THE REVISED 20 CHAPTER VERSION THE PICTURE OF DORIAN GRAY, 1891 CONTENTS THE PREFACE CHAPTER 1 CHAPTER 2 CHAPTER 3 CHAPTER 4 CHAPTER 5 CHAPTER 6 CHAPTER 7 CHAPTER 8 CHAPTER 9 CHAPTER 10 CHAPTER 11 CHAPTER 12 CHAPTER 13 CHAPTER 14 CHAPTER 15 CHAPTER 16 CHAPTER 17 CHAPTER 18 CHAPTER 19
CAPITOLO 20
Prima edizione
Prefazione
L’artista è colui che crea cose belle. Rivelare l’arte e nascondere l’artista stesso è lo scopo dell’arte stessa. Il critico è colui che riesce a tradurre, in un altro modo o con un nuovo materiale, la propria impressione di queste cose belle.
Sia la forma più elevata che quella più bassa della critica rappresentano in realtà una sorta di autobiografia. Coloro che vedono significati brutti nelle cose belle sono persone corrotte, ma non affatto attraenti. Questo è un difetto.
Coloro invece che scorgono significati belli nelle cose belle sono persone coltivate; per loro esiste la speranza. Sono coloro che sono stati “eletti”, per i quali le cose belle significano soltanto bellezza.
Non esistono libri morali o immorali: ci sono soltanto libri ben scritti o male scritti. Nient’altro.
L’avversione del XIX secolo verso il realismo è l’ira di Caliban che vede il proprio volto in uno specchio. L’avversione verso il romanticismo, invece, è l’ira di Caliban che non riesce a riconoscere il proprio volto nello specchio. La vita morale dell’uomo fa parte degli argomenti trattati dall’artista, ma la “morale” dell’arte consiste nell’utilizzare al meglio un mezzo imperfetto. Nessun artista desidera dimostrare nulla; anche le verità possono essere dimostrate. Nessun artista nutre simpatie etiche: una simpatia del genere, in un artista, rappresenta soltanto uno stile imperdonabile. Nessun artista è mai “morbido” nel suo modo di esprimersi. L’artista può esprimere qualsiasi cosa; pensiero e linguaggio sono, per lui, strumenti dell’arte. Vizio e virtù, invece, sono soltanto materiali utilizzabili dall’arte. Dal punto di vista della forma, l’esempio supremo di tutte le arti è quella del musicista; dal punto di vista dei sentimenti, l’esempio supremo è l’arte dell’attore. Tutta l’arte è, al contempo, superficie e simbolo. Chi cerca di andare oltre la superficie lo fa a proprio rischio. Chi interpreta i simboli lo fa anch’esso a proprio rischio. È lo spettatore, e non la vita reale, che l’arte riflette veramente. La diversità delle opinioni su un’opera d’arte dimostra che essa è nuova, complessa e vitale. Quando i critici sono in disaccordo, l’artista è, in realtà, in accordo con se stesso. Possiamo perdonare una persona che crea qualcosa di utile, purché non ne sia appassionata. L’unica scusa per creare qualcosa di inutile è amarlo profondamente.
Tutta l’arte, in fondo, è del tutto inutile.
OSCAR WILDE
CAPITOLO 1
Lo studio era pervaso dal profumo intenso dei rose; quando la brezza estiva agitava i rami del giardino, attraverso la porta aperta penetrava anche il forte aroma dei lillà e il più delicato profumo dei rovi fioriti di rosa.
Dalla poltrona su cui era sdraiato, fumando innumerevoli sigarette come suo solito, Lord Henry Wotton riusciva a intravedere i boccioli dolci e color miele di un gelso; le sue fronde tremolanti sembravano a malapena in grado di reggere tanta bellezza. Di tanto in tanto, ombre fantasmagoriche di uccelli in volo sfioravano le lunghe tende di seta davanti alla grande finestra, creando un effetto simile a quello dei dipinti giapponesi e facendogli pensare a quegli artisti dal viso pallido di Tokyo che, attraverso un’arte necessariamente statica, cercano di trasmettere l’impressione di velocità e movimento. Il ronzio sommesso delle api che si muovevano tra l’erba alta o volteggiavano intorno alle corna dorate dei rovi rendeva ancora più opprimente il silenzio della stanza; il cupo rumore di Londra sembrava il suono continuo di un organo lontano.
Al centro della stanza, fissato su un cavalletto, c’era il ritratto a figura intera di un giovane dall’incredibile bellezza; davanti ad esso, a una certa distanza, sedeva lo stesso artista, Basil Hallward – la cui improvvisa scomparsa alcuni anni prima aveva suscitato grande scalpore e molte congetture strane.
Mentre osservava quella figura graziosa e attraente raffigurata con tanta abilità, un sorriso di soddisfazione apparve sul volto del pittore; ma poi si alzò improvvisamente, chiuse gli occhi e si premette le dita sulle palpebre, come se volesse trattenere dentro di sé un sogno strano dal quale temeva di svegliarsi.
“È il tuo lavoro migliore, Basil, la cosa più bella che tu abbia mai creato,” disse Lord Henry con aria languida. “Devi assolutamente inviarlo l’anno prossimo al Grosvenor. L’Accademia è troppo grande e troppo volgare. Ogni volta che ci vado, c’è sempre troppa gente, quindi non riesco nemmeno a vedere i dipinti. Il Grosvenor, invece, è davvero l’unico posto adatto.”
“Non credo che lo invierò da nessuna parte,” rispose Basil, scuotendo la testa in quel modo strano che un tempo faceva ridere i suoi amici a Oxford. “No, non lo invierò da nessuna parte.”
Lord Henry alzò le sopracciglia e lo guardò con meraviglia, attraverso i sottili fili di fumo blu che si snodavano in forme fantasiose dalla sua pesante sigaretta impregnata di oppio. “Non vuoi esporla da nessuna parte? Caro mio, perché? Hai qualche motivo particolare? Che strani individui siete voi pittori. Fate di tutto per guadagnare una reputazione, e non appena l’avete, sembrate volerla gettare via. È sciocco da parte tua: c’è solo una cosa al mondo peggiore che essere oggetto di commenti, ed è non essere affatto oggetto di commenti. Un ritratto del genere ti metterebbe molto al di sopra di tutti i giovani d’Inghilterra e farebbe invidia anche agli anziani, se gli anziani siano mai capaci di provare qualche emozione, ”
“So che riderete di me,” rispose lui, “ma davvero non posso esporlo. Ci ho messo troppo di me stesso dentro.”
Lord Henry si sdraiò sul divano e rise.
“Sì, lo sapevo. Ma è la verità, comunque.”
“Troppo di me stesso. Davvero, Basil, non sapevo che fossi così vanitoso. Non vedo affatto alcuna somiglianza tra te, con il tuo viso robusto e i tuoi capelli neri come il carbone, e questo giovane Adone, che sembra fatto di avorio e foglie di rosa. Mio caro Basil, lui è un Narciso. E tu, beh, ovviamente hai un’espressione intellettuale, tutto quel genere. Ma la bellezza vera finisce proprio dove inizia l’espressione intellettuale. L’intelligenza, in sé, è una forma di esagerazione che distrugge l’armonia di un volto. Non appena si inizia a pensare, ci si trasforma in naso, o fronte, o qualcosa di orribile. Guardate gli uomini di successo in qualsiasi professione intellettuale. Quanto sono terribilmente brutti! Tranne, naturalmente, nella Chiesa. Lì non pensano. Un vescovo, all’età di ottant’anni, continua a dire ciò che gli è stato insegnato quando aveva diciotto anni. E di conseguenza sembra sempre assolutamente delizioso. Il tuo misterioso giovane amico, di cui non mi hai mai detto il nome, ma il cui ritratto mi affascina davvero, non pensa affatto. Ne sono sicuro. È una creatura bella, ma senza cervello. Che dovrebbe essere sempre qui, in inverno, quando non abbiamo fiori da ammirare. E sempre qui, in estate, quando vogliamo qualcosa che raffreddi la nostra intelligenza. Non illuderti, Basil: non sei affatto come lui.”
“Non mi capisci, Harry,” rispose l’artista. “Certo che non sono come lui. Lo so perfettamente. Anzi, dovrei vergognarmi di assomigliargli. Alzi le spalle? Ti sto dicendo la verità. C’è una sorta di fatalità legata a ogni distinzione fisica o intellettuale; una fatalità che sembra perseguitare, nella storia, i passi incerti dei re. È meglio non essere diversi dagli altri. Gli brutti e gli stupidi hanno la meglio in questo mondo: possono stare tranquillamente a guardare gli altri agire. Se non conoscono la vittoria, almeno sono risparmiati dalla conoscenza della sconfitta. Vivono come dovremmo vivere tutti noi: senza disturbi, indifferenti, sereni. Non causano rovina agli altri, e nemmeno ne subiscono. La tua posizione sociale e la tua ricchezza, Harry. Il mio intelletto, per quanto possa essere valido. L’arte mia. E anche l’aspetto attraente di Dorian Gray. Tutti noi soffriremo per ciò che gli dèi ci hanno dato. Soffriremo terribilmente.”
“Dorian Gray? È questo il suo nome?” chiese Lord Henry, avvicinandosi a Basil Hallward nel laboratorio.
“Sì, è proprio lui. Non intendevo dirtelo, ”
“Ma perché no?”
“Oh. Non posso spiegarlo. Quando qualcuno mi piace davvero molto, non gli dico mai il suo nome. È come se rinunciassi a una parte di lui. Ho imparato ad amare il segreto. Sembra l’unica cosa che possa rendere la vita moderna misteriosa e meravigliosa. Anche le cose più comuni diventano deliziose se nascoste. Ora, quando lascio la città, non dico mai dove vado. Se lo facessi, perderei tutto il piacere. È un’abitudine sciocca, forse. Ma in qualche modo aggiunge molto romanticismo alla vita. Penso che tu la consideri davvero stupida, ”
“Affatto,” rispose Lord Henry. “Anzi, caro Basil. Dimentichi che sono sposata. E uno dei fascini del matrimonio è proprio che rende necessaria una vita di inganno per entrambi i coniugi. Non so mai dove sia mia moglie. E lei non sa mai cosa faccio io. Quando ci incontriamo – e capita spesso, quando usciamo a cena o andiamo dal Duca – ci raccontiamo storie assurde con espressioni molto serie. Mia moglie è molto brava in questo. Anzi, molto meglio di me. Non si confonde mai riguardo alle date. Io invece sì. Ma quando scopre la verità, non fa mai scenate. A volte vorrei che lo facesse. Ma si limita a ridere di me, ”
“Odio il modo in cui parli della tua vita coniugale, Harry,” disse Basil Hallward, dirigendosi verso la porta che portava nel giardino. “Credo che tu sia davvero un ottimo marito. Ma che provi profondo imbarazzo per le tue stesse virtù. Sei davvero un uomo straordinario. Non dici mai nulla di morale. E non fai mai nulla di sbagliato. Il tuo cinismo è solo una posa, ”
“Il essere naturali non è altro che una posa, e la posa più irritante che conosca,” esclamò Lord Henry ridendo; poi i due giovani uscirono insieme nel giardino e si sedettero su una lunga panca di bambù all’ombra di un alto cespuglio di alloro. I raggi del sole filtravano attraverso le foglie lucide; sull’erba, i margheriti bianchi tremolavano al vento.
Dopo un momento di silenzio, Lord Henry tirò fuori l’orologio. “Temo che debba andare, Basil,” mormorò, “e prima di andarmene, insisto affinché tu risponda a una domanda che ti ho fatto tempo fa.”
“Di cosa si tratta?” chiese il pittore, tenendo lo sguardo fisso sul terreno.
“Lo sai molto bene, ”
“No, Harry, ”
“Allora te lo dirò. Voglio che mi spieghi perché non vuoi esporre il ritratto di Dorian Gray. Voglio conoscere la vera ragione.”
“Ti ho già detto la vera ragione, ”
“No, non l’hai fatto. Hai detto che era perché c’era troppo di te stesso in quel ritratto. Ma questo è infantile, ”
“Harry,” disse Basil Hallward guardandolo dritto negli occhi, “ogni ritratto dipinto con sentimento è in realtà un ritratto dell’artista, non di chi vi è raffigurato. La persona raffigurata è soltanto un caso fortuito. Non è lei che viene rivelata dall’artista, ma piuttosto l’artista stesso, che sul telaio colorato rivela se stesso. La ragione per cui non voglio esporre questo ritratto è che temo di avervi mostrato il segreto della mia stessa anima.”
Lord Henry rise. “E qual è questo segreto?” chiese.
“Te lo dirò, ” rispose Hallward; ma sul suo viso apparve un’espressione di perplessità.
“Sono tutto orecchie, Basil,” disse Lord Henry.
“Oh, in realtà non c’è molto da dire, Harry, ” rispose il pittore; “e temo che tu difficilmente possa capirlo. Forse nemmeno crederci.”
Lord Henry sorrise, si chinò e raccolse un margherito dai petali rosa dall’erba, osservandolo attentamente. “Sono sicuro di riuscire a capirlo,” disse; “e per quanto riguarda credere nelle cose, posso credere in qualsiasi cosa, purché sia davvero incredibile, ”
Il vento scosse alcuni fiori dagli alberi; i pesanti boccioli di lilla, con le loro stelle disposte a grappolo, si muovevano avanti e indietro nell’aria tiepida. Un cavalletto iniziò a cantare vicino al muro; una lunga libellula, con le ali trasparenti color marrone, volò via come un filo blu. Lord Henry ebbe l’impressione di poter sentire il battito del cuore di Basil Hallward. E si chiese cosa stesse per accadere.
“La storia è molto semplice,” disse il pittore dopo un po’. “Due mesi fa sono andato a una festa da Lady Brandon. Sai bene che noi poveri artisti dobbiamo presentarci in società di tanto in tanto, solo per ricordare al pubblico che non siamo selvaggi. Con un abito da sera e una cravatta bianca, come mi hai detto una volta, chiunque, anche un broker di borsa, può guadagnarsi la reputazione di essere civile. Beh. Dopo essere rimasto nella stanza per circa dieci minuti, a parlare con vecchie signore troppo vestite e noiosi accademici, all’improvviso mi resi conto che qualcuno stava guardandomi. Mi girai e vidi Dorian Gray per la prima volta. Quando i nostri sguardi si incrociarono, sentii che iniziavo a impallidire. Un strano senso di terrore mi invase. Sapevo di essere di fronte a qualcuno il cui fascino era tale che, se glielo avessi permesso, avrebbe assorbito tutta la mia natura, tutta la mia anima, persino tutta la mia arte. Non volevo che nulla influenzasse la mia vita. Tu stesso sai quanto io sia indipendente per natura. Sono sempre stato il mio padrone. Almeno fino a quando non ho incontrato Dorian Gray. Da allora, beh, non so come spiegartelo. Qualcosa mi diceva che stavo sull’orlo di una terribile crisi. Avevo la sensazione che il destino mi riservasse gioie e dolori estremi. Ero spaventato. Così me ne andai. Non fu la coscienza a farmelo fare. Fu una sorta di codardia. Non mi lodo per aver cercato di scappare, ”
“La coscienza e la codardia, in realtà, sono la stessa cosa, Basil. La coscienza è soltanto il nome commerciale di quell’azienda. Nient’altro, ”
“Non credo, Harry. E nemmeno tu lo credi. Comunque sia, qualunque fosse il mio motivo, e forse era la orgoglio, visto che ero sempre stato molto orgoglioso, di certo lottai fino alla porta. Lì, naturalmente, inciampai in Lady Brandon, ‘Non vorrai andartene già, vero, signor Hallward?’ gridò. Conosce bene quella sua voce stridula, ”
“Sì. È una sorta di pavone, tranne che per la bellezza,” disse Lord Henry, strappando i petali del margherito con le sue dita lunghe e nervose.
“Non riuscivo a liberarmi di lei. Mi aveva introdotto in un mondo fatto di royalty, persone con stelle e giarrettiere, signore anziane con enormi tiare e nasini a becco d’uccello. Parlava di me come della sua migliore amica. L’avevo incontrata solo una volta prima, ma lei aveva deciso di esaltarmi pubblicamente. Credo che una mia foto avesse ottenuto un grande successo all’epoca. Almeno ne parlavano sui giornali popolari, il che rappresentava, nel XIX secolo, lo standard dell’immortalità. All’improvviso mi ritrovai di fronte al giovane la cui personalità aveva suscitato in me sentimenti così strani. Eravamo molto vicini, quasi a contatto. I nostri sguardi si incrociarono di nuovo. È stato un gesto avventato da parte mia chiedere a Lady Brandon di presentarmi. Ma forse non lo era affatto. Era semplicemente inevitabile. Ci saremmo comunque parlati, senza alcuna presentazione. Ne sono sicura. Dorian me l’ha detto dopo. Anche lui riteneva che fossimo destinati a conoscerci.”
“E come ha descritto Lady Brandon questo meraviglioso giovane?” chiese il suo compagno. “So che le piace fornire descrizioni rapide e precise di tutti i suoi ospiti. Ricordo che mi presentò un vecchio signore aggressivo, con il viso rosso, coperto di ordini e nastri; lui sussurrò all’orecchio mio, in un tono così basso da essere sicuramente udito da tutti nella stanza, i dettagli più straordinari su di lui. Sono semplicemente scappato. Preferisco conoscere le persone da solo. Ma Lady Brandon tratta i suoi ospiti esattamente come un auctioneer tratta la sua merce: o li descrive completamente, oppure racconta loro tutto tranne ciò che vogliono sapere.”
“Povera Lady Brandon! Sei troppo duro con lei, Harry, ” disse Hallward con indifferenza.
“Mio caro amico. Ha cercato di fondare un salone letterario, ma è riuscita soltanto ad aprire un ristorante. Come potrei ammirarla? Ma dimmi, cosa ha detto di Mr. Dorian Gray?”
“Oh, qualcosa del tipo: ‘Un ragazzo affascinante. Povera me, sua madre e lui siamo davvero inseparabili. Non so proprio cosa faccia. Forse suona il pianoforte, o forse il violino, caro Mr. Gray?’. Nessuno di noi poté trattenersi dal ridere. E da quel momento diventammo amici.”
“Ridere non è affatto un cattivo inizio per una amicizia, e anzi è senz’altro il miglior finale,” disse il giovane lord, raccogliendo un’altra margherita.
Hallward scosse la testa. “Non capisci cosa sia davvero l’amicizia, Harry,” mormorò, “né tantomeno cosa sia l’inimicizia. Ti piacciono tutti, il che significa che sei indifferente verso tutti.”
“Che terribile ingiustizia da parte tua!” esclamò Lord Henry, inclinando il cappello all’indietro e guardando i piccoli nuvole che, come filamenti di seta bianca lucida, fluttuavano nel cielo azzurro estivo. “Sì, una terribile ingiustizia da parte tua. Faccio una grande distinzione tra le persone: scelgo i miei amici per il loro aspetto, i miei conoscenti per il loro carattere, e i miei nemici per il loro intelletto. Non si può mai essere abbastanza cauti nella scelta dei propri nemici. Io non ne ho nemmeno uno che sia un idiota: tutti sono persone dotate di qualche capacità intellettiva, e quindi mi apprezzano tutti. È forse questo un segno di vanità da parte mia? Penso di sì, ”
“Lo penso anch’io, Harry. Ma secondo la tua classificazione, io non posso essere altro che un conoscente, ”
“Mio caro vecchio Basil, sei molto di più di un semplice conoscente, ”
“E molto meno di un amico. Una sorta di fratello, forse?”
“Oh, i fratelli. Non mi interessano affatto. Mio fratello maggiore non morirà mai, e i miei fratelli minori sembrano non fare altro che vivere, ”
“Harry!” esclamò Hallward, corrugando la fronte.
“Mio caro amico. Non parlo seriamente. Ma non posso fare a meno di detestare le mie parenti. Immagino che sia perché nessuno di noi può sopportare che altre persone abbiano gli stessi difetti nostri. Comprendo perfettamente la rabbia della democrazia inglese contro ciò che definisce vizi delle classi superiori. Le masse pensano che ubriachezza, stupidità e immoralità siano qualcosa di loro esclusivo. Eppure, credo che il dieci percento del proletariato non conduca affatto una vita retta, ”
“Non sono d’accordo con una sola parola di ciò che hai detto. E, inoltre, Harry, sono sicuro che nemmeno tu lo sia, ”
Lord Henry si accarezzò la barba marrone e batté il tacco della sua scarpa di cuoio lucido con un bastone di ebano decorato. “Che inglese sei, Basil. È la seconda volta che fai questa osservazione. Se si presenta un’idea a un vero inglese – il che è sempre una mossa avventata – lui non pensa mai se quell’idea sia giusta o sbagliata. L’unica cosa che gli interessa è se ci crede davvero lui stesso. Il valore di un’idea, in realtà, non ha nulla a che fare con la sincerità della persona che la esprime. Anzi, più quella persona è insincera, più l’idea sarà puramente intellettuale, perché in quel caso non sarà influenzata dai suoi desideri o dai suoi pregiudizi. Comunque, non intendo discutere di politica, sociologia o metafisica con te. Preferisco le persone ai principi. E preferisco le persone senza principi più di qualsiasi altra cosa al mondo. Dimmi di più su Mr. Dorian Gray. Quanto spesso lo vedi?”
“Ogni giorno. Non potrei essere felice se non lo vedessi ogni giorno. È assolutamente indispensabile per me, ”
“Il ragazzo, semplicemente un ragazzo – anche se in realtà ha più di vent’anni – la sua sola presenza, ah! Riesci a capire tutto ciò che significa? Inconsciamente, per me, definisce i contorni di una nuova scuola artistica: una scuola che racchiuda tutta la passione dello spirito romantico, tutta la perfezione dello spirito greco. L’armonia tra anima e corpo, quanto è importante! Noi, nella nostra follia, abbiamo separato le due cose, creando un realismo volgare e un idealismo vuoto. Harry, se solo sapessi cosa rappresenta per me Dorian Gray! Ricordi quel paesaggio che Agnew mi offrì una somma enorme per comprarlo, ma che rifiutai di cederlo? È uno dei miei migliori lavori. E perché? Perché, mentre lo dipingevo, Dorian Gray sedeva accanto a me. Una sorta di influenza sottile passò da lui a me, e per la prima volta nella mia vita vidi, in quei semplici alberi, la meraviglia che avevo sempre cercato senza mai trovarla.”
“Basil, è incredibile! Devo assolutamente incontrare Dorian Gray.”
Hallward si alzò e cominciò a camminare avanti e indietro nel giardino. Dopo un po’ tornò e disse: “Harry, per me, Dorian Gray non è altro che un motivo artistico. Tu potresti non vedere nulla in lui, io invece vedo tutto. La sua presenza è sempre presente nelle mie opere, anche quando non ne appare alcuna immagine. È una sorta di ispirazione, come ho detto, un suggerimento per uno stile artistico completamente nuovo. Lo trovo nelle curve delle linee, nella bellezza e nella delicatezza dei colori. E basta.”
“Allora perché non mostri il suo ritratto?” chiese Lord Henry.
“Perché, senza volerlo, ho espresso in esso tutto questo curioso atteggiamento di idolatria artistica. Di cui, naturalmente, non ho mai voluto parlare con lui. Lui non ne sa nulla. E non dovrà mai saperne nulla. Ma il mondo potrebbe indovinarlo. E io non intendo esporre la mia ‘anima ai loro occhi superficiali e curiosi. Il mio cuore non sarà mai messo sotto il loro microscopio. C’è troppo di me stesso in quel ritratto, Harry. Troppo di me stesso!”
“I poeti non sono così scrupolosi come te. Sanno quanto sia utile la passione per le pubblicazioni. Oggi un cuore spezzato può diventare oggetto di molte edizioni, ”
“Li odio per questo,” esclamò Hallward. “Un artista dovrebbe creare cose belle. Ma non dovrebbe mettere nulla della propria vita in esse. Viviamo in un’epoca in cui le persone trattano l’arte come se fosse una forma di autobiografia. Abbiamo perso il senso astratto della bellezza. Un giorno mostrerò al mondo cos’è veramente la bellezza. E per questo motivo, il mondo non vedrà mai il mio ritratto di Dorian Gray.”
“Penso che tu abbia torto, Basil. Ma non voglio discutere con te. Solo coloro che sono intellettualmente perduti discutono. Dimmi: Dorian Gray ti vuole molto bene?”
Il pittore rifletté per un momento. “Gli piaccio,” rispose dopo una pausa; “So che gli piaccio. Naturalmente, lo lusingo terribilmente. Trovo un piacere strano nel dirgli cose di cui so che mi pentirò in seguito. Di solito, è affascinante con me. E passiamo ore nello studio a parlare di mille cose. Tuttavia, a volte è terribilmente insensibile. E sembra godere davvero nel causarmi dolore. Allora penso, Harry, che abbia dato tutta la mia ‘anima a qualcuno che la tratta come un fiore da mettersi sul cappotto, come un ornamento per soddisfare la propria vanità, come un simbolo di bellezza per una giornata estiva, ”
“Nei giorni d’estate, Basil, il tempo sembra voler trascorrere più lentamente,” mormorò Lord Henry. “Forse tu ti stancherai prima di lui. È una cosa triste da pensare, ma non c’è alcun dubbio che il genio duri più a lungo della bellezza. Ecco perché tutti facciamo tanta fatica per educarci eccessivamente: nella lotta disperata per la sopravvivenza, vogliamo possedere qualcosa che duri. Così riempiamo le nostre menti di sciocchezze e informazioni, nella stupida speranza di mantenere il nostro posto nel mondo. L’uomo completamente “informato”, ecco l’ideale moderno. Ma la mente di un uomo del genere è davvero terribile: è come un negozio pieno di cianfrusaglie, pieno di mostri e polvere. Tutto ciò ha un prezzo superiore al suo reale valore. Comunque, penso che tu ti stancherai prima. Un giorno guarderai il tuo amico e gli sembrerà, beh, non so come descriverlo. Forse non ti piacerà il suo tono di voce, o qualcos’altro. Lo rimprovererai amaramente nel tuo cuore, pensando che si sia comportato molto male con te. La prossima volta che ti chiamerà, sarai completamente freddo e indifferente. Sarà un grande peccato. Perché cambierà te stesso. Quello che mi hai raccontato è davvero una storia romantica. Una sorta di “romanzo d’arte”, per così dire. E il peggio dei romanzi, di qualsiasi tipo siano, è che ci rendono meno romantici, ”
“Harry, non parlare così. Finché vivrò, la personalità di Dorian Gray continuerà a dominarmi. Tu non puoi capire quello che provo io. Tu cambi troppo spesso, ”
“Il mio caro Basil, è proprio per questo che riesco a percepirlo. Coloro che sono fedeli conoscono soltanto il lato banale dell’amore; sono gli infedeli quelli che conoscono le tragedie dell’amore.” Lord Henry accese una sigaretta con aria compiaciuta e soddisfatta, come se avesse riassunto il mondo in una sola frase. Nel verde fogliame dell’edera si udiva il canto degli sparvi; ombre blu si muovevano sull’erba come rondini. Che piacere era trovarsi in quel giardino! E che delizie offrivano le emozioni altrui. Sembravano molto più interessanti delle loro idee. La propria ‘anima e le passioni degli amici: queste erano le cose veramente affascinanti della vita. Con silenziosa ironia, Lord Henry pensò al noioso pranzo che aveva perso trattenendosi troppo con Basil Hallward. Se fosse andato da sua zia, avrebbe sicuramente incontrato Lord Goodbody, e l’intera conversazione sarebbe stata incentrata sul tema dell’aiuto ai poveri e sull’importanza di case modello per gli indigenti. Ogni classe sociale avrebbe predicato l’importanza di quelle virtù, ma nella loro vita reale non c’era alcun bisogno di praticarle. I ricchi avrebbero parlato del valore dell’economia, mentre gli oziosi si sarebbero dilungati sulla dignità del lavoro. Che sollievo era essere sfuggiti a tutto ciò! Mentre pensava a sua zia, gli venne in mente un’idea. Si rivolse a Hallward e disse: “Mio caro amico, mi è appena tornato in mente, ”
“Ti è tornato in mente cosa, Harry?”
“Dove ho sentito il nome di Dorian Gray.”
“Dove?” chiese Hallward, con un leggero cipiglio.
“Non essere arrabbiato, Basil. È stato da mia zia, Lady Agatha. Mi ha detto di aver incontrato un giovane meraviglioso che l’avrebbe aiutata nell’East End. Il suo nome era Dorian Gray. Devo ammettere che non mi ha mai detto fosse bello. Le donne non apprezzano la bellezza. Almeno, le buone donne no. Ha detto che era molto serio e aveva una natura davvero bella. Io me l’immaginavo subito come un tipo con occhiali, capelli radi, pieno di lentiggini, e piedi enormi. Vorrei aver saputo che era tuo amico, ”
“Sono molto contento che non lo sia stato, Harry, ”
“Perché?”
“Non voglio che tu lo incontri, ”
“Non vuoi che io lo incontri?”
“No, ”
“Mr. Dorian Gray è nello studio, signore,” disse il maggiordomo entrando nel giardino.
“Devi presentarmelo subito,” esclamò Lord Henry ridendo.
Il pittore si rivolse al suo servitore: “Chiedi a Mr. Gray di aspettare. Arriverò tra un attimo.” L’uomo annuì e se ne andò.
Poi guardò Lord Henry. “Dorian Gray è il mio più caro amico,” disse. “Ha una natura semplice e meravigliosa. Tua zia aveva ragione riguardo a lui. Non rovinarlo, non cercare di influenzarlo: la tua influenza sarebbe negativa. Il mondo è vasto e pieno di persone straordinarie. Non portarmi via l’unica persona che dona alla mia arte tutto il suo fascino: la mia vita come artista dipende da lui. Ascolta, Harry. Ti affido.” Parlava molto lentamente; le parole sembravano uscire a fatica, quasi contro la sua volontà.
“Che sciocchezze stai dicendo!” disse Lord Henry sorridendo, prendendo Hallward per il braccio e quasi trascinandolo dentro la casa.
CAPITOLO 2
Quando entrarono, videro Dorian Gray. Era seduto al pianoforte, con le spalle rivolte verso di loro, e stava sfogliando un volume contenente le “Scene del bosco” di Schumann. “Devi prestarmeli, Basil,” esclamò. “Voglio impararle. Sono davvero incantevoli.”
“Tutto dipende da come ti siederai oggi, Dorian, ”
“Oh, ne ho abbastanza di stare seduto. E non voglio assolutamente un ritratto mio a grandezza naturale,” rispose il ragazzo, girandosi con aria capricciosa sullo sgabello del pianoforte. Quando vide Lord Henry, le sue guance si arrossirono per un momento e si alzò in piedi. “Scusami, Basil. Non sapevo che fossi accompagnato.”
“Questo è Lord Henry Wotton, Dorian. Un vecchio amico mio di Oxford. Stavo appena dicendogli quanto tu sia bravo a sederti davanti al pianoforte. E ora hai rovinato tutto, ”
“Non hai rovinato il piacere che ho avuto nel conoscerti, signor Gray,” disse Lord Henry, avvicinandosi e porgendo la mano. “Mia zia mi ha parlato spesso di te. Sei uno dei suoi preferiti. E, temo, anche uno dei suoi ‘vittime’, ”
“Al momento sono nella lista nera di Lady Agatha,” rispose Dorian con un’espressione scherzosa. “Le avevo promesso di andare in un club a Whitechapel con lei martedì scorso. Ma me ne sono completamente dimenticato. Avremmo dovuto suonare dei duetti insieme, ”
“Oh, sistemerò io la situazione con mia zia. Lei è davvero molto affezionata a te. E non credo che la tua assenza abbia molta importanza. L’auditorio probabilmente ha pensato che si trattasse davvero di un duetto. Quando Lady Agatha suona al pianoforte, fa abbastanza rumore da sembrare che ci siano due persone, ”
“È molto spiacevole per lei. E non molto gentile nei miei confronti,” rispose Dorian ridendo.
Lord Henry lo guardò. Sì, era davvero straordinariamente bello: con quelle labbra rosse e curvate, quegli occhi azzurri sinceri, quei capelli dorati e lisci. C’era qualcosa nel suo viso che faceva subito fidarsi in lui. Tutta la candidezza della gioventù, insieme alla sua passione e purezza. Si aveva l’impressione che fosse rimasto “intatto” dal mondo. Nessuno come Basil Hallward lo ammirava così tanto.
“Sei troppo affascinante per dedicarti alla filantropia, signor Gray. Davvero troppo affascinante, ” E Lord Henry si lasciò cadere sul divano, aprendo la sua scatola da sigarette.
Il pittore era impegnato a mescolare i colori e preparare i pennelli. Sembrava preoccupato. Quando sentì le ultime parole di Lord Henry, lo guardò per un momento, esitò. Poi disse: “Harry, voglio finire questo quadro oggi stesso. Ti sembrerebbe molto scortese se ti chiedessi di andartene?”
Lord Henry sorrise e guardò Dorian Gray. “Devo andarmene, signor Gray?” chiese.
“Oh, per favore non farlo, Lord Henry. Vedo che Basil è di cattivo umore. E non lo sopporto quando fa così. Inoltre, vorrei che mi spiegassi perché non dovrei dedicarmi alla filantropia, ”
“Non so se debba dirvelo, signor Gray. È un argomento così noioso che ci vorrebbe parlare seriamente. Ma di certo non me ne andrò, ora che mi avete chiesto di restare. Non vi dispiace davvero, Basil, vero? Mi avete sempre detto che vi piaceva che le vostre ospiti avessero qualcuno con cui chiacchierare, ”
Hallward morse il labbro. “Se Dorian lo desidera, naturalmente dovete restare. I capricci di Dorian sono legge per tutti, tranne che per lui stesso.”
Lord Henry prese cappello e guanti. “Siete molto insistente, Basil. Ma temo di dover andare. Ho promesso di incontrare una persona all’Orleans. Addio, signor Gray. Venite a trovarmi un pomeriggio in Curzon Street. Sono quasi sempre a casa alle cinque. Scrivetemi quando verrete. Mi dispiacerebbe molto non vedervi, ”
“Basil,” gridò Dorian Gray, “se Lord Henry Wotton se ne va, andrò anch’io. Voi non parlate mai mentre dipingete. E stare lì in piedi su quella piattaforma, cercando di sembrare gentili, è terribilmente noioso. Chiedetegli di restare. Insisto!”
“Rimani, Harry, per compiacere Dorian e anche me,” disse Hallward, fissando intensamente il proprio ritratto. “È vero: non parlo mai quando lavoro, né ascolto nulla; deve essere terribilmente noioso per le mie sfortunate modelle. Ti prego, rimani.”
“Ma cosa ne sarà del mio uomo a Orleans?”
Il pittore rise. “Non credo che ci saranno difficoltà in questo. Siediti di nuovo, Harry. Ora, Dorian, sali sulla piattaforma e non muoverti troppo, né prestare attenzione a quello che Lord Henry dice. Ha una molto cattiva influenza su tutti i suoi amici, con l’unica eccezione di me.”
Dorian Gray salì sul podio con l’aria di un giovane martire greco e fece una piccola smorfia di disappunto verso Lord Henry, di cui in realtà si era preso una certa simpatia. Era così diverso da Basil. Formavano davvero un contrasto delizioso. E aveva una voce così bella. Dopo alcuni momenti gli disse: “Ha davvero un’influenza molto negativa, Lord Henry? Così negativa come dice Basil?”
“Non esiste nulla di buono nell’influenza, signor Gray. Tutta l’influenza è immorale. Immorale dal punto di vista scientifico.”
“Perché?”
“Il motivo per cui influenzare una persona significa donarle la propria ‘anima è che, in questo modo, essa non pensa più con i propri pensieri naturali, né prova le proprie passioni genuine. Le sue virtù non le sembrano vere, e i suoi peccati, se mai esistono, le appaiono come qualcosa di preso in prestito da altri. Diventa semplicemente un eco della musica altrui, un attore che interpreta un ruolo che non è stato scritto per lei. Lo scopo della vita è lo sviluppo di sé stesso; realizzare appieno la propria natura. Ecco a cosa serviamo tutti noi. Oggi le persone hanno paura di se stesse; hanno dimenticato il dovere più importante, quello che ognuno ha verso se stesso. Certo, sono caritatevoli: nutrono i affamati e vestono i mendicanti. Ma le loro anime muoiono di fame e rimangono nude. La coraggio è scomparsa dalla nostra razza. Forse non l’abbiamo mai avuta davvero. Il terrore della società, che costituisce la base della morale; il terrore di Dio, che rappresenta il segreto della religione. Queste sono le due forze che ci governano, ”
“Gira un po’ di più la testa a destra, Dorian. Come un bravo ragazzo,” disse il pittore, immerso nel proprio lavoro e consapevole soltanto del fatto che sul viso del ragazzo era apparsa un’espressione che non aveva mai visto prima.
“Eppure, ” continuò Lord Henry, con la sua voce bassa e melodiosa, e con quel gesto elegante della mano che lo caratterizzava sempre, “Credo che, se solo una persona riuscisse a vivere appieno ogni momento della propria vita, a dare forma a ogni sentimento, espressione a ogni pensiero, realtà a ogni sogno. Credo che il mondo riceverebbe un impulso di gioia così fresco da farci dimenticare tutte le malattie del medievalismo e tornare all’ideale greco. A qualcosa di più bello, più ricco dell’ideale greco. Forse. Ma anche l’uomo più coraggioso tra noi ha paura di se stesso. La mutilazione del selvaggio ha una sua tragica sopravvivenza nella rinuncia a sé stessi che rovina le nostre vite. Siamo puniti per ogni rifiuto che facciamo. Ogni impulso che cerchiamo di soffocare rimane nel nostro cuore e ci avvelena. I peccati del corpo, una volta commessi, sono ormai finiti. L’azione, infatti, è un modo di purificarsi. Non resta quindi che il ricordo di un piacere, o il dolore di un rimpianto. L’unico modo per liberarsi da una tentazione è cederle. Resisterle, e la propria ‘anima inizia a soffrire di desiderio per ciò che si è vietata. Di anelito a ciò che le leggi mostruose della società hanno reso proibito. Si dice che i grandi eventi del mondo avvengano nel cervello. E sono proprio nel cervello, e solo nel cervello, che avvengono anche i più grandi peccati del mondo. Tu, signor Gray. Con la tua giovinezza rossa come una rosa e l’infanzia bianca come un bocciolo di rosa. Hai provato passioni che ti hanno fatto paura. Pensieri che ti hanno riempito di terrore. Sogni diurni e sogni notturni. Il solo ricordo dei quali potrebbe far arrossire il tuo viso di vergogna, ”
“Fermati!” balbettò Dorian Gray, “fermati! Mi confondi. Non so cosa dire. C’è sicuramente una risposta per te, ma non riesco a trovarla. Non parlare. Lasciami pensare. O meglio, lasciami provare a non pensare.”
Per quasi dieci minuti rimase fermo lì, immobile, con le labbra dischiuse e lo sguardo stranamente luminoso. Aveva una vaga consapevolezza che qualcosa di completamente nuovo stesse avvenendo dentro di lui. Ma gli sembrava che tutto provenisse davvero da lui stesso. Le poche parole che l’amico di Basil gli aveva detto – parole pronunciate casualmente, senza alcun dubbio, e piene di un paradosso deliberato – avevano toccato una corda segreta che prima non era mai stata stimolata. Ora quella corda sembrava vibrare e pulsare con ritmi strani.
La musica lo aveva già turbato in quel modo. La musica aveva spesso suscitato in lui emozioni intense. Ma la musica non è esplicita. Non crea un nuovo mondo, bensì un altro caos dentro di noi. Le parole! Solo parole. Quanto sono terribili. Eppure quanta sottile magia contengono. Sembrano capaci di dare una forma concreta a ciò che è informe. Hanno una loro musica, dolce come quella del violino o della lira. Ma sono davvero reali?
Sì. C’erano state cose nella sua infanzia che non aveva capito. Ora le comprendeva. La vita, all’improvviso, gli sembrava piena di colori intensi. Gli pareva di aver camminato nel fuoco. Perché prima non se n’era reso conto?
Con il suo sorriso sottile, Lord Henry lo osservava. Sapeva esattamente quando non dire nulla. Era profondamente interessato a ciò che stava accadendo. Era stupito dall’impressione che le sue parole avevano suscitato in Dorian Gray. E, ricordando un libro che aveva letto a sedici anni – un libro che gli aveva rivelato molte cose di cui prima non sapeva nulla – si chiese se anche Dorian Gray stesse vivendo un’esperienza simile. Aveva semplicemente lanciato una freccia nell’aria. Aveva colpito il bersaglio? Quanto era affascinante quel ragazzo.
Hallward continuava a dipingere, con quel tocco audace e meraviglioso che possedeva. Un tocco che rifletteva vera raffinatezza e perfetta delicatezza. Non si rendeva conto del silenzio che regnava nella stanza.
“Basil. Sono stanco di stare fermo,” esclamò improvvisamente Dorian Gray. “Devo uscire e sedermi in giardino. L’aria qui è soffocante, ”
“Mio caro amico. Mi dispiace molto. Quando dipingo, non penso ad altro. Ma sei stato perfetto. Non ti sei mosso affatto. E ho ottenuto esattamente l’effetto che volevo: le labbra socchiuse, lo sguardo luminoso negli occhi. Non so cosa Harry ti abbia detto. Ma di certo ti ha fatto assumere un’espressione straordinaria. Probabilmente ti ha fatto dei complimenti. Non devi credere una parola di quello che dice, ”
“Di certo non mi ha fatto complimenti. Forse è proprio per questo che non credo a nulla di ciò che mi ha detto, ”
“Il ragazzo era semplicemente sbalordito,” disse Lord Henry, guardandolo con i suoi occhi sognanti e languidi. “Andrò in giardino con te. Nello studio fa un caldo terribile. Basil, beviamo qualcosa di fresco, magari con delle fragole.”
“Certo, Harry. Basta suonare il campanello; quando arriverà Parker gli dirò cosa vuoi. Devo finire questo sfondo, quindi ti raggiungerò dopo. Non trattenere Dorian troppo a lungo. Non sono mai stato in così buona forma per dipingere come oggi. Questa sarà la mia opera maestra.”
Lord Henry uscì in giardino e trovò Dorian Gray con il viso nascosto tra i grandi fiori di lilla; assaporava avidamente il loro profumo, come se fosse vino. Si avvicinò a lui e gli posò una mano sulla spalla. “Hai perfettamente ragione,” mormorò. “Nient’altro può curare l’anima se non i sensi, proprio come nient’altro può curare i sensi se non l’anima.”
Il ragazzo sobbalzò e si allontanò. Era a testa scoperta; i rami degli alberi avevano intrecciato i suoi capelli ribelli, lasciandoli sciolti e dorati. Negli occhi gli apparve uno sguardo di paura, come quando le persone vengono improvvisamente svegliate. Le sue narici sottili tremavano; qualche nervo nascosto faceva vibrare le sue labbra rosse, lasciandole tremanti.
“Sì,” continuò Lord Henry, “questa è una delle grandi segrete della vita: curare l’anima attraverso i sensi, e i sensi attraverso l’anima. Sei davvero una creatura meravigliosa. Sai più di quanto pensi di sapere, proprio come sai meno di quanto vorresti sapere.”
Dorian Gray aggrottò la fronte e girò la testa dall’altra parte. Non poteva fare a meno di provare simpatia per quell’uomo alto e elegante che gli stava accanto. Il suo viso romantico, dai tratti olivastri, e l’espressione distaccata lo interessavano. C’era qualcosa nella sua voce bassa e languida che lo affascinava profondamente. Anche le sue mani, fresche e bianche come fiori, avevano un fascino particolare. Si muovevano mentre parlava, come musica. Sembravano avere una lingua tutta loro. Ma provava paura di lui. E vergogna di averne paura. Perché doveva essere stato proprio uno straniero a rivelargli i segreti della vita? Conosceva Basil Hallward da mesi, ma la loro amicizia non lo aveva mai cambiato. Improvvisamente, qualcuno era entrato nella sua vita e sembrava avergli svelato il mistero della vita stessa. Eppure, cosa c’era da temere? Non era più un ragazzo. Era assurdo avere paura.
“Andiamo a sederci all’ombra,” disse Lord Henry. “Parker ha portato le bevande. Se resti ancora qui sotto il sole, ti rovinerai completamente. E Basil non riuscirà mai più a dipingerti. Non devi assolutamente permetterti di scottarti al sole. Sarebbe inappropriato.”
“Che importanza ha?” esclamò Dorian Gray, ridendo, mentre si sedeva su una panchina nel giardino.
“Dovrebbe avere molta importanza per te, signor Gray, ”
“Perché?”
“Perché tu possiedi la gioventù più meravigliosa, e la gioventù è l’unica cosa che vale davvero la pena avere.”
“Non la penso così, Lord Henry.”
