La verità è più strana della finzione. —Vecchio detto
Avendo avuto l’occasione, di recente, nel corso di alcune ricerche orientali, di consultare il “Tellmenow Isitsöornot”, un’opera che (come lo “Zohar” di Simeone Giocade) è quasi del tutto sconosciuta anche in Europa; e che, per quanto ne so, non è mai stata citata da alcun americano – forse ad eccezione dell’autore de “Curiosities of American Literature” – ho scoperto, leggendo alcune pagine di quest’opera davvero notevole, che il mondo letterario si è finora sbagliato in modo sorprendente riguardo al destino della figlia del visir, Sherazade, così come descritto nei “Mille e una notte”; e che la soluzione proposta in quel testo, se non del tutto imprecisa, almeno non va molto oltre i limiti della verità.
Per informazioni complete su questo interessante argomento, devo rimandare il lettore curioso direttamente al testo stesso di “Isitsöornot”; ma nel frattempo, vi scuso se fornisco un riassunto di ciò che ho scoperto lì dentro.
Si ricorderà che, nella versione abituale di queste storie, un certo monarca, avendo buone ragioni per essere geloso della sua regina, non solo la fa uccidere, ma giura anche, sulla propria barba e sul nome del profeta, di sposare ogni notte la più bella fanciulla dei suoi domini, per poi consegnarla all’ufficiale incaricato dell’esecuzione il giorno seguente.
Avendo adempiuto fedelmente a questo voto per molti anni, con una puntualità e meticolosità religiose che gli guadagnarono grande stima come uomo di profonda devozione e eccellente senso pratico, un pomeriggio fu interrotto nella sua preghiera dal suo gran visir; a quanto pare, alla figlia di quest’ultimo era venuta in mente un’idea.
Si chiamava Scheherazade, e il suo piano era questo: o riscattare la terra dalla devastazione causata dalle tasse esorbitanti imposte sulla sua bellezza, oppure morire, secondo l’usanza comune di tutte le eroine, nel tentativo di realizzarlo.
Pertanto, e sebbene non si trattasse di un anno bisestile (il che avrebbe reso il sacrificio ancora più meritevole), lei incaricò suo padre, il gran visir, di proporre al re la sua mano. Il re accettò con entusiasmo quella proposta; in realtà aveva intenzione di farlo comunque, ma aveva rimandato la decisione giorno dopo giorno, soltanto per paura del visir. Tuttavia, accettando ora la proposta, fece capire chiaramente a tutti che, indipendentemente dal fatto che ci fosse o meno un gran visir, non aveva alcuna intenzione di rinunciare nemmeno al minimo dei suoi voti o dei suoi privilegi. Quindi, quando la bella Scheherazade insistette per sposare il re e lo fece davvero nonostante i saggi consigli di suo padre che le suggerivano di non farlo, beh, lei lo fece con quei suoi bellissimi occhi neri, completamente aperti, nel modo più chiaro e deciso possibile.
Sembra tuttavia che questa giovane donna politica (che aveva sicuramente letto Machiavelli) avesse in mente un piano molto ingegnoso. Nella notte del matrimonio, con qualche pretesto plausibile, fece sì che sua sorella occupasse un divano abbastanza vicino a quello della coppia reale, in modo da poter conversare facilmente a letto; poco prima dell’alba, si assicurò di svegliare il suo buon marito (che non provava certo simpatia per lei, anzi aveva intenzione di strangolarla il giorno dopo). Riuscì comunque a svegliarlo – sebbene, a causa della sua coscienza “pura” e di un sonno profondo, dormisse davvero bene – grazie a una storia molto interessante (credo riguardasse un topo e un gatto nero) che raccontava sottovoce a sua sorella. Al sorgere del giorno, però, quella storia non era ancora finita. E, naturalmente, Scheherazade non poté concluderla in quel momento: era ormai l’ora di alzarsi e essere impiccata. Una cosa poco più piacevole dell’impiccagione stessa, ma comunque un po’ più “elegante”!
Purtroppo, la curiosità del re, più forte dei suoi solidi principi religiosi, lo spinse una volta a rimandare l’adempimento della sua promessa al giorno seguente, con l’intento e nella speranza di sapere, quella notte, come fossero andate a finire le cose con la gatta nera (credo che si trattasse proprio di una gatta nera) e il topo.
Tuttavia, quando arrivò la notte, la principessa Sherazade non solo portò a termine la storia della gatta nera e del topo (il topo era blu), ma prima ancora di rendersene conto si trovò immersa nelle complesse dinamiche di una narrazione che, se non erro, parlava di un cavallo rosa (con ali verdi) che si muoveva in modo violento, azionato da meccanismi a molla e caricato con una chiave indaco. Questa storia interessò il re ancora di più della precedente; e poiché il giorno spuntò prima che potesse essere conclusa (nonostante tutti gli sforzi della regina per portarla a termine in tempo), non ci fu altra scelta se non rimandare la cerimonia di nuovo, per ventiquattro ore. La notte successiva accadde lo stesso; e poi ancora quella dopo. Alla fine, il buon monarca, essendo stato privato di qualsiasi opportunità di mantenere la sua promessa per un periodo di ben mille e una notti, o l’ha dimenticata del tutto entro la scadenza di questo lasso di tempo, oppure è riuscito a ottenere l’assoluzione in modo regolare. O, cosa più probabile, ha semplicemente infranto la promessa, proprio come fece il padre del suo confessore. Comunque sia, Sherazade, che discendeva direttamente da Eva e probabilmente ereditò tutte le “sette ceste” di storie che quella donna raccolse dagli alberi del giardino dell’Eden. Alla fine trionfò, e la “tassa sulla bellezza” fu abolita.
Ora, questa conclusione (che è quella della storia così come la conosciamo nei documenti storici) è, senza alcun dubbio, estremamente appropriata e piacevole, ma ahimè! come molte cose piacevoli, è più piacevole che vera. Devo interamente al “Isitsöornot” il mezzo per correggere questo errore. “Il meglio”, dice un proverbio francese, “è l’antagonista del bene”. E parlando del fatto che Scheherazade avesse ereditato quelle sette “ceste” di storie da raccontare, avrei dovuto aggiungere che le fece fruttificare con interessi composti, fino a quando il loro contenuto non ammontò a settantasette.
“Mia cara sorella,” disse lei, nella milleventiduesima notte (cito qui parola per parola il linguaggio del “Isitsöornot”); “mia cara sorella, ora che tutta questa piccola difficoltà riguardante la corda dell’arco è stata risolta e che quella odiosa tassa è stata felicemente abolita, sento di aver commesso una grande imprudenza nel non avervi raccontato, né a te né al re (del quale mi dispiace dire che russa, una cosa che nessun gentiluomo farebbe), la conclusione completa delle avventure di Sinbad il marinaio. Quest’ultimo ha vissuto molte altre avventure, ancora più interessanti di quelle che vi ho raccontato; ma la verità è che quella particolare notte, mentre me le narravano, mi sono sentita sonnolenta e così ho deciso di interromperli. Un grave errore, per il quale spero solo che Allah mi perdoni. Ma non è ancora troppo tardi per rimediare a questa mia grande negligenza: non appena avrò dato al re un paio di pizzicotti per svegliarlo e far sì che smetta di fare quel terribile rumore, vi racconterò subito la continuazione di questa straordinaria storia.”
Allora la sorella di Scheherazade, secondo quanto riportato nel “Isitsöornot”, non manifestò un’eccessiva gioia; ma il re, dopo essere stato sufficientemente “pizzicato”, alla fine smise di russare e disse: “Hmm!” e poi “Hoo!”. La regina, comprendendo che queste parole (che senza dubbio erano in arabo) significavano che il re era completamente attento e avrebbe fatto del suo meglio per non russare più, una volta sistemate le cose a suo piacimento, tornò immediatamente alla storia di Sinbad il marinaio.
“‘Finalmente, nella mia vecchiaia,’ [queste sono le parole stesse di Sinbad, riferite da Scheherazade]—‘finalmente, nella mia vecchiaia, dopo aver goduto per molti anni di tranquillità a casa, provai nuovamente il desiderio di visitare paesi stranieri; un giorno, senza informare nessuno della mia intenzione, raccolsi alcuni oggetti preziosi ma poco ingombranti, assunsi un portatore per trasportarli e mi recai sulla riva del mare, in attesa che arrivasse qualche nave che potesse portarmi lontano dal regno, verso regioni che non avevo ancora esplorato.’”
“Dopo aver depositato i pacchi sulla sabbia, ci sedemmo sotto alcuni alberi e guardammo verso l’oceano nella speranza di scorgere una nave, ma per diverse ore non ne vedemmo alcuna. Alla fine, mi sembrò di sentire un suono strano, simile a un ronzio o a un mormorio; anche il portatore, dopo aver ascoltato per un po’, dichiarò di poterlo percepire anch’egli. Il suono divenne sempre più forte, fino a quando non ebbero più alcun dubbio che la fonte di quel rumore si stesse avvicinando a noi. Infine, all’orizzonte, scorgemmo un punto nero che aumentava rapidamente di dimensioni; dopo un po’, riconoscemmo che si trattava di un enorme mostro che nuotava con gran parte del suo corpo sopra la superficie del mare. Si avvicinava a noi con una velocità inimmaginabile, sollevando enormi onde di schiuma e illuminando tutta la zona del mare attraverso cui passava con una lunga striscia di luce rossa che si estendeva lontano nell’orizzonte.”
“Mentre quell’essere si avvicinava, lo vedemmo molto chiaramente. La sua lunghezza era pari a quella di tre degli alberi più alti che esistono, e la sua larghezza equivalente alla grande sala delle udienze del vostro palazzo, o voi, il più sublime e munifico dei Califfi. Il suo -corpo, diverso da quello dei pesci comuni, era solido come una roccia e di un nero intenso in tutta la parte che galleggiava sull’acqua, ad eccezione di una stretta striscia di colore rosso sangue che lo circondava completamente. La pancia, che si trovava sotto la superficie dell’acqua e che riuscivamo a intravedere solo di tanto in tanto mentre quell’essere saliva e scendeva con le onde, era interamente coperta di scaglie metalliche, di un colore simile a quello della luna nei giorni nebbiosi. La schiena era piatta e quasi bianca; da essa si estendevano verso l’alto sei spine, lunghe circa la metà dell’intero -corpo.”
“Questa orribile creatura non aveva una bocca che potessimo percepire; ma, come se questo difetto dovesse essere compensato, era dotata di almeno quaranta occhi, che spuntavano dalle loro orbite proprio come quelli della libellula verde, e erano disposti lungo l’corpo in due file, una sopra l’altra, parallele alla striscia di colore rosso sangue che sembrava svolgere la funzione di sopracciglia. Due o tre di questi terribili occhi erano molto più grandi degli altri e avevano l’aspetto dell’oro massiccio.”
“Anche se questa bestia ci si avvicinò, come ho detto prima, con la massima velocità possibile, doveva essere completamente guidata dalla necromanzia: non aveva né pinne come un pesce né zampe palmate come un anatra, né ali simili a quelle delle conchiglie che vengono trasportate dal vento; inoltre, non si muoveva strisciando come i serpenti d’acqua. La sua testa e la sua coda avevano esattamente la stessa forma; solo poco lontano dalla coda c’erano due piccole aperture che fungevano da narici attraverso cui il mostro emetteva il suo respiro denso con una violenza incredibile, accompagnato da un urlo stridulo e sgradevole.”
