Non avevo mai conosciuto nessuno così appassionatamente incline ai scherzi come il re. Sembrava che vivesse esclusivamente per scherzare. Raccontare una buona storia divertente, e farlo bene, era il modo più sicuro per guadagnarsi la sua simpatia. Per questo i suoi sette ministri erano tutti noti per le loro capacità nel fare battute. Assomigliavano anche al re: uomini robusti, corpulenti e dallo spirito scherzoso, davvero inimitabili nel loro genere. Non so se diventare grassi facendo scherzi sia una conseguenza naturale di questo hobby, o se ci sia qualcosa nella stessa grassezza che favorisca l’attitudine al umorismo. Ma è certo che un umorista magro è davvero una rarità nel mondo.

Per quanto riguardava quei dettagli raffinati, o come li chiamava lui, quelle “ombre” dell’ingegno, al re non importava affatto. Ammirava molto la ricchezza di contenuti nelle battute e spesso era disposto a sopportarne anche la lunghezza, pur di ottenere quell’effetto. Le sottigliezze eccessive lo stancavano; avrebbe preferito “Gargantua” di Rabelais a “Zadig” di Voltaire. In generale, le battute pratiche si adattavano molto meglio al suo gusto rispetto a quelle verbali.

All’epoca della mia narrazione, i buffoni di corte non erano ancora del tutto passati di moda. Diverse delle grandi “potenze” continentali mantenevano ancora i loro “buffoni”, che indossavano abiti variopinti, cappelli e campane, e dovevano essere sempre pronti a fornire battute acute, all’istante, in cambio dei briciole che cadevano dal tavolo reale.

Nostro re, naturalmente, mantenne la sua “stupidità”. Il fatto è che aveva bisogno di qualcosa di simile alla follia: almeno per bilanciare la grande saggezza dei sette saggi che erano i suoi ministri, per non parlare di lui stesso.

Il suo buffone, o giullare professionista, non era però soltanto un buffone. Il suo valore aumentava di tre volte agli occhi del re, soprattutto perché era anche un nano e un gobbo. A quei tempi, i nani erano altrettanto comuni alla corte quanto i buffoni; molti monarchi avrebbero trovato difficile trascorrere le loro giornate (le giornate alla corte sono infatti piuttosto lunghe rispetto ad altri luoghi) senza un giullare con cui ridere e un nano su cui scherzare. Ma, come ho già detto, i vostri buffoni, nella stragrande maggioranza dei casi, sono grassi, rotondi e goffi. Quindi per il nostro re fu davvero una grande soddisfazione scoprire che in Hop-Frog (questo era il nome del buffone) si combinavano tre qualità preziose in una sola persona.

Credo che il nome “Hop-Frog” non sia stato dato al nano dai suoi genitori durante il battesimo, ma gli è stato conferito, con l’unanimità dei sette ministri presenti, a causa della sua incapacità di camminare come fanno gli altri uomini. Infatti, Hop-Frog poteva muoversi solo con un passo che sembrava un balzo mescolato a una contorsione; questo movimento procurava inesauribile divertimento – e naturalmente anche consolazione – al re, poiché (nonostante la protuberanza dello stomaco e un’innata gonfiorezza della testa) il re era considerato, insieme a tutto il suo corte, una figura di prim’ordine.

Ma sebbene Hop-Frog, a causa della deformità delle sue gambe, potesse muoversi solo con grande dolore e difficoltà lungo una strada o un pavimento, la straordinaria forza muscolare che la natura sembrava aver donato alle sue braccia, come compensazione per la mancanza delle gambe inferiori, gli permetteva di compiere molte azioni caratterizzate da una notevole agilità, soprattutto quando si trattava di arrampicarsi sugli alberi o sulle corde, o su qualsiasi altro oggetto fosse. In tali occasioni, assomigliava molto di più a un scoiattolo o a un piccolo scimmione che a una rana.

Non sono in grado di dire con precisione da quale paese provenisse originariamente Hop-Frog. Tuttavia, proveniva da qualche regione barbara, di cui nessuno aveva mai sentito parlare. Lontana molte miglia dalla corte del nostro re. Hop-Frog e una giovane ragazza altrettanto nanica di lui (sebbene di proporzioni squisite e danzatrice meravigliosa) furono rapiti con la forza dalle loro rispettive case, in province confinanti, e inviati come doni al re da uno dei suoi generali sempre vittoriosi.

In queste circostanze, non sorprende affatto che si sviluppasse una stretta intimità tra i due piccoli prigionieri. Infatti, ben presto divennero amici inseparabili. Hop-Frog, sebbene si divertisse molto a scherzare, non era affatto popolare; tuttavia, grazie alla sua capacità di rendere molti servizi a Trippetta, quest’ultima godeva dell’ammirazione e delle attenzioni di tutti. Essendo una nanetta ma dotata di grande grazia e straordinaria bellezza, aveva notevole influenza; e non esitava mai a utilizzarla, ogni volta che ne aveva l’opportunità, a beneficio di Hop-Frog.

In occasione di qualche importante cerimonia di stato – ho dimenticato quale esattamente – il re decise di organizzare una mascherata. Ogni volta che si teneva una mascherata o qualcosa del genere alla nostra corte, i talenti sia di Hop-Frog che di Trippetta venivano sicuramente messi in mostra. In particolare, Hop-Frog era così creativo nell’organizzare spettacoli, nel proporre personaggi originali e nell’ideare costumi per le feste in maschera, che sembrava impossibile fare nulla senza il suo aiuto.

Lanotte fissata per la festa era finalmente arrivata. Un magnifico salone era stato allestito, sotto la supervisione di Trippetta, con ogni tipo di ornamento possibile per rendere ancora più splendida la mascherata. L’interacorte era in preda all’eccitazione. Per quanto riguardava i costumi e i personaggi da interpretare, si poteva senz’altro supporre che tutti avessero già deciso cosa fare; molti avevano scelto il proprio ruolo con una settimana, o addirittura un mese, di anticipo. In realtà, non c’era alcuna incertezza da nessuna parte, tranne nel caso delre e dei suoi sette ministri. Non riuscii mai a capire il motivo della loro esitazione, a meno che non lo facessero per scherzo. Più probabilmente, trovavano difficile decidere a causa del loro eccessivo peso. Comunque sia, iltempo volava; alla fine decisero di chiamare Trippetta e Hop-Frog.

Quando i due piccoli amici obbedirono all’invito del re, lo trovarono seduto davanti al suo vino insieme ai sette membri del suo consiglio di gabinetto; ma il monarca sembrava essere di molto cattivo umore. Sapeva che a Hop-Frog non piaceva il vino, perché lo eccitava al punto da farlo quasi impazzire. E l’impazzimento non è certo una sensazione confortevole. Tuttavia, al re piacevano molto questi scherzi pratici, e gli dava piacere costringere Hop-Frog a bere, e (come lo chiamava il re) “a divertirsi”.

“Vieni qui, Hop-Frog,” disse lui quando lo scemo di corte e il suo amico entrarono nella stanza; “ingoia questa medicina in onore dei tuoi amici assenti. [qui Hop-Frog sospirò], e poi mostraci la tua invenzione. Vogliamo personaggi, personaggi davvero originali, qualcosa di nuovo. Ne abbiamo abbastanza di questa monotonia incessante. Vieni, bevi! Il vino ti schiarirà le idee.”

Hop-Frog cercò, come al solito, di scherzare in risposta a queste proposte del re; ma ci provò troppo. Quella notte era il compleanno del povero nano, e l’ordine di bere in onore dei suoi “amici assenti” gli fece venire le lacrime agli occhi. Molti grossi, amari goccioli caddero nel calice mentre lo prendeva umilmente dalla mano del tiranno.

“Ah! ha! ha! ha!” esclamò quest’ultimo, mentre il nano versava riluttante il contenuto del bicchiere. “Vedete cosa può fare un buon bicchiere di vino! Guardate, i vostri occhi già brillano!”

