e nel denaro, attento a curare i dettagli sia nella politica che nella religione, un chiacchierone sempre immerso in cose insignificanti. Eppure, sebbene questo fosse l’uomo di ogni giorno, l’uomo nel corso degli anni era una persona molto diversa: un funzionario pubblico devoto, un oratore eloquente, uno scrittore eccellente, un musicista competente e uno studioso erudito che accumulò 3000 volumi – una vera e propria grande biblioteca privata all’epoca – e dimostrò il senso del dovere pubblico lasciandoli tutti alla sua università. Si può perdonare a Pepys i suoi numerosi tradimenti, se si ricorda che fu l’unico funzionario dell’Ufficio della Marina ad rimanere al proprio posto durante i peggiori giorni della Peste. Forse era – anzi, sicuramente lo era – un codardo, ma il codardo che ha abbastanza senso del dovere per superare la propria debolezza è davvero l’uomo più coraggioso di tutti.
Ma la cosa straordinaria riguardo a Pepys che non verrà mai spiegata è ciò che lo spinse ad impiegare tanta fatica nel trascrivere, in codice stenografico, non solo tutte le banalità della sua vita, ma anche i suoi stessi gravi errori, cose che qualsiasi altro uomo avrebbe preferito dimenticare. Il Diario fu tenuto per circa dieci anni, poi abbandonato perché lo sforzo richiesto dalla stenografia complicata danneggiava la sua vista. Immagino che Pepys fosse così abituato a quel metodo di scrittura da riuscire a usarlo e leggerlo con la stessa facilità con cui scriveva e leggeva in modo normale. Tuttavia, compilare quei volumi di manoscritti strani rappresentava comunque un lavoro enorme. Forse voleva lasciare un ricordo della propria esistenza, per distinguersi tra gli innumerevoli esseri umani. In tal caso avrebbe sicuramente lasciato istruzioni a qualcuno, menzionandone l’esistenza nel testo del testamento con cui donava la sua biblioteca al Cambridge College. In questo modo avrebbe potuto assicurarsi che il suo Diario venisse letto in qualsiasi momento desiderasse dopo la sua morte. Ma non è stata lasciata alcuna traccia di esso; se non fosse stato per l’ingegnosità e la perseveranza di uno studioso, quei volumi polverosi sarebbero ancora rimasti inutilizzati sugli scaffali della Biblioteca Pepysiana. Quindi, la pubblicità non era il suo obiettivo. Allora, quale poteva essere? L’unica spiegazione possibile è legata al desiderio di lasciare un ricordo di sé stesso e di fornire informazioni su se stesso. Nel suo carattere si nota una curiosa tendenza verso la meticolosità e l’ordine: amava sempre conoscere con precisione le proprie risorse, catalogare i propri libri, pianificare le proprie proprietà. È possibile che questa registrazione sistematica delle sue azioni – anche delle sue colpe – fosse dovuta a una sorta di mania per l’ordine e la precisione. Forse è un’esplicazione debole, ma è difficile proporne un’altra. Un altro aspetto interessante riguardo a Pepys è il fatto che gli inglesi di quel tempo sembravano avere una grande passione per la musica: quasi tutti sapevano suonare uno strumento, molti addirittura più di uno. Cantare in coro era molto comune. Non c’è molto da invidiare dei tempi di Carlo II, ma almeno in questo campo gli inglesi avevano un vantaggio rispetto a noi. Si trattava di musica vera, di musica piena di dignità e tenerezza, con testi degni di tale trattamento. Questa passione per la musica potrebbe essere stata l’ultimo retaggio di quei tempi medievali precedenti la Riforma, quando i cori della Chiesa inglese erano, come ho letto da qualche parte, i più famosi d’Europa. Strano davvero. Perché in tutto il secolo scorso questo paese non ha prodotto nessun maestro di prim’ordine nel campo musicale.
Qual è il cambiamento nazionale che ha spinto la musica a scomparire da questa terra? La vita è diventata davvero così seria da far perdere importanza alla canzone? Nei climi meridionali si sente la gente povera cantare per il semplice piacere di sentirsi leggeri nel cuore; in Inghilterra, invece, il suono della voce di un uomo povero che canta significa molto probabilmente che è ubriaco. Eppure è consolante sapere che il germe delle antiche tradizioni musicali esiste ancora, pronto a germogliare se viene nutrito e coltivato. Se i nostri cori di cattedrale erano i migliori negli antichi tempi cattolici, credo sia altrettanto vero che le nostre associazioni orchestrali siano ora le migliori d’Europa. Almeno così hanno scritto i giornali tedeschi all’occasione della recente visita di un coro del nord dell’Inghilterra. Ma basta leggere Pepys per rendersi conto che l’abitudine alla musica è oggi molto meno diffusa rispetto al passato.
V. It is a long jump from Samuel Pepys to George Borrow — from one pole of the human character to the other — and yet they are in contact on the shelf of my favourite authors. There is something wonderful, I think, about the land of Cornwall. That long peninsula extending out into the ocean has caught all sorts of strange floating things, and has held them there in isolation until they have woven themselves into the texture of the Cornish race. What is this strange strain which lurks down yonder and every now and then throws up a great man with singular un-English ways and features for all the world to marvel at? It is not Celtic, nor is it the dark old Iberian. Further and deeper lie the springs. Is it not Semitic, Phoenician, the roving men of Tyre, with noble Southern faces and Oriental imaginations, who have in far-off days forgotten their blue Mediterranean and settled on the granite shores of the Northern Sea? Whence came the wonderful face and great personality of Henry Irving? How strong, how beautiful, how un-Saxon it was! I only know that his mother was a Cornish woman. Whence came the intense glowing imagination of the Brontes — so unlike the Miss-Austen-like calm of their predecessors? Again, I only know that their mother was a Cornish woman. Whence came this huge elfin creature, George Borrow, with his eagle head perched on his rocklike shoulders, brown-faced, white-headed, a king among men? Where did he get that remarkable face, those strange mental gifts, which place him by himself in literature? Once more, his father was a Cornishman. Yes, there is something strange, and weird, and great, lurking down yonder in the great peninsula which juts into the western sea. Borrow may, if he so pleases, call himself an East Anglian—”an English Englishman,” as he loved to term it — but is it a coincidence that the one East Anglian born of Cornish blood was the one who showed these strange qualities? The birth was accidental. The qualities throw back to the twilight of the world. There are some authors from whom I shrink because they are so voluminous that I feel that, do what I may, I can never hope to be well read in their works. Therefore, and very weakly, I avoid them altogether. There is Balzac, for example, with his hundred odd volumes. I am told that some of them are masterpieces and the rest pot-boilers, but that no one is agreed which is which. Such an author makes an undue claim upon the little span of mortal years. Because he asks too much one is inclined to give him nothing at all. Dumas, too! I stand on the edge of him, and look at that huge crop, and content myself with a sample here and there. But no one could raise this objection to Borrow. A month’s reading — even for a leisurely reader — will master all that he has written. There are “Lavengro,” “The Bible in Spain,” “Romany Rye,” and, finally, if you wish to go further, “Wild Wales.” Only four books — not much to found a great reputation upon — but, then, there are no other four books quite like them in the language. He was a very strange man, bigoted, prejudiced, obstinate, inclined to be sulky, as wayward as a man could be. So far his catalogue of qualities does not seem to pick him as a winner. But he had one great and rare gift. He preserved through all his days a sense of the great wonder and mystery of life — the child sense which is so quickly dulled. Not only did he retain it himself, but he was word-master enough to make other people hark back to it also. As he writes you cannot help seeing through his eyes, and nothing which his eyes saw or his ear heard was ever dull or commonplace. It was all strange, mystic, with some deeper meaning struggling always to the light. If he chronicled his conversation with a washer-woman there was something arresting in the words he said, something singular in her reply. If he met a man in a public-house one felt, after reading his account, that one would wish to know more of that man. If he approached a town he saw and made you see — not a collection of commonplace houses or frowsy streets, but something very strange and wonderful, the winding river, the noble bridge, the old castle, the shadows of the dead. Every human being, every object, was not so much a thing in itself, as a symbol and reminder of the past. He looked through a man at that which the man represented. Was his name Welsh? Then in an instant the individual is forgotten and he is off, dragging you in his train, to ancient Britons, intrusive Saxons, unheard-of bards, Owen Glendower, mountain raiders and a thousand fascinating things. Or is it a Danish name? He leaves the individual in all his modern commonplace while he flies off to huge skulls at Hythe (in parenthesis I may remark that I have examined the said skulls with some care, and they seemed to me to be rather below the human average), to Vikings, Berserkers, Varangians, Harald Haardraada, and the innate wickedness of the Pope. To Borrow all roads lead to Rome. But, my word, what English the fellow could write! What an organ-roll he could get into his sentences! How nervous and vital and vivid it all is! There is music in every line of it if you have been blessed with an ear for the music of prose. Take the chapter in “Lavengro” of how the screaming horror came upon his spirit when he was encamped in the Dingle. The man who wrote that has caught the true mantle of Bunyan and Defoe. And, observe the art of it, under all the simplicity — notice, for example, the curious weird effect produced by the studied repetition of the word “dingle” coming ever round and round like the master-note in a chime. Or take the passage about Britain towards the end of “The Bible in Spain.” I hate quoting from these masterpieces, if only for the very selfish reason that my poor setting cannot afford to show up brilliants. None the less, cost what it may, let me transcribe that one noble piece of impassioned prose — “O England! long, long may it be ere the sun of thy glory sink beneath the wave of darkness! Though gloomy and portentous clouds are now gathering rapidly around thee, still, still may it please the Almighty to disperse them, and to grant thee a futurity longer in duration and still brighter in renown than thy past! Or, if thy doom be at hand, may that doom be a noble one, and worthy of her who has been styled the Old Queen of the waters! May thou sink, if thou dost sink, amidst blood and flame, with a mighty noise, causing more than one nation to participate in thy downfall! Of all fates, may it please the Lord to preserve thee from a disgraceful and a slow decay; becoming, ere extinct, a scorn and a mockery for those self-same foes who now, though they envy and abhor thee, still fear thee, nay even against their will, honour and respect thee…. Remove from thee the false prophets, who have seen vanity and divined lies; who have daubed thy wall with untempered mortar, that it may fall; who see visions of peace where there is no peace; who have strengthened the hands of the wicked, and made the heart of the righteous sad. Oh, do this, and fear not the result, for either shall thy end be a majestic and an enviable one; or God shall perpetuate thy reign upon the waters, thou Old Queen!” Or take the fight with the Flaming Tinman. It’s too long for quotation — but read it, read every word of it. Where in the language can you find a stronger, more condensed and more restrained narrative? I have seen with my own eyes many a noble fight, more than one international battle, where the best of two great countries have been pitted against each other — yet the second-hand impression of Borrow’s description leaves a more vivid remembrance upon my mind than any of them. This is the real witchcraft of letters. He was a great fighter himself. He has left a secure reputation in other than literary circles — circles which would have been amazed to learn that he was a writer of books. With his natural advantages, his six foot three of height and his staglike agility, he could hardly fail to be formidable. But he was a scientific sparrer as well, though he had, I have been told, a curious sprawling fashion of his own. And how his heart was in it — how he loved the fighting men! You remember his thumb-nail sketches of his heroes. If you don’t I must quote one, and if you do you will be glad to read it again — “There’s Cribb, the Champion of England, and perhaps the best man in England; there he is, with his huge, massive figure, and face wonderfully like that of a lion. There is Belcher, the younger, not the mighty one, who is gone to his place, but the Teucer Belcher, the most scientific pugilist that ever entered a ring, only wanting strength to be I won’t say what. He appears to walk before me now, as he did that evening, with his white hat, white great coat, thin genteel figure, springy step, and keen determined eye. Crosses him, what a contrast! Grim, savage Shelton, who has a civil word for nobody, and a hard blow for anybody. Hard! One blow given with the proper play of his athletic arm will unsense a giant. Yonder individual, who strolls about with his hands behind him, supporting his brown coat lappets, undersized, and who looks anything but what he is, is the king of the light-weights, so-called — Randall! The terrible Randall, who has Irish blood in his veins; not the better for that, nor the worse; and not far from him is his last antagonist, Ned Turner, who, though beaten by him, still thinks himself as good a man, in which he is, perhaps, right, for it was a near thing. But how shall I name them all? They were there by dozens, and all tremendous in their way. There was Bulldog Hudson, and fearless Scroggins, who beat the conqueror of Sam the Jew. There was Black Richmond — no, he was not there, but I knew him well; he was the most dangerous of blacks, even with a broken thigh. There was Purcell, who could never conquer until all seemed over with him. There was — what! shall I name thee last? Ay, why not? I believe that thou art the last of all that strong family still above the sod, where mayst thou long continue — true piece of English stuff — Tom of Bedford. Hail to thee, Tom of Bedford, or by whatever name it may please thee to be called, Spring or Winter! Hail to thee, six-foot Englishman of the brown eye, worthy to have carried a six-foot bow at Flodden, where England’s yeomen triumphed over Scotland’s King, his clans and chivalry. Hail to thee, last of English bruisers, after all the many victories which thou hast achieved — true English victories, unbought by yellow gold.” Those are words from the heart. Long may it be before we lose the fighting blood which has come to us from of old! In a world of peace we shall at last be able to root it from our natures. In a world which is armed to the teeth it is the last and only guarantee of our future. Neither our numbers, nor our wealth, nor the waters which guard us can hold us safe if once the old iron passes from our spirit. Barbarous, perhaps — but there are possibilities for barbarism, and none in this wide world for effeminacy. Borrow’s views of literature and of literary men were curious. Publisher and brother author, he hated them with a fine comprehensive hatred. In all his books I cannot recall a word of commendation to any living writer, nor has he posthumous praise for those of the generation immediately preceding. Southey, indeed, he commends with what most would regard as exaggerated warmth, but for the rest he who lived when Dickens, Thackeray, and Tennyson were all in their glorious prime, looks fixedly past them at some obscure Dane or forgotten Welshman. The reason was, I expect, that his proud soul was bitterly wounded by his own early failures and slow recognition. He knew himself to be a chief in the clan, and when the clan heeded him not he withdrew in haughty disdain. Look at his proud, sensitive face and you hold the key to his life. Harking back and talking of pugilism, I recall an incident which gave me pleasure. A friend of mine read a pugilistic novel called “Rodney Stone” to a famous Australian prize-fighter, stretched upon a bed of mortal sickness. The dying gladiator listened with intent interest but keen, professional criticism to the combats of the novel. The reader had got to the point where the young amateur fights the brutal Berks. Berks is winded, but holds his adversary off with a stiff left arm. The amateur’s second in the story, an old prize-fighter, shouts some advice to him as to how to deal with the situation. “That’s right. By — - he’s got him!” yelled the stricken man in the bed. Who cares for critics after that? You can see my own devotion to the ring in that trio of brown volumes which stand, appropriately enough, upon the flank of Borrow. They are the three volumes of “Pugilistica,” given me years ago by my old friend, Robert Barr, a mine in which you can never pick for half an hour without striking it rich. Alas! for the horrible slang of those days, the vapid witless Corinthian talk, with its ogles and its fogles, its pointless jokes, its maddening habit of italicizing a word or two in every sentence. Even these stern and desperate encounters, fit sports for the men of Albuera and Waterloo, become dull and vulgar, in that dreadful jargon. You have to tum to Hazlitt’s account of the encounter between the Gasman and the Bristol Bull, to feel the savage strength of it all. It is a hardened reader who does not wince even in print before that frightful right-hander which felled the giant, and left him in “red ruin” from eyebrow to jaw. But even if there be no Hazlitt present to describe such a combat it is a poor imagination which is not fired by the deeds of the humble heroes who lived once so vividly upon earth, and now only appeal to faithful ones in these little-read pages. They were picturesque creatures, men of great force of character and will, who reached the limits of human bravery and endurance. There is Jackson on the cover, gold upon brown, “gentleman Jackson,” Jackson of the balustrade calf and the noble head, who wrote his name with an 88-pound weight dangling from his little finger. Here is a pen-portrait of him by one who knew him well — “I can see him now as I saw him in ‘84 walking down Holborn Hill, towards Smithfield. He had on a scarlet coat worked in gold at the buttonholes, ruffles and frill of fine lace, a small white stock, no collar (they were not then invented), a looped hat with a broad black band, buff knee-breeches and long silk strings, striped white silk stockings, pumps and paste buckles; his waistcoat was pale blue satin, sprigged with white. It was impossible to look on his fine ample chest, his noble shoulders, his waist (if anything too small), his large but not too large hips, his balustrade calf and beautifully turned but not over delicate ankle, his firm foot and peculiarly small hand, without thinking that nature had sent him on earth as a model. On he went at a good five miles and a half an hour, the envy of all men and the admiration of all women.” Now, that is a discriminating portrait — a portrait which really helps you to see that which the writer sets out to describe. After reading it one can understand why even in reminiscent sporting descriptions of those old days, amid all the Tonis and Bills and Jacks, it is always Mr. John Jackson. He was the friend and instructor of Byron and of half the bloods in town. Jackson it was who, in the heat of combat, seized the Jew Mendoza by the hair, and so ensured that the pugs for ever afterwards should be a close-cropped race. Inside you see the square face of old Broughton, the supreme fighting man of the eighteenth century, the man whose humble ambition it was to begin with the pivot man of the Prussian Guard, and work his way through the regiment. He had a chronicler, the good Captain Godfrey, who has written some English which would take some beating. How about this passage? — “He stops as regularly as the swordsman, and carries his blows truly in the line; he steps not back distrusting of himself, to stop a blow, and puddle in the return, with an arm unaided by his body, producing but fly-flap blows. No! Broughton steps boldly and firmly in, bids a welcome to the coming blow; receives it with his guardian arm; then, with a general summons of his swelling muscles, and his firm body seconding his arm, and supplying it with all its weight, pours the pile-driving force upon his man.” One would like a little more from the gallant Captain. Poor Broughton! He fought once too often. “Why, damn you, you’re beat!” cried the Royal Duke. “Not beat, your highness, but I can’t see my man!” cried the blinded old hero. Alas, there is the tragedy of the ring as it is of life! The wave of youth surges ever upwards, and the wave that went before is swept sobbing on to the shingle. “Youth will be served,” said the terse old pugs. But what so sad as the downfall of the old champion! Wise Tom Spring — Tom of Bedford, as Borrow calls him — had the wit to leave the ring unconquered in the prime of his fame. Cribb also stood out as a champion. But Broughton, Slack, Belcher, and the rest — their end was one common tragedy. The latter days of the fighting men were often curious and unexpected, though as a rule they were short-lived, for the alternation of the excess of their normal existence and the asceticism of their training undermined their constitution. Their popularity among both men and women was their undoing, and the king of the ring went down at last before that deadliest of light-weights, the microbe of tubercle, or some equally fatal and perhaps less reputable bacillus. The crockiest of spectators had a better chance of life than the magnificent young athlete whom he had come to admire. Jem Belcher died at 30, Hooper at 31, Pearce, the Game Chicken, at 32, Turner at 35, Hudson at 38, Randall, the Nonpareil, at 34. Occasionally, when they did reach mature age, their lives took the strangest turns. Gully, as is well known, became a wealthy man, and Member for Pontefract in the Reform Parliament. Humphries developed into a successful coal merchant. Jack Martin became a convinced teetotaller and vegetarian. Jem Ward, the Black Diamond, developed considerable powers as an artist. Cribb, Spring, Langan, and many others, were successful publicans. Strangest of all, perhaps, was Broughton, who spent his old age haunting every sale of old pictures and bric-a-brac. One who saw him has recorded his impression of the silent old gentleman, clad in old-fashioned garb, with his catalogue in his hand — Broughton, once the terror of England, and now the harmless and gentle collector. Many of them, as was but natural, died violent deaths, some by accident and a few by their own hands. No man of the first class ever died in the ring. The nearest approach to it was the singular and mournful fate which befell Simon Byrne, the brave Irishman, who had the misfortune to cause the death of his antagonist, Angus Mackay, and afterwards met his own end at the hands of Deaf Burke. Neither Byrne nor Mackay could, however, be said to be boxers of the very first rank. It certainly would appear, if we may argue from the prize-ring, that the human machine becomes more delicate and is more sensitive to jar or shock. In the early days a fatal end to a fight was exceedingly rare. Gradually such tragedies became rather more common, until now even with the gloves they have shocked us by their frequency, and we feel that the rude play of our forefathers is indeed too rough for a more highly organized generation. Still, it may help us to clear our minds of cant if we remember that within two or three years the hunting-field and the steeple-chase claim more victims than the prize-ring has done in two centuries. Many of these men had served their country well with that strength and courage which brought them fame. Cribb was, if I mistake not, in the Royal Navy. So was the terrible dwarf Scroggins, all chest and shoulders, whose springing hits for many a year carried all before them until the canny Welshman, Ned Turner, stopped his career, only to be stopped in turn by the brilliant Irishman, Jack Randall. Shaw, who stood high among the heavy-weights, was cut to pieces by the French Cuirassiers in the first charge at Waterloo. The brutal Berks died greatly in the breach of Badajos. The lives of these men stood for something, and that was just the one supreme thing which the times called for — an unflinching endurance which could bear up against a world in arms. Look at Jem Belcher — beautiful, heroic Jem, a manlier Byron — but there, this is not an essay on the old prize-ring, and one man’s lore is another man’s bore. Let us pass those three low-down, unjustifiable, fascinating volumes, and on to nobler topics beyond!
V.
È un lungo salto da Samuel Pepys a George Borrow: da un estremo all’altro del carattere umano. Eppure questi due autori si trovano nello stesso scaffale dei miei autori preferiti. C’è qualcosa di meraviglioso, penso, nella terra della Cornovaglia. Quella lunga penisola che si estende nell’oceano ha raccolto ogni sorta di elementi strani e li ha trattenuti lì, in isolamento, fino a quando non sono diventati parte integrante della cultura cornovagliese. Qual è questa strana eredità nascosta laggiù, che di tanto in tanto produce grandi uomini con modi e caratteristiche insolitamente “non inglesi”, per la meraviglia di tutti? Non è celtica, né appartiene agli antichi popoli iberici. Più in profondità si nascondono le vere origini. Forse è semitica, o fenicia, quegli uomini erranti di Tiro, con volti nobili e immaginazioni orientali, che un tempo dimenticarono il loro mare Mediterraneo per stabilirsi sulle coste granitiche del Mare del Nord.
Da dove proveniva quel volto straordinario e quella grande personalità di Henry Irving? Quanto era forte, bello, e “non sassone”! So soltanto che sua madre era una donna della Cornovaglia. Da dove derivava quell’intensa, brillante immaginazione delle sorelle Brontë, così diversa dalla calma tipica dei loro predecessori? Anche in questo caso, so soltanto che la loro madre era una donna della Cornovaglia. E da dove proveniva questa strana figura, George Borrow: con la sua testa di aquila posata sulle spalle robuste, il viso scuro e i capelli bianchi, un re tra gli uomini? Da dove aveva quel volto eccezionale, quei doni mentali straordinari che lo collocavano al di sopra della norma nella letteratura? Anche in questo caso, suo padre era un uomo della Cornovaglia. Sì, c’è qualcosa di strano, misterioso e grandioso nascosto laggiù, in quella grande penisola che si protende verso il mare occidentale. Borrow può chiamarsi East Anglian, se vuole, “un inglese puro”, come amava definirsi. Ma è davvero una coincidenza che l’unico East Anglian nato da sangue cornovagliese sia stato proprio colui che ha mostrato queste strane qualità? La nascita è stata casuale. Ma quelle qualità risalgono ai tempi più antichi della storia umana.
Era un uomo molto strano: bigotto, prevenuto, ostinato, incline alla malinconia, e quanto più capriccioso si possa immaginare. A prima vista, questa lista di qualità non sembrerebbe renderlo particolarmente interessante. Ma aveva un dono grande e raro: per tutta la sua vita conservò una sensazione della meraviglia e del mistero della vita – quella stessa capacità infantile che spesso si affievolisce con l’età. Non solo la manteneva lui stesso, ma era anche abbastanza abile nel linguaggio da far sì che gli altri ricordassero quel sentimento. Quando scriveva, non si poteva fare a meno di “vedere” attraverso i suoi occhi; nulla di ciò che vedevano o udivano risultava banale o comune. Tutto era strano, misterioso, e sembrava sempre nascondere un significato più profondo. Se descriveva una conversazione con una lavandaia, c’era qualcosa di affascinante nelle sue parole, qualcosa di insolito nelle risposte della donna; se incontrava qualcuno in un pub, dopo aver letto il suo resoconto si aveva voglia di conoscere meglio quella persona. Se entrava in una città, riusciva a farla apparire non come una serie di case ordinarie o strade squallide, ma come qualcosa di davvero straordinario e meraviglioso: il fiume sinuoso, il ponte imponente, il castello antico. Ogni persona, ogni oggetto rappresentava in realtà un simbolo del passato. Se il suo nome era gallese, all’istante si dimenticava l’individuo stesso e ci si ritrovava immersi nel mondo degli antichi Britanni, dei Sassoni invasori, di bardi leggendari. O se era un nome danese, si passava immediatamente a immagini di enormi crani a Hythe (devo aggiungere che ho esaminato personalmente quei crani e mi sono reso conto che erano piuttosto al di sotto della media umana), di vichinghi, di guerrieri selvaggi. Per Borrow, tutti i sentieri conducevano a Roma.
Ma, per Dio, che inglese era quello che quell’uomo riusciva a scrivere! Quanto talento dimostrava nell’intrecciare le parole nelle sue frasi. Tutto risultava così nervoso, vitale e vivido! In ogni riga c’era musica, se solo si possedeva un orecchio attento alla “musica” della prosa. Prendiamo ad esempio il capitolo di “Lavengro” in cui descrive come lo spaventoso orrore lo colpì mentre era accampato nel Dingle. L’autore di quel passaggio aveva davvero ereditato l’eredità artistica di Bunyan e Defoe. E osservate, per favore, l’arte con cui è scritto: nonostante la semplicità delle parole, si nota un effetto strano e suggestivo derivante dalla ripetizione sistematica della parola “Dingle”, che sembra quasi una nota principale in una melodia. Oppure prendiamo il passaggio riguardante la Gran Bretagna alla fine di “La Bibbia in Spagna”. Odio citare opere del genere, anche solo per il motivo egoistico che il mio scarso talento non mi permette di rendere giustizia a tali capolavori. Tuttavia, a qualunque costo, lasciate che traduca questo nobile esempio di prosa appassionata: “O Inghilterra! Possa trascorrere molto tempo prima che il sole della tua gloria scompaia sotto le onde dell’oscurità. Anche se nuvole oscure e minacciose si stanno rapidamente radunando intorno a te, possa l’Onnipotente disperderle e concederti un futuro più lungo e glorioso del tuo passato! Oppure, se il tuo destino è già segnato, che sia un destino nobile, degno di colei che è stata chiamata ‘la Vecchia Regina delle Acque’. Possa tu affondare, se proprio devi affondare, tra sangue e fiamme, con un fragore tale da far partecipare più di una nazione al tuo declino! Tra tutti i destini possibili, che il Signore ti preservi da una morte ignobile e lenta. Che tu diventi, prima di scomparire, oggetto di disprezzo e derisione per quegli stessi nemici che ora, pur odiandoti e disprezzandoti, ti temono ancora, anzi, nonostante tutto, ti rispettano. Allontana da te i falsi profeti che vedono solo vanità e predicono menzogne; quelli che imbrattano le tue mura con malta impermeabile, affinché possano crollare; quelli che immaginano la pace dove non c’è alcuna pace; quelli che rafforzano le mani dei malvagi e addolorano il cuore dei giusti. Oh, fai questo. E non temere le conseguenze: o il tuo destino sarà maestoso ed invidiabile. Oppure Dio perpetuerà il tuo regno sulle acque, o Vecchia Regina!” Oppure prendiamo la battaglia contro il “Flaming Tinman”. È troppo lungo da citare interamente, ma leggetela. Ogni singola parola di quel passaggio è davvero straordinaria. In quale altra lingua si può trovare una narrazione più intensa, più concisa e più controllata? Ho visto con i miei occhi molte battaglie nobili, molti conflitti internazionali in cui le migliori forze di due grandi nazioni si scontravano. Eppure il ricordo lasciato dalla descrizione di Borrow è ancora più vivido di quello di qualsiasi altra battaglia. Questa è davvero la vera magia della letteratura.
Era lui stesso un grande combattente. Aveva lasciato una reputazione solida non solo nei circoli letterari – circoli che sarebbero rimasti sorpresi nell’apprendere che fosse uno scrittore di libri. Grazie alle sue doti naturali, alla sua statura di sei piedi e tre pollici e alla sua agilità, era praticamente inevitabile che fosse temibile. Ma era anche un pugile molto metodico, sebbene, a quanto mi è stato detto, avesse un modo particolare di combattere. E quanto ci mettesse cuore, quanto amasse quegli uomini che si dedicavano al combattimento! Vi ricordate i suoi schizzi fatti con l’unghia del pollice dei suoi eroi? Se non ve ne ricordate, devo citarne uno; se invece vi ricordate, sarà felice rileggerlo.
“Ecco Cribb, il campione d’Inghilterra, forse l’uomo più forte del paese; eccolo lì, con quella sua imponente statura e quel viso che assomiglia davvero a quello di un leone. Ecco Belcher, il più giovane, non quello famoso, ma Belcher il pugile metodico, il miglior combattente che sia mai entrato in ring. Gli manca solo la forza sufficiente per diventare qualcosa di ancora più grande. Ora sembra camminarmi davanti, proprio come quella sera: con il cappello bianco, il grande cappotto bianco, la figura snella e elegante, i passi agili. E poi Shelton, crudele e selvaggio, che non parla mai con nessuno ma colpisce con forza. Un solo pugno, lanciato con la sua braccia atletica, può stordire un gigante. E lì c’è Randall, il terribile Randall, con il sangue irlandese nelle vene. Non per questo è migliore o peggiore degli altri. E poco lontano da lui c’è Ned Turner: anche se sconfitto da Randall, si considera ancora un uomo degno di rispetto. Forse ha ragione. Perché la battaglia è stata molto vicina alla vittoria. Ma come posso nominarli tutti? Erano decine, ognuno di loro straordinario a modo suo. C’era Bulldog Hudson, e il temerario Scroggins, che sconfisse il conquistatore di Sam il Giudeo. C’era Black Richmond, no, non era lì, ma lo conoscevo bene: era il pugile nero più pericoloso di tutti, anche con una gamba rotta. C’era Purcell, che non riusciva mai a vincere finché tutto sembrava perduto. E poi, perché non nominarti per ultimo? Sì, perché no. Credo che tu sia l’ultimo rappresentante di quella grande stirpe di uomini forti. Dove continuerai a vivere, vero esempio di carattere inglese. Tom di Bedford. Salve a te, Tom di Bedford, o con qualsiasi nome ti piaccia essere chiamato. Salve a te, uomo inglese alto sei piedi, dagli occhi marroni, degno di impugnare un arco lungo sei piedi a Flodden, dove gli uomini d’Inghilterra sconfissero il re di Scozia e i suoi cavalieri. Salve a te, ultimo dei grandi combattenti inglesi, dopo tutte le vittorie che hai ottenuto, vere vittorie inglesi, non comprate con oro giallo, ”
Queste sono parole che vengono dal cuore. Possa trascorrere molto tempo prima che perdiamo quel spirito combattivo che ci è stato tramandato fin dall’antichità! In un mondo di pace, finalmente saremo in grado di estirparlo dalla nostra natura. In un mondo armato fino ai denti, invece, esso rappresenta l’ultima e unica garanzia del nostro futuro. Né il nostro numero, né la nostra ricchezza, né le acque che ci proteggono potranno garantirci la sicurezza se quel vecchio spirito combattivo dovesse abbandonare i nostri cuori. Forse è barbarico, ma esistono possibilità per il barbarismo; in questo vasto mondo, invece, non c’è spazio per l’effeminatezza. Le opinioni di Borrow sulla letteratura e sugli scrittori erano davvero curiose. Essendo sia editore che autore, li odiava con un odio profondo e completo. In tutti i suoi libri, non ricordo una sola parola di lode per alcun scrittore vivente; né ha mai espresso apprezzamenti postumi per coloro della generazione precedente. Southey, in effetti, lo lodava con un calore che molti avrebbero considerato eccessivo, ma per il resto, lui, che visse quando Dickens, Thackeray e Tennyson erano tutti al culmine della loro gloria, guardava decisamente oltre di loro, verso qualche oscuro danese o dimenticato gallese. Il motivo, probabilmente, era che la sua orgogliosa anima era stata profondamente ferita dai suoi primi fallimenti e dal lento riconoscimento dei suoi meriti. Sapeva di essere un leader nel suo campo, e quando il suo clan non gli prestava attenzione, si ritirava in un orgoglioso disprezzo. Guardate il suo viso orgoglioso e sensibile: lì troverete la chiave per comprendere la sua vita. Ricordando i tempi in cui si parlava spesso di pugilato, mi viene in mente un episodio che mi ha divertito molto. Un mio amico lesse a un famoso pugile australiano, malato gravemente a letto, un romanzo sul pugilato intitolato “Rodney Stone”. Il morente gladiatore ascoltò con grande interesse, ma anche con una critica professionale e acuta i combattimenti descritti nel libro. Quando arrivò al punto in cui il giovane dilettante affrontava il brutale Berks, quest’ultimo era sfinito, ma riusciva a tenere a bada il suo avversario grazie al braccio sinistro. Il secondo del giovane dilettante nel libro, un vecchio pugile esperto, gli diede alcuni consigli su come affrontare la situazione, “Esatto! Lo ha preso!” gridò l’uomo malato a letto. Dopo quel momento, a chi importano più i critici?
Si può vedere la mia stessa devozione verso quel ring in quei tre volumi marroni che, per coincidenza, si trovano proprio accanto a “Borrow”. Sono i tre volumi di “Pugilistica”, che mi furono donati anni fa dal mio vecchio amico Robert Barr: un tesoro nel quale è possibile trovare sempre qualcosa di interessante, anche dopo averlo sfogliato per mezz’ora. Ahimè, a causa di quel terribile gergo di quei tempi, di quelle conversazioni vuote e prive di senso, di quegli scherzi insensati, di quell’abitudine esasperante di scrivere alcune parole in corsivo in ogni frase. Anche queste battaglie feroci e disperate, adatte agli uomini di Albuera e Waterloo, diventano noiose e volgari quando descritte con quel gergo orribile. Bisogna ricorrere alle descrizioni di Hazlitt sull’incontro tra il pugile di Gasconia e quello di Bristol per percepire tutta la ferocia di quei combattimenti. Solo un lettore esperto non rabbrividirà nemmeno di fronte a quelle descrizioni di colpi devastanti che abbatterono giganti, lasciandoli in condizioni disperate. Ma anche senza Hazlitt, è difficile immaginare tali battaglie. È una povera immaginazione quella che non si infuoca al ricordo delle imprese di quegli eroi umili che un tempo vissero così vividamente sulla terra, e oggi possono essere apprezzati soltanto da coloro che leggono ancora queste pagine poco lette. Erano creature davvero pittoresche: uomini dal carattere forte e dalla volontà decisa, che raggiunsero i limiti della coraggio umano e della resistenza. Sulla copertina c’è Jackson: “il gentileman Jackson”, con il polpaccio muscoloso e la testa nobile; scrisse il proprio nome mentre un peso di 88 libbre pendeva dal suo mignolo. Ecco un ritratto a penna di lui, scritto da qualcuno che lo conosceva bene: “Ora riesco a vederlo come lo vidi nel ‘84, mentre camminava lungo Holborn Hill, verso Smithfield. Indossava un mantello rosso foderato d’oro ai bottoni, volantini e merletti di seta fine; calzava stivali bianchi, senza colletto (all’epoca non esistevano ancora), un cappello con una larga fascia nera, pantaloni giallo chiaro e lunghi lacci di seta bianca a strisce. Era impossibile non ammirare il suo petto robusto, le sue spalle nobili, la sua vita (forse un po’ troppo sottile), i suoi fianchi larghi ma non eccessivi, il suo polpaccio muscoloso e il suo piede fermo. Era davvero come se la natura lo avesse creato per essere un modello. Camminava a una velocità di circa cinque miglia e mezza all’ora: l’invidia di tutti gli uomini e l’ammirazione di tutte le donne, ”
Questo è davvero un ritratto approfondito e significativo: un ritratto che aiuta davvero a comprendere ciò che l’scrittore intende descrivere. Dopo averlo letto, si capisce perché, anche nelle descrizioni sportive di quei tempi lontani, tra tutti i nomi come Toni, Bill e Jack, sia sempre menzionato il signor John Jackson. Lui fu l’amico e l’insegnante di Byron, nonché di molte altre persone della città. Fu proprio Jackson che, nel bel mezzo dello scontro, afferrò per i capelli lo spagnolo Mendoza, garantendo così che la razza dei pugili da allora in poi avesse un taglio di capelli corto. Nel ritratto si vede il volto quadrato dell’anziano Broughton: l’uomo più abile nel combattimento dell’ottavo secolo, il cui ambizione era semplicemente quella di diventare il pilastro principale della Guardia Prussiana e poi salire di grado all’interno del reggimento. Aveva un cronista, il bravo capitano Godfrey, che scrisse testi in inglese davvero notevoli. E che ne dite di questo passaggio?
“Si ferma con la stessa regolarità di un esperto spadaccino e sferra i suoi colpi con precisione; non indietreggia mai, fiducioso nelle proprie capacità, per parare un attacco e contrattaccare con un braccio che non dipende dal corpo, sferrando colpi potenti. No: Broughton si avanza con coraggio e determinazione, accoglie l’attacco con il braccio protettore, poi, mobilizzando tutti i muscoli del proprio corpo per potenziare il colpo, lo scarica con tutta la sua forza sul suo avversario.”
Si vorrebbe davvero leggere di più su questo nobile capitano. Povero Broughton! Combatté troppo spesso, “Perdio, sei sconfitto!” gridò il Duca Reale. “Non sconfitto, Vostra Altezza, ma non riesco a vedere il mio avversario!” rispose l’anziano eroe cieco. Ahimè. La tragedia del ring è la stessa della vita: l’onda della gioventù sale sempre più in alto, mentre quelle che sono passate vengono spazzate via, “La gioventù avrà il suo momento, ” disse il vecchio pugile. Ma quanto è triste la caduta di un grande campione. Il saggio Tom Spring – Tom di Bedford, come lo chiama Borrow – ebbe l’intelligenza di lasciare il ring invincibile nel culmine della sua fama. Anche Cribb fu un grande campione. Ma Broughton, Slack, Belcher e gli altri, la loro fine fu una tragedia comune.
Gli ultimi giorni di vita di questi pugili spesso erano pieni di eventi strani e inaspettati, anche se di solito erano brevi: l’alternanza tra un modo di vivere estremamente intensivo e il rigore degli allenamenti indeboliva la loro salute. La loro popolarità sia tra gli uomini che tra le donne finì per rivelarsi la loro rovina; infine, questi grandi atleti furono sconfitti da nemici più “silenziosi” ma altrettanto letali: il micrbo della tubercolosi o altri batteri altrettanto mortali. Anche lo spettatore più scettico aveva maggiori possibilità di sopravvivere rispetto a questi giovani atleti straordinari. Jem Belcher morì a 30 anni, Hooper a 31, Pearce a 32, Turner a 35, Hudson a 38, Randall a 34. A volte, anche quando raggiungevano l’età adulta, le loro vite prendevano strade inaspettate: Gully, ad esempio, divenne un uomo ricco e membro del Parlamento; Humphries riuscì nel commercio del carbone; Jack Martin diventò un astemio convinto e vegetariano; Jem Ward sviluppò notevoli capacità artistiche. Stranamente, Broughton trascorse gli ultimi anni della sua vita visitando mercatini di oggetti antichi. Uno spettatore lo descrisse come un anziano gentiluomo silenzioso, vestito in abiti vecchio stile e con il suo catalogo in mano. Un tempo terrore d’Inghilterra, ora era diventato soltanto un collezionista innocuo e gentile. Molti di loro, come è naturale, morirono in modo violento: alcuni per incidenti, altri per mano propria. Nessun pugile di prim’ordine morì mai nel ring. Il destino più tragico fu quello di Simon Byrne, l’irlandese coraggioso che causò la morte del suo avversario Angus Mackay e poi perse la vita a sua volta nelle mani di Deaf Burke. Tuttavia, né Byrne né Mackay potrebbero essere considerati pugili di prim’ordine. Sembra proprio che il corpo umano diventi più fragile quando sottoposto a stress intensi. Nei primi tempi, le morti tragiche nei combattimenti erano estremamente rare; gradualmente, queste tragedie divennero più frequenti. Oggi, anche con i guantoni, i pugili continuano a causare morti. E noi pensiamo che lo sport violento dei nostri antenati sia davvero troppo rozzo per una generazione più civilizzata. Tuttavia, forse aiuterà a chiarire le cose il fatto che, in soli due o tre anni, i campi da caccia e le corse a ostacoli causano più vittime di quante ne abbia avute il ring in due secoli.