“No, ora non lo senti. Ma un giorno, quando sarai vecchio, pieno di rughe e brutto, quando i pensieri avranno inciso solchi sulla tua fronte e la passione avrà marchiato le tue labbra con i suoi fuochi orribili, allora lo sentirai. Lo sentirai terribilmente. Ora, ovunque tu vada, incanti il mondo. Ma sarà sempre così?. Hai un viso meravigliosamente bello, signor Gray. Non aggrottare la fronte. La bellezza è una forma di genio. Anzi, è qualcosa di ancora più grande del genio: non ha bisogno di spiegazioni. Fa parte dei grandi misteri del mondo, come la luce del sole, la primavera o il riflesso della luna nelle acque scure. Non può essere messa in dubbio. Ha un diritto divino alla sovranità. Fa di coloro che la possiedono dei veri principi. Sorridi? Ah. Quando l’avrai persa, non sorriderai più. A volte si dice che la bellezza sia solo superficiale. Forse è vero. Ma almeno non è così superficiale come i pensieri. Per me, la bellezza è lo stupore tra tutti gli stupori. Solo le persone superficiali giudicano in base all’apparenza. Il vero mistero del mondo è ciò che è visibile, non ciò che è invisibile. Sì, signor Gray. Gli dèi sono stati buoni con te. Ma ciò che gli dèi donano, lo prendono via rapidamente. Hai solo pochi anni per vivere davvero, perfettamente, appieno. Quando la tua giovinezza sarà passata, anche la tua bellezza scomparirà. E allora scoprirai che non ti resteranno più trionfi. O dovrai accontentarti di quei trionfi meschini che il ricordo del tuo passato renderà ancora più amari delle sconfitte. Ogni mese che passa ti avvicina a qualcosa di terribile. Il tempo è geloso di te. Combatterà contro i tuoi fiori, contro la tua bellezza. Diventerai pallido, con le guance scavate, gli occhi spenti. Soffrirai terribilmente. Ah. Goditi la tua giovinezza finché l’hai. Non sprecare il “oro” dei tuoi giorni ascoltando cose noiose, cercando di migliorare situazioni disperate, o dando via la tua vita agli ignoranti, ai comuni, ai volgari. Questi sono gli obiettivi malati, gli ideali falsi della nostra epoca. Vive. Vivi quella meravigliosa vita che è in te. Non lasciare che nulla vada perduto. Cerca sempre nuove emozioni. Non avere paura di nulla. Un nuovo edonismo. Ecco ciò che vuole il nostro secolo. Potresti essere il suo simbolo visibile. Con la tua personalità, non c’è niente che tu non possa fare. Il mondo ti appartiene per un po’. Nel momento in cui ti ho incontrato, ho capito che non eri affatto consapevole di ciò che sei veramente, di ciò che potresti diventare. C’era così tanto in te che mi ha incantato. Che ho sentito il bisogno di dirti qualcosa su te stesso. Pensavo quanto sarebbe tragico se tu fossi sprecato. Perché la tua giovinezza durerà solo poco tempo. I fiori comuni appassiscono, ma poi rifioriscono. Il gelsomino sarà altrettanto giallo il prossimo giugno come adesso, ”
In un mese, sulle piante di clematide appariranno stelle viola; anno dopo anno, la verde notte delle loro foglie continuerà a custodire quelle stelle viola. Ma la nostra giovinezza non tornerà mai più. Il battito gioioso che sentivamo a vent’anni diventa lento e debole; i nostri corpi si indeboliscono, i nostri sensi declinano. Ci trasformiamo in orribili marionette, perseguitati dal ricordo di passioni di cui avevamo troppa paura, e dalle deliziose tentazioni a cui non abbiamo mai avuto il coraggio di cedere. Giovinezza. Non c’è assolutamente nulla al mondo se non la giovinezza!
Dorian Gray ascoltava, con gli occhi spalancati e pieni di curiosità. Il getto di fiori di lilla cadde dalla sua mano sul ghiaietto; una ape pelosa si avvicinò e volò intorno a essi per un momento, poi iniziò a muoversi su quel piccolo globo ovale formato dai fiori. Lui la osservava con quell’insolito interesse per le cose banali che sviluppiamo quando ciò che è davvero importante ci spaventa, quando siamo colpiti da nuove emozioni per cui non troviamo parole, o quando un pensiero terribile assale il nostro cervello e ci costringe ad arrenderci. Dopo un po’ l’ape volò via; lui la vide infilarsi nella tromba colorata di un fiore di convolvolo. Il fiore sembrò tremare, poi iniziò a dondolarsi dolcemente avanti e indietro.
All’improvviso il pittore apparve alla porta dello studio e fece loro segno di entrare. Si scambiarono un sorriso.
“Vi aspetto,” disse. “Entrate pure. La luce è perfetta, e potete portare anche le vostre bevande.”
Si alzarono e camminarono insieme lungo il sentiero. Due farfalle verdi e bianche volarono loro accanto; nell’albero di pero all’angolo del giardino un usignolo iniziò a cantare.
“Siete contento di avermi conosciuto, signor Gray,” disse Lord Henry guardandolo.
“Sì, ora lo sono. Mi chiedo se sarò sempre felice.”
“Sempre. Ma che parola terribile! Mi fa rabbrividire ogni volta che la sento. Le donne amano usarla; rovinano ogni romanzo cercando di renderlo eterno. È anche una parola priva di significato: l’unica differenza tra un capriccio e un amore duraturo è che il capriccio dura un po’ di più.”
Mentre entravano nello studio, Dorian Gray posò la mano sul braccio di Lord Henry. “In tal caso, lasciamo che la nostra amicizia sia soltanto un capriccio,” mormorò, arrossendo per la propria audacia, poi salì sulla piattaforma e riprese la sua posa.
Lord Henry si lasciò cadere in una grande poltrona di vimini e lo osservò. Il movimento rapido della penna sul telaio era l’unico suono che rompeva il silenzio. A tratti, Hallward si allontanava per guardare il proprio lavoro da lontano. Nei raggi obliqui che filtravano dall’ingresso aperto, la polvere danzava nell’aria, assumendo un colore dorato. Il forte profumo delle rose sembrava avvolgere tutto intorno.
Dopo circa un quarto d’ora, Hallward smise di dipingere, fissò a lungo Dorian Gray e poi ancora il dipinto stesso, mordicchiando l’estremità di uno dei suoi grandi pennelli e aggrottando la fronte. “È davvero finito,” esclamò infine, chinandosi per scrivere il proprio nome in grandi lettere vermiglie nell’angolo sinistro della tela.
Lord Henry si avvicinò per esaminare il dipinto. Era certamente un’opera d’arte straordinaria, e la somiglianza con Dorian Gray era davvero notevole.
“Mio caro amico, le faccio i miei più calorosi complimenti,” disse. “È il ritratto più bello dei tempi moderni. Signor Gray, venga a guardarsi.”
Il ragazzo sobbalzò, come se fosse stato svegliato da un sogno.
“È davvero finito?” mormorò, scendendo dalla piattaforma.
“Del tutto finito,” disse il pittore. “E oggi sei stato davvero un ottimo soggetto. Ti sono molto grato.”
“È tutta merita mia,” intervenne Lord Henry. “Non è vero, signor Gray?”
Dorian non rispose; passò distrattamente davanti al suo ritratto e vi si avvicinò. Quando lo vide, indietreggiò di colpo: le sue guance si arrossirono per la gioia. Un’espressione di felicità gli apparve negli occhi, come se si fosse riconosciuto per la prima volta. Rimase fermo lì, in silenzio e stupito; sentiva Hallward parlare, ma non capiva le sue parole. La consapevolezza della propria bellezza lo colpì come una rivelazione. Non l’aveva mai provata prima. I complimenti di Basil Hallward gli erano sembrati soltanto l’esagerazione affettuosa di un amico; li aveva ascoltati, ne aveva riso, li aveva dimenticati. Non avevano influenzato la sua natura. Poi era arrivato Lord Henry Wotton con il suo strano elogio della gioventù, con la terribile avvertenza sulla sua brevità. Allora quelle parole lo avevano turbato. Ora, fissando il proprio ritratto, comprendeva finalmente tutta la verità di quelle parole. Sì. Un giorno il suo viso sarebbe invecchiato, i suoi occhi si sarebbero offuscati, la grazia del suo corpo distrutta. Il rosso delle sue labbra svanirebbe, i capelli perderebbero il loro colore dorato. La vita che avrebbe dovuto rendere bella la sua anima avrebbe rovinato il suo corpo. Sarebbe diventato orribile, brutto, volgare.
Mentre ci pensava, un dolore acuto lo colpì come un pugnale, facendo tremare ogni fibra del suo essere. I suoi occhi si scurirono, e una nebbia di lacrime gli velò lo sguardo. Si sentì come se qualcuno gli avesse messo sul cuore una mano di ghiaccio.
“Non ti piace?” chiese finalmente Hallward, un po’ infastidito dal silenzio del ragazzo.
“Certo che gli piace,” disse Lord Henry. “Chi non lo vorrebbe? È uno dei capolavori dell’arte moderna. Ti darò qualsiasi cosa tu desideri in cambio. Devo assolutamente averlo.”
“Non è mia proprietà, Harry, ”
“Di chi allora?”
“Di Dorian, naturalmente,” rispose il pittore.
“È davvero un ragazzo fortunato, ”
“Che tristezza, ” mormorò Dorian, continuando a fissare il proprio ritratto. “Che tristezza. Invecchierò, diventerò orribile. Ma questo quadro rimarrà sempre giovane. Non invecchierà mai più di quel particolare giorno di giugno. Se solo fosse al contrario. Se fossi io ad essere sempre giovane, e il ritratto a invecchiare. Per questo, per questo, darei tutto! Sì, non ci sarebbe nulla al mondo che non darei. Darei la mia anima per questo!”
“Probabilmente non ti andrebbe bene un simile accordo, Basil, ” disse Lord Henry ridendo. “Sarebbe davvero troppo duro per il tuo lavoro, ”
“I dovrei oppormi con forza, Harry,” disse Hallward.
Dorian Gray si girò a guardarlo. “Credo che lo faresti, Basil. Ti piace la tua arte più dei tuoi amici. Per te io non sono nient’altro che una statua di bronzo verde. Forse nemmeno tanto.”
Il pittore lo fissò, stupito. Non era affatto da Dorian parlare in quel modo. Che cosa era successo? Sembrava arrabbiato: il suo viso era arrossato e le guance gli bruciavano.
“Sì,” continuò Dorian, “per te sono meno del tuo Hermes d’avorio o del tuo Fauno d’argento. Li amerai per sempre. Quanto tempo mi amerai ancora? Fino al mio primo rugaio, immagino. Ora so che quando si perde la bellezza, si perde tutto. La tua pittura me l’ha insegnato. Lord Henry Wotton ha perfettamente ragione: la giovinezza è l’unica cosa che vale davvero la pena avere. Quando scoprirò di invecchiare, mi ucciderò.”
Hallward impallidì e afferrò la sua mano. “Dorian! Non parlare così. Non ho mai avuto un amico come te, e non ne avrò mai più. Non sei geloso delle cose materiali, vero? Tu che sei migliore di tutte loro, ”
“Sono geloso di tutto ciò il cui bello non muore. Sono geloso del ritratto che hai dipinto di me. Perché dovrebbe conservare ciò che io dovrò perdere? Ogni momento che passa mi toglie qualcosa e glielo dà. Oh, se solo fosse il contrario. Se quel ritratto potesse cambiare. E io potessi restare per sempre quello che sono ora. Perché l’hai dipinto? Un giorno mi prenderà in giro. Mi prenderà in giro orribilmente, ” Le lacrime calde gli riempirono gli occhi; strappò via la mano di Hallward e, gettandosi sul divano, nascose il viso nei cuscini, come se stesse pregando.
“È tutta colpa tua, Harry,” disse il pittore con amarezza.
Lord Henry alzò le spalle. “È il vero Dorian Gray. Nient’altro.”
“Non è vero.”
“Se non lo è, che cosa c’entro io?”
“Avresti dovuto andartene quando te l’ho chiesto, ” mormorò Dorian.
“Sono rimasto perché me l’hai chiesto,” rispose Lord Henry.
“Harry. Non posso litigare contemporaneamente con i miei due migliori amici. Ma voi due insieme avete fatto sì che odiasse il lavoro più bello che abbia mai realizzato. Lo distruggerò. Che cos’è, in fondo? Solo tela e colori. Non permetterò che rovini le nostre tre vite, ”
Dorian Gray sollevò il viso pallido e gli occhi pieni di lacrime; lo guardò mentre si avvicinava al tavolo da dipinto, sotto la grande finestra drappeggiata. Che cosa stava facendo lì? Le sue dita frugavano tra i tubetti di vernice e le pennelle secche. Sì, cercava il lungo coltello per tagliare la tela. L’aveva trovato. Stava per strapparla via.
Con un singhiozzo soffocato, il ragazzo balzò dal divano, corse verso Hallward, gli strappò il coltello di mano e lo gettò all’estremità dello studio. “No, Basil. Non farlo! Sarebbe omicidio, ”
“Sono contento che finalmente apprezzi il mio lavoro, Dorian,” disse il pittore in tono freddo, una volta ripreso dallo stupore. “Non avrei mai pensato che lo facessi.”
“Apprezzarlo? Ne sono innamorato, Basil. Fa parte di me stesso. Lo sento davvero così.”
“Beh, non appena sarà asciutto, verrà verniciato, incorniciato e inviato a casa tua. Poi potrai farne ciò che vuoi, ” E si avviò verso la porta per suonare il campanello del tè. “Ovviamente avrai del tè, Dorian. E anche tu, Harry. O forse vi dispiacciono queste semplici gioie?”
“Adoro le semplici gioie,” disse Lord Henry. “Sono l’ultimo rifugio di ciò che è complesso. Ma non mi piacciono le scenate, tranne sul palcoscenico. Che persone assurde siete voi due! Mi chiedo chi abbia definito l’uomo ‘animale razionale’. È stata la definizione più prematura mai data. L’uomo è molte cose, ma non razionale. Sono contento che non lo sia, dopotutto. Anche se vorrei che smetteste di litigare per quel quadro. Avreste dovuto lasciarmelo a me, Basil. Questo ragazzo sciocco in realtà non lo vuole. E io sì.”
“Se permetti a qualcun altro di averlo tranne me, Basil, non te lo perdonerò mai!” esclamò Dorian Gray. “E non permetto che mi chiamino ‘ragazzo sciocco’, ”
“Tu sai che quel quadro è tuo, Dorian. Te l’ho dato prima ancora che esistesse, ”
“E tu sai di essere stato un po’ sciocco, signor Gray. E che in realtà non ti dispiace essere ricordato del fatto che sei estremamente giovane, ”
“Stamattina avrei dovuto obiettare con forza, Lord Henry, ”
“Ah, stamattina. Da allora hai vissuto molte cose, ”
Bussarono alla porta; il maggiordomo entrò con un vassoio pieno di tè e lo posò su un piccolo tavolino giapponese. Si udì il rumore delle tazze, dei piattini, e il sibilo di una urna georgiana a forma di globo. Due piatti di porcellana vennero portati dentro da un paggio. Dorian Gray versò il tè. I due uomini si avvicinarono pigramente al tavolo e esaminarono ciò che c’era sotto i coperchi.
“Andiamo al teatro stasera,” disse Lord Henry. “Di sicuro c’è qualcosa in programma da qualche parte. Ho promesso di cenare da White’s, ma è solo con un vecchio amico. Quindi posso mandargli un telegramma dicendo che sono malato. O che non riesco ad andare a causa di un impegno successivo. Penso che sia una scusa piuttosto bella. Avrà tutto lo stupore della sincerità, ”
“È così noioso indossare i vestiti da sera, ” mormorò Hallward. “E, una volta indossati, sono davvero orribili, ”
“Sì,” rispose Lord Henry con aria sognante. “L’abbigliamento del XIX secolo è detestabile. È così cupo, così deprimente. Il peccato è l’unico vero elemento cromatico rimasto nella vita moderna, ”
“Non dovresti dire cose del genere davanti a Dorian, Harry, ”
“Davanti a quale Dorian? Quello che ci sta versando il tè. O quello nel quadro?”
“Davanti a nessuno dei due, ”
“Mi piacerebbe venire al teatro con voi, Lord Henry,” disse il ragazzo.
“Allora verrai. E anche tu, Basil, vero?”
“Non posso davvero. Preferirei di no. Ho molto lavoro da fare.”
“Allora, io e te andremo da soli, signor Gray.”
“Mi piacerebbe moltissimo.”
Il pittore si morse il labbro e si avvicinò al dipinto, tenendo in mano una tazza. “Rimarrò con il vero Dorian,” disse, con tristezza.
“È davvero il vero Dorian?” esclamò l’originale del ritratto, avvicinandosi a lui. “Sono davvero così?”
“Sì. Esattamente così.”
“Che meraviglia, Basil!”
“Almeno nell’aspetto lo sei. Ma questo non cambierà mai,” sospirò Hallward.
“Perché la gente fa tanta questione sulla fedeltà?” esclamò Lord Henry. “Anche nell’amore si tratta puramente di fisiologia. Non ha nulla a che fare con la nostra volontà. I giovani vogliono essere fedeli, ma non lo sono; gli anziani vogliono essere infedeli, ma non possono. E basta.”
“Non andare al teatro stasera, Dorian,” disse Hallward. “Fermati a cena da me.”
“Non posso, Basil.”
“Perché?”
“Perché ho promesso a Lord Henry Wotton di andare con lui.”
“A lui non piacerà di meno che tu mantenga la tua promessa. Lui stesso rompe sempre le sue. Ti prego, non andare.”
Dorian Gray rise e scosse la testa.
“Ti supplico, ”
Il ragazzo esitò, poi guardò Lord Henry, che li osservava dal tavolo del tè con un sorriso divertito.
“Devo andare, Basil,” rispose.
“Molto bene. Allora vado,” disse Hallward, posando la tazza sul vassoio. “È già tardi. E poiché devi vestirti, è meglio che non perda tempo. Addio, Harry. Addio, Dorian. Vieni a trovarmi presto, domani.”
“Certo.”
“Non dimenticherai, vero?”
“No, certo che no,” esclamò Dorian.
“E. Harry, ”
“Sì, Basil, ”
“Ricorda quello che ti ho chiesto stamattina in giardino, ”
“L’ho dimenticato.”
“Mi fido di te, ”
“Vorrei potermi fidare di me stesso,” disse Lord Henry, ridendo. “Andiamo, signor Gray. Il mio calesse è fuori; posso accompagnarti a casa tua. Addio, Basil. È stata un pomeriggio davvero interessante.”
Quando la porta si chiuse alle loro spalle, il pittore si gettò su un divano. E sul suo viso apparve un’espressione di dolore.
CAPITOLO 3
La mattina seguente, alle dodici e mezza, Lord Henry Wotton si recò da Curzon Street fino all’Albany per far visita a suo zio, Lord Fermor. Questi era un anziano scapolo dal carattere cordiale, sebbene un po’ rozzo; il mondo esterno lo considerava egoista perché non portava alcun beneficio concreto alle persone, ma la società lo riteneva generoso, visto che finanziava coloro che lo divertivano. Il padre di Lord Henry era stato nostro ambasciatore a Madrid quando Isabella era giovane e Filippo II ancora lontano dal trono; tuttavia si era ritirato dalla carriera diplomatica per un capriccio, offeso dal fatto che non gli fosse stata assegnata l’ambasciata a Parigi, una posizione che riteneva di meritare pienamente grazie alla sua nascita, alla sua pigrizia, alla qualità delle sue relazioni diplomatiche e al suo smisurato amore per il piacere. Il figlio, che aveva lavorato come segretario del padre, lo aveva seguito nella ritirata, un gesto considerato all’epoca piuttosto sciocco; alcuni mesi dopo aver ereditato il titolo nobiliare, si dedicò seriamente allo studio dell’“arte aristocratica” di non fare assolutamente nulla. Possedeva due grandi case in città, ma preferiva vivere in stanze private, trovandole più comode, e consumava la maggior parte dei pasti al suo club. Prestava un certo interesse alla gestione delle sue miniere nelle contee centrali dell’Inghilterra, giustificando questa attività lavorativa con il fatto che possedere carbone permetteva a un gentiluomo di “mantenere la decenza” di bruciare legna nel proprio camino. In politica era un conservatore, tranne quando i conservatori erano al potere, periodo in cui li denigrava aspramente definendoli un gruppo di radicali. Per il suo valletto era un “eroe”, poiché quest’ultimo lo maltrattava; per la maggior parte dei suoi parenti, invece, rappresentava una vera minaccia, visto che li trattava allo stesso modo. Solo l’Inghilterra avrebbe potuto produrre una persona del genere, e lui sosteneva sempre che il paese stesse andando verso il declino. I suoi principi erano ormai obsoleti, ma i suoi pregiudizi avevano ancora un certo valore.
Quando Lord Henry entrò nella stanza, trovò suo zio seduto in un vecchio cappotto da caccia, che fumava una sigaretta e si lamentava del giornale The Times. “Beh, Harry,” disse l’anziano signore, “che cosa ti porta fuori così presto? Pensavo che voi giovani non vi alzaste mai prima delle due di notte, ”
“È pura affetto familiare, zio George. Voglio chiederti qualcosa.”
“Denaro, immagino,” rispose Lord Fermor con un sorriso ironico. “Siediti e dimmi tutto. Oggi i giovani pensano che il denaro sia tutto, ”
“Sì,” mormorò Lord Henry, sistemando il bottone del suo cappotto, “e quando crescono se ne rendono conto. Ma io non voglio soldi. Solo le persone che devono pagare le bollette hanno bisogno di soldi, zio George. Io invece non pago mai le mie bollette. Il credito è il vero ‘capitale’ di un figlio minore. E con esso si può vivere molto bene. Inoltre, io faccio sempre affari con i commercianti di Dartmoor. Quindi non mi danno mai fastidio. Quello che voglio sono informazioni. Non informazioni utili, ovviamente. Solo informazioni inutili.”
“Beh, posso dirti tutto ciò che è contenuto nei libri blu inglesi, Harry, anche se al giorno d’oggi quei tipi scrivono un sacco di sciocchezze. Quando ero nel servizio diplomatico, le cose andavano molto meglio. Ma ora sembra che li assumano solo dopo esami. Cosa si può aspettare? Gli esami, signore, sono pura farsa dall’inizio alla fine. Se una persona è un gentiluomo, sa già abbastanza; se non lo è, qualsiasi cosa sappia è comunque dannosa per lui.”
“Mr. Dorian Gray non rientra certo nei ‘libri blu’, zio George,” disse Lord Henry con indifferenza.
“Mr. Dorian Gray? Chi è?” chiese Lord Fermor, aggrottando le sue folte sopracciglia bianche.
“Ecco ciò che sono venuto a scoprire, zio George. O meglio, so già chi è: è il nipote dell’ultimo Lord Kelso. Sua madre era una Devereux, Lady Margaret Devereux. Vorrei che mi parlasseste di lei: com’era? Con chi si è sposata? Avrete conosciuto quasi tutti ai vostri tempi. Forse l’avete incontrata anche voi. Al momento sono molto interessato a Mr. Gray. L’ho appena conosciuto.”
“Il nipote di Kelso!” esclamò il vecchio gentiluomo. “Certo. Conoscevo bene sua madre. Credo di essere stato presente al suo battesimo. Era una ragazza straordinariamente bella. Margaret Devereux. Ma è scappata con un giovane senza un soldo. Un semplice sottufficiale di un reggimento di fanteria, nient’altro. Il poveretto è morto in duello a Spa pochi mesi dopo il matrimonio. C’è stata una storia molto brutta. Si diceva che Kelso avesse pagato qualche individuo per insultare pubblicamente suo genero. E quel tizio lo ha letteralmente sputato in faccia. La cosa è stata insabbiata, ma, beh, Kelso ha mangiato da solo al club per un bel po’ dopo. Ha riportato a casa sua figlia. Ma lei non gli ha mai più parlato. Oh, sì. È stato davvero un brutto affare. La ragazza è morta anche lei, entro un anno. Quindi ha lasciato un figlio, vero? Me n’ero dimenticato. Che tipo di ragazzo è?”
“È molto bello,” rispose Lord Henry.
“Spero che cada nelle mani giuste, ” continuò il vecchio. “Dovrebbe avere una discreta somma di denaro in attesa. Se solo Kelso si fosse comportato correttamente con lui. Sua madre aveva del denaro. Tutta la proprietà dei Selby le è passata attraverso suo nonno. Suo nonno odiava Kelso. Lo considerava un individuo meschino. Anzi, lo era davvero. È venuto a Madrid quando ero lì. Oddio. Mi vergognavo di lui. La Regina mi chiedeva sempre di quel nobile inglese che litigava continuamente con i tassisti per il prezzo della corsa. Ne hanno fatto un gran caso. Non ho osato mostrare la faccia alla Corte per un mese intero. Spero che tratti suo nipote meglio di quanto abbia trattato quei tassisti, ”
“I non lo so,” rispose Lord Henry. “Penso che il ragazzo avrà una vita agiata. Non ha ancora raggiunto l’età legale. Ha Selby, me lo ha detto lui stesso. E, sua madre era molto bella, vero?”
“Margaret Devereux era una delle donne più belle che abbia mai visto, Harry. Non ho mai capito cosa l’abbia spinta a comportarsi in quel modo. Avrebbe potuto sposare chiunque avesse voluto. Carlington era pazzo di lei. Era anche molto romantica. Tutte le donne di quella famiglia lo erano. Gli uomini, invece, erano una miseria. Ma, perbacco, le donne erano davvero straordinarie. Carlington si è inginocchiato davanti a lei. Me l’ha detto lui stesso. Lei si è messa a ridere di lui. E in quel periodo, a Londra, non c’era ragazza che non fosse interessata a lui. A proposito, Harry. Parlando di matrimoni insensati. Che sciocchezza dice tuo padre riguardo a Dartmoor che vuole sposare un’americana? Le ragazze inglesi non gli bastano forse?”
“Al momento è piuttosto alla moda sposare americane, zio George, ”
“Io difenderò sempre le donne inglesi contro il mondo intero, Harry,” disse Lord Fermor, battendo il pugno sul tavolo.
“La maggior parte delle persone preferisce gli americani, ”
“Dicono che non duri a lungo, ”, mormorò suo zio.
“Un fidanzamento troppo lungo li esaurisce. Ma sono davvero brave nelle corse ippiche. Prendono tutto alla leggera. Non credo che Dartmoor abbia molte possibilità, ”
“Di chi sono i suoi genitori?” borbottò il vecchio gentiluomo. “Ha qualcuno, almeno?”
Lord Henry scosse la testa. “Le ragazze americane sono altrettanto brave a nascondere le proprie origini, quanto le donne inglesi a nascondere il proprio passato, ”, disse, alzandosi per andarsene.
“Immagino che siano delle commercianti di maiale, ”
“Spero proprio di sì, zio George. Per il bene stesso di Dartmoor. Mi hanno detto che il commercio del maiale è la professione più redditizia in America, dopo la politica, ”
“È bella?”
“Si comporta come se fosse bellissima. La maggior parte delle donne americane fa lo stesso. È proprio questo il segreto del loro fascino, ”
“Perché queste donne americane non restano nel loro paese? Dicono sempre che sia il paradiso per le donne, ”
“Lo è. Ed è proprio per questo che, come Eva, sono così desiderose di uscirne, ” disse Lord Henry. “Addio, zio George. Se resto ancora un po’, arriverò in ritardo a pranzo. Grazie per avermi fornito queste informazioni. Mi piace sempre sapere tutto sui miei nuovi amici. E niente sui vecchi, ”
“Dove pranzi, Harry?”
“A casa di zia Agatha. Ho invitato anche il signor Gray. È il suo ultimo protetto, ”
“Hmph. Digli pure a tua zia Agatha di smettere di importunarmi con le sue richieste di beneficenza. Ne ho abbastanza. Quella brava donna pensa che io non abbia altro da fare se non firmare assegni per le sue sciocche iniziative, ”
“Va bene, zio George. Glielo dirò. Ma non servirà a nulla. Le persone filantropiche perdono completamente ogni senso umano. È proprio questa la loro caratteristica distintiva, ”
Il vecchio gentiluomo grugnì in segno di approvazione e suonò il campanello per chiamare il suo servitore. Lord Henry uscì dalla porticina bassa e si incamminò verso Berkeley Square.
Ecco quindi la storia delle origini di Dorian Gray. Per quanto fosse stata raccontata in modo crudo, aveva comunque suscitato in lui un senso di curiosità riguardo a una sorta di strana, quasi moderna romanza: una donna bellissima che rischiava tutto per un amore folle; alcune settimane di felicità interrotte da un crimine orribile e traditore; mesi di agonia silenziosa, e poi la nascita di un bambino nel mezzo del dolore. La madre veniva portata via dalla morte, il bambino lasciato alla solitudine e al dominio di un uomo vecchio e senza amore. Sì, era uno sfondo davvero interessante. Quel contesto rendeva quel ragazzo ancora più perfetto. Dietro ogni cosa bella che esiste, c’è sempre qualcosa di tragico. I mondi devono soffrire, affinché anche il fiore più umile possa sbocciare. E quanto era affascinante quella sera a cena, con i suoi occhi sorpresi e le labbra dischiuse in un’espressione di piacere timido. Seduto di fronte a lui nel club, sotto la luce rossa delle candele, il suo viso sembrava risplendere di una bellezza ancora più intensa. Parlare con lui era come suonare un violino squisito: ogni parola che diceva risuonava piena di passione e giovinezza. C’era qualcosa di davvero incantevole nel poter esercitare un tale influenzo su qualcuno. Nessun’altra attività poteva eguagliarla. Proiettare la propria anima in una forma bella e lasciarla esistere per un momento; ascoltare le proprie idee riflettersi nell’altro, arricchite dalla passione e dalla gioventù. Trasmettere il proprio temperamento a qualcun altro, come se fosse un liquido sottile o un profumo strano. C’era davvero una grande gioia in tutto questo. Forse la più soddisfacente gioia che ci rimanga in un’epoca così limitata e volgare come la nostra. Un’epoca dominata dai piaceri carnali e dagli obiettivi banali. Era davvero un ragazzo straordinario. Quel ragazzo che, per una curiosa coincidenza, aveva incontrato nello studio di Basil. O forse avrebbe potuto diventare ancora più straordinario. Aveva la grazia, la purezza dell’infanzia, e una bellezza simile a quella delle antiche sculture greche. Non c’era nulla che non si potesse fare con lui. Poteva diventare un gigante. O anche solo un giocattolo. Che peccato che una tale bellezza fosse destinata ad appassire. E Basil? Dal punto di vista psicologico, quanto era interessante. Quel nuovo modo di fare arte, quella nuova visione della vita, suggeriti semplicemente dalla presenza di qualcuno che non se ne rendeva nemmeno conto. Quell’anima silenziosa che viveva nei boschi oscuri e camminava invisibile nei campi aperti. Che si mostrava improvvisamente, come una ninfa, senza paura. Perché nell’anima di colui che la cercava era stata risvegliata quella meravigliosa visione grazie alla quale solo le cose straordinarie possono essere rivelate. Le semplici forme e i motivi delle cose diventavano, in qualche modo, più raffinati e assumevano un valore simbolico. Come se fossero i segni di una forma ancora più perfetta. Che stranezza. Ricordava qualcosa del genere nella storia.
Non fu forse Platone, quell’artista nel pensiero, ad analizzarlo per primo? Non fu forse Buonarroti a scolpirlo nei marmi colorati di una sequenza di sonetti? Ma nel nostro secolo fu strano. Sì; egli cercò di essere, per Dorian Gray, ciò che, senza saperlo, quel ragazzo era per il pittore che aveva creato quel meraviglioso ritratto. Cercò di dominarlo, e in effetti lo aveva già quasi fatto. Voleva rendere quel meraviglioso spirito suo proprio. C’era qualcosa di affascinante in questo figlio dell’amore e dell’morte.
All’improvviso si fermò e alzò lo sguardo verso le case. Si rese conto di essersi allontanato un po’ troppo dalla casa di sua zia, quindi sorrise tra sé e tornò indietro. Quando entrò nel salone, piuttosto cupo, il maggiordomo gli disse che tutti erano andati a pranzo. Lasciò cappello e bastone al valletto e si diresse in sala da pranzo.
“Come sempre in ritardo, Harry,” esclamò sua zia scuotendo la testa.
Inventò una scusa plausibile, si sedette accanto a lei e guardò intorno per vedere chi fosse presente. Dorian gli fece un timido inchino dall’estremità del tavolo; sulle sue guance comparve un rossore di piacere. Di fronte a lui c’era la Duchessa di Harley, una donna dal carattere ammirevole e dal temperamento mite, molto apprezzata da tutti coloro che la conoscevano; aveva anche quelle forme generose che, nelle donne non duchesse, gli storici contemporanei definivano “robuste”. Accanto a lei sedeva Sir Thomas Burdon, un membro radicale del Parlamento: seguiva i suoi leader in pubblico e, in privato, preferiva i migliori cuochi, pranzava con i conservatori ma pensava come i liberali, secondo una regola saggia e ben nota. Alla sua sinistra c’era il signor Erskine di Treadley, un anziano gentiluomo molto affascinante e colto; tuttavia aveva preso l’abitudine di rimanere in silenzio, una volta spiegò a Lady Agatha che aveva detto tutto ciò che voleva dire prima dei trent’anni. Accanto a lui sedeva la signora Vandeleur, una delle amiche più anziane di sua zia: una vera santa tra le donne, ma così poco attraente da ricordare un libro di inni mal rilegato. Fortunatamente, dall’altra parte sedeva Lord Faudel, un uomo di mezza età piuttosto intelligente, ma del tutto mediocre; era calvo come una dichiarazione ministeriale alla Camera dei Comuni, e conversava con lei in quel modo estremamente serio che, secondo lui stesso, è l’unico errore imperdonabile che tutti i veri buoni persone commettono, e da cui nessuno riesce mai a liberarsi del tutto.
“Stiamo parlando del povero Dartmoor, Lord Henry,” disse la duchessa, sorridendogli cordialmente dall’altra parte del tavolo. “Pensa davvero che si sposerà con quella giovane affascinante?”
“Credo che abbia già deciso di chiederglielo in matrimonio, Duchessa.”
“Che orrore!” esclamò Lady Agatha. “Davvero, qualcuno dovrebbe intervenire, ”
“Mi è stato detto, da fonti affidabili, che suo padre possiede un negozio di merci americane,” disse Sir Thomas Burdon con aria sprezzante.
“Mio zio ha già suggerito l’attività di inscatolamento della carne di maiale, Sir Thomas, ”
“Merci americane. Che cosa sono esattamente?” chiese la duchessa, alzando le mani in segno di perplessità.
“Romanzi americani,” rispose Lord Henry, servendosi del coniglio arrosto.
La duchessa sembrò confusa.
“Non badate a lui, mia cara,” sussurrò Lady Agatha. “Non dice mai nulla che abbia davvero significato, ”
“Quando America fu scoperta,” disse il membro del partito radicale – e iniziò a elencare una serie di fatti noiosi. Come tutti coloro che cercano di esaurire un argomento, finì per stancare gli ascoltatori. La duchessa sospirò e decise di interromperlo: “Spero davvero che non fosse mai stata scoperta!” esclamò. “Davvero, le nostre ragazze oggi non hanno alcuna possibilità. È assolutamente ingiusto.”
“Forse, in fondo, America non è mai stata scoperta,” disse il signor Erskine; “Io direi che sia stata soltanto individuata.”
“Oh! Ma ho visto degli esempi dei suoi abitanti, ” rispose la duchessa in modo vago. “Devo ammettere che la maggior parte di loro è estremamente bella. E si vestono anche molto bene; comprano tutte le loro vestiti a Parigi. Vorrei anch’io potermelo permettere, ”
“Si dice che quando gli americani buoni muoiono, vanno a Parigi,” ridacchiò Sir Thomas, il quale possedeva un intero armadio pieno di abiti smessi da Humour.
“Davvero. E dove vanno gli americani cattivi quando muoiono?” chiese la duchessa.
“A America,” mormorò Lord Henry.
Sir Thomas aggrottò la fronte. “Temo che vostro nipote abbia pregiudizi contro quella grande nazione,” disse a Lady Agatha. “Ho viaggiato in tutto il paese utilizzando automobili fornite dai dirigenti, i quali, in queste questioni, sono estremamente cortesi. Vi assicuro che visitarla rappresenta davvero una forma di educazione.”
“Ma dobbiamo proprio vedere Chicago per essere educati?” chiese con tono lamentoso il signor Erskine. “Non mi sento all’altezza di un simile viaggio, ”
Sir Thomas fece un gesto con la mano. “Il signor Erskine di Treadley ha il mondo intero a disposizione. Noi, le persone pratiche, preferiamo vedere le cose con i nostri occhi, non leggerne solo. Gli americani sono una gente estremamente interessante. Sono assolutamente ragionevoli. Penso che questa sia la loro caratteristica principale. Sì, signor Erskine, una gente davvero ragionevole. Vi assicuro che negli americani non c’è nulla di assurdo o irragionevole.”
“Che orrore!” esclamò Lord Henry. “Posso sopportare la forza bruta, ma la ragione brutale è davvero insopportabile. C’è qualcosa di ingiusto nel suo uso. È come colpire al di sotto dell’intelligenza, ”
“Non vi capisco,” disse Sir Thomas, arrossendo leggermente.
“Lo capisco bene, Lord Henry,” mormorò il signor Erskine con un sorriso.
“I paradossi, in un certo senso, sono tutti molto interessanti, ” ribatté il barone.
“Era davvero un paradosso?” chiese il signor Erskine. “Non lo credo. Forse sì. Comunque, il cammino dei paradossi è spesso il cammino della verità. Per mettere alla prova la realtà, dobbiamo osservarla in situazioni estreme; quando le verità diventano ‘acrobati’, possiamo giudicarle correttamente.”
“Mio Dio!” esclamò Lady Agatha, “come discutete voi uomini. Sono sicura di non capire mai di cosa state parlando. Oh, Harry. Mi dispiace davvero che tu cerchi di convincere il nostro caro signor Dorian Gray a lasciare l’East End. Gli sarebbe davvero utile: tutti amerebbero la sua musica.”
“Voglio che suoni per me,” disse Lord Henry sorridendo, e abbassò lo sguardo sul tavolo. Incrociò il suo sguardo luminoso.
“Il quartiere di Whitechapel, però, è davvero un problema molto grave,” osservò Sir Thomas scuotendo la testa con gravità.
“Certo,” rispose il giovane lord. “È il problema della schiavitù, e noi cerchiamo di risolverlo, divertendo gli schiavi.”
Il politico lo guardò attentamente. “Allora, quale soluzione proponete?” chiese.
Lord Henry rise. “Non desidero cambiare nulla in Inghilterra, tranne il clima,” rispose. “Sono più che soddisfatto delle riflessioni filosofiche. Ma poiché il XIX secolo è fallito a causa di un eccessivo indulgere nelle emozioni, propongo di ricorrere alla scienza per trovare la verità. Il vantaggio delle emozioni è che ci portano fuori strada; il vantaggio della scienza è che non è affatto emotiva.”
“Ma abbiamo responsabilità così gravi, ” osò dire timidamente la signora Vandeleur.
“Terribilmente gravi,” echeggiò Lady Agatha.
Lord Henry guardò il signor Erskine. “L’umanità si prende troppo sul serio. È il vero peccato originale del mondo. Se l’uomo primitivo avesse saputo ridere, la storia sarebbe stata diversa.”
“Siete davvero molto rassicurante, ” mormorò la duchessa. “Mi sento sempre in colpa quando vengo a trovare vostra zia. Non mi interessa affatto il quartiere di Whitechapel. D’ora in poi potrò guardarla negli occhi senza arrossire.”
“Un rossore è molto appropriato, Duchessa,” commentò Lord Henry.
“Solo quando si è giovani, ” rispose lei. “Quando una vecchia donna come me arrossisce, significa che qualcosa non va. Ah, Lord Henry. Vorrei tanto che mi diceste come tornare giovane, ”
Lui ci pensò un momento. “Ricordate qualche grande errore commesso nei vostri primi anni, Duchessa?” chiese.
“Molti, temo, ” esclamò lei.
“Allora ripeteteli. Per ritrovare la giovinezza, basta semplicemente ripetere le proprie follie.”
“Una teoria deliziosa!” esclamò lei. “Devo assolutamente metterla in pratica, ”
“Una teoria pericolosa, ” mormorò Sir Thomas. Lady Agatha scosse la testa, ma non poté fare a meno di ridere. Il signor Erskine ascoltava attentamente.
“Sì,” continuò Lord Henry, “questo è uno dei grandi segreti della vita. Oggi la maggior parte delle persone muore a causa di una sorta di senso comune che si diffonde lentamente. E solo quando è troppo tardi si rendono conto che le uniche cose di cui non ci si pente mai sono proprio i propri errori.”
Una risata echeggiò intorno al tavolo.
Si divertì con quell’idea, diventando sempre più capriccioso: la lanciò in aria e la trasformò; la lasciò scappare per poi riacchiuderla; la rendette iridescente con la fantasia e le diede “ali” attraverso il paradosso. La lode della follia, man mano che proseguiva, si elevava a una vera e propria filosofia, e la stessa filosofia sembrava ringiovanire; catturando quella “musica folle del piacere”, indossava, si potrebbe dire, il suo abito macchiato di vino e un ghirlando di edera, danzando come una Baccante sui colli della vita, e deridendo il lento Sileno per la sua sobrietà. I fatti fuggivano davanti a lei, come creature spaventate della foresta; i suoi piedi bianchi calpestavano quella enorme pressa su cui siede il saggio Omar, fino a quando il succo di uva bollente si sollevava intorno alle sue gambe nude, formando onde di bolle viola, o scorreva in schiuma rossa lungo i fianchi neri e gocciolanti della vasca. Era un’improvvisazione straordinaria. Sentiva che gli occhi di Dorian Gray erano fissi su di lui; il pensiero che tra il suo pubblico ci fosse qualcuno il cui temperamento desiderava affascinare sembrava donargli acutezza d’intelligenza e colore alla sua immaginazione. Era brillante, fantastico, irresponsabile.
Incantava i suoi ascoltatori fino a farli dimenticare se stessi; loro lo seguivano con le risate, ascoltando la sua musica. Dorian Gray non distoglieva mai lo sguardo da lui, seduto come se fosse sotto incantesimo: sorrisi gli apparivano continuamente sulle labbra, mentre la magnificenza che lo caratterizzava diventava sempre più profonda nei suoi occhi sempre più scuri.
Finalmente, vestita con l’abito tipico di quell’epoca, la realtà entrò nella stanza sotto le sembianze di una serva per comunicare alla duchessa che la sua carrozza la stava aspettando. Si strinse le mani in un finto dispero: “Che fastidio!” esclamò. “Devo andare. Devo chiamare mio marito al club per portarlo a quell’assurda riunione alle Willis’s Rooms, dove sicuramente dovrà sedersi in carrozzina. Se arrivo in ritardo, si arrabbierà terribilmente. E non posso assolutamente avere una scenata con questo cappello: è troppo fragile. Una parola dura potrebbe rovinarlo. No, devo andare, cara Agatha. Addio, Lord Henry. Sei davvero delizioso, ma anche terribilmente demoralizzante. Non so proprio cosa pensare delle tue idee. Devi venire a cena da noi una sera. Martedì? Sei libero martedì?”
“Per te getterei via chiunque, Duchessa,” disse Lord Henry inchinandosi.
“Ah! Che gentile da parte tua, ma anche molto sbagliato,” esclamò lei; “quindi vieni sicuramente, ” E uscì dalla stanza, seguita da Lady Agatha e dalle altre signore.
Quando Lord Henry si fu nuovamente seduto, il signor Erskine gli si avvicinò, prese una sedia accanto a lui e posò la mano sul suo braccio.
“Parli sempre di libri. Perché non ne scrivi uno tu stesso?” disse.
“Amo troppo leggere i libri per avere voglia di scriverli, signor Erskine. Certo che mi piacerebbe scrivere un romanzo, un romanzo che fosse tanto bello quanto un tappeto persiano e altrettanto irreale. Ma in Inghilterra non esiste un pubblico letterario interessato a nulla altro che a giornali, libri di testo e enciclopedie. Di tutte le persone al mondo, gli inglesi hanno il minore senso della bellezza della letteratura.”
“Temo che tu abbia ragione,” rispose il signor Erskine. “Anch’io un tempo avevo ambizioni letterarie, ma le ho abbandonate da molto tempo. Ora, mio caro giovane amico – se mi permetti di chiamarti così – posso chiederti se davvero intendevi tutto ciò che ci hai detto a pranzo?”
“Me ne sono completamente dimenticato,” sorrise Lord Henry. “Era davvero così terribile?”
“Terribilmente terribile, in effetti. Credo addirittura che tu sia estremamente pericoloso; e se dovesse accadere qualcosa alla nostra cara duchessa, tutti noi ti considereremmo la causa principale. Ma vorrei parlare con te della vita. La generazione nella quale sono nato era davvero noiosa. Un giorno, quando sarai stanco di Londra, vieni a Treadley e spiegami la tua filosofia del piacere, mentre assaporiamo un ottimo vino di Borgogna che ho la fortuna di possedere.”
“Sarei incantato. Una visita a Treadley sarebbe davvero un grande onore. Ha un ospite perfetto e una biblioteca meravigliosa.”
“Tu la renderai ancora più perfetta,” rispose il vecchio gentiluomo con un inchino cortese. “Ora devo salutare tua zia. Devo essere all’Athenaeum; è l’ora in cui noi, ”
“Tutti voi, signor Erskine?”
“Quaranta di noi, in quaranta poltrone. Stiamo provando per l’English Academy of Letters.”
Lord Henry rise e si alzò. “Vado nel parco,” disse.
Mentre stava per uscire dalla porta, Dorian Gray gli prese il braccio. “Lasciami venire con te,” mormorò.
“Ma pensavo che avessi promesso a Basil Hallward di andare da lui, ” rispose Lord Henry.
“Preferirei venire con te. Sì, devo assolutamente venire con te. Lasciami fare. E mi prometterai di parlarmi tutto il tempo? Nessuno parla come fai tu.”
“Ah! Oggi ne ho già parlato abbastanza,” disse Lord Henry sorridendo. “Adesso voglio solo osservare la vita. Puoi venire a osservarla con me, se vuoi.”
CAPITOLO 4
Un pomeriggio, un mese dopo, Dorian Gray era sdraiato in una lussuosa poltrona nella piccola biblioteca della casa di Lord Henry a Mayfair. La stanza era davvero incantevole: rivestimenti in legno d’olivo, frange color crema sul soffitto, tappeti di velluto e kilimi persiani dai bordi lunghi. Su un tavolino di satinwood c’era una statuetta di Clodion; accanto, un esemplare de Les Cent Nouvelles, rilegato appositamente per Margaret di Valois da Clovis Eve, con i fiori d’oro scelti dalla Regina come simbolo. Sulla mensola del camino erano disposte alcune grandi vasi di porcellana blu e tulipani; attraverso le piccole vetrate colorate filtrava la luce arancione di una giornata estiva a Londra.
