Che grande sfortuna non poter essere soli. — La Bruyère

Si disse molto bene di un certo libro tedesco che “non si lascia leggere” – non permette cioè di essere letto. Esistono alcuni segreti che non permettono di essere rivelati. Ogni notte, gli uomini muoiono nei loro letti, stringendo le mani di confessori spettrali e guardandoli con occhi pieni di pietà; muoiono nel dispero e nella convulsione della gola, a causa dell’orrenda natura dei misteri che non tollerano di essere svelati. A volte, purtroppo, la coscienza umana deve sopportare un peso così terribile da poterlo gettare soltanto nella tomba. Ed è così che l’essenza di ogni crimine rimane nascosta per sempre.

Non molto tempo fa, verso la fine di una serata d’autunno, mi trovavo davanti alla grande finestra del D—— Coffee-House a )Londra. Da alcuni mesi ero malato, ma ora stavo riprendendomi; con il ritorno delle forze, provavo uno di quegli stati d’animo felici che sono esattamente l’opposto dell’noia: uno stato di grande appetito, in cui le immagini mentali svaniscono, e l’intelligenza, stimolata, supera di gran lunga la sua condizione quotidiana, proprio come il ragionamento vivido e schietto di Leibnitz supera la retorica folle e fragile di Gorgias. Persino respirare mi dava piacere; provavo un vero godimento anche in molte delle situazioni che normalmente avrebbero causato dolore. Ero interessato a tutto, con calma ma curiosità. Con una sigara in bocca e un giornale in grembo, avevo trascorso gran parte del pomeriggio: ora leggendo gli annunci pubblicitari, ora osservando la gente che si trovava nella stanza, ora guardando fuori dalla finestra fumosa.

Questo viale è uno dei principali assi della città ed era stato molto affollato per tutta la giornata. Ma con l’arrivo della notte, la folla aumentò ancora di più; e quando le luci furono ben accese, due flussi densi e continui di persone passavano davanti al portone dell’edificio. In quel particolare momento della sera non mi ero mai trovato in una situazione del genere, e quell’immensa folla umana mi riempì il cuore di una piacevole novità emotiva. Alla fine, abbandonai completamente ogni preoccupazione riguardante le cose all’interno dell’hotel e mi dedicai interamente alla contemplazione della scena che avevo davanti agli occhi.

All’inizio le mie osservazioni avevano un carattere astratto e generalizzante: consideravo i passeggeri nel loro insieme, pensando alle loro relazioni collettive. Tuttavia, ben presto passai ai dettagli, osservando con grande attenzione le innumerevoli varietà di forme, abiti, atteggiamenti, modi di camminare, volti e espressioni dei loro volti.

La stragrande maggioranza di coloro che passavano aveva un atteggiamento serio e professionale, e sembrava pensare soltanto a superare la folla. Avevano le sopracciglia corrugate e gli occhi che si muovevano rapidamente; quando venivano spinti da altri viandanti, non mostravano alcun segno di impazienza, ma sistemavano i propri abiti e proseguivano il cammino. Un’altra, numerosa categoria di persone, invece, era irrequieta nei suoi movimenti, aveva il viso arrossato e parlava o gesticolava da sola, come se si sentisse isolata a causa della densità della folla intorno a lei. Quando il loro passaggio veniva ostacolato, queste persone smettevano immediatamente di mormorare, ma aumentavano ulteriormente i propri gesti, aspettando con un sorriso distaccato e forzato che gli ostacoli venissero superati. Se venivano spintonate, si scusavano profusamente con chi le aveva urtate, mostrandosi visibilmente confuse. Non c’era nulla di particolarmente distintivo in queste due grandi categorie, se non ciò che ho già menzionato: i loro abiti appartenevano a quella categoria definita “decente”. Erano senza dubbio nobili, commercianti, avvocati, artigiani, banchieri, uomini di tempo libero o impegnati attivamente in affari propri, che gestivano le proprie faccende con piena responsabilità. Tuttavia, non destavano particolare interesse da parte mia.

La tribù dei impiegati era facilmente riconoscibile, e in essa osservai due distinzioni particolari. C’erano gli impiegati junior delle case di lusso: giovani signori con cappotti attillati, stivali lucidi, capelli ben oliati e labbra sprezzanti. A parte una certa affettazione nel comportamento – che potremmo definire “ufficialismo”, per mancanza di un termine più appropriato – il modo in cui si comportavano mi sembrava esattamente l’incarnazione dell’eleganza perfetta di circa dodici o diciotto mesi prima. Indossavano le vestigia della raffinatezza dell’alta società. E credo che questo rappresenti la definizione più accurata di questa classe sociale.

La divisione dei funzionari di alto rango delle aziende solide, o di quei “vecchi compagni affidabili”, non poteva essere confusa. Si riconoscevano dai loro abiti: giacche e pantaloni neri o marroni, confezionati in modo da garantire comodità nel movimento; cravatte bianche e gilet, scarpe robuste e solide, nonché calze spesse. Tutti avevano la testa leggermente calva, e le orecchie, abituate da tempo a tenere il pennello in mano, avevano l’abitudine strana di puntare in avanti. Notai che sistemavano sempre i cappelli con entrambe le mani, e portavano orologi con corti braccialetti d’oro di stile antico e solido. La loro era un’espressione di rispettabilità, se davvero esiste una tale forma di affettazione che possa essere considerata onorevole.

C’erano molti individui dall’aspetto affascinante, che capii facilmente appartenere a quella categoria di abili borseggiatori che infestano tutte le grandi città. Li osservavo con grande curiosità e trovavo difficile immaginare come potessero mai essere scambiati per gentiluomini dai veri gentiluomini. La loro eccessiva generosità, unita a un’aria di troppa franchezza, li avrebbe dovuti tradire immediatamente.

I giocatori d’azzardo, di cui ne ho descritti non pochi, erano ancora più facilmente riconoscibili. Indossavano ogni sorta di abbigliamento: da quello del teppista disperato con gilet di velluto, cravatta elegante, catene dorate e bottoni decorati, a quello del prete scrupolosamente sobrio, il quale difficilmente poteva destare sospetti. Tuttavia, tutti presentavano caratteristiche comuni: una pelle scura e umida, occhi opachi e pallidi, labbra livide e contratte. C’erano inoltre due altri tratti che mi permettevano sempre di riconoscerli: un tono di voce cauto e riservato durante le conversazioni, e un allungamento eccessivo del pollice in direzione perpendicolare alle dita. Molto spesso, in compagnia di questi individui, osservavo anche altri gruppi di persone con abitudini diverse, ma comunque appartenenti alla stessa categoria: si trattava di individui che vivevano “della loro intelligenza”. Sembravano approfittare della pubblica fiducia in due modi diversi: alcuni attraverso l’eleganza esteriore, altri attraverso il ruolo militare. I primi si distinguevano per lunghi capelli e sorrisi affascinanti; i secondi, invece, per abiti militari e espressioni cupe.

