Rimani lì per me! Non fallirò. Per incontrarti in quella valle desolata.
(Esequie per la morte di sua moglie, scritte da Enrico Re, Vescovo di Chichester.)
Uomo sfortunato e misterioso! Smarrito nella brillantezza della tua stessa immaginazione, caduto nelle fiamme della tua giovinezza. Di nuovo ti rivedo nella mia fantasia; ancora una volta la tua figura si presenta davanti a me. Ma non così come sei ora, in quella valle fredda e nell’ombra. Bensì così come dovresti essere: sprecando una vita dedicata alla meditazione in quella città di visioni oscure, la tua stessa Venezia. Quell’Eliporto amato dalle stelle, sul mare; quelle vaste finestre dei suoi palazzi palladiani che guardano giù con un significato profondo e amaro sui segreti delle sue acque silenziose. Sì! Lo ripeto: così come dovresti essere. Sicuramente esistono altri mondi oltre a questo, altri pensieri diversi da quelli della moltitudine, altre speculazioni diverse da quelle dei sofisti. Chi allora potrebbe mettere in dubbio il tuo comportamento? Chi ti biasimerebbe per le tue ore di meditazione, o condannerebbe quelle attività come uno spreco di vita, quando in realtà non sono altro che l’esplosione delle tue energie infinite?
Fu a Venezia, sotto quell’arco coperto chiamato Ponte dei Sospiri, che incontrai per la terza o quarta volta la persona di cui parlo. Ricordo quelle circostanze con una certa confusione. Ma ricordo bene – ah, come potrei dimenticare? – quella profonda notte di mezzanotte, il Ponte dei Sospiri, la bellezza della donna, e quel Genio del Romanzo che si aggirava su e giù lungo il canale stretto.
Era una notte di insolita oscurità. L’imponente orologio della Piazza aveva segnato la quinta ora della sera italiana. La piazza del Campanile era silenziosa e deserta, e le luci dell’antico Palazzo Ducale stavano spegnendosi rapidamente. Stavo tornando a casa dalla Piazetta, passando per il Gran Canale. Ma quando la mia gondola arrivò di fronte all’ingresso del canale San Marco, una voce femminile provenne improvvisamente dalle sue profondità, lanciando un grido selvaggio, isterico e prolungato nella notte. Spaventato da quel suono, mi alzai in piedi; intanto il gondoliere, lasciando andare l’unico remo, lo perse nell’oscurità impenetrabile, rendendo impossibile recuperarlo. Così fummo lasciati alla deriva dalla corrente che qui conduce dal canale più largo a quello più stretto. Come un enorme condor dalle piume nere, ci lasciammo lentamente trascinare verso il Ponte dei Sospiri. Quando mille torce, accese alle finestre e lungo le scale del Palazzo Ducale, trasformarono all’improvviso quell’oscurità profonda in una luce livida e soprannaturale.
Un bambino, sfuggendo dalle braccia della propria madre, era caduto da una finestra superiore dell’alto edificio nel profondo e buio canale. Le acque tranquille si erano chiuse dolcemente sopra la sua vittima; e sebbene la mia stessa gondola fosse l’unica visibile, molti nuotatori robusti, già presenti nel corso d’acqua, cercavano invano in superficie il tesoro che, ahimè, si trovava soltanto nell’abisso. Sulle ampie lastre di marmo nero all’ingresso del palazzo, e a pochi passi sopra l’acqua, c’era una figura che nessuno di coloro che la videro in quel momento avrebbe mai potuto dimenticare. Era la Marchesa Aphrodite, l’idolo di tutta Venezia; la più bella tra tutte le belle, ma anche la giovane moglie dell’anziano e intrigante Mentoni, e la madre di quella graziosa bambina, sua unica figlia, che ora, nelle profondità delle acque torbide, pensava con amarezza alle sue dolci carezze, esaurendo la propria breve vita nel tentativo disperato di chiamare il suo nome.
Stava lì, sola. I suoi piccoli piedi, nudi e argentei, brillavano nel nero specchio di marmo che la circondava. I suoi capelli, ancora per metà raccolti nella pettinatura da ballo della sera, si arricciavano intorno alla sua testa classica, simili a quelli del giovane giacinto. Un velo bianco come la neve sembrava essere l’unico indumento che copriva il suo corpo delicato; ma l’aria calda e stagnante di mezzanotte non muoveva nemmeno le pieghe di quel velo, etereo quanto il marmo che circonda la statua di Niobe. Eppure, strano a dirsi! I suoi grandi occhi luminosi non erano rivolti verso quel luogo in cui giaceva sepolta la sua più grande speranza, ma fissavano una direzione completamente diversa. Penso che il carcere della Vecchia Repubblica sia l’edificio più imponente di tutta Venezia. Ma come poteva quella signora guardarlo con tanta intensità, quando sotto di lei giaceva soffocata la sua unica figlia? Quella nicchia oscura e tetra, proprio di fronte alla finestra della sua stanza. Cosa mai poteva esserci nelle sue ombre, nella sua architettura, nelle sue cornici adornate d’edera, che la marchesa di Mentoni non avesse già osservato mille volte prima? Sciocchezze! Chi non ricorda che in momenti come questi lo sguardo, simile a uno specchio infranto, moltiplica le immagini del proprio dolore e vede, in luoghi lontani e innumerevoli, la sofferenza che è invece così vicina?
Molto al di sopra della Marchesa, all’interno dell’arco del portone d’acqua, stava, vestito con tutto il suo splendore, la figura simile a un satiro di Mentoni stesso. Di tanto in tanto si dedicava a suonare la chitarra e sembrava indifferente persino alla morte, poiché di quando in quando dava istruzioni per il ritrovamento del suo bambino. Stupita e atterrita, non avevo la forza di muovermi dalla posizione eretta in cui mi ero trovata non appena avevo sentito quel grido; devo essermi presentata agli occhi del gruppo agitato con un aspetto spettrale e minaccioso: con il viso pallido e le membra rigide, sono scesa tra di loro in quella gondola funebre.
Tutti gli sforzi risultarono vani. Molti dei più energici tra coloro che partecipavano alle ricerche iniziarono ad allentare i propri sforzi, cedendo alla tristezza e al pessimismo. Sembrava esserci ben poca speranza per il bambino; figuriamoci per la madre! Ma ora, dall’interno di quella oscura nicchia menzionata in precedenza – che faceva parte dell’antico carcere repubblicano e si affacciava sulla griglia della Marchesa – emerse una figura avvolta in un mantello. Dopo essersi soffermata per un momento sul bordo di quella ripida discesa, si gettò a capofitto nel canale. Un attimo dopo, si trovò con il bambino ancora vivo e respirante tra le sue braccia, sui gradini di marmo accanto alla Marchesa. Il suo mantello, intriso d’acqua, si aprì rivelando la figura elegante di un giovane molto attraente; il nome di quel ragazzo era allora conosciuto in gran parte d’Europa.
Nessuna parola uscì dalle labbra della donna che aveva salvato il bambino. Ma la Marchesa. Ora avrebbe ricevuto il suo figlio: lo avrebbe stretto al cuore, si sarebbe aggrappata a quel piccolo corpicino e lo avrebbe coperto di carezze. Ahimè! Le braccia di un’altra donna l’avevano portato via dallo sconosciuto. Le braccia di un’altra donna l’avevano portato lontano, senza che nessuno se ne accorgesse, fino al palazzo. E la Marchesa. Le sue labbra tremavano; le lacrime si accumulavano nei suoi occhi. Quegli occhi, dolci e quasi liquidi come quelli di Plinio. Sì. Le lacrime riempivano quegli occhi. E tutta la donna tremava, dalla testa ai piedi. La pelle pallida del suo viso, il seno rigido come marmo, i piedi puri e levigati, tutto diventava improvvisamente rosso di un colore incontrollabile. Un leggero tremito scuoteva il suo corpo delicato, come una brezza leggera che accarezza i lillà d’argento nel prato di Napoli.
Perché mai quella signora dovrebbe arrossire! A questa richiesta non c’è alcuna risposta, se non che, lasciata in fretta e con terrore, come avviene nel cuore di una madre, la privacy del proprio boudoir, ha dimenticato di infilarsi le pantofole ai piedini e ha completamente scordato di indossare quel velo che le spetta. Qual altro motivo potrebbe esserci per il suo arrossimento? Per lo sguardo di quegli occhi selvaggi e affascinanti, per l’inusuale agitazione del suo petto, per la stretta convulsiva di quella mano tremante, quella mano che, mentre Mentoni entrava nel palazzo, si posò accidentalmente su quella dello straniero. Qual motivo potrebbe esserci per quel tono basso, così insolitamente basso, di quelle parole prive di senso che la signora pronunciò in fretta, salutandolo? “Hai vinto”, disse, o forse furono i mormori dell’acqua a ingannarmi; “hai vinto, un’ora dopo l’alba, ci rivedremo, sia così!”
Il tumulto si era placato, le luci del palazzo erano spente, e lo sconosciuto, che ora riconoscevo, stava solo tra le bandiere. Tremava per un’agitazione inimmaginabile, e i suoi occhi cercavano intorno una gondola. Non potei fare altro che offrirgli la mia; lui accettò gentilmente la mia offerta. Dopo aver preso un remo presso il cancello sul fiume, proseguimmo insieme verso la sua residenza; nel frattempo, lui riacquistò rapidamente la propria calma e parlò della nostra precedente conoscenza con grande cordialità.