Molti di questi uomini avevano servito il loro paese con quella forza e quel coraggio che gli avevano portato fama. Cribb, se non erro, faceva parte della Royal Navy; lo stesso valeva per il terribile nano Scroggins, tutto braccia e spalle, le cui potenti colpi avevano dominato la scena per molti anni, fino a quando l’astuto gallese Ned Turner non gli pose fine alla carriera, per poi essere a sua volta fermato dall’eccellente irlandese Jack Randall. Shaw, tra i pesi massimi, fu distrutto dai Cuirassiers francesi durante la prima carica di Waterloo; il brutale Berks perse la vita nella battaglia di Badajos. La vita di questi uomini rappresentava qualcosa di importante, proprio ciò che quei tempi richiedevano: una tenacia incrollabile, capace di resistere a un mondo in armi. Guardate Jem Belcher, bello, eroico, ma questo non è certo un saggio sulle vecchie competizioni pugilistiche; la storia di uno può risultare noiosa per un altro. Lasciamo da parte quei tre volumi volgari, ingiustificabili e affascinanti, e rivolgiamoci a temi più nobili!
VI. Which are the great short stories of the English language? Not a bad basis for a debate! This I am sure of: that there are far fewer supremely good short stories than there are supremely good long books. It takes more exquisite skill to carve the cameo than the statue. But the strangest thing is that the two excellences seem to be separate and even antagonistic. Skill in the one by no means ensures skill in the other. The great masters of our literature, Fielding, Scott, Dickens, Thackeray, Reade, have left no single short story of outstanding merit behind them, with the possible exception of Wandering Willie’s Tale in “Red Gauntlet.” On the other hand, men who have been very great in the short story, Stevenson, Poe, and Bret Harte, have written no great book. The champion sprinter is seldom a five-miler as well. Well, now, if you had to choose your team whom would you put in? You have not really a large choice. What are the points by which you judge them? You want strength, novelty, compactness, intensity of interest, a single vivid impression left upon the mind. Poe is the master of all. I may remark by the way that it is the sight of his green cover, the next in order upon my favourite shelf, which has started this train of thought. Poe is, to my mind, the supreme original short story writer of all time. His brain was like a seed-pod full of seeds which flew carelessly around, and from which have sprung nearly all our modern types of story. Just think of what he did in his offhand, prodigal fashion, seldom troubling to repeat a success, but pushing on to some new achievement. To him must be ascribed the monstrous progeny of writers on the detection of crime—”quorum pars parva fui!” Each may find some little development of his own, but his main art must trace back to those admirable stories of Monsieur Dupin, so wonderful in their masterful force, their reticence, their quick dramatic point. After all, mental acuteness is the one quality which can be ascribed to the ideal detective, and when that has once been admirably done, succeeding writers must necessarily be content for all time to follow in the same main track. But not only is Poe the originator of the detective story; all treasure-hunting, cryptogram-solving yarns trace back to his “Gold Bug,” just as all pseudo-scientific Verne-and-Wells stories have their prototypes in the “Voyage to the Moon,” and the “Case of Monsieur Valdemar.” If every man who receives a cheque for a story which owes its springs to Poe were to pay tithe to a monument for the master, he would have a pyramid as big as that of Cheops. And yet I could only give him two places in my team. One would be for the “Gold Bug,” the other for the “Murder in the Rue Morgue.” I do not see how either of those could be bettered. But I would not admit perfect excellence to any other of his stories. These two have a proportion and a perspective which are lacking in the others, the horror or weirdness of the idea intensified by the coolness of the narrator and of the principal actor, Dupin in the one case and Le Grand in the other. The same may be said of Bret Harte, also one of those great short story tellers who proved himself incapable of a longer flight. He was always like one of his own gold-miners who struck a rich pocket, but found no continuous reef. The pocket was, alas, a very limited one, but the gold was of the best. “The Luck of Roaring Camp” and “Tennessee’s Partner” are both, I think, worthy of a place among my immortals. They are, it is true, so tinged with Dickens as to be almost parodies of the master, but they have a symmetry and satisfying completeness as short stories to which Dickens himself never attained. The man who can read those two stories without a gulp in the throat is not a man I envy. And Stevenson? Surely he shall have two places also, for where is a finer sense of what the short story can do? He wrote, in my judgment, two masterpieces in his life, and each of them is essentially a short story, though the one happened to be published as a volume. The one is “Dr. Jekyll and Mr. Hyde,” which, whether you take it as a vivid narrative or as a wonderfully deep and true allegory, is a supremely fine bit of work. The other story of my choice would be “The Pavilion on the Links” — the very model of dramatic narrative. That story stamped itself so clearly on my brain when I read it in Cornhill that when I came across it again many years afterwards in volume form, I was able instantly to recognise two small modifications of the text — each very much for the worse — from the original form. They were small things, but they seemed somehow like a chip on a perfect statue. Surely it is only a very fine work, of art which could leave so definite an impression as that. Of course, there are a dozen other of his stories which would put the average writer’s best work to shame, all with the strange Stevenson glamour upon them, of which I may discourse later, but only to those two would I be disposed to admit that complete excellence which would pass them into such a team as this. And who else? If it be not an impertinence to mention a contemporary, I should certainly have a brace from Rudyard Kipling. His power, his compression, his dramatic sense, his way of glowing suddenly into a vivid flame, all mark him as a great master. But which are we to choose from that long and varied collection, many of which have claims to the highest? Speaking from memory, I should say that the stories of his which have impressed me most are “The Drums of the Fore and Aft,” “The Man who Would be King,” “The Man who Was,” and “The Brushwood Boy.” Perhaps, on the whole, it is the first two which I should choose to add to my list of masterpieces. They are stories which invite criticism and yet defy it. The great batsman at cricket is the man who can play an unorthodox game, take every liberty which is denied to inferior players, and yet succeed brilliantly in the face of his disregard of law. So it is here. I should think the model of these stories is the most dangerous that any young writer could follow. There is digression, that most deadly fault in the short narrative; there is incoherence, there is want of proportion which makes the story stand still for pages and bound forward in a few sentences. But genius overrides all that, just as the great cricketer hooks the off ball and glides the straight one to leg. There is a dash, an exuberance, a full-blooded, confident mastery which carries everything before it. Yes, no team of immortals would be complete which did not contain at least two representatives of Kipling. And now whom? Nathaniel Hawthorne never appealed in the highest degree to me. The fault, I am sure, is my own, but I always seemed to crave stronger fare than he gave me. It was too subtle, too elusive, for effect. Indeed, I have been more affected by some of the short work of his son Julian, though I can quite understand the high artistic claims which the senior writer has, and the delicate charm of his style. There is Bulwer Lytton as a claimant. His “Haunted and the Haunters” is the very best ghost story that I know. As such I should include it in my list. There was a story, too, in one of the old Blackwoods—”Metempsychosis” it was called, which left so deep an impression upon my mind that I should be inclined, though it is many years since I read it, to number it with the best. Another story which has the characteristics of great work is Grant Allen’s “John Creedy.” So good a story upon so philosophic a basis deserves a place among the best. There is some first-class work to be picked also from the contemporary work of Wells and of Quiller-Couch which reaches a high standard. One little sketch—”Old Oeson” in “Noughts and Crosses” — is, in my opinion, as good as anything of the kind which I have ever read. And all this didactic talk comes from looking at that old green cover of Poe. I am sure that if I had to name the few books which have really influenced my own life I should have to put this one second only to Macaulay’s Essays. I read it young when my mind was plastic. It stimulated my imagination and set before me a supreme example of dignity and force in the methods of telling a story. It is not altogether a healthy influence, perhaps. It turns the thoughts too forcibly to the morbid and the strange. He was a saturnine creature, devoid of humour and geniality, with a love for the grotesque and the terrible. The reader must himself furnish the counteracting qualities or Poe may become a dangerous comrade. We know along what perilous tracks and into what deadly quagmires his strange mind led him, down to that grey October Sunday morning when he was picked up, a dying man, on the side-walk at Baltimore, at an age which should have seen him at the very prime of his strength and his manhood. I have said that I look upon Poe as the world’s supreme short story writer. His nearest rival, I should say, was Maupassant. The great Norman never rose to the extreme force and originality of the American, but he had a natural inherited power, an inborn instinct towards the right way of making his effects, which mark him as a great master. He produced stories because it was in him to do so, as naturally and as perfectly as an apple tree produces apples. What a fine, sensitive, artistic touch it is! How easily and delicately the points are made! How clear and nervous is his style, and how free from that redundancy which disfigures so much of our English work! He pares it down to the quick all the time. I cannot write the name of Maupassant without recalling what was either a spiritual interposition or an extraordinary coincidence in my own life. I had been travelling in Switzerland and had visited, among other places, that Gemmi Pass, where a huge cliff separates a French from a German canton. On the summit of this cliff was a small inn, where we broke our journey. It was explained to us that, although the inn was inhabited all the year round, still for about three months in winter it was utterly isolated, because it could at any time only be approached by winding paths on the mountain side, and when these became obliterated by snow it was impossible either to come up or to descend. They could see the lights in the valley beneath them, but were as lonely as if they lived in the moon. So curious a situation naturally appealed to one’s imagination, and I speedily began to build up a short story in my own mind, depending upon a group of strong antagonistic characters being penned up in this inn, loathing each other and yet utterly unable to get away from each other’s society, every day bringing them nearer to tragedy. For a week or so, as I travelled, I was turning over the idea. At the end of that time I returned through France. Having nothing to read I happened to buy a volume of Maupassant’s Tales which I had never seen before. The first story was called “L’Auberge” (The Inn) — and as I ran my eye down the printed page I was amazed to see the two words, “Kandersteg” and “Gemmi Pass.” I settled down and read it with ever-growing amazement. The scene was laid in the inn I had visited. The plot depended on the isolation of a group of people through the snowfall. Everything that I imagined was there, save that Maupassant had brought in a savage hound. Of course, the genesis of the thing is clear enough. He had chanced to visit the inn, and had been impressed as I had been by the same train of thought. All that is quite intelligible. But what is perfectly marvellous is that in that short journey I should have chanced to buy the one book in all the world which would prevent me from making a public fool of myself, for who would ever have believed that my work was not an imitation? I do not think that the hypothesis of coincidence can cover the facts. It is one of several incidents in my life which have convinced me of spiritual interposition — of the promptings of some beneficent force outside ourselves, which tries to help us where it can. The old Catholic doctrine of the Guardian Angel is not only a beautiful one, but has in it, I believe, a real basis of truth. Or is it that our subliminal ego, to use the jargon of the new psychology, or our astral, in the terms of the new theology, can learn and convey to the mind that which our own known senses are unable to apprehend? But that is too long a side track for us to turn down it. When Maupassant chose he could run Poe close in that domain of the strange and weird which the American had made so entirely his own. Have you read Maupassant’s story called “Le Horla”? That is as good a bit of diablerie as you could wish for. And the Frenchman has, of course, far the broader range. He has a keen sense of humour, breaking out beyond all decorum in some of his stories, but giving a pleasant sub-flavour to all of them. And yet, when all is said, who can doubt that the austere and dreadful American is far the greater and more original mind of the two? Talking of weird American stories, have you ever read any of the works of Ambrose Bierce? I have one of his works there, “In the Midst of Life.” This man had a flavour quite his own, and was a great artist in his way. It is not cheering reading, but it leaves its mark upon you, and that is the proof of good work. I have often wondered where Poe got his style. There is a sombre majesty about his best work, as if it were carved from polished jet, which is peculiarly his own. I dare say if I took down that volume I could light anywhere upon a paragraph which would show you what I mean. This is the kind of thing — “Now there are fine tales in the volumes of the Magi — in the iron-bound melancholy volumes of the Magi. Therein, I say, are glorious histories of the heaven and of the earth, and of the mighty sea — and of the genius that overruled the sea, and the earth, and the lofty heaven. There were much lore, too, in the sayings which were said by the Sybils, and holy, holy things were heard of old by the dim leaves which trembled round Dodona, but as Allah liveth, that fable which the Demon told me as he sat by my side in the shadow of the tomb, I hold to be the most wonderful of all.” Or this sentence: “And then did we, the seven, start from our seats in horror, and stand trembling and aghast, for the tones in the voice of the shadow were not the tones of any one being, but of a multitude of beings, and, varying in their cadences from syllable to syllable, fell duskily upon our ears in the well-remembered and familiar accents of many thousand departed friends.” Is there not a sense of austere dignity? No man invents a style. It always derives back from some influence, or, as is more usual, it is a compromise between several influences. I cannot trace Poe’s. And yet if Hazlitt and De Quincey had set forth to tell weird stories they might have developed something of the kind. Now, by your leave, we will pass on to my noble edition of “The Cloister and the Hearth,” the next volume on the left. I notice, in glancing over my rambling remarks, that I classed “Ivanhoe” as the second historical novel of the century. I dare say there are many who would give “Esmond” the first place, and I can quite understand their position, although it is not my own. I recognise the beauty of the style, the consistency of the character-drawing, the absolutely perfect Queen Anne atmosphere. There was never an historical novel written by a man who knew his period so thoroughly. But, great as these virtues are, they are not the essential in a novel. The essential in a novel is interest, though Addison unkindly remarked that the real essential was that the pastrycooks should never run short of paper. Now “Esmond” is, in my opinion, exceedingly interesting during the campaigns in the Lowlands, and when our Machiavelian hero, the Duke, comes in, and also whenever Lord Mohun shows his ill-omened face; but there are long stretches of the story which are heavy reading. A pre-eminently good novel must always advance and never mark time. “Ivanhoe” never halts for an instant, and that just makes its superiority as a novel over “Esmond,” though as a piece of literature I think the latter is the more perfect. No, if I had three votes, I should plump them all for “The Cloister and the Hearth,” as being our greatest historical novel, and, indeed, as being our greatest novel of any sort. I think I may claim to have read most of the more famous foreign novels of last century, and (speaking only for myself and within the limits of my reading) I have been more impressed by that book of Reade’s and by Tolstoi’s “Peace and War” than by any others. They seem to me to stand at the very top of the century’s fiction. There is a certain resemblance in the two — the sense of space, the number of figures, the way in which characters drop in and drop out. The Englishman is the more romantic. The Russian is the more real and earnest. But they are both great. Think of what Reade does in that one book. He takes the reader by the hand, and he leads him away into the Middle Ages, and not a conventional study-built Middle Age, but a period quivering with life, full of folk who are as human and real as a ‘bus-load in Oxford Street. He takes him through Holland, he shows him the painters, the dykes, the life. He leads him down the long line of the Rhine, the spinal marrow of Mediaeval Europe. He shows him the dawn of printing, the beginnings of freedom, the life of the great mercantile cities of South Germany, the state of Italy, the artist-life of Rome, the monastic institutions on the eve of the Reformation. And all this between the covers of one book, so naturally introduced, too, and told with such vividness and spirit. Apart from the huge scope of it, the mere study of Gerard’s own nature, his rise, his fall, his regeneration, the whole pitiable tragedy at the end, make the book a great one. It contains, I think, a blending of knowledge with imagination, which makes it stand alone in our literature. Let any one read the “Autobiography of Benvenuto Cellini,” and then Charles Reade’s picture of Mediaeval Roman life, if he wishes to appreciate the way in which Reade has collected his rough ore and has then smelted it all down in his fiery imagination. It is a good thing to have the industry to collect facts. It is a greater and a rarer one to have the tact to know how to use them when you have got them. To be exact without pedantry, and thorough without being dull, that should be the ideal of the writer of historical romance. Reade is one of the most perplexing figures in our literature. Never was there a man so hard to place. At his best he is the best we have. At his worst he is below the level of Surreyside melodrama. But his best have weak pieces, and his worst have good. There is always silk among his cotton, and cotton among his silk. But, for all his flaws, the man who, in addition to the great book, of which I have already spoken, wrote “It is Never Too Late to Mend,” “Hard Cash,” “Foul Play,” and “Griffith Gaunt,” must always stand in the very first rank of our novelists. There is a quality of heart about his work which I recognise nowhere else. He so absolutely loves his own heroes and heroines, while he so cordially detests his own villains, that he sweeps your emotions along with his own. No one has ever spoken warmly enough of the humanity and the lovability of his women. It is a rare gift — very rare for a man — this power of drawing a human and delightful girl. If there is a better one in nineteenth-century fiction than Julia Dodd I have never had the pleasure of meeting her. A man who could draw a character so delicate and so delightful, and yet could write such an episode as that of the Robber Inn in “The Cloister and the Hearth,” adventurous romance in its highest form, has such a range of power as is granted to few men. My hat is always ready to come off to Charles Reade.
VI.
Quali sono le grandi racconti brevi della lingua inglese? Una buona base per un dibattito! Di una cosa sono sicuro: ci sono molte meno racconti brevi di eccezionale qualità rispetto ai libri lunghi di altrettanto valore. Per realizzare un ritratto in miniatura serve una maestria molto più raffinata che per scolpire una statua. Ma la cosa più strana è che queste due forme di eccellenza sembrano essere separate, persino antagonistiche: l’abilità nell’una non garantisce necessariamente quella nell’altra. I grandi maestri della nostra letteratura – Fielding, Scott, Dickens, Thackeray, Reade – non hanno lasciato dietro di sé nessun racconto breve di eccezionale valore, forse ad eccezione de “Wandering Willie’s Tale” presente in “Red Gauntlet”. D’altra parte, autori che si sono distinti particolarmente nella scrittura di racconti brevi – Stevenson, Poe, Bret Harte – non hanno mai scritto libri di grande rilievo. Anche il miglior velocista spesso non è in grado di correre per cinque miglia. Bene, ora, se doveste scegliere una squadra, chi includereste? Non avete molte opzioni. Su quali criteri vi basate per giudicarli? Vogliete forza, originalità, concisione, intensità di interesse, un’impressione vivida che rimanga nella mente del lettore. Poe è il maestro di tutti. A proposito, è proprio la vista della sua copertina verde, posizionata subito dopo quella dei miei libri preferiti sugli scaffali, a aver suscitato in me questo pensiero. Secondo me, Poe è il più grande autore di racconti brevi di tutti i tempi: la sua mente era come un baccello pieno di semi che volavano liberamente da tutte le parti, e da questi semi sono nati quasi tutti i generi narrativi moderni. Pensate solo a ciò che ha realizzato con quel suo stile disinvolto e prodigo, senza mai ripetere i propri successi, ma sempre cercando nuove conquiste. A lui si devono attribuire molti dei personaggi che hanno dato origine ai racconti gialli: “quorum pars parva fui!” Ognuno di noi può trovare in lui elementi che lo hanno influenzato, ma l’essenza della sua arte risale a quei meravigliosi racconti su Monsieur Dupin, così straordinari per la loro maestria, la loro concisione e i loro momenti drammatici. Dopotutto, l’acuità mentale è proprio quella qualità che si può attribuire al detective ideale. E quando questa qualità viene espressa in modo eccezionale, gli autori successivi sono inevitabilmente costretti a seguire lo stesso percorso. Ma Poe non è solo l’inventore del genere del racconto giallo: tutti i racconti di ricerca di tesori e di risoluzione di enigmi derivano dal suo “Gold Bug”; allo stesso modo, tutte le storie pseudoscientifiche di Verne e Wells hanno i loro prototipi nel “Viaggio sulla Luna” e nel “Caso di Monsieur Valdemar”. Se ogni autore che riceve un compenso per un racconto ispirato a Poe dovesse pagare un decimo di tale compenso in onore del maestro, avremmo una piramide grande quanto quella di Cheope.
Eppure potevo offrirgli soltanto due posti nella mia squadra: uno per “Gold Bug” e l’altro per “Murder in the Rue Morgue”. Non vedo come nessuno degli altri suoi racconti possa essere migliore di questi due. Ma non ammetterei mai che alcun altro dei suoi racconti raggiunga una perfezione assoluta. Questi due hanno una proporzione e una prospettiva che gli altri mancano; l’orrore o la stranezza delle idee sono intensificati dalla freddezza del narratore e dell’attore principale: Dupin nel primo caso, Le Grand nell’altro. Lo stesso si può dire di Bret Harte, anch’egli uno di quei grandi raccontatori che, pur essendo capaci di creare opere brevi straordinarie, non riuscirono mai a realizzare opere più lunghe. Era sempre come uno dei suoi stessi minatori d’oro: trovava occasionalmente un giacimento ricco, ma mai una miniera continua. Purtroppo quei giacimenti erano molto limitati, ma l’oro era di ottima qualità. “The Luck of Roaring Camp” e “Tennessee’s Partner”, credo, meritino entrambi di far parte della mia collezione immortale. È vero che sono intrisi dello stile di Dickens al punto da sembrarne quasi parodie. Ma possiedono una simmetria e una completezza che nemmeno lo stesso Dickens riuscì mai a raggiungere nei suoi racconti. Chi riesce a leggere questi due racconti senza provare un brivido non è certo una persona che invidio. E Stevenson? Sicuramente anche lui avrà due posti nella mia squadra: dove esiste forse un senso più profondo di ciò che un racconto breve può essere capace di realizzare? Secondo me, ha scritto due capolavori nella sua vita. E entrambi sono essenzialmente racconti brevi, anche se uno è stato pubblicato come libro intero. Uno di questi è “Dr. Jekyll e Mr. Hyde”: sia considerato un racconto vivido che un’allegoria profonda e vera, rappresenta sicuramente un’opera di straordinaria bellezza. L’altro racconto che sceglierei è “The Pavilion on the Links”: il modello stesso di narrazione drammatica. Quando lo lessi a Cornhill, quell’opera si impresso così chiaramente nella mia memoria che, molti anni dopo, riconobbi immediatamente due piccole modifiche apportate al testo, entrambe decisamente peggiorative rispetto all’originale. Erano cose insignificanti, ma sembravano come dei graffi su una statua perfetta. Solo un’opera davvero eccezionale può lasciare un’impressione così profonda. Certo, ci sono altre dozzine delle sue storie che metterebbero in ombra i migliori lavori di qualsiasi scrittore, tutte caratterizzate da quel particolare fascino “stevensoniano” di cui parlerò più avanti. Ma solo questi due racconti meritano davvero quella perfezione assoluta che li renderebbe idonei a far parte della mia squadra.
E chi altro? Se non fosse scortese menzionare un contemporaneo, sicuramente includerei anche opere di Rudyard Kipling. La sua forza espressiva, la sua capacità di condensare i concetti in modo drammatico, il suo senso del teatro e la sua abilità nel trasformare le parole in fiamme vivide lo rendono senza dubbio un grande maestro. Ma da tutta quella vasta e variegata produzione, molte delle quali possono essere considerate opere di altissimo livello, quali dovrei scegliere? Ricordando a memoria, direi che le storie che mi hanno colpito di più sono “I tamburi di prua e poppa”, “L’uomo che voleva essere re”, “L’uomo che era” e “Il ragazzo dei cespugli”. Forse, in definitiva, sceglierei proprio le prime due per aggiungerle alla mia lista di capolavori.
Sono storie che invitano alla critica, ma che allo stesso tempo la sfidano. Un grande giocatore di cricket è colui che sa giocare in modo non convenzionale, che si prende tutte le libertà negate ai giocatori meno abili, eppure riesce comunque a vincere brillantemente. Lo stesso vale per queste storie: il loro modello rappresenta senza dubbio una sfida molto pericolosa per qualsiasi giovane scrittore. Ci sono digressioni, incoerenze, mancanza di proporzioni. Ma il genio prevale su tutto, proprio come un grande giocatore di cricket riesce a colpire la palla in modo imprevedibile e vincente. C’è una passione, un’esuberanza, una maestria piena di fiducia che porta tutto con sé. Sì, nessuna squadra di “immortali” sarebbe completa senza almeno due rappresentanti di Kipling.
E ora, chi altro? Nathaniel Hawthorne non mi ha mai affascinato fino a quel punto. Il problema, ne sono sicuro, è mio: sembrava sempre che desiderassi qualcosa di più profondo e significativo rispetto a ciò che lui offriva. I suoi racconti erano troppo sottili, troppo elusivi. Anzi, sono stati alcuni dei racconti scritti da suo figlio Julian ad influenzarmi di più, anche se comprendo pienamente l’alto valore artistico del padre e il fascino delicato del suo stile. C’è anche Bulwer Lytton: “I fantasmi e i loro inseguitori” è sicuramente la migliore storia horror che conosca; quindi dovrebbe essere inclusa nella mia lista. C’era anche un racconto presente in uno dei vecchi volumi della serie Blackwood. Si chiamava “Metempsicosi” ed ebbe su di me un impatto così profondo che, nonostante siano passati molti anni da quando lo lessi, sarei ancora propenso a considerarlo tra i migliori. Un altro racconto che possiede le caratteristiche dei grandi capolavori è “John Creedy” di Grant Allen: una storia così ben scritta e basata su idee filosofiche merita sicuramente di essere inclusa nella lista dei migliori. Ci sono anche opere di prim’ordine tra i lavori contemporanei di Wells e Quiller-Couch. Uno sketch in particolare, “Old Oeson” presente in “Noughts and Crosses”, secondo me è all’altezza di qualsiasi altro racconto del genere che abbia mai letto.
Tutta questa discussione didattica nasce dallo studio di quella vecchia copertina verde dei racconti di Poe. Sono sicuro che, se dovessi nominare i pochi libri che hanno davvero influenzato la mia vita, questo sarebbe tra quelli, subito dopo gli “Essays” di Macaulay. L’ho letto da giovane, quando la mia mente era ancora plastica; ha stimolato la mia immaginazione e mi ha mostrato un esempio supremo di dignità e forza nel modo in cui si racconta una storia. Tuttavia, forse non è stata un’influenza del tutto positiva. Spinge troppo spesso il pensiero verso ciò che è morbido e strano.
Poe era una persona cupa, priva di umorismo e gentilezza; amava ciò che era grottesco e terribile. Il lettore deve da solo fornire le qualità contrapposte, altrimenti Poe potrebbe diventare un compagno pericoloso. Sappiamo su quali sentieri pericolosi e in quali paludi mortali abbia condotto la sua mente strana. Fino a quella mattina di domenica d’ottobre, quando fu trovato morente sul marciapiede di Baltimora, all’età in cui avrebbe dovuto essere nel pieno della sua forza e della sua virilità.
Ho detto che considero Poe il più grande scrittore di racconti del mondo. Il suo rivale più vicino, direi, era Maupassant. Il grande scrittore normanno non raggiunse mai l’intensità e l’originalità dell’americano, ma possedeva una capacità innata, un istinto naturale per trovare il modo giusto di esprimersi. Creava racconti perché era nella sua natura farlo, così naturalmente e perfettamente come un albero di mele produce mele. Che tocco fine, sensibile e artistico! Con quanta facilità e delicatezza vengono sottolineati i punti centrali della storia. Quanto è chiaro e incisivo il suo stile. E quanto è privo di quella ridondanza che rovina molte delle nostre opere letterarie inglesi. Raffina sempre tutto al massimo.
Non posso menzionare il nome di Maupassant senza ricordare un evento straordinario nella mia vita. Stavo viaggiando in Svizzera e avevo visitato, tra gli altri luoghi, quel passo chiamato Gemmi Pass, dove una enorme scogliera separava due cantoni francesi e tedeschi. Sulla cima di quella scogliera c’era una piccola locanda, dove ci fermammo per riposare. Ci spiegarono che, sebbene la locanda fosse abitata tutto l’anno, per circa tre mesi in inverno rimaneva completamente isolata: si poteva raggiungerla solo attraverso sentieri tortuosi sulle montagne, e quando questi venivano coperti dalla neve, diventava impossibile sia salire che scendere. Si potevano vedere le luci della valle sottostante, ma si era soli come se si vivesse sulla luna. Una situazione così curiosa stimolò naturalmente la mia immaginazione, e iniziai subito a concepire un racconto basato su un gruppo di personaggi antagonisti intrappolati in quella locanda, che si odiavano a vicenda ma non riuscivano in alcun modo a separarsi. Ogni giorno li avvicinava sempre di più al tragico. Per circa una settimana, mentre continuavo il mio viaggio, riflettei su questa idea.
Quando quel periodo finì, tornai in Francia. Non avendo nulla da leggere, comprai per caso un volume delle “Storie di Maupassant” che non avevo mai visto prima. La prima storia si intitolava “L’Auberge”; mentre scorrevo le pagine, rimasi sorpreso nel riconoscere le parole “Kandersteg” e “Gemmi Pass”. Mi misi a leggere con sempre maggiore meraviglia: la scena descritta era proprio quella dell’osteria che avevo visitato; tutta la trama ruotava attorno all’isolamento di un gruppo di persone a causa della nevicata. Tutto ciò che avevo immaginato c’era davvero, tranne il fatto che Maupassant aveva incluso anche un cane feroce nella storia.
Ovviamente, l’origine di tutto ciò era abbastanza chiara: Maupassant aveva avuto l’occasione di visitare quell’osteria e ne era rimasto colpito, proprio come me. Questo è del tutto comprensibile. Ma ciò che è davvero straordinario è che, in quel breve viaggio, abbia comprato proprio il libro che avrebbe impedito che mi rendessi ridicolo davanti a tutti. Chi avrebbe mai creduto che il mio lavoro non fosse un’imitazione? Non penso che l’ipotesi della coincidenza possa spiegare tutto. È uno dei tanti episodi della mia vita che mi hanno convinto dell’esistenza di una forza spirituale, di un intervento benevolo al di fuori di noi stessi che cerca di aiutarci quando può. La vecchia dottrina cattolica sull’Angelo Custode non è solo bella, ma credo anche che abbia una reale base di verità.
Oppure è forse il nostro “ego subliminale”, per usare il gergo della nuova psicologia, o il nostro “aspetto astrale”, secondo i concetti della nuova teologia, a poter apprendere e trasmettere al cervello ciò che i nostri sensi normali non sono in grado di percepire? Ma questa è una digressione troppo lunga.
Quando Maupassant scelse di scrivere, poté avvicinarsi molto a Poe in quel campo delle storie strane e misteriose che l’americano aveva reso proprio suo. Avete letto la storia di Maupassant intitolata “Le Horla”? È davvero un esempio eccezionale di narrativa macabra. E naturalmente, il francese aveva una gamma molto più ampia: possedeva un senso dell’umorismo acuto che, in alcune sue storie, superava ogni limite del decoro, pur conferendo a tutte loro un sapore piacevole. Eppure, a ben pensarci, chi può dubitare che l’austero e terribile Poe sia stato davvero la mente più grande e originale dei due?
Parlando di storie americane strane, avete mai letto qualcosa di Ambrose Bierce? Ne ho qui uno dei suoi racconti, “In the Midst of Life”. Quest’uomo aveva un proprio stile inconfondibile ed era davvero un grande artista. Non è certo lettura allegra, ma lascia un segno profondo nella mente del lettore. E questo è la prova che si tratta di buon lavoro.
Mi sono spesso chiesto da dove Poe avesse preso il suo stile. Nei suoi migliori lavori c’è una sorta di maestosità cupa, come se fossero scolpiti nel giada lucida. Questo è davvero tipico di lui. Oserei dire che, se prendessi quel libro, potrei trovare facilmente un passaggio che vi spieghi cosa intendo. Questo è il tipo di cose.
“Nelle opere dei Magi si trovano storie meravigliose – in quei volumi dal dorso di ferro e dall’atmosfera malinconica. Vi sono racconti gloriosi sul cielo, sulla terra, sul vasto mare, e sul genio che ha dominato mare, terra e cielo. Ci sono anche molte conoscenze contenute nelle profezie delle Sibille; cose sacre e antiche furono udite un tempo tra le foglie tremolanti intorno a Dodona. Ma, per Allah, quella favola che il Demone mi raccontò seduto al mio fianco nell’ombra della tomba, la considero la più meravigliosa di tutte.” O questa frase: “Allora noi sette ci alzammo inorriditi dai nostri posti, tremanti e atterriti. Le voci che provenivano dall’ombra non appartenevano a una sola persona, ma a molteplici esseri; i loro toni cambiavano di sillaba in sillaba, echeggiando nelle nostre orecchie con gli accenti familiari di migliaia di amici defunti, ” Non c’è forse in questo un senso di austera dignità? Nessun uomo inventa uno stile letterario: esso deriva sempre da qualche influenza, o, più spesso, è il risultato di un compromesso tra diverse influenze. Non riesco a individuare l’influenza che ha formato lo stile di Poe. Eppure, se Hazlitt e De Quincey avessero voluto raccontare storie strane, probabilmente avrebbero potuto creare qualcosa del genere. Ora, con il vostro permesso, passeremo alla mia edizione raffinata di “Il Chiostro e il Focolare”, il volume successivo a sinistra. Noto che, scorrendo rapidamente le mie riflessioni, ho classificato “Ivanhoe” come il secondo romanzo storico del secolo. Molte persone probabilmente darebbero il primo posto a “Esmond”; posso capire perfettamente il loro punto di vista, anche se non condivido. Riconosco la bellezza dello stile, l’accuratezza nel ritrarre i personaggi, l’atmosfera assolutamente perfetta legata all’epoca della Regina Anna. Non esiste mai stato un romanzo storico scritto da qualcuno che conoscesse così bene il proprio periodo. Ma, per grandi che siano queste qualità, non sono quelle essenziali in un romanzo. L’essenziale è l’interesse del lettore. Anche se Addison osservò, in modo poco gentile, che l’elemento fondamentale fosse semplicemente il fatto che i pasticceri avessero sempre carta a disposizione. A mio parere, “Esmond” diventa estremamente interessante durante le campagne nelle Lowlands, quando entra in scena il nostro eroe machiavellista, il Duca. E anche ogni volta che appare Lord Mohun. Tuttavia, ci sono lunghi passaggi della storia che risultano noiosi da leggere. Un buon romanzo deve sempre procedere senza pause, “Ivanhoe” non si ferma mai un istante. Ed è proprio questo che lo rende superiore a “Esmond” come romanzo. Anche se, come opera letteraria, penso che il secondo sia più perfetto.
No, se avessi tre voti, li darei tutti a “Il Chiostro e il Focolare”, poiché è il nostro più grande romanzo storico e, in realtà, il nostro miglior romanzo in assoluto. Credo di aver letto la maggior parte dei famosi romanzi stranieri del secolo scorso, e (parlando solo per me stesso e entro i limiti della mia lettura), sono rimasto più colpito da quel libro di Reade e da “Pace e Guerra” di Tolstoj che da qualsiasi altro. A mio parere, questi due opere si trovano proprio in cima alla narrativa del secolo. Esiste una certa somiglianza tra loro: la percezione dello spazio, il numero dei personaggi, il modo in cui i personaggi entrano e escono dalla trama. L’autore inglese è più romantico; quello russo è più realistico e sincero. Ma entrambi sono grandi. Pensate a ciò che Reade riesce a fare in quel singolo libro: prende il lettore per mano e lo conduce nel Medioevo, non un Medioevo costruito secondo schemi convenzionali, ma un periodo pieno di vita, popolato da persone altrettanto umane e reali quanto quelle che si trovano su Oxford Street. Lo conduce attraverso l’Olanda, gli mostra i pittori, i dighe, la vita quotidiana della gente. Lo guida lungo il Reno, l’essenza stessa dell’Europa medievale. Gli mostra l’alba della stampa, i primi segni di libertà, la vita delle grandi città commerciali del Sud della Germania, lo stato d’Italia, la vita artistica di Roma, le istituzioni monastiche alla vigilia della Riforma. E tutto questo raccontato tra le pagine di un solo libro, con tale naturalezza e vividezza. Oltre all’enorme ampiezza dei contenuti, lo studio approfondito della personalità stessa di Reade – la sua ascesa, il suo declino, la sua rinascita, e tutta quella tragica storia alla fine – rende questo libro davvero eccezionale. Credo che in esso si uniscano conoscenza e immaginazione, elementi che lo fanno distinguersi nella nostra letteratura. Che qualcuno legga “Autobiografia di Benvenuto Cellini” e poi il ritratto della vita medievale romana scritto da Charles Reade, se vuole comprendere come Reade abbia raccolto i materiali necessari per poi plasmarli con la sua fervida immaginazione. È una grande fortuna disporre della capacità di raccogliere fatti; ancora più importante è saper utilizzarli al meglio. Essere precisi senza pedanteria, completi senza diventare noiosi: questo dovrebbe essere l’ideale di ogni scrittore di romanzi storici. Reade è una delle figure più enigmatiche della nostra letteratura. Non c’è mai stato nessuno così difficile da classificare. Nel suo meglio, è il migliore che abbiamo; nel suo peggio, è al di sotto del livello dei melodrammi di Surreyside. Ma anche nelle sue opere migliori ci sono parti deboli, e nelle sue peggiori ci sono momenti di qualità. Sempre c’è qualcosa di raffinato tra le sue pagine più semplici, e qualcosa di sostanzioso tra quelle più elaborate. Tuttavia, nonostante tutti questi difetti, l’autore che, oltre al grande libro di cui ho già parlato, ha scritto anche “Non è mai troppo tardi per rimediare”, “Denaro contante”, “Atti malvagi” e “Griffith Gaunt”, merita sicuramente di essere considerato tra i migliori romanziere del nostro tempo.
Nel suo lavoro c’è una qualità d’animo che non trovo da nessun altro. Ama davvero profondamente i propri eroi e le proprie eroine, mentre disprezza cordialmente i propri villain, tanto da coinvolgere il lettore nelle sue stesse emozioni. Nessuno ha mai parlato con sufficiente calore dell’umanità e della simpatia delle donne che crea. È un dono raro – davvero molto raro per un uomo – questa capacità di creare personaggi femminili così delicati e affascinanti. Se nella letteratura del XIX secolo esiste una figura migliore di Julia Dodd, non ho mai avuto la fortuna di conoscerla. Un uomo che riesce a creare personaggi così raffinati e deliziosi, e al contempo a scrivere episodi come quello della “Taverna dei Ladri” in “Il Chiostro e il Focolare”, un esempio di romanzo d’avventura nel suo massimo splendore, possiede una capacità davvero straordinaria. Il mio cappello è sempre pronto per essere tolto in onore di Charles Reade.
