Parlando del principio poetico, non ho alcuna intenzione di essere né esaustivo né profondo. Mentre discuto, in modo molto casuale, dell’essenza di ciò che chiamiamo Poesia, il mio scopo principale sarà quello di citare, a titolo di riflessione, alcuni di quei poemi inglesi o americani di minore lunghezza che meglio corrispondono al mio gusto personale, o che, a mio parere, hanno lasciato l’impressione più profonda. Con “poemi di minore lunghezza” intendo, naturalmente, opere di breve durata. E qui, all’inizio, permettetemi di dire alcune parole riguardo a un principio piuttosto particolare che, giustamente o ingiustamente, ha sempre avuto influenza sulla mia valutazione critica della poesia. Ritengo che una poesia lunga non esista; sostengo infatti che l’espressione “una poesia lunga” sia semplicemente una contraddizione in termini.

Non occorre quasi sottolineare che una poesia meriti davvero il proprio titolo solo nella misura in cui suscita emozioni positive, elevando l’‘anima del lettore. Il valore di una poesia è proporzionale all’intensità di queste emozioni positive. Tuttavia, tutte le emozioni, per una necessità psicologica intrinseca, sono effimere. Quell’intensità emotiva che renderebbe una poesia degna di tale nome non può essere mantenuta per tutta la durata di un’opera di notevole lunghezza. Al massimo, dopo mezz’ora, tale intensità diminuisce; segue una reazione negativa, e in realtà la poesia, a quel punto, non è più ciò che era.

Non c’è alcun dubbio che molte persone abbiano difficoltà ad armonizzare l’affermazione critica secondo cui “Paradiso Perduto” debba essere ammirato con profonda devozione in ogni sua parte, con l’assoluta impossibilità di provare, durante la lettura, lo stesso entusiasmo che tale affermazione richiederebbe. Quest’opera grandiosa, infatti, può essere considerata poetica soltanto quando, trascurando quel requisito fondamentale in tutte le opere d’arte, ovvero l’Unità, la si considera semplicemente come una serie di piccoli poemi. Se, per preservarne l’Unità – cioè il suo effetto complessivo – la si leggesse tutta d’un fiato (come sarebbe necessario), il risultato sarebbe soltanto un alternarsi continuo di emozioni intense e momenti di depressione. Dopo aver letto una parte che riteniamo vera poesia, segue inevitabilmente una parte di banalità che nessun giudizio critico potrebbe farci ammirare; ma se, dopo aver completato l’opera, la rileggessimo omettendo il primo libro – cioè iniziando dal secondo – saremmo sorpresi nel scoprire che ciò che prima avevamo condannato ora ci sembra ammirevole, e ciò che avevamo tanto apprezzato diventa invece qualcosa di disprezzabile. Da tutto questo si deduce che l’effetto complessivo, totale o assoluto anche della migliore epopea esistente al mondo è in realtà nullo: ed è proprio questo il fatto.

Per quanto riguarda l’Iliade, abbiamo, se non prove definitive, almeno motivi molto validi per ritenere che fosse destinata a essere una serie di versi; tuttavia, anche ammettendo un intento epico, posso dire soltanto che quest’opera si basa su una concezione dell’arte imperfetta. L’epopeia moderna è, rispetto al presunto modello antico, un’imitazione superficiale e cieca. Ma il tempo di queste anomalie artistiche è ormai finito. Se mai, in futuro, qualche poema molto lungo dovesse diventare popolare, il che dubito fortemente, è almeno certo che nessun altro poema del genere riuscirà mai più a ottenere tale successo.

Il fatto che l’entità di un’opera poetica sia, a parità di altre condizioni, la misura del suo merito sembra senza dubbio una proposizione abbastanza assurda quando viene enunciata in questo modo. Eppure dobbiamo questa idea proprio alle Quarterly Reviews. Sicuramente non può esserci nulla, in termini puramente di dimensione o di volumenzo, che possa suscitare continuamente ammirazione da parte di questi periodici. Una montagna, certamente, per il semplice senso di grandezza fisica che trasmette, ci colpisce con un’impressione di sublimità. Ma nessuno rimane colpito in questo modo dalla grandiosità materiale anche della “Columbiade”; anzi, nemmeno le Quarterly Reviews ci hanno mai suggerito di considerarla in questo modo. Fino ad ora non hanno mai insistito affinché valutassimo un’opera d’arte in base al suo volume o alla quantità di “sforzo sostenuto” necessario per crearla. Se qualche gentiluomo, attraverso uno “sforzo sostenuto”, è riuscito a comporre un’opera epica, lodiamolo sinceramente per lo sforzo stesso, se davvero si tratta di qualcosa che possa essere apprezzato. Ma evitiamo di lodare l’opera stessa in base allo sforzo impiegato. Si spera che, in futuro, il buon senso preferirà giudicare un’opera d’arte in base all’impressione che suscita, all’effetto che produce, piuttosto che in base al tempo necessario per produrre quell’effetto o alla quantità di “sforzo sostenuto” richiesto. La verità è che la perseveranza è una cosa, il genio un’altra. E nessun numero delle Quarterly Reviews potrà mai confonderli. Col tempo, questa proposizione, come molte altre che ho appena sollevato, verrà riconosciuta come ovvia. Nel frattempo, essendo generalmente condannata come falsità, non subirà danni sostanziali se considerata come verità.

D’altra parte, è chiaro che una poesia possa risultare eccessivamente breve. Una brevità eccessiva degenera in semplice epigrammatismo. Una poesia molto corta, sebbene a volte produca effetti brillanti o vividi, non riesce mai a generare un impatto profondo o duraturo. È necessario che il “sigillo” venga impresso con decisione sulla “cera”. De Beranger ha scritto innumerevoli opere pungenti e stimolanti, ma nel complesso queste sono risultate troppo effimere per imprimersi profondamente nell’attenzione del pubblico; quindi, come tante altre creazioni fantasiose, sono state soltanto portate via dal vento.

Un esempio notevole di come una eccessiva brevità possa rendere un poema deprimente e impedirne la diffusione tra il pubblico è offerto dalla seguente squisita piccola serenata.

Sorgo dai sogni di te, Nel primo dolce )sogno della notte, Quando i venti sussurrano piano, E le stelle brillano intensamente. Sorgo dai sogni di te, E uno spirito, nei miei passi, Mi guida, chi sa come?. Verso la tua finestra, dolce!

Gli ari dolci e erranti svaniscono sul corso oscuro e silenzioso del fiume; i profumi del champak si affievoliscono, come pensieri dolci in un sogno; il lamento della usignola si spegne nel suo cuore. Così anch’io dovrò morire, oh, amata come sei tu!

Oh, sollevami da quest’erba!
Morisco, sveno, fallisco. Lascia che il tuo amore piova in baci
sulle mie labbra e sulle mie palpebre pallide.
La mia guancia è fredda e bianca. Il mio cuore batte forte e veloce. Oh, stringilo a te affinché possa brillare di nuovo. Prima che finalmente si spezzi.

Poche persone forse conoscono queste righe, eppure il loro autore è uno poeta non meno grande di Shelley. La loro immaginazione calda, delicata ed eterea sarà apprezzata da tutti, ma nessuno più di colui che stesso è emerso dai dolci sogni di una persona amata per immergersi nell’aria profumata di una notte estiva meridionale.

Uno dei migliori poesie di Willis – a mio parere il migliore che abbia mai scritto – è stato, senza dubbio, a causa dello stesso difetto di eccessiva brevità, privato della posizione che gli spettava. Non meno in questo caso.

Le ombre si stendevano lungo Broadway;
era quasi l’ora del crepuscolo. E lentamente, una donna bellissima
camminava, piena di orgoglio.
Camminava da sola; ma, invisibili,
alcuni spiriti la accompagnavano. La pace avvolgeva la strada sotto i suoi piedi,
l’onore riempiva l’aria intorno a lei. Tutto sembrava guardarla con benevolenza,
chiamandola bella e virtuosa. Perché tutto ciò che Dio le aveva dato,
lo custodiva con grande cura.
Proteggeva con attenzione la sua rara bellezza
da amanti appassionati e fedeli. Il suo cuore era freddo verso tutti, tranne che verso l’oro;
i ricchi non venivano a cercare il suo amore,
ma rispettavano soltanto i suoi pregi. Se mai ci fossero stati preti disposti a venderli. Lì, camminava anche un’altra donna bellissima:
una ragazza snella, pallida come un giglio. E aveva compagnie invisibili. Compagnie che avrebbero potuto spaventarla. Camminava tra la povertà e il disprezzo, sola e abbandonata. Niente poteva aiutarla. Nessuna misericordia poteva cancellare le ombre dal suo viso. Perché la preghiera selvaggia d’amore si era dissolta nell’aria. Il suo cuore di donna aveva ceduto. Ma il peccato, perdonato da Cristo in cielo,
è sempre maledetto dagli uomini.

In questa composizione ci è difficile riconoscere il Willis che ha scritto così tanti semplici “versi sulla società”. Le righe non sono solo ricche di ideali, ma anche piene di energia; inoltre trasmettono una serietà, un’ovvia sincerità di sentimenti, qualcosa che cerchiamo invano in tutte le altre opere di questo autore.

Mentre la mania epica, l’idea che nella poesia la prolissità sia indispensabile per essere significativa, negli ultimi anni sta gradualmente scomparendo dalla mente del pubblico, a causa della sua stessa assurdità, vediamo che al suo posto è subentrata un’eresia palesemente falsa e impossibile da tollerare a lungo. Tuttavia, in questo breve periodo in cui ha avuto luogo, questa eresia può essere considerata responsabile di aver corrotto la nostra letteratura poetica più di tutti gli altri nemici che l’hanno attaccata. Mi riferisco all’eresia del “didattismo”. Si è preso per scontato, sia in modo esplicito che implicito, diretto o indiretto, che lo scopo finale di tutta la poesia sia la verità. Si sostiene infatti che ogni poesia debba insegnare una morale, e che il valore poetico di un’opera venga giudicato in base a tale morale. Noi americani, in particolare, abbiamo favorito questa idea; noi bostoniani l’abbiamo addirittura sviluppata al massimo. Ci siamo convinti che scrivere una poesia soltanto per il suo valore intrinseco significherebbe ammettere di essere radicalmente privi della vera dignità e forza poetica. Ma in realtà, se solo ci permettessimo di guardare dentro noi stessi, scopriremmo immediatamente che sotto il sole non esiste, né può esistere, alcuna opera più degna, più nobile di questa poesia, proprio questa poesia, semplicemente una poesia, scritta soltanto per il suo stesso piacere.

Con una reverenza per la Verità tanto profonda quanto mai abbia ispirato il cuore dell’uomo, vorrei tuttavia limitare, in qualche misura, i modi con cui essa viene insegnata. Vorrei che tali metodi venissero applicati con rigore, senza indebolirli attraverso distrazioni o eccessi. Le richieste della Verità sono severe; essa non ha alcuna simpatia per le cose frivole o superficiali. Tutto ciò che è indispensabile nella poesia è proprio ciò di cui la Verità non ha assolutamente nulla a che fare. Avvolgerla in gemme e fiori significherebbe trasformarla in un paradosso ridicolo. Nell’insegnare la verità, abbiamo bisogno di rigore piuttosto che di espressioni floreali o retoriche; dobbiamo essere semplici, precisi, concisi, e soprattutto calmi, impassibili. In altre parole, dobbiamo adottare un approccio il più possibile opposto a quello poetico. Chi non percepisce la differenza radicale tra i modi di insegnare basati sulla verità e quelli legati alla poesia è davvero cieco; chi, nonostante queste differenze, insiste nel tentativo di conciliare la poesia con la verità, è perso nella teoria senza speranza di redenzione.

Dividendo il mondo della mente nelle sue tre distinzioni più immediatamente evidenti, abbiamo l’Intelligenza Pura, il Gusto e il Senso Morale. Colloco il Gusto al centro, perché è proprio questa posizione che occupa nella mente; esso intrattiene rapporti stretti con entrambi gli estremi, ma dalla differenza rispetto al Senso Morale è così lieve che Aristotele non ha esitato a considerare alcune delle sue funzioni tra le stesse virtù. Tuttavia, i compiti di questi tre elementi presentano distinzioni sufficientemente chiare: proprio come l’Intelligenza si occupa della Verità, il Gusto ci informa su ciò che è Bello, mentre il Senso Morale tiene conto del Dovere. Per quanto riguarda quest’ultimo, sebbene la Conscienza insegni l’obbligo e la Ragione ne spieghi l’utilità, il Gusto si limita a mostrare i suoi pregi: combatte il Vizio esclusivamente sulla base della sua deformità, della sua disproporzione, della sua ostilità verso ciò che è appropriato, armonioso, in altre parole, verso la Bellezza.

Un istinto immortale, profondamente radicato nell’animo umano, è senza dubbio il senso del Bello. È proprio questo istinto a procurare all’uomo piacere nelle molteplici forme, suoni, odori e sentimenti che lo circondano. Proprio come il giglio si ripete nel lago o gli occhi dell’amarillide nello specchio, anche la semplice ripetizione orale o scritta di queste forme, suoni, colori, odori e sentimenti rappresenta una fonte ulteriore di bellezza. Ma questa semplice ripetizione non è poesia. Chi si limita a cantare, per quanto con entusiasmo o descrizioni vivide, le cose, i suoni, gli odori, i colori e i sentimenti che ci circondano, non ha ancora dimostrato di possedere un titolo divino; c’è ancora qualcosa lontano da raggiungere. Abbiamo ancora una sete inestinguibile, ma egli non ci ha mostrato le sorgenti capaci di placarla. Questa sete appartiene all’immortalità dell’Uomo; è al contempo conseguenza e segno della sua esistenza eterna. È il desiderio ardente di raggiungere una bellezza che forse appartiene soltanto all’eternità. E così, quando la poesia o la musica ci fanno provare emozioni estatiche, piangiamo non per eccesso di gioia, ma per un dolore impaziente e frustrato nel rendersi conto di non essere in grado, qui sulla terra, di afferrare completamente, immediatamente e per sempre, quelle gioie divine di cui possiamo solo intravedere brevi e vaghe immagini attraverso la poesia o la musica.

Lo sforzo per comprendere quella bellezza celestiale – uno sforzo compiuto da anime adeguatamente strutturate – ha donato al mondo tutto ciò che esso è mai stato in grado di comprendere e percepire come qualcosa di poetico.