Ci sono alcuni argomenti su cui mi piace essere particolarmente meticoloso. La figura dello sconosciuto – chiamiamolo così – che per tutti era ancora uno sconosciuto, appartiene proprio a questi argomenti. Per altezza, poteva essere considerato al di sotto della media; tuttavia, in momenti di intensa passione, il suo corpo sembrava “espandersi”, contraddicendo questa impressione. La leggera, quasi snella simmetria del suo fisico prometteva più di quell’agilità che aveva dimostrato al Ponte dei Sospiri, piuttosto che di quella forza herculeana di cui si diceva fosse dotato senza sforzo in situazioni particolarmente pericolose. Con la bocca e il mento tipici di una divinità, occhi straordinari, selvaggi, pieni di luce, i cui riflessi variavano dal marrone chiaro al nero intenso e brillante, e una folta chioma nera ondulata, da cui emergeva una fronte insolitamente larga e luminosa come l’avorio. Le sue sembianze erano tra le più classicamente regolari che avessi mai visto, forse solo paragonabili a quelle in marmo dell’Imperatore Commodo. Eppure, il suo volto apparteneva a quei tipi di volti che tutti hanno visto almeno una volta nella vita, per poi non rivederli mai più. Non aveva un’espressione particolare, nessun tratto dominante che si potesse ricordare facilmente; era un volto visto e subito dimenticato, ma dimenticato con un desiderio vago e costante di ricordarlo. Non è che lo spirito di ogni passione intensa non lasciasse il proprio segno su quel volto, ma quel “specchio” simile a uno specchio, non conservava alcuna traccia di quelle emozioni una volta che queste erano svanite.
La notte del nostro viaggio, dopo averlo lasciato, mi chiese, con un tono che mi sembrò urgente, di recarmi da lui molto presto la mattina seguente. Poco dopo l’alba, mi trovai nel suo palazzo, uno di quegli enormi edifici dall’aspetto cupo ma straordinariamente imponente, che si ergono sopra le acque del Gran Canale, nei pressi del Rialto. Mi fu mostrato un ampio e sinuoso corridoio decorato con mosaici; entrando in un appartamento, il suo splendore senza pari mi abbagliò, lasciandomi stordito da tanta opulenza.
Sapevo che il mio conoscente fosse ricco. Le descrizioni delle sue proprietà erano talmente esagerate da sembrare addirittura ridicole. Ma guardandomi intorno, non riuscivo a credere che la ricchezza di alcun individuo in Europa potesse essere sufficiente a creare una tale magnificenza sfarzosa e abbagliante.
Sebbene, come dico, il sole fosse già sorto, la stanza era ancora splendidamente illuminata. Giudicando da questa circostanza, così come dall’aspetto stanco sul volto del mio amico, dedussi che non si fosse coricato per tutta la precedente notte. Nell’architettura e negli ornamenti della stanza era evidente lo scopo di abbagliare e stupire chi vi entrava; poca attenzione, invece, era stata dedicata alla decorazione, né alle caratteristiche tipiche di una determinata nazionalità. Lo sguardo vagava da un oggetto all’altro, senza soffermarsi su nulla: né sui “grotteschi” dei pittori greci, né sulle sculture dei migliori artisti italiani, né sulle enormi sculture dell’ignaro Egitto. Ricche tende tremolavano al ritmo di una musica bassa e melancolica, la cui origine restava sconosciuta. I sensi erano sopraffatti da profumi intensi e contrastanti, che provenivano da strani incensieri, insieme a innumerevoli lingue di fuoco verdi e viola che lampeggiavano continuamente. I raggi del sole appena sorto penetravano nella stanza attraverso finestre fatte interamente di vetro rosso sangue; i loro riflessi, creati dalle tende che si muovevano come cascate d’argento fuso, mescolavano a tratti la luce naturale con quella artificiale, formando un insieme suggestivo su un tappeto realizzato in tessuto dorato e lucido.
“Ahahah! Ahahah!” rideva il proprietario, indicandomi un posto a sedere non appena entrai nella stanza e sdraiandosi completamente su un divano. “Capisco,” disse, notando che non riuscivo subito ad abituarmi a tale straordinaria accoglienza, “Vedo che siete stupito dal mio appartamento, dalle mie statue, dai miei dipinti, dalla mia originalità nell’architettura e nell’arredamento. Siete davvero sbalordito, eh? Ma perdonatemi, caro signore, (il suo tono divenne improvvisamente molto cordiale, ) Perdonate il mio riso poco gentile. Sembravate davvero estremamente sorpreso. Inoltre, alcune cose sono così assurde che una persona deve ridere, o morire. Morire ridendo deve essere la morte più gloriosa di tutte! Sir Thomas More, un uomo davvero nobile, è morto ridendo, ricordate? Anche nel libro delle “Assurdità” di Ravisius Textor c’è una lunga lista di personaggi che hanno avuto lo stesso destino glorioso. Ma sapete,” continuò meditabondo, “che a Sparta, a ovest della fortezza, tra rovine quasi invisibili, si trova una sorta di piedistallo su cui sono ancora leggibili le lettere ΛΑΞΜ? Senza dubbio fanno parte di ΓΕΛΑΞΜΑ. A Sparta c’erano mille templi e santuari dedicati a mille divinità diverse. Che stranezza che l’altare del Riso sia sopravvissuto a tutti gli altri! Ma in questo caso, ” riprese, cambiando improvvisamente tono e modo di parlare, “non ho il diritto di divertirmi a vostro scapito. Avreste potuto davvero essere stupiti. L’Europa non è in grado di produrre nulla di così straordinario. Il mio piccolo “gabinetto regale”. Gli altri miei appartamenti non sono affatto alla stessa altezza. Sono soltanto esempi di banalità alla moda. Questo invece è qualcosa di davvero superiore alla moda, vero? Eppure basterà che venga visto per diventare immediatamente molto popolare. Cioè, tra coloro che possono permetterselo, a scapito del proprio intero patrimonio. Tuttavia, ho preso tutte le precauzioni necessarie per evitare che ciò accadesse. Ad eccezione di voi, siete l’unico essere umano, oltre a me e al mio “valletto”, ad essere stato ammesso nei segreti di questi luoghi imperiali. Da quando sono stati arredati come vedete!”
Mi inchinai in segno di ringraziamento: la straordinaria magnificenza, il profumo intenso, la musica incantevole, insieme all’insolita eccentricità del suo modo di parlare e di comportarsi, mi impedirono di esprimere a parole la mia apprezzazione per ciò che avrei potuto interpretare come un complimento.
“Ecco,” riprese, alzandosi e appoggiandosi al mio braccio mentre camminava lentamente per l’appartamento, “ecco dipinti che vanno dai Greci a Cimabue, e da Cimabue fino ai giorni nostri. Molti di questi sono stati scelti, come potete vedere, senza tenere troppo conto delle opinioni di Virtu. Tuttavia, tutti rappresentano opere perfette per una stanza come questa. Ecco anche alcuni capolavori di grandi artisti sconosciuti; e qui, progetti inediti di uomini celebri ai loro tempi, i cui nomi stessi sono stati dimenticati dalle accademie. E voi, che ne pensate?” disse, girandosi improvvisamente mentre parlava. “Che ne pensate di questa ‘Madonna della Pieta’?”
“È proprio di Guido!” dissi, con tutto l’entusiasmo della mia natura, perché avevo osservato attentamente la sua straordinaria bellezza. “È davvero di Guido!. Come avresti potuto ottenerla?. Senza dubbio rappresenta ciò che la Venere rappresenta nella scultura.”
“Ha!” disse lui, pensieroso, “la Venere, la bellissima )Venere, quella dei Medici, con quel viso minuto e quei capelli dorati? Parte del braccio sinistro (qui la sua voce si abbassò tanto da essere appena udibile) e tutto il braccio destro sono restaurazioni; e nella grazia di quel braccio destro, credo, risieda l’essenza stessa di ogni affettazione. Datemi la scultura di Canova! Anche l’Apollo è una copia, non può esserci alcun dubbio al riguardo. Che stupido sono, che non riesco a riconoscere l’insolente ‘ispirazione’ dell’Apollo! Non posso fare a meno, povero me, di preferire Antinoo. Non fu forse Socrate a dire che lo scultore trovò la sua statua già nel blocco di marmo? Allora anche l’Michelangelo non fu affatto originale nella sua creazione, ”
“Nessun grande artista possiede una concezione tale che un singolo blocco di marmo, per sé stesso, non ne delimiti i confini.”
È opportuno, o dovrebbe essere notato, che, secondo le caratteristiche del vero gentiluomo, siamo sempre consapevoli di una differenza nel comportamento rispetto a quello della gente comune, senza però riuscire immediatamente a individuarne con precisione la natura. Ritenendo che questa osservazione si applicasse pienamente al comportamento esteriore del mio conoscente, quella mattina decisiva ne percepii ancora più chiaramente l’applicabilità anche al suo temperamento morale e al suo carattere. Non posso definire meglio quella particolarità dello spirito che sembrava distinguerlo così radicalmente da tutti gli altri esseri umani, se non chiamandola un’abitudine di pensiero intenso e costante, che permeava persino le sue azioni più banali, invadeva i momenti di svago e si intrecciava persino con i suoi istanti di gioia, come serpenti che strisciano fuori dagli occhi delle maschere sorridenti incastonate nelle cornici sopra i templi di Persepoli.
