Esistono certi temi i cui contenuti suscitano un interesse totale, ma che sono troppo orribili per poter essere utilizzati nella narrativa legittima. Il semplice romantico deve evitarli se non vuole offendere o disgustare il lettore. Tali temi possono essere trattati in modo appropriato soltanto quando la gravità e la maestosità della Verità li santificano e ne sostengono il valore. Noi proviamo emozioni intense di fronte ai racconti sulla traversata del fiume Beresina, sul terremoto di Lisbona, sulla peste a Londra, sul massacro di San Bartolomeo o sull’asfissione dei centododici prigionieri nella “Buca Nera” di Calcutta: sono proprio i fatti, la realtà, la storia a suscitare queste emozioni. Se considerati come invenzioni, tali racconti dovrebbero essere visti con semplice orrore.

Ho menzionato alcune delle calamità più gravi e imponenti che siano mai state registrate; ma in questi casi è proprio l’entità, tanto quanto la natura stessa della calamità, a colpire vividamente l’immaginazione. Non occorre ricordare al lettore che, dall’intero e bizzarro elenco delle miserie umane, avrei potuto scegliere molti esempi concreti più pieni di sofferenza reale di qualsiasi di queste generalizzazioni su disastri. La vera miseria, in realtà, il dolore supremo, è qualcosa di particolare, non di diffuso. Il fatto che estremi atroci di agonia siano sopportati dall’individuo, e mai dalla massa umana, per questo dobbiamo ringraziare un Dio misericordioso!

Essere sepolti mentre si è ancora in vita è, senza dubbio, l’estremo più terribile che possa capitare a una semplice mortalità. Che ciò sia accaduto molto spesso non verrà certo negato da chi riflette seriamente. I confini che separano la Vita dalla Morte sono, nella migliore delle ipotesi, oscuri e vaghi. Chi può dire dove finisce l’una e dove inizia l’altra? Sappiamo che esistono malattie nelle quali si verificano interruzioni totali di tutte le funzioni apparenti della vita, ma queste interruzioni non sono altro che sospensioni, per così dire. Sono soltanto pause temporanee in questo meccanismo incomprensibile. Dopo un certo periodo, qualche principio misterioso e invisibile riattiva di nuovo quei “ingranaggi magici” e quelle “ruote incantate”. Il filo d’argento non viene mai spezzato per sempre, né la coppa d’oro distrutta irrimediabilmente. Ma dove, nel frattempo, finisce l’anima?

Tuttavia, a parte la conclusione inevitabile – a priori – che tali cause debbano produrre tali effetti, ovvero che l’insolita occorrenza di casi di animazione sospesa debba naturalmente portare, di tanto in tanto, a sepolture premature – a parte questa considerazione, abbiamo il testimone diretto dell’esperienza medica e comune per dimostrare che un gran numero di tali sepolture si sono effettivamente verificate. Se necessario, potrei citare subito centinaia di casi ben documentati. Uno di carattere particolarmente notevole, le cui circostanze potrebbero essere ancora fresche nella memoria di alcuni dei miei lettori, è avvenuto non molto tempo fa nella vicina città di Baltimora, dove ha suscitato un’emozione dolorosa, intensa e diffusa. La moglie di uno dei cittadini più rispettabili della città – un eminente avvocato e membro del Congresso – fu colpita da una malattia improvvisa e inspiegabile che mise alla prova le capacità dei suoi medici. Dopo molte sofferenze, morì, o almeno si credeva che fosse morta. Nessuno sospettò, infatti, né aveva motivo di sospettare che in realtà non fosse morta. Presentava tutti i segni tipici della morte: il viso era pallido e contratto, le labbra livide come il marmo, gli occhi privi di luce. Non c’era più alcuna traccia di vita; la pulsazione era cessata. Per tre giorni il corpo rimase insepoltato, assumendo una rigidità pietrosa. In breve, i funerali furono accelerati a causa del rapido avanzamento di ciò che si riteneva fosse il processo di decomposizione.

La signora fu deposta nella cripta di famiglia, dove rimase intatta per i tre anni successivi. Al termine di questo periodo, la cripta fu aperta per ricevere un sarcofago; ma, ahimè, quale terribile shock attendeva il marito che, personalmente, aprì la porta! Mentre le porte si spalancavano, qualcosa di avvolto in abiti bianchi cadde rumorosamente tra le sue braccia: era lo scheletro di sua moglie, ancora avvolto nel suo sudario intatto.

Un’attenta indagine rivelò che lei era tornata in vita entro due giorni dopo la sua sepoltura; i suoi movimenti all’interno della bara avevano causato il suo cadere da un ripiano verso il pavimento, dove si era rotta a tal punto da permetterle di fuggire. Una lampada, lasciata accidentalmente nella tomba piena di olio, fu trovata vuota; tuttavia, l’olio poteva essere stato consumato per evaporazione. Sulla soglia estrema delle scale che conducevano nella terribile camera fu trovato un grande frammento della bara; sembrava che lei avesse cercato di attirare l’attenzione battendo contro la porta di ferro. Mentre era impegnata in questo tentativo, probabilmente svenne o morì per il terrore; nel fallire, il suo sudario si impigliò in alcuni elementi di ferro che sporgevano all’interno della tomba. Così rimase, e così marcì, in posizione eretta.

Nel 1810, in Francia si verificò un caso di sepolcimento vivente, il cui svolgimento giustifica ampiamente l’affermazione che la verità sia davvero più straordinaria della finzione. L’eroina di questa storia era Mademoiselle Victorine Lafourcade, una giovane ragazza di nobile famiglia, ricca e di grande bellezza personale. Tra i suoi numerosi corteggiatori c’era Julien Bossuet, un povero letterato o giornalista di Parigi. I suoi talenti e la sua gentilezza lo avevano reso noto alla ereditiera, che sembrava provare per lui un vero affetto; tuttavia, il suo orgoglio derivante dalla sua nascita decise infine di rifiutarlo e di sposare Monsieur Renelle, un banchiere e diplomatico di notevole rilievo. Dopo il matrimonio, però, quest’ultimo la trascurò, e forse la trattò addirittura con crudeltà. Dopo aver trascorso alcuni anni miserabili al suo fianco, lei morì; o quanto meno le sue condizioni assomigliavano così tanto a quelle della morte da ingannare chiunque la vedesse. Fu sepolta in una tomba comune nel villaggio natale. Colma di disperazione e ancora tormentata dal ricordo del suo profondo amore, l’amante viaggiò dalla capitale fino a quella remota provincia per riesumare il corpo della sua amata e impossessarsi delle sue splendide chiome. Raggiunse la tomba e, a mezzanotte, iniziò ad aprirla quando gli occhi dell’amata si aprirono improvvisamente. In realtà, la donna era stata sepolta viva: la vita non l’aveva ancora completamente abbandonata, e le carezze del suo amante l’avevano risvegliata dal letargo che veniva scambiato per morte. Lui la portò freneticamente nella sua dimora nel villaggio e utilizzò metodi potenti, suggeriti da una notevole conoscenza medica, per farla riprendere. Alla fine, lei si riprese; riconobbe il suo salvatore e rimase con lui fino a quando non recuperò completamente la salute. Il suo cuore di donna non era indurito. E quest’ultima lezione d’amore fu sufficiente a renderlo tenero. Lei scelse di appartenersi a Julien Bossuet, non tornò mai dal marito e, nascondendogli la propria resurrezione, fuggì con il suo amante in America. Venti anni dopo, i due tornarono in Francia, convinti che il tempo avesse profondamente cambiato l’aspetto della donna. Ma si sbagliavano: al loro primo incontro, Monsieur Renelle riconobbe immediatamente sua moglie e ne rivendicò i diritti. Lei resistette a questa richiesta, e un tribunale le diede ragione. Resistenza. Decidendo che quelle particolari circostanze, unitamente al lungo trascorrere degli anni, avessero estinto, non solo in modo equo, ma anche legalmente, l’autorità del marito.

La “Rivista Chirurgica” di Lipsia, una pubblicazione di grande autorità e valore, che alcuni librai americani farebbero senz’altro bene a tradurre e ripubblicare, riporta in un numero successivo un evento molto doloroso legato al personaggio in questione.

Un ufficiale d’artiglieria, di gigantesca statura e robusta salute, essendo stato gettato da un cavallo indomabile, riportò una grave contusione alla testa che lo rese immediatamente privo di sensi; il cranio presentava una leggera frattura, ma non si temeva alcun pericolo imminente. La trapanazione del cranio ebbe successo; gli fu praticata la decompressione cerebrale e furono adottate molte altre misure di soccorso tradizionali. Tuttavia, gradualmente, il suo stato di incoscienza divenne sempre più grave, fino a quando si pensò che fosse morto.

Il tempo era caldo, e lui fu sepolto con una fretta indecente in uno dei cimiteri pubblici. Il suo funerale ebbe luogo di giovedì. Il )domenica seguente, il cimitero, come al solito, era affollato di visitatori; verso l’mattino scoppiò un grande clamore quando un contadino dichiarò di aver sentito, seduto sulla tomba dell’ufficiale, dei movimenti della terra, come se qualcuno stesse lottando sotto di essa. All’inizio nessuno prestò molta attenzione alle sue affermazioni; ma il terrore evidente sul suo volto e la sua ostinazione nel ripetere quella storia finirono per influenzare la folla. Furono rapidamente procurate vanghe, e la tomba, che era incredibilmente poco profonda, fu aperta in pochi minuti; apparve così la testa della persona sepolta al suo interno. Sembrava morto, ma era seduto quasi dritto all’interno del feretro, il cui coperchio aveva cercato di sollevare con violenza durante le sue convulsioni.

Fu immediatamente trasportato all’ospedale più vicino, dove si constatò che era ancora vivo, sebbene in condizioni di asfissia. Dopo alcune ore riprese conoscenza, riconobbe alcune persone che conosceva e, con frasi spezzate, raccontò delle sue sofferenze nella tomba.

Da quanto raccontò, era evidente che dovesse essere stato cosciente per più di un’ora, mentre veniva sepolto, prima di perdere i sensi. La tomba era stata riempita in modo negligente e approssimativo con un terreno estremamente poroso; quindi inevitabilmente entrava dell’aria. Sentiva i passi della folla sopra di sé e cercò a sua volta di farsi sentire. Era il tumulto che regnava nel cimitero, disse, che sembrava averlo risvegliato da un profondo sogno, ma non appena si rese conto di ciò che gli stava accadendo, comprese pienamente le orribili conseguenze della sua situazione.

Si registra che questo paziente stava bene e sembrava essere sulla buona strada per una completa guarigione, ma è diventato vittima delle pratiche fraudolente di un esperimento medico. Gli è stata applicata la batteria galvanica e improvvisamente è deceduto durante uno di quei parossismi estatici che talvolta quelle procedure provocano.

Tuttavia, il menzionare la batteria galvanica mi riporta alla memoria un caso ben noto e davvero straordinario in cui l’uso di questa batteria riuscì a far rivivere un giovane avvocato di Londra che era stato sepolto da due giorni. Questo accadde nel 1831 e, all’epoca, suscitò grande scalpore ovunque ne venisse parlato.

Il paziente, il signor Edward Stapleton, era morto, apparentemente a causa di febbre tifoide, accompagnata da alcuni sintomi anomali che avevano suscitato la curiosità dei suoi medici curanti. Al suo presunto decesso, ai suoi amici fu chiesto di autorizzare un esame autoptico, ma essi rifiutarono. Come spesso accade in tali casi, i medici decisero di riesumare il corpo e di sezionarlo in privato, quando ne avessero avuto l’opportunità. Fu facile trovare degli individui disposti a compiere questo atto, poiché Londra ne era piena; così, la terza notte dopo il funerale, il presunto cadavere fu dissotterrato da una fossa profonda otto piedi e depositato nella sala di dissezione di un ospedale privato.

