Un complemento a “Il dominio di Arnheim”
Durante un viaggio a piedi lo scorso estate, attraverso una o due delle contee lungo il fiume nello New York, verso sera mi trovai in una situazione piuttosto imbarazzante riguardo al percorso che stavo seguendo. Il terreno presentava notevoli ondulazioni; nel corso dell’ultima ora il mio cammino si era snodato in modo così confuso, cercando sempre di rimanere nelle valli, che non riuscivo più a capire in quale direzione si trovasse il delizioso villaggio di B—, dove avevo deciso di fermarmi per la notte. Il sole, per così dire, quasi non era sorto durante la giornata, che tuttavia era stata piuttosto calda. Una nebbia fumosa, simile a quella tipica dell’estate indiana, avvolgeva tutto intorno, aumentando ulteriormente la mia incertezza. Ma in realtà non mi importava molto. Se non fossi riuscito a raggiungere il villaggio prima del tramonto, o addirittura prima che facesse buio, era più che probabile che apparisse qualche piccola fattoria o qualcosa del genere; anche se, in realtà, quella zona (forse perché più pittoresca che fertile) era molto scarsamente popolata. Comunque fosse, con il mio zaino come cuscino e il mio cane come “sentinella”, un bivacco all’aperto sarebbe stato proprio ciò che mi avrebbe divertito. Proseguii quindi tranquillamente, con Ponto che si occupava della mia pistola, finché, proprio quando iniziai a chiedermi se quei numerosi sentieri che si snodavano in ogni direzione fossero davvero percorsi utilizzabili, uno di essi mi condusse su una vera e propria strada carrozzabile. Non c’era alcun dubbio: le tracce lasciate dalle ruote erano evidenti; anche se gli alberi alti e la vegetazione rigogliosa coprivano il cielo, a livello del terreno non c’erano ostacoli di sorta, nemmeno per il passaggio di un carro da montagna virginiano. Il percorso, però, a parte il fatto che era aperto tra gli alberi – se si può definire “foresta” un insieme di alberi così leggeri e radi – e a parte le evidenti tracce lasciate dalle ruote, non assomigliava affatto a nessun altro percorso che avessi mai visto prima. Le orme erano appena visibili; sembravano essere state lasciate su una superficie morbida e umida. Erba, chiaramente, ma una erba come quella che raramente vediamo al di fuori dell’Inghilterra: così corta, così fitta, così uniforme e di un colore così vivido. Non c’era alcun ostacolo lungo il percorso. Nemmeno un rametto o un sassolino. I sassi che un tempo ostruivano la strada erano stati attentamente disposti lungo i bordi del sentiero, in modo da delimitarne i confini in modo piuttosto preciso, ma al contempo disinvolto e decisamente pittoresco. Dappertutto crescevano gruppi di fiori selvatici. In modo rigoglioso, negli spazi intermedi.
Cosa pensare di tutto questo? Ovviamente non lo sapevo. Qui c’era arte, senza dubbio: non mi sorprendeva affatto; tutti i sentieri, nel senso comune del termine, sono opere d’arte. Non posso nemmeno dire che ci fosse molto da meravigliarsi nell’eccesso stesso di arte manifestato; tutto ciò che sembrava essere stato realizzato poteva esserlo anche qui, con capacità naturali (come quelle descritte nei libri di giardinaggio paesaggistico), con molto poco lavoro e spesa. No: non era la quantità, ma il carattere dell’arte a farmi sedere su uno di quei massi fioriti e guardare su e giù lungo questo viale incantevole per mezz’ora o più, in ammirazione sbalordita. Più fissavo lo sguardo, più una cosa diventava evidente: un artista, uno con un occhio estremamente attento alle forme, aveva supervisionato tutti questi arrangiamenti. Era stata prestata la massima cura affinché si mantenesse un equilibrio tra il rigore e la grazia da un lato, e ciò che si potrebbe definire “pittoresco”, nel vero senso del termine italiano, dall’altro. C’erano poche linee dritte, e nessuna lunga e ininterrotta; lo stesso effetto di curvatura o di colore appariva solitamente due volte, al massimo, in qualsiasi punto dello sguardo. Dappertutto c’era varietà nella uniformità. Era un’opera d’arte davvero raffinata, alla quale il gusto più esigente avrebbe difficilmente potuto trovare qualcosa da modificare.
Avevo svoltato a destra entrando in questa strada, e ora, riprendendo il cammino, continuavo nella stessa direzione. Il sentiero era così serpeggiante che per nessun momento riuscivo a vedere più di due o tre passi avanti la sua traiettoria. La sua caratteristica non subiva alcun cambiamento sostanziale.
In quel momento, il mormorio dell’acqua risuonava dolcemente alle mie orecchie; pochi istanti dopo, mentre svoltavo lungo la strada, in modo un po’ più brusco del solito, mi resi conto che, ai piedi di una leggera pendenza, si trovava qualche tipo di edificio. Non riuscivo a vedere nulla con chiarezza a causa della nebbia che avvolgeva l’intera valle sottostante. Tuttavia, quando il sole iniziò a tramontare, una brezza leggera prese ad soffiare; mentre rimanevo fermo sulla sommità della collina, la nebbia si dissolse gradualmente, formando strisce che fluttuavano sopra il paesaggio.
Man mano che tutto diventava gradualmente visibile – così come lo descrivo io, pezzo dopo pezzo: qui un albero, là un’occhiata all’acqua, e ancora una volta la cima di un comignolo – faticavo a non immaginare che tutto ciò facesse parte di quelle ingegnose illusioni visive talvolta esibite con il nome di “immagini che scompaiono”.
A quell’ora, tuttavia, quando la nebbia si era completamente dissipata, il sole era già sceso dietro le dolci colline; da lì, come se si fosse spostato leggermente verso sud, era riapparso completamente alla vista, brillando con un bagliore violaceo attraverso una crepa che si apriva nella valle da ovest. All’improvviso, quindi – e come se fosse stato per magia – l’intera valle e tutto ciò che vi era dentro divennero visibili in modo straordinario.
Il primo sguardo che gettai, quando il sole si posizionò nella posizione descritta, mi colpì profondamente, proprio come era accaduto da ragazzo di fronte alla scena finale di qualche spettacolo teatrale o melodramma ben congegnato. Nemmeno la stravaganza dei colori mancava: i raggi solari filtravano attraverso la voragine, tingendosi di arancione e viola; mentre il vivido verde dell’erba nella valle si rifletteva, più o meno intenso, su tutti gli oggetti, grazie alla cortina di vapore che ancora aleggiava sopra di loro, come se riluttasse ad abbandonare una scena così incantevolmente bella.
La piccola valle che così intravedevo attraverso la cortina di nebbia non poteva essere lunga più di quattrocento iarde; in larghezza, variava da cinquanta a centocinquanta, o forse duecento iarde. Era più stretta nella sua estremità settentrionale e si allargava man mano che si spingeva verso sud, ma senza una regolarità precisa. La parte più ampia si trovava a meno di ottanta iarde dall’estremità meridionale. Le pendici che delimitavano la valle non potevano essere propriamente definite colline, almeno non sul loro versante settentrionale. Lì, un ripido strato di granito si elevava per circa novanta piedi di altezza; e, come ho già detto, in quel punto la valle non superava i cinquanta piedi di larghezza. Tuttavia, proseguendo verso sud lungo il dirupo, l’esploratore si trovava su entrambi i lati di pendii meno alti, meno scoscesi e meno rocciosi. In breve, tutto tendeva a diventare più dolce e morbido verso sud; eppure l’intera valle era circondata da rilievi, più o meno elevati, ad eccezione di due punti. Di uno di questi ho già parlato: si trovava piuttosto a nord-ovest ed era proprio lì che il sole al tramonto penetrava nell’ampio anfiteatro naturale attraverso una fessura netta nel granito; questa crepa poteva essere larga fino a dieci iarde nel suo punto più ampio, per quanto l’occhio potesse seguirne i contorni. Sembrava condurre verso l’alto, come un sentiero naturale, nelle profondità di inesplorate montagne e foreste. L’altra apertura si trovava direttamente all’estremità meridionale della valle. Lì, generalmente, le pendici non erano altro che dolci inclinazioni che si estendevano da est a ovest per circa centocinquanta iarde. Nel mezzo di questa distanza c’era una depressione allo stesso livello del fondo normale della valle. Per quanto riguarda la vegetazione, come per ogni altra cosa, il paesaggio diventava più morbido e dolce verso sud. A nord, sulle scoscese rocce, a pochi passi dal bordo, si ergevano i maestosi tronchi di numerosi hickory, noci nere e castagni, intervallati occasionalmente da querce; in particolare, i robusti rami laterali delle noci si estendevano ampiamente oltre il bordo del dirupo. Proseguendo verso sud, l’esploratore vedeva, all’inizio, lo stesso tipo di alberi, ma sempre meno imponenti e caratteristici; poi apparivano gli olmi più dolci, seguiti dal sassafras e dalla locusta, questi a loro volta dal lindero più morbido, dai rododendri rossi, dalle catalpe e dai pioppi; ancora dopo, varietà ancora più graziose e modeste. L’intera superficie della pendice meridionale era coperta soltanto da arbusti selvatici, ad eccezione di occasionali salici argentati o pioppi bianchi. Nella parte inferiore della valle stessa, (poiché bisogna ricordare che la vegetazione menzionata finora cresceva soltanto sulle rocce o, ) Sulle pendici delle colline si potevano vedere tre alberi isolati. Uno era un olmo di notevoli dimensioni e forma squisita: vegliava sull’ingresso meridionale della valle. Un altro era un quercio, molto più grande dell’olmo e assolutamente più maestoso; sembrava assumersi la responsabilità dell’ingresso nord-occidentale, crescendo da un gruppo di rocce proprio all’imbocco della gola e protendendo il suo elegante tronco, con un angolo di quasi quarantacinque gradi, verso la luce del sole che illuminava l’intera valle. A circa trenta metri a est di questo albero si trovava, senza dubbio, l’orgoglio della valle: l’albero più maestoso che avessi mai visto, se non forse tra i cipressi del fiume Itchiatuckanee. Si trattava di un tulipano a tre tronchi – il Liriodendron Tulipiferum, appartenente all’ordine naturale delle magnolie. I suoi tre tronchi si separavano dal ceppo principale a circa un metro e mezzo dal suolo; divergendo leggermente e gradualmente, distavano al massimo quattro metri tra loro nel punto in cui il tronco più grande iniziava a germogliare foglie: questa parte si trovava a un’altezza di circa ottanta piedi. L’intera altezza dell’albero raggiungeva i centoventi piedi. Nella bellezza della sua forma e nel colore verde lucido e vivace delle sue foglie, nulla poteva eguagliare il tulipano a tre tronchi. In quel momento, le foglie avevano un’ampiezza di ben otto pollici; tuttavia, la loro bellezza veniva completamente oscurata dallo splendore straordinario dei fiori. Immaginate, ammassati uno accanto all’altro, un milione di tulipani tra i più grandi e luminosi che esistano. Solo così il lettore può farsi un’idea reale di questa meraviglia naturale. Inoltre, la grazia maestosa dei tronchi snelli e delicatamente granulati – alcuni con un diametro di ben quattro piedi, a venti piedi dal suolo – contribuiva ulteriormente all’impressione complessiva. I numerosi fiori, mescolati a quelli di altri alberi altrettanto belli ma decisamente meno imponenti, riempivano la valle con profumi intensi e inebrianti.