VII. It is good to have the magic door shut behind us. On the other side of that door are the world and its troubles, hopes and fears, headaches and heartaches, ambitions and disappointments; but within, as you lie back on the green settee, and face the long lines of your silent soothing comrades, there is only peace of spirit and rest of mind in the company of the great dead. Learn to love, learn to admire them; learn to know what their comradeship means; for until you have done so the greatest solace and anodyne God has given to man have not yet shed their blessing upon you. Here behind this magic door is the rest house, where you may forget the past, enjoy the present, and prepare for the future. You who have sat with me before upon the green settee are familiar with the upper shelf, with the tattered Macaulay, the dapper Gibbon, the drab Boswell, the olive-green Scott, the pied Borrow, and all the goodly company who rub shoulders yonder. By the way, how one wishes that one’s dear friends would only be friends also with each other. Why should Borrow snarl so churlishly at Scott? One would have thought that noble spirit and romantic fancy would have charmed the huge vagrant, and yet there is no word too bitter for the younger man to use towards the elder. The fact is that Borrow had one dangerous virus in him — a poison which distorts the whole vision — for he was a bigoted sectarian in religion, seeing no virtue outside his own interpretation of the great riddle. Downright heathendom, the blood-stained Berserk or the chaunting Druid, appealed to his mind through his imagination, but the man of his own creed and time who differed from him in minutiae of ritual, or in the interpretation of mystic passages, was at once evil to the bone, and he had no charity of any sort for such a person. Scott therefore, with his reverent regard for old usages, became at once hateful in his eyes. In any case he was a disappointed man, the big Borrow, and I cannot remember that he ever had much to say that was good of any brother author. Only in the bards of Wales and in the Scalds of the Sagas did he seem to find his kindred spirits, though it has been suggested that his complex nature took this means of informing the world that he could read both Cymric and Norse. But we must not be unkind behind the magic door — and yet to be charitable to the uncharitable is surely the crown of virtue. So much for the top line, concerning which I have already gossipped for six sittings, but there is no surcease for you, reader, for as you see there is a second line, and yet a third, all equally dear to my heart, and all appealing in the same degree to my emotions and to my memory. Be as patient as you may, while I talk of these old friends, and tell you why I love them, and all that they have meant to me in the past. If you picked any book from that line you would be picking a little fibre also from my mind, very small, no doubt, and yet an intimate and essential part of what is now myself. Hereditary impulses, personal experiences, books — those are the three forces which go to the making of man. These are the books. This second line consists, as you see, of novelists of the eighteenth century, or those of them whom I regard as essential. After all, putting aside single books, such as Sterne’s “Tristram Shandy,” Goldsmith’s “Vicar of Wakefield,” and Miss Burney’s “Evelina,” there are only three authors who count, and they in turn wrote only three books each, of first-rate importance, so that by the mastery of nine books one might claim to have a fairly broad view of this most important and distinctive branch of English literature. The three men are, of course, Fielding, Richardson, and Smollett. The books are: Richardson’s “Clarissa Harlowe,” “Pamela,” and “Sir Charles Grandison”; Fielding’s “Tom Jones”, “Joseph Andrews,” and “Amelia”; Smollett’s “Peregrine Pickle,” “Humphrey Clinker,” and “Roderick Random.” There we have the real work of the three great contemporaries who illuminated the middle of the eighteenth century — only nine volumes in all. Let us walk round these nine volumes, therefore, and see whether we cannot discriminate and throw a little light, after this interval of a hundred and fifty years, upon their comparative aims, and how far they have justified them by the permanent value of their work. A fat little bookseller in the City, a rakehell wit of noble blood, and a rugged Scotch surgeon from the navy — those are the three strange immortals who now challenge a comparison — the three men who dominate the fiction of their century, and to whom we owe it that the life and the types of that century are familiar to us, their fifth generation. It is not a subject to be dogmatic upon, for I can imagine that these three writers would appeal quite differently to every temperament, and that whichever one might desire to champion one could find arguments to sustain one’s choice. Yet I cannot think that any large section of the critical public could maintain that Smollett was on the same level as the other two. Ethically he is gross, though his grossness is accompanied by a full-blooded humour which is more mirth-compelling than the more polished wit of his rivals. I can remember in callow boyhood — puris omnia pura — reading “Peregrine Pickle,” and laughing until I cried over the Banquet in the Fashion of the Ancients. I read it again in my manhood with the same effect, though with a greater appreciation of its inherent bestiality. That merit, a gross primitive merit, he has in a high degree, but in no other respect can he challenge comparison with either Fielding or Richardson. His view of life is far more limited, his characters less varied, his incidents less distinctive, and his thoughts less deep. Assuredly I, for one, should award him the third place in the trio. But how about Richardson and Fielding? There is indeed a competition of giants. Let us take the points of each in turn, and then compare them with each other. There is one characteristic, the rarest and subtlest of all, which each of them had in a supreme degree. Each could draw the most delightful women — the most perfect women, I think, in the whole range of our literature. If the eighteenth-century women were like that, then the eighteenth-century men got a great deal more than they ever deserved. They had such a charming little dignity of their own, such good sense, and yet such dear, pretty, dainty ways, so human and so charming, that even now they become our ideals. One cannot come to know them without a double emotion, one of respectful devotion towards themselves, and the other of abhorrence for the herd of swine who surrounded them. Pamela, Harriet Byron, Clarissa, Amelia, and Sophia Western were all equally delightful, and it was not the negative charm of the innocent and colourless woman, the amiable doll of the nineteenth century, but it was a beauty of nature depending upon an alert mind, clear and strong principles, true womanly feelings, and complete feminine charm. In this respect our rival authors may claim a tie, for I could not give a preference to one set of these perfect creatures over another. The plump little printer and the worn-out man-about-town had each a supreme woman in his mind. But their men! Alas, what a drop is there! To say that we are all capable of doing what Tom Jones did — as I have seen stated — is the worst form of inverted cant, the cant which makes us out worse than we are. It is a libel on mankind to say that a man who truly loves a woman is usually false to her, and, above all, a libel that he should be false in the vile fashion which aroused good Tom Newcome’s indignation. Tom Jones was no more fit to touch the hem of Sophia’s dress than Captain Booth was to be the mate of Amelia. Never once has Fielding drawn a gentleman, save perhaps Squire Alworthy. A lusty, brawling, good-hearted, material creature was the best that he could fashion. Where, in his heroes, is there one touch of distinction, of spirituality, of nobility? Here I think that the plebeian printer has done very much better than the aristocrat. Sir Charles Grandison is a very noble type — spoiled a little by over-coddling on the part of his creator, perhaps, but a very high-souled and exquisite gentleman all the same. Had he married Sophia or Amelia I should not have forbidden the banns. Even the persevering Mr. B — - and the too amorous Lovelace were, in spite of their aberrations, men of gentle nature, and had possibilities of greatness and tenderness within them. Yes, I cannot doubt that Richardson drew the higher type of man — and that in Grandison he has done what has seldom or never been bettered. Richardson was also the subtler and deeper writer, in my opinion. He concerns himself with fine consistent character-drawing, and with a very searching analysis of the human heart, which is done so easily, and in such simple English, that the depth and truth of it only come upon reflection. He condescends to none of those scuffles and buffetings and pantomime rallies which enliven, but cheapen, many of Fielding’s pages. The latter has, it may be granted, a broader view of life. He had personal acquaintance of circles far above, and also far below, any which the douce citizen, who was his rival, had ever been able or willing to explore. His pictures of low London life, the prison scenes in “Amelia,” the thieves’ kitchens in “Jonathan Wild,” the sponging houses and the slums, are as vivid and as complete as those of his friend Hogarth — the most British of artists, even as Fielding was the most British of writers. But the greatest and most permanent facts of life are to be found in the smallest circles. Two men and a woman may furnish either the tragedian or the comedian with the most satisfying theme. And so, although his range was limited, Richardson knew very clearly and very thoroughly just that knowledge which was essential for his purpose. Pamela, the perfect woman of humble life, Clarissa, the perfect lady, Grandison the ideal gentleman — these were the three figures on which he lavished his most loving art. And now, after one hundred and fifty years, I do not know where we may find more satisfying types. He was prolix, it may be admitted, but who could bear to have him cut? He loved to sit down and tell you just all about it. His use of letters for his narratives made this gossipy style more easy. First he writes and he tells all that passed. You have his letter. She at the same time writes to her friend, and also states her views. This also you see. The friends in each case reply, and you have the advantage of their comments and advice. You really do know all about it before you finish. It may be a little wearisome at first, if you have been accustomed to a more hustling style with fireworks in every chapter. But gradually it creates an atmosphere in which you live, and you come to know these people, with their characters and their troubles, as you know no others of the dream-folk of fiction. Three times as long as an ordinary book, no doubt, but why grudge the time? What is the hurry? Surely it is better to read one masterpiece than three books which will leave no permanent impression on the mind. It was all attuned to the sedate life of that, the last of the quiet centuries. In the lonely country-house, with few letters and fewer papers, do you suppose that the readers ever complained of the length of a book, or could have too much of the happy Pamela or of the unhappy Clarissa? It is only under extraordinary circumstances that one can now get into that receptive frame of mind which was normal then. Such an occasion is recorded by Macaulay, when he tells how in some Indian hill station, where books were rare, he let loose a copy of “Clarissa.” The effect was what might have been expected. Richardson in a suitable environment went through the community like a mild fever. They lived him, and dreamed him, until the whole episode passed into literary history, never to be forgotten by those who experienced it. It is tuned, for every ear. That beautiful style is so correct and yet so simple that there is no page which a scholar may not applaud nor a servant-maid understand. Of course, there are obvious disadvantages to the tale which is told in letters. Scott reverted to it in “Guy Mannering,” and there are other conspicuous successes, but vividness is always gained at the expense of a strain upon the reader’s good-nature and credulity. One feels that these constant details, these long conversations, could not possibly have been recorded in such a fashion. The indignant and dishevelled heroine could not sit down and record her escape with such cool minuteness of description. Richardson does it as well as it could be done, but it remains intrinsically faulty. Fielding, using the third person, broke all the fetters which bound his rival, and gave a freedom and personal authority to the novel which it had never before enjoyed. There at least he is the master. And yet, on the whole, my balance inclines towards Richardson, though I dare say I am one in a hundred in thinking so. First of all, beyond anything I may have already urged, he had the supreme credit of having been the first. Surely the originator should have a higher place than the imitator, even if in imitating he should also improve and amplify. It is Richardson and not Fielding who is the father of the English novel, the man who first saw that without romantic gallantry, and without bizarre imaginings, enthralling stories may be made from everyday life, told in everyday language. This was his great new departure. So entirely was Fielding his imitator, or rather perhaps his parodist, that with supreme audacity (some would say brazen impudence) he used poor Richardson’s own characters, taken from “Pamela,” in his own first novel, “Joseph Andrews,” and used them too for the unkind purpose of ridiculing them. As a matter of literary ethics, it is as if Thackeray wrote a novel bringing in Pickwick and Sam Weller in order to show what faulty characters these were. It is no wonder that even the gentle little printer grew wroth, and alluded to his rival as a somewhat unscrupulous man. And then there is the vexed question of morals. Surely in talking of this also there is a good deal of inverted cant among a certain class of critics. The inference appears to be that there is some subtle connection between immorality and art, as if the handling of the lewd, or the depicting of it, were in some sort the hallmark of the true artist. It is not difficult to handle or depict. On the contrary, it is so easy, and so essentially dramatic in many of its forms, that the temptation to employ it is ever present. It is the easiest and cheapest of all methods of creating a spurious effect. The difficulty does not lie in doing it. The difficulty lies in avoiding it. But one tries to avoid it because on the face of it there is no reason why a writer should cease to be a gentleman, or that he should write for a woman’s eyes that which he would be justly knocked down for having said in a woman’s ears. But “you must draw the world as it is.” Why must you? Surely it is just in selection and restraint that the artist is shown. It is true that in a coarser age great writers heeded no restrictions, but life itself had fewer restrictions then. We are of our own age, and must live up to it. But must these sides of life be absolutely excluded? By no means. Our decency need not weaken into prudery. It all lies in the spirit in which it is done. No one who wished to lecture on these various spirits could preach on a better text than these three great rivals, Richardson, Fielding, and Smollett. It is possible to draw vice with some freedom for the purpose of condemning it. Such a writer is a moralist, and there is no better example than Richardson. Again, it is possible to draw vice with neither sympathy nor disapprobation, but simply as a fact which is there. Such a writer is a realist, and such was Fielding. Once more, it is possible to draw vice in order to extract amusement from it. Such a man is a coarse humorist, and such was Smollett. Lastly, it is possible to draw vice in order to show sympathy with it. Such a man is a wicked man, and there were many among the writers of the Restoration. But of all reasons that exist for treating this side of life, Richardson’s were the best, and nowhere do we find it more deftly done. Apart from his writings, there must have been something very noble about Fielding as a man. He was a better hero than any that he drew. Alone he accepted the task of cleansing London, at that time the most dangerous and lawless of European capitals. Hogarth’s pictures give some notion of it in the pre-Fielding days, the low roughs, the high-born bullies, the drunkenness, the villainies, the thieves’ kitchens with their riverside trapdoors, down which the body is thrust. This was the Augean stable which had to be cleaned, and poor Hercules was weak and frail and physically more fitted for a sick-room than for such a task. It cost him his life, for he died at 47, worn out with his own exertions. It might well have cost him his life in more dramatic fashion, for he had become a marked man to the criminal classes, and he headed his own search-parties when, on the information of some bribed rascal, a new den of villainy was exposed. But he carried his point. In little more than a year the thing was done, and London turned from the most rowdy to what it has ever since remained, the most law-abiding of European capitals. Has any man ever left a finer monument behind him? If you want the real human Fielding you will find him not in the novels, where his real kindliness is too often veiled by a mock cynicism, but in his “Diary of his Voyage to Lisbon.” He knew that his health was irretrievably ruined and that his years were numbered. Those are the days when one sees a man as he is, when he has no longer a motive for affectation or pretence in the immediate presence of the most tremendous of all realities. Yet, sitting in the shadow of death, Fielding displayed a quiet, gentle courage and constancy of mind, which show how splendid a nature had been shrouded by his earlier frailties. Just one word upon another eighteenth-century novel before I finish this somewhat didactic chat. You will admit that I have never prosed so much before, but the period and the subject seem to encourage it. I skip Sterne, for I have no great sympathy with his finicky methods. And I skip Miss Burney’s novels, as being feminine reflections of the great masters who had just preceded her. But Goldsmith’s “Vicar of Wakefield” surely deserves one paragraph to itself. There is a book which is tinged throughout, as was all Goldsmith’s work, with a beautiful nature. No one who had not a fine heart could have written it, just as no one without a fine heart could have written “The Deserted Village.” How strange it is to think of old Johnson patronizing or snubbing the shrinking Irishman, when both in poetry, in fiction, and in the drama the latter has proved himself far the greater man. But here is an object-lesson of how the facts of life may be treated without offence. Nothing is shirked. It is all faced and duly recorded. Yet if I wished to set before the sensitive mind of a young girl a book which would prepare her for life without in any way contaminating her delicacy of feeling, there is no book which I should choose so readily as “The Vicar of Wakefield.” So much for the eighteenth-century novelists. They have a shelf of their own in the case, and a corner of their own in my brain. For years you may never think of them, and then suddenly some stray word or train of thought leads straight to them, and you look at them and love them, and rejoice that you know them. But let us pass to something which may interest you more. If statistics could be taken in the various free libraries of the kingdom to prove the comparative popularity of different novelists with the public, I think that it is quite certain that Mr. George Meredith would come out very low indeed. If, on the other hand, a number of authors were convened to determine which of their fellow-craftsmen they considered the greatest and the most stimulating to their own minds, I am equally confident that Mr. Meredith would have a vast preponderance of votes. Indeed, his only conceivable rival would be Mr. Hardy. It becomes an interesting study, therefore, why there should be such a divergence of opinion as to his merits, and what the qualities are which have repelled so many readers, and yet have attracted those whose opinion must be allowed to have a special weight. The most obvious reason is his complete unconventionality. The public read to be amused. The novelist reads to have new light thrown upon his art. To read Meredith is not a mere amusement; it is an intellectual exercise, a kind of mental dumb-bell with which you develop your thinking powers. Your mind is in a state of tension the whole time that you are reading him. If you will follow my nose as the sportsman follows that of his pointer, you will observe that these remarks are excited by the presence of my beloved “Richard Feverel,” which lurks in yonder corner. What a great book it is, how wise and how witty! Others of the master’s novels may be more characteristic or more profound, but for my own part it is the one which I would always present to the new-comer who had not yet come under the influence. I think that I should put it third after “Vanity Fair” and “The Cloister and the Hearth” if I had to name the three novels which I admire most in the Victorian era. The book was published, I believe, in 1859, and it is almost incredible, and says little for the discrimination of critics or public, that it was nearly twenty years before a second edition was needed. But there are never effects without causes, however inadequate the cause may be. What was it that stood in the way of the book’s success? Undoubtedly it was the style. And yet it is subdued and tempered here with little of the luxuriance and exuberance which it attained in the later works. But it was an innovation, and it stalled off both the public and the critics. They regarded it, no doubt, as an affectation, as Carlyle’s had been considered twenty years before, forgetting that in the case of an original genius style is an organic thing, part of the man as much as the colour of his eyes. It is not, to quote Carlyle, a shirt to be taken on and off at pleasure, but a skin, eternally fixed. And this strange, powerful style, how is it to be described? Best, perhaps, in his own strong words, when he spoke of Carlyle with perhaps the arriere pensee that the words would apply as strongly to himself. “His favourite author,” says he, “was one writing on heroes in a style resembling either early architecture or utter dilapidation, so loose and rough it seemed. A wind-in-the-orchard style that tumbled down here and there an appreciable fruit with uncouth bluster, sentences without commencements running to abrupt endings and smoke, like waves against a sea-wall, learned dictionary words giving a hand to street slang, and accents falling on them haphazard, like slant rays from driving clouds; all the pages in a breeze, the whole book producing a kind of electrical agitation in the mind and joints.” What a wonderful description and example of style! And how vivid is the impression left by such expressions as “all the pages in a breeze.” As a comment on Carlyle, and as a sample of Meredith, the passage is equally perfect. Well, “Richard Feverel” has come into its own at last. I confess to having a strong belief in the critical discernment of the public. I do not think good work is often overlooked. Literature, like water, finds its true level. Opinion is slow to form, but it sets true at last. I am sure that if the critics were to unite to praise a bad book or to damn a good one they could (and continually do) have a five-year influence, but it would in no wise affect the final result. Sheridan said that if all the fleas in his bed had been unanimous, they could have pushed him out of it. I do not think that any unanimity of critics has ever pushed a good book out of literature. Among the minor excellences of “Richard Feverel” — excuse the prolixity of an enthusiast — are the scattered aphorisms which are worthy of a place among our British proverbs. What could be more exquisite than this, “Who rises from prayer a better man his prayer is answered”; or this, “Expediency is man’s wisdom. Doing right is God’s”; or, “All great thoughts come from the heart”? Good are the words “The coward amongst us is he who sneers at the failings of humanity,” and a healthy optimism rings in the phrase “There is for the mind but one grasp of happiness; from that uppermost pinnacle of wisdom whence we see that this world is well designed.” In more playful mood is “Woman is the last thing which will be civilised by man.” Let us hurry away abruptly, for he who starts quotation from “Richard Feverel” is lost. He has, as you see, a goodly line of his brothers beside him. There are the Italian ones, “Sandra Belloni,” and “Vittoria”; there is “Rhoda Fleming,” which carried Stevenson off his critical feet; “Beauchamp’s Career,” too, dealing with obsolete politics. No great writer should spend himself upon a temporary theme. It is like the beauty who is painted in some passing fashion of gown. She tends to become obsolete along with her frame. Here also is the dainty “Diana,” the egoist with immortal Willoughby Pattern, eternal type of masculine selfishness, and “Harry Richmond,” the first chapters of which are, in my opinion, among the finest pieces of narrative prose in the language. That great mind would have worked in any form which his age had favoured. He is a novelist by accident. As an Elizabethan he would have been a great dramatist; under Queen Anne a great essayist. But whatever medium he worked in, he must equally have thrown the image of a great brain and a great soul.
VII.
È bello avere la porta magica chiusa alle nostre spalle. Al di là di quella porta ci sono il mondo e i suoi problemi, le speranze e le paure, i dolori fisici e mentali, le ambizioni e le delusioni; ma qui, sdraiati sul divano verde, circondati dai vostri silenziosi e rassicuranti compagni, c’è solo pace d’animo e tranquillità nella compagnia dei grandi defunti. Imparate ad amarli, ad ammirarli; imparate a comprendere ciò che significa la loro amicizia. Perché finché non lo farete, il più grande conforto che Dio abbia dato all’uomo non avrà ancora riversato la sua benedizione su di voi. Dietro questa porta magica c’è il luogo del riposo, dove potete dimenticare il passato, godervi il presente e prepararvi per il futuro.
Voi che siete stati seduti con me sul divano verde conoscete bene quella mensola in alto: il logoro libro di Macaulay, il distinto Gibbon, il sobrio Boswell, lo scuro Scott, il variegato Borrow, e tutti quegli altri compagni meravigliosi. Del resto, quanto si desidererebbe che anche i propri cari amici fossero veramente amici tra loro. Perché mai Borrow dovrebbe trattare Scott con tanta ostilità? Si sarebbe potuto pensare che lo spirito nobile e la fantasia romantica avrebbero affascinato quel grande vagabondo; invece, non esiste parola abbastanza dura da parte del giovane verso l’anziano. Il fatto è che Borrow portava dentro di sé un virus pericoloso: un veleno che distorceva completamente la sua visione delle cose. Era un bigotto fanatico in materia religiosa, che non riconosceva alcuna virtù al di fuori della propria interpretazione dei grandi misteri della vita. Il paganesimo più primitivo, il guerriero berserker o il druido cantante attraevano la sua immaginazione. Ma chiunque condividesse la stessa fede e lo stesso tempo di lui, ma si discostasse da lui anche solo in piccoli dettagli rituali o nell’interpretazione di testi mistici, era immediatamente considerato un nemico pericoloso. E non provava alcuna pietà verso persone del genere. Per questo motivo, Scott, con il suo rispetto reverente per le antiche usanze, divenne subito oggetto di odio ai suoi occhi. In ogni caso, era un uomo deluso. Il grande Borrow. E non ricordo che abbia mai detto nulla di buono su altri autori suoi colleghi. Solo nei bardi del Galles e negli scaldi delle saghe sembrava trovare anime gemelle. Anche se si è ipotizzato che la sua natura complessa lo spingesse a comunicare al mondo il fatto che fosse in grado di leggere sia il gallese che il norreno. Ma non dobbiamo essere crudeli dietro questa porta magica. Eppure, mostrare compassione verso coloro che non ne hanno certo è sicuramente la massima forma di virtù.
Ecco quanto riguarda la prima parte di questo testo, su cui ho già discusso per ben sei volte; ma non temete, caro lettore, perché come potete vedere esistono anche una seconda e una terza parte, tutte ugualmente care al mio cuore e altrettanto capaci di toccare le mie emozioni e la mia memoria. Siate pazienti mentre parlo di questi vecchi amici e vi spiego perché li amo, e quale significato abbiano avuto per me nel passato. Se sceglieste un qualsiasi libro da questa lista, stareste in realtà selezionando anche una piccola parte del mio pensiero: molto piccola, senza dubbio, ma pur essendo una componente essenziale di ciò che oggi sono io stesso. Impulsi ereditari, esperienze personali, libri, queste sono le tre forze che contribuiscono a formare l’uomo. E questi sono i libri di cui parlo. La seconda parte della lista comprende i romanzi degli scrittori del XVIII secolo, o almeno quelli che ritengo essenziali. A parte opere singole come “Tristram Shandy” di Sterne, “Vicar of Wakefield” di Goldsmith e “Evelina” di Miss Burney, ci sono soltanto tre autori veramente importanti; ciascuno di loro ha scritto al massimo tre libri di prim’ordine. Quindi, conoscendo nove opere di questi autori, si può considerarsi di avere una visione abbastanza completa di questa branca fondamentale e caratteristica della letteratura inglese. I tre autori in questione sono, naturalmente, Fielding, Richardson e Smollett; i loro libri sono: “Clarissa Harlowe”, “Pamela” e “Sir Charles Grandison” di Richardson; “Tom Jones”, “Joseph Andrews” e “Amelia” di Fielding; “Peregrine Pickle”, “Humphrey Clinker” e “Roderick Random” di Smollett. Questi nove volumi rappresentano l’opera vera e propria dei tre grandi scrittori del XVIII secolo. Che cosa possiamo imparare da loro, dopo centocinquant’anni? Esaminiamoli insieme per capire quali fossero i loro obiettivi e in che misura siano riusciti a realizzarli attraverso l’importanza duratura delle loro opere. Un libraio grassoccio della City, un libertino di nobile origine e un rude chirurgo scozzese, questi sono i tre autori che hanno dominato la narrativa del loro secolo, e grazie a loro conosciamo la vita e i personaggi di quell’epoca.
Non si tratta di un argomento su cui possiamo essere dogmatici, poiché immagino che questi tre scrittori possano attrarre persone con temperamenti molto diversi, e chiunque desideri sostenere uno di loro troverà argomentazioni a sostegno della propria scelta. Tuttavia, non credo che una larga parte del pubblico critico possa affermare che Smollett sia allo stesso livello degli altri due. Dal punto di vista etico, le sue opere sono volgari; tuttavia, questa volgarità è accompagnata da un umorismo vivace e spontaneo, che riesce a suscitare risate più intense del cinismo raffinato dei suoi rivali. Ricordo ancora, nella mia giovinezza, di aver letto “Peregrine Pickle” e di essermi divertito tantissimo, soprattutto con la scena del banchetto “alla maniera degli antichi”. L’ho riletto da adulto, provando lo stesso piacere, anche se ora apprezzavo maggiormente quella sorta di bellezza primitiva che caratterizzava le sue opere. In questo senso, Smollett possiede indubbiamente un grande merito; tuttavia, in nessun altro aspetto può essere paragonato a Fielding o Richardson. La sua visione della vita è molto più limitata, i suoi personaggi meno variegati, gli avvenimenti descritti meno originali e i suoi pensieri meno profondi. Personalmente, gli attribuirei il terzo posto in questo trio. Ma che dire di Richardson e Fielding? Qui si tratta davvero di una competizione tra giganti. Analizziamo uno per uno i loro punti di forza e poi li confrontiamo tra loro. Ognuno di questi tre scrittori possedeva una caratteristica straordinaria, la più rara e sottile di tutte: erano tutti in grado di creare donne incantevoli, le donne più perfette che si possano trovare nella nostra letteratura. Se le donne dell’ottocento fossero state davvero così, allora gli uomini dell’epoca avrebbero ricevuto molto di più di quanto meritassero. Avevano una dignità affascinante, un buon senso comune, e allo stesso tempo modi dolci, graziosi e delicati, tanto umani e attraenti da diventare ancora oggi i nostri ideali. Non si può conoscere queste donne senza provare due emozioni contrastanti: rispetto e ammirazione per loro stesse, e disgusto per la massa di individui volgari che le circondavano. Pamela, Harriet Byron, Clarissa, Amelia e Sophia Western erano tutte ugualmente incantevoli. Non si trattava della bellezza “negativa” delle donne innocenti e prive di carattere, tipiche del XIX secolo, ma di una bellezza naturale che derivava da un’intelligenza sveglia, da principi chiari e forti, da veri sentimenti femminili e da un fascino davvero completo. In questo senso, i nostri tre scrittori possono essere considerati alla pari: non riuscirei a preferire alcuna di queste donne perfette rispetto alle altre. Anche il piccolo tipografo robusto e l’uomo anziano e disperato avevano nella loro mente una donna ideale.
Ma i loro uomini! Ahimè, che cosa insignificante è tutto ciò. Affermare che tutti siamo in grado di compiere ciò che fece Tom Jones – come ho sentito dire – rappresenta la forma più odiosa di ipocrisia; un’ipocrisia che ci fa apparire peggiori di quanto siamo realmente. È una calunnia contro l’umanità sostenere che un uomo che ama davvero una donna sia solitamente infedele. E soprattutto, è una calunnia affermare che debba essere infedele in quel modo vile che suscitò l’indignazione di Tom Newcome. Tom Jones non era certo adatto nemmeno a toccare l’orlo del vestito di Sophia, così come il Capitano Booth non era affatto adatto a diventare il compagno di Amelia. Fielding non ha mai creato un vero gentiluomo, forse tranne lo Squire Alworthy. I suoi eroi erano soltanto creature volgari, coraggiose, dal cuore buono, ma privi di qualsiasi traccia di distinzione, spiritualità o nobiltà. In questo senso, penso che quel tipografo plebeo abbia fatto molto meglio dell’aristocratico. Sir Charles Grandison è certamente un personaggio nobile; forse un po’ viziato dall’eccessivo riguardo del suo creatore, ma comunque un gentiluomo di grande anima e squisita educazione. Se avesse sposato Sophia o Amelia, non avrei mai ostacolato il loro matrimonio. Anche il perseverante Mr. B, e l’infatuato Lovelace erano, nonostante le loro deviazioni, uomini dal carattere gentile, capaci di grandi cose e di grande tenerezza. Sì, non dubito affatto che Richardson abbia ritratto il tipo umano più nobile. E che in Grandison abbia realizzato qualcosa che raramente, o forse mai, è stato superato.
Secondo me, Richardson era anche uno scrittore più sottile e profondo. Si dedicava con grande cura al ritratto dei personaggi, analizzando in modo approfondito il cuore umano. Un’analisi resa possibile da un inglese semplice e chiaro, la cui profondità e veridicità si rendono evidenti solo riflettendoci sopra. Non indulgeva mai in quelle scenette violente e ridicole che rendono alcune pagine di Fielding piacevoli, ma al contempo le degradano. È vero che Fielding aveva una visione più ampia della vita: conosceva personalmente ambienti molto più elevati, e anche molto più umili di quelli che il suo rivale, quel cittadino rispettabile, avesse mai potuto esplorare. I suoi ritratti della vita quotidiana a Londra, le scene nelle prigioni de “Amelia”, le cucine dei ladri in “Jonathan Wild”, sono altrettanto vividi e completi di quelli del suo amico Hogarth, l’artista più tipicamente britannico, proprio come Fielding era il scrittore più tipicamente britannico. Ma i fatti più importanti e duraturi della vita si trovano spesso nei contesti più semplici. Due uomini e una donna possono offrire al drammaturgo o al comico temi estremamente significativi. E così, sebbene il raggio d’azione di Richardson fosse limitato, egli conosceva molto bene, e in modo approfondito, esattamente ciò che era necessario per i suoi scopi. Pamela, la donna perfetta della vita umile; Clarissa, la signora perfetta; Grandison, il gentiluomo ideale. Queste furono le tre figure su cui riversò tutta la sua arte. E oggi, dopo centocinquanta anni, non so dove si possano trovare personaggi più soddisfacenti di questi.
Era prolisso, è vero, ma chi avrebbe potuto sopportare che venisse interrotto? Amava sedersi e raccontarti tutto nei dettagli. L’uso delle lettere per narrare rendeva questo stile pettegolezzo ancora più facile da seguire: prima scriveva tutto ciò che era accaduto; poi tu ricevevi la sua lettera, mentre lei allo stesso tempo scriveva alla sua amica esprimendo anche le sue opinioni. Le amiche rispondevano a loro volta, e così si avevano i commenti e i consigli di tutti. Alla fine si veniva a conoscenza di tutto ciò che era successo. Forse all’inizio poteva risultare un po’ noioso, se si era abituati a uno stile più veloce e pieno di colpi di scena in ogni capitolo; ma gradualmente si creava un’atmosfera nella quale si viveva davvero quei momenti, e si conoscevano quelle persone, i loro caratteri e le loro difficoltà, come non si conoscono altre figure del mondo fantastico della letteratura. Un libro tre volte più lungo di uno normale, ma perché lamentarsi del tempo speso? C’è davvero fretta? Sicuramente è meglio leggere un capolavoro che tre libri che non lasciano alcuna impressione duratura nella mente. Tutto ciò era in sintonia con la vita tranquilla di quell’ultimo secolo di pace. In quella solitaria casa di campagna, con poche lettere e ancora meno giornali, si può immaginare che i lettori si lamentassero mai della lunghezza di un libro, o che potessero averne abbastanza della felice Pamela o della sfortunata Clarissa? Solo in circostanze straordinarie oggi si riesce a raggiungere quel stato d’animo ricettivo che allora era normale. Macaulay racconta di come, in una stazione di collina indiana dove i libri erano rari, abbia distribuito un esemplare de “Clarissa”; l’effetto fu proprio quello che ci si poteva aspettare. In un ambiente adatto, Richardson diventava parte della vita delle persone che leggevano i suoi libri; vivevano con lui, sognavano con lui, fino a quando tutta quell’avventura entrava nella storia letteraria, per non essere mai dimenticata da coloro che l’avevano vissuta. Quel modo di scrivere era adatto a ogni tipo di lettore: quel bellissimo stile era così corretto eppure così semplice che nessuna pagina poteva non essere apprezzata dagli studiosi, né incomprensibile dalle domestiche. Certo, ci sono degli svantaggi evidenti in un racconto narrato attraverso le lettere. Scott l’ha riprodotto in “Guy Mannering”, e ci sono stati altri successi significativi; tuttavia, la vividezza di tali descrizioni viene spesso ottenuta a scapito della pazienza e della credulità del lettore. Si ha l’impressione che quei dettagli continui, quelle lunghe conversazioni, non potessero mai essere stati registrati in quel modo. L’eroina indignata e disordinata di certo non avrebbe potuto sedersi e descrivere con tanta precisione la propria fuga. Richardson ci è riuscito nel miglior modo possibile, ma il metodo rimane intrinsecamente imperfetto. Fielding, utilizzando la terza persona, ha spezzato tutti i vincoli che legavano i suoi rivali nella narrativa, dando al romanzo una libertà e un’autorità personali che prima non esistevano. Lì, almeno, lui era il maestro.
Eppure, nel complesso, la mia preferenza va verso Richardson, anche se oso dire che sono uno su cento a pensarla così. Prima di tutto, oltre a tutto ciò che potrei aver già sottolineato, egli ha il merito supremo di essere stato il primo in questo campo. Certamente l’inventore dovrebbe occupare un posto più alto rispetto all’imitatore, anche se quest’ultimo possa migliorare e ampliare quanto imita. È Richardson, e non Fielding, il padre del romanzo inglese: è colui che per primo ha capito come, senza galanterie romantiche né immaginazioni bizzarre, si potessero creare storie avvincenti partendo dalla vita di tutti i giorni, raccontate con un linguaggio quotidiano. Questa fu la sua grande innovazione. Fielding era talmente un suo imitatore, o forse più precisamente un suo parodista, che, con estrema audacia (alcuni direbbero sfacciataggine), utilizzò i personaggi stessi di Richardson tratti da “Pamela” nel proprio primo romanzo, “Joseph Andrews”, e li usò persino a scopo derisorio. Dal punto di vista dell’etica letteraria, è come se Thackeray avesse scritto un romanzo in cui comparivano Pickwick e Sam Weller per dimostrare quanto fossero difettosi quei personaggi. Non sorprende quindi che anche il gentile e rispettabile Fielding si arrabbiasse, definendo il proprio rivale una persona piuttosto senza scrupoli. E poi c’è la questione spinosa della morale. Senza dubbio, quando si parla di questo argomento, in certi ambienti critici si manifesta un certo tipo di ipocrisia. L’impressione che si ha è che esista una qualche connessione tra immoralità e arte, come se la rappresentazione di cose licenziose fosse il segno distintivo dell’artista vero. In realtà non è affatto difficile trattare o descrivere tali argomenti; anzi, in molti casi è estremamente facile e drammatico farlo, tanto che la tentazione di utilizzarli è sempre presente. È il metodo più semplice ed economico per creare un effetto illusionistico. Il vero problema non sta nel farlo, ma nell’evitarlo. Tuttavia si cerca di evitarlo perché, a prima vista, non c’è alcun motivo per cui uno scrittore non debba comportarsi da gentiluomo, o scrivere cose che, se dette ad alta voce in presenza di una donna, lo renderebbero degno di rimproveri. Ma “bisogna descrivere il mondo così com’è”. Perché proprio? Certamente è attraverso la selezione e la moderazione che l’artista dimostra il proprio valore. È vero che in epoche più rozze grandi scrittori non si sono curati di tali restrizioni, ma anche allora la vita stessa aveva meno vincoli. Noi viviamo nella nostra epoca e dobbiamo rispettarne le regole.
Ma è davvero necessario escludere completamente questi aspetti della vita? Assolutamente no. La nostra decenza non deve trasformarsi in pruderie; tutto dipende dallo spirito con cui si agisce. Chiunque desideri analizzare questi diversi atteggiamenti spirituali potrebbe trovare un esempio migliore di questi tre grandi autori: Richardson, Fielding e Smollett. È possibile descrivere il vizio in modo libero, al solo scopo di condannarlo; un tale scrittore è un moralista, e non esiste esempio migliore di Richardson. Inoltre, è possibile descrivere il vizio senza simpatia né disapprovazione, ma semplicemente come un fatto che esiste realmente; un tale scrittore è un realista, ed è proprio questo che era Fielding. Ancora, è possibile descrivere il vizio al solo scopo di trarne divertimento; un tale uomo è un umorista grossolano, e Smollett lo era senz’altro. Infine, è possibile descrivere il vizio per mostrare simpatia nei suoi confronti; un tale uomo è malvagio, e ce ne furono molti tra gli scrittori del periodo della Restaurazione. Ma di tutte le ragioni esistenti per affrontare questo aspetto della vita, quelle di Richardson erano le migliori, e in nessun altro caso si trova un’espressione così abile e raffinata. Oltre alle sue opere, deve esserci stato qualcosa di davvero nobile in Fielding come persona. Era un eroe migliore di qualsiasi personaggio avesse creato nei suoi romanzi. Fu lui ad assumersi l’impegno di pulire Londra, all’epoca la capitale europea più pericolosa e disordinata. Le opere di Hogarth danno un’idea di quella realtà: i bassifondi, i bulli di alto rango, l’ubriachezza, le malvagità, le cucine dei ladri con le porte nascoste lungo il fiume. Era uno “stallo di Augia” che doveva essere pulito, e povero Ercole era debole e fisicamente adatto più a una stanza d’ospedale che a un compito del genere. Questo sforzo gli costò la vita: morì all’età di 47 anni, esaurito dalle proprie fatiche. Avrebbe potuto anche morire in modo più drammatico, poiché era diventato un bersaglio per le classi criminali; guidava personalmente le squadre di ricerca quando venivano scoperti nuovi nascondigli di malvagità grazie a informazioni fornite da individui corrotti. Ma riuscì nel suo intento: in poco più di un anno, Londra divenne la capitale europea più rispettosa della legge. C’è mai stato qualcuno che abbia lasciato dietro di sé un monumento più bello? Se volete conoscere il vero Fielding come persona, non troverete le sue vere qualità nei romanzi, dove la sua gentilezza è spesso mascherata da una falsa cinica; le troverete invece nel suo “Diario del viaggio a Lisbona”. Sapeva che la sua salute era irrimediabilmente compromessa e che i suoi giorni erano contati. In quei momenti, un uomo si vede per ciò che realmente è, senza più motivi di fingere o simulare di fronte alla realtà più terribile. Eppure, seduto nell’ombra della morte, Fielding dimostrò un coraggio tranquillo e una fermezza d’animo che rivelavano quanto fosse splendida la sua natura, sebbene nascosta dalle sue precedenti debolezze.
Un’ultima parola sui romanzi del diciottesimo secolo, prima di concludere questa conversazione piuttosto didattica. Ammetterete che non ho mai scritto così tanto prima d’ora, ma il periodo storico e l’argomento sembrano proprio incoraggiarmi a farlo. Ometto Sterne, poiché non condivido affatto i suoi metodi troppo raffinati; ometto anche i romanzi di Miss Burney, considerandoli semplicemente riflessioni femminili dei grandi maestri che l’hanno preceduta. Ma “Il vicario di Wakefield” di Goldsmith merita sicuramente un paragrafo tutto per sé. C’è un libro, come tutti gli scritti di Goldsmith, pervaso da una bellezza naturale profonda; nessuno che non avesse un cuore gentile potrebbe averlo scritto, proprio come nessuno senza un cuore gentile potrebbe aver scritto “Il villaggio desolato”. È strano pensare a Johnson, che tanto apprezzava i letterati irlandesi, mentre in realtà questi ultimi si sono rivelati molto più grandi sia nella poesia che nella narrativa. Ma questo è un esempio concreto di come i fatti della vita possano essere trattati senza offese: nulla viene evitato, tutto viene affrontato e registrato correttamente. E se volessi presentare a una giovane ragazza un libro in grado di prepararla alla vita senza contaminare la sua sensibilità, non ci sarebbe libro migliore di “Il vicario di Wakefield”.
Ecco quindi quanto ho da dire sui romanzi del diciottesimo secolo: hanno il loro posto sugli scaffali e nel mio cervello. Per anni potreste non pensarci affatto, e poi, all’improvviso, una parola casuale o un pensiero vi porteranno direttamente a loro, li amerete e vi rallegrerete di conoscerli. Ma ora passiamo a qualcosa che potrebbe interessarvi di più.
Se si potessero raccogliere statistiche nelle varie biblioteche del regno per verificare quale sia la popolarità relativa dei diversi romanzi tra il pubblico, credo che il signor George Meredith finirebbe sicuramente in basso nella classifica. D’altra parte, se si convocassero degli autori per stabilire quale dei loro colleghi ritengano il più grande e il più stimolante per la propria creatività, sono altrettanto certo che il signor Meredith riceverebbe una stragrande maggioranza di voti. Il suo unico possibile rivale sarebbe il signor Hardy. Diventa quindi interessante capire perché esista questa divergenza di opinioni riguardo ai suoi meriti, e quali siano le qualità che hanno allontanato molti lettori, pur attirando quelli i cui giudizi meritano sicuramente considerazione.