Povero ragazzo! I suoi grandi occhi brillavano, piuttosto che splendere; l’effetto del vino sul suo cervello eccitabile non era certo più immediato di così. Posò con nervosismo il calice sul tavolo e guardò intorno alla compagnia con uno sguardo semi-pazzo. Tutti sembravano molto divertiti dal “successo” della “barzelletta” del re.

“E ora passiamo alle cose serie,” disse il primo ministro, un uomo molto grasso.

“Sì,” disse il Re; “Vieni, Hop-Frog, aiutaci tu. Personaggi, miei cari amici, abbiamo bisogno di personaggi, tutti noi, ahahah!” E poiché lo diceva seriamente per scherzo, le sue risate furono riprese dai sette presenti.

Anche Hop-Frog rise, sebbene debolmente e in modo un po’ vuoto.

“Come, come,” disse il re con impazienza, “non hai nulla da suggerire?”

“Sto cercando di pensare a qualcosa di nuovo,” rispose il nano, in modo distratto, perché era completamente confuso dal vino.

“Ci provi!”, gridò il tiranno con furia; “che cosa intendi dire con questo? Ah, ora capisco. Sei di cattivo umore e vuoi ancora vino. Ecco, bevi!” E versò un altro bicchiere pieno, offrendolo al gobbo, che però lo fissò solo, senza riuscire a parlare.

“Bevi, dico io!”, gridò il mostro, “altrimenti, per gli inferni, ”

Il nano esitò. Il re divenne viola di rabbia. I cortigiani sorrisero compiaciuti. Trippetta, pallida come un cadavere, si avvicinò al trono del monarca e, inginocchiandosi davanti a lui, lo supplicò di risparmiare la sua amica.

Il tiranno la fissò per alcuni momenti, con evidente stupore di fronte alla sua audacia. Sembrava completamente imbarazzato nel decidere cosa fare o dire, come esprimere al meglio la propria indignazione. Alla fine, senza pronunciare una parola, la scostò violentemente da sé e versò il contenuto del bicchiere pieno fino all’orlo sul suo viso.

La povera ragazza si alzò nel modo migliore che poté e, senza osare nemmeno sospirare, riprese la sua posizione ai piedi del tavolo.

Regnò un silenzio mortale per circa mezzo minuto; durante quel lasso di tempo si sarebbe potuto sentire il cadere di una foglia o di una piuma. Il silenzio fu interrotto da un suono basso, ma stridulo e prolungato, che sembrava provenire contemporaneamente da ogni angolo della stanza.

“Che, che, perché stai facendo tutto quel rumore?” chiese il re, voltandosi con rabbia verso il [nano].

Quest’ultimo sembrava essersi ripreso, in gran parte, dall’intossicazione; fissando con calma il volto del tiranno, esclamò semplicemente:

“Io… io? Come è possibile che sia stato proprio io?”

“Quel suono sembrava provenire dall’esterno,” osservò uno dei cortigiani.
“Credo fosse il pappagallo alla finestra, che si puliva il becco contro le sbarre della gabbia.”

“Vero,” rispose il monarca, come se fosse molto sollevato da quell’osservazione; “ma, per l’onore di un cavaliere, avrei potuto giurare che si trattasse del rumore prodotto dai denti di quel vagabondo.”

A questo punto il nano rise (il re, essendo un vero e proprio buffone, non si sarebbe mai opposto a una risata), e mostrò una serie di denti grandi, robusti e davvero repellenti. Inoltre, dichiarò di essere assolutamente disposto a ingoiare quanta vino desiderassero. Il monarca si tranquillizzò; dopo aver bevuto un altro bicchiere senza alcun effetto negativo evidente, Hop-Frog iniziò immediatamente e con entusiasmo a discutere dei piani per la mascherata.

“Non riesco a capire quale fosse il nesso tra quelle idee,” osservò lui con grande tranquillità, come se non avesse mai assaggiato vino in vita sua, “ma appena vostra maestà colpì la ragazza e le gettò il vino in faccia, proprio dopo che vostra maestà aveva fatto questo, e mentre il pappagallo faceva quel suono strano fuori dalla finestra, mi venne in mente un gioco divertente, uno di quei scherzi tipici del mio paese, spesso praticati durante le nostre feste in maschera. Ma qui, probabilmente, sarebbe completamente nuovo. Purtroppo, però, serve un gruppo di otto persone, ”

“Eccoci qui!” esclamò il re,] ridendo della sua acuta scoperta di quella coincidenza; “otto, per l’esattezza: io e i miei sette ministri. Venite! Di cosa si tratta?”

“Lo chiamiamo,” rispose il paralizzato, “Gli Otto Orang-Utan Incatenati, e davvero è uno sport eccellente se eseguito benissimo.”

“Lo attueremo,” disse il re, alzandosi in piedi e abbassando le palpebre.

“La bellezza di questo gioco,” continuò Hop-Frog, “sta nel terrore che provoca tra le donne.”

“Capitale!”, gridarono all’unisono il monarca e il suo gabinetto.

“Vi equipaggerò come nostriang-outangs,” proseguì il nano; “lasciate tutto a me. La somiglianza sarà così evidente che i partecipanti alla mascherata vi scambieranno per vere bestie, e naturalmente saranno sia spaventati che sorpresi.”

“Oh, è davvero squisito!” esclamò il re. “Hop-Frog! Farò di te un uomo.”

“Le catene servono proprio ad aumentare la confusione con il loro tintinnio. Dovreste essere fuggiti tutti insieme dai vostri custodi. Vostra Maestà non può nemmeno immaginare l’effetto che otterrebbero, durante una mascherata, otto ourang-outangs incatenati, scambiati dalla maggior parte dei presenti per veri; che irrompessero tra la folla di uomini e donne vestiti con eleganza e raffinatezza, emettendo grida selvagge. Il contrasto è davvero inimitabile.”

“Deve essere così,” disse il re; e il consiglio si alzò in fretta (poiché stava facendo tardi) per mettere in atto il piano di Hop-Frog.

Il modo in cui equipaggiava il gruppo con questi animali simili agli oranghi-ubriachi era molto semplice, ma sufficientemente efficace per i suoi scopi. Gli animali in questione, all’epoca della mia storia, venivano visti molto raramente in qualsiasi parte del mondo civile; e poiché le imitazioni create dal giovane nano erano abbastanza simili alle vere creature e decisamente orribili, si riteneva che fossero fedeli alla realtà naturale.

Il re e i suoi ministri furono prima avvolti in camicie e mutande di lana aderente; successivamente vennero immersi nel catrame. A questo stadio del processo, qualcuno suggerì di utilizzare le piume; ma questa proposta fu immediatamente bocciata dal nano, il quale convinse rapidamente gli otto partecipanti, con dimostrazioni pratiche, che i peli di una bestia come l’orang-utan potevano essere efficacemente rappresentati utilizzando il lino. Fu quindi applicato uno spesso strato di lino sopra lo strato di catrame. Successivamente fu procurata una lunga catena: innanzitutto venne avvolta attorno alla vita del re e legata; poi attorno a un altro dei partecipanti, e così via, in modo sequenziale. Una volta completato questo sistema di collegamento, i partecipanti si disposero in cerchio, mantenendo la massima distanza reciproca possibile. Per rendere tutto il processo più naturale, Hop-Frog fece passare il resto della catena attraverso il cerchio, formando due diametri perpendicolari tra loro, proprio come fanno oggi coloro che catturano scimmie antropomorfe o altri grandi primati in Borneo.

La grande sala in cui avrebbe avuto luogo la mascherata era una stanza circolare, molto alta, che riceveva luce solare solo attraverso una singola finestra posta in alto. Di notte (la stagione per cui l’appartamento era stato progettato appositamente), veniva illuminata principalmente da un grande candelabro sospeso a catena dal centro della finestra, e regolato in altezza tramite un contrappeso, come di consueto; tuttavia (per evitare che risultasse sgradevole all’occhio), questo contrappeso passava all’esterno della cupola e sopra il tetto.

