Il mio cuore è come un liuto appeso; Non appena lo si tocca, risuona.

Di Béranger.

Durante un intero giorno noioso, buio e silenzioso dell’autunno, quando le nuvole pendevano opprimentemente basse nel cielo, viaggiai da solo a cavallo attraverso una regione particolarmente desolata; alla fine, con l’avvicinarsi della sera, mi trovai di fronte alla melanconica casa di Usher. Non so come sia successo. Ma non appena vidi quell’edificio, un senso di cupa desolazione invase il mio spirito. Dico “cupa desolazione”, perché quella sensazione non fu alleviata da alcun sentimento piacevole o poetico, quel tipo di emozione che di solito accompagna l’animo anche di fronte alle immagini più severe e desolate della natura. Guardai la scena davanti a me: la semplice casa e i suoi elementi paesaggistici monotoni; le mura grigie, le finestre vuote come occhi senza vita. Una tristezza profonda invase il mio cuore; una sensazione di desolazione così intensa che non potevo paragonarla ad alcuna altra esperienza umana. Era come il ricordo amaro di un sogno fatto sotto l’effetto dell’oppio, come il ritorno improvviso alla realtà quotidiana. Non c’era nulla che potesse alleviare quella sensazione di orrore. Cosa era? Mi fermai a riflettere. Cos’era che mi turbava così profondamente davanti alla casa di Usher? Era un mistero irrisolto. Non riuscivo nemmeno a comprendere le oscure idee che mi assalivano mentre ci pensavo. Fui costretto ad ammettere che, sebbene esistano sicuramente combinazioni di elementi naturali molto semplici in grado di suscitare tali emozioni, l’analisi di questo fenomeno rimane al di là della nostra comprensione. Forse, un semplice diverso disposizione degli elementi di quella scena avrebbe potuto modificare, o addirittura eliminare, il suo effetto deprimente. Con questo pensiero, guidai il mio cavallo fino al bordo di uno stagno nero e torbido situato vicino alla casa. E guardai giù. Ma con un brivido ancora più intenso di prima. Vidi le immagini riflesse nello stagno: l’erba grigia, i tronchi degli alberi spettrali, le finestre vuote.

Tuttavia, in questa dimora di oscurità decisi di trascorrervi alcune settimane. Il suo proprietario, Roderick Usher, era stato uno dei miei migliori compagni d’infanzia; ma erano passati molti anni dal nostro ultimo incontro. Recentemente, però, avevo ricevuto una lettera da lui, scritta con un tono estremamente insistente e che non lasciava spazio a alcuna risposta diversa da quella personale. Il testo della lettera rivelava evidenti segni di agitazione nervosa; l’autore parlava di gravi malattie fisiche, di disturbi mentali che lo opprimevano, e esprimeva un sincero desiderio di vedermi, poiché io ero il suo migliore – anzi, l’unico vero amico – nella speranza che la mia compagnia potesse alleviare almeno in parte le sue sofferenze. Fu proprio il modo in cui tutto ciò veniva espresso, e soprattutto l’affetto sincero che traspariva dalla sua richiesta, a impedirmi di esitare; quindi obbedii immediatamente a quel che ancora consideravo un invito davvero insolito.

Sebbene, da ragazzi, fossimo stati compagni molto intimi, in realtà sapevo poco del mio amico. La sua riservatezza era sempre stata eccessiva e abituale. Tuttavia, ero a conoscenza del fatto che la sua antichissima famiglia fosse, fin dai tempi più remoti, nota per una particolare sensibilità temperamentale; questa caratteristica si era manifestata nel corso dei secoli in molte opere d’arte di grande valore e, negli ultimi tempi, in ripetuti atti di generosità discreta, così come in un’appassionata dedizione alle complessità della scienza musicale, forse persino più delle sue bellezze ortodosse e facilmente riconoscibili. Sapevo anche che, nonostante la famiglia degli Usher fosse sempre stata stimata, nessuno dei suoi membri aveva mai dato origine a discendenze stabili; in altre parole, l’intera linea di successione si estendeva in modo diretto, con solo lievi e temporanee variazioni. Era questa caratteristica – la mancanza di discendenze collaterali e la conseguente trasmissione ininterrotta del patrimonio e del nome da padre a figlio – che, a mio parere, spiegava come il carattere originale della proprietà si fosse fuso con l’immagine stessa della famiglia Usher, fino a dar vita all’appellativo bizzarro e ambiguo di “La Casa degli Usher”: un nome che, nella mente dei contadini che lo usavano, sembrava includere sia la famiglia che la sua residenza.

Ho detto che l’unico effetto del mio esperimento, piuttosto infantile – ovvero quello di guardare verso il fondo dello stagno – fu quello di rafforzare ulteriormente la prima impressione che ne avevo ricevuto. Non può esserci alcun dubbio sul fatto che la consapevolezza dell’aumento rapido della mia superstizione – perché non dovrei chiamarla così? – abbia contribuito in modo significativo ad accelerare tale processo. So da tempo che questa è la legge paradossale di tutti i sentimenti basati sul terrore. Forse proprio per questo motivo, quando sollevai nuovamente lo sguardo verso la casa stessa, attraverso il riflesso nello stagno, nella mia mente nacque un’idea strana, un’idea così ridicola, in realtà, che la menziono solo per dimostrare l’intensità delle sensazioni che mi opprimevano. Avevo talmente influenzato la mia immaginazione da convincermi davvero che attorno a tutta quella casa e a quel territorio aleggesse un’atmosfera particolare, distinta dall’aria del cielo, un’atmosfera emanata dagli alberi in decomposizione, dal muro grigio e dallo stagno silenzioso: un vapore pestilente e mistico, opaco, lento a muoversi, appena percepibile e di colore cupo.

Scacciando dalla mia mente ciò che doveva essere stato un sogno, esaminai più attentamente l’aspetto reale dell’edificio. La sua caratteristica principale sembrava essere quella di una antichità eccessiva: il tempo aveva causato notevoli alterazioni nella sua struttura; minuscoli funghi coprivano interamente la superficie esterna, formando una ragnatela complessa che pendeva dalle grondaie. Tuttavia, non si osservava alcun segno evidente di cedimento strutturale: nessuna parte della muratura era caduta, e sembrava esistere un’assurdità tra l’eccellente integrità delle singole componenti dell’edificio e lo stato di deterioramento dei mattoni stessi. Questo aspetto mi ricordava molto le vecchie strutture in legno che, per anni, sono rimaste abbandonate in ambienti umidi senza alcun contatto con l’aria esterna; nonostante ciò, l’edificio non presentava segni evidenti di instabilità. Forse un osservatore attento avrebbe potuto notare una fessura appena percettibile che, partendo dal tetto dell’edificio davanti a me, si snodava lungo la parete in direzione a zigzag, fino a scomparire nelle acque torbide del lago.

Notando queste cose, attraversai un breve ponticello per raggiungere la casa. Un servitore prese in custodia il mio cavallo, e io entrai nell’arco gotico del salone. Un valletto, con passi furtivi, mi guidò, in silenzio, attraverso molti corridoi oscuri e intricati fino allo studio del suo padrone. Molte delle cose che incontrai lungo la strada contribuirono, in modo che non so come, ad intensificare quei sentimenti vaghi di cui avevo già parlato. Anche se gli oggetti intorno a me – le sculture sul soffitto, i tappeti cupi delle pareti, il nero lucido dei pavimenti, e i trofei armatoriali che producevano rumori quando li calpestavo – erano cose a cui ero abituato fin dall’infanzia, non riuscivo comunque a fare a meno di meravigliarmi di quanto fossero strani gli effetti che quelle immagini normali suscitavano in me. Su uno degli scalini incontrai il medico di famiglia; il suo volto, pensai, esprimeva un misto di astuzia e perplessità. Mi salutò con timore e poi proseguì per la sua strada. Il valletto aprì quindi una porta e mi introdusse davanti al suo padrone.

La stanza in cui mi trovavo era molto grande e alta. Le finestre erano lunghe, strette e appuntite; si trovavano a tale distanza dal pavimento di quercia scura da essere completamente inaccessibili dall’interno. Debole bagliore di luce rossastra filtrava attraverso le grate delle finestre, rendendo abbastanza visibili gli oggetti più vicini; tuttavia, lo sguardo non riusciva a raggiungere gli angoli più remoti della stanza, né le nicchie del soffitto a volta. Lunghe tende scure pendevano dalle pareti. L’arredamento in generale era abbondante, ma scomodo, antico e logoro. Molti libri e strumenti musicali erano sparsi ovunque, ma non riuscivano a dare vita a quell’ambiente. Sentivo di respirare un’atmosfera di tristezza; un’aria cupa, profonda e irreversibile dominava tutto intorno.

Al mio ingresso, Usher si alzò da un divano su cui era sdraiato completamente e mi accolse con una cordialità così vivace che, all’inizio, pensai fosse eccessiva, frutto dello sforzo forzato di un uomo del mondo annoiato. Tuttavia, uno sguardo al suo volto mi convinse della sua perfetta sincerità. Ci sedemmo; per qualche momento, mentre lui non parlava, lo osservai con sentimenti a metà compassione, a metà ammirazione. Certamente, nessun uomo era mai cambiato così drasticamente in un lasso di tempo così breve come Roderick Usher! Fu con difficoltà che riuscii ad ammettere che quella figura pallida davanti a me fosse lo stesso compagno della mia infanzia. Eppure il carattere del suo viso era sempre stato notevole: una pelle cadaverica; occhi grandi, liquidi e luminosi al di là di ogni paragone; labbra sottili e pallide, ma di una curva straordinariamente bella; un naso dal profilo delicato, ma con narici insolitamente larghe per una forma del genere; un mento ben modellato. Tuttavia, la mancanza di prominenza di questi tratti indicava chiaramente la mancanza di energia morale. I suoi capelli, morbidi e sottili come seta, fluttuavano intorno al viso in una massa disordinata. Non riuscivo proprio a collegare quell’espressione “arabesca” con l’idea di umanità ordinaria. Ora, nell’eccessiva evidenza di quei tratti e nell’espressione che solitamente trasmettevano, c’era così tanta differenza da farmi dubitare persino della persona a cui stavo parlando. Il pallore orribile della pelle, il bagliore straordinario degli occhi. Tutto questo mi spaventava e mi incuteva reverenza. I suoi capelli, inoltre, erano cresciuti senza alcuna cura; con quella loro texture setosa e disordinata, sembravano fluttuare intorno al viso piuttosto che cadere. Non riuscivo proprio a collegare quell’espressione “arabesca” con l’idea di umanità ordinaria.

Nel modo tipico del mio amico, fui immediatamente colpito da un senso di incoerenza, da una contraddizione; presto scoprii che ciò derivava da una serie di tentativi deboli e vani per superare un’abituale trepidazione, un’eccessiva agitazione nervosa. A questo aspetto della sua natura ero effettivamente preparato: sia dalla sua lettera, sia dai ricordi di certe sue caratteristiche infantili, sia dalle conclusioni tratte dalla sua particolare costituzione fisica e dal suo temperamento. Il suo comportamento era alternativamente vivace e cupo; la sua voce variava rapidamente: da una tonalità tremolante e indecisa (quando gli “spiriti animali” sembravano del tutto assenti) a quella sorta di enunciazione energica, concisa, brusca, grave, lenta e priva di enfasi. Una voce simile si può osservare nel bevitore perduto o nell’oppiomane irrecuperabile nei momenti di intensa eccitazione.

Ecco come parlò dell’oggetto della mia visita, del suo sincero desiderio di vedermi e del conforto che si aspettava da me. Entrò nel dettaglio di ciò che riteneva fosse la natura della sua malattia. Disse che si trattava di un male congenito e familiare, per il quale temeva di non trovare una cura; aggiunse subito dopo che si trattava semplicemente di un disturbo nervoso, che senza dubbio sarebbe passato presto. Si manifestava attraverso una serie di sensazioni innaturali: alcune di queste, man mano che le descriveva, mi interessavano e al contempo mi confondevano; forse, però, i termini utilizzati e il modo in cui raccontava avevano un certo peso nel suscitare tali reazioni. Soffriva molto a causa di un’eccessiva acutezza dei sensi: l’alimento più insipido era l’unico che riuscisse a tollerare; poteva indossare soltanto abiti di una certa tessitura; gli odori di tutte le fioriture lo soffocavano; anche la luce più debole gli causava dolore agli occhi; e solo suoni particolari, provenienti da strumenti a corda, non gli ispiravano orrore.

Per una specie anomala di terrore, lo resi uno schiavo condannato a morte. “Morirò,” disse, “devo morire in questa folle e deplorevole situazione. È così, e solo così, che perderò tutto. Temo gli eventi futuri, non in sé stessi, ma nei loro risultati. Tremo al pensiero di qualsiasi incidente, anche il più banale, che possa aggravare questa insopportabile agitazione della mia ‘anima. In realtà, non ho alcun orrore del pericolo, tranne nel suo effetto assoluto: nel terrore. In questo stato di nervosismo, in questa condizione misera, sento che prima o poi arriverà il momento in cui dovrò abbandonare sia la vita che la ragione, nella lotta contro quel spaventoso fantasma, il TERRORE.”

Inoltre, di tanto in tanto e attraverso indizi frammentari ed equivoci, venni a conoscenza di un’altra caratteristica singolare della sua condizione mentale. Era vincolato da certe credenze superstiziose riguardo alla dimora che occupava; per molti anni non aveva mai osato uscirne. Si trattava di un’influenza la cui forza presunta veniva espressa in termini troppo vaghi e oscuri per essere ripetuti qui; un’influenza che, a causa di alcune particolarità della forma e della struttura stessa della sua casa familiare, aveva, secondo lui, finito per dominare la sua mente. L’aspetto stesso delle mura grigie e delle torri, nonché il lago scuro nel quale si affacciavano, avevano, col tempo, influenzato negativamente il suo stato d’animo.

Tuttavia, ammise con esitazione che gran parte di quella particolare tristezza che lo affliggeva aveva origine in cause più naturali e tangibili: nell’ grave e prolungata malattia, anzi, nella evidente imminenza della morte di una sorella amatissima, unica compagna per molti anni, sua ultima e unica parente al mondo. “La sua scomparsa,” disse con un dolore che non potrò mai dimenticare, “lo lascerebbe (lui, l’infelice e il fragile) l’ultimo della antica stirpe degli Ushers.” Mentre parlava, la signora Madeline (così si chiamava) passò lentamente in una parte remota dell’appartamento; senza accorgersi della mia presenza, scomparve. La osservai con totale stupore, misto a terrore, eppure non riuscivo a spiegarmi tali sentimenti. Una sensazione di stordimento mi invase mentre seguivo con lo sguardo i suoi passi che si allontanavano. Quando finalmente una porta si chiuse alle sue spalle, il mio sguardo cercò istintivamente e ansiosamente il volto del fratello, ma lui aveva nascosto il viso tra le mani; riuscii soltanto a notare che un pallore estremo aveva invaso quelle dita emaciate, dalle quali scorrevano lacrime appassionate.