Il terreno del fondo dell’anfiteatro era costituito da erba dello stesso tipo di quella che avevo trovato sulla strada; anzi, ancora più soffice, densa, vellutata e incredibilmente verde. Era difficile immaginare come fosse stato possibile ottenere tutta questa bellezza.
Ho parlato di due ingressi nella valle. Da quello verso il nord-ovest sgorgava un ruscello che, mormorando dolcemente e formando leggere schiume, scorreva lungo la gola fino a raggiungere il gruppo di rocce da cui spuntava l’albero di hickory. Qui, dopo aver circondato l’albero, il ruscello proseguiva un po’ a nord-est, lasciando l’albero di tulipano a circa venti piedi a sud, mantenendo invariata la sua direzione fino a quando non si avvicinava alla metà tra i confini orientali e occidentali della valle. In quel punto, dopo aver descriso diverse curve, deviava ad angoli retti e proseguiva in direzione prevalentemente meridionale, serpeggiando lungo il percorso, fino a scomparire in un piccolo lago di forma irregolare (sebbene approssimativamente ovale), che si trovava vicino alla parte più bassa della valle. Questo laghetto aveva forse cento piedi di diametro nella sua parte più larga; le sue acque erano limpide come cristallo, e il suo fondo era completamente formato da ciottoli bianchi e luminosi. Le rive, ricoperte dall’erba verde smeraldo già descritta, si innalzavano in modo arrotondato verso il cielo azzurro sopra di loro; tale chiarezza del cielo, unita al fatto che talvolta rifletteva perfettamente tutti gli oggetti presenti al di sopra, rendeva difficile distinguere dove finisse la riva reale e dove iniziasse quella “imitazione”. I pesci, soprattutto i tritoni e altre specie simili, sembravano davvero sospesi nell’aria; era quasi impossibile credere che non fossero effettivamente immobili. Una leggera canoa di betulla, posata tranquillamente sull’acqua, veniva riflessa in ogni sua minima parte con una fedeltà paragonabile solo ai più raffinati specchi. Un piccolo isolotto, coperto di fiori in pieno sboccio e sufficientemente grande soltanto per ospitare una graziosa casetta, sembrava emergere dal lago non lontano dalla sua riva settentrionale; era collegato a essa da un ponte apparentemente molto leggero ma in realtà molto primitivo, formato da un’unica tavola larga e spessa di legno di tulipano. Questo ponte aveva una lunghezza di quaranta piedi e attraversava lo spazio tra le due rive con un arco leggero ma ben definito, che impediva qualsiasi oscillazione. Dalla parte meridionale del lago sgorgava un altro ramo del ruscello che, dopo aver serpeggiato per circa trenta piedi, passava attraverso la “depressione” presente nella parte centrale della pendenza meridionale e, precipitando giù da una scogliera alta cento piedi, proseguiva il suo corso verso l’Hudson.
Il lago era profondo: in alcuni punti raggiungeva i trenta piedi di profondità, ma il suo corso d’acqua raramente superava i tre piedi, mentre la sua larghezza massima era di circa otto piedi. Il suo fondo e le sue rive erano simili a quelli di uno stagno; se si doveva individuare un difetto in termini di pittoresca bellezza, esso consisteva nella loro eccessiva pulizia e regolarità.
L’ampia distesa dell’erba verde era interrotta, qua e là, da alcuni cespugli vistosi, come l’ibrido di rododendro, il gelsomino comune o la seringa profumata; più spesso, si vedevano anche gruppi di gerani in fiore, di molte varietà. Questi ultimi crescevano in vasi ben nascosti nel terreno, in modo che le piante sembrassero autoctone. Oltre a tutto ciò, il prato era punteggiato da pecore: un numero considerevole di esse pascolava nella valle insieme a tre cervi addomesticati e a un gran numero di anatre dalle piume brillanti. Un enorme mastino sembrava vigilare attentamente su tutti questi animali.
Lungo le scogliere orientali e occidentali – dove, nella parte superiore dell’anfiteatro, i bordi erano più o meno scoscesi – cresceva l’edera in abbondanza; solo in alcuni punti era ancora possibile intravedere la roccia nuda. Anche il precipizio settentrionale era quasi interamente ricoperto da viti di rara rigogliosità: alcune crescevano direttamente dal terreno alla base della scogliera, altre si arrampicavano sulle sue pareti.
Quella lieve elevazione che costituiva il confine inferiore di questo piccolo territorio era delimitata da un solido muro di pietra, abbastanza alto da impedire la fuga dei cervi. In nessun altro punto si notava alcuna recinzione simile; infatti, in nessun altro luogo era necessario un confine artificiale: una pecora errante che tentasse di uscire dalla valle attraverso il burrone si sarebbe trovata bloccata dopo pochi metri, a causa del ripido bordo roccioso su cui si gettava la cascata che aveva attirato la mia attenzione quando mi ero avvicinato per la prima volta a quel luogo. In breve, l’unico accesso possibile era rappresentato da un cancello situato in un passaggio roccioso sulla strada, pochi passi più in basso del punto in cui mi ero fermato per osservare il territorio.
Ho descritto questo ruscello come serpeggiare in modo molto irregolare lungo tutto il suo corso. Le sue due direzioni principali, come ho detto, erano prima da ovest a est e poi da nord a sud. Nel punto di svolta, il corso d’acqua descriveva una curva quasi circolare, formando così una penisola che assomigliava molto a un’isola, con una superficie di circa sedicesimo di acro. Su questa penisola sorgeva una casa; e quando dico che questa casa, proprio come la terrazza infernale vista da Vathek, “aveva un’architettura sconosciuta nelle annali della terra”, intendo semplicemente dire che il suo aspetto complessivo mi colpì profondamente per la sua novità e armonia – in altre parole, per la sua poesia. (Perché, con le parole appena usate, difficilmente potrei dare una definizione più precisa di ciò che intendo per poesia.) E non intendo dire che questa casa presentasse caratteristiche eccezionali sotto ogni aspetto.
In realtà, nulla poteva essere più semplice – più assolutamente senza pretese – di questa casetta. Il suo effetto meraviglioso derivava interamente dall’organizzazione artistica con cui era stata disposta, come se fosse un dipinto. Guardandola, avrei potuto immaginare che qualche famoso pittore di paesaggi l’avesse costruita con il suo pennello.
Il punto di vista da cui vidi per la prima volta la valle non era esattamente, anche se quasi, il migliore per ammirare la casa. Pertanto la descriverò come la vidi in seguito: da una posizione sul muro di pietra all’estremità meridionale dell’anfiteatro.
L’edificio principale aveva una lunghezza di circa ventiquattro piedi e una larghezza di sedici piedi; di certo non superava questi limiti. L’altezza totale, dal suolo fino alla sommità del tetto, non poteva superare gli diciotto piedi. All’estremità ovest di questa struttura si trovava un edificio circa un terzo più piccolo in tutte le sue proporzioni: il suo fronte era distanziato di circa due metri da quello dell’edificio principale, e il tetto, naturalmente, era molto più basso rispetto a quello adiacente. A angolo retto rispetto a questi edifici, e partendo dalla parte posteriore del principale – ma non esattamente al centro – si estendeva un terzo annesso, molto piccolo; in generale, le sue dimensioni erano un terzo inferiori a quelle dell’ala ovest. I tetti dei due edifici principali erano molto ripidi, con una curva concava che si estendeva per almeno quattro piedi oltre i muri anteriori, formando così i tetti di due piccole piazze. Questi ultimi tetti, naturalmente, non avevano bisogno di alcun sostegno; tuttavia, poiché sembravano richiederlo, ai angoli erano stati inseriti pilastri sottili e completamente semplici. Il tetto dell’ala nord era semplicemente un’estensione di una parte del tetto principale. Tra l’edificio principale e l’ala ovest si ergeva un camino quadrato, molto alto e piuttosto snello, costruito con mattoni olandesi neri e rossi; in cima c’era una lieve cornice di mattoni sporgenti. Anche i tetti delle ali laterali si estendevano notevolmente: nell’edificio principale circa quattro piedi a est e due a ovest. La porta principale non si trovava esattamente nel centro dell’edificio, ma un po’ più a est; le due finestre, invece, erano situate a ovest. Queste ultime non arrivavano fino al pavimento, ma erano molto più lunghe e strette del solito; avevano persiane singole come porte, i vetri erano di forma romboidale e piuttosto grandi. La parte superiore della porta era fatta interamente di vetro, anch’esso in lastre romboidali; una persiana mobile la chiudeva di notte. La porta dell’ala ovest si trovava nella parte superiore del tetto, ed era molto semplice; una sola finestra si affacciava a sud. L’ala nord non aveva alcuna porta esterna e aveva soltanto una finestra a est.
Il muro vuoto del gable orientale era interrotto da delle scale (con una ringhiera) che lo attraversavano diagonalmente; l’accesso avveniva dal lato sud. Nascoste sotto il tetto sporgente, queste scale conducevano a una porta che portava al solaio, o meglio, a un locale seminterrato: era illuminato soltanto da una singola finestra situata a nord, e sembrava essere stato progettato come ripostiglio.