Scendendo nella scala di ciò che viene definito “gentilezza”, trovai temi più oscuri e profondi su cui riflettere. Vidi venditori ebrei, con occhi acuti che lampeggiavano sui loro volti, i quali, per il resto, esprimevano solo un’umiltà estrema; robusti mendicanti professionisti che fissavano con cipiglio quelli di condizione più nobile, spinti soltanto dal dispero ad approfittare della notte per chiedere l’elemosina; deboli e orribili invalidi, su cui la morte aveva già posato la sua mano, che si muovevano incerti tra la folla, guardando tutti con occhi supplicanti, come se cercassero un qualche conforto, una speranza perduta; giovani ragazze modeste che tornavano a casa dopo lunghi e faticosi lavori, arretrando con lacrime negli occhi di fronte agli sguardi dei brutali, i cui contatti diretti erano inevitabili; donne di ogni tipo e età: la bellezza squisita nel fiore degli anni, che ricordava la statua descritta da Luciano, con una superficie di marmo pario e un’interno pieno di sporcizia; le orribili lebbrose in stracci; le vecchie prostitute truccate e ingioiellate, che facevano un ultimo tentativo per sembrare giovani; i semplici bambini, ancora immaturi, ma già esperti nelle arti della seduzione a causa di una lunga esperienza, e bruciati da un’ambizione folle di eguagliare le donne più mature nel vizio; innumerevoli ubriachi, alcuni in condizioni pietose, altri ancora presentabili, con passi incerti e volti rossi e sensuali; uomini vestiti con abiti un tempo eleganti, ma ora logori; individui che camminavano con passo deciso, ma il cui viso era pallido e gli occhi selvaggi e rossi. Tutti questi rappresentavano aspetti diversi della miseria umana. Accanto a loro, c’erano panettieri, portatori, addetti al trasporto del carbone, spazzini; suonatori di organo, esibitori di scimmie e venditori di canzoni; artigiani in stracci e lavoratori esausti di ogni tipo. Tutti pieni di una vivacità eccessiva e dissonante che feriva l’orecchio e addolorava lo sguardo.

Con l’approfondirsi della notte, anche il mio interesse per quella scena aumentava; infatti, non solo il carattere generale della folla cambiava in modo evidente: i tratti più gentili scomparivano man mano che la parte più ordinata della gente se ne andava, mentre quelli più duri emergevano con maggiore evidenza, poiché l’ora tarda faceva emergere da ogni angolo ogni sorta di viltà; ma anche i raggi delle lampade a gas, inizialmente deboli nella loro lotta contro il crepuscolo, avevano ormai preso il sopravvento, gettando su tutto un bagliore intermittente e sgargiante. Tutto era oscuro, eppure splendido, proprio come quel nero di cui si parla quando si descrive lo stile di Tertulliano.

Gli effetti selvaggi della luce mi costrinsero ad osservare attentamente i singoli volti; e sebbene la rapidità con cui il mondo luminoso sfrecciava davanti alla finestra mi impedisse di dare più che un’occhiata a ciascun viso, sembrava comunque che, nel mio particolare stato mentale di allora, fossi in grado di leggere, anche in quel breve istante, la storia di anni interi.

Con la fronte appoggiata al vetro, ero così immerso nell’osservare la folla quando, all’improvviso, apparve un volto: quello di un vecchio decrepito, di circa sessantacinque o settant’anni. Un volto che catturò immediatamente tutta la mia attenzione per l’unicità assoluta dell’espressione che mostrava. Non avevo mai visto nulla di simile prima d’allora. Ricordo bene che il mio primo pensiero fu che, se Retzch lo avesse visto, lo avrebbe preferito di gran lunga alle sue stesse rappresentazioni pittoriche del demonio. Nel breve istante in cui lo osservai, nella mia mente si affollarono idee confuse e paradossali: potere mentale immenso, cautela, avarizia, freddezza, malvagità, sete di sangue, trionfo, gioia, terrore estremo, e soprattutto disperazione suprema. Mi sentii profondamente turbato, sorpreso, affascinato. “Che storia straordinaria è racchiusa in quel petto!”, pensai. Allora nacque in me il desiderio ardentissimo di conoscere meglio quell’uomo. Indossai in fretta cappotto, cappello e bastone, uscii in strada e mi misi alla sua ricerca nella direzione in cui lo avevo visto andare. Ma lui era già scomparso. Dopo qualche difficoltà, riuscii finalmente a ritrovarlo; mi avvicinai e lo seguii da vicino, ma con cautela, per non attirare la sua attenzione.

Ora avevo l’opportunità di esaminarlo attentamente. Era di statura bassa, molto magro e chiaramente molto debole. I suoi vestiti erano generalmente sporchi e stracciati; ma quando, di tanto in tanto, entrava nel forte bagliore di una lampada, notavo che la sua biancheria, sebbene sporca, era di ottima qualità. Forse mi sbagliavo, o forse, attraverso una fessura in un mantello di lino stretto e chiaramente di seconda mano che lo avvolgeva, riuscii a intravedere sia un diamante che un pugnale. Queste osservazioni aumentarono la mia curiosità e decisi di seguire quell’estraneo ovunque andasse.

Era ormai completamente notte; una fitta nebbia umida avvolgeva la città, per poi trasformarsi in una pioggia intensa e continua. Questo cambiamento meteorologico ebbe un effetto strano sulla folla: tutti furono immediatamente presi da nuovo trambusto, mentre l’intera area si riempì di ombrelli. Il movimento caotico, le spinte e il rumore aumentarono notevolmente. Per quanto mi riguardava, la pioggia non mi disturbava molto; anzi, una vecchia febbre che covavo nel corpo rendeva l’umidità particolarmente fastidiosa. Così, avvolgendo un fazzoletto intorno alla bocca, proseguii il mio cammino. Per mezz’ora, l’uomo anziano procedette con difficoltà lungo la strada principale; io lo seguivo da vicino, temendo di perderlo di vista. Lui non si voltò mai indietro e non mi notò nemmeno. Dopo un po’, entrò in una strada laterale: sebbene fosse anch’essa affollata, non era così densa come quella principale. Qui il suo comportamento cambiò: camminava più lentamente, con maggiore esitazione. Attraversava la strada avanti e indietro senza uno scopo apparente; la folla era ancora così densa che dovevo seguirlo da vicino ad ogni movimento che faceva. La strada era stretta e lunga; per quasi un’ora continuò a camminare in quella direzione. Alla fine, il numero di persone intorno a lui si ridusse a quello che normalmente si vede a mezzogiorno su Broadway, vicino al parco: c’è davvero una grande differenza tra la popolazione di Londra e quella delle città americane più frequentate. Dopo un altro giro, arrivammo in una piazza luminosa e piena di vita. Il comportamento dell’uomo anziano tornò a essere quello precedente: abbassò il mento sul petto e i suoi occhi si muovevano freneticamente sotto le sopracciglia aggrottate, osservando tutti quelli che lo circondavano. Proseguì con determinazione. Tuttavia, quando completò il giro della piazza, tornò indietro sui suoi passi. E ancora una volta ripeté lo stesso percorso, più volte. Una volta quasi mi scopri, facendo un movimento improvviso.

