I miei compagni mi dissero che, se avessimo visitato la tomba della nostra amica, forse questo avrebbe alleviato in parte le mie preoccupazioni. —Ebn Zaiat._
La miseria è molteplice; l’infelicità della terra assume forme varie. Si estende fino all’orizzonte, come l’arcobaleno: i suoi colori sono tanto diversi quanto simili tra loro, pur essendo strettamente intrecciati. Come mai, dunque, dalla bellezza ho tratto un simbolo di bruttezza? Dal patto della pace, un’immagine di dolore. Ma proprio come nell’etica il male deriva dal bene, così nella realtà anche dal gioia nasce la tristezza. O forse il ricordo delle gioie passate è l’angoscia del presente, oppure le sofferenze che esistono oggi hanno origine nelle estasi che avrebbero potuto realizzarsi.
Il mio nome battesimale è Egaeo; quello della mia famiglia non lo dirò. Tuttavia, non esistono torri in questa terra più onorate dal tempo delle mie oscure, grigie sale ereditarie. La nostra stirpe è stata definita una razza di visionari; e in molti aspetti evidenti – nel carattere della residenza familiare, nei affreschi del salone principale, nelle tappezzerie delle stanze da letto, nella scultura di alcuni contrafforti nell’armeria – ma soprattutto nella galleria di dipinti antichi, nello stile della sala bibliotecaria e, infine, nella natura molto particolare dei contenuti della biblioteca – esistono prove più che sufficienti a giustificare questa credenza.
I ricordi dei miei primi anni sono legati a quella stanza e ai suoi libri, di questi ultimi non dirò nulla di più. Qui morì mia madre; qui nacqui io. Ma sarebbe solo vanità a sostenere che non abbia vissuto prima, che l’‘anima non abbia un’esistenza precedente. Lo neghi?. Lasciamo perdere. Essendo io stesso convinto, non cerco di convincere gli altri. Tuttavia, esiste un ricordo di forme eteree, di occhi spirituali e pieni di significato, di suoni musicali ma tristi. Un ricordo che non può essere cancellato; un ricordo simile all’ombra: vago, mutevole, indefinito, instabile. E, proprio come un’ombra, impossibile da eliminare finché esisterà la luce della ragione.
In quella stanza sono nato. Così, risvegliandomi dalla lunga notte di ciò che sembrava realtà ma non lo era, mi trovai improvvisamente nel regno incantato della fantasia, in un palazzo creato dall’immaginazione, nei dominii selvaggi del pensiero monastico e dell’erudizione. Non è certo strano che abbia guardato intorno a me con occhi sorpresi e appassionati; non è strano che abbia trascorso l’infanzia tra i libri e la meditazione. Ma ciò che è davvero straordinario è che, col passare degli anni, quando arrivò l’mezza età, mi ritrovai ancora nella dimora dei miei antenati. È meraviglioso quanto stagnamento si sia impadronito delle fonti della mia vita; è incredibile quanto il carattere dei miei pensieri più comuni abbia subito un’inversione totale. Le realtà del mondo mi influenzavano soltanto come visioni, e nient’altro; mentre le idee folli del regno dei sogni divennero, a loro volta, non il materiale della mia esistenza quotidiana, ma l’unica vera essenza di quella stessa esistenza.
Berenice ed io eravamo cugine e abbiamo cresciuto insieme nelle sale paternali. Eppure siamo cresciute in modi diversi: io, malata di salute e avvolta nella tristezza; lei, agile, graziosa e piena di energia. Lei amava passeggiare sulle colline; io mi dedicavo allo studio nel chiostro. Vivevo dentro me stessa, assorbita da meditazioni intense e dolorose; lei, invece, attraversava la vita con noncuranza, senza pensare alle ombre che potevano nascondersi lungo il suo cammino, né al silenzioso scorrere del tempo. Berenice. Chiamo il tuo nome. E dalle grigie rovine della memoria mille ricordi tumultuosi si risvegliano al suono di queste parole! Ah, ora la tua immagine è davanti a me, vivida come nei giorni della tua spensieratezza e gioia. Oh, meravigliosa e fantastica bellezza. Oh, silfide tra i cespugli di Arnheim. Oh, ninfa tra le sue fontane. E poi, tutto diventa mistero e terrore. Una storia che non dovrebbe essere raccontata. La malattia, una malattia fatale, colpì il suo corpo come un flagello. E mentre la guardavo, lo spirito del cambiamento si impadronì di lei, permeando la sua mente, i suoi comportamenti, il suo carattere. In modo così sottile e terribile da alterare persino l’“identità” della sua persona. Ahimè, il distruttore è arrivato, e poi se n’è andato. E la vittima, dove si trova? Non la riconoscevo più, o forse non la riconoscevo affatto come Berenice.
Tra le numerose malattie indotte da quella fatale e primaria che causò una rivoluzione di così orribile natura nella vita morale e fisica di mia cugina, si può menzionare come la più angosciante e ostinata per la sua natura una specie di epilessia che spesso terminava con lo stesso stato di trance; un trance molto simile a una vera e propria dissoluzione mentale, e dal quale il modo in cui lei si riprendeva era nella maggior parte dei casi sorprendentemente improvviso. Nel frattempo, la mia stessa malattia – poiché mi è stato detto che non dovrei usarne altro nome – progrediva rapidamente in me, assumendo infine una forma monomaniaca di natura nuova ed eccezionale; acquisiva sempre più forza ogni ora e ogni momento, fino a prendere su di me il controllo più incomprensibile. Questa monomania, se devo proprio chiamarla così, consisteva in un’irritabilità patologica di quelle facoltà mentali che nella scienza metafisica vengono definite “attenzionali”. È molto probabile che non venga compresa; ma temo davvero che sia impossibile trasmettere al lettore comune un’idea adeguata di quell’intensità nervosa e di quel livello estremo di attenzione con cui, nel mio caso, le facoltà mentali si dedicavano alla contemplazione degli oggetti più ordinari dell’universo.
Passare lunghe ore senza stancarsi, con l’attenzione fissata su qualche dettaglio insignificante presente ai margini di un libro o nella sua tipografia; immergersi, per gran parte della giornata estiva, nell’ombra strana e obliqua proiettata su un tappeto o sul pavimento; perdere se stessi, per tutta la notte, osservando la fiamma costante di una lampada o le braci di un fuoco; sognare ad occhi aperti, immersi nel profumo di un fiore; ripetere, in modo monotono, una parola comune, fino a quando il suono stesso, a causa della ripetizione frequente, smette di trasmettere qualsiasi significato alla mente; perdere completamente la sensazione del movimento o dell’esistenza fisica, attraverso un’assoluta immobilità del corpo protratta per lunghi periodi: questi erano alcuni dei capricci più comuni e meno dannosi indotti da una particolare condizione delle facoltà mentali. Una condizione, in effetti, non del tutto senza precedenti, ma certamente difficile da analizzare o spiegare.