La ragione più evidente è la sua totale inconvenzionalità: il pubblico legge per divertirsi; lo scrittore di romanzi legge per ricevere nuove idee riguardo alla propria arte. Leggere Meredith non è semplicemente un divertimento, ma un esercizio intellettuale, una sorta di “pesi da sollevare” mentale che aiuta a sviluppare le capacità di pensiero. Mentre si legge i suoi romanzi, la mente rimane in uno stato di tensione costante.
Il libro fu pubblicato, credo, nel 1859, e è quasi incredibile – e dimostra poco la capacità di discernimento dei critici o del pubblico – che ci siano voluti quasi vent’anni prima che ne fosse necessaria una seconda edizione.
Ma non esistono effetti senza cause, per quanto inadeguate queste possano essere. Cos’era dunque ciò che ostacolava il successo di questo libro? Senza dubbio, era lo stile. Eppure, in questo caso, lo stile è stato moderato e controllato, privo della ricchezza e dell’esuberanza che si riscontrano nelle opere successive. Ma si trattava comunque di un’innovazione, e per questo il libro incontrò resistenza sia da parte del pubblico che dei critici. Essi lo considerarono senza dubbio un’esagerazione, proprio come vent’anni prima era stato considerato l’stile di Carlyle; dimenticando che, nel caso di un genio originale, lo stile è qualcosa di organico, parte integrante della persona, tanto quanto il colore dei suoi occhi. Non è, per citare Carlyle, una “camicia” che si può indossare o togliere a piacimento, ma la pelle stessa dell’individuo, immutabile per sempre. E come descrivere questo strano, potente stile? Forse meglio con le stesse parole forti di chi lo ha creato, quando parlava di Carlyle, probabilmente pensando che quelle parole si applicassero altrettanto bene a se stesso.
“Il suo autore preferito,” scriveva, “era uno che descriveva gli eroi in uno stile simile all’architettura antica o a strutture completamente in rovina: così informe e ruvido sembrava quel modo di scrivere. Frasi senza inizio né fine, parole prese dal dizionario mescolate con gergo da strada, accenti disordinati come raggi obliqui provenienti da nuvole temporalesche. Tutte le pagine del libro sembravano agitate da un vento incessante; l’intera opera suscitava nell’animo e nei muscoli del lettore una sorta di eccitazione elettrica.”
Che meravigliosa descrizione. E quanto vividi sono espressioni come “tutte le pagine del libro sembravano agitate da un vento incessante”. Come commento su Carlyle, e come esempio dello stile di Meredith, questo passaggio è davvero perfetto.
Beh, “Richard Feverel” ha finalmente raggiunto il suo pieno potenziale. Confesso di avere una forte fiducia nella capacità critica del pubblico: non credo che le opere valide vengano spesso trascurate. La letteratura, come l’acqua, trova sempre il proprio livello naturale. Le opinioni si formano lentamente, ma alla fine si affermano. Sono sicuro che se i critici si unissero per lodare un libro scadente o condannarne uno valido, potrebbero (e di fatto lo fanno spesso) influenzare la situazione per cinque anni, ma questo non cambierebbe affatto il risultato finale. Sheridan disse che anche se tutte le pulci nel suo letto fossero state d’accordo, non sarebbero riuscite a farlo uscire. Non credo che alcuna unanimità dei critici abbia mai impedito a un libro valido di entrare nella storia della letteratura. Tra i piccoli pregi di “Richard Feverel” – scusate la prolissità di un appassionato – ci sono gli aforismi sparsi che meriterebbero di essere inclusi tra i nostri proverbi britannici. Cosa c’è di più squisito di queste frasi: “Chi si alza dalla preghiera come una persona migliore, ha avuto la sua preghiera ascoltata”; “L’utilità è la saggezza dell’uomo; fare il bene è la saggezza di Dio”; “Tutti i grandi pensieri nascono dal cuore”. Bellissime anche queste parole: “Il codardo tra noi è colui che deride i difetti dell’umanità”, e questa frase piena di ottimismo: “Per l’anima esiste soltanto un modo per raggiungere la felicità: da quella vetta suprema della saggezza, dove si vede che questo mondo è ben congegnato”. In tono più scherzoso c’è questa affermazione: “La donna è l’ultima cosa che l’uomo riuscirà a civilizzare”. Ma basta, chi inizia a citare “Richard Feverel” si perde inevitabilmente nel labirinto delle sue parole.
Come potete vedere, ha molti “fratelli” illustri al suo fianco: ci sono le opere italiane come “Sandra Belloni” e “Vittoria”; c’è “Rhoda Fleming”, che fece perdere la testa a Stevenson; c’è anche “Beauchamp’s Career”, che tratta di temi politici ormai obsoleti. Nessun grande scrittore dovrebbe dedicare tutto se stesso a un tema temporaneo. È come una bellezza ritratta con abiti passeggeri: tende a diventare obsoleta insieme al suo contesto. Tra le altre opere di “Richard Feverel” c’è anche la delicata figura di “Diana”, l’egoista con il modello immortale di Willoughby, simbolo eterno dell’egoismo maschile; e “Harry Richmond”: i primi capitoli di questo romanzo, a mio parere, rientrano tra le migliori opere narrative in lingua inglese. Quel grande intelletto avrebbe potuto esprimersi in qualsiasi forma fosse stata favorevole alla sua epoca. È diventato uno scrittore di romanzi per caso. Se fosse vissuto nell’epoca elisabettana, sarebbe stato un grande drammaturgo; sotto la regina Anna, un grande saggista. Ma in qualsiasi ambito si sia cimentato, è riuscito comunque a trasmettere l’immagine di una mente e di un’anima straordinarie.
VIII. We have left our eighteenth-century novelists — Fielding, Richardson, and Smollett — safely behind us, with all their solidity and their audacity, their sincerity, and their coarseness of fibre. They have brought us, as you perceive, to the end of the shelf. What, not wearied? Ready for yet another? Let us run down this next row, then, and I will tell you a few things which may be of interest, though they will be dull enough if you have not been born with that love of books in your heart which is among the choicest gifts of the gods. If that is wanting, then one might as well play music to the deaf, or walk round the Academy with the colour-blind, as appeal to the book-sense of an unfortunate who has it not. There is this old brown volume in the corner. How it got there I cannot imagine, for it is one of those which I bought for threepence out of the remnant box in Edinburgh, and its weather-beaten comrades are up yonder in the back gallery, while this one has elbowed its way among the quality in the stalls. But it is worth a word or two. Take it out and handle it! See how swarthy it is, how squat, with how bullet-proof a cover of scaling leather. Now open the fly-leaf “Ex libris Guilielmi Whyte. 1672” in faded yellow ink. I wonder who William Whyte may have been, and what he did upon earth in the reign of the merry monarch. A pragmatical seventeenth-century lawyer, I should judge, by that hard, angular writing. The date of issue is 1642, so it was printed just about the time when the Pilgrim Fathers were settling down into their new American home, and the first Charles’s head was still firm upon his shoulders, though a little puzzled, no doubt, at what was going on around it. The book is in Latin — though Cicero might not have admitted it — and it treats of the laws of warfare. I picture some pedantic Dugald Dalgetty bearing it about under his buff coat, or down in his holster, and turning up the reference for every fresh emergency which occurred. “Hullo! here’s a well!” says he. “I wonder if I may poison it?” Out comes the book, and he runs a dirty forefinger down the index. “Ob fas est aquam hostis venere,” etc. “Tut, tut, it’s not allowed. But here are some of the enemy in a barn? What about that?” “Ob fas est hostem incendio,” etc. “Yes; he says we may. Quick, Ambrose, up with the straw and the tinder box.” Warfare was no child’s play about the time when Tilly sacked Magdeburg, and Cromwell turned his hand from the mash tub to the sword. It might not be much better now in a long campaign, when men were hardened and embittered. Many of these laws are unrepealed, and it is less than a century since highly disciplined British troops claimed their dreadful rights at Badajos and Rodrigo. Recent European wars have been so short that discipline and humanity have not had time to go to pieces, but a long war would show that man is ever the same, and that civilization is the thinnest of veneers. Now you see that whole row of books which takes you at one sweep nearly across the shelf? I am rather proud of those, for they are my collection of Napoleonic military memoirs. There is a story told of an illiterate millionaire who gave a wholesale dealer an order for a copy of all books in any language treating of any aspect of Napoleon’s career. He thought it would fill a case in his library. He was somewhat taken aback, however, when in a few weeks he received a message from the dealer that he had got 40,000 volumes, and awaited instructions as to whether he should send them on as an instalment, or wait for a complete set. The figures may not be exact, but at least they bring home the impossibility of exhausting the subject, and the danger of losing one’s self for years in a huge labyrinth of reading, which may end by leaving no very definite impression upon your mind. But one might, perhaps, take a corner of it, as I have done here in the military memoirs, and there one might hope to get some finality. Here is Marbot at this end — the first of all soldier books in the world. This is the complete three-volume French edition, with red and gold cover, smart and debonnaire like its author. Here he is in one frontispiece with his pleasant, round, boyish face, as a Captain of his beloved Chasseurs. And here in the other is the grizzled old bull-dog as a full general, looking as full of fight as ever. It was a real blow to me when some one began to throw doubts upon the authenticity of Marbot’s memoirs. Homer may be dissolved into a crowd of skin-clad bards. Even Shakespeare may be jostled in his throne of honour by plausible Baconians; but the human, the gallant, the inimitable Marbot! His book is that which gives us the best picture by far of the Napoleonic soldiers, and to me they are even more interesting than their great leader, though his must ever be the most singular figure in history. But those soldiers, with their huge shakoes, their hairy knapsacks, and their hearts of steel — what men they were! And what a latent power there must be in this French nation which could go on pouring out the blood of its sons for twenty-three years with hardly a pause! It took all that time to work off the hot ferment which the Revolution had left in men’s veins. And they were not exhausted, for the very last fight which the French fought was the finest of all. Proud as we are of our infantry at Waterloo, it was really with the French cavalry that the greenest laurels of that great epic rested. They got the better of our own cavalry, they took our guns again and again, they swept a large portion of our allies from the field, and finally they rode off unbroken, and as full of fight as ever. Read Gronow’s “Memoirs,” that chatty little yellow volume yonder which brings all that age back to us more vividly than any more pretentious work, and you will find the chivalrous admiration which our officers expressed at the fine performance of the French horsemen. It must be admitted that, looking back upon history, we have not always been good allies, nor yet generous co-partners in the battlefield. The first is the fault of our politics, where one party rejoices to break what the other has bound. The makers of the Treaty are staunch enough, as the Tories were under Pitt and Castlereagh, or the Whigs at the time of Queen Anne, but sooner or later the others must come in. At the end of the Marlborough wars we suddenly vamped up a peace and, left our allies in the lurch, on account of a change in domestic politics. We did the same with Frederick the Great, and would have done it in the Napoleonic days if Fox could have controlled the country. And as to our partners of the battlefield, how little we have ever said that is hearty as to the splendid staunchness of the Prussians at Waterloo. You have to read the Frenchman, Houssaye, to get a central view and to understand the part they played. Think of old Blucher, seventy years old, and ridden over by a regiment of charging cavalry the day before, yet swearing that he would come to Wellington if he had to be strapped to his horse. He nobly redeemed his promise. The loss of the Prussians at Waterloo was not far short of our own. You would not know it, to read our historians. And then the abuse of our Belgian allies has been overdone. Some of them fought splendidly, and one brigade of infantry had a share in the critical instant when the battle was turned. This also you would not learn from British sources. Look at our Portuguese allies also! They trained into magnificent troops, and one of Wellington’s earnest desires was to have ten thousand of them for his Waterloo campaign. It was a Portuguese who first topped the rampart of Badajos. They have never had their due credit, nor have the Spaniards either, for, though often defeated, it was their unconquerable pertinacity which played a great part in the struggle. No; I do not think that we are very amiable partners, but I suppose that all national history may be open to a similar charge. It must be confessed that Marbot’s details are occasionally a little hard to believe. Never in the pages of Lever has there been such a series of hairbreadth escapes and dare-devil exploits. Surely he stretched it a little sometimes. You may remember his adventure at Eylau — I think it was Eylau — how a cannon-ball, striking the top of his helmet, paralyzed him by the concussion of his spine; and how, on a Russian officer running forward to cut him down, his horse bit the man’s face nearly off. This was the famous charger which savaged everything until Marbot, having bought it for next to nothing, cured it by thrusting a boiling leg of mutton into its mouth when it tried to bite him. It certainly does need a robust faith to get over these incidents. And yet, when one reflects upon the hundreds of battles and skirmishes which a Napoleonic officer must have endured — how they must have been the uninterrupted routine of his life from the first dark hair upon his lip to the first grey one upon his head, it is presumptuous to say what may or may not have been possible in such unparalleled careers. At any rate, be it fact or fiction — fact it is, in my opinion, with some artistic touching up of the high lights — there are few books which I could not spare from my shelves better than the memoirs of the gallant Marbot. I dwell upon this particular book because it is the best; but take the whole line, and there is not one which is not full of interest. Marbot gives you the point of view of the officer. So does De Segur and De Fezensac and Colonel Gonville, each in some different branch of the service. But some are from the pens of the men in the ranks, and they are even more graphic than the others. Here, for example, are the papers of good old Cogniet, who was a grenadier of the Guard, and could neither read nor write until after the great wars were over. A tougher soldier never went into battle. Here is Sergeant Bourgogne, also with his dreadful account of that nightmare campaign in Russia, and the gallant Chevillet, trumpeter of Chasseurs, with his matter-of-fact account of all that he saw, where the daily “combat” is sandwiched in betwixt the real business of the day, which was foraging for his frugal breakfast and supper. There is no better writing, and no easier reading, than the records of these men of action. A Briton cannot help asking himself, as he realises what men these were, what would have happened if 150,000 Cogniets and Bourgognes, with Marbots to lead them, and the great captain of all time in the prime of his vigour at their head, had made their landing in Kent? For months it was touch-and-go. A single naval slip which left the Channel clear would have been followed by an embarkation from Boulogne, which had been brought by constant practice to so incredibly fine a point that the last horse was aboard within two hours of the start. Any evening might have seen the whole host upon the Pevensey Flats. What then? We know what Humbert did with a handful of men in Ireland, and the story is not reassuring. Conquest, of course, is unthinkable. The world in arms could not do that. But Napoleon never thought of the conquest of Britain. He has expressly disclaimed it. What he did contemplate was a gigantic raid in which he would do so much damage that for years to come England would be occupied at home in picking up the pieces, instead of having energy to spend abroad in thwarting his Continental plans. Portsmouth, Plymouth, and Sheerness in flames, with London either levelled to the ground or ransomed at his own figure — that was a more feasible programme. Then, with the united fleets of conquered Europe at his back, enormous armies and an inexhaustible treasury, swollen with the ransom of Britain, he could turn to that conquest of America which would win back the old colonies of France and leave him master of the world. If the worst happened and he had met his Waterloo upon the South Downs, he would have done again what he did in Egypt and once more in Russia: hurried back to France in a swift vessel, and still had force enough to hold his own upon the Continent. It would, no doubt, have been a big stake to lay upon the table — 150,000 of his best — but he could play again if he lost; while, if he won, he cleared the board. A fine game — if little Nelson had not stopped it, and with one blow fixed the edge of salt water as the limit of Napoleon’s power. There’s the cast of a medal on the top of that cabinet which will bring it all close home to you. It is taken from the die of the medal which Napoleon had arranged to issue on the day that he reached London. It serves, at any rate, to show that his great muster was not a bluff, but that he really did mean serious business. On one side is his head. On the other France is engaged in strangling and throwing to earth a curious fish-tailed creature, which stands for perfidious Albion. “Frappe a Londres” is printed on one part of it, and “La Descente dans Angleterre” upon another. Struck to commemorate a conquest, it remains now as a souvenir of a fiasco. But it was a close call. By the way, talking of Napoleon’s flight from Egypt, did you ever see a curious little book called, if I remember right, “Intercepted Letters”? No; I have no copy upon this shelf, but a friend is more fortunate. It shows the almost incredible hatred which existed at the end of the eighteenth century between the two nations, descending even to the most petty personal annoyance. On this occasion the British Government intercepted a mail-bag of letters coming from French officers in Egypt to their friends at home, and they either published them, or at least allowed them to be published, in the hope, no doubt, of causing domestic complications. Was ever a more despicable action? But who knows what other injuries had been inflicted to draw forth such a retaliation? I have myself seen a burned and mutilated British mail lying where De Wet had left it; but suppose the refinement of his vengeance had gone so far as to publish it, what a thunder-bolt it might have been! As to the French officers, I have read their letters, though even after a century one had a feeling of guilt when one did so. But, on the whole, they are a credit to the writers, and give the impression of a noble and chivalrous set of men. Whether they were all addressed to the right people is another matter, and therein lay the poisoned sting of this most un-British affair. As to the monstrous things which were done upon the other side, remember the arrest of all the poor British tourists and commercials who chanced to be in France when the war was renewed in 1803. They had run over in all trust and confidence for a little outing and change of air. They certainly got it, for Napoleon’s steel grip fell upon them, and they rejoined their families in 1814. He must have had a heart of adamant and a will of iron. Look at his conduct over the naval prisoners. The natural proceeding would have been to exchange them. For some reason he did not think it good policy to do so. All representations from the British Government were set aside, save in the case of the higher officers. Hence the miseries of the hulks and the dreadful prison barracks in England. Hence also the unhappy idlers of Verdun. What splendid loyalty there must have been in those humble Frenchmen which never allowed them for one instant to turn bitterly upon the author of all their great misfortunes. It is all brought vividly home by the description of their prisons given by Borrow in “Lavengro.” This is the passage — “What a strange appearance had those mighty casernes, with their blank, blind walls, without windows or grating, and their slanting roofs, out of which, through orifices where the tiles had been removed, would be protruded dozens of grim heads, feasting their prison-sick eyes on the wide expanse of country unfolded from their airy height. Ah! there was much misery in those casernes; and from those roofs, doubtless, many a wistful look was turned in the direction of lovely France. Much had the poor inmates to endure, and much to complain of, to the disgrace of England be it said — of England, in general so kind and bountiful. Rations of carrion meat, and bread from which I have seen the very hounds occasionally turn away, were unworthy entertainment even for the most ruffian enemy, when helpless and captive; and such, alas! was the fare in those casernes. And then, those visits, or rather ruthless inroads, called in the slang of the place ‘straw-plait hunts,’ when in pursuit of a contraband article, which the prisoners, in order to procure themselves a few of the necessaries and comforts of existence, were in the habit of making, red-coated battalions were marched into the prisons, who, with the bayonet’s point, carried havoc and ruin into every poor convenience which ingenious wretchedness had been endeavouring to raise around it; and then the triumphant exit with the miserable booty, and worst of all, the accursed bonfire, on the barrack parade of the plait contraband, beneath the view of glaring eyeballs from those lofty roofs, amid the hurrahs of the troops frequently drowned in the curses poured down from above like a tempest-shower, or in the terrific war-whoop of ‘Vive l’Empereur!’” There is a little vignette of Napoleon’s men in captivity. Here is another which is worth preserving of the bearing of his veterans when wounded on the field of battle. It is from Mercer’s recollections of the Battle of Waterloo. Mercer had spent the day firing case into the French cavalry at ranges from fifty to two hundred yards, losing two-thirds of his own battery in the process. In the evening he had a look at some of his own grim handiwork. “I had satisfied my curiosity at Hougoumont, and was retracing my steps up the hill when my attention was called to a group of wounded Frenchmen by the calm, dignified, and soldier-like oration addressed by one of them to the rest. I cannot, like Livy, compose a fine harangue for my hero, and, of course, I could not retain the precise words, but the import of them was to exhort them to bear their sufferings with fortitude; not to repine, like women or children, at what every soldier should have made up his mind to suffer as the fortune of war, but above all, to remember that they were surrounded by Englishmen, before whom they ought to be doubly careful not to disgrace themselves by displaying such an unsoldier-like want of fortitude. “The speaker was sitting on the ground with his lance stuck upright beside him — an old veteran with thick bushy, grizzly beard, countenance like a lion — a lancer of the old guard, and no doubt had fought in many a field. One hand was flourished in the air as he spoke, the other, severed at the wrist, lay on the earth beside him; one ball (case-shot, probably) had entered his body, another had broken his leg. His suffering, after a night of exposure so mangled, must have been great; yet he betrayed it not. His bearing was that of a Roman, or perhaps an Indian warrior, and I could fancy him concluding appropriately his speech in the words of the Mexican king, ‘And I too; am I on a bed of roses?’” What a load of moral responsibility upon one man! But his mind was insensible to moral responsibility. Surely if it had not been it must have been crushed beneath it. Now, if you want to understand the character of Napoleon — but surely I must take a fresh start before I launch on so portentous a subject as that. But before I leave the military men let me, for the credit of my own country, after that infamous incident of the letters, indicate these six well-thumbed volumes of “Napier’s History.” This is the story of the great Peninsular War, by one who fought through it himself, and in no history has a more chivalrous and manly account been given of one’s enemy. Indeed, Napier seems to me to push it too far, for his admiration appears to extend not only to the gallant soldiers who opposed him, but to the character and to the ultimate aims of their leader. He was, in fact, a political follower of Charles James Fox, and his heart seems to have been with the enemy even at the moment when he led his men most desperately against them. In the verdict of history the action of those men who, in their honest zeal for freedom, inflamed somewhat by political strife, turned against their own country, when it was in truth the Champion of Freedom, and approved of a military despot of the most uncompromising kind, seems wildly foolish. But if Napier’s politics may seem strange, his soldiering was splendid, and his prose among the very best that I know. There are passages in that work — the one which describes the breach of Badajos, that of the charge of the Fusiliers at Albuera, and that of the French advance at Fuentes d’Onoro — which once read haunt the mind for ever. The book is a worthy monument of a great national epic. Alas! for the pregnant sentence with which it closes, “So ended the great war, and with it all memory of the services of the veterans.” Was there ever a British war of which the same might not have been written? The quotation which I have given from Mercer’s book turns my thoughts in the direction of the British military reminiscences of that period, less numerous, less varied, and less central than the French, but full of character and interest all the same. I have found that if I am turned loose in a large library, after hesitating over covers for half an hour or so, it is usually a book of soldier memoirs which I take down. Man is never so interesting as when he is thoroughly in earnest, and no one is so earnest as he whose life is at stake upon the event. But of all types of soldier the best is the man who is keen upon his work, and yet has general culture which enables him to see that work in its due perspective, and to sympathize with the gentler aspirations of mankind. Such a man is Mercer, an ice-cool fighter, with a sense of discipline and decorum which prevented him from moving when a bombshell was fizzing between his feet, and yet a man of thoughtful and philosophic temperament, with a weakness for solitary musings, for children, and for flowers. He has written for all time the classic account of a great battle, seen from the point of view of a battery commander. Many others of Wellington’s soldiers wrote their personal reminiscences. You can get them, as I have them there, in the pleasant abridgement of “Wellington’s Men” (admirably edited by Dr. Fitchett) — Anton the Highlander, Harris the rifleman, and Kincaid of the same corps. It is a most singular fate which has made an Australian nonconformist clergyman the most sympathetic and eloquent reconstructor of those old heroes, but it is a noble example of that unity of the British race, which in fifty scattered lands still mourns or rejoices over the same historic record. And just one word, before I close down this over-long and too discursive chatter, on the subject of yonder twin red volumes which flank the shelf. They are Maxwell’s “History of Wellington,” and I do not think you will find a better or more readable one. The reader must ever feel towards the great soldier what his own immediate followers felt, respect rather than affection. One’s failure to attain a more affectionate emotion is alleviated by the knowledge that it was the last thing which he invited or desired. “Don’t be a damned fool, sir!” was his exhortation to the good citizen who had paid him a compliment. It was a curious, callous nature, brusque and limited. The hardest huntsman learns to love his hounds, but he showed no affection and a good deal of contempt for the men who had been his instruments. “They are the scum of the earth,” said he. “All English soldiers are fellows who have enlisted for drink. That is the plain fact — they have all enlisted for drink.” His general orders were full of undeserved reproaches at a time when the most lavish praise could hardly have met the real deserts of his army. When the wars were done he saw little, save in his official capacity, of his old comrades-in-arms. And yet, from major-general to drummer-boy, he was the man whom they would all have elected to serve under, had the work to be done once more. As one of them said, “The sight of his long nose was worth ten thousand men on a field of battle.” They were themselves a leathery breed, and cared little for the gentler amenities so long as the French were well drubbed. His mind, which was comprehensive and alert in warfare, was singularly limited in civil affairs. As a statesman he was so constant an example of devotion to duty, self-sacrifice, and high disinterested character, that the country was the better for his presence. But he fiercely opposed Catholic Emancipation, the Reform Bill, and everything upon which our modern life is founded. He could never be brought to see that a pyramid should stand on its base and not on its apex, and that the larger the pyramid, the broader should be the base. Even in military affairs he was averse from every change, and I know of no improvements which came from his initiative during all those years when his authority was supreme. The floggings which broke a man’s spirit and self-respect, the leathern stock which hampered his movements, all the old traditional regime found a champion in him. On the other hand, he strongly opposed the introduction of the percussion cap as opposed to the flint and steel in the musket. Neither in war nor in politics did he rightly judge the future. And yet in reading his letters and dispatches, one is surprised sometimes at the incisive thought and its vigorous expression. There is a passage in which he describes the way in which his soldiers would occasionally desert into some town which he was besieging. “They knew,” he writes, “that they must be taken, for when we lay our bloody hands upon a place we are sure to take it, sooner or later; but they liked being dry and under cover, and then that extraordinary caprice which always pervades the English character! Our deserters are very badly treated by the enemy; those who deserted in France were treated as the lowest of mortals, slaves and scavengers. Nothing but English caprice can account for it; just what makes our noblemen associate with stage-coach drivers, and become stage-coach drivers themselves.” After reading that passage, how often does the phrase “the extraordinary caprice which always pervades the English character” come back as one observes some fresh manifestation of it! But let not my last note upon the great duke be a carping one. Rather let my final sentence be one which will remind you of his frugal and abstemious life, his carpetless floor and little camp bed, his precise courtesy which left no humblest letter unanswered, his courage which never flinched, his tenacity which never faltered, his sense of duty which made his life one long unselfish effort on behalf of what seemed to him to be the highest interest of the State. Go down and stand by the huge granite sarcophagus in the dim light of the crypt of St. Paul’s, and in the hush of that austere spot, cast back your mind to the days when little England alone stood firm against the greatest soldier and the greatest army that the world has ever known. Then you feel what this dead man stood for, and you pray that we may still find such another amongst us when the clouds gather once again. You see that the literature of Waterloo is well represented in my small military library. Of all books dealing with the personal view of the matter, I think that “Siborne’s Letters,” which is a collection of the narratives of surviving officers made by Siborne in the year 1827, is the most interesting. Gronow’s account is also very vivid and interesting. Of the strategical narratives, Houssaye’s book is my favourite. Taken from the French point of view, it gets the actions of the allies in truer perspective than any English or German account can do; but there is a fascination about that great combat which makes every narrative that bears upon it of enthralling interest. Wellington used to say that too much was made of it, and that one would imagine that the British Army had never fought a battle before. It was a characteristic speech, but it must be admitted that the British Army never had, as a matter of fact, for many centuries fought a battle which was finally decisive of a great European war. There lies the perennial interest of the incident, that it was the last act of that long-drawn drama, and that to the very fall of the curtain no man could tell how the play would end—”the nearest run thing that ever you saw” — that was the victor’s description. It is a singular thing that during those twenty-five years of incessant fighting the material and methods of warfare made so little progress. So far as I know, there was no great change in either between 1789 and 1805. The breech-loader, heavy artillery, the ironclad, all great advances in the art of war, have been invented in time of peace. There are some improvements so obvious, and at the same time so valuable, that it is extraordinary that they were not adopted. Signalling, for example, whether by heliograph or by flag-waving, would have made an immense difference in the Napoleonic campaigns. The principle of the semaphore was well known, and Belgium, with its numerous windmills, would seem to be furnished with natural semaphores. Yet in the four days during which the campaign of Waterloo was fought, the whole scheme of military operations on both sides was again and again imperilled, and finally in the case of the French brought to utter ruin by lack of that intelligence which could so easily have been conveyed. June 18th was at intervals a sunshiny day — a four-inch glass mirror would have put Napoleon in communication with Gruchy, and the whole history of Europe might have been altered. Wellington himself suffered dreadfully from defective information which might have been easily supplied. The unexpected presence of the French army was first discovered at four in the morning of June 15. It was of enormous importance to get the news rapidly to Wellington at Brussels that he might instantly concentrate his scattered forces on the best line of resistance — yet, through the folly of sending only a single messenger, this vital information did not reach him until three in the afternoon, the distance being thirty miles. Again, when Blucher was defeated at Ligny on the 16th, it was of enormous importance that Wellington should know at once the line of his retreat so as to prevent the French from driving a wedge between them. The single Prussian officer who was despatched with this information was wounded, and never reached his destination, and it was only next day that Wellington learned the Prussian plans. On what tiny things does History depend!
VIII.
Abbiamo lasciato alle nostre spalle, senza problemi, i romanziatori del XVIII secolo: Fielding, Richardson e Smollett – con tutta la loro solidità, audacia, sincerità, e anche la loro rozzezza di carattere. Ci hanno portati, come potete vedere, alla fine della “vetrina” dei libri disponibili. Ebbene, non vi siete stancati? Pronti per un altro libro? Allora diamo un’occhiata a questa prossima fila. Vi racconterò alcune cose che potrebbero interessarvi, anche se probabilmente risulteranno noiose se non avete nel cuore quell’amore per i libri che rappresenta uno dei doni più preziosi degli dèi. Se invece questo sentimento vi manca, beh, è come suonare musica ai sordi o camminare insieme ai ciechi: non si può raggiungere chi non possiede quel senso per i libri che alcuni fortunati hanno. C’è quel vecchio volume marrone in un angolo. Non so proprio come sia finito lì, perché è uno di quelli che ho comprato per tre penny da una scatola contenente resti di libri a Edimburgo; i suoi compagni, più logori dal tempo, sono invece rimasti nella parte posteriore della biblioteca. Ma questo libro merita sicuramente un’occhiata. Prendetelo e sfogliatelo: vedete quanto sia scuro, quanto sia tozzo, e quale copertina resistente possieda! Ora aprite la pagina con l’intestazione “Ex libris Guilielmi Whyte. 1672”, scritta in inchiostro giallo sbiadito. Chissà chi fosse William Whyte, e cosa facesse in quel periodo. Probabilmente un avvocato pragmatico del XVII secolo, a giudicare da quella scrittura rigida e angolosa. La data di pubblicazione è il 1642: fu stampato più o meno nello stesso periodo in cui i Padri Pellegrini si stabilirono nel loro nuovo Paese d’America, e la testa del primo Carlo era ancora saldamente attaccata al collo, anche se, senza dubbio, un po’ perplessa riguardo a ciò che stava accadendo intorno a lui. Il libro è scritto in latino, anche se Cicerone probabilmente non lo avrebbe riconosciuto come tale, e tratta delle leggi della guerra. Immagino qualche pedante del tipo Dugald Dalgetty portarselo sempre con sé sotto il suo mantello, o nella sua fondina, e consultarlo ogni volta che si presentava una situazione di emergenza: “Ehi! C’è un pozzo qui. Posso avvelenarne l’acqua?” Ecco il libro. Lui scorre l’indice con un dito sporco, “Ob fas est aquam hostis venere”, “No, non è permesso. Ma se ci sono nemici in un granaio? Che ne dici di questo?” “Ob fas est hostem incendio”, “Sì, dice che possiamo farlo. Presto, Ambrose, portami paglia e acciarino!” La guerra, ai tempi in cui Tilly saccheggiò Magdeburgo o Cromwell impugnò la spada invece del mestolo per mescolare la zuppa, non era affatto un gioco da bambini. E probabilmente nemmeno oggi, in una lunga campagna militare, le cose sono molto diverse. Molti di questi “leggi della guerra” sono ancora in vigore. E meno di un secolo fa, truppe britanniche altamente disciplinate hanno esercitato i loro terribili diritti a Badajoz e Rodrigo. Le guerre europee recenti sono state così brevi che la disciplina e l’umanità non hanno avuto il tempo di distruggersi. Ma una guerra lunga dimostrerebbe che l’uomo rimane sempre lo stesso, e che la civiltà è soltanto uno strato sottile che può essere facilmente rimosso.
Ora vedete quella intera fila di libri che si estende per quasi tutta la lunghezza dello scaffale? Ne sono piuttosto orgoglioso, perché rappresentano la mia collezione di memorie militari napoleoniche. C’è una storia riguardante un milionario analfabeta che ordinò a un grossista di procurargli tutte le opere, in qualsiasi lingua, che trattassero qualsiasi aspetto della carriera di Napoleone. Pensava che così avrebbe riempito un intero scaffale nella sua biblioteca. Tuttavia rimase piuttosto sorpreso quando, dopo alcune settimane, ricevette una notifica dal grossista: aveva procurato ben 40.000 volumi e aspettava istruzioni su come inviarli in rate o attendere l’intera collezione. I numeri potrebbero non essere esatti, ma questo dimostra comunque l’impossibilità di esaurire un argomento del genere, nonché il pericolo di trascorrere anni immersi in una vasta e complessa lettura senza ottenere risultati concreti. Tuttavia, si potrebbe scegliere di concentrarsi su un aspetto specifico, come ho fatto io con le memorie militari. Forse così si riesce a raggiungere una qualche comprensione completa dell’argomento. Ecco qui Marbot: il primo libro scritto da un soldato al mondo. Questa è l’edizione francese completa in tre volumi, con copertina rossa e dorata, elegante e disinvolta come il suo autore. Qui lo vedete in una delle tavole di frontespizio, con il suo viso gentile, rotondo e giovanile, nel ruolo di capitano dei suoi amati Chasseurs. E qui, nell’altra tavola, appare come un generale anziano ma ancora pieno di spirito combattivo. Fu davvero un duro colpo per me quando qualcuno iniziò a mettere in dubbio l’autenticità delle memorie di Marbot. Omero potrebbe essere considerato soltanto uno tra tanti poeti; anche Shakespeare potrebbe essere messo in ombra dai sostenitori di Bacon. Ma il nobile, il generoso, l’inimitabile Marbot! Il suo libro ci offre senz’altro la rappresentazione più completa dei soldati napoleonici. E per me sono ancora più interessanti del loro grande leader, anche se quest’ultimo rimane senza dubbio la figura più straordinaria della storia. Ma quei soldati, con i loro grandi cappelli, le loro sacche pelose e i cuori di acciaio. Che uomini erano! E che potenza nascosta doveva esserci in quella nazione francese, capace di versare il sangue dei suoi figli per ventitré anni senza quasi mai fermarsi! Ci volle tutto quel tempo per eliminare l’effetto tumultuoso lasciato dalla Rivoluzione nelle vene degli uomini. E loro non erano affatto esauriti: l’ultima battaglia combattuta dai francesi fu senz’altro la più gloriosa di tutte. Per quanto siamo orgogliosi della nostra fanteria a Waterloo, furono davvero i cavalieri francesi ad aggiudicarsi le più belle vittorie in quell’epica battaglia. Sconfissero la nostra cavalleria, ripresero le nostre armi più e più volte, scacciarono gran parte dei nostri alleati dal campo di battaglia. E alla fine se ne andarono intatti, ancora pieni di spirito combattivo. Leggete i “Memorials” di Gronow: quel piccolo volume giallo che riporta con grande vividezza quegli eventi. Scoprirete l’ammirazione sincera espressa dai nostri ufficiali per le eccezionali prestazioni dei cavalieri francesi.
Deve essere ammesso che, guardando indietro nella storia, non siamo sempre stati buoni alleati, né generosi partner sul campo di battaglia. Questo è dovuto soprattutto alle nostre politiche interne: un partito gioisce nel distruggere ciò che l’altro ha costruito con fatica. I redattori del trattato erano abbastanza fedeli ai loro principi, come i Tories sotto Pitt e Castlereagh o i Whigs all’epoca della regina Anna, ma prima o poi altri partiti prendevano il sopravvento. Alla fine delle guerre guidate da Marlborough, improvvisamente abbiamo firmato la pace, abbandonando i nostri alleati a causa di cambiamenti politici interni. Abbiamo fatto lo stesso con Federico il Grande e avremmo fatto lo stesso durante l’epoca napoleonica se Fox fosse riuscito a controllare il paese. Per quanto riguarda i nostri partner sul campo di battaglia, quante poche parole abbiamo mai detto per lodare la fedeltà e il coraggio dei prussiani a Waterloo. Bisogna leggere gli scritti del francese Houssaye per comprendere appieno il loro ruolo. Pensate a Blucher: settantenne, superato il giorno prima da un reggimento di cavalleria in carica, giurò comunque che sarebbe arrivato da Wellington, anche se questo avesse significato essere legato al proprio cavallo. E mantenne la sua promessa con nobiltà. La perdita dei prussiani a Waterloo fu quasi paragonabile alla nostra stessa sconfitta. Ma leggendo i nostri storici, non si capirebbe mai. Inoltre, l’abuso nei confronti dei nostri alleati belgi è stato eccessivo: alcuni di loro hanno combattuto con grande coraggio, e una brigata di fanteria ha svolto un ruolo decisivo nel momento critico in cui la battaglia è stata vinta. Anche di questo non si parla mai nelle fonti britanniche. E poi ci sono i nostri alleati portoghesi: si sono addestrati fino a diventare truppe eccezionali, e uno dei desideri più forti di Wellington era disporre di diecimila di loro per la campagna di Waterloo. Fu un portoghese il primo a conquistare le mura di Badajos. Nessuno ha mai riconosciuto loro il merito che meritano, né agli spagnoli. Anche se spesso sconfitti, è stata proprio la loro tenacia indomabile a giocare un ruolo fondamentale nella lotta. No. Non credo che siamo davvero partner amichevoli. Ma suppongo che questa critica possa valere per tutta la storia nazionale.
Deve ammettersi che i dettagli forniti da Marbot a volte risultano un po’ difficili da credere. Mai nelle pagine di Lever si è trovata una serie così di peripezie e imprese audaci. Sicuramente, a volte, egli esagerava un po’. Si può ricordare la sua avventura ad Eylau – credo fosse proprio Eylau – quando una palla di cannone, colpendogli la parte superiore dell’elmo, lo paralizzò a causa della commozione cerebrale; inoltre, quando un ufficiale russo si avvicinò per ucciderlo, il suo cavallo quasi gli strappò via il viso. Questo era quel famoso cavallo che seminava distruzione ovunque. Fino a quando Marbot, acquistandolo praticamente per nulla, riuscì a “curarlo” infilzandogli in bocca una coscia di montone bollita quando cercò di morderlo. Certamente serve una fede robusta per credere in queste storie. Eppure, riflettendo sulle centinaia di battaglie e scontri che un ufficiale napoleonico doveva affrontare – su come tali esperienze dovessero essere la routine quotidiana della sua vita, dall’età in cui gli spuntavano i primi capelli sulle labbra fino a quando non ne apparvero i primi grigi sulla testa – è presuntuoso cercare di stabilire ciò che fosse o non fosse possibile in carriere così uniche. Comunque sia, che si tratti di realtà o finzione. A mio parere, si tratta comunque di verità, anche se arricchita da alcuni tocchi artistici nei momenti più significativi. Ci sono pochi libri che non vorrei togliere dalle mie librerie rispetto ai ricordi del valoroso Marbot.
Mi soffermo su questo libro in particolare perché è il migliore; ma prendendo l’intera serie, non c’è nessun altro che non sia pieno di interesse. Marbot ci offre il punto di vista di un ufficiale. Lo stesso fanno De Segur, De Fezensac e il Colonnello Gonville, ognuno nel proprio settore specifico delle forze armate. Ma alcuni di questi resoconti provengono dalle penne di soldati semplici, e sono ancora più vividi degli altri. Ecco, ad esempio, i documenti del buon vecchio Cogniet, un granatiere della Guardia che non sapeva né leggere né scrivere fino a dopo la fine delle grandi guerre. Non c’è stato mai soldato più coraggioso di lui in battaglia. Ecco anche il Sergente Bourgogne, con il suo terribile resoconto di quella campagna infernale in Russia; e il valoroso Chevillet, trombettiere dei Chasseurs, con i suoi racconti semplici e realistici di ciò che vide. In questi resoconti, le “battaglie” quotidiane sono inserite tra le attività ordinarie della vita di quegli uomini: cercare cibo per il proprio pasto frugale, ad esempio. Non esiste scrittura migliore, né lettura più piacevole, rispetto ai racconti di questi uomini d’azione.