In questo esercizio trascorse un’altra ora; alla fine, le interruzioni da parte dei passeggeri furono molto meno frequenti rispetto all’inizio. La pioggia cadeva forte; l’aria si raffreddava; la gente stava tornando a casa. Con un gesto di impazienza, il viandante imboccò una strada secondaria relativamente deserta. Lungo di essa, per circa un quarto di miglio, corse con tale energia che non avrei mai immaginato potesse dimostrarla una persona così anziana. Il suo comportamento mi causò notevoli difficoltà nel seguirlo. Dopo pochi minuti arrivammo in un grande e affollato bazar: il viandante sembrava conoscerne molto bene le caratteristiche, e il suo atteggiamento precedente tornò immediatamente evidente mentre si muoveva senza meta tra compratori e venditori.

Nel corso dell’ora e mezza, più o meno, che trascorremmo in questo posto, fu necessario che io fossi molto attento a tenerlo sempre alla mia portata senza attirare la sua attenzione. Fortunatamente indossavo un paio di scarpe di gomma e potevo muovermi in assoluto silenzio. Nessun momento lui si accorse che lo stavo osservando. Entrò in negozio dopo negozio, non valutò nulla, non disse una parola, e guardava tutti gli oggetti con uno sguardo selvaggio e vuoto. Ora ero davvero stupito dal suo comportamento e decisi fermamente che non ci saremmo separati finché non avessi compreso meglio chi fosse veramente.

Un’orologio dal suono forte batté le undici, e la folla iniziò rapidamente ad abbandonare il bazaar. Un negoziante, mentre chiudeva la vetrina, urtò l’uomo anziano; in quell’istante vidi un forte tremore attraversargli il corpo. Si affrettò a uscire in strada, guardò intorno con ansia per un momento, poi corse con incredibile velocità lungo molte strade strette e deserte, fino a quando non riemergemmo sulla grande via da cui eravamo partiti: la strada dell’hotel D——. Tuttavia, l’aspetto di quella strada era cambiato: le luci elettriche brillavano ancora intensamente, ma pioveva forte e c’erano poche persone in giro. L’uomo sconosciuto impallidì; camminò cupamente per qualche passo lungo l’una volta affollata via, poi, con un profondo sospiro, si diresse verso la fiume e, attraversando un labirinto di strade tortuose, arrivò infine davanti a uno dei principali teatri. Era quasi ora di chiusura; il pubblico stava uscendo dalle porte. Vidi l’anziano ansimare mentre si gettava nella folla. Ma pensai che l’intensa sofferenza sul suo volto fosse, in qualche modo, diminuita. La sua testa ricadde di nuovo sul petto; sembrava esattamente come lo avevo visto all’inizio. Notai che ora seguiva la stessa direzione presa dalla maggior parte del pubblico. Ma, in generale, non riuscivo a comprendere la stranezza dei suoi comportamenti.

Mentre procedeva, il gruppo diventava sempre più disorganizzato, e la sua vecchia inquietudine e indecisione riemergevano. Per un po’ seguì da vicino un gruppo di una dozzina di giovani scapestrati; ma uno dopo l’altro questi si allontanarono, fino a quando rimasero solo in tre in un vicolo stretto e buio, poco frequentato. Lo sconosciuto si fermò per un momento, come se fosse immerso nei suoi pensieri; poi, con evidente agitazione, accelerò il passo lungo un percorso che ci portò ai margini della città, in zone molto diverse da quelle che avevamo attraversato fino ad allora. Era il quartiere più malfamato di Londra, dove tutto rifletteva l’aspetto più deprimente della povertà e del crimine. Alla debole luce di una lampada, si vedevano alte case di legno antiche e marcite vacillare sul punto di crollare, disposte in modo così caotico che a malapena si riusciva a distinguere un passaggio tra di esse. I ciottoli del selciato erano sparsi ovunque, spostati dalla crescita selvaggia dell’erba; orribile sporcizia stagnava nei canali di scolo intasati. L’intera atmosfera era pervasa da desolazione. Tuttavia, man mano che proseguivamo, i suoni della vita umana iniziavano a farsi sentire sempre più distintamente; alla fine vedemmo grandi gruppi di persone abbandonate vagare avanti e indietro per le strade. Lo spirito dell’anziano sembrò ravvivarsi di nuovo, come una lampada prossima al suo estinzione. Una volta ancora procedette con passo deciso. Improvvisamente svoltammo un angolo: una luce intensa ci investì, e ci trovammo davanti a uno dei grandi templi dell’ubriachezza suburbana, uno dei palazzi del demonio, il gin.

Era ormai quasi l’alba; ma ancora numerosi ubriachi disperati entravano e uscivano da quell’ingresso sfarzoso. Con un grido di gioia, l’uomo anziano si fece strada all’interno, riprese subito il suo solito comportamento e iniziò a camminare avanti e indietro tra la folla, senza apparente scopo. Tuttavia, non era trascorso molto tempo quando un movimento verso le porte indicò che il locale stava per chiudersi per la notte. Fu qualcosa di ancora più intenso della disperazione ciò che notai sul volto di quell’uomo strano che avevo osservato con tanta attenzione. Eppure, senza esitare, riprese immediatamente la sua strada, dirigendosi verso il cuore della potente Londra. Fuggì velocemente, mentre io lo seguivo, in uno stupore totale, deciso a non abbandonare quell’osservazione che ora mi interessava profondamente. Mentre proseguivamo, sorse il sole; e quando raggiungemmo di nuovo quella strada affollata della città, la via dell’hotel D— presentava un’atmosfera di movimento e attività umana quasi paragonabile a quella che avevo visto la sera precedente. E lì, nel mezzo del caos sempre più intenso, continuai la mia inseguita del forestiero. Ma, come al solito, lui camminava avanti e indietro, senza mai allontanarsi dal tumulto di quella strada. Quando calarono le ombre della seconda sera, mi sentii estremamente stanco; mi fermai davanti a quel viandante e lo fissai intensamente negli occhi. Lui non si accorse di me e continuò il suo cammino solenne, mentre io smisi di seguirlo, rimanendo immerso nei miei pensieri. “Quest’uomo anziano,” dissi infine, “è l’esempio stesso del crimine profondo. Rifiuta di stare da solo. È ‘l’uomo della folla’. È inutile seguirlo: non scoprirò mai nulla di più su di lui, né sulle sue azioni. Il cuore più malvagio del mondo è un libro più oscuro del ‘Hortulus Animæ’. E forse è proprio una grande misericordia di Dio che non ci sia modo di leggerlo, ”

{1} Il “Hortulus Animæ cum Oratiunculis Aliquibus Superadditis” di Grünninger.

Ce grand malheur, de ne pouvoir être seul.—La Bruyère.

It was well said of a certain German book that “er lasst sich nicht lesen”—it does not permit itself to be read. There are some secrets which do not permit themselves to be told. Men die nightly in their beds, wringing the hands of ghostly confessors and looking them piteously in the eyes—die with despair of heart and convulsion of throat, on account of the hideousness of mysteries which will not suffer themselves to be revealed. Now and then, alas, the conscience of man takes up a burthen so heavy in horror that it can be thrown down only into the grave. And thus the essence of all crime is undivulged.