Il Sentimento Lirico, naturalmente, può manifestarsi in modi diversi: nella Pittura, nella Scultura, nell’Architettura, nella Danza – soprattutto nella Musica – e in modo particolare e con ampi margini di espressione nella composizione dei giardini paesaggistici. Tuttavia, il nostro argomento attuale riguarda soltanto la sua manifestazione attraverso le parole. Qui permettetemi di parlare brevemente del ritmo. Ritenendo certamente che la Musica, con i suoi diversi metri, ritmi e rime, abbia un’importanza fondamentale nella Poesia, tale da non poter mai essere saggiamente ignorata; riconoscendo inoltre che sia un complemento essenziale per la sua espressione, non mi soffermerò ora a dimostrare la sua assoluta necessità. Forse è proprio nella Musica che l’‘anima riesce più vicinamente ad alcanzare lo scopo supremo per cui, ispirata dal Sentimento Lirico, si sforza: la creazione di una bellezza sublime. È davvero possibile che, in alcuni casi, questo scopo venga effettivamente raggiunto. Spesso ci capita di provare un piacere profondo nell’ascoltare suoni che sembrano provenire da un’arpa terrena e che certamente non possono essere sconosciuti agli angeli. Pertanto, non c’è dubbio che nell’unione tra Poesia e Musica, nel loro senso più popolare, possiamo trovare il campo più ampio per lo sviluppo poetico. Gli antichi bardi e menestrelli disponevano di vantaggi che noi oggi non abbiamo; Thomas Moore, cantando le proprie canzoni, le perfezionava in modo del tutto legittimo, trasformandole in veri e propri poemi.

Per riassumere: definirei, in breve, la Poesia delle parole come “la creazione ritmica della bellezza”. L’unico giudice di essa è il Gusto; l’Intelligenza o la Conscienza hanno con essa soltanto relazioni secondarie. A meno che non si tratti di casi particolari, essa non ha alcuna attinenza né con il Dovere né con la Verità.

Alcune parole, tuttavia, a chiarimento. Quel piacere che è al contempo il più puro, il più elevato e il più intenso deriva, a mio parere, dalla contemplazione della Bellezza. Solo nella contemplazione della Bellezza possiamo raggiungere quell’elevamento piacevole, quella tensione dell’‘anima che riconosciamo come Sentimento poetico, e che si distingue facilmente dalla [Vero, che è la soddisfazione della Ragione, o dalla Passione, che è l’eccitazione del cuore. Pertanto, considero la Bellezza – usando questo termine nel suo senso più ampio, che include anche ciò che è sublime – come l’elemento fondamentale della poesia; infatti, è una regola ovvia dell’arte che gli effetti artistici debbano derivare il più direttamente possibile dalle loro cause. Nessuno, finora, ha avuto la debolezza di negare che tale tipo di elevamento possa essere raggiunto con particolare facilità attraverso la poesia. Tuttavia, ciò non significa affatto che gli stimoli della Passione, i precetti del Dovere o le lezioni della [Vero non possano essere introdotti in una poesia e utilizzati a vantaggio dell’opera stessa; anzi, possono servire, in modi diversi, agli scopi generali di quest’ultima. Ma il vero artista farà sempre in modo che tali elementi siano subordinati a quella Bellezza che costituisce l’essenza stessa della poesia.

Non posso introdurre in modo migliore i pochi poemi che presenterò alla vostra attenzione, se non citando il Proem di “Waif” di Longfellow:—

La giornata è finita, e l’oscurità
scende dalle ali della Notte,
come una piuma che discende
da un’aquila nel suo volo.
Vedo le luci del villaggio
brillare tra la pioggia e la nebbia;
un senso di tristezza mi assale,
che la mia ‘anima non può resistere. Un sentimento di tristezza e nostalgia,
che non assomiglia alla dolore,
ma ricorda solo il dolore,
come la nebbia ricorda la pioggia.
Leggi per me qualche poesia,
qualcosa di semplice e sincero,
che possa calmare questo stato d’animo inquieto
e allontanare i pensieri della giornata. Non quelle dei grandi maestri del passato,
né delle barde sublimi,
le cui voci echeggiano nei corridoi del Tempo. Perché, come suoni di musica marziale,
i loro pensieri potenti ricordano
la fatica e lo sforzo incessanti della vita. E verso la notte anelo al riposo.
Leggi invece qualcosa di un poeta più umile,
le cui canzoni sgorgano dal suo cuore,
come piogge dai nuvoli dell’estate,
o lacrime che scendono dalle palpebre. Un poeta che, nonostante giorni di fatica
e notti prive di pace,
ha sempre sentito nella sua anima
la musica di meravigliose melodie. Tali canzoni hanno il potere di calmare
il battito inquieto del cuore;
sono come una benedizione
che segue la preghiera. Allora leggi, dal volume che ti è caro,
la poesia che hai scelto tu stesso,
e dona alle parole del poeta
la bellezza della tua voce. E la notte sarà piena di musica;
i pensieri angosciosi della giornata
si allontaneranno silenziosamente.

Senza un grande spettro di immaginazione, queste righe sono state giustamente ammirate per la loro delicatezza espressiva. Alcune delle immagini descritte sono davvero molto efficaci. Non c’è nulla di meglio di.

———————I bardi sublimi,
Il cui eco lontano risuona
Nei corridoi del Tempo.

L’idea della quarta strofa è anch’essa molto efficace. Tuttavia, il poema nel suo complesso merita ammirazione soprattutto per la grazia e l’indifferenza del suo metro, che si adatta perfettamente al carattere dei sentimenti espressi, nonché per la naturalezza e la disinvoltura con cui è scritto. Questa “naturalezza”, in uno stile letterario, da tempo viene considerata soltanto un aspetto esteriore – qualcosa di davvero difficile da raggiungere. Ma non è così: una forma espressiva naturale è difficile soltanto per chi non si impegna mai a migliorarla, cioè per coloro che cercano di alterare la propria spontaneità. In realtà, essa deriva semplicemente dal comprendere – o dall’istinto – che il tono delle proprie opere debba sempre essere quello che la maggior parte delle persone sceglierebbe; inoltre, tale tono deve variare naturalmente a seconda dell’occasione. Un autore che, seguendo lo stile della “North American Review”, cercasse di mantenere un tono “calmo” in ogni situazione, finirebbe inevitabilmente per apparire sciocco o stupido in molte occasioni; e non avrebbe certo più diritto di essere considerato “naturale” o disinvolto di un individuo del quartiere dei cockney, o della bella statua di cera addormentata nei musei.

Tra i più brevi poemi di Bryant, nessuno mi ha colpito tanto quanto quello intitolato “Giugno”. Cito solo una sua parte:—

Lì, per tutta la lunga durata delle ore estive,
la luce dorata dovrebbe risplendere;
erbe giovani e fiori dovrebbero crescere nella loro bellezza. L’oriolo dovrebbe cantare le sue storie d’amore, proprio accanto alla mia tomba;
la farfalla pigra dovrebbe riposarvi, e si dovrebbero sentire il ronzio delle api e il canto degli uccelli. E che dire se, a mezzogiorno, giungessero grida gioiose dal villaggio, o canzoni di ragazze sotto la luna. E se, nella luce del tramonto, fidanzati passeggiassero davanti al mio modesto monumento?
Vorrei che questa bella scena non conoscesse mai tristezza né suono doloroso. So bene che non dovrei assistere a tutto questo splendore stagionale;
che la sua luce non dovrebbe risplendere per me, né la sua musica echeggiare intorno a me. Ma se, accanto al mio luogo di riposo, gli amici che amo venissero a piangere, forse non avrebbero fretta di andarsene. Arii dolci, canzoni, luce e fiori, li tratterrebbero lì, vicino alla mia tomba. Queste cose porterebbero nei loro cuori teneri i ricordi di ciò che è stato. E parlerebbero di colui che non può condividere la gioia di questa scena. Di colui il cui ruolo, in tutta questa magnificenza estiva, è soltanto quello di avere una tomba verde. I loro cuori si rallegrerebbero profondamente, se potessero ascoltare di nuovo la sua voce.

Il flusso ritmico qui è davvero delizioso; non c’è nulla di più melodioso. Questo poema mi ha sempre colpito in modo straordinario. Quella intensa melancolia che, inevitabilmente, emerge dalla superficie di tutte le parole gioiose del poeta riguardo alla sua morte, ci commuove fino all’‘anima. E in questo senso, si tratta davvero di un’espressione poetica di altissimo livello. L’impressione che lascia è quella di una tristezza piacevole. E se, nelle altre composizioni che vi presenterò, risulterà sempre evidente un tono simile, permettetemi di ricordarvi che (perché e come non lo sappiamo) questa particolare nota di tristezza è strettamente legata a tutte le manifestazioni più elevate della vera bellezza.

Un senso di tristezza e desiderio
che non è simile a dolore,
e assomiglia al dolore solo
come la nebbia assomiglia alla pioggia.

La macchia di cui parlo è chiaramente percepibile anche in una poesia così ricca di brillantezza e spirito come “The Health” di Edward Coate Pinckney.

Riempio questa coppa con qualcosa di creato esclusivamente dalla bellezza,
da una donna del suo gentile sesso,
l’apparente paragone di tutte le altre. A lei gli elementi più belli e le stelle benevole hanno donato
una forma così incantevole che, come l’aria,
sembra meno terrena che celestiale.
Ogni suo suono è musica pura,
simile a quello degli uccellini del mattino;
le sue parole racchiudono qualcosa di più della semplice melodia. Sono il frutto del suo cuore, e dalle sue labbra sgorgano
come il miele da un fiore.
I suoi sentimenti sono come i suoi pensieri,
la misura delle sue ore. Le sue emozioni hanno la vivacità,
la freschezza dei fiori giovani. E passioni incantevoli, sempre in mutamento,
la riempiono completamente; sembra quindi
l’immagine stessa di queste passioni, l’idolo degli anni passati!
Un solo sguardo al suo viso luminoso basta
per lasciare nella mente un’impressione indelebile;
il suono della sua voce, nelle nostre anime,
rimane a lungo.
Ma la memoria, come la mia di lei. la rende ancora più preziosa. Quando la morte sarà vicina, il mio ultimo sospiro
non sarà per me, ma per lei.
Riempio questa coppa con qualcosa di creato esclusivamente dalla bellezza. da una donna del suo gentile sesso, l’apparente paragone di tutte le altre. La sua salute! Se solo esistesse al mondo
un’altra persona con un corpo così perfetto. Allora la vita sarebbe tutta poesia,
e la stessa fatica sembrerebbe una gioia.

Fu sfortuna del signor Pinckney essere nato troppo a sud. Se fosse stato un new englese, è probabile che sarebbe stato considerato il primo dei lirici americani da quella magnanima cerchia che da tempo controlla i destini della letteratura americana, attraverso la pubblicazione di “The North American Review”. La poesia appena citata è particolarmente bella; tuttavia, l’effetto poetico che suscita dipende soprattutto dalla nostra empatia per l’entusiasmo del poeta. Perdoniamo le sue esagerazioni, data la evidente sincerità con cui vengono espresse.

Tuttavia, non era affatto mia intenzione dilungarmi sui pregi di ciò che dovrei leggervi adesso; questi pregi parleranno certamente da soli. Boccalini, nelle sue “Aggiunte dal Parnasso”, racconta che un certo Zoilus presentò un giorno a Apollo una critica molto tagliente su un libro assai ammirevole; allora il dio gli chiese quali fossero i pregi di quell’opera. Zoilus rispose che si era occupato soltanto degli errori presenti nel testo. Sentendo ciò, Apollo gli diede un sacco di grano non ancora setacciato e gli ordinò di selezionare tutto il logoro come ricompensa.

Ora, questa fable risponde molto bene come critica ai critici, ma non sono affatto certo che il dio avesse ragione. Non sono affatto certo che i veri limiti del dovere critico non siano profondamente fraintesi. L’eccellenza, soprattutto in una poesia, può essere considerata alla luce di un assioma che, se espresso correttamente, diventa di per sé evidente. Non si può parlare di eccellenza quando essa richiede di essere dimostrata come tale. E quindi, sottolineare troppo specificatamente i meriti di un’opera d’arte significa ammettere che tali meriti non siano affatto così evidenti come si potrebbe pensare.

Tra le “Melodie” di Thomas Moore ce n’è una la cui caratteristica distintiva, come poesia a tutti gli effetti, sembra essere stata stranamente trascurata. Mi riferisco alle sue strofe che iniziano con: “Vieni, riposati in questo seno”. L’intensa forza espressiva di queste parole non è eguagliata da nulla nelle opere di Byron. In quelle due strofe viene trasmesso un sentimento che incarna in sé l’essenza stessa della passione divina dell’Amore; un sentimento che, forse, ha trovato riscontro in molti più cuori umani, e in cuori più appassionati, di qualsiasi altro sentimento mai espresso a parole.

Come, riposati in questo rifugio, mio povero cervo colpito; sebbene il branco ti abbia abbandonato, la tua casa è ancora qui; qui c’è ancora quel sorriso che nessuna nuvola può offuscare, e un cuore e una mano che appartengono esclusivamente a te, fino alla fine. Oh! A cosa serve l’amore, se non per condividere gioie e dolori, gloria e vergogna? Non so, non chiedo, se in quel cuore ci sia colpa; so solo che ti amo, qualunque tu sia. In momenti di felicità mi hai chiamato il tuo Angelo; sarò il tuo Angelo anche nelle ore più terribili. Ti seguirò senza esitare attraverso ogni pericolo, ti proteggerò e ti salverò, o morirò con te!

Negli ultimi tempi è diventata moda negare a Moore la sua immaginazione, attribuendogli invece il carattere di un uomo “fancioso” – una distinzione che ha origine da Coleridge, il quale meglio di chiunque altro comprese le grandi capacità creative di Moore. In realtà, l’immaginazione di questo poeta prevale così nettamente su tutte le sue altre facoltà, e su quella di tutti gli altri uomini, da far sì che si possa facilmente pensare che sia soltanto un creatore di fantasie. Ma non c’è stato mai errore più grave: non è mai stata commessa una ingiustizia più grave nei confronti della reputazione di un vero poeta. Nell’ambito della lingua inglese, non riesco a ricordare alcun poema più profondamente e straordinariamente “immaginativo”, nel senso migliore del termine, di quelle righe che iniziano con “I would I were by that dim lake”: esse costituiscono il culmine della produzione poetica di Thomas Moore. Mi dispiace di non riuscire a ricordarle.

Uno dei poeti più nobiletti – e, parlando di fantasia, uno dei più straordinariamente fantasiosi tra i poeti moderni – era Thomas Hood. La sua poesia “Fair Ines” ha sempre esercitato su di me un fascino indescrivibile.