Tuttavia, non lasciate che vi si possa fraintendere. L’attenzione eccessiva, fervente e morbosa suscitata da oggetti di per sé frivoli non deve essere confusa, in termini di natura, con quella tendenza a riflettere tipica di tutta l’umanità, soprattutto diffusa nelle persone dotate di un’immaginazione appassionata. Non si trattava nemmeno, come si potrebbe pensare a prima vista, di una condizione estrema o di un’esagerazione di tale tendenza, ma piuttosto di qualcosa di completamente diverso e distinto. Nel primo caso, il sognatore o l’appassionato, interessato da un oggetto solitamente non frivolo, finisce per perdere di vista quell’oggetto stesso in mezzo a una miriade di deduzioni e riflessioni che ne derivano; alla fine di questo sogno, spesso pieno di elementi lussuosi, scopre che la causa iniziale delle sue meditazioni è completamente scomparsa e dimenticata. Nel mio caso, invece, l’oggetto principale su cui si concentrava la mia attenzione era sempre frivolo, anche se, attraverso la mia visione distorta, assumeva un’importanza irreale e esagerata. Non venivano fatte molte deduzioni; quelle poche che venivano fatte ritornavano sempre, ostinatamente, all’oggetto originale come punto centrale delle mie riflessioni. Le meditazioni non erano mai piacevoli; e al termine di queste fantasticherie, la causa iniziale delle mie riflessioni, invece di scomparire, assumeva un’importanza soprannaturale ed esagerata, caratteristica distintiva della mia condizione. In breve, le facoltà mentali che venivano particolarmente messe in gioco, nel mio caso, erano quelle legate all’attenzione; mentre nel caso del sognatore, erano quelle legate alla speculazione.
I miei libri, in quel periodo, se non servivano effettivamente ad alimentare il disordine, partecipavano, si può dire, nella loro natura immaginativa e irrilevante, alle caratteristiche stesse di quel disordine. Ricordo bene, tra gli altri, il trattato del nobile italiano Coelius Secundus Curio, “De Amplitudine Beati Regni Dei”; l’opera magna di Sant’Agostino, “La Città di Dio”; e il testo di Tertulliano, “De Carne Christi”. In quest’ultimo, la frase paradossale “Il Figlio di Dio è morto; ciò è credibile perché è impossibile, ed è risorto dalla morte; ciò è certo perché è assurdo” occupò interamente il mio tempo, per molte settimane di ricerche laboriose e infruttuose.
Così appare che, scosso soltanto da cose banali dal proprio equilibrio, il mio ragionamento assomigliasse a quella roccia sull’oceano di cui parlava Tolomeo Efezio: una roccia che, nonostante resistesse con fermezza agli attacchi della violenza umana e alla furia delle acque e dei venti, tremava soltanto al contatto del fiore chiamato Asfodelo. E sebbene a un pensatore superficiale potesse sembrare indubitabile che il cambiamento causato dalla sua malattia alterasse profondamente lo stato morale di Berenice, offrendomi molti argomenti per quelle riflessioni intense e insolite la cui natura ho faticato a spiegare, in realtà non era affatto così. Nei momenti di lucidità della mia malattia, la sua sventura mi causava davvero dolore; prendendo profondamente sul serio quella distruzione totale della sua vita bella e gentile, riflettevo spesso e amaramente sui mezzi straordinari con cui una rivoluzione così incredibile era stata improvvisamente realizzata. Ma queste riflessioni non avevano nulla a che fare con le caratteristiche particolari della mia malattia; erano semplicemente quelle che, in circostanze simili, avrebbero potuto sorgere nella mente di qualsiasi persona comune. Proprio per la sua natura, il mio disturbo si concentrava su quei cambiamenti meno importanti ma più scioccanti che avvenivano nel corpo fisico di Berenice: su quelle distorsioni strane e terribili della sua identità personale.
Nei giorni più splendidi della sua incomparabile bellezza, di certo non l’avevo mai amata. Nell’anomalia strana della mia esistenza, i miei sentimenti non erano mai stati legati al cuore, e le mie passioni erano sempre state frutto della mente. Nel grigio dell’alba, tra le ombre intrecciate della foresta a mezzogiorno, e nel silenzio della mia biblioteca di notte, lei era apparsa davanti ai miei occhi, ma non come la vivida e reale Berenice, bensì come la Berenice di un sogno; non come una creatura terrena, concreta, ma come l’astrazione di tale essere; non da ammirare, ma da analizzare; non come oggetto d’amore, ma come tema di speculazioni complesse e disordinate. E ora, ora tremavo al suo cospetto, impallidivo al suo avvicinarsi; tuttavia, lamentando amaramente la sua condizione decaduta e desolata, ricordavo che lei mi aveva amato a lungo. E, in un momento di follia, le parlai di matrimonio.
E finalmente si avvicinò il momento delle nostre nozze; un pomeriggio d’,inverno, uno di quei giorni insolitamente caldi, tranquilli e nebbiosi che sono i “nutrimenti” della bella Halcyon (1), mi trovavo seduta, (e pensavo di essere) sola nell’ala interna della biblioteca. Ma alzando lo sguardo, vidi che Berenice stava davanti a me.
Era forse la mia stessa eccitata immaginazione – o l’atmosfera nebbiosa che circondava la stanza – o il crepuscolo incerto che avvolgeva ogni cosa – o le tende grigie che si drappeggiavano intorno a lei – a far sì che la sua figura apparisse così sfocata e indistinta? Non riuscivo a capirlo. Lei non pronunciò una parola; e io, nemmeno per tutto l’oro del mondo avrei potuto emettere un suono. Un freddo gelido mi attraversò il corpo; una sensazione di ansia insopportabile mi oppresse; una curiosità divorante invase la mia ‘anima. Mi appoggiai nuovamente alla sedia, rimanendo per qualche momento senza fiato e immobile, con lo sguardo fisso su di lei. Ahimè, la sua magrezza era estrema; non c’era più traccia della bellezza di un tempo in nessuna linea del suo viso. Alla fine, i miei sguardi ardenti si posarono sul suo volto.
La fronte era alta, molto pallida e stranamente serena; i capelli un tempo neri cadevano in parte su di essa, ombreggiando le tempie incavate con innumerevoli riccioli, ora di un giallo vivido, che, per la loro natura fantastica, contrastavano in modo stridente con la dominante melanconia del volto. Gli occhi erano privi di vita, senza luce e apparentemente senza pupille; involontariamente distolsi lo sguardo da quello sguardo vitreo per osservare le labbra sottili e raggrinzite. Si aprirono. E in un sorriso dal significato particolare, i Berenice trasformata mostrò lentamente i suoi denti davanti ai miei occhi. Oh, se solo non li avessi mai visti. O, se invece li avessi visti, se solo fossi morto subito dopo!