Not long ago, about the closing in of an evening in autumn, I sat at the large bow window of the D—— Coffee-House in London. For some months I had been ill in health, but was now convalescent, and, with returning strength, found myself in one of those happy moods which are so precisely the converse of ennui—moods of the keenest appetency, when the film from the mental vision departs—the αχλυξ η πριυ επῆευ—and the intellect, electrified, surpasses as greatly its every-day condition, as does the vivid yet candid reason of Leibnitz, the mad and flimsy rhetoric of Gorgias. Merely to breathe was enjoyment; and I derived positive pleasure even from many of the legitimate sources of pain. I felt a calm but inquisitive interest in every thing. With a cigar in my mouth and a newspaper in my lap, I had been amusing myself for the greater part of the afternoon, now in poring over advertisements, now in observing the promiscuous company in the room, and now in peering through the smoky panes into the street.

This latter is one of the principal thoroughfares of the city, and had been very much crowded during the whole day. But, as the darkness came on, the throng momently increased; and, by the time the lamps were well lighted, two dense and continuous tides of population were rushing past the door. At this particular period of the evening I had never before been in a similar situation, and the tumultuous sea of human heads filled me, therefore, with a delicious novelty of emotion. I gave up, at length, all care of things within the hotel, and became absorbed in contemplation of the scene without.

At first my observations took an abstract and generalizing turn. I looked at the passengers in masses, and thought of them in their aggregate relations. Soon, however, I descended to details, and regarded with minute interest the innumerable varieties of figure, dress, air, gait, visage, and expression of countenance.

By far the greater number of those who went by had a satisfied business-like demeanor, and seemed to be thinking only of making their way through the press. Their brows were knit, and their eyes rolled quickly; when pushed against by fellow-wayfarers they evinced no symptom of impatience, but adjusted their clothes and hurried on. Others, still a numerous class, were restless in their movements, had flushed faces, and talked and gesticulated to themselves, as if feeling in solitude on account of the very denseness of the company around. When impeded in their progress, these people suddenly ceased muttering, but re-doubled their gesticulations, and awaited, with an absent and overdone smile upon the lips, the course of the persons impeding them. If jostled, they bowed profusely to the jostlers, and appeared overwhelmed with confusion.—There was nothing very distinctive about these two large classes beyond what I have noted. Their habiliments belonged to that order which is pointedly termed the decent. They were undoubtedly noblemen, merchants, attorneys, tradesmen, stock-jobbers—the Eupatrids and the common-places of society—men of leisure and men actively engaged in affairs of their own—conducting business upon their own responsibility. They did not greatly excite my attention.

The tribe of clerks was an obvious one and here I discerned two remarkable divisions. There were the junior clerks of flash houses—young gentlemen with tight coats, bright boots, well-oiled hair, and supercilious lips. Setting aside a certain dapperness of carriage, which may be termed deskism for want of a better word, the manner of these persons seemed to me an exact fac-simile of what had been the perfection of bon ton about twelve or eighteen months before. They wore the cast-off graces of the gentry;—and this, I believe, involves the best definition of the class.

The division of the upper clerks of staunch firms, or of the “steady old fellows,” it was not possible to mistake. These were known by their coats and pantaloons of black or brown, made to sit comfortably, with white cravats and waistcoats, broad solid-looking shoes, and thick hose or gaiters. They had all slightly bald heads, from which the right ears, long used to pen-holding, had an odd habit of standing off on end. I observed that they always removed or settled their hats with both hands, and wore watches, with short gold chains of a substantial and ancient pattern. Theirs was the affectation of respectability—if indeed there be an affectation so honorable.

There were many individuals of dashing appearance, whom I easily understood as belonging to the race of swell pick-pockets with which all great cities are infested. I watched these gentry with much inquisitiveness, and found it difficult to imagine how they should ever be mistaken for gentlemen by gentlemen themselves. Their voluminousness of wristband, with an air of excessive frankness, should betray them at once.

Che grande sfortuna non poter essere soli. — La Bruyère

Si disse molto bene di un certo libro tedesco che “non si lascia leggere” – non permette cioè di essere letto. Esistono alcuni segreti che non permettono di essere rivelati. Ogni notte, gli uomini muoiono nei loro letti, stringendo le mani di confessori spettrali e guardandoli con occhi pieni di pietà; muoiono nel dispero e nella convulsione della gola, a causa dell’orrenda natura dei misteri che non tollerano di essere svelati. A volte, purtroppo, la coscienza umana deve sopportare un peso così terribile da poterlo gettare soltanto nella tomba. Ed è così che l’essenza di ogni crimine rimane nascosta per sempre.

Non molto tempo fa, verso la fine di una serata d’autunno, mi trovavo davanti alla grande finestra del D—— Coffee-House a )Londra. Da alcuni mesi ero malato, ma ora stavo riprendendomi; con il ritorno delle forze, provavo uno di quegli stati d’animo felici che sono esattamente l’opposto dell’noia: uno stato di grande appetito, in cui le immagini mentali svaniscono, e l’intelligenza, stimolata, supera di gran lunga la sua condizione quotidiana, proprio come il ragionamento vivido e schietto di Leibnitz supera la retorica folle e fragile di Gorgias. Persino respirare mi dava piacere; provavo un vero godimento anche in molte delle situazioni che normalmente avrebbero causato dolore. Ero interessato a tutto, con calma ma curiosità. Con una sigara in bocca e un giornale in grembo, avevo trascorso gran parte del pomeriggio: ora leggendo gli annunci pubblicitari, ora osservando la gente che si trovava nella stanza, ora guardando fuori dalla finestra fumosa.

Questo viale è uno dei principali assi della città ed era stato molto affollato per tutta la giornata. Ma con l’arrivo della notte, la folla aumentò ancora di più; e quando le luci furono ben accese, due flussi densi e continui di persone passavano davanti al portone dell’edificio. In quel particolare momento della sera non mi ero mai trovato in una situazione del genere, e quell’immensa folla umana mi riempì il cuore di una piacevole novità emotiva. Alla fine, abbandonai completamente ogni preoccupazione riguardante le cose all’interno dell’hotel e mi dedicai interamente alla contemplazione della scena che avevo davanti agli occhi.

All’inizio le mie osservazioni avevano un carattere astratto e generalizzante: consideravo i passeggeri nel loro insieme, pensando alle loro relazioni collettive. Tuttavia, ben presto passai ai dettagli, osservando con grande attenzione le innumerevoli varietà di forme, abiti, atteggiamenti, modi di camminare, volti e espressioni dei loro volti.

La stragrande maggioranza di coloro che passavano aveva un atteggiamento serio e professionale, e sembrava pensare soltanto a superare la folla. Avevano le sopracciglia corrugate e gli occhi che si muovevano rapidamente; quando venivano spinti da altri viandanti, non mostravano alcun segno di impazienza, ma sistemavano i propri abiti e proseguivano il cammino. Un’altra, numerosa categoria di persone, invece, era irrequieta nei suoi movimenti, aveva il viso arrossato e parlava o gesticolava da sola, come se si sentisse isolata a causa della densità della folla intorno a lei. Quando il loro passaggio veniva ostacolato, queste persone smettevano immediatamente di mormorare, ma aumentavano ulteriormente i propri gesti, aspettando con un sorriso distaccato e forzato che gli ostacoli venissero superati. Se venivano spintonate, si scusavano profusamente con chi le aveva urtate, mostrandosi visibilmente confuse. Non c’era nulla di particolarmente distintivo in queste due grandi categorie, se non ciò che ho già menzionato: i loro abiti appartenevano a quella categoria definita “decente”. Erano senza dubbio nobili, commercianti, avvocati, artigiani, banchieri, uomini di tempo libero o impegnati attivamente in affari propri, che gestivano le proprie faccende con piena responsabilità. Tuttavia, non destavano particolare interesse da parte mia.