Era stata effettivamente effettuata un’incisione nell’addome; tuttavia, l’aspetto fresco e non decomposto del soggetto suggeriva l’uso di una batteria elettrica. Uno esperimento dopo l’altro ebbe successo, e si verificarono gli effetti consueti, senza nulla che li caratterizzasse in modo particolare, ad eccezione di un paio di occasioni in cui le contrazioni muscolari risultarono più realistiche del solito.

Si fece tardi. Il giorno stava per albeggiare; alla fine si decise di procedere immediatamente con la dissezione. Tuttavia, uno studente desiderava particolarmente verificare una propria teoria e insistette nel applicare l’elettrodo a uno dei muscoli pettorali del paziente. Fu fatto un taglio superficiale e un filo venne rapidamente messo in contatto; in quel momento, il paziente, con un movimento improvviso ma assolutamente non convulsivo, si alzò dal tavolo, si diresse nel centro della stanza, guardò intorno con aria nervosa per qualche secondo, e poi parlò. Quello che disse fu incomprensibile, ma si trattava chiaramente di parole; la loro articolazione era netta. Dopo aver parlato, cadde pesantemente a terra.

Per alcuni momenti tutti rimasero paralizzati dall’ammirazione, ma l’urgenza della situazione li riportò presto alla ragione. Si vide che il signor Stapleton era vivo, sebbene in stato di incoscienza. Dopo avergli somministrato dell’etere, riprese conoscenza e si riprese rapidamente, tornando tra i suoi amici. Tuttavia, a loro fu tenuta nascosta qualsiasi informazione riguardante la sua resurrezione, fino a quando non si poté più temere un nuovo ricaduto. La loro meraviglia, il loro sbalordimento estatico, possono sicuramente essere immaginati.

La caratteristica più straordinaria di questo incidente, tuttavia, riguarda ciò che lo stesso signor S. afferma. Egli dichiara di non essere mai stato completamente insensibile; che, in modo confuso e torpido, fosse consapevole di tutto ciò che gli accadeva, dal momento in cui i suoi medici lo dichiararono morto fino a quando svenne sul pavimento dell’ospedale. “Sono vivo”, furono le parole incomprensibili che, riconoscendo dove si trovava la sala di dissezione, cercò disperatamente di pronunciare.

Sarebbe facile moltiplicare storie del genere, ma me ne astengo, perché in realtà non abbiamo bisogno di esse per dimostrare che i sepolti prematuri esistono davvero. Se riflettiamo su quanto raramente, data la natura stessa della cosa, ci sia possibile scoprirli, dobbiamo ammettere che possono verificarsi spesso senza che noi ne veniamo a conoscenza. In verità, quasi mai un cimitero viene violato, per qualsiasi motivo e in misura significativa; eppure si trovano spesso scheletri in posizioni che suscitano le più terribili sospetti.

La sospettazione è davvero terribile, ma ancora più terribile è la sorte che ne consegue! Si può affermare senza esitazione che nessun evento sia così straordinariamente adatto a suscitare un dolore fisico e mentale estremo come il seppellimento prima della morte. L’oppressione insopportabile dei polmoni, i gas soffocanti provenienti dalla terra umida, l’abbraccio stretto delle vesti funebri, l’angusto spazio del sepolcro, l’oscurità assoluta della Notte, il silenzio opprimente. La presenza invisibile ma tangibile del verme divoratore. Tutto ciò, unito ai pensieri legati all’aria e all’erba sopra di noi, al ricordo di amici cari che sarebbero pronti a salvarci se solo sapessero della nostra sorte. E alla consapevolezza che non potranno mai venire a saperlo. Queste considerazioni portano nel cuore, ancora palpitante, un orrore terribile e insopportabile di fronte al quale anche l’immaginazione più audace deve ritirarsi. Non conosciamo nulla di così angoscioso sulla Terra; non possiamo sognare nulla di altrettanto orribile nei regni dell’inferno più profondo. E per questo tutte le narrazioni su questo argomento possiedono un interesse profondo. Un interesse che, grazie alla sacra reverenza verso l’argomento stesso, dipende in modo appropriato e particolare dalla nostra convinzione nella .verità di ciò che viene raccontato. Quello che ho da dire ora riguarda la mia esperienza personale, diretta e concreta.

Per diversi anni sono stato vittima di attacchi di quella singolare malattia che i medici hanno deciso di chiamare catalessi, in assenza di un nome più definitivo. Sebbene le cause immediate e quelle predisponenti, nonché la stessa diagnosi di questa patologia siano ancora poco chiare, le sue caratteristiche principali sono abbastanza ben comprese. Le sue manifestazioni sembrano variare principalmente in intensità: a volte il paziente rimane sdraiato, per un giorno o anche per periodi più brevi, in uno stato di letargia estrema; è privo di sensi e completamente immobile, ma il battito cardiaco è ancora percettibile, rimangono tracce di calore nel corpo, una leggera colorazione appare sulle guance, e applicando uno specchio alle labbra si può osservare un movimento torpido e irregolare dei polmoni. Altre volte, invece, lo stato di trance dura per settimane o addirittura mesi; anche i controlli più attenti e le analisi mediche più rigorose non riescono a individuare alcuna differenza sostanziale tra questo stato e ciò che consideriamo morte assoluta. Molto spesso, il paziente viene salvato dalla sepoltura prematura soltanto grazie alla conoscenza dei suoi amici riguardo alle sue precedenti crisi di catalessi, all’allarme suscitato da questa informazione e, soprattutto, al fatto che non si osservano segni di decomposizione. Fortunatamente, l’evoluzione della malattia avviene in modo graduale: le prime manifestazioni, sebbene evidenti, sono inequivocabili; i episodi diventano sempre più caratteristici e durano più a lungo rispetto ai precedenti. Proprio questo aspetto rappresenta la principale garanzia contro una sepoltura prematura. Un individuo sfortunato che subisse il primo attacco di catalessi di un’intensità estrema verrebbe quasi inevitabilmente condannato a morte vivente.

Il mio caso, in nessun particolare importante, differiva da quelli menzionati nei libri medici. A volte, senza alcuna causa apparente, mi ritrovavo gradualmente in uno stato di semisincopie; in tale condizione, privo di dolore, incapace di muovermi o, per essere precisi, di pensare, ma con una coscienza torpida e letargica della vita e della presenza delle persone intorno al mio letto, rimanevo così fino a quando la crisi della malattia non mi restituiva improvvisamente una piena capacità di percezione. Altre volte, invece, l’attacco avveniva rapidamente e con violenza: mi sentivo male, intorpidito, freddo, stordito, e immediatamente cadevo privo di sensi. Per settimane intere, tutto intorno a me diventava vuoto, buio e silenzioso; l’universo stesso sembrava non esistere più. Tuttavia, da questi ultimi attacchi mi risvegliavo gradualmente, in modo lento, proporzionalmente alla rapidità con cui erano avvenuti. Proprio come l’alba arriva per il mendicante senza amici e senza fissa dimora che vaga per le strade durante le lunghe notti desolate dell’inverno, così, lentamente, stancamente, ma anche con un certo sollievo, la “luce dell’anima” tornava in me.

Ad eccezione della tendenza alla trance, la mia salute generale sembrava essere buona; non riuscivo nemmeno a percepire che fosse minimamente influenzata da quella malattia prevalente. A meno che, forse, una particolarità del mio sonno abituale potesse essere considerata una conseguenza di tale condizione. Al risveglio dal sonno, non riuscivo mai a riprendere immediatamente pieno possesso dei miei sensi; rimanevo sempre per molti minuti in uno stato di grande confusione e perplessità: le facoltà mentali in generale, ma soprattutto la memoria, erano in condizioni di assoluto disfunzionamento.

In tutto ciò che ho dovuto sopportare non c’è stata alcuna sofferenza fisica, ma soltanto un’infinità di angoscia morale. La mia immaginazione si era fatta cupa e oscena; parlavo di vermi, di tombe, di epitaffi. Ero perso in visioni legate alla morte, e l’idea di una sepoltura prematura dominava costantemente i miei pensieri. Il terribile pericolo a cui ero esposto mi perseguitava giorno e notte: durante il giorno, la tortura causata dai miei pensieri era insopportabile; di notte, ancora peggiore. Quando l’oscurità avvolgeva la Terra, tremavo con ogni orrore che mi attraversava la mente. Tremavo come le piume tremolanti su un feretro. Quando la natura stessa non riusciva più a sopportare la veglia, con difficoltà acconsentivo a dormire. Perché temevo che, al risveglio, potessi trovarmi dentro una tomba. E quando finalmente mi addormentavo, era solo per precipitare immediatamente in un mondo di fantasmi. Sopra di essi, con ali immense e scure, aleggiava sempre quell’unica, dominante idea legata alla morte.

Delle innumerevoli immagini di oscurità che così mi opprimevano nei sogni, ne seleziono una sola per ricordarla. Mi sembrava di essere immerso in un trance catalettico di durata e profondità insolite. All’improvviso, una mano gelida si posò sulla mia fronte, e una voce impaziente e balbettante sussurrò all’orecchio la parola “Alzati!”.

Ero seduto dritto. L’oscurità era totale; non riuscivo a vedere la figura di colui che mi aveva destato. Non ricordavo né il momento in cui ero entrato in quello stato di trance, né il luogo in cui mi trovavo. Mentre rimanevo immobile, cercando di riordinare i miei pensieri, una mano fredda afferrò con forza il mio polso, scuotendolo con violenza; al contempo, quella voce balbettante ripeté:

“Alzati! Non ti ho forse detto di alzarti?”

“E tu,” chiesi, “chi sei?”

“Non ho alcun nome nelle regioni in cui abito,” rispose la voce, con tristezza; “Ero mortale, ma ora sono un demone. Ero spietato, ma ora provo compassione. Percepisci che tremo. I miei denti battono mentre parlo, ma non per il freddo della notte, di quella notte senza fine. Questa orribile realtà è insopportabile. Come puoi dormire tranquillamente? Non riesco a riposare a causa dei lamenti di queste terribili sofferenze. Queste scene sono troppo per me. Alzati! Vieni con me nella notte esterna, e lascia che ti mostri le tombe. Non è forse questo uno spettacolo di dolore?. Guarda!”

Guardai; e quella figura invisibile, che ancora stringeva il mio polso, aveva fatto aprire le tombe di tutta l’umanità; da ognuna di esse proveniva una debole luce fosforica, tale che riuscivo a vedere nelle parti più profonde, dove vedevo i corpi avvolti nei loro lenzuoli, immersi in un sonno triste e solenne, accompagnati dai vermi. Ma ahimè! I veri dormienti erano molto meno di quelli che non dormivano affatto; si udiva un debole lottare, una generale agitazione. E dalle profondità di innumerevoli tombe proveniva un suono malinconico, prodotto dai vestiti dei sepolti. E tra coloro che sembravano riposare tranquillamente, vidi che moltissimi avevano cambiato, in misura maggiore o minore, la posizione rigida e scomoda in cui erano stati seppelliti all’inizio. E di nuovo quella voce mi disse, mentre fissavo quella scena:

“Non è forse, oh! non è davvero una vista miserabile?” Ma prima che riuscissi a trovare le parole per rispondere, quella figura smise di stringermi il polso, le luci fosforiche scomparvero e le tombe si chiusero con violenza improvvisa; da dentro ne uscì un tumulto di grida disperate che ripetevano: “Non è forse. Oh, Dio, non è davvero una vista molto miserabile?”