“La nostra terrore nel vedere questa orribile creatura era enorme, ma fu ancora superato dalla nostra meraviglia quando, osservandola più da vicino, notammo sul suo dorso un gran numero di animali delle dimensioni e della forma degli uomini, che in ogni modo gli assomigliavano molto; la differenza stava nel fatto che non indossavano abiti (come fanno gli uomini), ma erano ricoperti da una sorta di brutto e scomodo rivestimento, simile al tessuto, ma così aderente alla pelle da rendere quei poveri esseri estremamente goffi e probabilmente soggetti a grandi dolori. Sulle punte delle loro teste c’erano dei contenitori quadrati; all’inizio pensai che potessero servire da turbanti, ma presto mi resi conto che erano estremamente pesanti e solidi, quindi dedussi che fossero stati creati apposta per mantenere la testa degli animali ferma e sicura sulle spalle. Intorno al collo portavano colletti neri, chiaramente segni di schiavitù (come quelli che usiamo sui nostri cani), solo molto più larghi e rigidi; per questo era impossibile per quelle povere creature muovere la testa in alcuna direzione senza muovere anche il corpo, e così erano condannate a fissare costantemente il proprio naso, una vista davvero orribile.”
“Quando il mostro era quasi arrivato alla riva dove ci trovavamo, improvvisamente sporse uno dei suoi occhi per una grande distanza e ne emise un terribile lampo di fuoco, accompagnato da una densa nuvola di fumo e da un rumore che non posso paragonare ad altro che al tuono. Quando il fumo si disperse, vedemmo uno di quegli strani esseri mezzi umani e mezzi animali in piedi vicino alla testa della grande bestia, con una tromba in mano; mettendosela alle labbra, ci rivolse subito parole sonore, aspre e sgradevoli. Forse avremmo potuto scambiarle per un linguaggio umano, se non fossero uscite esclusivamente dal naso.”
“Essendo stato così chiaramente interpellato, non sapevo come rispondere, poiché in alcun modo non riuscivo a comprendere ciò che era stato detto; e in questa difficoltà mi rivolsi al portiere, che era quasi svenuto per la paura, chiedendogli il suo parere su quale tipo di mostro si trattasse, cosa volesse e quali creature fossero quelle che gli infestavano la schiena. Il portiere rispose, nel miglior modo possibile data la sua trepidazione, che aveva già sentito parlare di questa bestia marina; che era un demone crudele, con intestini di zolfo e sangue di fuoco, creato da geni malvagi allo scopo di infliggere sofferenza all’umanità; che le creature sulla sua schiena erano parassiti, simili a quelli che talvolta infestano gatti e cani, solo un po’ più grandi e feroci; e che questi parassiti avevano la loro utilità, per quanto malvagia: poiché, con le torture che infliggevano mordendo e pungendo la bestia, la spingevano a uno stato di furia tale da farla ruggire e compiere atti malvagi, così realizzando i piani vendicativi e maliziosi dei geni malvagi.”
“Questo episodio mi spinse a fuggire immediatamente; senza mai guardarmi indietro, corsi a tutta velocità verso le colline, mentre il portiere correva altrettanto velocemente, sebbene quasi nella direzione opposta. In questo modo, riuscì infine a fuggire con i miei bagagli, di cui non ho dubbi che si sia preso cura al meglio, anche se non posso esserne certo, poiché non ricordo di averlo più rivisto.”
“Per quanto mi riguarda, fui inseguito con tale insistenza da un gruppo di quegli esseri umani repellenti (che erano arrivati sulla riva in barca) che fui presto catturato, legato mani e piedi, e portato via da quella bestia, che subito dopo si allontanò nuovamente verso il centro del mare.”
“Ora mi pento amaramente della mia follia nel lasciare una comoda casa per mettere a rischio la mia vita in avventure del genere; ma, riconoscendo di essere inutile, cercai di sfruttare al meglio la situazione e mi impegnai per guadagnarmi la simpatia di quell’essere semiumano che possedeva la tromba e che sembrava esercitare autorità sui suoi simili. Riuscii così bene in questo intento che, in pochi giorni, quell’essere mi concesse vari segni della sua favore; alla fine, si prese persino la briga di insegnarmi i rudimenti di quella lingua che era sufficiente per poter comunicare con lui. Così, alla fine, riuscii a conversare facilmente con lui e a fargli comprendere il mio ardente desiderio di vedere il mondo.”
“‘Washish squashish squeak, Sinbad, hey-diddle diddle, grunt unt grumble, hiss, fiss, whiss,’ mi disse un giorno dopo cena. Ma vi chiedo mille scuse: avevo dimenticato che Vostra Maestà non conosce il dialetto dei Cock-neighs (così venivano chiamati questi animali; presumo perché la loro lingua costituiva il collegamento tra quella del cavallo e quella del gallo). Con il vostro permesso, tradurrò: ‘Washish squashish, ’ In altre parole: ‘Sono felice di scoprire, mio caro Sinbad, che sei davvero un uomo eccellente; stiamo per intraprendere un viaggio intorno al mondo, e poiché desideri tanto vederlo, farò uno sforzo e ti permetterò di viaggiare gratuitamente a cavallo di quest’animale.’”
Quando la Principessa Sherazade ebbe raccontato fino a questo punto, il re si girò dal lato sinistro a quello destro e disse:
“È davvero molto sorprendente, mia cara regina, che finora abbiate omesso queste ultime avventure di Sinbad. Non trovate anche voi che siano estremamente avvincenti e strane?”
Dopo che il re si fu espresso in questo modo, ci viene raccontato che la bella Scheherazade riprese la sua storia con le seguenti parole:
“Sinbad continuò così il suo racconto: ‘Ringraziai quell’essere a metà uomo e a metà animale per la sua gentilezza, e presto mi sentii davvero a mio agio su quella bestia, che nuotava a una velocità incredibile attraverso l’oceano; anche se la superficie dell’oceano, in quella parte del mondo, non era affatto piatta, ma rotonda come un grappolo d’uva, così che noi, per così dire, salivamo o scendevamo continuamente lungo le sue onde.’”
“Secondo me, è stato davvero qualcosa di unico,” intervenne il re.
“Tuttavia, è assolutamente vero,” rispose Sherazade.
“Ho i miei dubbi,” ribatté il re; “ma per favore, continua pure a raccontare la storia.”
“Lo farò,” disse la regina. “‘Quell’animale,’ continuò Sinbad davanti al califfo, ‘nuotò su e giù per le colline fino a quando, infine, non arrivammo a un’isola con una circonferenza di centinaia di miglia; tuttavia, quell’isola era stata costruita nel mezzo del mare da una colonia di piccoli esseri simili a bruchi.’” (*1)
“Uhm!”, disse il re.
“‘Lasciando quest’isola,’ disse Sinbad – (poiché, bisogna capirlo, Sherazade non prestò alcuna attenzione all’insolente commento di suo marito) ‘lasciando quest’isola, arrivammo un’altra dove le foreste erano fatte interamente di pietra solida; tale era la loro durezza che anche gli accette di migliore qualità si frantumavano al solo tentativo di tagliarle.’” (*2)
“Hmm!”, disse di nuovo il re; ma Sherazade, senza prestargli attenzione, continuò a parlare nella lingua di Sinbad.
“Oltrepassando quest’ultima isola, giungemmo in una terra dove c’era una grotta che si estendeva per trenta o quaranta miglia nelle profondità della terra; al suo interno si trovavano un numero enorme di palazzi, molto più spaziosi e maestosi di quelli presenti in tutta Damasco e Baghdad. Dai tetti di questi palazzi pendevano miriadi di gemme, simili a diamanti, ma di dimensioni maggiori di quelle umane; tra le strade costituite da torri, piramidi e templi scorrevano fiumi immensi, neri come l’ebano, popolati da pesci privi di occhi.” (*3)
“Uhm!”, disse il re.
“Poi nuotammo in una regione del mare dove trovammo una montagna alta; dai suoi versanti scorrevano torrenti di metallo fuso, alcuni dei quali avevano un diametro di dodici miglia e una lunghezza di sessanta miglia (*4); mentre da un abisso situato sulla cima sgorgava una quantità così enorme di cenere che il sole veniva completamente oscurato nel cielo, e l’oscurità diventava più intensa di quella della notte più buia; tanto che anche a centocinquanta miglia di distanza dalla montagna era impossibile vedere qualsiasi oggetto bianco, per quanto lo si avvicinasse agli occhi.” (*5)
“Uhm!”, disse il re.
“Dopo aver lasciato questa costa, la bestia continuò il suo viaggio fino a quando non incontrammo una terra nella quale la natura delle cose sembrava essere invertita; infatti vedemmo un grande lago, al basso del quale, a più di cento piedi sotto la superficie dell’acqua, cresceva rigogliosa una foresta di alberi alti e lussureggianti.”
(*6)
“Uuhu!” disse il re.
“Circa cento miglia più avanti ci trovammo in una zona dove l’atmosfera era così densa da poter sostenere il peso dell’acciaio, proprio come la nostra atmosfera può sostenere quello delle piume.” (*7)
“Fiddle de dee,” disse il re.
“Proseguendo sempre nella stessa direzione, giungemmo ben presto alla regione più magnifica di tutto il mondo. In essa serpeggiava un glorioso fiume che si estendeva per migliaia di chilometri. Questo fiume era di una profondità inesprimibile e di una trasparenza superiore a quella dell’ambra; aveva una larghezza compresa tra i tre e i sei miglia, mentre le sue rive, alte fino a milleduecento piedi, erano ricoperte da alberi sempre fioriti e da fiori profumati che rendevano l’intera area un vero e proprio giardino incantevole. Tuttavia, il nome di questa terra rigogliosa era il Regno dell’Orrore. Entrarvi significava inevitabilmente la morte.” (*8)
“Uff!”, disse il re.
“Abbiamo lasciato questo regno in gran fretta e, dopo alcuni giorni, siamo giunti in un altro, dove siamo rimasti sbalorditi nel vedere miriadi di mostruosi animali con corna simili a falci sulla testa. Queste orribili bestie scavano nel terreno enormi caverne a forma di imbuto e ne rivestono le pareti con rocce disposte in modo tale che cada immediatamente qualunque altro animale vi calpesti, facendolo precipitare nelle tane dei mostri, dove il loro sangue viene subito assorbito e i loro corpi vengono poi gettati via con disprezzo a grande distanza dalle ‘caverne della )morte’.” (*9)
“Puf!” disse il re.
“Proseguendo il nostro cammino, osservammo una zona in cui le verdure non crescevano su alcun terreno, ma nell’aria. (*10) Alcune di queste verdure nascevano direttamente dalla sostanza di altre; (*11) altre ancora traevano la propria materia dal corpo di animali viventi; (*12) c’erano anche quelle che brillavano intensamente di fuoco; (*13) altre si spostavano a piacimento da un luogo all’altro; (*14) e ciò che era ancora più meraviglioso è che scoprimmo fiori che vivevano, respiravano, muovevano le proprie parti a volontà, e possedevano addirittura quella odiosa passione degli esseri umani di schiavizzare altre creature, confinandole in orribili prigioni solitarie fino al compimento dei compiti loro assegnati.” (*15)
“Pff!”, disse il re.