Le piazze del corpo principale e dell’ala ovest non avevano pavimenti, come è consueto; ma alle porte e davanti a ogni finestra, grandi lastre piatte e irregolari di granito erano incastonate nel soffice tappeto erboso, offrendo un terreno confortevole in qualsiasi condizione meteorologica. Ottimi sentieri dello stesso materiale – non particolarmente ben realizzati, ma con il tappeto erboso che riempiva gli spazi tra le pietre – conducevano da una parte all’altra della casa, fino a una sorgente cristallina situata a circa cinque passi di distanza, fino alla strada, o verso una o due dépendances situate a nord, al di là del ruscello, e completamente nascoste da alcuni alberi di locusta e catalpa.
A non più di sei passi dalla porta principale della capanna si trovava il tronco morto di un fantastico pero, completamente ricoperto di splendidi fiori di bignonia; bastava un’occhiata attenta per capire che tipo di “cosa dolce” potesse trattarsi. Dalle varie braccia di questo albero pendevano gabbie di diverso tipo: in una, un grande cilindro di vimini con un anello in cima ospitava un uccellino beffardo; in un’altra, un’allodola; in una terza, il sfrontato pettirosso. Mentre altre tre o quattro gabbie più delicate erano piene di canarini che cantavano a squarciagola.
I pilastri della piazza erano avvolti di gelsomino e dolce glicine; mentre dall’angolo formato dalla struttura principale e dal suo aliato occidentale cresceva un vitigno di una rigogliosità senza pari. Disprezzando ogni restrizione, aveva prima inerpicato sul tetto inferiore, poi su quello superiore; lungo il bordo di quest’ultimo continuava a serpeggiare, protendendo i suoi viticci a destra e a sinistra, fino a raggiungere finalmente l’angolo orientale del tetto, dove si estendeva giù per le scale.
L’intera casa, con le sue ali, era costruita con quelle vecchie tegole olandesi: larghe e senza angoli arrotondati. Una caratteristica di questo materiale è che rende le case costruite con esso più larghe alla base che in cima, proprio come nella architettura egizia; in questo caso, quest’effetto estremamente pittoresco veniva ulteriormente accentuato da numerose piante di bellissime fioriture che quasi circondavano tutta la base degli edifici.
Le tegole erano dipinte di un grigio opaco; e la felicità con cui questo colore neutro si fondeva con il verde vivido delle foglie dell’albero di tulipani che in parte ombreggiavano la capanna, può essere facilmente immaginata da un artista.
Dalla posizione vicino al muro di pietra, come descritto, gli edifici erano visibili in modo molto chiaro; l’angolo sud-orientale si protendeva in avanti, permettendo di vedere immediatamente entrambi i fronti dell’edificio, compresa la pittoresca grondaia orientale. Allo stesso tempo, era possibile intravedere anche una parte sufficiente dell’aile settentrionale, con alcune parti del tetto della casa situata a nord-est, nonché quasi metà di un ponticello che attraversava il ruscello nelle vicinanze degli edifici principali.
Non rimasi a lungo sulla cima della collina, anche se abbastanza a lungo per esaminare attentamente la scena sotto di me. Era evidente che mi ero allontanato dalla strada che conduceva al villaggio, e quindi avevo una valida scusa da viaggiatore per aprire il cancello davanti a me e chiedere indicazioni; così, senza ulteriori indugi, proseguii.
La strada, dopo aver superato il cancello, sembrava estendersi su un ripiano naturale, digradando gradualmente lungo la faccia delle scogliere a nord-est. Mi portò fino ai piedi del precipizio settentrionale e da lì, attraverso il ponte, attorno al tetto orientale, fino alla porta d’ingresso. Durante questo percorso, notai che non era possibile vedere alcuna delle strutture esterne.
Mentre svoltavo l’angolo del tetto a spiovente, il mastino si precipitò verso di me in un silenzio assoluto, ma con lo sguardo e l’atteggiamento tipici di un tigre. Tuttavia, gli tesi la mano in segno di amicizia. E fino ad allora non avevo mai incontrato un cane che fosse insensibile a un simile appello alla sua cortesia. Non solo chiuse la bocca e scodinzolò, ma mi offrì addirittura la zampa; in seguito estese le sue “cortesie” anche a Ponto.
Non essendo possibile distinguere alcun campanello, bussai alla porta, che era semiaperta. All’istante, una figura si avvicinò alla soglia: si trattava di una giovane donna di circa ventotto anni, snella, piuttosto esile e di statura leggermente superiore alla media. Mentre si avvicinava, il modo in cui camminava era estremamente dignitoso e riservato. Indisscrivibile. Pensai tra me: “Senza dubbio ho trovato qui la perfezione della grazia naturale, a differenza di quella artificiale.” L’impressione che mi fece fu, tuttavia, molto più vivida. Si trattava di un’emozione intensa, di un entusiasmo palpabile. Quell’espressione così profonda e sincera nel suo sguardo non aveva mai toccato il mio cuore in quel modo prima d’allora. Non so come sia possibile, ma quell’atteggiamento particolare negli occhi, quando a volte si riflette anche sulle labbra, è davvero l’unico elemento capace di catturare completamente la mia attenzione verso una donna. “Romantismo”, intendo dire, se i miei lettori comprendono appieno ciò che intendo con questa parola, “romantismo” e “donna” mi sembrano termini intercambiabili: dopotutto, ciò che un uomo ama davvero in una donna è semplicemente la sua essenza femminile. Gli occhi di Annie, (qualcuno all’interno l’aveva chiamata “Annie, cara!”) erano di un grigio “spirituale”; i suoi capelli erano di un castano chiaro. Questo è tutto ciò che ebbi il tempo di osservare di lei.
Con la massima cortesia che si possa dimostrare in un invito del genere, entrai, passando prima in un vestibolo abbastanza ampio. Essendo venuto principalmente per osservare, notai che a destra, non appena entrai, c’era una finestra, simile a quelle presenti davanti alla casa; a sinistra, una porta che conduceva nella stanza principale; mentre di fronte a me, una porta aperta mi permise di vedere un piccolo appartamento, delle stesse dimensioni del vestibolo, arredato come uno studio e dotato di una grande finestra che si affacciava a nord.
Entrando nel salotto, mi trovai di fronte al signor Landor – che, come scoprii in seguito, era il suo nome. Era cortese, persino cordiale nel suo comportamento, ma in quel momento ero più interessata ad osservare l’arredamento della casa che mi aveva così colpito, piuttosto che all’aspetto personale del proprietario.
L’ala nord, come vidi ora, era una camera da letto; la sua porta si apriva sul salotto. A ovest di questa porta c’era una sola finestra che dava sul ruscello. All’estremità ovest del salotto si trovavano un caminetto e una porta che conduceva all’ala nord, probabilmente in cucina.
Niente poteva essere più rigorosamente semplice dei mobili del salotto. Sul pavimento c’era un tappeto intrecciato, di ottima qualità: a fondo bianco, con piccoli motivi circolari verdi sparsi qua e là. Alle finestre erano appese tende di mussola bianca come la neve; erano abbastanza gonfie e pendevano in modo deciso, forse un po’ troppo formale, con pieghe parallele e precise rispetto al pavimento, esattamente a livello del pavimento. Le pareti erano rivestite con carta da parati francese di grande raffinatezza: a fondo argento, con sottili linee verdi che si snodavano in zig-zag lungo la superficie. L’unica decorazione aggiuntiva era costituita da tre squisite litografie realizzate da Julien con tre colori diversi; queste erano appese direttamente alla parete, senza cornici. Una di queste rappresentava una scena di lusso orientale, o meglio, di voluttà; un’altra era un “quadro carnevalesco”, davvero straordinario per vivacità e originalità; la terza raffigurava il volto di una donna greca: un viso così divinamente bello, eppure con un’espressione così enigmaticamente indefinita, da catturare immediatamente la mia attenzione.
I mobili più sostanziosi consistevano in un tavolo rotondo, alcune sedie (tra cui una grande sedia a dondolo) e un divano, o meglio, un “divanetto”; il suo materiale era legno di acero semplice verniciato di bianco crema, con sottili strisce verdi; il sedile era realizzato in canna. Le sedie e il tavolo erano “abbinati” tra loro, ma le forme di tutti sembravano essere state progettate dalla stessa mente che aveva concepito anche i giardini circostanti; è impossibile immaginare qualcosa di più elegante.
Sul tavolo c’erano alcuni libri; una grande bottiglia quadrata di cristallo contenente un profumo di qualche marca nota; una semplice lampada a vetro con paralume italiano; e un grande vaso pieno di fiori splendidamente in fiore. Infatti, erano proprio i fiori, dai colori magnifici e dal profumo delicato, ad essere l’unica decorazione dell’appartamento. Il caminetto era quasi completamente riempito da un vaso di gerani brillanti; su degli scaffali triangolari posizionati in ogni angolo della stanza c’erano altri vasi simili, differenziati soltanto per il contenuto. Uno o due mazzi più piccoli adornavano la mensola del camino, mentre violette tardive crescevano intorno alle finestre aperte.
Lo scopo di quest’opera non è altro che fornire, in dettaglio, un ritratto della residenza del signor Landor così come l’ho trovata. Il modo in cui egli l’abbia fatta diventare ciò che è oggi – e il motivo per cui l’abbia fatto così – potrebbe, forse, costituire argomento di un altro articolo, insieme ad alcune informazioni riguardanti il signor Landor stesso.
