Quando un buon vino riempie il mio stomaco,
sono più sapiente di Balzac.
Più saggio di Pibrac;
Con un solo braccio potrei attaccare
l’intera nazione cosaca
e la metterei in rotta;
attraverserei il lago di Caronte
dormendo tranquillamente nella sua barca;
andrei fino al fiero Eaco,
senza che il mio cuore battesse.
Per offrirgli del tabacco.
—Vaudeville francese
Quel Pierre Bon-Bon era un ristoratore di qualifiche insolite; nessuno, infatti, che durante il regno di, frequentasse quel piccolo caffè nel vicolo Le Febre a Rouen, si sentirebbe autorizzato a metterlo in dubbio. Che Pierre Bon-Bon fosse altresì profondo nella filosofia di quell’epoca è, credo, ancora più innegabile. I suoi paté erano senza dubbio impeccabili; ma quale penna potrebbe rendere giustizia ai suoi saggi sulla Natura, alle sue riflessioni sull’Anima, alle sue osservazioni sull’Intelletto? Se le sue omelette, i suoi fricandeaux fossero stati davvero inestimabili, quale letterato di quel tempo non avrebbe dato il doppio per un’unica “idea” di Pierre Bon-Bon rispetto a tutte le sciocchezze prodotte da tutti gli altri “sapienti”? Pierre Bon-Bon aveva esplorato biblioteche che nessun altro aveva mai visitato; aveva una conoscenza più vasta di qualsiasi altro; aveva compreso cose che pochi avrebbero mai ritenuto possibili comprendere. E anche se, al suo tempo, a Rouen c’erano alcuni autori che sostenevano che le sue idee non riflettessero né la purezza dell’Accademia né la profondità del Liceo, anche se le sue dottrine non erano affatto facilmente comprensibili, ciò non significa che fossero impossibili da comprendere. Penso che sia proprio per la loro evidenza intrinseca che molte persone le considerassero oscure. È a Pierre Bon-Bon, soprattutto, che Kant deve gran parte della sua metafisica. Il primo, infatti, non era un platonico, né propriamente un aristotelico; e non sprecava certo quelle preziose ore che avrebbero potuto essere dedicate allo studio di questioni pratiche o all’analisi delle sensazioni, in tentativi vani di conciliare le opposte posizioni nella discussione etica. Assolutamente no. Pierre Bon-Bon era un pensatore originale e completo: ragionava sia a priori che a posteriori. Le sue idee erano innate, o forse no? Credeva in Giorgio di Trebisonda, credeva anche in Bessarione. In definitiva, Pierre Bon-Bon era, un vero Bon-Bonista.
Ho parlato del filosofo nella sua veste di ristoratore. Tuttavia, non vorrei che nessuno dei miei amici pensasse che, nell’adempiere ai propri doveri ereditari in questa professione, il nostro eroe desiderasse una vera e propria apprezzazione della dignità e dell’importanza di tali compiti. Lontano da ciò. Era impossibile stabilire in quale ambito della sua attività provasse maggiore orgoglio. A suo parere, le facoltà intellettive erano strettamente legate alle capacità digestive. Anzi, non sono sicuro che dissentisse molto dai cinesi, i quali ritenevano che l’‘anima risiedesse nell’addome. I Greci, comunque, avevano ragione: usavano infatti le stesse parole per indicare sia la mente che il diaframma. (1) Non intendo certo insinuare accuse di gola o qualsiasi altro grave rimprovero a danno di questo metafisico. Se Pierre Bon-Bon aveva i suoi difetti – e quale grande uomo, del resto, non ne ha mille? – beh, questi difetti erano di scarsa rilevanza; anzi, in altre persone sarebbero stati spesso considerati virtù. Per quanto riguarda uno di questi piccoli vizi. Non l’avrei nemmeno menzionato in questa storia se non per la notevole evidenza con cui spiccava rispetto al resto del suo carattere. Non perdeva mai un’occasione per contrattare affari vantaggiosi.
{*1} MD
Non che fosse avaro, no. Affatto necessario non era che l’accordo fosse vantaggioso esclusivamente per lui, per soddisfare i desideri di quel filosofo. Bastava che si potesse concludere un affare – qualsiasi tipo di affare, con qualsiasi condizione o in qualsiasi circostanza – e per molti giorni dopo si poteva vedere sul suo volto un sorriso trionfante che ne illuminava l’espressione, e uno sguardo complice che testimoniava la sua saggezza.
In qualsiasi epoca, non sarebbe stato affatto straordinario se uno humor così particolare come quello che ho appena menzionato attirasse l’attenzione e suscitasse commenti. Nell’epoca della nostra narrazione, se questa peculiarità non avesse destato osservazioni, ci sarebbe davvero stato motivo di stupore. Presto si diffuse la notizia che, in tutte le occasioni del genere, il sorriso di Bon-Bon differiva notevolmente dal ghigno aperto con cui rideva delle proprie barzellette o accoglieva un conoscente. Si facevano allusioni a una natura eccitabile; si raccontavano storie di affari pericolosi conclusi in fretta e poi rimpianti con calma; venivano addirittura citati esempi di capacità inspiegabili, desideri vaghi e inclinazioni innaturali, tutti frutto delle “sagge” intenzioni dell’autore di tutto il male.
Il filosofo aveva altre debolezze, ma queste difficilmente meritano un nostro esame serio. Ad esempio, sono pochi gli uomini di straordinaria profondità che non presentino anche una certa inclinazione verso il vino. Che questa inclinazione sia una causa di eccitazione o piuttosto una prova concreta di tale profondità, be’, è una questione interessante da discutere. Per quanto ne so, Bon-Bon non riteneva che questo argomento fosse adatto a un’analisi approfondita; nemmeno io la penso così. Tuttavia, nell’appagare una propensione tanto tipicamente “classica”, non si può certo pensare che il ristoratore perdesse quella capacità di discernimento intuitivo che caratterizzava, allo stesso tempo, sia i suoi saggi che le sue creazioni culinarie. Nei suoi momenti di solitudine, il Vino di Borgogna aveva la sua ora dedicata, così come i vini della regione del Rhone. Per lui, lo Sauterne era al Medoc ciò che Catullo era per Omero: con un sorso di St. Peray poteva “giocare” con un sillogismo, mentre analizzando il Clos de Vougeot scopriva nuove verità, e con un bicchiere di Chambertin smontava intere teorie. Sarebbe stato davvero bello se lo stesso senso della misura fosse stato presente anche nella sua propensione al commercio, di cui ho già parlato in precedenza, ma questo, ovviamente, non era affatto il caso. A dire il vero, quella caratteristica del filosofo Bon-Bon finì per assumere un’insolita intensità e un certo misticismo, e sembrava profondamente influenzata dalle sue letture preferite in tedesco.
Per entrare in quel piccolo caffè situato nel vicolo cieco, all’epoca della nostra storia, significava entrare nel santuario di un uomo geniale. Bon-Bon era davvero un uomo geniale; non esisteva a Rouen un solo aiuto cuoco che non fosse in grado di dirvi che Bon-Bon era un genio. Anche il suo gatto lo sapeva, e si asteneva dal scodinzolare in presenza di quell’uomo straordinario. Il suo grande cane acquatico era a conoscenza di questo fatto, e al sopraggiungere del suo padrone dimostrava la propria inferiorità con un comportamento rispettoso, abbassando le orecchie e lasciando pendere la mandibola in modo davvero degno di un cane. Tuttavia, gran parte di questo rispetto dovuto alla sua personalità poteva anche essere attribuito al suo aspetto esteriore. Devo ammettere che un aspetto distinto ha il potere di influenzare persino gli animali; sono disposto ad ammettere che molte delle caratteristiche esteriori di quel ristoratore fossero studiate apposta per impressionare l’immaginazione dei suoi clienti. C’è una sorta di maestosità particolare nell’atmosfera di quel piccolo “grande luogo” – se mi è permesso usare un’espressione così ambigua – che la semplice dimensione fisica, da sola, non riuscirebbe mai a creare. Tuttavia, anche se Bon-Bon era alto appena poco più di un metro e aveva una testa particolarmente piccola, era impossibile non notare la rotondità del suo ventre, e non provare un senso di maestosità che rasentava il sublime. Per dimensioni, sia i cani che gli uomini dovevano riconoscere in lui l’espressione concreta dei suoi successi; per grandezza, un luogo degno della sua immortalità.
Potrei qui – se così mi piacesse – soffermarmi più ampiamente sull’aspetto esteriore di questo personaggio e su altre circostanze puramente materiali legate alla sua apparenza. Potrei accennare che i capelli del nostro eroe erano tagliati corti, pettinati con cura sulla fronte, e completati da un cappello bianco di flanella a forma conica e frange; che il suo giubbotto di colore verde pisello non seguiva la moda allora in voga tra i ristoratori comuni; che le maniche erano più larghe di quanto consentisse l’abbigliamento dell’epoca; che i polsini erano rialzati, e non come era solito in quel periodo barbaro, con tessuto dello stesso colore del giubbotto, ma rivestiti in modo più elaborato con velluto colorato di Genova; che le sue pantofole erano di un viola brillante, finemente lavorate, e probabilmente prodotte in Giappone, se non fosse stato per la raffinata forma delle punte e i vivaci colori dei bordi e degli ornamenti; che i suoi calzoni erano fatti di un materiale simile al satin giallo chiamato “aimable”; che il suo mantello blu cielo, dalla forma simile a quella di un involucro da indossare dopo il bagno, era riccamente decorato con motivi rossi; e che l’insieme del suo abbigliamento spinse la poetessa fiorentina Benevenuta a esclamare: “È difficile dire se Pierre Bon-Bon sia davvero un uccello del Paradiso, o piuttosto un paradiso di perfezione”. Potrei, insomma, approfondire tutti questi dettagli se lo desiderassi, ma mi astengo: lascio che siano gli scrittori di romanzi storici a occuparsene; tali particolari sono infatti al di sotto della dignità morale di un resoconto oggettivo.
Ho detto che “entrare nel café situato nella rue senza uscita Le Febre significava entrare nel santuario di un uomo di genio”. Ma solo un uomo di genio poteva davvero apprezzare appieno i meriti di quel “santuario”. All’ingresso pendeva un cartello formato da un enorme foglio di carta; su un lato era raffigurata una bottiglia, sull’altro un paté. Sul retro, in caratteri grandi, si leggeva Œuvres de Bon-Bon. In questo modo veniva delicatamente evidenziata la doppia attività del proprietario.
Appena superata la soglia, l’intero interno dell’edificio si aprì davanti ai suoi occhi. Una stanza lunga e dal soffitto basso, costruita in stile antico, costituiva effettivamente tutto lo spazio disponibile nel café. In un angolo dell’appartamento si trovava il letto del metafisico: una serie di tende, insieme a un baldacchino in stile greco, gli conferivano un aspetto al tempo stesso classico e confortevole. Nell’angolo opposto, le funzioni della cucina e della biblioteca sembravano fondersi armoniosamente tra loro. Su uno scaffale era posata una serie di opere polemiche; lì dentro c’era un forno pieno delle ultime ricerche in campo etico, mentre accanto a esso si trovava una pentola contenente vari miscugli. Volumi di morale tedesca erano disposti accanto alla griglia per tostare; accanto a Eusebio poteva essere trovata un forchetta da tostare, mentre Platone sembrava riposare tranquillamente all’interno di una padella. I manoscritti contemporanei, invece, erano ordinatamente conservati su uno spiedino.
In altri aspetti, il Café de Bon-Bon potrebbe essere considerato poco diverso dai soliti ristoranti dell’epoca. Davanti alla porta c’era un caminetto; a destra del caminetto, un armadio aperto mostrava una vasta collezione di bottiglie etichettate.
Fu qui, intorno alle dodici di una notte, durante quel terribile ,inverno del ——, che Pierre Bon-Bon, dopo aver ascoltato i commenti dei suoi vicini riguardo alla sua strana abitudine. Insomma, Pierre Bon-Bon, dopo aver cacciato tutti fuori dalla sua casa, chiuse la porta a chiave con un giuramento e si ritirò in una poltrona di pelle, davanti a un focolare pieno di ceppi ardenti.
Era una di quelle terribili notti che si incontrano solo una o due volte in un secolo. Nevicava intensamente, e la casa tremava pericolosamente sotto i colpi dei venti impetuosi che, penetrando nelle fessure delle pareti e scendendo con forza nel camino, facevano oscillare violentemente le tende del letto del filosofo, disordinando completamente i suoi pentole e i suoi documenti. L’enorme cartello in foglio grosso, sospeso all’esterno e esposto alla furia della tempesta, scricchiolava in modo sinistro, emettendo un suono lamentoso dai suoi supporti di quercia massiccia.