Tuttavia, non potevo fare a meno di osservare ripetutamente, nel tono misto di leggerezza e solennità con cui rapidamente discuteva di questioni di poco conto, un certo senso di trepidazione, un grado di nervosismo sia nell’azione che nel parlare, una inquietudine nel comportamento che a mio parere era del tutto inspiegabile; in alcune occasioni, anzi, mi causava preoccupazione. Spesso si interrompeva a metà di una frase, come se avesse dimenticato dove aveva iniziato a parlare, e sembrava ascoltare con estrema attenzione, come se attendesse l’arrivo di qualcuno o fosse in ascolto di suoni che esistevano soltanto nella sua immaginazione.
Fu durante uno di questi sogni ad occhi aperti o di queste pause apparentemente dedicate all’astrazione che, sfogliando la bellissima tragedia di Politiano, lo scrittore e studioso, intitolata “Orfeo” (la prima tragedia italiana originale), che giaceva vicino a me su un divano, scoprii un passaggio sottolineato con la matita. Si trovava verso la fine del terzo atto; un passaggio di una commozione estremamente intensa. Un passaggio che, sebbene contaminato da elementi impuri, nessun uomo potrebbe leggere senza provare un brivido di emozione. Nessuna donna senza sospirare. L’intera pagina era macchiata di fresche lacrime; e sul foglio successivo erano scritte le seguenti righe in inglese, scritte con una grafia così diversa da quella caratteristica della persona che conoscevo, che fui costretta a fare qualche sforzo per riconoscerle come sue.
Tu eri tutto per me, amore, Per te la mia anima soffriva. Un’isola verde nel mare, amore, Una fontana e un santuario, Tutto avvolto in frutti fatati e fiori; E tutti quei )fiori erano miei.
Ah, sogni troppo luminosi per durare a lungo.
Ah, speranza stellata che è sorta.
Ma solo per essere offuscata.
Una voce dal Futuro grida: “Avanti!”.
Ma sopra il Passato.
(Un abisso oscuro, ) il mio spirito rimane sospeso,
Muto, immobile, atterrito.
Ahimè, ahimè, con me la luce della vita è svanita. “Non più, non più, non più, ” (Tali parole fermano il mare solenne sulle sabbie della riva, ) Né l’albero colpito dal tuono fiorirà, né l’aquila ferita potrà volare!
Ora tutte le mie ore sono un’estasi;
tutti i miei sogni notturni
si svolgono là dove quel paio di occhi scuri lampeggia,
là dove il tuo passo risuona,
in quelle danze eteree,
lungo quei ruscelli italiani.
Ahimè! Per quel maledetto momento,
ti portarono attraverso le onde,
dalla Amore verso un’età di titoli e crimini.
E un cuscino impuro!
Lontano da me, lontano dalla nostra nebbiosa terra,
dove piange il salice d’argento.
Il fatto che queste righe fossero scritte in inglese – una lingua di cui non credevo che l’autore la conoscesse – non mi sorprese affatto. Ero troppo a conoscenza dell’ampiezza delle sue conoscenze, e del piacere straordinario che provava nel nasconderle agli occhi altrui, per essere stupito da una scoperta del genere; tuttavia, il luogo di datazione mi causò davvero notevole meraviglia. Inizialmente era stato scritto “Londra”, e in seguito la parola era stata accuratamente cancellata, sebbene non abbastanza efficacemente da sfuggire a un’osservazione attenta. Ricordo bene che, in una precedente conversazione con un amico, gli avevo chiesto esplicitamente se avesse mai incontrato a Londra la Marchesa di Mentoni – che per alcuni anni prima del suo matrimonio aveva risieduto in quella città – e lui mi aveva risposto che non aveva mai visitato la capitale della Gran Bretagna. Potrei anche menzionare, qui, che ho sentito più volte (senza ovviamente dare credito a una notizia così piena di improbabilità) che la persona di cui parlo fosse non solo di origine inglese, ma anche educata in Inghilterra.
“C’è ancora un dipinto,” disse lui, senza accorgersi che avevo notato quella tragedia, “C’è ancora un dipinto che non avete visto.” E, scostando una tenda, rivelò un ritratto a figura intera della Marchesa Aphrodite.
L’arte umana non avrebbe potuto fare di più nel delineare la sua superumana bellezza. Quella stessa figura eterea che si era presentata davanti a me la precedente notte sulle scale del Palazzo Ducale, era lì di nuovo. Ma nell’espressione del suo volto, illuminato da sorrisi, si nascondeva ancora (incomprensibile anomalia!) quella macchia intermittente di melancolia che sembra essere inscindibile dalla perfezione della bellezza. Il suo braccio destro era ripiegato sul petto; con la sinistra indicava verso il basso, verso un vaso dal design stravagante. Una piccola, delicata piedina, l’unica visibile, sfiorava appena il suolo; e, a malapena distinguibili nell’atmosfera splendente che sembrava avvolgere e proteggere la sua bellezza, fluttuavano due ali immaginate con estrema delicatezza. Il mio sguardo passò dal dipinto alla figura della mia amica. E le parole vigorose di Chapman nel Bussy D’Ambois tremarono istintivamente sulle mie labbra.
“È lì in piedi, immobile come una statua romana. Rimarrà fermo fino a quando la Morte non lo trasformerà in marmo!”
“Come,” disse infine, voltandosi verso un tavolo di argento massiccio e riccamente smaltato, su cui erano posizionate alcune coppe dai colori straordinari, insieme a due grandi vasi etruschi, realizzati nello stesso stile di quello che si vedeva in primo piano nel ritratto, e pieni di ciò che supposi fosse vino Johannisberger. “Come,” ripeté bruscamente, “beviamo! È ancora presto, ma beviamo lo stesso. È davvero presto,” continuò meditabondo, mentre un cherubino munito di un pesante martello d’oro faceva risuonare l’appartamento con il suono della prima ora dopo l’alba: “È davvero presto, ma che importanza ha? Beviamo! Versiamo un omaggio a quel solenne sole, che queste luci sgargianti e questi incensieri sono così desiderosi di oscurare, ” E, dopo avermi fatto giurare di non rivelare nulla, bevve rapidamente una serie di coppe di vino.
“Sognare,” continuò, riprendendo il tono della sua conversazione casuale, mentre sollevava verso la luce intensa di un incensiere uno dei magnifici vasi, “Sognare è stata la missione della mia vita. Per questo motivo mi sono creato, come vedete, un rifugio di sogni. Nel cuore di Venezia avrei potuto erigere qualcosa di ancora migliore. Certo, intorno a voi si trova una miscela di elementi architettonici vari; la purezza dello stile ionico viene offesa da ornamenti primitivi, e le sfingi d’Egitto giacciono su tappeti d’oro. Tuttavia, questo insieme appare incoerente per chi, come me, è solitario e timido. Le regole del luogo, soprattutto quelle del tempo, sono gli ostacoli che impediscono all’uomo di ammirare ciò che è davvero magnifico. Un tempo anch’io ero un decoratore; ma quella forma di follia sublime ha ormai perso il suo fascino per la mia anima. Ora tutto questo è più adatto ai miei scopi. Come questi incensieri decorati con arabeschi, anche lo spirito mio si contorce nel fuoco. E l’atmosfera delirante di questa scena mi prepara a visioni ancora più straordinarie di quella terra dei veri sogni verso cui sto ora partendo rapidamente, ” Si interruppe bruscamente, chinò la testa sul petto e sembrò ascoltare un suono che io non riuscivo a percepire. Alla fine, rialzando lo sguardo, recitò le parole del Vescovo di Chichester:
Rimani lì per me! Non fallirò
Nel trovarci in quella valle desolata.
Nel momento successivo, riconoscendo il potere di quel vino, si gettò a corpo intero su un divano.
Si udirono rapidi passi sulle scale, seguiti immediatamente da un forte bussare alla porta. Mentre mi affrettavo ad aspettarmi un altro disturbo, un paggio della casa di Mentoni irruppe nella stanza e, con voce soffocata dall’emozione, pronunciò parole incoerenti: “La mia padrona!. La mia padrona. Avvelenata!. Avvelenata! Oh, bella, oh, bellissima Afrodite!”
Confuso, corsi verso l’ottomano e cercai di risvegliare quel dormiente per fargli comprendere l’intelligenza straordinaria che possedeva. Ma le sue membra erano rigide; le sue labbra erano pallide; i suoi occhi, un tempo luminosi, erano fissi nel vuoto della morte. Barcollai all’indietro verso il tavolo; la mia mano si posò su una coppa crepata e annerita. E all’improvviso, tutta la terribile verità mi colpì con violenza l’anima.
Stay for me there! I will not fail. To meet thee in that hollow vale.
(Exequy on the death of his wife, by Henry King, Bishop of Chichester.)
Ill-fated and mysterious man!—bewildered in the brilliancy of thine own imagination, and fallen in the flames of thine own youth! Again in fancy I behold thee! Once more thy form hath risen before me!—not—oh! not as thou art—in the cold valley and shadow—but as thou shouldst be—squandering away a life of magnificent meditation in that city of dim visions, thine own Venice—which is a star-beloved Elysium of the sea, and the wide windows of whose Palladian palaces look down with a deep and bitter meaning upon the secrets of her silent waters. Yes! I repeat it—as thou shouldst be. There are surely other worlds than this—other thoughts than the thoughts of the multitude—other speculations than the speculations of the sophist. Who then shall call thy conduct into question? who blame thee for thy visionary hours, or denounce those occupations as a wasting away of life, which were but the overflowings of thine everlasting energies?