La malattia della signora Madeline aveva da tempo messo alla prova le capacità dei suoi medici. Un’apatia costante, un progressivo indebolimento del corpo e frequenti, sebbene transitorie, crisi di carattere parzialmente catalettico rappresentavano la diagnosi insolita. Fino ad allora lei aveva resistito con tenacia alle pressioni della sua malattia e non si era ancora ritirata a letto; ma nella sera del mio arrivo in quella casa, ella cedette (come mi raccontò suo fratello quella stessa notte con indescrivibile angoscia) al potere devastante della malattia. E capii che quell’unico sguardo che avevo avuto su di lei sarebbe probabilmente stato l’ultimo: la signora, almeno finché fosse viva, non mi sarebbe più stata vista.

Per diversi giorni successivi, né Usher né io menzionammo il suo nome; durante quel periodo mi dedicai con impegno a cercare di alleviare la melanconia del mio amico. Dipingevamo e leggevamo insieme; oppure ascoltavo, come se fossi in un sogno, le improvvisazioni musicali della sua chitarra. E così, man mano che una maggiore intimità mi permetteva di entrare sempre più profondamente nel suo spirito, più amaramente mi rendevo conto dell’inutilità di ogni tentativo di alleviare quella tristezza che, come una qualità intrinseca del suo essere, si riversava su ogni aspetto dell’universo morale e fisico, in un flusso continuo di oscurità.

Porterò sempre con me il ricordo di quelle molte ore solenni che trascorsi da solo con il padrone della Casa di Usher. Tuttavia, non riuscirei mai a trasmettere appieno la natura precisa degli studi o delle attività in cui mi coinvolgeva, né il percorso che mi guidava attraverso di essi. Un’idealistica esaltata e profondamente distorta conferiva a tutto un alone sinistro. I suoi lunghi e improvvisati canti funebri risuoneranno per sempre nelle mie orecchie. Tra le altre cose, ricordo con dolore una certa strana distorsione e amplificazione del tema della ultima waltz di Von Weber. Dai dipinti su cui la sua fantasia elaborata si soffermava, e che gradualmente assumevano forme sempre più vaghe e inquietanti – tanto più spaventose perché non ne comprendevo il motivo – non riuscirei mai a trasmettere, attraverso le parole scritte, nemmeno una piccola parte di ciò che vi era contenuto. Con la sua assoluta semplicità, con la nudità delle sue idee, riusciva ad attirare e incutere timore nell’osservatore. Se mai un mortale ha dipinto un’idea, quel mortale è stato Roderick Usher. Almeno per me, nelle circostanze di allora, quelle pure astrazioni che l’ipocondriaco aveva trasferito sulla tela suscitavano in me un’intensità di terrore insopportabile; nessuna ombra di ciò che provavo nell’ammirare le visioni certamente affascinanti ma troppo concrete di Fuseli avrebbe potuto eguagliarla.

Una delle concezioni fantasmagoriche di mio amico, che non aderiva così rigidamente allo spirito dell’astrazione, può essere delineata, sebbene debolmente, a parole. Un piccolo dipinto raffigurava l’interno di un’enorme volta o tunnel rettangolare, con pareti basse, lisce e bianche, prive di interruzioni o dispositivi particolari. Alcuni elementi del disegno aiutavano efficacemente a trasmettere l’idea che questa galleria si trovasse a una profondità estrema sotto la superficie terrestre. Non si scorgeva alcuna uscita in nessuna parte della sua vasta estensione, e né torce né altre fonti artificiali di luce erano visibili; tuttavia, un flusso intenso di raggi luminosi pervadeva tutto l’interno, immergendolo in una sorta di splendore spettrale e inappropriato.

Ho appena parlato di quella condizione patologica del nervo uditivo che rendeva tutta la musica insopportabile per il malato, ad eccezione di alcuni effetti prodotti dagli strumenti a corda. Forse fu proprio l’ambito ristretto in cui si limitava nell’utilizzo della chitarra a determinare, in gran parte, il carattere fantastico delle sue esibizioni. Ma la fervida abilità con cui componeva gli improvvisi non poteva essere spiegata solo in questo modo. Quegli improvvisi dovevano necessariamente basarsi su note e parole ben preparate, proprio come nelle sue folli fantasie (poiché spesso si accompagnava anche con improvvisazioni verbali in rima); tutto ciò derivava da quella intensa concentrazione mentale di cui ho già parlato, una condizione che si manifesta soltanto in momenti particolari di estrema eccitazione. Ricordo facilmente le parole di uno di questi componimenti: forse sono rimasto particolarmente colpito perché, mentre lui lo eseguiva, ho avuto l’impressione – nella corrente sotterranea o mistica del suo significato – che per la prima volta Usher fosse pienamente consapevole del pericolo che minacciava la sua ragione. I versi di quel componimento, intitolato “Il Palazzo Infestato”, erano più o meno così:

I.
Nella più verde delle nostre valli,
abitata da angeli buoni,
un tempo sorgeva un palazzo maestoso e splendente. Nel regno del pensiero, lì si ergeva!
Nessun serafino mai spiegò le ali
su una meraviglia così incantevole.

II.
Stendardi gialli, splendidi, dorati,
fluttuavano sul suo tetto;
(Tutto questo, accadde nell’antico
tempo, molto tempo fa.)
Ogni brezza gentile che soffiava,
in quel giorno dolce,
lungo le mura imponenti e pallide,
portava con sé un profumo incantevole.

III.
I viandanti in quella felice valle,
attraverso due luminose finestre, videro
spiriti muoversi con armonia,
al ritmo melodioso di una lira ben accordata;
intorno a un trono, su cui sedeva. (Porfirogenito!)
Il sovrano del regno, nella sua maestosa gloria,
era visibile in tutto il suo splendore.

IV.
E tutta decorata di perle e rubini scintillanti,
era la bella porta del palazzo;
da essa usciva incessantemente,
scintillando senza sosta,
una schiera di Echi il cui dolce compito
era soltanto cantare,
con voci di straordinaria bellezza,
le saggezze e le arguzie del loro re.

V.
Ma le cose malvagie, vestite di dolore,
attaccarono la nobile posizione del monarca;
(Ah, piangiamo, perché mai più un domani
sorgerà per lui, un giorno desolato!)
E intorno alla sua casa, quella gloria
che un tempo brillava e fioriva,
non è ormai che un ricordo sbiadito
di tempi lontani, sepolti nel passato.

VI.
Ora i viaggiatori che si trovano in quella valle,
attraverso le finestre illuminate dal rosso, vedono
forme immense muoversi in modo fantastico
al ritmo di una melodia discordante;
mentre, come un rapido e orribile fiume,
dalla porta pallida,
una folla spaventosa esce per sempre,
ridendo, ma senza più sorridere.

Ricordo bene che le idee nate da questa ballata ci portarono in una serie di riflessioni dalle quali emerse un’opinione di Usher: non la menziono tanto per la sua novità (poiché altri avevano già pensato allo stesso modo), quanto per l’ostinazione con cui la sosteneva. In linea di massima, questa opinione riguardava l’esistenza di una forma di sensibilità in tutte le cose vegetali. Tuttavia, nella sua mente confusa, questo concetto assunse un carattere ancora più audace e, in determinate circostanze, si spinse addirittura oltre i limiti del regno della natura inorganica. Mi mancano le parole per esprimere appieno l’intensità e la fermezza delle sue convinzioni. Questa credenza, come avevo già accennato, era legata alle pietre grigie della dimora dei suoi antenati: secondo lui, le condizioni necessarie all’esistenza di questa sensibilità si realizzavano nel modo in cui queste pietre erano disposte – nell’ordine in cui erano sistemate, nella presenza dei funghi che le ricoprivano e degli alberi in decomposizione intorno a loro, e soprattutto nella loro lunga stabilità nel tempo e nella loro ripetizione nelle acque stagnanti del lago. La prova di questa sensibilità, diceva lui, si poteva osservare nella graduale ma inequivocabile formazione di un’atmosfera particolare intorno alle acque e ai muri. Il risultato di tutto ciò, aggiungeva, era quell’influenza silenziosa, insistente e terribile che per secoli aveva plasmato il destino della sua famiglia, rendendolo ciò che ora lo vedo, ciò che è. Opinioni del genere non richiedono commenti, e io non ne farò alcuno.

  • Watson, il dottor Percival, Spallanzani, e soprattutto il vescovo di Landaff. — Vedi “Saggi Chimici”, volume v.

I nostri libri – quei libri che, per anni, avevano costituito una parte non trascurabile dell’esistenza mentale di quell’invalido – erano, come ci si poteva aspettare, in perfetta armonia con questo carattere fantastico. Ci dedicavamo insieme alla lettura di opere come “Ververt et Chartreuse” di Gresset, “Belphegor” di Machiavelli, “Cielo e Inferno” di Swedenborg, “Viaggio sotterraneo di Nicholas Klimm” di Holberg, i trattati di chiromanzia di Robert Flud, Jean D’Indaginé e De la Chambre, “Il Viaggio nella lontana distanza azzurra” di Tieck, nonché “La Città del Sole” di Campanella. Uno dei volumi preferiti era una piccola edizione in ottavo del “Directorium Inquisitorium” scritto dal domenicano Eymeric de Gironne; inoltre, c’erano passaggi tratti da Pomponio Mela riguardanti gli antichi Satiri e Egipani africani, sui quali Usher si soffermava a leggere per ore, immerso nei suoi pensieri. La sua principale fonte di piacere, tuttavia, era la lettura di un libro estremamente raro e curioso, pubblicato in quarto formato gotico: il manuale di una chiesa ormai dimenticata, intitolato “Vigiliae Mortuorum secundum Chorum Ecclesiae Maguntinae”.

Non potevo fare a meno di pensare al rituale bizzarro di questo gesto, e alla sua probabile influenza su quel malato ipocondriaco. Una sera, dopo avermi comunicato all’improvviso che la signora Madeline era morta, mi disse di voler conservare il suo cadavere per quindici giorni, prima di seppellirlo definitivamente, in una delle numerose cripte presenti all’interno dei muri principali dell’edificio. Tuttavia, la ragione addotta per questa decisione non mi sembrava tale da poter essere contestata. Secondo lui, questa scelta era dovuta al carattere insolito della malattia della defunta, alle domande insistenti e invadenti dei suoi medici, e alla posizione remota e esposta del cimitero di famiglia. Devo ammettere che, ricordando l’espressione sinistra della persona che avevo incontrato sulle scale il giorno del mio arrivo in quella casa, non provavo alcun desiderio di oppormi a una precauzione che, nel migliore dei casi, mi sembrava innocua e assolutamente naturale.

Su richiesta di Usher, lo aiutai personalmente negli arrangiamenti per la sepoltura temporanea. Una volta che il corpo fu avvolto nella bara, noi due, da soli, lo portammo al suo riposo eterno. La cripta in cui lo depositammo (che non veniva aperta da molto tempo; le nostre torce, quasi soffocate dall’atmosfera opprimente lì dentro, ci permettevano di vedere poco) era piccola, umida e completamente priva di aperture per far entrare la luce. Si trovava a grande profondità, proprio sotto quella parte dell’edificio in cui avevo il mio appartamento. A quanto pare, in tempi feudali remoti veniva utilizzata per scopi molto oscuri; in seguito, fu adibita a deposito di polvere da sparo o di altre sostanze altamente infiammabili. Una parte del suo pavimento, nonché l’intero interno di un lungo arco attraverso cui vi si accedeva, erano accuratamente rivestiti di rame. La porta, fatta di ferro massiccio, era anch’essa protetta allo stesso modo. Il suo enorme peso causava un rumore stridulo e acuto quando si muoveva sui cardini.

Dopo aver deposto il nostro pesante fardello di dolore in queste stanze dell’orrore, sollevammo parzialmente il coperchio della bara ancora non chiuso a chiave e guardammo il volto del defunto. Una notevole somiglianza tra fratello e sorella attirò per la prima volta la mia attenzione; Usher, forse intuendo i miei pensieri, mormorò alcune parole dalle quali appresi che il defunto e lui stesso erano stati gemelli, e che tra loro esistevano legami di un tipo a malapena comprensibile. Tuttavia, i nostri sguardi non si soffermarono a lungo sul morto: non riuscivamo infatti a guardarlo senza provare orrore. La malattia che aveva sepolto la signora nella piena giovinezza le aveva lasciato, come accade solitamente in tutte le malattie di carattere rigorosamente catalettico, un debole rossore sul petto e sul viso, nonché quel sorriso persistente sulle labbra, un sorriso terribile nella morte. Richiudemmo il coperchio della bara e, dopo aver chiuso a chiave la porta di ferro, ci incamminammo con fatica verso le stanze ancora più oscure dell’altra parte della casa.

E ora, dopo alcuni giorni di amara angoscia, si osservò un cambiamento evidente nei tratti del disturbo mentale del mio amico. Il suo comportamento abituale era scomparso; le sue occupazioni quotidiane venivano trascurate o dimenticate. Si aggirava da una stanza all’altra con passi affrettati, incerti e senza scopo. Il pallore del suo volto aveva assunto, se possibile, un colore ancora più spaventoso; la luce nei suoi occhi, invece, era completamente svanita. Quel tono un tempo occasionale e roco non si udiva più; al suo posto, c’era sempre una voce tremante, come se provasse un terrore estremo. C’erano momenti in cui pensavo che la sua mente costantemente agitata stesse lottando con qualche segreto opprimente, per rivelarlo aveva bisogno del coraggio necessario. Altre volte, invece, dovevo convincermi che tutto ciò non fosse altro che il risultato di incomprensibili capricci della follia. Lo vedevo fissare il vuoto per ore intere, con un’attenzione profonda, come se ascoltasse qualche suono immaginario. Non c’era da meravigliarsi che la sua condizione mi terrorizzasse: anch’io ne ero contagiato. Sentivo che le influenze folli e inquietanti delle sue superstizioni fantastiche ma impressionanti si diffondevano lentamente, ma con certezza, su di me.