Il chiudersi di una porta mi disturbò; alzando lo sguardo, scoprii che mia cugina se n’era andata dalla stanza. Ma, ahimè, dall’interno del mio cervello, disordinato e confuso, quelle immagini non erano affatto sparite, anzi, non volevano essere scacciate via. Quei denti bianchi, spaventosi, nessuna macchia sulla loro superficie, nessun colore sullo smalto, nessuna incisione sui bordi. Ma quel breve istante del suo sorriso era bastato per marchiarli a fuoco nella mia memoria. Ora li vedevo ancora più chiaramente di allora. Quei denti, erano dappertutto, davanti ai miei occhi, visibili e tangibili; lunghi, stretti, estremamente bianchi. Le sue labbra pallide sembravano avvolgerli, come nel momento stesso del loro orribile sviluppo. Allora scoppiò la furia totale della mia monomania. Lottai invano contro quell’influenza strana e irresistibile. Nel mondo esterno non pensavo ad altro che a quei denti. Li desideravo con una frenesia folle. Tutti gli altri oggetti, tutti gli altri interessi venivano assorbiti da quella singola ossessione. Solo loro esistevano nella mia mente. Solo loro costituivano l’essenza della mia vita interiore. Li esaminavo sotto ogni angolazione, ne studiavo le caratteristiche, riflettevo sulle loro peculiarità. Mi chiedevo come fossero cambiati nel corso del tempo. Rabbrividivo all’idea che possedessero una forza sensibile e cosciente. E anche senza l’aiuto delle labbra, che potessero esprimere sentimenti morali. Si è detto bene di Mademoiselle Salle: “Tutti i suoi gesti erano un’espressione dei suoi sentimenti”; io credevo ancora più fermamente che “tutti i suoi denti fossero un’espressione delle sue idee”. _Le sue idee!. Ah, era proprio questa follia a distruggermi!. Le sue idee. Ecco perché li desideravo così disperatamente! Pensavo che possederli potesse restituirmi la pace, riportarmi alla ragione.
La sera calò su di me. Poi arrivò l’oscurità, rimase per un po’, poi se ne andò; il giorno spuntò di nuovo. Le nebbie di una seconda notte iniziavano a radunarsi intorno a me. E io continuavo a sedere immobile in quella stanza solitaria, immerso nella meditazione. Il “fantasma” di quei denti manteneva ancora il suo terribile dominio: apparivano con estrema chiarezza, fluttuando tra le luci e le ombre mutevoli della stanza. Alla fine, nei miei sogni risuonò un grido di orrore e disperazione; dopo una pausa, seguirono voci agitate, mescolate a molti gemiti sommessi di dolore o sofferenza. Mi alzai dal mio posto, aprii una delle porte della biblioteca. E vidi, nell’anticamera, una serva in lacrime che mi disse che Berenice non c’era più. Aveva avuto un attacco di epilessia all’alba. Ora, con l’avvicinarsi della notte, la tomba era pronta per accoglierla. Tutti i preparativi per il funerale erano stati completati.
Mi ritrovai seduto in biblioteca, ancora una volta lì da solo. Sembrava che fossi appena risvegliato da un sogno confuso ed eccitante. Sapevo che era mezzanotte e ero ben consapevole del fatto che, da quando il sole era tramontato, Berenice era stata sepolta. Ma di quel periodo cupo che era seguito non avevo alcuna comprensione chiara, almeno nessuna definitiva. Eppure i ricordi legati a quel periodo erano pieni di orrore: un orrore ancora più terribile per la sua vaghezza, un terrore ancora più spaventoso per l’ambiguità delle sue immagini. Era una pagina angosciante nella storia della mia esistenza, scritta interamente di ricordi oscuri, orribili e incomprensibili. Cercai di decifrarli, ma invano; e di tanto in tanto, come l’eco di un suono lontano, il grido stridulo e penetrante di una voce femminile sembrava risuonare nelle mie orecchie. Avevo compiuto qualcosa. Ma cosa? Mi posi questa domanda ad alta voce, e gli echi sommessi della stanza mi risposero: “Cosa era?”
Sul tavolo accanto a me ardeva una lampada, e vicino ad essa c’era una piccola scatola. Non aveva nulla di particolare; l’avevo vista spesso in passato, poiché apparteneva al medico di famiglia. Ma come mai si trovava lì, sul mio tavolo? E perché provavo un brivido ogni volta che la guardavo? Questi fenomeni non avevano alcuna spiegazione logica. Alla fine i miei occhi si posarono sulle pagine aperte di un libro, su una frase sottolineata. Le parole erano semplici e familiari: quelle del poeta Ebn Zaiat: “Mi dissero che avremmo visitato la tomba della mia amica, per alleviare un po’ le mie preoccupazioni, ” Ma perché, mentre le leggevo, i capelli mi si rizzarono in piedi e il sangue nelle mie vene sembrò congelarsi?
Si udì un leggero bussare alla porta della biblioteca; e, pallido come il residente di una tomba, un servitore entrò in punta di piedi. Il suo sguardo era dilaniato dal terrore, e parlò con me a voce tremante, rauca e molto bassa. Cosa disse? Solo alcune frasi spezzate riuscii a capire. Raccontò di un grido straziante che disturbava il silenzio della notte, dell’insieme dei membri della famiglia, delle ricerche effettuate nella direzione da cui proveniva quel suono; poi la sua voce divenne ancora più tremante mentre mi sussurrava di una tomba violata, di un -corpo deformato ma ancora avvolto in un lenzuolo, eppure ancora vivo!
Indicò alcuni indumenti: erano fangosi e intrisi di sangue coagulato. Non dissi nulla; lui mi prese dolcemente per la mano: era segnata dalle impronte delle unghie umane. Mi fece notare qualcosa appoggiato al muro. Lo fissai per alcuni minuti: era una pala. Con un grido corsi verso il tavolo e afferrai la scatola che vi era sopra. Ma non riuscii ad aprirla; tremando, mi sfuggì di mano e cadde a terra con forza, rompendosi in pezzi. Da essa, con un rumore stridulo, rotolarono fuori alcuni strumenti per l’odontoiatria, insieme a trentadue piccole sostanze bianche e simili all’avorio, sparse dappertutto sul pavimento.
Dicebant mihi sodales, si sepulchrum amicae visitarem, curas meas aliquar tulum fore levatas.—Ebn Zaiat.
Misery is manifold. The wretchedness of earth is multiform. Overreaching the wide horizon as the rainbow, its hues are as various as the hues of that arch—as distinct too, yet as intimately blended. Overreaching the wide horizon as the rainbow! How is it that from beauty I have derived a type of unloveliness?—from the covenant of peace, a simile of sorrow? But as, in ethics, evil is a consequence of good, so, in fact, out of joy is sorrow born. Either the memory of past bliss is the anguish of to-day, or the agonies which are, have their origin in the ecstasies which might have been.