Lord Henry non era ancora arrivato. Era sempre in ritardo, per principio: secondo lui, l’puntualità è il “ladro del tempo”. Quindi Dorian sembrava piuttosto irritato, mentre con indifferenza sfogliava un’edizione illustrata di Manon Lescaut trovata tra i libri. Il ticchettio monotono dell’orologio in stile Luigi XIV lo infastidiva; per un attimo pensò di andarsene.
Finalmente sentì dei passi fuori dalla porta, “Che ritardo, Harry!” mormorò.
“Temo che non sia Harry, signor Gray,” rispose una voce acuta.
Lui si alzò di scatto. “Mi scusi. Pensavo fosse mio marito, ”
“È solo sua moglie. Lasci che mi presenti: la conosco bene dalle sue fotografie. Credo che ne abbia diciassette.”
“Diciassette, Lady Henry?”
“Beh, diciotto allora. L’ho visto con lui l’altra sera all’opera,” disse lei, ridendo nervosamente. Era una donna strana: i suoi vestiti sembravano sempre essere stati creati in un momento di rabbia e indossati in fretta. Di solito era “innamorata” di qualcuno, ma poiché le sue passioni non venivano mai ricambiate, conservava tutte le sue illusioni. Tentava di apparire affascinante, ma finiva per sembrare disordinata. Si chiamava Victoria e aveva una vera ossessione per andare in chiesa.
“Era all’opera Lohengrin, vero, Lady Henry?”
“Sì. Adoro la musica di Wagner: è così forte che si può parlare senza che nessuno senta. Un grande vantaggio, non le pare, signor Gray?”
Ridacchiò di nuovo nervosamente, giocherellando con un lungo coltello da carta in guscio di tartaruga. Dorian sorrise e scosse la testa: “Temo che non la pensi così, Lady Henry. Io non parlo mai durante la musica, almeno, quando è bella. Se invece è brutta, il dovere è proprio quello di sovrastarla con la conversazione.”
“Ah! Quella è sicuramente una delle opinioni di Harry, vero, signor Gray? Sento sempre le opinioni di Harry attraverso i suoi amici. È l’unico modo in cui ne vengo a conoscenza. Ma non pensiate che non mi piaccia la buona musica: la adoro, ma la temo. Mi rende troppo romantica. Ho semplicemente adorato i pianisti. A volte due alla volta, mi dice Harry. Non so proprio cosa ci sia di così speciale in loro. Forse il fatto che siano stranieri. Lo sono tutti, vero? Anche quelli nati in Inghilterra diventano stranieri dopo un po’, no? È davvero intelligente da parte loro. E rappresenta anche un grande complimento per l’arte. La rende davvero cosmopolita, non è vero? Non siete mai stato alle mie feste, vero, signor Gray? Dovete venire. Non posso permettermi orchidee, ma per gli stranieri non risparmio certo. Fanno sembrare le stanze così pittoresche. E ecco Harry! Harry, sono entrata per cercarti. Volevo chiederti qualcosa. Mi è uscito di mente. E invece ho trovato il signor Gray qui. Abbiamo avuto una conversazione davvero piacevole su musica. Abbiamo idee molto simili. No. In realtà le nostre idee sono abbastanza diverse. Ma lui è stato davvero gentile. Sono così felice di averlo incontrato.”
“Sono incantato, mia amata, davvero incantato,” disse Lord Henry, alzando le sue sopracciglia scure a forma di mezzaluna e guardandoli entrambi con un sorriso divertito. “Mi dispiace molto per il ritardo, Dorian. Sono andato a curare un pezzo di antico broccato in Wardour Street e ho dovuto contrattare per ore. Oggi le persone conoscono il prezzo di tutto, ma non il vero valore delle cose.”
“Temo che debba andare,” esclamò Lady Henry, rompendo un imbarazzante silenzio con la sua risata improvvisa e sciocca. “Ho promesso di accompagnare la duchessa. Addio, signor Gray. Addio, Harry. Immagino che mangerete fuori, vero? Anch’io. Forse ci vedremo da Lady Thornbury.”
“Credo di sì, mia cara,” disse Lord Henry, chiudendo la porta alle sue spalle. Lei uscì dalla stanza come un uccello del paradiso che aveva trascorso l’intera notte sotto la pioggia, lasciandosi dietro un leggero profumo di frangipani. Poi accese una sigaretta e si sdraiò sul divano.
“Mai sposare una donna con i capelli di colore paglierino, Dorian,” disse dopo alcuni tiri.
“Perché, Harry?”
“Perché sono troppo sentimentali, ”
“Ma a me piacciono le persone sentimentali, ”
“Mai sposarti affatto, Dorian. Gli uomini si sposano perché sono stanchi; le donne, perché sono curiose: entrambi rimangono delusi.”
“Non credo che mi sposerò mai, Harry. Sono troppo innamorato. È uno dei tuoi aforismi. E io lo metto in pratica, come faccio con tutto ciò che dici.”
“Di chi sei innamorato?” chiese Lord Henry dopo una pausa.
“Di un’attrice,” rispose Dorian Gray arrossendo.
Lord Henry alzò le spalle. “È un debutto piuttosto comune, ”
“Non lo diresti se la vedessi, Harry, ”
“Chi è?”
“Si chiama Sibyl Vane.”
“Non l’ho mai sentita nominare, ”
“Nessuno l’ha. Ma un giorno la gente lo farà. È un genio.”
“Mio caro ragazzo, nessuna donna è un genio. Le donne sono un sesso decorativo; non hanno mai nulla da dire, ma lo dicono in modo affascinante. Le donne rappresentano il trionfo della materia sulla mente, proprio come gli uomini rappresentano il trionfo della mente sulla morale.”
“Harry, come puoi dirlo?”
“Mio caro Dorian, è la verità. Attualmente sto analizzando le donne, quindi dovrei saperlo. Il tema non è così oscuro come pensavo. Scopro che, in fondo, ci sono solo due tipi di donne: quelle semplici e quelle appariscenti. Le donne semplici sono molto utili; se vuoi guadagnarti una reputazione rispettabile, basta portarle a cena. Le altre donne sono molto affascinanti. Tuttavia commettono un errore: si truccano per sembrare più giovani. Le nostre nonne si truccavano per parlare brillantemente. Ora tutto questo è finito. Finché una donna riesce a sembrare dieci anni più giovane di sua figlia, è perfettamente soddisfatta. Per quanto riguarda la conversazione, a Londra ci sono solo cinque donne degne di essere ascoltate. E due di queste non possono essere ammesse in società rispettabile. Ora dimmi di questa tua ‘genio’. Da quanto tempo la conosci?”
“Ah, Harry. Le tue opinioni mi spaventano, ”
“Lascia perdere. Da quanto tempo la conosci?”
“Circa tre settimane, ”
“E dove l’hai incontrata?”
“Te lo dirò, Harry, ma devi essere comprensivo al riguardo. Dopotutto, tutto questo non sarebbe mai successo se non ti avessi incontrato. Tu hai suscitato in me un desiderio folle di conoscere ogni aspetto della vita. Per giorni, dopo il nostro incontro, qualcosa sembrava pulsare nelle mie vene; quando mi riposavo nel parco o passeggiavo lungo Piccadilly, osservavo tutte le persone che mi incrociavano e, con una curiosità frenetica, mi chiedevo quale tipo di vita conducessero. Alcuni di loro mi affascinavano; altri mi suscitavano terrore. C’era un’essenza velenosa nell’aria. Avevo una passione per le sensazioni. Beh, una sera, verso le sette, decisi di uscire alla ricerca di qualche avventura. Sentivo che questa Londra grigia e mostruosa, con i suoi innumerevoli abitanti, i suoi peccatori meschini e i suoi peccati splendidi, come l’hai definita una volta, doveva sicuramente avere qualcosa in serbo per me. Immaginavo mille cose. Il semplice pensiero del pericolo mi procurava piacere. Ricordai ciò che mi avevi detto quella meravigliosa sera, quando abbiamo cenato insieme per la prima volta: che cercare la bellezza fosse il vero segreto della vita.”
Non so cosa mi aspettassi, ma uscii e iniziai a camminare verso est, finché presto non persi la strada in un labirinto di strade sporche e piazze deserte e prive d’erba. Verso le otto e mezza passai davanti a un piccolo teatro assurdo, con grandi fiamme di gas e cartelli pubblicitari vistosi. Un ebreo orribile, con il gilet più stravagante che avessi mai visto in vita mia, stava all’ingresso, fumando una sigara disgustosa. Aveva riccioli unti e un enorme diamante brillava al centro di una camicia sporca. “Desidera una poltrona, signore?”, mi chiese non appena mi vide, togliendosi il cappello con aria di servile adorazione. C’era qualcosa in lui. Harry, che mi divertiva davvero. Era un vero e proprio mostro. Ridete di me, lo so. Ma sono entrato davvero e ho pagato una sterlina intera per quella poltrona. Ancora oggi non riesco a capire perché l’abbia fatto. Eppure, se non l’avessi fatto, caro Harry, se non l’avessi fatto, avrei perso la più grande avventura della mia vita. Vedo che state ridendo. È terribile da parte vostra!
“Non sto ridendo, Dorian. Almeno non di te. Ma non dovresti parlare del più grande romanzo della tua vita: dovresti parlare del primo romanzo della tua vita. Sarai sempre amato, e sarai sempre innamorato. Una grande passione è il privilegio di coloro che non hanno nulla da fare. Quella è l’unica utilità delle classi oziose di un paese. Non avere paura: ci sono cose meravigliose in serbo per te. Questo è soltanto l’inizio.”
“Pensi davvero che la mia natura sia così superficiale?” gridò Dorian Gray arrabbiato.
“No. Penso che la tua natura sia molto profonda.”
“Mio caro ragazzo, le persone che amano solo una volta nella loro vita sono davvero quelle superficiali. Quello che chiamano lealtà e fedeltà, io lo definisco o la letargia dell’abitudine o la mancanza di immaginazione. La fedeltà, per la vita emotiva, è ciò che la coerenza è per la vita intellettuale: semplicemente una confessione di fallimento. La fedeltà. Devo analizzarla un giorno. In essa c’è la passione per la proprietà. Ci sono molte cose che getteremmo via se non avessimo paura che altri le prendano. Ma non voglio interromperti. Continua con la tua storia.”
“Beh, mi ritrovai seduto in una orribile piccola loggia privata, con uno spettacolo volgare davanti ai miei occhi. Guardai fuori dalla tenda e osservai l’teatro. Era un posto squallido, pieno di Cupidi e cornucopie, come una torta nuziale di terza categoria. La galleria e il palco erano abbastanza pieni, ma le due file di posti sporchi erano quasi vuote. E nella cosiddetta ‘area riservata alle signore’ c’era quasi nessuno. Le donne portavano con sé arance e birra al ginger. E c’era un’enorme consumazione di noci, ”
“Deve essere stato proprio come gli anni d’oro del teatro britannico, ”
“Esattamente, credo. E molto deprimente. Cominciai a chiedermi cosa dovesse fare quando vidi il cartellone dello spettacolo. Che ne pensi, Harry, di che si trattasse?”
“Credo fosse ‘Il ragazzo idiota’ o ‘Stupido ma innocente’. I nostri padri amavano quel genere di opere. Più vivo, Dorian, e più mi rendo conto che ciò che era abbastanza buono per i nostri padri non lo è più per noi. Nell’arte, come nella politica, le ‘nonne’ hanno sempre torto.”
“Quest’opera teatrale era abbastanza buona per noi, Harry. Era ‘Romeo e Giulietta’. Devo ammettere che mi infastidiva l’idea di vedere Shakespeare rappresentato in un posto così misero. Comunque, ero curioso. Decisi quindi di aspettare il primo atto. C’era un orchestra terribile, guidata da un giovane ebreo che suonava al pianoforte rotto. Quasi mi costrinse ad andarmene. Ma alla fine arrivò la scena con il telone calato e l’opera iniziò. ‘Romeo’ era un uomo anziano, robusto, con sopracciglia folte, una voce profonda e roca. E ‘Giulietta’. Harry, immagina una ragazza di appena diciassette anni, con il viso delicato come un fiore, i capelli castani intrecciati, occhi pieni di passione. Era la cosa più bella che avessi mai visto in vita mia. Hai detto che il pathos non ti commuoveva. Ma quella bellezza, puro bellezza, poteva far scorrere le lacrime negli occhi. Non riuscivo quasi a guardarla, tanto ero commosso. E la sua voce. Non avevo mai sentito niente del genere. All’inizio era molto bassa, con note profonde e melodiose. Poi diventava un po’ più alta. Sembrava il suono di una flauta o di un oboe lontano. Nella scena nel giardino, aveva tutta quella dolce estasi che si sente prima dell’alba, quando i usignoli cantano. In alcuni momenti, poi, assomigliava al suono appassionato dei violini. Sai quanto una voce possa commuovere le persone. La tua voce e quella di Sibyl Vane sono due cose che non dimenticherò mai. Quando chiudo gli occhi, le sento ancora. Ognuna dice qualcosa di diverso. Non so quale seguire. Perché non dovrei amarla? Harry, la amo davvero. È tutto per me nella vita. Notte dopo notte vado a vederla recitare. Una sera è Rosalind, l’altra sera Imogen. L’ho vista morire nell’oscurità di una tomba italiana, succhiando il veleno dalle labbra del suo amante. L’ho vista vagare nella foresta di Arden, travestita da ragazzo. È stata pazza. Si è presentata davanti a un re colpevole. Gli ha portato rimorso e amarezza. È stata innocente. E le mani oscure della gelosia le hanno spezzato la gola. L’ho vista in ogni età, con ogni costume. Le donne comuni non stimolano mai l’immaginazione. Sono limitate al loro secolo. Nessun fascino può trasformarle, ”
Si conoscono le loro menti altrettanto facilmente quanto i loro cappelli. Si possono sempre trovare. Non c’è alcun mistero in loro: passeggiano nel parco al mattino e chiacchierano alle feste pomeridiane. Hanno quel sorriso stereotipato e quel modo di comportarsi alla moda. Sono piuttosto ovvie. Ma un’attrice! Quanto è diversa un’attrice. Harry, perché non mi hai detto che l’unica cosa degna d’amore è un’attrice?
Dorian Gray balzò in piedi, con le guance arrossate e gli occhi brillanti di emozione. “Harry! Sibyl Vane è sacra!”
“Solo le cose sacre meritano di essere toccate, Dorian,” disse Lord Henry, con un tono stranamente malinconico. “Ma perché dovresti arrabbiarti? Immagino che un giorno lei appartenerà a te. Quando si ama, si inizia sempre ingannando se stessi, e poi si finisce per ingannare gli altri. Questo è ciò che il mondo chiama ‘romanzo’, ” “La conosci, vero?”
“Certo che la conosco. La prima notte in cui sono andato al teatro, dopo lo spettacolo quel terribile vecchio ebreo è venuto nella mia loggia e mi ha offerto di portarmi dietro le quinte per presentarmela. Gli ho detto che Julietta era morta da centinaia di anni e che il suo corpo giaceva in una tomba di marmo a Verona. Credo che, dal suo sguardo sbalordito, abbia pensato che avessi bevuto troppo champagne, ”
“Non mi sorprende, ”
“Allora mi ha chiesto se scrivevo per qualche giornale. Gli ho detto che non li leggevo nemmeno. Sembrava molto deluso. E mi ha confidato che tutti i critici teatrali erano in combutta contro di lui, e che ognuno di loro potesse essere comprato, ”
“Non mi sorprenderebbe affatto se avesse ragione. Ma, d’altra parte, a giudicare dall’aspetto, la maggior parte di loro probabilmente non è nemmeno così costosa, ”
“Beh, sembrava pensare che fossero al di fuori delle sue possibilità,” rise Dorian. “Comunque, a quel punto le luci del teatro stavano spegnendosi e ho dovuto andarmene. Voleva che provassi alcuni sigari che mi consigliava caldamente. Ho rifiutato. La sera dopo, naturalmente, sono tornato lì. Quando mi ha visto, mi ha fatto un inchino profondo e mi ha assicurato che ero un generoso mecenate dell’arte. Era davvero un individuo offensivo. Anche se aveva una passione straordinaria per Shakespeare. Una volta mi ha detto, con aria di orgoglio, che le sue cinque bancarotta erano tutte colpa di ‘Il Bardo’, come insisteva a chiamarlo. Sembrava considerarlo davvero un onore, ”
“Il fatto è che si trattava di una distinzione, mio caro Dorian, una grande distinzione. La maggior parte delle persone fallisce perché investe troppo nella ‘prosa’ della vita; distruggersi per la poesia, invece, è un vero onore. Ma quando hai parlato per la prima volta con Miss Sibyl Vane?”
“La terza notte. Lei stava recitando il ruolo di Rosalind; non ho potuto fare a meno di andare da lei. Le avevo regalato alcuni fiori, e lei mi ha guardato, almeno così ho pensato. Quel vecchio ebreo insisteva molto per portarmi dietro le quinte, quindi ho acconsentito. È curioso che non volessi conoscerla, vero?”
“No. Non credo proprio.”
“Mio caro Harry, perché?”
“Te lo spiegherò un’altra volta. Ora voglio sapere di lei.”
“Sibyl? Oh, era così timida e gentile. C’è qualcosa di infantile in lei. I suoi occhi si illuminavano di meraviglia quando le dicevo quanto mi fosse piaciuta la sua interpretazione. E sembrava davvero ignara del proprio potere. Penso che entrambi fossimo un po’ nervosi. Quel vecchio ebreo stava sempre in piedi all’ingresso del camerino, facendo discorsi complicati su di noi. Mentre ci guardavamo l’un l’altro come due bambini. Insisteva per chiamarmi ‘Mio Signore’, quindi ho dovuto assicurare a Sibyl che non ero affatto così. Lei mi ha detto semplicemente: ‘Sembri più un principe. Devo chiamarti Principe Azzurro.’”
“Davvero, Dorian. Miss Sibyl sa come fare i complimenti, ”
“Non la capisci, Harry. Lei mi considerava soltanto una persona che partecipa a uno spettacolo. Non conosce nulla della vita reale. Vive con sua madre, una donna stanca e senza più splendore. Che ha interpretato il ruolo di Lady Capulet la prima sera. Sembra davvero che i suoi giorni migliori siano ormai passati, ”
“Conosco quell’aspetto. Mi deprime,” mormorò Lord Henry, osservando i propri anelli.
“Quel vecchio ebreo voleva raccontarmi la sua storia. Ma ho detto che non mi interessava.”
“Avevi perfettamente ragione. Le tragedie altrui contengono sempre qualcosa di infinitamente meschino, ”
“Sibyl è l’unica cosa che mi interessa davvero. Da dove viene? Non ha importanza. Dalla testa ai piedi, è assolutamente divina. Ogni notte vado a vederla recitare. E ogni volta è ancora più meravigliosa, ”
“Ecco perché ora non vieni mai a cena da me, vero? Pensavo che avessi qualche storia d’amore interessante in corso. Infatti ce l’hai. Ma non è esattamente quello che mi aspettavo, ”
“Mio caro Harry, pranziamo o ceniamo insieme ogni giorno. E sono anche andato diverse volte all’opera con te,” disse Dorian, aprendo i suoi occhi azzurri in sorpresa.
“Arrivi sempre terribilmente tardi, ”
“Beh. Non posso fare a meno di andare a vedere Sibyl recitare. Anche solo per un attimo. Mi manca la sua presenza. E quando penso a quella meravigliosa anima nascosta in quel piccolo corpo d’avorio, provo solo ammirazione, ”
“Puoi venire a cena da me stasera, Dorian. Non puoi?”
Scosse la testa. “Stasera è Imogen,” rispose, “e domani sera sarà Juliet.”
“Quando diventerà Sibyl Vane?”
“Mai.”
“Ti faccio i complimenti.”
“Che orrore! È in lei tutte le grandi eroine del mondo. È qualcosa di più di un individuo. Ridi, ma ti dico che ha genio. La amo, e devo far sì che mi ami anche lei. Tu, che conosci tutti i segreti della vita, dimmi come conquistare Sibyl Vane. Voglio che Romeo sia geloso. Voglio che gli amanti morti di tutto il mondo sentano la nostra risata e ne soffrano. Voglio che un soffio della nostra passione risvegli la loro polvere, ridestinando il dolore nelle loro ceneri. Mio Dio, Harry, quanto la amo!” Camminava avanti e indietro nella stanza mentre parlava; sulle sue guance ardevano chiazze rosse di eccitazione.
Lord Henry lo osservava con un vago senso di piacere. Quanto era diverso ora dal timido ragazzo che aveva incontrato nello studio di Basil Hallward! La sua natura si era sviluppata come un fiore, sbocciando in fiamme scarlatte. Dalla sua segreta dimora era emersa la sua anima, e il desiderio l’aveva incontrata lungo il cammino.
“E cosa proponi di fare?” chiese finalmente Lord Henry.
“Voglio che tu e Basil veniate con me una sera a vederla recitare. Non ho la minima paura del risultato. Siete sicuramente d’accordo sul suo genio. Poi dobbiamo liberarla dalle mani di quel ebreo. È legata a lui per tre anni. Almeno due anni e otto mesi. Dovrò pur pagarlo, naturalmente. Una volta sistemato tutto, prenderò un teatro nel West End e la farò recitare seriamente. Farà impazzire il mondo, proprio come ha fatto impazzire me, ”
“Sarebbe impossibile, caro ragazzo, ”
“No. Lo farà. Non solo possiede arte, un istinto artistico perfetto, ma ha anche personalità. E tu mi hai sempre detto che sono le personalità, non i principi, a guidare l’epoca, ”
“Bene. Quale sera andremo?”
“Lasciami pensare. Oggi è martedì. Facciamo domani. Domani recita Juliet, ”
“D’accordo. Al Bristol alle otto. E chiamerò Basil.”
“No, Harry. Alle sei e mezza. Dobbiamo essere lì prima che si alzi il sipario. Devi vederla nel primo atto, quando incontra Romeo, ”
“Alle sei e mezza. Che ora orribile! Sarà come fare un tè con carne o leggere un romanzo inglese. Saranno già le sette. Nessun gentiluomo cena prima delle sette. La vedrai tra adesso e allora? O dovrei scriverle?”
“Caro Basil! Non l’ho visto da una settimana. È piuttosto scortese da parte mia, visto che mi ha inviato il mio ritratto in un quadro meraviglioso, progettato appositamente per me. Anche se sono un po’ gelosa di quella foto, perché raffigura una persona un mese più giovane di me, devo ammettere che mi piace molto. Forse dovresti scrivergli tu. Non voglio che si trovi da solo. Dice cose che mi infastidiscono. Ma mi dà anche ottimi consigli.”
Lord Henry sorrise. “Le persone hanno spesso la tendenza a regalare proprio ciò di cui hanno più bisogno. È quello che io chiamo ‘la profondità della generosità’, ”
“Oh, Basil è davvero un bravo ragazzo. Ma a mio parere è un po’ troppo volgare. Da quando ti conosco, Harry, ho capito questo.”
“Basil, caro mio, dedica tutto ciò che ha di affascinante nel suo lavoro. Il risultato è che nella vita reale non gli resta nulla se non i suoi pregiudizi, i suoi principi e il suo buon senso. Gli unici artisti davvero deliziosi che abbia conosciuto sono quelli cattivi. Gli artisti bravi esistono soltanto nelle loro opere. E quindi sono completamente noiosi nella vita reale. Un grande poeta, un vero grande poeta, è probabilmente la creatura meno poetica di tutte. Ma i poeti mediocri sono assolutamente affascinanti. Più le loro rime sono scadenti, più appaiono pittoresche. Il semplice fatto di aver pubblicato un libro di sonetti di secondo livello rende una persona davvero irresistibile. Vive la poesia che non riesce a scrivere. Gli altri, invece, scrivono poesie che non osano nemmeno realizzare, ”
“Mi chiedo se sia davvero così, Harry, ” disse Dorian Gray, spalmando del profumo sul fazzoletto con un grande flacone d’oro posato sul tavolo. “Deve esserlo. Se lo dici tu. Ora vado. Imogen mi aspetta. Non dimenticarti di domani. Addio.”
Mentre lasciava la stanza, le pesanti palpebre di Lord Henry si abbassarono e iniziò a riflettere. Certamente poche persone lo avevano mai interessato tanto quanto Dorian Gray, eppure l’adorazione folle che il ragazzo provava per un’altra persona non gli causava la minima irritazione o invidia. Anzi, ne era compiaciuto: lo rendeva un soggetto di studio ancora più interessante. Era sempre stato affascinato dai metodi della scienza naturale, ma i suoi argomenti abituali gli sembravano banali e privi di importanza. Così aveva iniziato analizzando se stesso, proprio come aveva finito per analizzare gli altri. La vita umana: quella era l’unica cosa che meritava davvero di essere studiata. Rispetto ad essa, nulla altro aveva valore. Era vero che, osservando la vita nel suo strano crogiolo di dolore e piacere, non si poteva indossare una maschera di vetro né evitare che i fumi sulfurei disturbassero il cervello, rendendo l’immaginazione offuscata da fantasie mostruose e sogni distorti. C’erano veleni così subdoli che per conoscerne le proprietà bisognava soffrirne. C’erano malattie così strane che per comprenderne la natura era necessario attraversarle. Eppure, quale grande ricompensa si riceveva! Quanto meraviglioso diventava il mondo intero! Notare la curiosa e rigida logica delle passioni, osservare come l’intelletto fosse influenzato dagli sentimenti. C’era davvero un piacere in tutto ciò. Qualunque fosse il prezzo da pagare. Nessun costo era troppo alto per una vera emozione.
Era consapevole – e questo pensiero gli fece brillare negli occhi marroni come l’agata un lampo di piacere – che era stato proprio grazie a certe sue parole, parole musicali pronunciate con un tono melodioso, che l’anima di Dorian Gray si era rivolta verso quella ragazza bionda e aveva iniziato ad adorarla. In larga misura, quel ragazzo era una sua creazione. L’aveva reso “prematuramente maturo”. Questo era qualcosa di significativo. Le persone comuni aspettano che la vita riveli loro i suoi segreti, ma per pochi, per gli eletti, questi misteri vengono rivelati prima ancora che il velo venga sollevato. A volte questo era l’effetto dell’arte, soprattutto dell’arte letteraria, che si occupa direttamente delle passioni e dell’intelletto. Ma a volte una personalità complessa assumeva il ruolo dell’arte stessa. E in quel senso, rappresentava davvero un’opera d’arte. La vita, proprio come la poesia, la scultura o la pittura, aveva i suoi capolavori raffinati.
Sì, quel ragazzo era nato prematuramente. Raccoglieva già i frutti della sua “vita” quando ancora era primavera. In lui c’erano la vitalità e l’entusiasmo della gioventù, ma già iniziava a sviluppare una coscienza di sé. Era davvero incantevole osservarlo: con il suo bel viso e la sua bella ‘anima, rappresentava qualcosa di davvero meraviglioso. Non importava come tutto sarebbe finito, o quale fosse il suo destino. Era come una di quelle figure eleganti presenti in un festival o in un’opera teatrale: le sue gioie sembravano lontane da noi, ma i suoi dolori suscitavano in noi un senso di bellezza, e le sue “ferite” erano come rose rosse.
Anima e -corpo, -corpo e -anima, quanto erano misteriosi questi concetti! Nell’‘anima c’era qualcosa di animalesco, mentre il -corpo poteva mostrare momenti di spiritualità. I sensi potevano essere affinati, ma anche l’intelletto poteva degenerare. Chi poteva dire dove finiva l’impulso fisico e iniziava quello psichico? Quanto erano superficiali le definizioni arbitrarie degli psicologi comuni! Eppure, era davvero difficile decidere tra le varie teorie esistenti. L’_anima era forse soltanto un’“ombra” che risiedeva nel “palazzo del peccato”? O il -corpo faceva realmente parte dell’-anima, come credeva Giordano Bruno? La separazione tra spirito e materia era un mistero, così come la loro unione.
Iniziò a chiedersi se fosse possibile rendere la psicologia una scienza assoluta, in modo che ogni aspetto della vita ci venisse rivelato chiaramente. In realtà, noi stessi ci comprendevamo sempre male e raramente comprendevamo gli altri. L’esperienza, in sé, non aveva alcun valore etico; era soltanto il nome che le persone davano ai propri errori. I moralisti, di solito, la consideravano uno strumento di avvertimento, ne attribuivano un certo effetto positivo sulla formazione del carattere, e la lodavano come qualcosa che ci insegnava cosa seguire e cosa evitare. Ma l’esperienza stessa non possedeva alcuna forza motrice reale; era tanto meno una causa attiva quanto lo stesso -conscio. Tutto ciò che dimostrava, in realtà, era che il nostro futuro sarebbe stato identico al nostro passato. E che il peccato che avevamo commesso una volta, con disgusto, lo avremmo ripetuto molte volte, questa volta con gioia.
Era chiaro per lui che il metodo sperimentale fosse l’unico modo per giungere a un’analisi scientifica delle passioni; e certamente Dorian Gray rappresentava un soggetto ideale, capace di fornire risultati ricchi e significativi. Il suo improvviso e folle amore per Sibyl Vane era un fenomeno psicologico di notevole interesse. Non c’era dubbio che la curiosità avesse un ruolo fondamentale in tutto ciò, insieme al desiderio di nuove esperienze; tuttavia si trattava di una passione molto complessa. Quello che in essa c’era di istinto puramente sensuale tipico dell’adolescenza era stato trasformato dall’azione dell’immaginazione, trasformandosi in qualcosa che al ragazzo stesso sembrava lontano dal senso, e proprio per questo motivo ancora più pericoloso. Sono le passioni il cui origine nascondiamo a noi stessi quelle che ci dominano con maggiore forza. I nostri motivi più deboli sono spesso quelli di cui non siamo consapevoli della loro vera natura. Spesso accade che, quando pensiamo di sperimentare sugli altri, in realtà stiamo sperimentando su noi stessi.
Mentre Lord Henry rifletteva su queste cose, qualcuno bussò alla porta; il suo valletto entrò e gli ricordò che era arrivato il momento di vestirsi per la cena. Lui si alzò e guardò fuori dalla finestra: il tramonto aveva tinto di un rosso dorato le finestre degli edifici di fronte; i vetri brillavano come lastre di metallo incandescente, mentre il cielo sembrava una rosa sbiadita. Pensò alla giovane vita appassionata del suo amico e si chiese come tutto sarebbe finito.
Quando arrivò a casa, verso le dodici e mezza, vide un telegramma sul tavolo dell’ingresso. Lo aprì e scoprì che proveniva da Dorian Gray; gli comunicava che era stato fidanzato con Sibyl Vane.
CAPITOLO 5
“Mamma, mamma, sono così felice!” sussurrò la ragazza, nascondendo il viso nelle ginocchia della donna dall’aspetto stanco e logoro, seduta nell’unica poltrona presente nel loro squallido salotto, con le spalle rivolte verso quella luce accecante e invadente. “Sono così felice, e anche tu devi essere felice!” ripeté.
La signora Vane sussultò e posò le sue mani sottili, ingiallite dal bismuto, sulla testa della figlia. “Felice, ” mormorò. “Io sono felice solo quando ti vedo recitare. Non devi pensare ad altro che alla tua recitazione. Il signor Isaacs è stato molto gentile con noi, e gli dobbiamo del denaro.”
La ragazza alzò lo sguardo, imbronciandosi. “Denaro, mamma?” esclamò. “Che importanza ha il denaro? L’amore è più importante del denaro, ”
“Il signor Isaacs ci ha prestato cinquanta sterline per saldare i nostri debiti e comprare un abito decente per James. Non devi dimenticarlo, Sibyl. Cinquanta sterline sono una somma considerevole. Il signor Isaacs è stato davvero premuroso, ”
“Lui non è un gentiluomo, mamma. E odio il modo in cui mi parla,” disse la ragazza alzandosi e avvicinandosi alla finestra.
“Non so come faremmo senza di lui, ” rispose la donna con tono lamentoso.
Sibyl Vane scosse la testa e rise. “Ormai non lo vogliamo più, mamma. Ora è il Principe Azzurro a guidare la nostra vita, ” Poi fece una pausa. Una rosa tremolò nel suo sangue, oscurando le sue guance. Un respiro affrettato aprì i petali delle sue labbra. Tremavano. Un vento caldo di passione la investì, sollevando le delicate pieghe del suo abito, “Lo amo, ” disse semplicemente.
“Stupida bambina, stupida bambina!” fu la risposta stereotipata della madre. Le dita ingioiellate e contorte mossero rapidamente, conferendo alle parole un aspetto grottesco.
La ragazza rise di nuovo. La sua voce era piena di gioia. I suoi occhi catturarono quella melodia e la rifletterono con luce radiosa. Poi si chiusero per un momento, come se volessero nascondere il loro segreto. Quando si riaprirono, la nebbia di un sogno era già svanita.
La saggezza delle labbra sottili parlò ancora dalla poltrona logora. Suggerì prudenza. Citò quel libro della codardia il cui autore imitava il nome del buon senso. Ma lei non ascoltò. Era libera nella sua prigione di passione. Il suo principe, il Principe Azzurro, era con lei. Aveva chiamato alla memoria per ricrearlo. Aveva inviato la sua anima a cercarlo. E l’aveva riportato indietro. Il suo bacio bruciava di nuovo sulle sue labbra. Le sue palpebre erano calde del suo respiro.
Poi la saggezza cambiò approccio. Parlò di spionaggio e scoperte. Quel giovane poteva essere ricco. In tal caso, bisognava considerare l’idea di sposarlo. Le parole astute e calcolatrici risuonarono nelle sue orecchie. Vide quelle labbra sottili muoversi. E sorrise.
All’improvviso sentì il bisogno di parlare. Quel lungo silenzio la turbava. “Mamma, mamma,” gridò, “perché mi ama così tanto? So perché lo amo io. Lo amo perché è proprio ciò che anch’io vorrei essere. Ma cosa vede in me? Non sono degna di lui. Eppure, non so perché, anche se mi sento inferiore a lui, non provo umiltà. Provo orgoglio, un terribile orgoglio. Mamma, hai amato mio padre come io amo il Principe Azzurro?”
La donna più anziana impallidì sotto lo spesso trucco che le copriva le guance; le sue labbra secche si contrassero per un spasmo di dolore. Sybil corse da lei, le gettò le braccia al collo e la baciò. “Perdonami, mamma. So che parlare di nostro padre ti fa male. Ma ti fa male perché lo amavi così tanto. Non essere triste. Oggi sono felice quanto lo eri tu vent’anni fa. Ah! Lasciami essere felice per sempre, ”
“Mia figlia, sei troppo giovane per pensare all’amore. Inoltre, cosa sai di questo ragazzo? Non conosci nemmeno il suo nome. Tutto questo è molto sconveniente. E poi, ora che James sta per partire per l’Australia e ho così tante cose da considerare. Dovresti averci pensato meglio. Comunque, come ho detto prima, se fosse ricco, ”
“Ah! Mamma, lasciami essere felice!”
La signora Vane la guardò con uno di quei gesti teatrali che spesso diventano una seconda natura per chi lavora sul palcoscenico. La abbracciò. In quel momento, la porta si aprì e un giovane ragazzo dai capelli castani ruvidi entrò nella stanza. Era robusto di corporatura; mani e piedi erano grandi e un po’ goffi nei movimenti. Non era così ben educato come sua sorella. Chiunque avrebbe potuto dubitare del legame stretto che esisteva tra loro. La signora Vane lo fissò con uno sguardo pieno di affetto. E intensificò il suo sorriso. Mentalmente, elevò suo figlio alla dignità di un “spettatore”. Era sicura che la scena fosse davvero interessante.
“Potresti riservarmi qualche bacio, Sybil, ” disse il ragazzo con un tono bonario.
“Ah! Ma a te non piacciono i baci, Jim, ” esclamò lei. “Sei proprio un terribile orso, ” E corse ad abbracciarlo.
James Vane guardò sua sorella con tenerezza. “Vorrei che venissi a fare una passeggiata con me, Sybil. Non credo che rivedrò mai più questa orribile Londra. E di certo non ne ho voglia, ”
“Mio figlio. Non dire cose del genere, ” mormorò la signora Vane, prendendo in mano un abito teatrale sgargiante e cominciando a ripararlo. Si sentì un po’ delusa che lui non si fosse unito al gruppo. Avrebbe aumentato il carattere “teatrale” della situazione.
“Perché no, mamma? Dico sul serio, ”
“Mi fai soffrire, figlio mio. Spero che tu torni dall’Australia in una condizione di agiatezza. Credo che nelle Colonie non esista alcuna vera società, niente di ciò che potrei definire società. Quindi, quando avrai fatto fortuna, devi tornare a Londra e farti strada.”
“Società, ” mormorò il ragazzo. “Non voglio saperne nulla. Vorrei guadagnare abbastanza soldi per portare via te e Sibyl da questo ambiente orribile. Lo odio davvero.”
“Oh, Jim!” disse Sibyl ridendo. “Che cattivo che sei! Ma davvero vuoi venire a fare una passeggiata con me? Sarà bello. Temevo che volessi salutare alcuni dei tuoi amici. Tom Hardy, per esempio, che ti ha regalato quella terribile pipa, o Ned Langton, che si prende gioco di te perché la fumi. È molto carino da parte tua concedermi il tuo ultimo pomeriggio. Dove andremo? Andiamo al parco.”
“Sono troppo trasandato, ” rispose lui, accigliato. “Solo le persone ricche vanno al parco, ”
“Sciocchezze, Jim, ” sussurrò lei, accarezzando la manica del suo cappotto.
Esitò per un momento, “Va bene, ” disse infine. “Ma non metterci troppo tempo a vestirci.” Lei uscì di corsa dalla stanza; si poteva sentirla cantare mentre saliva le scale. I suoi piccoli piedi ticchettavano sopra di lui.
Lui camminò avanti e indietro nella stanza per un paio di minuti. Poi si voltò verso la figura immobile sulla sedia. “Mamma, i miei vestiti sono pronti?” chiese.
“Certo che sì, James, ” rispose lei, continuando a lavorare. Negli ultimi mesi, ogni volta che era sola con quel figlio rude e severo, si sentiva a disagio. La sua natura superficiale e segreta ne soffriva quando i loro sguardi si incrociavano. Si chiedeva se lui sospettasse qualcosa. Il silenzio di lui, poiché non faceva altre osservazioni, diventava insopportabile per lei. Iniziò a lamentarsi. Le donne si difendono attaccando, proprio come attaccano con improvvisi e strani gesti di resa, “Spero che tu sia soddisfatto della tua vita da marinaio, ” disse. “Dovresti ricordare che è stata una scelta tua. Avresti potuto entrare in uno studio legale. Gli avvocati sono una classe molto rispettabile. E nelle campagne spesso pranzano con le migliori famiglie, ”
“Odio gli studi legali. Odio i impiegati, ” rispose lui. “Ma hai ragione. Ho scelto da solo la mia vita. Tutto quello che voglio è che tu protegga Sibyl. Non lasciarla che le succeda nulla. Mamma, devi prenderti cura di lei, ”
“James. Parli in modo davvero strano. Certo che mi prendo cura di Sibyl, ”
“Ho sentito dire che ogni sera arriva un signore al teatro e parla con lei. È vero? E cosa ne pensi?”
“Stai parlando di cose che non capisci, James. Nel nostro mestiere siamo abituati ad ricevere molta attenzione, e molto gratificante, per giunta. Anch’io ricevevo spesso mazzi di fiori. Era l’epoca in cui il teatro veniva davvero apprezzato. Per quanto riguarda Sibyl, al momento non so se il suo interesse per quel giovane sia serio o meno. Ma non c’è dubbio che si tratti di un vero gentiluomo: è sempre molto cortese con me, inoltre ha l’aspetto di una persona ricca, e i fiori che mi manda sono davvero belli.”
“Però non sai nemmeno il suo nome,” disse il ragazzo in tono severo.
“No,” rispose sua madre con un’espressione serena. “Non mi ha ancora rivelato il suo vero nome. Penso sia molto romantico da parte sua. Probabilmente appartiene all’aristocrazia.”
James Vane morse il labbro. “Stai attenta a Sibyl, madre. Stai davvero attenta a lei,” disse con insistenza.
“Mio figlio, mi preoccupi molto. Sibyl è sempre sotto la mia particolare cura. Ovviamente, se questo signore è ricco, non c’è motivo perché lei non possa stringere un legame con lui. Spero sia davvero un membro dell’aristocrazia. Ha tutte le apparenze adatte, devo dire. Potrebbe essere un matrimonio davvero brillante per Sibyl; formerebbero una coppia incantevole. La sua bellezza è davvero notevole; tutti se ne accorgono.”
Il ragazzo mormorò qualcosa tra sé e si mise a battere sul vetro della finestra con le sue dita ruvide. Stava per dire qualcos’altro quando la porta si aprì e Sibyl entrò di corsa.
“Che seri tutti e due!” esclamò. “Cosa c’è?”
“Niente,” rispose lui. “Forse a volte è necessario essere seri. Addio, mamma; pranzerò alle cinque in punto. Tutto è stato impacchettato, tranne le mie camicie, quindi non devi preoccuparti.”
“Addio, mio figlio,” rispose lei con un inchino forzatamente dignitoso.
Era estremamente infastidita dal tono che lui aveva adottato con lei, e qualcosa nel suo sguardo l’aveva fatta sentire spaventata.
“Baciami, mamma,” disse la ragazza. Le sue labbra, dolci come fiori, toccarono la guancia invecchiata di sua madre e la riscaldarono un po’.
“Mio bambino! Mio bambino!” gridò la signora Vane, alzando lo sguardo verso il soffitto in cerca di una galleria immaginaria.
“Vieni, Sibyl,” disse suo fratello con impazienza. Odiava le affettazioni di sua madre.
Uscirono nella luce tremolante del sole, agitata dal vento, e si incamminarono lungo la desolata strada di Euston. I passanti osservavano con stupore quel giovane cupo e robusto, vestito in abiti grossolani e mal tagliati, mentre era in compagnia di una ragazza così elegante e raffinata. Sembrava un comune giardiniere che camminava accanto a una rosa.
Jim aggrottava la fronte di continuo quando riceveva quegli sguardi curiosi da parte degli estranei. Odiava essere fissato in quel modo; un sentimento che spesso colpisce i geni solo in età avanzata, ma che non abbandona mai le persone comuni. Sibyl, invece, era del tutto ignara dell’effetto che il suo comportamento aveva su di lui. Il suo amore si rifletteva nel sorriso sulle sue labbra; pensava al Principe Azzurro. E per non pensare troppo a lui, parlava invece della nave su cui Jim avrebbe navigato, dell’oro che sicuramente avrebbe trovato, e della meravigliosa ereditiera la cui vita avrebbe salvato dai malvagi banditi. No, lui non sarebbe rimasto un semplice marinaio. L’esistenza di un marinaio era terribile: essere rinchiusi in una nave orribile, con onde rauche e minacciose che cercavano di distruggerla, e venti forti che strappavano gli alberi maestri e laceravano le vele. Lui avrebbe lasciato la nave a Melbourne, salutato educatamente il capitano e sarebbe subito andato alle miniere d’oro. Prima ancora di una settimana, avrebbe trovato un enorme pezzo d’oro puro. Il più grande mai scoperto. E lo avrebbe portato sulla costa in una carrozza scortata da sei poliziotti a cavallo. I banditi avrebbero attaccato tre volte. Ma sarebbero stati sconfitti con gravi perdite. O forse no. In realtà, non avrebbe nemmeno dovuto andare alle miniere d’oro. Erano posti orribili: lì le persone si ubriacavano, si sparavano nei bar e usavano parole volgari. Lui sarebbe diventato un bravo allevatore di pecore. E una sera, mentre tornava a casa a cavallo, avrebbe visto la bellissima ereditiera rapita da un ladro su un cavallo nero. Avrebbe inseguito il ladro e l’avrebbe salvata. Naturalmente, lei si sarebbe innamorata di lui. E loro si sarebbero sposati. E sarebbero tornati a casa. E avrebbero vissuto in una grande casa a Londra. Sì, c’erano molte cose meravigliose che lo aspettavano. Ma doveva comportarsi bene. Non perdere la pazienza. E non spendere i suoi soldi in modo sciocco. Lei era solo un anno più vecchia di lui. Ma sapeva molto di più sulla vita. Doveva anche assicurarsi di scriverle ogni volta che partiva una lettera. E di pregare ogni sera prima di andare a dormire. Dio era molto buono. E lo avrebbe protetto. Anche lei avrebbe pregato per lui. E in pochi anni sarebbe tornato a casa ricco e felice. Il ragazzo ascoltava le sue parole con aria cupa. Non rispondeva. Era davvero triste all’idea di lasciare la sua casa.
Eppure non era solo questo che lo rendeva cupo e malinconico. Nonostante la sua inesperienza, aveva comunque una forte consapevolezza del pericolo rappresentato dalla situazione di Sibyl. Quel giovane damerino che stava corteggiandola poteva solo portarle danno. Era un gentiluomo, e proprio per questo lo odiava; lo odiava per un curioso istinto innato che non riusciva a spiegarsi, ma che per quel motivo era ancora più forte in lui. Era anche consapevole della superficialità e della vanità del carattere di sua madre, e in questo vedeva un pericolo infinito per Sibyl e la sua felicità. I bambini iniziano amando i propri genitori; crescendo, li giudicano. A volte li perdonano.
Sua madre. Aveva qualcosa da chiederle, qualcosa su cui aveva riflettuto per molti mesi in silenzio. Una frase casuale sentita al teatro, un sussurro beffardo che gli era giunto alle orecchie una notte mentre aspettava all’ingresso del palco. Avevano scatenato in lui una serie di pensieri orribili. Se ne ricordava come se fosse stato il colpo di una frusta. Le sopracciglia si aggrottarono, e con un movimento di dolore morse il labbro inferiore.
“Non stai affatto ascoltando quello che dico, Jim,” esclamò Sibyl. “Sto facendo i piani più meravigliosi per il tuo futuro. Dimmi qualcosa, per favore.”
“Cosa vuoi che ti dica?”