O non avete visto la bella Ines?
È partita verso l’Occidente,
Per abbagliare il mondo al tramonto,
E privarlo del suo riposo. Ha portato via con sé la nostra luce del giorno,
I sorrisi che amiamo di più,
Le rossori mattutini sulle sue guance,
Le perle sul suo petto. O torna indietro, bella Ines,
Prima che cali la notte. Perché temo che la luna splenda da sola,
E le stelle brillino in modo incomparabile. Il giovane innamorato sarà benedetto
Se potrà camminare sotto quella luce,
E respirare il tuo amore sulle tue guance. Non oso nemmeno scriverlo!
Ah, se solo fossi stato io quel cavaliere valoroso,
Che cavalcava al tuo fianco con tanta gioia,
E ti sussurrava parole d’amore così vicino a te. Se non ci fossero altre belle dame in patria,
Né altri veri amanti qui. Perché avrebbe attraversato i mari per conquistarti?
Ti ho vista, bella Ines. Scendere lungo la riva,
Accompagnata da nobili gentiluomini,
Con bandiere sventolate davanti a te. Giovani e ragazze felici, con piume bianche addosso. Sarebbe stato un bellissimo sogno. Se solo non fosse stato altro che un sogno. Ahimè, bella Ines. È partita con la musica,
Con canti di addio. Ma alcuni erano tristi, senza gioia. Solo il suono della musica. Canti d’addio. Addio alla donna che hai amato per tanto tempo. Addio, bella Ines. Quel vascello non ha mai portato
Una signora così bella sul suo ponte. Né l’ha vista danzare con tanta leggerezza. Ahimè, la gioia in mare, e il dolore sulla riva. Il sorriso che rendeva felice il cuore di un innamorato. Ha spezzato i cuori di molti altri.

“La Casa Infestata”, dello stesso autore, è uno dei poemi più veri mai scritti: uno dei più sinceri, dei più impeccabili, dei più completamente artistici, sia per il tema che per l’esecuzione. È inoltre profondamente idealistico e ricco di immaginazione. Purtroppo la sua lunghezza lo rende inadatto agli scopi di questa lezione; permettetemi quindi di proporvi il universalmente apprezzato “Ponte dei Sospiri”.

Un’altra sfortunata. Stancha di respirare,
Inquieta e insistente. È andata verso la sua morte!
Prendila con tenerezza,
Sollevala con cura. Così snella, così giovane, così bella. Guarda i suoi abiti. Attaccati a lei come cerotti. Mentre l’acqua continua a gocciolare. Prendila subito. Con amore, non con disprezzo. Non toccarla con sprezzamento. Pensa a lei con tristezza. Con gentilezza e umanità. Non pensare alle sue macchie. Tutto ciò che le è rimasto. È ormai solo la bellezza di una donna. Non esaminarla troppo attentamente. Nel suo comportamento sconsiderato. Oltre ogni disonore. La morte le ha lasciato solo la bellezza. Là, dove le lampade tremolano. Nella profondità del fiume. Con molte luci. Dalle finestre, dai tetti. Dai sottotetti. Stava lì, stupita. Senza casa, nella notte. Il freddo vento di marzo. La faceva tremare. Ma non l’oscura arcata. Né il nero fiume che scorreva. Pazzia per la storia della vita. Felice nel mistero della morte. Pronta ad essere gettata via. Ovunque. Lontano dal mondo. Si gettò dentro, con coraggio. Non importava quanto fosse freddo il fiume. Sopra il suo bordo. Immaginalo. Pensaci. Uomo dissoluto. Lavati in quel fiume. Bevi da esso. Se puoi. Comunque, nonostante tutti i suoi errori. È ancora della famiglia di Eva. Asciuga quelle sue labbra pallide. Che stillano acqua. Raccogli i suoi capelli. Scappati dalla pettine. I suoi bei capelli castani. Mentre la meraviglia cerca. Dove fosse la sua casa. Chi fosse suo padre. Chi fosse sua madre. Aveva sorelle? Fratelli?
O qualcuno ancora più caro. Più vicino di tutti gli altri?
Ahimè. Per la rarità della cristiana carità. Sotto il sole. Oh. Era davvero triste. Vicina a un’intera città. Non aveva una casa. Sentimenti fraterni, paterni, materni. Erano cambiati. L’amore, di fronte alle prove dure. È stato spinto giù dal suo trono. Anche la provvidenza di Dio. Sembrava essersi allontanata. Prendila con tenerezza. Sollevala con cura. Così snella, così giovane, così bella. Prima che le sue membra diventino rigide. Con gentilezza. Lisciandole. E chiudile gli occhi. Che fissavano nel vuoto. Con uno sguardo pieno di disperazione. Verso il futuro. Morta nella tristezza. Spinta dall’indifferenza. Dalla freddezza umana. Dalla follia ardente. Nel suo riposo eterno. Incrocia le mani in umiltà. Come se pregasse in silenzio. Sopra il suo petto. Riconoscendo la propria debolezza. Il proprio cattivo comportamento. E lasciando, con umiltà. I propri peccati al Suo Salvatore.

La forza vitale di questo poema non è affatto inferiore al suo lato patetico. La versificazione, sebbene porti il fantastico sull’orlo del vero delirio, si adatta comunque in modo eccellente alla follia selvaggia che costituisce il tema principale del poema.

Tra i più brevi poemi di Lord Byron c’è uno che, senza dubbio, merita grandi lodi da parte dei critici, ma che tuttavia non le ha mai ricevute.

Anche se il giorno del mio destino è finito,
e la stella della mia sorte ha perso splendore,
il tuo cuore gentile si rifiutò di scoprire
quei difetti che tanti altri potevano vedere;
anche se la tua anima conosceva la mia tristezza,
non si ritrasse dal condividerla con me;
l’amore che il mio spirito aveva dipinto,
lo trovò soltanto in te.
Quando la natura intorno a me sorride,
quel ultimo sorriso che risponde al mio,
non credo sia ingannevole,
perché mi ricorda di te;
e quando i venti combattono contro l’oceano,
come i cuori in cui credevo,
se le loro onde suscitano emozioni,
è perché mi portano lontano da te.
Anche se la roccia della mia ultima speranza è infranta,
e i suoi frammenti affondano nelle onde,
anche se sento che la mia anima è consegnata al dolore,
non diventerà sua schiava. Ci sono molte sofferenze che mi inseguono:
possono distruggermi, ma non possono disprezzarmi;
possono tormentarmi, ma non possono sottomettermi. Penso a te, non a loro.
Anche se umana, non mi hai ingannata;
anche se donna, non mi hai abbandonata;
anche se amata, non hai permesso che soffrissi;
anche se diffamata, non sei mai riuscita a scuotermi. Anche se affidata a te, non mi hai rifiutata;
anche se separate, non è stato per fuggire. Anche se attenta, non è stato per diffamarmi. Né silenziosa, affinché il mondo potesse mentirmi. Eppure non biasimo il mondo, né lo disprezzo;
né la lotta di molti contro uno. Se la mia anima non era destinata ad apprezzarlo,
sarebbe stato folle evitarlo fin dall’inizio. E se quel errore mi è costato tanto,
e più di quanto avessi potuto immaginare. ho scoperto che tutto ciò che mi ha perso,
non è riuscito a privarmi di te. Dai resti del passato, che sono andati perduti,
posso ricordare almeno questo:
mi ha insegnato ciò che più amavo. che meritava davvero di essere il mio tesoro più prezioso. Nel deserto, una sorgente scorre ancora;
nella vasta distesa, c’è ancora un albero. E un uccello, nella solitudine, canta. e con il suo canto parla al mio spirito di te.

Benché il ritmo qui sia dei più difficili, la versificazione non potrebbe quasi essere migliorata. Nessun tema più nobile impegnò mai la penna di un poeta. È l’idea che eleva l’anima: che nessun uomo può ritenersi autorizzato a lagnarsi del Fato finché, nell’avversità, conserva ancora l’ incrollabile amore di una donna.

Di Alfred Tennyson, benché in perfetta sincerità io lo consideri il più nobile poeta che sia mai vissuto, mi sono lasciato il tempo di citare solo un brevissimo saggio. Lo chiamo, e lo reputo, il più nobile dei poeti, non perché le impressioni che produce siano in ogni tempo le più profonde, non perché l’eccitazione poetica che induce sia in ogni tempo la più intensa, ma perché è in ogni tempo la più eterea: in altre parole, la più elevante e la più pura. Nessun poeta è così poco terreno, di terra. Ciò che sto per leggere è tratto dal suo ultimo lungo poema, «La Principessa»:

Lacrime, vane lacrime, non so che cosa significhino, lacrime dal fondo di qualche divina disperazione salgono al cuore, e s’adunano negli occhi, guardando i felici campi d’autunno, e pensando ai giorni che non sono più. Freschi come il primo raggio che scintilla su una vela che ci riporta gli amici dagli inferi, tristi come l’ultimo che arrossa sopra una che affonda con tutto ciò che amiamo oltre il ciglio; così tristi, così freschi, i giorni che non sono più. Ah, tristi e strani come nelle buie albe d’estate il primo zufolo degli uccelli mezzo desti a orecchi morenti, quando a occhi morenti la finestra lentamente si fa quadrato che albeggia; così tristi, così strani, i giorni che non sono più. Cari come baci ricordati dopo la morte, e dolci come quelli che una fantasia senza speranza finge su labbra che sono d’altri; profondi come l’amore, profondi come il primo amore, e folli d’ogni rimpianto; o Morte nella Vita, i giorni che non sono più.

Così, benché in maniera molto sommaria e imperfetta, mi sono sforzato di trasmettervi la mia concezione del principio poetico. Mio proposito è stato di suggerire che, mentre questo principio in sé è strettamente e semplicemente l’Aspirazione Umana alla Bellezza Superna, la manifestazione del Principio si trova sempre in un’eccitazione elevante dell’anima, del tutto indipendente da quella passione che è l’ebbrezza del Cuore, o da quella verità che è la soddisfazione della Ragione. Perché, quanto alla passione, ahimè! la sua tendenza è di degradare piuttosto che di elevare l’Anima. L’Amore, al contrario — l’Amore — il vero, il divino Eros — l’ Uranio in quanto distinto dalla Venere Dionea — è indiscutibilmente il più puro e il più vero di tutti i temi poetici. E quanto alla Verità, se, certo, mediante il conseguimento di una verità siamo condotti a percepire un’ armonia dove prima nessuna era manifesta, proviamo all’istante il vero effetto poetico; ma questo effetto è riferibile alla sola armonia, e non nel minimo grado alla verità che è servita soltanto a rendere l’ armonia manifesta.

Giungeremo però più immediatamente a una concezione distinta di ciò che è la vera Poesia con il semplice richiamo a pochi dei semplici elementi che inducono nel Poeta stesso l’effetto poetico. Egli riconosce l’ ambrosia che nutre la sua anima nei globi lucenti che splendono in Cielo, nelle volute del fiore, nel raggrupparsi dei bassi arbusti, nell’ ondeggiare dei campi di grano, nell’inclinarsi degli alti alberi d’oriente, nella lontananza azzurra dei monti, nell’aggrupparsi delle nubi, nel luccichio dei ruscelli mezzo nascosti, nel brillare dei fiumi d’argento, nel riposo dei laghi appartati, nelle profondità che specchiano le stelle di pozzi solitari. Lo percepisce nei canti degli uccelli, nell’arpa di Eolo, nel sospirare del vento notturno, nella voce querula della foresta, nella risacca che si lagna alla riva, nel fresco respiro dei boschi, nel profumo della violetta, nel voluttuoso profumo del giacinto, nell’odore suggestivo che gli giunge sul far della sera da isole lontanissime e non scoperte, sopra oscuri oceani, illimitati e inesplorati. Lo riconosce in tutti i nobili pensieri, in tutti i moventi non mondani, in tutti gli impulsi santi, in tutte le azioni cavalleresche, generose e di abnegazione. Lo sente nella bellezza della donna, nella grazia del suo passo, nel lustro del suo occhio, nella melodia della sua voce, nel suo riso sommesso, nel suo sospiro, nell’armonia del fruscio delle sue vesti. Lo sente profondamente nelle sue avvincenti carezze, nei suoi ardenti entusiasmi, nelle sue miti carità, nelle sue mansuete e devote sopportazioni; ma soprattutto — ah, ben al di sopra di tutto, egli s’inginocchia davanti a esso, lo adora nella fede, nella purezza, nella forza, nella del tutto divina maestà del suo amore.

Permettetemi di concludere con la recitazione di un’altra breve poesia: una di carattere assai diverso da tutte quelle che ho citato prima. È di Motherwell, e s’intitola «Il Canto del Cavaliere». Con le nostre moderne e del tutto razionali idee sull’assurdità e l’empietà della guerra, non siamo precisamente in quella disposizione d’animo più adatta a simpatizzare con i sentimenti, e quindi ad apprezzare la reale eccellenza del poemetto. Per farlo pienamente dobbiamo immedesimarci con la fantasia nell’anima del vecchio cavaliere:

Dunque in sella! in sella, prodi galanti tutti, e allacciate gli elmi in fretta: i corrieri della Morte, la Fama e l’Onore chiamano Nessuna lacrima bisbetica v’empirà l’occhio quando l’elsa della spada è nella nostra mano: col cuore intero partiremo, e non un sospiro per la più bella del paese; lasciate che il pastorello zufolante e il codardo così piangano e con lagni gridino, l’affar nostro è battersi da uomini.

In speaking of the Poetic Principle, I have no design to be either thorough or profound. While discussing, very much at random, the essentiality of what we call Poetry, my principal purpose will be to cite for consideration, some few of those minor English or American poems which best suit my own taste, or which, upon my own fancy, have left the most definite impression. By “minor poems” I mean, of course, poems of little length. And here, in the beginning, permit me to say a few words in regard to a somewhat peculiar principle, which, whether rightfully or wrongfully, has always had its influence in my own critical estimate of the poem. I hold that a long poem does not exist. I maintain that the phrase, “a long poem,” is simply a flat contradiction in terms.

I need scarcely observe that a poem deserves its title only inasmuch as it excites, by elevating the soul. The value of the poem is in the ratio of this elevating excitement. But all excitements are, through a psychal necessity, transient. That degree of excitement which would entitle a poem to be so called at all, cannot be sustained throughout a composition of any great length. After the lapse of half an hour, at the very utmost, it flags—fails—a revulsion ensues—and then the poem is, in effect, and in fact, no longer such.