It was at Venice, beneath the covered archway there called the Ponte di Sospiri, that I met for the third or fourth time the person of whom I speak. It is with a confused recollection that I bring to mind the circumstances of that meeting. Yet I remember—ah! how should I forget?—the deep midnight, the Bridge of Sighs, the beauty of woman, and the Genius of Romance that stalked up and down the narrow canal.
It was a night of unusual gloom. The great clock of the Piazza had sounded the fifth hour of the Italian evening. The square of the Campanile lay silent and deserted, and the lights in the old Ducal Palace were dying fast away. I was returning home from the Piazetta, by way of the Grand Canal. But as my gondola arrived opposite the mouth of the canal San Marco, a female voice from its recesses broke suddenly upon the night, in one wild, hysterical, and long continued shriek. Startled at the sound, I sprang upon my feet: while the gondolier, letting slip his single oar, lost it in the pitchy darkness beyond a chance of recovery, and we were consequently left to the guidance of the current which here sets from the greater into the smaller channel. Like some huge and sable-feathered condor, we were slowly drifting down towards the Bridge of Sighs, when a thousand flambeaux flashing from the windows, and down the staircases of the Ducal Palace, turned all at once that deep gloom into a livid and preternatural day.
A child, slipping from the arms of its own mother, had fallen from an upper window of the lofty structure into the deep and dim canal. The quiet waters had closed placidly over their victim; and, although my own gondola was the only one in sight, many a stout swimmer, already in the stream, was seeking in vain upon the surface, the treasure which was to be found, alas! only within the abyss. Upon the broad black marble flagstones at the entrance of the palace, and a few steps above the water, stood a figure which none who then saw can have ever since forgotten. It was the Marchesa Aphrodite—the adoration of all Venice—the gayest of the gay—the most lovely where all were beautiful—but still the young wife of the old and intriguing Mentoni, and the mother of that fair child, her first and only one, who now, deep beneath the murky water, was thinking in bitterness of heart upon her sweet caresses, and exhausting its little life in struggles to call upon her name.
She stood alone. Her small, bare, and silvery feet gleamed in the black mirror of marble beneath her. Her hair, not as yet more than half loosened for the night from its ball-room array, clustered, amid a shower of diamonds, round and round her classical head, in curls like those of the young hyacinth. A snowy-white and gauze-like drapery seemed to be nearly the sole covering to her delicate form; but the mid-summer and midnight air was hot, sullen, and still, and no motion in the statue-like form itself, stirred even the folds of that raiment of very vapor which hung around it as the heavy marble hangs around the Niobe. Yet—strange to say!—her large lustrous eyes were not turned downwards upon that grave wherein her brightest hope lay buried—but riveted in a widely different direction! The prison of the Old Republic is, I think, the stateliest building in all Venice—but how could that lady gaze so fixedly upon it, when beneath her lay stifling her only child? Yon dark, gloomy niche, too, yawns right opposite her chamber window—what, then, could there be in its shadows—in its architecture—in its ivy-wreathed and solemn cornices—that the Marchesa di Mentoni had not wondered at a thousand times before? Nonsense!—Who does not remember that, at such a time as this, the eye, like a shattered mirror, multiplies the images of its sorrow, and sees in innumerable far-off places, the woe which is close at hand?
Many steps above the Marchesa, and within the arch of the water-gate, stood, in full dress, the Satyr-like figure of Mentoni himself. He was occasionally occupied in thrumming a guitar, and seemed ennuye to the very death, as at intervals he gave directions for the recovery of his child. Stupefied and aghast, I had myself no power to move from the upright position I had assumed upon first hearing the shriek, and must have presented to the eyes of the agitated group a spectral and ominous appearance, as with pale countenance and rigid limbs, I floated down among them in that funereal gondola.
Rimani lì per me! Non fallirò. Per incontrarti in quella valle desolata.
(Esequie per la morte di sua moglie, scritte da Enrico Re, Vescovo di Chichester.)
Uomo sfortunato e misterioso! Smarrito nella brillantezza della tua stessa immaginazione, caduto nelle fiamme della tua giovinezza. Di nuovo ti rivedo nella mia fantasia; ancora una volta la tua figura si presenta davanti a me. Ma non così come sei ora, in quella valle fredda e nell’ombra. Bensì così come dovresti essere: sprecando una vita dedicata alla meditazione in quella città di visioni oscure, la tua stessa Venezia. Quell’Eliporto amato dalle stelle, sul mare; quelle vaste finestre dei suoi palazzi palladiani che guardano giù con un significato profondo e amaro sui segreti delle sue acque silenziose. Sì! Lo ripeto: così come dovresti essere. Sicuramente esistono altri mondi oltre a questo, altri pensieri diversi da quelli della moltitudine, altre speculazioni diverse da quelle dei sofisti. Chi allora potrebbe mettere in dubbio il tuo comportamento? Chi ti biasimerebbe per le tue ore di meditazione, o condannerebbe quelle attività come uno spreco di vita, quando in realtà non sono altro che l’esplosione delle tue energie infinite?
Fu a Venezia, sotto quell’arco coperto chiamato Ponte dei Sospiri, che incontrai per la terza o quarta volta la persona di cui parlo. Ricordo quelle circostanze con una certa confusione. Ma ricordo bene – ah, come potrei dimenticare? – quella profonda notte di mezzanotte, il Ponte dei Sospiri, la bellezza della donna, e quel Genio del Romanzo che si aggirava su e giù lungo il canale stretto.
Era una notte di insolita oscurità. L’imponente orologio della Piazza aveva segnato la quinta ora della sera italiana. La piazza del Campanile era silenziosa e deserta, e le luci dell’antico Palazzo Ducale stavano spegnendosi rapidamente. Stavo tornando a casa dalla Piazetta, passando per il Gran Canale. Ma quando la mia gondola arrivò di fronte all’ingresso del canale San Marco, una voce femminile provenne improvvisamente dalle sue profondità, lanciando un grido selvaggio, isterico e prolungato nella notte. Spaventato da quel suono, mi alzai in piedi; intanto il gondoliere, lasciando andare l’unico remo, lo perse nell’oscurità impenetrabile, rendendo impossibile recuperarlo. Così fummo lasciati alla deriva dalla corrente che qui conduce dal canale più largo a quello più stretto. Come un enorme condor dalle piume nere, ci lasciammo lentamente trascinare verso il Ponte dei Sospiri. Quando mille torce, accese alle finestre e lungo le scale del Palazzo Ducale, trasformarono all’improvviso quell’oscurità profonda in una luce livida e soprannaturale.
Un bambino, sfuggendo dalle braccia della propria madre, era caduto da una finestra superiore dell’alto edificio nel profondo e buio canale. Le acque tranquille si erano chiuse dolcemente sopra la sua vittima; e sebbene la mia stessa gondola fosse l’unica visibile, molti nuotatori robusti, già presenti nel corso d’acqua, cercavano invano in superficie il tesoro che, ahimè, si trovava soltanto nell’abisso. Sulle ampie lastre di marmo nero all’ingresso del palazzo, e a pochi passi sopra l’acqua, c’era una figura che nessuno di coloro che la videro in quel momento avrebbe mai potuto dimenticare. Era la Marchesa Aphrodite, l’idolo di tutta Venezia; la più bella tra tutte le belle, ma anche la giovane moglie dell’anziano e intrigante Mentoni, e la madre di quella graziosa bambina, sua unica figlia, che ora, nelle profondità delle acque torbide, pensava con amarezza alle sue dolci carezze, esaurendo la propria breve vita nel tentativo disperato di chiamare il suo nome.
Stava lì, sola. I suoi piccoli piedi, nudi e argentei, brillavano nel nero specchio di marmo che la circondava. I suoi capelli, ancora per metà raccolti nella pettinatura da ballo della sera, si arricciavano intorno alla sua testa classica, simili a quelli del giovane giacinto. Un velo bianco come la neve sembrava essere l’unico indumento che copriva il suo corpo delicato; ma l’aria calda e stagnante di mezzanotte non muoveva nemmeno le pieghe di quel velo, etereo quanto il marmo che circonda la statua di Niobe. Eppure, strano a dirsi! I suoi grandi occhi luminosi non erano rivolti verso quel luogo in cui giaceva sepolta la sua più grande speranza, ma fissavano una direzione completamente diversa. Penso che il carcere della Vecchia Repubblica sia l’edificio più imponente di tutta Venezia. Ma come poteva quella signora guardarlo con tanta intensità, quando sotto di lei giaceva soffocata la sua unica figlia? Quella nicchia oscura e tetra, proprio di fronte alla finestra della sua stanza. Cosa mai poteva esserci nelle sue ombre, nella sua architettura, nelle sue cornici adornate d’edera, che la marchesa di Mentoni non avesse già osservato mille volte prima? Sciocchezze! Chi non ricorda che in momenti come questi lo sguardo, simile a uno specchio infranto, moltiplica le immagini del proprio dolore e vede, in luoghi lontani e innumerevoli, la sofferenza che è invece così vicina?
Molto al di sopra della Marchesa, all’interno dell’arco del portone d’acqua, stava, vestito con tutto il suo splendore, la figura simile a un satiro di Mentoni stesso. Di tanto in tanto si dedicava a suonare la chitarra e sembrava indifferente persino alla morte, poiché di quando in quando dava istruzioni per il ritrovamento del suo bambino. Stupita e atterrita, non avevo la forza di muovermi dalla posizione eretta in cui mi ero trovata non appena avevo sentito quel grido; devo essermi presentata agli occhi del gruppo agitato con un aspetto spettrale e minaccioso: con il viso pallido e le membra rigide, sono scesa tra di loro in quella gondola funebre.