“Oh, che sarai un bravo ragazzo e non ci dimenticherai mai,” rispose lei, sorridendogli.
Lui alzò le spalle. “È più probabile che tu mi dimentichi io, piuttosto che io te, ”
Lei arrossì. “Cosa intendi, Jim?” chiese.
“Hai un nuovo amico. Chi è? Perché non me ne hai parlato? Non può portarti niente di buono, ”
“Basta, Jim!” esclamò lei. “Non devi dire nulla contro di lui. Lo amo.”
“Ma nemmeno conosci il suo nome. Chi è? Ho il diritto di saperlo, ”
“Il principe incantevole. Non ti piace questo nome? Oh, tu sciocco ragazzo! Non dovresti mai dimenticarlo. Se solo lo vedessi, penseresti che sia la persona più meravigliosa del mondo. Un giorno lo incontrerai, quando tornerai dall’Australia. Gli piacerai moltissimo. A tutti piace, e io, lo amo. Vorrei tanto che potessi venire al teatro stasera. Sarà lì, e io interpreterò Giulietta. Oh, come la interpreterò! Immagina, Jim, essere innamorati e interpretare Giulietta. Lui seduto lì ad ascoltarmi. A mio piacimento. Temo di spaventare il pubblico. Di incantarlo. Essere innamorati significa superare se stessi. Povero, terribile signor Isaac. Stasera dirà che sono un genio. Mi ha predicato come un dogma. Ma stasera mi annuncerà come una rivelazione. Lo sento. E tutto questo è suo. Il suo unico principe incantevole. Il mio meraviglioso amante. Il mio dio delle grazie. Ma io sono povera al suo confronto. Povera? Che importanza ha? Quando la povertà bussa alla porta, l’amore entra dalla finestra. I nostri proverbi dovrebbero essere riscritti. Sono stati fatti in inverno. Ora è estate. È il momento per me. Un ballo di fiori sotto cieli azzurri, ”
“È un gentiluomo,” disse il ragazzo, cupamente.
“Un principe!” esclamò lei, con entusiasmo. “Che altro vuoi?”
“Vuole schiavizzarti, ”
“Mi spaventa l’idea di essere libera, ”
“Devi stare attenta a lui, ”
“Vederlo significa adorarlo. Conoscerlo significa fidarsi di lui, ”
“Sibyl, sei pazza per lui, ”
Rispose ridendo e prendendogli il braccio. “Caro vecchio Jim. Parli come se avessi cent’anni. Un giorno anche tu sarai innamorato. Allora capirai cosa significa. Non essere così cupo. Dovresti essere felice al pensiero che, anche se te ne vai, mi lasci più felice di quanto sia mai stata prima. La vita è stata dura per entrambi. Terribilmente dura. Ma ora sarà diversa. Tu andrai in un nuovo mondo. E io ne ho trovato uno. Ecco due sedie. Siediamoci e guardiamo passare le persone eleganti, ”
Si sedettero tra la folla degli spettatori. I campi di tulipani lungo la strada brillavano come cerchi di fuoco pulsante. Una leggera polvere bianca fluttuava nell’aria. Gli ombrelli colorati danzavano e si piegavano come enormi farfalle.
Lei fece parlare suo fratello dei suoi sogni, delle sue speranze. Lui parlava lentamente, con fatica. Si scambiavano parole come giocatori in un gioco. Sibyl si sentiva oppressa. Non riusciva a condividere la sua gioia. Un debole sorriso era l’unica risposta che riusciva a ottenere da lui. Dopo un po’ rimase in silenzio. All’improvviso vide dei capelli dorati e delle labbra sorridenti. In una carrozza aperta, insieme a due signore, passò Dorian Gray.
Si alzò in piedi. “Lì è!” esclamò.
“Chi?” chiese Jim Vane.
“Principe Azzurro,” rispose lei, mentre si prendeva cura della vettura.
Lui balzò in piedi e afferrò bruscamente il suo braccio. “Mostramelo. Chi è? Indicamelo subito! Devo vederlo!” esclamò; ma in quel momento arrivò la carrozza a quattro cavalli del Duca di Berwick, e quando si fu allontanata, la vettura era già uscita dal parco.
“È andato via,” mormorò Sibyl con tristezza. “Vorrei che lo avessi visto.”
“Anch’io vorrei. Perché, giuro su Dio, se mai ti farà del male, lo ucciderò.”
Lei lo guardò inorridita. Lui ripeté quelle parole. Parole taglienti come un pugnale. La gente intorno iniziò a fissarli sbalordita; una signora vicino a loro ridacchiò.
“Andiamo via, Jim. Andiamo,” sussurrò lei. Lui la seguì ostinatamente attraverso la folla. E provò un senso di soddisfazione per ciò che aveva detto.
Quando raggiunsero la Statua di Achille, lei si girò. Nei suoi occhi c’era pietà, ma sulle sue labbra apparve un sorriso. Scosse la testa verso di lui: “Sei stupido, Jim, davvero stupido. Sei solo un ragazzo capriccioso e malvagio. Come puoi dire cose così orribili? Non sai nemmeno di cosa stai parlando. Sei soltanto geloso e crudele. Ah! Vorrei che ti innamorassi. L’amore rende le persone migliori, e quello che hai detto è stato terribile.”
“Ho sedici anni,” rispose lui, “e so bene di cosa parlo. Mia madre non può aiutarti. Non sa nemmeno come prendersi cura di te. Vorrei davvero non essere mai andato in Australia. Sarei disposto a rinunciare a tutto, se solo i miei articoli non fossero stati già pubblicati.”
“Oh, non essere così serio, Jim. Sei proprio come uno dei protagonisti di quei melodrammi stupidi che tua madre amava tanto recitare. Non voglio litigare con te. L’ho visto. E oh! Vederlo è la felicità perfetta. Non litigheremo. So che non faresti mai del male a nessuno che io amo, vero?”
“Non finché tu lo ami, ” fu la risposta cupa di lui.
“Lo amerò per sempre!” esclamò lei.
“E lui?”
“Anch’egli, per sempre.”
Si allontanò da lui. Poi rise e gli mise una mano sul braccio. Lui era soltanto un ragazzo.
Alla Marble Arch presero un omnibus che li lasciò vicino alla loro misera casa in Euston Road. Erano già passate le cinque. Sibyl doveva riposare per un paio d’ore prima di recitare. Jim insistette affinché lo facesse; disse che preferiva separarsi da lei quando loro madre non era presente. Lei sicuramente avrebbe fatto una scenata, e lui odiava ogni tipo di scenata.
Nella stanza di Sibyl si separarono. Nel cuore del ragazzo c’era invidia, e un odio feroce verso quella sconosciuta che, a suo parere, era intervenuta tra loro. Tuttavia, quando lei gli gettò le braccia al collo e i suoi capelli gli sfiorarono la guancia, si addolcì e la baciò con vero affetto. Nei suoi occhi c’erano lacrime mentre scendeva le scale.
Sua madre lo aspettava di sotto. Gli fece rimproveri per la sua poca puntualità non appena entrò. Lui non rispose nulla e si sedette a mangiare il suo misero pasto. Le mosche ronzavano intorno al tavolo e strisciavano sul tessuto macchiato. Tra il rumore degli autobus e quello delle auto di piazza, riusciva a sentire quella voce monotona che consumava ogni minuto che gli restava.
Dopo un po’, spinse via il piatto e si premette le mani sulla fronte. Sentiva di avere il diritto di sapere la verità. Se era davvero come sospettava, avrebbero dovuto dargliela prima. Con il cuore pesante per la paura, sua madre lo osservava mentre parole meccanicamente uscivano dalle sue labbra; un fazzoletto di pizzo logoro tremolava tra le sue dita. Quando l’orologio suonò le sei, si alzò e andò verso la porta. Poi tornò indietro a guardarla. I loro occhi si incontrarono. Nei suoi occhi vide un appello disperato di pietà. Questo lo fece infuriare.
“Mamma, devo chiederti qualcosa,” disse. Gli occhi di lei vagarono per la stanza senza dire nulla. “Dimmi la verità. Ho il diritto di saperla. Eri sposata con mio padre?”
Lei emise un profondo sospiro. Un sospiro di sollievo. Quel momento terribile, che aveva temuto giorno e notte per settimane e mesi, era finalmente arrivato. Eppure non provava paura. Anzi, in un certo senso, le sembrava persino deludente. La domanda così diretta richiedeva una risposta altrettanto diretta. La situazione non era stata preparata gradualmente. Era troppo cruda. Le ricordava una brutta prova.
“No,” rispose, meravigliandosi della dura semplicità della vita.
“Allora mio padre era un farabutto!” esclamò il ragazzo, stringendo i pugni.
Lei scosse la testa. “Sapevo che non era libero. Ci amavamo molto. Se fosse vissuto, si sarebbe preso cura di noi. Non parlargli male, figlio mio. Era tuo padre. E un gentiluomo. Anzi, aveva molte conoscenze, ”
Un’imprecazione gli sfuggì dalle labbra. “Non mi importa niente di me stesso. Ma non lasciare che Sibyl. È davvero un gentiluomo, vero? Ha molte conoscenze, anche lui, ”
Per un momento, una terribile sensazione di umiliazione invase la donna. Abbassò lo sguardo e si asciugò gli occhi con mani tremanti. “Sibyl ha una madre. Io no, ”
Il ragazzo fu commosso. Si avvicinò a lei, si chinò e le baciò la fronte. “Mi dispiace se ti ho fatto soffrire chiedendo di mio padre. Ma non potevo fare altrimenti. Devo andare ora. Addio. Non dimenticare che adesso avrai solo un figlio da prenderti cura. E credimi: se quell’uomo farà del male a mia sorella, scoprirò chi è, lo troverò e lo ucciderò come un cane. Lo giuro, ”
La follia esagerata di quella minaccia, il gesto appassionato che l’accompagnava, quelle parole melodrammatiche e assurde rendevano la vita più vivida ai suoi occhi. Quell’atmosfera le era familiare; respirava più liberamente, e per la prima volta da molti mesi ammirò davvero suo figlio. Avrebbe voluto che quella scena continuasse nello stesso tono emotivo, ma lui la interruppe. Bisognava portare giù i bagagli e cercare i cappucci; la locanda era un caos di persone che andavano avanti e indietro. Ci furono trattative con il cocchiere. Quel momento fu perso in dettagli banali. Con un nuovo senso di delusione, agitò il fazzoletto di pizzo logoro dalla finestra mentre suo figlio si allontanava in carrozza. Si rese conto che un’ottima opportunità era andata sprecata. Si consolò raccontando a Sibyl quanto fosse desolato il suo futuro, ora che aveva solo un figlio da prendersi cura. Ricordò quella frase. Le era piaciuta molto. Di quella minaccia non disse nulla. Era stata espressa in modo così vivido e drammatico. Pensava che un giorno tutti se ne sarebbero messi a ridere.
CAPITOLO 6
“Immagino tu abbia già sentito la notizia, Basil,” disse Lord Henry quella sera, mentre Hallward veniva introdotto in una piccola stanza privata a Bristol, dove era stata preparata la cena per tre persone.
“No, Harry,” rispose l’artista, porgendo cappello e cappotto al cameriere che si inchinava. “Di cosa si tratta? Spero non sia nulla legato alla politica. Non m’interessa affatto. Nella Casa dei Comuni non c’è quasi nessuno degno di essere ritratto, anche se molti di loro potrebbero trarre beneficio da un po’ di vernice bianca, ”
“Dorian Gray è fidanzato,” disse Lord Henry, osservandolo attentamente mentre parlava.
Hallward trasalì e poi aggrottò la fronte. “Dorian fidanzato! Impossibile!”
“È assolutamente vero.”
“Con chi?”
“Con qualche attrice di secondo piano, ”
“Non ci credo. Dorian è troppo sensato.”
“Dorian è troppo saggio per non commettere qualche sciocchezza ogni tanto, caro Basil, ”
“Il matrimonio non è certo qualcosa che si possa decidere su due piedi, Harry, ”
“Tranne in America,” replicò Lord Henry con indifferenza. “Ma non ho detto che sia già sposato. Ho detto che è fidanzato. C’è una grande differenza. Ricordo chiaramente di essere stato sposato, ma non ho alcun ricordo di essermi fidanzato. Sospetto addirittura di non essermi mai fidanzato, ”
“Ma pensa alla nascita, alla posizione sociale e alla ricchezza di Dorian. Sarebbe assurdo che sposasse qualcuno molto inferiore a lui, ”
“Se vuoi che sposi questa ragazza, diglielo pure, Basil. Allora lo farà sicuramente. Ogni volta che un uomo compie una cosa completamente stupida, è sempre per motivi nobili, ”
“Spero che quella ragazza sia buona, Harry. Non vorrei che Dorian finisse legato a qualche creatura vile che potrebbe degradare la sua natura e rovinargli l’intelligenza, ”
“Oh. È più che buona. È bellissima,” mormorò Lord Henry, sorseggiando un bicchiere di vermouth e orange-bitters. “Dorian dice che è bellissima. E lui raramente si sbaglia su queste cose. Il tuo ritratto di lui gli ha fatto apprezzare ancora di più l’aspetto fisico delle altre persone. Ha avuto proprio questo effetto positivo. La incontreremo stasera, se quel ragazzo non dimentica l’appuntamento, ”
“Dici sul serio?”
“Assolutamente, Basil. Sarei terribilmente infelice se pensassi di dover essere più serio di quanto lo sia in questo momento, ”
“Ma tu approvi davvero questa cosa, Harry?” chiese il pittore, camminando avanti e indietro nella stanza e mordendosi il labbro. “Impossibile che tu la approvi. È solo una sciocca infatuazione, ”
“Io ormai non approvo né disapprovo nulla. È un atteggiamento assurdo verso la vita. Non siamo stati mandati in questo mondo per esprimere i nostri pregiudizi morali. Non presto mai attenzione a ciò che dicono le persone comuni, e non interferisco mai con ciò che fanno le persone affascinanti. Se una personalità mi colpisce, qualsiasi modo di espressione essa scelga è assolutamente delizioso per me. Dorian Gray si innamora di una bella ragazza che si comporta come Giulietta e le chiede di sposarlo. Perché no? Anche se avesse sposato Messalina, non sarebbe meno interessante. Sapete bene che non sono un sostenitore del matrimonio. Il vero svantaggio del matrimonio è che rende le persone altruiste. E le persone altruiste sono prive di individualità. Tuttavia, ci sono certi temperamenti che il matrimonio rende più complessi: queste persone mantengono il proprio ego e ne aggiungono molti altri. Sono costrette a vivere più vite. Diventano più organizzate, e essere ben organizzati, credo, sia lo scopo stesso dell’esistenza umana. Inoltre, ogni esperienza ha valore. E, qualunque cosa si possa dire contro il matrimonio, è sicuramente un’esperienza. Spero che Dorian Gray prenda questa ragazza come moglie, l’amori appassionatamente per sei mesi, e poi, all’improvviso, si innamori di qualcun altro. Sarebbe uno studio davvero interessante, ”
“Non dici una parola vera, Harry. Lo sai bene. Se la vita di Dorian Gray dovesse essere rovinata, nessuno ne sarebbe più addolorato di te. Sei molto meglio di quanto tu stesso finga di essere, ”
Lord Henry rise. “Il motivo per cui tutti amiamo pensare così bene degli altri è che abbiamo tutti paura di noi stessi. La base dell’ottimismo è il terrore. Pensiamo di essere generosi perché attribuiamo al nostro prossimo le virtù che potrebbero esserci utili. Lodeggiamo il banchiere nel caso possiamo indebitarci con lui, e cerchiamo qualità nel bandito nella speranza che ci risparmi i soldi. Dico davvero tutto questo. Disprezzo profondamente l’ottimismo. Per quanto riguarda una vita rovinata, nessuna vita è davvero rovinata, tranne quella la cui crescita viene arrestata. Se vuoi distruggere una natura, basta semplicemente “riformarla”. Quanto al matrimonio, beh, sarebbe sciocco. Ma ci sono altri legami tra uomini e donne. Li incoraggerò sicuramente. Hanno il fascino di essere alla moda. Ma ecco qui Dorian stesso. Lui vi dirà di più, ”
“Miei cari Harry, mio caro Basil, dovete tutti congratularvi con me!” disse il ragazzo, gettando via il suo mantello notturno con le ali foderate di seta e stringendo la mano a ciascuno dei suoi amici. “Non sono mai stato così felice. Certo, è tutto molto improvviso, tutte le cose davvero belle lo sono. Eppure mi sembra proprio ciò che ho cercato per tutta la vita, ” Era arrossito di eccitazione e piacere, e appariva straordinariamente attraente.
“I spero che tu sia sempre molto felice, Dorian,” disse Hallward, “ma non riesco proprio a perdonarti per non avermi detto della tua fidanzata. L’hai invece detto a Harry.”
“E io non ti perdono per essere arrivato in ritardo a cena,” intervenne Lord Henry, mettendo una mano sulla spalla del ragazzo e sorridendo mentre parlava. “Vieni, sediamoci e vediamo com’è il nuovo cuoco qui. Poi ci racconterai tutto.”
“Non c’è davvero molto da dire,” esclamò Dorian mentre si sedevano al piccolo tavolo rotondo. “È successo semplicemente questo: dopo che vi ho lasciati ieri sera, Harry, mi sono vestito, ho cenato in quel piccolo ristorante italiano in Rupert Street che mi avevi consigliato, e alle otto sono andato al teatro. Sibyl stava recitando nel ruolo di Rosalind. Ovviamente la scenografia era terribile e l’interpretazione di Orlando assurda. Ma Sibyl! Avresti dovuto vederla! Quando è entrata vestita da ragazzo, era semplicemente meravigliosa: indossava una giacca di velluto color muschio con maniche alla cannella, calzamaglie marroni strette, un grazioso cappellino verde con una piuma di falco. Era più incantevole che mai. La sua bellezza era davvero paragonabile a quella della statuetta di Tanagra che hai nel tuo studio, Basil. I suoi capelli le incorniciavano il viso come foglie scure intorno a un fiore pallido. Per quanto riguarda la sua recitazione, beh, la vedrai stasera stesso. È davvero una vera artista nata. Sono rimasto incantato per tutta la serata; ho dimenticato di essere a Londra e nel diciannovesimo secolo. Sembrava di essere in un bosco con la mia amata. Dopo lo spettacolo, sono andato da lei. Mentre eravamo insieme, nei suoi occhi è apparsa un’espressione che non avevo mai visto prima. Ci siamo baciati. Non riesco a descriverti ciò che ho provato in quel momento. Mi sembrava che tutta la mia vita fosse concentrata in quell’unico istante di gioia infinita. Lei tremava. Poi si è gettata in ginocchio e mi ha baciato le mani. Forse non dovrei raccontarti tutto questo, ma non riesco a trattenermi. Ovviamente, la nostra fidanzata è un segreto assoluto. Non l’ha nemmeno detto alla sua stessa madre. Non so cosa diranno i miei tutori. Lord Radley sicuramente sarà furioso. Ma non mi importa. Tra meno di un anno compirò vent’anni e potrò fare ciò che voglio. Avevo ragione, Basil, vero? Prendere la mia amata fuori dalla poesia e trovarla nei drammi di Shakespeare. Le labbra che Shakespeare ha insegnato a parlare mi hanno sussurrato i loro segreti all’orecchio. Ho avuto tra le braccia Rosalind. E ho baciato Juliet sulla bocca, ”
“Sì, Dorian. Immagino che tu abbia ragione,” disse lentamente Hallward.
“L’hai vista oggi?” chiese Lord Henry.
Dorian Gray scosse la testa. “L’ho lasciata nel bosco di Arden. La rivedrò in un orto a Verona.”
Lord Henry sorseggiò lo champagne in modo meditativo. “In quale momento esattamente hai menzionato la parola matrimonio, Dorian? E cosa ha risposto lei? Forse l’hai dimenticato del tutto, ”
“Mio caro Harry, non l’ho considerata una questione di affari, né ho fatto alcuna proposta formale. Gliel’ho detto che la amavo, e lei ha risposto che non era degna di essere mia moglie. Degna! Perché, per me, tutto il mondo non vale nulla al suo confronto, ”
“Le donne sono straordinariamente pratiche,” mormorò Lord Henry. “Molto più pratiche di noi. In situazioni del genere spesso dimentichiamo di parlare di matrimonio, e loro ci ricordano sempre, ”
Hallward gli posò una mano sul braccio. “Non farlo, Harry. Hai infastidito Dorian. Lui non è come gli altri uomini. Non causerebbe mai dolore a nessuno. La sua natura è troppo nobile per questo.”
Lord Henry guardò dall’altra parte del tavolo. “Dorian non si arrabbia mai con me,” rispose. “Ho posto quella domanda per il miglior motivo possibile, anzi, per l’unico motivo che possa giustificare la formulazione di qualsiasi domanda: semplice curiosità. Ho una teoria secondo cui sono sempre le donne a proporci matrimonio, e non noi ad approcciare loro. A meno, naturalmente, nel contesto della classe media. Ma le classi medie, dopotutto, non sono moderne.”
“Dorian Gray risebbe a ridere e scuoterebbe la testa: ‘Sei davvero irrimediabile, Harry. Ma non mi dispiace. È impossibile arrabbiarsi con te. Quando vedrai Sibyl Vane, capirai che un uomo in grado di farle del male sarebbe una bestia, una bestia senza cuore. Non riesco a comprendere come qualcuno possa voler umiliare ciò che ama. Io amo Sibyl Vane. Voglio metterla su un piedistallo d’oro e vedere il mondo adorare la donna che è mia. Che cos’è il matrimonio? Un voto irrevocabile. Tu lo deridi proprio per questo. Ah, non deridere: è un voto irrevocabile che io desidero prendere. La sua fiducia mi rende fedele, la sua stima mi rende buono. Quando sono con lei, rimpiango tutto ciò che tu mi hai insegnato. Divento diverso da come tu mi conosci. Sono cambiato. E solo il tocco della mano di Sibyl Vane basta per farmi dimenticare te e tutte le tue teorie sbagliate, affascinanti, pericolose, deliziose.’”
“E quelle sono,?” chiese Lord Henry, servendosi un po’ di insalata.
“Oh, le tue teorie sulla vita, sul amore, sul piacere. In realtà, tutte le tue teorie, Harry.”
“Il piacere è l’unica cosa per cui valga la pena avere una teoria,” rispose con la sua voce lenta e melodiosa. “Ma temo di non poter considerare questa mia teoria come mia personale. Appartiene alla Natura, non a me. Il piacere è il test della Natura, il suo segno di approvazione. Quando siamo felici, siamo sempre buoni, ma quando siamo buoni, non siamo sempre felici.”
“Ah! Ma cosa intendi per ‘buono’?” esclamò Basil Hallward.
“Sì,” ripeté Dorian, appoggiandosi allo schienale della sedia e guardando Lord Henry attraverso i pesanti grappoli di iris dai petali viola posizionati al centro del tavolo. “Cosa intendi tu per ‘buono’, Harry?”
“Il bene consiste nel vivere in armonia con se stessi,” rispose lui, accarezzando il sottile stelo del suo bicchiere con le dita pallide e affusolate. “Il dissenso nasce dal dover vivere in armonia con gli altri. La propria vita, questa è la cosa importante. Quanto alle vite dei propri vicini, se si desidera essere un pedante o un puritano, si può certo ostentare le proprie opinioni morali su di loro, ma non spetta a noi preoccuparcene. Inoltre, l’individualismo ha davvero uno scopo più nobile. La morale moderna consiste nell’accettare gli standard del proprio tempo. Io ritengo che per qualsiasi uomo colto accettare tali standard sia una forma di immoralità estrema.”
“Ma, sicuramente, se si vive soltanto per sé stesso, Harry, si paga un prezzo terribile,” osservò il pittore.
“Sì, al giorno d’oggi dobbiamo pagare un prezzo eccessivo per qualsiasi cosa. La vera tragedia dei poveri è che non possono permettersi altro che la rinuncia a se stessi. Peccati belli, come cose belle, sono un privilegio dei ricchi.”
“Si deve pagare in altri modi, ma non con il denaro, ”
“In quali modi, Basil?”
“Oh, forse nel rimorso, nel dolore, nella consapevolezza della propria degradazione, ”
Lord Henry alzò le spalle. “Mio caro amico, l’arte medievale è affascinante, ma i sentimenti medievali sono ormai obsoleti. Si possono utilizzare nella narrativa, certo. Ma in quel caso, le uniche cose che si possono usare nella narrativa sono quelle che nella realtà abbiamo smesso di utilizzare. Credimi: nessun uomo civile rimpiange mai un piacere, e nessun uomo incivile sa nemmeno cosa sia un piacere.”
“Io so cosa è un piacere,” esclamò Dorian Gray. “È amare qualcuno, ”
“Certo, è meglio che essere amati,” rispose lui, giocherellando con alcuni frutti. “Essere amati è una scocciatura. Le donne ci trattano proprio come l’umanità tratta i suoi dèi: ci adorano e continuano a tormentarci perché facciamo qualcosa per loro, ”
“Dovrei dire che tutto ciò che chiedono, in realtà ce lo hanno già dato,” mormorò il ragazzo seriamente. “Sono loro a suscitare in noi il desiderio d’amare. Hanno quindi il diritto di richiederlo indietro, ”
“È vero, Dorian, ” intervenne Hallward.
“Niente è mai del tutto vero,” disse Lord Henry.
“Questo sì che lo è, ” ribatté Dorian. “Devi ammetterlo, Harry, le donne donano agli uomini l’oro più prezioso delle loro vite.”
“Forse, ma inevitabilmente vogliono riaverlo indietro in cambio di qualcosa di molto poco valore. Ecco il vero problema. Le donne, come ha detto un francese spiritoso, ci ispirano il desiderio di creare capolavori, e poi ci impediscono sempre di realizzarli, ”
“Harry, sei terribile! Non so perché mi piaci così tanto, ”
“Mi amerai sempre, Dorian,” rispose lui. “Volete un po’ di caffè? Cameriere, portate caffè, buon champagne e qualche sigaretta. No, non importa le sigarette; ne ho io. Basil, non posso permetterti di fumare sigari. Devi assolutamente provare una sigaretta. La sigaretta rappresenta il tipo perfetto di piacere. È squisita, e lascia l’uomo insoddisfatto. Cosa si può desiderare di più? Sì, Dorian, mi amerai sempre. Per te io rappresento tutti i peccati che non hai mai avuto il coraggio di commettere, ”
“Che sciocchezze dici, Harry!” esclamò il ragazzo, accendendo una sigaretta con un accendino d’argento a forma di drago che il cameriere aveva posato sul tavolo. “Andiamo al teatro. Quando Sibyl salirà sul palco, avrai un nuovo ideale di vita. Lei rappresenterà qualcosa che non hai mai conosciuto, ”
“Ho conosciuto tutto,” disse Lord Henry con uno sguardo stanco negli occhi, “ma sono sempre pronto per una nuova emozione. Tuttavia temo che, almeno per me, una cosa del genere non esista più. Comunque, la tua meravigliosa ragazza potrebbe emozionarmi. Amo il teatro. È molto più reale della vita stessa. Andiamo. Dorian, vieni con me. Mi dispiace, Basil, ma nel calesse ci sono solo due posti. Dovrai seguirci in una carrozza, ”
Si alzarono e indossarono i cappotti, bevendo il caffè in piedi. Il pittore rimase silenzioso e assorto. C’era un’oscurità nel suo sguardo. Non riusciva a sopportare quel matrimonio. Eppure gli sembrava migliore di molte altre cose che avrebbero potuto accadere. Dopo alcuni minuti, scesero tutti al piano di sotto. Lui se ne andò da solo, come previsto. E osservò le luci lampeggianti del piccolo calesse davanti a sé. Sentì una strana sensazione di perdita. Gli sembrava che Dorian Gray non sarebbe mai più stato per lui ciò che era stato in passato. La vita si era frapposta tra loro. I suoi occhi si offuscarono. Le strade affollate e luminose divennero indistinte davanti a lui. Quando la carrozza si fermò al teatro, gli sembrò di essere invecchiato di anni.
CAPITOLO 7
Per qualche motivo, quella notte la casa era piena di gente; il grasso manager ebreo che li accolse all’ingresso sorrideva in modo untuoso e tremolante. Li accompagnò al loro posto con una sorta di pomposa umiltà, agitando le sue mani ingioiellate e parlando a voce alta. Dorian Gray lo odiava più che mai; aveva l’impressione di essere venuto lì per cercare Miranda e invece si era trovato di fronte a Caliban. Lord Henry, invece, sembrava apprezzarlo. Almeno così dichiarava, insistendo nel stringergli la mano e assicurandogli di essere orgoglioso di conoscere un uomo che aveva scoperto un vero genio, anche se questo lo aveva portato alla rovina a causa di una poetessa. Hallward si divertiva ad osservare le facce delle persone presenti nel palco; il caldo era insopportabile e la luce del sole sembrava una mostruosa “dahlia” con petali di fuoco giallo. I giovani presenti nella galleria si erano tolti cappotti e gilet, appendendoli sul bordo del palco; chiacchieravano tra loro e dividevano le loro arance con le ragazze volgari sedute accanto a loro. Alcune donne ridevano nel palco. Le loro voci erano stridule e disarmoniche; dal bar proveniva il suono dei tappi di sughero che venivano aperti.
“Che posto incredibile per scoprire la propria divinità, ” disse Lord Henry.
“Sì!” rispose Dorian Gray. “È qui che l’ho incontrata. È davvero divina, al di sopra di tutte le creature viventi. Quando si esibisce, dimentichi tutto. Queste persone comuni, con i loro volti ruvidi e gesti brutali, diventano completamente diverse quando lei è sul palco. Stanno in silenzio ad osservarla. Piangono e ridono come lei vuole. La rendono sensibili come un violino. La spiritualizzano. Si ha l’impressione che siano fatti della stessa carne e dello stesso sangue di noi, ”
“Della stessa carne e dello stesso sangue di noi. Oh, spero proprio di no!” esclamò Lord Henry, osservando attentamente le persone nella galleria attraverso il suo binocolo da opera.
“Non dargli retta, Dorian, ” disse il pittore. “Capisco ciò che intendi. E credo in questa ragazza. Chiunque tu ami deve essere meraviglioso. E una ragazza che ha l’effetto che descrivi deve sicuramente essere bella e nobile. Spiritualizzare la propria epoca. Questo è davvero qualcosa di valore. Se questa ragazza riesce a dare una anima a coloro che hanno vissuto senza di essa, se riesce a far sì che le persone con vite meschine e brutte provino il senso della bellezza, se riesce a togliere loro l’egoismo e donare loro lacrime per dolori che non sono i loro. Allora merita tutta la tua adorazione, merita l’adorazione di tutto il mondo. Questo matrimonio è davvero giusto. All’inizio non lo pensavo, ma ora lo ammetto. Gli dei hanno creato Sibyl Vane apposta per te. Senza di lei, saresti stato incompleto, ”
“Grazie, Basil,” rispose Dorian Gray stringendogli la mano. “Sapevo che mi avresti capito. Harry è così cinico. Mi spaventa. Ma ecco l’orchestra: è davvero terribile, ma dura solo circa cinque minuti. Poi si alzerà il sipario e vedrete la ragazza a cui darò tutta la mia vita, a cui ho dato tutto ciò che di buono c’è in me.”
Un quarto d’ora dopo, tra un tumulto straordinario di applausi, Sibyl Vane salì sul palco. Sì, era davvero incantevole da vedere, una delle creature più belle che Lord Henry avesse mai visto, pensò. C’era qualcosa di tenero e timido nella sua grazia e nei suoi occhi spaventati. Un leggero rossore, come l’“ombra” di una rosa in uno specchio d’argento, le apparve sulle guance mentre guardava il pubblico entusiasta e affollato. Fece qualche passo indietro. Le sue labbra sembravano tremare. Basil Hallward si alzò in piedi e iniziò ad applaudire. Immobile, come se fosse in un sogno, Dorian Gray la fissava. Lord Henry, attraverso i suoi occhiali, mormorò: “Incantevole, davvero incantevole!”
La scena si svolgeva nel salone della casa di Capuleto, e Romeo, vestito come un pellegrino, era entrato insieme a Mercutio e agli altri suoi amici. La banda, per quanto modesta, iniziò a suonare alcune melodie, e la danza ebbe inizio. Tra la folla di attori mal vestiti e poco aggraziati, Sibyl Vane si muoveva come una creatura proveniente da un mondo più nobile. Il suo corpo ondeggiava al ritmo della danza, come una pianta che ondeggia sull’acqua; le curve del suo collo erano simili a quelle di un giglio bianco, e le sue mani sembravano fatte d’avorio fresco.
Tuttavia, lei appariva stranamente apatica: non mostrava alcuna gioia quando i suoi occhi si posavano su Romeo. Le poche parole che pronunciò – “Buon pellegrino, tu esageri nel dimostrare la tua devozione; infatti anche i santi hanno mani toccate da quelle dei pellegrini, e il bacio tra mani si considera un gesto sacro, ” – vennero pronunciate in modo del tutto artificiale. La sua voce era squisita, ma dal punto di vista del tono risultava assolutamente falsa; privava le parole della loro autenticità e rendeva la passione che esse esprimevano irreale.
Dorian Gray impallidì mentre la guardava. Era confuso e ansioso. Nessuno dei suoi amici osò dirgli nulla; a loro sembrava assolutamente incompetente. Erano terribilmente delusi.
Tuttavia, ritenevano che la vera prova di qualsiasi Giulietta fosse la scena sul balcone del secondo atto. Aspettavano quel momento. Se falliva lì, allora non c’era nulla in lei.
— sembrava perdere tutto il suo significato a causa del suo modo di recitare.
Quello che hai sentito me dire quella notte, fu recitato con la dolorosa precisione di una studentessa a cui un qualche mediocre insegnante di eloquenza ha insegnato a memorizzare i testi. Quando si sporse dal balcone e arrivò a quelle meravigliose righe: “Anche se mi rallegro in te, non provo alcuna gioia per questo accordo. È troppo avventato, troppo imprudente, troppo improvviso. Troppo simile al fulmine, che scompare prima ancora che si possa dire ‘sta lampeggiando’, ” Dolce, cara notte. Quel bocciolo d’amore, con il calore dell’estate, potrebbe trasformarsi in un bellissimo fiore quando ci rivedremo. Lei pronunciò quelle parole come se non ne comprendesse affatto il significato. Non era nervosità. Anzi, lontano dall’essere nervosa, era assolutamente padrona di sé. Era semplicemente una cattiva recitazione. Un completo fallimento.
Anche il pubblico comune, seduto in galleria, perse interesse allo spettacolo. Diventarono irrequieti, iniziarono a parlare ad alta voce e a fischiare. Il direttore ebreo, in piedi dietro le poltrone, batteva i piedi e imprecava furiosamente. L’unica persona rimasta indifferente era lei stessa.
Quando finì il secondo atto, scoppiò un uragano di fischi. Lord Henry si alzò dalla sedia e si infilò il cappotto: “È davvero bella, Dorian, ma non sa recitare. Andiamo.”
“Voglio finire lo spettacolo,” rispose il ragazzo con voce dura e amara. “Mi dispiace molto di avervi fatto perdere la serata, Harry. Vi chiedo scusa entrambi.”
“Mio caro Dorian, forse Miss Vane è malata, ” intervenne Hallward. “Torneremo un’altra notte.”
“Vorrei che fosse malata, ” replicò lui. “Ma a me sembra semplicemente insensibile e fredda. È completamente cambiata. L’ultima notte era davvero una grande artista. Stasera, invece, è solo un’attrice mediocre e banale.”
“Non parlare così di chiunque tu ami, Dorian. L’amore è qualcosa di molto più meraviglioso dell’arte.”
“Sono entrambe semplicemente forme di imitazione, ” osservò Lord Henry. “Ma andiamo. Non devi restare qui. Vedere una cattiva recitazione non fa bene alla morale. Inoltre, non credo che tu voglia che tua moglie reciti. Quindi, che importanza ha se interpreta Juliet come una marionetta di legno? È molto bella. E se sa così poco della vita quanto della recitazione, sarà sicuramente un’esperienza piacevole. Ci sono solo due tipi di persone davvero affascinanti: quelle che sanno assolutamente tutto e quelle che non sanno assolutamente nulla. Per l’amor del cielo, ragazzo mio. Non avere quell’espressione tragica! Il segreto per rimanere giovani è non provare mai emozioni inadatte. Vieni con Basil e me al club. Fumeremo sigarette e brinderemo alla bellezza di Sibyl Vane. È bellissima. Cosa potresti desiderare di più?”
“Vattene, Harry,” gridò il ragazzo. “Voglio essere solo. Basil, devi andartene. Ah! Non vedi che il mio cuore si sta spezzando?” Le calde lacrime gli salirono agli occhi; le labbra tremavano. Corse sul retro del palco e si appoggiò al muro, nascondendo il viso tra le mani.
“Andiamo via, Basil,” disse Lord Henry con una strana tenerezza nella voce; i due giovani se ne andarono insieme.
Pochi momenti dopo le luci del palco si accesero di nuovo e il terzo atto iniziò. Dorian Gray tornò al suo posto: sembrava pallido, orgoglioso, e indifferente. Lo spettacolo proseguì, sembrando interminabile; metà del pubblico se ne andò, ridendo e facendo rumore con gli stivali pesanti. Fu un vero fiasco. L’ultimo atto si svolse davanti a posti quasi vuoti; il sipario calò tra risate e gemiti.
Non appena finì, Dorian Gray corse dietro le quinte, nella sala degli attori. La ragazza era lì, da sola, con un’espressione trionfale sul viso. I suoi occhi brillavano di una luce intensa; sembrava irradiare felicità. Le sue labbra sorridevano, nascondendo qualche segreto tutto loro.
Quando entrò, lei lo guardò e sul suo viso apparve un’espressione di gioia infinita. “Come ho potuto comportarmi così male quella notte, Dorian!” esclamò.
“Terribilmente!” rispose lui, fissandola con stupore. “Terribilmente! È stato orribile. Sei malata? Non hai idea di cosa ho sofferto.”
La ragazza sorrise. “Dorian,” disse, prolungando il nome con una voce dolce e melodiosa, come se fosse più dolce del miele per le sue labbra. “Dorian, avresti dovuto capire. Ma ora capisci, vero?”
“Capire cosa?” chiese lui, irritato.
“Perché mi sono comportata così male quella notte. Perché continuerò sempre a comportarmi male. Perché non riuscirò mai più a comportarmi bene, ”
Lui alzò le spalle. “Suppongo che tu sia malata. Quando si è malati, non si dovrebbe comportare in quel modo. Si diventa ridicoli. I miei amici si sono annoiati. Anch’io mi sono annoiato.”
Lei sembrava non ascoltarlo. Era trasfigurata dalla gioia. Un’estasi di felicità la dominava completamente.
“Il mio Dorian, ”, gridò lei, “prima di conoscerti, recitare era l’unica realtà della mia vita. Solo in teatro vivevo davvero; pensavo che tutto ciò fosse vero: una notte ero Rosalind, un’altra Portia. La gioia di Beatrice era la mia gioia, e il dolore di Cordelia anche. Credevo in tutto. Le persone comuni che recitavano con me mi sembravano divine; le scene dipinte erano il mio mondo. Non conoscevo nulla se non ombre. E le consideravo reali. Poi sei arrivato tu, oh, mio bellissimo amore, e hai liberato la mia anima dalla prigione. Mi hai insegnato cos’è davvero la realtà. Stasera, per la prima volta nella mia vita, ho visto attraverso l’illusione, la finzione, la stupidità di tutto quel teatro vuoto in cui avevo sempre recitato. Per la prima volta ho capito che Romeo era orribile, vecchio e dipinto. Che la luce della luna nel giardino era falsa. Che le scenografie erano volgari. E che le parole che dovevo pronunciare non erano vere. Non erano le mie parole. Non esprimevano ciò che volevo dire. Mi hai portato qualcosa di più alto. Qualcosa di cui tutta l’arte è solo un riflesso. Mi hai fatto capire cos’è davvero l’amore. Il mio amore. Principe Encantatore. Principe della vita. Ne ho abbastanza delle ombre. Tu sei per me molto di più di quanto possa essere l’arte. Cosa ho a che fare con le marionette di un teatro? Quando sono salita sul palco stasera, non riuscivo a capire come tutto fosse svanito da me. Pensavo di poter fare grandi cose. Invece non riuscivo a fare nulla. All’improvviso ho compreso il significato di tutto. Quella consapevolezza era meravigliosa per me. Li ho sentiti sibilare. E ho sorriso. Cosa potevano sapere loro dell’amore come il nostro? Portami via, Dorian. Portami con te, lontano da tutto questo. Odio il palco. Posso imitare una passione che non provo. Ma non posso imitare quella che mi brucia dentro come il fuoco. Oh, Dorian. Ora capisci cosa significa tutto questo? Anche se potessi farlo, per me sarebbe una profanazione recitare di essere innamorata. Tu mi hai fatto vedere la verità, ”
Lui si gettò sul divano e girò il viso dall’altra parte. “Mi hai ucciso l’amore, ”, mormorò.
Lei lo guardò, piena di meraviglia, e rise. Lui non rispose. Lei gli si avvicinò e con le sue dita piccole accarezzò i suoi capelli. Si inginocchiò e premette le sue mani sulle proprie labbra. Lui le allontanò. E un brivido lo attraversò.
Poi balzò in piedi e si diresse verso la porta. “Sì,” gridò, “hai distrutto il mio amore. Un tempo stimolavi la mia immaginazione; ora non susciti nemmeno la mia curiosità. Non provo più nulla per te. Ti amavo perché eri meraviglioso, perché possedevi genio e intelligenza, perché realizzavi i sogni dei grandi poeti, dando forma alle ombre dell’arte. Hai rovinato tutto. Sei superficiale e stupido. Mio Dio, quanto sono stato pazzo ad amarti! Che idiota che sono stato. Ora non significi nulla per me. Non ti rivedrò mai più, non penserò mai a te, non menzionerò mai il tuo nome. Non sai cosa significavi una volta per me. Oh, non riesco nemmeno a pensarci. Vorrei non averti mai incontrato. Hai rovinato la romanza della mia vita. Che poco ne sai tu dell’amore, se dici che rovina la tua arte. Senza la tua arte, non sei nulla. Avrei potuto renderti famoso, splendido, magnifico. Il mondo ti avrebbe adorato. E avresti portato il mio nome. Che cosa sei ora? Una attrice di terza categoria con un bel viso, ”
La ragazza impallidì e tremò. Strinse le mani una contro l’altra; la sua voce sembrava bloccarsi in gola. “Non parli seriamente, Dorian. Stai recitando, ” mormorò.
“Recitare? Lascio che sia tu a farlo. Lo fai così bene, ” rispose amaramente lui.
Lei si alzò in piedi e, con un’espressione di dolore sul viso, gli andò vicino. Gli posò una mano sul braccio e lo guardò negli occhi. Lui la scostò bruscamente. “Non toccarmi!” gridò.
Un debole lamento le sfuggì; si gettò ai suoi piedi e giacque lì come un fiore calpestato. “Dorian, Dorian, non lasciarmi!” sussurrò. “Mi dispiace tanto di non essermi comportata bene. Non ho pensato ad altro che a te tutto questo tempo. Ma proverò. Davvero, proverò. Il mio amore per te è arrivato così all’improvviso. Penso che non l’avrei mai scoperto se tu non mi avessi baciata. Se non ci fossimo baciati. Baciami di nuovo, il mio amore. Non andartene. Non potrei sopportarlo. Oh, non andartene, ” Un attacco di pianto disperato la scosse. Si accovacciò sul pavimento come una creatura ferita; Dorian Gray, con i suoi bellissimi occhi, la guardava dall’alto in basso, mentre le sue labbra si incurvarono in un’espressione di disprezzo. C’è sempre qualcosa di ridicolo nelle emozioni delle persone che si sono smesse di amare. Sibyl Vane gli sembrava assurdamente melodrammatica. Le sue lacrime e i suoi singhiozzi lo infastidivano.
“Me ne vado,” disse finalmente con voce calma e chiara. “Non voglio essere crudele, ma non posso più vederti. Mi hai deluso.”
Lei pianse in silenzio, senza rispondere, e si avvicinò ancora di più. Le sue manine tese cercavano disperatamente lui. Lui girò sui tacchi e lasciò la stanza. In pochi minuti era già fuori dal teatro.
Non sapeva nemmeno dove stesse andando. Ricordava solo di aver vagato per strade poco illuminate, oltre archi bui e case dall’aspetto inquietante. Donne con voci roche e risate crudeli lo avevano chiamato. Ubriachi gli passavano accanto, imprecando e borbottando tra loro come mostri. Aveva visto bambini orribili rannicchiati sui gradini delle porte, e sentito urla e insulti provenire da cortili bui.
Appena spuntava l’‘alba, si trovò vicino al Jardín di Coventry. L’oscurità svanì e, illuminato da deboli luci, il cielo assunse la forma di una perla perfetta. Enormi carri pieni di gigli dondolanti avanzavano lentamente lungo le strade vuote e lucide. L’aria era pervasa dal profumo delle fiori e la loro bellezza sembrava alleviare il suo )dolore. Entrò nel mercato e osservò gli uomini che scaricavano i loro carri. Un carrettiere con una camicia bianca gli offrì delle ciliegie; ringraziandolo, si chiese perché rifiutasse di accettare denaro in cambio e iniziò a mangiarle distrattamente. Erano state raccolte a mezzanotte e il freddo della luna le aveva reso leggermente gelide. Una lunga fila di ragazzi, che trasportavano casse piene di tulipani a strisce, rose gialle e rosse, si snodava davanti a lui, passando tra enormi mucchi di verdure di colore verde giada. Sotto il portico, con i suoi pilastri grigi e sbiaditi dal sole, si aggiravano alcune ragazze a capo scoperto, in attesa che la vendita all’asta finisse. Altre si affollavano intorno alle porte oscillanti del caffè nella piazza. I pesanti cavalli dei carri scivolavano sulle pietre ruvide, facendo tintinnare le loro campane e i loro ornamenti; alcuni conducenti dormivano sdraiati su mucchi di sacchi. I piccioni, con il collo azzurro e le zampe rosa, correvano in giro raccogliendo semi. Dopo un po’, chiamò una vettura e tornò a casa. Per qualche momento rimase fermo sulla soglia di casa, guardandosi intorno nella piazza silenziosa, con le finestre chiuse e le tende immobili. Ora il cielo era di un puro colore opale e i tetti delle case brillavano come argento al suo chiarore; da qualche camino si alzava una sottile nuvola di fumo che, simile a un nastro viola, si snodava nell’aria color perla.