L’arredamento della stanza era stato lasciato all’incarico di Trippetta; tuttavia, in alcuni dettagli, sembra che sia stata guidata dal giudizio più calmo e sagace della sua amica, la nanetta. Su suo suggerimento, in questa occasione il lampadario fu rimosso. Le gocce di cera che ne cadevano (e che, con un tempo così caldo, era del tutto impossibile evitare) avrebbero potuto danneggiare gravemente gli abiti eleganti degli ospiti; inoltre, a causa della folla presente nella sala, non era certo possibile garantire che nessuno si trovasse sotto il lampadario. Furono quindi installati altri bracci luminosi in varie parti del salone, in posizioni poco visibili, e un fiaccoliere che emanava un profumo piacevole fu posto accanto a ciascuna delle cariatidi appoggiate al muro; ce n’erano circa cinquanta o sessanta in totale.

Gli otto oranghi, seguendo il consiglio di Hop-Frog, attesero pazientemente fino a mezzanotte (quando la stanza era ormai piena di persone mascherate) prima di farsi vedere. Tuttavia, non appena l’orologio smise di suonare, si precipitarono tutti insieme all’interno della stanza, anzi, più che precipitarsi, rotolarono dentro, poiché gli ostacoli rappresentati dalle loro catene fecero sì che la maggior parte di loro inciampasse e barcollasse mentre entravano.

L’eccitazione tra i partecipanti alla mascherata era enorme, e riempì il cuore del re di gioia. Come previsto, molti degli ospiti pensavano che quelle creature dall’aspetto feroce fossero in realtà animali selvaggi, se non proprio oranghi. Molte donne svennero per la paura; e se il re non avesse preso la precauzione di vietare l’ingresso di armi nella sala, la loro baldoria sarebbe potuta finire in tragedia. In ogni caso, tutti si precipitarono verso le porte; ma il re aveva ordinato che venissero chiuse non appena era entrato, e su suggerimento del nano, le chiavi erano state affidate a lui.

Mentre il tumulto raggiungeva il suo apice e ognuno dei partecipanti alla festa pensava soltanto alla propria sicurezza (poiché in effetti esisteva un reale pericolo a causa della pressione della folla eccitata), la catena con cui di solito veniva sospeso il lampadario, che era stata ritirata durante i lavori di rimozione, si vedeva gradualmente scendere, fino a quando l’estremità munita di uncino non fu a meno di tre piedi dal pavimento.

Poco dopo, il re e i suoi sette amici, dopo essersi aggirati per la sala in tutte le direzioni, si ritrovarono finalmente al suo centro, e naturalmente a contatto diretto con la catena. Mentre erano in quella posizione, il goblin, che li aveva seguiti silenziosamente incoraggiandoli a continuare con quel trambusto, afferrò la loro catena all’incrocio delle due parti che attraversavano il cerchio perpendicolarmente. Con rapidità fulminea inserì lì l’uncino da cui solitamente pendeva il lampadario; e in un istante, per qualche motivo invisibile, la catena del lampadario fu tirata verso l’alto fino a far scomparire l’uncino dalla loro portata. Di conseguenza, gli ourang-outangs furono trascinati uno accanto all’altro, faccia a faccia.

A quel momento, i mascherati si erano in parte ripresi dal loro allarme; e, considerando l’intera situazione come una bene congegnata gaga, iniziarono a ridere ad alta voce per la situazione imbarazzante delle scimmie.

“Lasciateli a me!” gridò ora Hop-Frog, la sua voce stridula che si udiva facilmente tra tutto il clamore. “Lasciateli a me. Penso di conoscerli. Se solo riuscissi a guardarli bene, potrei scoprire subito chi sono.”

Qui, arrampicandosi sopra le teste della folla, riuscì ad arrivare al muro; poi, afferrando una torcia da una delle cariatidi, tornò verso il centro della stanza, saltò con l’agilità di una scimmia sulla testa del re e da lì iniziò ad arrampicarsi lungo la catena; tenendo bassa la torcia per esaminare quel gruppo di oranghi, continuava a gridare: “Tra poco scoprirò chi sono!”

E ora, mentre l’intera assemblea (inclusi gli scimmioni) era scossa dalle risate, lo giullare emise improvvisamente un fischio acuto; la catena si sollevò violentemente per circa trenta piedi, trascinando con sé gli oranghiutan che lottavano disperatamente, lasciandoli sospesi a mezz’aria tra la luce del cielo e il pavimento. Hop-Frog, aggrappato alla catena che si alzava sempre di più, manteneva la sua posizione rispetto ai nove mascherati e continuava, come se nulla fosse accaduto, a puntare la sua torcia verso di loro, come se cercasse di scoprire chi fossero.

Tutta la compagnia rimase profondamente sbalordita da questa ascensione, al punto che seguì un silenzio mortale durato circa un minuto. Fu interrotto da quel stesso suono basso, stridulo e rauco che in precedenza aveva attirato l’attenzione del re e dei suoi consiglieri quando quest’ultimo aveva gettato il vino in faccia a Trippetta. Ma questa volta non c’era alcun dubbio su quale ne fosse la fonte: proveniva dai denti affilati come zanne del nano, che li stritolava e digrignava mentre sputava schiuma e fissava con uno sguardo di furia maniacale i volti rivolti verso l’alto del re e dei suoi sette compagni.

“Ah, ha!” disse finalmente lo sciamano infuriato. “Ah, ha! Ora inizio a capire chi siano queste persone, ” Fingendo di esaminare più attentamente il re, avvicinò la fiamma alla veste di lino che lo avvolgeva; immediatamente questa prese fuoco, trasformandosi in una fiammata intensa. In meno di mezzo minuto, tutti e otto gli ourang-outangs erano avvolti dalle fiamme, mentre la folla, sotto di loro, gridava per il terrore, incapace di offrire loro alcun aiuto.

Alla fine, le fiamme, aumentando improvvisamente di intensità, costrinsero lo scemo ad arrampicarsi più in alto sulla catena, per mettersi al di fuori della loro portata; e mentre compiva questo movimento, la folla ricadde nuovamente, per un breve istante, nel silenzio. Il nano ne approfittò e parlò ancora una volta:

“Ora vedo chiaramente,” disse, “di che tipo di persone si tratta questi mascherati. Sono un grande re e i suoi sette consiglieri privati: un re che non esita a colpire una ragazza indifesa, e i suoi sette consiglieri che lo aiutano in queste azioni turpi. Quanto a me, sono semplicemente Hop-Frog, il buffone. E questa è la mia ultima battuta.”

A causa dell’elevata combustibilità sia del lino che del catrame a cui era attaccato, il nano non aveva appena terminato il suo breve discorso che l’opera di vendetta era già compiuta. I otto cadaveri dondolavano nelle loro catene, formando una massa fetida, annerita, orribile e indistinguibile. Il gobbo gettò la sua torcia contro di loro, poi salì lentamente verso il soffitto e scomparve attraverso la finestra.

Si presume che Trippetta, che si trovava sul tetto del salone, fosse stata l’accompagnatrice della sua amica nella sua furiosa vendetta, e che insieme avessero realizzato la fuga verso il loro paese d’origine; infatti nessuna delle due fu più vista.

I never knew anyone so keenly alive to a joke as the king was. He seemed to live only for joking. To tell a good story of the joke kind, and to tell it well, was the surest road to his favor. Thus it happened that his seven ministers were all noted for their accomplishments as jokers. They all took after the king, too, in being large, corpulent, oily men, as well as inimitable jokers. Whether people grow fat by joking, or whether there is something in fat itself which predisposes to a joke, I have never been quite able to determine; but certain it is that a lean joker is a rara avis in terris.