Non era certo in vena serena il metafisico quando sistemò la sua sedia al solito posto vicino al camino. Durante la giornata erano accadute molte circostanze di natura complessa e confusa che avevano disturbato la tranquillità delle sue meditazioni. Nel tentativo di preparare gli “uova alla Principessa”, aveva purtroppo ottenuto un risultato simile a quello degli “uova alla Regina”; la scoperta di un principio etico era stata ostacolata dal fallimento nella preparazione di una zuppa; e, infine, non meno importante, era stato frustrato in uno di quei negoziamenti vantaggiosi che gli procuravano sempre grande soddisfazione. Ma, nel suo sconforto per queste avversità inspiegabili, non mancava certo quella sorta di ansia nervosa che la furia di una notte turbolenta è particolarmente capace di suscitare. Fischiettando vicino al grande cane nero di cui avevamo parlato prima, si sistemò a disagio sulla sedia e non poté fare a meno di lanciare occhiate diffidenti verso quelle parti remote dell’appartamento le cui ombre inesorabili nemmeno la luce rossa del fuoco riusciva a dissipare completamente. Dopo aver esaminato attentamente quegli oggetti, il cui vero scopo forse gli stesso non comprendeva appieno, avvicinò al proprio posto un piccolo tavolo coperto di libri e documenti, e presto si immerse nel lavoro di revisione di un manoscritto voluminoso destinato alla pubblicazione il giorno seguente.
Era così impegnato da alcuni minuti quando, all’improvviso, una voce lamentosa sussurrò nell’appartamento: “Non ho alcuna fretta, Monsieur Bon-Bon”.
“Dio mio!” esclamò il nostro eroe, alzandosi in piedi di scatto, rovesciando la sedia accanto a lui e guardandosi intorno con stupore.
“Assolutamente vero,” rispose calmo quella voce.
“Assolutamente vero! — cosa è assolutamente vero? — Come sei arrivato qui?” gridò il metafisico, quando i suoi occhi si posarono su qualcosa che giaceva disteso completamente sul letto.
“Stavo dicendo,” disse l’intruso, senza prestare attenzione alle domande, “che non ho affatto fretta, che la questione per cui mi sono preso la libertà di chiamarvi non è di alcuna importanza urgente. In breve, posso aspettare tranquillamente finché non avrete terminato la vostra spiegazione.”
“La mia esposizione! Ecco qua. Come fai a saperlo? Come hai capito che stavo scrivendo un’esposizione? Mio Dio!”
“Zitta!” rispose la figura con un tono acuto; poi, alzandosi rapidamente dal letto, fece un passo verso il nostro eroe, mentre una lampada di ferro appesa sopra la sua testa oscillava violentemente a causa della sua vicinanza.
Lo stupore del filosofo non gli impedì di esaminare attentamente l’abbigliamento e l’aspetto dello sconosciuto. I contorni della sua figura, estremamente snella ma decisamente più alta della media, erano chiaramente visibili grazie a un abito nero logoro che aderiva strettamente al corpo, pur essendo tagliato secondo lo stile di un secolo fa. Quell’abbigliamento era evidentemente destinato a una persona molto più bassa del suo attuale proprietario: i suoi polsi e le caviglie erano scoperti per diversi centimetri. Tuttavia, gli scarponi presentavano delle fibbie molto lucide, il che contraddiceva l’estrema povertà che suggerivano le altre parti del suo abbigliamento. La sua testa era completamente calva, ad eccezione di una parte posteriore dove spuntava una lunga ciocca di capelli. Un paio di occhiali verdi con lenti laterali proteggevano i suoi occhi dalla luce, impedendoci al contempo di distinguere il loro colore o la loro forma. Non c’era traccia di camicia addosso; solo un colletto bianco, di aspetto sporco, era legato con estrema cura intorno al collo, e i suoi bordi pendevano regolarmente ai lati, dando l’impressione – anche se probabilmente senza volerlo – di una figura ecclesiastica. Molti altri dettagli del suo aspetto e del suo comportamento avrebbero potuto confermare questa impressione. Sopra l’orecchio sinistro portava, come fanno i moderni impiegati, uno strumento simile allo stilo degli antichi. Nel taschino del suo cappotto spiccava chiaramente un piccolo libro nero fissato con delle fibbie di acciaio; sul dorso era scritto a caratteri bianchi “Rituel Catholique”. L’intera sua fisionomia aveva un aspetto cupo e pallido; la fronte era alta e profondamente solcata dalle rughe della riflessione. Gli angoli della bocca erano piegati in un’espressione di estrema umiltà. Mentre si avvicinava al nostro eroe, strinse le mani, emise un profondo sospiro e mostrò un’aria di totale santità che non poteva lasciare dubbi sulla sua natura. Ogni traccia di rabbia scomparve dal volto di quel filosofo: dopo aver esaminato attentamente l’aspetto dello sconosciuto, gli strinse cordialmente la mano e lo invitò a sedersi.
Tuttavia, sarebbe un errore radicale attribuire questo improvviso cambiamento di sentimenti nel filosofo a una qualsiasi delle cause che potrebbero naturalmente essere considerate responsabili di tale cambiamento. Infatti, Pierre Bon-Bon, da quanto ho potuto comprendere della sua natura, era tra tutte le persone la meno suscettibile di essere ingannato da qualsiasi apparente comportamento esteriore. Era impossibile che un osservatore così attento delle persone e delle cose non riuscisse immediatamente a individuare la vera natura della persona che aveva così invaso la sua ospitalità. Per non dire altro, le caratteristiche fisiche del suo visitatore erano sufficientemente strane: teneva in testa un cappello insolitamente alto, presentava un leggero rigonfiamento nella parte posteriore dei suoi calzoni, e il movimento della sua sciarpa era evidente a tutti. Immaginate quindi con quale senso di soddisfazione il nostro eroe si trovò improvvisamente in compagnia di una persona verso la quale aveva sempre nutrito il massimo rispetto. Tuttavia, essendo troppo diplomatico, non lasciò trapelare alcuna traccia dei suoi sospetti riguardo alla vera situazione. Non era il momento per mostrare di essere consapevole dell’onore inaspettato che gli veniva concesso; al contrario, cercò di introdurre la conversazione su argomenti etici importanti, che, se pubblicati, avrebbero potuto illuminare l’umanità e, allo stesso tempo, renderlo immortale. Argomenti che, devo aggiungere, la grande età del suo visitatore e la sua notevole competenza nella scienza morale gli avrebbero certamente permesso di affrontare con successo.
Spinto da queste idee illuminate, il nostro eroe invitò il gentiluomo a sedersi, mentre lui stesso aggiunse alcuni ceppi al fuoco e posizionò sul tavolo alcune bottiglie di Mousseux. Dopo aver rapidamente completato queste operazioni, si mise a sedere di fronte al suo compagno, in attesa che questi iniziasse la conversazione. Ma anche i piani più accuratamente preparati spesso falliscono fin dall’inizio della loro attuazione. E il ristoratore si trovò completamente impreparato davanti alle prime parole del suo visitatore.
“Vedo che mi conosci, Bon-Bon,” disse; “ah! ah! ah!—ah! ah! ah!—eh! eh! eh!—oh! oh! oh!—uh! uh! uh!”—e il diavolo, abbandonando all’improvviso la sua aria sacra, aprì la bocca dalla testa ai piedi, mostrando una serie di denti affilati e simili a zanne; poi, gettando indietro la testa, rise a lungo, ad alta voce, in modo malvagio e fragoroso. Il cane nero, accovacciato sui suoi fianchi, si unì allegramente a quella risata; mentre il gatto tigrato, volando via in un’altra direzione, si alzò in piedi sulle zampe posteriori e iniziò a urlare nell’angolo più lontano dell’appartamento.
Non così il filosofo; lui era troppo un uomo di mondo per ridere come un cane o per tradire con urla l’imbarazzo indecoroso del gatto. Bisogna ammetterlo: provò una certa sorpresa nel vedere le lettere bianche che formavano la scritta “Rituel Catholique” sul libro nella tasca del suo ospite cambiare improvvisamente colore e significato; in pochi secondi, al posto del titolo originale, apparvero le parole Régitre des Condamnes scritte in caratteri rossi. Questa strana circostanza, quando Bon-Bon rispose alla osservazione del suo visitatore, conferì al suo comportamento un’aria di imbarazzo che probabilmente altrimenti non sarebbe stata notata.
“Perché, signore,” disse il filosofo, “perché, signore, a dire la verità. Credo che lei sia, giuro su quanto ho di più caro, l’uomo più meritevole, cioè, penso, immagino, forse ho un vago, un’idea molto vaga, dell’onore straordinario che le spetta, ”
“Oh!—ah!—sì!—molto bene!” interruppe Sua Maestà; “non dite altro. Ora capisco tutto.” E così, togliendosi gli occhiali verdi, li pulì con cura con il polsino del cappotto e li mise in tasca.
Se Bon-Bon fosse stato già stupito dall’incidente legato al libro, la sua meraviglia sarebbe ora aumentata ancora di più dallo spettacolo che gli si presentava davanti agli occhi. Alzando lo sguardo, mosso da una forte curiosità di scoprire il colore degli occhi del suo ospite, vide che non erano affatto neri, come aveva previsto; né grigi, come ci si sarebbe potuti aspettare; né marroni, né blu, né gialli, né rossi, né viola, né bianchi, né verdi. Insomma, Pierre Bon-Bon non solo vide chiaramente che Sua Maestà non aveva affatto occhi, ma non riuscì nemmeno a individuare alcun segno del loro esistere in passato: il punto in cui normalmente si sarebbero dovuti trovare gli occhi era, purtroppo, semplicemente una superficie liscia e senza vita di carne.
Non era nella natura del metafisico astenersi dal cercare di comprendere le origini di un fenomeno così strano; inoltre, la risposta di Sua Maestà fu immediata, dignitosa e soddisfacente.
“Gli occhi! mio caro Bon-Bon, gli occhi! Hai detto proprio questo? Oh, ah. Capisco! Quegli stupidi ritratti che circolano hanno dato di me un’immagine errata, vero? Gli occhi, sì, Pierre Bon-Bon, gli occhi sono certamente al loro posto giusto, cioè nella testa, si potrebbe dire, ma la testa di un verme. Per te, queste facoltà visive sono indispensabili; tuttavia ti dimostrerò che la mia vista è più penetrante della tua. Vedo una gatta in angolo, una bella gatta, guarda bene come si muove. Ora, Bon-Bon, riesci a percepire i pensieri, le idee, le riflessioni che nascono nella sua mente? Non vedi nulla. Lei sta pensando che ammiriamo la lunghezza della sua coda e la profondità della sua intelligenza. Ha appena concluso che io sono il più distinto tra i chierici, e tu il più superficiale tra i metafisici. Vedi? Non sono del tutto cieco. Ma per uno come me, gli occhi di cui parli sarebbero soltanto un ostacolo, potrebbero essere distrutti in qualsiasi momento da una padella per tostare il pane o da una forca. Per te, invece, queste facoltà visive sono indispensabili. Sforzati di usarle al meglio, Bon-Bon. La mia vista, è l’anima stessa.”
A quel punto l’ospite prese da bere il vino che c’era sul tavolo, ne versò una buona quantità per Bon-Bon e lo invitò a berlo senza esitazioni, dicendogli di sentirsi completamente a casa.
“Un libro davvero intelligente, il tuo, Pierre,” riprese Sua Maestà, dandoci un colpetto sulla spalla con aria complice, mentre il nostro amico posava il bicchiere dopo aver attentamente seguito le istruzioni del suo visitatore. “Un libro davvero intelligente. Onestamente, è proprio ciò che desideravo leggere. Tuttavia, penso che la struttura del tuo lavoro potrebbe essere migliorata; molte delle tue idee mi ricordano Aristotele. Quel filosofo era uno dei miei conoscenti più intimi. Lo apprezzavo tanto per il suo terribile carattere, quanto per la sua straordinaria capacità di commettere errori. In tutto ciò che ha scritto, c’è solo una verità assoluta. E per quella gli ho dato un suggerimento, puramente per compassione verso la sua assurdità. Immagino, Pierre Bon-Bon, tu sappia molto bene a quale divina verità morale mi riferisco, ”
Non posso dire di essere…
“Certamente! È proprio io che dissi ad Aristotele che, starnutendo, gli uomini espellono idee superflue attraverso il naso.”
“Che è, senza dubbio, il caso,” disse il metafisico, mentre si versava un’altra abbondante porzione di Mousseux e offriva la sua scatola di tabacco alle dita del suo visitatore.
“C’era anche Platone,” continuò Sua Maestà, rifiutando modestamente la scatola di tabacco e il complimento che essa implicava – “c’era anche Platone, per il quale, in un certo momento, provai tutto l’affetto di un amico. Conoscevi Platone, Bon-Bon?. Ah, no, mi scuso mille volte. Un giorno mi incontrò ad Atene, nel Partenone, e mi disse di essere preoccupato per un’idea. Gli dissi di scrivere quella frase: ‘δ υοῦς εστιν αυλος’. Lui promise di farlo e se ne andò a casa, mentre io mi avvicinai alle piramidi. Ma la mia coscienza mi rimproverò per aver detto una verità, anche solo per aiutare un amico; così tornai ad Atene in fretta e lo trovai mentre stava scrivendo quella frase.”
“Con un dito diedi una leggera spinta alla lambda e la capovolsi. Ora la frase recitava ‘δ υοῦς εστιν αυγος’, ed era, come potete vedere, il nucleo fondamentale delle dottrine della sua metafisica.”