Fantasie del genere, che si manifestavano di notte, estendevano la loro terribile influenza anche durante le mie ore di veglia. I miei nervi diventavano completamente sconvolti, e cadevo preda di un orrore perpetuo. Esitavo a cavalcare, a camminare, o ad intraprendere qualsiasi attività che mi portasse lontano da casa. In realtà, non osavo più allontanarmi dalla presenza di coloro che conoscevano la mia propensione alla catalessi, temendo che, se avessi avuto uno dei miei soliti attacchi, potessi essere sepolto prima che si potesse verificare la vera natura della mia condizione. Dubitavo della cura e della fedeltà dei miei più cari amici; temevo che, in un qualche stato di trance particolarmente lungo, potessero convincersi che fossi irrecuperabile. Arrivai persino al punto di temere che, dato il disturbo che causavo, potessero considerare qualsiasi attacco prolungato una scusa sufficiente per sbarazzarsi di me definitivamente. Inutilmente cercavano di rassicurarmi con le promesse più solenni; esigei giuramenti sacri, affinché in nessun caso mi seppellissero prima che la decomposizione avesse raggiunto un livello tale da rendere impossibile qualsiasi ulteriore conservazione del mio corpo. E anche allora, le mie terribili paure non accettavano alcuna ragione, alcuna consolazione. Presi una serie di precauzioni estremamente elaborate: feci modificare il caveau di famiglia in modo che potesse essere aperto facilmente dall’interno; fu predisposto un sistema che permettesse l’ingresso libero di aria e luce, nonché contenitori per il cibo e l’acqua a portata di mano del feretro destinato a ospitare il mio corpo. Questo feretro era morbido e ben imbottito, e dotato di un coperchio progettato secondo lo stesso principio del caveau, con molle in modo che anche il minimo movimento del corpo fosse sufficiente per aprirlo. Inoltre, dal soffitto della tomba era sospesa una grande campana; la corda doveva passare attraverso un foro nel feretro e essere fissata a uno dei bracci del cadavere. Ma ahimè, che cosa può servire la vigilanza contro il Destino dell’uomo? Nemmeno queste precauzioni ben congegnate furono sufficienti a salvare un miserabile come me dalle più atroci sofferenze di una sepoltura vivente. Un miserabile già condannato a tali tormenti!

Arrivò un’epoca – come spesso era accaduto in precedenza – in cui mi ritrovai a emergere da uno stato di totale incoscienza verso il primo, debole e vago senso di esistenza. Lentamente, attraverso una graduazione lenta e tortuosa, si avvicinava quella tenue luce grigia dell’alba psichica. Una sensazione di torpida inquietudine; un’apatia che sopportava dolori vili e insopportabili. Nessuna cura, nessuna speranza, nessuno sforzo. Poi, dopo un lungo intervallo, un ronzio nelle orecchie; ancora più tardi, una sensazione di formicolio nelle estremità; infine, un periodo apparentemente eterno di tranquillità. Durante il quale i primi sentimenti di risveglio iniziavano a prendere forma nel pensiero. Poi un breve ritorno allo stato di non-esistenza. Infine, una ripresa improvvisa. Alla fine, un leggero tremore delle palpebre. E subito dopo, uno shock terribile, mortale e indescrivibile. Che faceva scorrere il sangue a fiumi dalle tempie al cuore. E finalmente: il primo vero sforzo per pensare. Il primo tentativo di ricordare. Un successo parziale e effimero. E poi, la memoria riacquistò gradualmente il suo dominio. Fino al punto che, in qualche modo, riuscii a comprendere la mia situazione. Sentivo di non essere sveglio da un sonno ordinario. Ricordavo di aver sofferto di catalessi. E ora, finalmente, come se travolto dall’impeto di un oceano, il mio spirito tremante veniva sopraffatto da quell’unica, terribile minaccia. Da quell’idea spettrale e sempre presente.

Per alcuni minuti, dopo che quella strana sensazione mi aveva posseduto, rimasi immobile. E perché? Non riuscivo a trovare il coraggio di muovermi. Non osavo compiere quel sforzo che avrebbe potuto rivelarmi il mio destino. Eppure qualcosa dentro di me mi sussurrava che era inevitabile. La disperazione, una forma di miseria senza pari, fu l’unica cosa che, dopo lunga esitazione, mi spinse ad alzare le palpebre pesanti. Le sollevai. Era buio, totale oscurità. Sapevo che quell’episodio era finito; sapevo che la crisi della mia condizione mentale era ormai passata. Sapevo di aver completamente ripreso il controllo delle mie facoltà visive. Eppure c’era solo buio, l’intensa, assoluta oscurità della Notte che dura per sempre.

Cercai disperatamente di gridare; le mie labbra e la mia lingua arsa si muovevano convulsivamente nel tentativo, ma nessuna voce usciva dai miei polmoni cavernosi, oppressi come se fossero schiacciati dal peso di una montagna; ansimavo e il mio cuore batteva all’impazzata con ogni respiro affannoso e disperato.

Il movimento delle mascelle, in questo tentativo di gridare ad alta voce, mi mostrò che erano legate, come è solito nei morti. Sentii anche di essere sdraiato su una sostanza dura; e allo stesso modo i miei fianchi erano strettamente compressi. Fino a quel momento non avevo osato muovere nessuna parte del mio corpo, ma ora sollevai con forza le braccia, che fino ad allora erano rimaste distese con i polsi incrociati. Le mie braccia urtarono contro una sostanza di legno solida, che si estendeva sopra il mio corpo a un’altezza di non più di sei pollici dal mio viso. Non potevo più dubitare che fossi finalmente all’interno di una bara.

E ora, tra tutte le mie infinite miserie, giunse dolcemente il cherubino della Speranza, perché pensai alle precauzioni che avevo preso. Mi contorsi disperatamente nel tentativo di sollevare la palpebra, ma non riuscii a muoverla. Cercai intorno al polso la corda con cui avrei potuto chiamare aiuto, ma non la trovai. E così il conforto svanì per sempre, e una Disperazione ancora più cupa prese il sopravvento. Capii infatti che le imbottiture che avevo preparato con tanta cura erano scomparse. E poi, all’improvviso, percepii l’intenso odore di terra umida. La conclusione era inevitabile: non mi trovavo all’interno della cripta. Ero caduta in un’estasi mentre ero lontana da casa, tra estranei. Non ricordavo come fosse successo. E loro, erano stati quelli che mi avevano sepolta come un cane, inchiodata in una bara comune, e gettata per sempre, in un’umile e senza nome tomba.

Quando questa terribile convinzione si insinuò nelle profondità della mia ‘anima, cercai nuovamente di gridare ad alta voce. E questa volta ci riuscii: un lungo, disperato e continuo urlo di agonia risuonò attraverso i regni dell’oscura “Notte”.

“Ehi! Ehi, là!” rispose una voce roca.

“Che diavolo sta succedendo ora?” disse qualcun altro.

“Vattene da lì!” disse un terzo.

“Cosa intendi con quel tipo di ululato, come quello di una bestia selvaggia?” disse un quarto; e subito dopo fui afferrato e scosso senza alcuna cerimonia per diversi minuti da un gruppo di individui dall’aspetto molto rude. Non mi svegliarono dal sonno – perché ero perfettamente sveglio quando urlai – ma mi restituirono la piena capacità di ricordare tutto.

Quest’avventura ebbe luogo vicino a Richmond, in Virginia. In compagnia di un amico, ero partito per una spedizione lungo le rive del fiume James. La notte si avvicinava e fummo colti da una tempesta. L’unica protezione disponibile era la cabina di una piccola barca a vela ancorata nel fiume, carica di attrezzi da giardinaggio; vi trascorremmo la notte. Dormii su uno dei due soli letti presenti nella barca, e i letti di una barca del genere non hanno certo bisogno di descrizioni particolari. Il letto che occupavo non aveva alcun tipo di materasso; era largo soltanto diciotto pollici, e la distanza tra il fondo della barca e il ponte sopra di me era esattamente la stessa. Fu estremamente difficile infilarmici dentro. Tuttavia dormii profondamente. L’intera esperienza – poiché non si trattava né di un sogno né di un incubo – derivava semplicemente dalle circostanze in cui mi trovavo, dal mio modo abituale di pensare, e dalla difficoltà, di cui ho già parlato, che avevo nel riprendere pienamente coscienza, soprattutto nel ricordare ciò che era accaduto. Gli uomini che mi scossero erano l’equipaggio della barca e alcuni lavoratori incaricati di scaricarla; l’odore particolare proveniva proprio dal carico stesso. La benda intorno alla mia mascella era un fazzoletto di seta, poiché non avevo il mio solito berretto da notte.

Tuttavia, le torture subite erano indubbiamente paragonabili, per quel periodo, a quelle che si provavano realmente nella tomba. Erano terribili, inimmaginabilmente orribili; ma dal Male nacque il Bene: poiché proprio la loro eccessiva intensità suscitò nel mio spirito un profondo disgusto. La mia ‘anima acquisì forza, maturò. Andai all’estero, mi dedicai ad attività fisiche intense, respirai l’aria fresca del cielo. Pensai ad altre cose, non più alla Morte. Gettai via i miei libri di medicina; bruciai “Buchan”, non lessi più “Pensieri notturni” né storie macabre su cimiteri. In breve, diventai una nuova persona e condussi la vita di un uomo normale. Da quella memorabile notte in poi, abbandonai per sempre le mie paure funebri; insieme ad esse scomparve anche il disturbo catatonico che, forse, era meno una conseguenza delle mie angosie che la loro causa.

Ci sono momenti in cui, anche agli occhi sobri della Ragione, il mondo della nostra triste umanità può assumere l’aspetto di un Inferno. Ma l’immaginazione dell’uomo non è una Carathis, capace di esplorare senza conseguenze ogni sua profondità. Ahimè! La cupa legione dei terrori sepolcrali non può essere considerata del tutto frutto della fantasia. Ma, proprio come i Demoni con cui Afrasiab intraprese il suo viaggio lungo l’Oxus, anche loro devono )dormire; altrimenti ci distruggeranno. Dobbiamo permettere loro di riposare, altrimenti periremo.

There are certain themes of which the interest is all-absorbing, but which are too entirely horrible for the purposes of legitimate fiction. These the mere romanticist must eschew, if he do not wish to offend or to disgust. They are with propriety handled only when the severity and majesty of Truth sanctify and sustain them. We thrill, for example, with the most intense of “pleasurable pain” over the accounts of the Passage of the Beresina, of the Earthquake at Lisbon, of the Plague at London, of the Massacre of St. Bartholomew, or of the stifling of the hundred and twenty-three prisoners in the Black Hole at Calcutta. But in these accounts it is the fact——it is the reality——it is the history which excites. As inventions, we should regard them with simple abhorrence.

I have mentioned some few of the more prominent and august calamities on record; but in these it is the extent, not less than the character of the calamity, which so vividly impresses the fancy. I need not remind the reader that, from the long and weird catalogue of human miseries, I might have selected many individual instances more replete with essential suffering than any of these vast generalities of disaster. The true wretchedness, indeed—the ultimate woe——is particular, not diffuse. That the ghastly extremes of agony are endured by man the unit, and never by man the mass——for this let us thank a merciful God!