Fu soprattutto nella notte del settimo o dell’ottavo giorno dopo che la signora Madeline fu rinchiusa nel donjon che provai in pieno tutta la forza di tali sentimenti. Il sonno non si avvicinò nemmeno al mio letto; le ore passavano lentamente. Cercai di razionalizzare quella nervosità che aveva preso il sopravvento su di me, di credere che gran parte, se non tutto, di ciò che provavo fosse dovuto all’atmosfera cupa e inquietante della stanza: alle tende scure e logore che, mossi dal vento di una tempesta imminente, ondeggiavano sinistramente sulle pareti, frusciando contro i decori del letto. Ma tutti i miei sforzi furono vani. Un tremore incontrollabile si diffuse gradualmente nel mio corpo; alla fine, un senso di terrore assoluto e senza motivo si impadronì di me. Scuotendomi con uno sforzo disperato, mi sollevai sui cuscini e, fissando l’oscurità della stanza, ascoltai. Non so perché, ma un istinto mi spingeva a cercare quei suoni bassi e indistinti che, di tanto in tanto, provenivano chissà da dove, attraverso le pause della tempesta. sopraffatto da un terrore intenso e inspiegabile, mi vestii in fretta. Sentivo che non avrei più potuto dormire quella notte. E cercai disperatamente di riprendermi, camminando avanti e indietro nella stanza.

Avevo fatto pochi giri in questo modo quando un leggero passo su una scala adiacente attirò la mia attenzione. Subito riconobbi che era quello di Usher. Un istante dopo bussò delicatamente alla mia porta ed entrò, portando con sé una lampada. Il suo volto, come al solito, era pallidissimo; inoltre, nei suoi occhi c’era un certo tipo di ilarità folle, un’evidente isteria che cercava di trattenersi. Il suo aspetto mi spaventò, ma qualsiasi cosa sarebbe stata meglio della solitudine che avevo sopportato per tanto tempo; anzi, accolsi la sua presenza come un sollievo.

“E non l’hai ancora visto?” disse improvvisamente, dopo essersi guardato intorno in silenzio per alcuni momenti, “Allora non l’hai ancora visto? Ma aspetta! Lo vedrai.” Così dicendo, dopo aver abbassato accuratamente la lampada, si affrettò verso una delle finestre e la aprì completamente sotto la tempesta.

La furia impetuosa di quel vento improvviso quasi ci fece cadere a terra. Era davvero una notte tempestuosa, ma al contempo straordinariamente bella. Una notte selvaggia e unica per la sua terribilità e la sua bellezza. Sembrava che un vortice avesse raccolto tutta la sua forza proprio nelle nostre vicinanze; infatti, la direzione del vento cambiava continuamente in modo violento. L’elevata densità delle nuvole (che si trovavano così basse da quasi toccare le torri della casa) non impediva di vedere con chiarezza con quale velocità si muovevano, scontrandosi tra loro senza allontanarsi nella distanza. Dico davvero che nemmeno quella densità eccessiva ci impediva di osservare tutto questo. Eppure non c’era traccia della luna né delle stelle; nessun lampo di fulmine illuminava il cielo. Ma le superfici interne di quelle enormi masse di vapore agitato, così come tutti gli oggetti terrestri intorno a noi, brillavano di una luce innaturale: quella emanata da un gas debolmente luminoso e chiaramente visibile che avvolgeva tutta la casa.

“Non devi, non dovresti assolutamente vedere questo!” dissi, tremando, a Usher mentre lo portavo via con forza gentile dalla finestra e lo facevo sedere. “Queste apparizioni che ti confondono sono soltanto fenomeni elettrici piuttosto comuni, oppure forse hanno origine nel terribile fumo di quel lago stagnante. Chiudiamo questa finestra: l’aria è fredda e pericolosa per la tua salute. Ecco uno dei tuoi romanzi preferiti; io leggerò e tu ascolterai, così trascorreremo insieme questa terribile notte.”

Il volume antico che avevo preso in mano era “Mad Trist” di Sir Launcelot Canning; ma l’avevo definito un libro preferito da Usher più per scherzo che seriamente, perché, in verità, nella sua prolissità rozza e priva di immaginazione non c’era nulla che potesse interessare l’elevata e spirituale idealità del mio amico. Tuttavia, era l’unica libro a portata di mano; e nutrivo una vaga speranza che l’agitazione che ora tormentava quell’ipocondriaco potesse trovare sollievo, poiché la storia dei disturbi mentali è piena di anomalie simili. Se solo avessi potuto giudicare, in base all’eccessiva vivacità con cui ascoltava le parole del racconto, forse mi sarei rallegrato del successo del mio piano.

Ero giunto a quella parte della storia ben nota, in cui Ethelred, l’eroe di Tristano, dopo aver cercato invano di entrare pacificamente nella dimora dell’eremita, decide di forzare l’ingresso. Qui, come si ricorderà, le parole del racconto recitano così:

“E Ethelred, che per natura aveva un cuore coraggioso e che ormai era anche molto potente grazie all’effetto dell’alcol che aveva bevuto, non attese più a parlare con l’eremita, il quale del resto era di indole ostinata e malvagia. Sentendo la pioggia battergli sulle spalle e temendo l’arrivo della tempesta, sollevò immediatamente la sua mazza e, con colpi violenti, riuscì ad aprire rapidamente uno spiraglio nella porta; poi, tirando con forza, spezzò, strappò e divaricò completamente le assi di legno, tanto che il rumore prodotto dal legno secco e vuoto risuonò in tutta la foresta.”

Al termine di questa frase, iniziai a leggere e per un momento mi fermai; perché mi sembrò (sebbene subito conclusi che fosse stata la mia immaginazione eccitata ad ingannarmi) che, da qualche parte molto lontana della dimora, giungesse alle mie orecchie, in modo indistinto, ciò che avrebbe potuto essere, per la sua estrema somiglianza, l’eco, ma certamente soffocata e debole, del suono stridente e violento che Sir Launcelot aveva descritto con tanta precisione. Senza alcun dubbio, fu proprio questa coincidenza a catturare la mia attenzione; perché, tra il rumore delle persiane che sbattevano e i suoni ordinari prodotti dalla tempesta in aumento, quel suono, di per sé, non aveva nulla che potesse interessarmi o turbarmi. Continuai quindi a leggere la storia.

“Ma il nobile campione Ethelred, entrando nella sala, fu profondamente infuriato e sorpreso nel non trovare traccia dell’eremita malvagio; al suo posto, vide un drago dalle scaglie enormi e dall’aspetto minaccioso, con una lingua infuocata, che montava la guardia davanti a un palazzo d’oro con pavimenti d’argento; sul muro era appeso uno scudo di bronzo lucido su cui era incisa questa iscrizione, ”

Chi entra qui diventa un conquistatore;
Chi uccide il drago otterrà lo scudo.

E Ethelred alzò la sua mazza e colpì la testa del drago, che cadde ai suoi piedi, smettendo di emettere quel respiro velenoso. Il suo urlo fu così terribile, aspro e penetrante che Ethelred dovette coprirsi le orecchie con le mani per non essere assordato da quel suono spaventoso; un simile rumore non era mai stato udito prima.

Ancora una volta mi fermai bruscamente, questa volta con un senso di selvaggio stupore: non poteva esserci alcun dubbio su ciò che avevo sentito; in quel momento avevo davvero udito un suono basso, apparentemente lontano, ma aspro, prolungato e assolutamente insolito. Esattamente lo stesso suono che la mia immaginazione aveva già evocato per descrivere il grido innaturale del drago, così come descritto dal romanziere.

oppresso, come certamente lo ero io, dall’insorgere di questa seconda e straordinaria coincidenza, da mille sensazioni contrastanti tra cui prevalevano lo stupore e un terrore estremo, riuscii comunque a mantenere abbastanza lucidità per evitare che qualsiasi osservazione potesse eccitare la nervosità del mio compagno. Non ero affatto certo che avesse notato quei suoni; tuttavia, senza dubbio, nel corso degli ultimi minuti il suo comportamento era cambiato in modo strano. Dalla posizione in cui si trovava, aveva gradualmente girato la sedia in modo da sedersi con il viso rivolto verso la porta della stanza; quindi riuscivo a percepire solo parzialmente i suoi tratti, anche se vedevo che le sue labbra tremavano, come se stesse mormorando qualcosa in modo inudibile. La sua testa era appoggiata al petto, ma sapevo che non dormiva, perché l’occhio, visibile di profilo, era completamente aperto e rigido. Anche i movimenti del suo corpo erano insoliti: dondolava da una parte all’altra con un movimento dolce ma costante e regolare. Dopo aver notato tutto ciò rapidamente, ripresi la narrazione di Sir Launcelot, che proseguì così.

“E ora, il campione, essendo sfuggito alla terribile furia del drago, ricordandosi dello scudo di bronzo e della distruzione dell’incantesimo che vi era stato posto, allontanò il cadavere dal suo cammino e si avvicinò coraggiosamente lungo la pavimentazione d’argento del castello fino al punto in cui lo scudo si trovava appeso al muro; ed effettivamente, non attese il suo arrivo completo: cadde ai suoi piedi sul pavimento d’argento, emettendo un suono potente e terribile.”

Non appena queste sillabe uscirono dalle mie labbra, fu come se uno scudo di bronzo fosse davvero caduto con forza su un pavimento d’argento: percepii una risonanza chiara, vuota, metallica e sonora, ma apparentemente attutita. Completamente sconvolto, balzai in piedi; tuttavia il movimento regolare di don Usher non venne disturbato. Corsi verso la sedia su cui sedeva: i suoi occhi erano fissi davanti a lui, e sul suo viso si leggeva una rigidità gelida. Ma quando posai la mano sulla sua spalla, tutto il suo corpo fu scosso da un brivido; un sorriso malato gli apparve sulle labbra, e udii che parlava in un sussurro basso, affrettato e incoerente, come se non si rendesse conto della mia presenza. Avvicinandomi ancora di più a lui, finalmente compresi il terribile significato delle sue parole.

“Non la senti? — Sì, la sento, e l’ho sentita davvero.
Molti minuti, molte ore, molti giorni, l’ho sentita. Eppure non ho osato. Oh, pietà di me, misero disgraziato che sono! Non ho osato. Non ho osato parlare! L’abbiamo messa viva nella tomba. Non vi dicevo che i miei sensi sono acuti? Ora vi dico che ho sentito i suoi primi deboli movimenti dentro il sarcofago vuoto. Li ho sentiti. Molti, molti giorni fa. Eppure non ho osato, Non ho osato parlare! E ora, di notte. Ethelred, ah! Il rumore della porta del eremita che si rompe, il grido di morte del drago, il clangore dello scudo. No, piuttosto, il suono del suo sarcofago che viene spezzato, lo stridio delle sue sbarre di ferro. I suoi sforzi all’interno della cripta. Oh, dove dovrei fuggire? Non arriverà qui tra un attimo? Non sta forse correndo per rimproverarmi per la mia fretta? Non ho sentito i suoi passi sulle scale? Non riconosco quel battito pesante e terribile del suo cuore. Pazzo!” — Qui balzò in piedi furiosamente, gridando quelle parole come se stesse cercando di liberare la propria ‘anima, “Pazzo! Vi dico che ora è proprio fuori dalla porta, ”

Come se nell’energia sovrumana delle sue parole si nascondesse il potere di una magia. I grandi pannelli antichi che l’oratore indicò si aprirono lentamente, rivelando le loro pesanti e nere strutture interne. Fu l’effetto di un vento impetuoso. Ma già lì, senza quei pannelli, si ergeva la maestosa e avvolta nell’oscurità figura della signora Madeline di Usher. Sul suo abito bianco c’era del sangue, e su ogni parte del suo corpo emaciato si notavano i segni di una lotta disperata. Per un momento rimase tremante, barcollando sul ciglio della soglia. Poi, con un debole grido, cadde pesantemente addosso a suo fratello, portandolo con sé nella sua violenta e definitiva agonia. E così divenne un cadavere, una vittima delle terribili paure che aveva temuto.

Da quella stanza, da quella dimora, fuggii in preda al terrore. La tempesta imperversava ancora intorno a me mentre attraversavo l’antico ponte. All’improvviso, lungo il sentiero apparve una luce intensa; mi voltai per capire da dove potesse provenire un bagliore così insolito. La vasta casa e le sue ombre erano infatti le uniche cose che mi circondavano. Quella luce era quella della luna piena, rossa come il sangue, che ora brillava intensamente attraverso quella fessura prima appena visibile. Di cui avevo già parlato: si estendeva dal tetto dell’edificio in direzione a zigzag fino alla sua base. Mentre la fissavo, quella fessura si allargò rapidamente; un soffio violento del tornado colpì l’aria. L’intera superficie della luna apparve davanti ai miei occhi; il mio cervello sembrò esplodere mentre vedevo le imponenti mura crollare una dopo l’altra. Si udì un lungo, tumultuoso grido, simile al suono di migliaia d’acque in movimento. E il profondo, umido stagno ai miei piedi si richiuse silenziosamente sopra i frammenti della “Casa di Usher”.

Son cœur est un luth suspendu; Sitôt qu’on le touche il résonne..

De Béranger.

During the whole of a dull, dark, and soundless day in the autumn of the year, when the clouds hung oppressively low in the heavens, I had been passing alone, on horseback, through a singularly dreary tract of country; and at length found myself, as the shades of the evening drew on, within view of the melancholy House of Usher. I know not how it was—but, with the first glimpse of the building, a sense of insufferable gloom pervaded my spirit. I say insufferable; for the feeling was unrelieved by any of that half-pleasurable, because poetic, sentiment, with which the mind usually receives even the sternest natural images of the desolate or terrible. I looked upon the scene before me—upon the mere house, and the simple landscape features of the domain—upon the bleak walls—upon the vacant eye-like windows—upon a few rank sedges—and upon a few white trunks of decayed trees—with an utter depression of soul which I can compare to no earthly sensation more properly than to the after-dream of the reveller upon opium—the bitter lapse into everyday life—the hideous dropping off of the veil. There was an iciness, a sinking, a sickening of the heart—an unredeemed dreariness of thought which no goading of the imagination could torture into aught of the sublime. What was it—I paused to think—what was it that so unnerved me in the contemplation of the House of Usher? It was a mystery all insoluble; nor could I grapple with the shadowy fancies that crowded upon me as I pondered. I was forced to fall back upon the unsatisfactory conclusion, that while, beyond doubt, there are combinations of very simple natural objects which have the power of thus affecting us, still the analysis of this power lies among considerations beyond our depth. It was possible, I reflected, that a mere different arrangement of the particulars of the scene, of the details of the picture, would be sufficient to modify, or perhaps to annihilate its capacity for sorrowful impression; and, acting upon this idea, I reined my horse to the precipitous brink of a black and lurid tarn that lay in unruffled lustre by the dwelling, and gazed down—but with a shudder even more thrilling than before—upon the remodelled and inverted images of the gray sedge, and the ghastly tree-stems, and the vacant and eye-like windows.