About the refinements, or, as he called them, the “ghost” of wit, the king troubled himself very little. He had an especial admiration for breadth in a jest, and would often put up with length, for the sake of it. Over-niceties wearied him. He would have preferred Rabelais’ “Gargantua” to the “Zadig” of Voltaire: and, upon the whole, practical jokes suited his taste far better than verbal ones.

At the date of my narrative, professing jesters had not altogether gone out of fashion at court. Several of the great continental “powers” still retain their “fools,” who wore motley, with caps and bells, and who were expected to be always ready with sharp witticisms, at a moment’s notice, in consideration of the crumbs that fell from the royal table.

Our king, as a matter of course, retained his “fool.” The fact is, he required something in the way of folly—if only to counterbalance the heavy wisdom of the seven wise men who were his ministers—not to mention himself.

His fool, or professional jester, was not only a fool, however. His value was trebled in the eyes of the king, by the fact of his being also a dwarf and a cripple. Dwarfs were as common at court, in those days, as fools; and many monarchs would have found it difficult to get through their days (days are rather longer at court than elsewhere) without both a jester to laugh with, and a dwarf to laugh at. But, as I have already observed, your jesters, in ninety-nine cases out of a hundred, are fat, round, and unwieldy—so that it was no small source of self-gratulation with our king that, in Hop-Frog (this was the fool’s name), he possessed a triplicate treasure in one person.

I believe the name “Hop-Frog” was not that given to the dwarf by his sponsors at baptism, but it was conferred upon him, by general consent of the seven ministers, on account of his inability to walk as other men do. In fact, Hop-Frog could only get along by a sort of interjectional gait—something between a leap and a wriggle—a movement that afforded illimitable amusement, and of course consolation, to the king, for (notwithstanding the protuberance of his stomach and a constitutional swelling of the head) the king, by his whole court, was accounted a capital figure.

But although Hop-Frog, through the distortion of his legs, could move only with great pain and difficulty along a road or floor, the prodigious muscular power which nature seemed to have bestowed upon his arms, by way of compensation for deficiency in the lower limbs, enabled him to perform many feats of wonderful dexterity, where trees or ropes were in question, or any thing else to climb. At such exercises he certainly much more resembled a squirrel, or a small monkey, than a frog.

I am not able to say, with precision, from what country Hop-Frog originally came. It was from some barbarous region, however, that no person ever heard of—a vast distance from the court of our king. Hop-Frog, and a young girl very little less dwarfish than himself (although of exquisite proportions, and a marvellous dancer), had been forcibly carried off from their respective homes in adjoining provinces, and sent as presents to the king, by one of his ever-victorious generals.

Under these circumstances, it is not to be wondered at that a close intimacy arose between the two little captives. Indeed, they soon became sworn friends. Hop-Frog, who, although he made a great deal of sport, was by no means popular, had it not in his power to render Trippetta many services; but she, on account of her grace and exquisite beauty (although a dwarf), was universally admired and petted; so she possessed much influence; and never failed to use it, whenever she could, for the benefit of Hop-Frog.

On some grand state occasion—I forgot what—the king determined to have a masquerade, and whenever a masquerade or any thing of that kind, occurred at our court, then the talents, both of Hop-Frog and Trippetta were sure to be called into play. Hop-Frog, in especial, was so inventive in the way of getting up pageants, suggesting novel characters, and arranging costumes, for masked balls, that nothing could be done, it seems, without his assistance.

The night appointed for the fete had arrived. A gorgeous hall had been fitted up, under Trippetta’s eye, with every kind of device which could possibly give eclat to a masquerade. The whole court was in a fever of expectation. As for costumes and characters, it might well be supposed that everybody had come to a decision on such points. Many had made up their minds (as to what roles they should assume) a week, or even a month, in advance; and, in fact, there was not a particle of indecision anywhere—except in the case of the king and his seven minsters. Why they hesitated I never could tell, unless they did it by way of a joke. More probably, they found it difficult, on account of being so fat, to make up their minds. At all events, time flew; and, as a last resort they sent for Trippetta and Hop-Frog.

Non avevo mai conosciuto nessuno così appassionatamente incline ai scherzi come il re. Sembrava che vivesse esclusivamente per scherzare. Raccontare una buona storia divertente, e farlo bene, era il modo più sicuro per guadagnarsi la sua simpatia. Per questo i suoi sette ministri erano tutti noti per le loro capacità nel fare battute. Assomigliavano anche al re: uomini robusti, corpulenti e dallo spirito scherzoso, davvero inimitabili nel loro genere. Non so se diventare grassi facendo scherzi sia una conseguenza naturale di questo hobby, o se ci sia qualcosa nella stessa grassezza che favorisca l’attitudine al umorismo. Ma è certo che un umorista magro è davvero una rarità nel mondo.

Per quanto riguardava quei dettagli raffinati, o come li chiamava lui, quelle “ombre” dell’ingegno, al re non importava affatto. Ammirava molto la ricchezza di contenuti nelle battute e spesso era disposto a sopportarne anche la lunghezza, pur di ottenere quell’effetto. Le sottigliezze eccessive lo stancavano; avrebbe preferito “Gargantua” di Rabelais a “Zadig” di Voltaire. In generale, le battute pratiche si adattavano molto meglio al suo gusto rispetto a quelle verbali.

All’epoca della mia narrazione, i buffoni di corte non erano ancora del tutto passati di moda. Diverse delle grandi “potenze” continentali mantenevano ancora i loro “buffoni”, che indossavano abiti variopinti, cappelli e campane, e dovevano essere sempre pronti a fornire battute acute, all’istante, in cambio dei briciole che cadevano dal tavolo reale.

Nostro re, naturalmente, mantenne la sua “stupidità”. Il fatto è che aveva bisogno di qualcosa di simile alla follia: almeno per bilanciare la grande saggezza dei sette saggi che erano i suoi ministri, per non parlare di lui stesso.

Il suo buffone, o giullare professionista, non era però soltanto un buffone. Il suo valore aumentava di tre volte agli occhi del re, soprattutto perché era anche un nano e un gobbo. A quei tempi, i nani erano altrettanto comuni alla corte quanto i buffoni; molti monarchi avrebbero trovato difficile trascorrere le loro giornate (le giornate alla corte sono infatti piuttosto lunghe rispetto ad altri luoghi) senza un giullare con cui ridere e un nano su cui scherzare. Ma, come ho già detto, i vostri buffoni, nella stragrande maggioranza dei casi, sono grassi, rotondi e goffi. Quindi per il nostro re fu davvero una grande soddisfazione scoprire che in Hop-Frog (questo era il nome del buffone) si combinavano tre qualità preziose in una sola persona.

Credo che il nome “Hop-Frog” non sia stato dato al nano dai suoi genitori durante il battesimo, ma gli è stato conferito, con l’unanimità dei sette ministri presenti, a causa della sua incapacità di camminare come fanno gli altri uomini. Infatti, Hop-Frog poteva muoversi solo con un passo che sembrava un balzo mescolato a una contorsione; questo movimento procurava inesauribile divertimento – e naturalmente anche consolazione – al re, poiché (nonostante la protuberanza dello stomaco e un’innata gonfiorezza della testa) il re era considerato, insieme a tutto il suo corte, una figura di prim’ordine.

Ma sebbene Hop-Frog, a causa della deformità delle sue gambe, potesse muoversi solo con grande dolore e difficoltà lungo una strada o un pavimento, la straordinaria forza muscolare che la natura sembrava aver donato alle sue braccia, come compensazione per la mancanza delle gambe inferiori, gli permetteva di compiere molte azioni caratterizzate da una notevole agilità, soprattutto quando si trattava di arrampicarsi sugli alberi o sulle corde, o su qualsiasi altro oggetto fosse. In tali occasioni, assomigliava molto di più a un scoiattolo o a un piccolo scimmione che a una rana.