La tribù dei impiegati era facilmente riconoscibile, e in essa osservai due distinzioni particolari. C’erano gli impiegati junior delle case di lusso: giovani signori con cappotti attillati, stivali lucidi, capelli ben oliati e labbra sprezzanti. A parte una certa affettazione nel comportamento – che potremmo definire “ufficialismo”, per mancanza di un termine più appropriato – il modo in cui si comportavano mi sembrava esattamente l’incarnazione dell’eleganza perfetta di circa dodici o diciotto mesi prima. Indossavano le vestigia della raffinatezza dell’alta società. E credo che questo rappresenti la definizione più accurata di questa classe sociale.

La divisione dei funzionari di alto rango delle aziende solide, o di quei “vecchi compagni affidabili”, non poteva essere confusa. Si riconoscevano dai loro abiti: giacche e pantaloni neri o marroni, confezionati in modo da garantire comodità nel movimento; cravatte bianche e gilet, scarpe robuste e solide, nonché calze spesse. Tutti avevano la testa leggermente calva, e le orecchie, abituate da tempo a tenere il pennello in mano, avevano l’abitudine strana di puntare in avanti. Notai che sistemavano sempre i cappelli con entrambe le mani, e portavano orologi con corti braccialetti d’oro di stile antico e solido. La loro era un’espressione di rispettabilità, se davvero esiste una tale forma di affettazione che possa essere considerata onorevole.

C’erano molti individui dall’aspetto affascinante, che capii facilmente appartenere a quella categoria di abili borseggiatori che infestano tutte le grandi città. Li osservavo con grande curiosità e trovavo difficile immaginare come potessero mai essere scambiati per gentiluomini dai veri gentiluomini. La loro eccessiva generosità, unita a un’aria di troppa franchezza, li avrebbe dovuti tradire immediatamente.

The gamblers, of whom I descried not a few, were still more easily recognisable. They wore every variety of dress, from that of the desperate thimble-rig bully, with velvet waistcoat, fancy neckerchief, gilt chains, and filagreed buttons, to that of the scrupulously inornate clergyman, than which nothing could be less liable to suspicion. Still all were distinguished by a certain sodden swarthiness of complexion, a filmy dimness of eye, and pallor and compression of lip. There were two other traits, moreover, by which I could always detect them: a guarded lowness of tone in conversation, and a more than ordinary extension of the thumb in a direction at right angles with the fingers. Very often, in company with these sharpers, I observed an order of men somewhat different in habits, but still birds of a kindred feather. They may be defined as the gentlemen who live by their wits. They seem to prey upon the public in two battalions—that of the dandies and that of the military men. Of the first grade the leading features are long locks and smiles; of the second, frogged coats and frowns.

Descending in the scale of what is termed gentility, I found darker and deeper themes for speculation. I saw Jew pedlars, with hawk eyes flashing from countenances whose every other feature wore only an expression of abject humility; sturdy professional street beggars scowling upon mendicants of a better stamp, whom despair alone had driven forth into the night for charity; feeble and ghastly invalids, upon whom death had placed a sure hand, and who sidled and tottered through the mob, looking every one beseechingly in the face, as if in search of some chance consolation, some lost hope; modest young girls returning from long and late labor to a cheerless home, and shrinking more tearfully than indignantly from the glances of ruffians, whose direct contact, even, could not be avoided; women of the town of all kinds and of all ages—the unequivocal beauty in the prime of her womanhood, putting one in mind of the statue in Lucian, with the surface of Parian marble, and the interior filled with filth—the loathsome and utterly lost leper in rags—the wrinkled, bejewelled and paint-begrimed beldame, making a last effort at youth—the mere child of immature form, yet, from long association, an adept in the dreadful coquetries of her trade, and burning with a rabid ambition to be ranked the equal of her elders in vice; drunkards innumerable and indescribable—some in shreds and patches, reeling, inarticulate, with bruised visage and lack-lustre eyes—some in whole although filthy garments, with a slightly unsteady swagger, thick sensual lips, and hearty-looking rubicund faces—others clothed in materials which had once been good, and which even now were scrupulously well brushed—men who walked with a more than naturally firm and springy step, but whose countenances were fearfully pale, whose eyes hideously wild and red, and who clutched with quivering fingers, as they strode through the crowd, at every object which came within their reach; beside these, pie-men, porters, coal-heavers, sweeps; organ-grinders, monkey-exhibitors, and ballad mongers, those who vended with those who sang; ragged artizans and exhausted laborers of every description, and all full of a noisy and inordinate vivacity which jarred discordantly upon the ear, and gave an aching sensation to the eye.

As the night deepened, so deepened to me the interest of the scene; for not only did the general character of the crowd materially alter (its gentler features retiring in the gradual withdrawal of the more orderly portion of the people, and its harsher ones coming out into bolder relief, as the late hour brought forth every species of infamy from its den,) but the rays of the gas-lamps, feeble at first in their struggle with the dying day, had now at length gained ascendancy, and threw over every thing a fitful and garish lustre. All was dark yet splendid—as that ebony to which has been likened the style of Tertullian.

The wild effects of the light enchained me to an examination of individual faces; and although the rapidity with which the world of light flitted before the window, prevented me from casting more than a glance upon each visage, still it seemed that, in my then peculiar mental state, I could frequently read, even in that brief interval of a glance, the history of long years.

With my brow to the glass, I was thus occupied in scrutinizing the mob, when suddenly there came into view a countenance (that of a decrepid old man, some sixty-five or seventy years of age,)—a countenance which at once arrested and absorbed my whole attention, on account of the absolute idiosyncrasy of its expression. Any thing even remotely resembling that expression I had never seen before. I well remember that my first thought, upon beholding it, was that Retzch, had he viewed it, would have greatly preferred it to his own pictural incarnations of the fiend. As I endeavored, during the brief minute of my original survey, to form some analysis of the meaning conveyed, there arose confusedly and paradoxically within my mind, the ideas of vast mental power, of caution, of penuriousness, of avarice, of coolness, of malice, of blood thirstiness, of triumph, of merriment, of excessive terror, of intense—of supreme despair. I felt singularly aroused, startled, fascinated. “How wild a history,” I said to myself, “is written within that bosom!” Then came a craving desire to keep the man in view—to know more of him. Hurriedly putting on an overcoat, and seizing my hat and cane, I made my way into the street, and pushed through the crowd in the direction which I had seen him take; for he had already disappeared. With some little difficulty I at length came within sight of him, approached, and followed him closely, yet cautiously, so as not to attract his attention.