My baptismal name is Egaeus; that of my family I will not mention. Yet there are no towers in the land more time-honored than my gloomy, gray, hereditary halls. Our line has been called a race of visionaries; and in many striking particulars—in the character of the family mansion—in the frescos of the chief saloon—in the tapestries of the dormitories—in the chiselling of some buttresses in the armory—but more especially in the gallery of antique paintings—in the fashion of the library chamber—and, lastly, in the very peculiar nature of the library’s contents—there is more than sufficient evidence to warrant the belief.
The recollections of my earliest years are connected with that chamber, and with its volumes—of which latter I will say no more. Here died my mother. Herein was I born. But it is mere idleness to say that I had not lived before—that the soul has no previous existence. You deny it?—let us not argue the matter. Convinced myself, I seek not to convince. There is, however, a remembrance of aerial forms—of spiritual and meaning eyes—of sounds, musical yet sad—a remembrance which will not be excluded; a memory like a shadow—vague, variable, indefinite, unsteady; and like a shadow, too, in the impossibility of my getting rid of it while the sunlight of my reason shall exist.
In that chamber was I born. Thus awaking from the long night of what seemed, but was not, nonentity, at once into the very regions of fairy land—into a palace of imagination—into the wild dominions of monastic thought and erudition—it is not singular that I gazed around me with a startled and ardent eye—that I loitered away my boyhood in books, and dissipated my youth in reverie; but it is singular that as years rolled away, and the noon of manhood found me still in the mansion of my fathers—it is wonderful what stagnation there fell upon the springs of my life—wonderful how total an inversion took place in the character of my commonest thought. The realities of the world affected me as visions, and as visions only, while the wild ideas of the land of dreams became, in turn, not the material of my every-day existence, but in very deed that existence utterly and solely in itself.
Berenice and I were cousins, and we grew up together in my paternal halls. Yet differently we grew—I, ill of health, and buried in gloom—she, agile, graceful, and overflowing with energy; hers, the ramble on the hill-side—mine the studies of the cloister; I, living within my own heart, and addicted, body and soul, to the most intense and painful meditation—she, roaming carelessly through life, with no thought of the shadows in her path, or the silent flight of the raven-winged hours. Berenice!—I call upon her name—Berenice!—and from the gray ruins of memory a thousand tumultuous recollections are startled at the sound! Ah, vividly is her image before me now, as in the early days of her light-heartedness and joy! Oh, gorgeous yet fantastic beauty! Oh, sylph amid the shrubberies of Arnheim! Oh, Naiad among its fountains! And then—then all is mystery and terror, and a tale which should not be told. Disease—a fatal disease, fell like the simoon upon her frame; and, even while I gazed upon her, the spirit of change swept over her, pervading her mind, her habits, and her character, and, in a manner the most subtle and terrible, disturbing even the identity of her person! Alas! the destroyer came and went!—and the victim—where is she? I knew her not—or knew her no longer as Berenice.
Among the numerous train of maladies superinduced by that fatal and primary one which effected a revolution of so horrible a kind in the moral and physical being of my cousin, may be mentioned as the most distressing and obstinate in its nature, a species of epilepsy not unfrequently terminating in trance itself—trance very nearly resembling positive dissolution, and from which her manner of recovery was in most instances, startlingly abrupt. In the mean time my own disease—for I have been told that I should call it by no other appellation—my own disease, then, grew rapidly upon me, and assumed finally a monomaniac character of a novel and extraordinary form—hourly and momently gaining vigor—and at length obtaining over me the most incomprehensible ascendancy. This monomania, if I must so term it, consisted in a morbid irritability of those properties of the mind in metaphysical science termed the attentive. It is more than probable that I am not understood; but I fear, indeed, that it is in no manner possible to convey to the mind of the merely general reader, an adequate idea of that nervous intensity of interest with which, in my case, the powers of meditation (not to speak technically) busied and buried themselves, in the contemplation of even the most ordinary objects of the universe.
I miei compagni mi dissero che, se avessimo visitato la tomba della nostra amica, forse questo avrebbe alleviato in parte le mie preoccupazioni. —Ebn Zaiat._
La miseria è molteplice; l’infelicità della terra assume forme varie. Si estende fino all’orizzonte, come l’arcobaleno: i suoi colori sono tanto diversi quanto simili tra loro, pur essendo strettamente intrecciati. Come mai, dunque, dalla bellezza ho tratto un simbolo di bruttezza? Dal patto della pace, un’immagine di dolore. Ma proprio come nell’etica il male deriva dal bene, così nella realtà anche dal gioia nasce la tristezza. O forse il ricordo delle gioie passate è l’angoscia del presente, oppure le sofferenze che esistono oggi hanno origine nelle estasi che avrebbero potuto realizzarsi.
Il mio nome battesimale è Egaeo; quello della mia famiglia non lo dirò. Tuttavia, non esistono torri in questa terra più onorate dal tempo delle mie oscure, grigie sale ereditarie. La nostra stirpe è stata definita una razza di visionari; e in molti aspetti evidenti – nel carattere della residenza familiare, nei affreschi del salone principale, nelle tappezzerie delle stanze da letto, nella scultura di alcuni contrafforti nell’armeria – ma soprattutto nella galleria di dipinti antichi, nello stile della sala bibliotecaria e, infine, nella natura molto particolare dei contenuti della biblioteca – esistono prove più che sufficienti a giustificare questa credenza.
I ricordi dei miei primi anni sono legati a quella stanza e ai suoi libri, di questi ultimi non dirò nulla di più. Qui morì mia madre; qui nacqui io. Ma sarebbe solo vanità a sostenere che non abbia vissuto prima, che l’‘anima non abbia un’esistenza precedente. Lo neghi?. Lasciamo perdere. Essendo io stesso convinto, non cerco di convincere gli altri. Tuttavia, esiste un ricordo di forme eteree, di occhi spirituali e pieni di significato, di suoni musicali ma tristi. Un ricordo che non può essere cancellato; un ricordo simile all’ombra: vago, mutevole, indefinito, instabile. E, proprio come un’ombra, impossibile da eliminare finché esisterà la luce della ragione.
In quella stanza sono nato. Così, risvegliandomi dalla lunga notte di ciò che sembrava realtà ma non lo era, mi trovai improvvisamente nel regno incantato della fantasia, in un palazzo creato dall’immaginazione, nei dominii selvaggi del pensiero monastico e dell’erudizione. Non è certo strano che abbia guardato intorno a me con occhi sorpresi e appassionati; non è strano che abbia trascorso l’infanzia tra i libri e la meditazione. Ma ciò che è davvero straordinario è che, col passare degli anni, quando arrivò l’mezza età, mi ritrovai ancora nella dimora dei miei antenati. È meraviglioso quanto stagnamento si sia impadronito delle fonti della mia vita; è incredibile quanto il carattere dei miei pensieri più comuni abbia subito un’inversione totale. Le realtà del mondo mi influenzavano soltanto come visioni, e nient’altro; mentre le idee folli del regno dei sogni divennero, a loro volta, non il materiale della mia esistenza quotidiana, ma l’unica vera essenza di quella stessa esistenza.