Non sono in grado di dire con precisione da quale paese provenisse originariamente Hop-Frog. Tuttavia, proveniva da qualche regione barbara, di cui nessuno aveva mai sentito parlare. Lontana molte miglia dalla corte del nostro re. Hop-Frog e una giovane ragazza altrettanto nanica di lui (sebbene di proporzioni squisite e danzatrice meravigliosa) furono rapiti con la forza dalle loro rispettive case, in province confinanti, e inviati come doni al re da uno dei suoi generali sempre vittoriosi.

In queste circostanze, non sorprende affatto che si sviluppasse una stretta intimità tra i due piccoli prigionieri. Infatti, ben presto divennero amici inseparabili. Hop-Frog, sebbene si divertisse molto a scherzare, non era affatto popolare; tuttavia, grazie alla sua capacità di rendere molti servizi a Trippetta, quest’ultima godeva dell’ammirazione e delle attenzioni di tutti. Essendo una nanetta ma dotata di grande grazia e straordinaria bellezza, aveva notevole influenza; e non esitava mai a utilizzarla, ogni volta che ne aveva l’opportunità, a beneficio di Hop-Frog.

In occasione di qualche importante cerimonia di stato – ho dimenticato quale esattamente – il re decise di organizzare una mascherata. Ogni volta che si teneva una mascherata o qualcosa del genere alla nostra corte, i talenti sia di Hop-Frog che di Trippetta venivano sicuramente messi in mostra. In particolare, Hop-Frog era così creativo nell’organizzare spettacoli, nel proporre personaggi originali e nell’ideare costumi per le feste in maschera, che sembrava impossibile fare nulla senza il suo aiuto.

Lanotte fissata per la festa era finalmente arrivata. Un magnifico salone era stato allestito, sotto la supervisione di Trippetta, con ogni tipo di ornamento possibile per rendere ancora più splendida la mascherata. L’interacorte era in preda all’eccitazione. Per quanto riguardava i costumi e i personaggi da interpretare, si poteva senz’altro supporre che tutti avessero già deciso cosa fare; molti avevano scelto il proprio ruolo con una settimana, o addirittura un mese, di anticipo. In realtà, non c’era alcuna incertezza da nessuna parte, tranne nel caso delre e dei suoi sette ministri. Non riuscii mai a capire il motivo della loro esitazione, a meno che non lo facessero per scherzo. Più probabilmente, trovavano difficile decidere a causa del loro eccessivo peso. Comunque sia, iltempo volava; alla fine decisero di chiamare Trippetta e Hop-Frog.

When the two little friends obeyed the summons of the king they found him sitting at his wine with the seven members of his cabinet council; but the monarch appeared to be in a very ill humor. He knew that Hop-Frog was not fond of wine, for it excited the poor cripple almost to madness; and madness is no comfortable feeling. But the king loved his practical jokes, and took pleasure in forcing Hop-Frog to drink and (as the king called it) “to be merry.”

“Come here, Hop-Frog,” said he, as the jester and his friend entered the room; “swallow this bumper to the health of your absent friends, [here Hop-Frog sighed,] and then let us have the benefit of your invention. We want characters—characters, man—something novel—out of the way. We are wearied with this everlasting sameness. Come, drink! the wine will brighten your wits.”

Hop-Frog endeavored, as usual, to get up a jest in reply to these advances from the king; but the effort was too much. It happened to be the poor dwarf’s birthday, and the command to drink to his “absent friends” forced the tears to his eyes. Many large, bitter drops fell into the goblet as he took it, humbly, from the hand of the tyrant.

“Ah! ha! ha! ha!” roared the latter, as the dwarf reluctantly drained the beaker. “See what a glass of good wine can do! Why, your eyes are shining already!”

Poor fellow! his large eyes gleamed, rather than shone; for the effect of wine on his excitable brain was not more powerful than instantaneous. He placed the goblet nervously on the table, and looked round upon the company with a half-insane stare. They all seemed highly amused at the success of the king’s ‘joke.’

“And now to business,” said the prime minister, a very fat man.

“Yes,” said the King; “Come, Hop-Frog, lend us your assistance. Characters, my fine fellow; we stand in need of characters—all of us—ha! ha! ha!” and as this was seriously meant for a joke, his laugh was chorused by the seven.

Hop-Frog also laughed, although feebly and somewhat vacantly.

“Come, come,” said the king, impatiently, “have you nothing to suggest?”

“I am endeavoring to think of something novel,” replied the dwarf, abstractedly, for he was quite bewildered by the wine.

“Endeavoring!” cried the tyrant, fiercely; “what do you mean by that? Ah, I perceive. You are sulky, and want more wine. Here, drink this!” and he poured out another goblet full and offered it to the cripple, who merely gazed at it, gasping for breath.

“Drink, I say!” shouted the monster, “or by the fiends—”

The dwarf hesitated. The king grew purple with rage. The courtiers smirked. Trippetta, pale as a corpse, advanced to the monarch’s seat, and, falling on her knees before him, implored him to spare her friend.

The tyrant regarded her, for some moments, in evident wonder at her audacity. He seemed quite at a loss what to do or say—how most becomingly to express his indignation. At last, without uttering a syllable, he pushed her violently from him, and threw the contents of the brimming goblet in her face.

The poor girl got up the best she could, and, not daring even to sigh, resumed her position at the foot of the table.

There was a dead silence for about half a minute, during which the falling of a leaf, or of a feather, might have been heard. It was interrupted by a low, but harsh and protracted grating sound which seemed to come at once from every corner of the room.

“What—what—what are you making that noise for?” demanded the king, turning furiously to the dwarf.

The latter seemed to have recovered, in great measure, from his intoxication, and looking fixedly but quietly into the tyrant’s face, merely ejaculated:

“I—I? How could it have been me?”

“The sound appeared to come from without,” observed one of the courtiers. “I fancy it was the parrot at the window, whetting his bill upon his cage-wires.”

“True,” replied the monarch, as if much relieved by the suggestion; “but, on the honor of a knight, I could have sworn that it was the gritting of this vagabond’s teeth.”

Hereupon the dwarf laughed (the king was too confirmed a joker to object to any one’s laughing), and displayed a set of large, powerful, and very repulsive teeth. Moreover, he avowed his perfect willingness to swallow as much wine as desired. The monarch was pacified; and having drained another bumper with no very perceptible ill effect, Hop-Frog entered at once, and with spirit, into the plans for the masquerade.

“I cannot tell what was the association of idea,” observed he, very tranquilly, and as if he had never tasted wine in his life, “but just after your majesty, had struck the girl and thrown the wine in her face—just after your majesty had done this, and while the parrot was making that odd noise outside the window, there came into my mind a capital diversion—one of my own country frolics—often enacted among us, at our masquerades: but here it will be new altogether. Unfortunately, however, it requires a company of eight persons and—”

“Here we are!” cried the king, laughing at his acute discovery of the coincidence; “eight to a fraction—I and my seven ministers. Come! what is the diversion?”

Quando i due piccoli amici obbedirono all’invito del re, lo trovarono seduto davanti al suo vino insieme ai sette membri del suo consiglio di gabinetto; ma il monarca sembrava essere di molto cattivo umore. Sapeva che a Hop-Frog non piaceva il vino, perché lo eccitava al punto da farlo quasi impazzire. E l’impazzimento non è certo una sensazione confortevole. Tuttavia, al re piacevano molto questi scherzi pratici, e gli dava piacere costringere Hop-Frog a bere, e (come lo chiamava il re) “a divertirsi”.

“Vieni qui, Hop-Frog,” disse lui quando lo scemo di corte e il suo amico entrarono nella stanza; “ingoia questa medicina in onore dei tuoi amici assenti. [qui Hop-Frog sospirò], e poi mostraci la tua invenzione. Vogliamo personaggi, personaggi davvero originali, qualcosa di nuovo. Ne abbiamo abbastanza di questa monotonia incessante. Vieni, bevi! Il vino ti schiarirà le idee.”