There are, no doubt, many who have found difficulty in reconciling the critical dictum that the “Paradise Lost” is to be devoutly admired throughout, with the absolute impossibility of maintaining for it, during perusal, the amount of enthusiasm which that critical dictum would demand. This great work, in fact, is to be regarded as poetical, only when, losing sight of that vital requisite in all works of Art, Unity, we view it merely as a series of minor poems. If, to preserve its Unity—its totality of effect or impression—we read it (as would be necessary) at a single sitting, the result is but a constant alternation of excitement and depression. After a passage of what we feel to be true poetry, there follows, inevitably, a passage of platitude which no critical prejudgment can force us to admire; but if, upon completing the work, we read it again, omitting the first book—that is to say, commencing with the second—we shall be surprised at now finding that admirable which we before condemned—that damnable which we had previously so much admired. It follows from all this that the ultimate, aggregate, or absolute effect of even the best epic under the sun, is a nullity:—and this is precisely the fact.

In regard to the Iliad, we have, if not positive proof, at least very good reason for believing it intended as a series of lyrics; but, granting the epic intention, I can say only that the work is based in an imperfect sense of art. The modern epic is, of the supposititious ancient model, but an inconsiderate and blindfold imitation. But the day of these artistic anomalies is over. If, at any time, any very long poem _were _popular in reality, which I doubt, it is at least clear that no very long poem will ever be popular again.

That the extent of a poetical work is, _ceteris paribus, _the measure of its merit, seems undoubtedly, when we thus state it, a proposition sufficiently absurd—yet we are indebted for it to the Quarterly Reviews. Surely there can be nothing in mere _size, _abstractly considered—there can be nothing in mere _bulk, so _far as a volume is concerned, which has so continuously elicited admiration from these saturnine pamphlets! A mountain, to be sure, by the mere sentiment of physical magnitude which it conveys, _does _impress us with a sense of the sublime—but no man is impressed after _this _fashion by the material grandeur of even “The Columbiad.” Even the Quarterlies have not instructed us to be so impressed by it. As _yet, _they have not _insisted _on our estimating “Lamar” tine by the cubic foot, or Pollock by the pound—but what else are we to _infer _from their continual plating about “sustained effort”? If, by “sustained effort,” any little gentleman has accomplished an epic, let us frankly commend him for the effort—if this indeed be a thing conk mendable—but let us forbear praising the epic on the effort’s account. It is to be hoped that common sense, in the time to come, will prefer deciding upon a work of Art rather by the impression it makes—by the effect it produces—than by the time it took to impress the effect, or by the amount of “sustained effort” which had been found necessary in effecting the impression. The fact is, that perseverance is one thing and genius quite another—nor can all the Quarterlies in Christendom confound them. By and by, this proposition, with many which I have been just urging, will be received as self-evident. In the meantime, by being generally condemned as falsities, they will not be essentially damaged as truths.

On the other hand, it is clear that a poem may be improperly brief. Undue brevity degenerates into mere epigrammatism. A very short poem, while now and then producing a brilliant or vivid, never produces a profound or enduring effect. There must be the steady pressing down of the stamp upon the wax. De Beranger has wrought innumerable things, pungent and spirit-stirring, but in general they have been too imponderous to stamp themselves deeply into the public attention, and thus, as so many feathers of fancy, have been blown aloft only to be whistled down the wind.

Parlando del principio poetico, non ho alcuna intenzione di essere né esaustivo né profondo. Mentre discuto, in modo molto casuale, dell’essenza di ciò che chiamiamo Poesia, il mio scopo principale sarà quello di citare, a titolo di riflessione, alcuni di quei poemi inglesi o americani di minore lunghezza che meglio corrispondono al mio gusto personale, o che, a mio parere, hanno lasciato l’impressione più profonda. Con “poemi di minore lunghezza” intendo, naturalmente, opere di breve durata. E qui, all’inizio, permettetemi di dire alcune parole riguardo a un principio piuttosto particolare che, giustamente o ingiustamente, ha sempre avuto influenza sulla mia valutazione critica della poesia. Ritengo che una poesia lunga non esista; sostengo infatti che l’espressione “una poesia lunga” sia semplicemente una contraddizione in termini.

Non occorre quasi sottolineare che una poesia meriti davvero il proprio titolo solo nella misura in cui suscita emozioni positive, elevando l’‘anima del lettore. Il valore di una poesia è proporzionale all’intensità di queste emozioni positive. Tuttavia, tutte le emozioni, per una necessità psicologica intrinseca, sono effimere. Quell’intensità emotiva che renderebbe una poesia degna di tale nome non può essere mantenuta per tutta la durata di un’opera di notevole lunghezza. Al massimo, dopo mezz’ora, tale intensità diminuisce; segue una reazione negativa, e in realtà la poesia, a quel punto, non è più ciò che era.

Non c’è alcun dubbio che molte persone abbiano difficoltà ad armonizzare l’affermazione critica secondo cui “Paradiso Perduto” debba essere ammirato con profonda devozione in ogni sua parte, con l’assoluta impossibilità di provare, durante la lettura, lo stesso entusiasmo che tale affermazione richiederebbe. Quest’opera grandiosa, infatti, può essere considerata poetica soltanto quando, trascurando quel requisito fondamentale in tutte le opere d’arte, ovvero l’Unità, la si considera semplicemente come una serie di piccoli poemi. Se, per preservarne l’Unità – cioè il suo effetto complessivo – la si leggesse tutta d’un fiato (come sarebbe necessario), il risultato sarebbe soltanto un alternarsi continuo di emozioni intense e momenti di depressione. Dopo aver letto una parte che riteniamo vera poesia, segue inevitabilmente una parte di banalità che nessun giudizio critico potrebbe farci ammirare; ma se, dopo aver completato l’opera, la rileggessimo omettendo il primo libro – cioè iniziando dal secondo – saremmo sorpresi nel scoprire che ciò che prima avevamo condannato ora ci sembra ammirevole, e ciò che avevamo tanto apprezzato diventa invece qualcosa di disprezzabile. Da tutto questo si deduce che l’effetto complessivo, totale o assoluto anche della migliore epopea esistente al mondo è in realtà nullo: ed è proprio questo il fatto.

Per quanto riguarda l’Iliade, abbiamo, se non prove definitive, almeno motivi molto validi per ritenere che fosse destinata a essere una serie di versi; tuttavia, anche ammettendo un intento epico, posso dire soltanto che quest’opera si basa su una concezione dell’arte imperfetta. L’epopeia moderna è, rispetto al presunto modello antico, un’imitazione superficiale e cieca. Ma il tempo di queste anomalie artistiche è ormai finito. Se mai, in futuro, qualche poema molto lungo dovesse diventare popolare, il che dubito fortemente, è almeno certo che nessun altro poema del genere riuscirà mai più a ottenere tale successo.

Il fatto che l’entità di un’opera poetica sia, a parità di altre condizioni, la misura del suo merito sembra senza dubbio una proposizione abbastanza assurda quando viene enunciata in questo modo. Eppure dobbiamo questa idea proprio alle Quarterly Reviews. Sicuramente non può esserci nulla, in termini puramente di dimensione o di volumenzo, che possa suscitare continuamente ammirazione da parte di questi periodici. Una montagna, certamente, per il semplice senso di grandezza fisica che trasmette, ci colpisce con un’impressione di sublimità. Ma nessuno rimane colpito in questo modo dalla grandiosità materiale anche della “Columbiade”; anzi, nemmeno le Quarterly Reviews ci hanno mai suggerito di considerarla in questo modo. Fino ad ora non hanno mai insistito affinché valutassimo un’opera d’arte in base al suo volume o alla quantità di “sforzo sostenuto” necessario per crearla. Se qualche gentiluomo, attraverso uno “sforzo sostenuto”, è riuscito a comporre un’opera epica, lodiamolo sinceramente per lo sforzo stesso, se davvero si tratta di qualcosa che possa essere apprezzato. Ma evitiamo di lodare l’opera stessa in base allo sforzo impiegato. Si spera che, in futuro, il buon senso preferirà giudicare un’opera d’arte in base all’impressione che suscita, all’effetto che produce, piuttosto che in base al tempo necessario per produrre quell’effetto o alla quantità di “sforzo sostenuto” richiesto. La verità è che la perseveranza è una cosa, il genio un’altra. E nessun numero delle Quarterly Reviews potrà mai confonderli. Col tempo, questa proposizione, come molte altre che ho appena sollevato, verrà riconosciuta come ovvia. Nel frattempo, essendo generalmente condannata come falsità, non subirà danni sostanziali se considerata come verità.

D’altra parte, è chiaro che una poesia possa risultare eccessivamente breve. Una brevità eccessiva degenera in semplice epigrammatismo. Una poesia molto corta, sebbene a volte produca effetti brillanti o vividi, non riesce mai a generare un impatto profondo o duraturo. È necessario che il “sigillo” venga impresso con decisione sulla “cera”. De Beranger ha scritto innumerevoli opere pungenti e stimolanti, ma nel complesso queste sono risultate troppo effimere per imprimersi profondamente nell’attenzione del pubblico; quindi, come tante altre creazioni fantasiose, sono state soltanto portate via dal vento.

A remarkable instance of the effect of undue brevity in depressing a poem, in keeping it out of the popular view, is afforded by the following exquisite little Serenade—

I arise from dreams of thee In the first sweet sleep of night, When the winds are breathing low, And the stars are shining bright. I arise from dreams of thee, And a spirit in my feet Has led me—who knows how?— To thy chamber-window, sweet!

The wandering airs they faint On the dark the silent stream— The champak odors fail Like sweet thoughts in a dream; The nightingale’s complaint, It dies upon her heart, As I must die on shine, O, beloved as thou art!

O, lift me from the grass! I die, I faint, I fail! Let thy love in kisses rain On my lips and eyelids pale. My cheek is cold and white, alas! My heart beats loud and fast: O, press it close to shine again, Where it will break at last.

Very few perhaps are familiar with these lines—yet no less a poet than Shelley is their author. Their warm, yet delicate and ethereal imagination will be appreciated by all, but by none so thoroughly as by him who has himself arisen from sweet dreams of one beloved to bathe in the aromatic air of a southern midsummer night.

One of the finest poems by Willis—the very best in my opinion which he has ever written—has no doubt, through this same defect of undue brevity, been kept back from its proper position, not less in the

The shadows lay along Broadway, ’Twas near the twilight-tide— And slowly there a lady fair Was walking in her pride. Alone walk’d she; but, viewlessly, Walk’d spirits at her side. Peace charm’d the street beneath her feet, And Honor charm’d the air; And all astir looked kind on her, And called her good as fair— For all God ever gave to her She kept with chary care. She kept with care her beauties rare From lovers warm and true— For heart was cold to all but gold, And the rich came not to won, But honor’d well her charms to sell. If priests the selling do. Now walking there was one more fair— A slight girl, lily-pale; And she had unseen company To make the spirit quail— ’Twixt Want and Scorn she walk’d forlorn, And nothing could avail. No mercy now can clear her brow From this world’s peace to pray For as love’s wild prayer dissolved in air, Her woman’s heart gave way!— But the sin forgiven by Christ in Heaven By man is cursed alway!

In this composition we find it difficult to recognize the Willis who has written so many mere “verses of society.” The lines are not only richly ideal, but full of energy, while they breathe an earnestness, an evident sincerity of sentiment, for which we look in vain throughout all the other works of this author.

While the epic mania, while the idea that to merit in poetry prolixity is indispensable, has for some years past been gradually dying out of the public mind, by mere dint of its own absurdity, we find it succeeded by a heresy too palpably false to be long tolerated, but one which, in the brief period it has already endured, may be said to have accomplished more in the corruption of our Poetical Literature than all its other enemies combined. I allude to the heresy of _The Didactic. _It has been assumed, tacitly and avowedly, directly and indirectly, that the ultimate object of all Poetry is Truth. Every poem, it is said, should inculcate a morals and by this moral is the poetical merit of the work to be adjudged. We Americans especially have patronized this happy idea, and we Bostonians very especially have developed it in full. We have taken it into our heads that to write a poem simply for the poem’s sake, and to acknowledge such to have been our design, would be to confess ourselves radically wanting in the true poetic dignity and force:—but the simple fact is that would we but permit ourselves to look into our own souls we should immediately there discover that under the sun there neither exists nor _can _exist any work more thoroughly dignified, more supremely noble, than this very poem, this poem _per se, _this poem which is a poem and nothing more, this poem written solely for the poem’s sake.

With as deep a reverence for the True as ever inspired the bosom of man, I would nevertheless limit, in some measure, its modes of inculcation. I would limit to enforce them. I would not enfeeble them by dissipation. The demands of Truth are severe. She has no sympathy with the myrtles. All _that _which is so indispensable in Song is precisely all _that _with which _she _has nothing whatever to do. It is but making her a flaunting paradox to wreathe her in gems and flowers. In enforcing a truth we need severity rather than efflorescence of language. We must be simple, precise, terse. We must be cool, calm, unimpassioned. In a word, we must be in that mood which, as nearly as possible, is the exact converse of the poetical. _He _must be blind indeed who does not perceive the radical and chasmal difference between the truthful and the poetical modes of inculcation. He must be theory-mad beyond redemption who, in spite of these differences, shall still persist in attempting to reconcile the obstinate oils and waters of Poetry and Truth.

Dividing the world of mind into its three most immediately obvious distinctions, we have the Pure Intellect, Taste, and the Moral Sense. I place Taste in the middle, because it is just this position which in the mind it occupies. It holds intimate relations with either extreme; but from the Moral Sense is separated by so faint a difference that Aristotle has not hesitated to place some of its operations among the virtues themselves. Nevertheless we find the _offices _of the trio marked with a sufficient distinction. Just as the Intellect concerns itself with Truth, so Taste informs us of the Beautiful, while the Moral Sense is regardful of Duty. Of this latter, while Conscience teaches the obligation, and Reason the expediency, Taste contents herself with displaying the charms:—waging war upon Vice solely on the ground of her deformity—her disproportion—her animosity to the fitting, to the appropriate, to the harmonious—in a word, to Beauty.

Un esempio notevole di come una eccessiva brevità possa rendere un poema deprimente e impedirne la diffusione tra il pubblico è offerto dalla seguente squisita piccola serenata.

Sorgo dai sogni di te, Nel primo dolce )sogno della notte, Quando i venti sussurrano piano, E le stelle brillano intensamente. Sorgo dai sogni di te, E uno spirito, nei miei passi, Mi guida, chi sa come?. Verso la tua finestra, dolce!

Gli ari dolci e erranti svaniscono sul corso oscuro e silenzioso del fiume; i profumi del champak si affievoliscono, come pensieri dolci in un sogno; il lamento della usignola si spegne nel suo cuore. Così anch’io dovrò morire, oh, amata come sei tu!