“Abbandonando questa terra, arrivammo presto in un’altra dove le api e gli uccelli sono matematici di tale genio ed erudizione che forniscono quotidianamente istruzioni sulla scienza della geometria ai saggi dell’impero. Il re di quel luogo offrì una ricompensa per la soluzione di due problemi molto difficili; questi furono risolti sul posto: il primo dalle api, il secondo dagli uccelli. Tuttavia, poiché il re tenne segreta la loro soluzione, fu solo dopo lunghi e approfonditi studi, nonché la stesura di un’infinità di libri, che gli umani matematici riuscirono infine a giungere alle stesse risposte ottenute sul momento dalle api e dagli uccelli.” (*16)
“Oh mio Dio!”, disse il re.
“Appena avevamo perso di vista questo impero, ci trovammo di fronte a un altro; dalle sue rive volava sopra le nostre teste uno stormo di uccelli largo un miglio e lungo duecentoquaranta miglia. Anche se volavano a una velocità di un miglio al minuto, fu necessario ben quattro ore perché l’intero stormo ci superasse. In quel gruppo c’erano diversi milioni di milioni di uccelli.” (*17)
“Oh mio Dio!”, disse il re.
“Non appena ci eravamo sbarazzati di queste uccelliere che ci causavano grande fastidio, fummo terrorizzati dall’apparizione di un altro tipo di volatile, infinitamente più grande persino dei rocchi che avevo incontrato nelle mie precedenti viaggi; era infatti più grande delle maggiori cupole del vostro serraglio, oh, il più munifico dei Califfi. Questo terribile uccello non aveva testa visibile; tutto il suo corpo era formato soltanto dal ventre, di una grassezza e rotondità incredibili, di una sostanza morbida, liscia, lucida e striata di vari colori. Con i suoi artigli, quel mostro trasportava verso il suo nido nel cielo una casa dalla cui copertura aveva rimosso il tetto; all’interno di essa vedemmo chiaramente degli esseri umani, che senza dubbio erano in uno stato di terribile disperazione di fronte al destino orribile che li attendeva. Gridammo con tutte le nostre forze, nella speranza di spaventare l’uccello e farlo lasciare la sua preda, ma esso emise soltanto un ringhio o un soffio, come se fosse furioso, poi fece cadere su di noi un pesante sacco pieno di sabbia!”
“Ridicolo!”, disse il re.
“Fu proprio dopo questa avventura che incontrammo un continente di immense dimensioni e straordinaria solidità, il quale, tuttavia, poggiava interamente sul dorso di una mucca di colore azzurro cielo che aveva non meno di quattrocento corna.” (*18)
“Ora credo davvero,” disse il re, “perché ho già letto qualcosa del genere in un libro.”
“‘Siamo passati immediatamente sotto questo continente, (nuotando tra le “gambe della mucca”), e dopo alcune ore ci siamo trovati in un paese davvero meraviglioso; quest’uomo-animale mi ha detto che si trattava della sua terra natale, abitata da creature della sua stessa specie. Questo ha aumentato molto la mia stima per lui. Anzi, ho iniziato a provare vergogna per il disprezzo con cui lo avevo trattato; infatti ho scoperto che gli uomini-animali, in generale, appartenevano a una nazione di maghi estremamente potenti. Maghi i cui cervelli erano “popolati” da vermi, (19) E questi vermi, senza dubbio, stimolavano le loro menti attraverso movimenti dolorosi e contorti, inducendoli a compiere gli sforzi più straordinari dell’immaginazione!’”
“Sciocchezze!”, disse il re.
“Tra i maghi, c’erano diversi animali addomesticati di specie molto particolari; ad esempio, c’era un enorme cavallo il cui scheletro era di ferro e il cui sangue era acqua bollente. Al posto del grano, come alimento quotidiano consumava pietre nere; eppure, nonostante un’alimentazione così rigida, era così forte e veloce da essere in grado di trascinare un carico molto più pesante del più grande tempio di questa città, a una velocità superiore a quella della maggior parte degli uccelli.” (*20)
“Sciocchezze!”, disse il re.
“Vidi anche, tra queste persone, una gallina senza piume, ma più grande di un cammello; al posto della carne e delle ossa aveva ferro e mattoni; il suo sangue, simile a quello del cavallo (di cui in realtà era quasi imparentata), era acqua bollente; e, come lui, non mangiava altro che legno o pietre nere. Questa gallina partoriva molto spesso: cento pulcini al giorno; e, dopo la nascita, questi rimanevano per diverse settimane nell’addome della loro madre.” (*21)
“Fal lal!” disse il re.
“Uno di questi potenti stregoni della nazione creò un uomo fatto di rame, legno e pelle, dotandolo di tale ingegnosità che avrebbe potuto battere a scacchi tutta l’umanità, ad eccezione del grande califfo Harun al-Rashid. (*22) Un altro di questi maghi costruì una creatura, sempre fatta dello stesso materiale, la cui intelligenza superava addirittura quella di colui che l’aveva creata; i suoi poteri di ragionamento erano così grandi che, in un istante, era in grado di eseguire calcoli di una portata tale da richiedere l’intenso lavoro di cinquantamila uomini per un intero anno. (*23) Ma c’era ancora uno stregone più meraviglioso: egli creò per sé qualcosa che non era né uomo né animale, ma possedeva cervelli fatti di piombo mescolato con una sostanza nera simile alla pece, e dita che utilizzava con tale incredibile velocità e destrezza da poter scrivere ventimila copie del Corano in un’ora, tutte con una precisione tale che non vi sarebbe stata nemmeno una singola differenza tra di esse, neanche la larghezza di un capello. Questa creatura possedeva una forza straordinaria: con un solo soffio era in grado di erigere o distruggere gli imperi più potenti; tuttavia i suoi poteri venivano utilizzati sia per il bene che per il male.”
“Assurdo!” disse il re.
“Tra questa nazione di negromanti c’era anche uno il cui sangue conteneva le vene delle salamandre; infatti, non esitava a sedersi in un forno arroventato per fumare la sua pipa, mentre la cena veniva completamente cucinata sul fondo stesso del forno. (*24) Un altro possedeva il dono di trasformare i metalli comuni in oro, senza nemmeno bisogno di guardarli durante il processo. (*25) Un altro aveva una tale delicatezza nel tatto da riuscire a creare fili così sottili da essere invisibili. (*26) Un altro ancora possedeva una percezione talmente rapida da riuscire a contare tutte le singole movimenti di un corpo elastico, mentre questo si muoveva avanti e indietro a una velocità di novecento milioni di volte al secondo.” (*27)
“Assurdo!”, disse il re.
“Un altro di questi maghi, utilizzando un liquido che nessuno aveva mai visto prima, riusciva a far sì che i cadaveri dei suoi amici agitassero le braccia, muovessero le gambe, combattessero, o addirittura si alzassero e danzassero a suo piacimento. (*28) Un altro aveva perfezionato talmente la propria voce da poter farsi sentire da un capo all’altro del mondo. (*29) Un altro aveva un braccio così lungo che poteva sedersi a Damasco e scrivere una lettera a Baghdad, o, in realtà, a qualsiasi distanza. (*30) Un altro comandava alla fulmine di scendere dal cielo; essa obbediva al suo richiamo e diventava il suo giocattolo quando arrivava. Un altro prendeva due suoni forti e ne creava uno silenzio. Un altro creava un’oscurità profonda partendo da due luci intense. (*31) Un altro riusciva a far formare il ghiaccio all’interno di un forno rovente. (*32) Un altro faceva sì che il sole dipingesse il suo ritratto, e il sole lo faceva davvero. (*33) Un altro prendeva questa luce, insieme alla luna e ai pianeti; dopo averli pesati con estrema precisione, esaminava le loro profondità e scopriva la solidità della materia di cui erano fatti. Ma l’intera nazione possiede davvero capacità necromantiche sorprendenti: nemmeno i loro bambini, né i loro gatti o cani più comuni hanno difficoltà a vedere oggetti che non esistono affatto, o che, per venti milioni di anni prima della nascita stessa di questa nazione, erano già stati cancellati dalla faccia della creazione.” (*34)
“Assurdo!” disse il re.
“‘Le mogli e le figlie di questi maghi incomparabilmente grandi e saggi’”, continuò Scheherazade, senza essere affatto disturbata da queste frequenti e assai scortesi interruzioni da parte di suo marito – “‘le mogli e le figlie di questi eminenti stregoni rappresentano tutto ciò che è raffinato ed elegante; sarebbero anche tutto ciò che è interessante e bello, se non fosse per una sfortunata fatalità che le perseguita, e dalla quale nemmeno i poteri miracolosi di loro mariti e padri sono stati finora in grado di salvarle. Alcune fatalità si presentano sotto certe forme, altre sotto altre. Ma quella di cui parlo si è manifestata sotto forma di un gancio.’”
“‘A cosa?’” disse il re.
“‘A crotchet’”, disse Scheherazade. “‘Uno dei geni malvagi, che sono sempre all’erta per causare del male, ha messo in testa a queste signore raffinate l’idea che ciò che definiamo bellezza fisica consista interamente nella protuberanza della zona situata poco sotto la parte posteriore del corpo. Dicono che la perfezione della bellezza sia direttamente proporzionale all’estensione di questa protuberanza. Avendo da tempo questa convinzione, e poiché in quel paese i cosmetici sono economici, da molto tempo non si riesce più a distinguere una donna da un dromedario, ”
“Basta!” disse il re — “Non ne posso più, e non lo tollererò. Con le tue bugie mi hai già causato un terribile mal di testa. Inoltre, sembra che stia per sorgere il giorno. Da quanto tempo siamo sposati? La mia coscienza inizia di nuovo a tormentarmi. E poi quel modo di comportarsi. Mi prendi forse per uno idiota? In fondo, potresti anche alzarti e farti strangolare.”
Queste parole, come apprendo dal “Isitsöornot”, rattristarono e allo stesso tempo sorpresero Scheherazade; ma poiché sapeva che il re era un uomo di integrità scrupolosa e molto improbabile che mancasse alla sua parola, accettò il proprio destino con grande dignità. Tuttavia, trovò grande consolazione nel pensiero che gran parte della storia fosse ancora inesplorata, e che la capricciosità di suo marito gli avesse inflitto una punizione più che meritata, privandolo di molte avventure incredibili.
Truth is stranger than fiction.—Old Saying
Having had occasion, lately, in the course of some Oriental investigations, to consult the Tellmenow Isitsöornot, a work which (like the Zohar of Simeon Jochaides) is scarcely known at all, even in Europe; and which has never been quoted, to my knowledge, by any American—if we except, perhaps, the author of the “Curiosities of American Literature”;—having had occasion, I say, to turn over some pages of the first-mentioned very remarkable work, I was not a little astonished to discover that the literary world has hitherto been strangely in error respecting the fate of the vizier’s daughter, Scheherazade, as that fate is depicted in the “Arabian Nights”; and that the dénouement there given, if not altogether inaccurate, as far as it goes, is at least to blame in not having gone very much farther.
For full information on this interesting topic, I must refer the inquisitive reader to the “Isitsöornot” itself; but in the meantime, I shall be pardoned for giving a summary of what I there discovered.
It will be remembered, that, in the usual version of the tales, a certain monarch having good cause to be jealous of his queen, not only puts her to death, but makes a vow, by his beard and the prophet, to espouse each night the most beautiful maiden in his dominions, and the next morning to deliver her up to the executioner.
Having fulfilled this vow for many years to the letter, and with a religious punctuality and method that conferred great credit upon him as a man of devout feeling and excellent sense, he was interrupted one afternoon (no doubt at his prayers) by a visit from his grand vizier, to whose daughter, it appears, there had occurred an idea.