A Pendant to “The Domain of Arnheim”
During A pedestrian trip last summer, through one or two of the river counties of New York, I found myself, as the day declined, somewhat embarrassed about the road I was pursuing. The land undulated very remarkably; and my path, for the last hour, had wound about and about so confusedly, in its effort to keep in the valleys, that I no longer knew in what direction lay the sweet village of B——, where I had determined to stop for the night. The sun had scarcely shone—strictly speaking—during the day, which nevertheless, had been unpleasantly warm. A smoky mist, resembling that of the Indian summer, enveloped all things, and of course, added to my uncertainty. Not that I cared much about the matter. If I did not hit upon the village before sunset, or even before dark, it was more than possible that a little Dutch farmhouse, or something of that kind, would soon make its appearance—although, in fact, the neighborhood (perhaps on account of being more picturesque than fertile) was very sparsely inhabited. At all events, with my knapsack for a pillow, and my hound as a sentry, a bivouac in the open air was just the thing which would have amused me. I sauntered on, therefore, quite at ease—Ponto taking charge of my gun—until at length, just as I had begun to consider whether the numerous little glades that led hither and thither, were intended to be paths at all, I was conducted by one of them into an unquestionable carriage track. There could be no mistaking it. The traces of light wheels were evident; and although the tall shrubberies and overgrown undergrowth met overhead, there was no obstruction whatever below, even to the passage of a Virginian mountain wagon—the most aspiring vehicle, I take it, of its kind. The road, however, except in being open through the wood—if wood be not too weighty a name for such an assemblage of light trees—and except in the particulars of evident wheel-tracks—bore no resemblance to any road I had before seen. The tracks of which I speak were but faintly perceptible—having been impressed upon the firm, yet pleasantly moist surface of—what looked more like green Genoese velvet than any thing else. It was grass, clearly—but grass such as we seldom see out of England—so short, so thick, so even, and so vivid in color. Not a single impediment lay in the wheel-route—not even a chip or dead twig. The stones that once obstructed the way had been carefully placed—not thrown—along the sides of the lane, so as to define its boundaries at bottom with a kind of half-precise, half-negligent, and wholly picturesque definition. Clumps of wild flowers grew everywhere, luxuriantly, in the interspaces.
What to make of all this, of course I knew not. Here was art undoubtedly—that did not surprise me—all roads, in the ordinary sense, are works of art; nor can I say that there was much to wonder at in the mere excess of art manifested; all that seemed to have been done, might have been done here—with such natural “capabilities” (as they have it in the books on Landscape Gardening)—with very little labor and expense. No; it was not the amount but the character of the art which caused me to take a seat on one of the blossomy stones and gaze up and down this fairy-like avenue for half an hour or more in bewildered admiration. One thing became more and more evident the longer I gazed: an artist, and one with a most scrupulous eye for form, had superintended all these arrangements. The greatest care had been taken to preserve a due medium between the neat and graceful on the one hand, and the pittoresque, in the true sense of the Italian term, on the other. There were few straight, and no long uninterrupted lines. The same effect of curvature or of color appeared twice, usually, but not oftener, at any one point of view. Everywhere was variety in uniformity. It was a piece of “composition,” in which the most fastidiously critical taste could scarcely have suggested an emendation.
I had turned to the right as I entered this road, and now, arising, I continued in the same direction. The path was so serpentine, that at no moment could I trace its course for more than two or three paces in advance. Its character did not undergo any material change.
Presently the murmur of water fell gently upon my ear—and in a few moments afterward, as I turned with the road somewhat more abruptly than hitherto, I became aware that a building of some kind lay at the foot of a gentle declivity just before me. I could see nothing distinctly on account of the mist which occupied all the little valley below. A gentle breeze, however, now arose, as the sun was about descending; and while I remained standing on the brow of the slope, the fog gradually became dissipated into wreaths, and so floated over the scene.
As it came fully into view—thus gradually as I describe it—piece by piece, here a tree, there a glimpse of water, and here again the summit of a chimney, I could scarcely help fancying that the whole was one of the ingenious illusions sometimes exhibited under the name of “vanishing pictures.”
By the time, however, that the fog had thoroughly disappeared, the sun had made its way down behind the gentle hills, and thence, as if with a slight chassez to the south, had come again fully into sight, glaring with a purplish lustre through a chasm that entered the valley from the west. Suddenly, therefore—and as if by the hand of magic—this whole valley and every thing in it became brilliantly visible.
Un complemento a “Il dominio di Arnheim”
Durante un viaggio a piedi lo scorso estate, attraverso una o due delle contee lungo il fiume nello New York, verso sera mi trovai in una situazione piuttosto imbarazzante riguardo al percorso che stavo seguendo. Il terreno presentava notevoli ondulazioni; nel corso dell’ultima ora il mio cammino si era snodato in modo così confuso, cercando sempre di rimanere nelle valli, che non riuscivo più a capire in quale direzione si trovasse il delizioso villaggio di B—, dove avevo deciso di fermarmi per la notte. Il sole, per così dire, quasi non era sorto durante la giornata, che tuttavia era stata piuttosto calda. Una nebbia fumosa, simile a quella tipica dell’estate indiana, avvolgeva tutto intorno, aumentando ulteriormente la mia incertezza. Ma in realtà non mi importava molto. Se non fossi riuscito a raggiungere il villaggio prima del tramonto, o addirittura prima che facesse buio, era più che probabile che apparisse qualche piccola fattoria o qualcosa del genere; anche se, in realtà, quella zona (forse perché più pittoresca che fertile) era molto scarsamente popolata. Comunque fosse, con il mio zaino come cuscino e il mio cane come “sentinella”, un bivacco all’aperto sarebbe stato proprio ciò che mi avrebbe divertito. Proseguii quindi tranquillamente, con Ponto che si occupava della mia pistola, finché, proprio quando iniziai a chiedermi se quei numerosi sentieri che si snodavano in ogni direzione fossero davvero percorsi utilizzabili, uno di essi mi condusse su una vera e propria strada carrozzabile. Non c’era alcun dubbio: le tracce lasciate dalle ruote erano evidenti; anche se gli alberi alti e la vegetazione rigogliosa coprivano il cielo, a livello del terreno non c’erano ostacoli di sorta, nemmeno per il passaggio di un carro da montagna virginiano. Il percorso, però, a parte il fatto che era aperto tra gli alberi – se si può definire “foresta” un insieme di alberi così leggeri e radi – e a parte le evidenti tracce lasciate dalle ruote, non assomigliava affatto a nessun altro percorso che avessi mai visto prima. Le orme erano appena visibili; sembravano essere state lasciate su una superficie morbida e umida. Erba, chiaramente, ma una erba come quella che raramente vediamo al di fuori dell’Inghilterra: così corta, così fitta, così uniforme e di un colore così vivido. Non c’era alcun ostacolo lungo il percorso. Nemmeno un rametto o un sassolino. I sassi che un tempo ostruivano la strada erano stati attentamente disposti lungo i bordi del sentiero, in modo da delimitarne i confini in modo piuttosto preciso, ma al contempo disinvolto e decisamente pittoresco. Dappertutto crescevano gruppi di fiori selvatici. In modo rigoglioso, negli spazi intermedi.
Cosa pensare di tutto questo? Ovviamente non lo sapevo. Qui c’era arte, senza dubbio: non mi sorprendeva affatto; tutti i sentieri, nel senso comune del termine, sono opere d’arte. Non posso nemmeno dire che ci fosse molto da meravigliarsi nell’eccesso stesso di arte manifestato; tutto ciò che sembrava essere stato realizzato poteva esserlo anche qui, con capacità naturali (come quelle descritte nei libri di giardinaggio paesaggistico), con molto poco lavoro e spesa. No: non era la quantità, ma il carattere dell’arte a farmi sedere su uno di quei massi fioriti e guardare su e giù lungo questo viale incantevole per mezz’ora o più, in ammirazione sbalordita. Più fissavo lo sguardo, più una cosa diventava evidente: un artista, uno con un occhio estremamente attento alle forme, aveva supervisionato tutti questi arrangiamenti. Era stata prestata la massima cura affinché si mantenesse un equilibrio tra il rigore e la grazia da un lato, e ciò che si potrebbe definire “pittoresco”, nel vero senso del termine italiano, dall’altro. C’erano poche linee dritte, e nessuna lunga e ininterrotta; lo stesso effetto di curvatura o di colore appariva solitamente due volte, al massimo, in qualsiasi punto dello sguardo. Dappertutto c’era varietà nella uniformità. Era un’opera d’arte davvero raffinata, alla quale il gusto più esigente avrebbe difficilmente potuto trovare qualcosa da modificare.
Avevo svoltato a destra entrando in questa strada, e ora, riprendendo il cammino, continuavo nella stessa direzione. Il sentiero era così serpeggiante che per nessun momento riuscivo a vedere più di due o tre passi avanti la sua traiettoria. La sua caratteristica non subiva alcun cambiamento sostanziale.
In quel momento, il mormorio dell’acqua risuonava dolcemente alle mie orecchie; pochi istanti dopo, mentre svoltavo lungo la strada, in modo un po’ più brusco del solito, mi resi conto che, ai piedi di una leggera pendenza, si trovava qualche tipo di edificio. Non riuscivo a vedere nulla con chiarezza a causa della nebbia che avvolgeva l’intera valle sottostante. Tuttavia, quando il sole iniziò a tramontare, una brezza leggera prese ad soffiare; mentre rimanevo fermo sulla sommità della collina, la nebbia si dissolse gradualmente, formando strisce che fluttuavano sopra il paesaggio.
Man mano che tutto diventava gradualmente visibile – così come lo descrivo io, pezzo dopo pezzo: qui un albero, là un’occhiata all’acqua, e ancora una volta la cima di un comignolo – faticavo a non immaginare che tutto ciò facesse parte di quelle ingegnose illusioni visive talvolta esibite con il nome di “immagini che scompaiono”.
A quell’ora, tuttavia, quando la nebbia si era completamente dissipata, il sole era già sceso dietro le dolci colline; da lì, come se si fosse spostato leggermente verso sud, era riapparso completamente alla vista, brillando con un bagliore violaceo attraverso una crepa che si apriva nella valle da ovest. All’improvviso, quindi – e come se fosse stato per magia – l’intera valle e tutto ciò che vi era dentro divennero visibili in modo straordinario.
The first coup d’œil, as the sun slid into the position described, impressed me very much as I have been impressed, when a boy, by the concluding scene of some well-arranged theatrical spectacle or melodrama. Not even the monstrosity of color was wanting; for the sunlight came out through the chasm, tinted all orange and purple; while the vivid green of the grass in the valley was reflected more or less upon all objects from the curtain of vapor that still hung overhead, as if loth to take its total departure from a scene so enchantingly beautiful.
