Che ne dite? Che ne dite della cupa CONSCIENZA,
di quel fantasma che mi ostacola il cammino?
—Pharronida di Chamberlayne.
Per il momento, lasciate che mi chiami William Wilson. Questo giovane che giace davanti a me non deve essere macchiato dal mio vero nome. Questo nome è già stato oggetto di disprezzo, orrore e odio da parte della mia stessa razza. Non hanno forse i venti indignati diffuso in ogni angolo del mondo la sua infamia senza pari? Oh, esiliato tra tutti gli esiliati, più abbandonato di tutti. Non sei forse morto per sempre per questa terra, per le sue onori, per i suoi fiori, per le sue aspirazioni dorate? E non c’è forse una nuvola densa, cupa e senza confini che pende eternamente tra le tue speranze e il cielo?
Non vorrei, se potessi, qui e oggi, raccontare di anni successivi di indicibile miseria e crimini imperdonabili. Quest’epoca, questi ultimi anni, hanno conosciuto un improvviso aumento di turpitudine; scoprire le cause di tutto ciò è lo scopo principale del mio discorso. Di solito, gli uomini diventano malvagi gradualmente; io, invece, in un istante, ho perso ogni traccia di virtù. Dalle colpe relativamente banali sono passato, con rapidità incredibile, alle enormità più atroci. Qual è stata la causa di tutto ciò? Ascoltate attentamente mentre vi racconto. La morte si avvicina; l’ombra che la precede ha esercitato su di me un influsso lenitivo. Desidero ardentemente, nel passare attraverso questa oscura valle, ricevere la compassione, anzi, il pietoso interesse dei miei simili. Vorrei che credessero che, in qualche modo, sono stato schiavo di circostanze al di fuori del controllo umano; vorrei che trovassero, nelle cose che sto per raccontare, un barlume di verità in mezzo a tanta follia. Vorrei che ammettessero, ciò che non possono fare a meno di ammettere, che, anche se la tentazione è stata grande, l’uomo non era mai stato prima così tentato, certamente, non era mai caduto così in basso. E quindi, perché non ha mai sofferto così tanto? Non ho forse vissuto tutto questo in un sogno? E ora, non sto forse morendo vittima dell’orrore e del mistero delle visioni più straordinarie che esistano al di sotto della luna?
Sono il discendente di una razza la cui natura fantasiosa e facilmente eccitabile l’ha sempre resa straordinaria; fin dalla mia più tenera infanzia dimostrai di aver ereditato appieno questo tratto caratteristico della mia famiglia. Con l’avanzare degli anni, tale tendenza si sviluppò ancora di più, diventando, per molte ragioni, motivo di grave preoccupazione per i miei amici e di danni concreti per me stesso. Diventai testardo, dipendente dai capricci più folli e vittima delle passioni più incontrollabili. Debole di carattere e afflitto da malattie congenite simili alle mie, i miei genitori non riuscirono a fare molto per contrastare queste cattive inclinazioni. Alcuni tentativi deboli e inefficaci si risolsero in totale fallimento da parte loro, e, naturalmente, in un completo trionfo da parte mia. Da quel momento in poi, la mia volontà divenne legge in casa; a un’età in cui pochi bambini abbandonano ancora il controllo dei genitori, fui lasciato alla guida delle mie stesse decisioni, e diventai, di fatto, padrone assoluto delle mie azioni.
I miei primissimi ricordi legati alla vita scolastica sono associati a una grande casa elisabettana, dispersa su un vasto terreno, in un villaggio dall’atmosfera nebbiosa dell’Inghilterra. Lì crescevano numerosi alberi giganteschi e contorti, e tutte le case erano estremamente antiche. In verità, era un luogo simile a un sogno, incantevole e rasserenante. In questo momento, con la fantasia, percepisco di nuovo la freschezza delle sue strade ombreggiate, respiro il profumo dei suoi numerosi arbusti e provo una gioia indescrivibile al suono profondo e cupo della campana della chiesa, che ogni ora rimbomba improvvisamente nella quiete dell’atmosfera crepuscolare, in cui si erge, immersa nel silenzio, la torre gotica.
Forse mi procura tanto piacere quanto possa provare in qualsiasi modo oggi, ripensare con attenzione a quei piccoli ricordi legati alla scuola e alle sue attività. Immerso nella miseria – ahimè, una miseria fin troppo reale – mi si perdonerà se cerco un po’ di sollievo, anche se lieve e temporaneo, nelle debolezze di alcuni dettagli insignificanti. Questi, in realtà assolutamente banali e persino ridicoli di per sé, assumono, nella mia immaginazione, un’importanza particolare, poiché sono legati a un periodo e a un luogo in cui ho riconosciuto le prime, ambigue avvisaglie di quel destino che in seguito mi ha completamente oscurato la vita. Lasciate quindi che ricordi.
La casa, come ho detto, era vecchia e irregolare. I terreni circostanti erano estesi, e un alto muro di mattoni, coronato da uno strato di malta e vetri rotti, delimitava l’intero complesso. Questa sorta di “mura prigioniera” costituiva il confine del nostro territorio; al di là di essa potevamo uscire soltanto tre volte alla settimana: una volta ogni sabato pomeriggio, quando, accompagnati da due custodi, ci veniva permesso fare brevi passeggiate in alcuni campi vicini; e altre due volte durante la domenica, quando venivamo fatti sfilare nello stesso modo solenne per partecipare alle funzioni mattutine e serali nell’unica chiesa del villaggio. Il preside della nostra scuola era il pastore di quella chiesa. Con quanta ammirazione e perplessità lo osservavo dal nostro lontano posto in galleria, mentre, con passi solenni e lenti, saliva sul pulpito! Quell’uomo rispettabile, dal volto così serio e benevolo, dalle vesti lucide e dall’aspetto tipicamente clericale, dalla parrucca accuratamente truccata. Poteva davvero essere lo stesso che, di recente, con un’espressione cupa e indossando abiti trasandati, imponeva con rigore le severe regole dell’accademia? Oh, gigantesco paradosso, troppo orribile per poter essere risolto!
Angolato rispetto al massiccio muro, si ergeva un cancello ancora più imponente. Era fissato con chiodi di ferro e adornato di spuntoni taglienti; che senso di profondo timore suscitava! Non veniva mai aperto se non per le tre occasioni regolari menzionate in precedenza; ogni cigolio delle sue poderose serrature trasmetteva un’atmosfera di mistero. Un mondo di materia degno di riflessione solenne, o addirittura di meditazione ancora più profonda.
Quell’ampio recinto aveva una forma irregolare e conteneva molte rientranze spaziose. Di queste, tre o quattro delle più grandi costituivano il campo da gioco. Il terreno era pianeggiante e coperto di ghiaia fine e dura. Ricordo bene che non ci fossero alberi, né panche, né nulla del genere all’interno. Naturalmente si trovava sul retro della casa. Davanti ad esso c’era un piccolo giardino piantato con piante come il rododendro e altri arbusti, ma attraversavamo questa “divisione sacra” solo in rare occasioni: per esempio al primo giorno di scuola o all’ultimo giorno di lezioni, oppure quando un genitore o un amico veniva a chiamarci, e noi ci recavamo felicemente a casa per le vacanze di Natale o di Mezza Estate.
Ma quella casa, che strano ed antico edificio! Per me era davvero un palazzo incantato. Le sue stanze si snodavano in modo inestricabile, le sue suddivisioni erano complesse e difficili da comprendere. Era quasi impossibile, in qualsiasi momento, stabilire con certezza su quale dei due piani ci si trovasse. Da ogni stanza all’altra c’erano sempre tre o quattro gradini da salire o scendere; inoltre, i corridoi laterali erano innumerevoli e intricati. Le nostre idee più precise su tutta la struttura della casa non erano molto diverse da quelle che avremmo potuto avere riguardo all’infinito. Durante i cinque anni trascorsi qui, non sono mai riuscito a scoprire con precisione in quale parte remota della casa si trovasse quella piccola stanza assegnata a me e ad altri diciotto o venti studiosi.
L’aula scolastica era la più grande dell’intero edificio; non potevo fare a meno di pensarci. Era molto lunga, stretta e piuttosto bassa, con finestre gotiche a forma di punta e soffitti in quercia. In un angolo remoto e inquietante c’era una piccola area delimitata da pareti alte otto o dieci piedi: durante gli orari di lavoro, costituiva il “sanctum” del nostro preside, il reverendo dottor Bransby. Si trattava di una struttura solida, con porte massicce che difficilmente si aprivano; in assenza del preside, noi tutti saremmo stati pronti a subire qualsiasi punizione. In altri angoli c’erano altre due stanze simili, molto meno rispettate di questa, ma comunque oggetto di grande timore. Una di queste era l’altare dell’insegnante addetto alle lezioni di letteratura classica; nell’aula, disseminate in modo disordinato, si trovavano innumerevoli banchi e scrivanie neri, antichi e consumati dal tempo, coperti fino all’orlo di libri impilati disordinatamente; su di essi erano sparsi lettere iniziali, nomi completi, figure grottesche, e ogni sorta di segno lasciato dall’uso quotidiano. All’estremità dell’aula c’era un enorme secchio pieno d’acqua, mentre all’altra estremità si trovava un orologio di dimensioni imponenti.
Rinchiuso tra le imponenti mura di questa venerabile accademia, trascorsi gli anni del terzo lustro della mia vita senza noia né disgusto. La fervida intelligenza dell’infanzia non ha bisogno di eventi esterni per essere occupata o divertita; e la apparentemente monotona routine scolastica era in realtà piena di emozioni più intense di quelle che la mia età matura abbia tratto dal lusso, o che la mia piena virilità abbia ricavato dal crimine. Tuttavia devo credere che lo sviluppo mentale della mia prima infanzia contenesse molto di ciò che è insolito, persino di ciò che è estremo. Per l’umanità in generale, gli eventi delle prime fasi dell’esistenza raramente lasciano tracce definitive nell’età adulta: tutto diventa una sorta di grigia ombra, un ricordo debole e irregolare, un insieme confuso di piaceri deboli e dolori fantasmagorici. Per me, invece, non è stato così. Nell’infanzia dovevo aver provato, con l’intensità di un uomo adulto, ciò che ora ritrovo nella mia memoria sotto forma di immagini vivide, profonde e durature, come gli incisi presenti sulle medaglie cartaginesi.
Eppure, in realtà – secondo la visione del mondo – c’era così poco di cui ricordarsi! Il risveglio al mattino, l’andare a letto alla sera; i compiti, le lezioni; le vacanze periodiche e le gite; il cortile giochi, con i suoi barbecue, i suoi passatempi, le sue “intrighette”. Questi elementi, grazie a una sorta di magia mentale da tempo dimenticata, venivano trasformati in un mondo pieno di emozioni intense, di avvenimenti ricchi e variegati, di sentimenti diversi e di eccitazioni appassionate e stimolanti. “Oh, quei bei tempi, che secolo meraviglioso!”
Nella verità, l’ardore, l’entusiasmo e la prepotenza del mio carattere mi resero presto un personaggio distintivo tra i miei compagni di scuola; gradualmente, ma in modo naturale, acquisii un ascendente su tutti coloro che non erano molto più anziani di me, tranne uno. Quest’eccezione era rappresentata da uno studente che, sebbene non fossimo parenti, condivideva lo stesso cognome cristiano con me; una circostanza in realtà poco significativa, poiché, nonostante un nobile lignaggio, il mio cognome apparteneva a quegli appellativi comuni che, per tradizione, sembrano essere diventati di proprietà collettiva della gente. Pertanto, in questa narrazione mi sono definito William Wilson: un nome fittizio non molto diverso dal vero. Il mio omonimo, l’unico tra coloro che, secondo la terminologia scolastica, facevano parte del “nostro gruppo”, si ostinava a non credere alle mie affermazioni e a non sottomettersi alla mia volontà, anzi, cercava in ogni modo di interferire con le mie decisioni. Se esiste al mondo un dispotismo supremo e assoluto, è certamente quello di una mente dominante su quelle meno energiche dei suoi compagni durante l’adolescenza.
La ribellione di Wilson fu per me una fonte di grande imbarazzo; tanto più che, nonostante il modo spavaldo con cui in pubblico mi comportavo nei suoi confronti e rispetto alle sue pretese, in segreto provavo paura di lui, e non potevo fare a meno di pensare che quell’“uguaglianza” che egli ostentava così facilmente con me fosse in realtà una prova della sua vera superiorità; poiché non essere sopraffatta da lui richiedeva da parte mia uno sforzo costante. Eppure questa superiorità – anzi, quest’“uguaglianza” – in verità non era riconosciuta da nessuno se non da me; i nostri compagni, per qualche inspiegabile cecità, sembravano nemmeno sospettarlo. Infatti, la sua competizione, la sua resistenza, e soprattutto le sue interferenze impertinenti e ostinate nei miei progetti, non erano affatto meno evidenti in privato che in pubblico. Sembrava del tutto privo sia dell’ambizione che spinge gli uomini a lottare per il successo, sia di quella passione intellettuale che mi permetteva di eccellere. Nel suo comportamento competitivo si poteva supporre che fosse motivato soltanto da un capriccioso desiderio di ostacolarmi, sorprendermi o umiliarmi; tuttavia c’erano momenti in cui non potevo fare a meno di osservare, con un misto di meraviglia, umiliazione e risentimento, che mescolava alle sue offese e contraddizioni una certa affettuosità del tutto inappropriata e sicuramente molto sgradita. Potevo solo supporre che questo comportamento strano derivasse da un’estrema vanità, che lo spingeva ad assumere atteggiamenti volgari di protettore e padrone.
Forse fu proprio questo ultimo tratto del comportamento di Wilson, unito alla nostra identicità di nome, e al semplice fatto che fossimo entrati nella scuola lo stesso giorno, a far nascere l’idea che fossimo fratelli tra i corsi più avanzati dell’accademia. Di solito, gli studenti più anziani non indagano con troppa cura sulle faccende dei loro compagni più giovani. Ho già detto, o avrei dovuto dire, che Wilson non aveva alcun legame di parentela con la mia famiglia; ma sicuramente, se fossimo stati fratelli, saremmo stati gemelli. Poiché, dopo essere uscito dalla casa del dottor Bransby, ho scoperto casualmente che il mio omonimo era nato il diciannovesimo gennaio 1813. E questa è davvero una coincidenza notevole: quel giorno coincide esattamente con la mia data di nascita.
Può sembrare strano che, nonostante l’ansia continua causata dalla rivalità di Wilson e dal suo intollerabile spirito di contraddizione, non riuscissi a odiarlo del tutto. Certo, quasi ogni giorno avevamo delle discussioni: lui, pur concedendomi pubblicamente la vittoria, trovava sempre il modo di farmi sentire che in realtà era stato lui ad averla meritata; tuttavia, un senso di orgoglio da parte mia e una vera dignità da parte sua ci tenevano sempre in rapporti “cordiali”, nonostante molti punti di affinità nei nostri caratteri potessero far nascere un sentimento che, forse solo a causa della nostra posizione, non riusciva a trasformarsi in amicizia. È davvero difficile definire, o anche descrivere, i miei veri sentimenti verso di lui: rappresentavano una miscela eterogenea e complessa: un po’ di animosità petulante, ma ancora lontana dall’odio; un certo rispetto, molto timore, e soprattutto una curiosità ansiosa. Per il moralista non sarà necessario aggiungere che Wilson ed io eravamo i compagni più inseparabili.
Non c’era alcun dubbio sullo stato anomalo delle cose che esisteva tra di noi; per questo tutti i miei attacchi contro di lui (e ne furono molti, sia aperti che nascosti) si trasformavano in scherzi o battute pratiche (che causavano dolore ma sembravano semplicemente divertenti), piuttosto che in un’ostilità più seria e decisa. Tuttavia, i miei sforzi in questo senso non ebbero sempre successo, nemmeno quando i miei piani erano stati abilmente concepiti; il mio rivale, infatti, possedeva quel tipo di umiltà e tranquilla sobrietà che, pur apprezzando l’effetto delle proprie battute, non aveva alcuna debolezza intrinseca e rifiutava categoricamente di essere preso in giro. Riuscii comunque a individuare un punto debole: una caratteristica personale, forse dovuta a una malattia congenita, che qualsiasi avversario meno astuto di me avrebbe evitato di sfruttare. Il mio rivale aveva infatti una debolezza negli organi vocali, che gli impediva di alzare la voce oltre un sussurro molto basso. Di questa imperfezione non mancai certo di approfittarne ogni volta che ne avevo l’opportunità.