Nevertheless, in this mansion of gloom I now proposed to myself a sojourn of some weeks. Its proprietor, Roderick Usher, had been one of my boon companions in boyhood; but many years had elapsed since our last meeting. A letter, however, had lately reached me in a distant part of the country—a letter from him—which, in its wildly importunate nature, had admitted of no other than a personal reply. The MS. gave evidence of nervous agitation. The writer spoke of acute bodily illness—of a mental disorder which oppressed him—and of an earnest desire to see me, as his best, and indeed his only personal friend, with a view of attempting, by the cheerfulness of my society, some alleviation of his malady. It was the manner in which all this, and much more, was said—it was the apparent heart that went with his request—which allowed me no room for hesitation; and I accordingly obeyed forthwith what I still considered a very singular summons.

Although, as boys, we had been even intimate associates, yet I really knew little of my friend. His reserve had been always excessive and habitual. I was aware, however, that his very ancient family had been noted, time out of mind, for a peculiar sensibility of temperament, displaying itself, through long ages, in many works of exalted art, and manifested, of late, in repeated deeds of munificent yet unobtrusive charity, as well as in a passionate devotion to the intricacies, perhaps even more than to the orthodox and easily recognisable beauties, of musical science. I had learned, too, the very remarkable fact, that the stem of the Usher race, all time-honored as it was, had put forth, at no period, any enduring branch; in other words, that the entire family lay in the direct line of descent, and had always, with very trifling and very temporary variation, so lain. It was this deficiency, I considered, while running over in thought the perfect keeping of the character of the premises with the accredited character of the people, and while speculating upon the possible influence which the one, in the long lapse of centuries, might have exercised upon the other—it was this deficiency, perhaps, of collateral issue, and the consequent undeviating transmission, from sire to son, of the patrimony with the name, which had, at length, so identified the two as to merge the original title of the estate in the quaint and equivocal appellation of the “House of Usher”—an appellation which seemed to include, in the minds of the peasantry who used it, both the family and the family mansion.

I have said that the sole effect of my somewhat childish experiment—that of looking down within the tarn—had been to deepen the first singular impression. There can be no doubt that the consciousness of the rapid increase of my superstition—for why should I not so term it?—served mainly to accelerate the increase itself. Such, I have long known, is the paradoxical law of all sentiments having terror as a basis. And it might have been for this reason only, that, when I again uplifted my eyes to the house itself, from its image in the pool, there grew in my mind a strange fancy—a fancy so ridiculous, indeed, that I but mention it to show the vivid force of the sensations which oppressed me. I had so worked upon my imagination as really to believe that about the whole mansion and domain there hung an atmosphere peculiar to themselves and their immediate vicinity—an atmosphere which had no affinity with the air of heaven, but which had reeked up from the decayed trees, and the gray wall, and the silent tarn—a pestilent and mystic vapor, dull, sluggish, faintly discernible, and leaden-hued.

Il mio cuore è come un liuto appeso; Non appena lo si tocca, risuona.

Di Béranger.

Durante un intero giorno noioso, buio e silenzioso dell’autunno, quando le nuvole pendevano opprimentemente basse nel cielo, viaggiai da solo a cavallo attraverso una regione particolarmente desolata; alla fine, con l’avvicinarsi della sera, mi trovai di fronte alla melanconica casa di Usher. Non so come sia successo. Ma non appena vidi quell’edificio, un senso di cupa desolazione invase il mio spirito. Dico “cupa desolazione”, perché quella sensazione non fu alleviata da alcun sentimento piacevole o poetico, quel tipo di emozione che di solito accompagna l’animo anche di fronte alle immagini più severe e desolate della natura. Guardai la scena davanti a me: la semplice casa e i suoi elementi paesaggistici monotoni; le mura grigie, le finestre vuote come occhi senza vita. Una tristezza profonda invase il mio cuore; una sensazione di desolazione così intensa che non potevo paragonarla ad alcuna altra esperienza umana. Era come il ricordo amaro di un sogno fatto sotto l’effetto dell’oppio, come il ritorno improvviso alla realtà quotidiana. Non c’era nulla che potesse alleviare quella sensazione di orrore. Cosa era? Mi fermai a riflettere. Cos’era che mi turbava così profondamente davanti alla casa di Usher? Era un mistero irrisolto. Non riuscivo nemmeno a comprendere le oscure idee che mi assalivano mentre ci pensavo. Fui costretto ad ammettere che, sebbene esistano sicuramente combinazioni di elementi naturali molto semplici in grado di suscitare tali emozioni, l’analisi di questo fenomeno rimane al di là della nostra comprensione. Forse, un semplice diverso disposizione degli elementi di quella scena avrebbe potuto modificare, o addirittura eliminare, il suo effetto deprimente. Con questo pensiero, guidai il mio cavallo fino al bordo di uno stagno nero e torbido situato vicino alla casa. E guardai giù. Ma con un brivido ancora più intenso di prima. Vidi le immagini riflesse nello stagno: l’erba grigia, i tronchi degli alberi spettrali, le finestre vuote.

Tuttavia, in questa dimora di oscurità decisi di trascorrervi alcune settimane. Il suo proprietario, Roderick Usher, era stato uno dei miei migliori compagni d’infanzia; ma erano passati molti anni dal nostro ultimo incontro. Recentemente, però, avevo ricevuto una lettera da lui, scritta con un tono estremamente insistente e che non lasciava spazio a alcuna risposta diversa da quella personale. Il testo della lettera rivelava evidenti segni di agitazione nervosa; l’autore parlava di gravi malattie fisiche, di disturbi mentali che lo opprimevano, e esprimeva un sincero desiderio di vedermi, poiché io ero il suo migliore – anzi, l’unico vero amico – nella speranza che la mia compagnia potesse alleviare almeno in parte le sue sofferenze. Fu proprio il modo in cui tutto ciò veniva espresso, e soprattutto l’affetto sincero che traspariva dalla sua richiesta, a impedirmi di esitare; quindi obbedii immediatamente a quel che ancora consideravo un invito davvero insolito.

Sebbene, da ragazzi, fossimo stati compagni molto intimi, in realtà sapevo poco del mio amico. La sua riservatezza era sempre stata eccessiva e abituale. Tuttavia, ero a conoscenza del fatto che la sua antichissima famiglia fosse, fin dai tempi più remoti, nota per una particolare sensibilità temperamentale; questa caratteristica si era manifestata nel corso dei secoli in molte opere d’arte di grande valore e, negli ultimi tempi, in ripetuti atti di generosità discreta, così come in un’appassionata dedizione alle complessità della scienza musicale, forse persino più delle sue bellezze ortodosse e facilmente riconoscibili. Sapevo anche che, nonostante la famiglia degli Usher fosse sempre stata stimata, nessuno dei suoi membri aveva mai dato origine a discendenze stabili; in altre parole, l’intera linea di successione si estendeva in modo diretto, con solo lievi e temporanee variazioni. Era questa caratteristica – la mancanza di discendenze collaterali e la conseguente trasmissione ininterrotta del patrimonio e del nome da padre a figlio – che, a mio parere, spiegava come il carattere originale della proprietà si fosse fuso con l’immagine stessa della famiglia Usher, fino a dar vita all’appellativo bizzarro e ambiguo di “La Casa degli Usher”: un nome che, nella mente dei contadini che lo usavano, sembrava includere sia la famiglia che la sua residenza.

Ho detto che l’unico effetto del mio esperimento, piuttosto infantile – ovvero quello di guardare verso il fondo dello stagno – fu quello di rafforzare ulteriormente la prima impressione che ne avevo ricevuto. Non può esserci alcun dubbio sul fatto che la consapevolezza dell’aumento rapido della mia superstizione – perché non dovrei chiamarla così? – abbia contribuito in modo significativo ad accelerare tale processo. So da tempo che questa è la legge paradossale di tutti i sentimenti basati sul terrore. Forse proprio per questo motivo, quando sollevai nuovamente lo sguardo verso la casa stessa, attraverso il riflesso nello stagno, nella mia mente nacque un’idea strana, un’idea così ridicola, in realtà, che la menziono solo per dimostrare l’intensità delle sensazioni che mi opprimevano. Avevo talmente influenzato la mia immaginazione da convincermi davvero che attorno a tutta quella casa e a quel territorio aleggesse un’atmosfera particolare, distinta dall’aria del cielo, un’atmosfera emanata dagli alberi in decomposizione, dal muro grigio e dallo stagno silenzioso: un vapore pestilente e mistico, opaco, lento a muoversi, appena percepibile e di colore cupo.

Shaking off from my spirit what must have been a dream, I scanned more narrowly the real aspect of the building. Its principal feature seemed to be that of an excessive antiquity. The discoloration of ages had been great. Minute fungi overspread the whole exterior, hanging in a fine tangled web-work from the eaves. Yet all this was apart from any extraordinary dilapidation. No portion of the masonry had fallen; and there appeared to be a wild inconsistency between its still perfect adaptation of parts, and the crumbling condition of the individual stones. In this there was much that reminded me of the specious totality of old wood-work which has rotted for long years in some neglected vault, with no disturbance from the breath of the external air. Beyond this indication of extensive decay, however, the fabric gave little token of instability. Perhaps the eye of a scrutinizing observer might have discovered a barely perceptible fissure, which, extending from the roof of the building in front, made its way down the wall in a zigzag direction, until it became lost in the sullen waters of the tarn.

Noticing these things, I rode over a short causeway to the house. A servant in waiting took my horse, and I entered the Gothic archway of the hall. A valet, of stealthy step, thence conducted me, in silence, through many dark and intricate passages in my progress to the studio of his master. Much that I encountered on the way contributed, I know not how, to heighten the vague sentiments of which I have already spoken. While the objects around me—while the carvings of the ceilings, the sombre tapestries of the walls, the ebon blackness of the floors, and the phantasmagoric armorial trophies which rattled as I strode, were but matters to which, or to such as which, I had been accustomed from my infancy—while I hesitated not to acknowledge how familiar was all this—I still wondered to find how unfamiliar were the fancies which ordinary images were stirring up. On one of the staircases, I met the physician of the family. His countenance, I thought, wore a mingled expression of low cunning and perplexity. He accosted me with trepidation and passed on. The valet now threw open a door and ushered me into the presence of his master.

The room in which I found myself was very large and lofty. The windows were long, narrow, and pointed, and at so vast a distance from the black oaken floor as to be altogether inaccessible from within. Feeble gleams of encrimsoned light made their way through the trellissed panes, and served to render sufficiently distinct the more prominent objects around; the eye, however, struggled in vain to reach the remoter angles of the chamber, or the recesses of the vaulted and fretted ceiling. Dark draperies hung upon the walls. The general furniture was profuse, comfortless, antique, and tattered. Many books and musical instruments lay scattered about, but failed to give any vitality to the scene. I felt that I breathed an atmosphere of sorrow. An air of stern, deep, and irredeemable gloom hung over and pervaded all.

Upon my entrance, Usher arose from a sofa on which he had been lying at full length, and greeted me with a vivacious warmth which had much in it, I at first thought, of an overdone cordiality—of the constrained effort of the ennuyé man of the world. A glance, however, at his countenance, convinced me of his perfect sincerity. We sat down; and for some moments, while he spoke not, I gazed upon him with a feeling half of pity, half of awe. Surely, man had never before so terribly altered, in so brief a period, as had Roderick Usher! It was with difficulty that I could bring myself to admit the identity of the wan being before me with the companion of my early boyhood. Yet the character of his face had been at all times remarkable. A cadaverousness of complexion; an eye large, liquid, and luminous beyond comparison; lips somewhat thin and very pallid, but of a surpassingly beautiful curve; a nose of a delicate Hebrew model, but with a breadth of nostril unusual in similar formations; a finely moulded chin, speaking, in its want of prominence, of a want of moral energy; hair of a more than web-like softness and tenuity; these features, with an inordinate expansion above the regions of the temple, made up altogether a countenance not easily to be forgotten. And now in the mere exaggeration of the prevailing character of these features, and of the expression they were wont to convey, lay so much of change that I doubted to whom I spoke. The now ghastly pallor of the skin, and the now miraculous lustre of the eye, above all things startled and even awed me. The silken hair, too, had been suffered to grow all unheeded, and as, in its wild gossamer texture, it floated rather than fell about the face, I could not, even with effort, connect its Arabesque expression with any idea of simple humanity.

In the manner of my friend I was at once struck with an incoherence—an inconsistency; and I soon found this to arise from a series of feeble and futile struggles to overcome an habitual trepidancy—an excessive nervous agitation. For something of this nature I had indeed been prepared, no less by his letter, than by reminiscences of certain boyish traits, and by conclusions deduced from his peculiar physical conformation and temperament. His action was alternately vivacious and sullen. His voice varied rapidly from a tremulous indecision (when the animal spirits seemed utterly in abeyance) to that species of energetic concision—that abrupt, weighty, unhurried, and hollow-sounding enunciation—that leaden, self-balanced and perfectly modulated guttural utterance, which may be observed in the lost drunkard, or the irreclaimable eater of opium, during the periods of his most intense excitement.

Scacciando dalla mia mente ciò che doveva essere stato un sogno, esaminai più attentamente l’aspetto reale dell’edificio. La sua caratteristica principale sembrava essere quella di una antichità eccessiva: il tempo aveva causato notevoli alterazioni nella sua struttura; minuscoli funghi coprivano interamente la superficie esterna, formando una ragnatela complessa che pendeva dalle grondaie. Tuttavia, non si osservava alcun segno evidente di cedimento strutturale: nessuna parte della muratura era caduta, e sembrava esistere un’assurdità tra l’eccellente integrità delle singole componenti dell’edificio e lo stato di deterioramento dei mattoni stessi. Questo aspetto mi ricordava molto le vecchie strutture in legno che, per anni, sono rimaste abbandonate in ambienti umidi senza alcun contatto con l’aria esterna; nonostante ciò, l’edificio non presentava segni evidenti di instabilità. Forse un osservatore attento avrebbe potuto notare una fessura appena percettibile che, partendo dal tetto dell’edificio davanti a me, si snodava lungo la parete in direzione a zigzag, fino a scomparire nelle acque torbide del lago.