The little vale into which I thus peered down from under the fog canopy could not have been more than four hundred yards long; while in breadth it varied from fifty to one hundred and fifty or perhaps two hundred. It was most narrow at its northern extremity, opening out as it tended southwardly, but with no very precise regularity. The widest portion was within eighty yards of the southern extreme. The slopes which encompassed the vale could not fairly be called hills, unless at their northern face. Here a precipitous ledge of granite arose to a height of some ninety feet; and, as I have mentioned, the valley at this point was not more than fifty feet wide; but as the visitor proceeded southwardly from the cliff, he found on his right hand and on his left, declivities at once less high, less precipitous, and less rocky. All, in a word, sloped and softened to the south; and yet the whole vale was engirdled by eminences, more or less high, except at two points. One of these I have already spoken of. It lay considerably to the north of west, and was where the setting sun made its way, as I have before described, into the amphitheatre, through a cleanly cut natural cleft in the granite embankment; this fissure might have been ten yards wide at its widest point, so far as the eye could trace it. It seemed to lead up, up like a natural causeway, into the recesses of unexplored mountains and forests. The other opening was directly at the southern end of the vale. Here, generally, the slopes were nothing more than gentle inclinations, extending from east to west about one hundred and fifty yards. In the middle of this extent was a depression, level with the ordinary floor of the valley. As regards vegetation, as well as in respect to every thing else, the scene softened and sloped to the south. To the north—on the craggy precipice—a few paces from the verge—up sprang the magnificent trunks of numerous hickories, black walnuts, and chestnuts, interspersed with occasional oak; and the strong lateral branches thrown out by the walnuts especially, spread far over the edge of the cliff. Proceeding southwardly, the explorer saw, at first, the same class of trees, but less and less lofty and Salvatorish in character; then he saw the gentler elm, succeeded by the sassafras and locust—these again by the softer linden, red-bud, catalpa, and maple—these yet again by still more graceful and more modest varieties. The whole face of the southern declivity was covered with wild shrubbery alone—an occasional silver willow or white poplar excepted. In the bottom of the valley itself—(for it must be borne in mind that the vegetation hitherto mentioned grew only on the cliffs or hillsides)—were to be seen three insulated trees. One was an elm of fine size and exquisite form: it stood guard over the southern gate of the vale. Another was a hickory, much larger than the elm, and altogether a much finer tree, although both were exceedingly beautiful: it seemed to have taken charge of the northwestern entrance, springing from a group of rocks in the very jaws of the ravine, and throwing its graceful body, at an angle of nearly forty-five degrees, far out into the sunshine of the amphitheatre. About thirty yards east of this tree stood, however, the pride of the valley, and beyond all question the most magnificent tree I have ever seen, unless, perhaps, among the cypresses of the Itchiatuckanee. It was a triple-stemmed tulip-tree—the Liriodendron Tulipiferum—one of the natural order of magnolias. Its three trunks separated from the parent at about three feet from the soil, and diverging very slightly and gradually, were not more than four feet apart at the point where the largest stem shot out into foliage: this was at an elevation of about eighty feet. The whole height of the principal division was one hundred and twenty feet. Nothing can surpass in beauty the form, or the glossy, vivid green of the leaves of the tulip-tree. In the present instance they were fully eight inches wide; but their glory was altogether eclipsed by the gorgeous splendor of the profuse blossoms. Conceive, closely congregated, a million of the largest and most resplendent tulips! Only thus can the reader get any idea of the picture I would convey. And then the stately grace of the clean, delicately-granulated columnar stems, the largest four feet in diameter, at twenty from the ground. The innumerable blossoms, mingling with those of other trees scarcely less beautiful, although infinitely less majestic, filled the valley with more than Arabian perfumes.
The general floor of the amphitheatre was grass of the same character as that I had found in the road; if anything, more deliciously soft, thick, velvety, and miraculously green. It was hard to conceive how all this beauty had been attained.
Il primo sguardo che gettai, quando il sole si posizionò nella posizione descritta, mi colpì profondamente, proprio come era accaduto da ragazzo di fronte alla scena finale di qualche spettacolo teatrale o melodramma ben congegnato. Nemmeno la stravaganza dei colori mancava: i raggi solari filtravano attraverso la voragine, tingendosi di arancione e viola; mentre il vivido verde dell’erba nella valle si rifletteva, più o meno intenso, su tutti gli oggetti, grazie alla cortina di vapore che ancora aleggiava sopra di loro, come se riluttasse ad abbandonare una scena così incantevolmente bella.
La piccola valle che così intravedevo attraverso la cortina di nebbia non poteva essere lunga più di quattrocento iarde; in larghezza, variava da cinquanta a centocinquanta, o forse duecento iarde. Era più stretta nella sua estremità settentrionale e si allargava man mano che si spingeva verso sud, ma senza una regolarità precisa. La parte più ampia si trovava a meno di ottanta iarde dall’estremità meridionale. Le pendici che delimitavano la valle non potevano essere propriamente definite colline, almeno non sul loro versante settentrionale. Lì, un ripido strato di granito si elevava per circa novanta piedi di altezza; e, come ho già detto, in quel punto la valle non superava i cinquanta piedi di larghezza. Tuttavia, proseguendo verso sud lungo il dirupo, l’esploratore si trovava su entrambi i lati di pendii meno alti, meno scoscesi e meno rocciosi. In breve, tutto tendeva a diventare più dolce e morbido verso sud; eppure l’intera valle era circondata da rilievi, più o meno elevati, ad eccezione di due punti. Di uno di questi ho già parlato: si trovava piuttosto a nord-ovest ed era proprio lì che il sole al tramonto penetrava nell’ampio anfiteatro naturale attraverso una fessura netta nel granito; questa crepa poteva essere larga fino a dieci iarde nel suo punto più ampio, per quanto l’occhio potesse seguirne i contorni. Sembrava condurre verso l’alto, come un sentiero naturale, nelle profondità di inesplorate montagne e foreste. L’altra apertura si trovava direttamente all’estremità meridionale della valle. Lì, generalmente, le pendici non erano altro che dolci inclinazioni che si estendevano da est a ovest per circa centocinquanta iarde. Nel mezzo di questa distanza c’era una depressione allo stesso livello del fondo normale della valle. Per quanto riguarda la vegetazione, come per ogni altra cosa, il paesaggio diventava più morbido e dolce verso sud. A nord, sulle scoscese rocce, a pochi passi dal bordo, si ergevano i maestosi tronchi di numerosi hickory, noci nere e castagni, intervallati occasionalmente da querce; in particolare, i robusti rami laterali delle noci si estendevano ampiamente oltre il bordo del dirupo. Proseguendo verso sud, l’esploratore vedeva, all’inizio, lo stesso tipo di alberi, ma sempre meno imponenti e caratteristici; poi apparivano gli olmi più dolci, seguiti dal sassafras e dalla locusta, questi a loro volta dal lindero più morbido, dai rododendri rossi, dalle catalpe e dai pioppi; ancora dopo, varietà ancora più graziose e modeste. L’intera superficie della pendice meridionale era coperta soltanto da arbusti selvatici, ad eccezione di occasionali salici argentati o pioppi bianchi. Nella parte inferiore della valle stessa, (poiché bisogna ricordare che la vegetazione menzionata finora cresceva soltanto sulle rocce o, ) Sulle pendici delle colline si potevano vedere tre alberi isolati. Uno era un olmo di notevoli dimensioni e forma squisita: vegliava sull’ingresso meridionale della valle. Un altro era un quercio, molto più grande dell’olmo e assolutamente più maestoso; sembrava assumersi la responsabilità dell’ingresso nord-occidentale, crescendo da un gruppo di rocce proprio all’imbocco della gola e protendendo il suo elegante tronco, con un angolo di quasi quarantacinque gradi, verso la luce del sole che illuminava l’intera valle. A circa trenta metri a est di questo albero si trovava, senza dubbio, l’orgoglio della valle: l’albero più maestoso che avessi mai visto, se non forse tra i cipressi del fiume Itchiatuckanee. Si trattava di un tulipano a tre tronchi – il Liriodendron Tulipiferum, appartenente all’ordine naturale delle magnolie. I suoi tre tronchi si separavano dal ceppo principale a circa un metro e mezzo dal suolo; divergendo leggermente e gradualmente, distavano al massimo quattro metri tra loro nel punto in cui il tronco più grande iniziava a germogliare foglie: questa parte si trovava a un’altezza di circa ottanta piedi. L’intera altezza dell’albero raggiungeva i centoventi piedi. Nella bellezza della sua forma e nel colore verde lucido e vivace delle sue foglie, nulla poteva eguagliare il tulipano a tre tronchi. In quel momento, le foglie avevano un’ampiezza di ben otto pollici; tuttavia, la loro bellezza veniva completamente oscurata dallo splendore straordinario dei fiori. Immaginate, ammassati uno accanto all’altro, un milione di tulipani tra i più grandi e luminosi che esistano. Solo così il lettore può farsi un’idea reale di questa meraviglia naturale. Inoltre, la grazia maestosa dei tronchi snelli e delicatamente granulati – alcuni con un diametro di ben quattro piedi, a venti piedi dal suolo – contribuiva ulteriormente all’impressione complessiva. I numerosi fiori, mescolati a quelli di altri alberi altrettanto belli ma decisamente meno imponenti, riempivano la valle con profumi intensi e inebrianti.
Il terreno del fondo dell’anfiteatro era costituito da erba dello stesso tipo di quella che avevo trovato sulla strada; anzi, ancora più soffice, densa, vellutata e incredibilmente verde. Era difficile immaginare come fosse stato possibile ottenere tutta questa bellezza.