Her name was Scheherazade, and her idea was, that she would either redeem the land from the depopulating tax upon its beauty, or perish, after the approved fashion of all heroines, in the attempt.
Accordingly, and although we do not find it to be leap-year (which makes the sacrifice more meritorious), she deputes her father, the grand vizier, to make an offer to the king of her hand. This hand the king eagerly accepts—(he had intended to take it at all events, and had put off the matter from day to day, only through fear of the vizier),—but, in accepting it now, he gives all parties very distinctly to understand, that, grand vizier or no grand vizier, he has not the slightest design of giving up one iota of his vow or of his privileges. When, therefore, the fair Scheherazade insisted upon marrying the king, and did actually marry him despite her father’s excellent advice not to do any thing of the kind—when she would and did marry him, I say, will I, nill I, it was with her beautiful black eyes as thoroughly open as the nature of the case would allow.
It seems, however, that this politic damsel (who had been reading Machiavelli, beyond doubt), had a very ingenious little plot in her mind. On the night of the wedding, she contrived, upon I forget what specious pretence, to have her sister occupy a couch sufficiently near that of the royal pair to admit of easy conversation from bed to bed; and, a little before cock-crowing, she took care to awaken the good monarch, her husband (who bore her none the worse will because he intended to wring her neck on the morrow),—she managed to awaken him, I say, (although on account of a capital conscience and an easy digestion, he slept well) by the profound interest of a story (about a rat and a black cat, I think) which she was narrating (all in an undertone, of course) to her sister. When the day broke, it so happened that this history was not altogether finished, and that Scheherazade, in the nature of things could not finish it just then, since it was high time for her to get up and be bowstrung—a thing very little more pleasant than hanging, only a trifle more genteel!
The king’s curiosity, however, prevailing, I am sorry to say, even over his sound religious principles, induced him for this once to postpone the fulfilment of his vow until next morning, for the purpose and with the hope of hearing that night how it fared in the end with the black cat (a black cat, I think it was) and the rat.
The night having arrived, however, the lady Scheherazade not only put the finishing stroke to the black cat and the rat (the rat was blue) but before she well knew what she was about, found herself deep in the intricacies of a narration, having reference (if I am not altogether mistaken) to a pink horse (with green wings) that went, in a violent manner, by clockwork, and was wound up with an indigo key. With this history the king was even more profoundly interested than with the other—and, as the day broke before its conclusion (notwithstanding all the queen’s endeavors to get through with it in time for the bowstringing), there was again no resource but to postpone that ceremony as before, for twenty-four hours. The next night there happened a similar accident with a similar result; and then the next—and then again the next; so that, in the end, the good monarch, having been unavoidably deprived of all opportunity to keep his vow during a period of no less than one thousand and one nights, either forgets it altogether by the expiration of this time, or gets himself absolved of it in the regular way, or (what is more probable) breaks it outright, as well as the head of his father confessor. At all events, Scheherazade, who, being lineally descended from Eve, fell heir, perhaps, to the whole seven baskets of talk, which the latter lady, we all know, picked up from under the trees in the garden of Eden; Scheherazade, I say, finally triumphed, and the tariff upon beauty was repealed.
La verità è più strana della finzione. —Vecchio detto
Avendo avuto l’occasione, di recente, nel corso di alcune ricerche orientali, di consultare il “Tellmenow Isitsöornot”, un’opera che (come lo “Zohar” di Simeone Giocade) è quasi del tutto sconosciuta anche in Europa; e che, per quanto ne so, non è mai stata citata da alcun americano – forse ad eccezione dell’autore de “Curiosities of American Literature” – ho scoperto, leggendo alcune pagine di quest’opera davvero notevole, che il mondo letterario si è finora sbagliato in modo sorprendente riguardo al destino della figlia del visir, Sherazade, così come descritto nei “Mille e una notte”; e che la soluzione proposta in quel testo, se non del tutto imprecisa, almeno non va molto oltre i limiti della verità.
Per informazioni complete su questo interessante argomento, devo rimandare il lettore curioso direttamente al testo stesso di “Isitsöornot”; ma nel frattempo, vi scuso se fornisco un riassunto di ciò che ho scoperto lì dentro.
Si ricorderà che, nella versione abituale di queste storie, un certo monarca, avendo buone ragioni per essere geloso della sua regina, non solo la fa uccidere, ma giura anche, sulla propria barba e sul nome del profeta, di sposare ogni notte la più bella fanciulla dei suoi domini, per poi consegnarla all’ufficiale incaricato dell’esecuzione il giorno seguente.
Avendo adempiuto fedelmente a questo voto per molti anni, con una puntualità e meticolosità religiose che gli guadagnarono grande stima come uomo di profonda devozione e eccellente senso pratico, un pomeriggio fu interrotto nella sua preghiera dal suo gran visir; a quanto pare, alla figlia di quest’ultimo era venuta in mente un’idea.
Si chiamava Scheherazade, e il suo piano era questo: o riscattare la terra dalla devastazione causata dalle tasse esorbitanti imposte sulla sua bellezza, oppure morire, secondo l’usanza comune di tutte le eroine, nel tentativo di realizzarlo.
Pertanto, e sebbene non si trattasse di un anno bisestile (il che avrebbe reso il sacrificio ancora più meritevole), lei incaricò suo padre, il gran visir, di proporre al re la sua mano. Il re accettò con entusiasmo quella proposta; in realtà aveva intenzione di farlo comunque, ma aveva rimandato la decisione giorno dopo giorno, soltanto per paura del visir. Tuttavia, accettando ora la proposta, fece capire chiaramente a tutti che, indipendentemente dal fatto che ci fosse o meno un gran visir, non aveva alcuna intenzione di rinunciare nemmeno al minimo dei suoi voti o dei suoi privilegi. Quindi, quando la bella Scheherazade insistette per sposare il re e lo fece davvero nonostante i saggi consigli di suo padre che le suggerivano di non farlo, beh, lei lo fece con quei suoi bellissimi occhi neri, completamente aperti, nel modo più chiaro e deciso possibile.
Sembra tuttavia che questa giovane donna politica (che aveva sicuramente letto Machiavelli) avesse in mente un piano molto ingegnoso. Nella notte del matrimonio, con qualche pretesto plausibile, fece sì che sua sorella occupasse un divano abbastanza vicino a quello della coppia reale, in modo da poter conversare facilmente a letto; poco prima dell’alba, si assicurò di svegliare il suo buon marito (che non provava certo simpatia per lei, anzi aveva intenzione di strangolarla il giorno dopo). Riuscì comunque a svegliarlo – sebbene, a causa della sua coscienza “pura” e di un sonno profondo, dormisse davvero bene – grazie a una storia molto interessante (credo riguardasse un topo e un gatto nero) che raccontava sottovoce a sua sorella. Al sorgere del giorno, però, quella storia non era ancora finita. E, naturalmente, Scheherazade non poté concluderla in quel momento: era ormai l’ora di alzarsi e essere impiccata. Una cosa poco più piacevole dell’impiccagione stessa, ma comunque un po’ più “elegante”!
Purtroppo, la curiosità del re, più forte dei suoi solidi principi religiosi, lo spinse una volta a rimandare l’adempimento della sua promessa al giorno seguente, con l’intento e nella speranza di sapere, quella notte, come fossero andate a finire le cose con la gatta nera (credo che si trattasse proprio di una gatta nera) e il topo.
Tuttavia, quando arrivò la notte, la principessa Sherazade non solo portò a termine la storia della gatta nera e del topo (il topo era blu), ma prima ancora di rendersene conto si trovò immersa nelle complesse dinamiche di una narrazione che, se non erro, parlava di un cavallo rosa (con ali verdi) che si muoveva in modo violento, azionato da meccanismi a molla e caricato con una chiave indaco. Questa storia interessò il re ancora di più della precedente; e poiché il giorno spuntò prima che potesse essere conclusa (nonostante tutti gli sforzi della regina per portarla a termine in tempo), non ci fu altra scelta se non rimandare la cerimonia di nuovo, per ventiquattro ore. La notte successiva accadde lo stesso; e poi ancora quella dopo. Alla fine, il buon monarca, essendo stato privato di qualsiasi opportunità di mantenere la sua promessa per un periodo di ben mille e una notti, o l’ha dimenticata del tutto entro la scadenza di questo lasso di tempo, oppure è riuscito a ottenere l’assoluzione in modo regolare. O, cosa più probabile, ha semplicemente infranto la promessa, proprio come fece il padre del suo confessore. Comunque sia, Sherazade, che discendeva direttamente da Eva e probabilmente ereditò tutte le “sette ceste” di storie che quella donna raccolse dagli alberi del giardino dell’Eden. Alla fine trionfò, e la “tassa sulla bellezza” fu abolita.
Now, this conclusion (which is that of the story as we have it upon record) is, no doubt, excessively proper and pleasant—but alas! like a great many pleasant things, is more pleasant than true, and I am indebted altogether to the “Isitsöornot” for the means of correcting the error. “Le mieux,” says a French proverb, “est l’ennemi du bien,” and, in mentioning that Scheherazade had inherited the seven baskets of talk, I should have added that she put them out at compound interest until they amounted to seventy-seven.
“My dear sister,” said she, on the thousand-and-second night, (I quote the language of the “Isitsöornot” at this point, verbatim) “my dear sister,” said she, “now that all this little difficulty about the bowstring has blown over, and that this odious tax is so happily repealed, I feel that I have been guilty of great indiscretion in withholding from you and the king (who I am sorry to say, snores—a thing no gentleman would do) the full conclusion of Sinbad the sailor. This person went through numerous other and more interesting adventures than those which I related; but the truth is, I felt sleepy on the particular night of their narration, and so was seduced into cutting them short—a grievous piece of misconduct, for which I only trust that Allah will forgive me. But even yet it is not too late to remedy my great neglect—and as soon as I have given the king a pinch or two in order to wake him up so far that he may stop making that horrible noise, I will forthwith entertain you (and him if he pleases) with the sequel of this very remarkable story.”
Hereupon the sister of Scheherazade, as I have it from the “Isitsöornot,” expressed no very particular intensity of gratification; but the king, having been sufficiently pinched, at length ceased snoring, and finally said, “Hum!” and then “Hoo!” when the queen, understanding these words (which are no doubt Arabic) to signify that he was all attention, and would do his best not to snore any more—the queen, I say, having arranged these matters to her satisfaction, re-entered thus, at once, into the history of Sinbad the sailor:
“‘At length, in my old age,’ [these are the words of Sinbad himself, as retailed by Scheherazade]—‘at length, in my old age, and after enjoying many years of tranquillity at home, I became once more possessed of a desire of visiting foreign countries; and one day, without acquainting any of my family with my design, I packed up some bundles of such merchandise as was most precious and least bulky, and, engaging a porter to carry them, went with him down to the sea-shore, to await the arrival of any chance vessel that might convey me out of the kingdom into some region which I had not as yet explored.
“‘Having deposited the packages upon the sands, we sat down beneath some trees, and looked out into the ocean in the hope of perceiving a ship, but during several hours we saw none whatever. At length I fancied that I could hear a singular buzzing or humming sound; and the porter, after listening awhile, declared that he also could distinguish it. Presently it grew louder, and then still louder, so that we could have no doubt that the object which caused it was approaching us. At length, on the edge of the horizon, we discovered a black speck, which rapidly increased in size until we made it out to be a vast monster, swimming with a great part of its body above the surface of the sea. It came toward us with inconceivable swiftness, throwing up huge waves of foam around its breast, and illuminating all that part of the sea through which it passed, with a long line of fire that extended far off into the distance.