Portsmouth, Plymouth e Sheerness in fiamme; Londra rasa al suolo o riscattata con una somma enorme. Quello sì che era un piano realizzabile. Poi, con le flotte unite dell’Europa conquistata alle sue spalle, enormi eserciti e un tesoro inesauribile, avrebbe potuto lanciarsi alla conquista dell’America, riprendendo così le antiche colonie francesi e diventando padrone del mondo. Se il peggio fosse accaduto e avesse subito una sconfitta sulle South Downs, avrebbe fatto di nuovo ciò che aveva fatto in Egitto e poi in Russia: sarebbe tornato rapidamente in Francia con una nave veloce, ancora abbastanza forte da resistere sul Continente. Senza dubbio, si trattava di una scommessa rischiosa, 150.000 dei suoi migliori soldati. Ma avrebbe potuto provare di nuovo se avesse perso; mentre, in caso di vittoria, avrebbe ottenuto tutto ciò che desiderava. Una partita davvero interessante. Se solo Nelson non fosse intervenuto, impedendogli con un solo colpo di fissare i confini del suo potere proprio sulle acque marine.
Sul coperchio di quel mobile c’è il disegno della medaglia che avrebbe dovuto essere emessa il giorno in cui Napoleone arrivò a Londra. Questo dimostra che la sua grande mobilitazione militare non era una farsa, ma che intendeva davvero agire con serietà. Da un lato c’è la sua testa; dall’altro, la Francia che soffoca e getta a terra una strana creatura a coda di pesce, simbolo dell’ingannatrice Albione. Su un lato è scritto “Frappe a Londres”, sull’altro “La Descente dans Angleterre”. Creata per commemorare una conquista, oggi rimane soltanto un ricordo di un fallimento. Ma per poco non si realizzava tutto ciò.
A proposito della fuga di Napoleone dall’Egitto, avete mai visto un curioso libretto intitolato, se ricordo bene, “Lettere intercettate”? No; non ne ho alcuna copia su questo scaffale, ma un mio amico è più fortunato. Quel libro mostra l’odio quasi incredibile che esisteva alla fine del XVIII secolo tra quelle due nazioni, odio che si estendeva anche alle più banali questioni personali. In quell’occasione il governo britannico intercettò una serie di lettere inviate da ufficiali francesi in Egitto ai loro amici in patria; queste lettere furono pubblicate, o almeno permisero che venissero pubblicate, nella speranza, senza dubbio, di causare complicazioni interne alla Francia. Esiste forse un atto più spregevole di questo? Ma chi sa quali altre offese fossero state inflitte per provocare una tale rappresaglia. Ho personalmente visto lettere britanniche bruciate e mutilate, lasciate lì dove De Wet le aveva abbandonate; ma se la sua vendetta fosse arrivata al punto di pubblicarle, che colpo terribile sarebbe stato!
Per quanto riguarda gli ufficiali francesi, ho letto le loro lettere; anche dopo un secolo, leggerle suscitava in me un senso di colpa. Tuttavia, nel complesso, rappresentano una testimonianza lodevole dei loro autori e danno l’impressione di essere un gruppo di uomini nobili e cavalieri. Se tutte quelle lettere fossero state indirizzate alle persone giuste, be’, questa sarebbe stata un’altra questione; ed è proprio in questo che risiede l’aspetto più vergognoso di tutta questa vicenda. Per quanto riguarda le atrocità commesse dall’altra parte, ricordate l’arresto di tutti quei poveri turisti e commercianti britannici che si trovavano in Francia quando la guerra riprese nel 1803? Erano venuti lì con fiducia, per una breve vacanza e un po’ di svago. Ma Napoleone li afferrò saldamente nella sua morsa d’acciaio; solo nel 1814 riuscirono a tornare dalle loro famiglie. Doveva davvero avere un cuore di pietra e una volontà di ferro. Guardate anche il modo in cui trattò i prigionieri navali: la procedura naturale sarebbe stata scambiarli. Ma per qualche motivo non ritenne opportuno farlo. Tutte le richieste del governo britannico furono ignorate, tranne nel caso degli ufficiali di alto rango. Ecco quindi le sofferenze dei prigionieri e i terribili campi di concentramento in Inghilterra. Ecco anche quegli sfortunati soldati di Verdun. Quanta straordinaria lealtà doveva esistere in quei semplici francesi, per non permettere mai nemmeno per un istante che il loro odio si rivolgesse contro colui che aveva causato tutte quelle grandi sfortune. Tutto questo viene descritto con grande vividezza nel libro di Borrow, “Lavengro”. Ecco il passaggio in questione.
Quegli imponenti casermi presentavano un aspetto davvero strano: muri vuoti e privi di finestre o grate, tetti inclinati da cui, attraverso gli spazi lasciati liberi dalle tegole rimosse, spuntavano decine di volti cupi che, con occhi malati di prigionia, ammiravano l’ampio paesaggio che si apriva davanti a loro. Ah, in quei casermi c’era molta sofferenza; e da quei tetti, senza dubbio, molti sguardi malinconici erano rivolti verso la bella Francia. I poveri prigionieri dovevano sopportare molto, e avevano molte ragioni per lamentarsi. A disonore dell’Inghilterra, si direbbe, dell’Inghilterra, che di solito è così gentile e generosa. Razioni di carne putrefatta e pane dal quale persino i cani a volte rifiutavano di mangiare. Non erano certo cibi degni nemmeno per il più spietato nemico, quando questi era indifeso e prigioniero. Eppure, ahimè, questo era il cibo che veniva servito in quei casermi. Poi c’erano quelle visite, o meglio, quelle incursioni spietate, chiamate con lo slang del posto “caccie alle contrabbande”: quando, alla ricerca di merci illegali che i prigionieri producevano per procurarsi alcune necessità della vita quotidiana, battaglioni in uniforme rossa marciavano dentro le prigioni e, con la punta delle baionette, distruggevano ogni piccolo conforto che quegli sfortunati riuscivano a creare. E poi l’uscita trionfale con il bottino. E soprattutto, quel maledetto rogo, durante le parate militari, sotto gli occhi di tutti quei volti cupi appollaiati sui tetti alti. Tra gli evvivi delle truppe, e i maledizioni che piovevano dall’alto come una tempesta, o tra gli urli di “Vive l’Empereur!”
Il parlante era seduto a terra, con la sua lancia piantata accanto a lui: un vecchio veterano dalla folta barba grigiastra, dal volto maestoso come quello di una leone. Un lanciere della vecchia guardia, senza dubbio avvezzo a combattere in molte battaglie. Mentre parlava, agitava una mano nell’aria; l’altra, troncata al polso, giaceva a terra accanto a lui: un proiettile gli era penetrato nel corpo, un altro gli aveva spezzato la gamba. Il dolore, dopo una notte trascorsa in quelle condizioni orribili, doveva essere immenso. Eppure non lo mostrò affatto. Il suo portamento era quello di un romano, o forse di un guerriero indiano; mi sarei aspettato che concludesse il suo discorso con le parole del re messicano: “E anch’io. Sono forse su un letto di rose?” Che enorme responsabilità morale gravava su quell’uomo. Ma la sua mente era insensibile a tale responsabilità. Se non fosse stato per questo, sicuramente sarebbe stata schiacciata dal peso stesso delle sue azioni. Ora, se volete comprendere il carattere di Napoleone, ma certo devo iniziare da capo prima di affrontare un argomento così importante.
Prima di concludere sulla figura dei militari, permettetemi, per onore della mia stessa nazione, di menzionare questi sei volumi della “Storia di Napier”. Si tratta del resoconto della grande Guerra Peninsulare, scritto da colui che vi ha partecipato personalmente; in nessuna altra storia si trova un racconto così nobile e coraggioso riguardo al proprio nemico. Tuttavia, a mio parere, Napier va forse troppo oltre: la sua ammirazione sembra estendersi non solo ai soldati valorosi che gli si opposero, ma anche al carattere e agli obiettivi finali del loro comandante. In realtà, Napier era un sostenitore politico di Charles James Fox; il suo cuore sembrava essere dalla parte del nemico, persino nel momento in cui guidava i suoi uomini nella lotta più disperata contro di esso. Secondo la valutazione della storia, l’azione di coloro che, animati da un sincero desiderio di libertà e un po’ influenzati dalle lotte politiche, si rivolsero contro il proprio paese – che in realtà era il campione della libertà – approvando al contempo un dittatore militare dei più spietati, sembra davvero folle.
Ma sebbene la politica di Napoleone possa sembrare strana, la sua attività militare fu splendida, e la sua prosa tra le migliori che conosca. Ci sono passaggi in quel libro – quelli che descrivono l’assalto a Badajos, l’attacco dei fucilieri ad Albuera, l’avanzata francese a Fuentes d’Onoro – che, una volta letti, rimangono per sempre nella memoria. Il libro rappresenta davvero un monumento alla grandezza di un’epopea nazionale. Ahimè! Quella frase conclusiva del libro: “Così terminò la grande guerra, e con essa ogni ricordo dei meriti dei veterani.” Esiste forse qualche altra guerra britannica per cui si potesse dire lo stesso?
La citazione che ho tratto dal libro di Mercer orienta i miei pensieri verso le memorie militari britanniche di quel periodo: meno numerose, meno varie e meno significative rispetto a quelle francesi, ma comunque piene di carattere e interesse. Ho scoperto che, quando mi trovo in una grande biblioteca e esito per mezz’ora tra i libri disponibili, di solito scelgo un volume di memorie militari. L’uomo non è mai così interessante quanto quando è completamente impegnato in qualcosa; e nessuno lo è più di colui il cui destino dipende dall’esito di quell’impresa. Ma tra tutti i tipi di soldati, il migliore è colui che ama il proprio lavoro e possiede al contempo una cultura generale che gli permette di vederlo nella sua giusta prospettiva e di comprendere le aspirazioni più nobili dell’umanità. Mercer è proprio questo tipo di uomo: un combattente freddo e disciplinato, il cui senso del dovere gli impediva di muoversi anche quando una bomba esplodeva ai suoi piedi; al contempo, era una persona riflessiva e filosofica, con una debolezza per le meditazioni solitarie, i bambini e i fiori. Ha scritto, per tutti i tempi, un resoconto classico di una grande battaglia, visto dal punto di vista di un comandante di batteria. Molti altri soldati di Wellington hanno anch’essi scritto le proprie memorie; si possono trovare, proprio come le ho io, nella piacevole raccolta “Wellington’s Men”, curata con grande competenza dal dottor Fitchett: Anton l’highlander, Harris il fuciliere e Kincaid dello stesso corpo. È davvero un destino singolare quello che ha reso un clerc non conformista australiano il ricostruttore più empatico ed eloquente di quei vecchi eroi; ma è anche un esempio nobile di quella unità della razza britannica che, in cinquanta territori sparsi, continua ancora oggi a piangere o a gioire per gli stessi eventi storici.
E solo una parola, prima di concludere questo discorso troppo lungo e troppo discorsivo, riguardo a quei due volumi rossi che si trovano ai lati dello scaffale. Sono i “Memorie di Wellington” di Maxwell, e non credo che si possa trovare nulla di meglio o più leggibile in questo campo. Il lettore deve sempre provare verso quel grande soldato lo stesso rispetto che provavano i suoi immediati seguaci, piuttosto che affetto. La mancanza di un sentimento più affettuoso viene mitigata dal fatto che tale sentimento non era certo ciò che lui desiderava o cercava, “Non comportatevi da stupidi, signore!” era il suo consiglio al cittadino che gli faceva un complimento. Era una natura curiosa e spietata, brusca e limitata. Anche il cacciatore più abile impara ad amare i suoi cani, ma lui non mostrò mai alcun affetto, anzi molto disprezzo, per gli uomini che erano stati i suoi strumenti, “Sono la feccia della terra,” diceva. “Tutti i soldati inglesi si sono arruolati soltanto per bere. Questo è il fatto semplice: si sono arruolati tutti per bere.” I suoi ordini generali erano pieni di rimproveri ingiustificati, in un momento in cui i più lusinghieri elogi a malapena avrebbero potuto compensare le vere carenze del suo esercito. Dopo la fine delle guerre, vedeva raramente i suoi vecchi compagni d’armi, se non nel suo ruolo ufficiale. Eppure, dal maggior generale al tamburino, tutti avrebbero scelto lui per comandarli di nuovo, se fosse stato necessario riprendere la lotta. Come uno di loro disse: “Vedere il suo lungo naso era come avere diecimila uomini in campo di battaglia, ” Anche loro erano una razza dura e spietata; non curavano affatto delle comodità più raffinate, purché i francesi venissero duramente sconfitti. La sua mente, che era acuta e comprensiva in ambito militare, risultava invece estremamente limitata nelle questioni civili. Come statista, rappresentava un esempio costante di dedizione al dovere, di sacrificio personale e di integrità. Ma si oppose con fermezza all’Emancipazione Cattolica, al Reform Bill e a tutto ciò su cui si fonda la nostra vita moderna. Non riusciva mai ad accettare l’idea che una piramide dovesse poggiarsi sulla sua base, e non sulla sua cima. E che più grande era la piramide, più ampia doveva essere la base. Anche in ambito militare era contrario a qualsiasi cambiamento; non conosco alcun miglioramento che sia derivato dalle sue iniziative in tutti quegli anni in cui il suo potere era assoluto. Le frustate che spezzavano lo spirito e l’autostima delle persone, le corde di cuoio che ostacolavano i loro movimenti. Tutto il vecchio sistema tradizionale trovava in lui un sostenitore. D’altra parte, si oppose con forza all’introduzione del percussore al posto della pietra focaia nei fucili. Né in guerra né in politica riuscì mai a prevedere correttamente il futuro.
Eppure, leggendo le sue lettere e i suoi resoconti, a volte ci si sorprende di fronte alla profondità dei suoi pensieri e all’energia con cui vengono espressi. C’è un passaggio in cui descrive il modo in cui i suoi soldati, a volte, disertavano per rifugiarsi in qualche città che stava assediando: “Sapevano”, scrive, “che sarebbero stati catturati, perché quando mettiamo le nostre mani su un luogo, prima o poi lo conquistiamo; ma preferivano stare al sicuro e protetti. E poi, c’è quel capriccio straordinario che caratterizza sempre il popolo inglese! I nostri disertori vengono trattati molto male dall’avversario; quelli che disertarono in Francia furono considerati i peggiori tra gli esseri umani, trattati come schiavi e raccoglitori di rifiuti. Solo il capriccio inglese può spiegare questo comportamento. Proprio quel capriccio che fa sì che i nostri nobili si associino a conducenti di carrozze e diventino loro stessi conducenti di carrozze.” Dopo aver letto questo passaggio, quante volte ci viene in mente quella frase: “quel capriccio straordinario che caratterizza sempre il popolo inglese”, quando osserviamo una nuova manifestazione di esso!
Ma non lasciate che l’ultima mia considerazione su quel grande duca sia critica. Piuttosto, voglio ricordarvi la sua vita frugale e sobria, i pavimenti senza tappeti e i piccoli letti da campo, la sua cortesia impeccabile che faceva sì che nessuna lettera umile rimanesse senza risposta, il suo coraggio che non vacillava mai, la sua tenacia che non cedeva mai, il senso del dovere che rendeva la sua vita un lungo impegno altruistico a favore di ciò che considerava l’interesse supremo dello Stato. Andate e fermatevi accanto al enorme sarcofago di granito, nella penombra della cripta di San Paolo; nel silenzio di quel luogo austero, ripensate ai giorni in cui soltanto la piccola Inghilterra rimase ferma di fronte al più grande soldato e all’esercito più potente che il mondo abbia mai conosciuto. Allora capirete cosa rappresentava quest’uomo morto. E pregherete che tra noi possa ancora esserci qualcuno come lui, quando nuovamente si addenseranno le nuvole della crisi.
Come potete vedere, nella mia piccola biblioteca militare c’è una buona rappresentanza della letteratura legata a Waterloo. Tra tutti i libri che offrono una visione personale degli eventi, penso che “Le Lettere di Siborne”, una raccolta delle testimonianze di ufficiali sopravvissuti scritte da Siborne nel 1827, sia la più interessante. Anche il resoconto di Gronow è molto vivido e avvincente; tra i testi strategici, il libro di Houssaye è il mio preferito: visto dal punto di vista francese, fornisce una visione più accurata delle azioni degli alleati rispetto a qualsiasi altro resoconto inglese o tedesco. Ma c’è qualcosa di affascinante in quella grande battaglia, che rende ogni narrazione su di essa estremamente interessante.
Wellington diceva spesso che si faceva troppo clamore su questa questione, e che ci si sarebbe potuti immaginare che l’esercito britannico non avesse mai combattuto una battaglia prima d’allora. Era un modo caratteristico di esprimersi, ma bisogna ammettere che, in effetti, per molti secoli l’esercito britannico non aveva mai affrontato una battaglia decisiva per la sorte di una grande guerra europea. Il fascino persistente di questo episodio deriva dal fatto che rappresentò l’ultimo atto di quel lungo dramma; fino alla fine, nessuno poteva prevedere come sarebbe terminata, “La battaglia più incerta che si sia mai vista”, così la descrisse il vincitore. È strano che, in quei ventiquattro anni di combattimenti incessanti, i metodi e le tecnologie belliche abbiano fatto pochissimi progressi: per quanto ne so, non ci furono grandi cambiamenti tra il 1789 e il 1805. L’arma a caricamento posteriore, l’artiglieria pesante, gli incrociatori corazzati, tutti questi importanti progressi nell’arte della guerra furono inventati in tempo di pace. Ci sono stati alcuni miglioramenti così evidenti e al contempo così utili che è sorprendente che non siano stati immediatamente adottati; ad esempio, i sistemi di comunicazione, sia tramite heliografo che con il movimento delle bandiere, avrebbero potuto cambiare completamente le sorti delle campagne napoleoniche. Il principio del semaforo era ben noto, e il Belgio, con i suoi numerosi mulini a vento, sembrava dotato di strumenti naturali per la comunicazione militare. Eppure, nei quattro giorni in cui si svolsero le battaglie di Waterloo, l’intera strategia delle operazioni militari su entrambi i fronti fu più volte messa a rischio; nel caso dei francesi, questa mancanza di informazioni decisive portò alla loro totale sconfitta. Il 18 giugno fu una giornata soleggiata, un semplice specchio da quattro pollici avrebbe permesso a Napoleone di comunicare con Gruchy, e tutta la storia d’Europa avrebbe potuto cambiare. Anche Wellington stesso soffrì terribilmente a causa di informazioni inesatte che avrebbero potuto essere facilmente reperite; la presenza inaspettata dell’esercito francese fu scoperta solo alle quattro del mattino del 15 giugno. Era estremamente importante far arrivare rapidamente questa notizia a Wellington a Bruxelles, affinché potesse immediatamente concentrare le sue forze sulla linea di resistenza più adatta. Ma a causa dell’errore di inviare un solo messaggero, queste informazioni cruciali non gli raggiunsero che alle tre del pomeriggio, dopo un viaggio di trenta miglia. Inoltre, quando Blucher fu sconfitto a Ligny il 16 giugno, era fondamentale che Wellington venisse immediatamente a conoscenza della linea di ritirata prussiana per evitare che i francesi riuscissero a separarli. L’unico ufficiale prussiano inviato con queste informazioni fu ferito e non raggiunse mai la destinazione; solo il giorno seguente Wellington venne a conoscenza dei piani prussiani. Di quante piccole cose dipende la storia,!
IX. The contemplation of my fine little regiment of French military memoirs had brought me to the question of Napoleon himself, and you see that I have a very fair line dealing with him also. There is Scott’s life, which is not entirely a success. His ink was too precious to be shed in such a venture. But here are the three volumes of the physician Bourrienne — that Bourrienne who knew him so well. Does any one ever know a man so well as his doctor? They are quite excellent and admirably translated. Meneval also — the patient Meneval — who wrote for untold hours to dictation at ordinary talking speed, and yet was expected to be legible and to make no mistakes. At least his master could not fairly criticize his legibility, for is it not on record that when Napoleon’s holograph account of an engagement was laid before the President of the Senate, the worthy man thought that it was a drawn plan of the battle? Meneval survived his master and has left an excellent and intimate account of him. There is Constant’s account, also written from that point of view in which it is proverbial that no man is a hero. But of all the vivid terrible pictures of Napoleon the most haunting is by a man who never saw him and whose book was not directly dealing with him. I mean Taine’s account of him, in the first volume of “Les Origines de la France Contemporaine.” You can never forget it when once you have read it. He produces his effect in a wonderful, and to me a novel, way. He does not, for example, say in mere crude words that Napoleon had a more than mediaeval Italian cunning. He presents a succession of documents — gives a series of contemporary instances to prove it. Then, having got that fixed in your head by blow after blow, he passes on to another phase of his character, his coldhearted amorousness, his power of work, his spoiled child wilfulness, or some other quality, and piles up his illustrations of that. Instead, for example, of saying that the Emperor had a marvellous memory for detail, we have the account of the head of Artillery laying the list of all the guns in France before his master, who looked over it and remarked, “Yes, but you have omitted two in a fort near Dieppe.” So the man is gradually etched in with indelible ink. It is a wonderful figure of which you are conscious in the end, the figure of an archangel, but surely of an archangel of darkness. We will, after Taine’s method, take one fact and let it speak for itself. Napoleon left a legacy in a codicil to his will to a man who tried to assassinate Wellington. There is the mediaeval Italian again! He was no more a Corsican than the Englishman born in India is a Hindoo. Read the lives of the Borgias, the Sforzas, the Medicis, and of all the lustful, cruel, broad-minded, art-loving, talented despots of the little Italian States, including Genoa, from which the Buonapartes migrated. There at once you get the real descent of the man, with all the stigmata clear upon him — the outward calm, the inward passion, the layer of snow above the volcano, everything which characterized the old despots of his native land, the pupils of Machiavelli, but all raised to the dimensions of genius. You can whitewash him as you may, but you will never get a layer thick enough to cover the stain of that cold-blooded deliberate endorsement of his noble adversary’s assassination. Another book which gives an extraordinarily vivid picture of the man is this one — the Memoirs of Madame de Remusat. She was in daily contact with him at the Court, and she studied him with those quick critical eyes of a clever woman, the most unerring things in life when they are not blinded by love. If you have read those pages, you feel that you know him as if you had yourself seen and talked with him. His singular mixture of the small and the great, his huge sweep of imagination, his very limited knowledge, his intense egotism, his impatience of obstacles, his boorishness, his gross impertinence to women, his diabolical playing upon the weak side of every one with whom he came in contact — they make up among them one of the most striking of historical portraits. Most of my books deal with the days of his greatness, but here, you see, is a three-volume account of those weary years at St. Helena. Who can help pitying the mewed eagle? And yet if you play the great game you must pay a stake. This was the same man who had a royal duke shot in a ditch because he was a danger to his throne. Was not he himself a danger to every throne in Europe? Why so harsh a retreat as St. Helena, you say? Remember that he had been put in a milder one before, that he had broken away from it, and that the lives of fifty thousand men had paid for the mistaken leniency. All this is forgotten now, and the pathetic picture of the modern Prometheus chained to his rock and devoured by the vultures of his own bitter thoughts, is the one impression which the world has retained. It is always so much easier to follow the emotions than the reason, especially where a cheap magnanimity and second-hand generosity are involved. But reason must still insist that Europe’s treatment of Napoleon was not vindictive, and that Hudson Lowe was a man who tried to live up to the trust which had been committed to him by his country. It was certainly not a post from which any one would hope for credit. If he were slack and easy-going all would be well. But there would be the chance of a second flight with its consequences. If he were strict and assiduous he would be assuredly represented as a petty tyrant. “I am glad when you are on outpost,” said Lowe’s general in some campaign, “for then I am sure of a sound rest.” He was on outpost at St. Helena, and because he was true to his duties Europe (France included) had a sound rest. But he purchased it at the price of his own reputation. The greatest schemer in the world, having nothing else on which to vent his energies, turned them all to the task of vilifying his guardian. It was natural enough that he who had never known control should not brook it now. It is natural also that sentimentalists who have not thought of the details should take the Emperor’s point of view. What is deplorable, however, is that our own people should be misled by one-sided accounts, and that they should throw to the wolves a man who was serving his country in a post of anxiety and danger, with such responsibility upon him as few could ever have endured. Let them remember Montholon’s remark: “An angel from heaven would not have satisfied us.” Let them recall also that Lowe with ample material never once troubled to state his own case. “Je fais mon devoir et suis indifferent pour le reste,” said he, in his interview with the Emperor. They were no idle words. Apart from this particular epoch, French literature, which is so rich in all its branches, is richest of all in its memoirs. Whenever there was anything of interest going forward there was always some kindly gossip who knew all about it, and was ready to set it down for the benefit of posterity. Our own history has not nearly enough of these charming sidelights. Look at our sailors in the Napoleonic wars, for example. They played an epoch-making part. For nearly twenty years Freedom was a Refugee upon the seas. Had our navy been swept away, then all Europe would have been one organized despotism. At times everybody was against us, fighting against their own direct interests under the pressure of that terrible hand. We fought on the waters with the French, with the Spaniards, with the Danes, with the Russians, with the Turks, even with our American kinsmen. Middies grew into post-captains, and admirals into dotards during that prolonged struggle. And what have we in literature to show for it all? Marryat’s novels, many of which are founded upon personal experience, Nelson’s and Collingwood’s letters, Lord Cochrane’s biography — that is about all. I wish we had more of Collingwood, for he wielded a fine pen. Do you remember the sonorous opening of his Trafalgar message to his captains? — “The ever to be lamented death of Lord Viscount Nelson, Duke of Bronte, the Commander-in-Chief, who fell in the action of the 21st, in the arms of Victory, covered with glory, whose memory will be ever dear to the British Navy and the British Nation; whose zeal for the honour of his king and for the interests of his country will be ever held up as a shining example for a British seaman — leaves to me a duty to return thanks, etc., etc.” It was a worthy sentence to carry such a message, written too in a raging tempest, with sinking vessels all around him. But in the main it is a poor crop from such a soil. No doubt our sailors were too busy to do much writing, but none the less one wonders that among so many thousands there were not some to understand what a treasure their experiences would be to their descendants. I can call to mind the old three-deckers which used to rot in Portsmouth Harbour, and I have often thought, could they tell their tales, what a missing chapter in our literature they could supply. It is not only in Napoleonic memoirs that the French are so fortunate. The almost equally interesting age of Louis XIV. produced an even more wonderful series. If you go deeply into the subject you are amazed by their number, and you feel as if every one at the Court of the Roi Soleil had done what he (or she) could to give away their neighbours. Just to take the more obvious, there are St. Simon’s Memoirs — those in themselves give us a more comprehensive and intimate view of the age than anything I know of which treats of the times of Queen Victoria. Then there is St. Evremond, who is nearly as complete. Do you want the view of a woman of quality? There are the letters of Madame de Sevigne (eight volumes of them), perhaps the most wonderful series of letters that any woman has ever penned. Do you want the confessions of a rake of the period? Here are the too salacious memoirs of the mischievous Duc de Roquelaure, not reading for the nursery certainly, not even for the boudoir, but a strange and very intimate picture of the times. All these books fit into each other, for the characters of the one reappear in the others. You come to know them quite familiarly before you have finished, their loves and their hates, their duels, their intrigues, and their ultimate fortunes. If you do not care to go so deeply into it you have only to put Julia Pardoe’s four-volumed “Court of Louis XIV.” upon your shelf, and you will find a very admirable condensation — or a distillation rather, for most of the salt is left behind. There is another book too — that big one on the bottom shelf — which holds it all between its brown and gold covers. An extravagance that — for it cost me some sovereigns — but it is something to have the portraits of all that wonderful galaxy, of Louis, of the devout Maintenon, of the frail Montespan, of Bossuet, Fenelon, Moliere, Racine, Pascal, Conde, Turenne, and all the saints and sinners of the age. If you want to make yourself a present, and chance upon a copy of “The Court and Times of Louis XIV.,” you will never think that your money has been wasted. Well, I have bored you unduly, my patient friend, with my love of memoirs, Napoleonic and otherwise, which give a touch of human interest to the arid records of history. Not that history should be arid. It ought to be the most interesting subject upon earth, the story of ourselves, of our forefathers, of the human race, the events which made us what we are, and wherein, if Weismann’s views hold the field, some microscopic fraction of this very body which for the instant we chance to inhabit may have borne a part. But unfortunately the power of accumulating knowledge and that of imparting it are two very different things, and the uninspired historian becomes merely the dignified compiler of an enlarged almanac. Worst of all, when a man does come along with fancy and imagination, who can breathe the breath of life into the dry bones, it is the fashion for the dryasdusts to belabour him, as one who has wandered away from the orthodox path and must necessarily be inaccurate. So Froude was attacked. So also Macaulay in his day. But both will be read when the pedants are forgotten. If I were asked my very ideal of how history should be written, I think I should point to those two rows on yonder shelf, the one M’Carthy’s “History of Our Own Times,” the other Lecky’s “History of England in the Eighteenth Century.” Curious that each should have been written by an Irishman, and that though of opposite politics and living in an age when Irish affairs have caused such bitterness, both should be conspicuous not merely for all literary graces, but for that broad toleration which sees every side of a question, and handles every problem from the point of view of the philosophic observer and never of the sectarian partisan. By the way, talking of history, have you read Parkman’s works? He was, I think, among the very greatest of the historians, and yet one seldom hears his name. A New England man by birth, and writing principally of the early history of the American Settlements and of French Canada, it is perhaps excusable that he should have no great vogue in England, but even among Americans I have found many who have not read him. There are four of his volumes in green and gold down yonder, “The Jesuits in Canada,” and “Frontenac,” but there are others, all of them well worth reading, “Pioneers of France,” “Montcalm and Wolfe,” “Discovery of the Great West,” etc. Some day I hope to have a complete set. Taking only that one book, “The Jesuits in Canada,” it is worth a reputation in itself. And how noble a tribute is this which a man of Puritan blood pays to that wonderful Order! He shows how in the heyday of their enthusiasm these brave soldiers of the Cross invaded Canada as they did China and every other place where danger was to be faced, and a horrible death to be found. I don’t care what faith a man may profess, or whether he be a Christian at all, but he cannot read these true records without feeling that the very highest that man has ever evolved in sanctity and devotion was to be found among these marvellous men. They were indeed the pioneers of civilization, for apart from doctrines they brought among the savages the highest European culture, and in their own deportment an object-lesson of how chastely, austerely, and nobly men could live. France has sent myriads of brave men on to her battlefields, but in all her long record of glory I do not think that she can point to any courage so steadfast and so absolutely heroic as that of the men of the Iroquois Mission. How nobly they lived makes the body of the book, how serenely they died forms the end to it. It is a tale which cannot even now be read without a shudder — a nightmare of horrors. Fanaticism may brace a man to hurl himself into oblivion, as the Mahdi’s hordes did before Khartoum, but one feels that it is at least a higher development of such emotion, where men slowly and in cold blood endure so thankless a life, and welcome so dreadful an end. Every faith can equally boast its martyrs — a painful thought, since it shows how many thousands must have given their blood for error — but in testifying to their faith these brave men have testified to something more important still, to the subjugation of the body and to the absolute supremacy of the dominating spirit. The story of Father Jogue is but one of many, and yet it is worth recounting, as showing the spirit of the men. He also was on the Iroquois Mission, and was so tortured and mutilated by his sweet parishioners that the very dogs used to howl at his distorted figure. He made his way back to France, not for any reason of personal rest or recuperation, but because he needed a special dispensation to say Mass. The Catholic Church has a regulation that a priest shall not be deformed, so that the savages with their knives had wrought better than they knew. He received his dispensation and was sent for by Louis XIV., who asked him what he could do for him. No doubt the assembled courtiers expected to hear him ask for the next vacant Bishopric. What he did actually ask for, as the highest favour, was to be sent back to the Iroquois Mission, where the savages signalised his arrival by burning him alive. Parkman is worth reading, if it were only for his account of the Indians. Perhaps the very strangest thing about them, and the most unaccountable, is their small numbers. The Iroquois were one of the most formidable of tribes. They were of the Five Nations, whose scalping-parties wandered over an expanse of thousands of square miles. Yet there is good reason to doubt whether the whole five nations could have put as many thousand warriors in the field. It was the same with all the other tribes of Northern Americans, both in the east, the north, and the west. Their numbers were always insignificant. And yet they had that huge country to themselves, the best of climates, and plenty of food. Why was it that they did not people it thickly? It may be taken as a striking example of the purpose and design which run through the affairs of men, that at the very moment when the old world was ready to overflow the new world was empty to receive it. Had North America been peopled as China is peopled, the Europeans might have founded some settlements, but could never have taken possession of the continent. Buffon has made the striking remark that the creative power appeared to have never had great vigour in America. He alluded to the abundance of the flora and fauna as compared with that of other great divisions of the earth’s surface. Whether the numbers of the Indians are an illustration of the same fact, or whether there is some special cause, is beyond my very modest scientific attainments. When one reflects upon the countless herds of bison which used to cover the Western plains, or marks in the present day the race statistics of the French Canadians at one end of the continent, and of the Southern negro at the other, it seems absurd to suppose that there is any geographical reason against Nature being as prolific here as elsewhere. However, these be deeper waters, and with your leave we will get back into my usual six-inch wading-depth once more.
IX.
La lettura dei miei numerosi ricordi militari francesi mi ha portato a riflettere su Napoleone stesso; vedete che ho dedicato anche a lui un’intera sezione del mio lavoro. C’è la biografia di Scott, che però non può essere considerata un vero successo: la sua penna era troppo preziosa per essere sprecata in un simile progetto. Ma ecco qui i tre volumi dello storico Bourrienne – quel Bourrienne che conosceva Napoleone così bene. Esiste davvero qualcuno che conosca una persona meglio del suo medico? I resoconti di Bourrienne sono davvero eccellenti e ben tradotti. C’è anche Meneval, quell’uomo paziente che scriveva per ore intere seguendo la velocità normale del discorso; si aspettava da lui che il testo fosse leggibile e privo di errori. Almeno il suo maestro non poteva criticare la sua chiarezza di scrittura, visto che è storicamente documentato che quando il resoconto autografo di Napoleone su una battaglia fu presentato al Presidente del Senato, quell’uomo onesto pensò che si trattasse semplicemente di un disegno della battaglia stessa. Meneval sopravvisse a Napoleone e ci lasciò un resoconto eccellente e intimo su di lui. C’è anche il racconto di Constant, scritto da quel punto di vista secondo cui, come si suol dire, nessuno è davvero un eroe. Ma tra tutte le descrizioni vivide e terribili di Napoleone, quella più inquietante proviene da un uomo che non lo ebbe mai incontrato e il cui libro non trattava direttamente di lui: intendo il resoconto di Taine nel primo volume de “Les Origines de la France Contemporaine”. Una volta letto, non si può dimenticarlo mai. Taine esprime i suoi pensieri in modo straordinario e, a mio parere, originale: non si limita ad affermare, con parole semplici e crude, che Napoleone possedesse una astuzia tipica del Medioevo italiano; presenta invece una serie di documenti e di esempi contemporanei per dimostrarlo. Una volta che queste informazioni sono ben impresse nella mente del lettore, Taine passa a descrivere un altro aspetto del suo carattere: la sua freddezza amorosa, la sua capacità di lavorare, la sua capricciosità da bambino viziato. Insomma, fornisce una quantità enorme di prove a sostegno di tali caratteristiche. Invece di dire semplicemente che l’Imperatore aveva una memoria straordinaria per i dettagli, Taine racconta di come il comandante dell’artiglieria presentasse all’imperatore l’elenco di tutte le armi presenti in Francia; Napoleone lo esaminò e commentò: “Sì, ma ne avete dimenticate due in una fortezza vicino a Dieppe”. Così, poco a poco, il ritratto di Napoleone viene inciso nella mente del lettore con inchiostro indelebile. È davvero un personaggio straordinario: un angelo, ma sicuramente un angelo del male.
Seguendo il metodo di Taine, prenderemo un fatto e lasceremo che parli da solo. Napoleone lasciò un testamento nel quale nominò come erede un uomo che aveva tentato di assassinare Wellington. Ecco ancora quel tipico esempio dell’italiano medievale! Quell’uomo non era affatto un corsoano, proprio come l’inglese nato in India non è indù. Leggete le biografie dei Borgia, degli Sforza, dei Medici, e di tutti quei tiranni avidi, crudeli, amanti dell’arte e del talento che governarono i piccoli stati italiani, compresa Genova da cui provenivano i Bonaparte. Lì potrete vedere chiaramente le vere origini di quell’uomo: la calma esteriore, la passione interiore, quel “strato di neve” che nascondeva il vulcano. Tutto ciò che caratterizzava gli antichi tiranni della sua terra natale, discepoli di Machiavelli, ma elevato alle dimensioni del genio. Potete anche cercare di “bianchettarlo”, ma non riuscirete mai a coprire completamente la macchia derivante dal suo freddo e deliberato sostegno all’assassinio del suo nobile avversario. Un altro libro che offre un ritratto straordinariamente vivido di quell’uomo sono i “Memorie” di Madame de Remusat. Lei lo conobbe quotidianamente alla corte e lo studiò con quegli occhi acuti e critici tipici di una donna intelligente, occhi che, quando non vengono accecati dall’amore, riescono a vedere con precisione le verità della vita. Se avete letto quelle pagine, avrete l’impressione di conoscerlo davvero, come se lo aveste visto e parlato personalmente. La sua strana combinazione di qualità umili e grandi ambizioni, la sua vasta immaginazione, le sue scarse conoscenze, il suo egoismo estremo, la sua impazienza di fronte agli ostacoli, la sua rozzezza, la sua totale mancanza di rispetto verso le donne, tutto ciò contribuisce a creare uno dei ritratti storici più impressionanti. La maggior parte dei miei libri tratta dei giorni della sua grandezza, ma qui abbiamo un resoconto in tre volumi di quegli anni noiosi trascorsi a Sant’Elena. Chi può non provare compassione per quell’aquila costretta a piangere? Eppure, se si vuole giocare quel “grande gioco”, bisogna essere disposti a pagare un prezzo. Quell’uomo stesso aveva fatto uccidere un duca reale in una fossa, perché rappresentava un pericolo per il suo trono. Non era forse anche lui un pericolo per tutti i troni d’Europa? Perché una punizione così severa come Sant’Elena? Ricordate che in precedenza gli era stata concessa una pena più mite, ma lui se n’era liberato, e la vita di cinquantamila uomini era costata a causa di quella clemenza errata. Ora tutto questo è dimenticato. E l’unica immagine che il mondo ha conservato di Napoleone è quella di un Prometeo moderno incatenato alla sua roccia e divorato dai falchi dei suoi stessi pensieri amari. È sempre molto più facile seguire le emozioni che la ragione, soprattutto quando si tratta di una generosità superficiale o di azioni motivate da motivazioni meschine. Ma la ragione deve comunque ribadire che il trattamento riservato a Napoleone da parte dell’Europa non era vendicativo, e che Hudson Lowe fu un uomo che cercò davvero di onorare la fiducia riposta in lui dal suo paese.
Certamente non si trattava di un comportamento che potesse portare a qualche riconoscimento. Se fosse stato negligente e accomodante, tutto sarebbe andato bene. Ma ci sarebbe stata la possibilità di un secondo errore, con le conseguenze che ne deriverebbero. Se invece fosse stato rigoroso e diligente, sicuramente sarebbe stato considerato un tiranno meschino. “Sono contento quando sei in missione”, disse il generale di Lowe durante una campagna militare, “perché allora so di poter riposare tranquillamente”. Lui era in missione a Sant’Elena, e perché adempiva fedelmente ai suoi doveri, l’Europa (inclusa la Francia) poteva riposare in pace. Ma lo fece pagando con la propria reputazione. Il più astuto calunniatore del mondo, non avendo altro su cui sfogare le sue energie, le dedicò tutte a diffamare colui che lo proteggeva. Era naturale che una persona che non aveva mai conosciuto il controllo non potesse sopportarlo ora. È altrettanto naturale che i sentimentalisti, senza considerare i dettagli della situazione, prendano le parti dell’Imperatore. Tuttavia, ciò che è davvero deplorevole è che il nostro stesso popolo venga ingannato da resoconti unilaterali, e che si abbandoni a un uomo che stava servendo il proprio paese in una missione piena di ansie e pericoli, con responsabilità tali che pochi avrebbero potuto sopportarle.