Le rappresaglie di Wilson erano molte; e c’era un certo tipo della sua astuzia pratica che mi disturbava profondamente. Come avesse potuto scoprire, fin dall’inizio, che una cosa così insignificante potesse infastidirmi, è una domanda che non sono mai riuscito a risolvere; ma una volta che l’aveva capito, abitualmente continuava a causarmi fastidio. Avevo sempre avuto avversione per il mio patronimico poco elegante, e anche per il suo nome proprio, molto comune, se non addirittura plebeo. Quelle parole mi risultavano insopportabili; e quando, nel giorno del mio arrivo, un altro William Wilson entrò anch’egli nell’accademia, provai rabbia per il fatto che portasse lo stesso nome, e ancora più disgusto perché era uno sconosciuto a usarlo, una persona che avrebbe causato quella duplice coincidenza, che sarebbe stata costantemente presente nella mia vita, e le cui attività, nell’ambito delle normali routine scolastiche, inevitabilmente si sarebbero sovraposte alle mie.
Il senso di irritazione che ne derivava cresceva ad ogni occasione in cui si riscontrava una somiglianza, sia morale che fisica, tra il mio rivale e me. All’epoca non avevo ancora scoperto il fatto notevole che eravamo della stessa età; ma notavo che avevamo la stessa altezza e che anche i tratti del nostro viso erano stranamente simili. Mi infastidiva inoltre la voce che circolava riguardo a un possibile legame tra di noi, una voce che aveva preso piede tra gli studenti più anziani. In breve, nulla poteva disturbarmi di più (sebbene nascondessi scrupolosamente tale turbamento) di qualsiasi allusione a una somiglianza nel carattere, nell’aspetto o nelle condizioni personali tra noi. Ma, in verità, non avevo alcun motivo per credere che, ad eccezione di quella questione del legame familiare e nel caso specifico di Wilson stesso, questa somiglianza fosse mai stata oggetto di commenti da parte dei nostri compagni di scuola. Era evidente che anche lui se ne rendesse conto, e in modo altrettanto chiaro quanto me; ma il fatto che riuscisse a trarre da queste somiglianze un motivo così frequente di irritazione poteva essere attribuito, come avevo già detto, alla sua perspicacia eccezionale.
Il suo compito consisteva nel perfezionare un’imitazione di me stesso, e ci riuscì in modo davvero ammirevole. Era facile copiare il mio abbigliamento; il mio passo e il mio comportamento in generale furono facilmente imitati; nonostante il suo difetto congenito, nemmeno la mia voce gli sfuggì. Ovviamente evitò di utilizzare i miei toni più forti, ma la base su cui si basava l’imitazione era identica alla mia. E il suo sussurro diventò letteralmente l’eco del mio stesso sussurro.
Quanto questo raffinatissimo ritratto mi tormentasse, poiché non poteva certo essere definito una caricatura, ora non oso nemmeno descriverlo. Avevo soltanto un conforto: l’imitazione, a quanto pare, era stata notata soltanto da me, e dovevo sopportare soltanto i sorrisi comprensivi e stranamente sarcastici dello stesso uomo che portava il mio nome. Risolto di aver ottenuto l’effetto desiderato, sembrava ridacchiare in segreto per la stoccata che aveva inflitto, e, come al solito, ignorava completamente gli applausi del pubblico che il successo delle sue argute imitazioni avrebbe potuto facilmente suscitare. Il fatto che l’intera scuola non riconoscesse il suo intento, non apprezzasse il risultato ottenuto e non condividesse la sua derisione, per molti mesi angosciosi rimase un mistero che non riuscii a risolvere. Forse la gradazione delle sue imitazioni rendeva queste meno evidenti; oppure, più probabilmente, la mia “sicurezza” dipendeva dall’abilità del copista, il quale, disdegnando i dettagli superficiali (che in un dipinto sono tutto ciò che gli occhi meno attenti riescono a percepire), trasmetteva soltanto lo spirito originale dell’opera, lasciandomi solo con la mia delusione e il mio rammarico.
Ho già parlato più volte di quell’odioso atteggiamento di superiorità che lui assumeva nei miei confronti, e delle sue frequenti e invadenti interferenze nella mia volontà. Queste interferenze assumevano spesso la forma di consigli, ma non dati apertamente, bensì suggeriti o insinuati in modo subdolo. Li accoglievo con profondo disgusto, un disgusto che aumentava con il passare degli anni. Eppure, anche oggi, permettetemi di riconoscere onestamente che non ricordo alcuna occasione in cui i suggerimenti del mio rivale fossero a favore di errori o follie tipici della sua immaturità e apparente mancanza di esperienza; anzi, il suo senso morale, se non i suoi talenti generali o la sua saggezza mondana, era certamente più acuto del mio. Forse, oggi, sarei una persona migliore, e quindi più felice, se avessi accettato più spesso quei consigli nascosti dietro quelle parole sussurrate che allora odiavo con tanta intensità e disprezzavo con tale amarezza.
Così come stavano le cose, alla fine iniziai ad annoiarmi terribilmente sotto la sua insopportabile supervisione, e giorno dopo giorno iniziai a detestare sempre di più quella che consideravo la sua arroganza intollerabile. Ho già detto che nei primi anni della nostra amicizia scolastica i miei sentimenti verso di lui avrebbero potuto facilmente trasformarsi in amicizia; ma negli ultimi mesi del mio soggiorno all’accademia, sebbene l’intrusione del suo comportamento abituale fosse, senza dubbio, diminuita in qualche misura, i miei sentimenti, in proporzione quasi uguale, erano ormai pieni di odio vero e proprio. Una volta, credo, se ne accorse e da allora in poi evitò di incontrarmi, o almeno fece finta di evitarlo.
Fu più o meno in quel periodo, se ricordo bene, che, durante un alterco violento con lui, nel quale egli fu più del solito colto di sorpresa e parlò e agì con una schiettezza nel comportamento piuttosto insolita per la sua natura, notai, o credetti di notare, nel suo accento, nel suo atteggiamento e nel suo aspetto generale qualcosa che all’inizio mi sorprese profondamente, per poi suscitare in me un grande interesse. Quell’aspetto mi fece ricordare vaghe immagini della mia prima infanzia: ricordi confusi e frammentati di un tempo in cui la stessa memoria non esisteva ancora. Non posso descrivere meglio quella sensazione se non dicendo che fui quasi incapace di scacciare l’idea di aver già conosciuto quell’essere che mi stava davanti, in un’epoca molto lontana nel passato, un punto del tempo addirittura infinitamente remoto. Tuttavia, quell’illusione svanì rapidamente; menziono tutto ciò soltanto per precisare la data dell’ultima conversazione che ebbi con quel mio singolare omonimo.
Quella enorme e vecchia casa, con le sue innumerevoli stanze, aveva diverse grandi sale collegate tra loro, dove dormivano la maggior parte degli studenti. C’erano tuttavia, (come è inevitabile in un edificio così mal progettato), molti angoli nascosti o recessi; e l’ingegnosità di Dr. Bransby aveva reso anche questi spazi adatti come dormitori; sebbene, essendo semplici armadi, potessero ospitare soltanto una persona ciascuno. Uno di questi piccoli alloggi era occupato da Wilson.
Una notte, verso la fine del mio quinto anno di scuola, e subito dopo l’incidente appena menzionato, trovando tutti addormentati, mi alzai dal letto e, con una lampada in mano, mi intrufolai attraverso un labirinto di stretti corridoi dalla mia stanza alla stanza del mio rivale. Da tempo avevo pianificato di mettere in atto uno di quei scherzi maliziosi a suo scapito, ma fino ad allora non ci ero mai riuscito. Ora intendevo realizzare il mio piano e fargli sentire tutta la malvagità che provavo verso di lui. Arrivato nel suo armadio, entrai silenziosamente, lasciando la lampada con la sua griglia fuori dalla stanza. Mi avvicinai al letto e ascoltai il suono del suo respiro tranquillo; essendo certo che dormisse, presi la lampada e mi avvicinai di nuovo al letto. Le tende erano chiuse attorno a esso; le scostai lentamente e silenziosamente. I raggi luminosi illuminarono il dormiente. E i miei occhi videro il suo volto. Guardai, e un gelo intenso pervase tutto il mio corpo. Il mio petto si sollevò, le ginocchia mi tremarono. Un orrore insopportabile mi invase. Con difficoltà respirando, avvicinai ancora di più la lampada al suo viso. Erano davvero i tratti del William Wilson? Sì, erano proprio i suoi. Ma tremavo, come se stessi soffrendo di un attacco febbrile. Cosa c’era in loro che mi confondeva così tanto? Guardavo, mentre la mia mente era invasa da pensieri confusi e incoerenti. Non lo avevo mai visto così. Assolutamente no. Con lo stesso nome, la stessa corporatura, lo stesso giorno di arrivo all’accademia. E poi quella sua ostinata e insensata imitazione del mio modo di camminare, della mia voce, dei miei gesti. Era davvero possibile che tutto ciò fosse il risultato semplicemente dell’abitudine a imitarmi in modo sarcastico? Sconvolto e tremante, spensi la lampada, uscii silenziosamente dalla stanza e lasciai per sempre gli edifici di quell’antica accademia. Per non tornarci mai più.
Dopo alcuni mesi trascorsi in casa, dedicati soltanto ad attività oziose, mi ritrovai studente a Eton. Quel breve lasso di tempo era stato sufficiente per indebolire la mia memoria degli eventi avvenuti presso il dottor Bransby, o almeno per modificare in modo significativo il modo in cui li ricordavo. La verità – la tragedia di quegli eventi non esisteva più. Ora potevo persino dubitare delle prove fornite dai miei sensi; raramente affrontavo l’argomento, se non con stupore per la credulità umana e con un sorriso di fronte alla forza vivida dell’immaginazione che possedevo per natura. Questo tipo di scetticismo non sembrava destinato ad attenuarsi nemmeno a causa del modo di vivere che conducevo a Eton. Il vortice di follia e superficialità in cui mi imbattei lì, così rapidamente e senza riflettere, cancellò quasi completamente ogni traccia delle mie esperienze passate; soltanto le cose più banali e frivole rimasero nella mia memoria.
Tuttavia, non desidero descrivere qui nel dettaglio il corso della mia misera dissolutezza: una dissolutezza che sfidava le leggi, pur riuscendo a eludere la vigilanza delle istituzioni. Tre anni di follia, sprecati senza alcun risultato, non fecero altro che radicare in me abitudini viziose e, in misura piuttosto insolita, aumentarono la mia statura fisica. Dopo una settimana trascorsa in dissolutezze senza fine, invitai un piccolo gruppo di studenti i più dissoluti a una festa segreta nelle mie stanze. Ci incontrammo a un’ora tarda della notte: le nostre baldorie dovevano protrarsi fino all’alba. Il vino scorreva liberamente, e non mancavano altre tentazioni, forse ancora più pericolose; così che l’alba iniziava appena ad apparire a est, mentre la nostra follia raggiungeva il suo apice. Ero completamente ubriaco e, mentre insistevo perché si brindasse con frasi particolarmente volgari, la mia attenzione fu improvvisamente distratta dal violento aprirsi della porta dell’appartamento, e dalla voce ansiosa di un servitore dall’esterno. Lui disse che qualcuno, chiaramente in grande fretta, chiedeva di parlarmi nell’atrio.
Estremamente eccitato dal vino, quell’interruzione inaspettata mi fece più piacere che sorprendere. Mi avvicinai subito; dopo pochi passi mi trovai nel vestibolo dell’edificio. In quella stanza bassa e piccola non c’era alcuna lampada; non filtrava alcuna luce, se non quella debole dell’‘alba che penetrava attraverso la finestra semicircolare. Appena superato il portale, notai la figura di un giovane più o meno della mia stessa altezza, vestito con una giacca da mattina in lana bianca, tagliata secondo lo stile moderno che anch’io indossavo in quel momento. La debole luce mi permetteva di distinguerlo; ma i tratti del suo viso rimanevano invisibili. Non appena entrai, si avvicinò rapidamente a me, afferrandomi per il braccio con un gesto di impazienza infantile, e sussurrò all’orecchio: “William Wilson!”
Rimasi completamente sobrio in un istante.
C’era qualcosa nel modo di quell’uomo sconosciuto, e nel tremulo movimento del suo dito sollevato mentre lo posizionava tra i miei occhi e la luce. Questo mi riempì di assoluto stupore; ma non fu questo ad commuovermi profondamente. Fu piuttosto il contenuto di quelle parole solenni, pronunciate in un tono sommesso e sibilante; soprattutto, fu il carattere, il tono, l’inflessione di quelle poche sillabe semplici e familiari. Queste parole suscitarono mille ricordi di tempi passati e colpirono la mia ‘anima con la forza di una scossa elettrica. Prima che potessi riprendere il controllo dei miei sensi, lui se n’era già andato.
Sebbene questo evento non avesse lasciato un’impronta particolarmente vivida sulla mia immaginazione disordinata, fu comunque effimero quanto intenso. Per alcune settimane, infatti, mi dedicai seriamente ad indagini approfondite o fui avvolto in una nuvola di speculazioni morbose. Non cercai certo di nascondere dalla mia coscienza l’identità di quell’individuo che insisteva nel interferire nelle mie faccende e mi tormentava con i suoi consigli insinuanti. Ma chi era questo Wilson? Da dove proveniva? Quali erano le sue intenzioni? Su nessuno di questi punti riuscii a ottenere risposte soddisfacenti; seppi soltanto che un improvviso evento familiare lo aveva costretto ad abbandonare l’accademia del dottor Bransby nel pomeriggio stesso in cui anch’io ero fuggito. Tuttavia, dopo poco smisi di pensarci: la mia attenzione era completamente assorbita dal progetto di partire per Oxford. Presto ci andai; l’incauta vanità dei miei genitori mi fornì abiti e un reddito annuo sufficienti a permettermi di indulgere liberamente in quei lussi che ormai mi erano diventati così cari, per competere, in termini di spesa, con gli eredi più nobili delle più ricche contee della Gran Bretagna.
Excitato da tali pratiche viziose, il mio temperamento naturale scatenò un ardore raddoppiato; rifiutai persino le più comuni norme di decenza, immerso nella follia dei miei eccessi. Ma sarebbe assurdo soffermarmi sui dettagli delle mie stravaganze. Basta dire che, tra tutti i dissipatori, superai addirittura Erode; e che, dando nome a innumerevoli follie nuove, non aggiunsi certo nulla di nuovo al lungo elenco dei vizi allora diffusi nella più dissoluta università d’Europa.
Tuttavia, è difficile credere che io fossi, anche qui, caduto così completamente al di sotto dei comportamenti da gentiluomo da ricorrere alle più vili pratiche del gioco d’azzardo, diventandone un esperto e utilizzandole abitualmente per aumentare il mio già enorme reddito a scapito delle persone più deboli tra i miei colleghi. Eppure, questa era la realtà. Ed è proprio l’enormità di questo comportamento, contrario a ogni sentimento nobile ed onorevole, che costituiva, senza dubbio, la principale, se non l’unica ragione dell’impunità con cui fu commesso. Chi, infatti, tra i miei compagni più dissoluti, avrebbe preferito mettere in dubbio anche le prove più evidenti della loro stessa sanità mentale, piuttosto che sospettare di comportamenti del genere da parte di quel gioviale, franco e generoso William Wilson – il più nobile e liberalissimo cittadino comune di Oxford – le cui follie, secondo i suoi “parassiti”, non erano altro che quelle tipiche della gioventù e dell’immaginazione incontrollata; i cui errori, semplicemente capricci unici nel loro genere; i cui vizi più oscuri, soltanto espressioni di una spensierata e disinvolta stravaganza?
Ero ormai da due anni impegnato con successo in questo modo, quando all’università arrivò un giovane nobile di recente fortuna, Glendinning: si diceva fosse ricco quanto Erode Attico; anche la sua ricchezza, però, era stata ottenuta in modo altrettanto facile. Presto scoprii che aveva una mente debole e, naturalmente, lo considerai un soggetto ideale per le mie macchinazioni. Lo coinvolgevo spesso in partite di gioco e, con l’abituale astuzia dei giocatori d’azzardo, facevo in modo che vincesse somme considerevoli, al fine di intrappolarlo ancora di più nelle mie trappole. Alla fine, quando i miei piani furono pronti, lo incontrai (con l’intenzione chiara che quell’incontro fosse definitivo) nelle stanze di un altro comune cittadino, il signor Preston, che era altrettanto intimo sia di lui che di me; tuttavia, a onor del vero, lui non sospettò nemmeno lontanamente delle mie intenzioni. Per rendere tutto più credibile, avevo organizzato un gruppo di otto o dieci persone e mi assicurai con cura che l’introduzione dei carte sembrasse casuale, nata proprio dalla proposta dello stesso Glendinning. Per non dilungarmi su un argomento così vile, non fu tralasciata alcuna delle sottilità tipiche di queste occasioni; è davvero sorprendente che ancora oggi ci siano persone così ingenuhe da cadere vittime di simili trucchi.