“È mai stato a Roma?” chiese il ristoratore, dopo aver finito la sua seconda bottiglia di Mousseux e aver tirato dal armadio un’altra scorta di Chambertin.
“Ma una volta, Monsieur Bon-Bon, solo una volta. C’è stato un tempo,” disse il diavolo, come se stesse recitando un passaggio di un libro, “c’è stato un tempo in cui si verificò un’anarchia durata cinque anni; durante quel periodo la repubblica, priva di tutti i suoi funzionari, non aveva alcun organo di governo se non i tribuni del popolo. E questi, per legge, non possedevano alcun potere esecutivo. In quel tempo, Monsieur Bon-Bon. Solo in quel tempo io mi trovavo a Roma. E quindi non conosco assolutamente nulla riguardo alla sua filosofia.”
{*2} Scrivevano di Filosofia (Cicerone, Lucrizio, Seneca), ma si trattava della Filosofia Greca.—Condorcet.
“Che ne pensi… che ne pensi… ahem!… di Epicuro?”
“Di chi dovrei pensare?” disse il diavolo, stupito. “Non potete certo voler trovare qualche difetto in Epicuro! Che cosa penso di Epicuro. Intendete parlare di me, signore? Sono io Epicuro! Sono lo stesso filosofo che scrisse tutti e trecento i trattati ricordati da Diogene Laerte.”
“È una bugia!”, disse il metafisico, perché il vino gli aveva un po’ fatto effetto.
“Molto bene! — davvero molto bene, signore! — Assolutamente molto bene, signore!” disse Sua Maestà, chiaramente lusingato.
“È una bugia!”, ripeté il ristoratore in modo categorico; “è una… ahem!… bugia”.
“Beh, beh, fai pure come vuoi!” disse il diavolo in tono pacifico. E Bon-Bon, avendo vinto la discussione con Sua Maestà, ritenne suo dovere aprire un’altra bottiglia di Chambertin.
“Come stavo dicendo,” riprese il visitatore, “come ho osservato poco fa, in quel libro vostro, Monsieur Bon-Bon, ci sono alcune idee davvero molto eccezionali. Che cosa intendete, ad esempio, con tutta quella sciocchezza riguardo all’‘anima? Vi prego, signore: cos’è realmente l’‘anima?”
“L’anima—ahem!—” rispose il metafisico, riferendosi al suo manoscritto, “è senza dubbio, ”
“No, signore!”
“Indubbiamente…”
“No, signore!”
“Indiscutibilmente…”
“No, signore!”
“Evidentemente…”
“No, signore!”
“Indiscutibilmente…”
“No, signore!”
“Hiccup!”
“No, signore!”
“E senza alcun dubbio…”
“No, signore, l’‘anima non è affatto una cosa del genere!” (In quel momento, il filosofo, con lo sguardo minaccioso, ne approfittò per finire sul posto la sua terza bottiglia di Chambertin.)
“Allora… ahem!… per favore, signore… cosa… cosa è?”
“Non è né da una parte né dall’altra, Monsieur Bon-Bon,” rispose Sua Maestà, meditabondo. “Ho conosciuto, cioè, ho incontrato alcune anime molto cattive, e anche alcune, abbastanza buone.” A queste parole si leccò le labbra; poi, senza rendersene conto, posò la mano sul libro che aveva in tasca e fu colpito da un violento attacco di starnuti.
Continuò.
“C’era l’‘anima di Cratino: passabile; Aristofane: vivace e spiritoso; Platone: squisito, non il vostro Platone, ma il poeta comico Platone; il vostro Platone probabilmente avrebbe fatto rivoltare lo stomaco a Cerbero. Bah! E poi c’erano Naevio, Andronico, Plauto e Terenzio. Lucilio, Catullo, Naso e Quinto Flacco, caro Quinto! Così lo chiamavo quando cantava una canzone profana per il mio divertimento, mentre io lo brindavo con sincero buon umore. Ma a questi Romani manca il vero “sapore”. Un solo greco grassoccio vale dieci di loro. E inoltre, i greci sanno “mantenere” il valore delle cose, qualcosa che non si può dire dei Romani. Diamo un assaggio al vostro Sauterne.”
Bon-Bon aveva ormai deciso di seguire il principio del nil admirari e si impegnò a consegnare le bottiglie in questione. Tuttavia, notò un suono strano nella stanza, simile al movimento della coda di un cane. Di questo, sebbene estremamente indecente da parte sua Maestà il filosofo, non fece alcuna attenzione: semplicemente calciò il cane e gli chiese di stare zitto. L’ospite continuò.
“Ho scoperto che Orazio assomigliava molto ad Aristotele; sai, mi piace la varietà. Di Terenzio non avrei potuto distinguerlo da Menandro. Naso, per mia sorpresa, era in realtà Nicandro sotto mentite spoglie. Virgilio aveva un forte retrogusto di Teocrito. Marziale mi ricordava molto Archiloco; e Tito Livio, beh, era proprio Polibio, e nessun altro.”
“Hic-cup!”, rispose Bon-Bon, e il suo maestà proseguì:
“Ma se ho una preferenza, Monsieur Bon-Bon, se ho una preferenza, è per un filosofo. Tuttavia, lasciate che vi dica, signore: non tutti i gentiluomini sanno come scegliere un filosofo. Quelli troppo lunghi non sono buoni; e i migliori, se non vengono selezionati con cura, possono risultare un po’ amari a causa della loro ‘bilis’, ”
“Schiacciato!”
“Intendo, estratto dal cadavere.”
“Che ne pensi di un… ehem… medico?”
“Non parlatene nemmeno! — Ugh! Ugh! Ugh!” (A questo punto Sua Maestà ebbe un violento conato di vomito.) “Non ne ho mai assaggiata nessuna, tranne quella, quel furfante di Ippocrate! Aveva un odore terribile, di asafoetida. Ugh! Ugh! Ugh! Si è preso un terribile raffreddore lavandosi nel fiume Stige. E alla fine mi ha contagiato con il colera morbus.”
“Quel miserabile!” esclamò Bon-Bon, “quella mostruosità di casamatta!” – e il filosofo versò una lacrima.
“Dopotutto,” continuò il visitatore, “se un gentiluomo desidera vivere bene, deve possedere più talenti di uno o due soltanto; e da noi, un viso rotondo è considerato un segno di diplomazia.”
“Come mai?”
“Beh, a volte siamo davvero sotto pressione per quanto riguarda le provviste. Dovete sapere che, in un clima così afoso come il mio, spesso è impossibile mantenere in vita uno spirito per più di due o tre ore; e dopo la morte, a meno che non venga immediatamente conservato in salamoia (e uno spirito conservato in salamoia non è di buona qualità), inizierà a decomporsi. Capite, vero? Quando le anime ci vengono consegnate nel modo abituale, bisogna sempre temere la putrefazione.”
“Hiccup!—hiccup!—Dio mio! come fai a riuscirci?”
Qui la lampada di ferro iniziò a dondolare con ancora maggiore violenza, e il diavolo quasi si alzò dal suo posto; tuttavia, con un leggero sospiro, riacquistò la calma e disse sottovoce al nostro eroe: “Senti un po’, Pierre Bon-Bon, non dobbiamo più imprecare.”
Il padrone di casa inghiottì un altro boccone, come segno di completa comprensione e accordo, e l’ospite continuò il suo discorso.
“Beh, ci sono diversi modi per gestire la situazione. La maggior parte di noi soffre la fame; alcuni si accontentano di quello che hanno; io, invece, compro i miei alcolici ‘vivente corpore’, e in questo modo li trovo sempre in ottimo stato.”
“Ma il corpo!, ahem!, il corpo!”
“Il corpo, beh, e il corpo? Oh! Ah! Ora capisco. Ma signore, il corpo non viene affatto influenzato da questa pratica. Ne ho fatte innumerevoli nel corso della mia vita, e nessuno ha mai riscontrato alcun inconveniente. Ci sono stati Caino, Nimrod, Nerone, Caligola, Dionisio, Pisistrato, e mille altri che, nella seconda metà della loro esistenza, non hanno mai avuto una “anima”; eppure, signore, questi uomini hanno adornato la società. Perché allora non c’è qualcuno come lui, che lei conosce bene quanto me? Non possiede forse le sue facoltà mentali e fisiche? Chi scrive epigrammi più taglienti? Chi ragiona in modo più arguto? Ma aspetti, ho il suo consenso nel mio portafoglio.”
Dicendo ciò, estrasse una borsa di pelle rossa e ne tirò fuori diversi documenti. Su alcuni di questi, Bon-Bon riuscì a intravedere le lettere Machi—Maza—Robesp accompagnate dalle parole Caligula, George, Elizabeth. Sua Maestà scelse un sottile foglio di pergamena e ne lesse ad alta voce i seguenti testi:
“Tenendo conto di alcune doti mentali che non è necessario specificare, e considerando inoltre mille luigi d’oro, io, essendo di un anno e un mese di età, cedo a chi detiene questo documento tutti i miei diritti, titoli e pertinenze riguardanti quella ‘ombra’ chiamata la mia ‘anima.” (*4) (In questo punto Sua Maestà ripeté un nome che non ritenni giusto indicare in modo più chiaro.)
{*4} Quere-Arouet?
“Un tipo intelligente, davvero,” continuò; “ma proprio come voi, Monsieur Bon-Bon, si sbagliava riguardo all’‘anima. L’anima, una semplice ombra, davvero! L’anima, un’ombra. Ha! ha! ha!. Solo pensate a quell’assurda ombra”!
“Pensate solo, ahem!, a una ‘frittata’ di ombre!” esclamò il nostro eroe, le cui facoltà mentali venivano sempre più illuminate dalla profondità del discorso di Sua Maestà.
“Pensate solo a un singolo attacco di singhiozzo, quella maledetta ombra fricassata!! Ora, accidenti, singhiozzo, uf! Se io fossi stato così stupido, il mio anima, signore, uf!”
“La vostra ‘anima, Monsieur Bon-Bon?”
“Sì, signore, ahem!, la mia ‘anima è, ”
“Che cosa, signore?”
“No, ombra, dammela!”
“Volevi dire…”
“Sì, signore, la mia ‘anima è, ahem!, sì, signore.”
“Non intendevi forse affermare…”
“La mia ‘anima è, ahem!, particolarmente adatta per, ahem!, un, ”
“Che cosa, signore?”
“Stufato.”
“Ha!”
“Soufflé.”
“Eh!”
“Fricassee.”
“Certamente!”
“Ragù e fricandeau. E guarda qui, mio buon amico! Te lo lascio a un prezzo davvero conveniente, ” Il filosofo diede una pacca sulla schiena al suo sovrano.
“Non avrei mai potuto pensare a una cosa del genere,” disse quest’ultimo con calma, alzandosi contemporaneamente dal suo posto. Il metafisico rimase sbalordito.
“Attualmente sono stati forniti”, disse Sua Maestà.
“Hiccup!. Ehm?” disse il filosofo.
“Nessun denaro a disposizione.”
“Cosa?”
“Inoltre, non è affatto attraente da parte mia…”
“Signore!”
“Sfruttare al meglio…”
“Hiccup!”
“La tua attuale situazione disgustosa e indegna di un gentiluomo.”
Qui il visitatore si inchinò e se ne andò; non si poté precisare con esattezza in che modo, ma con un’azione ben coordinata mirava a lanciare una bottiglia contro “il villano”. La sottile catena che pendeva dal soffitto si ruppe, e il metafisico fu colpito al suolo dall’effetto di quel gesto.
Quand un bon vin meuble mon estomac, Je suis plus savant que Balzac— Plus sage que Pibrac; Mon bras seul faisant l’attaque De la nation Cossaque, La mettroit au sac; De Charon je passerois le lac, En dormant dans son bac; J’irois au fier Eac, Sans que mon coeur fit tic ni tac, Présenter du tabac. —French Vaudeville
That Pierre Bon-Bon was a restaurateur of uncommon qualifications, no man who, during the reign of——, frequented the little Câfé in the cul-de-sac Le Febre at Rouen, will, I imagine, feel himself at liberty to dispute. That Pierre Bon-Bon was, in an equal degree, skilled in the philosophy of that period is, I presume, still more especially undeniable. His patés à la fois were beyond doubt immaculate; but what pen can do justice to his essays sur la Nature—his thoughts sur l’Ame—his observations sur l’Esprit? If his omelettes—if his fricandeaux were inestimable, what littérateur of that day would not have given twice as much for an “Idée de Bon-Bon” as for all the trash of “Idées” of all the rest of the savants? Bon-Bon had ransacked libraries which no other man had ransacked—had more than any other would have entertained a notion of reading—had understood more than any other would have conceived the possibility of understanding; and although, while he flourished, there were not wanting some authors at Rouen to assert “that his dicta evinced neither the purity of the Academy, nor the depth of the Lyceum”—although, mark me, his doctrines were by no means very generally comprehended, still it did not follow that they were difficult of comprehension. It was, I think, on account of their self-evidency that many persons were led to consider them abstruse. It is to Bon-Bon—but let this go no farther—it is to Bon-Bon that Kant himself is mainly indebted for his metaphysics. The former was indeed not a Platonist, nor strictly speaking an Aristotelian—nor did he, like the modern Leibnitz, waste those precious hours which might be employed in the invention of a fricasée or, facili gradú, the analysis of a sensation, in frivolous attempts at reconciling the obstinate oils and waters of ethical discussion. Not at all. Bon-Bon was Ionic—Bon-Bon was equally Italic. He reasoned à priori—He reasoned also à posteriori. His ideas were innate—or otherwise. He believed in George of Trebizonde—He believed in Bossarion [Bessarion]. Bon-Bon was emphatically a—Bon-Bonist.