All efforts proved in vain. Many of the most energetic in the search were relaxing their exertions, and yielding to a gloomy sorrow. There seemed but little hope for the child; (how much less than for the mother!) but now, from the interior of that dark niche which has been already mentioned as forming a part of the Old Republican prison, and as fronting the lattice of the Marchesa, a figure muffled in a cloak, stepped out within reach of the light, and, pausing a moment upon the verge of the giddy descent, plunged headlong into the canal. As, in an instant afterwards, he stood with the still living and breathing child within his grasp, upon the marble flagstones by the side of the Marchesa, his cloak, heavy with the drenching water, became unfastened, and, falling in folds about his feet, discovered to the wonder-stricken spectators the graceful person of a very young man, with the sound of whose name the greater part of Europe was then ringing.
No word spoke the deliverer. But the Marchesa! She will now receive her child—she will press it to her heart—she will cling to its little form, and smother it with her caresses. Alas! another’s arms have taken it from the stranger—another’s arms have taken it away, and borne it afar off, unnoticed, into the palace! And the Marchesa! Her lip—her beautiful lip trembles; tears are gathering in her eyes—those eyes which, like Pliny’s acanthus, are “soft and almost liquid.” Yes! tears are gathering in those eyes—and see! the entire woman thrills throughout the soul, and the statue has started into life! The pallor of the marble countenance, the swelling of the marble bosom, the very purity of the marble feet, we behold suddenly flushed over with a tide of ungovernable crimson; and a slight shudder quivers about her delicate frame, as a gentle air at Napoli about the rich silver lilies in the grass.
Why should that lady blush! To this demand there is no answer—except that, having left, in the eager haste and terror of a mother’s heart, the privacy of her own boudoir, she has neglected to enthral her tiny feet in their slippers, and utterly forgotten to throw over her Venetian shoulders that drapery which is their due. What other possible reason could there have been for her so blushing?—for the glance of those wild appealing eyes?—for the unusual tumult of that throbbing bosom?—for the convulsive pressure of that trembling hand?—that hand which fell, as Mentoni turned into the palace, accidentally, upon the hand of the stranger. What reason could there have been for the low—the singularly low tone of those unmeaning words which the lady uttered hurriedly in bidding him adieu? “Thou hast conquered,” she said, or the murmurs of the water deceived me; “thou hast conquered—one hour after sunrise—we shall meet—so let it be!”
The tumult had subsided, the lights had died away within the palace, and the stranger, whom I now recognized, stood alone upon the flags. He shook with inconceivable agitation, and his eye glanced around in search of a gondola. I could not do less than offer him the service of my own; and he accepted the civility. Having obtained an oar at the water-gate, we proceeded together to his residence, while he rapidly recovered his self-possession, and spoke of our former slight acquaintance in terms of great apparent cordiality.
There are some subjects upon which I take pleasure in being minute. The person of the stranger—let me call him by this title, who to all the world was still a stranger—the person of the stranger is one of these subjects. In height he might have been below rather than above the medium size: although there were moments of intense passion when his frame actually expanded and belied the assertion. The light, almost slender symmetry of his figure, promised more of that ready activity which he evinced at the Bridge of Sighs, than of that Herculean strength which he has been known to wield without an effort, upon occasions of more dangerous emergency. With the mouth and chin of a deity—singular, wild, full, liquid eyes, whose shadows varied from pure hazel to intense and brilliant jet—and a profusion of curling, black hair, from which a forehead of unusual breadth gleamed forth at intervals all light and ivory—his were features than which I have seen none more classically regular, except, perhaps, the marble ones of the Emperor Commodus. Yet his countenance was, nevertheless, one of those which all men have seen at some period of their lives, and have never afterwards seen again. It had no peculiar, it had no settled predominant expression to be fastened upon the memory; a countenance seen and instantly forgotten, but forgotten with a vague and never-ceasing desire of recalling it to mind. Not that the spirit of each rapid passion failed, at any time, to throw its own distinct image upon the mirror of that face—but that the mirror, mirror-like, retained no vestige of the passion, when the passion had departed.
Upon leaving him on the night of our adventure, he solicited me, in what I thought an urgent manner, to call upon him very early the next morning. Shortly after sunrise, I found myself accordingly at his Palazzo, one of those huge structures of gloomy, yet fantastic pomp, which tower above the waters of the Grand Canal in the vicinity of the Rialto. I was shown up a broad winding staircase of mosaics, into an apartment whose unparalleled splendor burst through the opening door with an actual glare, making me blind and dizzy with luxuriousness.
Tutti gli sforzi risultarono vani. Molti dei più energici tra coloro che partecipavano alle ricerche iniziarono ad allentare i propri sforzi, cedendo alla tristezza e al pessimismo. Sembrava esserci ben poca speranza per il bambino; figuriamoci per la madre! Ma ora, dall’interno di quella oscura nicchia menzionata in precedenza – che faceva parte dell’antico carcere repubblicano e si affacciava sulla griglia della Marchesa – emerse una figura avvolta in un mantello. Dopo essersi soffermata per un momento sul bordo di quella ripida discesa, si gettò a capofitto nel canale. Un attimo dopo, si trovò con il bambino ancora vivo e respirante tra le sue braccia, sui gradini di marmo accanto alla Marchesa. Il suo mantello, intriso d’acqua, si aprì rivelando la figura elegante di un giovane molto attraente; il nome di quel ragazzo era allora conosciuto in gran parte d’Europa.
Nessuna parola uscì dalle labbra della donna che aveva salvato il bambino. Ma la Marchesa. Ora avrebbe ricevuto il suo figlio: lo avrebbe stretto al cuore, si sarebbe aggrappata a quel piccolo corpicino e lo avrebbe coperto di carezze. Ahimè! Le braccia di un’altra donna l’avevano portato via dallo sconosciuto. Le braccia di un’altra donna l’avevano portato lontano, senza che nessuno se ne accorgesse, fino al palazzo. E la Marchesa. Le sue labbra tremavano; le lacrime si accumulavano nei suoi occhi. Quegli occhi, dolci e quasi liquidi come quelli di Plinio. Sì. Le lacrime riempivano quegli occhi. E tutta la donna tremava, dalla testa ai piedi. La pelle pallida del suo viso, il seno rigido come marmo, i piedi puri e levigati, tutto diventava improvvisamente rosso di un colore incontrollabile. Un leggero tremito scuoteva il suo corpo delicato, come una brezza leggera che accarezza i lillà d’argento nel prato di Napoli.
Perché mai quella signora dovrebbe arrossire! A questa richiesta non c’è alcuna risposta, se non che, lasciata in fretta e con terrore, come avviene nel cuore di una madre, la privacy del proprio boudoir, ha dimenticato di infilarsi le pantofole ai piedini e ha completamente scordato di indossare quel velo che le spetta. Qual altro motivo potrebbe esserci per il suo arrossimento? Per lo sguardo di quegli occhi selvaggi e affascinanti, per l’inusuale agitazione del suo petto, per la stretta convulsiva di quella mano tremante, quella mano che, mentre Mentoni entrava nel palazzo, si posò accidentalmente su quella dello straniero. Qual motivo potrebbe esserci per quel tono basso, così insolitamente basso, di quelle parole prive di senso che la signora pronunciò in fretta, salutandolo? “Hai vinto”, disse, o forse furono i mormori dell’acqua a ingannarmi; “hai vinto, un’ora dopo l’alba, ci rivedremo, sia così!”
Il tumulto si era placato, le luci del palazzo erano spente, e lo sconosciuto, che ora riconoscevo, stava solo tra le bandiere. Tremava per un’agitazione inimmaginabile, e i suoi occhi cercavano intorno una gondola. Non potei fare altro che offrirgli la mia; lui accettò gentilmente la mia offerta. Dopo aver preso un remo presso il cancello sul fiume, proseguimmo insieme verso la sua residenza; nel frattempo, lui riacquistò rapidamente la propria calma e parlò della nostra precedente conoscenza con grande cordialità.
Ci sono alcuni argomenti su cui mi piace essere particolarmente meticoloso. La figura dello sconosciuto – chiamiamolo così – che per tutti era ancora uno sconosciuto, appartiene proprio a questi argomenti. Per altezza, poteva essere considerato al di sotto della media; tuttavia, in momenti di intensa passione, il suo corpo sembrava “espandersi”, contraddicendo questa impressione. La leggera, quasi snella simmetria del suo fisico prometteva più di quell’agilità che aveva dimostrato al Ponte dei Sospiri, piuttosto che di quella forza herculeana di cui si diceva fosse dotato senza sforzo in situazioni particolarmente pericolose. Con la bocca e il mento tipici di una divinità, occhi straordinari, selvaggi, pieni di luce, i cui riflessi variavano dal marrone chiaro al nero intenso e brillante, e una folta chioma nera ondulata, da cui emergeva una fronte insolitamente larga e luminosa come l’avorio. Le sue sembianze erano tra le più classicamente regolari che avessi mai visto, forse solo paragonabili a quelle in marmo dell’Imperatore Commodo. Eppure, il suo volto apparteneva a quei tipi di volti che tutti hanno visto almeno una volta nella vita, per poi non rivederli mai più. Non aveva un’espressione particolare, nessun tratto dominante che si potesse ricordare facilmente; era un volto visto e subito dimenticato, ma dimenticato con un desiderio vago e costante di ricordarlo. Non è che lo spirito di ogni passione intensa non lasciasse il proprio segno su quel volto, ma quel “specchio” simile a uno specchio, non conservava alcuna traccia di quelle emozioni una volta che queste erano svanite.