Nella enorme lanterna veneziana dorata, rimasta come bottino da qualche barca dogale e appesa al soffitto del grande salone d’ingresso rivestito di legno di quercia, le luci continuavano a bruciare provenienti da tre sottili getti di fiamma: sembravano petali blu sottili, bordati da un bianco fuoco. Spense le luci, gettò cappello e mantella sul tavolo, poi passò attraverso la biblioteca verso la porta della sua camera da letto, una grande stanza ottagonale al piano terra che, nel suo nuovo desiderio di lusso, aveva appena fatto decorare con alcune curiose tappezzerie del Rinascimento trovate in un soffitto dismesso a Selby Royal. Mentre girava la maniglia della porta, il suo sguardo cadde sul ritratto che Basil Hallward aveva dipinto di lui. Fece un passo indietro, come sorpreso. Poi entrò nella sua stanza, con aria perplessa. Dopo aver tolto il bottone dal suo cappotto, sembrò esitare. Alla fine tornò indietro, si avvicinò al ritratto e lo esaminò attentamente. Nella luce fioca che filtrava attraverso le tende di seta color crema, il viso gli parve un po’ cambiato. L’espressione sembrava diversa. Si sarebbe detto che ci fosse un tocco di crudeltà sulle sue labbra. Era davvero strano.
Si girò e, avvicinandosi alla finestra, sollevò le tende. La brillante _alba inondò la stanza, spazzando via quelle ombre fantastiche nei angoli più bui. Ma quell’espressione strana sembrava persistere. Anzi, appariva ancora più intensa. La luce del sole mostrava chiaramente le linee di crudeltà intorno alle sue labbra, come se stesse guardando in uno specchio dopo aver compiuto qualcosa di terribile.
Sussultò e, prendendo dal tavolo un ovale di vetro incorniciato con Cupidi d’avorio – uno dei tanti regali che Lord Henry gli aveva fatto – guardò rapidamente al suo interno. Nessuna traccia di quella crudeltà sulle sue labbra rosse. Cosa significava tutto ciò?
Si strofinò gli occhi e si avvicinò di nuovo al ritratto per esaminarlo ancora una volta. Non c’erano segni di alcun cambiamento. Eppure non c’era dubbio che l’espressione fosse davvero diversa. Non era certo un’illusione sua. La cosa era terribilmente evidente.
Si gettò su una sedia e iniziò a riflettere. All’improvviso gli tornò in mente ciò che aveva detto nello studio di Basil Hallward il giorno in cui il ritratto fu completato. Sì, se lo ricordava perfettamente: aveva espresso un desiderio folle: che lui stesso rimanesse giovane e che il ritratto invecchiasse; che la sua bellezza restasse intatta, mentre il volto sulla tela portasse il peso delle sue passioni e dei suoi peccati; che l’immagine dipinta fosse segnata dalle tracce del dolore e del pensiero. E che lui potesse conservare tutta la delicatezza e la bellezza della sua giovinezza appena iniziata. Sicuramente quel desiderio non si era avverato. Simili cose erano impossibili; sembrava addirittura mostruoso anche solo pensarci. Eppure, lì davanti a lui c’era il ritratto, con quell’espressione di crudeltà sul volto della ragazza.
Crudezza. Era stato crudele? La colpa era della ragazza, non sua. L’aveva immaginata come una grande artista, le aveva donato il proprio amore perché la considerava eccezionale. Poi lei lo aveva deluso: era superficiale e indegna. Eppure, un senso di infinito rimorso lo invase al pensiero di lei che giaceva ai suoi piedi, singhiozzando come una piccola bambina. Ricordava con quanta indifferenza l’aveva osservata. Perché era stato fatto così? Perché gli era stata data una tale anima? Ma anche lui aveva sofferto. Durante quelle terribili tre ore in cui la rappresentazione era andata avanti, aveva vissuto secoli di dolore, un’eternità di tormenti. La sua vita valeva senz’altro la sua. Lei lo aveva rovinato per un momento. Se lui l’aveva ferita, forse per tutta una vita. Inoltre, le donne erano più adatte a sopportare il dolore degli uomini. Vivevano delle loro emozioni. Pensavano soltanto alle loro emozioni. Quando sceglievano un amante, lo facevano semplicemente per avere qualcuno con cui poter avere delle “scene”. Lord Henry glielo aveva detto. E Lord Henry sapeva bene cosa fossero le donne. Perché dovrebbe preoccuparsi di Sibyl Vane? Ora non significava nulla per lui.
Ma il ritratto? Cosa doveva pensare di esso? Conteneva il segreto della sua vita, raccontava la sua storia. Gli aveva insegnato ad amare la propria bellezza. Gli avrebbe insegnato anche a odiare la propria anima? L’avrebbe mai guardato di nuovo?
No. Era soltanto un’illusione, frutto dei suoi sensi turbati. Quella terribile notte che aveva trascorso aveva lasciato dietro di sé ombre. All’improvviso, nella sua mente era apparsa quella piccolissima macchia scarlatta che fa impazzire gli uomini. Il ritratto non era cambiato. Era assurdo pensare il contrario.
Eppure lo stava osservando, con quel suo bel viso segnato dal dolore e quel sorriso crudele. I suoi capelli luminosi brillavano nella luce del mattino; i suoi occhi azzurri incrociarono i suoi. Un senso di infinita compassione lo invase – non per sé, ma per quell’immagine dipinta di se stesso che aveva davanti agli occhi. Quell’immagine era già cambiata, e sarebbe cambiata ancora di più: il suo colore dorato si sarebbe trasformato in grigio, i suoi fiori rossi e bianchi avrebbero appassito. Per ogni peccato che commetteva, una macchia avrebbe rovinato la sua bellezza. Ma lui non avrebbe più peccato. Quell’immagine, cambiata o immutata, sarebbe stata per lui il simbolo visibile della sua coscienza. Avrebbe resistito alle tentazioni, non avrebbe più visto Lord Henry. E soprattutto, non avrebbe ascoltato quelle teorie subdole e velenose che, nel giardino di Basil Hallward, avevano per la prima volta suscitato in lui il desiderio di cose impossibili. Sarebbe tornato da Sibyl Vane, le avrebbe chiesto scusa, l’avrebbe sposata e avrebbe cercato di amarla di nuovo. Sì, era suo dovere farlo. Lei doveva aver sofferto molto più di lui. Povera bambina! Era stato egoista e crudele con lei. Quel fascino che lei esercitava su di lui sarebbe tornato. Sarebbero stati felici insieme. La loro vita insieme sarebbe stata bella e pura.
Si alzò dalla sedia e posizionò un grande schermo proprio davanti al ritratto; rabbrividì mentre lo guardava. “Che orrore!” mormorò tra sé, poi andò alla finestra e la aprì. Uscendo sul prato, trasse un profondo respiro. L’aria fresca del mattino sembrava cancellare tutte le sue cupe emozioni. Pensava solo a Sibyl. Un debole eco del suo amore tornò in lui. Ripeté il suo nome più e più volte. Gli uccelli che cantavano nel giardino bagnato di rugiada sembravano raccontare alle fiori tutto di lei.
CAPITOLO 8
Era molto passato mezzogiorno quando si svegliò. Il suo valletto era entrato più volte nella stanza in punta di piedi per vedere se si fosse mosso, chiedendosi cosa avesse fatto dormire così a lungo il suo giovane padrone. Finalmente suonò la campanella, e Victor entrò silenziosamente con una tazza di tè e un mucchio di lettere, su un piccolo vassoio di porcellana Sevres antica; poi aprì le tende di seta oliva con il bordo blu scintillante davanti alle tre grandi finestre.
“Questa mattina Monsieur ha dormito molto bene,” disse sorridendo.
“Che ore sono, Victor?” chiese Dorian Gray con voce assonnata.
“Una ora e un quarto, Monsieur.”
Che ora tarda! Si alzò, bevve un po’ di tè e iniziò a leggere le lettere. Una era di Lord Henry, portata personalmente quella mattina. Esitò per un momento, poi la mise da parte; aprì le altre con indifferenza: contenevano solite cartoline, inviti a cena, biglietti per spettacoli privati, programmi di concerti di beneficenza. Tutti quegli oggetti che ogni mattina arrivavano ai giovani alla moda durante la stagione. C’era anche un conto piuttosto salato per un set da bagno in argento Luigi XV che non aveva ancora avuto il coraggio di inviare ai suoi tutori, persone estremamente conservatrici che non si rendevano conto che viviamo in un’epoca in cui le cose superflue sono diventate le nostre vere necessità. Inoltre, c’erano diverse comunicazioni molto cortesi da parte di prestatori di denaro di Jermyn Street, pronti ad erogare qualsiasi somma di denaro in tempi rapidi e a tassi d’interesse ragionevoli.
Dopo circa dieci minuti si alzò, indossò una veste da camera elegante in cashmere ricamato e andò nel bagno rivestito di onice. L’acqua fresca lo rinfrescò dopo il lungo sonno; sembrava aver dimenticato tutto ciò che era accaduto. Una volta o due gli venne in mente la sensazione di aver partecipato a qualche strana “tragedia”, ma pensò che fosse solo il prodotto di un sogno.
Non appena si fu vestito, andò in biblioteca e si sedette davanti a una colazione leggera preparata su un piccolo tavolo rotondo vicino alla finestra aperta. Era una giornata meravigliosa: l’aria calda sembrava profumare di spezie; una ape entrò e volò intorno al vaso blu decorato con draghi, pieno di rose giallo zolfo. Si sentiva perfettamente felice.
All’improvviso notò lo schermo che aveva messo davanti al ritratto. E in quel momento capì tutto.
“Fa troppo freddo per Monsieur?” chiese il valletto, posando un omelette sul tavolo. “Devo chiudere la finestra?”
Dorian scosse la testa. “Non ho freddo,” mormorò.
Tutto era vero? Il ritratto era davvero cambiato. O forse era solo la sua immaginazione a fargli vedere un’espressione malvagia dove in realtà c’era gioia? Sicuramente una tela dipinta non poteva cambiare. Era assurdo. Un giorno avrebbe potuto raccontare questa storia a Basil. Lo avrebbe fatto sorridere.
Eppure, quanto vivida era la sua memoria di tutto ciò! Prima, nella penombra del crepuscolo, e poi, alla luce dell’alba, aveva visto quell’espressione crudele sulle sue labbra contorte. Quasi temeva che il suo valletto lasciasse la stanza. Sapeva che, quando fosse rimasto solo, avrebbe dovuto esaminare quel ritratto. Aveva paura della certezza. Quando il caffè e le sigarette furono portati e l’uomo si preparò ad andarsene, provò un impulso folle di chiedergli di restare. Mentre la porta si chiudeva alle sue spalle, lo chiamò indietro. L’uomo rimase in attesa dei suoi ordini. Dorian lo guardò per un momento, poi disse con un sospiro: “Non sono ‘a casa’ per nessuno, Victor, ” L’uomo si inchinò e se ne andò.
Poi si alzò dal tavolo, accese una sigaretta e si lasciò cadere su un divano morbido e lussuoso, posto di fronte allo schermo. Quello schermo era vecchio: fatto di pelle spagnola dorata, decorato con motivi tipici dello stile Luigi XIV. Lo esaminò curiosamente, chiedendosi se mai prima avesse nascosto il segreto della vita di qualcuno.
Doveva spostarlo da parte? O forse era meglio lasciarlo lì. A che serviva conoscere la verità? Se ciò che era descritto era vero, era terribile. Se non lo era, perché preoccuparsene? Ma se, per qualche destino crudele, occhi diversi dai suoi avessero scoperto quel segreto. Cosa avrebbe fatto se Basil Hallward fosse venuto a chiedere di vedere il proprio ritratto? Basil lo avrebbe sicuramente fatto. No. Quel ritratto doveva essere esaminato immediatamente. Qualsiasi cosa era meglio di questa terribile incertezza.
Si alzò e chiuse entrambe le porte. Almeno sarebbe stato solo quando avesse guardato quella “maschera” del proprio vergogno. Poi spostò lo schermo da parte. E si trovò di fronte a sé stesso. Era davvero vero. Il ritratto era cambiato.
Come ricordava in seguito, con grande meraviglia, all’inizio osservò quel ritratto con un interesse quasi scientifico. Che una tale trasformazione potesse essere avvenuta gli sembrava incredibile. Eppure era un fatto. Esisteva forse qualche legame tra gli atomi chimici che formavano i colori e le forme sul dipinto, e l’‘anima che si trovava dentro di lui? Forse ciò che quell’anima pensava veniva realmente realizzato. O c’era qualche altra ragione, ancora più terribile? Rabbrividì, provò paura. Tornò sul divano e rimase lì, a fissare quel ritratto con orrore.
C’era però una cosa che lui sentiva fosse accaduta a causa sua: gli aveva fatto rendere conto di quanto fosse stato ingiusto, crudele nei confronti di Sibyl Vane. Non era ancora troppo tardi per rimediare. Lei poteva ancora essere sua moglie. Il suo amore irreale e egoistico avrebbe ceduto il posto a un sentimento più nobile; il ritratto che Basil Hallward aveva dipinto di lui gli avrebbe fatto da guida nella vita, sarebbe stato per lui ciò che la santità è per alcuni, la coscienza per altri, e la paura di Dio per tutti noi. Esistevano sedativi per il rimorso, farmaci in grado di addormentare la coscienza morale. Ma qui c’era un simbolo concreto della degradazione del peccato; un segno costante della rovina che gli uomini infliggono alle proprie anime.
Le tre o’ore suonarono, poi le quattro; anche la mezz’ora rintoccò il suo doppio campanello, ma Dorian Gray non si mosse. Stava cercando di raccogliere i “fili scarlatti” della vita e di intrecciarli in un disegno coerente; stava tentando di trovare la strada attraverso il labirinto sanguinoso della passione nel quale si trovava intrappolato. Non sapeva cosa fare, né cosa pensare. Alla fine andò al tavolo e scrisse una lettera appassionata alla ragazza che aveva amato, implorandola di perdonarlo e accusandosi di pazzia. Coprì pagine intere con parole folli di dolore e ancora più folli parole di sofferenza. C’è un certo lusso nell’autorimproverarsi: quando ci biasimiamo, sentiamo che nessun altro ha il diritto di farlo. È la confessione, non il prete, a darci l’assoluzione. Quando Dorian finì di scrivere, ebbe la sensazione di essere stato perdonato.
All’improvviso qualcuno bussò alla porta; sentì la voce di Lord Henry fuori: “Mio caro ragazzo, devo vederti subito. Lasciami entrare! Non posso sopportare che tu ti chiuda in questo modo.”
All’inizio non rispose nulla, ma rimase immobile. Bussare continuava e diventava sempre più forte. Sì, era meglio lasciare entrare Lord Henry e spiegargli la nuova vita che avrebbe dovuto intraprendere; litigare con lui, se necessario, o separarsi, se questa fosse stata l’unica soluzione. Si alzò di scatto, tirò rapidamente la tenda davanti al dipinto e aprì la porta.
“Mi dispiace tantissimo per tutto questo, Dorian,” disse Lord Henry entrando. “Ma non dovresti pensarci troppo.”
“Intendi parlare di Sibyl Vane?” chiese il ragazzo.
“Sì, naturalmente,” rispose Lord Henry, sedendosi su una sedia e togliendosi lentamente i guanti gialli. “Da un certo punto di vista è terribile, ma non è stata colpa tua. Dimmi: dopo lo spettacolo sei andato da lei?”
“Sì.”
“Me l’aspettavo. Le hai fatto una scenata?”
“Sono stato brutale, Harry, davvero brutale. Ma ora va tutto bene. Non mi pento di nulla di ciò che è accaduto. Mi ha insegnato a conoscere meglio me stesso.”
“Ah, Dorian, sono così contento che la vedi in questo modo! Temevo che fossi sommerso dal rimorso e che ti stessi distruggendo quei bei capelli ricci, ”
“Il tutto è finito,” disse Dorian scuotendo la testa e sorridendo. “Ora sono perfettamente felice. So finalmente cos’è la coscienza. Non è quello che mi avevi detto. È la cosa più divina in noi. Non deriderla più, Harry, almeno non davanti a me. Voglio essere buono. Non posso sopportare l’idea che la mia ‘anima sia orribile.”
“Una base artistica molto affascinante per l’etica, Dorian! Ti faccio i complimenti. Ma come intendi cominciare?”
“Sposando Sibyl Vane.”
“Sposare Sibyl Vane!” esclamò Lord Henry alzandosi in piedi, guardandolo con stupore e perplessità. “Ma, caro Dorian, ”
“Sì, Harry, so cosa vuoi dire. Qualcosa di terribile riguardo al matrimonio. Non dirlo. Non dirmi mai più cose del genere. Due giorni fa le ho chiesto di sposarmi. Non intendo mancare alla mia parola. Sarà mia moglie.”
“Tua moglie. Dorian!. Non hai ricevuto la mia lettera? Ti ho scritto stamattina e l’ho fatta consegnare dal mio servitore.”
“La tua lettera? Oh sì, me ne ricordo. Non l’ho ancora letta, Harry. Avevo paura che ci fosse qualcosa che non mi sarebbe piaciuto. I tuoi epigrammi distruggono completamente la vita, ”
“Allora non sai nulla?”
“Cosa intendi?”
Lord Henry attraversò la stanza, si sedette accanto a Dorian Gray e prese entrambe le sue mani nelle proprie. “Dorian,” disse, “la mia lettera, non spaventarti, era per dirti che Sibyl Vane è morta.”
Un grido di dolore sfuggì dalle labbra del ragazzo; balzò in piedi, liberando le proprie mani dalla presa di Lord Henry. “Morta! Sibyl è morta. Non può essere vero. È una terribile menzogna. Come osi dirlo?”
“È la verità, Dorian,” rispose Lord Henry con gravità. “È scritto in tutti i giornali del mattino. Ti ho scritto per chiederti di non incontrare nessuno fino al mio arrivo. Naturalmente ci sarà un’inchiesta. E tu non devi esserne coinvolto. Queste cose possono rendere una persona ‘alla moda’ a Parigi. Ma a Londra la gente è così prevenuta. Qui, non si dovrebbe mai fare il proprio debutto con uno scandalo. Si dovrebbe riservarlo per rendere più interessante la propria vecchiaia. Immagino che al teatro nessuno conosca il tuo nome. Se no, va bene. Qualcuno ti ha visto andare da lei? Questo è un punto importante, ”
Dorian non rispose per alcuni momenti. Era sopraffatto dall’orrore. Alla fine mormorò, con voce soffocata: “Harry, hai detto che ci sarà un’inchiesta? Cosa intendevi dire? Sibyl, oh, Harry. Non ce la faccio più. Ma dimmi tutto subito, ”
“Io non ho dubbi che non si sia trattato di un incidente, Dorian, anche se al pubblico dovrà essere presentato in quel modo. Sembra che, mentre lasciava il teatro con sua madre, verso le dodici e mezza, abbia detto di aver dimenticato qualcosa al piano di sopra. Hanno aspettato un po’, ma non è mai scesa. Alla fine l’hanno trovata morta a terra nel suo camerino. Aveva ingerito per errore qualcosa, qualcosa di terribile che si usa nei teatri. Non so cosa fosse, ma probabilmente conteneva acido prussico o piombo bianco. Direi acido prussico, visto che è morta all’istante.”
“Harry, Harry, è terribile!” gridò il ragazzo.
“Sì, è davvero tragico. Ma non devi immischiarti in questa storia. Secondo ‘The Standard’, aveva diciassette anni. Sembrava persino più giovane. Aveva un aspetto così infantile, e sapeva così poco di recitazione. Dorian, non lasciare che tutto questo ti influenzi negativamente. Vieni a cena da me, poi andremo all’opera. È la serata di Patti. Ci saranno tutti. Puoi venire nella cabina di mia sorella. Ha con sé alcune donne molto eleganti, ”
“Quindi ho ucciso Sibyl Vane, ” mormorò Dorian Gray, quasi tra sé e sé, “l’ho uccisa proprio come se le avessi tagliato la gola con un coltello. Eppure i fiori sono ugualmente belli. Gli uccellini cantano ancora felici nel mio giardino. E stasera cennerò con te, poi andremo all’opera. E dopo, probabilmente, andrò da qualche parte a cena. La vita è davvero straordinariamente drammatica. Se avessi letto tutto questo in un libro, Harry, credo che avrei pianto. Ma ora che è successo davvero, e proprio a me, sembra troppo meraviglioso per versare lacrime. Questa è la prima lettera d’amore appassionata che abbia mai scritto in vita mia. Strano, che la mia prima lettera d’amore appassionata sia stata indirizzata a una ragazza morta. Chissà se quelle persone silenziose e bianche che chiamiamo morti riescono davvero a sentire qualcosa. Sibyl. Riesce a sentire, o a sapere, o ad ascoltare? Oh, Harry, quanto l’amavo una volta! Mi sembra che siano passati anni. Era tutto per me. Poi è arrivata quella terribile notte. È davvero stata solo ieri sera?. Quando ha recitato così male. Il mio cuore quasi si è spezzato. Me ne ha spiegato il motivo. Era terribilmente patetico. Ma non mi sono commosso affatto. Pensavo fosse superficiale. Poi è successo qualcosa che mi ha spaventato. Non posso dirti cosa. Ma era terribile. Ho detto che sarei tornato da lei. Sentivo di aver sbagliato. E ora è morta. Dio mio! Harry. Cosa devo fare? Non sai in quale pericolo mi trovi. E non c’è nulla che possa aiutarmi a rimanere sulla retta strada. Lei avrebbe fatto lo stesso per me. Non aveva il diritto di suicidarsi. È stato egoistico da parte sua, ”
“Mio caro Dorian,” rispose Lord Henry, prendendo una sigaretta dalla sua scatola e tirando fuori un fiammifero d’oro, “l’unica maniera in cui una donna possa mai ‘riformare’ un uomo è annoiandolo completamente fino a far sì che perda ogni interesse per la vita. Se avessi sposato questa ragazza, saresti stato infelice. Certo, l’avresti trattata con gentilezza; si può sempre essere gentili con le persone di cui non ci importa nulla. Ma lei avrebbe presto capito che eri assolutamente indifferente a lei. E quando una donna scopre questo riguardo al proprio marito, o diventa terribilmente noiosa, o inizia a indossare cappelli molto eleganti, pagati dal marito di un’altra donna. Non parlo del disonore sociale che ci sarebbe stato, il quale, naturalmente, non avrei mai permesso, ma ti assicuro che comunque tutto si sarebbe concluso in un totale fallimento.”
“Immagino di sì,” mormorò il ragazzo, camminando avanti e indietro nella stanza con il viso pallidissimo. “Ma pensavo fosse mio dovere. Non è colpa mia se questa terribile ‘tragedia’ mi ha impedito di fare ciò che era giusto. Ricordo che una volta hai detto che le buone risoluzioni sono sempre prese troppo tardi. Le mie, sicuramente, lo erano.”
“Le buone risoluzioni non sono altro che tentativi inutili di interferire con le leggi scientifiche. La loro origine è pura vanità; il loro risultato è assolutamente nullo. Ci offrono, di tanto in tanto, quelle emozioni sterili ma piacevoli, che hanno un certo fascino per i deboli. Ma non sono altro che assegni che le persone ritirano da una banca dove non hanno alcun conto.”
“Harry,” esclamò Dorian Gray, avvicinandosi e sedendosi accanto a lui, “perché non riesco a provare questa ‘tragedia’ quanto vorrei? Non credo di essere senza cuore. Tu sì?”
“Hai fatto troppe cose stupide nelle ultime due settimane per poterti definire così, Dorian,” rispose Lord Henry con il suo dolce sorriso malinconico.
Il ragazzo aggrottò la fronte. “Non mi piace questa spiegazione, Harry. Ma sono contento che tu non pensi che io sia senza cuore. Non lo sono affatto. So di non esserlo. Eppure devo ammettere che ciò che è accaduto non mi colpisce come dovrebbe. Mi sembra semplicemente la fine meravigliosa di una storia straordinaria. Ha tutta la terribile bellezza di una tragedia greca. Una tragedia in cui ho avuto un ruolo importante, ma dalla quale non sono stato ferito.”
“È una domanda interessante,” disse Lord Henry, che provava un piacere squisito nel sfruttare l’egoismo inconscio di quel ragazzo, “un’interessantissima domanda. Penso che la vera spiegazione sia questa: spesso accade che le vere tragedie della vita si verifichino in modo così poco artistico da ferirci con la loro violenza cruda, la loro assoluta incoerenza, la loro assurdità e la totale mancanza di stile. Ci colpiscono proprio come ci colpisce la volgarità; ci danno l’impressione di una pura forza bruta, e noi ci ribelliamo contro questo. Tuttavia, a volte una tragedia che possiede elementi artistici di bellezza incrocia la nostra vita. Se questi elementi di bellezza sono reali, l’intera esperienza colpisce semplicemente il nostro senso dell’effetto drammatico. All’improvviso ci rendiamo conto di non essere più gli attori, ma i spettatori della scena. O meglio, siamo entrambi: osserviamo noi stessi, e la semplice meraviglia dello spettacolo ci incanta. Nel presente caso, cosa è realmente accaduto? Qualcuno si è suicidata per amore tuo. Vorrei che anch’io avessi vissuto un’esperienza del genere: mi avrebbe fatto innamorare per sempre. Le persone che mi hanno amato – non ne sono state molte, ma alcune sì – hanno sempre insistito nel continuare a vivere, anche dopo che io avevo smesso di curarmi di loro, o loro di curarsi di me. Sono diventate grasse e noiose; quando le incontro, iniziano subito a ricordare il passato. Quella terribile memoria femminile. Che cosa spaventosa. E che totale stagnazione intellettuale rivela! Dovremmo assorbire i colori della vita, ma mai ricordarne i dettagli. I dettagli sono sempre volgari, ”
“Devo piantare papaveri nel mio giardino,” sospirò Dorian.
“Non c’è alcuna necessità,” ribatté il suo compagno. “La vita ha sempre i suoi fiori nelle mani. Ovviamente, a volte le cose si trascinano più a lungo del dovuto. Una volta ho indossato soltanto viole per tutta una stagione, come forma di lutto artistico per un romanzo che non voleva morire. Alla fine, però, è morto lo stesso. Non ricordo cosa l’abbia ucciso. Penso sia stato il momento in cui lei ha proposto di sacrificare tutto il mondo per me. Quello è sempre un momento terribile. Riempie una persona del terrore dell’eternità. Beh, ci crederesti? Una settimana fa, a casa della Lady Hampshire, mi sono ritrovato seduto a cena accanto a lei. E lei ha insistito per riparlarne di nuovo, rivangare il passato, sollevare questioni sul futuro. Avevo sepolto il mio romanzo in un tappeto di asfodeli. Lei l’ha riportato fuori e mi ha assicurato che avevo rovinato la sua vita. Devo dire che ha mangiato un pasto enorme. Quindi non ho provato alcuna ansia. Ma che mancanza di gusto da parte sua! L’unica bellezza del passato è proprio il fatto che sia passato. Le donne, però, non sanno mai quando la “scena” si è conclusa. Vogliono sempre un “sesto atto”. E appena l’interesse per quella “opera” finisce del tutto, propongono di continuarla, ”
Se si lasciasse fare loro, ogni commedia avrebbe un finale tragico, e ogni tragedia si concluderebbe in una farsa. Sono artificiali in modo affascinante, ma non hanno alcun senso dell’arte. Sei più fortunato di me. Te lo assicuro, Dorian: nessuna delle donne che ho conosciuto avrebbe fatto per me ciò che Sibyl Vane ha fatto per te. Le donne comuni si consolano sempre; alcune lo fanno ricorrendo a tonalità sentimentali. Mai fidarsi di una donna che indossa il viola, a qualunque età sia, o di una donna sopra i trentacinque anni che ama le nastri rosa: significa sempre che hanno un passato. Altre trovano grande consolazione nel scoprire all’improvviso i buoni lati dei loro mariti; li esibiscono davanti a tutti, come se fosse il peccato più affascinante. La religione consola alcune. I suoi misteri hanno tutto il fascino di un flirt. Me lo ha detto una donna, e posso capirlo benissimo. Inoltre, nulla rende le persone così vanitose come essere definite peccatrici. La conscienza ci rende tutti egoisti. Sì. Le consolazioni che le donne trovano nella vita moderna sono davvero infinite. Infatti, non ho ancora menzionato la più importante.
“Cos’è quello, Harry?” disse il ragazzo con indifferenza.
“Oh, la consolazione più ovvia. Prendersi l’ammiratore di un’altra quando si perde il proprio. Nelle buone società, questo basta sempre a “bianchire” una donna. Ma davvero, Dorian, quanto deve essere stata diversa Sibyl Vane da tutte le donne che si incontrano! C’è qualcosa di davvero bello nella sua morte. Sono felice di vivere in un secolo in cui accadono simili meraviglie. Fanno credere nella realtà di cose come il romanzo, la passione e l’amore.”
“Sono stato terribilmente crudele con lei. Lo dimentichi?”
“Temo che le donne apprezzino la crudeltà, una crudeltà assoluta, più di qualsiasi altra cosa. Hanno istinti meravigliosamente primitivi. Le abbiamo emancipate, ma rimangono schiave alla ricerca dei loro padroni. Amano essere dominate. Sono sicuro che tu fossi splendida. Non ti ho mai visto veramente arrabbiata, ma posso immaginare quanto fossi affascinante in quel momento. E, dopotutto, l’altro ieri mi hai detto qualcosa che allora mi è sembrato solo frutto di fantasia. Ma ora so che era assolutamente vero. Ed è proprio quella verità la chiave di tutto.”
“Di cosa si trattava, Harry?”
“Mi hai detto che Sibyl Vane rappresentava per te tutte le eroine dei romanzi d’amore. Che in una notte era stata Desdemona, e in un’altra Ophelia; che se moriva come Juliet, rinacqueva come Imogen, ”
“Ormai non rinacerà mai più, ” mormorò il ragazzo, nascondendo il viso tra le mani.
“No, lei non tornerà mai in vita. Ha recitato la sua ultima parte. Ma dovete considerare quella solitaria morte in quel triste camerino da letto semplicemente come un strano, macabro frammento di qualche tragedia elisabettiana, come una scena meravigliosa tratta dalle opere di Webster, Ford o Cyril Tourneur. Quella ragazza non ha mai veramente vissuto, e quindi non è mai veramente morta. Per voi, almeno, è sempre stata soltanto un sogno, un fantasma che appariva nelle opere di Shakespeare rendendole ancora più belle. Un elemento che faceva risuonare la sua musica in modo più ricco e gioioso. Nel momento in cui ha toccato la vita reale, l’ha rovinata, e così è morta. Piangete pure per Ophelia, se volete. Mettetevi la cenere in testa, perché Cordelia è stata strangolata. Gridate contro il cielo, perché la figlia di Brabantio è morta. Ma non sprecate le vostre lacrime per Sibyl Vane. Lei era ancora meno reale di loro.”
Calò il silenzio. La sera si addensava nella stanza. Silenziosamente, con passi leggeri come d’argento, le ombre iniziarono ad avvicinarsi dal giardino. I colori delle cose sbiadirono lentamente.
Dopo un po’ di tempo, Dorian Gray alzò lo sguardo. “Mi hai aiutato a comprendere meglio me stesso, Harry,” mormorò con un sospiro di sollievo. “Provavo tutte le cose che hai detto, ma in qualche modo ne avevo paura e non riuscivo ad esprimerle. Quanto mi conosci bene! Ma non parleremo più di ciò che è accaduto. È stata un’esperienza meravigliosa. Nient’altro. Mi chiedo se nella vita mi aspetti ancora qualcosa di altrettanto straordinario, ”
“La vita ha tutto in serbo per te, Dorian. Non c’è nulla che tu, con il tuo aspetto eccezionalmente attraente, non possa ottenere.”
“Ma supponiamo. Harry, che diventassi magro, vecchio, pieno di rughe. Cosa succederebbe allora?”
“Ah, allora,” disse Lord Henry alzandosi per andarsene, “allora, mio caro Dorian, dovrai lottare tu stesso per ottenere le tue vittorie. Altrimenti, ti verranno semplicemente offerte. No, devi mantenere il tuo bell’aspetto. Viviamo in un’epoca che legge troppo per essere saggia e pensa troppo per essere bella. Non possiamo permetterci di perderti. Ora faresti meglio a vestirti e andare al club; siamo già in ritardo.”
“Penso che vi raggiungerò all’opera, Harry. Sono troppo stanco per mangiare qualcosa. Qual è il numero della loggia di tua sorella?”
“Ventisette, credo. È nel palco principale. Vedrai il suo nome sulla porta. Mi dispiace che tu non venga a cena con noi, ”
“Non mi sento in grado,” disse Dorian con indifferenza. “Ma ti sono davvero grato per tutto quello che mi hai detto. Sei sicuramente il mio migliore amico. Nessuno mi ha mai capito come te.”
“Siamo solo all’inizio della nostra amicizia, Dorian, ” rispose Lord Henry stringendogli la mano. “Addio. Ci vedremo prima delle nove e mezza. Ricorda: Patti sta cantando, ”
Quando chiuse la porta alle sue spalle, Dorian Gray suonò il campanello; dopo pochi minuti, Victor apparve con le lampade e abbassò le tende. Aspettò impazientemente che se ne andasse. Quell’uomo sembrava impiegare un tempo infinito per fare qualsiasi cosa.
Non appena se ne fu andato, Dorian corse davanti allo specchio e lo aprì. No: non c’era alcun cambiamento nella immagine. Lo specchio aveva già ricevuto la notizia della morte di Sibyl Vane prima ancora che lui stesso ne venisse a conoscenza. Quello specchio “percepiva” gli eventi della vita nel momento in cui avvenivano. Quella crudeltà orribile che aveva deturpato i lineamenti del suo viso doveva essersi manifestata esattamente nel momento in cui la ragazza aveva bevuto quel veleno. O forse lo specchio era semplicemente indifferente ai risultati delle azioni umane? Si chiese, e sperò che un giorno potesse assistere personalmente a quei cambiamenti davanti ai suoi occhi.
Povera Sibyl. Che storia d’amore così straordinaria. Spesso imitava la morte sul palco. E ora la morte stessa l’aveva presa con sé. Come aveva interpretato quell’ultima scena terribile? Lo aveva maledetto prima di morire? No. Era morta per amore suo. E adesso, l’amore avrebbe sempre rappresentato per lui qualcosa di sacro. Aveva espiato tutto con il sacrificio della sua vita. Non avrebbe più pensato a ciò che lei lo aveva costretto a subire quella terribile notte al teatro. Quando pensava a lei, la vedeva come una figura tragica meravigliosa, mandata sul palco del mondo per mostrare la vera essenza dell’amore. Una figura tragica meravigliosa. Gli vennero le lacrime agli occhi al ricordo del suo sguardo infantile, dei suoi modi affascinanti e della sua grazia timida e tremante. Si asciugò rapidamente le lacrime e guardò di nuovo lo specchio.
Sentì che il momento era finalmente arrivato per prendere la sua decisione. O forse essa era già stata presa? Sì, la vita lo aveva deciso per lui: la vita, e la sua stessa infinita curiosità verso di essa. Giovinezza eterna, passione infinita, piaceri sottili e segreti, gioie selvagge e peccati ancora più terribili. Avrebbe avuto tutto questo. Il ritratto avrebbe portato il peso della sua vergogna: nient’altro.
Un senso di dolore lo invase al pensiero della profanazione che attendeva quel bel viso dipinto sulla tela. Una volta, in una scherzosa imitazione di Narciso da ragazzo, aveva baciato, o finto di baciare, quelle labbra dipinte che ora gli sorridevano con tanta crudeltà. mattina dopo mattina si sedeva davanti al ritratto, ammirandone la bellezza, quasi innamorandosene a volte. Ora quel viso avrebbe dovuto cambiare ad ogni suo umore? Avrebbe diventato qualcosa di orribile e disgustoso, nascosto in una stanza chiusa a chiave, escluso dalla luce del sole che un tempo rendeva i suoi capelli ancora più splendenti. Che tragedia!
Per un momento pensò di pregare affinché quella strana connessione tra lui e il ritratto cessasse. Forse una preghiera avrebbe potuto cambiarlo. Ma chi, che conoscesse davvero la vita, avrebbe rinunciato all’opportunità di rimanere sempre giovane, per quanto fantastica fosse tale possibilità, o per quali conseguenze fatali potesse essere costellata? Inoltre, era davvero sotto il suo controllo? Era davvero stata una preghiera a causare quel cambiamento. O forse esisteva qualche ragione scientifica? Se il pensiero poteva influenzare un organismo vivente, non avrebbe potuto influenzare anche cose morte e inanimate? E poi, senza pensieri né desideri consapevoli, le cose esterne a noi non avrebbero forse potuto vibrare in armonia con i nostri umori e passioni, gli atomi comunicando tra loro attraverso un misterioso legame d’amore o di affinità? Ma la ragione non aveva importanza. Non avrebbe mai più tentato alcuna forza terribile con una preghiera. Se il ritratto doveva cambiare, allora sarebbe cambiato. E basta. Perché indagare troppo a fondo?
Ci sarebbe stato davvero un grande piacere nel guardarla. Avrebbe potuto seguire i propri pensieri nei loro luoghi più segreti. Questo ritratto sarebbe stato per lui lo specchio più magico di tutti: proprio come gli aveva rivelato il proprio corpo, così gli avrebbe rivelato anche la propria ‘anima. E quando l’Inverno fosse arrivato, lui sarebbe ancora lì, dove l’Primavera tremava sull’orlo dell’Estate. Quando il Sangue si fosse ritirato dal suo viso, lasciandogli dietro una maschera pallida come la Gesso, con occhi cupi e spenti, lui avrebbe conservato lo splendore dell’infanzia. Nessun fiore della sua bellezza sarebbe mai appassito; nessun battito del suo cuore si sarebbe mai indebolito. Come gli dèi greci, sarebbe stato forte, veloce e gioioso. Che importanza aveva ciò che accadeva all’immagine dipinta sulla tela? Lui sarebbe stato al sicuro. Questo era tutto ciò che contava.
Riposizionò la tenda davanti al ritratto, sorridendo mentre lo faceva, e poi entrò nella sua camera da letto, dove il suo valletto lo stava già aspettando. Un’ora dopo era all’opera. Lord Henry era appoggiato allo schienale della sua sedia.
CAPITOLO 9
La mattina seguente, mentre sedeva a colazione, Basil Hallward fu fatto entrare nella stanza.
“Sono così felice di avervi trovato, Dorian,” disse con gravità. “Ieri sera vi ho cercato, ma mi hanno detto che eravate all’opera. Certo, sapevo che era impossibile. Avreste dovuto lasciarmi un messaggio per dirmi dove eravate realmente andato. Ho trascorso una serata terribile, temendo che una tragedia potesse seguire un’altra. Forse avreste dovuto telegrafarmi non appena ne foste venuto a conoscenza. L’ho saputo per caso, leggendo un giornale al club. Sono venuto subito qui, ma non trovandovi sono stato distrutto. Non potete immaginare quanto sia addolorato per tutto questo. So quali sofferenze state provando. Ma dove eravate? Siete andato a trovare la madre di quella ragazza? Per un momento ho pensato di seguirvi lì. L’indirizzo era sul giornale. Da qualche parte in Euston Road, giusto? Ma non volevo intromettermi in una sofferenza che non potevo alleviare. Povera donna. In quale stato deve trovarsi. E suo figlio. Cosa ha detto al riguardo?”
“Mio caro Basil. Come posso saperlo?” mormorò Dorian Gray, sorseggiando un vino giallo pallido da un bicchiere di vetro veneziano decorato con perle dorate, con aria visibilmente annoiata. “Ero all’opera. Avreste dovuto venire anche voi. Ho incontrato per la prima volta Lady Gwendolen, la sorella di Harry. Eravamo nella sua loggia. È davvero incantevole. E Patti ha cantato divinamente. Non parlate di cose orribili. Se non ne si parla, è come se non fossero mai accadute. È l’espressione, dice Harry, a dare realtà alle cose. A proposito. Lei non era l’unica figlia di quella donna. C’è anche un figlio. Un ragazzo molto affascinante, credo. Ma non è un attore. È un marinaio, o qualcosa del genere. Ora, ditemi di voi e di quello che state dipingendo, ”
“Siete andato all’opera?” disse Hallward, con voce lenta e straziata. “Siete andato all’opera mentre Sibyl Vane giaceva morta in qualche squallido alloggio. Potete parlarmi di altre donne incantevoli e di Patti che canta divinamente. Ma quella ragazza che amavate non ha nemmeno il riposo di una tomba. Per l’amor del cielo, ci sono orrori in agguato per quel suo piccolo corpo bianco, ”
“Basta, Basil! Non voglio sentire nulla!” esclamò Dorian, alzandosi in piedi. “Non dovete parlarmi di queste cose. Quello che è stato fatto è stato fatto. Il passato è passato, ”
“Chiamate ieri il passato?”
“Cosa c’entra il trascorrere del tempo con tutto questo? Solo le persone superficiali hanno bisogno di anni per superare un dolore. Un uomo che si domina può porre fine a una sofferenza tanto facilmente quanto può crearsi piacere. Non voglio essere alla mercé delle mie emozioni. Voglio usarle, godermele e dominarle, ”
“Dorian, è terribile! Qualcosa ti ha completamente cambiato. Sembri esattamente lo stesso meraviglioso ragazzo che, giorno dopo giorno, veniva nel mio studio per farsi ritrarre. Ma allora eri semplice, naturale e affettuoso. Eri l’essere più innocente al mondo. Ora, non so cosa ti sia successo. Parli come se non avessi cuore, né pietà. È tutta colpa di Harry. Lo vedo chiaramente.”
Il ragazzo arrossì e andò alla finestra, guardando per un momento il giardino verde, illuminato dal sole. “Devo molto a Harry, Basil. Più di quanto debba a te. Tu mi hai insegnato solo ad essere vanitoso, ”
“Beh. Forse ne pago le conseguenze, Dorian. O forse lo farò un giorno.”
“Non capisco cosa intendi, Basil. Cosa vuoi davvero?”
“Voglio il Dorian Gray che un tempo dipingevo,” disse tristemente l’artista.
“Basil, ” disse il ragazzo avvicinandosi a lui e mettendogli una mano sulla spalla, “È troppo tardi. Ieri, quando ho saputo che Sibyl Vane si era suicidata, ”
“Si è suicidata! Mio Dio. Non c’è alcun dubbio?” esclamò Hallward, con un’espressione di orrore.
“Mio caro Basil. Sicuramente non pensi che sia stato un semplice incidente. Lei si è davvero uccisa, ”
L’uomo più anziano nascose il viso tra le mani, “Che terrore, ” mormorò, scosso da un brivido.
“No,” disse Dorian Gray, “non c’è nulla di spaventoso in tutto questo. È una delle grandi tragedie romantiche del nostro tempo. Di solito, le persone che agiscono conducono vite assolutamente banali: sono buoni mariti, mogli fedeli, o semplicemente persone noiose. Capisci cosa intendo: virtù di medio ceto e simili. Quanto era diversa Sibyl! Lei ha vissuto la sua tragedia nel modo più splendido possibile; è sempre stata un’eroina. Quella sera in cui ha recitato, quella sera che l’avete vista, ha recitato male perché conosceva la realtà dell’amore. Quando ha capito quanto fosse irreale, è morta, proprio come avrebbe potuto morire Juliet. È tornata nuovamente nel regno dell’arte. C’è qualcosa di martiriale in lei. La sua morte ha tutta la patetica inutilità del martirio, tutta quella bellezza sprecata. Ma, come dicevo, non pensare che io non abbia sofferto. Se ieri fossi arrivato in un certo momento, forse alle cinque e mezza, o alle sei meno un quarto, mi avresti trovato in lacrime. Anche Harry, che era qui e mi ha portato la notizia, in realtà non aveva idea di ciò che stavo passando. Ho sofferto terribilmente. Poi tutto è passato. Non si può ripetere un’emozione. Nessuno può farlo, tranne i sentimentalisti. E sei davvero ingiusto, Basil. Vieni qui a consolarmi. È molto carino da parte tua. Ma quando mi vedi consolato, diventi furioso. Che persona compassionevole. Mi ricordi una storia che Harry mi ha raccontato su un certo filantropo che aveva trascorso vent’anni cercando di far correggere qualche ingiustizia o modificare qualche legge ingiusta. Alla fine ci è riuscito, ma la delusione è stata immensa. Non gli restava più nulla da fare. È morto di noia ed è diventato un misantropo convinto. E poi, caro vecchio Basil, se davvero vuoi consolarmi, insegnami piuttosto a dimenticare ciò che è accaduto, o a vederlo da un punto di vista artistico. Non era forse Gautier a scrivere della “consolazione dell’arte”? Ricordo che un giorno, nel tuo studio, ho trovato un libretto rilegato in velluto e ho letto quella frase deliziosa. Beh, io non sono come quel giovane di cui mi hai parlato quando eravamo a Marlow, quel giovane che diceva che il satin giallo potesse consolare le persone di tutte le miserie della vita. Io amo le cose belle che si possono toccare e maneggiare: vecchi broccati, bronzi verdi, oggetti laccati, avori intagliati, ambienti raffinati, lusso, pompa. Ci sono molte cose positive in tutto questo. Ma il temperamento artistico che queste cose creano, o comunque rivelano, è ancora più importante per me. Diventare spettatori della propria vita, come dice Harry, significa sfuggire alle sofferenze della vita. So che sei sorpreso dal modo in cui ti parlo. Non ti eri reso conto di quanto io sia cambiato. Quando mi hai conosciuto ero ancora uno studente. Ora sono un uomo. Ho nuove passioni, nuovi pensieri, nuove idee. Sono diverso, ma non devi meno amarmi. Sono cambiato, ma devi sempre essere mio amico, ”
Certo, ho un grande affetto per Harry. Ma so che tu sei migliore di lui. Non sei più forte, hai troppa paura della vita, ma sei comunque migliore. E quanto eravamo felici insieme! Non lasciarmi, Basil, e non litigare con me. Sono quello che sono. Non c’è nulla altro da dire.