I have spoken of the philosopher in his capacity of restaurateur. I would not, however, have any friend of mine imagine that, in fulfilling his hereditary duties in that line, our hero wanted a proper estimation of their dignity and importance. Far from it. It was impossible to say in which branch of his profession he took the greater pride. In his opinion the powers of the intellect held intimate connection with the capabilities of the stomach. I am not sure, indeed, that he greatly disagreed with the Chinese, who held that the soul lies in the abdomen. The Greeks at all events were right, he thought, who employed the same words for the mind and the diaphragm. (*1) By this I do not mean to insinuate a charge of gluttony, or indeed any other serious charge to the prejudice of the metaphysician. If Pierre Bon-Bon had his failings—and what great man has not a thousand?—if Pierre Bon-Bon, I say, had his failings, they were failings of very little importance—faults indeed which, in other tempers, have often been looked upon rather in the light of virtues. As regards one of these foibles, I should not even have mentioned it in this history but for the remarkable prominency—the extreme alto relievo—in which it jutted out from the plane of his general disposition. He could never let slip an opportunity of making a bargain.
{*1} MD
Not that he was avaricious—no. It was by no means necessary to the satisfaction of the philosopher, that the bargain should be to his own proper advantage. Provided a trade could be effected—a trade of any kind, upon any terms, or under any circumstances—a triumphant smile was seen for many days thereafter to enlighten his countenance, and a knowing wink of the eye to give evidence of his sagacity.
At any epoch it would not be very wonderful if a humor so peculiar as the one I have just mentioned, should elicit attention and remark. At the epoch of our narrative, had this peculiarity not attracted observation, there would have been room for wonder indeed. It was soon reported that, upon all occasions of the kind, the smile of Bon-Bon was wont to differ widely from the downright grin with which he would laugh at his own jokes, or welcome an acquaintance. Hints were thrown out of an exciting nature; stories were told of perilous bargains made in a hurry and repented of at leisure; and instances were adduced of unaccountable capacities, vague longings, and unnatural inclinations implanted by the author of all evil for wise purposes of his own.
The philosopher had other weaknesses—but they are scarcely worthy our serious examination. For example, there are few men of extraordinary profundity who are found wanting in an inclination for the bottle. Whether this inclination be an exciting cause, or rather a valid proof of such profundity, it is a nice thing to say. Bon-Bon, as far as I can learn, did not think the subject adapted to minute investigation;—nor do I. Yet in the indulgence of a propensity so truly classical, it is not to be supposed that the restaurateur would lose sight of that intuitive discrimination which was wont to characterize, at one and the same time, his essais and his omelettes. In his seclusions the Vin de Bourgogne had its allotted hour, and there were appropriate moments for the Cotes du Rhone. With him Sauterne was to Medoc what Catullus was to Homer. He would sport with a syllogism in sipping St. Peray, but unravel an argument over Clos de Vougeot, and upset a theory in a torrent of Chambertin. Well had it been if the same quick sense of propriety had attended him in the peddling propensity to which I have formerly alluded—but this was by no means the case. Indeed to say the truth, that trait of mind in the philosophic Bon-Bon did begin at length to assume a character of strange intensity and mysticism, and appeared deeply tinctured with the diablerie of his favorite German studies.
Quando un buon vino riempie il mio stomaco,
sono più sapiente di Balzac.
Più saggio di Pibrac;
Con un solo braccio potrei attaccare
l’intera nazione cosaca
e la metterei in rotta;
attraverserei il lago di Caronte
dormendo tranquillamente nella sua barca;
andrei fino al fiero Eaco,
senza che il mio cuore battesse.
Per offrirgli del tabacco.
—Vaudeville francese
Quel Pierre Bon-Bon era un ristoratore di qualifiche insolite; nessuno, infatti, che durante il regno di, frequentasse quel piccolo caffè nel vicolo Le Febre a Rouen, si sentirebbe autorizzato a metterlo in dubbio. Che Pierre Bon-Bon fosse altresì profondo nella filosofia di quell’epoca è, credo, ancora più innegabile. I suoi paté erano senza dubbio impeccabili; ma quale penna potrebbe rendere giustizia ai suoi saggi sulla Natura, alle sue riflessioni sull’Anima, alle sue osservazioni sull’Intelletto? Se le sue omelette, i suoi fricandeaux fossero stati davvero inestimabili, quale letterato di quel tempo non avrebbe dato il doppio per un’unica “idea” di Pierre Bon-Bon rispetto a tutte le sciocchezze prodotte da tutti gli altri “sapienti”? Pierre Bon-Bon aveva esplorato biblioteche che nessun altro aveva mai visitato; aveva una conoscenza più vasta di qualsiasi altro; aveva compreso cose che pochi avrebbero mai ritenuto possibili comprendere. E anche se, al suo tempo, a Rouen c’erano alcuni autori che sostenevano che le sue idee non riflettessero né la purezza dell’Accademia né la profondità del Liceo, anche se le sue dottrine non erano affatto facilmente comprensibili, ciò non significa che fossero impossibili da comprendere. Penso che sia proprio per la loro evidenza intrinseca che molte persone le considerassero oscure. È a Pierre Bon-Bon, soprattutto, che Kant deve gran parte della sua metafisica. Il primo, infatti, non era un platonico, né propriamente un aristotelico; e non sprecava certo quelle preziose ore che avrebbero potuto essere dedicate allo studio di questioni pratiche o all’analisi delle sensazioni, in tentativi vani di conciliare le opposte posizioni nella discussione etica. Assolutamente no. Pierre Bon-Bon era un pensatore originale e completo: ragionava sia a priori che a posteriori. Le sue idee erano innate, o forse no? Credeva in Giorgio di Trebisonda, credeva anche in Bessarione. In definitiva, Pierre Bon-Bon era, un vero Bon-Bonista.
Ho parlato del filosofo nella sua veste di ristoratore. Tuttavia, non vorrei che nessuno dei miei amici pensasse che, nell’adempiere ai propri doveri ereditari in questa professione, il nostro eroe desiderasse una vera e propria apprezzazione della dignità e dell’importanza di tali compiti. Lontano da ciò. Era impossibile stabilire in quale ambito della sua attività provasse maggiore orgoglio. A suo parere, le facoltà intellettive erano strettamente legate alle capacità digestive. Anzi, non sono sicuro che dissentisse molto dai cinesi, i quali ritenevano che l’‘anima risiedesse nell’addome. I Greci, comunque, avevano ragione: usavano infatti le stesse parole per indicare sia la mente che il diaframma. (1) Non intendo certo insinuare accuse di gola o qualsiasi altro grave rimprovero a danno di questo metafisico. Se Pierre Bon-Bon aveva i suoi difetti – e quale grande uomo, del resto, non ne ha mille? – beh, questi difetti erano di scarsa rilevanza; anzi, in altre persone sarebbero stati spesso considerati virtù. Per quanto riguarda uno di questi piccoli vizi. Non l’avrei nemmeno menzionato in questa storia se non per la notevole evidenza con cui spiccava rispetto al resto del suo carattere. Non perdeva mai un’occasione per contrattare affari vantaggiosi.
{*1} MD
Non che fosse avaro, no. Affatto necessario non era che l’accordo fosse vantaggioso esclusivamente per lui, per soddisfare i desideri di quel filosofo. Bastava che si potesse concludere un affare – qualsiasi tipo di affare, con qualsiasi condizione o in qualsiasi circostanza – e per molti giorni dopo si poteva vedere sul suo volto un sorriso trionfante che ne illuminava l’espressione, e uno sguardo complice che testimoniava la sua saggezza.
In qualsiasi epoca, non sarebbe stato affatto straordinario se uno humor così particolare come quello che ho appena menzionato attirasse l’attenzione e suscitasse commenti. Nell’epoca della nostra narrazione, se questa peculiarità non avesse destato osservazioni, ci sarebbe davvero stato motivo di stupore. Presto si diffuse la notizia che, in tutte le occasioni del genere, il sorriso di Bon-Bon differiva notevolmente dal ghigno aperto con cui rideva delle proprie barzellette o accoglieva un conoscente. Si facevano allusioni a una natura eccitabile; si raccontavano storie di affari pericolosi conclusi in fretta e poi rimpianti con calma; venivano addirittura citati esempi di capacità inspiegabili, desideri vaghi e inclinazioni innaturali, tutti frutto delle “sagge” intenzioni dell’autore di tutto il male.
Il filosofo aveva altre debolezze, ma queste difficilmente meritano un nostro esame serio. Ad esempio, sono pochi gli uomini di straordinaria profondità che non presentino anche una certa inclinazione verso il vino. Che questa inclinazione sia una causa di eccitazione o piuttosto una prova concreta di tale profondità, be’, è una questione interessante da discutere. Per quanto ne so, Bon-Bon non riteneva che questo argomento fosse adatto a un’analisi approfondita; nemmeno io la penso così. Tuttavia, nell’appagare una propensione tanto tipicamente “classica”, non si può certo pensare che il ristoratore perdesse quella capacità di discernimento intuitivo che caratterizzava, allo stesso tempo, sia i suoi saggi che le sue creazioni culinarie. Nei suoi momenti di solitudine, il Vino di Borgogna aveva la sua ora dedicata, così come i vini della regione del Rhone. Per lui, lo Sauterne era al Medoc ciò che Catullo era per Omero: con un sorso di St. Peray poteva “giocare” con un sillogismo, mentre analizzando il Clos de Vougeot scopriva nuove verità, e con un bicchiere di Chambertin smontava intere teorie. Sarebbe stato davvero bello se lo stesso senso della misura fosse stato presente anche nella sua propensione al commercio, di cui ho già parlato in precedenza, ma questo, ovviamente, non era affatto il caso. A dire il vero, quella caratteristica del filosofo Bon-Bon finì per assumere un’insolita intensità e un certo misticismo, e sembrava profondamente influenzata dalle sue letture preferite in tedesco.
To enter the little café in the cul-de-sac Le Febre was, at the period of our tale, to enter the sanctum of a man of genius. Bon-Bon was a man of genius. There was not a sous-cusinier in Rouen, who could not have told you that Bon-Bon was a man of genius. His very cat knew it, and forebore to whisk her tail in the presence of the man of genius. His large water-dog was acquainted with the fact, and upon the approach of his master, betrayed his sense of inferiority by a sanctity of deportment, a debasement of the ears, and a dropping of the lower jaw not altogether unworthy of a dog. It is, however, true that much of this habitual respect might have been attributed to the personal appearance of the metaphysician. A distinguished exterior will, I am constrained to say, have its way even with a beast; and I am willing to allow much in the outward man of the restaurateur calculated to impress the imagination of the quadruped. There is a peculiar majesty about the atmosphere of the little great—if I may be permitted so equivocal an expression—which mere physical bulk alone will be found at all times inefficient in creating. If, however, Bon-Bon was barely three feet in height, and if his head was diminutively small, still it was impossible to behold the rotundity of his stomach without a sense of magnificence nearly bordering upon the sublime. In its size both dogs and men must have seen a type of his acquirements—in its immensity a fitting habitation for his immortal soul.
I might here—if it so pleased me—dilate upon the matter of habiliment, and other mere circumstances of the external metaphysician. I might hint that the hair of our hero was worn short, combed smoothly over his forehead, and surmounted by a conical-shaped white flannel cap and tassels—that his pea-green jerkin was not after the fashion of those worn by the common class of restaurateurs at that day—that the sleeves were something fuller than the reigning costume permitted—that the cuffs were turned up, not as usual in that barbarous period, with cloth of the same quality and color as the garment, but faced in a more fanciful manner with the particolored velvet of Genoa—that his slippers were of a bright purple, curiously filigreed, and might have been manufactured in Japan, but for the exquisite pointing of the toes, and the brilliant tints of the binding and embroidery—that his breeches were of the yellow satin-like material called aimable—that his sky-blue cloak, resembling in form a dressing-wrapper, and richly bestudded all over with crimson devices, floated cavalierly upon his shoulders like a mist of the morning—and that his tout ensemble gave rise to the remarkable words of Benevenuta, the Improvisatrice of Florence, “that it was difficult to say whether Pierre Bon-Bon was indeed a bird of Paradise, or rather a very Paradise of perfection.” I might, I say, expatiate upon all these points if I pleased,—but I forbear, merely personal details may be left to historical novelists,—they are beneath the moral dignity of matter-of-fact.
I have said that “to enter the café in the cul-de-sac Le Febre was to enter the sanctum of a man of genius”—but then it was only the man of genius who could duly estimate the merits of the sanctum. A sign, consisting of a vast folio, swung before the entrance. On one side of the volume was painted a bottle; on the reverse a paté. On the back were visible in large letters Œuvres de Bon-Bon. Thus was delicately shadowed forth the two-fold occupation of the proprietor.