La notte del nostro viaggio, dopo averlo lasciato, mi chiese, con un tono che mi sembrò urgente, di recarmi da lui molto presto la mattina seguente. Poco dopo l’alba, mi trovai nel suo palazzo, uno di quegli enormi edifici dall’aspetto cupo ma straordinariamente imponente, che si ergono sopra le acque del Gran Canale, nei pressi del Rialto. Mi fu mostrato un ampio e sinuoso corridoio decorato con mosaici; entrando in un appartamento, il suo splendore senza pari mi abbagliò, lasciandomi stordito da tanta opulenza.
I knew my acquaintance to be wealthy. Report had spoken of his possessions in terms which I had even ventured to call terms of ridiculous exaggeration. But as I gazed about me, I could not bring myself to believe that the wealth of any subject in Europe could have supplied the princely magnificence which burned and blazed around.
Although, as I say, the sun had arisen, yet the room was still brilliantly lighted up. I judge from this circumstance, as well as from an air of exhaustion in the countenance of my friend, that he had not retired to bed during the whole of the preceding night. In the architecture and embellishments of the chamber, the evident design had been to dazzle and astound. Little attention had been paid to the decora of what is technically called keeping, or to the proprieties of nationality. The eye wandered from object to object, and rested upon none—neither the grotesques of the Greek painters, nor the sculptures of the best Italian days, nor the huge carvings of untutored Egypt. Rich draperies in every part of the room trembled to the vibration of low, melancholy music, whose origin was not to be discovered. The senses were oppressed by mingled and conflicting perfumes, reeking up from strange convolute censers, together with multitudinous flaring and flickering tongues of emerald and violet fire. The rays of the newly risen sun poured in upon the whole, through windows, formed each of a single pane of crimson-tinted glass. Glancing to and fro, in a thousand reflections, from curtains which rolled from their cornices like cataracts of molten silver, the beams of natural glory mingled at length fitfully with the artificial light, and lay weltering in subdued masses upon a carpet of rich, liquid-looking cloth of Chili gold.
“Ha! ha! ha!—ha! ha! ha!”—laughed the proprietor, motioning me to a seat as I entered the room, and throwing himself back at full-length upon an ottoman. “I see,” said he, perceiving that I could not immediately reconcile myself to the bienseance of so singular a welcome—“I see you are astonished at my apartment—at my statues—my pictures—my originality of conception in architecture and upholstery! absolutely drunk, eh, with my magnificence? But pardon me, my dear sir, (here his tone of voice dropped to the very spirit of cordiality,) pardon me for my uncharitable laughter. You appeared so utterly astonished. Besides, some things are so completely ludicrous, that a man must laugh or die. To die laughing, must be the most glorious of all glorious deaths! Sir Thomas More—a very fine man was Sir Thomas More—Sir Thomas More died laughing, you remember. Also in the Absurdities of Ravisius Textor, there is a long list of characters who came to the same magnificent end. Do you know, however,” continued he musingly, “that at Sparta (which is now Palæochori,) at Sparta, I say, to the west of the citadel, among a chaos of scarcely visible ruins, is a kind of socle, upon which are still legible the letters ΛΑΞΜ. They are undoubtedly part of ΓΕΛΑΞΜΑ. Now, at Sparta were a thousand temples and shrines to a thousand different divinities. How exceedingly strange that the altar of Laughter should have survived all the others! But in the present instance,” he resumed, with a singular alteration of voice and manner, “I have no right to be merry at your expense. You might well have been amazed. Europe cannot produce anything so fine as this, my little regal cabinet. My other apartments are by no means of the same order—mere ultras of fashionable insipidity. This is better than fashion—is it not? Yet this has but to be seen to become the rage—that is, with those who could afford it at the cost of their entire patrimony. I have guarded, however, against any such profanation. With one exception, you are the only human being besides myself and my valet, who has been admitted within the mysteries of these imperial precincts, since they have been bedizened as you see!”
I bowed in acknowledgment—for the overpowering sense of splendor and perfume, and music, together with the unexpected eccentricity of his address and manner, prevented me from expressing, in words, my appreciation of what I might have construed into a compliment.
“Here,” he resumed, arising and leaning on my arm as he sauntered around the apartment, “here are paintings from the Greeks to Cimabue, and from Cimabue to the present hour. Many are chosen, as you see, with little deference to the opinions of Virtu. They are all, however, fitting tapestry for a chamber such as this. Here, too, are some chefs d’oeuvre of the unknown great; and here, unfinished designs by men, celebrated in their day, whose very names the perspicacity of the academies has left to silence and to me. What think you,” said he, turning abruptly as he spoke—“what think you of this Madonna della Pieta?”
“It is Guido’s own!” I said, with all the enthusiasm of my nature, for I had been poring intently over its surpassing loveliness. “It is Guido’s own!—how could you have obtained it?—she is undoubtedly in painting what the Venus is in sculpture.”
“Ha!” said he thoughtfully, “the Venus—the beautiful Venus?—the Venus of the Medici?—she of the diminutive head and the gilded hair? Part of the left arm (here his voice dropped so as to be heard with difficulty,) and all the right, are restorations; and in the coquetry of that right arm lies, I think, the quintessence of all affectation. Give me the Canova! The Apollo, too, is a copy—there can be no doubt of it—blind fool that I am, who cannot behold the boasted inspiration of the Apollo! I cannot help—pity me!—I cannot help preferring the Antinous. Was it not Socrates who said that the statuary found his statue in the block of marble? Then Michael Angelo was by no means original in his couplet—
Sapevo che il mio conoscente fosse ricco. Le descrizioni delle sue proprietà erano talmente esagerate da sembrare addirittura ridicole. Ma guardandomi intorno, non riuscivo a credere che la ricchezza di alcun individuo in Europa potesse essere sufficiente a creare una tale magnificenza sfarzosa e abbagliante.
Sebbene, come dico, il sole fosse già sorto, la stanza era ancora splendidamente illuminata. Giudicando da questa circostanza, così come dall’aspetto stanco sul volto del mio amico, dedussi che non si fosse coricato per tutta la precedente notte. Nell’architettura e negli ornamenti della stanza era evidente lo scopo di abbagliare e stupire chi vi entrava; poca attenzione, invece, era stata dedicata alla decorazione, né alle caratteristiche tipiche di una determinata nazionalità. Lo sguardo vagava da un oggetto all’altro, senza soffermarsi su nulla: né sui “grotteschi” dei pittori greci, né sulle sculture dei migliori artisti italiani, né sulle enormi sculture dell’ignaro Egitto. Ricche tende tremolavano al ritmo di una musica bassa e melancolica, la cui origine restava sconosciuta. I sensi erano sopraffatti da profumi intensi e contrastanti, che provenivano da strani incensieri, insieme a innumerevoli lingue di fuoco verdi e viola che lampeggiavano continuamente. I raggi del sole appena sorto penetravano nella stanza attraverso finestre fatte interamente di vetro rosso sangue; i loro riflessi, creati dalle tende che si muovevano come cascate d’argento fuso, mescolavano a tratti la luce naturale con quella artificiale, formando un insieme suggestivo su un tappeto realizzato in tessuto dorato e lucido.
“Ahahah! Ahahah!” rideva il proprietario, indicandomi un posto a sedere non appena entrai nella stanza e sdraiandosi completamente su un divano. “Capisco,” disse, notando che non riuscivo subito ad abituarmi a tale straordinaria accoglienza, “Vedo che siete stupito dal mio appartamento, dalle mie statue, dai miei dipinti, dalla mia originalità nell’architettura e nell’arredamento. Siete davvero sbalordito, eh? Ma perdonatemi, caro signore, (il suo tono divenne improvvisamente molto cordiale, ) Perdonate il mio riso poco gentile. Sembravate davvero estremamente sorpreso. Inoltre, alcune cose sono così assurde che una persona deve ridere, o morire. Morire ridendo deve essere la morte più gloriosa di tutte! Sir Thomas More, un uomo davvero nobile, è morto ridendo, ricordate? Anche nel libro delle “Assurdità” di Ravisius Textor c’è una lunga lista di personaggi che hanno avuto lo stesso destino glorioso. Ma sapete,” continuò meditabondo, “che a Sparta, a ovest della fortezza, tra rovine quasi invisibili, si trova una sorta di piedistallo su cui sono ancora leggibili le lettere ΛΑΞΜ? Senza dubbio fanno parte di ΓΕΛΑΞΜΑ. A Sparta c’erano mille templi e santuari dedicati a mille divinità diverse. Che stranezza che l’altare del Riso sia sopravvissuto a tutti gli altri! Ma in questo caso, ” riprese, cambiando improvvisamente tono e modo di parlare, “non ho il diritto di divertirmi a vostro scapito. Avreste potuto davvero essere stupiti. L’Europa non è in grado di produrre nulla di così straordinario. Il mio piccolo “gabinetto regale”. Gli altri miei appartamenti non sono affatto alla stessa altezza. Sono soltanto esempi di banalità alla moda. Questo invece è qualcosa di davvero superiore alla moda, vero? Eppure basterà che venga visto per diventare immediatamente molto popolare. Cioè, tra coloro che possono permetterselo, a scapito del proprio intero patrimonio. Tuttavia, ho preso tutte le precauzioni necessarie per evitare che ciò accadesse. Ad eccezione di voi, siete l’unico essere umano, oltre a me e al mio “valletto”, ad essere stato ammesso nei segreti di questi luoghi imperiali. Da quando sono stati arredati come vedete!”