“‘As the thing drew near we saw it very distinctly. Its length was equal to that of three of the loftiest trees that grow, and it was as wide as the great hall of audience in your palace, O most sublime and munificent of the Caliphs. Its body, which was unlike that of ordinary fishes, was as solid as a rock, and of a jetty blackness throughout all that portion of it which floated above the water, with the exception of a narrow blood-red streak that completely begirdled it. The belly, which floated beneath the surface, and of which we could get only a glimpse now and then as the monster rose and fell with the billows, was entirely covered with metallic scales, of a color like that of the moon in misty weather. The back was flat and nearly white, and from it there extended upwards of six spines, about half the length of the whole body.
“‘This horrible creature had no mouth that we could perceive; but, as if to make up for this deficiency, it was provided with at least four score of eyes, that protruded from their sockets like those of the green dragon-fly, and were arranged all around the body in two rows, one above the other, and parallel to the blood-red streak, which seemed to answer the purpose of an eyebrow. Two or three of these dreadful eyes were much larger than the others, and had the appearance of solid gold.
“‘Although this beast approached us, as I have before said, with the greatest rapidity, it must have been moved altogether by necromancy—for it had neither fins like a fish nor web-feet like a duck, nor wings like the seashell which is blown along in the manner of a vessel; nor yet did it writhe itself forward as do the eels. Its head and its tail were shaped precisely alike, only, not far from the latter, were two small holes that served for nostrils, and through which the monster puffed out its thick breath with prodigious violence, and with a shrieking, disagreeable noise.
Ora, questa conclusione (che è quella della storia così come la conosciamo nei documenti storici) è, senza alcun dubbio, estremamente appropriata e piacevole, ma ahimè! come molte cose piacevoli, è più piacevole che vera. Devo interamente al “Isitsöornot” il mezzo per correggere questo errore. “Il meglio”, dice un proverbio francese, “è l’antagonista del bene”. E parlando del fatto che Scheherazade avesse ereditato quelle sette “ceste” di storie da raccontare, avrei dovuto aggiungere che le fece fruttificare con interessi composti, fino a quando il loro contenuto non ammontò a settantasette.
“Mia cara sorella,” disse lei, nella milleventiduesima notte (cito qui parola per parola il linguaggio del “Isitsöornot”); “mia cara sorella, ora che tutta questa piccola difficoltà riguardante la corda dell’arco è stata risolta e che quella odiosa tassa è stata felicemente abolita, sento di aver commesso una grande imprudenza nel non avervi raccontato, né a te né al re (del quale mi dispiace dire che russa, una cosa che nessun gentiluomo farebbe), la conclusione completa delle avventure di Sinbad il marinaio. Quest’ultimo ha vissuto molte altre avventure, ancora più interessanti di quelle che vi ho raccontato; ma la verità è che quella particolare notte, mentre me le narravano, mi sono sentita sonnolenta e così ho deciso di interromperli. Un grave errore, per il quale spero solo che Allah mi perdoni. Ma non è ancora troppo tardi per rimediare a questa mia grande negligenza: non appena avrò dato al re un paio di pizzicotti per svegliarlo e far sì che smetta di fare quel terribile rumore, vi racconterò subito la continuazione di questa straordinaria storia.”
Allora la sorella di Scheherazade, secondo quanto riportato nel “Isitsöornot”, non manifestò un’eccessiva gioia; ma il re, dopo essere stato sufficientemente “pizzicato”, alla fine smise di russare e disse: “Hmm!” e poi “Hoo!”. La regina, comprendendo che queste parole (che senza dubbio erano in arabo) significavano che il re era completamente attento e avrebbe fatto del suo meglio per non russare più, una volta sistemate le cose a suo piacimento, tornò immediatamente alla storia di Sinbad il marinaio.
“‘Finalmente, nella mia vecchiaia,’ [queste sono le parole stesse di Sinbad, riferite da Scheherazade]—‘finalmente, nella mia vecchiaia, dopo aver goduto per molti anni di tranquillità a casa, provai nuovamente il desiderio di visitare paesi stranieri; un giorno, senza informare nessuno della mia intenzione, raccolsi alcuni oggetti preziosi ma poco ingombranti, assunsi un portatore per trasportarli e mi recai sulla riva del mare, in attesa che arrivasse qualche nave che potesse portarmi lontano dal regno, verso regioni che non avevo ancora esplorato.’”
“Dopo aver depositato i pacchi sulla sabbia, ci sedemmo sotto alcuni alberi e guardammo verso l’oceano nella speranza di scorgere una nave, ma per diverse ore non ne vedemmo alcuna. Alla fine, mi sembrò di sentire un suono strano, simile a un ronzio o a un mormorio; anche il portatore, dopo aver ascoltato per un po’, dichiarò di poterlo percepire anch’egli. Il suono divenne sempre più forte, fino a quando non ebbero più alcun dubbio che la fonte di quel rumore si stesse avvicinando a noi. Infine, all’orizzonte, scorgemmo un punto nero che aumentava rapidamente di dimensioni; dopo un po’, riconoscemmo che si trattava di un enorme mostro che nuotava con gran parte del suo corpo sopra la superficie del mare. Si avvicinava a noi con una velocità inimmaginabile, sollevando enormi onde di schiuma e illuminando tutta la zona del mare attraverso cui passava con una lunga striscia di luce rossa che si estendeva lontano nell’orizzonte.”
“Mentre quell’essere si avvicinava, lo vedemmo molto chiaramente. La sua lunghezza era pari a quella di tre degli alberi più alti che esistono, e la sua larghezza equivalente alla grande sala delle udienze del vostro palazzo, o voi, il più sublime e munifico dei Califfi. Il suo -corpo, diverso da quello dei pesci comuni, era solido come una roccia e di un nero intenso in tutta la parte che galleggiava sull’acqua, ad eccezione di una stretta striscia di colore rosso sangue che lo circondava completamente. La pancia, che si trovava sotto la superficie dell’acqua e che riuscivamo a intravedere solo di tanto in tanto mentre quell’essere saliva e scendeva con le onde, era interamente coperta di scaglie metalliche, di un colore simile a quello della luna nei giorni nebbiosi. La schiena era piatta e quasi bianca; da essa si estendevano verso l’alto sei spine, lunghe circa la metà dell’intero -corpo.”
“Questa orribile creatura non aveva una bocca che potessimo percepire; ma, come se questo difetto dovesse essere compensato, era dotata di almeno quaranta occhi, che spuntavano dalle loro orbite proprio come quelli della libellula verde, e erano disposti lungo l’corpo in due file, una sopra l’altra, parallele alla striscia di colore rosso sangue che sembrava svolgere la funzione di sopracciglia. Due o tre di questi terribili occhi erano molto più grandi degli altri e avevano l’aspetto dell’oro massiccio.”
“Anche se questa bestia ci si avvicinò, come ho detto prima, con la massima velocità possibile, doveva essere completamente guidata dalla necromanzia: non aveva né pinne come un pesce né zampe palmate come un anatra, né ali simili a quelle delle conchiglie che vengono trasportate dal vento; inoltre, non si muoveva strisciando come i serpenti d’acqua. La sua testa e la sua coda avevano esattamente la stessa forma; solo poco lontano dalla coda c’erano due piccole aperture che fungevano da narici attraverso cui il mostro emetteva il suo respiro denso con una violenza incredibile, accompagnato da un urlo stridulo e sgradevole.”
“‘Our terror at beholding this hideous thing was very great, but it was even surpassed by our astonishment, when upon getting a nearer look, we perceived upon the creature’s back a vast number of animals about the size and shape of men, and altogether much resembling them, except that they wore no garments (as men do), being supplied (by nature, no doubt) with an ugly uncomfortable covering, a good deal like cloth, but fitting so tight to the skin, as to render the poor wretches laughably awkward, and put them apparently to severe pain. On the very tips of their heads were certain square-looking boxes, which, at first sight, I thought might have been intended to answer as turbans, but I soon discovered that they were excessively heavy and solid, and I therefore concluded they were contrivances designed, by their great weight, to keep the heads of the animals steady and safe upon their shoulders. Around the necks of the creatures were fastened black collars, (badges of servitude, no doubt,) such as we keep on our dogs, only much wider and infinitely stiffer, so that it was quite impossible for these poor victims to move their heads in any direction without moving the body at the same time; and thus they were doomed to perpetual contemplation of their noses—a view puggish and snubby in a wonderful, if not positively in an awful degree.
“‘When the monster had nearly reached the shore where we stood, it suddenly pushed out one of its eyes to a great extent, and emitted from it a terrible flash of fire, accompanied by a dense cloud of smoke, and a noise that I can compare to nothing but thunder. As the smoke cleared away, we saw one of the odd man-animals standing near the head of the large beast with a trumpet in his hand, through which (putting it to his mouth) he presently addressed us in loud, harsh, and disagreeable accents, that, perhaps, we should have mistaken for language, had they not come altogether through the nose.
“‘Being thus evidently spoken to, I was at a loss how to reply, as I could in no manner understand what was said; and in this difficulty I turned to the porter, who was near swooning through affright, and demanded of him his opinion as to what species of monster it was, what it wanted, and what kind of creatures those were that so swarmed upon its back. To this the porter replied, as well as he could for trepidation, that he had once before heard of this sea-beast; that it was a cruel demon, with bowels of sulphur and blood of fire, created by evil genii as the means of inflicting misery upon mankind; that the things upon its back were vermin, such as sometimes infest cats and dogs, only a little larger and more savage; and that these vermin had their uses, however evil—for, through the torture they caused the beast by their nibbling and stingings, it was goaded into that degree of wrath which was requisite to make it roar and commit ill, and so fulfil the vengeful and malicious designs of the wicked genii.
“This account determined me to take to my heels, and, without once even looking behind me, I ran at full speed up into the hills, while the porter ran equally fast, although nearly in an opposite direction, so that, by these means, he finally made his escape with my bundles, of which I have no doubt he took excellent care—although this is a point I cannot determine, as I do not remember that I ever beheld him again.
“‘For myself, I was so hotly pursued by a swarm of the men-vermin (who had come to the shore in boats) that I was very soon overtaken, bound hand and foot, and conveyed to the beast, which immediately swam out again into the middle of the sea.
“‘I now bitterly repented my folly in quitting a comfortable home to peril my life in such adventures as this; but regret being useless, I made the best of my condition, and exerted myself to secure the goodwill of the man-animal that owned the trumpet, and who appeared to exercise authority over his fellows. I succeeded so well in this endeavor that, in a few days, the creature bestowed upon me various tokens of his favor, and in the end even went to the trouble of teaching me the rudiments of what it was vain enough to denominate its language; so that, at length, I was enabled to converse with it readily, and came to make it comprehend the ardent desire I had of seeing the world.
“‘Washish squashish squeak, Sinbad, hey-diddle diddle, grunt unt grumble, hiss, fiss, whiss,’ said he to me, one day after dinner—but I beg a thousand pardons, I had forgotten that your majesty is not conversant with the dialect of the Cock-neighs (so the man-animals were called; I presume because their language formed the connecting link between that of the horse and that of the rooster). With your permission, I will translate. ‘Washish squashish,’ and so forth:—that is to say, ‘I am happy to find, my dear Sinbad, that you are really a very excellent fellow; we are now about doing a thing which is called circumnavigating the globe; and since you are so desirous of seeing the world, I will strain a point and give you a free passage upon back of the beast.’”