Upon stepping over the threshold, the whole interior of the building presented itself to view. A long, low-pitched room, of antique construction, was indeed all the accommodation afforded by the café. In a corner of the apartment stood the bed of the metaphysician. An army of curtains, together with a canopy à la Grècque, gave it an air at once classic and comfortable. In the corner diagonary opposite, appeared, in direct family communion, the properties of the kitchen and the bibliotheque. A dish of polemics stood peacefully upon the dresser. Here lay an ovenful of the latest ethics—there a kettle of dudecimo mélanges. Volumes of German morality were hand and glove with the gridiron—a toasting-fork might be discovered by the side of Eusebius—Plato reclined at his ease in the frying-pan—and contemporary manuscripts were filed away upon the spit.
In other respects the Café de Bon-Bon might be said to differ little from the usual restaurants of the period. A fireplace yawned opposite the door. On the right of the fireplace an open cupboard displayed a formidable array of labelled bottles.
It was here, about twelve o’clock one night during the severe winter of ——, that Pierre Bon-Bon, after having listened to the comments of his neighbours upon his singular propensity—that Pierre Bon-Bon, I say, having turned them all out of his house, locked the door upon them with an oath, and betook himself in no very pacific mood to the comforts of a leather-bottomed arm-chair, and a fire of blazing fagots.
It was one of those terrific nights which are only met with once or twice during a century. It snowed fiercely, and the house tottered to its centre with the floods of wind that, rushing through the crannies in the wall, and pouring impetuously down the chimney, shook awfully the curtains of the philosopher’s bed, and disorganized the economy of his pate-pans and papers. The huge folio sign that swung without, exposed to the fury of the tempest, creaked ominously, and gave out a moaning sound from its stanchions of solid oak.
Per entrare in quel piccolo caffè situato nel vicolo cieco, all’epoca della nostra storia, significava entrare nel santuario di un uomo geniale. Bon-Bon era davvero un uomo geniale; non esisteva a Rouen un solo aiuto cuoco che non fosse in grado di dirvi che Bon-Bon era un genio. Anche il suo gatto lo sapeva, e si asteneva dal scodinzolare in presenza di quell’uomo straordinario. Il suo grande cane acquatico era a conoscenza di questo fatto, e al sopraggiungere del suo padrone dimostrava la propria inferiorità con un comportamento rispettoso, abbassando le orecchie e lasciando pendere la mandibola in modo davvero degno di un cane. Tuttavia, gran parte di questo rispetto dovuto alla sua personalità poteva anche essere attribuito al suo aspetto esteriore. Devo ammettere che un aspetto distinto ha il potere di influenzare persino gli animali; sono disposto ad ammettere che molte delle caratteristiche esteriori di quel ristoratore fossero studiate apposta per impressionare l’immaginazione dei suoi clienti. C’è una sorta di maestosità particolare nell’atmosfera di quel piccolo “grande luogo” – se mi è permesso usare un’espressione così ambigua – che la semplice dimensione fisica, da sola, non riuscirebbe mai a creare. Tuttavia, anche se Bon-Bon era alto appena poco più di un metro e aveva una testa particolarmente piccola, era impossibile non notare la rotondità del suo ventre, e non provare un senso di maestosità che rasentava il sublime. Per dimensioni, sia i cani che gli uomini dovevano riconoscere in lui l’espressione concreta dei suoi successi; per grandezza, un luogo degno della sua immortalità.
Potrei qui – se così mi piacesse – soffermarmi più ampiamente sull’aspetto esteriore di questo personaggio e su altre circostanze puramente materiali legate alla sua apparenza. Potrei accennare che i capelli del nostro eroe erano tagliati corti, pettinati con cura sulla fronte, e completati da un cappello bianco di flanella a forma conica e frange; che il suo giubbotto di colore verde pisello non seguiva la moda allora in voga tra i ristoratori comuni; che le maniche erano più larghe di quanto consentisse l’abbigliamento dell’epoca; che i polsini erano rialzati, e non come era solito in quel periodo barbaro, con tessuto dello stesso colore del giubbotto, ma rivestiti in modo più elaborato con velluto colorato di Genova; che le sue pantofole erano di un viola brillante, finemente lavorate, e probabilmente prodotte in Giappone, se non fosse stato per la raffinata forma delle punte e i vivaci colori dei bordi e degli ornamenti; che i suoi calzoni erano fatti di un materiale simile al satin giallo chiamato “aimable”; che il suo mantello blu cielo, dalla forma simile a quella di un involucro da indossare dopo il bagno, era riccamente decorato con motivi rossi; e che l’insieme del suo abbigliamento spinse la poetessa fiorentina Benevenuta a esclamare: “È difficile dire se Pierre Bon-Bon sia davvero un uccello del Paradiso, o piuttosto un paradiso di perfezione”. Potrei, insomma, approfondire tutti questi dettagli se lo desiderassi, ma mi astengo: lascio che siano gli scrittori di romanzi storici a occuparsene; tali particolari sono infatti al di sotto della dignità morale di un resoconto oggettivo.
Ho detto che “entrare nel café situato nella rue senza uscita Le Febre significava entrare nel santuario di un uomo di genio”. Ma solo un uomo di genio poteva davvero apprezzare appieno i meriti di quel “santuario”. All’ingresso pendeva un cartello formato da un enorme foglio di carta; su un lato era raffigurata una bottiglia, sull’altro un paté. Sul retro, in caratteri grandi, si leggeva Œuvres de Bon-Bon. In questo modo veniva delicatamente evidenziata la doppia attività del proprietario.
Appena superata la soglia, l’intero interno dell’edificio si aprì davanti ai suoi occhi. Una stanza lunga e dal soffitto basso, costruita in stile antico, costituiva effettivamente tutto lo spazio disponibile nel café. In un angolo dell’appartamento si trovava il letto del metafisico: una serie di tende, insieme a un baldacchino in stile greco, gli conferivano un aspetto al tempo stesso classico e confortevole. Nell’angolo opposto, le funzioni della cucina e della biblioteca sembravano fondersi armoniosamente tra loro. Su uno scaffale era posata una serie di opere polemiche; lì dentro c’era un forno pieno delle ultime ricerche in campo etico, mentre accanto a esso si trovava una pentola contenente vari miscugli. Volumi di morale tedesca erano disposti accanto alla griglia per tostare; accanto a Eusebio poteva essere trovata un forchetta da tostare, mentre Platone sembrava riposare tranquillamente all’interno di una padella. I manoscritti contemporanei, invece, erano ordinatamente conservati su uno spiedino.
In altri aspetti, il Café de Bon-Bon potrebbe essere considerato poco diverso dai soliti ristoranti dell’epoca. Davanti alla porta c’era un caminetto; a destra del caminetto, un armadio aperto mostrava una vasta collezione di bottiglie etichettate.
Fu qui, intorno alle dodici di una notte, durante quel terribile ,inverno del ——, che Pierre Bon-Bon, dopo aver ascoltato i commenti dei suoi vicini riguardo alla sua strana abitudine. Insomma, Pierre Bon-Bon, dopo aver cacciato tutti fuori dalla sua casa, chiuse la porta a chiave con un giuramento e si ritirò in una poltrona di pelle, davanti a un focolare pieno di ceppi ardenti.
Era una di quelle terribili notti che si incontrano solo una o due volte in un secolo. Nevicava intensamente, e la casa tremava pericolosamente sotto i colpi dei venti impetuosi che, penetrando nelle fessure delle pareti e scendendo con forza nel camino, facevano oscillare violentemente le tende del letto del filosofo, disordinando completamente i suoi pentole e i suoi documenti. L’enorme cartello in foglio grosso, sospeso all’esterno e esposto alla furia della tempesta, scricchiolava in modo sinistro, emettendo un suono lamentoso dai suoi supporti di quercia massiccia.
It was in no placid temper, I say, that the metaphysician drew up his chair to its customary station by the hearth. Many circumstances of a perplexing nature had occurred during the day, to disturb the serenity of his meditations. In attempting des oeufs à la Princesse, he had unfortunately perpetrated an omelette à la Reine; the discovery of a principle in ethics had been frustrated by the overturning of a stew; and last, not least, he had been thwarted in one of those admirable bargains which he at all times took such especial delight in bringing to a successful termination. But in the chafing of his mind at these unaccountable vicissitudes, there did not fail to be mingled some degree of that nervous anxiety which the fury of a boisterous night is so well calculated to produce. Whistling to his more immediate vicinity the large black water-dog we have spoken of before, and settling himself uneasily in his chair, he could not help casting a wary and unquiet eye toward those distant recesses of the apartment whose inexorable shadows not even the red firelight itself could more than partially succeed in overcoming. Having completed a scrutiny whose exact purpose was perhaps unintelligible to himself, he drew close to his seat a small table covered with books and papers, and soon became absorbed in the task of retouching a voluminous manuscript, intended for publication on the morrow.
He had been thus occupied for some minutes when “I am in no hurry, Monsieur Bon-Bon,” suddenly whispered a whining voice in the apartment.
“The devil!” ejaculated our hero, starting to his feet, overturning the table at his side, and staring around him in astonishment.
“Very true,” calmly replied the voice.
“Very true!—what is very true?—how came you here?” vociferated the metaphysician, as his eye fell upon something which lay stretched at full length upon the bed.
“I was saying,” said the intruder, without attending to the interrogatives,—“I was saying that I am not at all pushed for time—that the business upon which I took the liberty of calling, is of no pressing importance—in short, that I can very well wait until you have finished your Exposition.”
“My Exposition!—there now!—how do you know?—how came you to understand that I was writing an Exposition?—good God!”
“Hush!” replied the figure, in a shrill undertone; and, arising quickly from the bed, he made a single step toward our hero, while an iron lamp that depended over-head swung convulsively back from his approach.
The philosopher’s amazement did not prevent a narrow scrutiny of the stranger’s dress and appearance. The outlines of his figure, exceedingly lean, but much above the common height, were rendered minutely distinct, by means of a faded suit of black cloth which fitted tight to the skin, but was otherwise cut very much in the style of a century ago. These garments had evidently been intended for a much shorter person than their present owner. His ankles and wrists were left naked for several inches. In his shoes, however, a pair of very brilliant buckles gave the lie to the extreme poverty implied by the other portions of his dress. His head was bare, and entirely bald, with the exception of a hinder part, from which depended a queue of considerable length. A pair of green spectacles, with side glasses, protected his eyes from the influence of the light, and at the same time prevented our hero from ascertaining either their color or their conformation. About the entire person there was no evidence of a shirt, but a white cravat, of filthy appearance, was tied with extreme precision around the throat and the ends hanging down formally side by side gave (although I dare say unintentionally) the idea of an ecclesiastic. Indeed, many other points both in his appearance and demeanor might have very well sustained a conception of that nature. Over his left ear, he carried, after the fashion of a modern clerk, an instrument resembling the stylus of the ancients. In a breast-pocket of his coat appeared conspicuously a small black volume fastened with clasps of steel. This book, whether accidentally or not, was so turned outwardly from the person as to discover the words “Rituel Catholique” in white letters upon the back. His entire physiognomy was interestingly saturnine—even cadaverously pale. The forehead was lofty, and deeply furrowed with the ridges of contemplation. The corners of the mouth were drawn down into an expression of the most submissive humility. There was also a clasping of the hands, as he stepped toward our hero—a deep sigh—and altogether a look of such utter sanctity as could not have failed to be unequivocally preposessing. Every shadow of anger faded from the countenance of the metaphysician, as, having completed a satisfactory survey of his visitor’s person, he shook him cordially by the hand, and conducted him to a seat.
There would however be a radical error in attributing this instantaneous transition of feeling in the philosopher, to any one of those causes which might naturally be supposed to have had an influence. Indeed, Pierre Bon-Bon, from what I have been able to understand of his disposition, was of all men the least likely to be imposed upon by any speciousness of exterior deportment. It was impossible that so accurate an observer of men and things should have failed to discover, upon the moment, the real character of the personage who had thus intruded upon his hospitality. To say no more, the conformation of his visitor’s feet was sufficiently remarkable—he maintained lightly upon his head an inordinately tall hat—there was a tremulous swelling about the hinder part of his breeches—and the vibration of his coat tail was a palpable fact. Judge, then, with what feelings of satisfaction our hero found himself thrown thus at once into the society of a person for whom he had at all times entertained the most unqualified respect. He was, however, too much of the diplomatist to let escape him any intimation of his suspicions in regard to the true state of affairs. It was not his cue to appear at all conscious of the high honor he thus unexpectedly enjoyed; but, by leading his guest into the conversation, to elicit some important ethical ideas, which might, in obtaining a place in his contemplated publication, enlighten the human race, and at the same time immortalize himself—ideas which, I should have added, his visitor’s great age, and well-known proficiency in the science of morals, might very well have enabled him to afford.