Mi inchinai in segno di ringraziamento: la straordinaria magnificenza, il profumo intenso, la musica incantevole, insieme all’insolita eccentricità del suo modo di parlare e di comportarsi, mi impedirono di esprimere a parole la mia apprezzazione per ciò che avrei potuto interpretare come un complimento.
“Ecco,” riprese, alzandosi e appoggiandosi al mio braccio mentre camminava lentamente per l’appartamento, “ecco dipinti che vanno dai Greci a Cimabue, e da Cimabue fino ai giorni nostri. Molti di questi sono stati scelti, come potete vedere, senza tenere troppo conto delle opinioni di Virtu. Tuttavia, tutti rappresentano opere perfette per una stanza come questa. Ecco anche alcuni capolavori di grandi artisti sconosciuti; e qui, progetti inediti di uomini celebri ai loro tempi, i cui nomi stessi sono stati dimenticati dalle accademie. E voi, che ne pensate?” disse, girandosi improvvisamente mentre parlava. “Che ne pensate di questa ‘Madonna della Pieta’?”
“È proprio di Guido!” dissi, con tutto l’entusiasmo della mia natura, perché avevo osservato attentamente la sua straordinaria bellezza. “È davvero di Guido!. Come avresti potuto ottenerla?. Senza dubbio rappresenta ciò che la Venere rappresenta nella scultura.”
“Ha!” disse lui, pensieroso, “la Venere, la bellissima )Venere, quella dei Medici, con quel viso minuto e quei capelli dorati? Parte del braccio sinistro (qui la sua voce si abbassò tanto da essere appena udibile) e tutto il braccio destro sono restaurazioni; e nella grazia di quel braccio destro, credo, risieda l’essenza stessa di ogni affettazione. Datemi la scultura di Canova! Anche l’Apollo è una copia, non può esserci alcun dubbio al riguardo. Che stupido sono, che non riesco a riconoscere l’insolente ‘ispirazione’ dell’Apollo! Non posso fare a meno, povero me, di preferire Antinoo. Non fu forse Socrate a dire che lo scultore trovò la sua statua già nel blocco di marmo? Allora anche l’Michelangelo non fu affatto originale nella sua creazione, ”
‘Non ha l’ottimo artista alcun concetto Che un marmo solo in se non circunscriva.’”
It has been, or should be remarked, that, in the manner of the true gentleman, we are always aware of a difference from the bearing of the vulgar, without being at once precisely able to determine in what such difference consists. Allowing the remark to have applied in its full force to the outward demeanor of my acquaintance, I felt it, on that eventful morning, still more fully applicable to his moral temperament and character. Nor can I better define that peculiarity of spirit which seemed to place him so essentially apart from all other human beings, than by calling it a habit of intense and continual thought, pervading even his most trivial actions—intruding upon his moments of dalliance—and interweaving itself with his very flashes of merriment—like adders which writhe from out the eyes of the grinning masks in the cornices around the temples of Persepolis.
I could not help, however, repeatedly observing, through the mingled tone of levity and solemnity with which he rapidly descanted upon matters of little importance, a certain air of trepidation—a degree of nervous unction in action and in speech—an unquiet excitability of manner which appeared to me at all times unaccountable, and upon some occasions even filled me with alarm. Frequently, too, pausing in the middle of a sentence whose commencement he had apparently forgotten, he seemed to be listening in the deepest attention, as if either in momentary expectation of a visitor, or to sounds which must have had existence in his imagination alone.
It was during one of these reveries or pauses of apparent abstraction, that, in turning over a page of the poet and scholar Politian’s beautiful tragedy “The Orfeo,” (the first native Italian tragedy,) which lay near me upon an ottoman, I discovered a passage underlined in pencil. It was a passage towards the end of the third act—a passage of the most heart-stirring excitement—a passage which, although tainted with impurity, no man shall read without a thrill of novel emotion—no woman without a sigh. The whole page was blotted with fresh tears; and, upon the opposite interleaf, were the following English lines, written in a hand so very different from the peculiar characters of my acquaintance, that I had some difficulty in recognising it as his own:—
Thou wast that all to me, love, For which my soul did pine— A green isle in the sea, love, A fountain and a shrine, All wreathed with fairy fruits and flowers; And all the flowers were mine.
Ah, dream too bright to last! Ah, starry Hope, that didst arise But to be overcast! A voice from out the Future cries, “Onward!”—but o’er the Past (Dim gulf!) my spirit hovering lies, Mute—motionless—aghast!
For alas! alas! with me The light of life is o’er. “No more—no more—no more,” (Such language holds the solemn sea To the sands upon the shore,) Shall bloom the thunder-blasted tree, Or the stricken eagle soar!
Now all my hours are trances; And all my nightly dreams Are where the dark eye glances, And where thy footstep gleams, In what ethereal dances, By what Italian streams.
Alas! for that accursed time They bore thee o’er the billow, From Love to titled age and crime, And an unholy pillow!— From me, and from our misty clime, Where weeps the silver willow!
That these lines were written in English—a language with which I had not believed their author acquainted—afforded me little matter for surprise. I was too well aware of the extent of his acquirements, and of the singular pleasure he took in concealing them from observation, to be astonished at any similar discovery; but the place of date, I must confess, occasioned me no little amazement. It had been originally written London, and afterwards carefully overscored—not, however, so effectually as to conceal the word from a scrutinizing eye. I say, this occasioned me no little amazement; for I well remember that, in a former conversation with a friend, I particularly inquired if he had at any time met in London the Marchesa di Mentoni, (who for some years previous to her marriage had resided in that city,) when his answer, if I mistake not, gave me to understand that he had never visited the metropolis of Great Britain. I might as well here mention, that I have more than once heard, (without, of course, giving credit to a report involving so many improbabilities,) that the person of whom I speak, was not only by birth, but in education, an Englishman.
“There is one painting,” said he, without being aware of my notice of the tragedy—“there is still one painting which you have not seen.” And throwing aside a drapery, he discovered a full-length portrait of the Marchesa Aphrodite.
Human art could have done no more in the delineation of her superhuman beauty. The same ethereal figure which stood before me the preceding night upon the steps of the Ducal Palace, stood before me once again. But in the expression of the countenance, which was beaming all over with smiles, there still lurked (incomprehensible anomaly!) that fitful stain of melancholy which will ever be found inseparable from the perfection of the beautiful. Her right arm lay folded over her bosom. With her left she pointed downward to a curiously fashioned vase. One small, fairy foot, alone visible, barely touched the earth; and, scarcely discernible in the brilliant atmosphere which seemed to encircle and enshrine her loveliness, floated a pair of the most delicately imagined wings. My glance fell from the painting to the figure of my friend, and the vigorous words of Chapman’s Bussy D’Ambois, quivered instinctively upon my lips:
“Nessun grande artista possiede una concezione tale che un singolo blocco di marmo, per sé stesso, non ne delimiti i confini.”
È opportuno, o dovrebbe essere notato, che, secondo le caratteristiche del vero gentiluomo, siamo sempre consapevoli di una differenza nel comportamento rispetto a quello della gente comune, senza però riuscire immediatamente a individuarne con precisione la natura. Ritenendo che questa osservazione si applicasse pienamente al comportamento esteriore del mio conoscente, quella mattina decisiva ne percepii ancora più chiaramente l’applicabilità anche al suo temperamento morale e al suo carattere. Non posso definire meglio quella particolarità dello spirito che sembrava distinguerlo così radicalmente da tutti gli altri esseri umani, se non chiamandola un’abitudine di pensiero intenso e costante, che permeava persino le sue azioni più banali, invadeva i momenti di svago e si intrecciava persino con i suoi istanti di gioia, come serpenti che strisciano fuori dagli occhi delle maschere sorridenti incastonate nelle cornici sopra i templi di Persepoli.
Tuttavia, non potevo fare a meno di osservare ripetutamente, nel tono misto di leggerezza e solennità con cui rapidamente discuteva di questioni di poco conto, un certo senso di trepidazione, un grado di nervosismo sia nell’azione che nel parlare, una inquietudine nel comportamento che a mio parere era del tutto inspiegabile; in alcune occasioni, anzi, mi causava preoccupazione. Spesso si interrompeva a metà di una frase, come se avesse dimenticato dove aveva iniziato a parlare, e sembrava ascoltare con estrema attenzione, come se attendesse l’arrivo di qualcuno o fosse in ascolto di suoni che esistevano soltanto nella sua immaginazione.
Fu durante uno di questi sogni ad occhi aperti o di queste pause apparentemente dedicate all’astrazione che, sfogliando la bellissima tragedia di Politiano, lo scrittore e studioso, intitolata “Orfeo” (la prima tragedia italiana originale), che giaceva vicino a me su un divano, scoprii un passaggio sottolineato con la matita. Si trovava verso la fine del terzo atto; un passaggio di una commozione estremamente intensa. Un passaggio che, sebbene contaminato da elementi impuri, nessun uomo potrebbe leggere senza provare un brivido di emozione. Nessuna donna senza sospirare. L’intera pagina era macchiata di fresche lacrime; e sul foglio successivo erano scritte le seguenti righe in inglese, scritte con una grafia così diversa da quella caratteristica della persona che conoscevo, che fui costretta a fare qualche sforzo per riconoscerle come sue.
Tu eri tutto per me, amore, Per te la mia anima soffriva. Un’isola verde nel mare, amore, Una fontana e un santuario, Tutto avvolto in frutti fatati e fiori; E tutti quei )fiori erano miei.