Hop-Frog cercò, come al solito, di scherzare in risposta a queste proposte del re; ma ci provò troppo. Quella notte era il compleanno del povero nano, e l’ordine di bere in onore dei suoi “amici assenti” gli fece venire le lacrime agli occhi. Molti grossi, amari goccioli caddero nel calice mentre lo prendeva umilmente dalla mano del tiranno.

“Ah! ha! ha! ha!” esclamò quest’ultimo, mentre il nano versava riluttante il contenuto del bicchiere. “Vedete cosa può fare un buon bicchiere di vino! Guardate, i vostri occhi già brillano!”

Povero ragazzo! I suoi grandi occhi brillavano, piuttosto che splendere; l’effetto del vino sul suo cervello eccitabile non era certo più immediato di così. Posò con nervosismo il calice sul tavolo e guardò intorno alla compagnia con uno sguardo semi-pazzo. Tutti sembravano molto divertiti dal “successo” della “barzelletta” del re.

“E ora passiamo alle cose serie,” disse il primo ministro, un uomo molto grasso.

“Sì,” disse il Re; “Vieni, Hop-Frog, aiutaci tu. Personaggi, miei cari amici, abbiamo bisogno di personaggi, tutti noi, ahahah!” E poiché lo diceva seriamente per scherzo, le sue risate furono riprese dai sette presenti.

Anche Hop-Frog rise, sebbene debolmente e in modo un po’ vuoto.

“Come, come,” disse il re con impazienza, “non hai nulla da suggerire?”

“Sto cercando di pensare a qualcosa di nuovo,” rispose il nano, in modo distratto, perché era completamente confuso dal vino.

“Ci provi!”, gridò il tiranno con furia; “che cosa intendi dire con questo? Ah, ora capisco. Sei di cattivo umore e vuoi ancora vino. Ecco, bevi!” E versò un altro bicchiere pieno, offrendolo al gobbo, che però lo fissò solo, senza riuscire a parlare.

“Bevi, dico io!”, gridò il mostro, “altrimenti, per gli inferni, ”

Il nano esitò. Il re divenne viola di rabbia. I cortigiani sorrisero compiaciuti. Trippetta, pallida come un cadavere, si avvicinò al trono del monarca e, inginocchiandosi davanti a lui, lo supplicò di risparmiare la sua amica.

Il tiranno la fissò per alcuni momenti, con evidente stupore di fronte alla sua audacia. Sembrava completamente imbarazzato nel decidere cosa fare o dire, come esprimere al meglio la propria indignazione. Alla fine, senza pronunciare una parola, la scostò violentemente da sé e versò il contenuto del bicchiere pieno fino all’orlo sul suo viso.

La povera ragazza si alzò nel modo migliore che poté e, senza osare nemmeno sospirare, riprese la sua posizione ai piedi del tavolo.

Regnò un silenzio mortale per circa mezzo minuto; durante quel lasso di tempo si sarebbe potuto sentire il cadere di una foglia o di una piuma. Il silenzio fu interrotto da un suono basso, ma stridulo e prolungato, che sembrava provenire contemporaneamente da ogni angolo della stanza.

“Che, che, perché stai facendo tutto quel rumore?” chiese il re, voltandosi con rabbia verso il [nano].

Quest’ultimo sembrava essersi ripreso, in gran parte, dall’intossicazione; fissando con calma il volto del tiranno, esclamò semplicemente:

“Io… io? Come è possibile che sia stato proprio io?”

“Quel suono sembrava provenire dall’esterno,” osservò uno dei cortigiani.
“Credo fosse il pappagallo alla finestra, che si puliva il becco contro le sbarre della gabbia.”

“Vero,” rispose il monarca, come se fosse molto sollevato da quell’osservazione; “ma, per l’onore di un cavaliere, avrei potuto giurare che si trattasse del rumore prodotto dai denti di quel vagabondo.”

A questo punto il nano rise (il re, essendo un vero e proprio buffone, non si sarebbe mai opposto a una risata), e mostrò una serie di denti grandi, robusti e davvero repellenti. Inoltre, dichiarò di essere assolutamente disposto a ingoiare quanta vino desiderassero. Il monarca si tranquillizzò; dopo aver bevuto un altro bicchiere senza alcun effetto negativo evidente, Hop-Frog iniziò immediatamente e con entusiasmo a discutere dei piani per la mascherata.

“Non riesco a capire quale fosse il nesso tra quelle idee,” osservò lui con grande tranquillità, come se non avesse mai assaggiato vino in vita sua, “ma appena vostra maestà colpì la ragazza e le gettò il vino in faccia, proprio dopo che vostra maestà aveva fatto questo, e mentre il pappagallo faceva quel suono strano fuori dalla finestra, mi venne in mente un gioco divertente, uno di quei scherzi tipici del mio paese, spesso praticati durante le nostre feste in maschera. Ma qui, probabilmente, sarebbe completamente nuovo. Purtroppo, però, serve un gruppo di otto persone, ”

“Eccoci qui!” esclamò il re,] ridendo della sua acuta scoperta di quella coincidenza; “otto, per l’esattezza: io e i miei sette ministri. Venite! Di cosa si tratta?”

“We call it,” replied the cripple, “the Eight Chained Ourang-Outangs, and it really is excellent sport if well enacted.”

“We will enact it,” remarked the king, drawing himself up, and lowering his eyelids.

“The beauty of the game,” continued Hop-Frog, “lies in the fright it occasions among the women.”

“Capital!” roared in chorus the monarch and his ministry.

“I will equip you as ourang-outangs,” proceeded the dwarf; “leave all that to me. The resemblance shall be so striking, that the company of masqueraders will take you for real beasts—and of course, they will be as much terrified as astonished.”

“Oh, this is exquisite!” exclaimed the king. “Hop-Frog! I will make a man of you.”

“The chains are for the purpose of increasing the confusion by their jangling. You are supposed to have escaped, en masse, from your keepers. Your majesty cannot conceive the effect produced, at a masquerade, by eight chained ourang-outangs, imagined to be real ones by most of the company; and rushing in with savage cries, among the crowd of delicately and gorgeously habited men and women. The contrast is inimitable.”

“It must be,” said the king: and the council arose hurriedly (as it was growing late), to put in execution the scheme of Hop-Frog.

His mode of equipping the party as ourang-outangs was very simple, but effective enough for his purposes. The animals in question had, at the epoch of my story, very rarely been seen in any part of the civilized world; and as the imitations made by the dwarf were sufficiently beast-like and more than sufficiently hideous, their truthfulness to nature was thus thought to be secured.

The king and his ministers were first encased in tight-fitting stockinet shirts and drawers. They were then saturated with tar. At this stage of the process, some one of the party suggested feathers; but the suggestion was at once overruled by the dwarf, who soon convinced the eight, by ocular demonstration, that the hair of such a brute as the ourang-outang was much more efficiently represented by flax. A thick coating of the latter was accordingly plastered upon the coating of tar. A long chain was now procured. First, it was passed about the waist of the king, and tied; then about another of the party, and also tied; then about all successively, in the same manner. When this chaining arrangement was complete, and the party stood as far apart from each other as possible, they formed a circle; and to make all things appear natural, Hop-Frog passed the residue of the chain in two diameters, at right angles, across the circle, after the fashion adopted, at the present day, by those who capture chimpanzees, or other large apes, in Borneo.

The grand saloon in which the masquerade was to take place, was a circular room, very lofty, and receiving the light of the sun only through a single window at top. At night (the season for which the apartment was especially designed) it was illuminated principally by a large chandelier, depending by a chain from the centre of the sky-light, and lowered, or elevated, by means of a counter-balance as usual; but (in order not to look unsightly) this latter passed outside the cupola and over the roof.