Avevamo prolungato la nostra seduta fino a tarda notte, e alla fine ero riuscito a far sì che Glendinning diventasse il mio unico avversario. Quel gioco era anche il mio preferito. Il resto del gruppo, interessato al corso della partita, aveva abbandonato le proprie carte e stava osservando noi come spettatori. Quell’uomo, che all’inizio della serata, grazie alle mie manovre, aveva iniziato a bere abbondantemente, ora mescolava, distribuiva le carte e giocava con una nervosità selvaggia. Una nervosità che, pensavo, in parte doveva essere dovuta all’alcol, ma non del tutto. In poco tempo era diventato mio debitore di una somma considerevole; poi, dopo aver bevuto un lungo sorso di porto, fece esattamente ciò che avevo previsto: propose di raddoppiare le nostre già eccessive scommesse. Con un finto riluttante, e solo dopo ripetuti rifiuti, lo convinsi a smettere. Il risultato, naturalmente, dimostrò quanto completamente fossi riuscito a dominarlo: in meno di un’ora aveva quadruplicato il proprio debito. Per un po’ il suo viso aveva perso il rossore causato dall’alcol; ma ora, con mia grande sorpresa, appariva pallido e terreo. Glendinning era stato descritto a me come estremamente ricco; le somme che aveva perso, per quanto ingenti, non avrebbero dovuto turbarlo così profondamente. L’idea che fosse stato sopraffatto dall’alcol mi venne subito in mente. E, più che per motivi personali, decisi di insistere affinché smettesse di giocare. Ma alcune parole udite intorno a me, e un’esclamazione di totale disperazione da parte di Glendinning, mi fecero capire che avevo causato la sua rovina totale. In circostanze che avrebbero dovuto renderlo oggetto di compassione per tutti.
È difficile dire quale sarebbe stata la mia reazione in quel momento. La misera condizione della mia vittima aveva gettato su tutti un’atmosfera di imbarazzo e tristezza; per alcuni istanti regnò un profondo silenzio, durante il quale non potei fare a meno di sentire le guance bruciare sotto gli sguardi pieni di disprezzo o rimprovero lanciati verso di me da coloro che erano ancora in grado di controllarsi. Devo ammettere anche che, per un breve istante, il peso insopportabile dell’ansia si sollevò dal mio petto a causa dell’interruzione improvvisa e straordinaria che seguì. Le grandi porte della stanza si aprirono all’improvviso con violenza, spegnendo come per magia tutte le candele presenti nella stanza. La luce fioca che rimase ci permise di intravedere una figura sconosciuta, alta più o meno quanto me e avvolta in un mantello che ne nascondeva completamente i tratti. Tuttavia, l’oscurità era ormai totale; potevamo soltanto percepire che quella persona si trovava al centro della stanza. Prima ancora che qualcuno di noi riuscisse a riprendersi dall’estrema sorpresa causata da tale comportamento scortese, sentimmo la voce dell’intruso.
“Signori,” disse lui, con un sussurro basso, chiaro e indimenticabile che mi fece tremare fino alle ossa, “Signori, non chiedo scusa per questo comportamento, perché agendo in questo modo sto semplicemente adempiendo a un dovere. Voi, senza dubbio, non conoscete la vera natura della persona che, ieri sera, ha vinto una grossa somma di denaro da Lord Glendinning giocando a écarté. Pertanto, vi propongo un piano rapido e decisivo per ottenere queste informazioni così necessarie. Vi prego di esaminare, con calma, l’interno del polsino della sua manica sinistra, nonché i diversi piccoli pacchetti che si trovano nelle tasche abbastanza capienti del suo gilet ricamato.”
Mentre parlava, il silenzio era così profondo che si sarebbe potuto sentire cadere un ago per terra. Una volta terminato di parlare, se ne andò immediatamente, proprio come era entrato. Posso, dovrei descrivere le mie sensazioni? Devo dire che provai tutti gli orrori dei dannati? Senza dubbio, non mi fu data molto tempo per riflettere. Molte mani mi afferrarono bruscamente sul posto, e subito furono accese delle luci. Seguì una perquisizione: nella fodera della mia manica furono trovate tutte le carte da gioco necessarie per giocare a écarté, e nelle tasche del mio mantello diversi mazzi, copie di quelle utilizzate durante le nostre partite, con l’unica differenza che le mie erano di quel tipo chiamato tecnicamente “arrondees”: i bordi delle carte erano leggermente convessi, sia alle estremità che sui lati. Con questa configurazione, chi taglia lungo il mazzo, come è consuetudine, finirà inevitabilmente per dare alla carta contrapposta un valore superiore; mentre chi taglia nella larghezza non darà mai alla propria carta un valore valido per il gioco.
Qualsiasi impulso di indignazione di fronte a questa scoperta avrebbe avuto su di me un effetto minore rispetto al disprezzo silenzioso o alla compostezza sarcastica con cui fu accettata.
“Signor Wilson,” disse il nostro ospite, chinandosi per togliere da sotto i suoi piedi un mantello estremamente lussuoso fatto di pellicce rare, “Signor Wilson, questo è suo.” (Il tempo era freddo; e uscendo dalla mia stanza, mi ero messo addosso un mantello sopra il mio abito da camera, togliendolo non appena arrivato sul luogo dell’evento.) “Immagino che sia superfluo cercare qui (guardando le pieghe del mantello con un sorriso amaro) ulteriori prove della sua abilità. In effetti, ne abbiamo avute abbastanza. Spero che comprenderà la necessità di lasciare Oxford. Almeno, di lasciare immediatamente le mie stanze.”
Umiliato, prostrato fino alla polvere, come ero allora, probabilmente avrei reagito con violenza immediata a quel linguaggio offensivo, se tutta la mia attenzione non fosse stata catturata in quel momento da un fatto di estrema gravità. Il mantello che indossavo era fatto di una pelliccia rara; quanto fosse rara e costosissima, non oso nemmeno dirlo. Anche il suo design era frutto della mia stessa fantasia: ero infatti estremamente vanitoso in questioni di questo genere. Quindi, quando il signor Preston mi porse ciò che aveva raccolto dal pavimento, vicino alle porte dell’appartamento, fui assolutamente sbalordito nel constatare che quello che mi veniva offerto era esattamente lo stesso mantello che indossavo io, senza alcun dubbio l’avevo messo lì senza rendermene conto. L’unica persona che poteva avermi messo in quella situazione imbarazzante era stata quella che, ricordavo, indossava un mantello simile; e nessuno altro, tranne me, ne aveva uno con sé. Riacquistando un po’ di lucidità, presi il mantello offertomi da Preston, lo indossai sopra il mio senza che nessuno se ne accorgesse, lasciai l’appartamento con un’espressione di sfida e, la mattina seguente, prima dell’alba, iniziai una frettolosa viaggio da Oxford verso il continente, nel tormento più profondo dell’orrore e della vergogna.
Fuggii invano. Il mio malvagio destino mi inseguì con gioia, dimostrando che l’esercizio del suo misterioso dominio era appena iniziato. Appena misi piede a Parigi, ebbi nuove prove dell’odiosa attenzione che questo Wilson dedicava ai miei affari. Gli anni passarono, ma non provai mai sollievo. Malvagio. A Roma, con quanta prematura e sinistra intromissione si frappose tra me e la mia ambizione! Anche a Vienna, a Berlino, a Mosca. Dove, in verità, non avrei avuto motivo di maledirlo nel mio cuore? Alla fine, fuggii dalla sua inscrutabile tirannia, spaventato come da una pestilenza. Ma anche all’estremità della terra, la mia fuga fu vana.
E ancora e ancora, in segreta comunione con il mio stesso spirito, ponevo queste domande: “Chi è? – Da dove viene? – E quali sono i suoi scopi?” Ma non si trovava alcuna risposta. Allora esaminavo con estrema attenzione le forme, i metodi e le caratteristiche principali di quella sua invasiva interferenza. Ma anche in questo caso c’era ben poco su cui basare una congettura. Era evidente, infatti, che, nelle molteplici occasioni in cui negli ultimi tempi mi aveva incontrato, lo aveva fatto soltanto per frustrare quei piani o disturbare quelle azioni che, se portate a termine, avrebbero potuto causare gravi conseguenze negative. Che misera giustificazione, in verità, per un’autorità così prepotentemente rivendicata. Che debole compensazione per i diritti naturali all’auto-determinazione dell’individuo, così ostinatamente e offensivamente negati!
Ero stato anche costretto a notare che il mio tormentatore, per un periodo molto lungo di tempo (mentre con scrupolosità e straordinaria abilità manteneva quell’illusoria identità nell’abbigliamento con la mia), aveva organizzato tutto in modo tale che, nel corso delle sue continue interferenze nella mia volontà, non riuscissi mai a scorgere i tratti del suo viso. Che Wilson fosse ciò che voleva essere, questo, almeno, era pura finzione o follia. Poteva davvero pensare, anche per un istante, che in colui che mi rimproverava a Eton, che distruggeva la mia reputazione a Oxford, che ostacolava le mie ambizioni a Roma, la mia vendetta a Parigi, il mio amore appassionato a Napoli, o ciò che falsamente definiva avidità in Egitto, potesse non riconoscere in lui lo stesso William Wilson dei giorni della scuola: il nome uguale, il compagno di giochi, il rivale, quel rivale odiato e temuto al fianco del dottor Bransby? Impossibile! Ma lasciate che mi affretti a raccontare l’ultima, decisiva scena di questa tragedia.
Fino ad ora avevo ceduto passivamente a questo dominio imperioso. Il profondo timore reverenziale che nutrivo abitualmente per il carattere nobile, la saggezza maestosa, l’apparente onnipresenza e onnipotenza di Wilson, uniti a un senso di terrore suscitato da altri tratti della sua natura e dalle sue azioni, avevano finora fatto sì che mi considerassi completamente debole e indifeso, spingendomi a una sottomissione passiva alla sua volontà arbitraria. Ma negli ultimi tempi mi ero completamente abbandonato all’alcol; la sua influenza devastante sul mio temperamento ereditario aveva reso sempre più difficile per me controllarmi. Avevo iniziato a mormorare, a esitare, a resistere. E forse era solo un’illusione il fatto che credessi che, con l’aumentare della mia determinazione, anche quella del mio tormentatore diminuisse di conseguenza? Comunque fosse, ora provavo una fiamma di speranza ardente nel cuore, e alla fine nacque in me la risoluzione ferma e disperata di non sottomettermi più a nessuna schiavitù.
Fu a Roma, durante il Carnevale del 18—, che partecipai a una mascherata nel palazzo del duca napoletano Di Broglio. Avevo indulgito più del solito negli eccessi della tavola; ora l’atmosfera soffocante delle stanze affollate mi irritava oltre ogni limite. Inoltre, la difficoltà di farsi strada tra la folla non contribuiva certo a migliorare il mio umore; anzi, cercavo con ansia, (lasciate che non dica con quale motivo indegno) quella giovane, allegra e bellissima donna, moglie dell’anziano e affettuoso Di Broglio. Con una fiducia troppo spregiudicata, lei mi aveva rivelato in precedenza il segreto del costume che avrebbe indossato; ora, dopo aver intravisto la sua figura, mi affrettavo a raggiungerla. In quel momento sentii una mano leggera posarsi sulla mia spalla, e quella voce bassa, odiosa, che non dimenticherò mai, sussurrarmi all’orecchio.
In un’assoluta frenesia di rabbia, mi rivolsi immediatamente verso colui che mi aveva interrotto in quel modo e lo afferrai con violenza per il colletto. Era vestito, come mi aspettavo, con abiti completamente simili ai miei: indossava un mantello spagnolo di velluto blu, stretto in vita da una cintura rossa che reggeva una spada. Una maschera di seta nera copriva interamente il suo viso.
“Mascalzone!” dissi con una voce rauca per la rabbia; ogni sillaba che pronunciavo sembrava alimentare ancora di più la mia furia. “Mascalzone! Impostore! Maledetto traditore. Non mi seguirai fino alla morte! Seguimi, altrimenti ti pugnalo sul posto!” E così mi precipitai fuori dalla sala da ballo in una piccola anticamera adiacente, trascinandomelo dietro senza che potesse resistere.
Appena entrato, lo spinsi via con furia. Barcollò contro il muro, mentre io chiudevo la porta imprecando e gli ordinavo di tirare. Esitò solo per un istante; poi, con un leggero sospiro, cadde nel silenzio e si preparò a difendersi.
La battaglia fu davvero breve. Ero in preda a un’emozione selvaggia e intensa; sentivo nella mia singola mano l’energia e la forza di molte persone. In pochi secondi lo spinsi con tutta la mia forza contro il rivestimento della parete, mettendolo così alla miseria, e poi affondai la mia _spada, con una ferocia selvaggia, più e più volte nel suo petto.
In quell’istante qualcuno provò ad aprire la porta con il chiavistello. Mi affrettai a impedire l’intrusione e subito dopo tornai dal mio avversario morente. Ma quale lingua umana potrebbe descrivere adeguatamente quell’orrore, quella paura che mi invase di fronte a quella scena terribile? Il breve attimo in cui distolsi lo sguardo fu sufficiente perché le cose nella parte superiore della stanza subissero un cambiamento evidente: un grande specchio, che all’inizio mi sembrò essere apparso lì dove prima non c’era nulla, ora si trovava nel punto in cui prima non esisteva affatto. E quando mi avvicinai a esso, in preda al terrore, la mia stessa immagine – ma con i tratti del viso pallidi e macchiati di sangue – mi apparve davanti, camminando con passi deboli e incerti.
Ecco come sembrava, dico io, ma in realtà non era così. Era il mio avversario: era Wilson, che ora si trovava davanti a me, nel tormento della sua dissoluzione. La sua maschera e il suo mantello giacevano per terra, dove li aveva gettati. Non c’era un filo nei suoi abiti, né una linea nei tratti caratteristici del suo viso che non fosse, in modo assolutamente identico, proprio mio!
Era Wilson; ma non parlava più sottovoce, e avrei potuto pensare che fossi io stesso a parlare mentre lui diceva quelle parole.
“Hai vinto, e mi arrendo. Tuttavia, da questo momento anche tu sei morto, morto per il Mondo, per il Cielo e per l’Speranza! In me esistevi. E nella mia morte, guarda in quest’immagine, che è tua stessa, quanto completamente ti sia distrutto.”
What say of it? what say of CONSCIENCE grim, That spectre in my path? —Chamberlayne’s Pharronida.
Let me call myself, for the present, William Wilson. The fair page now lying before me need not be sullied with my real appellation. This has been already too much an object for the scorn—for the horror—for the detestation of my race. To the uttermost regions of the globe have not the indignant winds bruited its unparalleled infamy? Oh, outcast of all outcasts most abandoned!—to the earth art thou not forever dead? to its honors, to its flowers, to its golden aspirations?—and a cloud, dense, dismal, and limitless, does it not hang eternally between thy hopes and heaven?
I would not, if I could, here or to-day, embody a record of my later years of unspeakable misery, and unpardonable crime. This epoch—these later years—took unto themselves a sudden elevation in turpitude, whose origin alone it is my present purpose to assign. Men usually grow base by degrees. From me, in an instant, all virtue dropped bodily as a mantle. From comparatively trivial wickedness I passed, with the stride of a giant, into more than the enormities of an Elah-Gabalus. What chance—what one event brought this evil thing to pass, bear with me while I relate. Death approaches; and the shadow which foreruns him has thrown a softening influence over my spirit. I long, in passing through the dim valley, for the sympathy—I had nearly said for the pity—of my fellow men. I would fain have them believe that I have been, in some measure, the slave of circumstances beyond human control. I would wish them to seek out for me, in the details I am about to give, some little oasis of fatality amid a wilderness of error. I would have them allow—what they cannot refrain from allowing—that, although temptation may have erewhile existed as great, man was never thus, at least, tempted before—certainly, never thus fell. And is it therefore that he has never thus suffered? Have I not indeed been living in a dream? And am I not now dying a victim to the horror and the mystery of the wildest of all sublunary visions?