Il pittore si sentì stranamente commosso. Quel ragazzo gli era infinitamente caro, e la sua personalità aveva rappresentato un vero punto di svolta nella sua arte. Non riusciva proprio a sopportare l’idea di rimproverarlo ancora. Dopotutto, la sua indifferenza probabilmente non era altro che un momento passeggero; c’era così tanto di buono in lui, così tanto di nobile.
“Bene, Dorian,” disse infine, con un sorriso triste, “non parlerò più con te di questa orribile faccenda. A patto che il tuo nome non venga menzionato in relazione ad essa. L’inchiesta si terrà questo pomeriggio. Ti hanno già convocato?”
Dorian scosse la testa; un’espressione di fastidio apparve sul suo viso al sentir menzionare l’“inchiesta”. Tutto ciò che riguardava quel genere di procedimenti gli sembrava così crudele e volgare, “Non conoscono il mio nome,” rispose.
“Ma sicuramente lei lo conosceva, ”
“Solo il mio nome di battesimo, e sono sicuro che lei non l’abbia mai menzionato con nessuno. Mi disse una volta che tutti erano piuttosto curiosi di sapere chi fossi, e che lei rispondeva sempre che il mio nome era Principe Azzurro. È stato davvero gentile da parte sua. Devi dipingermi Sibyl, Basil. Vorrei avere qualcosa di lei, oltre al ricordo di alcuni baci e di alcune parole tristi e spezzate, ”
“Cercherò di farlo, Dorian, se ti fa piacere. Ma devi venire tu stesso a sederti davanti a me. Non riesco a lavorare senza di te.”
“Non potrò mai più sedermi davanti a te, Basil. È impossibile!” esclamò, indietreggiando.
Il pittore lo fissò. “Mio caro ragazzo, che sciocchezze, ” disse. “Vuoi dire che non ti piace ciò che ho dipinto di te? Dove è il quadro? Perché hai tirato la tenda davanti a esso? Lasciami vederlo. È la cosa migliore che abbia mai creato. Togli quella tenda, Dorian. È davvero vergognoso che tu nasconda il mio lavoro in questo modo. Mi è sembrato che la stanza fosse diversa quando sono entrato, ”
“Il mio servitore non c’entra nulla in questa faccenda, Basil. Non penserai mica che gli permetta di sistemare la mia stanza per me. A volte mi aiuta a mettere i fiori nei vasi, nient’altro. No; l’ho fatto io stesso. La luce era troppo forte sul ritratto.”
“Troppo forte? Impossibile, caro amico. È un posto davvero adatto per esporlo. Lasciami vederlo.” E Hallward si diresse verso l’angolo della stanza.
Un grido di terrore sfuggì dalle labbra di Dorian Gray, che si interpose tra il pittore e lo schermo. “Basil,” disse, pallidissimo, “non devi guardarlo. Non voglio che tu lo faccia.”
“Non guardare il mio stesso lavoro? Non stai scherzando. Perché non dovrei farlo?” esclamò Hallward, ridendo.
“Se provi a guardarlo, Basil, giuro sulla mia onore che non parlerò mai più con te per tutta la vita. Sono serissimo. Non chiedo spiegazioni, e nemmeno tu dovresti farle. Ma ricorda: se tocchi questo schermo, tutto tra di noi sarà finito.”
Hallward rimase sbalordito. Guardò Dorian Gray con assoluto stupore: non lo aveva mai visto in quel modo prima. Il giovane era davvero pallido per la rabbia; le sue mani erano strette a pugno e le pupille dei suoi occhi sembravano dischi di blu fuoco. Tremava tutto.
“Dorian!”
“Non parlare!”
“Ma cosa c’è? Certo che non lo guarderò se tu non vuoi,” disse lui, in tono piuttosto freddo, girandosi e dirigendosi verso la finestra. “Ma davvero, sembra assurdo che io non possa vedere il mio stesso lavoro, soprattutto visto che lo mostrerò a Parigi nell’autunno. Probabilmente dovrò dare un altro strato di vernice prima, quindi devo vederlo. E perché non oggi?”
“Mostrarlo! Vuoi davvero mostrarlo?” esclamò Dorian Gray, invaso da una strana sensazione di terrore. Il mondo avrebbe scoperto il suo segreto? La gente avrebbe fissato con curiosità il mistero della sua vita? Era impossibile. Qualcosa – non sapeva cosa – doveva essere fatto immediatamente.
“Sì; immagino che tu non obietterai. Georges Petit raccoglierà tutte le mie migliori opere per una mostra speciale in Rue de Seze, che aprirà la prima settimana di ottobre. Il ritratto resterà via solo un mese. Penso che tu possa facilmente sopportarlo per quel tempo. In realtà, probabilmente sarai fuori città. E se lo tieni sempre nascosto dietro uno schermo, non ti importerà molto, ”
Dorian Gray si passò una mano sulla fronte: c’erano gocce di sudore. Sentiva di essere sull’orlo di un pericolo terribile. “Mi avevi detto un mese fa che non lo avresti mai mostrato,” gridò. “Perché hai cambiato idea? Voi che vi vantate di coerenza, avete gli stessi capricci delle altre persone. L’unica differenza è che i vostri capricci sono privi di senso. Non puoi aver dimenticato di avermi assicurato con estrema serietà che nulla al mondo ti avrebbe indotto a mostrarlo in una mostra. Hai detto la stessa cosa anche a Harry, ” Si fermò improvvisamente; gli occhi gli si illuminarono. Ricordò che Lord Henry gli aveva detto, a metà seriamente e a metà scherzando: “Se vuoi passare un quarto d’ora strano, fai dire a Basil perché non vuole mostrare il tuo ritratto. Lui mi ha spiegato il motivo. E per me è stata una rivelazione, ” Sì. Forse anche Basil aveva il suo segreto. Glielo avrebbe chiesto e avrebbe provato.
“Basil,” disse, avvicinandosi molto e guardandolo dritto negli occhi, “ognuno di noi ha un segreto. Dimmi il tuo, e ti dirò il mio. Qual è stata la ragione per cui hai rifiutato di mostrare il mio ritratto?”
Il pittore tremò, nonostante se ne rendesse conto. “Dorian, se te lo dicessi, forse smetteresti di amarmi come fai ora e sicuramente rideresti di me. Non potrei sopportare che tu facessi una delle due cose. Se vuoi che non guardi mai più il tuo dipinto, sono d’accordo; ho sempre te stesso da osservare. Se preferisci che l’opera migliore che abbia mai realizzato venga nascosta al mondo, sono soddisfatto. La tua amicizia è per me più preziosa di qualsiasi fama o reputazione.”
“No, Basil, devi dirmelo,” insistette Dorian Gray. “Penso di avere il diritto di saperlo.” Il suo terrore era svanito; al suo posto era subentrata la curiosità. Era determinato a scoprire il mistero che circondava Basil Hallward.
“Sediamoci, Dorian,” disse il pittore, con un’espressione preoccupata. “Rispondimi solo a una domanda: hai notato qualcosa di strano nel dipinto? Qualcosa che probabilmente all’inizio non ti è sembrato importante, ma che poi ti è diventato evidente?”
“Basil!” esclamò il ragazzo, afferrando con mani tremanti i bracci della sedia e guardandolo con occhi spaventati.
“Vedo che l’hai fatto. Non parlare. Aspetta di sentire quello che ho da dire. Dorian, dal momento in cui ti ho conosciuto, la tua personalità ha avuto su di me un’influenza straordinaria. Sono stato dominato da te, anima, mente e volontà. Per me sei diventata l’incarnazione visibile di quell’ideale invisibile il cui ricordo perseguita noi artisti come un sogno meraviglioso. Ti ho adorato. Ero geloso di chiunque parlasse con te. Volevo averti tutta per me. Ero felice solo quando eravamo insieme. Quando eri lontano da me, eri comunque presente nella mia arte. Ovviamente non ti ho mai detto nulla di tutto questo. Sarebbe stato impossibile. Non avresti capito. Nemmeno io lo capivo del tutto. Sapevo solo di aver visto la perfezione faccia a faccia. E che il mondo era diventato meraviglioso ai miei occhi. Forse troppo meraviglioso. Perché in un simile fanatismo c’è un pericolo. Il pericolo di perderlo. O forse quello di tenerlo troppo stretto. Passarono settimane. E io diventavo sempre più assorbito da te. Poi accadde qualcosa di nuovo. Ti avevo ritratto come Parigi in delicati abiti da guerriero, e come Adone con il mantello da cacciatore e la lancia lucida. Coronato di pesanti fiori di loto, eri seduto sulla prua della barca di Adriano, guardando attraverso le acque verdi e torbide del Nilo. Ti eri chinato su uno stagno tranquillo in un bosco greco. E avevi visto nel silenzio dell’acqua argentea la meraviglia del tuo stesso volto. Tutto ciò era esattamente ciò che l’arte dovrebbe essere. Inconscio, ideale e distante. Un giorno. Un giorno fatale, a volte penso. Decisi di dipingerti così come sei veramente. Non nei costumi di epoche passate. Ma con i tuoi vestiti normali. E nel tuo tempo reale. Non so se fosse per la realismo del metodo. O semplicemente per la meraviglia della tua personalità, presentata direttamente davanti a me, senza veli né distanze. So solo che mentre lavoravo, ogni singola sfumatura di colore sembrava rivelare i miei segreti. Ebbi paura che altri scoprissero la mia idolatria. Sentii, Dorian. Che avevo detto troppo. Che avevo messo troppo di me stesso in quel dipinto. Allora decisi di non farlo mai esporre. Tu fosti un po’ infastidito. Ma non capisti quanto significasse per me. Harry, a cui ne parlai, rise di me. Ma non mi importava. Quando il dipinto fu finito. E rimasi solo con esso. Sentii di aver avuto ragione. Dopo alcuni giorni, il dipinto lasciò il mio studio. E non appena riuscii a liberarmi dall’attrazione insopportabile della sua presenza. Mi sembrò di essere stato stupido ad aver pensato di vedere qualcosa in esso. Oltre al fatto che eri estremamente attraente. E che sapevo dipingerti bene. Anche ora non posso fare a meno di pensare che sia un errore credere che la passione che si prova nella creazione artistica venga davvero riflessa nell’opera stessa. L’arte è sempre più astratta di quanto immaginiamo. La forma e il colore ci parlano solo di forma e colore. Nient’altro, ”
Spesso mi sembra che l’arte nasconda l’artista in modo molto più completo di quanto lo riveli mai. E così, quando ho ricevuto questa offerta da Parigi, ho deciso di fare del vostro ritratto l’elemento principale della mia mostra. Non mi è mai passato per la mente che poteste rifiutare. Ora capisco che avevate ragione: quel dipinto non può essere esposto. Non dovete arrabbiarvi con me, Dorian, per ciò che vi ho detto. Come dissi una volta a Harry, voi siete destinati ad essere venerati.
Dorian Gray trasse un lungo respiro. Il colore tornò sulle sue guance e un sorriso apparve sulle sue labbra. Il pericolo era passato; per il momento era al sicuro. Tuttavia, non poteva fare a meno di provare una profonda compassione per quel pittore che gli aveva appena fatto quella strana confessione, e si chiedeva se anche lui un giorno sarebbe stato così dominato dalla personalità di un amico. Lord Henry possedeva il fascino della pericolosità. Ma era tutto lì. Era troppo intelligente e troppo cinico per essere veramente apprezzato. Esisteva davvero qualcuno che potesse suscitare in lui una sorta di idolatria? Forse era proprio questo uno dei segreti che la vita aveva in serbo.
“È straordinario, Dorian,” disse Hallward, “che tu abbia visto tutto ciò nel ritratto. L’hai davvero visto?”
“Ho visto qualcosa. Qualcosa che mi è sembrato molto curioso.”
“Allora non ti dispiace se ora lo guardo anch’io, ”
Dorian scosse la testa. “Non devi chiedermelo, Basil. Non potrei mai permetterti di guardare quel ritratto.”
“Certo che un giorno lo farai, ”
“Mai.”
“Forse hai ragione. Ora addio, Dorian. Sei stata l’unica persona nella mia vita a influenzare veramente la mia arte. Tutto ciò che ho fatto di buono te lo devo a te. Ah. Non sai quanto mi sia costato confessarti tutto questo, ”
“Mio caro Basil,” disse Dorian, “di cosa mi hai parlato? Solo del fatto che mi ammiravi troppo. E questo non è nemmeno un complimento, ”
“Non era inteso come complimento. Era una confessione. Ora che l’ho fatta, sembra che qualcosa sia andato perduto in me. Forse non si dovrebbe mai esprimere a parole il proprio amore, ”
“È stata davvero una confessione deludente, ”
“E perché? Cosa ti aspettavi, Dorian? Non hai visto nient’altro nel ritratto, vero? Non c’era nulla d’altro da vedere, ”
“No. Non c’era nulla d’altro. Ma non dovresti parlare di amore. È sciocco. Tu ed io siamo amici, Basil. E dobbiamo rimanerlo per sempre, ”
“Hai Harry, ” disse il pittore con tristezza.
“Oh, Harry!” esclamò Dorian, ridendo. “Harry passa le giornate a dire cose incredibili e le serate a fare cose improbabili. Proprio il tipo di vita che vorrei condurre io. Ma comunque, se avessi dei problemi, non andrei da Harry. Andrei da te, Basil, ”
“Riprenderai a posare per me?”
“Impossibile!”
“Rifiutando, Dorian, rovini la mia vita di artista. Nessuno incontra due cose ideali nella vita. Pochi ne incontrano anche una sola, ”
“Non riesco a spiegartelo, Basil. Ma non posso più riposare per te. Un ritratto ha una sua vita. Proprio sua. Verrò da te a prendere il tè. Sarà altrettanto piacevole, ”
“Forse sarà più piacevole per te, ” mormorò Hallward, con rammarico. “Ora addio. Mi dispiace che non mi permetta di guardare quel ritratto un’altra volta. Ma non c’è niente da fare. Capisco perfettamente cosa provi, ”
Mentre lasciava la stanza, Dorian Gray sorrise tra sé e sé. Povero Basil! Quanto poco sapeva della vera ragione. E quanto strano fosse che, invece di essere costretto a rivelare il proprio segreto, fosse riuscito, quasi per caso, a strappare un segreto al proprio amico. Quella strana confessione gli spiegava tutto: le assurde crisi di gelosia del pittore, la sua devota dedizione, i suoi eccessivi elogi, le sue curiose reticenze. Ora capiva tutto, e provava compassione per lui. Gli sembrava che ci fosse qualcosa di tragico in un’amicizia così influenzata dall’romanzo. Sospirò e suonò il campanello: quel ritratto doveva essere nascosto a tutti i costi. Non poteva correre di nuovo il rischio di essere scoperto. Era stato davvero folle permettere che rimanesse, anche solo per un’ora, in una stanza accessibile a qualsiasi suo amico.
CAPITOLO 10
Quando il suo servitore entrò, Dorian lo fissò con attenzione, chiedendosi se avesse pensato di guardare dietro lo schermo. L’uomo rimase del tutto impassibile e aspettò le sue istruzioni. Dorian accese una sigaretta, si avvicinò al vetro e vi guardò dentro: riusciva a vedere perfettamente il riflesso del viso di Victor. Sembrava una maschera tranquilla, piena di sottomissione. Non c’era nulla da temere lì dentro. Eppure decise di rimanere cauto.
Parlando molto lentamente, ordinò al servitore di dire alla governante che voleva vederla, e poi di andare dal falegname e chiedergli di mandare subito due dei suoi uomini lì. Gli sembrò che, mentre l’uomo usciva dalla stanza, i suoi occhi si dirigessero verso lo schermo. O forse era solo frutto della sua immaginazione?
Dopo alcuni minuti, la signora Leaf entrò nella biblioteca, vestita con il suo abito di seta nera e indossando dei guanti di filo all’antica sulle mani rugose. Dorian le chiese la chiave dell’aula scolastica.
“L’aula vecchia, signor Dorian?” esclamò lei. “Ma è piena di polvere. Devo sistemarla prima che entri. Non è adatta per voi, davvero.”
“Non voglio che venga sistemata. Voglio solo la chiave,” rispose lui.
“Beh, ci saranno ragnatele dappertutto se ci entrate. Non è stata aperta da quasi cinque anni. Da quando è morto il signor Lord, ”
Dorian trasalì al ricordo di suo nonno. Aveva ricordi terribili di lui. “Non importa,” disse. “Voglio solo vedere quel posto. Datemi la chiave.”
“Eccola qui, signore,” disse la vecchia signora, prendendo la chiave dal mazzo che teneva in mano con mani tremanti. “La tolgo subito dal mazzo. Ma non pensate davvero di vivere lì sopra, voi che siete così comodamente sistemati qui, ”
“No, no,” rispose lui, impaziente. “Grazie, signora Leaf. Va bene così.”
Lei rimase ancora qualche momento, chiacchierando su vari dettagli domestici. Dorian sospirò e le disse di gestire le cose come riteneva meglio. Lei se ne andò, sorridendo.
Quando la porta si chiuse, Dorian mise la chiave in tasca e guardò intorno alla stanza. I suoi occhi si posarono su una grande coperta di seta viola, ricamata in oro. Un pezzo magnifico di arte veneta del tardo XVII secolo che suo nonno aveva trovato in un convento vicino a Bologna. Sì. Quella coperta sarebbe stata perfetta per avvolgere quella cosa orribile. Forse era già stata usata molte volte come lenzuolo funebre. Ora doveva servire a nascondere qualcosa di ancora più corrotto della morte stessa. Qualcosa che generava orrori, eppure non sarebbe mai morto. Quello che il verme rappresenta per un cadavere, i suoi peccati lo erano per quell’immagine dipinta sulla tela. Avrebbero rovinato la sua bellezza, distrutto la sua grazia. L’avrebbero contaminata, rendendola vergognosa. Eppure quella cosa sarebbe sopravvissuta. Sarebbe sempre rimasta viva.
Si ritrasse, e per un momento si pentì di non aver detto a Basil la vera ragione per cui aveva voluto nascondere quel dipinto. Basil avrebbe potuto aiutarlo a resistere all’influenza di Lord Henry, e anche a quelle influenze ancora più pericolose derivanti dal suo stesso temperamento. Quell’amore che provava per lui – perché in realtà era davvero amore – non conteneva nulla di meschino o volgare; non si trattava semplicemente di un’ammirazione fisica per la bellezza, nata dai sensi e svanita quando questi si stancavano. Era quel tipo di amore che Michelangelo, Montaigne, Winckelmann e lo stesso Shakespeare avevano conosciuto. Sì, Basil avrebbe potuto salvarlo. Ma ormai era troppo tardi. Il passato poteva sempre essere cancellato: il rimorso, la negazione o l’oblio erano in grado di farlo. Ma il futuro era inevitabile. C’erano passioni in lui che avrebbero trovato il loro terribile sfogo; sogni che avrebbero reso reale l’ombra del male. Prese dal divano quel grande dipinto dai colori viola e oro, lo tenne tra le mani e si diresse dietro la tenda. Il volto sulla tela era forse più orribile di prima? Gli sembrava che non fosse cambiato. Eppure il suo disgusto per esso aumentò ancora. Capelli dorati, occhi blu, labbra rosso-rosate. Tutto c’era. Solo l’espressione era cambiata. Era terribile nella sua crudeltà. Rispetto a ciò che vedeva in quel volto – rimproveri, condanne, – quali banali erano stati i rimproveri di Basil riguardo a Sibyl Vane! Quanto superficiali e insignificanti. La sua stessa ‘anima sembrava guardarlo dal dipinto, chiamandolo a giudizio. Un’espressione di dolore gli apparve sul viso. Gettò il pesante panno sopra il dipinto. In quel momento qualcuno bussò alla porta. Quando il suo servitore entrò, lui perse i sensi.
“Le persone sono arrivate, Monsieur, ”
Sentì che quell’uomo doveva essere eliminato immediatamente. Non doveva assolutamente sapere dove veniva portato quel dipinto. C’era qualcosa di subdolo in lui. Occhi astuti e traditori. Si sedette alla scrivania, scrisse una nota per Lord Henry chiedendogli di fargli portare qualcosa da leggere, e gli ricordò che si sarebbero incontrati quella sera alle otto e mezza.
“Aspetti la risposta,” disse, porgendogliela, “e poi faccia entrare quelle persone, ”
Dopo due o tre minuti ci fu un altro bussamento. Il famoso artigiano di South Audley Street, il signor Hubbard, entrò insieme a un giovane assistente dall’aspetto piuttosto rozzo. Il signor Hubbard era un uomo piccolo, con i baffi rossi e un viso rosso in volto; la sua ammirazione per l’arte veniva notevolmente mitigata dalla costante povertà della maggior parte degli artisti che avevano a che fare con lui. Di solito non lasciava mai il suo negozio. Aspettava che fossero loro ad andare da lui. Ma faceva sempre un’eccezione per Dorian Gray. C’era qualcosa in Dorian che incantava tutti. Era già un piacere vederlo.
“In cosa posso esservi utile, signor Gray?” disse, strofinandosi le sue mani grasse e piene di lentiggini. “Ho pensato che fosse un onore per me venire personalmente da voi. Ho appena acquistato un quadro davvero bellissimo. L’ho comprato durante una svendita; è un vecchio dipinto fiorentino, credo. Ottimo per un soggetto religioso, signor Gray.”
“Mi dispiace molto che siate preso la briga di venire qui, signor Hubbard. Sicuramente verrò a dare un’occhiata al quadro, anche se ultimamente non mi interesso molto all’arte religiosa. Oggi però voglio solo che il dipinto venga portato in cima alla casa. È piuttosto pesante, quindi ho pensato di chiedervi di prestarmi alcuni dei vostri uomini.”
“Nessun problema, signor Gray. Sono felice di potervi essere d’aiuto. Di quale opera si tratta?”
“Questo,” rispose Dorian, spostando la tenda dietro cui era nascosto il dipinto. “Potete spostarlo così com’è, con tutto il telaio e le protezioni? Non voglio che venga graffiato durante il trasporto.”
“Non ci saranno problemi, signor Gray,” disse l’amabile artigiano, iniziando insieme al suo assistente a staccare il quadro dalle lunghe catene d’ottone con cui era sospeso. “E ora, dove lo portiamo?”
“Vi mostrerò la strada, signor Hubbard, se volete seguirmi. O forse è meglio che andiate avanti voi. Immagino che si trovi proprio in cima alla casa. Saliremo dalla scala anteriore, è più larga.”
Li tenne aperta la porta e insieme iniziarono a salire. Il complesso telaio del quadro lo rendeva estremamente ingombrante; di tanto in tanto, nonostante le proteste di Mr. Hubbard, che odiava vedere un gentiluomo svolgere lavori manuali, Dorian aiutava a trasportarlo.
“È davvero un peso considerevole da portare, ”, ansimò il piccolo uomo quando raggiunsero il piano di sopra. Si asciugò la fronte sudata.
“Infatti è piuttosto pesante, ” mormorò Dorian, aprendo la porta che conduceva nella stanza in cui avrebbe custodito il segreto più strano della sua vita, e nascosto la propria “anima” agli occhi degli uomini.
Non era entrato in quel luogo da più di quattro anni; anzi, non vi era mai tornato da quando, da bambino, lo usava come stanza per giocare, e in seguito come studio, quando era cresciuto un po’. Era una stanza grande, ben proporzionata, costruita appositamente dall’ultimo Lord Kelso per il nipotino che, a causa della sua strana somiglianza con la madre e per altri motivi, lui aveva sempre odiato e voluto tenere a distanza. A Dorian sembrava che non fosse cambiata quasi nulla: c’era ancora l’enorme armadio italiano, con i pannelli dipinti in modo fantastico e le dorature ossidate, dove da ragazzo si nascondeva spesso; c’era ancora la libreria di legno satinato piena dei suoi libri di scuola, con le pagine consumate; sul muro, appesa alla stessa tappezzeria fiamminga logora, si vedevano un re e una regina sbiaditi che giocavano a scacchi in un giardino, mentre un gruppo di venditori ambulanti passava accanto, portando uccelli coperti da cappucci sui polsi guantati. Quanto bene se ne ricordava! Ogni momento della sua solitaria infanzia gli tornava alla mente mentre guardava intorno. Ricordava la purezza incantevole della sua vita infantile, e gli sembrava orribile che proprio lì fosse nascosto quel ritratto fatale. Quanto poco aveva pensato, in quei giorni lontani, a tutto ciò che lo aspettava!
Ma non c’era nessun altro posto in quella casa più sicuro dagli occhi curiosi di altri. Aveva la chiave; nessuno poteva entrare. Sotto quel velo viola, il volto dipinto sulla tela poteva diventare orribile, umido e sporco. Ma che importanza aveva? Nessuno poteva vederlo. Lui stesso non lo avrebbe visto. Perché doveva assistere alla terribile corruzione della sua anima? Gli bastava conservare la sua giovinezza. E poi, forse la sua natura sarebbe potuta migliorare, dopotutto? Non c’era motivo perché il futuro dovesse essere pieno di vergogna. Forse nella sua vita sarebbe arrivato qualche amore che lo avrebbe purificato e lo avrebbe protetto da quei peccati che già sembravano agitarsi nel suo spirito e nel suo corpo. Quei peccati misteriosi, la cui stessa oscurità li rendeva subdoli e affascinanti. Forse, un giorno, quell’espressione crudele sarebbe scomparsa da quel volto dipinto. E lui avrebbe potuto mostrare al mondo l’opera magistrale di Basil Hallward.
No. Era impossibile. Ora dopo ora, settimana dopo settimana, quella figura sulla tela invecchiava. Forse sarebbe riuscita a sfuggire all’orrore del peccato, ma l’orrore dell’invecchiamento era inevitabile. Le guance si sarebbero riempite di rughe o diventate flaccide; intorno agli occhi sbiaditi sarebbero apparse rughe gialle; i capelli avrebbero perso il loro splendore; la bocca si sarebbe aperta o sarebbe caduta in giù, diventando ridicola o disgustosa. Come quelle dei vecchi. Quel ritratto doveva essere nascosto. Non c’era altra scelta.
“Portatelo dentro, per favore, signor Hubbard,” disse lui, con aria stanca, girandosi. “Mi dispiace di avervi trattenuto così a lungo. Stavo pensando ad altro.”
“Sempre felice di potermi riposare un po’, signor Gray,” rispose il falegname, che ancora ansimava. “Dove lo mettiamo, signore?”
“Oh, ovunque vada bene. Qui va benissimo. Non voglio che venga appeso; basta appoggiarlo al muro. Grazie.”
“Posso dare un’occhiata a questa ‘opera d’arte’, signore?”
Dorian sussultò. “Non vi interesserebbe, signor Hubbard,” disse, tenendo d’occhio quell’uomo. Era pronto a saltargli addosso e scaraventarlo a terra se avesse osato sollevare quella splendida decorazione che nascondeva il segreto della sua vita. “Non vi disturberò più adesso. Vi sono molto grato per la vostra gentilezza.”
“Assolutamente no, signor Gray. Sono sempre a disposizione per voi,” rispose il signor Hubbard, scendendo le scale, seguito dall’assistente, che lanciò a Dorian uno sguardo pieno di timido stupore sul suo volto ruvido e poco attraente. Non aveva mai visto nessuno così straordinario.
Quando il suono dei loro passi si fu allontanato, Dorian chiuse a chiave la porta e se la mise in tasca. Ora si sentiva al sicuro: nessuno avrebbe mai visto quella cosa orribile, nessun occhio oltre al suo avrebbe mai conosciuto la sua vergogna.
Arrivato in biblioteca, vide che erano appena passate le cinque e che il tè era già stato portato su. Su un piccolo tavolo di legno scuro e profumato, ricoperto in modo spesso da madreperla – un regalo di Lady Radley, moglie del suo tutore – c’era una nota di Lord Henry, insieme a un libro rilegato in carta gialla, con la copertina leggermente strappata e i bordi sporchi. Sul vassoio del tè era stata posizionata anche una copia della terza edizione de “The St. James’s Gazette”. Era evidente che Victor fosse tornato. Si chiese se avesse incontrato quegli uomini nell’atrio mentre lasciavano la casa e se fosse riuscito a scoprire cosa stavano facendo. Di certo aveva perso il dipinto: non ne aveva alcun dubbio, visto che stava preparando il tè. La tenda non era stata rimessa al suo posto, quindi si vedeva uno spazio vuoto sulla parete. Forse, una notte, lo avrebbe trovato mentre cercava di forzare la porta della stanza. Avere un spia in casa propria era davvero orribile.
Aveva sentito parlare di uomini ricchi che per tutta la loro vita erano stati estorti da qualche servitore che aveva letto una lettera, ascoltato una conversazione, raccolto una carta con un indirizzo, o trovato sotto un cuscino un fiore appassito o un pezzo di pizzo strappato.
Sospirò, si versò del tè e aprì la nota di Lord Henry. C’era scritto semplicemente che gli aveva inviato il giornale della sera e un libro che potesse interessargli, e che sarebbe stato al club alle otto e mezza. Aprì con indifferenza “The St. James’s” e iniziò a sfogliarlo. Una marca rossa fatta con una matita sul quinto pagina attirò la sua attenzione; indicava il seguente paragrafo:
Indagine su un’attrice. Questa mattina si è tenuta all’osteria Bell Tavern, in Hoxton Road, un’indagine condotta dal dottor Danby, il coroner del distretto, sul corpo di Sibyl Vane, una giovane attrice recentemente assunta al Royal Theatre di Holborn. È stata emessa una sentenza che attribuisce la morte a causa di un incidente fortuito. Si è espresso grande cordoglio per la madre della defunta, la quale è apparsa profondamente turbata sia durante il proprio depoimento che durante quello del dottor Birrell, che aveva eseguito l’autopsia.
Lui fece una smorfia, strappò il foglio a metà e lo gettò via. Quanto era brutto tutto ciò. E quanto la bruttezza potesse rendere le cose terribilmente reali! Si sentì un po’ infastidito dal fatto che Lord Henry gli avesse inviato quel rapporto; inoltre, era davvero stupido da parte sua averlo segnato con la matita rossa. Victor avrebbe potuto leggerlo. Quell’uomo conosceva abbastanza inglese per farlo. Forse l’aveva già letto e aveva iniziato a sospettare qualcosa. Ma, dopotutto, che importanza aveva? Che rapporto c’era tra Dorian Gray e la morte di Sibyl Vane? Non c’era nulla da temere. Dorian Gray non l’aveva uccisa.
Il suo sguardo cadde sul libro giallo che Lord Henry gli aveva inviato. Che cos’era, si chiese. Si avvicinò al piccolo piedistallo ottagonale di colore perla, che sempre gli era sembrato l’opera di strane “api egiziane” intagliate nell’argento, prese il libro e si lasciò cadere in una poltrona, iniziando a sfogliarne le pagine. Dopo alcuni minuti fu completamente assorbito dal contenuto. Era il libro più strano che avesse mai letto. Gli sembrava che, avvolti in abiti eleganti e accompagnati dal suono delicato delle flauti, i peccati del mondo gli si svelassero davanti agli occhi in una sorta di spettacolo silenzioso. Cose di cui aveva solo vagamente sognato diventavano improvvisamente realtà; altre, di cui non aveva mai nemmeno immaginato l’esistenza, gli venivano gradualmente rivelate.
Un romanzo senza trama e con un solo personaggio: in realtà, si trattava semplicemente di uno studio psicologico di un giovane parigino che trascorse la sua vita cercando di vivere, nel XIX secolo, tutte le passioni e i modi di pensare propri di ogni altro secolo, tranne il proprio; in altre parole, raccoglieva in sé stesso tutti gli stati d’animo attraverso cui lo spirito del mondo era mai passato, amando per la loro pura artificialità quelle rinunce che gli uomini, ingenuamente, chiamano virtù, così come quelle ribellioni naturali che gli uomini saggi ancora definiscono peccati. Lo stile in cui era scritto era quel curioso stile “gemmato”, vivido e al contempo oscuro, pieno di gergo e arcaismi, espressioni tecniche e parafrazie elaborate, tipico delle opere di alcuni dei più grandi artisti della scuola simbolista francese. Vi erano metafore tanto mostruose quanto raffinate; la vita dei sensi veniva descritta in termini di filosofia mistica. A volte era difficile capire se si stesse leggendo delle estasi spirituali di qualche santo medievale o le confessioni morbose di un peccatore moderno. Era un libro velenoso: l’intenso odore dell’incenso sembrava impregnare le sue pagine, turbando la mente del lettore. Solo il ritmo delle frasi, quella monotonia sottile della loro “musica”, piena di ripetizioni complesse e movimenti elaboratamente ricorrenti, suscitavano nel ragazzo, mentre passava da un capitolo all’altro, una sorta di estasi, un’ossessione onirica che lo faceva ignorare sia il tramonto che le ombre che si allungavano.
Il cielo, privo di nuvole e attraversato da una sola stella solitaria, brillava di un colore verde rame attraverso le finestre. Lui continuò a leggere alla sua luce pallida, fino a quando non riuscì più a distinguere le parole. Poi, dopo che il suo valletto gli ebbe ricordato più volte quanto fosse tardi, si alzò, andò nella stanza accanto e posò il libro sul piccolo tavolino fiorentino che sempre stava accanto al suo letto; iniziò quindi a vestirsi per la cena.
Arrivò al club quasi alle nove di sera; trovò Lord Henry seduto da solo nel salotto mattutino, con l’aria di essere molto annoiato.
“Mi dispiace davvero tanto, Harry,” disse, “ma in realtà è tutta colpa tua. Quel libro che mi hai mandato mi ha affascinato a tal punto che ho completamente dimenticato quanto fosse tardi, ”
“Sì, pensavo ti sarebbe piaciuto, ” rispose Lord Henry alzandosi dalla sedia.
“Non ho detto che mi è piaciuto. Ho detto che mi ha affascinato. C’è una grande differenza, ”
“Ah. L’hai scoperto?” mormorò Lord Henry. E poi entrarono in sala da pranzo.
CAPITOLO 11
Per anni, Dorian Gray non riuscì a liberarsi dall’influenza di quel libro. O forse sarebbe più accurato dire che mai cercò di farlo. Acquistò da Parigi ben nove copie in carta pesante della prima edizione e le fece rilegare in colori diversi, in modo che si adattassero ai suoi vari umori e alle continue mutevoli fantasie di una natura su cui, a volte, sembrava aver perso completamente il controllo. Il eroe, quel meraviglioso giovane parigino in cui temperamenti romantici e scientifici si mescolavano in modo così strano, divenne per lui una sorta di prefigurazione di sé stesso. E, in effetti, l’intero libro sembrava raccontare la storia della sua vita, scritta prima ancora che la vivesse realmente. In un certo senso, fu più fortunato dell’immaginario eroe del romanzo. Non seppe mai – e, in realtà, non ebbe mai motivo di saperlo – di quella strana paura dei mirror, delle superfici metalliche lucide e ancora dell’acqua, che colpì il giovane parigino fin da molto presto nella sua vita, causata dal repentino deperimento di un bell’uomo che un tempo era sembrato così straordinario. Leggeva con una gioia quasi crudele – e forse in ogni gioia, poiché certamente in ogni piacere esiste anche il lato crudele – quelle pagine finali del libro, dove si descriveva in modo davvero tragico, sebbene un po’ esagerato, la tristezza e la disperazione di chi aveva perso ciò che, negli altri e nel mondo intero, aveva sempre considerato più prezioso. Perché quella meravigliosa bellezza che aveva affascinato tanto Basil Hallward e molti altri, sembrava non abbandonarlo mai. Anche coloro che avevano sentito le cose peggiori su di lui – e di tanto in tanto strane voci riguardo al suo stile di vita si diffondevano per Londra, diventando oggetto di chiacchiere nei club – non riuscivano a credere nulla che potesse macchiarne l’onore quando lo vedevano. Sembrava sempre un uomo che aveva mantenuto la propria integrità davanti al mondo. Gli uomini che parlavano in modo volgare tacevano non appena Dorian Gray entrava nella stanza. C’era qualcosa nella purezza del suo viso che li rimproverava. La sua sola presenza sembrava ricordare loro l’memoria dell’innocenza che avevano macchiato. Si chiedevano come uno così affascinante e aggraziato potesse essere riuscito a sfuggire alle macchie di un’epoca tanto volgare e sensuale.
Spesso, al ritorno a casa da una di quelle misteriose e prolungate assenze che suscitavano strane congetture tra coloro che erano suoi amici, o che pensavano di esserlo, lui stesso saliva furtivamente al piano di sopra, nella stanza chiusa a chiave, apriva la porta con quella chiave che ormai non lo lasciava mai e si fermava davanti allo specchio, di fronte al ritratto che Basil Hallward aveva dipinto di lui. A volte fissava il volto malvagio e invecchiato sulla tela, altre volte il bel viso giovane che gli sorrideva dal vetro lucido dello specchio. Quel netto contrasto rafforzava il suo piacere. Diventava sempre più affascinato dalla propria bellezza, sempre più interessato alla corruzione della propria ‘anima. Esaminava con attenzione, a volte con un piacere orribile e perverso, quelle linee orrende che segnavano la sua fronte rugosa o il suo viso sensuale. Si chiedeva quale fosse più terribile: il segno del peccato o quello dell’invecchiamento. Metteva le proprie mani bianche accanto a quelle ruvide e gonfie del ritratto e sorrideva. Derideva quel corpo deforme, quelle membra indebolite.
C’erano momenti, però, di notte, in cui, sdraiato sveglio nella sua stanza profumata, o nella squallida taverna vicino al porto che frequentava sotto falso nome e in incognito, pensava con compassione alla rovina che aveva causato alla propria ‘anima. Una compassione ancora più amara perché puramente egoistica. Ma momenti del genere erano rari. Quella curiosità verso la vita che Lord Henry aveva suscitato in lui, quando sedevano insieme nel giardino del loro amico, sembrava crescere con ogni nuova scoperta. Più sapeva, più desiderava sapere. Aveva desideri folli che diventavano sempre più intensi man mano che li soddisfaceva.
Eppure non era davvero imprudente, almeno nelle sue relazioni con la società. Una o due volte al mese durante l’,inverno, e ogni mercoledì sera per tutta la durata della stagione, apriva la sua bellissima ,casa al mondo intero, invitando i più famosi musicisti dell’epoca a deliziarvi con le meraviglie delle loro arti. I suoi piccoli banchetti, ai quali Lord Henry partecipava sempre attivamente, erano noti sia per la cura nella selezione e nell’organizzazione degli invitati, sia per il raffinato gusto dimostrato nella decorazione della tavola: composizioni armoniose di fiori esotici, tovaglie ricamate e stoviglie dorate e argentate. Molti, soprattutto tra i giovani, vedevano in ,Dorian Gray la realizzazione perfetta di un ideale che spesso avevano sognato a Eton o Oxford: una persona che combinasse la vera cultura dello studioso con tutta la grazia, l’eleganza e le maniere raffinate di un cittadino del mondo. Per loro, sembrava appartenere a quella categoria di persone descritte da Dante come coloro che cercano “di perfezionarsi attraverso l’amore per la ,bellezza”. Come Gautier, anche lui considerava il mondo visibile qualcosa di davvero importante.
Per lui, la vita stessa era l’arte principale, la più grande; tutte le altre arti sembravano soltanto preparazioni a essa. La moda, che per un momento rende ciò che è fantastico universale, e il dandismo, che in modo suo cerca di affermare l’assoluta modernità della ,bellezza, esercitavano su di lui una grande attrazione. Il suo stile di vestire, i vari modelli che seguì nel corso del tempo, ebbero notevole influenza sui giovani eleganti delle feste di Mayfair e davanti alle vetrine dei club di Pall Mall: questi lo imitavano in tutto ciò che faceva, cercando di riprodurre il fascino casuale delle sue mode, per lui solo parzialmente serie.
Sebbene fosse più che disposto ad accettare la posizione che gli fu offerta subito dopo aver raggiunto l’età adulta, e provasse persino un certo piacere all’idea di poter diventare, per l’,Londra del suo tempo, ciò che per l’antica Roma imperiale era stato l’autore del “Satyricon”, nel profondo del cuore desiderava essere qualcosa di più di un semplice esperto di mode: voleva che le sue opinioni venissero ascoltate anche quando si trattava di scegliere un gioiello, di annodare una cravatta o di utilizzare un bastone da passeggio. Cercava di creare uno stile di vita nuovo, basato su principi razionali e ordinati, che trovasse nella spiritualizzazione dei sensi la sua massima realizzazione.
L’adorazione dei sensi è stata spesso, e con molta giustizia, denunciata: gli uomini provano un istinto naturale di terrore verso passioni e sensazioni che sembrano più forti di loro stessi, e si rendono conto di condividerle anche con le forme di esistenza meno evolute. Ma a Dorian Gray pareva che la vera natura dei sensi non fosse mai stata compresa; essi rimanevano selvaggi e animali soltanto perché il mondo cercava di sottometterli con la fame o di distruggerli con il )dolore, invece di farne elementi di una nuova spiritualità, nella quale un fine istinto per la bellezza avrebbe dovuto essere la caratteristica dominante. Guardando indietro all’uomo che si muoveva attraverso la storia, provava un senso di perdita: così tanto era stato sacrificato, e a scopi così insignificanti! C’erano state rifiutazioni folli e volontarie, forme orribili di auto-tortura e auto-rinuncia, il cui origine risiedeva nel terrore, e il cui risultato era una degradazione infinitamente più terribile di quella da cui, nella loro ignoranza, cercavano di fuggire. La Natura, con la sua meravigliosa ironia, spingeva l’eremita a nutrirsi degli animali selvatici del deserto e concedeva al solitario gli animali della campagna come compagni.
Sì: come aveva predetto Lord Henry, sarebbe nato un nuovo Hedonismo che avrebbe rinnovato la vita, salvandola da quel rigido e brutale puritanesimo che, nei nostri tempi, sta vivendo una curiosa rinascita. Questo nuovo Hedonismo avrebbe certamente valorizzato l’intelletto, ma non avrebbe mai accettato teorie o sistemi che richiedessero il sacrificio di qualsiasi forma di esperienza passionale. Il suo obiettivo era proprio l’esperienza stessa, e non i suoi frutti, dolci o amari che fossero. Non sapeva nulla dell’ascetismo che paralizza i sensi, né della volgare dissolutezza che li intorpidisce; al contrario, insegnava all’uomo a concentrarsi sui momenti di una vita che, in fondo, non è altro che un momento.
Siamo pochi quelli che non si siano mai svegliati prima dell’‘alba, sia dopo una di quelle notti senza sogni che ci fanno quasi innamorare della morte, sia dopo una di quelle notti di orrore e gioie distorte, quando attraverso le stanze del cervello si diffondono fantasmi più terribili della realtà stessa; fantasmi animati da quella vitalità vivida che si nasconde in tutto ciò che è grottesco e che conferisce all’arte gotica la sua duratura vitalità. Si potrebbe dire che quest’arte sia proprio l’arte di coloro i cui pensieri sono stati turbati dalla malattia della meditazione. Gradualmente, dita bianche si insinuano tra le tende e sembrano tremare; ombre nere e fantastiche strisciano negli angoli della stanza e si accovacciano lì. Fuori, si sente il canto degli uccelli tra le foglie, il rumore delle persone che vanno al lavoro, o il sospirare e il singhiozzare del vento che scende dalle colline e vaga intorno alla silenziosa casa, come se temesse di svegliare i dormienti, ma deve comunque evocare il sonno dalla sua “grotta viola”. Uno strato dopo l’altro, veli sottili e scuri vengono sollevati; gradualmente, le forme e i colori delle cose ritornano a noi. E osserviamo l’alba che ricrea il mondo secondo il suo antico disegno. Gli specchi pallidi riprendono la loro capacità di riflettere la realtà; le candele senza fiamma rimangono dove le avevamo lasciate, e accanto a esse giace il libro che stavamo leggendo, o il fiore che avevamo indossato al ballo, o la lettera che temevamo di leggere, o che invece avevamo letto troppo spesso. Niente ci sembra cambiato. Dalle ombre irreali della notte ritorna la vita reale che conoscevamo; dobbiamo riprendere da dove eravamo rimasti. E allora ci assale una terribile sensazione della necessità di continuare in quel ciclo stancante di abitudini stereotipate. O forse, un desiderio folle: che un giorno, al risveglio, il mondo sia stato completamente rinnovato nell’oscurità, per il nostro piacere. Un mondo in cui le cose avrebbero forme e colori nuovi, sarebbero cambiate, o avrebbero altri “segreti”. Un mondo in cui il passato avrebbe poco o nessun posto, o, comunque, non sopravviverebbe sotto forma di obblighi o rimpianti consapevoli. Anche il ricordo della gioia avrebbe la sua amarezza, e i ricordi del piacere, il loro dolore.
Era proprio la creazione di mondi del genere che sembrava rappresentare, per Dorian Gray, l’obiettivo vero, o tra gli obiettivi veri, della vita; e nella sua ricerca di sensazioni nuove e deliziose, dotate di quel tocco di stranezza essenziale al romanzo, spesso adottava modi di pensare che sapeva essere profondamente alieni alla sua vera natura, si abbandonava alle loro sottili influenze e, una volta assorbito il loro “colore” e soddisfatta la propria curiosità intellettuale, li lasciava con quell’indifferenza strana che, in realtà, non è affatto incompatibile con un autentico ardore di temperamento; anzi, secondo alcuni psicologi moderni, essa ne rappresenta spesso una condizione essenziale.