To be buried while alive is, beyond question, the most terrific of these extremes which has ever fallen to the lot of mere mortality. That it has frequently, very frequently, so fallen will scarcely be denied by those who think. The boundaries which divide Life from Death are at best shadowy and vague. Who shall say where the one ends, and where the other begins? We know that there are diseases in which occur total cessations of all the apparent functions of vitality, and yet in which these cessations are merely suspensions, properly so called. They are only temporary pauses in the incomprehensible mechanism. A certain period elapses, and some unseen mysterious principle again sets in motion the magic pinions and the wizard wheels. The silver cord was not for ever loosed, nor the golden bowl irreparably broken. But where, meantime, was the soul?

Apart, however, from the inevitable conclusion, a priori that such causes must produce such effects——that the well-known occurrence of such cases of suspended animation must naturally give rise, now and then, to premature interments—apart from this consideration, we have the direct testimony of medical and ordinary experience to prove that a vast number of such interments have actually taken place. I might refer at once, if necessary, to a hundred well-authenticated instances. One of very remarkable character, and of which the circumstances may be fresh in the memory of some of my readers, occurred, not very long ago, in the neighboring city of Baltimore, where it occasioned a painful, intense, and widely-extended excitement. The wife of one of the most respectable citizens—a lawyer of eminence and a member of Congress—was seized with a sudden and unaccountable illness, which completely baffled the skill of her physicians. After much suffering she died, or was supposed to die. No one suspected, indeed, or had reason to suspect, that she was not actually dead. She presented all the ordinary appearances of death. The face assumed the usual pinched and sunken outline. The lips were of the usual marble pallor. The eyes were lustreless. There was no warmth. Pulsation had ceased. For three days the body was preserved unburied, during which it had acquired a stony rigidity. The funeral, in short, was hastened, on account of the rapid advance of what was supposed to be decomposition.

The lady was deposited in her family vault, which, for three subsequent years, was undisturbed. At the expiration of this term it was opened for the reception of a sarcophagus; but, alas! how fearful a shock awaited the husband, who, personally, threw open the door! As its portals swung outwardly back, some white-apparelled object fell rattling within his arms. It was the skeleton of his wife in her yet unmoulded shroud.

A careful investigation rendered it evident that she had revived within two days after her entombment; that her struggles within the coffin had caused it to fall from a ledge, or shelf to the floor, where it was so broken as to permit her escape. A lamp which had been accidentally left, full of oil, within the tomb, was found empty; it might have been exhausted, however, by evaporation. On the uttermost of the steps which led down into the dread chamber was a large fragment of the coffin, with which, it seemed, that she had endeavored to arrest attention by striking the iron door. While thus occupied, she probably swooned, or possibly died, through sheer terror; and, in failing, her shroud became entangled in some iron-work which projected interiorly. Thus she remained, and thus she rotted, erect.

In the year 1810, a case of living inhumation happened in France, attended with circumstances which go far to warrant the assertion that truth is, indeed, stranger than fiction. The heroine of the story was a Mademoiselle Victorine Lafourcade, a young girl of illustrious family, of wealth, and of great personal beauty. Among her numerous suitors was Julien Bossuet, a poor litterateur, or journalist of Paris. His talents and general amiability had recommended him to the notice of the heiress, by whom he seems to have been truly beloved; but her pride of birth decided her, finally, to reject him, and to wed a Monsieur Renelle, a banker and a diplomatist of some eminence. After marriage, however, this gentleman neglected, and, perhaps, even more positively ill-treated her. Having passed with him some wretched years, she died—at least her condition so closely resembled death as to deceive every one who saw her. She was buried——not in a vault, but in an ordinary grave in the village of her nativity. Filled with despair, and still inflamed by the memory of a profound attachment, the lover journeys from the capital to the remote province in which the village lies, with the romantic purpose of disinterring the corpse, and possessing himself of its luxuriant tresses. He reaches the grave. At midnight he unearths the coffin, opens it, and is in the act of detaching the hair, when he is arrested by the unclosing of the beloved eyes. In fact, the lady had been buried alive. Vitality had not altogether departed, and she was aroused by the caresses of her lover from the lethargy which had been mistaken for death. He bore her frantically to his lodgings in the village. He employed certain powerful restoratives suggested by no little medical learning. In fine, she revived. She recognized her preserver. She remained with him until, by slow degrees, she fully recovered her original health. Her woman’s heart was not adamant, and this last lesson of love sufficed to soften it. She bestowed it upon Bossuet. She returned no more to her husband, but, concealing from him her resurrection, fled with her lover to America. Twenty years afterward, the two returned to France, in the persuasion that time had so greatly altered the lady’s appearance that her friends would be unable to recognize her. They were mistaken, however, for, at the first meeting, Monsieur Renelle did actually recognize and make claim to his wife. This claim she resisted, and a judicial tribunal sustained her in her resistance, deciding that the peculiar circumstances, with the long lapse of years, had extinguished, not only equitably, but legally, the authority of the husband.

Esistono certi temi i cui contenuti suscitano un interesse totale, ma che sono troppo orribili per poter essere utilizzati nella narrativa legittima. Il semplice romantico deve evitarli se non vuole offendere o disgustare il lettore. Tali temi possono essere trattati in modo appropriato soltanto quando la gravità e la maestosità della Verità li santificano e ne sostengono il valore. Noi proviamo emozioni intense di fronte ai racconti sulla traversata del fiume Beresina, sul terremoto di Lisbona, sulla peste a Londra, sul massacro di San Bartolomeo o sull’asfissione dei centododici prigionieri nella “Buca Nera” di Calcutta: sono proprio i fatti, la realtà, la storia a suscitare queste emozioni. Se considerati come invenzioni, tali racconti dovrebbero essere visti con semplice orrore.

Ho menzionato alcune delle calamità più gravi e imponenti che siano mai state registrate; ma in questi casi è proprio l’entità, tanto quanto la natura stessa della calamità, a colpire vividamente l’immaginazione. Non occorre ricordare al lettore che, dall’intero e bizzarro elenco delle miserie umane, avrei potuto scegliere molti esempi concreti più pieni di sofferenza reale di qualsiasi di queste generalizzazioni su disastri. La vera miseria, in realtà, il dolore supremo, è qualcosa di particolare, non di diffuso. Il fatto che estremi atroci di agonia siano sopportati dall’individuo, e mai dalla massa umana, per questo dobbiamo ringraziare un Dio misericordioso!

Essere sepolti mentre si è ancora in vita è, senza dubbio, l’estremo più terribile che possa capitare a una semplice mortalità. Che ciò sia accaduto molto spesso non verrà certo negato da chi riflette seriamente. I confini che separano la Vita dalla Morte sono, nella migliore delle ipotesi, oscuri e vaghi. Chi può dire dove finisce l’una e dove inizia l’altra? Sappiamo che esistono malattie nelle quali si verificano interruzioni totali di tutte le funzioni apparenti della vita, ma queste interruzioni non sono altro che sospensioni, per così dire. Sono soltanto pause temporanee in questo meccanismo incomprensibile. Dopo un certo periodo, qualche principio misterioso e invisibile riattiva di nuovo quei “ingranaggi magici” e quelle “ruote incantate”. Il filo d’argento non viene mai spezzato per sempre, né la coppa d’oro distrutta irrimediabilmente. Ma dove, nel frattempo, finisce l’anima?

Tuttavia, a parte la conclusione inevitabile – a priori – che tali cause debbano produrre tali effetti, ovvero che l’insolita occorrenza di casi di animazione sospesa debba naturalmente portare, di tanto in tanto, a sepolture premature – a parte questa considerazione, abbiamo il testimone diretto dell’esperienza medica e comune per dimostrare che un gran numero di tali sepolture si sono effettivamente verificate. Se necessario, potrei citare subito centinaia di casi ben documentati. Uno di carattere particolarmente notevole, le cui circostanze potrebbero essere ancora fresche nella memoria di alcuni dei miei lettori, è avvenuto non molto tempo fa nella vicina città di Baltimora, dove ha suscitato un’emozione dolorosa, intensa e diffusa. La moglie di uno dei cittadini più rispettabili della città – un eminente avvocato e membro del Congresso – fu colpita da una malattia improvvisa e inspiegabile che mise alla prova le capacità dei suoi medici. Dopo molte sofferenze, morì, o almeno si credeva che fosse morta. Nessuno sospettò, infatti, né aveva motivo di sospettare che in realtà non fosse morta. Presentava tutti i segni tipici della morte: il viso era pallido e contratto, le labbra livide come il marmo, gli occhi privi di luce. Non c’era più alcuna traccia di vita; la pulsazione era cessata. Per tre giorni il corpo rimase insepoltato, assumendo una rigidità pietrosa. In breve, i funerali furono accelerati a causa del rapido avanzamento di ciò che si riteneva fosse il processo di decomposizione.

La signora fu deposta nella cripta di famiglia, dove rimase intatta per i tre anni successivi. Al termine di questo periodo, la cripta fu aperta per ricevere un sarcofago; ma, ahimè, quale terribile shock attendeva il marito che, personalmente, aprì la porta! Mentre le porte si spalancavano, qualcosa di avvolto in abiti bianchi cadde rumorosamente tra le sue braccia: era lo scheletro di sua moglie, ancora avvolto nel suo sudario intatto.

Un’attenta indagine rivelò che lei era tornata in vita entro due giorni dopo la sua sepoltura; i suoi movimenti all’interno della bara avevano causato il suo cadere da un ripiano verso il pavimento, dove si era rotta a tal punto da permetterle di fuggire. Una lampada, lasciata accidentalmente nella tomba piena di olio, fu trovata vuota; tuttavia, l’olio poteva essere stato consumato per evaporazione. Sulla soglia estrema delle scale che conducevano nella terribile camera fu trovato un grande frammento della bara; sembrava che lei avesse cercato di attirare l’attenzione battendo contro la porta di ferro. Mentre era impegnata in questo tentativo, probabilmente svenne o morì per il terrore; nel fallire, il suo sudario si impigliò in alcuni elementi di ferro che sporgevano all’interno della tomba. Così rimase, e così marcì, in posizione eretta.

Nel 1810, in Francia si verificò un caso di sepolcimento vivente, il cui svolgimento giustifica ampiamente l’affermazione che la verità sia davvero più straordinaria della finzione. L’eroina di questa storia era Mademoiselle Victorine Lafourcade, una giovane ragazza di nobile famiglia, ricca e di grande bellezza personale. Tra i suoi numerosi corteggiatori c’era Julien Bossuet, un povero letterato o giornalista di Parigi. I suoi talenti e la sua gentilezza lo avevano reso noto alla ereditiera, che sembrava provare per lui un vero affetto; tuttavia, il suo orgoglio derivante dalla sua nascita decise infine di rifiutarlo e di sposare Monsieur Renelle, un banchiere e diplomatico di notevole rilievo. Dopo il matrimonio, però, quest’ultimo la trascurò, e forse la trattò addirittura con crudeltà. Dopo aver trascorso alcuni anni miserabili al suo fianco, lei morì; o quanto meno le sue condizioni assomigliavano così tanto a quelle della morte da ingannare chiunque la vedesse. Fu sepolta in una tomba comune nel villaggio natale. Colma di disperazione e ancora tormentata dal ricordo del suo profondo amore, l’amante viaggiò dalla capitale fino a quella remota provincia per riesumare il corpo della sua amata e impossessarsi delle sue splendide chiome. Raggiunse la tomba e, a mezzanotte, iniziò ad aprirla quando gli occhi dell’amata si aprirono improvvisamente. In realtà, la donna era stata sepolta viva: la vita non l’aveva ancora completamente abbandonata, e le carezze del suo amante l’avevano risvegliata dal letargo che veniva scambiato per morte. Lui la portò freneticamente nella sua dimora nel villaggio e utilizzò metodi potenti, suggeriti da una notevole conoscenza medica, per farla riprendere. Alla fine, lei si riprese; riconobbe il suo salvatore e rimase con lui fino a quando non recuperò completamente la salute. Il suo cuore di donna non era indurito. E quest’ultima lezione d’amore fu sufficiente a renderlo tenero. Lei scelse di appartenersi a Julien Bossuet, non tornò mai dal marito e, nascondendogli la propria resurrezione, fuggì con il suo amante in America. Venti anni dopo, i due tornarono in Francia, convinti che il tempo avesse profondamente cambiato l’aspetto della donna. Ma si sbagliavano: al loro primo incontro, Monsieur Renelle riconobbe immediatamente sua moglie e ne rivendicò i diritti. Lei resistette a questa richiesta, e un tribunale le diede ragione. Resistenza. Decidendo che quelle particolari circostanze, unitamente al lungo trascorrere degli anni, avessero estinto, non solo in modo equo, ma anche legalmente, l’autorità del marito.