I am the descendant of a race whose imaginative and easily excitable temperament has at all times rendered them remarkable; and, in my earliest infancy, I gave evidence of having fully inherited the family character. As I advanced in years it was more strongly developed; becoming, for many reasons, a cause of serious disquietude to my friends, and of positive injury to myself. I grew self-willed, addicted to the wildest caprices, and a prey to the most ungovernable passions. Weak-minded, and beset with constitutional infirmities akin to my own, my parents could do but little to check the evil propensities which distinguished me. Some feeble and ill-directed efforts resulted in complete failure on their part, and, of course, in total triumph on mine. Thenceforward my voice was a household law; and at an age when few children have abandoned their leading-strings, I was left to the guidance of my own will, and became, in all but name, the master of my own actions.
My earliest recollections of a school-life, are connected with a large, rambling, Elizabethan house, in a misty-looking village of England, where were a vast number of gigantic and gnarled trees, and where all the houses were excessively ancient. In truth, it was a dream-like and spirit-soothing place, that venerable old town. At this moment, in fancy, I feel the refreshing chilliness of its deeply-shadowed avenues, inhale the fragrance of its thousand shrubberies, and thrill anew with undefinable delight, at the deep hollow note of the church-bell, breaking, each hour, with sullen and sudden roar, upon the stillness of the dusky atmosphere in which the fretted Gothic steeple lay imbedded and asleep.
It gives me, perhaps, as much of pleasure as I can now in any manner experience, to dwell upon minute recollections of the school and its concerns. Steeped in misery as I am—misery, alas! only too real—I shall be pardoned for seeking relief, however slight and temporary, in the weakness of a few rambling details. These, moreover, utterly trivial, and even ridiculous in themselves, assume, to my fancy, adventitious importance, as connected with a period and a locality when and where I recognise the first ambiguous monitions of the destiny which afterwards so fully overshadowed me. Let me then remember.
The house, I have said, was old and irregular. The grounds were extensive, and a high and solid brick wall, topped with a bed of mortar and broken glass, encompassed the whole. This prison-like rampart formed the limit of our domain; beyond it we saw but thrice a week—once every Saturday afternoon, when, attended by two ushers, we were permitted to take brief walks in a body through some of the neighbouring fields—and twice during Sunday, when we were paraded in the same formal manner to the morning and evening service in the one church of the village. Of this church the principal of our school was pastor. With how deep a spirit of wonder and perplexity was I wont to regard him from our remote pew in the gallery, as, with step solemn and slow, he ascended the pulpit! This reverend man, with countenance so demurely benign, with robes so glossy and so clerically flowing, with wig so minutely powdered, so rigid and so vast,—-could this be he who, of late, with sour visage, and in snuffy habiliments, administered, ferule in hand, the Draconian laws of the academy? Oh, gigantic paradox, too utterly monstrous for solution!
Che ne dite? Che ne dite della cupa CONSCIENZA,
di quel fantasma che mi ostacola il cammino?
—Pharronida di Chamberlayne.
Per il momento, lasciate che mi chiami William Wilson. Questo giovane che giace davanti a me non deve essere macchiato dal mio vero nome. Questo nome è già stato oggetto di disprezzo, orrore e odio da parte della mia stessa razza. Non hanno forse i venti indignati diffuso in ogni angolo del mondo la sua infamia senza pari? Oh, esiliato tra tutti gli esiliati, più abbandonato di tutti. Non sei forse morto per sempre per questa terra, per le sue onori, per i suoi fiori, per le sue aspirazioni dorate? E non c’è forse una nuvola densa, cupa e senza confini che pende eternamente tra le tue speranze e il cielo?
Non vorrei, se potessi, qui e oggi, raccontare di anni successivi di indicibile miseria e crimini imperdonabili. Quest’epoca, questi ultimi anni, hanno conosciuto un improvviso aumento di turpitudine; scoprire le cause di tutto ciò è lo scopo principale del mio discorso. Di solito, gli uomini diventano malvagi gradualmente; io, invece, in un istante, ho perso ogni traccia di virtù. Dalle colpe relativamente banali sono passato, con rapidità incredibile, alle enormità più atroci. Qual è stata la causa di tutto ciò? Ascoltate attentamente mentre vi racconto. La morte si avvicina; l’ombra che la precede ha esercitato su di me un influsso lenitivo. Desidero ardentemente, nel passare attraverso questa oscura valle, ricevere la compassione, anzi, il pietoso interesse dei miei simili. Vorrei che credessero che, in qualche modo, sono stato schiavo di circostanze al di fuori del controllo umano; vorrei che trovassero, nelle cose che sto per raccontare, un barlume di verità in mezzo a tanta follia. Vorrei che ammettessero, ciò che non possono fare a meno di ammettere, che, anche se la tentazione è stata grande, l’uomo non era mai stato prima così tentato, certamente, non era mai caduto così in basso. E quindi, perché non ha mai sofferto così tanto? Non ho forse vissuto tutto questo in un sogno? E ora, non sto forse morendo vittima dell’orrore e del mistero delle visioni più straordinarie che esistano al di sotto della luna?
Sono il discendente di una razza la cui natura fantasiosa e facilmente eccitabile l’ha sempre resa straordinaria; fin dalla mia più tenera infanzia dimostrai di aver ereditato appieno questo tratto caratteristico della mia famiglia. Con l’avanzare degli anni, tale tendenza si sviluppò ancora di più, diventando, per molte ragioni, motivo di grave preoccupazione per i miei amici e di danni concreti per me stesso. Diventai testardo, dipendente dai capricci più folli e vittima delle passioni più incontrollabili. Debole di carattere e afflitto da malattie congenite simili alle mie, i miei genitori non riuscirono a fare molto per contrastare queste cattive inclinazioni. Alcuni tentativi deboli e inefficaci si risolsero in totale fallimento da parte loro, e, naturalmente, in un completo trionfo da parte mia. Da quel momento in poi, la mia volontà divenne legge in casa; a un’età in cui pochi bambini abbandonano ancora il controllo dei genitori, fui lasciato alla guida delle mie stesse decisioni, e diventai, di fatto, padrone assoluto delle mie azioni.
I miei primissimi ricordi legati alla vita scolastica sono associati a una grande casa elisabettana, dispersa su un vasto terreno, in un villaggio dall’atmosfera nebbiosa dell’Inghilterra. Lì crescevano numerosi alberi giganteschi e contorti, e tutte le case erano estremamente antiche. In verità, era un luogo simile a un sogno, incantevole e rasserenante. In questo momento, con la fantasia, percepisco di nuovo la freschezza delle sue strade ombreggiate, respiro il profumo dei suoi numerosi arbusti e provo una gioia indescrivibile al suono profondo e cupo della campana della chiesa, che ogni ora rimbomba improvvisamente nella quiete dell’atmosfera crepuscolare, in cui si erge, immersa nel silenzio, la torre gotica.
Forse mi procura tanto piacere quanto possa provare in qualsiasi modo oggi, ripensare con attenzione a quei piccoli ricordi legati alla scuola e alle sue attività. Immerso nella miseria – ahimè, una miseria fin troppo reale – mi si perdonerà se cerco un po’ di sollievo, anche se lieve e temporaneo, nelle debolezze di alcuni dettagli insignificanti. Questi, in realtà assolutamente banali e persino ridicoli di per sé, assumono, nella mia immaginazione, un’importanza particolare, poiché sono legati a un periodo e a un luogo in cui ho riconosciuto le prime, ambigue avvisaglie di quel destino che in seguito mi ha completamente oscurato la vita. Lasciate quindi che ricordi.
La casa, come ho detto, era vecchia e irregolare. I terreni circostanti erano estesi, e un alto muro di mattoni, coronato da uno strato di malta e vetri rotti, delimitava l’intero complesso. Questa sorta di “mura prigioniera” costituiva il confine del nostro territorio; al di là di essa potevamo uscire soltanto tre volte alla settimana: una volta ogni sabato pomeriggio, quando, accompagnati da due custodi, ci veniva permesso fare brevi passeggiate in alcuni campi vicini; e altre due volte durante la domenica, quando venivamo fatti sfilare nello stesso modo solenne per partecipare alle funzioni mattutine e serali nell’unica chiesa del villaggio. Il preside della nostra scuola era il pastore di quella chiesa. Con quanta ammirazione e perplessità lo osservavo dal nostro lontano posto in galleria, mentre, con passi solenni e lenti, saliva sul pulpito! Quell’uomo rispettabile, dal volto così serio e benevolo, dalle vesti lucide e dall’aspetto tipicamente clericale, dalla parrucca accuratamente truccata. Poteva davvero essere lo stesso che, di recente, con un’espressione cupa e indossando abiti trasandati, imponeva con rigore le severe regole dell’accademia? Oh, gigantesco paradosso, troppo orribile per poter essere risolto!
At an angle of the ponderous wall frowned a more ponderous gate. It was riveted and studded with iron bolts, and surmounted with jagged iron spikes. What impressions of deep awe did it inspire! It was never opened save for the three periodical egressions and ingressions already mentioned; then, in every creak of its mighty hinges, we found a plenitude of mystery—a world of matter for solemn remark, or for more solemn meditation.
The extensive enclosure was irregular in form, having many capacious recesses. Of these, three or four of the largest constituted the play-ground. It was level, and covered with fine hard gravel. I well remember it had no trees, nor benches, nor anything similar within it. Of course it was in the rear of the house. In front lay a small parterre, planted with box and other shrubs, but through this sacred division we passed only upon rare occasions indeed—such as a first advent to school or final departure thence, or perhaps, when a parent or friend having called for us, we joyfully took our way home for the Christmas or Midsummer holidays.
But the house!—how quaint an old building was this!—to me how veritably a palace of enchantment! There was really no end to its windings—to its incomprehensible subdivisions. It was difficult, at any given time, to say with certainty upon which of its two stories one happened to be. From each room to every other there were sure to be found three or four steps either in ascent or descent. Then the lateral branches were innumerable—inconceivable—and so returning in upon themselves, that our most exact ideas in regard to the whole mansion were not very far different from those with which we pondered upon infinity. During the five years of my residence here, I was never able to ascertain with precision, in what remote locality lay the little sleeping apartment assigned to myself and some eighteen or twenty other scholars.
The school-room was the largest in the house—I could not help thinking, in the world. It was very long, narrow, and dismally low, with pointed Gothic windows and a ceiling of oak. In a remote and terror-inspiring angle was a square enclosure of eight or ten feet, comprising the sanctum, “during hours,” of our principal, the Reverend Dr. Bransby. It was a solid structure, with massy door, sooner than open which in the absence of the “Dominie,” we would all have willingly perished by the peine forte et dure. In other angles were two other similar boxes, far less reverenced, indeed, but still greatly matters of awe. One of these was the pulpit of the “classical” usher, one of the “English and mathematical.” Interspersed about the room, crossing and recrossing in endless irregularity, were innumerable benches and desks, black, ancient, and time-worn, piled desperately with much-bethumbed books, and so beseamed with initial letters, names at full length, grotesque figures, and other multiplied efforts of the knife, as to have entirely lost what little of original form might have been their portion in days long departed. A huge bucket with water stood at one extremity of the room, and a clock of stupendous dimensions at the other.
Encompassed by the massy walls of this venerable academy, I passed, yet not in tedium or disgust, the years of the third lustrum of my life. The teeming brain of childhood requires no external world of incident to occupy or amuse it; and the apparently dismal monotony of a school was replete with more intense excitement than my riper youth has derived from luxury, or my full manhood from crime. Yet I must believe that my first mental development had in it much of the uncommon—even much of the outré. Upon mankind at large the events of very early existence rarely leave in mature age any definite impression. All is gray shadow—a weak and irregular remembrance—an indistinct regathering of feeble pleasures and phantasmagoric pains. With me this is not so. In childhood I must have felt with the energy of a man what I now find stamped upon memory in lines as vivid, as deep, and as durable as the exergues of the Carthaginian medals.
Yet in fact—in the fact of the world’s view—how little was there to remember! The morning’s awakening, the nightly summons to bed; the connings, the recitations; the periodical half-holidays, and perambulations; the play-ground, with its broils, its pastimes, its intrigues;—these, by a mental sorcery long forgotten, were made to involve a wilderness of sensation, a world of rich incident, an universe of varied emotion, of excitement the most passionate and spirit-stirring. “Oh, le bon temps, que ce siècle de fer!”
In truth, the ardor, the enthusiasm, and the imperiousness of my disposition, soon rendered me a marked character among my schoolmates, and by slow, but natural gradations, gave me an ascendancy over all not greatly older than myself;—over all with a single exception. This exception was found in the person of a scholar, who, although no relation, bore the same Christian and surname as myself;—a circumstance, in fact, little remarkable; for, notwithstanding a noble descent, mine was one of those everyday appellations which seem, by prescriptive right, to have been, time out of mind, the common property of the mob. In this narrative I have therefore designated myself as William Wilson,—a fictitious title not very dissimilar to the real. My namesake alone, of those who in school phraseology constituted “our set,” presumed to compete with me in the studies of the class—in the sports and broils of the play-ground—to refuse implicit belief in my assertions, and submission to my will—indeed, to interfere with my arbitrary dictation in any respect whatsoever. If there is on earth a supreme and unqualified despotism, it is the despotism of a master-mind in boyhood over the less energetic spirits of its companions.
Angolato rispetto al massiccio muro, si ergeva un cancello ancora più imponente. Era fissato con chiodi di ferro e adornato di spuntoni taglienti; che senso di profondo timore suscitava! Non veniva mai aperto se non per le tre occasioni regolari menzionate in precedenza; ogni cigolio delle sue poderose serrature trasmetteva un’atmosfera di mistero. Un mondo di materia degno di riflessione solenne, o addirittura di meditazione ancora più profonda.
Quell’ampio recinto aveva una forma irregolare e conteneva molte rientranze spaziose. Di queste, tre o quattro delle più grandi costituivano il campo da gioco. Il terreno era pianeggiante e coperto di ghiaia fine e dura. Ricordo bene che non ci fossero alberi, né panche, né nulla del genere all’interno. Naturalmente si trovava sul retro della casa. Davanti ad esso c’era un piccolo giardino piantato con piante come il rododendro e altri arbusti, ma attraversavamo questa “divisione sacra” solo in rare occasioni: per esempio al primo giorno di scuola o all’ultimo giorno di lezioni, oppure quando un genitore o un amico veniva a chiamarci, e noi ci recavamo felicemente a casa per le vacanze di Natale o di Mezza Estate.
Ma quella casa, che strano ed antico edificio! Per me era davvero un palazzo incantato. Le sue stanze si snodavano in modo inestricabile, le sue suddivisioni erano complesse e difficili da comprendere. Era quasi impossibile, in qualsiasi momento, stabilire con certezza su quale dei due piani ci si trovasse. Da ogni stanza all’altra c’erano sempre tre o quattro gradini da salire o scendere; inoltre, i corridoi laterali erano innumerevoli e intricati. Le nostre idee più precise su tutta la struttura della casa non erano molto diverse da quelle che avremmo potuto avere riguardo all’infinito. Durante i cinque anni trascorsi qui, non sono mai riuscito a scoprire con precisione in quale parte remota della casa si trovasse quella piccola stanza assegnata a me e ad altri diciotto o venti studiosi.
L’aula scolastica era la più grande dell’intero edificio; non potevo fare a meno di pensarci. Era molto lunga, stretta e piuttosto bassa, con finestre gotiche a forma di punta e soffitti in quercia. In un angolo remoto e inquietante c’era una piccola area delimitata da pareti alte otto o dieci piedi: durante gli orari di lavoro, costituiva il “sanctum” del nostro preside, il reverendo dottor Bransby. Si trattava di una struttura solida, con porte massicce che difficilmente si aprivano; in assenza del preside, noi tutti saremmo stati pronti a subire qualsiasi punizione. In altri angoli c’erano altre due stanze simili, molto meno rispettate di questa, ma comunque oggetto di grande timore. Una di queste era l’altare dell’insegnante addetto alle lezioni di letteratura classica; nell’aula, disseminate in modo disordinato, si trovavano innumerevoli banchi e scrivanie neri, antichi e consumati dal tempo, coperti fino all’orlo di libri impilati disordinatamente; su di essi erano sparsi lettere iniziali, nomi completi, figure grottesche, e ogni sorta di segno lasciato dall’uso quotidiano. All’estremità dell’aula c’era un enorme secchio pieno d’acqua, mentre all’altra estremità si trovava un orologio di dimensioni imponenti.