Berenice ed io eravamo cugine e abbiamo cresciuto insieme nelle sale paternali. Eppure siamo cresciute in modi diversi: io, malata di salute e avvolta nella tristezza; lei, agile, graziosa e piena di energia. Lei amava passeggiare sulle colline; io mi dedicavo allo studio nel chiostro. Vivevo dentro me stessa, assorbita da meditazioni intense e dolorose; lei, invece, attraversava la vita con noncuranza, senza pensare alle ombre che potevano nascondersi lungo il suo cammino, né al silenzioso scorrere del tempo. Berenice. Chiamo il tuo nome. E dalle grigie rovine della memoria mille ricordi tumultuosi si risvegliano al suono di queste parole! Ah, ora la tua immagine è davanti a me, vivida come nei giorni della tua spensieratezza e gioia. Oh, meravigliosa e fantastica bellezza. Oh, silfide tra i cespugli di Arnheim. Oh, ninfa tra le sue fontane. E poi, tutto diventa mistero e terrore. Una storia che non dovrebbe essere raccontata. La malattia, una malattia fatale, colpì il suo corpo come un flagello. E mentre la guardavo, lo spirito del cambiamento si impadronì di lei, permeando la sua mente, i suoi comportamenti, il suo carattere. In modo così sottile e terribile da alterare persino l’“identità” della sua persona. Ahimè, il distruttore è arrivato, e poi se n’è andato. E la vittima, dove si trova? Non la riconoscevo più, o forse non la riconoscevo affatto come Berenice.
Tra le numerose malattie indotte da quella fatale e primaria che causò una rivoluzione di così orribile natura nella vita morale e fisica di mia cugina, si può menzionare come la più angosciante e ostinata per la sua natura una specie di epilessia che spesso terminava con lo stesso stato di trance; un trance molto simile a una vera e propria dissoluzione mentale, e dal quale il modo in cui lei si riprendeva era nella maggior parte dei casi sorprendentemente improvviso. Nel frattempo, la mia stessa malattia – poiché mi è stato detto che non dovrei usarne altro nome – progrediva rapidamente in me, assumendo infine una forma monomaniaca di natura nuova ed eccezionale; acquisiva sempre più forza ogni ora e ogni momento, fino a prendere su di me il controllo più incomprensibile. Questa monomania, se devo proprio chiamarla così, consisteva in un’irritabilità patologica di quelle facoltà mentali che nella scienza metafisica vengono definite “attenzionali”. È molto probabile che non venga compresa; ma temo davvero che sia impossibile trasmettere al lettore comune un’idea adeguata di quell’intensità nervosa e di quel livello estremo di attenzione con cui, nel mio caso, le facoltà mentali si dedicavano alla contemplazione degli oggetti più ordinari dell’universo.
To muse for long unwearied hours, with my attention riveted to some frivolous device on the margin, or in the typography of a book; to become absorbed, for the better part of a summer’s day, in a quaint shadow falling aslant upon the tapestry or upon the floor; to lose myself, for an entire night, in watching the steady flame of a lamp, or the embers of a fire; to dream away whole days over the perfume of a flower; to repeat, monotonously, some common word, until the sound, by dint of frequent repetition, ceased to convey any idea whatever to the mind; to lose all sense of motion or physical existence, by means of absolute bodily quiescence long and obstinately persevered in: such were a few of the most common and least pernicious vagaries induced by a condition of the mental faculties, not, indeed, altogether unparalleled, but certainly bidding defiance to anything like analysis or explanation.
Yet let me not be misapprehended. The undue, earnest, and morbid attention thus excited by objects in their own nature frivolous, must not be confounded in character with that ruminating propensity common to all mankind, and more especially indulged in by persons of ardent imagination. It was not even, as might be at first supposed, an extreme condition, or exaggeration of such propensity, but primarily and essentially distinct and different. In the one instance, the dreamer, or enthusiast, being interested by an object usually not frivolous, imperceptibly loses sight of this object in a wilderness of deductions and suggestions issuing therefrom, until, at the conclusion of a day-dream often replete with luxury, he finds the incitamentum, or first cause of his musings, entirely vanished and forgotten. In my case, the primary object was invariably frivolous, although assuming, through the medium of my distempered vision, a refracted and unreal importance. Few deductions, if any, were made; and those few pertinaciously returning in upon the original object as a centre. The meditations were never pleasurable; and, at the termination of the reverie, the first cause, so far from being out of sight, had attained that supernaturally exaggerated interest which was the prevailing feature of the disease. In a word, the powers of mind more particularly exercised were, with me, as I have said before, the attentive, and are, with the day-dreamer, the speculative.
My books, at this epoch, if they did not actually serve to irritate the disorder, partook, it will be perceived, largely, in their imaginative and inconsequential nature, of the characteristic qualities of the disorder itself. I well remember, among others, the treatise of the noble Italian, Coelius Secundus Curio, “De Amplitudine Beati Regni Dei;” St. Austin’s great work, the “City of God;” and Tertullian’s “De Carne Christi,” in which the paradoxical sentence “Mortuus est Dei filius; credible est quia ineptum est: et sepultus resurrexit; certum est quia impossibile est,” occupied my undivided time, for many weeks of laborious and fruitless investigation.
Thus it will appear that, shaken from its balance only by trivial things, my reason bore resemblance to that ocean-crag spoken of by Ptolemy Hephestion, which steadily resisting the attacks of human violence, and the fiercer fury of the waters and the winds, trembled only to the touch of the flower called Asphodel. And although, to a careless thinker, it might appear a matter beyond doubt, that the alteration produced by her unhappy malady, in the moral condition of Berenice, would afford me many objects for the exercise of that intense and abnormal meditation whose nature I have been at some trouble in explaining, yet such was not in any degree the case. In the lucid intervals of my infirmity, her calamity, indeed, gave me pain, and, taking deeply to heart that total wreck of her fair and gentle life, I did not fail to ponder, frequently and bitterly, upon the wonder-working means by which so strange a revolution had been so suddenly brought to pass. But these reflections partook not of the idiosyncrasy of my disease, and were such as would have occurred, under similar circumstances, to the ordinary mass of mankind. True to its own character, my disorder revelled in the less important but more startling changes wrought in the physical frame of Berenice—in the singular and most appalling distortion of her personal identity.