Che ricordino le parole di Montholon: “Anche un angelo dal cielo non ci avrebbe soddisfatti.” Che ricordino anche che Lowe, disponendo di abbondanti materiale, non si prese mai la briga di esporre il proprio punto di vista. “Faccio il mio dovere e per il resto sono indifferente”, disse nell’intervista con l’Imperatore. Non erano parole vuote.
Ad eccezione di quell’epoca particolare, la letteratura francese, così ricca in tutti i suoi settori, è soprattutto abbondante nei suoi memoir. Ogni volta che accadeva qualcosa di interessante, c’era sempre qualcuno che ne era a conoscenza e che era disposto a registrarlo per il beneficio delle generazioni future. La nostra storia, invece, manca quasi completamente di questi affascinanti dettagli secondari. Prendiamo ad esempio i nostri marinai durante le guerre napoleoniche: svolsero un ruolo fondamentale. Per quasi vent’anni, la Libertà fu come un “rifugiato” sui mari. Se la nostra marina fosse stata distrutta, tutta Europa sarebbe diventata un regime dispotico organizzato. A volte tutti erano contro di noi, lottando contro i propri interessi diretti sotto la pressione di quella terribile forza. Combattemmo sui mari contro francesi, spagnoli, danesi, russi, turchi, persino contro i nostri connazionali americani. Ufficiali di medio rango divennero capitani, e ammiragli divennero anziani durante quella lunga lotta. E cosa abbiamo nella letteratura per ricordare tutto ciò? I romanzi di Marryat, molti dei quali basati su esperienze personali, le lettere di Nelson e Collingwood, la biografia di Lord Cochrane. Questo è più o meno tutto.
Vorrei che avessimo più scritti di Collingwood, poiché era un ottimo scrittore. Ti ricordi dell’introduzione solenne del suo messaggio a Trafalgar indirizzato ai suoi capitani?
“La sempre lamentata morte del Lord Visconte Nelson, Duca di Bronte, Comandante in Capo, che cadde nella battaglia del 21°, tra le braccia della Vittoria, avvolto nella gloria; la cui memoria sarà per sempre cara alla Marina Britannica e al Popolo Britannico; il cui zelo per l’onore del suo re e per gli interessi del suo paese verrà sempre considerato un esempio luminoso per ogni marinaio britannico. Mi lascia il dovere di ringraziare, eccetera.”
Era una frase degna di portare un messaggio così importante, scritta anche in mezzo a una tempesta furiosa, con navi che affondavano intorno a lui. Ma nel complesso rappresenta soltanto un risultato deludente. Senza dubbio i nostri marinai erano troppo impegnati per scrivere molto, ma non si può fare a meno di chiedersi perché, tra tante migliaia di persone, nessuno abbia capito quanto prezioso potesse essere il loro racconto per le generazioni future. Ricordo quegli antichi velieri a tre ponti che marcivano nel porto di Portsmouth. Se solo potessero raccontare le loro storie, quale capitolo mancante della nostra letteratura fornirebbero!
Non è solo nelle memorie napoleoniche che i francesi appaiono così fortunati. Anche l’epoca di Luigi XIV, altrettanto interessante, ha prodotto una serie ancora più straordinaria di testi. Se si approfondisce l’argomento, ci si meraviglia della loro quantità: sembra che ognuno alla Corte del Re Soleil abbia fatto del suo meglio per rivelare i segreti dei propri vicini. Per citare alcuni esempi più evidenti, ci sono le memorie di Saint-Simon, che offrono una visione più completa e intima di quell’epoca rispetto a qualsiasi altro testo conosciuto sui tempi della regina Vittoria; poi c’è Saint-Evremond, quasi altrettanto completo. Se si desidera un punto di vista femminile, ci sono le lettere di Madame de Sévigné (otto volumi in totale), probabilmente la serie epistolare più straordinaria mai scritta da una donna. E se si cercano le confessioni di un libertino dell’epoca, ecco le memorie troppo audaci del malizioso Duca de Roquelaure: certamente non adatte ai bambini, né nemmeno al boudoir, ma un ritratto strano e molto intimo di quel tempo. Tutti questi libri si completano a vicenda, poiché i personaggi di uno ricompaiono negli altri. Prima ancora di finirli di leggere, li si conosce già abbastanza bene: i loro amori e i loro odi, i loro duelli, le loro intrighi e il loro destino finale. Se non si desidera approfondire l’argomento fino a questo punto, basta mettere sugli scaffali i quattro volumi di “La Corte di Luigi XIV” di Julia Pardoe: si otterrà una versione molto interessante e concisa di quegli eventi. C’è anche un altro libro, quello grande sullo scaffale in basso, che racchiude tutto all’interno delle sue copertine marroni e dorate. Un vero lusso, soprattutto considerando il costo che mi è costato. Ma avere tra le mani i ritratti di tutta quella straordinaria epoca – di Luigi XIV, della devota Maintenon, della fragile Montespan, di Bossuet, Fenelon, Molière, Racine, Pascal, Condé, Turenne, e di tutti i santi e i peccatori di quel tempo. Beh, è davvero un regalo meraviglioso. Se vi decidete a comprarlo, non penserete mai che il vostro denaro sia stato sprecato.
Beh, ho annoiato eccessivamente il mio paziente amico con la mia passione per i memoirs, sia napoleonici che di altro genere, quei testi che aggiungono un tocco di interesse umano alle aride cronache della storia. Non che la storia debba necessariamente essere arida. Dovrebbe essere l’argomento più affascinante del mondo: la storia di noi stessi, dei nostri antenati, dell’umanità, degli eventi che ci hanno resi ciò che siamo. E in questo contesto, se le teorie di Weismann sono corrette, anche una frazione infinitesimale di quel corpo che in questo momento abitiamo potrebbe aver avuto un ruolo importante. Purtroppo, però, la capacità di accumulare conoscenza e quella di trasmetterla sono due cose molto diverse. E lo storico privo di ispirazione diventa soltanto un compilatore di almanacchi. Il peggio è che quando appare qualcuno dotato di fantasia e immaginazione, capace di dare “vita” a quelle ossa secche della storia, i pedanti lo attaccano, accusandolo di deviare dal sentiero ortodosso e quindi di essere inaffidabile. Così è stato con Froude, così anche con Macaulay ai suoi tempi. Ma entrambi verranno letti quando i pedanti saranno dimenticati. Se mi chiedeste quale sia il mio ideale perfetto di come dovrebbe essere scritta la storia, credo che indicherei quei due libri sugli scaffali laggiù: “History of Our Own Times” di M’Carthy e “History of England in the Eighteenth Century” di Lecky. Curioso che siano stati scritti entrambi da irlandesi. E che, nonostante le loro diverse opinioni politiche e l’epoca in cui gli affari irlandesi causavano tanta amarezza, entrambi si distinguano non solo per la loro qualità letteraria, ma anche per quella vasta tolleranza che considera ogni aspetto di una questione e affronta ogni problema dal punto di vista dell’osservatore filosofico, mai da quello del partigiano settario.
A proposito di storia. Avete letto le opere di Parkman? Penso che fosse tra i più grandi storici di tutti i tempi. Eppure il suo nome viene raramente menzionato. Nato nel New England e dedicatosi principalmente alla storia delle prime colonie americane e del Canada francese, forse è comprensibile che non abbia avuto grande successo in Inghilterra. Ma anche tra gli americani ho trovato molte persone che non lo hanno letto. Ci sono quattro volumi suoi sugli scaffali laggiù: “The Jesuits in Canada” e “Frontenac”. Ma ci sono anche altri, tutti molto interessanti: “Pioneers of France”, “Montcalm and Wolfe”, “Discovery of the Great West”, ecc. Un giorno spero di poter possedere l’intera collezione.
Prendendo in considerazione soltanto quel libro, “I Gesuiti in Canada”, esso merita già di per sé una tale reputazione. E quale nobile omaggio rappresenta questo reso da un uomo di sangue puritano verso quell’ordine meraviglioso! Mostra come, nel pieno del loro entusiasmo, questi coraggiosi soldati della Croce invadessero il Canada, proprio come fecero in Cina e in ogni altro luogo dove si presentava il pericolo e una morte orribile. Non mi interessa quale fede un uomo possa professare, né se sia davvero cristiano; tuttavia, non può leggere queste veritiere testimonianze senza rendersi conto che ciò che di più alto l’uomo possa raggiungere in termini di santità e devozione si trova proprio tra questi uomini straordinari. Essi furono davvero i pionieri della civiltà: oltre alle dottrine, portarono tra i selvaggi la più alta cultura europea, e con il loro stesso comportamento dimostrarono come gli uomini possano vivere in modo casto, austero e nobile. La Francia ha inviato milioni di coraggiosi soldati sui suoi campi di battaglia, ma nella sua lunga storia di gloria non credo che riesca a indicare alcun esempio di coraggio altrettanto ferreo ed eroico come quello degli uomini della Missione Irochese.
Il modo nobile in cui vissero rende il contenuto del libro ancora più commovente; il modo sereno in cui morirono ne costituisce la conclusione perfetta. È una storia che, anche oggi, si legge con un brivido, un incubo di orrori. Il fanatismo può spingere un uomo a gettarsi nell’oblio, come fecero le orde del Mahdi davanti a Khartoum; tuttavia, sembra che in questo caso si tratti di una forma più elevata di tale emozione: uomini che, con freddezza e determinazione, sopportano una vita così disperata e accettano una fine così terribile. Ogni fede può vantare i suoi martiri, un pensiero doloroso, poiché dimostra quante migliaia di persone siano state costrette a versare il proprio sangue per un errore; ma questi coraggiosi uomini, con la loro testimonianza di fede, hanno dimostrato qualcosa di ancora più importante: la sottomissione del corpo e la supremazia assoluta dello spirito.
La storia di Padre Jogue è soltanto una tra molte altre; tuttavia merita di essere raccontata, poiché rappresenta perfettamente lo spirito di quegli uomini. Anche lui fece parte della Missione Irochese e fu talmente torturato e mutilato dai suoi stessi parrocchiani che persino i cani ululavano davanti alla sua figura deforme. Riuscì a tornare in Francia non per motivi personali, ma perché aveva bisogno di un permesso speciale per celebrare la Messa. La Chiesa Cattolica ha infatti delle regole che vietano ai sacerdoti di essere deformi; quindi, i selvaggi, con le loro lame, avevano fatto qualcosa di meglio di quanto avessero inteso. Ricevette il permesso richiesto e fu convocato da Luigi XIV, il quale gli chiese cosa potesse fare per lui. Senza dubbio, tutti i cortigiani presenti si aspettavano che chiedesse il prossimo vescovado disponibile; invece, ciò che chiese come favore più grande fu di essere riinviato nella Missione Irochese, dove i selvaggi, al suo arrivo, lo bruciarono vivo.
Parkman merita di essere letto, anche solo per il suo resoconto sugli Indiani. Forse la cosa più strana e inspiegabile riguardo a loro è proprio il loro esiguo numero. Gli Irochese erano tra le tribù più formidabili; appartenevano ai Cinque Nazioni, i cui gruppi di cacciatori di teste si spostavano su un’area di migliaia di miglia quadrate. Eppure ci sono buone ragioni per dubitare che tutte e cinque le nazioni potessero schierare insieme così tanti guerrieri in battaglia. Lo stesso valeva per tutte le altre tribù degli americani del Nord, sia nell’est che nel nord o nell’ovest: il loro numero era sempre esiguo. Eppure possedevano un territorio immenso, un clima ideale e abbondanti risorse alimentari. Perché allora non popolavano quella terra in modo più numeroso? Si può considerare questo un esempio evidente di quel disegno e di quella volontà che guidano gli affari umani: proprio nel momento in cui il vecchio mondo era pronto a “inondare” il nuovo, quest’ultimo rimaneva vuoto ad accoglierlo. Se il Nord America fosse stato popolato come la Cina, gli europei avrebbero potuto fondare alcune colonie, ma mai sarebbero riusciti a prendere possesso del continente intero. Buffon ha osservato che in America sembrava che la forza creatrice non avesse mai mostrato grande vigore; ha fatto riferimento all’abbondanza della flora e della fauna rispetto ad altre regioni della Terra. Se il numero esiguo degli Indiani sia un riflesso di questo stesso fenomeno, o se ci siano ragioni particolari, va al di là delle mie modeste conoscenze scientifiche. Quando si pensa alle innumerevoli mandrie di bisonti che un tempo coprivano le pianure occidentali, oppure si considerano le statistiche demografiche dei franco-canadesi da un lato del continente e dei neri del Sud dall’altro, sembra assurdo supporre che esistano motivi geografici che impediscano alla natura di essere altrettanto rigogliosa qui quanto in altre parti. Tuttavia, queste sono questioni più complesse. E con il vostro permesso, torneremo ancora una volta alle mie “solite” sei pollici di profondità.
X. I don’t know how those two little books got in there. They are Henley’s “Song of the Sword” and “Book of Verses.” They ought to be over yonder in the rather limited Poetry Section. Perhaps it is that I like his work so, whether it be prose or verse, and so have put them ready to my hand. He was a remarkable man, a man who was very much greater than his work, great as some of his work was. I have seldom known a personality more magnetic and stimulating. You left his presence, as a battery leaves a generating station, charged up and full. He made you feel what a lot of work there was to be done, and how glorious it was to be able to do it, and how needful to get started upon it that very hour. With the frame and the vitality of a giant he was cruelly bereft of all outlet for his strength, and so distilled it off in hot words, in warm sympathy, in strong prejudices, in all manner of human and stimulating emotions. Much of the time and energy which might have built an imperishable name for himself was spent in encouraging others; but it was not waste, for he left his broad thumb-mark upon all that passed beneath it. A dozen second-hand Henleys are fortifying our literature to-day. Alas that we have so little of his very best! for that very best was the finest of our time. Few poets ever wrote sixteen consecutive lines more noble and more strong than those which begin with the well-known quatrain — ”Out of the night that covers me, Black as the pit from Pole to Pole, I thank whatever Gods there be For my unconquerable soul.” It is grand literature, and it is grand pluck too; for it came from a man who, through no fault of his own, had been pruned, and pruned again, like an ill-grown shrub, by the surgeon’s knife. When he said — ”In the fell clutch of Circumstance I have not winced nor cried aloud, Beneath the bludgeonings of Chance My head is bloody but unbowed.” It was not what Lady Byron called “the mimic woe” of the poet, but it was rather the grand defiance of the Indian warrior at the stake, whose proud soul can hold in hand his quivering body. There were two quite distinct veins of poetry in Henley, each the very extreme from the other. The one was heroic, gigantic, running to large sweeping images and thundering words. Such are the “Song of the Sword” and much more that he has written, like the wild singing of some Northern scald. The other, and to my mind both the more characteristic and the finer side of his work, is delicate, precise, finely etched, with extraordinarily vivid little pictures drawn in carefully phrased and balanced English. Such are the “Hospital Verses,” while the “London Voluntaries” stand midway between the two styles. What! you have not read the “Hospital Verses!” Then get the “Book of Verses” and read them without delay. You will surely find something there which, for good or ill, is unique. You can name — or at least I can name — nothing to compare it with. Goldsmith and Crabbe have written of indoor themes; but their monotonous, if majestic metre, wearies the modern reader. But this is so varied, so flexible, so dramatic. It stands by itself. Confound the weekly journals and all the other lightning conductors which caused such a man to pass away, and to leave a total output of about five booklets behind him! However, all this is an absolute digression, for the books had no business in this shelf at all. This corner is meant for chronicles of various sorts. Here are three in a line, which carry you over a splendid stretch of French (which usually means European) history, each, as luck would have it, beginning just about the time when the other leaves off. The first is Froissart, the second de Monstrelet, and the third de Comines. When you have read the three you have the best contemporary account first hand of considerably more than a century — a fair slice out of the total written record of the human race. Froissart is always splendid. If you desire to avoid the mediaeval French, which only a specialist can read with pleasure, you can get Lord Berners’ almost equally mediaeval, but very charming English, or you can turn to a modern translation, such as this one of Johnes. A single page of Lord Berners is delightful; but it is a strain, I think, to read bulky volumes in an archaic style. Personally, I prefer the modern, and even with that you have shown some patience before you have reached the end of that big second tome. I wonder whether, at the time, the old Hainault Canon had any idea of what he was doing — whether it ever flashed across his mind that the day might come when his book would be the one great authority, not only about the times in which he lived, but about the whole institution of chivalry? I fear that it is far more likely that his whole object was to gain some mundane advantage from the various barons and knights whose names and deeds be recounts. He has left it on record, for example, that when he visited the Court of England he took with him a handsomely-bound copy of his work; and, doubtless, if one could follow the good Canon one would find his journeys littered with similar copies which were probably expensive gifts to the recipient, for what return would a knightly soul make for a book which enshrined his own valour? But without looking too curiously into his motives, it must be admitted that the work could not have been done more thoroughly. There is something of Herodotus in the Canon’s cheery, chatty, garrulous, take-it-or-leave-it manner. But he has the advantage of the old Greek in accuracy. Considering that he belonged to the same age which gravely accepted the travellers’ tales of Sir John Maundeville, it is, I think, remarkable how careful and accurate the chronicler is. Take, for example, his description of Scotland and the Scotch. Some would give the credit to Jean-le-Bel, but that is another matter. Scotch descriptions are a subject over which a fourteenth-century Hainaulter might fairly be allowed a little scope for his imagination. Yet we can see that the account must on the whole have been very correct. The Galloway nags, the girdle-cakes, the bagpipes — every little detail rings true. Jean-le-Bel was actually present in a Border campaign, and from him Froissart got his material; but he has never attempted to embroider it, and its accuracy, where we can to some extent test it, must predispose us to accept his accounts where they are beyond our confirmation. But the most interesting portion of old Froissart’s work is that which deals with the knights and the knight-errants of his time, their deeds, their habits, their methods of talking. It is true that he lived himself just a little after the true heyday of chivalry; but he was quite early enough to have met many of the men who had been looked upon as the flower of knighthood of the time. His book was read too, and commented on by these very men (as many of them as could read), and so we may take it that it was no fancy portrait, but a correct picture of these soldiers which is to be found in it. The accounts are always consistent. If you collate the remarks and speeches of the knights (as I have had occasion to do) you will find a remarkable uniformity running through them. We may believe then that this really does represent the kind of men who fought at Crecy and at Poictiers, in the age when both the French and the Scottish kings were prisoners in London, and England reached a pitch of military glory which has perhaps never been equalled in her history. In one respect these knights differ from anything which we have had presented to us in our historical romances. To turn to the supreme romancer, you will find that Scott’s mediaeval knights were usually muscular athletes in the prime of life: Bois-Guilbert, Front-de-Boeuf, Richard, Ivanhoe, Count Robert — they all were such. But occasionally the most famous of Froissart’s knights were old, crippled and blinded. Chandos, the best lance of his day, must have been over seventy when he lost his life through being charged upon the side on which he had already lost an eye. He was well on to that age when he rode out from the English army and slew the Spanish champion, big Marten Ferrara, upon the morning of Navaretta. Youth and strength were very useful, no doubt, especially where heavy armour had to be carried, but once on the horse’s back the gallant steed supplied the muscles. In an English hunting-field many a doddering old man, when he is once firmly seated in his familiar saddle, can give points to the youngsters at the game. So it was among the knights, and those who had outlived all else could still carry to the wars their wiliness, their experience with arms, and, above all, their cool and undaunted courage. Beneath his varnish of chivalry, it cannot be gainsayed that the knight was often a bloody and ferocious barbarian. There was little quarter in his wars, save when a ransom might be claimed. But with all his savagery, he was a light-hearted creature, like a formidable boy playing a dreadful game. He was true also to his own curious code, and, so far as his own class went, his feelings were genial and sympathetic, even in warfare. There was no personal feeling or bitterness as there might be now in a war between Frenchmen and Germans. On the contrary, the opponents were very softspoken and polite to each other. “Is there any small vow of which I may relieve you?” “Would you desire to attempt some small deed of arms upon me?” And in the midst of a fight they would stop for a breather, and converse amicably the while, with many compliments upon each other’s prowess. When Seaton the Scotsman had exchanged as many blows as he wished with a company of French knights, he said, “Thank you, gentlemen, thank you!” and galloped away. An English knight made a vow, “for his own advancement and the exaltation of his lady,” that he would ride into the hostile city of Paris, and touch with his lance the inner barrier. The whole story is most characteristic of the times. As he galloped up, the French knights around the barrier, seeing that he was under vow, made no attack upon him, and called out to him that he had carried himself well. As he returned, however, there stood an unmannerly butcher with a pole-axe upon the side-walk, who struck him as he passed, and killed him. Here ends the chronicler; but I have not the least doubt that the butcher had a very evil time at the hands of the French knights, who would not stand by and see one of their own order, even if he were an enemy, meet so plebeian an end. De Comines, as a chronicler, is less quaint and more conventional than Froissart, but the writer of romance can dig plenty of stones out of that quarry for the use of his own little building. Of course Quentin Durward has come bodily out of the pages of De Comines. The whole history of Louis XI. and his relations with Charles the Bold, the strange life at Plessis-le-Tours, the plebeian courtiers, the barber and the hangman, the astrologers, the alternations of savage cruelty and of slavish superstition — it is all set forth here. One would imagine that such a monarch was unique, that such a mixture of strange qualities and monstrous crimes could never be matched, and yet like causes will always produce like results. Read Walewski’s “Life of Ivan the Terrible,” and you will find that more than a century later Russia produced a monarch even more diabolical, but working exactly on the same lines as Louis, even down to small details. The same cruelty, the same superstition, the same astrologers, the same low-born associates, the same residence outside the influence of the great cities — a parallel could hardly be more complete. If you have not supped too full of horrors when you have finished Ivan, then pass on to the same author’s account of Peter the Great. What a land! What a succession of monarchs! Blood and snow and iron! Both Ivan and Peter killed their own sons. And there is a hideous mockery of religion running through it all which gives it a grotesque horror of its own. We have had our Henry the Eighth, but our very worst would have been a wise and benevolent rule in Russia. Talking of romance and of chivalry, that tattered book down yonder has as much between its disreputable covers as most that I know. It is Washington Irving’s “Conquest of Granada.” I do not know where he got his material for this book — from Spanish Chronicles, I presume — but the wars between the Moors and the Christian knights must have been among the most chivalrous of exploits. I could not name a book which gets the beauty and the glamour of it better than this one, the lance-heads gleaming in the dark defiles, the red bale fires glowing on the crags, the stern devotion of the mail-clad Christians, the debonnaire and courtly courage of the dashing Moslem. Had Washington Irving written nothing else, that book alone should have forced the door of every library. I love all his books, for no man wrote fresher English with a purer style; but of them all it is still “The Conquest of Granada” to which I turn most often. To hark back for a moment to history as seen in romances, here are two exotics side by side, which have a flavour that is new. They are a brace of foreign novelists, each of whom, so far as I know, has only two books. This green-and-gold volume contains both the works of the Pomeranian Meinhold in an excellent translation by Lady Wilde. The first is “Sidonia the Sorceress,” the second, “The Amber Witch.” I don’t know where one may turn for a stranger view of the Middle Ages, the quaint details of simple life, with sudden intervals of grotesque savagery. The most weird and barbarous things are made human and comprehensible. There is one incident which haunts one after one has read it, where the executioner chaffers with the villagers as to what price they will give him for putting some young witch to the torture, running them up from a barrel of apples to a barrel and a half, on the grounds that he is now old and rheumatic, and that the stooping and straining is bad for his back. It should be done on a sloping hill, he explains, so that the “dear little children” may see it easily. Both “Sidonia” and “The Amber Witch” give such a picture of old Germany as I have never seen elsewhere. But Meinhold belongs to a bygone generation. This other author, in whom I find a new note, and one of great power, is Merejkowski, who is, if I mistake not, young and with his career still before him. “The Forerunner” and “The Death of the Gods” are the only two books of his which I have been able to obtain, but the pictures of Renaissance Italy in the one, and of declining Rome in the other, are in my opinion among the masterpieces of fiction. I confess that as I read them I was pleased to find how open my mind was to new impressions, for one of the greatest mental dangers which comes upon a man as he grows older is that he should become so attached to old favourites that he has no room for the new-comer, and persuades himself that the days of great things are at an end because his own poor brain is getting ossified. You have but to open any critical paper to see how common is the disease, but a knowledge of literary history assures us that it has always been the same, and that if the young writer is discouraged by adverse comparisons it has been the common lot from the beginning. He has but one resource, which is to pay no heed to criticism, but to try to satisfy his own highest standard and leave the rest to time and the public. Here is a little bit of doggerel, pinned, as you see, beside my bookcase, which may in a ruffled hour bring peace and guidance to some younger brother — ”Critics kind — never mind! Critics flatter — no matter! Critics blame — all the same! Critics curse — none the worse! Do your best —— — the rest!”
X.
Non so come quei due piccoli libri siano finiti lì dentro. Sono “Song of the Sword” e “Book of Verses” di Henley. Dovrebbero trovarsi nella sezione dedicata alla poesia, piuttosto limitata. Forse è perché mi piace molto il suo lavoro, sia in prosa che in versi, quindi li ho messi a portata di mano. Era un uomo straordinario. Un uomo molto più grande del proprio operato, anche se alcune delle sue opere sono davvero eccezionali. Raramente ho incontrato una personalità così carismatica e stimolante. La sua presenza lasciava nelle persone l’impressione di una fonte inesauribile di energia. Ti faceva sentire quanta lavoro ci fosse da fare, quanto fosse glorioso farlo. E quanto fosse urgente iniziare subito. Con la struttura fisica e la vitalità di un gigante, gli mancava però ogni possibilità di esprimere appieno quella forza. Così la riversava in parole appassionate, in emozioni sincere, in pregiudizi forti. Molto del tempo e dell’energia che avrebbe potuto utilizzare per costruirsi un nome immortale fu invece dedicato ad incoraggiare gli altri. Ma non fu uno spreco: il suo influenzo si è lasciato sentire in tutto ciò che ha scritto. Oggi, ancora oggi, i suoi lavori arricchiscono la nostra letteratura.
Ahimè. Quanto poco abbiamo di ciò che aveva di meglio! Perché proprio quelle sue opere migliori rappresentano il meglio del nostro tempo. Pochi poeti hanno mai scritto sedici versi consecutivi più nobili e potenti di quelli che iniziano con quel famoso quartetto:
“Fuori dalla notte che mi avvolge,
nera come l’abisso da un polo all’altro.
Ringrazio tutti gli dèi esistenti
per la mia anima indomabile, ”
È letteratura grandiosa. E anche il coraggio di chi l’ha scritta è davvero straordinario. Perché proveniva da un uomo che, per colpa non sua, era stato “potato” più e più volte, come un cespuglio mal cresciuto. Quando scriveva:
“Nella morsa feroce delle circostanze,
non ho mai tremato né gridato.
Sotto i colpi della sorte,
la mia testa è insanguinata, ma non piegata, ”
Non si trattava certo di quella “dolce simulazione del dolore” tipica dei poeti. Ma piuttosto di una grandiosa sfida. Come quella del guerriero indiano sul patibolo, il cui spirito orgoglioso riesce a dominare il proprio corpo tremante.
A Henley esistevano due correnti poetiche molto distinte, l’una estremamente diversa dall’altra. La prima era eroica, grandiosa, caratterizzata da immagini vaste e parole potenti; ne sono esempi il “Canto della Spada” e molte altre opere scritte da lui, simili al canto selvaggio di un bardo settentrionale. L’altra corrente, a mio parere la più caratteristica e raffinata del suo lavoro, era delicata, precisa, ricercatamente strutturata, con piccoli ritratti vividi dipinti in un inglese attentamente formulato e bilanciato; ne sono esempi i “Versi dell’Ospedale”, mentre i “Volontari di Londra” si collocano a metà strada tra questi due stili. Ma, non avete letto i “Versi dell’Ospedale”? Allora prendete immediatamente il “Libro di Versi” e leggeteli senza indugio: sicuramente troverete qualcosa di unico, che, per bene o per male, non ha eguali. Non potete nominare – o almeno io non posso nominare – nulla con cui paragonarlo. Goldsmith e Crabbe hanno scritto di temi domestici; ma il loro metro monotono, sebbene maestoso, stanca il lettore moderno. Invece questi versi sono così variati, flessibili, drammatici. Riescono a stare da soli.
Confondete i giornali settimanali e tutti gli altri “conduttori di fulmine” che hanno causato la morte di un tale uomo, lasciandogli alle spalle un totale di circa cinque opuscoli.
Tuttavia, tutto questo è un’assoluta digressione: quei libri non avrebbero mai dovuto trovarsi su questo scaffale. Questo angolo è destinato a cronache di ogni genere. Ecco tre di esse allineate l’una accanto all’altra; ognuna vi conduce attraverso un meraviglioso periodo della storia francese (e quindi europea), e per coincidenza, ciascuna inizia più o meno nel momento in cui la precedente finisce. La prima è Froissart, la seconda de Monstrelet, la terza de Comines. Leggendole tutte e tre, avrete a disposizione il miglior resoconto contemporaneo di oltre un secolo di eventi, una parte significativa della totalità delle testimonianze scritte lasciate dall’umanità.
Froissart è sempre straordinario. Se desiderate evitare il francese medievale, che solo uno specialista può leggere con piacere, potete optare per la versione in inglese di Lord Berners, anch’essa piuttosto arcaica ma molto affascinante; oppure per una traduzione moderna, come quella di Johnes. Una singola pagina di Lord Berners è davvero deliziosa, ma leggere volumi pesanti e scritti in uno stile arcaico richiede sicuramente molta pazienza. Personalmente preferisco le traduzioni moderne; e anche così, avete dimostrato notevole perseveranza prima di arrivare alla fine di quel secondo tomo così voluminoso.
Mi chiedo se, all’epoca, il vecchio canonico di Hainaut avesse la minima idea di ciò che stava facendo. Gli è mai passato per la mente che un giorno il suo libro potesse diventare l’autorità principale non solo sui tempi in cui visse, ma su tutta l’istituzione della cavalleria? Temo che sia molto più probabile che il suo unico scopo fosse ottenere qualche vantaggio materiale dai vari baroni e cavalieri i cui nomi e imprese venivano descritti nel suo libro. Ad esempio, ha lasciato scritto che quando visitò la Corte d’Inghilterra portò con sé una copia del suo lavoro rilegata in modo elegante; senza dubbio, se si potessero seguire i suoi spostamenti, si scoprirebbero molte altre copie simili, probabilmente regali costosi per coloro che le ricevevano. Ma quale ricompensa potrebbe mai offrire un cavaliere a un libro che esalta il proprio valore? Tuttavia, senza indagare troppo curiosamente sui suoi motivi, bisogna ammettere che il lavoro è stato svolto con estrema meticolosità. C’è qualcosa di Erodoto nel modo spensierato e chiacchierone con cui il canonico racconta le sue storie. Ma ha anche l’accuratezza dell’antico greco. Considerando che apparteneva alla stessa epoca in cui venivano accettate senza dubbi le avventure descritte dai viaggiatori come Sir John Maundeville, è davvero notevole quanto sia stato attento e preciso questo cronista. Prendiamo ad esempio la sua descrizione della Scozia e dei suoi abitanti: alcuni potrebbero attribuire questo merito a Jean-le-Bel, ma questa è un’altra questione. Le descrizioni scozzesi rappresentano senz’altro un argomento su cui un abitante di Hainaut del XIV secolo poteva permettersi un certo margine di fantasia. Tuttavia, si può vedere che nel complesso il resoconto è stato molto accurato: i cavalli di Galloway, i dolci a forma di cintura, le cornamuse. Ogni dettaglio risulta vero. Jean-le-Bel era effettivamente presente in una campagna militare al confine con la Scozia, e fu da lui che Froissart trasse gran parte del materiale per le sue storie; tuttavia, quest’ultimo non ha mai cercato di abbellire i fatti. E l’accuratezza delle descrizioni, nei casi in cui possiamo verificarla, dovrebbe indurci ad accettarle anche quando non abbiamo modo di confermarle personalmente.
Ma la parte più interessante dell’opera di Froissart riguarda i cavalieri e i cavalieri erranti del suo tempo, le loro imprese, i loro costumi, i loro modi di parlare. È vero che visse poco dopo l’apice della cavalleria; tuttavia fu abbastanza tempestivo da incontrare molti di coloro che venivano considerati i rappresentanti più illustri di quella cultura cavalleresca. Il suo libro fu letto e commentato proprio da queste persone (da quanti erano in grado di leggere), quindi possiamo ritenere che non si tratti di un ritratto idealizzato, ma di una descrizione fedele di questi cavalieri. I resoconti sono sempre coerenti; se si confrontano i commenti e i discorsi dei cavalieri (come ho avuto l’occasione di fare), si nota una notevole uniformità nelle loro parole. Possiamo quindi essere certi che questi racconti rappresentino davvero il tipo di uomini che combatterono a Crecy e a Poictiers, in un’epoca in cui sia i re francesi che quelli scozzesi erano prigionieri a Londra, e l’Inghilterra raggiunse un livello di gloria militare forse senza precedenti nella sua storia.
In un certo senso, questi cavalieri differiscono da quelli descritti nei nostri romanzi storici. Se ci rivolgiamo al più grande dei narratori medievali, scopriremo che i cavalieri di Scott erano solitamente atleti robusti, nel pieno della loro forza: Bois-Guilbert, Front-de-Boeuf, Richard, Ivanhoe, il Conte Roberto, tutti quanti appartenevano a questa categoria. Tuttavia, occasionalmente anche tra i cavalieri più famosi di Froissart si trovavano individui anziani, storpi o ciechi. Chandos, il miglior cavaliere della sua epoca, doveva avere oltre settant’anni quando perse la vita in battaglia, dopo essere stato colpito sul lato in cui aveva già perso un occhio. Eppure fu proprio in quell’età avanzata che uscì dall’esercito inglese e uccise il campione spagnolo Marten Ferrara nella mattina di Navaretta. La giovinezza e la forza erano senza dubbio molto utili, soprattutto quando bisognava indossare armature pesanti; ma una volta in sella, era il cavallo stesso a fornire la forza necessaria per combattere. In un campo da caccia inglese, molti anziani ancora in grado di montare a cavallo possono dimostrare di essere più agili dei giovani partecipanti alla caccia. Lo stesso valeva per i cavalieri: quelli che avevano superato gli altri ostacoli della vita potevano ancora portare in battaglia la loro astuzia, la loro esperienza nel combattimento e, soprattutto, il loro coraggio freddo e indomabile.
Sotto quella patina di cavalleria, non si può negare che quel cavaliere fosse spesso un barbaro crudele e feroce. Nelle sue guerre c’era poca misericordia, tranne quando era possibile chiedere un riscatto. Ma nonostante tutta la sua ferocia, era una persona dal cuore leggero, come un ragazzo imponente che si divertiva a giocare a giochi spaventosi. Era anche fedele al proprio strano codice d’onore e, per quanto riguardava il suo stesso ceto sociale, i suoi sentimenti erano gentili e solidali, anche in tempo di guerra. Non esistevano rancori personali o amarezze, come avviene oggi nelle guerre tra francesi e tedeschi. Al contrario, gli avversari si trattavano con grande cortesia a vicenda: “C’è qualche piccolo voto che possa esaudire per voi?” “Desiderate tentare qualche piccola prova di valore contro di me?” E anche nel bel mezzo di una battaglia si fermavano per riposare e conversare amichevolmente, scambiandosi complimenti sulle rispettive abilità. Quando Seaton lo Scozzese ebbe sferrato tutti i colpi che desiderava contro un gruppo di cavalieri francesi, disse: “Grazie, signori, grazie!” e se ne andò al galoppo. Un cavaliere inglese fece voto, “per il proprio avanzamento e l’onore della sua dama”, che avrebbe cavalcato fino nella città nemica di Parigi e toccato con la sua lancia la barriera interna della città. Tutta questa storia è molto caratteristica di quel tempo. Mentre si avvicinava, i cavalieri francesi intorno alla barriera, vedendo che era sotto voto, non lo attaccarono e gli dissero che si era comportato bene. Tuttavia, al suo ritorno, c’era un macellaio scortese con una mazza da battaglia sul marciapiede; mentre lui passava, quello lo colpì e lo uccise. Qui finisce il cronista. Ma non ho alcun dubbio che quel macellaio abbia avuto una fine molto spiacevole tra le mani dei cavalieri francesi, i quali di certo non avrebbero permesso a uno dei loro stessi compagni, anche se fosse stato un nemico, di morire in modo così plebeo.
De Comines, in qualità di cronista, è meno originale e più convenzionale di Froissart, ma lo scrittore di romanzi può trarre molti spunti da quelle stesse fonti per il proprio racconto. Ovviamente, personaggi come Quentin Durward sembrano essere usciti direttamente dalle pagine di De Comines: l’intera storia di Luigi XI e delle sue relazioni con Carlo il Temerario, la vita strana a Plessis-le-Tours, i cortigiani plebei, il barbiere e il boia, gli astrologi, tutto viene descritto in modo dettagliato. Si potrebbe pensare che un monarca del genere sia unico, che una tale miscela di qualità strane e crimini orribili non possa mai essere ripetuta; ma cause simili producono sempre risultati simili. Leggete “La vita di Ivan il Terribile” di Walewski: più di un secolo dopo, la Russia vide emergere un monarca ancora più demoniaco, che agì esattamente secondo gli stessi principi di Luigi XI, fino nei minimi dettagli. La stessa crudeltà, la stessa superstizione, gli stessi astrologi, gli stessi alleati di umili origini. Una similitudine difficile da superare. Se dopo aver letto di Ivan non siete ancora saturi di orrori, continuate con il resoconto dello stesso autore su Pietro il Grande. Che paese, che successione di monarchi. Sangue, neve e ferro. Sia Ivan che Pietro uccisero i propri figli. E in tutto ciò c’è una terribile derisione della religione, che conferisce a tutto un orrore ancora più grottesco. Abbiamo avuto il nostro Enrico VIII; ma anche il peggiore dei nostri monarchi sarebbe stato, in Russia, un sovrano saggio e benevolo.
Parlando di romanzi e cavalieri, quel libro logoro laggiù contiene tanto quanto la maggior parte di quelli che conosco. È “La conquista di Granada” di Washington Irving. Non so da dove abbia tratto i materiali per questo libro – probabilmente dalle cronache spagnole – ma le guerre tra i Mori e i cavalieri cristiani devono essere state tra le più nobili imprese che si siano mai verificate. Non conosco nessun altro libro che riesca a catturare così bene la bellezza e il fascino di quei tempi: le lance scintillanti nelle gole oscure, i fuochi rossi sui dirupi, la devota determinazione dei cristiani armati di armature, il coraggio elegante e cortese dei cavalieri musulmani. Se Washington Irving non avesse scritto altro, solo quel libro basterebbe per far entrare ogni biblioteca. Amo tutti i suoi libri: nessuno scrive un inglese più fresco e con uno stile più puro; ma tra tutti, è ancora “La conquista di Granada” quello che leggo più spesso.
Ritornando per un momento alla storia come viene descritta nei romanzi, ecco due autori esotici presentati uno accanto all’altro, i cui lavori offrono una prospettiva nuova e originale. Si tratta di due scrittori stranieri; per quanto ne so, ognuno di loro ha pubblicato soltanto due libri. Questo volume, con le sue pagine verdi e dorate, contiene le opere del pomeraniano Meinhold, tradotte in modo eccellente da Lady Wilde: il primo libro è “Sidonia la strega”, il secondo “La strega dell’ambra”. Non so dove si possa trovare un punto di vista così insolito sul Medioevo, con i suoi dettagli caratteristici della vita semplice e gli improvvisi episodi di crudeltà grottesca. Le cose più strane e barbare vengono descritte in modo tale da sembrare umane e comprensibili. C’è un episodio in particolare che rimane impresso nella mente del lettore: l’esecutore discute con i villaggi su quanto possano pagarlo per torturare una giovane strega, facendo sì che venga spinta avanti e indietro all’interno di un barile pieno di mele. Sostiene di essere troppo vecchio e artritico, e che quei movimenti faticosi danneggino la sua schiena; afferma inoltre che l’esecuzione debba avvenire su una collina inclinata, in modo che i “carini bambini” possano assistervi facilmente. Sia “Sidonia” che “La strega dell’ambra” offrono un ritratto della vecchia Germania come non ne ho mai visto altrove.