Notando queste cose, attraversai un breve ponticello per raggiungere la casa. Un servitore prese in custodia il mio cavallo, e io entrai nell’arco gotico del salone. Un valletto, con passi furtivi, mi guidò, in silenzio, attraverso molti corridoi oscuri e intricati fino allo studio del suo padrone. Molte delle cose che incontrai lungo la strada contribuirono, in modo che non so come, ad intensificare quei sentimenti vaghi di cui avevo già parlato. Anche se gli oggetti intorno a me – le sculture sul soffitto, i tappeti cupi delle pareti, il nero lucido dei pavimenti, e i trofei armatoriali che producevano rumori quando li calpestavo – erano cose a cui ero abituato fin dall’infanzia, non riuscivo comunque a fare a meno di meravigliarmi di quanto fossero strani gli effetti che quelle immagini normali suscitavano in me. Su uno degli scalini incontrai il medico di famiglia; il suo volto, pensai, esprimeva un misto di astuzia e perplessità. Mi salutò con timore e poi proseguì per la sua strada. Il valletto aprì quindi una porta e mi introdusse davanti al suo padrone.

La stanza in cui mi trovavo era molto grande e alta. Le finestre erano lunghe, strette e appuntite; si trovavano a tale distanza dal pavimento di quercia scura da essere completamente inaccessibili dall’interno. Debole bagliore di luce rossastra filtrava attraverso le grate delle finestre, rendendo abbastanza visibili gli oggetti più vicini; tuttavia, lo sguardo non riusciva a raggiungere gli angoli più remoti della stanza, né le nicchie del soffitto a volta. Lunghe tende scure pendevano dalle pareti. L’arredamento in generale era abbondante, ma scomodo, antico e logoro. Molti libri e strumenti musicali erano sparsi ovunque, ma non riuscivano a dare vita a quell’ambiente. Sentivo di respirare un’atmosfera di tristezza; un’aria cupa, profonda e irreversibile dominava tutto intorno.

Al mio ingresso, Usher si alzò da un divano su cui era sdraiato completamente e mi accolse con una cordialità così vivace che, all’inizio, pensai fosse eccessiva, frutto dello sforzo forzato di un uomo del mondo annoiato. Tuttavia, uno sguardo al suo volto mi convinse della sua perfetta sincerità. Ci sedemmo; per qualche momento, mentre lui non parlava, lo osservai con sentimenti a metà compassione, a metà ammirazione. Certamente, nessun uomo era mai cambiato così drasticamente in un lasso di tempo così breve come Roderick Usher! Fu con difficoltà che riuscii ad ammettere che quella figura pallida davanti a me fosse lo stesso compagno della mia infanzia. Eppure il carattere del suo viso era sempre stato notevole: una pelle cadaverica; occhi grandi, liquidi e luminosi al di là di ogni paragone; labbra sottili e pallide, ma di una curva straordinariamente bella; un naso dal profilo delicato, ma con narici insolitamente larghe per una forma del genere; un mento ben modellato. Tuttavia, la mancanza di prominenza di questi tratti indicava chiaramente la mancanza di energia morale. I suoi capelli, morbidi e sottili come seta, fluttuavano intorno al viso in una massa disordinata. Non riuscivo proprio a collegare quell’espressione “arabesca” con l’idea di umanità ordinaria. Ora, nell’eccessiva evidenza di quei tratti e nell’espressione che solitamente trasmettevano, c’era così tanta differenza da farmi dubitare persino della persona a cui stavo parlando. Il pallore orribile della pelle, il bagliore straordinario degli occhi. Tutto questo mi spaventava e mi incuteva reverenza. I suoi capelli, inoltre, erano cresciuti senza alcuna cura; con quella loro texture setosa e disordinata, sembravano fluttuare intorno al viso piuttosto che cadere. Non riuscivo proprio a collegare quell’espressione “arabesca” con l’idea di umanità ordinaria.

Nel modo tipico del mio amico, fui immediatamente colpito da un senso di incoerenza, da una contraddizione; presto scoprii che ciò derivava da una serie di tentativi deboli e vani per superare un’abituale trepidazione, un’eccessiva agitazione nervosa. A questo aspetto della sua natura ero effettivamente preparato: sia dalla sua lettera, sia dai ricordi di certe sue caratteristiche infantili, sia dalle conclusioni tratte dalla sua particolare costituzione fisica e dal suo temperamento. Il suo comportamento era alternativamente vivace e cupo; la sua voce variava rapidamente: da una tonalità tremolante e indecisa (quando gli “spiriti animali” sembravano del tutto assenti) a quella sorta di enunciazione energica, concisa, brusca, grave, lenta e priva di enfasi. Una voce simile si può osservare nel bevitore perduto o nell’oppiomane irrecuperabile nei momenti di intensa eccitazione.

It was thus that he spoke of the object of my visit, of his earnest desire to see me, and of the solace he expected me to afford him. He entered, at some length, into what he conceived to be the nature of his malady. It was, he said, a constitutional and a family evil, and one for which he despaired to find a remedy—a mere nervous affection, he immediately added, which would undoubtedly soon pass off. It displayed itself in a host of unnatural sensations. Some of these, as he detailed them, interested and bewildered me; although, perhaps, the terms, and the general manner of the narration had their weight. He suffered much from a morbid acuteness of the senses; the most insipid food was alone endurable; he could wear only garments of certain texture; the odors of all flowers were oppressive; his eyes were tortured by even a faint light; and there were but peculiar sounds, and these from stringed instruments, which did not inspire him with horror.

To an anomalous species of terror I found him a bounden slave. “I shall perish,” said he, “I must perish in this deplorable folly. Thus, thus, and not otherwise, shall I be lost. I dread the events of the future, not in themselves, but in their results. I shudder at the thought of any, even the most trivial, incident, which may operate upon this intolerable agitation of soul. I have, indeed, no abhorrence of danger, except in its absolute effect—in terror. In this unnerved—in this pitiable condition—I feel that the period will sooner or later arrive when I must abandon life and reason together, in some struggle with the grim phantasm, FEAR.”

I learned, moreover, at intervals, and through broken and equivocal hints, another singular feature of his mental condition. He was enchained by certain superstitious impressions in regard to the dwelling which he tenanted, and whence, for many years, he had never ventured forth—in regard to an influence whose supposititious force was conveyed in terms too shadowy here to be re-stated—an influence which some peculiarities in the mere form and substance of his family mansion, had, by dint of long sufferance, he said, obtained over his spirit—an effect which the physique of the gray walls and turrets, and of the dim tarn into which they all looked down, had, at length, brought about upon the morale of his existence.

He admitted, however, although with hesitation, that much of the peculiar gloom which thus afflicted him could be traced to a more natural and far more palpable origin—to the severe and long-continued illness—indeed to the evidently approaching dissolution—of a tenderly beloved sister—his sole companion for long years—his last and only relative on earth. “Her decease,” he said, with a bitterness which I can never forget, “would leave him (him the hopeless and the frail) the last of the ancient race of the Ushers.” While he spoke, the lady Madeline (for so was she called) passed slowly through a remote portion of the apartment, and, without having noticed my presence, disappeared. I regarded her with an utter astonishment not unmingled with dread—and yet I found it impossible to account for such feelings. A sensation of stupor oppressed me, as my eyes followed her retreating steps. When a door, at length, closed upon her, my glance sought instinctively and eagerly the countenance of the brother—but he had buried his face in his hands, and I could only perceive that a far more than ordinary wanness had overspread the emaciated fingers through which trickled many passionate tears.

The disease of the lady Madeline had long baffled the skill of her physicians. A settled apathy, a gradual wasting away of the person, and frequent although transient affections of a partially cataleptical character, were the unusual diagnosis. Hitherto she had steadily borne up against the pressure of her malady, and had not betaken herself finally to bed; but, on the closing in of the evening of my arrival at the house, she succumbed (as her brother told me at night with inexpressible agitation) to the prostrating power of the destroyer; and I learned that the glimpse I had obtained of her person would thus probably be the last I should obtain—that the lady, at least while living, would be seen by me no more.

For several days ensuing, her name was unmentioned by either Usher or myself; and during this period I was busied in earnest endeavors to alleviate the melancholy of my friend. We painted and read together; or I listened, as if in a dream, to the wild improvisations of his speaking guitar. And thus, as a closer and still closer intimacy admitted me more unreservedly into the recesses of his spirit, the more bitterly did I perceive the futility of all attempt at cheering a mind from which darkness, as if an inherent positive quality, poured forth upon all objects of the moral and physical universe, in one unceasing radiation of gloom.

I shall ever bear about me a memory of the many solemn hours I thus spent alone with the master of the House of Usher. Yet I should fail in any attempt to convey an idea of the exact character of the studies, or of the occupations, in which he involved me, or led me the way. An excited and highly distempered ideality threw a sulphureous lustre over all. His long improvised dirges will ring forever in my ears. Among other things, I hold painfully in mind a certain singular perversion and amplification of the wild air of the last waltz of Von Weber. From the paintings over which his elaborate fancy brooded, and which grew, touch by touch, into vaguenesses at which I shuddered the more thrillingly, because I shuddered knowing not why—from these paintings (vivid as their images now are before me) I would in vain endeavor to educe more than a small portion which should lie within the compass of merely written words. By the utter simplicity, by the nakedness of his designs, he arrested and overawed attention. If ever mortal painted an idea, that mortal was Roderick Usher. For me at least—in the circumstances then surrounding me—there arose out of the pure abstractions which the hypochondriac contrived to throw upon his canvass, an intensity of intolerable awe, no shadow of which felt I ever yet in the contemplation of the certainly glowing yet too concrete reveries of Fuseli.

Ecco come parlò dell’oggetto della mia visita, del suo sincero desiderio di vedermi e del conforto che si aspettava da me. Entrò nel dettaglio di ciò che riteneva fosse la natura della sua malattia. Disse che si trattava di un male congenito e familiare, per il quale temeva di non trovare una cura; aggiunse subito dopo che si trattava semplicemente di un disturbo nervoso, che senza dubbio sarebbe passato presto. Si manifestava attraverso una serie di sensazioni innaturali: alcune di queste, man mano che le descriveva, mi interessavano e al contempo mi confondevano; forse, però, i termini utilizzati e il modo in cui raccontava avevano un certo peso nel suscitare tali reazioni. Soffriva molto a causa di un’eccessiva acutezza dei sensi: l’alimento più insipido era l’unico che riuscisse a tollerare; poteva indossare soltanto abiti di una certa tessitura; gli odori di tutte le fioriture lo soffocavano; anche la luce più debole gli causava dolore agli occhi; e solo suoni particolari, provenienti da strumenti a corda, non gli ispiravano orrore.

Per una specie anomala di terrore, lo resi uno schiavo condannato a morte. “Morirò,” disse, “devo morire in questa folle e deplorevole situazione. È così, e solo così, che perderò tutto. Temo gli eventi futuri, non in sé stessi, ma nei loro risultati. Tremo al pensiero di qualsiasi incidente, anche il più banale, che possa aggravare questa insopportabile agitazione della mia ‘anima. In realtà, non ho alcun orrore del pericolo, tranne nel suo effetto assoluto: nel terrore. In questo stato di nervosismo, in questa condizione misera, sento che prima o poi arriverà il momento in cui dovrò abbandonare sia la vita che la ragione, nella lotta contro quel spaventoso fantasma, il TERRORE.”

Inoltre, di tanto in tanto e attraverso indizi frammentari ed equivoci, venni a conoscenza di un’altra caratteristica singolare della sua condizione mentale. Era vincolato da certe credenze superstiziose riguardo alla dimora che occupava; per molti anni non aveva mai osato uscirne. Si trattava di un’influenza la cui forza presunta veniva espressa in termini troppo vaghi e oscuri per essere ripetuti qui; un’influenza che, a causa di alcune particolarità della forma e della struttura stessa della sua casa familiare, aveva, secondo lui, finito per dominare la sua mente. L’aspetto stesso delle mura grigie e delle torri, nonché il lago scuro nel quale si affacciavano, avevano, col tempo, influenzato negativamente il suo stato d’animo.

Tuttavia, ammise con esitazione che gran parte di quella particolare tristezza che lo affliggeva aveva origine in cause più naturali e tangibili: nell’ grave e prolungata malattia, anzi, nella evidente imminenza della morte di una sorella amatissima, unica compagna per molti anni, sua ultima e unica parente al mondo. “La sua scomparsa,” disse con un dolore che non potrò mai dimenticare, “lo lascerebbe (lui, l’infelice e il fragile) l’ultimo della antica stirpe degli Ushers.” Mentre parlava, la signora Madeline (così si chiamava) passò lentamente in una parte remota dell’appartamento; senza accorgersi della mia presenza, scomparve. La osservai con totale stupore, misto a terrore, eppure non riuscivo a spiegarmi tali sentimenti. Una sensazione di stordimento mi invase mentre seguivo con lo sguardo i suoi passi che si allontanavano. Quando finalmente una porta si chiuse alle sue spalle, il mio sguardo cercò istintivamente e ansiosamente il volto del fratello, ma lui aveva nascosto il viso tra le mani; riuscii soltanto a notare che un pallore estremo aveva invaso quelle dita emaciate, dalle quali scorrevano lacrime appassionate.

La malattia della signora Madeline aveva da tempo messo alla prova le capacità dei suoi medici. Un’apatia costante, un progressivo indebolimento del corpo e frequenti, sebbene transitorie, crisi di carattere parzialmente catalettico rappresentavano la diagnosi insolita. Fino ad allora lei aveva resistito con tenacia alle pressioni della sua malattia e non si era ancora ritirata a letto; ma nella sera del mio arrivo in quella casa, ella cedette (come mi raccontò suo fratello quella stessa notte con indescrivibile angoscia) al potere devastante della malattia. E capii che quell’unico sguardo che avevo avuto su di lei sarebbe probabilmente stato l’ultimo: la signora, almeno finché fosse viva, non mi sarebbe più stata vista.

Per diversi giorni successivi, né Usher né io menzionammo il suo nome; durante quel periodo mi dedicai con impegno a cercare di alleviare la melanconia del mio amico. Dipingevamo e leggevamo insieme; oppure ascoltavo, come se fossi in un sogno, le improvvisazioni musicali della sua chitarra. E così, man mano che una maggiore intimità mi permetteva di entrare sempre più profondamente nel suo spirito, più amaramente mi rendevo conto dell’inutilità di ogni tentativo di alleviare quella tristezza che, come una qualità intrinseca del suo essere, si riversava su ogni aspetto dell’universo morale e fisico, in un flusso continuo di oscurità.