Oh, sollevami da quest’erba!
Morisco, sveno, fallisco. Lascia che il tuo amore piova in baci
sulle mie labbra e sulle mie palpebre pallide.
La mia guancia è fredda e bianca. Il mio cuore batte forte e veloce. Oh, stringilo a te affinché possa brillare di nuovo. Prima che finalmente si spezzi.

Poche persone forse conoscono queste righe, eppure il loro autore è uno poeta non meno grande di Shelley. La loro immaginazione calda, delicata ed eterea sarà apprezzata da tutti, ma nessuno più di colui che stesso è emerso dai dolci sogni di una persona amata per immergersi nell’aria profumata di una notte estiva meridionale.

Uno dei migliori poesie di Willis – a mio parere il migliore che abbia mai scritto – è stato, senza dubbio, a causa dello stesso difetto di eccessiva brevità, privato della posizione che gli spettava. Non meno in questo caso.

Le ombre si stendevano lungo Broadway;
era quasi l’ora del crepuscolo. E lentamente, una donna bellissima
camminava, piena di orgoglio.
Camminava da sola; ma, invisibili,
alcuni spiriti la accompagnavano. La pace avvolgeva la strada sotto i suoi piedi,
l’onore riempiva l’aria intorno a lei. Tutto sembrava guardarla con benevolenza,
chiamandola bella e virtuosa. Perché tutto ciò che Dio le aveva dato,
lo custodiva con grande cura.
Proteggeva con attenzione la sua rara bellezza
da amanti appassionati e fedeli. Il suo cuore era freddo verso tutti, tranne che verso l’oro;
i ricchi non venivano a cercare il suo amore,
ma rispettavano soltanto i suoi pregi. Se mai ci fossero stati preti disposti a venderli. Lì, camminava anche un’altra donna bellissima:
una ragazza snella, pallida come un giglio. E aveva compagnie invisibili. Compagnie che avrebbero potuto spaventarla. Camminava tra la povertà e il disprezzo, sola e abbandonata. Niente poteva aiutarla. Nessuna misericordia poteva cancellare le ombre dal suo viso. Perché la preghiera selvaggia d’amore si era dissolta nell’aria. Il suo cuore di donna aveva ceduto. Ma il peccato, perdonato da Cristo in cielo,
è sempre maledetto dagli uomini.

In questa composizione ci è difficile riconoscere il Willis che ha scritto così tanti semplici “versi sulla società”. Le righe non sono solo ricche di ideali, ma anche piene di energia; inoltre trasmettono una serietà, un’ovvia sincerità di sentimenti, qualcosa che cerchiamo invano in tutte le altre opere di questo autore.

Mentre la mania epica, l’idea che nella poesia la prolissità sia indispensabile per essere significativa, negli ultimi anni sta gradualmente scomparendo dalla mente del pubblico, a causa della sua stessa assurdità, vediamo che al suo posto è subentrata un’eresia palesemente falsa e impossibile da tollerare a lungo. Tuttavia, in questo breve periodo in cui ha avuto luogo, questa eresia può essere considerata responsabile di aver corrotto la nostra letteratura poetica più di tutti gli altri nemici che l’hanno attaccata. Mi riferisco all’eresia del “didattismo”. Si è preso per scontato, sia in modo esplicito che implicito, diretto o indiretto, che lo scopo finale di tutta la poesia sia la verità. Si sostiene infatti che ogni poesia debba insegnare una morale, e che il valore poetico di un’opera venga giudicato in base a tale morale. Noi americani, in particolare, abbiamo favorito questa idea; noi bostoniani l’abbiamo addirittura sviluppata al massimo. Ci siamo convinti che scrivere una poesia soltanto per il suo valore intrinseco significherebbe ammettere di essere radicalmente privi della vera dignità e forza poetica. Ma in realtà, se solo ci permettessimo di guardare dentro noi stessi, scopriremmo immediatamente che sotto il sole non esiste, né può esistere, alcuna opera più degna, più nobile di questa poesia, proprio questa poesia, semplicemente una poesia, scritta soltanto per il suo stesso piacere.

Con una reverenza per la Verità tanto profonda quanto mai abbia ispirato il cuore dell’uomo, vorrei tuttavia limitare, in qualche misura, i modi con cui essa viene insegnata. Vorrei che tali metodi venissero applicati con rigore, senza indebolirli attraverso distrazioni o eccessi. Le richieste della Verità sono severe; essa non ha alcuna simpatia per le cose frivole o superficiali. Tutto ciò che è indispensabile nella poesia è proprio ciò di cui la Verità non ha assolutamente nulla a che fare. Avvolgerla in gemme e fiori significherebbe trasformarla in un paradosso ridicolo. Nell’insegnare la verità, abbiamo bisogno di rigore piuttosto che di espressioni floreali o retoriche; dobbiamo essere semplici, precisi, concisi, e soprattutto calmi, impassibili. In altre parole, dobbiamo adottare un approccio il più possibile opposto a quello poetico. Chi non percepisce la differenza radicale tra i modi di insegnare basati sulla verità e quelli legati alla poesia è davvero cieco; chi, nonostante queste differenze, insiste nel tentativo di conciliare la poesia con la verità, è perso nella teoria senza speranza di redenzione.

Dividendo il mondo della mente nelle sue tre distinzioni più immediatamente evidenti, abbiamo l’Intelligenza Pura, il Gusto e il Senso Morale. Colloco il Gusto al centro, perché è proprio questa posizione che occupa nella mente; esso intrattiene rapporti stretti con entrambi gli estremi, ma dalla differenza rispetto al Senso Morale è così lieve che Aristotele non ha esitato a considerare alcune delle sue funzioni tra le stesse virtù. Tuttavia, i compiti di questi tre elementi presentano distinzioni sufficientemente chiare: proprio come l’Intelligenza si occupa della Verità, il Gusto ci informa su ciò che è Bello, mentre il Senso Morale tiene conto del Dovere. Per quanto riguarda quest’ultimo, sebbene la Conscienza insegni l’obbligo e la Ragione ne spieghi l’utilità, il Gusto si limita a mostrare i suoi pregi: combatte il Vizio esclusivamente sulla base della sua deformità, della sua disproporzione, della sua ostilità verso ciò che è appropriato, armonioso, in altre parole, verso la Bellezza.

An immortal instinct deep within the spirit of man is thus plainly a sense of the Beautiful. This it is which administers to his delight in the manifold forms, and sounds, and odors and sentiments amid which he exists. And just as the lily is repeated in the lake, or the eyes of Amaryllis in the mirror, so is the mere oral or written repetition of these forms, and sounds, and colors, and odors, and sentiments a duplicate source of the light. But this mere repetition is not poetry. He who shall simply sing, with however glowing enthusiasm, or with however vivid a truth of description, of the sights, and sounds, and odors, and colors, and sentiments which greet _him _in common with all mankind—he, I say, has yet failed to prove his divine title. There is still a something in the distance which he has been unable to attain. We have still a thirst unquenchable, to allay which he has not shown us the crystal springs. This thirst belongs to the immortality of Man. It is at once a consequence and an indication of his perennial existence. It is the desire of the moth for the star. It is no mere appreciation of the Beauty before us, but a wild effort to reach the Beauty above. Inspired by an ecstatic prescience of the glories beyond the grave, we struggle by multiform combinations among the things and thoughts of Time to attain a portion of that Loveliness whose very elements perhaps appertain to eternity alone. And thus when by Poetry, or when by Music, the most entrancing of the poetic moods, we find ourselves melted into tears, we weep then, not as the Abbate Gravina supposes, through excess of pleasure, but through a certain petulant, impatient sorrow at our inability to grasp now, wholly, here on earth, at once and for ever, those divine and rapturous joys of which _through’ _the poem, or _through _the music, we attain to but brief and indeterminate glimpses.

The struggle to apprehend the supernal Loveliness—this struggle, on the part of souls fittingly constituted—has given to the world all _that _which it (the world) has ever been enabled at once to understand and _to feel _as poetic.

The Poetic Sentiment, of course, may develop itself in various modes—in Painting, in Sculpture, in Architecture, in the Dance—very especially in Music—and very peculiarly, and with a wide field, in the com position of the Landscape Garden. Our present theme, however, has regard only to its manifestation in words. And here let me speak briefly on the topic of rhythm. Contenting myself with the certainty that Music, in its various modes of metre, rhythm, and rhyme, is of so vast a moment in Poetry as never to be wisely rejected—is so vitally important an adjunct, that he is simply silly who declines its assistance, I will not now pause to maintain its absolute essentiality. It is in Music perhaps that the soul most nearly attains the great end for which, when inspired by the Poetic Sentiment, it struggles—the creation of supernal Beauty. It _may _be, indeed, that here this sublime end is, now and then, attained in _fact. _We are often made to feel, with a shivering delight, that from an earthly harp are stricken notes which _cannot _have been unfamiliar to the angels. And thus there can be little doubt that in the union of Poetry with Music in its popular sense, we shall find the widest field for the Poetic development. The old Bards and Minnesingers had advantages which we do not possess—and Thomas Moore, singing his own songs, was, in the most legitimate manner, perfecting them as poems.

To recapitulate then:—I would define, in brief, the Poetry of words as _The Rhythmical Creation of Beauty. _Its sole arbiter is Taste. With the Intellect or with the Conscience it has only collateral relations. Unless incidentally, it has no concern whatever either with Duty or with Truth.

A few words, however, in explanation. _That _pleasure which is at once the most pure, the most elevating, and the most intense, is derived, I maintain, from the contemplation of the Beautiful. In the contemplation of Beauty we alone find it possible to attain that pleasurable elevation, or excitement _of the soul, _which we recognize as the Poetic Sentiment, and which is so easily distinguished from Truth, which is the satisfaction of the Reason, or from Passion, which is the excitement of the heart. I make Beauty, therefore—using the word as inclusive of the sublime—I make Beauty the province of the poem, simply because it is an obvious rule of Art that effects should be made to spring as directly as possible from their causes:—no one as yet having been weak enough to deny that the peculiar elevation in question is at least _most readily _attainable in the poem. It by no means follows, however, that the incitements of Passion’ or the precepts of Duty, or even the lessons of Truth, may not be introduced into a poem, and with advantage; for they may subserve incidentally, in various ways, the general purposes of the work: but the true artist will always contrive to tone them down in proper subjection to that _Beauty _which is the atmosphere and the real essence of the poem.

I cannot better introduce the few poems which I shall present for your consideration, than by the citation of the Proem to Longfellow’s “Waif”:—

Un istinto immortale, profondamente radicato nell’animo umano, è senza dubbio il senso del Bello. È proprio questo istinto a procurare all’uomo piacere nelle molteplici forme, suoni, odori e sentimenti che lo circondano. Proprio come il giglio si ripete nel lago o gli occhi dell’amarillide nello specchio, anche la semplice ripetizione orale o scritta di queste forme, suoni, colori, odori e sentimenti rappresenta una fonte ulteriore di bellezza. Ma questa semplice ripetizione non è poesia. Chi si limita a cantare, per quanto con entusiasmo o descrizioni vivide, le cose, i suoni, gli odori, i colori e i sentimenti che ci circondano, non ha ancora dimostrato di possedere un titolo divino; c’è ancora qualcosa lontano da raggiungere. Abbiamo ancora una sete inestinguibile, ma egli non ci ha mostrato le sorgenti capaci di placarla. Questa sete appartiene all’immortalità dell’Uomo; è al contempo conseguenza e segno della sua esistenza eterna. È il desiderio ardente di raggiungere una bellezza che forse appartiene soltanto all’eternità. E così, quando la poesia o la musica ci fanno provare emozioni estatiche, piangiamo non per eccesso di gioia, ma per un dolore impaziente e frustrato nel rendersi conto di non essere in grado, qui sulla terra, di afferrare completamente, immediatamente e per sempre, quelle gioie divine di cui possiamo solo intravedere brevi e vaghe immagini attraverso la poesia o la musica.

Lo sforzo per comprendere quella bellezza celestiale – uno sforzo compiuto da anime adeguatamente strutturate – ha donato al mondo tutto ciò che esso è mai stato in grado di comprendere e percepire come qualcosa di poetico.

Il Sentimento Lirico, naturalmente, può manifestarsi in modi diversi: nella Pittura, nella Scultura, nell’Architettura, nella Danza – soprattutto nella Musica – e in modo particolare e con ampi margini di espressione nella composizione dei giardini paesaggistici. Tuttavia, il nostro argomento attuale riguarda soltanto la sua manifestazione attraverso le parole. Qui permettetemi di parlare brevemente del ritmo. Ritenendo certamente che la Musica, con i suoi diversi metri, ritmi e rime, abbia un’importanza fondamentale nella Poesia, tale da non poter mai essere saggiamente ignorata; riconoscendo inoltre che sia un complemento essenziale per la sua espressione, non mi soffermerò ora a dimostrare la sua assoluta necessità. Forse è proprio nella Musica che l’‘anima riesce più vicinamente ad alcanzare lo scopo supremo per cui, ispirata dal Sentimento Lirico, si sforza: la creazione di una bellezza sublime. È davvero possibile che, in alcuni casi, questo scopo venga effettivamente raggiunto. Spesso ci capita di provare un piacere profondo nell’ascoltare suoni che sembrano provenire da un’arpa terrena e che certamente non possono essere sconosciuti agli angeli. Pertanto, non c’è dubbio che nell’unione tra Poesia e Musica, nel loro senso più popolare, possiamo trovare il campo più ampio per lo sviluppo poetico. Gli antichi bardi e menestrelli disponevano di vantaggi che noi oggi non abbiamo; Thomas Moore, cantando le proprie canzoni, le perfezionava in modo del tutto legittimo, trasformandole in veri e propri poemi.

Per riassumere: definirei, in breve, la Poesia delle parole come “la creazione ritmica della bellezza”. L’unico giudice di essa è il Gusto; l’Intelligenza o la Conscienza hanno con essa soltanto relazioni secondarie. A meno che non si tratti di casi particolari, essa non ha alcuna attinenza né con il Dovere né con la Verità.