When the Lady Scheherazade had proceeded thus far, relates the “Isitsöornot,” the king turned over from his left side to his right, and said:
“La nostra terrore nel vedere questa orribile creatura era enorme, ma fu ancora superato dalla nostra meraviglia quando, osservandola più da vicino, notammo sul suo dorso un gran numero di animali delle dimensioni e della forma degli uomini, che in ogni modo gli assomigliavano molto; la differenza stava nel fatto che non indossavano abiti (come fanno gli uomini), ma erano ricoperti da una sorta di brutto e scomodo rivestimento, simile al tessuto, ma così aderente alla pelle da rendere quei poveri esseri estremamente goffi e probabilmente soggetti a grandi dolori. Sulle punte delle loro teste c’erano dei contenitori quadrati; all’inizio pensai che potessero servire da turbanti, ma presto mi resi conto che erano estremamente pesanti e solidi, quindi dedussi che fossero stati creati apposta per mantenere la testa degli animali ferma e sicura sulle spalle. Intorno al collo portavano colletti neri, chiaramente segni di schiavitù (come quelli che usiamo sui nostri cani), solo molto più larghi e rigidi; per questo era impossibile per quelle povere creature muovere la testa in alcuna direzione senza muovere anche il corpo, e così erano condannate a fissare costantemente il proprio naso, una vista davvero orribile.”
“Quando il mostro era quasi arrivato alla riva dove ci trovavamo, improvvisamente sporse uno dei suoi occhi per una grande distanza e ne emise un terribile lampo di fuoco, accompagnato da una densa nuvola di fumo e da un rumore che non posso paragonare ad altro che al tuono. Quando il fumo si disperse, vedemmo uno di quegli strani esseri mezzi umani e mezzi animali in piedi vicino alla testa della grande bestia, con una tromba in mano; mettendosela alle labbra, ci rivolse subito parole sonore, aspre e sgradevoli. Forse avremmo potuto scambiarle per un linguaggio umano, se non fossero uscite esclusivamente dal naso.”
“Essendo stato così chiaramente interpellato, non sapevo come rispondere, poiché in alcun modo non riuscivo a comprendere ciò che era stato detto; e in questa difficoltà mi rivolsi al portiere, che era quasi svenuto per la paura, chiedendogli il suo parere su quale tipo di mostro si trattasse, cosa volesse e quali creature fossero quelle che gli infestavano la schiena. Il portiere rispose, nel miglior modo possibile data la sua trepidazione, che aveva già sentito parlare di questa bestia marina; che era un demone crudele, con intestini di zolfo e sangue di fuoco, creato da geni malvagi allo scopo di infliggere sofferenza all’umanità; che le creature sulla sua schiena erano parassiti, simili a quelli che talvolta infestano gatti e cani, solo un po’ più grandi e feroci; e che questi parassiti avevano la loro utilità, per quanto malvagia: poiché, con le torture che infliggevano mordendo e pungendo la bestia, la spingevano a uno stato di furia tale da farla ruggire e compiere atti malvagi, così realizzando i piani vendicativi e maliziosi dei geni malvagi.”
“Questo episodio mi spinse a fuggire immediatamente; senza mai guardarmi indietro, corsi a tutta velocità verso le colline, mentre il portiere correva altrettanto velocemente, sebbene quasi nella direzione opposta. In questo modo, riuscì infine a fuggire con i miei bagagli, di cui non ho dubbi che si sia preso cura al meglio, anche se non posso esserne certo, poiché non ricordo di averlo più rivisto.”
“Per quanto mi riguarda, fui inseguito con tale insistenza da un gruppo di quegli esseri umani repellenti (che erano arrivati sulla riva in barca) che fui presto catturato, legato mani e piedi, e portato via da quella bestia, che subito dopo si allontanò nuovamente verso il centro del mare.”
“Ora mi pento amaramente della mia follia nel lasciare una comoda casa per mettere a rischio la mia vita in avventure del genere; ma, riconoscendo di essere inutile, cercai di sfruttare al meglio la situazione e mi impegnai per guadagnarmi la simpatia di quell’essere semiumano che possedeva la tromba e che sembrava esercitare autorità sui suoi simili. Riuscii così bene in questo intento che, in pochi giorni, quell’essere mi concesse vari segni della sua favore; alla fine, si prese persino la briga di insegnarmi i rudimenti di quella lingua che era sufficiente per poter comunicare con lui. Così, alla fine, riuscii a conversare facilmente con lui e a fargli comprendere il mio ardente desiderio di vedere il mondo.”
“‘Washish squashish squeak, Sinbad, hey-diddle diddle, grunt unt grumble, hiss, fiss, whiss,’ mi disse un giorno dopo cena. Ma vi chiedo mille scuse: avevo dimenticato che Vostra Maestà non conosce il dialetto dei Cock-neighs (così venivano chiamati questi animali; presumo perché la loro lingua costituiva il collegamento tra quella del cavallo e quella del gallo). Con il vostro permesso, tradurrò: ‘Washish squashish, ’ In altre parole: ‘Sono felice di scoprire, mio caro Sinbad, che sei davvero un uomo eccellente; stiamo per intraprendere un viaggio intorno al mondo, e poiché desideri tanto vederlo, farò uno sforzo e ti permetterò di viaggiare gratuitamente a cavallo di quest’animale.’”
Quando la Principessa Sherazade ebbe raccontato fino a questo punto, il re si girò dal lato sinistro a quello destro e disse:
“It is, in fact, very surprising, my dear queen, that you omitted, hitherto, these latter adventures of Sinbad. Do you know I think them exceedingly entertaining and strange?”
The king having thus expressed himself, we are told, the fair Scheherazade resumed her history in the following words:
“Sinbad went on in this manner with his narrative—‘I thanked the man-animal for its kindness, and soon found myself very much at home on the beast, which swam at a prodigious rate through the ocean; although the surface of the latter is, in that part of the world, by no means flat, but round like a pomegranate, so that we went—so to say—either up hill or down hill all the time.’
“That I think, was very singular,” interrupted the king.
“Nevertheless, it is quite true,” replied Scheherazade.
“I have my doubts,” rejoined the king; “but, pray, be so good as to go on with the story.”
“I will,” said the queen. “‘The beast,’ continued Sinbad to the caliph, ‘swam, as I have related, up hill and down hill until, at length, we arrived at an island, many hundreds of miles in circumference, but which, nevertheless, had been built in the middle of the sea by a colony of little things like caterpillars.’” (*1)
“Hum!” said the king.
“‘Leaving this island,’ said Sinbad—(for Scheherazade, it must be understood, took no notice of her husband’s ill-mannered ejaculation) ‘leaving this island, we came to another where the forests were of solid stone, and so hard that they shivered to pieces the finest-tempered axes with which we endeavoured to cut them down.’” (*2)
“Hum!” said the king, again; but Scheherazade, paying him no attention, continued in the language of Sinbad.
“‘Passing beyond this last island, we reached a country where there was a cave that ran to the distance of thirty or forty miles within the bowels of the earth, and that contained a greater number of far more spacious and more magnificent palaces than are to be found in all Damascus and Bagdad. From the roofs of these palaces there hung myriads of gems, like diamonds, but larger than men; and in among the streets of towers and pyramids and temples, there flowed immense rivers as black as ebony, and swarming with fish that had no eyes.’” (*3)
“Hum!” said the king.
“‘We then swam into a region of the sea where we found a lofty mountain, down whose sides there streamed torrents of melted metal, some of which were twelve miles wide and sixty miles long (*4); while from an abyss on the summit, issued so vast a quantity of ashes that the sun was entirely blotted out from the heavens, and it became darker than the darkest midnight; so that when we were even at the distance of a hundred and fifty miles from the mountain, it was impossible to see the whitest object, however close we held it to our eyes.’” (*5)
“Hum!” said the king.
“‘After quitting this coast, the beast continued his voyage until we met with a land in which the nature of things seemed reversed—for we here saw a great lake, at the bottom of which, more than a hundred feet beneath the surface of the water, there flourished in full leaf a forest of tall and luxuriant trees.’” (*6)
“Hoo!” said the king.
“Some hundred miles farther on brought us to a climate where the atmosphere was so dense as to sustain iron or steel, just as our own does feather.’” (*7)
“Fiddle de dee,” said the king.
“Proceeding still in the same direction, we presently arrived at the most magnificent region in the whole world. Through it there meandered a glorious river for several thousands of miles. This river was of unspeakable depth, and of a transparency richer than that of amber. It was from three to six miles in width; and its banks which arose on either side to twelve hundred feet in perpendicular height, were crowned with ever-blossoming trees and perpetual sweet-scented flowers, that made the whole territory one gorgeous garden; but the name of this luxuriant land was the Kingdom of Horror, and to enter it was inevitable death.’” (*8)
“Humph!” said the king.
“‘We left this kingdom in great haste, and, after some days, came to another, where we were astonished to perceive myriads of monstrous animals with horns resembling scythes upon their heads. These hideous beasts dig for themselves vast caverns in the soil, of a funnel shape, and line the sides of them with rocks, so disposed one upon the other that they fall instantly, when trodden upon by other animals, thus precipitating them into the monster’s dens, where their blood is immediately sucked, and their carcasses afterwards hurled contemptuously out to an immense distance from “the caverns of death.”’” (*9)
“Pooh!” said the king.
“‘Continuing our progress, we perceived a district with vegetables that grew not upon any soil but in the air. (*10) There were others that sprang from the substance of other vegetables; (*11) others that derived their substance from the bodies of living animals; (*12) and then again, there were others that glowed all over with intense fire; (*13) others that moved from place to place at pleasure, (*14) and what was still more wonderful, we discovered flowers that lived and breathed and moved their limbs at will and had, moreover, the detestable passion of mankind for enslaving other creatures, and confining them in horrid and solitary prisons until the fulfillment of appointed tasks.’” (*15)
“È davvero molto sorprendente, mia cara regina, che finora abbiate omesso queste ultime avventure di Sinbad. Non trovate anche voi che siano estremamente avvincenti e strane?”
Dopo che il re si fu espresso in questo modo, ci viene raccontato che la bella Scheherazade riprese la sua storia con le seguenti parole:
“Sinbad continuò così il suo racconto: ‘Ringraziai quell’essere a metà uomo e a metà animale per la sua gentilezza, e presto mi sentii davvero a mio agio su quella bestia, che nuotava a una velocità incredibile attraverso l’oceano; anche se la superficie dell’oceano, in quella parte del mondo, non era affatto piatta, ma rotonda come un grappolo d’uva, così che noi, per così dire, salivamo o scendevamo continuamente lungo le sue onde.’”
“Secondo me, è stato davvero qualcosa di unico,” intervenne il re.
“Tuttavia, è assolutamente vero,” rispose Sherazade.
“Ho i miei dubbi,” ribatté il re; “ma per favore, continua pure a raccontare la storia.”
“Lo farò,” disse la regina. “‘Quell’animale,’ continuò Sinbad davanti al califfo, ‘nuotò su e giù per le colline fino a quando, infine, non arrivammo a un’isola con una circonferenza di centinaia di miglia; tuttavia, quell’isola era stata costruita nel mezzo del mare da una colonia di piccoli esseri simili a bruchi.’” (*1)
“Uhm!”, disse il re.