Ah, sogni troppo luminosi per durare a lungo.
Ah, speranza stellata che è sorta.
Ma solo per essere offuscata.
Una voce dal Futuro grida: “Avanti!”.
Ma sopra il Passato.
(Un abisso oscuro, ) il mio spirito rimane sospeso,
Muto, immobile, atterrito.
Ahimè, ahimè, con me la luce della vita è svanita. “Non più, non più, non più, ” (Tali parole fermano il mare solenne sulle sabbie della riva, ) Né l’albero colpito dal tuono fiorirà, né l’aquila ferita potrà volare!
Ora tutte le mie ore sono un’estasi;
tutti i miei sogni notturni
si svolgono là dove quel paio di occhi scuri lampeggia,
là dove il tuo passo risuona,
in quelle danze eteree,
lungo quei ruscelli italiani.
Ahimè! Per quel maledetto momento,
ti portarono attraverso le onde,
dalla Amore verso un’età di titoli e crimini.
E un cuscino impuro!
Lontano da me, lontano dalla nostra nebbiosa terra,
dove piange il salice d’argento.
Il fatto che queste righe fossero scritte in inglese – una lingua di cui non credevo che l’autore la conoscesse – non mi sorprese affatto. Ero troppo a conoscenza dell’ampiezza delle sue conoscenze, e del piacere straordinario che provava nel nasconderle agli occhi altrui, per essere stupito da una scoperta del genere; tuttavia, il luogo di datazione mi causò davvero notevole meraviglia. Inizialmente era stato scritto “Londra”, e in seguito la parola era stata accuratamente cancellata, sebbene non abbastanza efficacemente da sfuggire a un’osservazione attenta. Ricordo bene che, in una precedente conversazione con un amico, gli avevo chiesto esplicitamente se avesse mai incontrato a Londra la Marchesa di Mentoni – che per alcuni anni prima del suo matrimonio aveva risieduto in quella città – e lui mi aveva risposto che non aveva mai visitato la capitale della Gran Bretagna. Potrei anche menzionare, qui, che ho sentito più volte (senza ovviamente dare credito a una notizia così piena di improbabilità) che la persona di cui parlo fosse non solo di origine inglese, ma anche educata in Inghilterra.
“C’è ancora un dipinto,” disse lui, senza accorgersi che avevo notato quella tragedia, “C’è ancora un dipinto che non avete visto.” E, scostando una tenda, rivelò un ritratto a figura intera della Marchesa Aphrodite.
L’arte umana non avrebbe potuto fare di più nel delineare la sua superumana bellezza. Quella stessa figura eterea che si era presentata davanti a me la precedente notte sulle scale del Palazzo Ducale, era lì di nuovo. Ma nell’espressione del suo volto, illuminato da sorrisi, si nascondeva ancora (incomprensibile anomalia!) quella macchia intermittente di melancolia che sembra essere inscindibile dalla perfezione della bellezza. Il suo braccio destro era ripiegato sul petto; con la sinistra indicava verso il basso, verso un vaso dal design stravagante. Una piccola, delicata piedina, l’unica visibile, sfiorava appena il suolo; e, a malapena distinguibili nell’atmosfera splendente che sembrava avvolgere e proteggere la sua bellezza, fluttuavano due ali immaginate con estrema delicatezza. Il mio sguardo passò dal dipinto alla figura della mia amica. E le parole vigorose di Chapman nel Bussy D’Ambois tremarono istintivamente sulle mie labbra.
“He is up There like a Roman statue! He will stand Till Death hath made him marble!”
“Come,” he said at length, turning towards a table of richly enamelled and massive silver, upon which were a few goblets fantastically stained, together with two large Etruscan vases, fashioned in the same extraordinary model as that in the foreground of the portrait, and filled with what I supposed to be Johannisberger. “Come,” he said, abruptly, “let us drink! It is early—but let us drink. It is indeed early,” he continued, musingly, as a cherub with a heavy golden hammer made the apartment ring with the first hour after sunrise: “It is indeed early—but what matters it? let us drink! Let us pour out an offering to yon solemn sun which these gaudy lamps and censers are so eager to subdue!” And, having made me pledge him in a bumper, he swallowed in rapid succession several goblets of the wine.
“To dream,” he continued, resuming the tone of his desultory conversation, as he held up to the rich light of a censer one of the magnificent vases—“to dream has been the business of my life. I have therefore framed for myself, as you see, a bower of dreams. In the heart of Venice could I have erected a better? You behold around you, it is true, a medley of architectural embellishments. The chastity of Ionia is offended by antediluvian devices, and the sphynxes of Egypt are outstretched upon carpets of gold. Yet the effect is incongruous to the timid alone. Proprieties of place, and especially of time, are the bugbears which terrify mankind from the contemplation of the magnificent. Once I was myself a decorist; but that sublimation of folly has palled upon my soul. All this is now the fitter for my purpose. Like these arabesque censers, my spirit is writhing in fire, and the delirium of this scene is fashioning me for the wilder visions of that land of real dreams whither I am now rapidly departing.” He here paused abruptly, bent his head to his bosom, and seemed to listen to a sound which I could not hear. At length, erecting his frame, he looked upwards, and ejaculated the lines of the Bishop of Chichester:
“Stay for me there! I will not fail To meet thee in that hollow vale.”
In the next instant, confessing the power of the wine, he threw himself at full-length upon an ottoman.
A quick step was now heard upon the staircase, and a loud knock at the door rapidly succeeded. I was hastening to anticipate a second disturbance, when a page of Mentoni’s household burst into the room, and faltered out, in a voice choking with emotion, the incoherent words, “My mistress!—my mistress!—Poisoned!—poisoned! Oh, beautiful—oh, beautiful Aphrodite!”
Bewildered, I flew to the ottoman, and endeavored to arouse the sleeper to a sense of the startling intelligence. But his limbs were rigid—his lips were livid—his lately beaming eyes were riveted in death. I staggered back towards the table—my hand fell upon a cracked and blackened goblet—and a consciousness of the entire and terrible truth flashed suddenly over my soul.
“È lì in piedi, immobile come una statua romana. Rimarrà fermo fino a quando la Morte non lo trasformerà in marmo!”
“Come,” disse infine, voltandosi verso un tavolo di argento massiccio e riccamente smaltato, su cui erano posizionate alcune coppe dai colori straordinari, insieme a due grandi vasi etruschi, realizzati nello stesso stile di quello che si vedeva in primo piano nel ritratto, e pieni di ciò che supposi fosse vino Johannisberger. “Come,” ripeté bruscamente, “beviamo! È ancora presto, ma beviamo lo stesso. È davvero presto,” continuò meditabondo, mentre un cherubino munito di un pesante martello d’oro faceva risuonare l’appartamento con il suono della prima ora dopo l’alba: “È davvero presto, ma che importanza ha? Beviamo! Versiamo un omaggio a quel solenne sole, che queste luci sgargianti e questi incensieri sono così desiderosi di oscurare, ” E, dopo avermi fatto giurare di non rivelare nulla, bevve rapidamente una serie di coppe di vino.
“Sognare,” continuò, riprendendo il tono della sua conversazione casuale, mentre sollevava verso la luce intensa di un incensiere uno dei magnifici vasi, “Sognare è stata la missione della mia vita. Per questo motivo mi sono creato, come vedete, un rifugio di sogni. Nel cuore di Venezia avrei potuto erigere qualcosa di ancora migliore. Certo, intorno a voi si trova una miscela di elementi architettonici vari; la purezza dello stile ionico viene offesa da ornamenti primitivi, e le sfingi d’Egitto giacciono su tappeti d’oro. Tuttavia, questo insieme appare incoerente per chi, come me, è solitario e timido. Le regole del luogo, soprattutto quelle del tempo, sono gli ostacoli che impediscono all’uomo di ammirare ciò che è davvero magnifico. Un tempo anch’io ero un decoratore; ma quella forma di follia sublime ha ormai perso il suo fascino per la mia anima. Ora tutto questo è più adatto ai miei scopi. Come questi incensieri decorati con arabeschi, anche lo spirito mio si contorce nel fuoco. E l’atmosfera delirante di questa scena mi prepara a visioni ancora più straordinarie di quella terra dei veri sogni verso cui sto ora partendo rapidamente, ” Si interruppe bruscamente, chinò la testa sul petto e sembrò ascoltare un suono che io non riuscivo a percepire. Alla fine, rialzando lo sguardo, recitò le parole del Vescovo di Chichester:
Rimani lì per me! Non fallirò
Nel trovarci in quella valle desolata.
Nel momento successivo, riconoscendo il potere di quel vino, si gettò a corpo intero su un divano.
Si udirono rapidi passi sulle scale, seguiti immediatamente da un forte bussare alla porta. Mentre mi affrettavo ad aspettarmi un altro disturbo, un paggio della casa di Mentoni irruppe nella stanza e, con voce soffocata dall’emozione, pronunciò parole incoerenti: “La mia padrona!. La mia padrona. Avvelenata!. Avvelenata! Oh, bella, oh, bellissima Afrodite!”
Confuso, corsi verso l’ottomano e cercai di risvegliare quel dormiente per fargli comprendere l’intelligenza straordinaria che possedeva. Ma le sue membra erano rigide; le sue labbra erano pallide; i suoi occhi, un tempo luminosi, erano fissi nel vuoto della morte. Barcollai all’indietro verso il tavolo; la mia mano si posò su una coppa crepata e annerita. E all’improvviso, tutta la terribile verità mi colpì con violenza l’anima.