Rinchiuso tra le imponenti mura di questa venerabile accademia, trascorsi gli anni del terzo lustro della mia vita senza noia né disgusto. La fervida intelligenza dell’infanzia non ha bisogno di eventi esterni per essere occupata o divertita; e la apparentemente monotona routine scolastica era in realtà piena di emozioni più intense di quelle che la mia età matura abbia tratto dal lusso, o che la mia piena virilità abbia ricavato dal crimine. Tuttavia devo credere che lo sviluppo mentale della mia prima infanzia contenesse molto di ciò che è insolito, persino di ciò che è estremo. Per l’umanità in generale, gli eventi delle prime fasi dell’esistenza raramente lasciano tracce definitive nell’età adulta: tutto diventa una sorta di grigia ombra, un ricordo debole e irregolare, un insieme confuso di piaceri deboli e dolori fantasmagorici. Per me, invece, non è stato così. Nell’infanzia dovevo aver provato, con l’intensità di un uomo adulto, ciò che ora ritrovo nella mia memoria sotto forma di immagini vivide, profonde e durature, come gli incisi presenti sulle medaglie cartaginesi.
Eppure, in realtà – secondo la visione del mondo – c’era così poco di cui ricordarsi! Il risveglio al mattino, l’andare a letto alla sera; i compiti, le lezioni; le vacanze periodiche e le gite; il cortile giochi, con i suoi barbecue, i suoi passatempi, le sue “intrighette”. Questi elementi, grazie a una sorta di magia mentale da tempo dimenticata, venivano trasformati in un mondo pieno di emozioni intense, di avvenimenti ricchi e variegati, di sentimenti diversi e di eccitazioni appassionate e stimolanti. “Oh, quei bei tempi, che secolo meraviglioso!”
Nella verità, l’ardore, l’entusiasmo e la prepotenza del mio carattere mi resero presto un personaggio distintivo tra i miei compagni di scuola; gradualmente, ma in modo naturale, acquisii un ascendente su tutti coloro che non erano molto più anziani di me, tranne uno. Quest’eccezione era rappresentata da uno studente che, sebbene non fossimo parenti, condivideva lo stesso cognome cristiano con me; una circostanza in realtà poco significativa, poiché, nonostante un nobile lignaggio, il mio cognome apparteneva a quegli appellativi comuni che, per tradizione, sembrano essere diventati di proprietà collettiva della gente. Pertanto, in questa narrazione mi sono definito William Wilson: un nome fittizio non molto diverso dal vero. Il mio omonimo, l’unico tra coloro che, secondo la terminologia scolastica, facevano parte del “nostro gruppo”, si ostinava a non credere alle mie affermazioni e a non sottomettersi alla mia volontà, anzi, cercava in ogni modo di interferire con le mie decisioni. Se esiste al mondo un dispotismo supremo e assoluto, è certamente quello di una mente dominante su quelle meno energiche dei suoi compagni durante l’adolescenza.
Wilson’s rebellion was to me a source of the greatest embarrassment; the more so as, in spite of the bravado with which in public I made a point of treating him and his pretensions, I secretly felt that I feared him, and could not help thinking the equality which he maintained so easily with myself, a proof of his true superiority; since not to be overcome cost me a perpetual struggle. Yet this superiority—even this equality—was in truth acknowledged by no one but myself; our associates, by some unaccountable blindness, seemed not even to suspect it. Indeed, his competition, his resistance, and especially his impertinent and dogged interference with my purposes, were not more pointed than private. He appeared to be destitute alike of the ambition which urged, and of the passionate energy of mind which enabled me to excel. In his rivalry he might have been supposed actuated solely by a whimsical desire to thwart, astonish, or mortify myself; although there were times when I could not help observing, with a feeling made up of wonder, abasement, and pique, that he mingled with his injuries, his insults, or his contradictions, a certain most inappropriate, and assuredly most unwelcome affectionateness of manner. I could only conceive this singular behavior to arise from a consummate self-conceit assuming the vulgar airs of patronage and protection.
Perhaps it was this latter trait in Wilson’s conduct, conjoined with our identity of name, and the mere accident of our having entered the school upon the same day, which set afloat the notion that we were brothers, among the senior classes in the academy. These do not usually inquire with much strictness into the affairs of their juniors. I have before said, or should have said, that Wilson was not, in the most remote degree, connected with my family. But assuredly if we had been brothers we must have been twins; for, after leaving Dr. Bransby’s, I casually learned that my namesake was born on the nineteenth of January, 1813—and this is a somewhat remarkable coincidence; for the day is precisely that of my own nativity.
It may seem strange that in spite of the continual anxiety occasioned me by the rivalry of Wilson, and his intolerable spirit of contradiction, I could not bring myself to hate him altogether. We had, to be sure, nearly every day a quarrel in which, yielding me publicly the palm of victory, he, in some manner, contrived to make me feel that it was he who had deserved it; yet a sense of pride on my part, and a veritable dignity on his own, kept us always upon what are called “speaking terms,” while there were many points of strong congeniality in our tempers, operating to awake me in a sentiment which our position alone, perhaps, prevented from ripening into friendship. It is difficult, indeed, to define, or even to describe, my real feelings towards him. They formed a motley and heterogeneous admixture;—some petulant animosity, which was not yet hatred, some esteem, more respect, much fear, with a world of uneasy curiosity. To the moralist it will be unnecessary to say, in addition, that Wilson and myself were the most inseparable of companions.
It was no doubt the anomalous state of affairs existing between us, which turned all my attacks upon him, (and they were many, either open or covert) into the channel of banter or practical joke (giving pain while assuming the aspect of mere fun) rather than into a more serious and determined hostility. But my endeavours on this head were by no means uniformly successful, even when my plans were the most wittily concocted; for my namesake had much about him, in character, of that unassuming and quiet austerity which, while enjoying the poignancy of its own jokes, has no heel of Achilles in itself, and absolutely refuses to be laughed at. I could find, indeed, but one vulnerable point, and that, lying in a personal peculiarity, arising, perhaps, from constitutional disease, would have been spared by any antagonist less at his wit’s end than myself;—my rival had a weakness in the faucal or guttural organs, which precluded him from raising his voice at any time above a very low whisper. Of this defect I did not fail to take what poor advantage lay in my power.
Wilson’s retaliations in kind were many; and there was one form of his practical wit that disturbed me beyond measure. How his sagacity first discovered at all that so petty a thing would vex me, is a question I never could solve; but, having discovered, he habitually practised the annoyance. I had always felt aversion to my uncourtly patronymic, and its very common, if not plebeian praenomen. The words were venom in my ears; and when, upon the day of my arrival, a second William Wilson came also to the academy, I felt angry with him for bearing the name, and doubly disgusted with the name because a stranger bore it, who would be the cause of its twofold repetition, who would be constantly in my presence, and whose concerns, in the ordinary routine of the school business, must inevitably, on account of the detestable coincidence, be often confounded with my own.
The feeling of vexation thus engendered grew stronger with every circumstance tending to show resemblance, moral or physical, between my rival and myself. I had not then discovered the remarkable fact that we were of the same age; but I saw that we were of the same height, and I perceived that we were even singularly alike in general contour of person and outline of feature. I was galled, too, by the rumor touching a relationship, which had grown current in the upper forms. In a word, nothing could more seriously disturb me, (although I scrupulously concealed such disturbance,) than any allusion to a similarity of mind, person, or condition existing between us. But, in truth, I had no reason to believe that (with the exception of the matter of relationship, and in the case of Wilson himself,) this similarity had ever been made a subject of comment, or even observed at all by our schoolfellows. That he observed it in all its bearings, and as fixedly as I, was apparent; but that he could discover in such circumstances so fruitful a field of annoyance, can only be attributed, as I said before, to his more than ordinary penetration.
La ribellione di Wilson fu per me una fonte di grande imbarazzo; tanto più che, nonostante il modo spavaldo con cui in pubblico mi comportavo nei suoi confronti e rispetto alle sue pretese, in segreto provavo paura di lui, e non potevo fare a meno di pensare che quell’“uguaglianza” che egli ostentava così facilmente con me fosse in realtà una prova della sua vera superiorità; poiché non essere sopraffatta da lui richiedeva da parte mia uno sforzo costante. Eppure questa superiorità – anzi, quest’“uguaglianza” – in verità non era riconosciuta da nessuno se non da me; i nostri compagni, per qualche inspiegabile cecità, sembravano nemmeno sospettarlo. Infatti, la sua competizione, la sua resistenza, e soprattutto le sue interferenze impertinenti e ostinate nei miei progetti, non erano affatto meno evidenti in privato che in pubblico. Sembrava del tutto privo sia dell’ambizione che spinge gli uomini a lottare per il successo, sia di quella passione intellettuale che mi permetteva di eccellere. Nel suo comportamento competitivo si poteva supporre che fosse motivato soltanto da un capriccioso desiderio di ostacolarmi, sorprendermi o umiliarmi; tuttavia c’erano momenti in cui non potevo fare a meno di osservare, con un misto di meraviglia, umiliazione e risentimento, che mescolava alle sue offese e contraddizioni una certa affettuosità del tutto inappropriata e sicuramente molto sgradita. Potevo solo supporre che questo comportamento strano derivasse da un’estrema vanità, che lo spingeva ad assumere atteggiamenti volgari di protettore e padrone.
Forse fu proprio questo ultimo tratto del comportamento di Wilson, unito alla nostra identicità di nome, e al semplice fatto che fossimo entrati nella scuola lo stesso giorno, a far nascere l’idea che fossimo fratelli tra i corsi più avanzati dell’accademia. Di solito, gli studenti più anziani non indagano con troppa cura sulle faccende dei loro compagni più giovani. Ho già detto, o avrei dovuto dire, che Wilson non aveva alcun legame di parentela con la mia famiglia; ma sicuramente, se fossimo stati fratelli, saremmo stati gemelli. Poiché, dopo essere uscito dalla casa del dottor Bransby, ho scoperto casualmente che il mio omonimo era nato il diciannovesimo gennaio 1813. E questa è davvero una coincidenza notevole: quel giorno coincide esattamente con la mia data di nascita.
Può sembrare strano che, nonostante l’ansia continua causata dalla rivalità di Wilson e dal suo intollerabile spirito di contraddizione, non riuscissi a odiarlo del tutto. Certo, quasi ogni giorno avevamo delle discussioni: lui, pur concedendomi pubblicamente la vittoria, trovava sempre il modo di farmi sentire che in realtà era stato lui ad averla meritata; tuttavia, un senso di orgoglio da parte mia e una vera dignità da parte sua ci tenevano sempre in rapporti “cordiali”, nonostante molti punti di affinità nei nostri caratteri potessero far nascere un sentimento che, forse solo a causa della nostra posizione, non riusciva a trasformarsi in amicizia. È davvero difficile definire, o anche descrivere, i miei veri sentimenti verso di lui: rappresentavano una miscela eterogenea e complessa: un po’ di animosità petulante, ma ancora lontana dall’odio; un certo rispetto, molto timore, e soprattutto una curiosità ansiosa. Per il moralista non sarà necessario aggiungere che Wilson ed io eravamo i compagni più inseparabili.
Non c’era alcun dubbio sullo stato anomalo delle cose che esisteva tra di noi; per questo tutti i miei attacchi contro di lui (e ne furono molti, sia aperti che nascosti) si trasformavano in scherzi o battute pratiche (che causavano dolore ma sembravano semplicemente divertenti), piuttosto che in un’ostilità più seria e decisa. Tuttavia, i miei sforzi in questo senso non ebbero sempre successo, nemmeno quando i miei piani erano stati abilmente concepiti; il mio rivale, infatti, possedeva quel tipo di umiltà e tranquilla sobrietà che, pur apprezzando l’effetto delle proprie battute, non aveva alcuna debolezza intrinseca e rifiutava categoricamente di essere preso in giro. Riuscii comunque a individuare un punto debole: una caratteristica personale, forse dovuta a una malattia congenita, che qualsiasi avversario meno astuto di me avrebbe evitato di sfruttare. Il mio rivale aveva infatti una debolezza negli organi vocali, che gli impediva di alzare la voce oltre un sussurro molto basso. Di questa imperfezione non mancai certo di approfittarne ogni volta che ne avevo l’opportunità.
Le rappresaglie di Wilson erano molte; e c’era un certo tipo della sua astuzia pratica che mi disturbava profondamente. Come avesse potuto scoprire, fin dall’inizio, che una cosa così insignificante potesse infastidirmi, è una domanda che non sono mai riuscito a risolvere; ma una volta che l’aveva capito, abitualmente continuava a causarmi fastidio. Avevo sempre avuto avversione per il mio patronimico poco elegante, e anche per il suo nome proprio, molto comune, se non addirittura plebeo. Quelle parole mi risultavano insopportabili; e quando, nel giorno del mio arrivo, un altro William Wilson entrò anch’egli nell’accademia, provai rabbia per il fatto che portasse lo stesso nome, e ancora più disgusto perché era uno sconosciuto a usarlo, una persona che avrebbe causato quella duplice coincidenza, che sarebbe stata costantemente presente nella mia vita, e le cui attività, nell’ambito delle normali routine scolastiche, inevitabilmente si sarebbero sovraposte alle mie.
Il senso di irritazione che ne derivava cresceva ad ogni occasione in cui si riscontrava una somiglianza, sia morale che fisica, tra il mio rivale e me. All’epoca non avevo ancora scoperto il fatto notevole che eravamo della stessa età; ma notavo che avevamo la stessa altezza e che anche i tratti del nostro viso erano stranamente simili. Mi infastidiva inoltre la voce che circolava riguardo a un possibile legame tra di noi, una voce che aveva preso piede tra gli studenti più anziani. In breve, nulla poteva disturbarmi di più (sebbene nascondessi scrupolosamente tale turbamento) di qualsiasi allusione a una somiglianza nel carattere, nell’aspetto o nelle condizioni personali tra noi. Ma, in verità, non avevo alcun motivo per credere che, ad eccezione di quella questione del legame familiare e nel caso specifico di Wilson stesso, questa somiglianza fosse mai stata oggetto di commenti da parte dei nostri compagni di scuola. Era evidente che anche lui se ne rendesse conto, e in modo altrettanto chiaro quanto me; ma il fatto che riuscisse a trarre da queste somiglianze un motivo così frequente di irritazione poteva essere attribuito, come avevo già detto, alla sua perspicacia eccezionale.
His cue, which was to perfect an imitation of myself, lay both in words and in actions; and most admirably did he play his part. My dress it was an easy matter to copy; my gait and general manner were, without difficulty, appropriated; in spite of his constitutional defect, even my voice did not escape him. My louder tones were, of course, unattempted, but then the key—it was identical; and his singular whisper, it grew the very echo of my own.
How greatly this most exquisite portraiture harassed me, (for it could not justly be termed a caricature,) I will not now venture to describe. I had but one consolation—in the fact that the imitation, apparently, was noticed by myself alone, and that I had to endure only the knowing and strangely sarcastic smiles of my namesake himself. Satisfied with having produced in my bosom the intended effect, he seemed to chuckle in secret over the sting he had inflicted, and was characteristically disregardful of the public applause which the success of his witty endeavours might have so easily elicited. That the school, indeed, did not feel his design, perceive its accomplishment, and participate in his sneer, was, for many anxious months, a riddle I could not resolve. Perhaps the gradation of his copy rendered it not so readily perceptible; or, more possibly, I owed my security to the master air of the copyist, who, disdaining the letter, (which in a painting is all the obtuse can see,) gave but the full spirit of his original for my individual contemplation and chagrin.
I have already more than once spoken of the disgusting air of patronage which he assumed toward me, and of his frequent officious interference with my will. This interference often took the ungracious character of advice; advice not openly given, but hinted or insinuated. I received it with a repugnance which gained strength as I grew in years. Yet, at this distant day, let me do him the simple justice to acknowledge that I can recall no occasion when the suggestions of my rival were on the side of those errors or follies so usual to his immature age and seeming inexperience; that his moral sense, at least, if not his general talents and worldly wisdom, was far keener than my own; and that I might, to-day, have been a better, and thus a happier man, had I less frequently rejected the counsels embodied in those meaning whispers which I then but too cordially hated and too bitterly despised.
As it was, I at length grew restive in the extreme under his distasteful supervision, and daily resented more and more openly what I considered his intolerable arrogance. I have said that, in the first years of our connexion as schoolmates, my feelings in regard to him might have been easily ripened into friendship; but, in the latter months of my residence at the academy, although the intrusion of his ordinary manner had, beyond doubt, in some measure, abated, my sentiments, in nearly similar proportion, partook very much of positive hatred. Upon one occasion he saw this, I think, and afterwards avoided, or made a show of avoiding me.