The arrangements of the room had been left to Trippetta’s superintendence; but, in some particulars, it seems, she had been guided by the calmer judgment of her friend the dwarf. At his suggestion it was that, on this occasion, the chandelier was removed. Its waxen drippings (which, in weather so warm, it was quite impossible to prevent) would have been seriously detrimental to the rich dresses of the guests, who, on account of the crowded state of the saloon, could not all be expected to keep from out its centre; that is to say, from under the chandelier. Additional sconces were set in various parts of the hall, out of the way, and a flambeau, emitting sweet odor, was placed in the right hand of each of the Caryaides [Caryatides] that stood against the wall—some fifty or sixty altogether.

The eight ourang-outangs, taking Hop-Frog’s advice, waited patiently until midnight (when the room was thoroughly filled with masqueraders) before making their appearance. No sooner had the clock ceased striking, however, than they rushed, or rather rolled in, all together—for the impediments of their chains caused most of the party to fall, and all to stumble as they entered.

The excitement among the masqueraders was prodigious, and filled the heart of the king with glee. As had been anticipated, there were not a few of the guests who supposed the ferocious-looking creatures to be beasts of some kind in reality, if not precisely ourang-outangs. Many of the women swooned with affright; and had not the king taken the precaution to exclude all weapons from the saloon, his party might soon have expiated their frolic in their blood. As it was, a general rush was made for the doors; but the king had ordered them to be locked immediately upon his entrance; and, at the dwarf’s suggestion, the keys had been deposited with him.

While the tumult was at its height, and each masquerader attentive only to his own safety (for, in fact, there was much real danger from the pressure of the excited crowd), the chain by which the chandelier ordinarily hung, and which had been drawn up on its removal, might have been seen very gradually to descend, until its hooked extremity came within three feet of the floor.

“Lo chiamiamo,” rispose il paralizzato, “Gli Otto Orang-Utan Incatenati, e davvero è uno sport eccellente se eseguito benissimo.”

“Lo attueremo,” disse il re, alzandosi in piedi e abbassando le palpebre.

“La bellezza di questo gioco,” continuò Hop-Frog, “sta nel terrore che provoca tra le donne.”

“Capitale!”, gridarono all’unisono il monarca e il suo gabinetto.

“Vi equipaggerò come nostriang-outangs,” proseguì il nano; “lasciate tutto a me. La somiglianza sarà così evidente che i partecipanti alla mascherata vi scambieranno per vere bestie, e naturalmente saranno sia spaventati che sorpresi.”

“Oh, è davvero squisito!” esclamò il re. “Hop-Frog! Farò di te un uomo.”

“Le catene servono proprio ad aumentare la confusione con il loro tintinnio. Dovreste essere fuggiti tutti insieme dai vostri custodi. Vostra Maestà non può nemmeno immaginare l’effetto che otterrebbero, durante una mascherata, otto ourang-outangs incatenati, scambiati dalla maggior parte dei presenti per veri; che irrompessero tra la folla di uomini e donne vestiti con eleganza e raffinatezza, emettendo grida selvagge. Il contrasto è davvero inimitabile.”

“Deve essere così,” disse il re; e il consiglio si alzò in fretta (poiché stava facendo tardi) per mettere in atto il piano di Hop-Frog.

Il modo in cui equipaggiava il gruppo con questi animali simili agli oranghi-ubriachi era molto semplice, ma sufficientemente efficace per i suoi scopi. Gli animali in questione, all’epoca della mia storia, venivano visti molto raramente in qualsiasi parte del mondo civile; e poiché le imitazioni create dal giovane nano erano abbastanza simili alle vere creature e decisamente orribili, si riteneva che fossero fedeli alla realtà naturale.

Il re e i suoi ministri furono prima avvolti in camicie e mutande di lana aderente; successivamente vennero immersi nel catrame. A questo stadio del processo, qualcuno suggerì di utilizzare le piume; ma questa proposta fu immediatamente bocciata dal nano, il quale convinse rapidamente gli otto partecipanti, con dimostrazioni pratiche, che i peli di una bestia come l’orang-utan potevano essere efficacemente rappresentati utilizzando il lino. Fu quindi applicato uno spesso strato di lino sopra lo strato di catrame. Successivamente fu procurata una lunga catena: innanzitutto venne avvolta attorno alla vita del re e legata; poi attorno a un altro dei partecipanti, e così via, in modo sequenziale. Una volta completato questo sistema di collegamento, i partecipanti si disposero in cerchio, mantenendo la massima distanza reciproca possibile. Per rendere tutto il processo più naturale, Hop-Frog fece passare il resto della catena attraverso il cerchio, formando due diametri perpendicolari tra loro, proprio come fanno oggi coloro che catturano scimmie antropomorfe o altri grandi primati in Borneo.

La grande sala in cui avrebbe avuto luogo la mascherata era una stanza circolare, molto alta, che riceveva luce solare solo attraverso una singola finestra posta in alto. Di notte (la stagione per cui l’appartamento era stato progettato appositamente), veniva illuminata principalmente da un grande candelabro sospeso a catena dal centro della finestra, e regolato in altezza tramite un contrappeso, come di consueto; tuttavia (per evitare che risultasse sgradevole all’occhio), questo contrappeso passava all’esterno della cupola e sopra il tetto.

L’arredamento della stanza era stato lasciato all’incarico di Trippetta; tuttavia, in alcuni dettagli, sembra che sia stata guidata dal giudizio più calmo e sagace della sua amica, la nanetta. Su suo suggerimento, in questa occasione il lampadario fu rimosso. Le gocce di cera che ne cadevano (e che, con un tempo così caldo, era del tutto impossibile evitare) avrebbero potuto danneggiare gravemente gli abiti eleganti degli ospiti; inoltre, a causa della folla presente nella sala, non era certo possibile garantire che nessuno si trovasse sotto il lampadario. Furono quindi installati altri bracci luminosi in varie parti del salone, in posizioni poco visibili, e un fiaccoliere che emanava un profumo piacevole fu posto accanto a ciascuna delle cariatidi appoggiate al muro; ce n’erano circa cinquanta o sessanta in totale.

Gli otto oranghi, seguendo il consiglio di Hop-Frog, attesero pazientemente fino a mezzanotte (quando la stanza era ormai piena di persone mascherate) prima di farsi vedere. Tuttavia, non appena l’orologio smise di suonare, si precipitarono tutti insieme all’interno della stanza, anzi, più che precipitarsi, rotolarono dentro, poiché gli ostacoli rappresentati dalle loro catene fecero sì che la maggior parte di loro inciampasse e barcollasse mentre entravano.

L’eccitazione tra i partecipanti alla mascherata era enorme, e riempì il cuore del re di gioia. Come previsto, molti degli ospiti pensavano che quelle creature dall’aspetto feroce fossero in realtà animali selvaggi, se non proprio oranghi. Molte donne svennero per la paura; e se il re non avesse preso la precauzione di vietare l’ingresso di armi nella sala, la loro baldoria sarebbe potuta finire in tragedia. In ogni caso, tutti si precipitarono verso le porte; ma il re aveva ordinato che venissero chiuse non appena era entrato, e su suggerimento del nano, le chiavi erano state affidate a lui.

Mentre il tumulto raggiungeva il suo apice e ognuno dei partecipanti alla festa pensava soltanto alla propria sicurezza (poiché in effetti esisteva un reale pericolo a causa della pressione della folla eccitata), la catena con cui di solito veniva sospeso il lampadario, che era stata ritirata durante i lavori di rimozione, si vedeva gradualmente scendere, fino a quando l’estremità munita di uncino non fu a meno di tre piedi dal pavimento.

Soon after this, the king and his seven friends having reeled about the hall in all directions, found themselves, at length, in its centre, and, of course, in immediate contact with the chain. While they were thus situated, the dwarf, who had followed noiselessly at their heels, inciting them to keep up the commotion, took hold of their own chain at the intersection of the two portions which crossed the circle diametrically and at right angles. Here, with the rapidity of thought, he inserted the hook from which the chandelier had been wont to depend; and, in an instant, by some unseen agency, the chandelier-chain was drawn so far upward as to take the hook out of reach, and, as an inevitable consequence, to drag the ourang-outangs together in close connection, and face to face.