Alcune parole, tuttavia, a chiarimento. Quel piacere che è al contempo il più puro, il più elevato e il più intenso deriva, a mio parere, dalla contemplazione della Bellezza. Solo nella contemplazione della Bellezza possiamo raggiungere quell’elevamento piacevole, quella tensione dell’‘anima che riconosciamo come Sentimento poetico, e che si distingue facilmente dalla [Vero, che è la soddisfazione della Ragione, o dalla Passione, che è l’eccitazione del cuore. Pertanto, considero la Bellezza – usando questo termine nel suo senso più ampio, che include anche ciò che è sublime – come l’elemento fondamentale della poesia; infatti, è una regola ovvia dell’arte che gli effetti artistici debbano derivare il più direttamente possibile dalle loro cause. Nessuno, finora, ha avuto la debolezza di negare che tale tipo di elevamento possa essere raggiunto con particolare facilità attraverso la poesia. Tuttavia, ciò non significa affatto che gli stimoli della Passione, i precetti del Dovere o le lezioni della [Vero non possano essere introdotti in una poesia e utilizzati a vantaggio dell’opera stessa; anzi, possono servire, in modi diversi, agli scopi generali di quest’ultima. Ma il vero artista farà sempre in modo che tali elementi siano subordinati a quella Bellezza che costituisce l’essenza stessa della poesia.

Non posso introdurre in modo migliore i pochi poemi che presenterò alla vostra attenzione, se non citando il Proem di “Waif” di Longfellow:—

The day is done, and the darkness Falls from the wings of Night, As a feather is wafted downward From an Eagle in his flight. I see the lights of the village Gleam through the rain and the mist, And a feeling of sadness comes o’er me, That my soul cannot resist; A feeling of sadness and longing, That is not akin to pain, And resembles sorrow only As the mist resembles the rain. Come, read to me some poem, Some simple and heartfelt lay, That shall soothe this restless feeling, And banish the thoughts of day. Not from the grand old masters, Not from the bards sublime, Whose distant footsteps echo Through the corridors of Time. For, like strains of martial music, Their mighty thoughts suggest Life’s endless toil and endeavor; And to-night I long for rest. Read from some humbler poet, Whose songs gushed from his heart, As showers from the clouds of summer, Or tears from the eyelids start; Who through long days of labor, And nights devoid of ease, Still heard in his soul the music Of wonderful melodies. Such songs have power to quiet The restless pulse of care, And come like the benediction That follows after prayer. Then read from the treasured volume The poem of thy choice, And lend to the rhyme of the poet The beauty of thy voice. And the night shall be filled with music, And the cares that infest the day Shall fold their tents like the Arabs, And as silently steal away.

With no great range of imagination, these lines have been justly admired for their delicacy of expression. Some of the images are very effective. Nothing can be better than—

———————the bards sublime, Whose distant footsteps echo Down the corridors of Time.

The idea of the last quatrain is also very effective. The poem on the whole, however, is chiefly to be admired for the graceful _insouciance _of its metre, so well in accordance with the character of the sentiments, and especially for the _ease _of the general manner. This “ease” or naturalness, in a literary style, it has long been the fashion to regard as ease in appearance alone—as a point of really difficult attainment. But not so:—a natural manner is difficult only to him who should never meddle with it—to the unnatural. It is but the result of writing with the understanding, or with the instinct, that _the tone, _in composition, should always be that which the mass of mankind would adopt—and must perpetually vary, of course, with the occasion. The author who, after the fashion of “The North American Review,” should be upon _all _occasions merely “quiet,” must necessarily upon _many _occasions be simply silly, or stupid; and has no more right to be considered “easy” or “natural” than a Cockney exquisite, or than the sleeping Beauty in the waxworks.

Among the minor poems of Bryant, none has so much impressed me as the one which he entitles “June.” I quote only a portion of it:—

There, through the long, long summer hours, The golden light should lie, And thick young herbs and groups of flowers Stand in their beauty by. The oriole should build and tell His love-tale, close beside my cell; The idle butterfly Should rest him there, and there be heard The housewife-bee and humming bird. And what, if cheerful shouts at noon, Come, from the village sent, Or songs of maids, beneath the moon, With fairy laughter blent? And what if, in the evening light, Betrothed lovers walk in sight Of my low monument? I would the lovely scene around Might know no sadder sight nor sound. I know, I know I should not see The season’s glorious show, Nor would its brightness shine for me; Nor its wild music flow; But if, around my place of sleep, The friends I love should come to weep, They might not haste to go. Soft airs and song, and the light and bloom, Should keep them lingering by my tomb. These to their soften’d hearts should bear The thoughts of what has been, And speak of one who cannot share The gladness of the scene; Whose part in all the pomp that fills The circuit of the summer hills, Is—that his grave is green; And deeply would their hearts rejoice To hear again his living voice.

The rhythmical flow here is even voluptuous—nothing could be more melodious. The poem has always affected me in a remarkable manner. The intense melancholy which seems to well up, perforce, to the surface of all the poet’s cheerful sayings about his grave, we find thrilling us to the soul—while there is the truest poetic elevation in the thrill. The impression left is one of a pleasurable sadness. And if, in the remaining compositions which I shall introduce to you, there be more or less of a similar tone always apparent, let me remind you that (how or why we know not) this certain taint of sadness is inseparably connected with all the higher manifestations of true Beauty. It is, nevertheless,

A feeling of sadness and longing That is not akin to pain, And resembles sorrow only As the mist resembles the rain.

La giornata è finita, e l’oscurità
scende dalle ali della Notte,
come una piuma che discende
da un’aquila nel suo volo.
Vedo le luci del villaggio
brillare tra la pioggia e la nebbia;
un senso di tristezza mi assale,
che la mia ‘anima non può resistere. Un sentimento di tristezza e nostalgia,
che non assomiglia alla dolore,
ma ricorda solo il dolore,
come la nebbia ricorda la pioggia.
Leggi per me qualche poesia,
qualcosa di semplice e sincero,
che possa calmare questo stato d’animo inquieto
e allontanare i pensieri della giornata. Non quelle dei grandi maestri del passato,
né delle barde sublimi,
le cui voci echeggiano nei corridoi del Tempo. Perché, come suoni di musica marziale,
i loro pensieri potenti ricordano
la fatica e lo sforzo incessanti della vita. E verso la notte anelo al riposo.
Leggi invece qualcosa di un poeta più umile,
le cui canzoni sgorgano dal suo cuore,
come piogge dai nuvoli dell’estate,
o lacrime che scendono dalle palpebre. Un poeta che, nonostante giorni di fatica
e notti prive di pace,
ha sempre sentito nella sua anima
la musica di meravigliose melodie. Tali canzoni hanno il potere di calmare
il battito inquieto del cuore;
sono come una benedizione
che segue la preghiera. Allora leggi, dal volume che ti è caro,
la poesia che hai scelto tu stesso,
e dona alle parole del poeta
la bellezza della tua voce. E la notte sarà piena di musica;
i pensieri angosciosi della giornata
si allontaneranno silenziosamente.

Senza un grande spettro di immaginazione, queste righe sono state giustamente ammirate per la loro delicatezza espressiva. Alcune delle immagini descritte sono davvero molto efficaci. Non c’è nulla di meglio di.

———————I bardi sublimi,
Il cui eco lontano risuona
Nei corridoi del Tempo.

L’idea della quarta strofa è anch’essa molto efficace. Tuttavia, il poema nel suo complesso merita ammirazione soprattutto per la grazia e l’indifferenza del suo metro, che si adatta perfettamente al carattere dei sentimenti espressi, nonché per la naturalezza e la disinvoltura con cui è scritto. Questa “naturalezza”, in uno stile letterario, da tempo viene considerata soltanto un aspetto esteriore – qualcosa di davvero difficile da raggiungere. Ma non è così: una forma espressiva naturale è difficile soltanto per chi non si impegna mai a migliorarla, cioè per coloro che cercano di alterare la propria spontaneità. In realtà, essa deriva semplicemente dal comprendere – o dall’istinto – che il tono delle proprie opere debba sempre essere quello che la maggior parte delle persone sceglierebbe; inoltre, tale tono deve variare naturalmente a seconda dell’occasione. Un autore che, seguendo lo stile della “North American Review”, cercasse di mantenere un tono “calmo” in ogni situazione, finirebbe inevitabilmente per apparire sciocco o stupido in molte occasioni; e non avrebbe certo più diritto di essere considerato “naturale” o disinvolto di un individuo del quartiere dei cockney, o della bella statua di cera addormentata nei musei.

Tra i più brevi poemi di Bryant, nessuno mi ha colpito tanto quanto quello intitolato “Giugno”. Cito solo una sua parte:—

Lì, per tutta la lunga durata delle ore estive,
la luce dorata dovrebbe risplendere;
erbe giovani e fiori dovrebbero crescere nella loro bellezza. L’oriolo dovrebbe cantare le sue storie d’amore, proprio accanto alla mia tomba;
la farfalla pigra dovrebbe riposarvi, e si dovrebbero sentire il ronzio delle api e il canto degli uccelli. E che dire se, a mezzogiorno, giungessero grida gioiose dal villaggio, o canzoni di ragazze sotto la luna. E se, nella luce del tramonto, fidanzati passeggiassero davanti al mio modesto monumento?
Vorrei che questa bella scena non conoscesse mai tristezza né suono doloroso. So bene che non dovrei assistere a tutto questo splendore stagionale;
che la sua luce non dovrebbe risplendere per me, né la sua musica echeggiare intorno a me. Ma se, accanto al mio luogo di riposo, gli amici che amo venissero a piangere, forse non avrebbero fretta di andarsene. Arii dolci, canzoni, luce e fiori, li tratterrebbero lì, vicino alla mia tomba. Queste cose porterebbero nei loro cuori teneri i ricordi di ciò che è stato. E parlerebbero di colui che non può condividere la gioia di questa scena. Di colui il cui ruolo, in tutta questa magnificenza estiva, è soltanto quello di avere una tomba verde. I loro cuori si rallegrerebbero profondamente, se potessero ascoltare di nuovo la sua voce.

Il flusso ritmico qui è davvero delizioso; non c’è nulla di più melodioso. Questo poema mi ha sempre colpito in modo straordinario. Quella intensa melancolia che, inevitabilmente, emerge dalla superficie di tutte le parole gioiose del poeta riguardo alla sua morte, ci commuove fino all’‘anima. E in questo senso, si tratta davvero di un’espressione poetica di altissimo livello. L’impressione che lascia è quella di una tristezza piacevole. E se, nelle altre composizioni che vi presenterò, risulterà sempre evidente un tono simile, permettetemi di ricordarvi che (perché e come non lo sappiamo) questa particolare nota di tristezza è strettamente legata a tutte le manifestazioni più elevate della vera bellezza.

Un senso di tristezza e desiderio
che non è simile a dolore,
e assomiglia al dolore solo
come la nebbia assomiglia alla pioggia.

The taint of which I speak is clearly perceptible even in a poem so full of brilliancy and spirit as “The Health” of Edward Coate Pinckney:—

I fill this cup to one made up Of loveliness alone, A woman, of her gentle sex The seeming paragon; To whom the better elements And kindly stars have given A form so fair that, like the air, ’Tis less of earth than heaven. Her every tone is music’s own, Like those of morning birds, And something more than melody Dwells ever in her words; The coinage of her heart are they, And from her lips each flows As one may see the burden’d bee Forth issue from the rose. Affections are as thoughts to her, The measures of her hours; Her feelings have the flagrancy, The freshness of young flowers; And lovely passions, changing oft, So fill her, she appears The image of themselves by turns,— The idol of past years! Of her bright face one glance will trace A picture on the brain, And of her voice in echoing hearts A sound must long remain; But memory, such as mine of her, So very much endears, When death is nigh my latest sigh Will not be life’s, but hers. I fill’d this cup to one made up Of loveliness alone, A woman, of her gentle sex The seeming paragon— Her health! and would on earth there stood, Some more of such a frame, That life might be all poetry, And weariness a name.

It was the misfortune of Mr. Pinckney to have been born too far south. Had he been a New Englander, it is probable that he would have been ranked as the first of American lyrists by that magnanimous cabal which has so long controlled the destinies of American Letters, in conducting the thing called “The North American Review.” The poem just cited is especially beautiful; but the poetic elevation which it induces we must refer chiefly to our sympathy in the poet’s enthusiasm. We pardon his hyperboles for the evident earnestness with which they are uttered.

It was by no means my design, however, to expatiate upon the _merits _of what I should read you. These will necessarily speak for themselves. Boccalini, in his “Advertisements from Parnassus,” tells us that Zoilus once presented Apollo a very caustic criticism upon a very admirable book:—whereupon the god asked him for the beauties of the work. He replied that he only busied himself about the errors. On hearing this, Apollo, handing him a sack of unwinnowed wheat, bade him pick out _all the chaff _for his reward.

Now this fable answers very well as a hit at the critics—but I am by no means sure that the god was in the right. I am by no means certain that the true limits of the critical duty are not grossly misunderstood. Excellence, in a poem especially, may be considered in the light of an axiom, which need only be properly _put, _to become self-evident. It is _not _excellence if it require to be demonstrated as such:—and thus to point out too particularly the merits of a work of Art, is to admit that they are _not _merits altogether.

Among the “Melodies” of Thomas Moore is one whose distinguished character as a poem proper seems to have been singularly left out of view. I allude to his lines beginning—“Come, rest in this bosom.” The intense energy of their expression is not surpassed by anything in Byron. There are two of the lines in which a sentiment is conveyed that embodies the _all in all _of the divine passion of Love—a sentiment which, perhaps, has found its echo in more, and in more passionate, human hearts than any other single sentiment ever embodied in words:—

Come, rest in this bosom, my own stricken deer Though the herd have fled from thee, thy home is still here; Here still is the smile, that no cloud can o’ercast, And a heart and a hand all thy own to the last. Oh! what was love made for, if ’tis not the same Through joy and through torment, through glory and shame? I know not, I ask not, if guilt’s in that heart, I but know that I love thee, whatever thou art. Thou hast call’d me thy Angel in moments of bliss, And thy Angel I’ll be, ‘mid the horrors of this,— Through the furnace, unshrinking, thy steps to pursue, And shield thee, and save thee,—or perish there too!

It has been the fashion of late days to deny Moore Imagination, while granting him Fancy—a distinction originating with Coleridge—than whom no man more fully comprehended the great powers of Moore. The fact is, that the fancy of this poet so far predominates over all his other faculties, and over the fancy of all other men, as to have induced, very naturally, the idea that he is fanciful _only. _But never was there a greater mistake. Never was a grosser wrong done the fame of a true poet. In the compass of the English language I can call to mind no poem more profoundly—more weirdly _imaginative, _in the best sense, than the lines commencing—“I would I were by that dim lake”—which are the com. position of Thomas Moore. I regret that I am unable to remember them.