The “Chirurgical Journal” of Leipsic, a periodical of high authority and merit, which some American bookseller would do well to translate and republish, records in a late number a very distressing event of the character in question.

An officer of artillery, a man of gigantic stature and of robust health, being thrown from an unmanageable horse, received a very severe contusion upon the head, which rendered him insensible at once; the skull was slightly fractured, but no immediate danger was apprehended. Trepanning was accomplished successfully. He was bled, and many other of the ordinary means of relief were adopted. Gradually, however, he fell into a more and more hopeless state of stupor, and, finally, it was thought that he died.

The weather was warm, and he was buried with indecent haste in one of the public cemeteries. His funeral took place on Thursday. On the Sunday following, the grounds of the cemetery were, as usual, much thronged with visitors, and about noon an intense excitement was created by the declaration of a peasant that, while sitting upon the grave of the officer, he had distinctly felt a commotion of the earth, as if occasioned by some one struggling beneath. At first little attention was paid to the man’s asseveration; but his evident terror, and the dogged obstinacy with which he persisted in his story, had at length their natural effect upon the crowd. Spades were hurriedly procured, and the grave, which was shamefully shallow, was in a few minutes so far thrown open that the head of its occupant appeared. He was then seemingly dead; but he sat nearly erect within his coffin, the lid of which, in his furious struggles, he had partially uplifted.

He was forthwith conveyed to the nearest hospital, and there pronounced to be still living, although in an asphytic condition. After some hours he revived, recognized individuals of his acquaintance, and, in broken sentences spoke of his agonies in the grave.

From what he related, it was clear that he must have been conscious of life for more than an hour, while inhumed, before lapsing into insensibility. The grave was carelessly and loosely filled with an exceedingly porous soil; and thus some air was necessarily admitted. He heard the footsteps of the crowd overhead, and endeavored to make himself heard in turn. It was the tumult within the grounds of the cemetery, he said, which appeared to awaken him from a deep sleep, but no sooner was he awake than he became fully aware of the awful horrors of his position.

This patient, it is recorded, was doing well and seemed to be in a fair way of ultimate recovery, but fell a victim to the quackeries of medical experiment. The galvanic battery was applied, and he suddenly expired in one of those ecstatic paroxysms which, occasionally, it superinduces.

The mention of the galvanic battery, nevertheless, recalls to my memory a well known and very extraordinary case in point, where its action proved the means of restoring to animation a young attorney of London, who had been interred for two days. This occurred in 1831, and created, at the time, a very profound sensation wherever it was made the subject of converse.

The patient, Mr. Edward Stapleton, had died, apparently of typhus fever, accompanied with some anomalous symptoms which had excited the curiosity of his medical attendants. Upon his seeming decease, his friends were requested to sanction a post-mortem examination, but declined to permit it. As often happens, when such refusals are made, the practitioners resolved to disinter the body and dissect it at leisure, in private. Arrangements were easily effected with some of the numerous corps of body-snatchers, with which London abounds; and, upon the third night after the funeral, the supposed corpse was unearthed from a grave eight feet deep, and deposited in the opening chamber of one of the private hospitals.

An incision of some extent had been actually made in the abdomen, when the fresh and undecayed appearance of the subject suggested an application of the battery. One experiment succeeded another, and the customary effects supervened, with nothing to characterize them in any respect, except, upon one or two occasions, a more than ordinary degree of life-likeness in the convulsive action.

It grew late. The day was about to dawn; and it was thought expedient, at length, to proceed at once to the dissection. A student, however, was especially desirous of testing a theory of his own, and insisted upon applying the battery to one of the pectoral muscles. A rough gash was made, and a wire hastily brought in contact, when the patient, with a hurried but quite unconvulsive movement, arose from the table, stepped into the middle of the floor, gazed about him uneasily for a few seconds, and then—spoke. What he said was unintelligible, but words were uttered; the syllabification was distinct. Having spoken, he fell heavily to the floor.

For some moments all were paralyzed with awe—but the urgency of the case soon restored them their presence of mind. It was seen that Mr. Stapleton was alive, although in a swoon. Upon exhibition of ether he revived and was rapidly restored to health, and to the society of his friends—from whom, however, all knowledge of his resuscitation was withheld, until a relapse was no longer to be apprehended. Their wonder—their rapturous astonishment—may be conceived.

La “Rivista Chirurgica” di Lipsia, una pubblicazione di grande autorità e valore, che alcuni librai americani farebbero senz’altro bene a tradurre e ripubblicare, riporta in un numero successivo un evento molto doloroso legato al personaggio in questione.

Un ufficiale d’artiglieria, di gigantesca statura e robusta salute, essendo stato gettato da un cavallo indomabile, riportò una grave contusione alla testa che lo rese immediatamente privo di sensi; il cranio presentava una leggera frattura, ma non si temeva alcun pericolo imminente. La trapanazione del cranio ebbe successo; gli fu praticata la decompressione cerebrale e furono adottate molte altre misure di soccorso tradizionali. Tuttavia, gradualmente, il suo stato di incoscienza divenne sempre più grave, fino a quando si pensò che fosse morto.

Il tempo era caldo, e lui fu sepolto con una fretta indecente in uno dei cimiteri pubblici. Il suo funerale ebbe luogo di giovedì. Il )domenica seguente, il cimitero, come al solito, era affollato di visitatori; verso l’mattino scoppiò un grande clamore quando un contadino dichiarò di aver sentito, seduto sulla tomba dell’ufficiale, dei movimenti della terra, come se qualcuno stesse lottando sotto di essa. All’inizio nessuno prestò molta attenzione alle sue affermazioni; ma il terrore evidente sul suo volto e la sua ostinazione nel ripetere quella storia finirono per influenzare la folla. Furono rapidamente procurate vanghe, e la tomba, che era incredibilmente poco profonda, fu aperta in pochi minuti; apparve così la testa della persona sepolta al suo interno. Sembrava morto, ma era seduto quasi dritto all’interno del feretro, il cui coperchio aveva cercato di sollevare con violenza durante le sue convulsioni.

Fu immediatamente trasportato all’ospedale più vicino, dove si constatò che era ancora vivo, sebbene in condizioni di asfissia. Dopo alcune ore riprese conoscenza, riconobbe alcune persone che conosceva e, con frasi spezzate, raccontò delle sue sofferenze nella tomba.

Da quanto raccontò, era evidente che dovesse essere stato cosciente per più di un’ora, mentre veniva sepolto, prima di perdere i sensi. La tomba era stata riempita in modo negligente e approssimativo con un terreno estremamente poroso; quindi inevitabilmente entrava dell’aria. Sentiva i passi della folla sopra di sé e cercò a sua volta di farsi sentire. Era il tumulto che regnava nel cimitero, disse, che sembrava averlo risvegliato da un profondo sogno, ma non appena si rese conto di ciò che gli stava accadendo, comprese pienamente le orribili conseguenze della sua situazione.

Si registra che questo paziente stava bene e sembrava essere sulla buona strada per una completa guarigione, ma è diventato vittima delle pratiche fraudolente di un esperimento medico. Gli è stata applicata la batteria galvanica e improvvisamente è deceduto durante uno di quei parossismi estatici che talvolta quelle procedure provocano.

Tuttavia, il menzionare la batteria galvanica mi riporta alla memoria un caso ben noto e davvero straordinario in cui l’uso di questa batteria riuscì a far rivivere un giovane avvocato di Londra che era stato sepolto da due giorni. Questo accadde nel 1831 e, all’epoca, suscitò grande scalpore ovunque ne venisse parlato.

Il paziente, il signor Edward Stapleton, era morto, apparentemente a causa di febbre tifoide, accompagnata da alcuni sintomi anomali che avevano suscitato la curiosità dei suoi medici curanti. Al suo presunto decesso, ai suoi amici fu chiesto di autorizzare un esame autoptico, ma essi rifiutarono. Come spesso accade in tali casi, i medici decisero di riesumare il corpo e di sezionarlo in privato, quando ne avessero avuto l’opportunità. Fu facile trovare degli individui disposti a compiere questo atto, poiché Londra ne era piena; così, la terza notte dopo il funerale, il presunto cadavere fu dissotterrato da una fossa profonda otto piedi e depositato nella sala di dissezione di un ospedale privato.

Era stata effettivamente effettuata un’incisione nell’addome; tuttavia, l’aspetto fresco e non decomposto del soggetto suggeriva l’uso di una batteria elettrica. Uno esperimento dopo l’altro ebbe successo, e si verificarono gli effetti consueti, senza nulla che li caratterizzasse in modo particolare, ad eccezione di un paio di occasioni in cui le contrazioni muscolari risultarono più realistiche del solito.

Si fece tardi. Il giorno stava per albeggiare; alla fine si decise di procedere immediatamente con la dissezione. Tuttavia, uno studente desiderava particolarmente verificare una propria teoria e insistette nel applicare l’elettrodo a uno dei muscoli pettorali del paziente. Fu fatto un taglio superficiale e un filo venne rapidamente messo in contatto; in quel momento, il paziente, con un movimento improvviso ma assolutamente non convulsivo, si alzò dal tavolo, si diresse nel centro della stanza, guardò intorno con aria nervosa per qualche secondo, e poi parlò. Quello che disse fu incomprensibile, ma si trattava chiaramente di parole; la loro articolazione era netta. Dopo aver parlato, cadde pesantemente a terra.

Per alcuni momenti tutti rimasero paralizzati dall’ammirazione, ma l’urgenza della situazione li riportò presto alla ragione. Si vide che il signor Stapleton era vivo, sebbene in stato di incoscienza. Dopo avergli somministrato dell’etere, riprese conoscenza e si riprese rapidamente, tornando tra i suoi amici. Tuttavia, a loro fu tenuta nascosta qualsiasi informazione riguardante la sua resurrezione, fino a quando non si poté più temere un nuovo ricaduto. La loro meraviglia, il loro sbalordimento estatico, possono sicuramente essere immaginati.

The most thrilling peculiarity of this incident, nevertheless, is involved in what Mr. S. himself asserts. He declares that at no period was he altogether insensible—that, dully and confusedly, he was aware of everything which happened to him, from the moment in which he was pronounced dead by his physicians, to that in which he fell swooning to the floor of the hospital. “I am alive,” were the uncomprehended words which, upon recognizing the locality of the dissecting-room, he had endeavored, in his extremity, to utter.