It was about the same period, if I remember aright, that, in an altercation of violence with him, in which he was more than usually thrown off his guard, and spoke and acted with an openness of demeanor rather foreign to his nature, I discovered, or fancied I discovered, in his accent, his air, and general appearance, a something which first startled, and then deeply interested me, by bringing to mind dim visions of my earliest infancy—wild, confused and thronging memories of a time when memory herself was yet unborn. I cannot better describe the sensation which oppressed me than by saying that I could with difficulty shake off the belief of my having been acquainted with the being who stood before me, at some epoch very long ago—some point of the past even infinitely remote. The delusion, however, faded rapidly as it came; and I mention it at all but to define the day of the last conversation I there held with my singular namesake.
The huge old house, with its countless subdivisions, had several large chambers communicating with each other, where slept the greater number of the students. There were, however, (as must necessarily happen in a building so awkwardly planned,) many little nooks or recesses, the odds and ends of the structure; and these the economic ingenuity of Dr. Bransby had also fitted up as dormitories; although, being the merest closets, they were capable of accommodating but a single individual. One of these small apartments was occupied by Wilson.
One night, about the close of my fifth year at the school, and immediately after the altercation just mentioned, finding every one wrapped in sleep, I arose from bed, and, lamp in hand, stole through a wilderness of narrow passages from my own bedroom to that of my rival. I had long been plotting one of those ill-natured pieces of practical wit at his expense in which I had hitherto been so uniformly unsuccessful. It was my intention, now, to put my scheme in operation, and I resolved to make him feel the whole extent of the malice with which I was imbued. Having reached his closet, I noiselessly entered, leaving the lamp, with a shade over it, on the outside. I advanced a step, and listened to the sound of his tranquil breathing. Assured of his being asleep, I returned, took the light, and with it again approached the bed. Close curtains were around it, which, in the prosecution of my plan, I slowly and quietly withdrew, when the bright rays fell vividly upon the sleeper, and my eyes, at the same moment, upon his countenance. I looked;—and a numbness, an iciness of feeling instantly pervaded my frame. My breast heaved, my knees tottered, my whole spirit became possessed with an objectless yet intolerable horror. Gasping for breath, I lowered the lamp in still nearer proximity to the face. Were these—these the lineaments of William Wilson? I saw, indeed, that they were his, but I shook as if with a fit of the ague in fancying they were not. What was there about them to confound me in this manner? I gazed;—while my brain reeled with a multitude of incoherent thoughts. Not thus he appeared—assuredly not thus—in the vivacity of his waking hours. The same name! the same contour of person! the same day of arrival at the academy! And then his dogged and meaningless imitation of my gait, my voice, my habits, and my manner! Was it, in truth, within the bounds of human possibility, that what I now saw was the result, merely, of the habitual practice of this sarcastic imitation? Awe-stricken, and with a creeping shudder, I extinguished the lamp, passed silently from the chamber, and left, at once, the halls of that old academy, never to enter them again.
Il suo compito consisteva nel perfezionare un’imitazione di me stesso, e ci riuscì in modo davvero ammirevole. Era facile copiare il mio abbigliamento; il mio passo e il mio comportamento in generale furono facilmente imitati; nonostante il suo difetto congenito, nemmeno la mia voce gli sfuggì. Ovviamente evitò di utilizzare i miei toni più forti, ma la base su cui si basava l’imitazione era identica alla mia. E il suo sussurro diventò letteralmente l’eco del mio stesso sussurro.
Quanto questo raffinatissimo ritratto mi tormentasse, poiché non poteva certo essere definito una caricatura, ora non oso nemmeno descriverlo. Avevo soltanto un conforto: l’imitazione, a quanto pare, era stata notata soltanto da me, e dovevo sopportare soltanto i sorrisi comprensivi e stranamente sarcastici dello stesso uomo che portava il mio nome. Risolto di aver ottenuto l’effetto desiderato, sembrava ridacchiare in segreto per la stoccata che aveva inflitto, e, come al solito, ignorava completamente gli applausi del pubblico che il successo delle sue argute imitazioni avrebbe potuto facilmente suscitare. Il fatto che l’intera scuola non riconoscesse il suo intento, non apprezzasse il risultato ottenuto e non condividesse la sua derisione, per molti mesi angosciosi rimase un mistero che non riuscii a risolvere. Forse la gradazione delle sue imitazioni rendeva queste meno evidenti; oppure, più probabilmente, la mia “sicurezza” dipendeva dall’abilità del copista, il quale, disdegnando i dettagli superficiali (che in un dipinto sono tutto ciò che gli occhi meno attenti riescono a percepire), trasmetteva soltanto lo spirito originale dell’opera, lasciandomi solo con la mia delusione e il mio rammarico.
Ho già parlato più volte di quell’odioso atteggiamento di superiorità che lui assumeva nei miei confronti, e delle sue frequenti e invadenti interferenze nella mia volontà. Queste interferenze assumevano spesso la forma di consigli, ma non dati apertamente, bensì suggeriti o insinuati in modo subdolo. Li accoglievo con profondo disgusto, un disgusto che aumentava con il passare degli anni. Eppure, anche oggi, permettetemi di riconoscere onestamente che non ricordo alcuna occasione in cui i suggerimenti del mio rivale fossero a favore di errori o follie tipici della sua immaturità e apparente mancanza di esperienza; anzi, il suo senso morale, se non i suoi talenti generali o la sua saggezza mondana, era certamente più acuto del mio. Forse, oggi, sarei una persona migliore, e quindi più felice, se avessi accettato più spesso quei consigli nascosti dietro quelle parole sussurrate che allora odiavo con tanta intensità e disprezzavo con tale amarezza.
Così come stavano le cose, alla fine iniziai ad annoiarmi terribilmente sotto la sua insopportabile supervisione, e giorno dopo giorno iniziai a detestare sempre di più quella che consideravo la sua arroganza intollerabile. Ho già detto che nei primi anni della nostra amicizia scolastica i miei sentimenti verso di lui avrebbero potuto facilmente trasformarsi in amicizia; ma negli ultimi mesi del mio soggiorno all’accademia, sebbene l’intrusione del suo comportamento abituale fosse, senza dubbio, diminuita in qualche misura, i miei sentimenti, in proporzione quasi uguale, erano ormai pieni di odio vero e proprio. Una volta, credo, se ne accorse e da allora in poi evitò di incontrarmi, o almeno fece finta di evitarlo.
Fu più o meno in quel periodo, se ricordo bene, che, durante un alterco violento con lui, nel quale egli fu più del solito colto di sorpresa e parlò e agì con una schiettezza nel comportamento piuttosto insolita per la sua natura, notai, o credetti di notare, nel suo accento, nel suo atteggiamento e nel suo aspetto generale qualcosa che all’inizio mi sorprese profondamente, per poi suscitare in me un grande interesse. Quell’aspetto mi fece ricordare vaghe immagini della mia prima infanzia: ricordi confusi e frammentati di un tempo in cui la stessa memoria non esisteva ancora. Non posso descrivere meglio quella sensazione se non dicendo che fui quasi incapace di scacciare l’idea di aver già conosciuto quell’essere che mi stava davanti, in un’epoca molto lontana nel passato, un punto del tempo addirittura infinitamente remoto. Tuttavia, quell’illusione svanì rapidamente; menziono tutto ciò soltanto per precisare la data dell’ultima conversazione che ebbi con quel mio singolare omonimo.
Quella enorme e vecchia casa, con le sue innumerevoli stanze, aveva diverse grandi sale collegate tra loro, dove dormivano la maggior parte degli studenti. C’erano tuttavia, (come è inevitabile in un edificio così mal progettato), molti angoli nascosti o recessi; e l’ingegnosità di Dr. Bransby aveva reso anche questi spazi adatti come dormitori; sebbene, essendo semplici armadi, potessero ospitare soltanto una persona ciascuno. Uno di questi piccoli alloggi era occupato da Wilson.
Una notte, verso la fine del mio quinto anno di scuola, e subito dopo l’incidente appena menzionato, trovando tutti addormentati, mi alzai dal letto e, con una lampada in mano, mi intrufolai attraverso un labirinto di stretti corridoi dalla mia stanza alla stanza del mio rivale. Da tempo avevo pianificato di mettere in atto uno di quei scherzi maliziosi a suo scapito, ma fino ad allora non ci ero mai riuscito. Ora intendevo realizzare il mio piano e fargli sentire tutta la malvagità che provavo verso di lui. Arrivato nel suo armadio, entrai silenziosamente, lasciando la lampada con la sua griglia fuori dalla stanza. Mi avvicinai al letto e ascoltai il suono del suo respiro tranquillo; essendo certo che dormisse, presi la lampada e mi avvicinai di nuovo al letto. Le tende erano chiuse attorno a esso; le scostai lentamente e silenziosamente. I raggi luminosi illuminarono il dormiente. E i miei occhi videro il suo volto. Guardai, e un gelo intenso pervase tutto il mio corpo. Il mio petto si sollevò, le ginocchia mi tremarono. Un orrore insopportabile mi invase. Con difficoltà respirando, avvicinai ancora di più la lampada al suo viso. Erano davvero i tratti del William Wilson? Sì, erano proprio i suoi. Ma tremavo, come se stessi soffrendo di un attacco febbrile. Cosa c’era in loro che mi confondeva così tanto? Guardavo, mentre la mia mente era invasa da pensieri confusi e incoerenti. Non lo avevo mai visto così. Assolutamente no. Con lo stesso nome, la stessa corporatura, lo stesso giorno di arrivo all’accademia. E poi quella sua ostinata e insensata imitazione del mio modo di camminare, della mia voce, dei miei gesti. Era davvero possibile che tutto ciò fosse il risultato semplicemente dell’abitudine a imitarmi in modo sarcastico? Sconvolto e tremante, spensi la lampada, uscii silenziosamente dalla stanza e lasciai per sempre gli edifici di quell’antica accademia. Per non tornarci mai più.
After a lapse of some months, spent at home in mere idleness, I found myself a student at Eton. The brief interval had been sufficient to enfeeble my remembrance of the events at Dr. Bransby’s, or at least to effect a material change in the nature of the feelings with which I remembered them. The truth—the tragedy—of the drama was no more. I could now find room to doubt the evidence of my senses; and seldom called up the subject at all but with wonder at extent of human credulity, and a smile at the vivid force of the imagination which I hereditarily possessed. Neither was this species of scepticism likely to be diminished by the character of the life I led at Eton. The vortex of thoughtless folly into which I there so immediately and so recklessly plunged, washed away all but the froth of my past hours, engulfed at once every solid or serious impression, and left to memory only the veriest levities of a former existence.
I do not wish, however, to trace the course of my miserable profligacy here—a profligacy which set at defiance the laws, while it eluded the vigilance of the institution. Three years of folly, passed without profit, had but given me rooted habits of vice, and added, in a somewhat unusual degree, to my bodily stature, when, after a week of soulless dissipation, I invited a small party of the most dissolute students to a secret carousal in my chambers. We met at a late hour of the night; for our debaucheries were to be faithfully protracted until morning. The wine flowed freely, and there were not wanting other and perhaps more dangerous seductions; so that the gray dawn had already faintly appeared in the east, while our delirious extravagance was at its height. Madly flushed with cards and intoxication, I was in the act of insisting upon a toast of more than wonted profanity, when my attention was suddenly diverted by the violent, although partial unclosing of the door of the apartment, and by the eager voice of a servant from without. He said that some person, apparently in great haste, demanded to speak with me in the hall.
Wildly excited with wine, the unexpected interruption rather delighted than surprised me. I staggered forward at once, and a few steps brought me to the vestibule of the building. In this low and small room there hung no lamp; and now no light at all was admitted, save that of the exceedingly feeble dawn which made its way through the semi-circular window. As I put my foot over the threshold, I became aware of the figure of a youth about my own height, and habited in a white kerseymere morning frock, cut in the novel fashion of the one I myself wore at the moment. This the faint light enabled me to perceive; but the features of his face I could not distinguish. Upon my entering he strode hurriedly up to me, and, seizing me by the arm with a gesture of petulant impatience, whispered the words “William Wilson!” in my ear.
I grew perfectly sober in an instant.
There was that in the manner of the stranger, and in the tremulous shake of his uplifted finger, as he held it between my eyes and the light, which filled me with unqualified amazement; but it was not this which had so violently moved me. It was the pregnancy of solemn admonition in the singular, low, hissing utterance; and, above all, it was the character, the tone, the key, of those few, simple, and familiar, yet whispered syllables, which came with a thousand thronging memories of bygone days, and struck upon my soul with the shock of a galvanic battery. Ere I could recover the use of my senses he was gone.
Although this event failed not of a vivid effect upon my disordered imagination, yet was it evanescent as vivid. For some weeks, indeed, I busied myself in earnest inquiry, or was wrapped in a cloud of morbid speculation. I did not pretend to disguise from my perception the identity of the singular individual who thus perseveringly interfered with my affairs, and harassed me with his insinuated counsel. But who and what was this Wilson?—and whence came he?—and what were his purposes? Upon neither of these points could I be satisfied; merely ascertaining, in regard to him, that a sudden accident in his family had caused his removal from Dr. Bransby’s academy on the afternoon of the day in which I myself had eloped. But in a brief period I ceased to think upon the subject; my attention being all absorbed in a contemplated departure for Oxford. Thither I soon went; the uncalculating vanity of my parents furnishing me with an outfit and annual establishment, which would enable me to indulge at will in the luxury already so dear to my heart,—to vie in profuseness of expenditure with the haughtiest heirs of the wealthiest earldoms in Great Britain.
Excited by such appliances to vice, my constitutional temperament broke forth with redoubled ardor, and I spurned even the common restraints of decency in the mad infatuation of my revels. But it were absurd to pause in the detail of my extravagance. Let it suffice, that among spendthrifts I out-Heroded Herod, and that, giving name to a multitude of novel follies, I added no brief appendix to the long catalogue of vices then usual in the most dissolute university of Europe.
It could hardly be credited, however, that I had, even here, so utterly fallen from the gentlemanly estate, as to seek acquaintance with the vilest arts of the gambler by profession, and, having become an adept in his despicable science, to practise it habitually as a means of increasing my already enormous income at the expense of the weak-minded among my fellow-collegians. Such, nevertheless, was the fact. And the very enormity of this offence against all manly and honourable sentiment proved, beyond doubt, the main if not the sole reason of the impunity with which it was committed. Who, indeed, among my most abandoned associates, would not rather have disputed the clearest evidence of his senses, than have suspected of such courses, the gay, the frank, the generous William Wilson—the noblest and most liberal commoner at Oxford—him whose follies (said his parasites) were but the follies of youth and unbridled fancy—whose errors but inimitable whim—whose darkest vice but a careless and dashing extravagance?
Dopo alcuni mesi trascorsi in casa, dedicati soltanto ad attività oziose, mi ritrovai studente a Eton. Quel breve lasso di tempo era stato sufficiente per indebolire la mia memoria degli eventi avvenuti presso il dottor Bransby, o almeno per modificare in modo significativo il modo in cui li ricordavo. La verità – la tragedia di quegli eventi non esisteva più. Ora potevo persino dubitare delle prove fornite dai miei sensi; raramente affrontavo l’argomento, se non con stupore per la credulità umana e con un sorriso di fronte alla forza vivida dell’immaginazione che possedevo per natura. Questo tipo di scetticismo non sembrava destinato ad attenuarsi nemmeno a causa del modo di vivere che conducevo a Eton. Il vortice di follia e superficialità in cui mi imbattei lì, così rapidamente e senza riflettere, cancellò quasi completamente ogni traccia delle mie esperienze passate; soltanto le cose più banali e frivole rimasero nella mia memoria.
Tuttavia, non desidero descrivere qui nel dettaglio il corso della mia misera dissolutezza: una dissolutezza che sfidava le leggi, pur riuscendo a eludere la vigilanza delle istituzioni. Tre anni di follia, sprecati senza alcun risultato, non fecero altro che radicare in me abitudini viziose e, in misura piuttosto insolita, aumentarono la mia statura fisica. Dopo una settimana trascorsa in dissolutezze senza fine, invitai un piccolo gruppo di studenti i più dissoluti a una festa segreta nelle mie stanze. Ci incontrammo a un’ora tarda della notte: le nostre baldorie dovevano protrarsi fino all’alba. Il vino scorreva liberamente, e non mancavano altre tentazioni, forse ancora più pericolose; così che l’alba iniziava appena ad apparire a est, mentre la nostra follia raggiungeva il suo apice. Ero completamente ubriaco e, mentre insistevo perché si brindasse con frasi particolarmente volgari, la mia attenzione fu improvvisamente distratta dal violento aprirsi della porta dell’appartamento, e dalla voce ansiosa di un servitore dall’esterno. Lui disse che qualcuno, chiaramente in grande fretta, chiedeva di parlarmi nell’atrio.