One of the noblest—and, speaking of Fancy—one of the most singularly fanciful of modern poets, was Thomas Hood. His “Fair Ines” had always for me an inexpressible charm:—

O saw ye not fair Ines? She’s gone into the West, To dazzle when the sun is down, And rob the world of rest; She took our daylight with her, The smiles that we love best, With morning blushes on her cheek, And pearls upon her breast. O turn again, fair Ines, Before the fall of night, For fear the moon should shine alone, And stars unrivalltd bright; And blessed will the lover be That walks beneath their light, And breathes the love against thy cheek I dare not even write! Would I had been, fair Ines, That gallant cavalier, Who rode so gaily by thy side, And whisper’d thee so near! Were there no bonny dames at home Or no true lovers here, That he should cross the seas to win The dearest of the dear? I saw thee, lovely Ines, Descend along the shore, With bands of noble gentlemen, And banners waved before; And gentle youth and maidens gay, And snowy plumes they wore; It would have been a beauteous dream, If it had been no more! Alas, alas, fair Ines, She went away with song, With music waiting on her steps, And shootings of the throng; But some were sad and felt no mirth, But only Music’s wrong, In sounds that sang Farewell, Farewell, To her you’ve loved so long. Farewell, farewell, fair Ines, That vessel never bore So fair a lady on its deck, Nor danced so light before,— Alas for pleasure on the sea, And sorrow on the shorel The smile that blest one lover’s heart Has broken many more!

La macchia di cui parlo è chiaramente percepibile anche in una poesia così ricca di brillantezza e spirito come “The Health” di Edward Coate Pinckney.

Riempio questa coppa con qualcosa di creato esclusivamente dalla bellezza,
da una donna del suo gentile sesso,
l’apparente paragone di tutte le altre. A lei gli elementi più belli e le stelle benevole hanno donato
una forma così incantevole che, come l’aria,
sembra meno terrena che celestiale.
Ogni suo suono è musica pura,
simile a quello degli uccellini del mattino;
le sue parole racchiudono qualcosa di più della semplice melodia. Sono il frutto del suo cuore, e dalle sue labbra sgorgano
come il miele da un fiore.
I suoi sentimenti sono come i suoi pensieri,
la misura delle sue ore. Le sue emozioni hanno la vivacità,
la freschezza dei fiori giovani. E passioni incantevoli, sempre in mutamento,
la riempiono completamente; sembra quindi
l’immagine stessa di queste passioni, l’idolo degli anni passati!
Un solo sguardo al suo viso luminoso basta
per lasciare nella mente un’impressione indelebile;
il suono della sua voce, nelle nostre anime,
rimane a lungo.
Ma la memoria, come la mia di lei. la rende ancora più preziosa. Quando la morte sarà vicina, il mio ultimo sospiro
non sarà per me, ma per lei.
Riempio questa coppa con qualcosa di creato esclusivamente dalla bellezza. da una donna del suo gentile sesso, l’apparente paragone di tutte le altre. La sua salute! Se solo esistesse al mondo
un’altra persona con un corpo così perfetto. Allora la vita sarebbe tutta poesia,
e la stessa fatica sembrerebbe una gioia.

Fu sfortuna del signor Pinckney essere nato troppo a sud. Se fosse stato un new englese, è probabile che sarebbe stato considerato il primo dei lirici americani da quella magnanima cerchia che da tempo controlla i destini della letteratura americana, attraverso la pubblicazione di “The North American Review”. La poesia appena citata è particolarmente bella; tuttavia, l’effetto poetico che suscita dipende soprattutto dalla nostra empatia per l’entusiasmo del poeta. Perdoniamo le sue esagerazioni, data la evidente sincerità con cui vengono espresse.

Tuttavia, non era affatto mia intenzione dilungarmi sui pregi di ciò che dovrei leggervi adesso; questi pregi parleranno certamente da soli. Boccalini, nelle sue “Aggiunte dal Parnasso”, racconta che un certo Zoilus presentò un giorno a Apollo una critica molto tagliente su un libro assai ammirevole; allora il dio gli chiese quali fossero i pregi di quell’opera. Zoilus rispose che si era occupato soltanto degli errori presenti nel testo. Sentendo ciò, Apollo gli diede un sacco di grano non ancora setacciato e gli ordinò di selezionare tutto il logoro come ricompensa.

Ora, questa fable risponde molto bene come critica ai critici, ma non sono affatto certo che il dio avesse ragione. Non sono affatto certo che i veri limiti del dovere critico non siano profondamente fraintesi. L’eccellenza, soprattutto in una poesia, può essere considerata alla luce di un assioma che, se espresso correttamente, diventa di per sé evidente. Non si può parlare di eccellenza quando essa richiede di essere dimostrata come tale. E quindi, sottolineare troppo specificatamente i meriti di un’opera d’arte significa ammettere che tali meriti non siano affatto così evidenti come si potrebbe pensare.

Tra le “Melodie” di Thomas Moore ce n’è una la cui caratteristica distintiva, come poesia a tutti gli effetti, sembra essere stata stranamente trascurata. Mi riferisco alle sue strofe che iniziano con: “Vieni, riposati in questo seno”. L’intensa forza espressiva di queste parole non è eguagliata da nulla nelle opere di Byron. In quelle due strofe viene trasmesso un sentimento che incarna in sé l’essenza stessa della passione divina dell’Amore; un sentimento che, forse, ha trovato riscontro in molti più cuori umani, e in cuori più appassionati, di qualsiasi altro sentimento mai espresso a parole.

Come, riposati in questo rifugio, mio povero cervo colpito; sebbene il branco ti abbia abbandonato, la tua casa è ancora qui; qui c’è ancora quel sorriso che nessuna nuvola può offuscare, e un cuore e una mano che appartengono esclusivamente a te, fino alla fine. Oh! A cosa serve l’amore, se non per condividere gioie e dolori, gloria e vergogna? Non so, non chiedo, se in quel cuore ci sia colpa; so solo che ti amo, qualunque tu sia. In momenti di felicità mi hai chiamato il tuo Angelo; sarò il tuo Angelo anche nelle ore più terribili. Ti seguirò senza esitare attraverso ogni pericolo, ti proteggerò e ti salverò, o morirò con te!

Negli ultimi tempi è diventata moda negare a Moore la sua immaginazione, attribuendogli invece il carattere di un uomo “fancioso” – una distinzione che ha origine da Coleridge, il quale meglio di chiunque altro comprese le grandi capacità creative di Moore. In realtà, l’immaginazione di questo poeta prevale così nettamente su tutte le sue altre facoltà, e su quella di tutti gli altri uomini, da far sì che si possa facilmente pensare che sia soltanto un creatore di fantasie. Ma non c’è stato mai errore più grave: non è mai stata commessa una ingiustizia più grave nei confronti della reputazione di un vero poeta. Nell’ambito della lingua inglese, non riesco a ricordare alcun poema più profondamente e straordinariamente “immaginativo”, nel senso migliore del termine, di quelle righe che iniziano con “I would I were by that dim lake”: esse costituiscono il culmine della produzione poetica di Thomas Moore. Mi dispiace di non riuscire a ricordarle.

Uno dei poeti più nobiletti – e, parlando di fantasia, uno dei più straordinariamente fantasiosi tra i poeti moderni – era Thomas Hood. La sua poesia “Fair Ines” ha sempre esercitato su di me un fascino indescrivibile.

O non avete visto la bella Ines?
È partita verso l’Occidente,
Per abbagliare il mondo al tramonto,
E privarlo del suo riposo. Ha portato via con sé la nostra luce del giorno,
I sorrisi che amiamo di più,
Le rossori mattutini sulle sue guance,
Le perle sul suo petto. O torna indietro, bella Ines,
Prima che cali la notte. Perché temo che la luna splenda da sola,
E le stelle brillino in modo incomparabile. Il giovane innamorato sarà benedetto
Se potrà camminare sotto quella luce,
E respirare il tuo amore sulle tue guance. Non oso nemmeno scriverlo!
Ah, se solo fossi stato io quel cavaliere valoroso,
Che cavalcava al tuo fianco con tanta gioia,
E ti sussurrava parole d’amore così vicino a te. Se non ci fossero altre belle dame in patria,
Né altri veri amanti qui. Perché avrebbe attraversato i mari per conquistarti?
Ti ho vista, bella Ines. Scendere lungo la riva,
Accompagnata da nobili gentiluomini,
Con bandiere sventolate davanti a te. Giovani e ragazze felici, con piume bianche addosso. Sarebbe stato un bellissimo sogno. Se solo non fosse stato altro che un sogno. Ahimè, bella Ines. È partita con la musica,
Con canti di addio. Ma alcuni erano tristi, senza gioia. Solo il suono della musica. Canti d’addio. Addio alla donna che hai amato per tanto tempo. Addio, bella Ines. Quel vascello non ha mai portato
Una signora così bella sul suo ponte. Né l’ha vista danzare con tanta leggerezza. Ahimè, la gioia in mare, e il dolore sulla riva. Il sorriso che rendeva felice il cuore di un innamorato. Ha spezzato i cuori di molti altri.

“The Haunted House,” by the same author, is one of the truest poems ever written,—one of the truest, one of the most unexceptionable, one of the most thoroughly artistic, both in its theme and in its execution. It is, moreover, powerfully ideal—imaginative. I regret that its length renders it unsuitable for the purposes of this lecture. In place of it permit me to offer the universally appreciated “Bridge of Sighs”:—

One more Unfortunate, Weary of breath, Rashly importunate Gone to her death! Take her up tenderly, Lift her with care;— Fashion’d so slenderly, Young and so fair! Look at her garments Clinging like cerements; Whilst the wave constantly Drips from her clothing; Take her up instantly, Loving not loathing. Touch her not scornfully; Think of her mournfully, Gently and humanly; Not of the stains of her, All that remains of her Now is pure womanly. Make no deep scrutiny Into her mutiny Rash and undutiful; Past all dishonor, Death has left on her Only the beautiful. Where the lamps quiver So far in the river, With many a light From window and casement From garret to basement, She stood, with amazement, Houseless by night. The bleak wind of March Made her tremble and shiver, But not the dark arch, Or the black flowing river: Mad from life’s history, Glad to death’s mystery, Swift to be hurl’d— Anywhere, anywhere Out of the world! In she plunged boldly, No matter how coldly The rough river ran,— Over the brink of it, Picture it,—think of it, Dissolute Man! Lave in it, drink of it Then, if you can! Still, for all slips of hers, One of Eve’s family— Wipe those poor lips of hers Oozing so clammily, Loop up her tresses Escaped from the comb, Her fair auburn tresses; Whilst wonderment guesses Where was her home? Who was her father? Who was her mother? Had she a sister? Had she a brother? Or was there a dearer one Still, and a nearer one Yet, than all other? Alas! for the rarity Of Christian charity Under the sun! Oh! it was pitiful! Near a whole city full, Home she had none. Sisterly, brotherly, Fatherly, motherly, Feelings had changed: Love, by harsh evidence, Thrown from its eminence; Even God’s providence Seeming estranged. Take her up tenderly; Lift her with care; Fashion’d so slenderly, Young, and so fair! Ere her limbs frigidly Stiffen too rigidly, Decently,—kindly,— Smooth and compose them; And her eyes, close them, Staring so blindly! Dreadfully staring Through muddy impurity, As when with the daring Last look of despairing Fixed on futurity. Perhishing gloomily, Spurred by contumely, Cold inhumanity, Burning insanity, Into her rest,— Cross her hands humbly, As if praying dumbly, Over her breast! Owning her weakness, Her evil behavior, And leaving, with meekness, Her sins to her Saviour!

The vigor of this poem is no less remarkable than its pathos. The versification although carrying the fanciful to the very verge of the fantastic, is nevertheless admirably adapted to the wild insanity which is the thesis of the poem.

Among the minor poems of Lord Byron is one which has never received from the critics the praise which it undoubtedly deserves:—

Though the day of my destiny’s over, And the star of my fate bath declined Thy soft heart refused to discover The faults which so many could find; Though thy soul with my grief was acquainted, It shrunk not to share it with me, And the love which my spirit bath painted It never bath found but in thee. Then when nature around me is smiling, The last smile which answers to mine, I do not believe it beguiling, Because it reminds me of shine; And when winds are at war with the ocean, As the breasts I believed in with me, If their billows excite an emotion, It is that they bear me from thee. Though the rock of my last hope is shivered, And its fragments are sunk in the wave, Though I feel that my soul is delivered To pain—it shall not be its slave. There is many a pang to pursue me: They may crush, but they shall not contemn— They may torture, but shall not subdue me— ’Tis of _thee _that I think—not of them. Though human, thou didst not deceive me, Though woman, thou didst not forsake, Though loved, thou forborest to grieve me, Though slandered, thou never couldst shake,— Though trusted, thou didst not disclaim me, Though parted, it was not to fly, Though watchful, ’twas not to defame me, Nor mute, that the world might belie. Yet I blame not the world, nor despise it, Nor the war of the many with one— If my soul was not fitted to prize it, ’Twas folly not sooner to shun: And if dearly that error bath cost me, And more than I once could foresee, I have found that whatever it lost me, It could not deprive me of thee. From the wreck of the past, which bath perished, Thus much I at least may recall, It bath taught me that which I most cherished Deserved to be dearest of all: In the desert a fountain is springing, In the wide waste there still is a tree, And a bird in the solitude singing, Which speaks to my spirit of thee.

“La Casa Infestata”, dello stesso autore, è uno dei poemi più veri mai scritti: uno dei più sinceri, dei più impeccabili, dei più completamente artistici, sia per il tema che per l’esecuzione. È inoltre profondamente idealistico e ricco di immaginazione. Purtroppo la sua lunghezza lo rende inadatto agli scopi di questa lezione; permettetemi quindi di proporvi il universalmente apprezzato “Ponte dei Sospiri”.