Porterò sempre con me il ricordo di quelle molte ore solenni che trascorsi da solo con il padrone della Casa di Usher. Tuttavia, non riuscirei mai a trasmettere appieno la natura precisa degli studi o delle attività in cui mi coinvolgeva, né il percorso che mi guidava attraverso di essi. Un’idealistica esaltata e profondamente distorta conferiva a tutto un alone sinistro. I suoi lunghi e improvvisati canti funebri risuoneranno per sempre nelle mie orecchie. Tra le altre cose, ricordo con dolore una certa strana distorsione e amplificazione del tema della ultima waltz di Von Weber. Dai dipinti su cui la sua fantasia elaborata si soffermava, e che gradualmente assumevano forme sempre più vaghe e inquietanti – tanto più spaventose perché non ne comprendevo il motivo – non riuscirei mai a trasmettere, attraverso le parole scritte, nemmeno una piccola parte di ciò che vi era contenuto. Con la sua assoluta semplicità, con la nudità delle sue idee, riusciva ad attirare e incutere timore nell’osservatore. Se mai un mortale ha dipinto un’idea, quel mortale è stato Roderick Usher. Almeno per me, nelle circostanze di allora, quelle pure astrazioni che l’ipocondriaco aveva trasferito sulla tela suscitavano in me un’intensità di terrore insopportabile; nessuna ombra di ciò che provavo nell’ammirare le visioni certamente affascinanti ma troppo concrete di Fuseli avrebbe potuto eguagliarla.

One of the phantasmagoric conceptions of my friend, partaking not so rigidly of the spirit of abstraction, may be shadowed forth, although feebly, in words. A small picture presented the interior of an immensely long and rectangular vault or tunnel, with low walls, smooth, white, and without interruption or device. Certain accessory points of the design served well to convey the idea that this excavation lay at an exceeding depth below the surface of the earth. No outlet was observed in any portion of its vast extent, and no torch, or other artificial source of light was discernible; yet a flood of intense rays rolled throughout, and bathed the whole in a ghastly and inappropriate splendor.

I have just spoken of that morbid condition of the auditory nerve which rendered all music intolerable to the sufferer, with the exception of certain effects of stringed instruments. It was, perhaps, the narrow limits to which he thus confined himself upon the guitar, which gave birth, in great measure, to the fantastic character of his performances. But the fervid facility of his impromptus could not be so accounted for. They must have been, and were, in the notes, as well as in the words of his wild fantasias (for he not unfrequently accompanied himself with rhymed verbal improvisations), the result of that intense mental collectedness and concentration to which I have previously alluded as observable only in particular moments of the highest artificial excitement. The words of one of these rhapsodies I have easily remembered. I was, perhaps, the more forcibly impressed with it, as he gave it, because, in the under or mystic current of its meaning, I fancied that I perceived, and for the first time, a full consciousness on the part of Usher of the tottering of his lofty reason upon her throne. The verses, which were entitled “The Haunted Palace,” ran very nearly, if not accurately, thus:

I. In the greenest of our valleys, By good angels tenanted, Once a fair and stately palace— Radiant palace—reared its head. In the monarch Thought’s dominion— It stood there! Never seraph spread a pinion Over fabric half so fair.

II. Banners yellow, glorious, golden, On its roof did float and flow; (This—all this—was in the olden Time long ago) And every gentle air that dallied, In that sweet day, Along the ramparts plumed and pallid, A winged odor went away.

III. Wanderers in that happy valley Through two luminous windows saw Spirits moving musically To a lute’s well-tunéd law, Round about a throne, where sitting (Porphyrogene!) In state his glory well befitting, The ruler of the realm was seen.

IV. And all with pearl and ruby glowing Was the fair palace door, Through which came flowing, flowing, flowing, And sparkling evermore, A troop of Echoes whose sweet duty Was but to sing, In voices of surpassing beauty, The wit and wisdom of their king.

V. But evil things, in robes of sorrow, Assailed the monarch’s high estate; (Ah, let us mourn, for never morrow Shall dawn upon him, desolate!) And, round about his home, the glory That blushed and bloomed Is but a dim-remembered story Of the old time entombed.

VI. And travellers now within that valley, Through the red-litten windows, see Vast forms that move fantastically To a discordant melody; While, like a rapid ghastly river, Through the pale door, A hideous throng rush out forever, And laugh—but smile no more.

I well remember that suggestions arising from this ballad, led us into a train of thought wherein there became manifest an opinion of Usher’s which I mention not so much on account of its novelty, (for other men * have thought thus,) as on account of the pertinacity with which he maintained it. This opinion, in its general form, was that of the sentience of all vegetable things. But, in his disordered fancy, the idea had assumed a more daring character, and trespassed, under certain conditions, upon the kingdom of inorganization. I lack words to express the full extent, or the earnest abandon of his persuasion. The belief, however, was connected (as I have previously hinted) with the gray stones of the home of his forefathers. The conditions of the sentience had been here, he imagined, fulfilled in the method of collocation of these stones—in the order of their arrangement, as well as in that of the many fungi which overspread them, and of the decayed trees which stood around—above all, in the long undisturbed endurance of this arrangement, and in its reduplication in the still waters of the tarn. Its evidence—the evidence of the sentience—was to be seen, he said, (and I here started as he spoke,) in the gradual yet certain condensation of an atmosphere of their own about the waters and the walls. The result was discoverable, he added, in that silent, yet importunate and terrible influence which for centuries had moulded the destinies of his family, and which made him what I now saw him—what he was. Such opinions need no comment, and I will make none.

  • Watson, Dr. Percival, Spallanzani, and especially the Bishop of Landaff.—See “Chemical Essays,” vol v.

Our books—the books which, for years, had formed no small portion of the mental existence of the invalid—were, as might be supposed, in strict keeping with this character of phantasm. We pored together over such works as the Ververt et Chartreuse of Gresset; the Belphegor of Machiavelli; the Heaven and Hell of Swedenborg; the Subterranean Voyage of Nicholas Klimm by Holberg; the Chiromancy of Robert Flud, of Jean D’Indaginé, and of De la Chambre; the Journey into the Blue Distance of Tieck; and the City of the Sun of Campanella. One favorite volume was a small octavo edition of the Directorium Inquisitorium, by the Dominican Eymeric de Gironne; and there were passages in Pomponius Mela, about the old African Satyrs and OEgipans, over which Usher would sit dreaming for hours. His chief delight, however, was found in the perusal of an exceedingly rare and curious book in quarto Gothic—the manual of a forgotten church—the Vigiliae Mortuorum secundum Chorum Ecclesiae Maguntinae.

Una delle concezioni fantasmagoriche di mio amico, che non aderiva così rigidamente allo spirito dell’astrazione, può essere delineata, sebbene debolmente, a parole. Un piccolo dipinto raffigurava l’interno di un’enorme volta o tunnel rettangolare, con pareti basse, lisce e bianche, prive di interruzioni o dispositivi particolari. Alcuni elementi del disegno aiutavano efficacemente a trasmettere l’idea che questa galleria si trovasse a una profondità estrema sotto la superficie terrestre. Non si scorgeva alcuna uscita in nessuna parte della sua vasta estensione, e né torce né altre fonti artificiali di luce erano visibili; tuttavia, un flusso intenso di raggi luminosi pervadeva tutto l’interno, immergendolo in una sorta di splendore spettrale e inappropriato.

Ho appena parlato di quella condizione patologica del nervo uditivo che rendeva tutta la musica insopportabile per il malato, ad eccezione di alcuni effetti prodotti dagli strumenti a corda. Forse fu proprio l’ambito ristretto in cui si limitava nell’utilizzo della chitarra a determinare, in gran parte, il carattere fantastico delle sue esibizioni. Ma la fervida abilità con cui componeva gli improvvisi non poteva essere spiegata solo in questo modo. Quegli improvvisi dovevano necessariamente basarsi su note e parole ben preparate, proprio come nelle sue folli fantasie (poiché spesso si accompagnava anche con improvvisazioni verbali in rima); tutto ciò derivava da quella intensa concentrazione mentale di cui ho già parlato, una condizione che si manifesta soltanto in momenti particolari di estrema eccitazione. Ricordo facilmente le parole di uno di questi componimenti: forse sono rimasto particolarmente colpito perché, mentre lui lo eseguiva, ho avuto l’impressione – nella corrente sotterranea o mistica del suo significato – che per la prima volta Usher fosse pienamente consapevole del pericolo che minacciava la sua ragione. I versi di quel componimento, intitolato “Il Palazzo Infestato”, erano più o meno così:

I.
Nella più verde delle nostre valli,
abitata da angeli buoni,
un tempo sorgeva un palazzo maestoso e splendente. Nel regno del pensiero, lì si ergeva!
Nessun serafino mai spiegò le ali
su una meraviglia così incantevole.

II.
Stendardi gialli, splendidi, dorati,
fluttuavano sul suo tetto;
(Tutto questo, accadde nell’antico
tempo, molto tempo fa.)
Ogni brezza gentile che soffiava,
in quel giorno dolce,
lungo le mura imponenti e pallide,
portava con sé un profumo incantevole.

III.
I viandanti in quella felice valle,
attraverso due luminose finestre, videro
spiriti muoversi con armonia,
al ritmo melodioso di una lira ben accordata;
intorno a un trono, su cui sedeva. (Porfirogenito!)
Il sovrano del regno, nella sua maestosa gloria,
era visibile in tutto il suo splendore.

IV.
E tutta decorata di perle e rubini scintillanti,
era la bella porta del palazzo;
da essa usciva incessantemente,
scintillando senza sosta,
una schiera di Echi il cui dolce compito
era soltanto cantare,
con voci di straordinaria bellezza,
le saggezze e le arguzie del loro re.

V.
Ma le cose malvagie, vestite di dolore,
attaccarono la nobile posizione del monarca;
(Ah, piangiamo, perché mai più un domani
sorgerà per lui, un giorno desolato!)
E intorno alla sua casa, quella gloria
che un tempo brillava e fioriva,
non è ormai che un ricordo sbiadito
di tempi lontani, sepolti nel passato.

VI.
Ora i viaggiatori che si trovano in quella valle,
attraverso le finestre illuminate dal rosso, vedono
forme immense muoversi in modo fantastico
al ritmo di una melodia discordante;
mentre, come un rapido e orribile fiume,
dalla porta pallida,
una folla spaventosa esce per sempre,
ridendo, ma senza più sorridere.

Ricordo bene che le idee nate da questa ballata ci portarono in una serie di riflessioni dalle quali emerse un’opinione di Usher: non la menziono tanto per la sua novità (poiché altri avevano già pensato allo stesso modo), quanto per l’ostinazione con cui la sosteneva. In linea di massima, questa opinione riguardava l’esistenza di una forma di sensibilità in tutte le cose vegetali. Tuttavia, nella sua mente confusa, questo concetto assunse un carattere ancora più audace e, in determinate circostanze, si spinse addirittura oltre i limiti del regno della natura inorganica. Mi mancano le parole per esprimere appieno l’intensità e la fermezza delle sue convinzioni. Questa credenza, come avevo già accennato, era legata alle pietre grigie della dimora dei suoi antenati: secondo lui, le condizioni necessarie all’esistenza di questa sensibilità si realizzavano nel modo in cui queste pietre erano disposte – nell’ordine in cui erano sistemate, nella presenza dei funghi che le ricoprivano e degli alberi in decomposizione intorno a loro, e soprattutto nella loro lunga stabilità nel tempo e nella loro ripetizione nelle acque stagnanti del lago. La prova di questa sensibilità, diceva lui, si poteva osservare nella graduale ma inequivocabile formazione di un’atmosfera particolare intorno alle acque e ai muri. Il risultato di tutto ciò, aggiungeva, era quell’influenza silenziosa, insistente e terribile che per secoli aveva plasmato il destino della sua famiglia, rendendolo ciò che ora lo vedo, ciò che è. Opinioni del genere non richiedono commenti, e io non ne farò alcuno.

  • Watson, il dottor Percival, Spallanzani, e soprattutto il vescovo di Landaff. — Vedi “Saggi Chimici”, volume v.

I nostri libri – quei libri che, per anni, avevano costituito una parte non trascurabile dell’esistenza mentale di quell’invalido – erano, come ci si poteva aspettare, in perfetta armonia con questo carattere fantastico. Ci dedicavamo insieme alla lettura di opere come “Ververt et Chartreuse” di Gresset, “Belphegor” di Machiavelli, “Cielo e Inferno” di Swedenborg, “Viaggio sotterraneo di Nicholas Klimm” di Holberg, i trattati di chiromanzia di Robert Flud, Jean D’Indaginé e De la Chambre, “Il Viaggio nella lontana distanza azzurra” di Tieck, nonché “La Città del Sole” di Campanella. Uno dei volumi preferiti era una piccola edizione in ottavo del “Directorium Inquisitorium” scritto dal domenicano Eymeric de Gironne; inoltre, c’erano passaggi tratti da Pomponio Mela riguardanti gli antichi Satiri e Egipani africani, sui quali Usher si soffermava a leggere per ore, immerso nei suoi pensieri. La sua principale fonte di piacere, tuttavia, era la lettura di un libro estremamente raro e curioso, pubblicato in quarto formato gotico: il manuale di una chiesa ormai dimenticata, intitolato “Vigiliae Mortuorum secundum Chorum Ecclesiae Maguntinae”.

I could not help thinking of the wild ritual of this work, and of its probable influence upon the hypochondriac, when, one evening, having informed me abruptly that the lady Madeline was no more, he stated his intention of preserving her corpse for a fortnight, (previously to its final interment,) in one of the numerous vaults within the main walls of the building. The worldly reason, however, assigned for this singular proceeding, was one which I did not feel at liberty to dispute. The brother had been led to his resolution (so he told me) by consideration of the unusual character of the malady of the deceased, of certain obtrusive and eager inquiries on the part of her medical men, and of the remote and exposed situation of the burial-ground of the family. I will not deny that when I called to mind the sinister countenance of the person whom I met upon the staircase, on the day of my arrival at the house, I had no desire to oppose what I regarded as at best but a harmless, and by no means an unnatural, precaution.

At the request of Usher, I personally aided him in the arrangements for the temporary entombment. The body having been encoffined, we two alone bore it to its rest. The vault in which we placed it (and which had been so long unopened that our torches, half smothered in its oppressive atmosphere, gave us little opportunity for investigation) was small, damp, and entirely without means of admission for light; lying, at great depth, immediately beneath that portion of the building in which was my own sleeping apartment. It had been used, apparently, in remote feudal times, for the worst purposes of a donjon-keep, and, in later days, as a place of deposit for powder, or some other highly combustible substance, as a portion of its floor, and the whole interior of a long archway through which we reached it, were carefully sheathed with copper. The door, of massive iron, had been, also, similarly protected. Its immense weight caused an unusually sharp grating sound, as it moved upon its hinges.