I have spoken of two openings into the vale. From the one to the northwest issued a rivulet, which came, gently murmuring and slightly foaming, down the ravine, until it dashed against the group of rocks out of which sprang the insulated hickory. Here, after encircling the tree, it passed on a little to the north of east, leaving the tulip tree some twenty feet to the south, and making no decided alteration in its course until it came near the midway between the eastern and western boundaries of the valley. At this point, after a series of sweeps, it turned off at right angles and pursued a generally southern direction meandering as it went—until it became lost in a small lake of irregular figure (although roughly oval), that lay gleaming near the lower extremity of the vale. This lakelet was, perhaps, a hundred yards in diameter at its widest part. No crystal could be clearer than its waters. Its bottom, which could be distinctly seen, consisted altogether, of pebbles brilliantly white. Its banks, of the emerald grass already described, rounded, rather than sloped, off into the clear heaven below; and so clear was this heaven, so perfectly, at times, did it reflect all objects above it, that where the true bank ended and where the mimic one commenced, it was a point of no little difficulty to determine. The trout, and some other varieties of fish, with which this pond seemed to be almost inconveniently crowded, had all the appearance of veritable flying-fish. It was almost impossible to believe that they were not absolutely suspended in the air. A light birch canoe that lay placidly on the water, was reflected in its minutest fibres with a fidelity unsurpassed by the most exquisitely polished mirror. A small island, fairly laughing with flowers in full bloom, and affording little more space than just enough for a picturesque little building, seemingly a fowl-house—arose from the lake not far from its northern shore—to which it was connected by means of an inconceivably light-looking and yet very primitive bridge. It was formed of a single, broad and thick plank of the tulip wood. This was forty feet long, and spanned the interval between shore and shore with a slight but very perceptible arch, preventing all oscillation. From the southern extreme of the lake issued a continuation of the rivulet, which, after meandering for, perhaps, thirty yards, finally passed through the “depression” (already described) in the middle of the southern declivity, and tumbling down a sheer precipice of a hundred feet, made its devious and unnoticed way to the Hudson.
The lake was deep—at some points thirty feet—but the rivulet seldom exceeded three, while its greatest width was about eight. Its bottom and banks were as those of the pond—if a defect could have been attributed, in point of picturesqueness, it was that of excessive neatness.
The expanse of the green turf was relieved, here and there, by an occasional showy shrub, such as the hydrangea, or the common snowball, or the aromatic seringa; or, more frequently, by a clump of geraniums blossoming gorgeously in great varieties. These latter grew in pots which were carefully buried in the soil, so as to give the plants the appearance of being indigenous. Besides all this, the lawn’s velvet was exquisitely spotted with sheep—a considerable flock of which roamed about the vale, in company with three tamed deer, and a vast number of brilliantly-plumed ducks. A very large mastiff seemed to be in vigilant attendance upon these animals, each and all.
Along the eastern and western cliffs—where, toward the upper portion of the amphitheatre, the boundaries were more or less precipitous—grew ivy in great profusion—so that only here and there could even a glimpse of the naked rock be obtained. The northern precipice, in like manner, was almost entirely clothed by grape-vines of rare luxuriance; some springing from the soil at the base of the cliff, and others from ledges on its face.
The slight elevation which formed the lower boundary of this little domain, was crowned by a neat stone wall, of sufficient height to prevent the escape of the deer. Nothing of the fence kind was observable elsewhere; for nowhere else was an artificial enclosure needed:—any stray sheep, for example, which should attempt to make its way out of the vale by means of the ravine, would find its progress arrested, after a few yards’ advance, by the precipitous ledge of rock over which tumbled the cascade that had arrested my attention as I first drew near the domain. In short, the only ingress or egress was through a gate occupying a rocky pass in the road, a few paces below the point at which I stopped to reconnoitre the scene.
I have described the brook as meandering very irregularly through the whole of its course. Its two general directions, as I have said, were first from west to east, and then from north to south. At the turn, the stream, sweeping backward, made an almost circular loop, so as to form a peninsula which was very nearly an island, and which included about the sixteenth of an acre. On this peninsula stood a dwelling-house—and when I say that this house, like the infernal terrace seen by Vathek, “etait d’une architecture inconnue dans les annales de la terre,” I mean, merely, that its tout ensemble struck me with the keenest sense of combined novelty and propriety—in a word, of poetry—(for, than in the words just employed, I could scarcely give, of poetry in the abstract, a more rigorous definition)—and I do not mean that merely outre was perceptible in any respect.
Ho parlato di due ingressi nella valle. Da quello verso il nord-ovest sgorgava un ruscello che, mormorando dolcemente e formando leggere schiume, scorreva lungo la gola fino a raggiungere il gruppo di rocce da cui spuntava l’albero di hickory. Qui, dopo aver circondato l’albero, il ruscello proseguiva un po’ a nord-est, lasciando l’albero di tulipano a circa venti piedi a sud, mantenendo invariata la sua direzione fino a quando non si avvicinava alla metà tra i confini orientali e occidentali della valle. In quel punto, dopo aver descriso diverse curve, deviava ad angoli retti e proseguiva in direzione prevalentemente meridionale, serpeggiando lungo il percorso, fino a scomparire in un piccolo lago di forma irregolare (sebbene approssimativamente ovale), che si trovava vicino alla parte più bassa della valle. Questo laghetto aveva forse cento piedi di diametro nella sua parte più larga; le sue acque erano limpide come cristallo, e il suo fondo era completamente formato da ciottoli bianchi e luminosi. Le rive, ricoperte dall’erba verde smeraldo già descritta, si innalzavano in modo arrotondato verso il cielo azzurro sopra di loro; tale chiarezza del cielo, unita al fatto che talvolta rifletteva perfettamente tutti gli oggetti presenti al di sopra, rendeva difficile distinguere dove finisse la riva reale e dove iniziasse quella “imitazione”. I pesci, soprattutto i tritoni e altre specie simili, sembravano davvero sospesi nell’aria; era quasi impossibile credere che non fossero effettivamente immobili. Una leggera canoa di betulla, posata tranquillamente sull’acqua, veniva riflessa in ogni sua minima parte con una fedeltà paragonabile solo ai più raffinati specchi. Un piccolo isolotto, coperto di fiori in pieno sboccio e sufficientemente grande soltanto per ospitare una graziosa casetta, sembrava emergere dal lago non lontano dalla sua riva settentrionale; era collegato a essa da un ponte apparentemente molto leggero ma in realtà molto primitivo, formato da un’unica tavola larga e spessa di legno di tulipano. Questo ponte aveva una lunghezza di quaranta piedi e attraversava lo spazio tra le due rive con un arco leggero ma ben definito, che impediva qualsiasi oscillazione. Dalla parte meridionale del lago sgorgava un altro ramo del ruscello che, dopo aver serpeggiato per circa trenta piedi, passava attraverso la “depressione” presente nella parte centrale della pendenza meridionale e, precipitando giù da una scogliera alta cento piedi, proseguiva il suo corso verso l’Hudson.
Il lago era profondo: in alcuni punti raggiungeva i trenta piedi di profondità, ma il suo corso d’acqua raramente superava i tre piedi, mentre la sua larghezza massima era di circa otto piedi. Il suo fondo e le sue rive erano simili a quelli di uno stagno; se si doveva individuare un difetto in termini di pittoresca bellezza, esso consisteva nella loro eccessiva pulizia e regolarità.
L’ampia distesa dell’erba verde era interrotta, qua e là, da alcuni cespugli vistosi, come l’ibrido di rododendro, il gelsomino comune o la seringa profumata; più spesso, si vedevano anche gruppi di gerani in fiore, di molte varietà. Questi ultimi crescevano in vasi ben nascosti nel terreno, in modo che le piante sembrassero autoctone. Oltre a tutto ciò, il prato era punteggiato da pecore: un numero considerevole di esse pascolava nella valle insieme a tre cervi addomesticati e a un gran numero di anatre dalle piume brillanti. Un enorme mastino sembrava vigilare attentamente su tutti questi animali.
Lungo le scogliere orientali e occidentali – dove, nella parte superiore dell’anfiteatro, i bordi erano più o meno scoscesi – cresceva l’edera in abbondanza; solo in alcuni punti era ancora possibile intravedere la roccia nuda. Anche il precipizio settentrionale era quasi interamente ricoperto da viti di rara rigogliosità: alcune crescevano direttamente dal terreno alla base della scogliera, altre si arrampicavano sulle sue pareti.
Quella lieve elevazione che costituiva il confine inferiore di questo piccolo territorio era delimitata da un solido muro di pietra, abbastanza alto da impedire la fuga dei cervi. In nessun altro punto si notava alcuna recinzione simile; infatti, in nessun altro luogo era necessario un confine artificiale: una pecora errante che tentasse di uscire dalla valle attraverso il burrone si sarebbe trovata bloccata dopo pochi metri, a causa del ripido bordo roccioso su cui si gettava la cascata che aveva attirato la mia attenzione quando mi ero avvicinato per la prima volta a quel luogo. In breve, l’unico accesso possibile era rappresentato da un cancello situato in un passaggio roccioso sulla strada, pochi passi più in basso del punto in cui mi ero fermato per osservare il territorio.
Ho descritto questo ruscello come serpeggiare in modo molto irregolare lungo tutto il suo corso. Le sue due direzioni principali, come ho detto, erano prima da ovest a est e poi da nord a sud. Nel punto di svolta, il corso d’acqua descriveva una curva quasi circolare, formando così una penisola che assomigliava molto a un’isola, con una superficie di circa sedicesimo di acro. Su questa penisola sorgeva una casa; e quando dico che questa casa, proprio come la terrazza infernale vista da Vathek, “aveva un’architettura sconosciuta nelle annali della terra”, intendo semplicemente dire che il suo aspetto complessivo mi colpì profondamente per la sua novità e armonia – in altre parole, per la sua poesia. (Perché, con le parole appena usate, difficilmente potrei dare una definizione più precisa di ciò che intendo per poesia.) E non intendo dire che questa casa presentasse caratteristiche eccezionali sotto ogni aspetto.
In fact nothing could well be more simple—more utterly unpretending than this cottage. Its marvellous effect lay altogether in its artistic arrangement as a picture. I could have fancied, while I looked at it, that some eminent landscape-painter had built it with his brush.
The point of view from which I first saw the valley, was not altogether, although it was nearly, the best point from which to survey the house. I will therefore describe it as I afterwards saw it—from a position on the stone wall at the southern extreme of the amphitheatre.