It were an easy matter to multiply such histories as these—but I forbear—for, indeed, we have no need of such to establish the fact that premature interments occur. When we reflect how very rarely, from the nature of the case, we have it in our power to detect them, we must admit that they may frequently occur without our cognizance. Scarcely, in truth, is a graveyard ever encroached upon, for any purpose, to any great extent, that skeletons are not found in postures which suggest the most fearful of suspicions.

Fearful indeed the suspicion—but more fearful the doom! It may be asserted, without hesitation, that no event is so terribly well adapted to inspire the supremeness of bodily and of mental distress, as is burial before death. The unendurable oppression of the lungs—the stifling fumes from the damp earth—the clinging to the death garments—the rigid embrace of the narrow house—the blackness of the absolute Night—the silence like a sea that overwhelms—the unseen but palpable presence of the Conqueror Worm—these things, with the thoughts of the air and grass above, with memory of dear friends who would fly to save us if but informed of our fate, and with consciousness that of this fate they can never be informed—that our hopeless portion is that of the really dead—these considerations, I say, carry into the heart, which still palpitates, a degree of appalling and intolerable horror from which the most daring imagination must recoil. We know of nothing so agonizing upon Earth—we can dream of nothing half so hideous in the realms of the nethermost Hell. And thus all narratives upon this topic have an interest profound; an interest, nevertheless, which, through the sacred awe of the topic itself, very properly and very peculiarly depends upon our conviction of the truth of the matter narrated. What I have now to tell is of my own actual knowledge—of my own positive and personal experience.

For several years I had been subject to attacks of the singular disorder which physicians have agreed to term catalepsy, in default of a more definitive title. Although both the immediate and the predisposing causes, and even the actual diagnosis, of this disease are still mysterious, its obvious and apparent character is sufficiently well understood. Its variations seem to be chiefly of degree. Sometimes the patient lies, for a day only, or even for a shorter period, in a species of exaggerated lethargy. He is senseless and externally motionless; but the pulsation of the heart is still faintly perceptible; some traces of warmth remain; a slight color lingers within the centre of the cheek; and, upon application of a mirror to the lips, we can detect a torpid, unequal, and vacillating action of the lungs. Then again the duration of the trance is for weeks—even for months; while the closest scrutiny, and the most rigorous medical tests, fail to establish any material distinction between the state of the sufferer and what we conceive of absolute death. Very usually he is saved from premature interment solely by the knowledge of his friends that he has been previously subject to catalepsy, by the consequent suspicion excited, and, above all, by the non-appearance of decay. The advances of the malady are, luckily, gradual. The first manifestations, although marked, are unequivocal. The fits grow successively more and more distinctive, and endure each for a longer term than the preceding. In this lies the principal security from inhumation. The unfortunate whose first attack should be of the extreme character which is occasionally seen, would almost inevitably be consigned alive to the tomb.

My own case differed in no important particular from those mentioned in medical books. Sometimes, without any apparent cause, I sank, little by little, into a condition of semi-syncope, or half swoon; and, in this condition, without pain, without ability to stir, or, strictly speaking, to think, but with a dull lethargic consciousness of life and of the presence of those who surrounded my bed, I remained, until the crisis of the disease restored me, suddenly, to perfect sensation. At other times I was quickly and impetuously smitten. I grew sick, and numb, and chilly, and dizzy, and so fell prostrate at once. Then, for weeks, all was void, and black, and silent, and Nothing became the universe. Total annihilation could be no more. From these latter attacks I awoke, however, with a gradation slow in proportion to the suddenness of the seizure. Just as the day dawns to the friendless and houseless beggar who roams the streets throughout the long desolate winter night—just so tardily—just so wearily—just so cheerily came back the light of the Soul to me.

Apart from the tendency to trance, however, my general health appeared to be good; nor could I perceive that it was at all affected by the one prevalent malady—unless, indeed, an idiosyncrasy in my ordinary sleep may be looked upon as superinduced. Upon awaking from slumber, I could never gain, at once, thorough possession of my senses, and always remained, for many minutes, in much bewilderment and perplexity—the mental faculties in general, but the memory in especial, being in a condition of absolute abeyance.

La caratteristica più straordinaria di questo incidente, tuttavia, riguarda ciò che lo stesso signor S. afferma. Egli dichiara di non essere mai stato completamente insensibile; che, in modo confuso e torpido, fosse consapevole di tutto ciò che gli accadeva, dal momento in cui i suoi medici lo dichiararono morto fino a quando svenne sul pavimento dell’ospedale. “Sono vivo”, furono le parole incomprensibili che, riconoscendo dove si trovava la sala di dissezione, cercò disperatamente di pronunciare.

Sarebbe facile moltiplicare storie del genere, ma me ne astengo, perché in realtà non abbiamo bisogno di esse per dimostrare che i sepolti prematuri esistono davvero. Se riflettiamo su quanto raramente, data la natura stessa della cosa, ci sia possibile scoprirli, dobbiamo ammettere che possono verificarsi spesso senza che noi ne veniamo a conoscenza. In verità, quasi mai un cimitero viene violato, per qualsiasi motivo e in misura significativa; eppure si trovano spesso scheletri in posizioni che suscitano le più terribili sospetti.

La sospettazione è davvero terribile, ma ancora più terribile è la sorte che ne consegue! Si può affermare senza esitazione che nessun evento sia così straordinariamente adatto a suscitare un dolore fisico e mentale estremo come il seppellimento prima della morte. L’oppressione insopportabile dei polmoni, i gas soffocanti provenienti dalla terra umida, l’abbraccio stretto delle vesti funebri, l’angusto spazio del sepolcro, l’oscurità assoluta della Notte, il silenzio opprimente. La presenza invisibile ma tangibile del verme divoratore. Tutto ciò, unito ai pensieri legati all’aria e all’erba sopra di noi, al ricordo di amici cari che sarebbero pronti a salvarci se solo sapessero della nostra sorte. E alla consapevolezza che non potranno mai venire a saperlo. Queste considerazioni portano nel cuore, ancora palpitante, un orrore terribile e insopportabile di fronte al quale anche l’immaginazione più audace deve ritirarsi. Non conosciamo nulla di così angoscioso sulla Terra; non possiamo sognare nulla di altrettanto orribile nei regni dell’inferno più profondo. E per questo tutte le narrazioni su questo argomento possiedono un interesse profondo. Un interesse che, grazie alla sacra reverenza verso l’argomento stesso, dipende in modo appropriato e particolare dalla nostra convinzione nella .verità di ciò che viene raccontato. Quello che ho da dire ora riguarda la mia esperienza personale, diretta e concreta.

Per diversi anni sono stato vittima di attacchi di quella singolare malattia che i medici hanno deciso di chiamare catalessi, in assenza di un nome più definitivo. Sebbene le cause immediate e quelle predisponenti, nonché la stessa diagnosi di questa patologia siano ancora poco chiare, le sue caratteristiche principali sono abbastanza ben comprese. Le sue manifestazioni sembrano variare principalmente in intensità: a volte il paziente rimane sdraiato, per un giorno o anche per periodi più brevi, in uno stato di letargia estrema; è privo di sensi e completamente immobile, ma il battito cardiaco è ancora percettibile, rimangono tracce di calore nel corpo, una leggera colorazione appare sulle guance, e applicando uno specchio alle labbra si può osservare un movimento torpido e irregolare dei polmoni. Altre volte, invece, lo stato di trance dura per settimane o addirittura mesi; anche i controlli più attenti e le analisi mediche più rigorose non riescono a individuare alcuna differenza sostanziale tra questo stato e ciò che consideriamo morte assoluta. Molto spesso, il paziente viene salvato dalla sepoltura prematura soltanto grazie alla conoscenza dei suoi amici riguardo alle sue precedenti crisi di catalessi, all’allarme suscitato da questa informazione e, soprattutto, al fatto che non si osservano segni di decomposizione. Fortunatamente, l’evoluzione della malattia avviene in modo graduale: le prime manifestazioni, sebbene evidenti, sono inequivocabili; i episodi diventano sempre più caratteristici e durano più a lungo rispetto ai precedenti. Proprio questo aspetto rappresenta la principale garanzia contro una sepoltura prematura. Un individuo sfortunato che subisse il primo attacco di catalessi di un’intensità estrema verrebbe quasi inevitabilmente condannato a morte vivente.

Il mio caso, in nessun particolare importante, differiva da quelli menzionati nei libri medici. A volte, senza alcuna causa apparente, mi ritrovavo gradualmente in uno stato di semisincopie; in tale condizione, privo di dolore, incapace di muovermi o, per essere precisi, di pensare, ma con una coscienza torpida e letargica della vita e della presenza delle persone intorno al mio letto, rimanevo così fino a quando la crisi della malattia non mi restituiva improvvisamente una piena capacità di percezione. Altre volte, invece, l’attacco avveniva rapidamente e con violenza: mi sentivo male, intorpidito, freddo, stordito, e immediatamente cadevo privo di sensi. Per settimane intere, tutto intorno a me diventava vuoto, buio e silenzioso; l’universo stesso sembrava non esistere più. Tuttavia, da questi ultimi attacchi mi risvegliavo gradualmente, in modo lento, proporzionalmente alla rapidità con cui erano avvenuti. Proprio come l’alba arriva per il mendicante senza amici e senza fissa dimora che vaga per le strade durante le lunghe notti desolate dell’inverno, così, lentamente, stancamente, ma anche con un certo sollievo, la “luce dell’anima” tornava in me.

Ad eccezione della tendenza alla trance, la mia salute generale sembrava essere buona; non riuscivo nemmeno a percepire che fosse minimamente influenzata da quella malattia prevalente. A meno che, forse, una particolarità del mio sonno abituale potesse essere considerata una conseguenza di tale condizione. Al risveglio dal sonno, non riuscivo mai a riprendere immediatamente pieno possesso dei miei sensi; rimanevo sempre per molti minuti in uno stato di grande confusione e perplessità: le facoltà mentali in generale, ma soprattutto la memoria, erano in condizioni di assoluto disfunzionamento.

In all that I endured there was no physical suffering but of moral distress an infinitude. My fancy grew charnel, I talked “of worms, of tombs, and epitaphs.” I was lost in reveries of death, and the idea of premature burial held continual possession of my brain. The ghastly Danger to which I was subjected haunted me day and night. In the former, the torture of meditation was excessive—in the latter, supreme. When the grim Darkness overspread the Earth, then, with every horror of thought, I shook—shook as the quivering plumes upon the hearse. When Nature could endure wakefulness no longer, it was with a struggle that I consented to sleep—for I shuddered to reflect that, upon awaking, I might find myself the tenant of a grave. And when, finally, I sank into slumber, it was only to rush at once into a world of phantasms, above which, with vast, sable, overshadowing wing, hovered, predominant, the one sepulchral Idea.

From the innumerable images of gloom which thus oppressed me in dreams, I select for record but a solitary vision. Methought I was immersed in a cataleptic trance of more than usual duration and profundity. Suddenly there came an icy hand upon my forehead, and an impatient, gibbering voice whispered the word “Arise!” within my ear.

I sat erect. The darkness was total. I could not see the figure of him who had aroused me. I could call to mind neither the period at which I had fallen into the trance, nor the locality in which I then lay. While I remained motionless, and busied in endeavors to collect my thought, the cold hand grasped me fiercely by the wrist, shaking it petulantly, while the gibbering voice said again:

“Arise! did I not bid thee arise?”

“And who,” I demanded, “art thou?”