Ma Meinhold appartiene a una generazione ormai passata. L’altro autore, invece, presenta elementi completamente nuovi e di grande potenza: si tratta di Merejkowski, che, se non erro, è ancora giovane e ha tutta la sua carriera davanti a sé. “Il precursore” e “La morte degli dei” sono gli unici due libri suoi che sono riuscito a procurarmi; le descrizioni dell’Italia rinascimentale nel primo e di Roma in declino nel secondo, a mio parere, fanno parte dei capolavori della letteratura. Devo ammettere che leggendoli ho provato piacere nel constatare quanto la mia mente fosse ancora aperta a nuove impressioni. Uno dei maggiori pericoli per un uomo con l’avanzare dell’età è infatti quello di attaccarsi troppo alle proprie preferenze del passato, impedendosi così di accogliere il nuovo; si finisce poi per convincersi che i tempi delle grandi cose siano ormai finiti. Basta aprire qualsiasi articolo critico per rendersi conto di quanto questa tendenza sia diffusa. Ma la conoscenza della storia letteraria ci assicura che sia sempre stata così. Se un giovane scrittore si scoraggia a causa di critiche negative, beh, è stato sempre il destino comune fin dall’inizio. Ha soltanto una possibilità: ignorare le critiche e cercare di soddisfare i propri standard più elevati, lasciando il resto al tempo e al pubblico. Ecco qui un breve verso, appeso accanto alla mia libreria. Forse in momenti difficili potrà portare pace e guida a qualche giovane lettore:
“Critici gentili, non badateci!
Critici lusinghieri, non importa!
Critici che biasimano, comunque sia!
Critici che maledicono, niente di peggio!
Fate del vostro meglio, il resto verrà da sé!”
XI. I have been talking in the past tense of heroes and of knight-errants, but surely their day is not yet passed. When the earth has all been explored, when the last savage has been tamed, when the final cannon has been scrapped, and the world has settled down into unbroken virtue and unutterable dulness, men will cast their thoughts back to our age, and will idealise our romance and — our courage, even as we do that of our distant forbears. “It is wonderful what these people did with their rude implements and their limited appliances!” That is what they will say when they read of our explorations, our voyages, and our wars. Now, take that first book on my travel shelf. It is Knight’s “Cruise of the Falcon.” Nature was guilty of the pun which put this soul into a body so named. Read this simple record and tell me if there is anything in Hakluyt more wonderful. Two landsmen — solicitors, if I remember right — go down to Southampton Quay. They pick up a long-shore youth, and they embark in a tiny boat in which they put to sea. Where do they turn up? At Buenos Ayres. Thence they penetrate to Paraquay, return to the West Indies, sell their little boat there, and so home. What could the Elizabethan mariners have done more? There are no Spanish galleons now to vary the monotony of such a voyage, but had there been I am very certain our adventurers would have had their share of the doubloons. But surely it was the nobler when done out of the pure lust of adventure and in answer to the call of the sea, with no golden bait to draw them on. The old spirit still lives, disguise it as you will with top hats, frock coats, and all prosaic settings. Perhaps even they also will seem romantic when centuries have blurred them. Another book which shows the romance and the heroism which still linger upon earth is that large copy of the “Voyage of the Discovery in the Antarctic” by Captain Scott. Written in plain sailor fashion with no attempt at over-statement or colour, it none the less (or perhaps all the more) leaves a deep impression upon the mind. As one reads it, and reflects on what one reads, one seems to get a clear view of just those qualities which make the best kind of Briton. Every nation produces brave men. Every nation has men of energy. But there is a certain type which mixes its bravery and its energy with a gentle modesty and a boyish good-humour, and it is just this type which is the highest. Here the whole expedition seem to have been imbued with the spirit of their commander. No flinching, no grumbling, every discomfort taken as a jest, no thought of self, each working only for the success of the enterprise. When you have read of such privations so endured and so chronicled, it makes one ashamed to show emotion over the small annoyances of daily life. Read of Scott’s blinded, scurvy-struck party staggering on to their goal, and then complain, if you can, of the heat of a northern sun, or the dust of a country road. That is one of the weaknesses of modern life. We complain too much. We are not ashamed of complaining. Time was when it was otherwise — when it was thought effeminate to complain. The Gentleman should always be the Stoic, with his soul too great to be affected by the small troubles of life. “You look cold, sir,” said an English sympathizer to a French emigre. The fallen noble drew himself up in his threadbare coat. “Sir,” said he, “a gentleman is never cold.” One’s consideration for others as well as one’s own self-respect should check the grumble. This self-suppression, and also the concealment of pain are two of the old noblesse oblige characteristics which are now little more than a tradition. Public opinion should be firmer on the matter. The man who must hop because his shin is hacked, or wring his hand because his knuckles are bruised should be made to feel that he is an object not of pity, but of contempt. The tradition of Arctic exploration is a noble one among Americans as well as ourselves. The next book is a case in point. It is Greely’s “Arctic Service,” and it is a worthy shelf-companion to Scott’s “Account of the Voyage of the Discovery.” There are incidents in this book which one can never forget. The episode of those twenty-odd men lying upon that horrible bluff, and dying one a day from cold and hunger and scurvy, is one which dwarfs all our puny tragedies of romance. And the gallant starving leader giving lectures on abstract science in an attempt to take the thoughts of the dying men away from their sufferings — what a picture! It is bad to suffer from cold and bad to suffer from hunger, and bad to live in the dark; but that men could do all these things for six months on end, and that some should live to tell the tale, is, indeed, a marvel. What a world of feeling lies in the exclamation of the poor dying lieutenant: “Well, this is wretched,” he groaned, as he turned his face to the wall. The Anglo-Celtic race has always run to individualism, and yet there is none which is capable of conceiving and carrying out a finer ideal of discipline. There is nothing in Roman or Grecian annals, not even the lava-baked sentry at Pompeii, which gives a more sternly fine object-lesson in duty than the young recruits of the British army who went down in their ranks on the Birkenhead. And this expedition of Greely’s gave rise to another example which seems to me hardly less remarkable. You may remember, if you have read the book, that even when there were only about eight unfortunates still left, hardly able to move for weakness and hunger, the seven took the odd man out upon the ice, and shot him dead for breach of discipline. The whole grim proceeding was carried out with as much method and signing of papers, as if they were all within sight of the Capitol at Washington. His offence had consisted, so far as I can remember, of stealing and eating the thong which bound two portions of the sledge together, something about as appetizing as a bootlace. It is only fair to the commander to say, however, that it was one of a series of petty thefts, and that the thong of a sledge might mean life or death to the whole party. Personally I must confess that anything bearing upon the Arctic Seas is always of the deepest interest to me. He who has once been within the borders of that mysterious region, which can be both the most lovely and the most repellent upon earth, must always retain something of its glamour. Standing on the confines of known geography I have shot the southward flying ducks, and have taken from their gizzards pebbles which they have swallowed in some land whose shores no human foot has trod. The memory of that inexpressible air, of the great ice-girt lakes of deep blue water, of the cloudless sky shading away into a light green and then into a cold yellow at the horizon, of the noisy companionable birds, of the huge, greasy-backed water animals, of the slug-like seals, startlingly black against the dazzling whiteness of the ice — all of it will come back to a man in his dreams, and will seem little more than some fantastic dream itself, go removed is it from the main stream of his life. And then to play a fish a hundred tons in weight, and worth two thousand pounds — but what in the world has all this to do with my bookcase? Yet it has its place in my main line of thought, for it leads me straight to the very next upon the shelf, Bullen’s “Cruise of the Cachelot,” a book which is full of the glamour and the mystery of the sea, marred only by the brutality of those who go down to it in ships. This is the sperm-whale fishing, an open-sea affair, and very different from that Greenland ice groping in which I served a seven-months’ apprenticeship. Both, I fear, are things of the past — certainly the northern fishing is so, for why should men risk their lives to get oil when one has but to sink a pipe in the ground. It is the more fortunate then that it should have been handled by one of the most virile writers who has described a sailor’s life. Bullen’s English at its best rises to a great height. If I wished to show how high, I would take that next book down, “Sea Idylls.” How is this, for example, if you have an ear for the music of prose? It is a simple paragraph out of the magnificent description of a long calm in the tropics. “A change, unusual as unwholesome, came over the bright blue of the sea. No longer did it reflect, as in a limpid mirror, the splendour of the sun, the sweet silvery glow of the moon, or the coruscating clusters of countless stars. Like the ashen-grey hue that bedims the countenance of the dying, a filmy greasy skin appeared to overspread the recent loveliness of the ocean surface. The sea was sick, stagnant, and foul, from its turbid waters arose a miasmatic vapour like a breath of decay, which clung clammily to the palate and dulled all the senses. Drawn by some strange force, from the unfathomable depths below, eerie shapes sought the surface, blinking glassily at the unfamiliar glare they had exchanged for their native gloom — uncouth creatures bedight with tasselled fringes like weed-growths waving around them, fathom-long, medusae with coloured spots like eyes clustering all over their transparent substance, wriggling worm-like forms of such elusive matter that the smallest exposure to the sun melted them, and they were not. Lower down, vast pale shadows creep sluggishly along, happily undistinguishable as yet, but adding a half-familiar flavour to the strange, faint smell that hung about us.” Take the whole of that essay which describes a calm in the Tropics, or take the other one “Sunrise as seen from the Crow’s-nest,” and you must admit that there have been few finer pieces of descriptive English in our time. If I had to choose a sea library of only a dozen volumes I should certainly give Bullen two places. The others? Well, it is so much a matter of individual taste. “Tom Cringle’s Log” should have one for certain. I hope boys respond now as they once did to the sharks and the pirates, the planters, and all the rollicking high spirits of that splendid book. Then there is Dana’s “Two Years before the Mast.” I should find room also for Stevenson’s “Wrecker” and “Ebb Tide.” Clark Russell deserves a whole shelf for himself, but anyhow you could not miss out “The Wreck of the Grosvenor.” Marryat, of course, must be represented, and I should pick “Midshipman Easy” and “Peter Simple” as his samples. Then throw in one of Melville’s Otaheite books — now far too completely forgotten—”Typee” or “Omoo,” and as a quite modern flavour Kipling’s “Captains Courageous” and Jack London’s “Sea Wolf,” with Conrad’s “Nigger of the Narcissus.” Then you will have enough to turn your study into a cabin and bring the wash and surge to your cars, if written words can do it. Oh, how one longs for it sometimes when life grows too artificial, and the old Viking blood begins to stir! Surely it must linger in all of us, for no man who dwells in an island but had an ancestor in longship or in coracle. Still more must the salt drop tingle in the blood of an American when you reflect that in all that broad continent there is not one whose forefather did not cross 3000 miles of ocean. And yet there are in the Central States millions and millions of their descendants who have never seen the sea. I have said that “Omoo” and “Typee,” the books in which the sailor Melville describes his life among the Otaheitans, have sunk too rapidly into obscurity. What a charming and interesting task there is for some critic of catholic tastes and sympathetic judgment to undertake rescue work among the lost books which would repay salvage! A small volume setting forth their names and their claims to attention would be interesting in itself, and more interesting in the material to which it would serve as an introduction. I am sure there are many good books, possibly there are some great ones, which have been swept away for a time in the rush. What chance, for example, has any book by an unknown author which is published at a moment of great national excitement, when some public crisis arrests the popular mind? Hundreds have been still-born in this fashion, and are there none which should have lived among them? Now, there is a book, a modern one, and written by a youth under thirty. It is Snaith’s “Broke of Covenden,” and it scarce attained a second edition. I do not say that it is a Classic — I should not like to be positive that it is not — but I am perfectly sure that the man who wrote it has the possibility of a Classic within him. Here is another novel—”Eight Days,” by Forrest. You can’t buy it. You are lucky even if you can find it in a library. Yet nothing ever written will bring the Indian Mutiny home to you as this book will do. Here’s another which I will warrant you never heard of. It is Powell’s “Animal Episodes.” No, it is not a collection of dog-and-cat anecdotes, but it is a series of very singularly told stories which deal with the animal side of the human, and which you will feel have an entirely new flavour if you have a discriminating palate. The book came out ten years ago, and is utterly unknown. If I can point to three in one small shelf, how many lost lights must be flitting in the outer darkness! Let me hark back for a moment to the subject with which I began, the romance of travel and the frequent heroism of modern life. I have two books of Scientific Exploration here which exhibit both these qualities as strongly as any I know. I could not choose two better books to put into a young man’s hands if you wished to train him first in a gentle and noble firmness of mind, and secondly in a great love for and interest in all that pertains to Nature. The one is Darwin’s “Journal of the Voyage of the Beagle.” Any discerning eye must have detected long before the “Origin of Species” appeared, simply on the strength of this book of travel, that a brain of the first order, united with many rare qualities of character, had arisen. Never was there a more comprehensive mind. Nothing was too small and nothing too great for its alert observation. One page is occupied in the analysis of some peculiarity in the web of a minute spider, while the next deals with the evidence for the subsidence of a continent and the extinction of a myriad animals. And his sweep of knowledge was so great — botany, geology, zoology, each lending its corroborative aid to the other. How a youth of Darwin’s age — he was only twenty-three when in the year 1831 he started round the world on the surveying ship Beagle — could have acquired such a mass of information fills one with the same wonder, and is perhaps of the same nature, as the boy musician who exhibits by instinct the touch of the master. Another quality which one would be less disposed to look for in the savant is a fine contempt for danger, which is veiled in such modesty that one reads between the lines in order to detect it. When he was in the Argentina, the country outside the Settlements was covered with roving bands of horse Indians, who gave no quarter to any whites. Yet Darwin rode the four hundred miles between Bahia and Buenos Ayres, when even the hardy Gauchos refused to accompany him. Personal danger and a hideous death were small things to him compared to a new beetle or an undescribed fly. The second book to which I alluded is Wallace’s “Malay Archipelago.” There is a strange similarity in the minds of the two men, the same courage, both moral and physical, the same gentle persistence, the same catholic knowledge and wide. sweep of mind, the same passion for the observation of Nature. Wallace by a flash of intuition understood and described in a letter to Darwin the cause of the Origin of Species at the very time when the latter was publishing a book founded upon twenty years’ labour to prove the same thesis. What must have been his feelings when he read that letter? And yet he had nothing to fear, for his book found no more enthusiastic admirer than the man who had in a sense anticipated it. Here also one sees that Science has its heroes no less than Religion. One of Wallace’s missions in Papua was to examine the nature and species of the Birds-of-Paradise; but in the course of the years of his wanderings through those islands he made a complete investigation of the whole fauna. A footnote somewhere explains that the Papuans who lived in the Bird-of-Paradise country were confirmed cannibals. Fancy living for years with or near such neighbours! Let a young fellow read these two books, and he cannot fail to have both his mind and his spirit strengthened by the reading.
XI.
Ho parlato fino ad ora del passato degli eroi e dei cavalieri erranti, ma certamente il loro tempo non è ancora finito. Quando la terra sarà completamente esplorata, quando l’ultimo selvaggio sarà addomesticato, quando l’ultimo cannone verrà smantellato e il mondo si troverà immerso in una virtù incrollabile e in una noia insopportabile, le persone ricorderanno la nostra epoca e idealizzeranno il nostro romanticismo, e anche il nostro coraggio, proprio come facciamo noi con i nostri lontani antenati. “È meraviglioso ciò che queste persone sono riuscite a compiere con gli strumenti rudimentali e le risorse limitate a loro disposizione!” Questo è ciò che diranno leggendo delle nostre esplorazioni, dei nostri viaggi e delle nostre guerre. Ora, prendete quel primo libro sulla mia libreria di viaggio: si tratta del “Cruise of the Falcon” scritto da Knight. La natura sembra aver scherzato, dando a questo spirito un corpo chiamato proprio “Falco”. Leggete queste semplici descrizioni e ditemi se c’è qualcosa di più meraviglioso nelle opere di Hakluyt. Due uomini, avvocati, se ricordo bene, si recano a Southampton Quay; prendono con loro un giovane del posto e salpano su una piccola barca. Dove finiscono? A Buenos Aires. Da lì proseguono verso il Paraguay, tornano nelle Indie Occidentali, vendono la loro barca e tornano a casa. Cosa avrebbero potuto fare di più i marinai elisabettani? Oggi non ci sono galeoni spagnoli che possano rendere monotona un viaggio del genere. Ma se ci fossero stati, sono certo che anche questi avventurieri avrebbero ottenuto la loro parte di ricompense. Tuttavia, è certamente più nobile agire per puro amore dell’avventura e rispondendo alla chiamata del mare, senza alcuna tentazione materiale. Quel vecchio spirito vive ancora, anche se si nasconde sotto cilindri, abiti da gentiluomo e ambienti banali. Forse anche loro sembreranno romantici, quando i secoli avranno offuscato i loro ricordi.
Un altro libro che mostra il romanticismo e l’eroismo ancora presenti nel mondo è quella grande copia del “Voyage of the Discovery in the Antarctic” scritta dal Capitano Scott. Scritto in un linguaggio semplice, senza esagerazioni o descrizioni enfatiche, lascia comunque un’impressione profonda nella mente di chi lo legge. Mentre si leggono queste pagine e ci si riflette su ciò che vi è descritto, sembra di cogliere appieno quelle qualità che rendono il vero britannico. Ogni nazione produce uomini coraggiosi; ogni nazione ha persone energiche. Ma c’è un certo tipo di persona che unisce coraggio ed energia con una gentile modestia e un buon umore infantile. Ed è proprio questo tipo di persona che rappresenta il massimo dell’eccellenza umana. In questa spedizione, sembra che l’intero gruppo fosse permeato dello spirito del loro comandante: nessun indietreggiamento, nessuna lamentela. Ogni disagio veniva considerato una sorta di scherzo; nessun pensiero per se stessi. Tutti lavoravano soltanto per il successo dell’impresa. Quando si leggono queste sofferenze sopportate con tanta pazienza, ci si vergogna di lamentarsi delle piccole difficoltà della vita quotidiana. Leggete di come la squadra di Scott, cieca e afflitta dalla scorbuto, abbia raggiunto il suo obiettivo. E poi, se potete, lamentatevi del calore del sole settentrionale o della polvere delle strade di campagna.
Quella è una delle debolezze della vita moderna: ci lamentiamo troppo e non ci vergogniamo nemmeno di farlo. Un tempo era diverso: si considerava effeminato lamentarsi. Un vero gentiluomo doveva essere uno stoico, con un’anima così nobile da non lasciarsi influenzare dalle piccole difficoltà della vita. “Sembrate freddo, signore”, disse un inglese comprensivo a un emigrato francese. Il nobiluomo decaduto si sistemò meglio nel suo vecchio cappotto logoro e rispose: “Signore, un gentiluomo non è mai freddo”. Il rispetto per gli altri, così come il proprio autorespetto, dovrebbero impedirci di lamentarci. Questa autodisciplina, così come la capacità di nascondere il dolore, sono due delle caratteristiche tipiche dell’antica nobiltà; oggi, tuttavia, non sono più che tradizioni. L’opinione pubblica dovrebbe essere più ferma su questo tema: un uomo che deve saltellare a causa di una ferita alla tibia o stringersi la mano per i nodi gonfiati dovrebbe sentirsi non oggetto di pietà, ma di disprezzo. La tradizione dell’esplorazione artica è nobile sia per gli americani che per noi. Il prossimo libro ne è un esempio: si tratta del “Arctic Service” di Greely, un’opera degna di stare accanto al “Account of the Voyage of the Discovery” di Scott. In questo libro ci sono episodi che non si possono dimenticare mai. Quell’episodio in cui quei venti uomini giacevano su quella terribile scogliera, morendo uno dopo l’altro a causa del freddo, della fame e dello scorbuto, è qualcosa che mette in ombra tutte le nostre banali tragedie romantiche. E quel coraggioso leader, affamato ma ancora capace di tenere lezioni di scienze astratte per distrarre i suoi compagni morenti dalle loro sofferenze, che immagine! Soffrire dal freddo, dalla fame o nell’oscurità è terribile; ma il fatto che queste persone siano riuscite a sopportare tutto questo per sei mesi di fila, e che alcune siano sopravvissute per raccontarlo, beh, questo davvero è un miracolo. Quanto sentimento si nasconde nell’esclamazione di quel povero tenente morente: “Davvero, questa è una situazione disperata”, gemette mentre girava il viso verso il muro.
La razza anglo-celtica ha sempre tendenza all’individualismo, eppure non esiste nessuna altra capace di concepire e realizzare un ideale più elevato di disciplina. Non c’è nulla negli annali romani o greci, nemmeno la sentinella bruciata dalla lava a Pompei, che possa offrire un esempio più severo e nello stesso tempo più significativo del dovere rispetto ai giovani reclute dell’esercito britannico caduti sul Birkenhead. E questa spedizione di Greely ha fornito un altro esempio altrettanto notevole. Se avete letto quel libro, ricorderete che anche quando rimanevano soltanto otto sfortunati, quasi incapaci di muoversi a causa della debolezza e della fame, i sette rimanenti portarono fuori uno di loro sul ghiaccio e lo uccisero per violazione della disciplina. L’intera operazione fu condotta con estrema meticolosità, con la stessa formalità con cui si redigono documenti ufficiali, come se tutto avvenisse sotto gli occhi del Campidoglio a Washington. Il reato di quel soldato consisteva, per quanto ricordo, nel rubare e mangiare il laccio che teneva insieme le due parti della slitta, qualcosa di altrettanto poco appetitoso di una corda da scarpe. È tuttavia giusto riconoscere che si trattava soltanto di uno dei tanti piccoli furti commessi, e che quel laccio poteva significare la vita o la morte per l’intero gruppo.
Personalmente devo ammettere che tutto ciò che riguarda i mari artici suscita in me un profondo interesse. Chiunque abbia mai messo piede in quella regione misteriosa, capace di essere al contempo la cosa più meravigliosa e la più spaventosa della Terra, conserva per sempre il fascino di quel luogo nel proprio cuore. In piedi ai confini della geografia conosciuta, ho sparato alle anatre che volavano verso sud e ho trovato nei loro stomaci pietre inghiottite in terre le cui coste nessun essere umano ha mai calpestato. Il ricordo di quell’aria indescrivibile, dei grandi laghi circondati da ghiaccio e d’acqua azzurra profonda, del cielo sereno che si trasforma in un verde chiaro e poi in un giallo freddo all’orizzonte, degli uccelli rumorosi e socievoli, degli enormi animali acquatici dal dorso untuoso, delle foche dal colore nero intenso sul bianco abbagliante del ghiaccio, tutto ciò ritorna nei sogni di un uomo, sembrando quasi un sogno fantastico, lontano dalla corrente principale della sua vita. E poi c’è la possibilità di pescare un pesce che pesa cento tonnellate e vale duemila sterline. Ma cosa c’entra tutto questo con la mia libreria?
Eppure ha il suo posto nella mia linea principale di pensieri, perché mi conduce direttamente al libro successivo sugli scaffali: “Cruise of the Cachelot” di Bullen, un libro pieno di fascino e mistero del mare, offuscato soltanto dalla brutalità di coloro che vi si avventurano a bordo delle navi. Si tratta della caccia alle balene spermate, un’attività che si svolge in mare aperto, molto diversa da quella nella regione artica dove ho svolto un apprendistato di sette mesi. Temo però che entrambe queste pratiche siano ormai cose del passato. Certamente quella artica lo è: perché mai gli uomini dovrebbero rischiare la vita per estrarre petrolio, quando basta semplicemente conficcare un tubo nel terreno? Fortunatamente, questo argomento è stato trattato da uno dei più vigorosi scrittori che abbiano mai descritto la vita di un marinaio. L’inglese di Bullen, nelle sue migliori espressioni, raggiunge davvero vette elevate. Se volessi dimostrare fino a che punto, prenderei il libro successivo: “Sea Idylls”.
Ecco, ad esempio: se si ha un orecchio per la musica della prosa, questo passaggio rappresenta una semplice descrizione di una lunga calma tropicale.
“Un cambiamento, insolito e inquietante, si manifestò sul blu brillante del mare. Non rifletteva più, come uno specchio limpido, lo splendore del sole, il dolce bagliore argenteo della luna o i raggi scintillanti delle stelle. Come un pallore cenereo che offusca il volto di chi sta morendo, una pellicola untuosa sembrò coprire la superficie dell’oceano. Il mare era malato, stagnante e fetido; dalle sue acque torbide si levava un vapore miasmatico, simile al respiro della decomposizione. Forme inquietanti emergevano dalle profondità: creature brutali con frange a forma di ciuffi d’erba che ondeggiavano intorno a loro; meduse lunghe e trasparenti, con macchie colorate simili a occhi distribuite su tutto il corpo. Forme viscide e indescrivibili, che si scioglievano al minimo contatto con il sole. Più in basso, immense ombre pallide si muovevano lentamente nell’acqua. Un odore strano e familiare allo stesso tempo aleggiava intorno a noi, ”
Prendete l’intero quel saggio che descrive la calma dei Tropici, oppure un altro intitolato “Alba vista dal Nido del Corvo”, e dovrete ammettere che in tempi nostri sono stati scritti pochi testi descrittivi in inglese di così alta qualità. Se dovessi scegliere una collezione di libri sulla vita marina composta da soltanto dodici volumi, sicuramente includerei due opere di Bullen. Gli altri? Beh, è davvero una questione di gusto personale, “Il Diario di Tom Cringle” dovrebbe certamente farne parte. Spero che i ragazzi rispondano oggi allo stesso modo in cui un tempo reagirono ai racconti sui squali, sui pirati e su tutta l’atmosfera avventurosa di quel meraviglioso libro. Poi c’è “Due anni al timone” di Dana. Dovrei includere anche “Il Vincitore” e “La Marea Bassa” di Stevenson. Clark Russell merita senz’altro un intero scaffale tutto per sé. Comunque, non potreste mai trascurare “Il naufragio del Grosvenor”. Naturalmente, Marryat deve essere rappresentato: sceglierei “Midshipman Easy” e “Peter Simple” come sue opere più rappresentative. Aggiungete poi uno dei libri di Melville sugli Otaheite – ormai quasi completamente dimenticati – come “Typee” o “Omoo”. Per un tocco di modernità, potreste includere anche “I Capitani Coraggiosi” di Kipling e “Il Lupo Marino” di Jack London, insieme a “Nigger of the Narcissus” di Conrad. Avrete così abbastanza materiale per trasformare la vostra stanza da studio in una vera cabina, se le parole scritte possono davvero realizzare questo. Oh, quanto ci si sente spesso invidiosi di tutto ciò quando la vita diventa troppo artificiale, e il vecchio spirito vichingo inizia a risvegliarsi dentro di noi. Sicuramente tale spirito esiste in tutti noi: nessun uomo che viva su un’isola può non avere antenati che navigarono su grandi navi o barche tradizionali. E ancora di più, nel sangue di un americano deve risuonare il ricordo di quegli antenati che attraversarono migliaia di chilometri di oceano. Eppure, negli Stati Centrali ci sono milioni e milioni dei loro discendenti che non hanno mai visto il mare.
Ho detto che “Omoo” e “Typee”, i libri in cui il marinaio Melville descrive la sua vita tra gli Otaheitani, sono caduti troppo rapidamente nell’oblio. Che compito affascinante e interessante potrebbe essere per un critico dal gusto eclettico e dal giudizio sensibile quello di recuperare questi libri perduti. Un piccolo volume che ne riportasse i nomi e le qualità meritevoli di attenzione sarebbe già di per sé interessante, e ancora più così se fungesse da introduzione ad altri testi correlati. Sono sicuro che esistano molti buoni libri, forse addirittura alcuni grandi opere, che sono stati dimenticati in questo corso di eventi. Quale possibilità ha, ad esempio, un libro scritto da un autore sconosciuto e pubblicato in un momento di grande agitazione nazionale, quando una crisi pubblica attira l’attenzione del pubblico? Centinaia di libri sono stati “morti” in questo modo. E non ce n’è forse uno che avrebbe dovuto sopravvivere? Ecco allora un libro moderno, scritto da un giovane sotto i trent’anni: “Broke of Covenden” di Snaith. Ha appena raggiunto una seconda edizione. Non dico che sia un classico. Ma sono assolutamente certo che l’autore abbia in sé le potenzialità per diventarlo. Ecco un altro romanzo: “Eight Days” di Forrest. Non è possibile comprarlo; si ha fortuna se si riesce a trovarlo in una biblioteca. Eppure nessun altro libro riuscirà mai a far comprendere appieno l’importanza della Rivolta Indiana come questo. Ecco ancora un altro libro di cui sono sicuro che non abbiate mai sentito parlare: “Animal Episodes” di Powell. No, non si tratta di una raccolta di aneddoti su cani e gatti, ma di storie molto particolari che riguardano il lato animale dell’essere umano. E che vi sembreranno davvero uniche se avete un gusto raffinato. Questo libro è uscito dieci anni fa, ed è completamente sconosciuto. Se riesco a indicarne tre su uno scaffale così piccolo, quante altre opere perdute devono esserci nell’oscurità,!
Permettetemi di tornare per un momento sull’argomento con cui ho iniziato: il fascino del viaggio e l’eroismo che spesso si manifesta nella vita moderna. Ho qui due libri di esplorazione scientifica che evidenziano entrambi questi aspetti in modo particolarmente intenso. Non potrei scegliere due libri migliori da dare in mano a un giovane, se si desidera educarlo innanzitutto a una mente ferma e nobile, e in secondo luogo a un grande amore e interesse per tutto ciò che riguarda la Natura. Uno di questi libri è il “Diario del viaggio del Beagle” di Darwin. Chiunque abbia occhio per queste cose avrebbe dovuto intuire, molto prima della pubblicazione de “L’origine delle specie”, semplicemente leggendo questo libro di viaggio, che un’intelligenza di prim’ordine, unita a molte qualità rare del carattere, si era manifestata in lui. Non esisteva mente più completa: nulla era troppo piccolo o troppo grande per la sua attenta osservazione. Una pagina analizzava una particolarità nella ragnatela di un minuscolo ragno, mentre un’altra trattava delle prove relative al sommersimento di un continente e all’estinzione di innumerevoli animali. La sua conoscenza era così vasta: botanica, geologia, zoologia, ognuna di queste discipline contribuiva alle altre con i suoi dati confermativi. Come potesse un giovane dell’età di Darwin – aveva solo ventitré anni quando nel 1831 iniziò il suo viaggio intorno al mondo a bordo della nave Beagle – acquisire una tale quantità di informazioni è davvero sorprendente, e forse rappresenta lo stesso genere di meraviglia che si prova di fronte a un ragazzo musicista che, per istinto, dimostra di possedere il talento di un maestro. Un’altra qualità che ci si aspetterebbe meno di trovare in uno scienziato è una profonda disprezzo per il pericolo; questo sentimento, tuttavia, è velato da tale modestia che bisogna cercarlo tra le righe per riconoscerlo. Mentre si trovava in Argentina, le zone al di fuori delle colonie erano infestate da bande di indigeni a cavallo che non risparmiavano nessun bianco. Eppure Darwin attraversò quattrocento miglia tra Bahia e Buenos Aires, anche se persino i robusti Gauchos si rifiutarono di accompagnarlo. Per lui, il pericolo personale o una morte orribile erano cose di poco conto rispetto a un nuovo insetto o a una mosca mai descritta prima.
Il secondo libro di cui ho parlato è “Malay Archipelago” di Wallace. Esiste una strana somiglianza nel modo di pensare dei due uomini: lo stesso coraggio, sia morale che fisico, la stessa tenace perseveranza, la stessa vasta cultura e lo stesso ampio orizzonte mentale, la stessa passione per l’osservazione della Natura. Wallace, con un lampo d’intuizione, comprese e descrisse in una lettera a Darwin la causa dell’Origine delle Specie proprio nel momento in cui quest’ultimo pubblicava un libro frutto di vent’anni di ricerche per dimostrare la stessa tesi. Quali devono essere stati i suoi sentimenti quando lesse quella lettera? Eppure non aveva nulla da temere, perché il suo libro trovò un ammiratore altrettanto entusiasta dell’autore che, in un certo senso, lo aveva anticipato. Anche in questo si vede che la Scienza ha i suoi eroi, proprio come la Religione. Uno degli scopi di Wallace durante le sue ricerche in Papua era studiare la natura e le specie dei uccelli del paradiso; ma nel corso degli anni trascorsi su quelle isole effettuò un’indagine completa sull’intera fauna locale. Una nota a piè di pagina spiega che i Papuani che vivevano nelle zone dove abitavano questi uccelli erano cannibali. Immaginate di vivere per anni tra o vicino a simili persone. Un giovane che legga questi due libri non potrà fare a meno di sentirsi rafforzato sia mentalmente che spiritualmente da tale lettura.