The main building was about twenty-four feet long and sixteen broad—certainly not more. Its total height, from the ground to the apex of the roof, could not have exceeded eighteen feet. To the west end of this structure was attached one about a third smaller in all its proportions:—the line of its front standing back about two yards from that of the larger house, and the line of its roof, of course, being considerably depressed below that of the roof adjoining. At right angles to these buildings, and from the rear of the main one—not exactly in the middle—extended a third compartment, very small—being, in general, one-third less than the western wing. The roofs of the two larger were very steep—sweeping down from the ridge-beam with a long concave curve, and extending at least four feet beyond the walls in front, so as to form the roofs of two piazzas. These latter roofs, of course, needed no support; but as they had the air of needing it, slight and perfectly plain pillars were inserted at the corners alone. The roof of the northern wing was merely an extension of a portion of the main roof. Between the chief building and western wing arose a very tall and rather slender square chimney of hard Dutch bricks, alternately black and red:—a slight cornice of projecting bricks at the top. Over the gables the roofs also projected very much:—in the main building about four feet to the east and two to the west. The principal door was not exactly in the main division, being a little to the east—while the two windows were to the west. These latter did not extend to the floor, but were much longer and narrower than usual—they had single shutters like doors—the panes were of lozenge form, but quite large. The door itself had its upper half of glass, also in lozenge panes—a movable shutter secured it at night. The door to the west wing was in its gable, and quite simple—a single window looked out to the south. There was no external door to the north wing, and it also had only one window to the east.
The blank wall of the eastern gable was relieved by stairs (with a balustrade) running diagonally across it—the ascent being from the south. Under cover of the widely projecting eave these steps gave access to a door leading to the garret, or rather loft—for it was lighted only by a single window to the north, and seemed to have been intended as a store-room.
The piazzas of the main building and western wing had no floors, as is usual; but at the doors and at each window, large, flat irregular slabs of granite lay imbedded in the delicious turf, affording comfortable footing in all weather. Excellent paths of the same material—not nicely adapted, but with the velvety sod filling frequent intervals between the stones, led hither and thither from the house, to a crystal spring about five paces off, to the road, or to one or two out-houses that lay to the north, beyond the brook, and were thoroughly concealed by a few locusts and catalpas.
Not more than six steps from the main door of the cottage stood the dead trunk of a fantastic pear-tree, so clothed from head to foot in the gorgeous bignonia blossoms that one required no little scrutiny to determine what manner of sweet thing it could be. From various arms of this tree hung cages of different kinds. In one, a large wicker cylinder with a ring at top, revelled a mocking bird; in another an oriole; in a third the impudent bobolink—while three or four more delicate prisons were loudly vocal with canaries.
The pillars of the piazza were enwreathed in jasmine and sweet honeysuckle; while from the angle formed by the main structure and its west wing, in front, sprang a grape-vine of unexampled luxuriance. Scorning all restraint, it had clambered first to the lower roof—then to the higher; and along the ridge of this latter it continued to writhe on, throwing out tendrils to the right and left, until at length it fairly attained the east gable, and fell trailing over the stairs.
The whole house, with its wings, was constructed of the old-fashioned Dutch shingles—broad, and with unrounded corners. It is a peculiarity of this material to give houses built of it the appearance of being wider at bottom than at top—after the manner of Egyptian architecture; and in the present instance, this exceedingly picturesque effect was aided by numerous pots of gorgeous flowers that almost encompassed the base of the buildings.
The shingles were painted a dull gray; and the happiness with which this neutral tint melted into the vivid green of the tulip tree leaves that partially overshadowed the cottage, can readily be conceived by an artist.
From the position near the stone wall, as described, the buildings were seen at great advantage—for the southeastern angle was thrown forward—so that the eye took in at once the whole of the two fronts, with the picturesque eastern gable, and at the same time obtained just a sufficient glimpse of the northern wing, with parts of a pretty roof to the spring-house, and nearly half of a light bridge that spanned the brook in the near vicinity of the main buildings.
In realtà, nulla poteva essere più semplice – più assolutamente senza pretese – di questa casetta. Il suo effetto meraviglioso derivava interamente dall’organizzazione artistica con cui era stata disposta, come se fosse un dipinto. Guardandola, avrei potuto immaginare che qualche famoso pittore di paesaggi l’avesse costruita con il suo pennello.
Il punto di vista da cui vidi per la prima volta la valle non era esattamente, anche se quasi, il migliore per ammirare la casa. Pertanto la descriverò come la vidi in seguito: da una posizione sul muro di pietra all’estremità meridionale dell’anfiteatro.
L’edificio principale aveva una lunghezza di circa ventiquattro piedi e una larghezza di sedici piedi; di certo non superava questi limiti. L’altezza totale, dal suolo fino alla sommità del tetto, non poteva superare gli diciotto piedi. All’estremità ovest di questa struttura si trovava un edificio circa un terzo più piccolo in tutte le sue proporzioni: il suo fronte era distanziato di circa due metri da quello dell’edificio principale, e il tetto, naturalmente, era molto più basso rispetto a quello adiacente. A angolo retto rispetto a questi edifici, e partendo dalla parte posteriore del principale – ma non esattamente al centro – si estendeva un terzo annesso, molto piccolo; in generale, le sue dimensioni erano un terzo inferiori a quelle dell’ala ovest. I tetti dei due edifici principali erano molto ripidi, con una curva concava che si estendeva per almeno quattro piedi oltre i muri anteriori, formando così i tetti di due piccole piazze. Questi ultimi tetti, naturalmente, non avevano bisogno di alcun sostegno; tuttavia, poiché sembravano richiederlo, ai angoli erano stati inseriti pilastri sottili e completamente semplici. Il tetto dell’ala nord era semplicemente un’estensione di una parte del tetto principale. Tra l’edificio principale e l’ala ovest si ergeva un camino quadrato, molto alto e piuttosto snello, costruito con mattoni olandesi neri e rossi; in cima c’era una lieve cornice di mattoni sporgenti. Anche i tetti delle ali laterali si estendevano notevolmente: nell’edificio principale circa quattro piedi a est e due a ovest. La porta principale non si trovava esattamente nel centro dell’edificio, ma un po’ più a est; le due finestre, invece, erano situate a ovest. Queste ultime non arrivavano fino al pavimento, ma erano molto più lunghe e strette del solito; avevano persiane singole come porte, i vetri erano di forma romboidale e piuttosto grandi. La parte superiore della porta era fatta interamente di vetro, anch’esso in lastre romboidali; una persiana mobile la chiudeva di notte. La porta dell’ala ovest si trovava nella parte superiore del tetto, ed era molto semplice; una sola finestra si affacciava a sud. L’ala nord non aveva alcuna porta esterna e aveva soltanto una finestra a est.
Il muro vuoto del gable orientale era interrotto da delle scale (con una ringhiera) che lo attraversavano diagonalmente; l’accesso avveniva dal lato sud. Nascoste sotto il tetto sporgente, queste scale conducevano a una porta che portava al solaio, o meglio, a un locale seminterrato: era illuminato soltanto da una singola finestra situata a nord, e sembrava essere stato progettato come ripostiglio.
Le piazze del corpo principale e dell’ala ovest non avevano pavimenti, come è consueto; ma alle porte e davanti a ogni finestra, grandi lastre piatte e irregolari di granito erano incastonate nel soffice tappeto erboso, offrendo un terreno confortevole in qualsiasi condizione meteorologica. Ottimi sentieri dello stesso materiale – non particolarmente ben realizzati, ma con il tappeto erboso che riempiva gli spazi tra le pietre – conducevano da una parte all’altra della casa, fino a una sorgente cristallina situata a circa cinque passi di distanza, fino alla strada, o verso una o due dépendances situate a nord, al di là del ruscello, e completamente nascoste da alcuni alberi di locusta e catalpa.
A non più di sei passi dalla porta principale della capanna si trovava il tronco morto di un fantastico pero, completamente ricoperto di splendidi fiori di bignonia; bastava un’occhiata attenta per capire che tipo di “cosa dolce” potesse trattarsi. Dalle varie braccia di questo albero pendevano gabbie di diverso tipo: in una, un grande cilindro di vimini con un anello in cima ospitava un uccellino beffardo; in un’altra, un’allodola; in una terza, il sfrontato pettirosso. Mentre altre tre o quattro gabbie più delicate erano piene di canarini che cantavano a squarciagola.
I pilastri della piazza erano avvolti di gelsomino e dolce glicine; mentre dall’angolo formato dalla struttura principale e dal suo aliato occidentale cresceva un vitigno di una rigogliosità senza pari. Disprezzando ogni restrizione, aveva prima inerpicato sul tetto inferiore, poi su quello superiore; lungo il bordo di quest’ultimo continuava a serpeggiare, protendendo i suoi viticci a destra e a sinistra, fino a raggiungere finalmente l’angolo orientale del tetto, dove si estendeva giù per le scale.
L’intera casa, con le sue ali, era costruita con quelle vecchie tegole olandesi: larghe e senza angoli arrotondati. Una caratteristica di questo materiale è che rende le case costruite con esso più larghe alla base che in cima, proprio come nella architettura egizia; in questo caso, quest’effetto estremamente pittoresco veniva ulteriormente accentuato da numerose piante di bellissime fioriture che quasi circondavano tutta la base degli edifici.
Le tegole erano dipinte di un grigio opaco; e la felicità con cui questo colore neutro si fondeva con il verde vivido delle foglie dell’albero di tulipani che in parte ombreggiavano la capanna, può essere facilmente immaginata da un artista.
Dalla posizione vicino al muro di pietra, come descritto, gli edifici erano visibili in modo molto chiaro; l’angolo sud-orientale si protendeva in avanti, permettendo di vedere immediatamente entrambi i fronti dell’edificio, compresa la pittoresca grondaia orientale. Allo stesso tempo, era possibile intravedere anche una parte sufficiente dell’aile settentrionale, con alcune parti del tetto della casa situata a nord-est, nonché quasi metà di un ponticello che attraversava il ruscello nelle vicinanze degli edifici principali.
I did not remain very long on the brow of the hill, although long enough to make a thorough survey of the scene at my feet. It was clear that I had wandered from the road to the village, and I had thus good traveller’s excuse to open the gate before me, and inquire my way, at all events; so, without more ado, I proceeded.
The road, after passing the gate, seemed to lie upon a natural ledge, sloping gradually down along the face of the north-eastern cliffs. It led me on to the foot of the northern precipice, and thence over the bridge, round by the eastern gable to the front door. In this progress, I took notice that no sight of the out-houses could be obtained.
As I turned the corner of the gable, the mastiff bounded towards me in stern silence, but with the eye and the whole air of a tiger. I held him out my hand, however, in token of amity—and I never yet knew the dog who was proof against such an appeal to his courtesy. He not only shut his mouth and wagged his tail, but absolutely offered me his paw—afterward extending his civilities to Ponto.