I giocatori d’azzardo, di cui ne ho descritti non pochi, erano ancora più facilmente riconoscibili. Indossavano ogni sorta di abbigliamento: da quello del teppista disperato con gilet di velluto, cravatta elegante, catene dorate e bottoni decorati, a quello del prete scrupolosamente sobrio, il quale difficilmente poteva destare sospetti. Tuttavia, tutti presentavano caratteristiche comuni: una pelle scura e umida, occhi opachi e pallidi, labbra livide e contratte. C’erano inoltre due altri tratti che mi permettevano sempre di riconoscerli: un tono di voce cauto e riservato durante le conversazioni, e un allungamento eccessivo del pollice in direzione perpendicolare alle dita. Molto spesso, in compagnia di questi individui, osservavo anche altri gruppi di persone con abitudini diverse, ma comunque appartenenti alla stessa categoria: si trattava di individui che vivevano “della loro intelligenza”. Sembravano approfittare della pubblica fiducia in due modi diversi: alcuni attraverso l’eleganza esteriore, altri attraverso il ruolo militare. I primi si distinguevano per lunghi capelli e sorrisi affascinanti; i secondi, invece, per abiti militari e espressioni cupe.

Scendendo nella scala di ciò che viene definito “gentilezza”, trovai temi più oscuri e profondi su cui riflettere. Vidi venditori ebrei, con occhi acuti che lampeggiavano sui loro volti, i quali, per il resto, esprimevano solo un’umiltà estrema; robusti mendicanti professionisti che fissavano con cipiglio quelli di condizione più nobile, spinti soltanto dal dispero ad approfittare della notte per chiedere l’elemosina; deboli e orribili invalidi, su cui la morte aveva già posato la sua mano, che si muovevano incerti tra la folla, guardando tutti con occhi supplicanti, come se cercassero un qualche conforto, una speranza perduta; giovani ragazze modeste che tornavano a casa dopo lunghi e faticosi lavori, arretrando con lacrime negli occhi di fronte agli sguardi dei brutali, i cui contatti diretti erano inevitabili; donne di ogni tipo e età: la bellezza squisita nel fiore degli anni, che ricordava la statua descritta da Luciano, con una superficie di marmo pario e un’interno pieno di sporcizia; le orribili lebbrose in stracci; le vecchie prostitute truccate e ingioiellate, che facevano un ultimo tentativo per sembrare giovani; i semplici bambini, ancora immaturi, ma già esperti nelle arti della seduzione a causa di una lunga esperienza, e bruciati da un’ambizione folle di eguagliare le donne più mature nel vizio; innumerevoli ubriachi, alcuni in condizioni pietose, altri ancora presentabili, con passi incerti e volti rossi e sensuali; uomini vestiti con abiti un tempo eleganti, ma ora logori; individui che camminavano con passo deciso, ma il cui viso era pallido e gli occhi selvaggi e rossi. Tutti questi rappresentavano aspetti diversi della miseria umana. Accanto a loro, c’erano panettieri, portatori, addetti al trasporto del carbone, spazzini; suonatori di organo, esibitori di scimmie e venditori di canzoni; artigiani in stracci e lavoratori esausti di ogni tipo. Tutti pieni di una vivacità eccessiva e dissonante che feriva l’orecchio e addolorava lo sguardo.

Con l’approfondirsi della notte, anche il mio interesse per quella scena aumentava; infatti, non solo il carattere generale della folla cambiava in modo evidente: i tratti più gentili scomparivano man mano che la parte più ordinata della gente se ne andava, mentre quelli più duri emergevano con maggiore evidenza, poiché l’ora tarda faceva emergere da ogni angolo ogni sorta di viltà; ma anche i raggi delle lampade a gas, inizialmente deboli nella loro lotta contro il crepuscolo, avevano ormai preso il sopravvento, gettando su tutto un bagliore intermittente e sgargiante. Tutto era oscuro, eppure splendido, proprio come quel nero di cui si parla quando si descrive lo stile di Tertulliano.

Gli effetti selvaggi della luce mi costrinsero ad osservare attentamente i singoli volti; e sebbene la rapidità con cui il mondo luminoso sfrecciava davanti alla finestra mi impedisse di dare più che un’occhiata a ciascun viso, sembrava comunque che, nel mio particolare stato mentale di allora, fossi in grado di leggere, anche in quel breve istante, la storia di anni interi.

Con la fronte appoggiata al vetro, ero così immerso nell’osservare la folla quando, all’improvviso, apparve un volto: quello di un vecchio decrepito, di circa sessantacinque o settant’anni. Un volto che catturò immediatamente tutta la mia attenzione per l’unicità assoluta dell’espressione che mostrava. Non avevo mai visto nulla di simile prima d’allora. Ricordo bene che il mio primo pensiero fu che, se Retzch lo avesse visto, lo avrebbe preferito di gran lunga alle sue stesse rappresentazioni pittoriche del demonio. Nel breve istante in cui lo osservai, nella mia mente si affollarono idee confuse e paradossali: potere mentale immenso, cautela, avarizia, freddezza, malvagità, sete di sangue, trionfo, gioia, terrore estremo, e soprattutto disperazione suprema. Mi sentii profondamente turbato, sorpreso, affascinato. “Che storia straordinaria è racchiusa in quel petto!”, pensai. Allora nacque in me il desiderio ardentissimo di conoscere meglio quell’uomo. Indossai in fretta cappotto, cappello e bastone, uscii in strada e mi misi alla sua ricerca nella direzione in cui lo avevo visto andare. Ma lui era già scomparso. Dopo qualche difficoltà, riuscii finalmente a ritrovarlo; mi avvicinai e lo seguii da vicino, ma con cautela, per non attirare la sua attenzione.

I had now a good opportunity of examining his person. He was short in stature, very thin, and apparently very feeble. His clothes, generally, were filthy and ragged; but as he came, now and then, within the strong glare of a lamp, I perceived that his linen, although dirty, was of beautiful texture; and my vision deceived me, or, through a rent in a closely-buttoned and evidently second-handed roquelaire which enveloped him, I caught a glimpse both of a diamond and of a dagger. These observations heightened my curiosity, and I resolved to follow the stranger whithersoever he should go.

It was now fully night-fall, and a thick humid fog hung over the city, soon ending in a settled and heavy rain. This change of weather had an odd effect upon the crowd, the whole of which was at once put into new commotion, and overshadowed by a world of umbrellas. The waver, the jostle, and the hum increased in a tenfold degree. For my own part I did not much regard the rain—the lurking of an old fever in my system rendering the moisture somewhat too dangerously pleasant. Tying a handkerchief about my mouth, I kept on. For half an hour the old man held his way with difficulty along the great thoroughfare; and I here walked close at his elbow through fear of losing sight of him. Never once turning his head to look back, he did not observe me. By and by he passed into a cross street, which, although densely filled with people, was not quite so much thronged as the main one he had quitted. Here a change in his demeanor became evident. He walked more slowly and with less object than before—more hesitatingly. He crossed and re-crossed the way repeatedly without apparent aim; and the press was still so thick that, at every such movement, I was obliged to follow him closely. The street was a narrow and long one, and his course lay within it for nearly an hour, during which the passengers had gradually diminished to about that number which is ordinarily seen at noon in Broadway near the park—so vast a difference is there between a London populace and that of the most frequented American city. A second turn brought us into a square, brilliantly lighted, and overflowing with life. The old manner of the stranger re-appeared. His chin fell upon his breast, while his eyes rolled wildly from under his knit brows, in every direction, upon those who hemmed him in. He urged his way steadily and perseveringly. I was surprised, however, to find, upon his having made the circuit of the square, that he turned and retraced his steps. Still more was I astonished to see him repeat the same walk several times—once nearly detecting me as he came round with a sudden movement.