Si vociferò una volta che stesse per entrare a far parte della Chiesa Cattolica Romana, e certamente il rito romano aveva sempre esercitato su di lui un grande fascino. Il sacrificio quotidiano, davvero più terribile di tutti quelli dell’antichità, lo commuoveva non solo per la sua netta negazione delle prove offerte dai sensi, ma anche per la semplicità primitiva dei suoi elementi e per il pathos eterno della tragedia umana che cercava di simboleggiare. Gli piaceva inginocchiarsi sul freddo marmo del pavimento e osservare il sacerdote, con la sua veste ricamata a fiori, mentre lentamente e con mani bianche spostava il velo del tabernacolo o sollevava in alto l’ostensorio incastonato di gemme, contenente quel pane pallido che, a volte, si sarebbe quasi potuto pensare fosse davvero il “panis caelestis”, il pane degli angeli; oppure lo vedeva, avvolto nei simboli della Passione di Cristo, spezzare l’ostia e battersi il petto per i propri peccati. Anche i censieri fumanti, lanciati in aria dai giovani chierici in abiti di pizzo e rosso scarlatto, come grandi fiori dorati, esercitavano su di lui un fascino sottile. Mentre si allontanava, spesso guardava con meraviglia quelle cabine nere per le confessioni e desiderava sedersi nell’oscura ombra di una di esse per ascoltare uomini e donne che, attraverso la grata logora, sussurravano la vera storia delle loro vite.
Ma egli non commise mai l’errore di arrestare lo sviluppo del proprio intelletto attraverso un’adesione formale a qualsiasi credo o sistema, né confuse mai una locanda adatta soltanto al soggiorno per una notte, o alle poche ore in cui non ci sono stelle e la luna appare cupa e tormentata, con una “casa” dove vivere. Il misticismo, con il suo straordinario potere di rendere cose comuni strane ai nostri occhi, e l’antinomismo sottile che sembra sempre accompagnarlo, lo affascinarono per un certo periodo; per un po’ inclinò verso le dottrine materialistiche del movimento darwinista in Germania, trovando un curioso piacere nel collegare i pensieri e le passioni umane a certe cellule cerebrali o nervi del corpo, godendo dell’idea di una dipendenza assoluta dello spirito da condizioni fisiche, sia sane che malate. Tuttavia, come già detto in precedenza, nessuna teoria sulla vita gli sembrava avere alcun valore rispetto alla vita stessa. Era profondamente consapevole di quanto fosse sterile ogni speculazione intellettuale se separata dall’azione e sperimentazione; sapeva che i sensi, proprio come l’anima, avevano i loro misteri spirituali da rivelare. E così iniziò a studiare i profumi e i segreti della loro produzione, distillando oli intensamente profumati e bruciando resine aromatiche provenienti dall’Oriente. Scoprì che ogni stato d’animo umano aveva il suo corrispondente nella vita sensoriale, e si dedicò a scoprirne le vere relazioni, chiedendosi cosa ci fosse nell’incenso che lo rendesse mistico, nell’ambra grigia che suscitasse passioni, nelle violette che risvegliassero i ricordi di antichi amori, nel muschio che turbasse la mente, e nel gelsomino che influenzasse l’immaginazione. Spesso cercò di elaborare una vera psicologia dei profumi, valutando gli effetti delle radici profumate e dei fiori carichi di polline, degli unguenti aromatici e dei legni scuri e fragranti; del nardo, che provoca malessere; dell’hovenia, che rende gli uomini pazzi; e dell’aloe, che si dice possa scacciare la malinconia dall’anima.
In un altro momento, si dedicò completamente alla musica. In una lunga stanza con pareti e soffitto dipinti di rosso e oro, e rivestiti di lacca verde oliva, teneva concerti strani: gitane folli suonavano musiche selvagge su piccoli strumenti a corda, mentre tunisini avvolti in sciarpe gialle pizzicavano le corde tese di lute mostruose; neri sorridenti battevano monotonicamente su tamburi di rame, e indiani snelli, con turbanti rossi, soffiavano attraverso lunghi flauti di canna o bronzo, incantando – o fingendo di incantare – grandi serpenti coperti di scaglie e orribili vipere cornute. Le dissonanze aspre di quella musica barbarica lo eccitavano a volte, mentre la grazia di Schubert, le belle melodie di Chopin e le maestose armonie di Beethoven rimanevano inascoltate dalle sue orecchie. Raccolse da ogni parte del mondo gli strumenti più strani che riuscì a trovare: quelli trovati nelle tombe di antiche nazioni o tra poche tribù selvagge sopravvissute al contatto con le civiltà occidentali; amava toccarli e provarli. Possedeva i misteriosi strumenti dei nativi del Rio Negro, che le donne non sono autorizzate a vedere e nemmeno i giovani possono osservare se prima non hanno subito digiuni e punizioni; aveva anche vasi di terracotta peruviani in grado di emettere il canto acuto degli uccelli, flauti fatti di ossa umane come quelli descritti da Alfonso de Ovalle in Cile, e sonori giaspisi verdi provenienti dalle vicinanze di Cuzco, capaci di produrre suoni di straordinaria dolcezza. Creò anche zuccche piene di sassolini che producevano rumore quando scosse; il lungo clarino dei messicani, che non veniva soffiato ma attraverso cui l’esecutore inalava l’aria; il suono aspro dello strumento delle tribù amazzoniche, suonato dalle sentinelle sedute sugli alberi per tutto il giorno e che si diceva potesse essere udito a tre leghe di distanza; il teponaztli, dotato di due lingue di legno vibranti e suonato con bastoni impregnati di una gomma elastica ottenuta dal succo lattiginoso di alcune piante; i campanelli yotl degli Aztechi, appesi a grappoli come uva; e un enorme tamburo cilindrico ricoperto di pelli di grandi serpenti, simile a quello che Bernal Diaz vide quando accompagnò Cortes nel tempio messicano, e del cui suono triste ci ha lasciato una descrizione così vivida. Il carattere fantastico di questi strumenti lo affascinava; provava un piacere curioso al pensiero che l’arte, come la natura, avesse i suoi mostri: creature dallo scheletro animale e con voci orribili. Tuttavia, dopo un po’, ne ebbe abbastanza e preferiva sedersi nella sua poltrona all’opera, da solo o con Lord Henry, ascoltando con grande piacere “Tannhauser” e vedendo nel preludio di quell’opera d’arte l’espressione della tragedia della propria anima.
In un’occasione iniziò lo studio dei gioielli e si presentò a una festa in maschera vestito da Anna de Joyeuse, ammiraglio di Francia, indossando un abito ricoperto di cinquecentosessanta perle. Questo interesse lo assorbì per molti anni e, in effetti, si può dire che non lo abbandonò mai più. Spesso trascorreva l’intera giornata sistemando e riordinando nelle loro custodie le varie pietre che aveva raccolto: il crisoberillo di colore verde oliva che diventava rosso alla luce delle lampade, il cimofane con la sua linea argentea simile a fili d’acciaio, il peridoto di colore pistacchio, i topazi rosa e giallo vino, i carbuncoli di un rosso fuoco con stelle tremolanti a quattro raggi, le pietre di cannella di colore rosso fiamma, gli spinelli arancioni e viola, e gli ametisti con strati alterni di rubino e zaffiro. Amava il rosso dorato dello sunstone, la bianchezza perlacea del moonstone e l’arcobaleno spezzato dell’opale latteo. Acquistò ad Amsterdam tre smeraldi di dimensioni e colore straordinari, e possedeva anche un turquoise de la vieille roche che suscitava invidia in tutti i conoscitori. Scoprì anche meravigliose storie sui gioielli. Nella “Clericalis Disciplina” di Alfonso si menzionava un serpente con occhi di giacinto vero, e nella romantica storia di Alessandro Magno si diceva che quest’ultimo avesse trovato nel valle del Giordano serpenti “con collari di smeraldi veri sul dorso”. Secondo Filostrate, c’era una pietra preziosa nel cervello del drago; mostrando lettere dorate e un abito rosso scarlatto, si poteva far addormentare magicamente il mostro e ucciderlo. Secondo il grande alchimista Pierre de Boniface, il diamante rendeva un uomo invisibile, mentre l’agata dell’India lo rendeva eloquente. Il corneliano placava la rabbia, l’ibrido di giglio provocava il sonno e l’ametisto scacciava i fumi del vino. Il granato scacciava i demoni, mentre l’idropico privava la luna del suo colore. La selenite aumentava e diminuiva di luminosità insieme alla luna; il meloceo, che permetteva di scoprire i ladri, poteva essere influenzato soltanto dal sangue dei bambini. Leonardus Camillus aveva visto una pietra bianca prelevata dal cervello di un rospo appena ucciso: era un antidoto sicuro contro i veleni. Il bezoar, trovato nel cuore del cervo arabo, era un amuleto in grado di curare la peste. Nei nidi degli uccelli arabi si trovava l’aspilates, che, secondo Democrito, proteggeva chi lo indossava da qualsiasi pericolo derivante dal fuoco.
Il Re di Ceilan cavalcò per la sua città tenendo in mano un grande rubino, durante la cerimonia della sua incoronazione. Le porte del palazzo di Giovanni il Sacerdote erano “fatte di sardio, con incastonato il corno del serpente cornuto, affinché nessuno potesse portare dentro veleno”. Sopra il tetto sporgevano “due mele dorate, contenenti due carbuncoli”, in modo che l’oro brillasse di giorno e i carbuncoli di notte. Nel strano romanzo di Lodge, ‘A Margarite of America’, si raccontava che nella camera della regina si potevano ammirare “tutte le dame caste del mondo, incastonate d’argento e riflesse attraverso bei specchi di crisoliti, carbuncoli, zaffiri ed emeraldi”. Marco Polo aveva visto gli abitanti di Zipangu inserire perle color rosa nelle bocche dei morti. Un mostro marino si era innamorato della perla che il subacqueo portò al Re Perozes, uccise il ladro e pianse per la sua perdita per sette lune intere. Quando gli Unni attirarono il re nella grande fossa, lui la scagliò via. Procopio racconta questa storia; quella perla non fu mai più ritrovata, nonostante l’Imperatore Anastasio offrisse cinquecento libbre d’oro in cambio. Il Re di Malabar mostrò a un veneziano un rosario composto da trecentoquattro perle, una per ogni dio che adorava.
Quando il Duca de Valentinois, figlio di Alessandro VI, visitò Luigi XII di Francia, il suo cavallo era carico di foglie d’oro, secondo Brantome, e il suo cappello presentava due file di rubini che emettevano una luce intensa. Carlo d’Inghilterra cavalcò con staffe adornate da quattrocentoventuno diamanti. Richard II possedeva un mantello del valore di trentamila marchi, ricoperto interamente di rubini. Hall descrisse Enrico VIII, in viaggio verso la Torre prima della sua incoronazione, indossando “una giacca d’oro lavorato a rilievo, con i bordi ricamati di diamanti e altre pietre preziose; intorno al collo portava un grande collare di rubini”. I favoriti di Giacomo I indossavano orecchini di smeraldi incastonati in filigrana d’oro. Edoardo II donò a Piers Gaveston un’armatura rossogolda decorata di giacinti, un collare di rose dorate con pietre di turchese, e un berretto ornato di perle. Enrico II indossava guanti gioiellati che arrivavano fino al gomito, e possedeva anche un guanto da falco ricamato con dodici rubini e cinquantadue grandi pietre orientali. Il cappello ducale di Carlo il Folle, ultimo Duca di Borgogna della sua dinastia, era adornato di perle a forma di pera e zaffiri incastonati.
Che squisita vita doveva essere un tempo! Che magnifica in termini di sfarzo e decorazioni! Anche solo leggere delle ricchezze dei morti è meraviglioso.
Poi rivolse la sua attenzione agli ornamenti ricamati e alle tappezzerie che svolgevano la funzione di affreschi nelle fredde stanze dei paesi settentrionali d’Europa. Mentre studiava queste opere – e lui aveva sempre avuto un’incredibile capacità di immergersi completamente in ciò a cui si dedicava – provò quasi tristezza al pensiero del declino che il tempo causava alle cose belle e meravigliose. Lui, comunque, era riuscito a sfuggire a tale destino. Estate seguiva estate, i gialli giunchi fiorivano e appassivano più volte, e le notti di orrore ripetevano la storia della loro decadenza, ma lui rimaneva invariato. Nessuna inverno rovinava il suo volto né offuscava la sua bellezza. Quanto diverso era questo dal destino delle cose materiali! Dove erano finite? Dov’era finita quella magnifica veste color croco su cui gli dèi combattevano contro i giganti, realizzata dalle ragazze brune per il piacere di Atena? Dov’era quel enorme velario che Nerone aveva fatto stendere sul Colosseo a Roma, quella vela gigantesca di colore viola che raffigurava il cielo stellato e Apollo che guidava un carro trainato da cavalli bianchi dorati? Desiderava ardentemente vedere quei curiosi tovaglioli da tavola realizzati per il Sacerdote del Sole, su cui erano rappresentate tutte le delizie e i cibi possibili per una festa; il lenzuolo funebre di Re Chilperico, decorato con trecento api dorate; quelle vesti fantastiche che avevano suscitato l’indignazione del Vescovo di Pontus e raffiguravano “leoni, pantere, orsi, cani, foreste, rocce, cacciatori, insomma, tutto ciò che un pittore può copiare dalla natura”; e quel mantello che un tempo indossò Carlo d’Orléans, sui cui polsini erano ricamati i versi di una canzone che iniziava con “Madame, je suis tout joyeux”, con l’accompagnamento musicale realizzato con filo d’oro; ogni nota, a quel tempo di forma quadrata, era composta da quattro perle. Leggeva anche della stanza preparata nel palazzo di Reims per la Regina Giovanna di Borgogna, decorata con “milleduecentoventi uno pappagalli ricamati e ornati con gli stemmi del re, e cinquecentosessantuno farfalle le cui ali erano anch’esse decorate con gli stemmi della regina; tutto realizzato in oro”. Caterina de’ Medici aveva fatto fare per sé un letto da lutto in velluto nero decorato con mezzelune e soli; le tende erano di damasco, con ghirlande e fiori disegnati su uno sfondo d’oro e d’argento, e bordate di ricami di perle. Quel letto si trovava in una stanza decorata con file di stemmi della regina realizzati in velluto nero tagliato su stoffa d’argento. Nel suo appartamento, Luigi XIV aveva delle cariatidi ricamate d’oro alte quindici piedi. Il letto da stato di Sobieski, Re di Polonia, era fatto di broccato d’oro di Smirne, decorato con turchesi e versetti del Corano; i suoi supporti erano d’argento dorato, finemente lavorati e adornati con medaglioni smaltati e incastonati di gemme.
Era stato preso dal campo turco prima di Vienna, e lo stendardo di Maometto era stato esposto sotto la doratura tremolante del suo baldacchino.
E così, per un intero anno, cercò di accumulare i più raffinati esemplari di tessuti e lavori ricamati che potesse trovare: prese i delicati mussolini del Delhi, finemente lavorati con fili d’oro a forma di palme e cuciti con ali iridescenti di coleotteri; le garze di Dacca, note in Oriente per la loro trasparenza e chiamate “aria intrecciata”, “acqua che scorre” e “rosa del tramonto”; strani tessuti a motivi geometrici provenienti da Giava; elaborati drappi gialli cinesi; libri rilegati in satini marroni o sete blu, decorati con fiori di lisandro, uccelli e immagini varie; veli lavorati a punto in Ungheria; broccati siciliani e velluti spagnoli rigidi; opere georgiane con monete dorate, e fukousa giapponesi con dorature verdi e uccelli dalle piume meravigliose.
Aveva anche una particolare passione per gli abiti liturgici, così come per tutto ciò che riguardava il servizio della Chiesa. Nei lunghi armadi di cedro allineati nel corridoio ovest della sua casa, aveva conservato molti esemplari rari e bellissimi di quelli che veramente costituiscono l’abito della Sposa di Cristo, la quale deve indossare porpora, gioielli e lino fine per nascondere il corpo pallido e consumato dal dolore che lei stessa si infligge. Possedeva un magnifico copricapo di seta cremisi e damasco dorato, decorato con grappoli d’uva dorati inseriti in fiori a sei petali; su entrambi i lati era raffigurata l’immagine dell’ananas realizzata con perle. I bordi del copricapo erano divisi in pannelli che rappresentavano scene della vita della Vergine, mentre sulla parte superiore era raffigurata la incoronazione della Vergine su sete colorate; si trattava di un’opera italiana del XV secolo. Un altro copricapo era realizzato in velluto verde, ricamato con gruppi di foglie di acanto a forma di cuore da cui spuntavano fiori bianchi a stelo lungo, i dettagli dei quali erano evidenziati con fili d’argento e cristalli colorati; il bordo superiore era decorato con la testa di un serafino realizzata in fili d’oro. I bordi del copricapo erano fatti di seta rossa e dorata, e decorati con medaglioni di santi e martiri, tra cui San Sebastiano. Possedeva anche chasubole di seta color ambra, broccati blu e oro, damasci gialli e tessuti d’oro, decorati con raffigurazioni della Passione e della Crocifissione di Cristo, nonché ricamati con leoni, pavoni e altri simboli; dalmatiche di seta bianca e damasco rosa, decorate con tulipani, delfini e fiori di lisandro; frontaloni d’altare in velluto cremisi e lino blu; e molti altri oggetti liturgici. Nei riti mistici in cui questi oggetti venivano utilizzati, c’era qualcosa che stimolava la sua immaginazione.
Per questi tesori, e per tutto ciò che aveva raccolto nella sua meravigliosa casa, essi rappresentavano per lui un mezzo per dimenticare, modi attraverso cui poteva, almeno temporaneamente, sfuggire a quella paura che a volte gli sembrava insopportabilmente grande. Sulle pareti di quella solitaria stanza chiusa a chiave, dove aveva trascorso gran parte della sua infanzia, aveva appeso con le sue stesse mani quel terribile ritratto il cui volto mutante gli mostrava la vera degradazione della sua vita; davanti ad esso aveva drappeggiato una tenda di colore viola e oro. Per settimane intere non vi andava, dimenticava quell’orrendo dipinto e ritrovava il suo cuore leggero, la sua meravigliosa gioia, la sua appassionata dedizione alla semplice esistenza. Poi, all’improvviso, in qualche notte, usciva di nascosto dalla casa, si recava in luoghi orribili vicino a Blue Gate Fields e vi rimaneva, giorno dopo giorno, fino a quando non veniva cacciato via. Al suo ritorno si sedeva davanti al dipinto: a volte lo odiava, insieme a se stesso; altre volte, invece, provava quella orgoglio di individualismo che rappresenta metà del fascino del peccato, e sorrideva con segreta soddisfazione di fronte a quell’orrendo ritratto che doveva portare il peso che avrebbe dovuto essere suo.
Dopo alcuni anni non riusciva più a stare lontano dall’Inghilterra, e rinunciò alla villa che condivideva a Trouville con Lord Henry, così come alla piccola casa bianca recintata ad Algeri dove avevano trascorso più volte l’inverno. Odiava essere separato da quel ritratto che faceva ormai parte integrante della sua vita; inoltre temeva che, durante la sua assenza, qualcuno potesse entrare nella stanza nonostante le complesse barriere installate sulla porta.
Era ben consapevole che tutto ciò non avrebbe rivelato loro nulla. Era vero che il ritratto conservava ancora, sotto tutta quella bruttezza e orrore, una notevole somiglianza con lui; ma cosa potevano capire da questo? Sarebbe ridotto in ridicolo chiunque avesse cercato di deriderlo. Non era stato lui a dipingerlo. Che importanza aveva per lui il fatto che sembrasse così vile e pieno di vergogna? Anche se glielo avesse detto, gli avrebbero creduto?
Eppure aveva paura. A volte, quando si trovava nella sua grande casa nel Nottinghamshire, tra giovani della sua stessa classe che erano i suoi principali compagni di vita, e stupiva tutta la contea con il lusso sfrenato e lo splendore del suo stile di vita, all’improvviso lasciava gli ospiti e correva in città per verificare che la porta non fosse stata manomessa e che il ritratto fosse ancora lì. E se fosse stato rubato? Solo il pensiero lo faceva rabbrividire di terrore. Di certo, allora tutto il mondo avrebbe conosciuto il suo segreto. Forse il mondo già lo sospettava.
Poiché, sebbene affascinasse molti, non mancavano coloro che lo diffidavano. Fu quasi espulso da un club dell’East End di cui avrebbe dovuto essere membro per diritto di nascita e posizione sociale; si diceva anche che in un’occasione, quando fu portato lì da un amico, il Duca di Berwick e un altro gentiluomo se ne andarono in modo evidente. Dopo aver compiuto venticinque anni, iniziarono a circolare storie curiose su di lui: si diceva che fosse stato visto litigare con marinai stranieri in qualche luogo malfamato dei quartieri bassi di Whitechapel, che frequentasse ladri e falsari e che conoscesse i segreti del loro mestiere. Le sue continue assenze divennero notorie; quando ricompariva in società, le persone sussurravano tra loro, lo guardavano con disprezzo o con occhi freddi e indagatori, come se volessero scoprire il suo segreto.
Di tali insolenze e tentativi di umiliarlo, naturalmente, lui non si curava affatto; secondo la maggior parte delle persone, il suo modo schietto e disinvolto, il suo sorriso affascinante da ragazzo e l’infinita grazia di quel giovane meraviglioso che sembrava non abbandonarlo mai costituivano di per sé una risposta sufficiente alle calunnie – così le chiamavano – che circolavano su di lui. Tuttavia, si notò che alcune delle persone che erano state molto intime con lui iniziarono, col tempo, a evitarlo. Donne che lo adoravano appassionatamente e che, per amor suo, avevano sfidato ogni censura sociale e ignorato le convenzioni, impallidivano di vergogna o orrore non appena Dorian Gray entrava nella stanza.
Eppure, tutti questi pettegolezzi aumentavano solo l’effetto del suo strano e pericoloso fascino agli occhi di molti. La sua enorme ricchezza rappresentava un certo elemento di sicurezza: la società civile, almeno, non è mai pronta a credere nulla contro coloro che sono sia ricchi che affascinanti; sente istintivamente che le maniere siano più importanti della morale, e ritiene che la massima rispettabilità abbia molto meno valore del possedere un buon cuoco. Dopotutto, è una consolazione molto scarsa essere informati che l’uomo che ci ha offerto una cena scadente o vino di scarsa qualità sia irreprensibile nella sua vita privata. Anche le virtù cardinali non possono compensare piatti freddi e cattivo vino. Come osservò una volta Lord Henry in una discussione sull’argomento, e forse c’è del vero nelle sue parole. I canoni della buona società sono, o dovrebbero essere, gli stessi dei canoni dell’arte: la forma è assolutamente essenziale; essa deve avere la dignità di una cerimonia, così come la sua irrealtà. Deve combinare il carattere insincero di un dramma romantico con l’intelligenza e la bellezza che rendono tali opere deliziose per noi. L’insincerità è davvero qualcosa di terribile? Non credo. È semplicemente un mezzo con cui possiamo moltiplicare le nostre personalità.
In ogni caso, questa era l’opinione di Dorian Gray. Spesso si meravigliava della psicologia superficiale di coloro che considerano l’ego umano qualcosa di semplice, permanente, affidabile e di una sola essenza. Per lui, l’uomo era un essere dotato di innumerevoli vite e sensazioni, una creatura complessa e multiforme che portava dentro di sé strani ereditari di pensieri e passioni; inoltre, la sua stessa carne era contaminata dalle “malattie mostruose” dei morti. Gli piaceva passeggiare nella desolata e fredda galleria di ritratti della sua casa natale, osservando i volti di coloro il cui sangue scorreva nelle sue vene: c’era Philip Herbert, descritto da Francis Osborne nei suoi Memorie sui regni di Regina Elisabetta e Re Giacomo come un uomo “coccolato dalla Corte per il suo bel viso, ma che non durò a lungo in quella compagnia”. Era forse la vita di quel giovane Herbert quella che lui stesso conduceva a volte? O forse qualche strano germe velenoso si era diffuso da un corpo all’altro, fino ad arrivare al suo? Era forse una sorta di vago senso di quella grazia ormai distrutta a far sì che, improvvisamente e quasi senza motivo, nel studio di Basil Hallward, pronunciasse quella folle preghiera che cambiò completamente la sua vita? Lì, in un abito rosso ricamato d’oro, con giubbotto incastonato di pietre preziose e bordi dorati, stava Sir Anthony Sherard, con l’armatura nera e argentea ammucchiata ai suoi piedi. Qual era stata la sua eredità? Il “amante” di Giovanna di Napoli gli aveva forse trasmesso qualche peccato o vergogna? I suoi stessi atti non erano forse soltanto i sogni che quell’uomo morto non aveva mai osato realizzare? Lì, sul dipinto ormai sbiadito, sorrideva Lady Elizabeth Devereux, con il cappuccio di garza, lo stomaco decorato di perle e le maniche rosa strappate. Nella sua mano destra teneva un fiore; nella sinistra stringeva un collare smaltato di rose bianche e damasco. Accanto a lei, su un tavolo, c’erano una mandolina e una mela; sui suoi piccoli stivali a punta spuntavano grandi rosette verdi. Conosceva la sua vita, e le strane storie che si raccontavano sui suoi amanti. Forse possedeva un po’ del suo temperamento? Quegli occhi ovali, dalle palpebre pesanti, sembravano fissarlo con curiosità. E George Willoughby, con i capelli truccati di polvere e quelle strane macchie sul viso. Sembrava così malvagio! Il suo volto era scuro e saturnino; le labbra sensuali sembravano contorcersi in disprezzo. Delicate volantini di pizzo ricadevano su quelle mani magre e gialle, cariche di anelli. Era stato un libertino del XVIII secolo, amico di Lord Ferrars da giovane. E il secondo Lord Beckenham, compagno del Principe Reggente nei suoi giorni più dissoluti, uno dei testimoni al segreto matrimonio con la signora Fitzherbert. Quanto era orgoglioso e attraente, con i suoi riccioli castani e quella posa arrogante. Quali passioni aveva lasciato dietro di sé? Il mondo lo considerava un individuo disonorevole. Aveva guidato le orge a Carlton House. La stella della Garter brillava sul suo petto. Accanto a lui pendeva il ritratto di sua moglie, una donna pallida, dalle labbra sottili e vestita di nero.
Anche il suo sangue sembrava agitarsi dentro di lui. Che cosa curiosa tutto ciò! E sua madre, con quel viso da Lady Hamilton e quelle labbra umide e macchiate di vino. Sapeva bene cosa aveva ereditato da lei: la sua bellezza e la sua passione per la bellezza altrui. Lei rideva di lui, indossando quel vestito sciolto da bacchantessa; i suoi capelli erano adornati di foglie di vite. Il colore viola si riversava dalla coppa che teneva in mano. I garofani del dipinto erano appassiti, ma quegli occhi rimanevano meravigliosi per la loro profondità e il loro splendore cromatico. Sembravano seguirlo ovunque andasse.
Eppure qualcuno aveva antenati nella letteratura tanto quanto nella propria razza; forse molti di loro erano più simili a lui per tipo e temperamento, e certamente esercitavano su di lui un’influenza di cui era pienamente consapevole. C’erano momenti in cui a Dorian Gray sembrava che tutta la storia non fosse altro che il racconto della sua stessa vita, non così come l’aveva vissuta realmente, ma così come la sua immaginazione l’aveva creata per lui, così com’era nella sua mente e nelle sue passioni. Gli pareva di aver conosciuto tutti quegli strani, terribili personaggi che erano apparsi sulla scena del mondo, rendendo il peccato così meraviglioso e il male così pieno di sottigliezze. Gli sembrava che, in qualche modo misterioso, le loro vite fossero state anche sue.
Il eroe di quel meraviglioso romanzo che aveva avuto un tale influenza sulla sua vita aveva conosciuto anch’egli questa strana fantasia. Nel settimo capitolo racconta come, incoronato di alloro per evitare che lo colpisse la fulmine, si fosse seduto, come Tiberio, in un giardino a Capri, leggendo quei libri vergognosi di Elephantis, mentre nani e pavoni camminavano intorno a lui e il suonatore di flauto derideva colui che agitava l’incensiere; come Caligola si fosse divertito con i fantini in abiti verdi nelle loro stalle e avesse cenato in un mangiatore d’avorio insieme a un cavallo con la fronte adornata di gemme; come Domiziano si fosse aggirato in un corridoio rivestito di specchi di marmo, cercando con occhi stanchi il riflesso del pugnale che avrebbe posto fine alla sua vita, e avesse sofferto di quell’ennui, di quella terribile noia della vita che colpisce coloro a cui essa non nega nulla; come avesse guardato attraverso uno specchio di smeraldo i disordini del circo. E poi, su un palanchino fatto di perle e porpora, trainato da muli con zoccoli d’argento, fosse stato portato lungo la Via dei Granati fino a una casa d’oro, dove aveva sentito le persone piangere per Nerone Cesare mentre passava. E come Elagabalo si fosse dipinto il viso con colori, avesse partecipato alle danze tra le donne, avesse portato la luna da Cartagine e l’avesse data in un matrimonio mistico al Sole.
Ancora e ancora Dorian leggeva questo fantastico capitolo, nonché i due capitoli che seguivano immediatamente; in essi, come in alcuni curiosi arazzi o abilmente realizzati smalti, erano raffigurate le forme orribili e al contempo belle di coloro che vizio, sangue e stanchezza avevano reso mostri o pazzi: Filippo, Duca di Milano, che uccise sua moglie e le dipinse le labbra con un rosso )veleno affinché il suo amante potesse succhiare la morte da quel cadavere che accarezzava; Pietro Barbi, il veneziano noto come Paolo II, che nella sua vanezza cercò di assumersi il titolo di Formosus, e la cui tiara, valutata duecentomila fiorini, fu comprata al prezzo di un terribile peccato; Gian Maria Visconti, che usava cani per inseguire uomini vivi e il cui corpo assassinato fu coperto di rose da una prostituta che lo aveva amato; i Borgia, con Fratricide a cavallo accanto a loro e il mantello macchiato dal sangue di Perotto; Pietro Riario, giovane Cardinale Arcivescovo di Firenze, bambino e servitore di Sisto IV, la cui bellezza era eguagliata solo dalla sua dissolutezza; che ricevette Leonora d’Aragona in un padiglione fatto di seta bianca e cremisi, pieno di ninfe e centauri, e che incastonò un ragazzo affinché potesse servirlo alla festa come Ganymede o Hylas; Ezzelin, la cui melanconia poteva essere curata solo dallo spettacolo della morte, e che aveva una passione per il rosso sangue, come altri uomini ne hanno per il vino rosso; figlio del Diavolo, si diceva, e colui che aveva tradito suo padre giocando a dadi per ottenere la propria ‘anima; Giambattista Cibo, che in segno di scherno prese il nome di Innocente e nel cui corpo intorpidito un medico ebreo infuse il sangue di tre ragazzi; Sigismondo Malatesta, l’amante di Isotta e signore di Rimini, la cui effigie fu bruciata a Roma come nemica di Dio e degli uomini; che strangolò Polyssena con un fazzoletto, diede )veleno a Ginevra d’Este in una coppa di smeraldo, e per onorare una vergognosa passione costruì una chiesa pagana per il culto cristiano; Carlo VI, che amava così follemente la moglie di suo fratello da essere avvertito da un lebbroso dell’insanità che lo stava colpendo; e, con il suo giubbotto tagliato alla moda, il cappello incastonato di gioielli e i riccioli simili ad acanti, Grifonetto Baglioni, che uccise Astorre insieme a sua moglie e Simonetto insieme al suo paggio; la cui bellezza era tale che, mentre giaceva morente nella piazza gialla di Perugia, coloro che lo odiavano non poterono fare a meno di piangere; e Atalanta, che lo aveva maledetto, ma poi lo benedisse.
C’era una terribile fascinazione in tutto ciò. Li vedeva di notte, e durante il giorno essi turbavano la sua immaginazione. La Rinascita conosceva strani metodi di avvelenamento: avvelenamento tramite un elmo e una torcia accesa, tramite un guanto ricamato e un ventaglio incastonato di gemme, tramite un pomander dorato e una catena d’ambra. Dorian Gray era stato avvelenato da un libro. C’erano momenti in cui considerava il male semplicemente come un mezzo per realizzare la sua concezione della bellezza.
CAPITOLO 12
Era il nove novembre, la vigilia del suo trentottesimo compleanno, come ricordava spesso in seguito.
Stava tornando a casa intorno alle undici di sera da Lord Henry’s, dove aveva cenato, avvolto in pesanti pellicce: la notte era fredda e nebbiosa. All’angolo tra Grosvenor Square e South Audley Street, un uomo gli passò accanto nella nebbia, camminando molto velocemente con il colletto del suo ulster grigio rialzato; aveva una borsa in mano. Dorian lo riconobbe: era Basil Hallward. Gli venne un strano senso di paura, che non riusciva a spiegarsi. Non fece alcun segno di riconoscimento e proseguì rapidamente verso la sua casa.
Ma Hallward lo aveva visto. Dorian sentì che si fermava sul marciapiede, poi lo inseguiva di corsa. In pochi istanti, l’uomo gli afferrò il braccio.
“Dorian! Che strana coincidenza. Sono stato ad aspettarti nella tua biblioteca fin dalle nove. Alla fine ho avuto pietà del tuo servitore stanco e gli ho detto di andare a letto; poi sono venuto da te. Parto per Parigi con il treno di mezzanotte e volevo assolutamente vederti prima di partire. Pensavo fossi tu, o meglio, il tuo cappotto di pelliccia. Ma non ne ero del tutto sicuro. Non mi hai riconosciuto?”
“Con questa nebbia, caro Basil? Non riesco nemmeno a riconoscere Grosvenor Square. Credo che la mia casa sia da queste parti, ma non ne sono certo. Mi dispiace che tu vada via. Non ti vedo da tanto tempo. Ma immagino tornerai presto, vero?”
“No. Sarò via dall’Inghilterra per sei mesi. Intendo prendere uno studio a Parigi e dedicarmi completamente a un grande dipinto che ho in mente. Comunque, non era di me che volevo parlare. Ecco, siamo arrivati alla tua porta. Lasciami entrare un attimo. Ho qualcosa da dirti.”
“Ne sarò felice. Ma non perderai il treno?” disse Dorian Gray con aria languida, mentre saliva i gradini e apriva la porta con la chiave.
La luce della lampada si fece strada nella nebbia; Hallward guardò l’orologio. “Ho un sacco di tempo,” rispose. “Il treno parte solo alle dodici e mezza. Sono appena le undici. In realtà stavo andando al club per cercarti, quando ti ho incontrato. Non avrò problemi con i bagagli: ho già spedito le cose pesanti. Tutto quello che ho con me è in questa borsa. Posso arrivare alla stazione di Victoria in venti minuti.”
Dorian lo guardò e sorrise. “Che modo strano per un pittore alla moda di viaggiare. Una borsa di Gladstone e un ulster. Entra. Altrimenti la nebbia entrerà in casa. E stai attento a non parlare di cose serie. Oggi giorno non c’è nulla di serio. Almeno, non dovrebbe esserci.”
Hallward scosse la testa entrando e seguì Dorian nella biblioteca. Nel grande camino aperto ardeva un fuoco di legna vivace; le lampade erano accese, e su un piccolo tavolo intarsiato c’era una scatola d’argento olandese con alcuni sifoni contenenti soda acquosa e grandi bicchieri di vetro tagliato.
“Vedi come il tuo servitore mi ha reso davvero a mio agio, Dorian. Mi ha fornito tutto ciò che desideravo, comprese le tue migliori sigarette con la punta d’oro. È davvero una persona molto ospitale. Mi piace molto di più di quel francese che avevi prima. Che fine ha fatto, a proposito?”
Dorian alzò le spalle. “Credo che abbia sposato la cameriera di Lady Radley e l’abbia stabilita a Parigi come sarta inglese. Dicono che l’anglofilia sia molto in voga laggiù, ora. Sembra stupido da parte dei francesi, non trovi? Ma, sai una cosa? Non era affatto un cattivo servitore. Non mi piaceva, ma non avevo nulla di cui lamentarmi. Spesso si immaginano cose assurde. Era davvero molto devoto a me e sembrava molto dispiaciuto quando se n’è andato. Ne vuoi un altro bicchiere di brandy con soda? O preferisci l’hock-and-seltzer? Io lo prendo sempre. Sicuramente ne avremo in quella stanza accanto.”
“Grazie, non ne voglio più,” disse il pittore, togliendosi cappello e cappotto e gettandoli sulla borsa che aveva posizionato nell’angolo. “Ora, caro amico, devo parlarti seriamente. Non fare quella faccia scura. Mi rendi le cose molto più difficili, ”
“Di cosa si tratta?” chiese Dorian in tono petulante, lasciandosi cadere sul divano. “Spero che non sia niente che riguarda me. Sono stanco di me stesso. Vorrei essere qualcun altro, ”
“Si tratta proprio di te,” rispose Hallward con voce grave. “Devo dirtelo. Ti terrò qui solo mezz’ora.”
Dorian sospirò e accese una sigaretta. “Mezz’ora, ” mormorò.
“Non è molto chiedere, Dorian. E lo faccio esclusivamente per il tuo bene. Penso sia giusto che tu sappia che in Londra si stanno dicendo le cose più terribili su di te, ”
“Non voglio saperne nulla. Mi piacciono gli scandali altrui, ma quelli che riguardano me non m’interessano affatto. Non hanno il fascino della novità, ”
“Dovrebbero interessarti, Dorian. Ogni gentiluomo tiene molto alla propria reputazione. Non vorrai certo che la gente parli di te in termini disonorevoli, vero? Certo, hai una posizione sociale elevata e ricchezza. Ma queste cose non sono tutto. A dire il vero, non credo affatto a queste voci. Almeno, non riesco a crederci quando ti vedo: il peccato si legge chiaramente sul volto di un uomo; non può essere nascosto. A volte la gente parla di vizi segreti. Ma non esistono cose del genere. Se un uomo ha un vizio, questo si riflette nei tratti del suo viso, nel modo in cui tiene le mani. Qualcuno. Non dirò il nome, è venuto da me l’anno scorso per farsi ritrarre. Non lo avevo mai visto prima, e all’epoca non sapevo nulla di lui. Ma da allora ho sentito molte cose su di lui. Mi ha offerto una somma enorme. L’ho rifiutata: c’era qualcosa nei suoi lineamenti che mi ripugnava. Ora so di aver avuto ragione. La sua vita è orribile. Ma tu, Dorian, con il tuo viso puro, innocente, la tua giovinezza serena e incantevole. Non riesco a credere a nulla contro di te. Eppure ti vedo molto raramente. Ormai non vieni più nello studio. Quando non sei con me, ascolto tutte queste orribili voci che la gente mormora su di te. Non so cosa pensare. Perché mai un uomo come il Duca di Berwick lascia la sala di un club non appena entri tu? Perché tanti gentiluomini di Londra né vanno a casa tua né ti invitano nelle loro case? Un tempo eri amico di Lord Staveley. L’ho incontrato a cena la scorsa settimana: il tuo nome è stato menzionato in relazione alle miniature che hai prestato all’esposizione del Dudley. Staveley ha detto che forse hai gusti artistici raffinati, ma che non sei un uomo con cui una ragazza onesta dovrebbe avere a che fare. Gli ho ricordato che sono tuo amico e gli ho chiesto cosa intendesse. Me lo ha detto apertamente, davanti a tutti. È stato orribile. Perché la tua “amicizia” è così pericolosa per i giovani uomini? C’è stato quel povero ragazzo delle Guardie che si è suicidato. Eri suo grande amico. C’è stato Sir Henry Ashton, che ha dovuto lasciare l’Inghilterra con una reputazione macchiata. Tu e lui eravate inseparabili. E poi Adrian Singleton. E la sua terribile fine. E il figlio unico di Lord Kent. Che vita ha ora? Quale gentiluomo vorrebbe frequentarlo?”
“Fermati, Basil. Stai parlando di cose di cui non sai nulla,” disse Dorian Gray, mordendosi il labbro e con un tono di infinito disprezzo nella voce. “Mi chiedi perché Berwick lascia una stanza non appena entro io. È perché so tutto della sua vita, non perché lui sappia qualcosa della mia. Con quel tipo di sangue che scorre nelle sue vene, come potrebbe la sua reputazione essere pulita? Mi chiedi di Henry Ashton e del giovane Perth. Ho forse insegnato al primo i suoi vizi e al secondo le sue dissolutezze? Se il figlio sciocco di Kent prende una donna dalle strade, che cosa c’entro io con questo? Se Adrian Singleton scrive il nome del suo amico su un conto bancario, sono forse io il responsabile? So bene come la gente in Inghilterra chiacchiera. Le classi medie esprimono i loro pregiudizi morali a tavola, sussurrando delle presunte dissolutezze delle persone più nobili, nel tentativo di far credere di appartenere a una società raffinata e di avere rapporti intimi con coloro che diffamano. In questo paese, basta che un uomo abbia distinzione e intelligenza perché tutti inizino a parlare male di lui. E poi, che tipo di vita conducono queste persone che si fanno passare per morali? Caro mio, dimentichi che ci troviamo nel paese natale dell’ipocrita, ”
“Dorian,” esclamò Hallward, “non è questo il punto. So bene che l’Inghilterra sia un posto orribile, e che la società inglese sia completamente sbagliata. È proprio per questo che voglio che tu diventi migliore. Non lo sei stato. Si ha il diritto di giudicare una persona in base all’influenza che esercita sui propri amici. I tuoi amici sembrano aver perso ogni senso di onore, di bontà, di purezza. Hai infuso in loro una follia per il piacere. Li hai portati verso il baratro. Sì: li hai portati lì. Eppure puoi ancora sorridere, proprio come stai facendo ora. E c’è dell’altro ancora. So che tu e Harry siete inseparabili. Sicuramente, per questo motivo, se non per altro, non avresti dovuto usare il nome di sua sorella in modo così spregevole, ”
“Stai attento, Basil. Vai troppo oltre.”
“I must parlare, e tu devi ascoltare. Devi assolutamente ascoltare. Quando hai conosciuto Lady Gwendolen, non c’era ombra di scandalo su di lei. Esiste ancora una donna perbene a Londra che oserebbe passeggiare con lei nel parco? Anche i suoi figli non le sono permessi di vivere con lei. Ci sono altre storie. Storie secondo cui ti si vede uscire all’‘alba da case orribili e nasconderti sotto mentite spoglie nelle peggiori bettole di Londra. Sono vere? Possono essere vere? Quando le ho sentite per la prima volta, ho riso. Ora, invece, mi fanno rabbrividire. E poi c’è la tua famiglia. La vita che conduci lì. Dorian, non sai cosa si dice di te. Non ti dico che non voglio predicarti. Ricordo che Harry disse una volta che tutti quelli che si trasformano in “curati dilettanti” iniziano sempre così, per poi rompere la loro parola. Voglio davvero predicarti. Voglio che tu conduca una vita tale da far rispettare te stesso dal mondo intero. Voglio che tu abbia un nome pulito e una reputazione onesta. Voglio che ti liberi di quelle persone orribili con cui ti frequenti. Non alzare le spalle in quel modo. Non essere così indifferente. Hai un grande potere. Che sia usato per il bene, non per il male. Si dice che corrompi chiunque entri in intimità con te. E che basti il tuo ingresso in una casa perché qualcosa di vergognoso ne derivi. Non so se sia vero. Come potrei saperlo? Ma si dice così di te. Mi vengono raccontate cose che sembrano impossibili da dubitare. Lord Gloucester era uno dei miei migliori amici a Oxford. Mi mostrò una lettera scritta da sua moglie prima di morire, da sola nella sua villa a Mentone. Il tuo nome era menzionato in quella confessione terribile che ho mai letto. Gli dissi che era assurdo. Che ti conoscevo bene e che non eri capace di una cosa del genere. Ti conosco? Mi chiedo se ti conosca davvero, Prima di poter rispondere, dovrei vedere la tua ‘anima, ”
“Vedere la mia ‘anima!” mormorò Dorian Gray, alzandosi dal divano e impallidendo per il terrore.
“Sì,” rispose Hallward con gravità, nella sua voce c’era un profondo dolore, “vedere la tua ‘anima. Ma solo Dio può farlo, ”
Un’amara risata di derisione sfuggì dalle labbra del giovane. “La vedrai tu stesso, stasera!” gridò, afferrando una lampada dal tavolo. “Vieni. È opera tua. Perché non dovresti guardarla? Puoi raccontare tutto al mondo dopo, se vuoi. Nessuno ti crederà. Anche se ci credessero, mi apprezzerebbero ancora di più. Conosco meglio di te l’età che hai. Nonostante tu ne parli in modo così noioso. Vieni. Ne hai parlato abbastanza della corruzione. Ora devi affrontarla faccia a faccia, ”
C’era la follia della orgoglio in ogni parola che pronunciava. Batteva il piede a terra con quel suo modo insolente da ragazzo; provava una gioia terribile all’idea che qualcun altro avrebbe condiviso il suo segreto, e che l’uomo che aveva dipinto quel ritratto, fonte di tutta la sua vergogna, avrebbe dovuto portare per il resto della vita il terribile ricordo di ciò che aveva fatto.
“Sì,” continuò, avvicinandosi a lui e guardandolo negli occhi severi, “ti mostrerò la mia ‘anima. Vedrai quella cosa che pensi possa essere vista solo da Dio.”
Hallward indietreggiò. “È blasfemia, Dorian!” esclamò. “Non devi dire cose del genere. Sono orribili e non significano nulla.”
“Tu lo credi davvero?” rise di nuovo.
“Lo so con certezza. Quanto a ciò che ti ho detto quella notte, l’ho fatto per il tuo bene. Sai che sono sempre stato un amico leale per te.”
“Non toccarmi. Finisci quello che hai da dire.”
Un lampo di dolore attraversò il viso del pittore. Si fermò per un momento, e provò un forte sentimento di compassione. Dopotutto, che diritto aveva di intromettersi nella vita di Dorian Gray? Se avesse fatto anche solo la metà di ciò di cui si diceva su di lui, quante sofferenze doveva aver provato! Poi si raddrizzò e andò vicino al camino, rimanendo lì a guardare i tronchi che bruciavano, con le loro ceneri simili alla brina e il fuoco che pulsava al loro interno.