As no bell was discernible, I rapped with my stick against the door, which stood half open. Instantly a figure advanced to the threshold—that of a young woman about twenty-eight years of age—slender, or rather slight, and somewhat above the medium height. As she approached, with a certain modest decision of step altogether indescribable. I said to myself, “Surely here I have found the perfection of natural, in contradistinction from artificial grace.” The second impression which she made on me, but by far the more vivid of the two, was that of enthusiasm. So intense an expression of romance, perhaps I should call it, or of unworldliness, as that which gleamed from her deep-set eyes, had never so sunk into my heart of hearts before. I know not how it is, but this peculiar expression of the eye, wreathing itself occasionally into the lips, is the most powerful, if not absolutely the sole spell, which rivets my interest in woman. “Romance,” provided my readers fully comprehended what I would here imply by the word—“romance” and “womanliness” seem to me convertible terms: and, after all, what man truly loves in woman, is simply her womanhood. The eyes of Annie (I heard some one from the interior call her “Annie, darling!”) were “spiritual grey;” her hair, a light chestnut: this is all I had time to observe of her.
At her most courteous of invitations, I entered—passing first into a tolerably wide vestibule. Having come mainly to observe, I took notice that to my right as I stepped in, was a window, such as those in front of the house; to the left, a door leading into the principal room; while, opposite me, an open door enabled me to see a small apartment, just the size of the vestibule, arranged as a study, and having a large bow window looking out to the north.
Passing into the parlor, I found myself with Mr. Landor—for this, I afterwards found, was his name. He was civil, even cordial in his manner, but just then, I was more intent on observing the arrangements of the dwelling which had so much interested me, than the personal appearance of the tenant.
The north wing, I now saw, was a bed-chamber, its door opened into the parlor. West of this door was a single window, looking toward the brook. At the west end of the parlor, were a fireplace, and a door leading into the west wing—probably a kitchen.
Nothing could be more rigorously simple than the furniture of the parlor. On the floor was an ingrain carpet, of excellent texture—a white ground, spotted with small circular green figures. At the windows were curtains of snowy white jaconet muslin: they were tolerably full, and hung decisively, perhaps rather formally in sharp, parallel plaits to the floor—just to the floor. The walls were prepared with a French paper of great delicacy, a silver ground, with a faint green cord running zig-zag throughout. Its expanse was relieved merely by three of Julien’s exquisite lithographs a trois crayons, fastened to the wall without frames. One of these drawings was a scene of Oriental luxury, or rather voluptuousness; another was a “carnival piece,” spirited beyond compare; the third was a Greek female head—a face so divinely beautiful, and yet of an expression so provokingly indeterminate, never before arrested my attention.
The more substantial furniture consisted of a round table, a few chairs (including a large rocking-chair), and a sofa, or rather “settee;” its material was plain maple painted a creamy white, slightly interstriped with green; the seat of cane. The chairs and table were “to match,” but the forms of all had evidently been designed by the same brain which planned “the grounds;” it is impossible to conceive anything more graceful.
On the table were a few books; a large, square, crystal bottle of some novel perfume; a plain ground glass astral (not solar) lamp with an Italian shade; and a large vase of resplendently-blooming flowers. Flowers, indeed, of gorgeous colours and delicate odour formed the sole mere decoration of the apartment. The fire-place was nearly filled with a vase of brilliant geranium. On a triangular shelf in each angle of the room stood also a similar vase, varied only as to its lovely contents. One or two smaller bouquets adorned the mantel, and late violets clustered about the open windows.
It is not the purpose of this work to do more than give in detail, a picture of Mr. Landor’s residence—as I found it. How he made it what it was—and why—with some particulars of Mr. Landor himself—may, possibly form the subject of another article.
Non rimasi a lungo sulla cima della collina, anche se abbastanza a lungo per esaminare attentamente la scena sotto di me. Era evidente che mi ero allontanato dalla strada che conduceva al villaggio, e quindi avevo una valida scusa da viaggiatore per aprire il cancello davanti a me e chiedere indicazioni; così, senza ulteriori indugi, proseguii.
La strada, dopo aver superato il cancello, sembrava estendersi su un ripiano naturale, digradando gradualmente lungo la faccia delle scogliere a nord-est. Mi portò fino ai piedi del precipizio settentrionale e da lì, attraverso il ponte, attorno al tetto orientale, fino alla porta d’ingresso. Durante questo percorso, notai che non era possibile vedere alcuna delle strutture esterne.
Mentre svoltavo l’angolo del tetto a spiovente, il mastino si precipitò verso di me in un silenzio assoluto, ma con lo sguardo e l’atteggiamento tipici di un tigre. Tuttavia, gli tesi la mano in segno di amicizia. E fino ad allora non avevo mai incontrato un cane che fosse insensibile a un simile appello alla sua cortesia. Non solo chiuse la bocca e scodinzolò, ma mi offrì addirittura la zampa; in seguito estese le sue “cortesie” anche a Ponto.
Non essendo possibile distinguere alcun campanello, bussai alla porta, che era semiaperta. All’istante, una figura si avvicinò alla soglia: si trattava di una giovane donna di circa ventotto anni, snella, piuttosto esile e di statura leggermente superiore alla media. Mentre si avvicinava, il modo in cui camminava era estremamente dignitoso e riservato. Indisscrivibile. Pensai tra me: “Senza dubbio ho trovato qui la perfezione della grazia naturale, a differenza di quella artificiale.” L’impressione che mi fece fu, tuttavia, molto più vivida. Si trattava di un’emozione intensa, di un entusiasmo palpabile. Quell’espressione così profonda e sincera nel suo sguardo non aveva mai toccato il mio cuore in quel modo prima d’allora. Non so come sia possibile, ma quell’atteggiamento particolare negli occhi, quando a volte si riflette anche sulle labbra, è davvero l’unico elemento capace di catturare completamente la mia attenzione verso una donna. “Romantismo”, intendo dire, se i miei lettori comprendono appieno ciò che intendo con questa parola, “romantismo” e “donna” mi sembrano termini intercambiabili: dopotutto, ciò che un uomo ama davvero in una donna è semplicemente la sua essenza femminile. Gli occhi di Annie, (qualcuno all’interno l’aveva chiamata “Annie, cara!”) erano di un grigio “spirituale”; i suoi capelli erano di un castano chiaro. Questo è tutto ciò che ebbi il tempo di osservare di lei.
Con la massima cortesia che si possa dimostrare in un invito del genere, entrai, passando prima in un vestibolo abbastanza ampio. Essendo venuto principalmente per osservare, notai che a destra, non appena entrai, c’era una finestra, simile a quelle presenti davanti alla casa; a sinistra, una porta che conduceva nella stanza principale; mentre di fronte a me, una porta aperta mi permise di vedere un piccolo appartamento, delle stesse dimensioni del vestibolo, arredato come uno studio e dotato di una grande finestra che si affacciava a nord.
Entrando nel salotto, mi trovai di fronte al signor Landor – che, come scoprii in seguito, era il suo nome. Era cortese, persino cordiale nel suo comportamento, ma in quel momento ero più interessata ad osservare l’arredamento della casa che mi aveva così colpito, piuttosto che all’aspetto personale del proprietario.
L’ala nord, come vidi ora, era una camera da letto; la sua porta si apriva sul salotto. A ovest di questa porta c’era una sola finestra che dava sul ruscello. All’estremità ovest del salotto si trovavano un caminetto e una porta che conduceva all’ala nord, probabilmente in cucina.
Niente poteva essere più rigorosamente semplice dei mobili del salotto. Sul pavimento c’era un tappeto intrecciato, di ottima qualità: a fondo bianco, con piccoli motivi circolari verdi sparsi qua e là. Alle finestre erano appese tende di mussola bianca come la neve; erano abbastanza gonfie e pendevano in modo deciso, forse un po’ troppo formale, con pieghe parallele e precise rispetto al pavimento, esattamente a livello del pavimento. Le pareti erano rivestite con carta da parati francese di grande raffinatezza: a fondo argento, con sottili linee verdi che si snodavano in zig-zag lungo la superficie. L’unica decorazione aggiuntiva era costituita da tre squisite litografie realizzate da Julien con tre colori diversi; queste erano appese direttamente alla parete, senza cornici. Una di queste rappresentava una scena di lusso orientale, o meglio, di voluttà; un’altra era un “quadro carnevalesco”, davvero straordinario per vivacità e originalità; la terza raffigurava il volto di una donna greca: un viso così divinamente bello, eppure con un’espressione così enigmaticamente indefinita, da catturare immediatamente la mia attenzione.
I mobili più sostanziosi consistevano in un tavolo rotondo, alcune sedie (tra cui una grande sedia a dondolo) e un divano, o meglio, un “divanetto”; il suo materiale era legno di acero semplice verniciato di bianco crema, con sottili strisce verdi; il sedile era realizzato in canna. Le sedie e il tavolo erano “abbinati” tra loro, ma le forme di tutti sembravano essere state progettate dalla stessa mente che aveva concepito anche i giardini circostanti; è impossibile immaginare qualcosa di più elegante.
Sul tavolo c’erano alcuni libri; una grande bottiglia quadrata di cristallo contenente un profumo di qualche marca nota; una semplice lampada a vetro con paralume italiano; e un grande vaso pieno di fiori splendidamente in fiore. Infatti, erano proprio i fiori, dai colori magnifici e dal profumo delicato, ad essere l’unica decorazione dell’appartamento. Il caminetto era quasi completamente riempito da un vaso di gerani brillanti; su degli scaffali triangolari posizionati in ogni angolo della stanza c’erano altri vasi simili, differenziati soltanto per il contenuto. Uno o due mazzi più piccoli adornavano la mensola del camino, mentre violette tardive crescevano intorno alle finestre aperte.
Lo scopo di quest’opera non è altro che fornire, in dettaglio, un ritratto della residenza del signor Landor così come l’ho trovata. Il modo in cui egli l’abbia fatta diventare ciò che è oggi – e il motivo per cui l’abbia fatto così – potrebbe, forse, costituire argomento di un altro articolo, insieme ad alcune informazioni riguardanti il signor Landor stesso.