During the brightest days of her unparalleled beauty, most surely I had never loved her. In the strange anomaly of my existence, feelings with me, had never been of the heart, and my passions always were of the mind. Through the gray of the early morning—among the trellised shadows of the forest at noonday—and in the silence of my library at night—she had flitted by my eyes, and I had seen her—not as the living and breathing Berenice, but as the Berenice of a dream; not as a being of the earth, earthy, but as the abstraction of such a being; not as a thing to admire, but to analyze; not as an object of love, but as the theme of the most abstruse although desultory speculation. And now—now I shuddered in her presence, and grew pale at her approach; yet, bitterly lamenting her fallen and desolate condition, I called to mind that she had loved me long, and, in an evil moment, I spoke to her of marriage.
Passare lunghe ore senza stancarsi, con l’attenzione fissata su qualche dettaglio insignificante presente ai margini di un libro o nella sua tipografia; immergersi, per gran parte della giornata estiva, nell’ombra strana e obliqua proiettata su un tappeto o sul pavimento; perdere se stessi, per tutta la notte, osservando la fiamma costante di una lampada o le braci di un fuoco; sognare ad occhi aperti, immersi nel profumo di un fiore; ripetere, in modo monotono, una parola comune, fino a quando il suono stesso, a causa della ripetizione frequente, smette di trasmettere qualsiasi significato alla mente; perdere completamente la sensazione del movimento o dell’esistenza fisica, attraverso un’assoluta immobilità del corpo protratta per lunghi periodi: questi erano alcuni dei capricci più comuni e meno dannosi indotti da una particolare condizione delle facoltà mentali. Una condizione, in effetti, non del tutto senza precedenti, ma certamente difficile da analizzare o spiegare.
Tuttavia, non lasciate che vi si possa fraintendere. L’attenzione eccessiva, fervente e morbosa suscitata da oggetti di per sé frivoli non deve essere confusa, in termini di natura, con quella tendenza a riflettere tipica di tutta l’umanità, soprattutto diffusa nelle persone dotate di un’immaginazione appassionata. Non si trattava nemmeno, come si potrebbe pensare a prima vista, di una condizione estrema o di un’esagerazione di tale tendenza, ma piuttosto di qualcosa di completamente diverso e distinto. Nel primo caso, il sognatore o l’appassionato, interessato da un oggetto solitamente non frivolo, finisce per perdere di vista quell’oggetto stesso in mezzo a una miriade di deduzioni e riflessioni che ne derivano; alla fine di questo sogno, spesso pieno di elementi lussuosi, scopre che la causa iniziale delle sue meditazioni è completamente scomparsa e dimenticata. Nel mio caso, invece, l’oggetto principale su cui si concentrava la mia attenzione era sempre frivolo, anche se, attraverso la mia visione distorta, assumeva un’importanza irreale e esagerata. Non venivano fatte molte deduzioni; quelle poche che venivano fatte ritornavano sempre, ostinatamente, all’oggetto originale come punto centrale delle mie riflessioni. Le meditazioni non erano mai piacevoli; e al termine di queste fantasticherie, la causa iniziale delle mie riflessioni, invece di scomparire, assumeva un’importanza soprannaturale ed esagerata, caratteristica distintiva della mia condizione. In breve, le facoltà mentali che venivano particolarmente messe in gioco, nel mio caso, erano quelle legate all’attenzione; mentre nel caso del sognatore, erano quelle legate alla speculazione.
I miei libri, in quel periodo, se non servivano effettivamente ad alimentare il disordine, partecipavano, si può dire, nella loro natura immaginativa e irrilevante, alle caratteristiche stesse di quel disordine. Ricordo bene, tra gli altri, il trattato del nobile italiano Coelius Secundus Curio, “De Amplitudine Beati Regni Dei”; l’opera magna di Sant’Agostino, “La Città di Dio”; e il testo di Tertulliano, “De Carne Christi”. In quest’ultimo, la frase paradossale “Il Figlio di Dio è morto; ciò è credibile perché è impossibile, ed è risorto dalla morte; ciò è certo perché è assurdo” occupò interamente il mio tempo, per molte settimane di ricerche laboriose e infruttuose.
Così appare che, scosso soltanto da cose banali dal proprio equilibrio, il mio ragionamento assomigliasse a quella roccia sull’oceano di cui parlava Tolomeo Efezio: una roccia che, nonostante resistesse con fermezza agli attacchi della violenza umana e alla furia delle acque e dei venti, tremava soltanto al contatto del fiore chiamato Asfodelo. E sebbene a un pensatore superficiale potesse sembrare indubitabile che il cambiamento causato dalla sua malattia alterasse profondamente lo stato morale di Berenice, offrendomi molti argomenti per quelle riflessioni intense e insolite la cui natura ho faticato a spiegare, in realtà non era affatto così. Nei momenti di lucidità della mia malattia, la sua sventura mi causava davvero dolore; prendendo profondamente sul serio quella distruzione totale della sua vita bella e gentile, riflettevo spesso e amaramente sui mezzi straordinari con cui una rivoluzione così incredibile era stata improvvisamente realizzata. Ma queste riflessioni non avevano nulla a che fare con le caratteristiche particolari della mia malattia; erano semplicemente quelle che, in circostanze simili, avrebbero potuto sorgere nella mente di qualsiasi persona comune. Proprio per la sua natura, il mio disturbo si concentrava su quei cambiamenti meno importanti ma più scioccanti che avvenivano nel corpo fisico di Berenice: su quelle distorsioni strane e terribili della sua identità personale.
Nei giorni più splendidi della sua incomparabile bellezza, di certo non l’avevo mai amata. Nell’anomalia strana della mia esistenza, i miei sentimenti non erano mai stati legati al cuore, e le mie passioni erano sempre state frutto della mente. Nel grigio dell’alba, tra le ombre intrecciate della foresta a mezzogiorno, e nel silenzio della mia biblioteca di notte, lei era apparsa davanti ai miei occhi, ma non come la vivida e reale Berenice, bensì come la Berenice di un sogno; non come una creatura terrena, concreta, ma come l’astrazione di tale essere; non da ammirare, ma da analizzare; non come oggetto d’amore, ma come tema di speculazioni complesse e disordinate. E ora, ora tremavo al suo cospetto, impallidivo al suo avvicinarsi; tuttavia, lamentando amaramente la sua condizione decaduta e desolata, ricordavo che lei mi aveva amato a lungo. E, in un momento di follia, le parlai di matrimonio.
And at length the period of our nuptials was approaching, when, upon an afternoon in the winter of the year—one of those unseasonably warm, calm, and misty days which are the nurse of the beautiful Halcyon (*1),—I sat, (and sat, as I thought, alone,) in the inner apartment of the library. But, uplifting my eyes, I saw that Berenice stood before me.
Was it my own excited imagination—or the misty influence of the atmosphere—or the uncertain twilight of the chamber—or the gray draperies which fell around her figure—that caused in it so vacillating and indistinct an outline? I could not tell. She spoke no word; and I—not for worlds could I have uttered a syllable. An icy chill ran through my frame; a sense of insufferable anxiety oppressed me; a consuming curiosity pervaded my soul; and sinking back upon the chair, I remained for some time breathless and motionless, with my eyes riveted upon her person. Alas! its emaciation was excessive, and not one vestige of the former being lurked in any single line of the contour. My burning glances at length fell upon the face.