Non era certo in vena serena il metafisico quando sistemò la sua sedia al solito posto vicino al camino. Durante la giornata erano accadute molte circostanze di natura complessa e confusa che avevano disturbato la tranquillità delle sue meditazioni. Nel tentativo di preparare gli “uova alla Principessa”, aveva purtroppo ottenuto un risultato simile a quello degli “uova alla Regina”; la scoperta di un principio etico era stata ostacolata dal fallimento nella preparazione di una zuppa; e, infine, non meno importante, era stato frustrato in uno di quei negoziamenti vantaggiosi che gli procuravano sempre grande soddisfazione. Ma, nel suo sconforto per queste avversità inspiegabili, non mancava certo quella sorta di ansia nervosa che la furia di una notte turbolenta è particolarmente capace di suscitare. Fischiettando vicino al grande cane nero di cui avevamo parlato prima, si sistemò a disagio sulla sedia e non poté fare a meno di lanciare occhiate diffidenti verso quelle parti remote dell’appartamento le cui ombre inesorabili nemmeno la luce rossa del fuoco riusciva a dissipare completamente. Dopo aver esaminato attentamente quegli oggetti, il cui vero scopo forse gli stesso non comprendeva appieno, avvicinò al proprio posto un piccolo tavolo coperto di libri e documenti, e presto si immerse nel lavoro di revisione di un manoscritto voluminoso destinato alla pubblicazione il giorno seguente.
Era così impegnato da alcuni minuti quando, all’improvviso, una voce lamentosa sussurrò nell’appartamento: “Non ho alcuna fretta, Monsieur Bon-Bon”.
“Dio mio!” esclamò il nostro eroe, alzandosi in piedi di scatto, rovesciando la sedia accanto a lui e guardandosi intorno con stupore.
“Assolutamente vero,” rispose calmo quella voce.
“Assolutamente vero! — cosa è assolutamente vero? — Come sei arrivato qui?” gridò il metafisico, quando i suoi occhi si posarono su qualcosa che giaceva disteso completamente sul letto.
“Stavo dicendo,” disse l’intruso, senza prestare attenzione alle domande, “che non ho affatto fretta, che la questione per cui mi sono preso la libertà di chiamarvi non è di alcuna importanza urgente. In breve, posso aspettare tranquillamente finché non avrete terminato la vostra spiegazione.”
“La mia esposizione! Ecco qua. Come fai a saperlo? Come hai capito che stavo scrivendo un’esposizione? Mio Dio!”
“Zitta!” rispose la figura con un tono acuto; poi, alzandosi rapidamente dal letto, fece un passo verso il nostro eroe, mentre una lampada di ferro appesa sopra la sua testa oscillava violentemente a causa della sua vicinanza.
Lo stupore del filosofo non gli impedì di esaminare attentamente l’abbigliamento e l’aspetto dello sconosciuto. I contorni della sua figura, estremamente snella ma decisamente più alta della media, erano chiaramente visibili grazie a un abito nero logoro che aderiva strettamente al corpo, pur essendo tagliato secondo lo stile di un secolo fa. Quell’abbigliamento era evidentemente destinato a una persona molto più bassa del suo attuale proprietario: i suoi polsi e le caviglie erano scoperti per diversi centimetri. Tuttavia, gli scarponi presentavano delle fibbie molto lucide, il che contraddiceva l’estrema povertà che suggerivano le altre parti del suo abbigliamento. La sua testa era completamente calva, ad eccezione di una parte posteriore dove spuntava una lunga ciocca di capelli. Un paio di occhiali verdi con lenti laterali proteggevano i suoi occhi dalla luce, impedendoci al contempo di distinguere il loro colore o la loro forma. Non c’era traccia di camicia addosso; solo un colletto bianco, di aspetto sporco, era legato con estrema cura intorno al collo, e i suoi bordi pendevano regolarmente ai lati, dando l’impressione – anche se probabilmente senza volerlo – di una figura ecclesiastica. Molti altri dettagli del suo aspetto e del suo comportamento avrebbero potuto confermare questa impressione. Sopra l’orecchio sinistro portava, come fanno i moderni impiegati, uno strumento simile allo stilo degli antichi. Nel taschino del suo cappotto spiccava chiaramente un piccolo libro nero fissato con delle fibbie di acciaio; sul dorso era scritto a caratteri bianchi “Rituel Catholique”. L’intera sua fisionomia aveva un aspetto cupo e pallido; la fronte era alta e profondamente solcata dalle rughe della riflessione. Gli angoli della bocca erano piegati in un’espressione di estrema umiltà. Mentre si avvicinava al nostro eroe, strinse le mani, emise un profondo sospiro e mostrò un’aria di totale santità che non poteva lasciare dubbi sulla sua natura. Ogni traccia di rabbia scomparve dal volto di quel filosofo: dopo aver esaminato attentamente l’aspetto dello sconosciuto, gli strinse cordialmente la mano e lo invitò a sedersi.
Tuttavia, sarebbe un errore radicale attribuire questo improvviso cambiamento di sentimenti nel filosofo a una qualsiasi delle cause che potrebbero naturalmente essere considerate responsabili di tale cambiamento. Infatti, Pierre Bon-Bon, da quanto ho potuto comprendere della sua natura, era tra tutte le persone la meno suscettibile di essere ingannato da qualsiasi apparente comportamento esteriore. Era impossibile che un osservatore così attento delle persone e delle cose non riuscisse immediatamente a individuare la vera natura della persona che aveva così invaso la sua ospitalità. Per non dire altro, le caratteristiche fisiche del suo visitatore erano sufficientemente strane: teneva in testa un cappello insolitamente alto, presentava un leggero rigonfiamento nella parte posteriore dei suoi calzoni, e il movimento della sua sciarpa era evidente a tutti. Immaginate quindi con quale senso di soddisfazione il nostro eroe si trovò improvvisamente in compagnia di una persona verso la quale aveva sempre nutrito il massimo rispetto. Tuttavia, essendo troppo diplomatico, non lasciò trapelare alcuna traccia dei suoi sospetti riguardo alla vera situazione. Non era il momento per mostrare di essere consapevole dell’onore inaspettato che gli veniva concesso; al contrario, cercò di introdurre la conversazione su argomenti etici importanti, che, se pubblicati, avrebbero potuto illuminare l’umanità e, allo stesso tempo, renderlo immortale. Argomenti che, devo aggiungere, la grande età del suo visitatore e la sua notevole competenza nella scienza morale gli avrebbero certamente permesso di affrontare con successo.
Actuated by these enlightened views, our hero bade the gentleman sit down, while he himself took occasion to throw some fagots upon the fire, and place upon the now re-established table some bottles of Mousseux. Having quickly completed these operations, he drew his chair vis-à-vis to his companion’s, and waited until the latter should open the conversation. But plans even the most skilfully matured are often thwarted in the outset of their application—and the restaurateur found himself nonplussed by the very first words of his visitor’s speech.
“I see you know me, Bon-Bon,” said he; “ha! ha! ha!—he! he! he!—hi! hi! hi!—ho! ho! ho!—hu! hu! hu!”—and the devil, dropping at once the sanctity of his demeanor, opened to its fullest extent a mouth from ear to ear, so as to display a set of jagged and fang-like teeth, and, throwing back his head, laughed long, loudly, wickedly, and uproariously, while the black dog, crouching down upon his haunches, joined lustily in the chorus, and the tabby cat, flying off at a tangent, stood up on end, and shrieked in the farthest corner of the apartment.
Not so the philosopher; he was too much a man of the world either to laugh like the dog, or by shrieks to betray the indecorous trepidation of the cat. It must be confessed, he felt a little astonishment to see the white letters which formed the words “Rituel Catholique” on the book in his guest’s pocket, momently changing both their color and their import, and in a few seconds, in place of the original title the words Régitre des Condamnes blazed forth in characters of red. This startling circumstance, when Bon-Bon replied to his visitor’s remark, imparted to his manner an air of embarrassment which probably might, not otherwise have been observed.
“Why sir,” said the philosopher, “why sir, to speak sincerely—I believe you are—upon my word—the d——dest—that is to say, I think—I imagine—I have some faint—some very faint idea—of the remarkable honor—”
“Oh!—ah!—yes!—very well!” interrupted his Majesty; “say no more—I see how it is.” And hereupon, taking off his green spectacles, he wiped the glasses carefully with the sleeve of his coat, and deposited them in his pocket.
If Bon-Bon had been astonished at the incident of the book, his amazement was now much increased by the spectacle which here presented itself to view. In raising his eyes, with a strong feeling of curiosity to ascertain the color of his guest’s, he found them by no means black, as he had anticipated—nor gray, as might have been imagined—nor yet hazel nor blue—nor indeed yellow nor red—nor purple—nor white—nor green—nor any other color in the heavens above, or in the earth beneath, or in the waters under the earth. In short, Pierre Bon-Bon not only saw plainly that his Majesty had no eyes whatsoever, but could discover no indications of their having existed at any previous period—for the space where eyes should naturally have been was, I am constrained to say, simply a dead level of flesh.
It was not in the nature of the metaphysician to forbear making some inquiry into the sources of so strange a phenomenon, and the reply of his Majesty was at once prompt, dignified, and satisfactory.
“Eyes! my dear Bon-Bon—eyes! did you say?—oh!—ah!—I perceive! The ridiculous prints, eh, which are in, circulation, have given you a false idea of my personal appearance? Eyes!—true. Eyes, Pierre Bon-Bon, are very well in their proper place—that, you would say, is the head?—right—the head of a worm. To you, likewise, these optics are indispensable—yet I will convince you that my vision is more penetrating than your own. There is a cat I see in the corner—a pretty cat—look at her—observe her well. Now, Bon-Bon, do you behold the thoughts—the thoughts, I say,—the ideas—the reflections—which are being engendered in her pericranium? There it is, now—you do not! She is thinking we admire the length of her tail and the profundity of her mind. She has just concluded that I am the most distinguished of ecclesiastics, and that you are the most superficial of metaphysicians. Thus you see I am not altogether blind; but to one of my profession, the eyes you speak of would be merely an incumbrance, liable at any time to be put out by a toasting-iron, or a pitchfork. To you, I allow, these optical affairs are indispensable. Endeavor, Bon-Bon, to use them well;—my vision is the soul.”
Hereupon the guest helped himself to the wine upon the table, and pouring out a bumper for Bon-Bon, requested him to drink it without scruple, and make himself perfectly at home.
“A clever book that of yours, Pierre,” resumed his Majesty, tapping our friend knowingly upon the shoulder, as the latter put down his glass after a thorough compliance with his visitor’s injunction. “A clever book that of yours, upon my honor. It’s a work after my own heart. Your arrangement of the matter, I think, however, might be improved, and many of your notions remind me of Aristotle. That philosopher was one of my most intimate acquaintances. I liked him as much for his terrible ill temper, as for his happy knack at making a blunder. There is only one solid truth in all that he has written, and for that I gave him the hint out of pure compassion for his absurdity. I suppose, Pierre Bon-Bon, you very well know to what divine moral truth I am alluding?”
Spinto da queste idee illuminate, il nostro eroe invitò il gentiluomo a sedersi, mentre lui stesso aggiunse alcuni ceppi al fuoco e posizionò sul tavolo alcune bottiglie di Mousseux. Dopo aver rapidamente completato queste operazioni, si mise a sedere di fronte al suo compagno, in attesa che questi iniziasse la conversazione. Ma anche i piani più accuratamente preparati spesso falliscono fin dall’inizio della loro attuazione. E il ristoratore si trovò completamente impreparato davanti alle prime parole del suo visitatore.
“Vedo che mi conosci, Bon-Bon,” disse; “ah! ah! ah!—ah! ah! ah!—eh! eh! eh!—oh! oh! oh!—uh! uh! uh!”—e il diavolo, abbandonando all’improvviso la sua aria sacra, aprì la bocca dalla testa ai piedi, mostrando una serie di denti affilati e simili a zanne; poi, gettando indietro la testa, rise a lungo, ad alta voce, in modo malvagio e fragoroso. Il cane nero, accovacciato sui suoi fianchi, si unì allegramente a quella risata; mentre il gatto tigrato, volando via in un’altra direzione, si alzò in piedi sulle zampe posteriori e iniziò a urlare nell’angolo più lontano dell’appartamento.
Non così il filosofo; lui era troppo un uomo di mondo per ridere come un cane o per tradire con urla l’imbarazzo indecoroso del gatto. Bisogna ammetterlo: provò una certa sorpresa nel vedere le lettere bianche che formavano la scritta “Rituel Catholique” sul libro nella tasca del suo ospite cambiare improvvisamente colore e significato; in pochi secondi, al posto del titolo originale, apparvero le parole Régitre des Condamnes scritte in caratteri rossi. Questa strana circostanza, quando Bon-Bon rispose alla osservazione del suo visitatore, conferì al suo comportamento un’aria di imbarazzo che probabilmente altrimenti non sarebbe stata notata.
“Perché, signore,” disse il filosofo, “perché, signore, a dire la verità. Credo che lei sia, giuro su quanto ho di più caro, l’uomo più meritevole, cioè, penso, immagino, forse ho un vago, un’idea molto vaga, dell’onore straordinario che le spetta, ”
“Oh!—ah!—sì!—molto bene!” interruppe Sua Maestà; “non dite altro. Ora capisco tutto.” E così, togliendosi gli occhiali verdi, li pulì con cura con il polsino del cappotto e li mise in tasca.