Estremamente eccitato dal vino, quell’interruzione inaspettata mi fece più piacere che sorprendere. Mi avvicinai subito; dopo pochi passi mi trovai nel vestibolo dell’edificio. In quella stanza bassa e piccola non c’era alcuna lampada; non filtrava alcuna luce, se non quella debole dell’‘alba che penetrava attraverso la finestra semicircolare. Appena superato il portale, notai la figura di un giovane più o meno della mia stessa altezza, vestito con una giacca da mattina in lana bianca, tagliata secondo lo stile moderno che anch’io indossavo in quel momento. La debole luce mi permetteva di distinguerlo; ma i tratti del suo viso rimanevano invisibili. Non appena entrai, si avvicinò rapidamente a me, afferrandomi per il braccio con un gesto di impazienza infantile, e sussurrò all’orecchio: “William Wilson!”
Rimasi completamente sobrio in un istante.
C’era qualcosa nel modo di quell’uomo sconosciuto, e nel tremulo movimento del suo dito sollevato mentre lo posizionava tra i miei occhi e la luce. Questo mi riempì di assoluto stupore; ma non fu questo ad commuovermi profondamente. Fu piuttosto il contenuto di quelle parole solenni, pronunciate in un tono sommesso e sibilante; soprattutto, fu il carattere, il tono, l’inflessione di quelle poche sillabe semplici e familiari. Queste parole suscitarono mille ricordi di tempi passati e colpirono la mia ‘anima con la forza di una scossa elettrica. Prima che potessi riprendere il controllo dei miei sensi, lui se n’era già andato.
Sebbene questo evento non avesse lasciato un’impronta particolarmente vivida sulla mia immaginazione disordinata, fu comunque effimero quanto intenso. Per alcune settimane, infatti, mi dedicai seriamente ad indagini approfondite o fui avvolto in una nuvola di speculazioni morbose. Non cercai certo di nascondere dalla mia coscienza l’identità di quell’individuo che insisteva nel interferire nelle mie faccende e mi tormentava con i suoi consigli insinuanti. Ma chi era questo Wilson? Da dove proveniva? Quali erano le sue intenzioni? Su nessuno di questi punti riuscii a ottenere risposte soddisfacenti; seppi soltanto che un improvviso evento familiare lo aveva costretto ad abbandonare l’accademia del dottor Bransby nel pomeriggio stesso in cui anch’io ero fuggito. Tuttavia, dopo poco smisi di pensarci: la mia attenzione era completamente assorbita dal progetto di partire per Oxford. Presto ci andai; l’incauta vanità dei miei genitori mi fornì abiti e un reddito annuo sufficienti a permettermi di indulgere liberamente in quei lussi che ormai mi erano diventati così cari, per competere, in termini di spesa, con gli eredi più nobili delle più ricche contee della Gran Bretagna.
Excitato da tali pratiche viziose, il mio temperamento naturale scatenò un ardore raddoppiato; rifiutai persino le più comuni norme di decenza, immerso nella follia dei miei eccessi. Ma sarebbe assurdo soffermarmi sui dettagli delle mie stravaganze. Basta dire che, tra tutti i dissipatori, superai addirittura Erode; e che, dando nome a innumerevoli follie nuove, non aggiunsi certo nulla di nuovo al lungo elenco dei vizi allora diffusi nella più dissoluta università d’Europa.
Tuttavia, è difficile credere che io fossi, anche qui, caduto così completamente al di sotto dei comportamenti da gentiluomo da ricorrere alle più vili pratiche del gioco d’azzardo, diventandone un esperto e utilizzandole abitualmente per aumentare il mio già enorme reddito a scapito delle persone più deboli tra i miei colleghi. Eppure, questa era la realtà. Ed è proprio l’enormità di questo comportamento, contrario a ogni sentimento nobile ed onorevole, che costituiva, senza dubbio, la principale, se non l’unica ragione dell’impunità con cui fu commesso. Chi, infatti, tra i miei compagni più dissoluti, avrebbe preferito mettere in dubbio anche le prove più evidenti della loro stessa sanità mentale, piuttosto che sospettare di comportamenti del genere da parte di quel gioviale, franco e generoso William Wilson – il più nobile e liberalissimo cittadino comune di Oxford – le cui follie, secondo i suoi “parassiti”, non erano altro che quelle tipiche della gioventù e dell’immaginazione incontrollata; i cui errori, semplicemente capricci unici nel loro genere; i cui vizi più oscuri, soltanto espressioni di una spensierata e disinvolta stravaganza?
I had been now two years successfully busied in this way, when there came to the university a young parvenu nobleman, Glendinning—rich, said report, as Herodes Atticus—his riches, too, as easily acquired. I soon found him of weak intellect, and, of course, marked him as a fitting subject for my skill. I frequently engaged him in play, and contrived, with the gambler’s usual art, to let him win considerable sums, the more effectually to entangle him in my snares. At length, my schemes being ripe, I met him (with the full intention that this meeting should be final and decisive) at the chambers of a fellow-commoner, (Mr. Preston,) equally intimate with both, but who, to do him justice, entertained not even a remote suspicion of my design. To give to this a better coloring, I had contrived to have assembled a party of some eight or ten, and was solicitously careful that the introduction of cards should appear accidental, and originate in the proposal of my contemplated dupe himself. To be brief upon a vile topic, none of the low finesse was omitted, so customary upon similar occasions that it is a just matter for wonder how any are still found so besotted as to fall its victim.
We had protracted our sitting far into the night, and I had at length effected the manoeuvre of getting Glendinning as my sole antagonist. The game, too, was my favorite écarté! The rest of the company, interested in the extent of our play, had abandoned their own cards, and were standing around us as spectators. The parvenu, who had been induced by my artifices in the early part of the evening, to drink deeply, now shuffled, dealt, or played, with a wild nervousness of manner for which his intoxication, I thought, might partially, but could not altogether account. In a very short period he had become my debtor to a large amount, when, having taken a long draught of port, he did precisely what I had been coolly anticipating—he proposed to double our already extravagant stakes. With a well-feigned show of reluctance, and not until after my repeated refusal had seduced him into some angry words which gave a color of pique to my compliance, did I finally comply. The result, of course, did but prove how entirely the prey was in my toils: in less than an hour he had quadrupled his debt. For some time his countenance had been losing the florid tinge lent it by the wine; but now, to my astonishment, I perceived that it had grown to a pallor truly fearful. I say to my astonishment. Glendinning had been represented to my eager inquiries as immeasurably wealthy; and the sums which he had as yet lost, although in themselves vast, could not, I supposed, very seriously annoy, much less so violently affect him. That he was overcome by the wine just swallowed, was the idea which most readily presented itself; and, rather with a view to the preservation of my own character in the eyes of my associates, than from any less interested motive, I was about to insist, peremptorily, upon a discontinuance of the play, when some expressions at my elbow from among the company, and an ejaculation evincing utter despair on the part of Glendinning, gave me to understand that I had effected his total ruin under circumstances which, rendering him an object for the pity of all, should have protected him from the ill offices even of a fiend.
What now might have been my conduct it is difficult to say. The pitiable condition of my dupe had thrown an air of embarrassed gloom over all; and, for some moments, a profound silence was maintained, during which I could not help feeling my cheeks tingle with the many burning glances of scorn or reproach cast upon me by the less abandoned of the party. I will even own that an intolerable weight of anxiety was for a brief instant lifted from my bosom by the sudden and extraordinary interruption which ensued. The wide, heavy folding doors of the apartment were all at once thrown open, to their full extent, with a vigorous and rushing impetuosity that extinguished, as if by magic, every candle in the room. Their light, in dying, enabled us just to perceive that a stranger had entered, about my own height, and closely muffled in a cloak. The darkness, however, was now total; and we could only feel that he was standing in our midst. Before any one of us could recover from the extreme astonishment into which this rudeness had thrown all, we heard the voice of the intruder.
“Gentlemen,” he said, in a low, distinct, and never-to-be-forgotten whisper which thrilled to the very marrow of my bones, “Gentlemen, I make no apology for this behaviour, because in thus behaving, I am but fulfilling a duty. You are, beyond doubt, uninformed of the true character of the person who has to-night won at écarté a large sum of money from Lord Glendinning. I will therefore put you upon an expeditious and decisive plan of obtaining this very necessary information. Please to examine, at your leisure, the inner linings of the cuff of his left sleeve, and the several little packages which may be found in the somewhat capacious pockets of his embroidered morning wrapper.”
While he spoke, so profound was the stillness that one might have heard a pin drop upon the floor. In ceasing, he departed at once, and as abruptly as he had entered. Can I—shall I describe my sensations? Must I say that I felt all the horrors of the damned? Most assuredly I had little time given for reflection. Many hands roughly seized me upon the spot, and lights were immediately reprocured. A search ensued. In the lining of my sleeve were found all the court cards essential in écarté, and, in the pockets of my wrapper, a number of packs, facsimiles of those used at our sittings, with the single exception that mine were of the species called, technically, arrondees; the honours being slightly convex at the ends, the lower cards slightly convex at the sides. In this disposition, the dupe who cuts, as customary, at the length of the pack, will invariably find that he cuts his antagonist an honor; while the gambler, cutting at the breadth, will, as certainly, cut nothing for his victim which may count in the records of the game.
Ero ormai da due anni impegnato con successo in questo modo, quando all’università arrivò un giovane nobile di recente fortuna, Glendinning: si diceva fosse ricco quanto Erode Attico; anche la sua ricchezza, però, era stata ottenuta in modo altrettanto facile. Presto scoprii che aveva una mente debole e, naturalmente, lo considerai un soggetto ideale per le mie macchinazioni. Lo coinvolgevo spesso in partite di gioco e, con l’abituale astuzia dei giocatori d’azzardo, facevo in modo che vincesse somme considerevoli, al fine di intrappolarlo ancora di più nelle mie trappole. Alla fine, quando i miei piani furono pronti, lo incontrai (con l’intenzione chiara che quell’incontro fosse definitivo) nelle stanze di un altro comune cittadino, il signor Preston, che era altrettanto intimo sia di lui che di me; tuttavia, a onor del vero, lui non sospettò nemmeno lontanamente delle mie intenzioni. Per rendere tutto più credibile, avevo organizzato un gruppo di otto o dieci persone e mi assicurai con cura che l’introduzione dei carte sembrasse casuale, nata proprio dalla proposta dello stesso Glendinning. Per non dilungarmi su un argomento così vile, non fu tralasciata alcuna delle sottilità tipiche di queste occasioni; è davvero sorprendente che ancora oggi ci siano persone così ingenuhe da cadere vittime di simili trucchi.
Avevamo prolungato la nostra seduta fino a tarda notte, e alla fine ero riuscito a far sì che Glendinning diventasse il mio unico avversario. Quel gioco era anche il mio preferito. Il resto del gruppo, interessato al corso della partita, aveva abbandonato le proprie carte e stava osservando noi come spettatori. Quell’uomo, che all’inizio della serata, grazie alle mie manovre, aveva iniziato a bere abbondantemente, ora mescolava, distribuiva le carte e giocava con una nervosità selvaggia. Una nervosità che, pensavo, in parte doveva essere dovuta all’alcol, ma non del tutto. In poco tempo era diventato mio debitore di una somma considerevole; poi, dopo aver bevuto un lungo sorso di porto, fece esattamente ciò che avevo previsto: propose di raddoppiare le nostre già eccessive scommesse. Con un finto riluttante, e solo dopo ripetuti rifiuti, lo convinsi a smettere. Il risultato, naturalmente, dimostrò quanto completamente fossi riuscito a dominarlo: in meno di un’ora aveva quadruplicato il proprio debito. Per un po’ il suo viso aveva perso il rossore causato dall’alcol; ma ora, con mia grande sorpresa, appariva pallido e terreo. Glendinning era stato descritto a me come estremamente ricco; le somme che aveva perso, per quanto ingenti, non avrebbero dovuto turbarlo così profondamente. L’idea che fosse stato sopraffatto dall’alcol mi venne subito in mente. E, più che per motivi personali, decisi di insistere affinché smettesse di giocare. Ma alcune parole udite intorno a me, e un’esclamazione di totale disperazione da parte di Glendinning, mi fecero capire che avevo causato la sua rovina totale. In circostanze che avrebbero dovuto renderlo oggetto di compassione per tutti.
È difficile dire quale sarebbe stata la mia reazione in quel momento. La misera condizione della mia vittima aveva gettato su tutti un’atmosfera di imbarazzo e tristezza; per alcuni istanti regnò un profondo silenzio, durante il quale non potei fare a meno di sentire le guance bruciare sotto gli sguardi pieni di disprezzo o rimprovero lanciati verso di me da coloro che erano ancora in grado di controllarsi. Devo ammettere anche che, per un breve istante, il peso insopportabile dell’ansia si sollevò dal mio petto a causa dell’interruzione improvvisa e straordinaria che seguì. Le grandi porte della stanza si aprirono all’improvviso con violenza, spegnendo come per magia tutte le candele presenti nella stanza. La luce fioca che rimase ci permise di intravedere una figura sconosciuta, alta più o meno quanto me e avvolta in un mantello che ne nascondeva completamente i tratti. Tuttavia, l’oscurità era ormai totale; potevamo soltanto percepire che quella persona si trovava al centro della stanza. Prima ancora che qualcuno di noi riuscisse a riprendersi dall’estrema sorpresa causata da tale comportamento scortese, sentimmo la voce dell’intruso.
“Signori,” disse lui, con un sussurro basso, chiaro e indimenticabile che mi fece tremare fino alle ossa, “Signori, non chiedo scusa per questo comportamento, perché agendo in questo modo sto semplicemente adempiendo a un dovere. Voi, senza dubbio, non conoscete la vera natura della persona che, ieri sera, ha vinto una grossa somma di denaro da Lord Glendinning giocando a écarté. Pertanto, vi propongo un piano rapido e decisivo per ottenere queste informazioni così necessarie. Vi prego di esaminare, con calma, l’interno del polsino della sua manica sinistra, nonché i diversi piccoli pacchetti che si trovano nelle tasche abbastanza capienti del suo gilet ricamato.”
Mentre parlava, il silenzio era così profondo che si sarebbe potuto sentire cadere un ago per terra. Una volta terminato di parlare, se ne andò immediatamente, proprio come era entrato. Posso, dovrei descrivere le mie sensazioni? Devo dire che provai tutti gli orrori dei dannati? Senza dubbio, non mi fu data molto tempo per riflettere. Molte mani mi afferrarono bruscamente sul posto, e subito furono accese delle luci. Seguì una perquisizione: nella fodera della mia manica furono trovate tutte le carte da gioco necessarie per giocare a écarté, e nelle tasche del mio mantello diversi mazzi, copie di quelle utilizzate durante le nostre partite, con l’unica differenza che le mie erano di quel tipo chiamato tecnicamente “arrondees”: i bordi delle carte erano leggermente convessi, sia alle estremità che sui lati. Con questa configurazione, chi taglia lungo il mazzo, come è consuetudine, finirà inevitabilmente per dare alla carta contrapposta un valore superiore; mentre chi taglia nella larghezza non darà mai alla propria carta un valore valido per il gioco.
Any burst of indignation upon this discovery would have affected me less than the silent contempt, or the sarcastic composure, with which it was received.
“Mr. Wilson,” said our host, stooping to remove from beneath his feet an exceedingly luxurious cloak of rare furs, “Mr. Wilson, this is your property.” (The weather was cold; and, upon quitting my own room, I had thrown a cloak over my dressing wrapper, putting it off upon reaching the scene of play.) “I presume it is supererogatory to seek here (eyeing the folds of the garment with a bitter smile) for any farther evidence of your skill. Indeed, we have had enough. You will see the necessity, I hope, of quitting Oxford—at all events, of quitting instantly my chambers.”