The forehead was high, and very pale, and singularly placid; and the once jetty hair fell partially over it, and overshadowed the hollow temples with innumerable ringlets, now of a vivid yellow, and jarring discordantly, in their fantastic character, with the reigning melancholy of the countenance. The eyes were lifeless, and lustreless, and seemingly pupilless, and I shrank involuntarily from their glassy stare to the contemplation of the thin and shrunken lips. They parted; and in a smile of peculiar meaning, the teeth of the changed Berenice disclosed themselves slowly to my view. Would to God that I had never beheld them, or that, having done so, I had died!
The shutting of a door disturbed me, and, looking up, I found that my cousin had departed from the chamber. But from the disordered chamber of my brain, had not, alas! departed, and would not be driven away, the white and ghastly spectrum of the teeth. Not a speck on their surface—not a shade on their enamel—not an indenture in their edges—but what that period of her smile had sufficed to brand in upon my memory. I saw them now even more unequivocally than I beheld them then. The teeth!—the teeth!—they were here, and there, and everywhere, and visibly and palpably before me; long, narrow, and excessively white, with the pale lips writhing about them, as in the very moment of their first terrible development. Then came the full fury of my monomania, and I struggled in vain against its strange and irresistible influence. In the multiplied objects of the external world I had no thoughts but for the teeth. For these I longed with a phrenzied desire. All other matters and all different interests became absorbed in their single contemplation. They—they alone were present to the mental eye, and they, in their sole individuality, became the essence of my mental life. I held them in every light. I turned them in every attitude. I surveyed their characteristics. I dwelt upon their peculiarities. I pondered upon their conformation. I mused upon the alteration in their nature. I shuddered as I assigned to them in imagination a sensitive and sentient power, and even when unassisted by the lips, a capability of moral expression. Of Mademoiselle Salle it has been well said, “Que tous ses pas etaient des sentiments,” and of Berenice I more seriously believed que toutes ses dents etaient des idées. Des idées!—ah here was the idiotic thought that destroyed me! Des idées!—ah, therefore it was that I coveted them so madly! I felt that their possession could alone ever restore me to peace, in giving me back to reason.
And the evening closed in upon me thus—and then the darkness came, and tarried, and went—and the day again dawned—and the mists of a second night were now gathering around—and still I sat motionless in that solitary room—and still I sat buried in meditation—and still the phantasma of the teeth maintained its terrible ascendancy, as, with the most vivid hideous distinctness, it floated about amid the changing lights and shadows of the chamber. At length there broke in upon my dreams a cry as of horror and dismay; and thereunto, after a pause, succeeded the sound of troubled voices, intermingled with many low moanings of sorrow or of pain. I arose from my seat, and throwing open one of the doors of the library, saw standing out in the ante-chamber a servant maiden, all in tears, who told me that Berenice was—no more! She had been seized with epilepsy in the early morning, and now, at the closing in of the night, the grave was ready for its tenant, and all the preparations for the burial were completed.
I found myself sitting in the library, and again sitting there alone. It seemed that I had newly awakened from a confused and exciting dream. I knew that it was now midnight, and I was well aware, that since the setting of the sun, Berenice had been interred. But of that dreary period which intervened I had no positive, at least no definite comprehension. Yet its memory was replete with horror—horror more horrible from being vague, and terror more terrible from ambiguity. It was a fearful page in the record my existence, written all over with dim, and hideous, and unintelligible recollections. I strived to decypher them, but in vain; while ever and anon, like the spirit of a departed sound, the shrill and piercing shriek of a female voice seemed to be ringing in my ears. I had done a deed—what was it? I asked myself the question aloud, and the whispering echoes of the chamber answered me,—“What was it?”
On the table beside me burned a lamp, and near it lay a little box. It was of no remarkable character, and I had seen it frequently before, for it was the property of the family physician; but how came it there, upon my table, and why did I shudder in regarding it? These things were in no manner to be accounted for, and my eyes at length dropped to the open pages of a book, and to a sentence underscored therein. The words were the singular but simple ones of the poet Ebn Zaiat:—“Dicebant mihi sodales si sepulchrum amicae visitarem, curas meas aliquantulum fore levatas.” Why then, as I perused them, did the hairs of my head erect themselves on end, and the blood of my body become congealed within my veins?
There came a light tap at the library door—and, pale as the tenant of a tomb, a menial entered upon tiptoe. His looks were wild with terror, and he spoke to me in a voice tremulous, husky, and very low. What said he?—some broken sentences I heard. He told of a wild cry disturbing the silence of the night—of the gathering together of the household—of a search in the direction of the sound; and then his tones grew thrillingly distinct as he whispered me of a violated grave—of a disfigured body enshrouded, yet still breathing—still palpitating—still alive!
He pointed to garments;—they were muddy and clotted with gore. I spoke not, and he took me gently by the hand: it was indented with the impress of human nails. He directed my attention to some object against the wall. I looked at it for some minutes: it was a spade. With a shriek I bounded to the table, and grasped the box that lay upon it. But I could not force it open; and in my tremor, it slipped from my hands, and fell heavily, and burst into pieces; and from it, with a rattling sound, there rolled out some instruments of dental surgery, intermingled with thirty-two small, white and ivory-looking substances that were scattered to and fro about the floor.
E finalmente si avvicinò il momento delle nostre nozze; un pomeriggio d’,inverno, uno di quei giorni insolitamente caldi, tranquilli e nebbiosi che sono i “nutrimenti” della bella Halcyon (1), mi trovavo seduta, (e pensavo di essere) sola nell’ala interna della biblioteca. Ma alzando lo sguardo, vidi che Berenice stava davanti a me.
Era forse la mia stessa eccitata immaginazione – o l’atmosfera nebbiosa che circondava la stanza – o il crepuscolo incerto che avvolgeva ogni cosa – o le tende grigie che si drappeggiavano intorno a lei – a far sì che la sua figura apparisse così sfocata e indistinta? Non riuscivo a capirlo. Lei non pronunciò una parola; e io, nemmeno per tutto l’oro del mondo avrei potuto emettere un suono. Un freddo gelido mi attraversò il corpo; una sensazione di ansia insopportabile mi oppresse; una curiosità divorante invase la mia ‘anima. Mi appoggiai nuovamente alla sedia, rimanendo per qualche momento senza fiato e immobile, con lo sguardo fisso su di lei. Ahimè, la sua magrezza era estrema; non c’era più traccia della bellezza di un tempo in nessuna linea del suo viso. Alla fine, i miei sguardi ardenti si posarono sul suo volto.