Se Bon-Bon fosse stato già stupito dall’incidente legato al libro, la sua meraviglia sarebbe ora aumentata ancora di più dallo spettacolo che gli si presentava davanti agli occhi. Alzando lo sguardo, mosso da una forte curiosità di scoprire il colore degli occhi del suo ospite, vide che non erano affatto neri, come aveva previsto; né grigi, come ci si sarebbe potuti aspettare; né marroni, né blu, né gialli, né rossi, né viola, né bianchi, né verdi. Insomma, Pierre Bon-Bon non solo vide chiaramente che Sua Maestà non aveva affatto occhi, ma non riuscì nemmeno a individuare alcun segno del loro esistere in passato: il punto in cui normalmente si sarebbero dovuti trovare gli occhi era, purtroppo, semplicemente una superficie liscia e senza vita di carne.
Non era nella natura del metafisico astenersi dal cercare di comprendere le origini di un fenomeno così strano; inoltre, la risposta di Sua Maestà fu immediata, dignitosa e soddisfacente.
“Gli occhi! mio caro Bon-Bon, gli occhi! Hai detto proprio questo? Oh, ah. Capisco! Quegli stupidi ritratti che circolano hanno dato di me un’immagine errata, vero? Gli occhi, sì, Pierre Bon-Bon, gli occhi sono certamente al loro posto giusto, cioè nella testa, si potrebbe dire, ma la testa di un verme. Per te, queste facoltà visive sono indispensabili; tuttavia ti dimostrerò che la mia vista è più penetrante della tua. Vedo una gatta in angolo, una bella gatta, guarda bene come si muove. Ora, Bon-Bon, riesci a percepire i pensieri, le idee, le riflessioni che nascono nella sua mente? Non vedi nulla. Lei sta pensando che ammiriamo la lunghezza della sua coda e la profondità della sua intelligenza. Ha appena concluso che io sono il più distinto tra i chierici, e tu il più superficiale tra i metafisici. Vedi? Non sono del tutto cieco. Ma per uno come me, gli occhi di cui parli sarebbero soltanto un ostacolo, potrebbero essere distrutti in qualsiasi momento da una padella per tostare il pane o da una forca. Per te, invece, queste facoltà visive sono indispensabili. Sforzati di usarle al meglio, Bon-Bon. La mia vista, è l’anima stessa.”
A quel punto l’ospite prese da bere il vino che c’era sul tavolo, ne versò una buona quantità per Bon-Bon e lo invitò a berlo senza esitazioni, dicendogli di sentirsi completamente a casa.
“Un libro davvero intelligente, il tuo, Pierre,” riprese Sua Maestà, dandoci un colpetto sulla spalla con aria complice, mentre il nostro amico posava il bicchiere dopo aver attentamente seguito le istruzioni del suo visitatore. “Un libro davvero intelligente. Onestamente, è proprio ciò che desideravo leggere. Tuttavia, penso che la struttura del tuo lavoro potrebbe essere migliorata; molte delle tue idee mi ricordano Aristotele. Quel filosofo era uno dei miei conoscenti più intimi. Lo apprezzavo tanto per il suo terribile carattere, quanto per la sua straordinaria capacità di commettere errori. In tutto ciò che ha scritto, c’è solo una verità assoluta. E per quella gli ho dato un suggerimento, puramente per compassione verso la sua assurdità. Immagino, Pierre Bon-Bon, tu sappia molto bene a quale divina verità morale mi riferisco, ”
“Cannot say that I—”
“Indeed!—why it was I who told Aristotle that by sneezing, men expelled superfluous ideas through the proboscis.”
“Which is—hiccup!—undoubtedly the case,” said the metaphysician, while he poured out for himself another bumper of Mousseux, and offered his snuff-box to the fingers of his visitor.
“There was Plato, too,” continued his Majesty, modestly declining the snuff-box and the compliment it implied—“there was Plato, too, for whom I, at one time, felt all the affection of a friend. You knew Plato, Bon-Bon?—ah, no, I beg a thousand pardons. He met me at Athens, one day, in the Parthenon, and told me he was distressed for an idea. I bade him write, down that δ υοῦς εστιν αυλος. He said that he would do so, and went home, while I stepped over to the pyramids. But my conscience smote me for having uttered a truth, even to aid a friend, and hastening back to Athens, I arrived behind the philosopher’s chair as he was inditing the ‘αυλος.’
“Giving the lambda a fillip with my finger, I turned it upside down. So the sentence now read ‘δ υοῦς εστιν αυγος’, and is, you perceive, the fundamental doctrines in his metaphysics.”
“Were you ever at Rome?” asked the restaurateur, as he finished his second bottle of Mousseux, and drew from the closet a larger supply of Chambertin.
“But once, Monsieur Bon-Bon, but once. There was a time,” said the devil, as if reciting some passage from a book—“there was a time when occurred an anarchy of five years, during which the republic, bereft of all its officers, had no magistracy besides the tribunes of the people, and these were not legally vested with any degree of executive power—at that time, Monsieur Bon-Bon—at that time only I was in Rome, and I have no earthly acquaintance, consequently, with any of its philosophy.” (*2)
{*2} Ils ecrivaient sur la Philosophie (Cicero, Lucretius, Seneca) mais c’etait la Philosophie Grecque.—Condorcet.
“What do you think of—what do you think of—hiccup!—Epicurus?”
“What do I think of whom?” said the devil, in astonishment, “you cannot surely mean to find any fault with Epicurus! What do I think of Epicurus! Do you mean me, sir?—I am Epicurus! I am the same philosopher who wrote each of the three hundred treatises commemorated by Diogenes Laertes.”
“That’s a lie!” said the metaphysician, for the wine had gotten a little into his head.
“Very well!—very well, sir!—very well, indeed, sir!” said his Majesty, apparently much flattered.
“That’s a lie!” repeated the restaurateur, dogmatically; “that’s a—hiccup!—a lie!”
“Well, well, have it your own way!” said the devil, pacifically, and Bon-Bon, having beaten his Majesty at argument, thought it his duty to conclude a second bottle of Chambertin.
“As I was saying,” resumed the visitor—“as I was observing a little while ago, there are some very outré notions in that book of yours Monsieur Bon-Bon. What, for instance, do you mean by all that humbug about the soul? Pray, sir, what is the soul?”
“The—hiccup!—soul,” replied the metaphysician, referring to his MS., “is undoubtedly—”
“No, sir!”
“Indubitably—”
“No, sir!”
“Indisputably—”
“No, sir!”
“Evidently—”
“No, sir!”
“Incontrovertibly—”
“No, sir!”
“Hiccup!—”
“No, sir!”
“And beyond all question, a—”
“No sir, the soul is no such thing!” (Here the philosopher, looking daggers, took occasion to make an end, upon the spot, of his third bottle of Chambertin.)
“Then—hic-cup!—pray, sir—what—what is it?”
“That is neither here nor there, Monsieur Bon-Bon,” replied his Majesty, musingly. “I have tasted—that is to say, I have known some very bad souls, and some too—pretty good ones.” Here he smacked his lips, and, having unconsciously let fall his hand upon the volume in his pocket, was seized with a violent fit of sneezing.
He continued.
“There was the soul of Cratinus—passable: Aristophanes—racy: Plato—exquisite—not your Plato, but Plato the comic poet; your Plato would have turned the stomach of Cerberus—faugh! Then let me see! there were Naevius, and Andronicus, and Plautus, and Terentius. Then there were Lucilius, and Catullus, and Naso, and Quintus Flaccus,—dear Quinty! as I called him when he sung a seculare for my amusement, while I toasted him, in pure good humor, on a fork. But they want flavor, these Romans. One fat Greek is worth a dozen of them, and besides will keep, which cannot be said of a Quirite. Let us taste your Sauterne.”
Bon-Bon had by this time made up his mind to the nil admirari and endeavored to hand down the bottles in question. He was, however, conscious of a strange sound in the room like the wagging of a tail. Of this, although extremely indecent in his Majesty, the philosopher took no notice:—simply kicking the dog, and requesting him to be quiet. The visitor continued:
“I found that Horace tasted very much like Aristotle;—you know I am fond of variety. Terentius I could not have told from Menander. Naso, to my astonishment, was Nicander in disguise. Virgilius had a strong twang of Theocritus. Martial put me much in mind of Archilochus—and Titus Livius was positively Polybius and none other.”
“Hic-cup!” here replied Bon-Bon, and his majesty proceeded:
Non posso dire di essere…
“Certamente! È proprio io che dissi ad Aristotele che, starnutendo, gli uomini espellono idee superflue attraverso il naso.”
“Che è, senza dubbio, il caso,” disse il metafisico, mentre si versava un’altra abbondante porzione di Mousseux e offriva la sua scatola di tabacco alle dita del suo visitatore.
“C’era anche Platone,” continuò Sua Maestà, rifiutando modestamente la scatola di tabacco e il complimento che essa implicava – “c’era anche Platone, per il quale, in un certo momento, provai tutto l’affetto di un amico. Conoscevi Platone, Bon-Bon?. Ah, no, mi scuso mille volte. Un giorno mi incontrò ad Atene, nel Partenone, e mi disse di essere preoccupato per un’idea. Gli dissi di scrivere quella frase: ‘δ υοῦς εστιν αυλος’. Lui promise di farlo e se ne andò a casa, mentre io mi avvicinai alle piramidi. Ma la mia coscienza mi rimproverò per aver detto una verità, anche solo per aiutare un amico; così tornai ad Atene in fretta e lo trovai mentre stava scrivendo quella frase.”
“Con un dito diedi una leggera spinta alla lambda e la capovolsi. Ora la frase recitava ‘δ υοῦς εστιν αυγος’, ed era, come potete vedere, il nucleo fondamentale delle dottrine della sua metafisica.”
“È mai stato a Roma?” chiese il ristoratore, dopo aver finito la sua seconda bottiglia di Mousseux e aver tirato dal armadio un’altra scorta di Chambertin.
“Ma una volta, Monsieur Bon-Bon, solo una volta. C’è stato un tempo,” disse il diavolo, come se stesse recitando un passaggio di un libro, “c’è stato un tempo in cui si verificò un’anarchia durata cinque anni; durante quel periodo la repubblica, priva di tutti i suoi funzionari, non aveva alcun organo di governo se non i tribuni del popolo. E questi, per legge, non possedevano alcun potere esecutivo. In quel tempo, Monsieur Bon-Bon. Solo in quel tempo io mi trovavo a Roma. E quindi non conosco assolutamente nulla riguardo alla sua filosofia.”
{*2} Scrivevano di Filosofia (Cicerone, Lucrizio, Seneca), ma si trattava della Filosofia Greca.—Condorcet.
“Che ne pensi… che ne pensi… ahem!… di Epicuro?”
“Di chi dovrei pensare?” disse il diavolo, stupito. “Non potete certo voler trovare qualche difetto in Epicuro! Che cosa penso di Epicuro. Intendete parlare di me, signore? Sono io Epicuro! Sono lo stesso filosofo che scrisse tutti e trecento i trattati ricordati da Diogene Laerte.”
“È una bugia!”, disse il metafisico, perché il vino gli aveva un po’ fatto effetto.
“Molto bene! — davvero molto bene, signore! — Assolutamente molto bene, signore!” disse Sua Maestà, chiaramente lusingato.
“È una bugia!”, ripeté il ristoratore in modo categorico; “è una… ahem!… bugia”.
“Beh, beh, fai pure come vuoi!” disse il diavolo in tono pacifico. E Bon-Bon, avendo vinto la discussione con Sua Maestà, ritenne suo dovere aprire un’altra bottiglia di Chambertin.
“Come stavo dicendo,” riprese il visitatore, “come ho osservato poco fa, in quel libro vostro, Monsieur Bon-Bon, ci sono alcune idee davvero molto eccezionali. Che cosa intendete, ad esempio, con tutta quella sciocchezza riguardo all’‘anima? Vi prego, signore: cos’è realmente l’‘anima?”
“L’anima—ahem!—” rispose il metafisico, riferendosi al suo manoscritto, “è senza dubbio, ”
“No, signore!”
“Indubbiamente…”
“No, signore!”
“Indiscutibilmente…”
“No, signore!”
“Evidentemente…”
“No, signore!”
“Indiscutibilmente…”
“No, signore!”
“Hiccup!”
“No, signore!”
“E senza alcun dubbio…”
“No, signore, l’‘anima non è affatto una cosa del genere!” (In quel momento, il filosofo, con lo sguardo minaccioso, ne approfittò per finire sul posto la sua terza bottiglia di Chambertin.)
“Allora… ahem!… per favore, signore… cosa… cosa è?”
“Non è né da una parte né dall’altra, Monsieur Bon-Bon,” rispose Sua Maestà, meditabondo. “Ho conosciuto, cioè, ho incontrato alcune anime molto cattive, e anche alcune, abbastanza buone.” A queste parole si leccò le labbra; poi, senza rendersene conto, posò la mano sul libro che aveva in tasca e fu colpito da un violento attacco di starnuti.
Continuò.