Having deposited our mournful burden upon tressels within this region of horror, we partially turned aside the yet unscrewed lid of the coffin, and looked upon the face of the tenant. A striking similitude between the brother and sister now first arrested my attention; and Usher, divining, perhaps, my thoughts, murmured out some few words from which I learned that the deceased and himself had been twins, and that sympathies of a scarcely intelligible nature had always existed between them. Our glances, however, rested not long upon the dead—for we could not regard her unawed. The disease which had thus entombed the lady in the maturity of youth, had left, as usual in all maladies of a strictly cataleptical character, the mockery of a faint blush upon the bosom and the face, and that suspiciously lingering smile upon the lip which is so terrible in death. We replaced and screwed down the lid, and, having secured the door of iron, made our way, with toil, into the scarcely less gloomy apartments of the upper portion of the house.

And now, some days of bitter grief having elapsed, an observable change came over the features of the mental disorder of my friend. His ordinary manner had vanished. His ordinary occupations were neglected or forgotten. He roamed from chamber to chamber with hurried, unequal, and objectless step. The pallor of his countenance had assumed, if possible, a more ghastly hue—but the luminousness of his eye had utterly gone out. The once occasional huskiness of his tone was heard no more; and a tremulous quaver, as if of extreme terror, habitually characterized his utterance. There were times, indeed, when I thought his unceasingly agitated mind was laboring with some oppressive secret, to divulge which he struggled for the necessary courage. At times, again, I was obliged to resolve all into the mere inexplicable vagaries of madness, for I beheld him gazing upon vacancy for long hours, in an attitude of the profoundest attention, as if listening to some imaginary sound. It was no wonder that his condition terrified—that it infected me. I felt creeping upon me, by slow yet certain degrees, the wild influences of his own fantastic yet impressive superstitions.

It was, especially, upon retiring to bed late in the night of the seventh or eighth day after the placing of the lady Madeline within the donjon, that I experienced the full power of such feelings. Sleep came not near my couch—while the hours waned and waned away. I struggled to reason off the nervousness which had dominion over me. I endeavored to believe that much, if not all of what I felt, was due to the bewildering influence of the gloomy furniture of the room—of the dark and tattered draperies, which, tortured into motion by the breath of a rising tempest, swayed fitfully to and fro upon the walls, and rustled uneasily about the decorations of the bed. But my efforts were fruitless. An irrepressible tremor gradually pervaded my frame; and, at length, there sat upon my very heart an incubus of utterly causeless alarm. Shaking this off with a gasp and a struggle, I uplifted myself upon the pillows, and, peering earnestly within the intense darkness of the chamber, harkened—I know not why, except that an instinctive spirit prompted me—to certain low and indefinite sounds which came, through the pauses of the storm, at long intervals, I knew not whence. Overpowered by an intense sentiment of horror, unaccountable yet unendurable, I threw on my clothes with haste (for I felt that I should sleep no more during the night), and endeavored to arouse myself from the pitiable condition into which I had fallen, by pacing rapidly to and fro through the apartment.

Non potevo fare a meno di pensare al rituale bizzarro di questo gesto, e alla sua probabile influenza su quel malato ipocondriaco. Una sera, dopo avermi comunicato all’improvviso che la signora Madeline era morta, mi disse di voler conservare il suo cadavere per quindici giorni, prima di seppellirlo definitivamente, in una delle numerose cripte presenti all’interno dei muri principali dell’edificio. Tuttavia, la ragione addotta per questa decisione non mi sembrava tale da poter essere contestata. Secondo lui, questa scelta era dovuta al carattere insolito della malattia della defunta, alle domande insistenti e invadenti dei suoi medici, e alla posizione remota e esposta del cimitero di famiglia. Devo ammettere che, ricordando l’espressione sinistra della persona che avevo incontrato sulle scale il giorno del mio arrivo in quella casa, non provavo alcun desiderio di oppormi a una precauzione che, nel migliore dei casi, mi sembrava innocua e assolutamente naturale.

Su richiesta di Usher, lo aiutai personalmente negli arrangiamenti per la sepoltura temporanea. Una volta che il corpo fu avvolto nella bara, noi due, da soli, lo portammo al suo riposo eterno. La cripta in cui lo depositammo (che non veniva aperta da molto tempo; le nostre torce, quasi soffocate dall’atmosfera opprimente lì dentro, ci permettevano di vedere poco) era piccola, umida e completamente priva di aperture per far entrare la luce. Si trovava a grande profondità, proprio sotto quella parte dell’edificio in cui avevo il mio appartamento. A quanto pare, in tempi feudali remoti veniva utilizzata per scopi molto oscuri; in seguito, fu adibita a deposito di polvere da sparo o di altre sostanze altamente infiammabili. Una parte del suo pavimento, nonché l’intero interno di un lungo arco attraverso cui vi si accedeva, erano accuratamente rivestiti di rame. La porta, fatta di ferro massiccio, era anch’essa protetta allo stesso modo. Il suo enorme peso causava un rumore stridulo e acuto quando si muoveva sui cardini.

Dopo aver deposto il nostro pesante fardello di dolore in queste stanze dell’orrore, sollevammo parzialmente il coperchio della bara ancora non chiuso a chiave e guardammo il volto del defunto. Una notevole somiglianza tra fratello e sorella attirò per la prima volta la mia attenzione; Usher, forse intuendo i miei pensieri, mormorò alcune parole dalle quali appresi che il defunto e lui stesso erano stati gemelli, e che tra loro esistevano legami di un tipo a malapena comprensibile. Tuttavia, i nostri sguardi non si soffermarono a lungo sul morto: non riuscivamo infatti a guardarlo senza provare orrore. La malattia che aveva sepolto la signora nella piena giovinezza le aveva lasciato, come accade solitamente in tutte le malattie di carattere rigorosamente catalettico, un debole rossore sul petto e sul viso, nonché quel sorriso persistente sulle labbra, un sorriso terribile nella morte. Richiudemmo il coperchio della bara e, dopo aver chiuso a chiave la porta di ferro, ci incamminammo con fatica verso le stanze ancora più oscure dell’altra parte della casa.

E ora, dopo alcuni giorni di amara angoscia, si osservò un cambiamento evidente nei tratti del disturbo mentale del mio amico. Il suo comportamento abituale era scomparso; le sue occupazioni quotidiane venivano trascurate o dimenticate. Si aggirava da una stanza all’altra con passi affrettati, incerti e senza scopo. Il pallore del suo volto aveva assunto, se possibile, un colore ancora più spaventoso; la luce nei suoi occhi, invece, era completamente svanita. Quel tono un tempo occasionale e roco non si udiva più; al suo posto, c’era sempre una voce tremante, come se provasse un terrore estremo. C’erano momenti in cui pensavo che la sua mente costantemente agitata stesse lottando con qualche segreto opprimente, per rivelarlo aveva bisogno del coraggio necessario. Altre volte, invece, dovevo convincermi che tutto ciò non fosse altro che il risultato di incomprensibili capricci della follia. Lo vedevo fissare il vuoto per ore intere, con un’attenzione profonda, come se ascoltasse qualche suono immaginario. Non c’era da meravigliarsi che la sua condizione mi terrorizzasse: anch’io ne ero contagiato. Sentivo che le influenze folli e inquietanti delle sue superstizioni fantastiche ma impressionanti si diffondevano lentamente, ma con certezza, su di me.

Fu soprattutto nella notte del settimo o dell’ottavo giorno dopo che la signora Madeline fu rinchiusa nel donjon che provai in pieno tutta la forza di tali sentimenti. Il sonno non si avvicinò nemmeno al mio letto; le ore passavano lentamente. Cercai di razionalizzare quella nervosità che aveva preso il sopravvento su di me, di credere che gran parte, se non tutto, di ciò che provavo fosse dovuto all’atmosfera cupa e inquietante della stanza: alle tende scure e logore che, mossi dal vento di una tempesta imminente, ondeggiavano sinistramente sulle pareti, frusciando contro i decori del letto. Ma tutti i miei sforzi furono vani. Un tremore incontrollabile si diffuse gradualmente nel mio corpo; alla fine, un senso di terrore assoluto e senza motivo si impadronì di me. Scuotendomi con uno sforzo disperato, mi sollevai sui cuscini e, fissando l’oscurità della stanza, ascoltai. Non so perché, ma un istinto mi spingeva a cercare quei suoni bassi e indistinti che, di tanto in tanto, provenivano chissà da dove, attraverso le pause della tempesta. sopraffatto da un terrore intenso e inspiegabile, mi vestii in fretta. Sentivo che non avrei più potuto dormire quella notte. E cercai disperatamente di riprendermi, camminando avanti e indietro nella stanza.

I had taken but few turns in this manner, when a light step on an adjoining staircase arrested my attention. I presently recognised it as that of Usher. In an instant afterward he rapped, with a gentle touch, at my door, and entered, bearing a lamp. His countenance was, as usual, cadaverously wan—but, moreover, there was a species of mad hilarity in his eyes—an evidently restrained hysteria in his whole demeanor. His air appalled me—but anything was preferable to the solitude which I had so long endured, and I even welcomed his presence as a relief.

“And you have not seen it?” he said abruptly, after having stared about him for some moments in silence—“you have not then seen it?—but, stay! you shall.” Thus speaking, and having carefully shaded his lamp, he hurried to one of the casements, and threw it freely open to the storm.

The impetuous fury of the entering gust nearly lifted us from our feet. It was, indeed, a tempestuous yet sternly beautiful night, and one wildly singular in its terror and its beauty. A whirlwind had apparently collected its force in our vicinity; for there were frequent and violent alterations in the direction of the wind; and the exceeding density of the clouds (which hung so low as to press upon the turrets of the house) did not prevent our perceiving the life-like velocity with which they flew careering from all points against each other, without passing away into the distance. I say that even their exceeding density did not prevent our perceiving this—yet we had no glimpse of the moon or stars—nor was there any flashing forth of the lightning. But the under surfaces of the huge masses of agitated vapor, as well as all terrestrial objects immediately around us, were glowing in the unnatural light of a faintly luminous and distinctly visible gaseous exhalation which hung about and enshrouded the mansion.

“You must not—you shall not behold this!” said I, shudderingly, to Usher, as I led him, with a gentle violence, from the window to a seat. “These appearances, which bewilder you, are merely electrical phenomena not uncommon—or it may be that they have their ghastly origin in the rank miasma of the tarn. Let us close this casement;—the air is chilling and dangerous to your frame. Here is one of your favorite romances. I will read, and you shall listen;—and so we will pass away this terrible night together.”

The antique volume which I had taken up was the “Mad Trist” of Sir Launcelot Canning; but I had called it a favorite of Usher’s more in sad jest than in earnest; for, in truth, there is little in its uncouth and unimaginative prolixity which could have had interest for the lofty and spiritual ideality of my friend. It was, however, the only book immediately at hand; and I indulged a vague hope that the excitement which now agitated the hypochondriac, might find relief (for the history of mental disorder is full of similar anomalies) even in the extremeness of the folly which I should read. Could I have judged, indeed, by the wild overstrained air of vivacity with which he harkened, or apparently harkened, to the words of the tale, I might well have congratulated myself upon the success of my design.

I had arrived at that well-known portion of the story where Ethelred, the hero of the Trist, having sought in vain for peaceable admission into the dwelling of the hermit, proceeds to make good an entrance by force. Here, it will be remembered, the words of the narrative run thus:

“And Ethelred, who was by nature of a doughty heart, and who was now mighty withal, on account of the powerfulness of the wine which he had drunken, waited no longer to hold parley with the hermit, who, in sooth, was of an obstinate and maliceful turn, but, feeling the rain upon his shoulders, and fearing the rising of the tempest, uplifted his mace outright, and, with blows, made quickly room in the plankings of the door for his gauntleted hand; and now pulling therewith sturdily, he so cracked, and ripped, and tore all asunder, that the noise of the dry and hollow-sounding wood alarummed and reverberated throughout the forest.”

At the termination of this sentence I started, and for a moment, paused; for it appeared to me (although I at once concluded that my excited fancy had deceived me)—it appeared to me that, from some very remote portion of the mansion, there came, indistinctly, to my ears, what might have been, in its exact similarity of character, the echo (but a stifled and dull one certainly) of the very cracking and ripping sound which Sir Launcelot had so particularly described. It was, beyond doubt, the coincidence alone which had arrested my attention; for, amid the rattling of the sashes of the casements, and the ordinary commingled noises of the still increasing storm, the sound, in itself, had nothing, surely, which should have interested or disturbed me. I continued the story:

“But the good champion Ethelred, now entering within the door, was sore enraged and amazed to perceive no signal of the maliceful hermit; but, in the stead thereof, a dragon of a scaly and prodigious demeanor, and of a fiery tongue, which sate in guard before a palace of gold, with a floor of silver; and upon the wall there hung a shield of shining brass with this legend enwritten—

Avevo fatto pochi giri in questo modo quando un leggero passo su una scala adiacente attirò la mia attenzione. Subito riconobbi che era quello di Usher. Un istante dopo bussò delicatamente alla mia porta ed entrò, portando con sé una lampada. Il suo volto, come al solito, era pallidissimo; inoltre, nei suoi occhi c’era un certo tipo di ilarità folle, un’evidente isteria che cercava di trattenersi. Il suo aspetto mi spaventò, ma qualsiasi cosa sarebbe stata meglio della solitudine che avevo sopportato per tanto tempo; anzi, accolsi la sua presenza come un sollievo.

“E non l’hai ancora visto?” disse improvvisamente, dopo essersi guardato intorno in silenzio per alcuni momenti, “Allora non l’hai ancora visto? Ma aspetta! Lo vedrai.” Così dicendo, dopo aver abbassato accuratamente la lampada, si affrettò verso una delle finestre e la aprì completamente sotto la tempesta.

La furia impetuosa di quel vento improvviso quasi ci fece cadere a terra. Era davvero una notte tempestuosa, ma al contempo straordinariamente bella. Una notte selvaggia e unica per la sua terribilità e la sua bellezza. Sembrava che un vortice avesse raccolto tutta la sua forza proprio nelle nostre vicinanze; infatti, la direzione del vento cambiava continuamente in modo violento. L’elevata densità delle nuvole (che si trovavano così basse da quasi toccare le torri della casa) non impediva di vedere con chiarezza con quale velocità si muovevano, scontrandosi tra loro senza allontanarsi nella distanza. Dico davvero che nemmeno quella densità eccessiva ci impediva di osservare tutto questo. Eppure non c’era traccia della luna né delle stelle; nessun lampo di fulmine illuminava il cielo. Ma le superfici interne di quelle enormi masse di vapore agitato, così come tutti gli oggetti terrestri intorno a noi, brillavano di una luce innaturale: quella emanata da un gas debolmente luminoso e chiaramente visibile che avvolgeva tutta la casa.