“I have no name in the regions which I inhabit,” replied the voice, mournfully; “I was mortal, but am fiend. I was merciless, but am pitiful. Thou dost feel that I shudder. My teeth chatter as I speak, yet it is not with the chilliness of the night—of the night without end. But this hideousness is insufferable. How canst thou tranquilly sleep? I cannot rest for the cry of these great agonies. These sights are more than I can bear. Get thee up! Come with me into the outer Night, and let me unfold to thee the graves. Is not this a spectacle of woe?—Behold!”

I looked; and the unseen figure, which still grasped me by the wrist, had caused to be thrown open the graves of all mankind; and from each issued the faint phosphoric radiance of decay; so that I could see into the innermost recesses, and there view the shrouded bodies in their sad and solemn slumbers with the worm. But alas! the real sleepers were fewer, by many millions, than those who slumbered not at all; and there was a feeble struggling; and there was a general sad unrest; and from out the depths of the countless pits there came a melancholy rustling from the garments of the buried. And of those who seemed tranquilly to repose, I saw that a vast number had changed, in a greater or less degree, the rigid and uneasy position in which they had originally been entombed. And the voice again said to me as I gazed:

“Is it not—oh! is it not a pitiful sight?” But, before I could find words to reply, the figure had ceased to grasp my wrist, the phosphoric lights expired, and the graves were closed with a sudden violence, while from out them arose a tumult of despairing cries, saying again: “Is it not—O, God, is it not a very pitiful sight?”

Phantasies such as these, presenting themselves at night, extended their terrific influence far into my waking hours. My nerves became thoroughly unstrung, and I fell a prey to perpetual horror. I hesitated to ride, or to walk, or to indulge in any exercise that would carry me from home. In fact, I no longer dared trust myself out of the immediate presence of those who were aware of my proneness to catalepsy, lest, falling into one of my usual fits, I should be buried before my real condition could be ascertained. I doubted the care, the fidelity of my dearest friends. I dreaded that, in some trance of more than customary duration, they might be prevailed upon to regard me as irrecoverable. I even went so far as to fear that, as I occasioned much trouble, they might be glad to consider any very protracted attack as sufficient excuse for getting rid of me altogether. It was in vain they endeavored to reassure me by the most solemn promises. I exacted the most sacred oaths, that under no circumstances they would bury me until decomposition had so materially advanced as to render farther preservation impossible. And, even then, my mortal terrors would listen to no reason—would accept no consolation. I entered into a series of elaborate precautions. Among other things, I had the family vault so remodelled as to admit of being readily opened from within. The slightest pressure upon a long lever that extended far into the tomb would cause the iron portal to fly back. There were arrangements also for the free admission of air and light, and convenient receptacles for food and water, within immediate reach of the coffin intended for my reception. This coffin was warmly and softly padded, and was provided with a lid, fashioned upon the principle of the vault-door, with the addition of springs so contrived that the feeblest movement of the body would be sufficient to set it at liberty. Besides all this, there was suspended from the roof of the tomb, a large bell, the rope of which, it was designed, should extend through a hole in the coffin, and so be fastened to one of the hands of the corpse. But, alas? what avails the vigilance against the Destiny of man? Not even these well-contrived securities sufficed to save from the uttermost agonies of living inhumation, a wretch to these agonies foredoomed!

In tutto ciò che ho dovuto sopportare non c’è stata alcuna sofferenza fisica, ma soltanto un’infinità di angoscia morale. La mia immaginazione si era fatta cupa e oscena; parlavo di vermi, di tombe, di epitaffi. Ero perso in visioni legate alla morte, e l’idea di una sepoltura prematura dominava costantemente i miei pensieri. Il terribile pericolo a cui ero esposto mi perseguitava giorno e notte: durante il giorno, la tortura causata dai miei pensieri era insopportabile; di notte, ancora peggiore. Quando l’oscurità avvolgeva la Terra, tremavo con ogni orrore che mi attraversava la mente. Tremavo come le piume tremolanti su un feretro. Quando la natura stessa non riusciva più a sopportare la veglia, con difficoltà acconsentivo a dormire. Perché temevo che, al risveglio, potessi trovarmi dentro una tomba. E quando finalmente mi addormentavo, era solo per precipitare immediatamente in un mondo di fantasmi. Sopra di essi, con ali immense e scure, aleggiava sempre quell’unica, dominante idea legata alla morte.

Delle innumerevoli immagini di oscurità che così mi opprimevano nei sogni, ne seleziono una sola per ricordarla. Mi sembrava di essere immerso in un trance catalettico di durata e profondità insolite. All’improvviso, una mano gelida si posò sulla mia fronte, e una voce impaziente e balbettante sussurrò all’orecchio la parola “Alzati!”.

Ero seduto dritto. L’oscurità era totale; non riuscivo a vedere la figura di colui che mi aveva destato. Non ricordavo né il momento in cui ero entrato in quello stato di trance, né il luogo in cui mi trovavo. Mentre rimanevo immobile, cercando di riordinare i miei pensieri, una mano fredda afferrò con forza il mio polso, scuotendolo con violenza; al contempo, quella voce balbettante ripeté:

“Alzati! Non ti ho forse detto di alzarti?”

“E tu,” chiesi, “chi sei?”

“Non ho alcun nome nelle regioni in cui abito,” rispose la voce, con tristezza; “Ero mortale, ma ora sono un demone. Ero spietato, ma ora provo compassione. Percepisci che tremo. I miei denti battono mentre parlo, ma non per il freddo della notte, di quella notte senza fine. Questa orribile realtà è insopportabile. Come puoi dormire tranquillamente? Non riesco a riposare a causa dei lamenti di queste terribili sofferenze. Queste scene sono troppo per me. Alzati! Vieni con me nella notte esterna, e lascia che ti mostri le tombe. Non è forse questo uno spettacolo di dolore?. Guarda!”

Guardai; e quella figura invisibile, che ancora stringeva il mio polso, aveva fatto aprire le tombe di tutta l’umanità; da ognuna di esse proveniva una debole luce fosforica, tale che riuscivo a vedere nelle parti più profonde, dove vedevo i corpi avvolti nei loro lenzuoli, immersi in un sonno triste e solenne, accompagnati dai vermi. Ma ahimè! I veri dormienti erano molto meno di quelli che non dormivano affatto; si udiva un debole lottare, una generale agitazione. E dalle profondità di innumerevoli tombe proveniva un suono malinconico, prodotto dai vestiti dei sepolti. E tra coloro che sembravano riposare tranquillamente, vidi che moltissimi avevano cambiato, in misura maggiore o minore, la posizione rigida e scomoda in cui erano stati seppelliti all’inizio. E di nuovo quella voce mi disse, mentre fissavo quella scena:

“Non è forse, oh! non è davvero una vista miserabile?” Ma prima che riuscissi a trovare le parole per rispondere, quella figura smise di stringermi il polso, le luci fosforiche scomparvero e le tombe si chiusero con violenza improvvisa; da dentro ne uscì un tumulto di grida disperate che ripetevano: “Non è forse. Oh, Dio, non è davvero una vista molto miserabile?”

Fantasie del genere, che si manifestavano di notte, estendevano la loro terribile influenza anche durante le mie ore di veglia. I miei nervi diventavano completamente sconvolti, e cadevo preda di un orrore perpetuo. Esitavo a cavalcare, a camminare, o ad intraprendere qualsiasi attività che mi portasse lontano da casa. In realtà, non osavo più allontanarmi dalla presenza di coloro che conoscevano la mia propensione alla catalessi, temendo che, se avessi avuto uno dei miei soliti attacchi, potessi essere sepolto prima che si potesse verificare la vera natura della mia condizione. Dubitavo della cura e della fedeltà dei miei più cari amici; temevo che, in un qualche stato di trance particolarmente lungo, potessero convincersi che fossi irrecuperabile. Arrivai persino al punto di temere che, dato il disturbo che causavo, potessero considerare qualsiasi attacco prolungato una scusa sufficiente per sbarazzarsi di me definitivamente. Inutilmente cercavano di rassicurarmi con le promesse più solenni; esigei giuramenti sacri, affinché in nessun caso mi seppellissero prima che la decomposizione avesse raggiunto un livello tale da rendere impossibile qualsiasi ulteriore conservazione del mio corpo. E anche allora, le mie terribili paure non accettavano alcuna ragione, alcuna consolazione. Presi una serie di precauzioni estremamente elaborate: feci modificare il caveau di famiglia in modo che potesse essere aperto facilmente dall’interno; fu predisposto un sistema che permettesse l’ingresso libero di aria e luce, nonché contenitori per il cibo e l’acqua a portata di mano del feretro destinato a ospitare il mio corpo. Questo feretro era morbido e ben imbottito, e dotato di un coperchio progettato secondo lo stesso principio del caveau, con molle in modo che anche il minimo movimento del corpo fosse sufficiente per aprirlo. Inoltre, dal soffitto della tomba era sospesa una grande campana; la corda doveva passare attraverso un foro nel feretro e essere fissata a uno dei bracci del cadavere. Ma ahimè, che cosa può servire la vigilanza contro il Destino dell’uomo? Nemmeno queste precauzioni ben congegnate furono sufficienti a salvare un miserabile come me dalle più atroci sofferenze di una sepoltura vivente. Un miserabile già condannato a tali tormenti!

There arrived an epoch—as often before there had arrived—in which I found myself emerging from total unconsciousness into the first feeble and indefinite sense of existence. Slowly—with a tortoise gradation—approached the faint gray dawn of the psychal day. A torpid uneasiness. An apathetic endurance of dull pain. No care—no hope—no effort. Then, after a long interval, a ringing in the ears; then, after a lapse still longer, a prickling or tingling sensation in the extremities; then a seemingly eternal period of pleasurable quiescence, during which the awakening feelings are struggling into thought; then a brief re-sinking into non-entity; then a sudden recovery. At length the slight quivering of an eyelid, and immediately thereupon, an electric shock of a terror, deadly and indefinite, which sends the blood in torrents from the temples to the heart. And now the first positive effort to think. And now the first endeavor to remember. And now a partial and evanescent success. And now the memory has so far regained its dominion, that, in some measure, I am cognizant of my state. I feel that I am not awaking from ordinary sleep. I recollect that I have been subject to catalepsy. And now, at last, as if by the rush of an ocean, my shuddering spirit is overwhelmed by the one grim Danger—by the one spectral and ever-prevalent idea.

For some minutes after this fancy possessed me, I remained without motion. And why? I could not summon courage to move. I dared not make the effort which was to satisfy me of my fate—and yet there was something at my heart which whispered me it was sure. Despair—such as no other species of wretchedness ever calls into being—despair alone urged me, after long irresolution, to uplift the heavy lids of my eyes. I uplifted them. It was dark—all dark. I knew that the fit was over. I knew that the crisis of my disorder had long passed. I knew that I had now fully recovered the use of my visual faculties—and yet it was dark—all dark—the intense and utter raylessness of the Night that endureth for evermore.

I endeavored to shriek; and my lips and my parched tongue moved convulsively together in the attempt—but no voice issued from the cavernous lungs, which oppressed as if by the weight of some incumbent mountain, gasped and palpitated, with the heart, at every elaborate and struggling inspiration.

The movement of the jaws, in this effort to cry aloud, showed me that they were bound up, as is usual with the dead. I felt, too, that I lay upon some hard substance; and by something similar my sides were, also, closely compressed. So far, I had not ventured to stir any of my limbs—but now I violently threw up my arms, which had been lying at length, with the wrists crossed. They struck a solid wooden substance, which extended above my person at an elevation of not more than six inches from my face. I could no longer doubt that I reposed within a coffin at last.