Un’altra sfortunata. Stancha di respirare,
Inquieta e insistente. È andata verso la sua morte!
Prendila con tenerezza,
Sollevala con cura. Così snella, così giovane, così bella. Guarda i suoi abiti. Attaccati a lei come cerotti. Mentre l’acqua continua a gocciolare. Prendila subito. Con amore, non con disprezzo. Non toccarla con sprezzamento. Pensa a lei con tristezza. Con gentilezza e umanità. Non pensare alle sue macchie. Tutto ciò che le è rimasto. È ormai solo la bellezza di una donna. Non esaminarla troppo attentamente. Nel suo comportamento sconsiderato. Oltre ogni disonore. La morte le ha lasciato solo la bellezza. Là, dove le lampade tremolano. Nella profondità del fiume. Con molte luci. Dalle finestre, dai tetti. Dai sottotetti. Stava lì, stupita. Senza casa, nella notte. Il freddo vento di marzo. La faceva tremare. Ma non l’oscura arcata. Né il nero fiume che scorreva. Pazzia per la storia della vita. Felice nel mistero della morte. Pronta ad essere gettata via. Ovunque. Lontano dal mondo. Si gettò dentro, con coraggio. Non importava quanto fosse freddo il fiume. Sopra il suo bordo. Immaginalo. Pensaci. Uomo dissoluto. Lavati in quel fiume. Bevi da esso. Se puoi. Comunque, nonostante tutti i suoi errori. È ancora della famiglia di Eva. Asciuga quelle sue labbra pallide. Che stillano acqua. Raccogli i suoi capelli. Scappati dalla pettine. I suoi bei capelli castani. Mentre la meraviglia cerca. Dove fosse la sua casa. Chi fosse suo padre. Chi fosse sua madre. Aveva sorelle? Fratelli?
O qualcuno ancora più caro. Più vicino di tutti gli altri?
Ahimè. Per la rarità della cristiana carità. Sotto il sole. Oh. Era davvero triste. Vicina a un’intera città. Non aveva una casa. Sentimenti fraterni, paterni, materni. Erano cambiati. L’amore, di fronte alle prove dure. È stato spinto giù dal suo trono. Anche la provvidenza di Dio. Sembrava essersi allontanata. Prendila con tenerezza. Sollevala con cura. Così snella, così giovane, così bella. Prima che le sue membra diventino rigide. Con gentilezza. Lisciandole. E chiudile gli occhi. Che fissavano nel vuoto. Con uno sguardo pieno di disperazione. Verso il futuro. Morta nella tristezza. Spinta dall’indifferenza. Dalla freddezza umana. Dalla follia ardente. Nel suo riposo eterno. Incrocia le mani in umiltà. Come se pregasse in silenzio. Sopra il suo petto. Riconoscendo la propria debolezza. Il proprio cattivo comportamento. E lasciando, con umiltà. I propri peccati al Suo Salvatore.

La forza vitale di questo poema non è affatto inferiore al suo lato patetico. La versificazione, sebbene porti il fantastico sull’orlo del vero delirio, si adatta comunque in modo eccellente alla follia selvaggia che costituisce il tema principale del poema.

Tra i più brevi poemi di Lord Byron c’è uno che, senza dubbio, merita grandi lodi da parte dei critici, ma che tuttavia non le ha mai ricevute.

Anche se il giorno del mio destino è finito,
e la stella della mia sorte ha perso splendore,
il tuo cuore gentile si rifiutò di scoprire
quei difetti che tanti altri potevano vedere;
anche se la tua anima conosceva la mia tristezza,
non si ritrasse dal condividerla con me;
l’amore che il mio spirito aveva dipinto,
lo trovò soltanto in te.
Quando la natura intorno a me sorride,
quel ultimo sorriso che risponde al mio,
non credo sia ingannevole,
perché mi ricorda di te;
e quando i venti combattono contro l’oceano,
come i cuori in cui credevo,
se le loro onde suscitano emozioni,
è perché mi portano lontano da te.
Anche se la roccia della mia ultima speranza è infranta,
e i suoi frammenti affondano nelle onde,
anche se sento che la mia anima è consegnata al dolore,
non diventerà sua schiava. Ci sono molte sofferenze che mi inseguono:
possono distruggermi, ma non possono disprezzarmi;
possono tormentarmi, ma non possono sottomettermi. Penso a te, non a loro.
Anche se umana, non mi hai ingannata;
anche se donna, non mi hai abbandonata;
anche se amata, non hai permesso che soffrissi;
anche se diffamata, non sei mai riuscita a scuotermi. Anche se affidata a te, non mi hai rifiutata;
anche se separate, non è stato per fuggire. Anche se attenta, non è stato per diffamarmi. Né silenziosa, affinché il mondo potesse mentirmi. Eppure non biasimo il mondo, né lo disprezzo;
né la lotta di molti contro uno. Se la mia anima non era destinata ad apprezzarlo,
sarebbe stato folle evitarlo fin dall’inizio. E se quel errore mi è costato tanto,
e più di quanto avessi potuto immaginare. ho scoperto che tutto ciò che mi ha perso,
non è riuscito a privarmi di te. Dai resti del passato, che sono andati perduti,
posso ricordare almeno questo:
mi ha insegnato ciò che più amavo. che meritava davvero di essere il mio tesoro più prezioso. Nel deserto, una sorgente scorre ancora;
nella vasta distesa, c’è ancora un albero. E un uccello, nella solitudine, canta. e con il suo canto parla al mio spirito di te.

Although the rhythm here is one of the most difficult, the versification could scarcely be improved. No nobler _theme _ever engaged the pen of poet. It is the soul-elevating idea that no man can consider himself entitled to complain of Fate while in his adversity he still retains the unwavering love of woman.

From Alfred Tennyson, although in perfect sincerity I regard him as the noblest poet that ever lived, I have left myself time to cite only a very brief specimen. I call him, and _think _him the noblest of poets, _not _because the impressions he produces are at _all _times the most profound—_not _because the poetical excitement which he induces is at _all _times the most intense—but because it is at all times the most ethereal—in other words, the most elevating and most pure. No poet is so little of the earth, earthy. What I am about to read is from his last long poem, “The Princess”:—

Tears, idle tears, I know not what they mean, Tears from the depth of some divine despair Rise in the heart, and gather to the eyes, In looking on the happy Autumn fields, And thinking of the days that are no more. Fresh as the first beam glittering on a sail, That brings our friends up from the underworld, Sad as the last which reddens over one That sinks with all we love below the verge; So sad, so fresh, the days that are no more. Ah, sad and strange as in dark summer dawns The earliest pipe of half-awaken’d birds To dying ears, when unto dying eyes The casement slowly grows a glimmering square; So sad, so strange, the days that are no more. Dear as remember’d kisses after death, And sweet as those by hopeless fancy feign’d On lips that are for others; deep as love, Deep as first love, and wild with all regret; O Death in Life, the days that are no more.

Thus, although in a very cursory and imperfect manner, I have endeavored to convey to you my conception of the Poetic Principle. It has been my purpose to suggest that, while this principle itself is strictly and simply the Human Aspiration for Supernal Beauty, the manifestation of the Principle is always found in _an elevating excitement of the soul, _quite independent of that passion which is the intoxication of the Heart, or of that truth which is the satisfaction of the Reason. For in regard to passion, alas! its tendency is to degrade rather than to elevate the Soul. Love, on the contrary—Love—the true, the divine Eros—the Uranian as distinguished from the Diona an Venus—is unquestionably the purest and truest of all poetical themes. And in regard to Truth, if, to be sure, through the attainment of a truth we are led to perceive a harmony where none was apparent before, we experience at once the true poetical effect; but this effect is referable to the harmony alone, and not in the least degree to the truth which merely served to render the harmony manifest.

We shall reach, however, more immediately a distinct conception of what the true Poetry is, by mere reference to a few of the simple elements which induce in the Poet himself the poetical effect He recognizes the ambrosia which nourishes his soul in the bright orbs that shine in Heaven—in the volutes of the flower—in the clustering of low shrubberies—in the waving of the grain-fields—in the slanting of tall eastern trees—in the blue distance of mountains—in the grouping of clouds—in the twinkling of half-hidden brooks—in the gleaming of silver rivers—in the repose of sequestered lakes—in the star-mirroring depths of lonely wells. He perceives it in the songs of birds—in the harp of Bolos—in the sighing of the night-wind—in the repining voice of the forest—in the surf that complains to the shore—in the fresh breath of the woods—in the scent of the violet—in the voluptuous perfume of the hyacinth—in the suggestive odour that comes to him at eventide from far distant undiscovered islands, over dim oceans, illimitable and unexplored. He owns it in all noble thoughts—in all unworldly motives—in all holy impulses—in all chivalrous, generous, and self-sacrificing deeds. He feels it in the beauty of woman—in the grace of her step—in the lustre of her eye—in the melody of her voice—in her soft laughter, in her sigh—in the harmony of the rustling of her robes. He deeply feels it in her winning endearments—in her burning enthusiasms—in her gentle charities—in her meek and devotional endurances—but above all—ah, far above all, he kneels to it—he worships it in the faith, in the purity, in the strength, in the altogether divine majesty—of her love.

Let me conclude by—the recitation of yet another brief poem—one very different in character from any that I have before quoted. It is by Motherwell, and is called “The Song of the Cavalier.” With our modern and altogether rational ideas of the absurdity and impiety of warfare, we are not precisely in that frame of mind best adapted to sympathize with the sentiments, and thus to appreciate the real excellence of the poem. To do this fully we must identify ourselves in fancy with the soul of the old cavalier:—

Then mounte! then mounte, brave gallants all, And don your helmes amaine: Deathe’s couriers. Fame and Honor call No shrewish teares shall fill your eye When the sword-hilt’s in our hand,— Heart-whole we’ll part, and no whit sighe For the fayrest of the land; Let piping swaine, and craven wight, Thus weepe and poling crye, Our business is like men to fight.

Benché il ritmo qui sia dei più difficili, la versificazione non potrebbe quasi essere migliorata. Nessun tema più nobile impegnò mai la penna di un poeta. È l’idea che eleva l’anima: che nessun uomo può ritenersi autorizzato a lagnarsi del Fato finché, nell’avversità, conserva ancora l’ incrollabile amore di una donna.

Di Alfred Tennyson, benché in perfetta sincerità io lo consideri il più nobile poeta che sia mai vissuto, mi sono lasciato il tempo di citare solo un brevissimo saggio. Lo chiamo, e lo reputo, il più nobile dei poeti, non perché le impressioni che produce siano in ogni tempo le più profonde, non perché l’eccitazione poetica che induce sia in ogni tempo la più intensa, ma perché è in ogni tempo la più eterea: in altre parole, la più elevante e la più pura. Nessun poeta è così poco terreno, di terra. Ciò che sto per leggere è tratto dal suo ultimo lungo poema, «La Principessa»:

Lacrime, vane lacrime, non so che cosa significhino, lacrime dal fondo di qualche divina disperazione salgono al cuore, e s’adunano negli occhi, guardando i felici campi d’autunno, e pensando ai giorni che non sono più. Freschi come il primo raggio che scintilla su una vela che ci riporta gli amici dagli inferi, tristi come l’ultimo che arrossa sopra una che affonda con tutto ciò che amiamo oltre il ciglio; così tristi, così freschi, i giorni che non sono più. Ah, tristi e strani come nelle buie albe d’estate il primo zufolo degli uccelli mezzo desti a orecchi morenti, quando a occhi morenti la finestra lentamente si fa quadrato che albeggia; così tristi, così strani, i giorni che non sono più. Cari come baci ricordati dopo la morte, e dolci come quelli che una fantasia senza speranza finge su labbra che sono d’altri; profondi come l’amore, profondi come il primo amore, e folli d’ogni rimpianto; o Morte nella Vita, i giorni che non sono più.

Così, benché in maniera molto sommaria e imperfetta, mi sono sforzato di trasmettervi la mia concezione del principio poetico. Mio proposito è stato di suggerire che, mentre questo principio in sé è strettamente e semplicemente l’Aspirazione Umana alla Bellezza Superna, la manifestazione del Principio si trova sempre in un’eccitazione elevante dell’anima, del tutto indipendente da quella passione che è l’ebbrezza del Cuore, o da quella verità che è la soddisfazione della Ragione. Perché, quanto alla passione, ahimè! la sua tendenza è di degradare piuttosto che di elevare l’Anima. L’Amore, al contrario — l’Amore — il vero, il divino Eros — l’ Uranio in quanto distinto dalla Venere Dionea — è indiscutibilmente il più puro e il più vero di tutti i temi poetici. E quanto alla Verità, se, certo, mediante il conseguimento di una verità siamo condotti a percepire un’ armonia dove prima nessuna era manifesta, proviamo all’istante il vero effetto poetico; ma questo effetto è riferibile alla sola armonia, e non nel minimo grado alla verità che è servita soltanto a rendere l’ armonia manifesta.

Giungeremo però più immediatamente a una concezione distinta di ciò che è la vera Poesia con il semplice richiamo a pochi dei semplici elementi che inducono nel Poeta stesso l’effetto poetico. Egli riconosce l’ ambrosia che nutre la sua anima nei globi lucenti che splendono in Cielo, nelle volute del fiore, nel raggrupparsi dei bassi arbusti, nell’ ondeggiare dei campi di grano, nell’inclinarsi degli alti alberi d’oriente, nella lontananza azzurra dei monti, nell’aggrupparsi delle nubi, nel luccichio dei ruscelli mezzo nascosti, nel brillare dei fiumi d’argento, nel riposo dei laghi appartati, nelle profondità che specchiano le stelle di pozzi solitari. Lo percepisce nei canti degli uccelli, nell’arpa di Eolo, nel sospirare del vento notturno, nella voce querula della foresta, nella risacca che si lagna alla riva, nel fresco respiro dei boschi, nel profumo della violetta, nel voluttuoso profumo del giacinto, nell’odore suggestivo che gli giunge sul far della sera da isole lontanissime e non scoperte, sopra oscuri oceani, illimitati e inesplorati. Lo riconosce in tutti i nobili pensieri, in tutti i moventi non mondani, in tutti gli impulsi santi, in tutte le azioni cavalleresche, generose e di abnegazione. Lo sente nella bellezza della donna, nella grazia del suo passo, nel lustro del suo occhio, nella melodia della sua voce, nel suo riso sommesso, nel suo sospiro, nell’armonia del fruscio delle sue vesti. Lo sente profondamente nelle sue avvincenti carezze, nei suoi ardenti entusiasmi, nelle sue miti carità, nelle sue mansuete e devote sopportazioni; ma soprattutto — ah, ben al di sopra di tutto, egli s’inginocchia davanti a esso, lo adora nella fede, nella purezza, nella forza, nella del tutto divina maestà del suo amore.

Permettetemi di concludere con la recitazione di un’altra breve poesia: una di carattere assai diverso da tutte quelle che ho citato prima. È di Motherwell, e s’intitola «Il Canto del Cavaliere». Con le nostre moderne e del tutto razionali idee sull’assurdità e l’empietà della guerra, non siamo precisamente in quella disposizione d’animo più adatta a simpatizzare con i sentimenti, e quindi ad apprezzare la reale eccellenza del poemetto. Per farlo pienamente dobbiamo immedesimarci con la fantasia nell’anima del vecchio cavaliere:

Dunque in sella! in sella, prodi galanti tutti, e allacciate gli elmi in fretta: i corrieri della Morte, la Fama e l’Onore chiamano Nessuna lacrima bisbetica v’empirà l’occhio quando l’elsa della spada è nella nostra mano: col cuore intero partiremo, e non un sospiro per la più bella del paese; lasciate che il pastorello zufolante e il codardo così piangano e con lagni gridino, l’affar nostro è battersi da uomini.