La fronte era alta, molto pallida e stranamente serena; i capelli un tempo neri cadevano in parte su di essa, ombreggiando le tempie incavate con innumerevoli riccioli, ora di un giallo vivido, che, per la loro natura fantastica, contrastavano in modo stridente con la dominante melanconia del volto. Gli occhi erano privi di vita, senza luce e apparentemente senza pupille; involontariamente distolsi lo sguardo da quello sguardo vitreo per osservare le labbra sottili e raggrinzite. Si aprirono. E in un sorriso dal significato particolare, i Berenice trasformata mostrò lentamente i suoi denti davanti ai miei occhi. Oh, se solo non li avessi mai visti. O, se invece li avessi visti, se solo fossi morto subito dopo!
Il chiudersi di una porta mi disturbò; alzando lo sguardo, scoprii che mia cugina se n’era andata dalla stanza. Ma, ahimè, dall’interno del mio cervello, disordinato e confuso, quelle immagini non erano affatto sparite, anzi, non volevano essere scacciate via. Quei denti bianchi, spaventosi, nessuna macchia sulla loro superficie, nessun colore sullo smalto, nessuna incisione sui bordi. Ma quel breve istante del suo sorriso era bastato per marchiarli a fuoco nella mia memoria. Ora li vedevo ancora più chiaramente di allora. Quei denti, erano dappertutto, davanti ai miei occhi, visibili e tangibili; lunghi, stretti, estremamente bianchi. Le sue labbra pallide sembravano avvolgerli, come nel momento stesso del loro orribile sviluppo. Allora scoppiò la furia totale della mia monomania. Lottai invano contro quell’influenza strana e irresistibile. Nel mondo esterno non pensavo ad altro che a quei denti. Li desideravo con una frenesia folle. Tutti gli altri oggetti, tutti gli altri interessi venivano assorbiti da quella singola ossessione. Solo loro esistevano nella mia mente. Solo loro costituivano l’essenza della mia vita interiore. Li esaminavo sotto ogni angolazione, ne studiavo le caratteristiche, riflettevo sulle loro peculiarità. Mi chiedevo come fossero cambiati nel corso del tempo. Rabbrividivo all’idea che possedessero una forza sensibile e cosciente. E anche senza l’aiuto delle labbra, che potessero esprimere sentimenti morali. Si è detto bene di Mademoiselle Salle: “Tutti i suoi gesti erano un’espressione dei suoi sentimenti”; io credevo ancora più fermamente che “tutti i suoi denti fossero un’espressione delle sue idee”. _Le sue idee!. Ah, era proprio questa follia a distruggermi!. Le sue idee. Ecco perché li desideravo così disperatamente! Pensavo che possederli potesse restituirmi la pace, riportarmi alla ragione.
La sera calò su di me. Poi arrivò l’oscurità, rimase per un po’, poi se ne andò; il giorno spuntò di nuovo. Le nebbie di una seconda notte iniziavano a radunarsi intorno a me. E io continuavo a sedere immobile in quella stanza solitaria, immerso nella meditazione. Il “fantasma” di quei denti manteneva ancora il suo terribile dominio: apparivano con estrema chiarezza, fluttuando tra le luci e le ombre mutevoli della stanza. Alla fine, nei miei sogni risuonò un grido di orrore e disperazione; dopo una pausa, seguirono voci agitate, mescolate a molti gemiti sommessi di dolore o sofferenza. Mi alzai dal mio posto, aprii una delle porte della biblioteca. E vidi, nell’anticamera, una serva in lacrime che mi disse che Berenice non c’era più. Aveva avuto un attacco di epilessia all’alba. Ora, con l’avvicinarsi della notte, la tomba era pronta per accoglierla. Tutti i preparativi per il funerale erano stati completati.
Mi ritrovai seduto in biblioteca, ancora una volta lì da solo. Sembrava che fossi appena risvegliato da un sogno confuso ed eccitante. Sapevo che era mezzanotte e ero ben consapevole del fatto che, da quando il sole era tramontato, Berenice era stata sepolta. Ma di quel periodo cupo che era seguito non avevo alcuna comprensione chiara, almeno nessuna definitiva. Eppure i ricordi legati a quel periodo erano pieni di orrore: un orrore ancora più terribile per la sua vaghezza, un terrore ancora più spaventoso per l’ambiguità delle sue immagini. Era una pagina angosciante nella storia della mia esistenza, scritta interamente di ricordi oscuri, orribili e incomprensibili. Cercai di decifrarli, ma invano; e di tanto in tanto, come l’eco di un suono lontano, il grido stridulo e penetrante di una voce femminile sembrava risuonare nelle mie orecchie. Avevo compiuto qualcosa. Ma cosa? Mi posi questa domanda ad alta voce, e gli echi sommessi della stanza mi risposero: “Cosa era?”
Sul tavolo accanto a me ardeva una lampada, e vicino ad essa c’era una piccola scatola. Non aveva nulla di particolare; l’avevo vista spesso in passato, poiché apparteneva al medico di famiglia. Ma come mai si trovava lì, sul mio tavolo? E perché provavo un brivido ogni volta che la guardavo? Questi fenomeni non avevano alcuna spiegazione logica. Alla fine i miei occhi si posarono sulle pagine aperte di un libro, su una frase sottolineata. Le parole erano semplici e familiari: quelle del poeta Ebn Zaiat: “Mi dissero che avremmo visitato la tomba della mia amica, per alleviare un po’ le mie preoccupazioni, ” Ma perché, mentre le leggevo, i capelli mi si rizzarono in piedi e il sangue nelle mie vene sembrò congelarsi?
Si udì un leggero bussare alla porta della biblioteca; e, pallido come il residente di una tomba, un servitore entrò in punta di piedi. Il suo sguardo era dilaniato dal terrore, e parlò con me a voce tremante, rauca e molto bassa. Cosa disse? Solo alcune frasi spezzate riuscii a capire. Raccontò di un grido straziante che disturbava il silenzio della notte, dell’insieme dei membri della famiglia, delle ricerche effettuate nella direzione da cui proveniva quel suono; poi la sua voce divenne ancora più tremante mentre mi sussurrava di una tomba violata, di un -corpo deformato ma ancora avvolto in un lenzuolo, eppure ancora vivo!
Indicò alcuni indumenti: erano fangosi e intrisi di sangue coagulato. Non dissi nulla; lui mi prese dolcemente per la mano: era segnata dalle impronte delle unghie umane. Mi fece notare qualcosa appoggiato al muro. Lo fissai per alcuni minuti: era una pala. Con un grido corsi verso il tavolo e afferrai la scatola che vi era sopra. Ma non riuscii ad aprirla; tremando, mi sfuggì di mano e cadde a terra con forza, rompendosi in pezzi. Da essa, con un rumore stridulo, rotolarono fuori alcuni strumenti per l’odontoiatria, insieme a trentadue piccole sostanze bianche e simili all’avorio, sparse dappertutto sul pavimento.