“‘Lasciando quest’isola,’ disse Sinbad – (poiché, bisogna capirlo, Sherazade non prestò alcuna attenzione all’insolente commento di suo marito) ‘lasciando quest’isola, arrivammo un’altra dove le foreste erano fatte interamente di pietra solida; tale era la loro durezza che anche gli accette di migliore qualità si frantumavano al solo tentativo di tagliarle.’” (*2)
“Hmm!”, disse di nuovo il re; ma Sherazade, senza prestargli attenzione, continuò a parlare nella lingua di Sinbad.
“Oltrepassando quest’ultima isola, giungemmo in una terra dove c’era una grotta che si estendeva per trenta o quaranta miglia nelle profondità della terra; al suo interno si trovavano un numero enorme di palazzi, molto più spaziosi e maestosi di quelli presenti in tutta Damasco e Baghdad. Dai tetti di questi palazzi pendevano miriadi di gemme, simili a diamanti, ma di dimensioni maggiori di quelle umane; tra le strade costituite da torri, piramidi e templi scorrevano fiumi immensi, neri come l’ebano, popolati da pesci privi di occhi.” (*3)
“Uhm!”, disse il re.
“Poi nuotammo in una regione del mare dove trovammo una montagna alta; dai suoi versanti scorrevano torrenti di metallo fuso, alcuni dei quali avevano un diametro di dodici miglia e una lunghezza di sessanta miglia (*4); mentre da un abisso situato sulla cima sgorgava una quantità così enorme di cenere che il sole veniva completamente oscurato nel cielo, e l’oscurità diventava più intensa di quella della notte più buia; tanto che anche a centocinquanta miglia di distanza dalla montagna era impossibile vedere qualsiasi oggetto bianco, per quanto lo si avvicinasse agli occhi.” (*5)
“Uhm!”, disse il re.
“Dopo aver lasciato questa costa, la bestia continuò il suo viaggio fino a quando non incontrammo una terra nella quale la natura delle cose sembrava essere invertita; infatti vedemmo un grande lago, al basso del quale, a più di cento piedi sotto la superficie dell’acqua, cresceva rigogliosa una foresta di alberi alti e lussureggianti.”
(*6)
“Uuhu!” disse il re.
“Circa cento miglia più avanti ci trovammo in una zona dove l’atmosfera era così densa da poter sostenere il peso dell’acciaio, proprio come la nostra atmosfera può sostenere quello delle piume.” (*7)
“Fiddle de dee,” disse il re.
“Proseguendo sempre nella stessa direzione, giungemmo ben presto alla regione più magnifica di tutto il mondo. In essa serpeggiava un glorioso fiume che si estendeva per migliaia di chilometri. Questo fiume era di una profondità inesprimibile e di una trasparenza superiore a quella dell’ambra; aveva una larghezza compresa tra i tre e i sei miglia, mentre le sue rive, alte fino a milleduecento piedi, erano ricoperte da alberi sempre fioriti e da fiori profumati che rendevano l’intera area un vero e proprio giardino incantevole. Tuttavia, il nome di questa terra rigogliosa era il Regno dell’Orrore. Entrarvi significava inevitabilmente la morte.” (*8)
“Uff!”, disse il re.
“Abbiamo lasciato questo regno in gran fretta e, dopo alcuni giorni, siamo giunti in un altro, dove siamo rimasti sbalorditi nel vedere miriadi di mostruosi animali con corna simili a falci sulla testa. Queste orribili bestie scavano nel terreno enormi caverne a forma di imbuto e ne rivestono le pareti con rocce disposte in modo tale che cada immediatamente qualunque altro animale vi calpesti, facendolo precipitare nelle tane dei mostri, dove il loro sangue viene subito assorbito e i loro corpi vengono poi gettati via con disprezzo a grande distanza dalle ‘caverne della )morte’.” (*9)
“Puf!” disse il re.
“Proseguendo il nostro cammino, osservammo una zona in cui le verdure non crescevano su alcun terreno, ma nell’aria. (*10) Alcune di queste verdure nascevano direttamente dalla sostanza di altre; (*11) altre ancora traevano la propria materia dal corpo di animali viventi; (*12) c’erano anche quelle che brillavano intensamente di fuoco; (*13) altre si spostavano a piacimento da un luogo all’altro; (*14) e ciò che era ancora più meraviglioso è che scoprimmo fiori che vivevano, respiravano, muovevano le proprie parti a volontà, e possedevano addirittura quella odiosa passione degli esseri umani di schiavizzare altre creature, confinandole in orribili prigioni solitarie fino al compimento dei compiti loro assegnati.” (*15)
“Pshaw!” said the king.
“‘Quitting this land, we soon arrived at another in which the bees and the birds are mathematicians of such genius and erudition, that they give daily instructions in the science of geometry to the wise men of the empire. The king of the place having offered a reward for the solution of two very difficult problems, they were solved upon the spot—the one by the bees, and the other by the birds; but the king keeping their solution a secret, it was only after the most profound researches and labor, and the writing of an infinity of big books, during a long series of years, that the men-mathematicians at length arrived at the identical solutions which had been given upon the spot by the bees and by the birds.’” (*16)
“Oh my!” said the king.
“‘We had scarcely lost sight of this empire when we found ourselves close upon another, from whose shores there flew over our heads a flock of fowls a mile in breadth, and two hundred and forty miles long; so that, although they flew a mile during every minute, it required no less than four hours for the whole flock to pass over us—in which there were several millions of millions of fowl.’” (*17)
“Oh fy!” said the king.
“‘No sooner had we got rid of these birds, which occasioned us great annoyance, than we were terrified by the appearance of a fowl of another kind, and infinitely larger than even the rocs which I met in my former voyages; for it was bigger than the biggest of the domes on your seraglio, oh, most Munificent of Caliphs. This terrible fowl had no head that we could perceive, but was fashioned entirely of belly, which was of a prodigious fatness and roundness, of a soft-looking substance, smooth, shining and striped with various colors. In its talons, the monster was bearing away to his eyrie in the heavens, a house from which it had knocked off the roof, and in the interior of which we distinctly saw human beings, who, beyond doubt, were in a state of frightful despair at the horrible fate which awaited them. We shouted with all our might, in the hope of frightening the bird into letting go of its prey, but it merely gave a snort or puff, as if of rage and then let fall upon our heads a heavy sack which proved to be filled with sand!’”
“Stuff!” said the king.
“‘It was just after this adventure that we encountered a continent of immense extent and prodigious solidity, but which, nevertheless, was supported entirely upon the back of a sky-blue cow that had no fewer than four hundred horns.’” (*18)
“That, now, I believe,” said the king, “because I have read something of the kind before, in a book.”
“‘We passed immediately beneath this continent, (swimming in between the legs of the cow), and, after some hours, found ourselves in a wonderful country indeed, which, I was informed by the man-animal, was his own native land, inhabited by things of his own species. This elevated the man-animal very much in my esteem, and in fact, I now began to feel ashamed of the contemptuous familiarity with which I had treated him; for I found that the man-animals in general were a nation of the most powerful magicians, who lived with worms in their brain, (*19) which, no doubt, served to stimulate them by their painful writhings and wrigglings to the most miraculous efforts of imagination!’”
“Nonsense!” said the king.
“‘Among the magicians, were domesticated several animals of very singular kinds; for example, there was a huge horse whose bones were iron and whose blood was boiling water. In place of corn, he had black stones for his usual food; and yet, in spite of so hard a diet, he was so strong and swift that he would drag a load more weighty than the grandest temple in this city, at a rate surpassing that of the flight of most birds.’” (*20)
“Twattle!” said the king.
“‘I saw, also, among these people a hen without feathers, but bigger than a camel; instead of flesh and bone she had iron and brick; her blood, like that of the horse, (to whom, in fact, she was nearly related,) was boiling water; and like him she ate nothing but wood or black stones. This hen brought forth very frequently, a hundred chickens in the day; and, after birth, they took up their residence for several weeks within the stomach of their mother.’” (*21)
“Fal lal!” said the king.
“‘One of this nation of mighty conjurors created a man out of brass and wood, and leather, and endowed him with such ingenuity that he would have beaten at chess, all the race of mankind with the exception of the great Caliph, Haroun Alraschid. (*22) Another of these magi constructed (of like material) a creature that put to shame even the genius of him who made it; for so great were its reasoning powers that, in a second, it performed calculations of so vast an extent that they would have required the united labor of fifty thousand fleshy men for a year. (*23) But a still more wonderful conjuror fashioned for himself a mighty thing that was neither man nor beast, but which had brains of lead, intermixed with a black matter like pitch, and fingers that it employed with such incredible speed and dexterity that it would have had no trouble in writing out twenty thousand copies of the Koran in an hour, and this with so exquisite a precision, that in all the copies there should not be found one to vary from another by the breadth of the finest hair. This thing was of prodigious strength, so that it erected or overthrew the mightiest empires at a breath; but its powers were exercised equally for evil and for good.’”
“Pff!”, disse il re.
“Abbandonando questa terra, arrivammo presto in un’altra dove le api e gli uccelli sono matematici di tale genio ed erudizione che forniscono quotidianamente istruzioni sulla scienza della geometria ai saggi dell’impero. Il re di quel luogo offrì una ricompensa per la soluzione di due problemi molto difficili; questi furono risolti sul posto: il primo dalle api, il secondo dagli uccelli. Tuttavia, poiché il re tenne segreta la loro soluzione, fu solo dopo lunghi e approfonditi studi, nonché la stesura di un’infinità di libri, che gli umani matematici riuscirono infine a giungere alle stesse risposte ottenute sul momento dalle api e dagli uccelli.” (*16)
“Oh mio Dio!”, disse il re.
“Appena avevamo perso di vista questo impero, ci trovammo di fronte a un altro; dalle sue rive volava sopra le nostre teste uno stormo di uccelli largo un miglio e lungo duecentoquaranta miglia. Anche se volavano a una velocità di un miglio al minuto, fu necessario ben quattro ore perché l’intero stormo ci superasse. In quel gruppo c’erano diversi milioni di milioni di uccelli.” (*17)
“Oh mio Dio!”, disse il re.
“Non appena ci eravamo sbarazzati di queste uccelliere che ci causavano grande fastidio, fummo terrorizzati dall’apparizione di un altro tipo di volatile, infinitamente più grande persino dei rocchi che avevo incontrato nelle mie precedenti viaggi; era infatti più grande delle maggiori cupole del vostro serraglio, oh, il più munifico dei Califfi. Questo terribile uccello non aveva testa visibile; tutto il suo corpo era formato soltanto dal ventre, di una grassezza e rotondità incredibili, di una sostanza morbida, liscia, lucida e striata di vari colori. Con i suoi artigli, quel mostro trasportava verso il suo nido nel cielo una casa dalla cui copertura aveva rimosso il tetto; all’interno di essa vedemmo chiaramente degli esseri umani, che senza dubbio erano in uno stato di terribile disperazione di fronte al destino orribile che li attendeva. Gridammo con tutte le nostre forze, nella speranza di spaventare l’uccello e farlo lasciare la sua preda, ma esso emise soltanto un ringhio o un soffio, come se fosse furioso, poi fece cadere su di noi un pesante sacco pieno di sabbia!”
“Ridicolo!”, disse il re.