“C’era l’‘anima di Cratino: passabile; Aristofane: vivace e spiritoso; Platone: squisito, non il vostro Platone, ma il poeta comico Platone; il vostro Platone probabilmente avrebbe fatto rivoltare lo stomaco a Cerbero. Bah! E poi c’erano Naevio, Andronico, Plauto e Terenzio. Lucilio, Catullo, Naso e Quinto Flacco, caro Quinto! Così lo chiamavo quando cantava una canzone profana per il mio divertimento, mentre io lo brindavo con sincero buon umore. Ma a questi Romani manca il vero “sapore”. Un solo greco grassoccio vale dieci di loro. E inoltre, i greci sanno “mantenere” il valore delle cose, qualcosa che non si può dire dei Romani. Diamo un assaggio al vostro Sauterne.”
Bon-Bon aveva ormai deciso di seguire il principio del nil admirari e si impegnò a consegnare le bottiglie in questione. Tuttavia, notò un suono strano nella stanza, simile al movimento della coda di un cane. Di questo, sebbene estremamente indecente da parte sua Maestà il filosofo, non fece alcuna attenzione: semplicemente calciò il cane e gli chiese di stare zitto. L’ospite continuò.
“Ho scoperto che Orazio assomigliava molto ad Aristotele; sai, mi piace la varietà. Di Terenzio non avrei potuto distinguerlo da Menandro. Naso, per mia sorpresa, era in realtà Nicandro sotto mentite spoglie. Virgilio aveva un forte retrogusto di Teocrito. Marziale mi ricordava molto Archiloco; e Tito Livio, beh, era proprio Polibio, e nessun altro.”
“Hic-cup!”, rispose Bon-Bon, e il suo maestà proseguì:
“But if I have a penchant, Monsieur Bon-Bon—if I have a penchant, it is for a philosopher. Yet, let me tell you, sir, it is not every dev—I mean it is not every gentleman who knows how to choose a philosopher. Long ones are not good; and the best, if not carefully shelled, are apt to be a little rancid on account of the gall!”
“Shelled!”
“I mean taken out of the carcass.”
“What do you think of a—hic-cup!—physician?”
“Don’t mention them!—ugh! ugh! ugh!” (Here his Majesty retched violently.) “I never tasted but one—that rascal Hippocrates!—smelt of asafoetida—ugh! ugh! ugh!—caught a wretched cold washing him in the Styx—and after all he gave me the cholera morbus.”
“The—hiccup!—wretch!” ejaculated Bon-Bon, “the—hic-cup!—abortion of a pill-box!”—and the philosopher dropped a tear.
“After all,” continued the visitor, “after all, if a dev—if a gentleman wishes to live, he must have more talents than one or two; and with us a fat face is an evidence of diplomacy.”
“How so?”
“Why, we are sometimes exceedingly pushed for provisions. You must know that, in a climate so sultry as mine, it is frequently impossible to keep a spirit alive for more than two or three hours; and after death, unless pickled immediately (and a pickled spirit is not good), they will—smell—you understand, eh? Putrefaction is always to be apprehended when the souls are consigned to us in the usual way.”
“Hiccup!—hiccup!—good God! how do you manage?”
Here the iron lamp commenced swinging with redoubled violence, and the devil half started from his seat;—however, with a slight sigh, he recovered his composure, merely saying to our hero in a low tone: “I tell you what, Pierre Bon-Bon, we must have no more swearing.”
The host swallowed another bumper, by way of denoting thorough comprehension and acquiescence, and the visitor continued.
“Why, there are several ways of managing. The most of us starve: some put up with the pickle: for my part I purchase my spirits vivente corpore, in which case I find they keep very well.”
“But the body!—hiccup!—the body!”
“The body, the body—well, what of the body?—oh! ah! I perceive. Why, sir, the body is not at all affected by the transaction. I have made innumerable purchases of the kind in my day, and the parties never experienced any inconvenience. There were Cain and Nimrod, and Nero, and Caligula, and Dionysius, and Pisistratus, and—and a thousand others, who never knew what it was to have a soul during the latter part of their lives; yet, sir, these men adorned society. Why isn’t there A——, now, who you know as well as I? Is he not in possession of his faculties, mental and corporeal? Who writes a keener epigram? Who reasons more wittily? Who—but stay! I have his agreement in my pocket-book.”
Thus saying, he produced a red leather wallet, and took from it a number of papers. Upon some of these Bon-Bon caught a glimpse of the letters Machi—Maza—Robesp—with the words Caligula, George, Elizabeth. His Majesty selected a narrow slip of parchment, and from it read aloud the following words:
“In consideration of certain mental endowments which it is unnecessary to specify, and in further consideration of one thousand louis d’or, I being aged one year and one month, do hereby make over to the bearer of this agreement all my right, title, and appurtenance in the shadow called my soul. (Signed) A…” {*4} (Here His Majesty repeated a name which I did not feel justified in indicating more unequivocally.)
{*4} Quere-Arouet?
“A clever fellow that,” resumed he; “but like you, Monsieur Bon-Bon, he was mistaken about the soul. The soul a shadow, truly! The soul a shadow; Ha! ha! ha!—he! he! he!—hu! hu! hu! Only think of a fricasseed shadow!”
“Only think—hiccup!—of a fricasséed shadow!” exclaimed our hero, whose faculties were becoming much illuminated by the profundity of his Majesty’s discourse.
“Only think of a hiccup!—fricasséed shadow!! Now, damme!—hiccup!—humph! If I would have been such a—hiccup!—nincompoop! My soul, Mr.—humph!”
“Your soul, Monsieur Bon-Bon?”
“Yes, sir—hiccup!—my soul is—”
“What, sir?”
“No shadow, damme!”
“Did you mean to say—”
“Yes, sir, my soul is—hiccup!—humph!—yes, sir.”
“Did you not intend to assert—”
“My soul is—hiccup!—peculiarly qualified for—hiccup!—a—”
“What, sir?”
“Stew.”
“Ha!”
“Soufflee.”
“Eh!”
“Fricassee.”
“Indeed!”
“Ragout and fricandeau—and see here, my good fellow! I’ll let you have it—hiccup!—a bargain.” Here the philosopher slapped his Majesty upon the back.
“Couldn’t think of such a thing,” said the latter calmly, at the same time rising from his seat. The metaphysician stared.
“Am supplied at present,” said his Majesty.
“Hiccup!—e-h?” said the philosopher.
“Have no funds on hand.”
“What?”
“Besides, very unhandsome in me—”
“Sir!”
“To take advantage of—”
“Hiccup!”
“Your present disgusting and ungentlemanly situation.”
Here the visitor bowed and withdrew—in what manner could not precisely be ascertained—but in a well-concerted effort to discharge a bottle at “the villain,” the slender chain was severed that depended from the ceiling, and the metaphysician prostrated by the downfall of the lamp.
“Ma se ho una preferenza, Monsieur Bon-Bon, se ho una preferenza, è per un filosofo. Tuttavia, lasciate che vi dica, signore: non tutti i gentiluomini sanno come scegliere un filosofo. Quelli troppo lunghi non sono buoni; e i migliori, se non vengono selezionati con cura, possono risultare un po’ amari a causa della loro ‘bilis’, ”
“Schiacciato!”
“Intendo, estratto dal cadavere.”
“Che ne pensi di un… ehem… medico?”
“Non parlatene nemmeno! — Ugh! Ugh! Ugh!” (A questo punto Sua Maestà ebbe un violento conato di vomito.) “Non ne ho mai assaggiata nessuna, tranne quella, quel furfante di Ippocrate! Aveva un odore terribile, di asafoetida. Ugh! Ugh! Ugh! Si è preso un terribile raffreddore lavandosi nel fiume Stige. E alla fine mi ha contagiato con il colera morbus.”
“Quel miserabile!” esclamò Bon-Bon, “quella mostruosità di casamatta!” – e il filosofo versò una lacrima.
“Dopotutto,” continuò il visitatore, “se un gentiluomo desidera vivere bene, deve possedere più talenti di uno o due soltanto; e da noi, un viso rotondo è considerato un segno di diplomazia.”
“Come mai?”
“Beh, a volte siamo davvero sotto pressione per quanto riguarda le provviste. Dovete sapere che, in un clima così afoso come il mio, spesso è impossibile mantenere in vita uno spirito per più di due o tre ore; e dopo la morte, a meno che non venga immediatamente conservato in salamoia (e uno spirito conservato in salamoia non è di buona qualità), inizierà a decomporsi. Capite, vero? Quando le anime ci vengono consegnate nel modo abituale, bisogna sempre temere la putrefazione.”
“Hiccup!—hiccup!—Dio mio! come fai a riuscirci?”
Qui la lampada di ferro iniziò a dondolare con ancora maggiore violenza, e il diavolo quasi si alzò dal suo posto; tuttavia, con un leggero sospiro, riacquistò la calma e disse sottovoce al nostro eroe: “Senti un po’, Pierre Bon-Bon, non dobbiamo più imprecare.”
Il padrone di casa inghiottì un altro boccone, come segno di completa comprensione e accordo, e l’ospite continuò il suo discorso.
“Beh, ci sono diversi modi per gestire la situazione. La maggior parte di noi soffre la fame; alcuni si accontentano di quello che hanno; io, invece, compro i miei alcolici ‘vivente corpore’, e in questo modo li trovo sempre in ottimo stato.”
“Ma il corpo!, ahem!, il corpo!”
“Il corpo, beh, e il corpo? Oh! Ah! Ora capisco. Ma signore, il corpo non viene affatto influenzato da questa pratica. Ne ho fatte innumerevoli nel corso della mia vita, e nessuno ha mai riscontrato alcun inconveniente. Ci sono stati Caino, Nimrod, Nerone, Caligola, Dionisio, Pisistrato, e mille altri che, nella seconda metà della loro esistenza, non hanno mai avuto una “anima”; eppure, signore, questi uomini hanno adornato la società. Perché allora non c’è qualcuno come lui, che lei conosce bene quanto me? Non possiede forse le sue facoltà mentali e fisiche? Chi scrive epigrammi più taglienti? Chi ragiona in modo più arguto? Ma aspetti, ho il suo consenso nel mio portafoglio.”
Dicendo ciò, estrasse una borsa di pelle rossa e ne tirò fuori diversi documenti. Su alcuni di questi, Bon-Bon riuscì a intravedere le lettere Machi—Maza—Robesp accompagnate dalle parole Caligula, George, Elizabeth. Sua Maestà scelse un sottile foglio di pergamena e ne lesse ad alta voce i seguenti testi:
“Tenendo conto di alcune doti mentali che non è necessario specificare, e considerando inoltre mille luigi d’oro, io, essendo di un anno e un mese di età, cedo a chi detiene questo documento tutti i miei diritti, titoli e pertinenze riguardanti quella ‘ombra’ chiamata la mia ‘anima.” (*4) (In questo punto Sua Maestà ripeté un nome che non ritenni giusto indicare in modo più chiaro.)
{*4} Quere-Arouet?
“Un tipo intelligente, davvero,” continuò; “ma proprio come voi, Monsieur Bon-Bon, si sbagliava riguardo all’‘anima. L’anima, una semplice ombra, davvero! L’anima, un’ombra. Ha! ha! ha!. Solo pensate a quell’assurda ombra”!
“Pensate solo, ahem!, a una ‘frittata’ di ombre!” esclamò il nostro eroe, le cui facoltà mentali venivano sempre più illuminate dalla profondità del discorso di Sua Maestà.
“Pensate solo a un singolo attacco di singhiozzo, quella maledetta ombra fricassata!! Ora, accidenti, singhiozzo, uf! Se io fossi stato così stupido, il mio anima, signore, uf!”
“La vostra ‘anima, Monsieur Bon-Bon?”
“Sì, signore, ahem!, la mia ‘anima è, ”
“Che cosa, signore?”
“No, ombra, dammela!”
“Volevi dire…”
“Sì, signore, la mia ‘anima è, ahem!, sì, signore.”
“Non intendevi forse affermare…”
“La mia ‘anima è, ahem!, particolarmente adatta per, ahem!, un, ”
“Che cosa, signore?”
“Stufato.”
“Ha!”
“Soufflé.”
“Eh!”
“Fricassee.”
“Certamente!”
“Ragù e fricandeau. E guarda qui, mio buon amico! Te lo lascio a un prezzo davvero conveniente, ” Il filosofo diede una pacca sulla schiena al suo sovrano.
“Non avrei mai potuto pensare a una cosa del genere,” disse quest’ultimo con calma, alzandosi contemporaneamente dal suo posto. Il metafisico rimase sbalordito.
“Attualmente sono stati forniti”, disse Sua Maestà.
“Hiccup!. Ehm?” disse il filosofo.
“Nessun denaro a disposizione.”
“Cosa?”
“Inoltre, non è affatto attraente da parte mia…”
“Signore!”
“Sfruttare al meglio…”
“Hiccup!”
“La tua attuale situazione disgustosa e indegna di un gentiluomo.”
Qui il visitatore si inchinò e se ne andò; non si poté precisare con esattezza in che modo, ma con un’azione ben coordinata mirava a lanciare una bottiglia contro “il villano”. La sottile catena che pendeva dal soffitto si ruppe, e il metafisico fu colpito al suolo dall’effetto di quel gesto.