The masqueraders, by this time, had recovered, in some measure, from their alarm; and, beginning to regard the whole matter as a well-contrived pleasantry, set up a loud shout of laughter at the predicament of the apes.

“Leave them to me!” now screamed Hop-Frog, his shrill voice making itself easily heard through all the din. “Leave them to me. I fancy I know them. If I can only get a good look at them, I can soon tell who they are.”

Here, scrambling over the heads of the crowd, he managed to get to the wall; when, seizing a flambeau from one of the Caryatides, he returned, as he went, to the centre of the room—leaped, with the agility of a monkey, upon the kings head, and thence clambered a few feet up the chain; holding down the torch to examine the group of ourang-outangs, and still screaming: “I shall soon find out who they are!”

And now, while the whole assembly (the apes included) were convulsed with laughter, the jester suddenly uttered a shrill whistle; when the chain flew violently up for about thirty feet—dragging with it the dismayed and struggling ourang-outangs, and leaving them suspended in mid-air between the sky-light and the floor. Hop-Frog, clinging to the chain as it rose, still maintained his relative position in respect to the eight maskers, and still (as if nothing were the matter) continued to thrust his torch down toward them, as though endeavoring to discover who they were.

So thoroughly astonished was the whole company at this ascent, that a dead silence, of about a minute’s duration, ensued. It was broken by just such a low, harsh, grating sound, as had before attracted the attention of the king and his councillors when the former threw the wine in the face of Trippetta. But, on the present occasion, there could be no question as to whence the sound issued. It came from the fang-like teeth of the dwarf, who ground them and gnashed them as he foamed at the mouth, and glared, with an expression of maniacal rage, into the upturned countenances of the king and his seven companions.

“Ah, ha!” said at length the infuriated jester. “Ah, ha! I begin to see who these people are now!” Here, pretending to scrutinize the king more closely, he held the flambeau to the flaxen coat which enveloped him, and which instantly burst into a sheet of vivid flame. In less than half a minute the whole eight ourang-outangs were blazing fiercely, amid the shrieks of the multitude who gazed at them from below, horror-stricken, and without the power to render them the slightest assistance.

At length the flames, suddenly increasing in virulence, forced the jester to climb higher up the chain, to be out of their reach; and, as he made this movement, the crowd again sank, for a brief instant, into silence. The dwarf seized his opportunity, and once more spoke:

“I now see distinctly,” he said, “what manner of people these maskers are. They are a great king and his seven privy-councillors,—a king who does not scruple to strike a defenceless girl and his seven councillors who abet him in the outrage. As for myself, I am simply Hop-Frog, the jester—and this is my last jest.”

Owing to the high combustibility of both the flax and the tar to which it adhered, the dwarf had scarcely made an end of his brief speech before the work of vengeance was complete. The eight corpses swung in their chains, a fetid, blackened, hideous, and indistinguishable mass. The cripple hurled his torch at them, clambered leisurely to the ceiling, and disappeared through the sky-light.

It is supposed that Trippetta, stationed on the roof of the saloon, had been the accomplice of her friend in his fiery revenge, and that, together, they effected their escape to their own country; for neither was seen again.

Poco dopo, il re e i suoi sette amici, dopo essersi aggirati per la sala in tutte le direzioni, si ritrovarono finalmente al suo centro, e naturalmente a contatto diretto con la catena. Mentre erano in quella posizione, il goblin, che li aveva seguiti silenziosamente incoraggiandoli a continuare con quel trambusto, afferrò la loro catena all’incrocio delle due parti che attraversavano il cerchio perpendicolarmente. Con rapidità fulminea inserì lì l’uncino da cui solitamente pendeva il lampadario; e in un istante, per qualche motivo invisibile, la catena del lampadario fu tirata verso l’alto fino a far scomparire l’uncino dalla loro portata. Di conseguenza, gli ourang-outangs furono trascinati uno accanto all’altro, faccia a faccia.

A quel momento, i mascherati si erano in parte ripresi dal loro allarme; e, considerando l’intera situazione come una bene congegnata gaga, iniziarono a ridere ad alta voce per la situazione imbarazzante delle scimmie.

“Lasciateli a me!” gridò ora Hop-Frog, la sua voce stridula che si udiva facilmente tra tutto il clamore. “Lasciateli a me. Penso di conoscerli. Se solo riuscissi a guardarli bene, potrei scoprire subito chi sono.”

Qui, arrampicandosi sopra le teste della folla, riuscì ad arrivare al muro; poi, afferrando una torcia da una delle cariatidi, tornò verso il centro della stanza, saltò con l’agilità di una scimmia sulla testa del re e da lì iniziò ad arrampicarsi lungo la catena; tenendo bassa la torcia per esaminare quel gruppo di oranghi, continuava a gridare: “Tra poco scoprirò chi sono!”

E ora, mentre l’intera assemblea (inclusi gli scimmioni) era scossa dalle risate, lo giullare emise improvvisamente un fischio acuto; la catena si sollevò violentemente per circa trenta piedi, trascinando con sé gli oranghiutan che lottavano disperatamente, lasciandoli sospesi a mezz’aria tra la luce del cielo e il pavimento. Hop-Frog, aggrappato alla catena che si alzava sempre di più, manteneva la sua posizione rispetto ai nove mascherati e continuava, come se nulla fosse accaduto, a puntare la sua torcia verso di loro, come se cercasse di scoprire chi fossero.

Tutta la compagnia rimase profondamente sbalordita da questa ascensione, al punto che seguì un silenzio mortale durato circa un minuto. Fu interrotto da quel stesso suono basso, stridulo e rauco che in precedenza aveva attirato l’attenzione del re e dei suoi consiglieri quando quest’ultimo aveva gettato il vino in faccia a Trippetta. Ma questa volta non c’era alcun dubbio su quale ne fosse la fonte: proveniva dai denti affilati come zanne del nano, che li stritolava e digrignava mentre sputava schiuma e fissava con uno sguardo di furia maniacale i volti rivolti verso l’alto del re e dei suoi sette compagni.

“Ah, ha!” disse finalmente lo sciamano infuriato. “Ah, ha! Ora inizio a capire chi siano queste persone, ” Fingendo di esaminare più attentamente il re, avvicinò la fiamma alla veste di lino che lo avvolgeva; immediatamente questa prese fuoco, trasformandosi in una fiammata intensa. In meno di mezzo minuto, tutti e otto gli ourang-outangs erano avvolti dalle fiamme, mentre la folla, sotto di loro, gridava per il terrore, incapace di offrire loro alcun aiuto.

Alla fine, le fiamme, aumentando improvvisamente di intensità, costrinsero lo scemo ad arrampicarsi più in alto sulla catena, per mettersi al di fuori della loro portata; e mentre compiva questo movimento, la folla ricadde nuovamente, per un breve istante, nel silenzio. Il nano ne approfittò e parlò ancora una volta:

“Ora vedo chiaramente,” disse, “di che tipo di persone si tratta questi mascherati. Sono un grande re e i suoi sette consiglieri privati: un re che non esita a colpire una ragazza indifesa, e i suoi sette consiglieri che lo aiutano in queste azioni turpi. Quanto a me, sono semplicemente Hop-Frog, il buffone. E questa è la mia ultima battuta.”

A causa dell’elevata combustibilità sia del lino che del catrame a cui era attaccato, il nano non aveva appena terminato il suo breve discorso che l’opera di vendetta era già compiuta. I otto cadaveri dondolavano nelle loro catene, formando una massa fetida, annerita, orribile e indistinguibile. Il gobbo gettò la sua torcia contro di loro, poi salì lentamente verso il soffitto e scomparve attraverso la finestra.

Si presume che Trippetta, che si trovava sul tetto del salone, fosse stata l’accompagnatrice della sua amica nella sua furiosa vendetta, e che insieme avessero realizzato la fuga verso il loro paese d’origine; infatti nessuna delle due fu più vista.