XII. Here we are at the final seance. For the last time, my patient comrade, I ask you to make yourself comfortable upon the old green settee, to look up at the oaken shelves, and to bear with me as best you may while I preach about their contents. The last time! And yet, as I look along the lines of the volumes, I have not mentioned one out of ten of those to which I owe a debt of gratitude, nor one in a hundred of the thoughts which course through my brain as I look at them. As well perhaps, for the man who has said all that he has to say has invariably said too much. Let me be didactic for a moment! I assume this solemn — oh, call it not pedantic! — attitude because my eye catches the small but select corner which constitutes my library of Science. I wanted to say that if I were advising a young man who was beginning life, I should counsel him to devote one evening a week to scientific reading. Had he the perseverance to adhere to his resolution, and if he began it at twenty, he would certainly find himself with an unusually well-furnished mind at thirty, which would stand him in right good stead in whatever line of life he might walk. When I advise him to read science, I do not mean that he should choke himself with the dust of the pedants, and lose himself in the subdivisions of the Lepidoptera, or the classifications of the dicotyledonous plants. These dreary details are the prickly bushes in that enchanted garden, and you are foolish indeed if you begin your walks by butting your head into one. Keep very clear of them until you have explored the open beds and wandered down every easy path. For this reason avoid the text-books, which repel, and cultivate that popular science which attracts. You cannot hope to be a specialist upon all these varied subjects. Better far to have a broad idea of general results, and to understand their relations to each other. A very little reading will give a man such a knowledge of geology, for example, as will make every quarry and railway cutting an object of interest. A very little zoology will enable you to satisfy your curiosity as to what is the proper name and style of this buff-ermine moth which at the present instant is buzzing round the lamp. A very little botany will enable you to recognise every flower you are likely to meet in your walks abroad, and to give you a tiny thrill of interest when you chance upon one which is beyond your ken. A very little archaeology will tell you all about yonder British tumulus, or help you to fill in the outline of the broken Roman camp upon the downs. A very little astronomy will cause you to look more intently at the heavens, to pick out your brothers the planets, who move in your own circles, from the stranger stars, and to appreciate the order, beauty, and majesty of that material universe which is most surely the outward sign of the spiritual force behind it. How a man of science can be a materialist is as amazing to me as how a sectarian can limit the possibilities of the Creator. Show me a picture without an artist, show me a bust without a sculptor, show me music without a musician, and then you may begin to talk to me of a universe without a Universe-maker, call Him by what name you will. Here is Flammarion’s “L’Atmosphere” — a very gorgeous though weather-stained copy in faded scarlet and gold. The book has a small history, and I value it. A young Frenchman, dying of fever on the west coast of Africa, gave it to me as a professional fee. The sight of it takes me back to a little ship’s bunk, and a sallow face with large, sad eyes looking out at me. Poor boy, I fear that he never saw his beloved Marseilles again! Talking of popular science, I know no better books for exciting a man’s first interest, and giving a broad general view of the subject, than these of Samuel Laing. Who would have imagined that the wise savant and gentle dreamer of these volumes was also the energetic secretary of a railway company? Many men of the highest scientific eminence have begun in prosaic lines of life. Herbert Spencer was a railway engineer. Wallace was a land surveyor. But that a man with so pronounced a scientific brain as Laing should continue all his life to devote his time to dull routine work, remaining in harness until extreme old age, with his soul still open to every fresh idea and his brain acquiring new concretions of knowledge, is indeed a remarkable fact. Read those books, and you will be a fuller man. It is an excellent device to talk about what you have recently read. Rather hard upon your audience, you may say; but without wishing to be personal, I dare bet it is more interesting than your usual small talk. It must, of course, be done with some tact and discretion. It is the mention of Laing’s works which awoke the train of thought which led to these remarks. I had met some one at a table d’hote or elsewhere who made some remark about the prehistoric remains in the valley of the Somme. I knew all about those, and showed him that I did. I then threw out some allusion to the rock temples of Yucatan, which he instantly picked up and enlarged upon. He spoke of ancient Peruvian civilization, and I kept well abreast of him. I cited the Titicaca image, and he knew all about that. He spoke of Quaternary man, and I was with him all the time. Each was more and more amazed at the fulness and the accuracy of the information of the other, until like a flash the explanation crossed my mind. “You are reading Samuel Laing’s ‘Human Origins’!” I cried. So he was, and so by a coincidence was I. We were pouring water over each other, but it was all new-drawn from the spring. There is a big two-volumed book at the end of my science shelf which would, even now, have its right to be called scientific disputed by some of the pedants. It is Myers’ “Human Personality.” My own opinion, for what it is worth, is that it will be recognised a century hence as a great root book, one from which a whole new branch of science will have sprung. Where between four covers will you find greater evidence of patience, of industry, of thought, of discrimination, of that sweep of mind which can gather up a thousand separate facts and bind them all in the meshes of a single consistent system? Darwin has not been a more ardent collector in zoology than Myers in the dim regions of psychic research, and his whole hypothesis, so new that a new nomenclature and terminology had to be invented to express it, telepathy, the subliminal, and the rest of it, will always be a monument of acute reasoning, expressed in fine prose and founded upon ascertained fact. The mere suspicion of scientific thought or scientific methods has a great charm in any branch of literature, however far it may be removed from actual research. Poe’s tales, for example, owe much to this effect, though in his case it was a pure illusion. Jules Verne also produces a charmingly credible effect for the most incredible things by an adept use of a considerable amount of real knowledge of nature. But most gracefully of all does it shine in the lighter form of essay, where playful thoughts draw their analogies and illustrations from actual fact, each showing up the other, and the combination presenting a peculiar piquancy to the reader. Where could I get better illustration of what I mean than in those three little volumes which make up Wendell Holmes’ immortal series, “The Autocrat,” “The Poet,” and “The Professor at the Breakfast Table”? Here the subtle, dainty, delicate thought is continually reinforced by the allusion or the analogy which shows the wide, accurate knowledge behind it. What work it is! how wise, how witty, how large-hearted and tolerant! Could one choose one’s philosopher in the Elysian fields, as once in Athens, I would surely join the smiling group who listened to the human, kindly words of the Sage of Boston. I suppose it is just that continual leaven of science, especially of medical science, which has from my early student days given those books so strong an attraction for me. Never have I so known and loved a man whom I had never seen. It was one of the ambitions of my lifetime to look upon his face, but by the irony of Fate I arrived in his native city just in time to lay a wreath upon his newly-turned grave. Read his books again, and see if you are not especially struck by the up-to-dateness of them. Like Tennyson’s “In Memoriam,” it seems to me to be work which sprang into full flower fifty years before its time. One can hardly open a page haphazard without lighting upon some passage which illustrates the breadth of view, the felicity of phrase, and the singular power of playful but most suggestive analogy. Here, for example, is a paragraph — no better than a dozen others — which combines all the rare qualities: — “Insanity is often the logic of an accurate mind overtasked. Good mental machinery ought to break its own wheels and levers, if anything is thrust upon them suddenly which tends to stop them or reverse their motion. A weak mind does not accumulate force enough to hurt itself; stupidity often saves a man from going mad. We frequently see persons in insane hospitals, sent there in consequence of what are called religious mental disturbances. I confess that I think better of them than of many who hold the same notions, and keep their wits and enjoy life very well, outside of the asylums. Any decent person ought to go mad if he really holds such and such opinions…. Anything that is brutal, cruel, heathenish, that makes life hopeless for the most of mankind, and perhaps for entire races — anything that assumes the necessity for the extermination of instincts which were given to be regulated — no matter by what name you call it — no matter whether a fakir, or a monk, or a deacon believes it — if received, ought to produce insanity in every well-regulated mind.” There’s a fine bit of breezy polemics for the dreary fifties — a fine bit of moral courage too for the University professor who ventured to say it. I put him above Lamb as an essayist, because there is a flavour of actual knowledge and of practical acquaintance with the problems and affairs of life, which is lacking in the elfin Londoner. I do not say that the latter is not the rarer quality. There are my “Essays of Elia,” and they are well-thumbed as you see, so it is not because I love Lamb less that I love this other more. Both are exquisite, but Wendell Holmes is for ever touching some note which awakens an answering vibration within my own mind. The essay must always be a somewhat repellent form of literature, unless it be handled with the lightest and deftest touch. It is too reminiscent of the school themes of our boyhood — to put a heading and then to show what you can get under it. Even Stevenson, for whom I have the most profound admiration, finds it difficult to carry the reader through a series of such papers, adorned with his original thought and quaint turn of phrase. Yet his “Men and Books” and “Virginibus Puerisque” are high examples of what may be done in spite of the inherent unavoidable difficulty of the task. But his style! Ah, if Stevenson had only realised how beautiful and nervous was his own natural God-given style, he would never have been at pains to acquire another! It is sad to read the much-lauded anecdote of his imitating this author and that, picking up and dropping, in search of the best. The best is always the most natural. When Stevenson becomes a conscious stylist, applauded by so many critics, he seems to me like a man who, having most natural curls, will still conceal them under a wig. The moment he is precious he loses his grip. But when he will abide by his own sterling Lowland Saxon, with the direct word and the short, cutting sentence, I know not where in recent years we may find his mate. In this strong, plain setting the occasional happy word shines like a cut jewel. A really good stylist is like Beau Brummell’s description of a well-dressed man — so dressed that no one would ever observe him. The moment you begin to remark a man’s style the odds are that there is something the matter with it. It is a clouding of the crystal — a diversion of the reader’s mind from the matter to the manner, from the author’s subject to the author himself. No, I have not the Edinburgh edition. If you think of a presentation — but I should be the last to suggest it. Perhaps on the whole I would prefer to have him in scattered books, rather than in a complete set. The half is more than the whole of most authors, and not the least of him. I am sure that his friends who reverenced his memory had good warrant and express instructions to publish this complete edition — very possibly it was arranged before his lamented end. Yet, speaking generally, I would say that an author was best served by being very carefully pruned before being exposed to the winds of time. Let every weak twig, every immature shoot be shorn away, and nothing but strong, sturdy, well-seasoned branches left. So shall the whole tree stand strong for years to come. How false an impression of the true Stevenson would our critical grandchild acquire if he chanced to pick down any one of half a dozen of these volumes! As we watched his hand stray down the rank, how we would pray that it might alight upon the ones we love, on the “New Arabian Nights” “The Ebb-tide,” “The Wrecker,” “Kidnapped,” or “Treasure Island.” These can surely never lose their charm. What noble books of their class are those last, “Kidnapped” and “Treasure Island”! both, as you see, shining forth upon my lower shelf. “Treasure Island” is the better story, while I could imagine that “Kidnapped” might have the more permanent value as being an excellent and graphic sketch of the state of the Highlands after the last Jacobite insurrection. Each contains one novel and admirable character, Alan Breck in the one, and Long John in the other. Surely John Silver, with his face the size of a ham, and his little gleaming eyes like crumbs of glass in the centre of it, is the king of all seafaring desperadoes. Observe how the strong effect is produced in his case: seldom by direct assertion on the part of the story-teller, but usually by comparison, innuendo, or indirect reference. The objectionable Billy Bones is haunted by the dread of “a seafaring man with one leg.” Captain Flint, we are told, was a brave man; “he was afraid of none, not he, only Silver — Silver was that genteel.” Or, again, where John himself says, “there was some that was feared of Pew, and some that was feared of Flint; but Flint his own self was feared of me. Feared he was, and proud. They was the roughest crew afloat was Flint’s. The devil himself would have been feared to go to sea with them. Well, now, I will tell you. I’m not a boasting man, and you seen yourself how easy I keep company; but when I was quartermaster, lambs wasn’t the word for Flint’s old buccaneers.” So, by a touch here and a hint there, there grows upon us the individuality of the smooth-tongued, ruthless, masterful, one-legged devil. He is to us not a creation of fiction, but an organic living reality with whom we have come in contact; such is the effect of the fine suggestive strokes with which he is drawn. And the buccaneers themselves, how simple and yet how effective are the little touches which indicate their ways of thinking and of acting. “I want to go in that cabin, I do; I want their pickles and wine and that.” “Now, if you had sailed along o’ Bill you wouldn’t have stood there to be spoke twice — not you. That was never Bill’s way, not the way of sich as sailed with him.” Scott’s buccaneers in “The Pirate” are admirable, but they lack something human which we find here. It will be long before John Silver loses his place in sea fiction, “and you may lay to that.” Stevenson was deeply influenced by Meredith, and even in these books the influence of the master is apparent. There is the apt use of an occasional archaic or unusual word, the short, strong descriptions, the striking metaphors, the somewhat staccato fashion of speech. Yet, in spite of this flavour, they have quite individuality enough to constitute a school of their own. Their faults, or rather perhaps their limitations, lie never in the execution, but entirely in the original conception. They picture only one side of life, and that a strange and exceptional one. There is no female interest. We feel that it is an apotheosis of the boy-story — the penny number of our youth in excelsis. But it is all so good, so fresh, so picturesque, that, however limited its scope, it still retains a definite and well-assured place in literature. There is no reason why “Treasure Island” should not be to the rising generation of the twenty-first century what “Robinson Crusoe” has been to that of the nineteenth. The balance of probability is all in that direction. The modern masculine novel, dealing almost exclusively with the rougher, more stirring side of life, with the objective rather than the subjective, marks the reaction against the abuse of love in fiction. This one phase of life in its orthodox aspect, and ending in the conventional marriage, has been so hackneyed and worn to a shadow, that it is not to be wondered at that there is a tendency sometimes to swing to the other extreme, and to give it less than its fair share in the affairs of men. In British fiction nine books out of ten have held up love and marriage as the be-all and end-all of life. Yet we know, in actual practice, that this may not be so. In the career of the average man his marriage is an incident, and a momentous incident; but it is only one of several. He is swayed by many strong emotions — his business, his ambitions, his friendships, his struggles with the recurrent dangers and difficulties which tax a man’s wisdom and his courage. Love will often play a subordinate part in his life. How many go through the world without ever loving at all? It jars upon us then to have it continually held up as the predominating, all-important fact in life; and there is a not unnatural tendency among a certain school, of which Stevenson is certainly the leader, to avoid altogether a source of interest which has been so misused and overdone. If all love-making were like that between Richard Feverel and Lucy Desborough, then indeed we could not have too much of it; but to be made attractive once more, the passion must be handled by some great master who has courage to break down conventionalities and to go straight to actual life for his inspiration. The use of novel and piquant forms of speech is one of the most obvious of Stevenson’s devices. No man handles his adjectives with greater judgment and nicer discrimination. There is hardly a page of his work where we do not come across words and expressions which strike us with a pleasant sense of novelty, and yet express the meaning with admirable conciseness. “His eyes came coasting round to me.” It is dangerous to begin quoting, as the examples are interminable, and each suggests another. Now and then he misses his mark, but it is very seldom. As an example, an “eye-shot” does not commend itself as a substitute for “a glance,” and “to tee-hee” for “to giggle” grates somewhat upon the ear, though the authority of Chaucer might be cited for the expressions. Next in order is his extraordinary faculty for the use of pithy similes, which arrest the attention and stimulate the imagination. “His voice sounded hoarse and awkward, like a rusty lock.” “I saw her sway, like something stricken by the wind.” “His laugh rang false, like a cracked bell.” “His voice shook like a taut rope.” “My mind flying like a weaver’s shuttle.” “His blows resounded on the grave as thick as sobs.” “The private guilty considerations I would continually observe to peep forth in the man’s talk like rabbits from a hill.” Nothing could be more effective than these direct and homely comparisons. After all, however, the main characteristic of Stevenson is his curious instinct for saying in the briefest space just those few words which stamp the impression upon the reader’s mind. He will make you see a thing more clearly than you would probably have done had your eyes actually rested upon it. Here are a few of these word-pictures, taken haphazard from among hundreds of equal merit — “Not far off Macconochie was standing with his tongue out of his mouth, and his hand upon his chin, like a dull fellow thinking hard. ”Stewart ran after us for more than a mile, and I could not help laughing as I looked back at last and saw him on a hill, holding his hand to his side, and nearly burst with running. ”Ballantrae turned to me with a face all wrinkled up, and his teeth all showing in his mouth…. He said no word, but his whole appearance was a kind of dreadful question. ”Look at him, if you doubt; look at him, grinning and gulping, a detected thief. ”He looked me all over with a warlike eye, and I could see the challenge on his lips.” What could be more vivid than the effect produced by such sentences as these? There is much more that might be said as to Stevenson’s peculiar and original methods in fiction. As a minor point, it might be remarked that he is the inventor of what may be called the mutilated villain. It is true that Mr. Wilkie Collins has described one gentleman who had not only been deprived of all his limbs, but was further afflicted by the insupportable name of Miserrimus Dexter. Stevenson, however, has used the effect so often, and with such telling results, that he may be said to have made it his own. To say nothing of Hyde, who was the very impersonation of deformity, there is the horrid blind Pew, Black Dog with two fingers missing, Long John with his one leg, and the sinister catechist who is blind but shoots by ear, and smites about him with his staff. In “The Black Arrow,” too, there is another dreadful creature who comes tapping along with a stick. Often as he has used the device, he handles it so artistically that it never fails to produce its effect. Is Stevenson a classic? Well, it is a large word that. You mean by a classic a piece of work which passes into the permanent literature of the country. As a rule, you only know your classics when they are in their graves. Who guessed it of Poe, and who of Borrow? The Roman Catholics only canonize their saints a century after their death. So with our classics. The choice lies with our grandchildren. But I can hardly think that healthy boys will ever let Stevenson’s books of adventure die, nor do I think that such a short tale as “The Pavilion on the Links” nor so magnificent a parable as “Dr. Jekyll and Mr. Hyde” will ever cease to be esteemed. How well I remember the eagerness, the delight with which I read those early tales in “Cornhill” away back in the late seventies and early eighties. They were unsigned, after the old unfair fashion, but no man with any sense of prose could fail to know that they were all by the same author. Only years afterwards did I learn who that author was. I have Stevenson’s collected poems over yonder in the small cabinet. Would that he had given us more! Most of them are the merest playful sallies of a freakish mind. But one should, indeed, be a classic, for it is in my judgment by all odds the best narrative ballad of the last century — that is if I am right in supposing that “The Ancient Mariner” appeared at the very end of the eighteenth. I would put Coleridge’s tour de force of grim fancy first, but I know none other to compare in glamour and phrase and easy power with “Ticonderoga.” Then there is his immortal epitaph. The two pieces alone give him a niche of his own in our poetical literature, just as his character gives him a niche of his own in our affections. No, I never met him. But among my most prized possessions are several letters which I received from Samoa. From that distant tower he kept a surprisingly close watch upon what was doing among the bookmen, and it was his hand which was among the first held out to the striver, for he had quick appreciation and keen sympathies which met another man’s work half-way, and wove into it a beauty from his own mind. And now, my very patient friend, the time has come for us to part, and I hope my little sermons have not bored you over-much. If I have put you on the track of anything which you did not know before, then verify it and pass it on. If I have not, there is no harm done, save that my breath and your time have been wasted. There may be a score of mistakes in what I have said — is it not the privilege of the conversationalist to misquote? My judgments may differ very far from yours, and my likings may be your abhorrence; but the mere thinking and talking of books is in itself good, be the upshot what it may. For the time the magic door is still shut. You are still in the land of faerie. But, alas, though you shut that door, you cannot seal it. Still come the ring of bell, the call of telephone, the summons back to the sordid world of work and men and daily strife. Well, that’s the real life after all — this only the imitation. And yet, now that the portal is wide open and we stride out together, do we not face our fate with a braver heart for all the rest and quiet and comradeship that we found behind the Magic Door?
THE CRIME OF THE CONGO CONTENTS PREFACE INTRODUCTION CHAPTER I HOW THE CONGO FREE STATE CAME TO BE FOUNDED CHAPTER II THE DEVELOPMENT OF THE CONGO STATE CHAPTER III THE WORKING OF THE SYSTEM CHAPTER IV FIRST FRUITS OF THE SYSTEM CHAPTER V FURTHER FRUITS OF THE SYSTEM CHAPTER VII CONSUL ROGER CASEMENT’S REPORT CHAPTER VIII KING LEOPOLD’S COMMISSION AND ITS REPORT CHAPTER IX THE CONGO AFTER THE COMMISSION CHAPTER X SOME CATHOLIC TESTIMONY AS TO THE CONGO CHAPTER XI THE EVIDENCE UP TO DATE CHAPTER XII THE POLITICAL SITUATION CHAPTER XIII SOME CONGOLESE APOLOGIES CHAPTER XIV SOLUTIONS APPENDIX
XII.
Eccoci qui, alla seduta finale. Per l’ultima volta, mio caro compagno paziente, ti chiedo di metterti comodo sul vecchio divano verde, di alzare lo sguardo verso gli scaffali di quercia e di sopportare, per quanto possibile, le mie parole riguardanti il loro contenuto. L’ultima volta. Eppure, mentre scorro i titoli dei volumi, non ne ho menzionato nemmeno uno su dieci di quelli a cui devo gratitudine, né una su cento delle idee che mi vengono in mente mentre li guardo. Forse è meglio così: l’uomo che ha detto tutto ciò che aveva da dire ha inevitabilmente detto anche troppo.
Lasciate che vi parli in modo didattico per un momento! Assumo questo atteggiamento serio – oh, non chiamatelo pedante! – perché il mio sguardo si sofferma su quel piccolo ma selezionato angolo che costituisce la mia “biblioteca” di scienze. Vorrei dire che, se dovessi dare un consiglio a un giovane che sta iniziando la sua vita, gli suggerirei di dedicare una sera alla settimana alla lettura scientifica. Se avesse la perseveranza di attenersi a questa decisione, e se iniziasse a farlo all’età di vent’anni, sicuramente a trent’anni si troverebbe con una mente straordinariamente preparata, il che gli sarebbe di grande aiuto in qualsiasi ambito della vita scegliesse. Quando consiglio di leggere testi scientifici, non intendo che debba soffocarsi nella “polvere” dei pedanti o perdersi nelle sottodivisioni degli insetti o nelle classificazioni delle piante dicotiledoni. Questi dettagli noiosi sono come i cespugli spinosi in quel giardino incantato: è davvero sciocco iniziare il proprio percorso di conoscenza andando a sbattere contro di loro. Tenetevi ben lontani da questi ostacoli finché non avrete esplorato i sentieri più agevoli. Per questo motivo, evitate i libri di testo noiosi e preferite la divulgazione scientifica che attira le persone. Non potete sperare di diventare specialisti in tutti questi argomenti diversi; è molto meglio avere una conoscenza generale dei risultati principali e comprendere come questi siano collegati tra loro. Una lettura superficiale può già fornire a una persona una certa conoscenza della geologia, tanto da rendere interessanti ogni cava di pietra o ogni scavo ferroviario. Un po’ di zoologia vi permetterà di soddisfare la vostra curiosità riguardo al nome e allo stile di quel falene che in questo momento vola intorno alla lampada. Una conoscenza di base di botanica vi aiuterà a riconoscere ogni fiore che incontrerete durante le vostre passeggiate, e vi procurerà un piccolo brivido di interesse quando scoprirete qualcosa che non conoscevate. Un po’ di archeologia vi fornirà informazioni su quel tumulo britannico o vi aiuterà a ricostruire i contorni di un accampamento romano distrutto. Una conoscenza elementare di astronomia vi spingerà ad osservare il cielo con maggiore attenzione, a distinguere i pianeti che orbitano intorno al nostro sole dalle stelle più lontane, e a apprezzare l’ordine, la bellezza e la maestosità di quell’universo materiale che rappresenta sicuramente un segno concreto della forza spirituale che lo governa. Come possa una persona di scienza essere materialista mi sembra altrettanto sorprendente quanto il fatto che un fanatico possa limitare le possibilità del Creatore. Mostratemi un dipinto senza l’artista, un busto senza lo scultore, della musica senza il musicista. E poi potrete parlarmi di un universo senza un Creatore, chiamatelo pure come volete.
Ecco il libro “L’Atmosfera” di Flammarion: un esemplare davvero magnifico, anche se segnato dal tempo, con pagine color rosso scuro e oro sbiadito. Questo libro ha una piccola storia, e io lo apprezzo molto. Un giovane francese, morente di febbre sulla costa occidentale dell’Africa, me lo diede come compenso professionale. Vederlo mi riporta indietro a quei giorni trascorsi in una piccola cabina di nave, a quel volto pallido con grandi occhi tristi che mi guardavano. Povero ragazzo, temo che non abbia mai più rivisto la sua amata Marsiglia!
Parlando di divulgazione scientifica, non conosco libri migliori per suscitare l’interesse di una persona e fornire una visione d’insieme su un argomento, rispetto a quelli di Samuel Laing. Chi avrebbe immaginato che quel saggio e gentile studioso fosse anche il dinamico segretario di una compagnia ferroviaria? Molti uomini di grande rilievo scientifico hanno iniziato la loro carriera in ambiti apparentemente banali: Herbert Spencer era ingegnere ferroviario, Wallace era un topografo. Ma che un uomo con un’intelligenza così spiccata per la scienza continuasse per tutta la vita a dedicarsi a lavori noiosi e ripetitivi, rimanendo attivo fino all’età avanzata, con l’anima ancora aperta a nuove idee e il cervello sempre pronto ad assorbire nuove conoscenze, è davvero un fatto straordinario. Leggete quei libri, e diventerete persone più complete.
Parlare di ciò che si è appena letto è un ottimo modo per mantenere viva l’attenzione dell’ascoltatore. Anche se può sembrare un po’ impegnativo, non credo che sia meno interessante del solito chiacchiericcio. Ovviamente, bisogna farlo con tatto e discrezione. È proprio il ricordo delle opere di Laing che ha suscitato in me questo discorso. Una volta, in un ristorante o altrove, qualcuno aveva menzionato i resti preistorici nella valle della Somme; io ne sapevo tutto e gliel’ho dimostrato. Poi ho accennato ai templi rupestri dello Yucatán. Lui ha immediatamente approfondito l’argomento. Ha parlato della civiltà peruviana antica, e anch’io ero ben informato sull’argomento. Ho citato l’immagine del Titicaca, e lui ne conosceva tutti i dettagli. Ha parlato dell’uomo del Quaternario, e io lo seguivo passo dopo passo nel suo discorso. Entrambi eravamo sempre più sorpresi dalla completezza e dall’accuratezza delle informazioni dell’altro. Fino a quando, all’improvviso, mi è venuta in mente l’idea: “Stai leggendo ‘Le Origini dell’Uomo’ di Samuel Laing!” E infatti era proprio così. Per coincidenza, anche lui lo stava leggendo. Ci stavamo scambiando informazioni, ma tutte provenivano da fonti nuove e fresche.
Alla fine della mia libreria di scienze c’è un grosso libro in due volumi che, anche oggi, potrebbe essere considerato scientifico, sebbene alcuni pedanti ne contestassero la validità. Si tratta di “Human Personality” di Myers. La mia opinione, per quel che vale, è che tra cent’anni verrà riconosciuto come un testo fondamentale da cui sarà nata una nuova branca della scienza. Dove altro si possono trovare prove più evidenti di pazienza, diligenza, riflessione, capacità di discriminazione, e di quella vasta visione mentale che è in grado di collegare mille fatti diversi in un sistema coerente? Darwin non fu certo un collezionista più appassionato di Myers nel campo della ricerca psichica; anzi, la sua ipotesi era talmente nuova da richiedere l’invenzione di una nuova nomenclatura per esprimerla: telepatia, fenomeni subliminali e simili. Tutto ciò rappresenta senz’altro un monumento alla logica acuta, espressa in prosa raffinata e basata su fatti concreti.
La semplice presenza di elementi legati al pensiero scientifico o ai metodi di ricerca scientifica possiede un grande fascino in qualsiasi ambito letterario, anche quando tale approccio è lontano da ricerche effettive. I racconti di Poe, ad esempio, traggono molto da questo aspetto, sebbene nel suo caso si trattasse puramente di un’illusione. Anche Jules Verne riesce a rendere credibili le cose più incredibili grazie all’uso abile di una notevole conoscenza della natura. Ma il fascino raggiunge il suo apice nella forma più leggera dell’essaggio, dove pensieri giocosi traggono analogie e esempi dalla realtà; ogni elemento si completa a vicenda, creando un effetto particolarmente piacevole per il lettore.
Dove potrei trovare un’esemplificazione migliore di ciò che intendo se non in quei tre piccoli volumi che compongono la serie immortale di Wendell Holmes: “L’Autocrate”, “Il Poeta” e “Il Professore alla tavola da pranzo”? Qui, i pensieri sottili, delicati ed eleganti vengono costantemente rafforzati da allusioni o analogie che evidenziano la vasta e accurata cultura di chi le esprime. Che opera meravigliosa! Quanto saggia, arguta, generosa e tollerante. Se si potesse scegliere il proprio filosofo negli “Elieti campi”, come avveniva un tempo ad Atene, io certamente mi unirei al gruppo di persone che ascoltavano le parole umane e gentili del Saggio di Boston. Penso sia proprio quella costante influenza della scienza, soprattutto della scienza medica, a rendere questi libri così attraenti per me fin dai miei primi anni di studio. Non ho mai conosciuto né amato tanto una persona senza averla mai vista. Uno dei miei sogni nella vita era poter vedere il suo volto, ma ironia del destino: arrivai nella sua città natale proprio in tempo per deporre un mazzo di fiori sulla sua tomba appena scavata. Rileggete i suoi libri e vedrete se non vi colpisce particolarmente la loro attualità. Come il “In Memoriam” di Tennyson, mi sembrano opere che hanno raggiunto il loro pieno sviluppo cinquant’anni prima del tempo previsto. È difficile aprire una pagina a caso senza imbattersi in passaggi che dimostrano la vastità delle sue idee, l’eleganza della sua espressione e il potere delle sue analogie. Ecco, ad esempio, un paragrafo – non migliore di tanti altri – che riunisce tutte queste qualità rare:
“L’insania è spesso la logica di una mente acuta che viene sottoposta a eccessive pressioni. Un cervello funzionante correttamente dovrebbe essere in grado di “rompere i propri ingranaggi” quando qualcosa lo costringe improvvisamente a fermarsi o ad invertire il proprio movimento. Una mente debole, invece, non accumula abbastanza forza per danneggiarsi; spesso, l’stupidità salva una persona dal diventare pazza. Spesso vediamo persone ricoverate in ospedali psichiatrici a causa di cosiddetti disturbi mentali legati alle credenze religiose. Devo ammettere che penso meglio di loro rispetto a molte altre persone che condividono le stesse idee, ma mantengono la propria lucidità e godono pienamente della vita al di fuori degli ospedali. Chiunque abbia opinioni del genere dovrebbe davvero impazzire. Qualsiasi cosa sia brutale, crudele, barbara, qualcosa che renda la vita impossibile per la maggior parte delle persone, o addirittura per intere razze, qualcosa che sostenga l’idea dell’estinzione di istinti naturali, non importa con quale nome venga chiamata questa ideologia, né se sia creduta da un fakiro, da un monaco o da un diacono, chiunque la accetti dovrebbe diventare pazzo, ”
Che bella dimostrazione di spirito polemico in quegli anni cupi del ’50. E anche una notevole dimostrazione di coraggio morale da parte di quel professore universitario che osò esprimerla.
Lo metto al di sopra di Lamb come saggista, perché in lui c’è un senso reale di conoscenza e di familiarità con i problemi e le questioni della vita, qualcosa che manca a quel londinese dall’aspetto “elfico”. Non voglio dire che quest’ultimo non possieda qualità altrettanto rare; ci sono i miei “Essays of Elia”, e come potete vedere vengono letti molto spesso. Quindi non è perché ami meno Lamb che amo di più questo altro autore. Entrambi sono eccellenti, ma Wendell Holmes riesce sempre a toccare delle note capaci di suscitare una risposta nel mio stesso pensiero.
Lo saggio, in fondo, dovrebbe essere considerato una forma di letteratura piuttosto “repulsiva”, a meno che non venga scritto con estrema abilità e delicatezza. Ricorda troppo i temi delle lezioni scolastiche della nostra infanzia: si dà un titolo e poi si mostra ciò che si può scrivere sotto di esso. Anche Stevenson, per il quale provo la più profonda ammirazione, ha difficoltà a condurre il lettore attraverso una serie di saggi del genere, adornati dalle sue idee originali e dai suoi modi di esprimersi particolari. Eppure i suoi “Men and Books” e “Virginibus Puerisque” sono ottimi esempi di ciò che si può realizzare nonostante le difficoltà intrinseche di questo genere letterario.
Ma il suo stile. Ah, se solo Stevenson avesse compreso quanto fosse bello e naturale il proprio stile, donatogli dalla natura, non avrebbe mai cercato di imitare altri autori! È triste leggere quella famosa aneddota secondo cui cercava di prendere spunto da questo o quell’autore. Il meglio è sempre ciò che è più naturale. Quando Stevenson diventa consapevole del proprio stile, e viene acclamato da molti critici, a mio parere sembra un uomo che, pur avendo una bellezza naturale, cerca di nasconderla sotto una parrucca. Nel momento in cui cerca di essere “artificioso”, perde la sua autenticità. Ma quando si attiene al proprio stile semplice e diretto, all’uso di parole chiare e frasi concise, beh, non so dove negli ultimi anni possiamo trovare qualcuno che gli sia paragonabile. In questo contesto semplice e potente, le parole giuste brillano come gioielli raffinati. Un vero grande stilista è come quell’uomo ben vestito descritto da Beau Brummell: abbastanza bene vestito da non essere mai notato. Nel momento in cui inizi a osservare lo stile di qualcuno, molto probabilmente c’è qualcosa che non va. È come se il cristallo venisse offuscato. Il lettore viene distratto dal contenuto stesso del testo e si concentra sul modo in cui è scritto, sull’autore stesso piuttosto che sul tema trattato.
No, non possiedo l’edizione di Edimburgo. Se pensate a una qualche forma di presentazione, ma dovrei essere l’ultimo a suggerirlo. Forse, nel complesso, preferirei che le sue opere fossero pubblicate in libri separati, piuttosto che in un set completo. La metà delle opere di molti autori rappresenta già qualcosa di significativo; per lui non è certo il caso contrario. Sono sicuro che i suoi amici, che rispettavano la sua memoria, avessero buone ragioni e istruzioni precise per pubblicare questa edizione completa, molto probabilmente tutto fu organizzato prima della sua sfortunata morte. Tuttavia, in linea di massima, direi che un autore trae maggior beneficio se viene attentamente “potato” prima di essere esposto ai venti del tempo. Che ogni rametto debole, ogni germoglio immaturo venga tagliato via, lasciando solo rami forti, robusti e maturi. Così l’intero albero potrà rimanere forte per molti anni a venire. Quanto falsa sarebbe l’immagine del vero Stevenson che il nostro pronipote critico potrebbe avere, se dovesse scegliere casualmente uno qualsiasi di questi sei volumi! Mentre lo vedevamo sfogliarli, pregavamo affinché la sua mano si soffermasse su quelle opere che amiamo: i “Nuovi Racconti Arabeschi”, “La Marea Calante”, “Il Demolitore”, “Il Rapimento” o “L’Isola del Tesoro”. Queste opere, sicuramente, non perderanno mai il loro fascino.
Che nobili opere appartenenti a questa categoria siano quelle ultime: “Rapimento” e “L’Isola del Tesoro”! Entrambe, come potete vedere, sono posizionate sul mio scaffale inferiore. “L’Isola del Tesoro” è senz’altro la storia migliore; mentre “Rapimento”, credo, possieda un valore più duraturo, in quanto rappresenta in modo eccellente e vivido lo stato delle Highlands dopo l’ultima insurrezione giacobita. Ognuna di queste opere presenta personaggi straordinari: Alan Breck in uno, Long John nell’altro. Senza dubbio, John Silver – con il suo viso grande quanto un prosciutto e quegli occhi scintillanti come frammenti di vetro al centro – è davvero il re di tutti i pirati disperati. Notate come l’effetto descritto venga creato in modo sottile: raramente attraverso affermazioni dirette da parte del narratore, ma solitamente tramite confronti, allusioni o riferimenti indiretti. Il poco gradito Billy Bones è perseguitato dal terrore di incontrare “un uomo di mare con una sola gamba”; il Capitano Flint, invece, viene descritto come un uomo coraggioso, ma “non aveva paura di nessuno, tranne che di Silver – Silver era davvero un individuo spietato”. Oppure, quando John stesso afferma: “C’erano quelli che temevano Pew, e quelli che temevano Flint; ma Flint stesso temeva me. Lo temevano, sì, e anche lui ne andava fiero. La sua banda era la più spietata che esistesse sui mari; persino il diavolo avrebbe avuto paura di navigare con loro”. Così, attraverso piccoli accenni e suggerimenti, emerge davanti a noi l’immagine di quel pirata eloquente, spietato e dominante. Non è certo una creazione della fantasia, ma una realtà vivida e tangibile. E anche i suoi compagni di banda: con quali semplici dettagli vengono descritti i loro modi di pensare e agire! “Voglio entrare in quella cabina. Voglio i loro sottaceti, il vino, ” “Se aveste navigato con Bill, non stareste lì ad aspettare che vi si parli due volte. Non è certo nel suo stile. Non è così che fanno quelli che navigano con lui.” I pirati descritti da Scott in “Il Pirata” sono senz’altro ammirevoli, ma mancano di quella umanità che troviamo qui. Passerà molto tempo prima che John Silver perda il suo posto nella letteratura marittima. E potete esserne certi.
Stevenson fu profondamente influenzato da Meredith, e anche in questi libri l’influenza del maestro è evidente: si nota l’uso appropriato di parole arcaiche o insolite, le descrizioni concise e incisive, le metafore straordinarie, il modo di esprimersi un po’ frammentario. Tuttavia, nonostante questo carattere distintivo, i suoi scritti possiedono una personalità sufficientemente autonoma da costituire una vera e propria scuola letteraria. I loro difetti, o meglio le loro limitazioni, risiedono non nell’esecuzione, ma esclusivamente nella concezione iniziale: questi racconti rappresentano soltanto un lato della vita, e per di più un lato strano ed eccezionale; inoltre, manca completamente l’elemento femminile. Si può considerare che si tratti di un’apoteosi del genere narrativo dedicato ai ragazzi, dell’espressione più elevata di quel tipo di letteratura giovanile. Ma tutto è così ben scritto, fresco e pittoresco che, nonostante la sua limitata portata, questi racconti occupano comunque un posto certo e consolidato nella letteratura. Non c’è motivo per cui “L’Isola del Tesoro” non possa rappresentare, per la nuova generazione del ventunesimo secolo, ciò che “Robinson Crusoe” ha rappresentato per quella del diciannovesimo: le probabilità sono tutte a favore di questa ipotesi.
Il romanzo maschile moderno, che tratta quasi esclusivamente degli aspetti più duri e avvincenti della vita, dell’oggettivo piuttosto che del soggettivo, rappresenta una reazione contro l’eccessivo utilizzo del tema dell’amore nella narrativa. Questo aspetto della vita, visto nel suo contesto ortodosso e conclusosi con il matrimonio convenzionale, è stato ormai così banalizzato da far sì che a volte si tenda ad esagerare nell’altro senso, dando all’amore un ruolo inferiore rispetto a quanto meriti nella vita degli uomini. Nella narrativa britannica, nove libri su dieci presentano l’amore e il matrimonio come l’essenza stessa della vita; tuttavia sappiamo che nella realtà le cose possono essere diverse. Per la maggior parte degli uomini, il matrimonio è senz’altro un evento importante, ma solo uno tra tanti: vengono influenzati da molte altre emozioni – il lavoro, le ambizioni, le amicizie, le difficoltà quotidiane che mettono alla prova saggezza e coraggio. L’amore spesso occupa soltanto un ruolo secondario nella loro vita. Quanti uomini passano attraverso il mondo senza mai aver provato amore? Per questo ci sembra strano che venga continuamente presentato come l’elemento predominante e più importante della vita; inoltre, c’è una tendenza naturale, soprattutto da parte di alcuni autori come Stevenson, ad evitare un tema che è stato così spesso abusato e esagerato nella letteratura. Se tutti gli episodi amorosi fossero come quelli tra Richard Feverel e Lucy Desborough, allora certamente non ne avremmo mai abbastanza. Ma affinché l’amore possa tornare ad essere attraente, deve essere rappresentato da grandi maestri che abbiano il coraggio di rompere con le convenzioni e cercare ispirazione nella vita reale.
L’uso di forme di espressione originali e piacevolmente vivaci è uno degli stratagemmi più evidenti utilizzati da Stevenson. Nessuno maneggia gli aggettivi con maggiore saggezza e discriminazione di lui. In quasi ogni pagina delle sue opere si incontrano parole ed espressioni che ci colpiscono per la loro novità e al contempo esprimono il significato in modo estremamente conciso. “I suoi occhi si posarono su di me.” È pericoloso iniziare a citare esempi, poiché ne sono infiniti e ognuno suggerisce altri ancora. A volte sbaglia, ma molto raramente. Ad esempio, “un’occhiata” non è certo il sostituto ideale di “un’occhiata veloce”, e “ridere in silenzio” suona un po’ strano rispetto a “gigliolare”; tuttavia si potrebbero citare come esempi le espressioni utilizzate da Chaucer. In secondo luogo, Stevenson possedeva una straordinaria capacità nell’utilizzare similitudini incisive che catturavano l’attenzione e stimolavano l’immaginazione: “La sua voce suonava rauca e goffa, come quella di una serratura arrugginita”; “La vidi ondeggiare, come qualcosa colpito dal vento”. Niente poteva essere più efficace di queste comparazioni dirette e semplici. Ma la caratteristica principale di Stevenson era senza dubbio il suo strano istinto nel riuscire a dire, in spazi brevi, proprio quelle poche parole capaci di lasciare un’impressione indelebile nel lettore. Riusciva a farci vedere qualcosa con maggiore chiarezza di quanto probabilmente avremmo potuto fare se l’avessimo osservato con i nostri occhi. Ecco alcuni di questi esempi, scelti a caso tra centinaia di altri altrettanto validi:
“Non lontano da Macconochie stava fermo, con la lingua fuori dalla bocca e una mano sulla guancia, come un tipo stupido che cercava disperatamente di pensare, ”
“Stewart ci inseguì per più di un miglio; non potei fare a meno di ridere quando finalmente lo vidi su una collina, con la mano premuta sul fianco, quasi scoppiato per l’eccesso di corsa, ”
“Ballantrae si girò verso di me con il viso tutto rugoso e i denti scoperti. Non disse una parola, ma tutta la sua espressione era un’interrogazione terribile, ”
“Guardatelo, se dubitate; guardatelo mentre sorride e deglutisce, come un ladro colto in flagrante, ”
Cosa potrebbe essere più vivido dell’effetto prodotto da frasi del genere?
Ci sono molte altre cose da dire riguardo ai metodi particolari e originali di Stevenson nella narrativa. Come dettaglio minore, si può osservare che egli è l’inventore di quel tipo di personaggio malvagio “mutilato”. È vero che il signor Wilkie Collins ha descritto un gentiluomo che non solo aveva perso tutte le membra, ma era anche afflitto dal nome insopportabile di Miserrimus Dexter; tuttavia Stevenson ha utilizzato questo elemento così spesso e con risultati così efficaci da poter dire che lo ha reso proprio suo. Per non parlare di Hyde, che rappresentava l’incarnazione stessa della deformità, ci sono personaggi come il terribile cieco Pew, Black Dog che mancava di due dita, Long John con una sola gamba, e quel sinistro catechista cieco che sparava alle orecchie dei suoi avversari e li colpiva con il suo bastone. Anche in “La freccia nera” esiste un altro essere spaventoso che si muove battendo su un bastone. Nonostante abbia utilizzato questo stratagemma molte volte, lo ha sempre fatto in modo così artistico da far sì che producesse sempre l’effetto desiderato. Stevenson è un classico? Beh, questa è una parola molto importante. Con “classico” si intende un’opera che entra a far parte della letteratura permanente di un paese. Di solito, i classici vengono riconosciuti solo dopo la morte dell’autore. Chi avrebbe mai immaginato che Poe o Borrow sarebbero stati considerati classici? Anche i cattolici canonizzano i loro santi solo un secolo dopo la loro morte. Lo stesso vale per i nostri classici: la scelta spetta ai nostri pronipoti. Ma difficilmente si può pensare che i giovani smettano mai di leggere i libri d’avventura di Stevenson, né che racconti brevi come “Il padiglione sul campo da gioco” o parabole magnifiche come “Dottor Jekyll e signor Hyde” perdano il loro valore. Ricordo ancora con quanta avidità e piacere leggessi quei primi racconti su “Cornhill”, alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80. Non erano firmati, seguendo quella vecchia pratica ingiusta. Ma chiunque avesse un minimo di sensibilità per la prosa avrebbe capito immediatamente che erano tutti dell’ stesso autore. Solo molti anni dopo ho scoperto chi fosse quell’autore.
I poesie complete di Stevenson si trovano laggiù, nel piccolo armadio. Che peccato che non ne abbia scritti di più! La maggior parte di esse sono semplicemente scherzi creativi di una mente stravagante. Ma “L’Antico Marinaio” è sicuramente il miglior racconto in forma di ballata del secolo scorso, se ho ragione nel supporre che sia stato pubblicato alla fine dell’Ottocento. Metterei al primo posto l’opera magistrale di Coleridge, ma non conosco nessun altro autore il cui fascino, le sue parole e la sua capacità espressiva possano competere con “Ticonderoga”. Inoltre, c’è anche il suo epitaffio immortale. Solo queste due opere gli garantiscono un posto a parte nella nostra letteratura poetica, proprio come il suo carattere occupa un posto speciale nei nostri affetti. No, non l’ho mai incontrato di persona. Ma tra le mie cose più preziose ci sono alcune lettere che ho ricevuto da Samoa: da quella lontana terra, seguiva con grande attenzione quanto accadeva nel mondo letterario. E fu proprio lui ad aiutare coloro che cercavano di realizzare i loro sogni, poiché possedeva una grande capacità di apprezzamento e un profondo senso di simpatia verso il lavoro altrui, aggiungendo alla loro opera una bellezza nata dalla sua stessa mente.
Ora, mio paziente amico, è arrivato il momento di separarci. Spero che questi miei “sermoni” non vi siano stati troppo noiosi. Se vi ho fornito informazioni nuove, verificatele e condividetele; se invece non l’ho fatto, non c’è alcun danno, tranne che il mio tempo e il vostro sono stati sprecati. Potrebbero esserci diversi errori in ciò che ho detto. Non è forse un diritto del conversatore citare male? Le mie opinioni potrebbero essere molto diverse dalle vostre, i miei gusti potrebbero essere i vostri disprezzati. Ma il semplice fatto di pensare e parlare di libri è già qualcosa di positivo, indipendentemente dal risultato finale. Per ora, la porta magica è ancora chiusa. Siete ancora nel regno delle fate. Ma ahimè, anche se la chiudete, non potete sigillarla. Continueranno ad arrivare il suono della campanella, la telefonata, l’appello a tornare nel mondo grigio del lavoro, delle persone e delle quotidiane lotte. Beh, quella è davvero la vita reale. Questo è soltanto un’imitazione. Eppure, ora che il portale è completamente aperto e camminiamo insieme verso l’avanti, non affrontiamo forse il nostro destino con un cuore più coraggioso, grazie a tutto ciò di tranquillità e compagnia che abbiamo trovato dietro la Porta Magica?
IL CRIMINE DEL CONGO
INDICE
PREFAZIA
INTRODUZIONE
CAPITOLO I
COME FU FONdato lo Stato Libero del Congo
CAPITOLO II
Lo sviluppo dello Stato del Congo
CAPITOLO III
Il funzionamento del sistema
CAPITOLO IV
I primi risultati del sistema
CAPITOLO V
Ulteriori risultati del sistema
CAPITOLO VII
Rapporto del console Roger Casement
CAPITOLO VIII
La commissione di Re Leopoldo e il suo rapporto
CAPITOLO IX
Il Congo dopo la commissione
CAPITOLO X
Alcuni testimonianze cattoliche sul Congo
CAPITOLO XI
Le prove disponibili fino ad oggi
CAPITOLO XII
La situazione politica
CAPITOLO XIII
Alcune giustificazioni dei congolesi
CAPITOLO XIV
Soluzioni proposte
APPENDICE