“Fu proprio dopo questa avventura che incontrammo un continente di immense dimensioni e straordinaria solidità, il quale, tuttavia, poggiava interamente sul dorso di una mucca di colore azzurro cielo che aveva non meno di quattrocento corna.” (*18)
“Ora credo davvero,” disse il re, “perché ho già letto qualcosa del genere in un libro.”
“‘Siamo passati immediatamente sotto questo continente, (nuotando tra le “gambe della mucca”), e dopo alcune ore ci siamo trovati in un paese davvero meraviglioso; quest’uomo-animale mi ha detto che si trattava della sua terra natale, abitata da creature della sua stessa specie. Questo ha aumentato molto la mia stima per lui. Anzi, ho iniziato a provare vergogna per il disprezzo con cui lo avevo trattato; infatti ho scoperto che gli uomini-animali, in generale, appartenevano a una nazione di maghi estremamente potenti. Maghi i cui cervelli erano “popolati” da vermi, (19) E questi vermi, senza dubbio, stimolavano le loro menti attraverso movimenti dolorosi e contorti, inducendoli a compiere gli sforzi più straordinari dell’immaginazione!’”
“Sciocchezze!”, disse il re.
“Tra i maghi, c’erano diversi animali addomesticati di specie molto particolari; ad esempio, c’era un enorme cavallo il cui scheletro era di ferro e il cui sangue era acqua bollente. Al posto del grano, come alimento quotidiano consumava pietre nere; eppure, nonostante un’alimentazione così rigida, era così forte e veloce da essere in grado di trascinare un carico molto più pesante del più grande tempio di questa città, a una velocità superiore a quella della maggior parte degli uccelli.” (*20)
“Sciocchezze!”, disse il re.
“Vidi anche, tra queste persone, una gallina senza piume, ma più grande di un cammello; al posto della carne e delle ossa aveva ferro e mattoni; il suo sangue, simile a quello del cavallo (di cui in realtà era quasi imparentata), era acqua bollente; e, come lui, non mangiava altro che legno o pietre nere. Questa gallina partoriva molto spesso: cento pulcini al giorno; e, dopo la nascita, questi rimanevano per diverse settimane nell’addome della loro madre.” (*21)
“Fal lal!” disse il re.
“Uno di questi potenti stregoni della nazione creò un uomo fatto di rame, legno e pelle, dotandolo di tale ingegnosità che avrebbe potuto battere a scacchi tutta l’umanità, ad eccezione del grande califfo Harun al-Rashid. (*22) Un altro di questi maghi costruì una creatura, sempre fatta dello stesso materiale, la cui intelligenza superava addirittura quella di colui che l’aveva creata; i suoi poteri di ragionamento erano così grandi che, in un istante, era in grado di eseguire calcoli di una portata tale da richiedere l’intenso lavoro di cinquantamila uomini per un intero anno. (*23) Ma c’era ancora uno stregone più meraviglioso: egli creò per sé qualcosa che non era né uomo né animale, ma possedeva cervelli fatti di piombo mescolato con una sostanza nera simile alla pece, e dita che utilizzava con tale incredibile velocità e destrezza da poter scrivere ventimila copie del Corano in un’ora, tutte con una precisione tale che non vi sarebbe stata nemmeno una singola differenza tra di esse, neanche la larghezza di un capello. Questa creatura possedeva una forza straordinaria: con un solo soffio era in grado di erigere o distruggere gli imperi più potenti; tuttavia i suoi poteri venivano utilizzati sia per il bene che per il male.”
“Ridiculous!” said the king.
“‘Among this nation of necromancers there was also one who had in his veins the blood of the salamanders; for he made no scruple of sitting down to smoke his chibouc in a red-hot oven until his dinner was thoroughly roasted upon its floor. (*24) Another had the faculty of converting the common metals into gold, without even looking at them during the process. (*25) Another had such a delicacy of touch that he made a wire so fine as to be invisible. (*26) Another had such quickness of perception that he counted all the separate motions of an elastic body, while it was springing backward and forward at the rate of nine hundred millions of times in a second.’” (*27)
“Absurd!” said the king.
“‘Another of these magicians, by means of a fluid that nobody ever yet saw, could make the corpses of his friends brandish their arms, kick out their legs, fight, or even get up and dance at his will. (*28) Another had cultivated his voice to so great an extent that he could have made himself heard from one end of the world to the other. (*29) Another had so long an arm that he could sit down in Damascus and indite a letter at Bagdad—or indeed at any distance whatsoever. (*30) Another commanded the lightning to come down to him out of the heavens, and it came at his call; and served him for a plaything when it came. Another took two loud sounds and out of them made a silence. Another constructed a deep darkness out of two brilliant lights. (*31) Another made ice in a red-hot furnace. (*32) Another directed the sun to paint his portrait, and the sun did. (*33) Another took this luminary with the moon and the planets, and having first weighed them with scrupulous accuracy, probed into their depths and found out the solidity of the substance of which they were made. But the whole nation is, indeed, of so surprising a necromantic ability, that not even their infants, nor their commonest cats and dogs have any difficulty in seeing objects that do not exist at all, or that for twenty millions of years before the birth of the nation itself had been blotted out from the face of creation.’” (*34)
“Preposterous!” said the king.
“‘The wives and daughters of these incomparably great and wise magi,’” continued Scheherazade, without being in any manner disturbed by these frequent and most ungentlemanly interruptions on the part of her husband—“‘the wives and daughters of these eminent conjurers are every thing that is accomplished and refined; and would be every thing that is interesting and beautiful, but for an unhappy fatality that besets them, and from which not even the miraculous powers of their husbands and fathers has, hitherto, been adequate to save. Some fatalities come in certain shapes, and some in others—but this of which I speak has come in the shape of a crotchet.’”
“A what?” said the king.
“‘A crotchet’” said Scheherazade. “‘One of the evil genii, who are perpetually upon the watch to inflict ill, has put it into the heads of these accomplished ladies that the thing which we describe as personal beauty consists altogether in the protuberance of the region which lies not very far below the small of the back. Perfection of loveliness, they say, is in the direct ratio of the extent of this lump. Having been long possessed of this idea, and bolsters being cheap in that country, the days have long gone by since it was possible to distinguish a woman from a dromedary—’”
“Stop!” said the king—“I can’t stand that, and I won’t. You have already given me a dreadful headache with your lies. The day, too, I perceive, is beginning to break. How long have we been married?—my conscience is getting to be troublesome again. And then that dromedary touch—do you take me for a fool? Upon the whole, you might as well get up and be throttled.”
These words, as I learn from the “Isitsöornot,” both grieved and astonished Scheherazade; but, as she knew the king to be a man of scrupulous integrity, and quite unlikely to forfeit his word, she submitted to her fate with a good grace. She derived, however, great consolation, (during the tightening of the bowstring,) from the reflection that much of the history remained still untold, and that the petulance of her brute of a husband had reaped for him a most righteous reward, in depriving him of many inconceivable adventures.
“Assurdo!” disse il re.
“Tra questa nazione di negromanti c’era anche uno il cui sangue conteneva le vene delle salamandre; infatti, non esitava a sedersi in un forno arroventato per fumare la sua pipa, mentre la cena veniva completamente cucinata sul fondo stesso del forno. (*24) Un altro possedeva il dono di trasformare i metalli comuni in oro, senza nemmeno bisogno di guardarli durante il processo. (*25) Un altro aveva una tale delicatezza nel tatto da riuscire a creare fili così sottili da essere invisibili. (*26) Un altro ancora possedeva una percezione talmente rapida da riuscire a contare tutte le singole movimenti di un corpo elastico, mentre questo si muoveva avanti e indietro a una velocità di novecento milioni di volte al secondo.” (*27)
“Assurdo!”, disse il re.
“Un altro di questi maghi, utilizzando un liquido che nessuno aveva mai visto prima, riusciva a far sì che i cadaveri dei suoi amici agitassero le braccia, muovessero le gambe, combattessero, o addirittura si alzassero e danzassero a suo piacimento. (*28) Un altro aveva perfezionato talmente la propria voce da poter farsi sentire da un capo all’altro del mondo. (*29) Un altro aveva un braccio così lungo che poteva sedersi a Damasco e scrivere una lettera a Baghdad, o, in realtà, a qualsiasi distanza. (*30) Un altro comandava alla fulmine di scendere dal cielo; essa obbediva al suo richiamo e diventava il suo giocattolo quando arrivava. Un altro prendeva due suoni forti e ne creava uno silenzio. Un altro creava un’oscurità profonda partendo da due luci intense. (*31) Un altro riusciva a far formare il ghiaccio all’interno di un forno rovente. (*32) Un altro faceva sì che il sole dipingesse il suo ritratto, e il sole lo faceva davvero. (*33) Un altro prendeva questa luce, insieme alla luna e ai pianeti; dopo averli pesati con estrema precisione, esaminava le loro profondità e scopriva la solidità della materia di cui erano fatti. Ma l’intera nazione possiede davvero capacità necromantiche sorprendenti: nemmeno i loro bambini, né i loro gatti o cani più comuni hanno difficoltà a vedere oggetti che non esistono affatto, o che, per venti milioni di anni prima della nascita stessa di questa nazione, erano già stati cancellati dalla faccia della creazione.” (*34)
“Assurdo!” disse il re.
“‘Le mogli e le figlie di questi maghi incomparabilmente grandi e saggi’”, continuò Scheherazade, senza essere affatto disturbata da queste frequenti e assai scortesi interruzioni da parte di suo marito – “‘le mogli e le figlie di questi eminenti stregoni rappresentano tutto ciò che è raffinato ed elegante; sarebbero anche tutto ciò che è interessante e bello, se non fosse per una sfortunata fatalità che le perseguita, e dalla quale nemmeno i poteri miracolosi di loro mariti e padri sono stati finora in grado di salvarle. Alcune fatalità si presentano sotto certe forme, altre sotto altre. Ma quella di cui parlo si è manifestata sotto forma di un gancio.’”
“‘A cosa?’” disse il re.
“‘A crotchet’”, disse Scheherazade. “‘Uno dei geni malvagi, che sono sempre all’erta per causare del male, ha messo in testa a queste signore raffinate l’idea che ciò che definiamo bellezza fisica consista interamente nella protuberanza della zona situata poco sotto la parte posteriore del corpo. Dicono che la perfezione della bellezza sia direttamente proporzionale all’estensione di questa protuberanza. Avendo da tempo questa convinzione, e poiché in quel paese i cosmetici sono economici, da molto tempo non si riesce più a distinguere una donna da un dromedario, ”
“Basta!” disse il re — “Non ne posso più, e non lo tollererò. Con le tue bugie mi hai già causato un terribile mal di testa. Inoltre, sembra che stia per sorgere il giorno. Da quanto tempo siamo sposati? La mia coscienza inizia di nuovo a tormentarmi. E poi quel modo di comportarsi. Mi prendi forse per uno idiota? In fondo, potresti anche alzarti e farti strangolare.”
Queste parole, come apprendo dal “Isitsöornot”, rattristarono e allo stesso tempo sorpresero Scheherazade; ma poiché sapeva che il re era un uomo di integrità scrupolosa e molto improbabile che mancasse alla sua parola, accettò il proprio destino con grande dignità. Tuttavia, trovò grande consolazione nel pensiero che gran parte della storia fosse ancora inesplorata, e che la capricciosità di suo marito gli avesse inflitto una punizione più che meritata, privandolo di molte avventure incredibili.