Abased, humbled to the dust as I then was, it is probable that I should have resented this galling language by immediate personal violence, had not my whole attention been at the moment arrested by a fact of the most startling character. The cloak which I had worn was of a rare description of fur; how rare, how extravagantly costly, I shall not venture to say. Its fashion, too, was of my own fantastic invention; for I was fastidious to an absurd degree of coxcombry, in matters of this frivolous nature. When, therefore, Mr. Preston reached me that which he had picked up upon the floor, and near the folding doors of the apartment, it was with an astonishment nearly bordering upon terror, that I perceived my own already hanging on my arm, (where I had no doubt unwittingly placed it,) and that the one presented me was but its exact counterpart in every, in even the minutest possible particular. The singular being who had so disastrously exposed me, had been muffled, I remembered, in a cloak; and none had been worn at all by any of the members of our party with the exception of myself. Retaining some presence of mind, I took the one offered me by Preston; placed it, unnoticed, over my own; left the apartment with a resolute scowl of defiance; and, next morning ere dawn of day, commenced a hurried journey from Oxford to the continent, in a perfect agony of horror and of shame.
I fled in vain. My evil destiny pursued me as if in exultation, and proved, indeed, that the exercise of its mysterious dominion had as yet only begun. Scarcely had I set foot in Paris ere I had fresh evidence of the detestable interest taken by this Wilson in my concerns. Years flew, while I experienced no relief. Villain!—at Rome, with how untimely, yet with how spectral an officiousness, stepped he in between me and my ambition! At Vienna, too—at Berlin—and at Moscow! Where, in truth, had I not bitter cause to curse him within my heart? From his inscrutable tyranny did I at length flee, panic-stricken, as from a pestilence; and to the very ends of the earth I fled in vain.
And again, and again, in secret communion with my own spirit, would I demand the questions “Who is he?—whence came he?—and what are his objects?” But no answer was there found. And then I scrutinized, with a minute scrutiny, the forms, and the methods, and the leading traits of his impertinent supervision. But even here there was very little upon which to base a conjecture. It was noticeable, indeed, that, in no one of the multiplied instances in which he had of late crossed my path, had he so crossed it except to frustrate those schemes, or to disturb those actions, which, if fully carried out, might have resulted in bitter mischief. Poor justification this, in truth, for an authority so imperiously assumed! Poor indemnity for natural rights of self-agency so pertinaciously, so insultingly denied!
I had also been forced to notice that my tormentor, for a very long period of time, (while scrupulously and with miraculous dexterity maintaining his whim of an identity of apparel with myself,) had so contrived it, in the execution of his varied interference with my will, that I saw not, at any moment, the features of his face. Be Wilson what he might, this, at least, was but the veriest of affectation, or of folly. Could he, for an instant, have supposed that, in my admonisher at Eton—in the destroyer of my honor at Oxford,—in him who thwarted my ambition at Rome, my revenge at Paris, my passionate love at Naples, or what he falsely termed my avarice in Egypt,—that in this, my arch-enemy and evil genius, could fail to recognise the William Wilson of my school boy days,—the namesake, the companion, the rival,—the hated and dreaded rival at Dr. Bransby’s? Impossible!—But let me hasten to the last eventful scene of the drama.
Thus far I had succumbed supinely to this imperious domination. The sentiment of deep awe with which I habitually regarded the elevated character, the majestic wisdom, the apparent omnipresence and omnipotence of Wilson, added to a feeling of even terror, with which certain other traits in his nature and assumptions inspired me, had operated, hitherto, to impress me with an idea of my own utter weakness and helplessness, and to suggest an implicit, although bitterly reluctant submission to his arbitrary will. But, of late days, I had given myself up entirely to wine; and its maddening influence upon my hereditary temper rendered me more and more impatient of control. I began to murmur,—to hesitate,—to resist. And was it only fancy which induced me to believe that, with the increase of my own firmness, that of my tormentor underwent a proportional diminution? Be this as it may, I now began to feel the inspiration of a burning hope, and at length nurtured in my secret thoughts a stern and desperate resolution that I would submit no longer to be enslaved.
Qualsiasi impulso di indignazione di fronte a questa scoperta avrebbe avuto su di me un effetto minore rispetto al disprezzo silenzioso o alla compostezza sarcastica con cui fu accettata.
“Signor Wilson,” disse il nostro ospite, chinandosi per togliere da sotto i suoi piedi un mantello estremamente lussuoso fatto di pellicce rare, “Signor Wilson, questo è suo.” (Il tempo era freddo; e uscendo dalla mia stanza, mi ero messo addosso un mantello sopra il mio abito da camera, togliendolo non appena arrivato sul luogo dell’evento.) “Immagino che sia superfluo cercare qui (guardando le pieghe del mantello con un sorriso amaro) ulteriori prove della sua abilità. In effetti, ne abbiamo avute abbastanza. Spero che comprenderà la necessità di lasciare Oxford. Almeno, di lasciare immediatamente le mie stanze.”
Umiliato, prostrato fino alla polvere, come ero allora, probabilmente avrei reagito con violenza immediata a quel linguaggio offensivo, se tutta la mia attenzione non fosse stata catturata in quel momento da un fatto di estrema gravità. Il mantello che indossavo era fatto di una pelliccia rara; quanto fosse rara e costosissima, non oso nemmeno dirlo. Anche il suo design era frutto della mia stessa fantasia: ero infatti estremamente vanitoso in questioni di questo genere. Quindi, quando il signor Preston mi porse ciò che aveva raccolto dal pavimento, vicino alle porte dell’appartamento, fui assolutamente sbalordito nel constatare che quello che mi veniva offerto era esattamente lo stesso mantello che indossavo io, senza alcun dubbio l’avevo messo lì senza rendermene conto. L’unica persona che poteva avermi messo in quella situazione imbarazzante era stata quella che, ricordavo, indossava un mantello simile; e nessuno altro, tranne me, ne aveva uno con sé. Riacquistando un po’ di lucidità, presi il mantello offertomi da Preston, lo indossai sopra il mio senza che nessuno se ne accorgesse, lasciai l’appartamento con un’espressione di sfida e, la mattina seguente, prima dell’alba, iniziai una frettolosa viaggio da Oxford verso il continente, nel tormento più profondo dell’orrore e della vergogna.
Fuggii invano. Il mio malvagio destino mi inseguì con gioia, dimostrando che l’esercizio del suo misterioso dominio era appena iniziato. Appena misi piede a Parigi, ebbi nuove prove dell’odiosa attenzione che questo Wilson dedicava ai miei affari. Gli anni passarono, ma non provai mai sollievo. Malvagio. A Roma, con quanta prematura e sinistra intromissione si frappose tra me e la mia ambizione! Anche a Vienna, a Berlino, a Mosca. Dove, in verità, non avrei avuto motivo di maledirlo nel mio cuore? Alla fine, fuggii dalla sua inscrutabile tirannia, spaventato come da una pestilenza. Ma anche all’estremità della terra, la mia fuga fu vana.
E ancora e ancora, in segreta comunione con il mio stesso spirito, ponevo queste domande: “Chi è? – Da dove viene? – E quali sono i suoi scopi?” Ma non si trovava alcuna risposta. Allora esaminavo con estrema attenzione le forme, i metodi e le caratteristiche principali di quella sua invasiva interferenza. Ma anche in questo caso c’era ben poco su cui basare una congettura. Era evidente, infatti, che, nelle molteplici occasioni in cui negli ultimi tempi mi aveva incontrato, lo aveva fatto soltanto per frustrare quei piani o disturbare quelle azioni che, se portate a termine, avrebbero potuto causare gravi conseguenze negative. Che misera giustificazione, in verità, per un’autorità così prepotentemente rivendicata. Che debole compensazione per i diritti naturali all’auto-determinazione dell’individuo, così ostinatamente e offensivamente negati!
Ero stato anche costretto a notare che il mio tormentatore, per un periodo molto lungo di tempo (mentre con scrupolosità e straordinaria abilità manteneva quell’illusoria identità nell’abbigliamento con la mia), aveva organizzato tutto in modo tale che, nel corso delle sue continue interferenze nella mia volontà, non riuscissi mai a scorgere i tratti del suo viso. Che Wilson fosse ciò che voleva essere, questo, almeno, era pura finzione o follia. Poteva davvero pensare, anche per un istante, che in colui che mi rimproverava a Eton, che distruggeva la mia reputazione a Oxford, che ostacolava le mie ambizioni a Roma, la mia vendetta a Parigi, il mio amore appassionato a Napoli, o ciò che falsamente definiva avidità in Egitto, potesse non riconoscere in lui lo stesso William Wilson dei giorni della scuola: il nome uguale, il compagno di giochi, il rivale, quel rivale odiato e temuto al fianco del dottor Bransby? Impossibile! Ma lasciate che mi affretti a raccontare l’ultima, decisiva scena di questa tragedia.
Fino ad ora avevo ceduto passivamente a questo dominio imperioso. Il profondo timore reverenziale che nutrivo abitualmente per il carattere nobile, la saggezza maestosa, l’apparente onnipresenza e onnipotenza di Wilson, uniti a un senso di terrore suscitato da altri tratti della sua natura e dalle sue azioni, avevano finora fatto sì che mi considerassi completamente debole e indifeso, spingendomi a una sottomissione passiva alla sua volontà arbitraria. Ma negli ultimi tempi mi ero completamente abbandonato all’alcol; la sua influenza devastante sul mio temperamento ereditario aveva reso sempre più difficile per me controllarmi. Avevo iniziato a mormorare, a esitare, a resistere. E forse era solo un’illusione il fatto che credessi che, con l’aumentare della mia determinazione, anche quella del mio tormentatore diminuisse di conseguenza? Comunque fosse, ora provavo una fiamma di speranza ardente nel cuore, e alla fine nacque in me la risoluzione ferma e disperata di non sottomettermi più a nessuna schiavitù.
It was at Rome, during the Carnival of 18—, that I attended a masquerade in the palazzo of the Neapolitan Duke Di Broglio. I had indulged more freely than usual in the excesses of the wine-table; and now the suffocating atmosphere of the crowded rooms irritated me beyond endurance. The difficulty, too, of forcing my way through the mazes of the company contributed not a little to the ruffling of my temper; for I was anxiously seeking, (let me not say with what unworthy motive) the young, the gay, the beautiful wife of the aged and doting Di Broglio. With a too unscrupulous confidence she had previously communicated to me the secret of the costume in which she would be habited, and now, having caught a glimpse of her person, I was hurrying to make my way into her presence. At this moment I felt a light hand placed upon my shoulder, and that ever-remembered, low, damnable whisper within my ear.
In an absolute phrenzy of wrath, I turned at once upon him who had thus interrupted me, and seized him violently by the collar. He was attired, as I had expected, in a costume altogether similar to my own; wearing a Spanish cloak of blue velvet, begirt about the waist with a crimson belt sustaining a rapier. A mask of black silk entirely covered his face.
“Scoundrel!” I said, in a voice husky with rage, while every syllable I uttered seemed as new fuel to my fury, “scoundrel! impostor! accursed villain! you shall not—you shall not dog me unto death! Follow me, or I stab you where you stand!”—and I broke my way from the ball-room into a small ante-chamber adjoining, dragging him unresistingly with me as I went.
Upon entering, I thrust him furiously from me. He staggered against the wall, while I closed the door with an oath, and commanded him to draw. He hesitated but for an instant; then, with a slight sigh, drew in silence, and put himself upon his defence.
The contest was brief indeed. I was frantic with every species of wild excitement, and felt within my single arm the energy and power of a multitude. In a few seconds I forced him by sheer strength against the wainscoting, and thus, getting him at mercy, plunged my sword, with brute ferocity, repeatedly through and through his bosom.
At that instant some person tried the latch of the door. I hastened to prevent an intrusion, and then immediately returned to my dying antagonist. But what human language can adequately portray that astonishment, that horror which possessed me at the spectacle then presented to view? The brief moment in which I averted my eyes had been sufficient to produce, apparently, a material change in the arrangements at the upper or farther end of the room. A large mirror,—so at first it seemed to me in my confusion—now stood where none had been perceptible before; and, as I stepped up to it in extremity of terror, mine own image, but with features all pale and dabbled in blood, advanced to meet me with a feeble and tottering gait.
Thus it appeared, I say, but was not. It was my antagonist—it was Wilson, who then stood before me in the agonies of his dissolution. His mask and cloak lay, where he had thrown them, upon the floor. Not a thread in all his raiment—not a line in all the marked and singular lineaments of his face which was not, even in the most absolute identity, mine own!
It was Wilson; but he spoke no longer in a whisper, and I could have fancied that I myself was speaking while he said:
“You have conquered, and I yield. Yet, henceforward art thou also dead—dead to the World, to Heaven and to Hope! In me didst thou exist—and, in my death, see by this image, which is thine own, how utterly thou hast murdered thyself.”
Fu a Roma, durante il Carnevale del 18—, che partecipai a una mascherata nel palazzo del duca napoletano Di Broglio. Avevo indulgito più del solito negli eccessi della tavola; ora l’atmosfera soffocante delle stanze affollate mi irritava oltre ogni limite. Inoltre, la difficoltà di farsi strada tra la folla non contribuiva certo a migliorare il mio umore; anzi, cercavo con ansia, (lasciate che non dica con quale motivo indegno) quella giovane, allegra e bellissima donna, moglie dell’anziano e affettuoso Di Broglio. Con una fiducia troppo spregiudicata, lei mi aveva rivelato in precedenza il segreto del costume che avrebbe indossato; ora, dopo aver intravisto la sua figura, mi affrettavo a raggiungerla. In quel momento sentii una mano leggera posarsi sulla mia spalla, e quella voce bassa, odiosa, che non dimenticherò mai, sussurrarmi all’orecchio.
In un’assoluta frenesia di rabbia, mi rivolsi immediatamente verso colui che mi aveva interrotto in quel modo e lo afferrai con violenza per il colletto. Era vestito, come mi aspettavo, con abiti completamente simili ai miei: indossava un mantello spagnolo di velluto blu, stretto in vita da una cintura rossa che reggeva una spada. Una maschera di seta nera copriva interamente il suo viso.
“Mascalzone!” dissi con una voce rauca per la rabbia; ogni sillaba che pronunciavo sembrava alimentare ancora di più la mia furia. “Mascalzone! Impostore! Maledetto traditore. Non mi seguirai fino alla morte! Seguimi, altrimenti ti pugnalo sul posto!” E così mi precipitai fuori dalla sala da ballo in una piccola anticamera adiacente, trascinandomelo dietro senza che potesse resistere.
Appena entrato, lo spinsi via con furia. Barcollò contro il muro, mentre io chiudevo la porta imprecando e gli ordinavo di tirare. Esitò solo per un istante; poi, con un leggero sospiro, cadde nel silenzio e si preparò a difendersi.
La battaglia fu davvero breve. Ero in preda a un’emozione selvaggia e intensa; sentivo nella mia singola mano l’energia e la forza di molte persone. In pochi secondi lo spinsi con tutta la mia forza contro il rivestimento della parete, mettendolo così alla miseria, e poi affondai la mia _spada, con una ferocia selvaggia, più e più volte nel suo petto.
In quell’istante qualcuno provò ad aprire la porta con il chiavistello. Mi affrettai a impedire l’intrusione e subito dopo tornai dal mio avversario morente. Ma quale lingua umana potrebbe descrivere adeguatamente quell’orrore, quella paura che mi invase di fronte a quella scena terribile? Il breve attimo in cui distolsi lo sguardo fu sufficiente perché le cose nella parte superiore della stanza subissero un cambiamento evidente: un grande specchio, che all’inizio mi sembrò essere apparso lì dove prima non c’era nulla, ora si trovava nel punto in cui prima non esisteva affatto. E quando mi avvicinai a esso, in preda al terrore, la mia stessa immagine – ma con i tratti del viso pallidi e macchiati di sangue – mi apparve davanti, camminando con passi deboli e incerti.
Ecco come sembrava, dico io, ma in realtà non era così. Era il mio avversario: era Wilson, che ora si trovava davanti a me, nel tormento della sua dissoluzione. La sua maschera e il suo mantello giacevano per terra, dove li aveva gettati. Non c’era un filo nei suoi abiti, né una linea nei tratti caratteristici del suo viso che non fosse, in modo assolutamente identico, proprio mio!
Era Wilson; ma non parlava più sottovoce, e avrei potuto pensare che fossi io stesso a parlare mentre lui diceva quelle parole.
“Hai vinto, e mi arrendo. Tuttavia, da questo momento anche tu sei morto, morto per il Mondo, per il Cielo e per l’Speranza! In me esistevi. E nella mia morte, guarda in quest’immagine, che è tua stessa, quanto completamente ti sia distrutto.”