In this exercise he spent another hour, at the end of which we met with far less interruption from passengers than at first. The rain fell fast; the air grew cool; and the people were retiring to their homes. With a gesture of impatience, the wanderer passed into a by-street comparatively deserted. Down this, some quarter of a mile long, he rushed with an activity I could not have dreamed of seeing in one so aged, and which put me to much trouble in pursuit. A few minutes brought us to a large and busy bazaar, with the localities of which the stranger appeared well acquainted, and where his original demeanor again became apparent, as he forced his way to and fro, without aim, among the host of buyers and sellers.

During the hour and a half, or thereabouts, which we passed in this place, it required much caution on my part to keep him within reach without attracting his observation. Luckily I wore a pair of caoutchouc over-shoes, and could move about in perfect silence. At no moment did he see that I watched him. He entered shop after shop, priced nothing, spoke no word, and looked at all objects with a wild and vacant stare. I was now utterly amazed at his behavior, and firmly resolved that we should not part until I had satisfied myself in some measure respecting him.

A loud-toned clock struck eleven, and the company were fast deserting the bazaar. A shop-keeper, in putting up a shutter, jostled the old man, and at the instant I saw a strong shudder come over his frame. He hurried into the street, looked anxiously around him for an instant, and then ran with incredible swiftness through many crooked and people-less lanes, until we emerged once more upon the great thoroughfare whence we had started—the street of the D—— Hotel. It no longer wore, however, the same aspect. It was still brilliant with gas; but the rain fell fiercely, and there were few persons to be seen. The stranger grew pale. He walked moodily some paces up the once populous avenue, then, with a heavy sigh, turned in the direction of the river, and, plunging through a great variety of devious ways, came out, at length, in view of one of the principal theatres. It was about being closed, and the audience were thronging from the doors. I saw the old man gasp as if for breath while he threw himself amid the crowd; but I thought that the intense agony of his countenance had, in some measure, abated. His head again fell upon his breast; he appeared as I had seen him at first. I observed that he now took the course in which had gone the greater number of the audience—but, upon the whole, I was at a loss to comprehend the waywardness of his actions.

As he proceeded, the company grew more scattered, and his old uneasiness and vacillation were resumed. For some time he followed closely a party of some ten or twelve roisterers; but from this number one by one dropped off, until three only remained together, in a narrow and gloomy lane little frequented. The stranger paused, and, for a moment, seemed lost in thought; then, with every mark of agitation, pursued rapidly a route which brought us to the verge of the city, amid regions very different from those we had hitherto traversed. It was the most noisome quarter of London, where every thing wore the worst impress of the most deplorable poverty, and of the most desperate crime. By the dim light of an accidental lamp, tall, antique, worm-eaten, wooden tenements were seen tottering to their fall, in directions so many and capricious that scarce the semblance of a passage was discernible between them. The paving-stones lay at random, displaced from their beds by the rankly-growing grass. Horrible filth festered in the dammed-up gutters. The whole atmosphere teemed with desolation. Yet, as we proceeded, the sounds of human life revived by sure degrees, and at length large bands of the most abandoned of a London populace were seen reeling to and fro. The spirits of the old man again flickered up, as a lamp which is near its death hour. Once more he strode onward with elastic tread. Suddenly a corner was turned, a blaze of light burst upon our sight, and we stood before one of the huge suburban temples of Intemperance—one of the palaces of the fiend, Gin.

It was now nearly day-break; but a number of wretched inebriates still pressed in and out of the flaunting entrance. With a half shriek of joy the old man forced a passage within, resumed at once his original bearing, and stalked backward and forward, without apparent object, among the throng. He had not been thus long occupied, however, before a rush to the doors gave token that the host was closing them for the night. It was something even more intense than despair that I then observed upon the countenance of the singular being whom I had watched so pertinaciously. Yet he did not hesitate in his career, but, with a mad energy, retraced his steps at once, to the heart of the mighty London. Long and swiftly he fled, while I followed him in the wildest amazement, resolute not to abandon a scrutiny in which I now felt an interest all-absorbing. The sun arose while we proceeded, and, when we had once again reached that most thronged mart of the populous town, the street of the D—— Hotel, it presented an appearance of human bustle and activity scarcely inferior to what I had seen on the evening before. And here, long, amid the momently increasing confusion, did I persist in my pursuit of the stranger. But, as usual, he walked to and fro, and during the day did not pass from out the turmoil of that street. And, as the shades of the second evening came on, I grew wearied unto death, and, stopping fully in front of the wanderer, gazed at him steadfastly in the face. He noticed me not, but resumed his solemn walk, while I, ceasing to follow, remained absorbed in contemplation. “This old man,” I said at length, “is the type and the genius of deep crime. He refuses to be alone. He is the man of the crowd. It will be in vain to follow; for I shall learn no more of him, nor of his deeds. The worst heart of the world is a grosser book than the ‘Hortulus Animæ,’ {*1} and perhaps it is but one of the great mercies of God that ‘er lasst sich nicht lesen.’”

{*1} The “Hortulus Animæ cum Oratiunculis Aliquibus Superadditis” of Grünninger.

Ora avevo l’opportunità di esaminarlo attentamente. Era di statura bassa, molto magro e chiaramente molto debole. I suoi vestiti erano generalmente sporchi e stracciati; ma quando, di tanto in tanto, entrava nel forte bagliore di una lampada, notavo che la sua biancheria, sebbene sporca, era di ottima qualità. Forse mi sbagliavo, o forse, attraverso una fessura in un mantello di lino stretto e chiaramente di seconda mano che lo avvolgeva, riuscii a intravedere sia un diamante che un pugnale. Queste osservazioni aumentarono la mia curiosità e decisi di seguire quell’estraneo ovunque andasse.

Era ormai completamente notte; una fitta nebbia umida avvolgeva la città, per poi trasformarsi in una pioggia intensa e continua. Questo cambiamento meteorologico ebbe un effetto strano sulla folla: tutti furono immediatamente presi da nuovo trambusto, mentre l’intera area si riempì di ombrelli. Il movimento caotico, le spinte e il rumore aumentarono notevolmente. Per quanto mi riguardava, la pioggia non mi disturbava molto; anzi, una vecchia febbre che covavo nel corpo rendeva l’umidità particolarmente fastidiosa. Così, avvolgendo un fazzoletto intorno alla bocca, proseguii il mio cammino. Per mezz’ora, l’uomo anziano procedette con difficoltà lungo la strada principale; io lo seguivo da vicino, temendo di perderlo di vista. Lui non si voltò mai indietro e non mi notò nemmeno. Dopo un po’, entrò in una strada laterale: sebbene fosse anch’essa affollata, non era così densa come quella principale. Qui il suo comportamento cambiò: camminava più lentamente, con maggiore esitazione. Attraversava la strada avanti e indietro senza uno scopo apparente; la folla era ancora così densa che dovevo seguirlo da vicino ad ogni movimento che faceva. La strada era stretta e lunga; per quasi un’ora continuò a camminare in quella direzione. Alla fine, il numero di persone intorno a lui si ridusse a quello che normalmente si vede a mezzogiorno su Broadway, vicino al parco: c’è davvero una grande differenza tra la popolazione di Londra e quella delle città americane più frequentate. Dopo un altro giro, arrivammo in una piazza luminosa e piena di vita. Il comportamento dell’uomo anziano tornò a essere quello precedente: abbassò il mento sul petto e i suoi occhi si muovevano freneticamente sotto le sopracciglia aggrottate, osservando tutti quelli che lo circondavano. Proseguì con determinazione. Tuttavia, quando completò il giro della piazza, tornò indietro sui suoi passi. E ancora una volta ripeté lo stesso percorso, più volte. Una volta quasi mi scopri, facendo un movimento improvviso.