And now, amid all my infinite miseries, came sweetly the cherub Hope—for I thought of my precautions. I writhed, and made spasmodic exertions to force open the lid: it would not move. I felt my wrists for the bell-rope: it was not to be found. And now the Comforter fled for ever, and a still sterner Despair reigned triumphant; for I could not help perceiving the absence of the paddings which I had so carefully prepared—and then, too, there came suddenly to my nostrils the strong peculiar odor of moist earth. The conclusion was irresistible. I was not within the vault. I had fallen into a trance while absent from home—while among strangers—when, or how, I could not remember—and it was they who had buried me as a dog—nailed up in some common coffin—and thrust deep, deep, and for ever, into some ordinary and nameless grave.

As this awful conviction forced itself, thus, into the innermost chambers of my soul, I once again struggled to cry aloud. And in this second endeavor I succeeded. A long, wild, and continuous shriek, or yell of agony, resounded through the realms of the subterranean Night.

“Hillo! hillo, there!” said a gruff voice, in reply.

“What the devil’s the matter now!” said a second.

“Get out o’ that!” said a third.

“What do you mean by yowling in that ere kind of style, like a cattymount?” said a fourth; and hereupon I was seized and shaken without ceremony, for several minutes, by a junto of very rough-looking individuals. They did not arouse me from my slumber—for I was wide awake when I screamed—but they restored me to the full possession of my memory.

This adventure occurred near Richmond, in Virginia. Accompanied by a friend, I had proceeded, upon a gunning expedition, some miles down the banks of the James River. Night approached, and we were overtaken by a storm. The cabin of a small sloop lying at anchor in the stream, and laden with garden mould, afforded us the only available shelter. We made the best of it, and passed the night on board. I slept in one of the only two berths in the vessel—and the berths of a sloop of sixty or twenty tons need scarcely be described. That which I occupied had no bedding of any kind. Its extreme width was eighteen inches. The distance of its bottom from the deck overhead was precisely the same. I found it a matter of exceeding difficulty to squeeze myself in. Nevertheless, I slept soundly, and the whole of my vision—for it was no dream, and no nightmare—arose naturally from the circumstances of my position—from my ordinary bias of thought—and from the difficulty, to which I have alluded, of collecting my senses, and especially of regaining my memory, for a long time after awaking from slumber. The men who shook me were the crew of the sloop, and some laborers engaged to unload it. From the load itself came the earthly smell. The bandage about the jaws was a silk handkerchief in which I had bound up my head, in default of my customary nightcap.

The tortures endured, however, were indubitably quite equal for the time, to those of actual sepulture. They were fearfully—they were inconceivably hideous; but out of Evil proceeded Good; for their very excess wrought in my spirit an inevitable revulsion. My soul acquired tone—acquired temper. I went abroad. I took vigorous exercise. I breathed the free air of Heaven. I thought upon other subjects than Death. I discarded my medical books. “Buchan” I burned. I read no “Night Thoughts”—no fustian about churchyards—no bugaboo tales—such as this. In short, I became a new man, and lived a man’s life. From that memorable night, I dismissed forever my charnel apprehensions, and with them vanished the cataleptic disorder, of which, perhaps, they had been less the consequence than the cause.

There are moments when, even to the sober eye of Reason, the world of our sad Humanity may assume the semblance of a Hell—but the imagination of man is no Carathis, to explore with impunity its every cavern. Alas! the grim legion of sepulchral terrors cannot be regarded as altogether fanciful—but, like the Demons in whose company Afrasiab made his voyage down the Oxus, they must sleep, or they will devour us—they must be suffered to slumber, or we perish.

Arrivò un’epoca – come spesso era accaduto in precedenza – in cui mi ritrovai a emergere da uno stato di totale incoscienza verso il primo, debole e vago senso di esistenza. Lentamente, attraverso una graduazione lenta e tortuosa, si avvicinava quella tenue luce grigia dell’alba psichica. Una sensazione di torpida inquietudine; un’apatia che sopportava dolori vili e insopportabili. Nessuna cura, nessuna speranza, nessuno sforzo. Poi, dopo un lungo intervallo, un ronzio nelle orecchie; ancora più tardi, una sensazione di formicolio nelle estremità; infine, un periodo apparentemente eterno di tranquillità. Durante il quale i primi sentimenti di risveglio iniziavano a prendere forma nel pensiero. Poi un breve ritorno allo stato di non-esistenza. Infine, una ripresa improvvisa. Alla fine, un leggero tremore delle palpebre. E subito dopo, uno shock terribile, mortale e indescrivibile. Che faceva scorrere il sangue a fiumi dalle tempie al cuore. E finalmente: il primo vero sforzo per pensare. Il primo tentativo di ricordare. Un successo parziale e effimero. E poi, la memoria riacquistò gradualmente il suo dominio. Fino al punto che, in qualche modo, riuscii a comprendere la mia situazione. Sentivo di non essere sveglio da un sonno ordinario. Ricordavo di aver sofferto di catalessi. E ora, finalmente, come se travolto dall’impeto di un oceano, il mio spirito tremante veniva sopraffatto da quell’unica, terribile minaccia. Da quell’idea spettrale e sempre presente.

Per alcuni minuti, dopo che quella strana sensazione mi aveva posseduto, rimasi immobile. E perché? Non riuscivo a trovare il coraggio di muovermi. Non osavo compiere quel sforzo che avrebbe potuto rivelarmi il mio destino. Eppure qualcosa dentro di me mi sussurrava che era inevitabile. La disperazione, una forma di miseria senza pari, fu l’unica cosa che, dopo lunga esitazione, mi spinse ad alzare le palpebre pesanti. Le sollevai. Era buio, totale oscurità. Sapevo che quell’episodio era finito; sapevo che la crisi della mia condizione mentale era ormai passata. Sapevo di aver completamente ripreso il controllo delle mie facoltà visive. Eppure c’era solo buio, l’intensa, assoluta oscurità della Notte che dura per sempre.

Cercai disperatamente di gridare; le mie labbra e la mia lingua arsa si muovevano convulsivamente nel tentativo, ma nessuna voce usciva dai miei polmoni cavernosi, oppressi come se fossero schiacciati dal peso di una montagna; ansimavo e il mio cuore batteva all’impazzata con ogni respiro affannoso e disperato.

Il movimento delle mascelle, in questo tentativo di gridare ad alta voce, mi mostrò che erano legate, come è solito nei morti. Sentii anche di essere sdraiato su una sostanza dura; e allo stesso modo i miei fianchi erano strettamente compressi. Fino a quel momento non avevo osato muovere nessuna parte del mio corpo, ma ora sollevai con forza le braccia, che fino ad allora erano rimaste distese con i polsi incrociati. Le mie braccia urtarono contro una sostanza di legno solida, che si estendeva sopra il mio corpo a un’altezza di non più di sei pollici dal mio viso. Non potevo più dubitare che fossi finalmente all’interno di una bara.

E ora, tra tutte le mie infinite miserie, giunse dolcemente il cherubino della Speranza, perché pensai alle precauzioni che avevo preso. Mi contorsi disperatamente nel tentativo di sollevare la palpebra, ma non riuscii a muoverla. Cercai intorno al polso la corda con cui avrei potuto chiamare aiuto, ma non la trovai. E così il conforto svanì per sempre, e una Disperazione ancora più cupa prese il sopravvento. Capii infatti che le imbottiture che avevo preparato con tanta cura erano scomparse. E poi, all’improvviso, percepii l’intenso odore di terra umida. La conclusione era inevitabile: non mi trovavo all’interno della cripta. Ero caduta in un’estasi mentre ero lontana da casa, tra estranei. Non ricordavo come fosse successo. E loro, erano stati quelli che mi avevano sepolta come un cane, inchiodata in una bara comune, e gettata per sempre, in un’umile e senza nome tomba.

Quando questa terribile convinzione si insinuò nelle profondità della mia ‘anima, cercai nuovamente di gridare ad alta voce. E questa volta ci riuscii: un lungo, disperato e continuo urlo di agonia risuonò attraverso i regni dell’oscura “Notte”.

“Ehi! Ehi, là!” rispose una voce roca.

“Che diavolo sta succedendo ora?” disse qualcun altro.

“Vattene da lì!” disse un terzo.

“Cosa intendi con quel tipo di ululato, come quello di una bestia selvaggia?” disse un quarto; e subito dopo fui afferrato e scosso senza alcuna cerimonia per diversi minuti da un gruppo di individui dall’aspetto molto rude. Non mi svegliarono dal sonno – perché ero perfettamente sveglio quando urlai – ma mi restituirono la piena capacità di ricordare tutto.

Quest’avventura ebbe luogo vicino a Richmond, in Virginia. In compagnia di un amico, ero partito per una spedizione lungo le rive del fiume James. La notte si avvicinava e fummo colti da una tempesta. L’unica protezione disponibile era la cabina di una piccola barca a vela ancorata nel fiume, carica di attrezzi da giardinaggio; vi trascorremmo la notte. Dormii su uno dei due soli letti presenti nella barca, e i letti di una barca del genere non hanno certo bisogno di descrizioni particolari. Il letto che occupavo non aveva alcun tipo di materasso; era largo soltanto diciotto pollici, e la distanza tra il fondo della barca e il ponte sopra di me era esattamente la stessa. Fu estremamente difficile infilarmici dentro. Tuttavia dormii profondamente. L’intera esperienza – poiché non si trattava né di un sogno né di un incubo – derivava semplicemente dalle circostanze in cui mi trovavo, dal mio modo abituale di pensare, e dalla difficoltà, di cui ho già parlato, che avevo nel riprendere pienamente coscienza, soprattutto nel ricordare ciò che era accaduto. Gli uomini che mi scossero erano l’equipaggio della barca e alcuni lavoratori incaricati di scaricarla; l’odore particolare proveniva proprio dal carico stesso. La benda intorno alla mia mascella era un fazzoletto di seta, poiché non avevo il mio solito berretto da notte.

Tuttavia, le torture subite erano indubbiamente paragonabili, per quel periodo, a quelle che si provavano realmente nella tomba. Erano terribili, inimmaginabilmente orribili; ma dal Male nacque il Bene: poiché proprio la loro eccessiva intensità suscitò nel mio spirito un profondo disgusto. La mia ‘anima acquisì forza, maturò. Andai all’estero, mi dedicai ad attività fisiche intense, respirai l’aria fresca del cielo. Pensai ad altre cose, non più alla Morte. Gettai via i miei libri di medicina; bruciai “Buchan”, non lessi più “Pensieri notturni” né storie macabre su cimiteri. In breve, diventai una nuova persona e condussi la vita di un uomo normale. Da quella memorabile notte in poi, abbandonai per sempre le mie paure funebri; insieme ad esse scomparve anche il disturbo catatonico che, forse, era meno una conseguenza delle mie angosie che la loro causa.

Ci sono momenti in cui, anche agli occhi sobri della Ragione, il mondo della nostra triste umanità può assumere l’aspetto di un Inferno. Ma l’immaginazione dell’uomo non è una Carathis, capace di esplorare senza conseguenze ogni sua profondità. Ahimè! La cupa legione dei terrori sepolcrali non può essere considerata del tutto frutto della fantasia. Ma, proprio come i Demoni con cui Afrasiab intraprese il suo viaggio lungo l’Oxus, anche loro devono )dormire; altrimenti ci distruggeranno. Dobbiamo permettere loro di riposare, altrimenti periremo.