“Non devi, non dovresti assolutamente vedere questo!” dissi, tremando, a Usher mentre lo portavo via con forza gentile dalla finestra e lo facevo sedere. “Queste apparizioni che ti confondono sono soltanto fenomeni elettrici piuttosto comuni, oppure forse hanno origine nel terribile fumo di quel lago stagnante. Chiudiamo questa finestra: l’aria è fredda e pericolosa per la tua salute. Ecco uno dei tuoi romanzi preferiti; io leggerò e tu ascolterai, così trascorreremo insieme questa terribile notte.”

Il volume antico che avevo preso in mano era “Mad Trist” di Sir Launcelot Canning; ma l’avevo definito un libro preferito da Usher più per scherzo che seriamente, perché, in verità, nella sua prolissità rozza e priva di immaginazione non c’era nulla che potesse interessare l’elevata e spirituale idealità del mio amico. Tuttavia, era l’unica libro a portata di mano; e nutrivo una vaga speranza che l’agitazione che ora tormentava quell’ipocondriaco potesse trovare sollievo, poiché la storia dei disturbi mentali è piena di anomalie simili. Se solo avessi potuto giudicare, in base all’eccessiva vivacità con cui ascoltava le parole del racconto, forse mi sarei rallegrato del successo del mio piano.

Ero giunto a quella parte della storia ben nota, in cui Ethelred, l’eroe di Tristano, dopo aver cercato invano di entrare pacificamente nella dimora dell’eremita, decide di forzare l’ingresso. Qui, come si ricorderà, le parole del racconto recitano così:

“E Ethelred, che per natura aveva un cuore coraggioso e che ormai era anche molto potente grazie all’effetto dell’alcol che aveva bevuto, non attese più a parlare con l’eremita, il quale del resto era di indole ostinata e malvagia. Sentendo la pioggia battergli sulle spalle e temendo l’arrivo della tempesta, sollevò immediatamente la sua mazza e, con colpi violenti, riuscì ad aprire rapidamente uno spiraglio nella porta; poi, tirando con forza, spezzò, strappò e divaricò completamente le assi di legno, tanto che il rumore prodotto dal legno secco e vuoto risuonò in tutta la foresta.”

Al termine di questa frase, iniziai a leggere e per un momento mi fermai; perché mi sembrò (sebbene subito conclusi che fosse stata la mia immaginazione eccitata ad ingannarmi) che, da qualche parte molto lontana della dimora, giungesse alle mie orecchie, in modo indistinto, ciò che avrebbe potuto essere, per la sua estrema somiglianza, l’eco, ma certamente soffocata e debole, del suono stridente e violento che Sir Launcelot aveva descritto con tanta precisione. Senza alcun dubbio, fu proprio questa coincidenza a catturare la mia attenzione; perché, tra il rumore delle persiane che sbattevano e i suoni ordinari prodotti dalla tempesta in aumento, quel suono, di per sé, non aveva nulla che potesse interessarmi o turbarmi. Continuai quindi a leggere la storia.

“Ma il nobile campione Ethelred, entrando nella sala, fu profondamente infuriato e sorpreso nel non trovare traccia dell’eremita malvagio; al suo posto, vide un drago dalle scaglie enormi e dall’aspetto minaccioso, con una lingua infuocata, che montava la guardia davanti a un palazzo d’oro con pavimenti d’argento; sul muro era appeso uno scudo di bronzo lucido su cui era incisa questa iscrizione, ”

Who entereth herein, a conqueror hath bin; Who slayeth the dragon, the shield he shall win;

And Ethelred uplifted his mace, and struck upon the head of the dragon, which fell before him, and gave up his pesty breath, with a shriek so horrid and harsh, and withal so piercing, that Ethelred had fain to close his ears with his hands against the dreadful noise of it, the like whereof was never before heard.”

Here again I paused abruptly, and now with a feeling of wild amazement—for there could be no doubt whatever that, in this instance, I did actually hear (although from what direction it proceeded I found it impossible to say) a low and apparently distant, but harsh, protracted, and most unusual screaming or grating sound—the exact counterpart of what my fancy had already conjured up for the dragon’s unnatural shriek as described by the romancer.

Oppressed, as I certainly was, upon the occurrence of this second and most extraordinary coincidence, by a thousand conflicting sensations, in which wonder and extreme terror were predominant, I still retained sufficient presence of mind to avoid exciting, by any observation, the sensitive nervousness of my companion. I was by no means certain that he had noticed the sounds in question; although, assuredly, a strange alteration had, during the last few minutes, taken place in his demeanor. From a position fronting my own, he had gradually brought round his chair, so as to sit with his face to the door of the chamber; and thus I could but partially perceive his features, although I saw that his lips trembled as if he were murmuring inaudibly. His head had dropped upon his breast—yet I knew that he was not asleep, from the wide and rigid opening of the eye as I caught a glance of it in profile. The motion of his body, too, was at variance with this idea—for he rocked from side to side with a gentle yet constant and uniform sway. Having rapidly taken notice of all this, I resumed the narrative of Sir Launcelot, which thus proceeded:

“And now, the champion, having escaped from the terrible fury of the dragon, bethinking himself of the brazen shield, and of the breaking up of the enchantment which was upon it, removed the carcass from out of the way before him, and approached valorously over the silver pavement of the castle to where the shield was upon the wall; which in sooth tarried not for his full coming, but fell down at his feet upon the silver floor, with a mighty great and terrible ringing sound.”

No sooner had these syllables passed my lips, than—as if a shield of brass had indeed, at the moment, fallen heavily upon a floor of silver—I became aware of a distinct, hollow, metallic, and clangorous, yet apparently muffled reverberation. Completely unnerved, I leaped to my feet; but the measured rocking movement of Usher was undisturbed. I rushed to the chair in which he sat. His eyes were bent fixedly before him, and throughout his whole countenance there reigned a stony rigidity. But, as I placed my hand upon his shoulder, there came a strong shudder over his whole person; a sickly smile quivered about his lips; and I saw that he spoke in a low, hurried, and gibbering murmur, as if unconscious of my presence. Bending closely over him, I at length drank in the hideous import of his words.

“Not hear it?—yes, I hear it, and have heard it. Long—long—long—many minutes, many hours, many days, have I heard it—yet I dared not—oh, pity me, miserable wretch that I am!—I dared not—I dared not speak! We have put her living in the tomb! Said I not that my senses were acute? I now tell you that I heard her first feeble movements in the hollow coffin. I heard them—many, many days ago—yet I dared not—I dared not speak! And now—to-night—Ethelred—ha! ha!—the breaking of the hermit’s door, and the death-cry of the dragon, and the clangor of the shield!—say, rather, the rending of her coffin, and the grating of the iron hinges of her prison, and her struggles within the coppered archway of the vault! Oh whither shall I fly? Will she not be here anon? Is she not hurrying to upbraid me for my haste? Have I not heard her footstep on the stair? Do I not distinguish that heavy and horrible beating of her heart? Madman!”—here he sprang furiously to his feet, and shrieked out his syllables, as if in the effort he were giving up his soul—“Madman! I tell you that she now stands without the door!

As if in the superhuman energy of his utterance there had been found the potency of a spell—the huge antique pannels to which the speaker pointed, threw slowly back, upon the instant, their ponderous and ebony jaws. It was the work of the rushing gust—but then without those doors there did stand the lofty and enshrouded figure of the lady Madeline of Usher. There was blood upon her white robes, and the evidence of some bitter struggle upon every portion of her emaciated frame. For a moment she remained trembling and reeling to and fro upon the threshold—then, with a low moaning cry, fell heavily inward upon the person of her brother, and in her violent and now final death-agonies, bore him to the floor a corpse, and a victim to the terrors he had anticipated.

From that chamber, and from that mansion, I fled aghast. The storm was still abroad in all its wrath as I found myself crossing the old causeway. Suddenly there shot along the path a wild light, and I turned to see whence a gleam so unusual could have issued; for the vast house and its shadows were alone behind me. The radiance was that of the full, setting, and blood-red moon, which now shone vividly through that once barely-discernible fissure, of which I have before spoken as extending from the roof of the building, in a zigzag direction, to the base. While I gazed, this fissure rapidly widened—there came a fierce breath of the whirlwind—the entire orb of the satellite burst at once upon my sight—my brain reeled as I saw the mighty walls rushing asunder—there was a long tumultuous shouting sound like the voice of a thousand waters—and the deep and dank tarn at my feet closed sullenly and silently over the fragments of the “House of Usher.”

Chi entra qui diventa un conquistatore;
Chi uccide il drago otterrà lo scudo.

E Ethelred alzò la sua mazza e colpì la testa del drago, che cadde ai suoi piedi, smettendo di emettere quel respiro velenoso. Il suo urlo fu così terribile, aspro e penetrante che Ethelred dovette coprirsi le orecchie con le mani per non essere assordato da quel suono spaventoso; un simile rumore non era mai stato udito prima.

Ancora una volta mi fermai bruscamente, questa volta con un senso di selvaggio stupore: non poteva esserci alcun dubbio su ciò che avevo sentito; in quel momento avevo davvero udito un suono basso, apparentemente lontano, ma aspro, prolungato e assolutamente insolito. Esattamente lo stesso suono che la mia immaginazione aveva già evocato per descrivere il grido innaturale del drago, così come descritto dal romanziere.

oppresso, come certamente lo ero io, dall’insorgere di questa seconda e straordinaria coincidenza, da mille sensazioni contrastanti tra cui prevalevano lo stupore e un terrore estremo, riuscii comunque a mantenere abbastanza lucidità per evitare che qualsiasi osservazione potesse eccitare la nervosità del mio compagno. Non ero affatto certo che avesse notato quei suoni; tuttavia, senza dubbio, nel corso degli ultimi minuti il suo comportamento era cambiato in modo strano. Dalla posizione in cui si trovava, aveva gradualmente girato la sedia in modo da sedersi con il viso rivolto verso la porta della stanza; quindi riuscivo a percepire solo parzialmente i suoi tratti, anche se vedevo che le sue labbra tremavano, come se stesse mormorando qualcosa in modo inudibile. La sua testa era appoggiata al petto, ma sapevo che non dormiva, perché l’occhio, visibile di profilo, era completamente aperto e rigido. Anche i movimenti del suo corpo erano insoliti: dondolava da una parte all’altra con un movimento dolce ma costante e regolare. Dopo aver notato tutto ciò rapidamente, ripresi la narrazione di Sir Launcelot, che proseguì così.

“E ora, il campione, essendo sfuggito alla terribile furia del drago, ricordandosi dello scudo di bronzo e della distruzione dell’incantesimo che vi era stato posto, allontanò il cadavere dal suo cammino e si avvicinò coraggiosamente lungo la pavimentazione d’argento del castello fino al punto in cui lo scudo si trovava appeso al muro; ed effettivamente, non attese il suo arrivo completo: cadde ai suoi piedi sul pavimento d’argento, emettendo un suono potente e terribile.”

Non appena queste sillabe uscirono dalle mie labbra, fu come se uno scudo di bronzo fosse davvero caduto con forza su un pavimento d’argento: percepii una risonanza chiara, vuota, metallica e sonora, ma apparentemente attutita. Completamente sconvolto, balzai in piedi; tuttavia il movimento regolare di don Usher non venne disturbato. Corsi verso la sedia su cui sedeva: i suoi occhi erano fissi davanti a lui, e sul suo viso si leggeva una rigidità gelida. Ma quando posai la mano sulla sua spalla, tutto il suo corpo fu scosso da un brivido; un sorriso malato gli apparve sulle labbra, e udii che parlava in un sussurro basso, affrettato e incoerente, come se non si rendesse conto della mia presenza. Avvicinandomi ancora di più a lui, finalmente compresi il terribile significato delle sue parole.

“Non la senti? — Sì, la sento, e l’ho sentita davvero.
Molti minuti, molte ore, molti giorni, l’ho sentita. Eppure non ho osato. Oh, pietà di me, misero disgraziato che sono! Non ho osato. Non ho osato parlare! L’abbiamo messa viva nella tomba. Non vi dicevo che i miei sensi sono acuti? Ora vi dico che ho sentito i suoi primi deboli movimenti dentro il sarcofago vuoto. Li ho sentiti. Molti, molti giorni fa. Eppure non ho osato, Non ho osato parlare! E ora, di notte. Ethelred, ah! Il rumore della porta del eremita che si rompe, il grido di morte del drago, il clangore dello scudo. No, piuttosto, il suono del suo sarcofago che viene spezzato, lo stridio delle sue sbarre di ferro. I suoi sforzi all’interno della cripta. Oh, dove dovrei fuggire? Non arriverà qui tra un attimo? Non sta forse correndo per rimproverarmi per la mia fretta? Non ho sentito i suoi passi sulle scale? Non riconosco quel battito pesante e terribile del suo cuore. Pazzo!” — Qui balzò in piedi furiosamente, gridando quelle parole come se stesse cercando di liberare la propria ‘anima, “Pazzo! Vi dico che ora è proprio fuori dalla porta, ”

Come se nell’energia sovrumana delle sue parole si nascondesse il potere di una magia. I grandi pannelli antichi che l’oratore indicò si aprirono lentamente, rivelando le loro pesanti e nere strutture interne. Fu l’effetto di un vento impetuoso. Ma già lì, senza quei pannelli, si ergeva la maestosa e avvolta nell’oscurità figura della signora Madeline di Usher. Sul suo abito bianco c’era del sangue, e su ogni parte del suo corpo emaciato si notavano i segni di una lotta disperata. Per un momento rimase tremante, barcollando sul ciglio della soglia. Poi, con un debole grido, cadde pesantemente addosso a suo fratello, portandolo con sé nella sua violenta e definitiva agonia. E così divenne un cadavere, una vittima delle terribili paure che aveva temuto.

Da quella stanza, da quella dimora, fuggii in preda al terrore. La tempesta imperversava ancora intorno a me mentre attraversavo l’antico ponte. All’improvviso, lungo il sentiero apparve una luce intensa; mi voltai per capire da dove potesse provenire un bagliore così insolito. La vasta casa e le sue ombre erano infatti le uniche cose che mi circondavano. Quella luce era quella della luna piena, rossa come il sangue, che ora brillava intensamente attraverso quella fessura prima appena visibile. Di cui avevo già parlato: si estendeva dal tetto dell’edificio in direzione a zigzag fino alla sua base. Mentre la fissavo, quella fessura si allargò rapidamente; un soffio violento del tornado colpì l’aria. L’intera superficie della luna apparve davanti ai miei occhi; il mio cervello sembrò esplodere mentre vedevo le imponenti mura crollare una dopo l’altra. Si udì un lungo, tumultuoso grido, simile al suono di migliaia d’acque in movimento. E il profondo, umido stagno ai miei piedi si richiuse silenziosamente sopra i frammenti della “Casa di Usher”.