In questo esercizio trascorse un’altra ora; alla fine, le interruzioni da parte dei passeggeri furono molto meno frequenti rispetto all’inizio. La pioggia cadeva forte; l’aria si raffreddava; la gente stava tornando a casa. Con un gesto di impazienza, il viandante imboccò una strada secondaria relativamente deserta. Lungo di essa, per circa un quarto di miglio, corse con tale energia che non avrei mai immaginato potesse dimostrarla una persona così anziana. Il suo comportamento mi causò notevoli difficoltà nel seguirlo. Dopo pochi minuti arrivammo in un grande e affollato bazar: il viandante sembrava conoscerne molto bene le caratteristiche, e il suo atteggiamento precedente tornò immediatamente evidente mentre si muoveva senza meta tra compratori e venditori.

Nel corso dell’ora e mezza, più o meno, che trascorremmo in questo posto, fu necessario che io fossi molto attento a tenerlo sempre alla mia portata senza attirare la sua attenzione. Fortunatamente indossavo un paio di scarpe di gomma e potevo muovermi in assoluto silenzio. Nessun momento lui si accorse che lo stavo osservando. Entrò in negozio dopo negozio, non valutò nulla, non disse una parola, e guardava tutti gli oggetti con uno sguardo selvaggio e vuoto. Ora ero davvero stupito dal suo comportamento e decisi fermamente che non ci saremmo separati finché non avessi compreso meglio chi fosse veramente.

Un’orologio dal suono forte batté le undici, e la folla iniziò rapidamente ad abbandonare il bazaar. Un negoziante, mentre chiudeva la vetrina, urtò l’uomo anziano; in quell’istante vidi un forte tremore attraversargli il corpo. Si affrettò a uscire in strada, guardò intorno con ansia per un momento, poi corse con incredibile velocità lungo molte strade strette e deserte, fino a quando non riemergemmo sulla grande via da cui eravamo partiti: la strada dell’hotel D——. Tuttavia, l’aspetto di quella strada era cambiato: le luci elettriche brillavano ancora intensamente, ma pioveva forte e c’erano poche persone in giro. L’uomo sconosciuto impallidì; camminò cupamente per qualche passo lungo l’una volta affollata via, poi, con un profondo sospiro, si diresse verso la fiume e, attraversando un labirinto di strade tortuose, arrivò infine davanti a uno dei principali teatri. Era quasi ora di chiusura; il pubblico stava uscendo dalle porte. Vidi l’anziano ansimare mentre si gettava nella folla. Ma pensai che l’intensa sofferenza sul suo volto fosse, in qualche modo, diminuita. La sua testa ricadde di nuovo sul petto; sembrava esattamente come lo avevo visto all’inizio. Notai che ora seguiva la stessa direzione presa dalla maggior parte del pubblico. Ma, in generale, non riuscivo a comprendere la stranezza dei suoi comportamenti.

Mentre procedeva, il gruppo diventava sempre più disorganizzato, e la sua vecchia inquietudine e indecisione riemergevano. Per un po’ seguì da vicino un gruppo di una dozzina di giovani scapestrati; ma uno dopo l’altro questi si allontanarono, fino a quando rimasero solo in tre in un vicolo stretto e buio, poco frequentato. Lo sconosciuto si fermò per un momento, come se fosse immerso nei suoi pensieri; poi, con evidente agitazione, accelerò il passo lungo un percorso che ci portò ai margini della città, in zone molto diverse da quelle che avevamo attraversato fino ad allora. Era il quartiere più malfamato di Londra, dove tutto rifletteva l’aspetto più deprimente della povertà e del crimine. Alla debole luce di una lampada, si vedevano alte case di legno antiche e marcite vacillare sul punto di crollare, disposte in modo così caotico che a malapena si riusciva a distinguere un passaggio tra di esse. I ciottoli del selciato erano sparsi ovunque, spostati dalla crescita selvaggia dell’erba; orribile sporcizia stagnava nei canali di scolo intasati. L’intera atmosfera era pervasa da desolazione. Tuttavia, man mano che proseguivamo, i suoni della vita umana iniziavano a farsi sentire sempre più distintamente; alla fine vedemmo grandi gruppi di persone abbandonate vagare avanti e indietro per le strade. Lo spirito dell’anziano sembrò ravvivarsi di nuovo, come una lampada prossima al suo estinzione. Una volta ancora procedette con passo deciso. Improvvisamente svoltammo un angolo: una luce intensa ci investì, e ci trovammo davanti a uno dei grandi templi dell’ubriachezza suburbana, uno dei palazzi del demonio, il gin.

Era ormai quasi l’alba; ma ancora numerosi ubriachi disperati entravano e uscivano da quell’ingresso sfarzoso. Con un grido di gioia, l’uomo anziano si fece strada all’interno, riprese subito il suo solito comportamento e iniziò a camminare avanti e indietro tra la folla, senza apparente scopo. Tuttavia, non era trascorso molto tempo quando un movimento verso le porte indicò che il locale stava per chiudersi per la notte. Fu qualcosa di ancora più intenso della disperazione ciò che notai sul volto di quell’uomo strano che avevo osservato con tanta attenzione. Eppure, senza esitare, riprese immediatamente la sua strada, dirigendosi verso il cuore della potente Londra. Fuggì velocemente, mentre io lo seguivo, in uno stupore totale, deciso a non abbandonare quell’osservazione che ora mi interessava profondamente. Mentre proseguivamo, sorse il sole; e quando raggiungemmo di nuovo quella strada affollata della città, la via dell’hotel D— presentava un’atmosfera di movimento e attività umana quasi paragonabile a quella che avevo visto la sera precedente. E lì, nel mezzo del caos sempre più intenso, continuai la mia inseguita del forestiero. Ma, come al solito, lui camminava avanti e indietro, senza mai allontanarsi dal tumulto di quella strada. Quando calarono le ombre della seconda sera, mi sentii estremamente stanco; mi fermai davanti a quel viandante e lo fissai intensamente negli occhi. Lui non si accorse di me e continuò il suo cammino solenne, mentre io smisi di seguirlo, rimanendo immerso nei miei pensieri. “Quest’uomo anziano,” dissi infine, “è l’esempio stesso del crimine profondo. Rifiuta di stare da solo. È ‘l’uomo della folla’. È inutile seguirlo: non scoprirò mai nulla di più su di lui, né sulle sue azioni. Il cuore più malvagio del mondo è un libro più oscuro del ‘Hortulus Animæ’. E forse è proprio una grande misericordia di Dio che non ci sia modo di leggerlo, ”

{1} Il “Hortulus Animæ cum Oratiunculis Aliquibus Superadditis” di Grünninger.