“Sto aspettando, Basil,” disse il giovane con voce ferma e chiara.
Lui si girò. “Quello che devo dire è questo,” esclamò. “Devi darmi una spiegazione per queste orribili accuse rivolte contro di te. Se mi dici che sono completamente false, da capo a fondo, ti crederò. Negale, Dorian. Non vedi cosa sto passando? Mio Dio, non dirmi che sei cattivo, corrotto e vergognoso.”
Dorian Gray sorrise. Le sue labbra si incurvarono in un sorriso di disprezzo. “Vieni su, Basil,” disse tranquillamente. “Tenho un diario nel quale registro ogni giorno della mia vita, e non lascia mai la stanza in cui viene scritto. Te lo mostrerò se vieni con me.”
“Verrò con te, Dorian, se lo desideri. Vedo che ho perso il treno. Non importa, posso andare domani. Ma non chiedermi di leggere nulla stasera. Tutto ciò che voglio è una risposta semplice alla mia domanda.”
“Ti verrà data la risposta di sopra. Non potevo dartela qui. Non dovrai leggere a lungo.”
CAPITOLO 13
Uscì dalla stanza e iniziò a salire le scale; Basil Hallward lo seguiva da vicino. Camminavano in silenzio, come fanno istintivamente gli uomini di notte. La lampada proiettava ombre strane sul muro e sulla scala; un vento crescente faceva tremare alcune finestre.
Quando raggiunsero il piano superiore, Dorian posò la lampada a terra, prese la chiave e la infilò nella serratura. “Insisti davvero a saperlo, Basil?” chiese a bassa voce.
“Sì.”
“Ne sono felice,” rispose lui sorridendo. Poi aggiunse, con tono un po’ severo: “Sei l’unica persona al mondo che ha il diritto di sapere tutto su di me. Hai avuto un ruolo più importante nella mia vita di quanto tu possa immaginare, ” Prese la lampada e aprì la porta; una corrente d’aria fredda li investì, e la luce si accese per un istante in un bagliore arancione scuro. Dorian rabbrividì. “Chiudi la porta dietro di te,” sussurrò, posando la lampada sul tavolo.
Hallward guardò intorno con espressione perplessa. La stanza sembrava non essere stata abitata da anni: un tappeto fiammingo sbiadito, un quadro coperto da una tenda, un vecchio armadio italiano e uno scaffale quasi vuoto. Non c’era molto, a parte una sedia e un tavolo. Mentre Dorian Gray accendeva una candela mezza consumata sul camino, notò che tutto era coperto di polvere e che il tappeto presentava dei buchi; un topo correva dietro la cornice del muro. C’era anche un odore umido di muffa.
“Quindi pensi che solo Dio possa vedere l’anima, Basil? Tira indietro quella tenda e vedrai la mia, ”
La voce era fredda e crudele. “Sei pazzo, Dorian, o stai recitando una parte,” mormorò Hallward, corrugando la fronte.
“Non vuoi farlo? Allora dovrò farlo da solo, ” disse il giovane, strappando la tenda dalla sua barra e gettandola a terra.
Un grido di orrore sfuggì dalle labbra del pittore: nella penombra, vide sul quadro il volto orribile di Dorian Gray che gli sorrideva. C’era qualcosa nel suo sguardo che lo riempì di disgusto e odio. Per Dio, era proprio il viso di Dorian! L’orrore, però, non aveva ancora completamente distrutto quella meravigliosa bellezza: i capelli radi conservavano ancora un tocco d’oro, le labbra sensuali un colore rosso scarlatto. Gli occhi umidi mantenevano ancora il loro colore azzurro. Sì, era proprio Dorian. Ma chi aveva fatto tutto ciò? Sembrava riconoscere la propria mano nell’esecuzione dei dettagli. E il quadro stesso era stato realizzato secondo i suoi disegni. L’idea era orribile, ma provava paura. Prese la candela accesa e la avvicinò al dipinto. Nell’angolo sinistro c’era scritto il suo nome, tracciato con lettere rosso vivo.
Era una qualche oscena parodia, una qualche infame e ignobile satira. Lui non aveva mai fatto nulla del genere. Eppure era la sua stessa immagine. Lo sapeva, e sentiva come se il suo sangue si fosse improvvisamente trasformato da fuoco in ghiaccio vischioso. La sua stessa immagine. Cosa significava? Perché era cambiata? Si girò a guardare Dorian Gray con gli occhi di un uomo malato. Le sue labbra tremavano, e la sua lingua arsa sembrava incapace di articolare parole. Si passò una mano sulla fronte: era bagnata di sudore freddo e appiccicoso.
Il giovane era appoggiato allo scaffale del camino, a osservarlo con quell’espressione strana che si vede sul viso di chi è completamente assorbito da un’opera teatrale quando un grande artista sta recitando. Non c’era né vera tristezza né vera gioia nei suoi occhi. Solo l’entusiasmo dello spettatore, forse accompagnato da un barlume di trionfo. Aveva tolto il fiore dal proprio cappotto e lo stava annusando, o fingeva di farlo.
“Cosa significa tutto questo?” gridò finalmente Hallward. La sua stessa voce gli sembrava stridula e insolita nelle orecchie.
“Anni fa, quando ero un ragazzo,” disse Dorian Gray, schiacciando il fiore nella sua mano, “mi hai conosciuto, mi hai lusingato e mi hai insegnato ad essere vanitoso della mia bellezza. Un giorno mi hai presentato un tuo amico, che mi ha spiegato la magnificenza della giovinezza; inoltre, hai completato il mio ritratto, rivelandomi la misteriosità della bellezza. In un momento di follia, che, anche ora, non so se rimpianga o meno, ho fatto un desiderio, forse potresti chiamarlo una preghiera, ”
“Me lo ricordo! Oh, quanto me lo ricordo bene! No, è impossibile. La stanza è umida; il telaio del ritratto è infestato di muffa. I colori che ho usato contenevano qualche orribile sostanza minerale velenosa. Te lo dico: è impossibile.”
“Ah, cosa può essere considerato impossibile?” mormorò il giovane, avvicinandosi alla finestra e appoggiando la fronte al vetro freddo e offuscato dalla nebbia.
“Mi hai detto di aver distrutto quel ritratto, ”
“Mi sbagliavo. È stato quel ritratto a distruggermi.”
“Non credo che si tratti del mio dipinto, ”
“Non riesci forse a vedere il tuo ideale in esso?” disse Dorian con amarezza.
“Il mio ideale, come lo chiami tu, ”
“Come lo hai chiamato tu, ”
“Non c’era nulla di malvagio in tutto ciò, nulla di vergognoso. Tu eri per me un ideale che non incontrerò mai più. Questo è il volto di un satiro.”
“È il volto della mia ‘anima.”
“Cristo! Quanto devo aver adorato questa cosa. Ha gli occhi di un demone.”
“Ognuno di noi porta in sé il cielo e l’inferno, Basil,” gridò Dorian con un gesto disperato.
Hallward si voltò di nuovo verso il ritratto e lo fissò. “Mio Dio! Se è vero, ”, esclamò, “se davvero questo è ciò che hai fatto della tua vita, allora devi essere ancora peggiore di quanto coloro che parlano contro di te possano immaginare!” Sollevò di nuovo la candela verso la tela e l’esaminò attentamente. La superficie sembrava del tutto intatta, esattamente come l’aveva lasciata. Era chiaramente dall’interno che provenivano quella corruzione e quell’orrore: attraverso qualche strana intensificazione della sua vita interiore, le “lebbra” del peccato stavano lentamente distruggendo quel ritratto. Il marcire di un cadavere in una tomba piena d’acqua non era nemmeno paragonabile a questa scena orribile.
La sua mano tremò; la candela cadde dal supporto e si spense sul pavimento. Lui la schiacciò con il piede, poi si lasciò cadere sulla sedia traballante accanto al tavolo e nascose il viso tra le mani.
“Dio mio, Dorian, che lezione. Che terribile lezione!” Non ci fu risposta, ma si poteva sentire il giovane singhiozzare alla finestra. “Prega, Dorian, prega, ” mormorò. “Che cosa si insegna a dire nell’infanzia? ‘Non indurci nella tentazione. Perdona i nostri peccati. Lavaci dai nostri misfatti.’ Diciamolo insieme. La preghiera della tua orgoglio è stata ascoltata. Anche la preghiera del tuo pentimento verrà ascoltata. Ti ho adorato troppo. Ne pago le conseguenze. E tu hai adorato te stesso troppo. Entrambi ne paghiamo le conseguenze.”
Dorian Gray si girò lentamente, guardandolo con occhi pieni di lacrime. “È troppo tardi, Basil, ” mormorò.
“Non è mai troppo tardi, Dorian. Mettiamoci in ginocchio e proviamo a ricordare una preghiera. Non c’è forse un versetto che dice: ‘Anche se i tuoi peccati sono rossi come il sangue, io li renderò bianchi come la neve’?”
“Quei parole ormai non significano nulla per me, ”
“Taci. Non dire così. Hai commesso abbastanza male nella tua vita. Mio Dio. Non vedi quella cosa maledetta che ci sta fissando?”
Dorian Gray gettò un’occhiata al dipinto, e all’improvviso provò un sentimento incontrollabile di odio per Basil Hallward, come se quell’immagine sulla tela glielo avesse suggerito, come se quelle labbra sorridenti glielo avessero sussurrato all’orecchio. Le folli passioni di un animale braccato si risvegliarono in lui; odiava quell’uomo seduto al tavolo più di quanto avesse mai odiato qualcosa in tutta la sua vita. Guardò intorno disperatamente. Qualcosa brillava sul cassetto dipinto di fronte a lui. I suoi occhi lo individuarono: era un coltello che aveva portato lì alcuni giorni prima per tagliare un pezzo di corda, ma se n’era dimenticato di prendere con sé. Si avvicinò lentamente, passando accanto a Hallward; non appena gli fu alle spalle, lo afferrò e si girò di scatto. Hallward si mosse sulla sedia, come se stesse per alzarsi. Lui gli si gettò addosso e conficcò il coltello nella vena grande dietro l’orecchio, schiacciandogli la testa contro il tavolo e pugnalando ancora e ancora.
Si udì un gemito soffocato e il terribile suono di qualcuno che stava soffocando nel sangue. Tre volte le braccia tese si alzarono convulsivamente, agitando mani grottesche e rigide nell’aria. Lui lo pugnalò altre due volte, ma l’uomo non si mosse. Qualcosa iniziò a gocciolare sul pavimento. Aspettò un momento, continuando a premere la testa a terra; poi gettò il coltello sul tavolo e ascoltò. Non sentiva nulla, solo quel gocciolio sul tappeto logoro. Aprì la porta e uscì sul corridoio: la casa era completamente silenziosa. Nessuno c’era. Per qualche secondo rimase in piedi, appoggiato alla balaustra, a guardare giù nel buio profondo di quella oscura “prigione”. Poi prese la chiave e tornò nella stanza, chiudendosi dentro a chiave.
Quell’uomo era ancora seduto sulla sedia, curvo sopra il tavolo con la testa bassa. Se non fosse stato per quella ferita rossa e irregolare sul collo e per quel lago di sangue nero che si stava lentamente allargando sul tavolo, si sarebbe potuto pensare che quell’uomo stesse semplicemente dormendo.
Com’era tutto accaduto così in fretta. Si sentiva stranamente calmo. Andò alla finestra, la aprì e uscì sul balcone. Il vento aveva spazzato via la nebbia; il cielo sembrava la coda di un enorme pavone, punteggiato da migliaia di stelle dorate. Guardò giù e vide il poliziotto che faceva il suo giro, illuminando con il faro le porte delle case silenziose. Un fiocco rosso di una vettura a noleggio lampeggiò all’angolo, poi scomparve. Una donna, avvolta in uno scialle fluttuante, si muoveva lentamente lungo la ringhiera, barcollando. Di tanto in tanto si fermava e guardava indietro; una volta iniziò a cantare con voce rauca. Il poliziotto le si avvicinò e le disse qualcosa; lei si allontanò ridendo. Un soffio gelido attraversò la piazza; i lampioni a gas tremolarono e diventarono blu; gli alberi spogli scossero le loro braccia nere. Rabbrividì e tornò dentro, chiudendo la finestra dietro di sé.
Arrivato alla porta, girò la chiave e l’aprì. Non guardò nemmeno il cadavere dell’uomo assassinato. Sentiva che il segreto di tutto ciò non stava nel rendersi conto della realtà. Quel “amico” che aveva dipinto quel ritratto fatale, responsabile di tutta la sua sofferenza, era ormai scomparso dalla sua vita. E questo era sufficiente.
Poi si ricordò della lampada. Era una lampada piuttosto curiosa, realizzata in argento opaco con arabeschi in acciaio lucido e incastonata di turchesi grezzi. Forse il suo servitore se ne sarebbe accorto e avrebbero iniziato a fare domande. Esitò per un momento, poi tornò indietro e la prese dal tavolo. Non poté fare a meno di guardare quel cadavere. Quanto era immobile. Quanto erano pallide quelle lunghe mani. Sembrava una terribile statua di cera.
Dopo aver chiuso la porta alle sue spalle, scese silenziosamente le scale. I legni scricchiolavano, come se provassero dolore. Si fermò più volte, aspettando. No: tutto era tranquillo; era soltanto il suono dei suoi passi.
Quando arrivò in biblioteca, vide la borsa e il cappotto nell’angolo. Dovevano essere nascosti da qualche parte. Aprì una cassaforte segreta nascosta nel rivestimento della parete, dove teneva i propri travestimenti curiosi, e li mise lì dentro. Poteva bruciarli facilmente in seguito. Poi tirò fuori l’orologio: mancavano venti minuti alle due.
Si sedette e iniziò a riflettere. Ogni anno – quasi ogni mese – in Inghilterra uomini venivano strangolati per ciò che lui aveva fatto. C’era stata un’ondata di omicidi. Qualche “stella rossa” doveva essersi avvicinata troppo alla Terra. Eppure, quali prove c’erano contro di lui? Basil Hallward era uscito di casa alle undici; nessuno lo aveva visto rientrare. La maggior parte dei domestici si trovava a Selby Royal; il suo valletto era andato a letto. Parigi! Sì, Basil era partito per Parigi, con il treno di mezzanotte, come aveva previsto. Con le sue abitudini riservate e curiose, sarebbero trascorsi mesi prima che qualcuno iniziasse a sospettare. Mesi! Tutto poteva essere distrutto molto prima di allora.
Un’idea improvvisa gli balenò in mente. Indossò il cappotto di pelliccia e il cappello, poi uscì nel corridoio. Lì si fermò: sentiva i passi lenti e pesanti del poliziotto sul marciapiede esterno, e vide il bagliore della torcia riflettersi nella finestra. Aspettò, trattenendo il respiro. Dopo alcuni istanti aprì la porta e uscì silenziosamente, richiudendola con delicatezza alle sue spalle. Poi iniziò a suonare il campanello. Dopo circa cinque minuti, il suo valletto apparve, ancora mezzo vestito e sembrava molto assonnato.
“Mi dispiace di aver dovuto svegliarti, Francis,” disse entrando nella stanza; “ma avevo dimenticato la mia chiave. Che ora è?”
“Sono le dieci e venti, signore,” rispose l’uomo, guardando l’orologio e battendo le palpebre.
“Le dieci e venti? Che orrore. Devi svegliarmi alle nove di domani; ho del lavoro da fare.”
“Va bene, signore.”
“Qualcuno ha chiamato stasera?”
“Il signor Hallward, signore. È rimasto qui fino all’undici, poi è andato a prendere il treno.”
“Oh. Mi dispiace di non averlo incontrato. Ha lasciato qualche messaggio?”
“No, signore; solo che vi avrebbe scritto da Parigi se non vi avesse trovato al club.”
“Va bene, Francis. Non dimenticare di chiamarmi alle nove domani.”
“No, signore.”
L’uomo si allontanò barcollando nei suoi pantofole lungo il corridoio.
Dorian Gray gettò cappello e cappotto sul tavolo e andò in biblioteca. Per un quarto d’ora camminò avanti e indietro nella stanza, mordendosi il labbro e pensando. Poi prese il “Blue Book” da uno scaffale e iniziò a sfogliarne le pagine. “Alan Campbell, 152, Hertford Street, Mayfair, ” Sì. Quell’uomo era proprio quello che cercava.
CAPITOLO 14
Alle nove di quella mattina, il suo servitore entrò con una tazza di cioccolato su un vassoio e aprì le persiane. Dorian dormiva tranquillamente, sdraiato sul lato destro, con una mano sotto la guancia; sembrava un ragazzo stanco per via dei giochi o degli studi.
L’uomo dovette toccargli la spalla due volte prima che si svegliasse. Quando aprì gli occhi, un debole sorriso gli apparve sulle labbra, come se fosse stato immerso in un sogno delizioso. Ma in realtà non aveva sognato affatto. La sua notte era trascorsa senza alcuna immagine di piacere né di dolore. Tuttavia, la gioventù sorride spesso senza motivo. È uno dei suoi maggiori incanti.
Si girò, appoggiandosi sul gomito, e iniziò a sorseggiare il cioccolato. Il caldo sole di novembre inondava la stanza; il cielo era sereno e l’aria era piacevolmente tiepida. Sembrava quasi una mattina di maggio.
Gradualmente, i ricordi della notte precedente iniziarono a riaffiorare nella sua mente con terribile chiarezza. Rabbrividì al pensiero di tutto ciò che aveva sofferto. Per un momento, provò di nuovo quell’odio per Basil Hallward che lo aveva spinto a ucciderlo. Ma poi quel sentimento svanì. Il morto era ancora lì, sotto la luce del sole. Che orrore! Simili cose appartenevano all’oscurità, non al giorno.
Sentiva che se avesse continuato a riflettere su ciò che aveva vissuto, sarebbe impazzito. C’erano peccati i cui effetti negativi derivavano più dal ricordo che dall’atto stesso di commetterli. C’erano “trionfi” strani che soddisfacevano l’orgoglio più delle passioni stesse, e che donavano all’intelligenza una gioia intensa. Ma questo non era uno di quei casi. Era qualcosa da scacciare dalla mente. Qualcosa per cui bisognava usare i narcotici o la violenza.
Quando trascorsero trenta minuti, si passò una mano sulla fronte, poi si alzò in fretta e si vestì con particolare cura, scegliendo con attenzione cravatta e spilla da cravatta, e cambiando più volte gli anelli. Trascorse anche molto tempo a colazione: assaggiò vari piatti, parlò con il suo servitore di alcune nuove divise per i domestici di Selby, e lesse la sua corrispondenza. Alcune lettere lo fecero sorridere; altre lo annoiarono. Una la lesse più volte, poi la strappò via, con un leggero gesto di irritazione sul viso, “Quell’orrore, il ricordo di una donna, ” come aveva detto una volta Lord Henry.
Dopo aver bevuto la sua tazza di caffè nero, si pulì lentamente le labbra con un fazzoletto, fece segno al servitore di aspettare, andò alla scrivania e scrisse due lettere. Una se la mise in tasca, l’altra la diede al servitore.
“Porta questo messaggio al numero 152 di Hertford Street, da Francis; se il signor Campbell non è in città, procurami il suo indirizzo.”
Non appena rimase solo, accese una sigaretta e iniziò a disegnare su un foglio di carta: prima dipinse fiori e dettagli architettonici, poi volti umani. All’improvviso si rese conto che ogni volto che disegnava assomigliava in modo straordinario a Basil Hallward. Sorrise, si alzò, andò verso lo scaffale e prese a caso un libro. Decise di non pensare a ciò che era accaduto fino a quando non fosse stato assolutamente necessario farlo.
Si sdraiò sul divano e guardò la copertina del libro: si trattava di “Emaux et Camees” di Gautier, nell’edizione in carta giapponese di Charpentier, con incisioni di Jacquemart. La rilegatura era in pelle di colore verde limone, decorata con intagli dorati a forma di graticcio e piccole bacche di melograno. Gliel’aveva regalato Adrian Singleton. Mentre sfogliava il libro, i suoi occhi si posarono su un poema che parlava della mano di Lacenaire, quella mano gialla fredda, “ancora poco lavata dal dolore”, con i peli rossi e morbidi e le dita “da animale selvatico”. Guardò le proprie dita bianche e sottili, rabbrividendo involontariamente, e continuò a leggere fino ad arrivare a quei meravigliosi versi su Venezia:
“Su una scala cromatica,
il seno di perle scorre come un ruscello;
la Venus dell’Adriatico
esce dall’acqua con il suo corpo rosa e bianco.
Le cupole, sull’azzurro delle onde,
si ergono seguendo linee pure e armoniose,
come gole rotonde sollevate da un sospiro d’amore.
La barca approda e mi deposita
di fronte a una facciata rosa,
sul marmo di una scalinata, ”
Che meraviglia! Mentre leggeva, sembrava di fluttuare lungo i canali verdi della città fatta di rosa e perle, seduto in una gondola nera con prua d’argento e tende che si muovevano al vento. Le linee del testo gli ricordavano quelle strisce di blu turchese che si estendono lungo il Lido. I bagliori di colore gli facevano pensare agli uccelli dai colli adornati con opali e iris che volteggiavano intorno al maestoso Campanile, o che camminavano con grazia solenne tra le arcate buie e polverose. Appoggiandosi allo schienale e chiudendo gli occhi a metà, continuava a ripetere tra sé:
“Di fronte a una facciata rosa,
sul marmo di una scalinata, ”
L’intera Venezia era racchiusa in quelle due righe. Ricordò l’autunno trascorso lì e un amore meraviglioso che lo aveva spinto a compiere gesti folli e deliziosi. Ovunque c’era romanzo. Ma Venezia, come Oxford, lasciava il “fondo” come elemento essenziale per il romanzo; per un vero romantico, il “fondo” era tutto, o quasi tutto. Basil era stato con lui per una parte di quel tempo e aveva perso la testa per Tintoret. Povero Basil. Che modo orribile per morire.
Sospirò, riprese il libro e cercò di dimenticare. Lesse di quelle rondini che volano avanti e indietro nel piccolo caffè di Smirne, dove gli Hadji siedono a contare le loro perle d’ambra, mentre i mercanti con il turbante fumano le loro lunghe pipe a frange e parlano seri tra loro; lesse dell’Obelisco in Place de la Concorde che versa “lacrime” di granito nel suo solitario esilio senza luce, desideroso di tornare presso il caldo Nilo coperto di loto, dove ci sono sfingi, ibis rossi come rose, avvoltoi bianchi con artigli dorati e coccodrilli con piccoli occhi di berillo che strisciano sul fango verde e fumante; iniziò a riflettere su quei versi che, traggendo musica dal marmo macchiato di baci, raccontano di quella curiosa statua che Gautier paragona a una voce contralto, quel “monstre charmant” che riposa nella sala di porfiro del Louvre. Ma dopo un po’ il libro gli cadde di mano. Diventò nervoso e lo assalì un terribile attacco di paura: e se Alan Campbell fosse uscito dall’Inghilterra? Ci sarebbero voluti giorni prima che potesse tornare. Forse avrebbe rifiutato di farlo. Cosa avrebbe potuto fare allora? Ogni momento era di vitale importanza.
Un tempo erano stati grandi amici, cinque anni prima, quasi inseparabili. Poi quell’intimità finì improvvisamente. Ora, quando si incontravano in società, solo Dorian Gray sorrideva: Alan Campbell non lo faceva mai.
Era un giovane estremamente intelligente, anche se non possedeva una vera apprezzazione per le arti visive; tutto il poco senso della bellezza che aveva nella poesia lo aveva acquisito interamente grazie a Dorian. La sua principale passione intellettuale era la scienza. A Cambridge aveva trascorso molto del suo tempo in laboratorio e aveva ottenuto ottimi risultati nel corso di studi di Scienze Naturali del suo anno. Infatti, continuava a dedicarsi allo studio della chimica e possedeva persino un proprio laboratorio, dove si chiudeva tutto il giorno, con grande fastidio di sua madre, che sperava ardentemente che lui si candidasse al Parlamento e aveva l’idea vaga che un chimico fosse una persona che preparava ricette. Tuttavia, era anche un eccellente musicista; suonava sia il violino che il pianoforte meglio della maggior parte degli amatori. Fu proprio la musica a farli incontrare per la prima volta, lui e Dorian Gray: la musica e quell’attrazione indefinibile che Dorian sembrava essere in grado di esercitare ogni volta che lo desiderava, e, in effetti, lo faceva spesso senza nemmeno rendersene conto. Si erano conosciuti alla serata in cui Rubinstein aveva suonato da Lady Berkshire, e da allora si vedevano sempre insieme all’opera o ovunque ci fosse buona musica. Per diciotto mesi la loro intimità durò. Campbell trascorreva sempre il suo tempo a Selby Royal o in Grosvenor Square. Per lui, come per molti altri, Dorian Gray rappresentava tutto ciò che c’è di meraviglioso e affascinante nella vita. Nessuno sapeva se fossero mai stati in lite. Ma improvvisamente la gente notò che quasi non parlavano quando si incontravano, e che Campbell sembrava sempre andarsene presto da qualsiasi evento a cui partecipasse Dorian Gray. Anche lui era cambiato: a volte appariva stranamente melancolico, sembrava quasi non apprezzare più la musica e non suonava mai personalmente, adducendo come scusa il fatto che fosse troppo impegnato nella scienza per avere tempo da dedicare allo studio musicale. E questo era certamente vero: ogni giorno mostrava un interesse sempre maggiore per la biologia, e il suo nome compariva più volte in alcune riviste scientifiche riguardo a strani esperimenti che stava conducendo.
Quell’uomo era proprio quello che Dorian Gray aspettava. Ogni secondo guardava l’orologio. Man mano che i minuti passavano, diventava sempre più agitato. Alla fine si alzò e iniziò a camminare avanti e indietro nella stanza, come una bellissima creatura rinchiusa in gabbia. I suoi passi erano lunghi e silenziosi. Le sue mani erano stranamente fredde.
L’attesa divenne insopportabile. Il tempo sembrava avanzare con estrema lentezza, mentre lui veniva spinto da venti terribili verso il bordo tagliente di una voragine nera. Sapeva cosa lo aspettava là; in effetti, lo vedeva. E, tremando, si strinse le palpebre ardenti con le mani umide, come se volesse privarsi della vista stessa e far rientrare gli occhi nella loro grotta. Ma era inutile: il cervello aveva già il proprio “cibo” su cui nutrirsi. E l’immaginazione, resa grottesca dal terrore, si contorceva e si distorceva come una creatura viva sotto l’effetto del dolore; danzava come una brutta marionetta su un palo. E rideva attraverso maschere mobili. Poi, all’improvviso, il tempo smise di scorrere per lui. Sì: quella cosa cieca e lenta non avanzò più. E i pensieri orribili, ora che il tempo era “morto”, corsero veloci davanti a lui, trascinando con sé un futuro spaventoso fuori dalla sua tomba e mostrandoglielo. Lui lo fissò. Il suo stesso orrore lo trasformò in pietra.
Finalmente la porta si aprì e il suo servitore entrò. Lui girò verso di lui occhi vitrei.
“Signor Campbell, signore,” disse l’uomo.
Un sospiro di sollievo gli sfuggì dalle labbra aride. E il colore tornò sulle sue guance.
“Chiedigli di entrare immediatamente, Francis.” Si sentiva di nuovo se stesso; quell’atteggiamento di codardia era ormai svanito.
L’uomo si inchinò e se ne andò. Pochi momenti dopo, Alan Campbell entrò, con un’espressione molto severa e il viso pallido; quella palidezza risaltava ancora di più i suoi capelli neri come il carbone e le sopracciglia scure.
“Alan. È molto gentile da parte tua. Grazie per essere venuto.”
“Avevo intenzione di non entrare mai più nella tua casa, Gray. Ma hai detto che si trattava di una questione di vita o di morte.” La sua voce era dura e fredda; parlava lentamente, con deliberazione. Nel suo sguardo c’era disprezzo mentre fissava Dorian. Teneva le mani nelle tasche del suo cappotto di Astrakhan e sembrava non aver notato il gesto con cui era stato accolto.
“Sì. Si tratta davvero di una questione di vita o di morte, Alan. E per più persone. Siediti.”
Campbell prese una sedia vicino al tavolo; Dorian si sedette di fronte a lui. Gli occhi dei due uomini si incrociarono. In quelli di Dorian c’era un’infinita compassione. Sapeva che ciò che stava per fare era terribile.
Dopo un momento di teso silenzio, si sporse in avanti e disse, molto piano, osservando attentamente l’effetto che ogni parola aveva sul volto della persona che aveva chiamato: “Alan, in una stanza chiusa a chiave al piano di sopra di questa casa, una stanza a cui nessuno oltre a me ha accesso, c’è un uomo morto seduto a un tavolo. È morto da dieci ore ormai. Non muoverti e non guardarmi in quel modo. Chi sia quell’uomo, perché è morto, come è morto, queste cose non ti riguardano. Quello che devi fare è, ”
“Basta, Gray. Non voglio sapere nient’altro. Che quello che mi hai detto sia vero o falso non mi interessa affatto. Rifiuto categoricamente di essere coinvolto nella tua vita. Tieniti i tuoi orribili segreti per te. Non m’interessano più.”
“Alan, devi assolutamente interessarti a questa faccenda. Questo caso deve necessariamente attirare la tua attenzione. Mi dispiace terribilmente per te, Alan, ma non posso fare altrimenti. Tu sei l’unico che può salvarmi. Non ho altra scelta. Alan, tu sei un uomo di scienza: conosci la chimica e simili cose. Hai fatto esperimenti. Quello che devi fare è distruggere quella cosa che si trova al piano di sopra. Distruggerla completamente, in modo che non rimanga nemmeno traccia di essa. Nessuno ha visto entrare questa persona nella casa. In realtà, al momento dovrebbe essere a Parigi. Non verrà mancato per mesi. Quando si renderanno conto della sua scomparsa, qui non dovrà esserci alcuna traccia di lui. Tu, Alan, devi trasformare lui e tutto ciò che gli appartiene in una manciata di ceneri, così che io possa disperderle nell’aria, ”
“Sei pazzo, Dorian, ”
“Ah! Aspettavo proprio che mi chiamassi Dorian, ”
“Sei pazzo. Pazzo a pensare che potrei anche solo muovere un dito per aiutarti. Pazzo ad ammettere una cosa così orribile. Non avrò nulla a che fare con questa faccenda, qualunque essa sia. Pensi davvero che metterei a rischio la mia reputazione per te? Che importanza ha per me tutto questo schifo in cui ti stai imbarcando?”
“Era un suicidio, Alan, ”
“Ne sono felice. Ma chi lo ha spinto a farlo? Immagino tu, ”
“Rifiuti ancora di aiutarmi?”
“Certo che rifiuto. Non avrò assolutamente nulla a che fare con questa faccenda. Non mi interessa affatto la vergogna che potresti subire. La meriti tutta. Non mi dispiacerebbe affatto vederti umiliato, pubblicamente umiliato. Come osi chiedermi, proprio a me, di coinvolgermi in un simile orrore? Avrei dovuto immaginare che conoscessi meglio il carattere delle persone. Il tuo amico Lord Henry Wotton non deve avergli insegnato molto sulla psicologia. Ma nulla mi convincerà a muovere un dito per aiutarti. Sei venuto dalla persona sbagliata. Vai dai tuoi amici. Non venire da me, ”
“Alan. Era omicidio. L’ho ucciso. Non sai quanto soffrivo a causa sua. Qualunque sia la mia vita, lui ne ha influenzato in modo determinante lo svolgimento. Forse non l’intendeva, ma il risultato è stato lo stesso, ”
“Omicidio. Mio Dio, Dorian. È davvero arrivato a questo punto? Non ti denuncierò. Non è affar mio. Inoltre, senza il mio intervento, sarai sicuramente arrestato. Nessuno commette un crimine senza commettere qualche errore. Ma non avrò nulla a che fare con questa faccenda, ”
“Devi essere coinvolto in questa faccenda. Aspetta un attimo, ascoltami. Alan, ti prego solo di eseguire un certo esperimento scientifico. Vai negli ospedali e nei luoghi dove vengono conservati i cadaveri, e le cose orribili che fai lì non ti influenzano affatto. Se in qualche terribile sala di dissezione o laboratorio malsano trovassi quest’uomo disteso su un tavolo di piombo, con dei canali scavati per far scorrere il sangue, lo considereresti semplicemente un soggetto ideale per i tuoi esperimenti. Non batteresti ciglio. Non penseresti nemmeno di stare facendo qualcosa di sbagliato. Anzi, probabilmente sentiresti di essere di aiuto all’umanità, di contribuire allo sviluppo della conoscenza o di soddisfare la tua curiosità intellettuale. Quello che ti chiedo è semplicemente ciò che hai già fatto molte volte in passato. Dopotutto, distruggere un corpo dovrebbe essere molto meno orribile di ciò a cui sei abituato. E ricorda: quella è l’unica prova contro di me. Se dovesse essere scoperta, sono spacciato. E sicuramente verrà scoperta, a meno che tu non mi aiuti.”
“Non ho alcun desiderio di aiutarti. Lo dimentichi. Sono semplicemente indifferente a tutta questa faccenda; non ha nulla a che fare con me.”
“Alan, te lo supplico. Pensa alla mia situazione. Proprio prima del tuo arrivo, sono quasi svenuta per il terrore. Forse un giorno anche tu proverai quel terrore. No! Non pensarci. Considera la questione soltanto dal punto di vista scientifico. Non ti chiedi da dove provengano gli oggetti su cui fai esperimenti. Ora non farlo. Ti ho già detto troppo. Ma ti prego, fallo. Un tempo eravamo amici, Alan, ”
“Non parlare di quei giorni, Dorian. Sono finiti.”
“I morti a volte ritornano. Quell’uomo di sopra non se ne andrà mai. È seduto al tavolo, con la testa bassa e le braccia aperte. Alan! Alan! Se non vieni ad aiutarmi, sono rovinata. Mi impiccheranno, Alan. Non capisci? Mi impiccheranno per ciò che ho fatto, ”
“Non ha senso prolungare questa situazione. Rifiuto assolutamente di fare qualsiasi cosa in merito. È pazzesco da parte tua chiedermelo, ”
“Rifiuti?”
“Sì.”
“Te lo supplico, Alan, ”
“È inutile.”
Lo stesso sguardo di compassione apparve negli occhi di Dorian Gray. Poi allungò la mano, prese un foglio di carta e vi scrisse qualcosa. Lo rilesse due volte, lo piegò con cura e lo spinse attraverso il tavolo. Dopo aver fatto questo, si alzò e andò vicino alla finestra.
Campbell lo guardò sorpreso, poi prese il foglio e lo aprì. Mentre lo leggeva, il suo viso divenne pallidissimo e si lasciò cadere sulla sedia; provò un terribile senso di malessere. Gli sembrava che il suo cuore stesse battendo all’impazzata, come se volesse uscire da qualche vuoto oscuro dentro di lui.
Dopo due o tre minuti di terribile silenzio, Dorian si avvicinò e gli si mise alle spalle, posandogli una mano sulla spalla.
“Mi dispiace tantissimo per te, Alan,” mormorò, “ma non mi lasci altra scelta. Ho già scritto una lettera. Ecco qui. Vedi l’indirizzo. Se non mi aiuti, dovrò inviarla. So quale sarà il risultato. Ma tu mi aiuterai. Ora è impossibile che tu rifiuti. Ho cercato di risparmiarti. Falmi la giustizia di ammetterlo. Sei stato crudele, offensivo. Mi hai trattato in modo che nessun uomo avrebbe mai osato farlo. Io ho sopportato tutto. Ora tocca a me imporre le condizioni.”
Campbell nascose il viso tra le mani; un brivido lo attraversò.
“Sì, ora è il mio turno di imporre le condizioni, Alan. Le conosci già. È molto semplice. Vieni, non lasciarti prendere dalla frenesia. Deve essere fatto. Affrontalo e fallo.”
Un gemito sfuggì dalle labbra di Campbell; tremava in tutto il corpo. Il ticchettio dell’orologio sul caminetto sembrava dividere il tempo in frammenti di agonia, ognuno dei quali insopportabile. Sentiva come se un anello di ferro gli venisse lentamente stretto intorno alla fronte. Come se la vergogna che lo minacciava fosse già su di lui. La mano sulla sua spalla pesava come piombo. Era insopportabile. Sembrava schiacciarlo.
“Vieni, Alan. Devi decidere subito, ”
“Non posso farlo, ” disse, meccanicamente, come se le parole potessero cambiare qualcosa.
“Devi. Non hai altra scelta. Non indugiare, ”
Esitò per un momento. “C’è un gas nel piano di sopra?”
“Sì, c’è una stufa a gas con isolamento in amianto, ”
“Dovrò andare a casa e prendere alcune cose dal laboratorio, ”
“No, Alan. Non devi lasciare la casa. Scrivi su un foglio di carta ciò che ti serve. Il mio servitore prenderà un taxi per portartele indietro, ”
Campbell scrisse qualche riga, le cancellò e indirizzò l’invio al suo assistente. Dorian lesse attentamente il messaggio, poi suonò il campanello e lo diede al proprio valletto, ordinandogli di tornare il prima possibile con gli oggetti richiesti.
Quando la porta d’ingresso si chiuse, Campbell iniziò a tremare nervosamente; si alzò dalla sedia e andò vicino al caminetto. Tremava come se avesse la febbre. Per quasi venti minuti, nessuno dei due parlò. Una mosca ronzava rumorosamente nella stanza. Il ticchettio dell’orologio sembrava il battito di un martello.
Quando l’orologio suonò le dodici, Campbell si girò e vide che negli occhi di Dorian Gray c’erano lacrime. C’era qualcosa nella purezza e nella delicatezza di quel volto triste che sembrava infuriarlo, “Sei infame. Assolutamente infame!” mormorò.
“Taci, Alan. Mi hai salvato la vita, ” disse Dorian.
“La tua vita? Mio Dio. Che vita è mai quella! Sei passato da una corruzione all’altra. E ora hai raggiunto il culmine del crimine. Facendo ciò che sto per fare, ciò che mi costringi a fare, non penso affatto alla tua vita, ”
“Ah, Alan,” mormorò Dorian con un sospiro, “vorrei che tu provassi anche solo un millesimo della compassione che io provo per te.” Si girò mentre parlava e rimase a guardare il giardino. Campbell non rispose.
Dopo circa dieci minuti bussarono alla porta; il servitore entrò portando con sé un grande baule di legno di mogano pieno di sostanze chimiche, insieme a un lungo rotolo di filo d’acciaio e platino e due pinze di ferro dalle forme piuttosto strane.
“Devo lasciare queste cose qui, signore?” chiese a Campbell.
“Sì,” rispose Dorian. “E temo, Francis, che abbia un altro incarico per te. Come si chiama l’uomo di Richmond che fornisce orchidee a Selby?”
“Harden, signore.”
“Esatto. Harden. Devi andare immediatamente a Richmond, incontrarti personalmente con Harden e fargli mandare il doppio delle orchidee che avevo ordinato, e che ci siano il minor numero possibile di quelle bianche. Anzi, non ne voglio affatto. È una bella giornata, Francis. Altrimenti non ti avrei disturbato.”
“Nessun problema, signore. A che ora dovrei tornare?”
Dorian guardò Campbell. “Quanto durerà il tuo esperimento, Alan?” chiese con voce calma e indifferente. La presenza di una terza persona nella stanza sembrava dargli un coraggio straordinario.
Campbell aggrottò la fronte e morse il labbro. “Ci vorranno circa cinque ore,” rispose.
“Allora ci sarà abbastanza tempo, se tornerai alle sette e mezza, Francis. Oppure puoi restare: basta lasciarmi i vestiti pronti per cambiarmi. Puoi goderti la serata tutto per te. Non cenerei a casa, quindi non avrò bisogno di te.”
“Grazie, signore,” disse l’uomo, uscendo dalla stanza.
“Ora, Alan, non c’è un attimo da perdere. Che peso ha questo baule! Lo porterò io; tu porta gli altri oggetti.” Parlava rapidamente e in modo autoritario. Campbell si sentì dominato da lui. Uscirono insieme dalla stanza.
Quando raggiunsero il piano di sopra, Dorian tirò fuori la chiave e la inserì nella serratura. Poi si fermò; un’espressione preoccupata apparve nei suoi occhi. “Non credo di riuscire a entrare, Alan,” mormorò.
“A me non importa. Non ho bisogno del tuo aiuto,” disse Campbell freddamente.
Dorian aprì la porta a metà. Mentre lo faceva, vide il volto del suo ritratto che lo fissava nella luce del sole. Sul pavimento, davanti ad esso, giaceva la tenda strappata. Ricordò che la notte precedente aveva dimenticato, per la prima volta in vita sua, di nascondere quel dipinto fatale. Stava per avvicinarsi quando indietreggiò, rabbrividendo.
Che orribile rugiada rossa era quella che brillava, umida e scintillante, su una delle mani del ritratto. Come se il dipinto avesse versato sangue. Che cosa spaventosa! — In quel momento gli sembrava ancora più orribile di quell’essere silenzioso che sapeva essere disteso sul tavolo. Quell’essere la cui grottesca ombra, disegnata sul tappeto macchiato, dimostrava che non si era mosso affatto, ma era ancora lì, esattamente come lo aveva lasciato.
Trasse un profondo respiro, aprì la porta un po’ di più e, con gli occhi semichiusi e la testa girata da un lato, entrò rapidamente, deciso a non guardare nemmeno una volta il morto. Poi si chinò, prese il pendente dorato e viola e lo gettò sopra il quadro. Si fermò lì, troppo spaventato per voltarsi; i suoi occhi erano fissi sui complicati disegni presenti sul pendente. Sentì Campbell portare dentro il pesante baule, le tenaglie e tutte le altre cose di cui aveva bisogno per compiere quel lavoro orribile. Cominciò a chiedersi se lui e Basil Hallward si fossero mai incontrati, e, in tal caso, cosa pensassero l’uno dell’altro.
“Lasciami ora,” disse una voce severa alle sue spalle. Si girò e uscì di fretta, rendendosi conto che il morto era stato rimesso a sedere sulla sedia e che Campbell stava fissando un volto giallo e lucido. Mentre scendeva le scale, sentì la chiave girare nella serratura.
Fu molto dopo le sette che Campbell tornò in biblioteca. Era pallido, ma assolutamente calmo. “Ho fatto ciò che mi hai chiesto,” mormorò. “Ora addio. Non vediamoci mai più.”
“Mi hai salvato dalla rovina, Alan. Non potrò mai dimenticarlo,” disse semplicemente Dorian.
Non appena Campbell se ne andò, Dorian salì al piano di sopra. C’era un odore terribile di acido nitrico nella stanza. Ma la cosa che era stata seduta sul tavolo era scomparsa.
CAPITOLO 15 Quella sera, alle otto e mezza, vestito con squisita eleganza e con un grande mazzetto di violette di Parma all’occhiello, Dorian Gray fu introdotto nel salotto di Lady Narborough da servitori che s’inchinavano. La fronte gli pulsava di nervi impazziti, e si sentiva selvaggiamente eccitato, ma i suoi modi, mentre si chinava sulla mano della padrona di casa, furono disinvolti e aggraziati come sempre. Forse non si appare mai tanto a proprio agio come quando si deve recitare una parte. Certo nessuno, guardando Dorian Gray quella notte, avrebbe potuto credere che avesse attraversato una tragedia orribile quanto qualunque tragedia della nostra epoca. Quelle dita di forma così fine non avrebbero mai potuto stringere un coltello per il peccato, né quelle labbra sorridenti gridare contro Dio e la bontà. Egli stesso non poteva fare a meno di stupirsi della calma del proprio contegno, e per un momento provò acutamente il terribile piacere di una doppia vita. Era un piccolo ricevimento, messo insieme piuttosto in fretta da Lady Narborough, che era una donna assai intelligente, con quelli che Lord Henry usava definire i resti di una bruttezza davvero notevole. Si era rivelata un’eccellente moglie per uno dei nostri ambasciatori più noiosi e, avendo sepolto il marito a dovere in un mausoleo di marmo da lei stessa disegnato, e maritate le figlie a uomini ricchi e piuttosto attempati, si dedicava ora ai piaceri della narrativa francese, della cucina francese e dell’esprit francese, quando riusciva a procurarselo. Dorian era uno dei suoi favoriti, e lei gli diceva sempre di essere estremamente contenta di non averlo incontrato in gioventù. “Lo so, mio caro, avrei concepito per voi un folle amore,” soleva dire, “e per amor vostro avrei gettato la cuffia oltre i mulini. È una gran fortuna che a quel tempo nessuno pensasse a voi. Del resto, le nostre cuffie erano così sgraziate, e i mulini erano tanto occupati a cercar di levare il vento, che non ebbi mai neppure un flirt con nessuno. Comunque, la colpa fu tutta di Narborough. Era terribilmente miope, e non c’è alcun piacere a ingannare un marito che non vede mai nulla.” I suoi ospiti quella sera erano piuttosto noiosi. Il fatto era, come spiegò a Dorian dietro un ventaglio molto malandato, che una delle sue figlie sposate era piombata da lei all’improvviso per fermarsi un poco e, per peggiorare le cose, si era addirittura portata dietro il marito. “Trovo che sia proprio scortese da parte sua, mio caro,” sussurrò. “Certo, io vado a stare da loro ogni estate quando torno da Homburg, ma d’altra parte una vecchia come me ha pur bisogno di aria fresca ogni tanto e, per giunta, io li sveglio davvero. Non sapete che esistenza conducono laggiù. È vita di campagna pura e non adulterata. Si alzano presto, perché hanno tanto da fare, e vanno a letto presto, perché hanno ben poco a cui pensare. Nei dintorni non c’è stato uno scandalo dai tempi della Regina Elisabetta, e di conseguenza si addormentano tutti dopo pranzo. Non vi farò sedere accanto a nessuno dei due. Sederete accanto a me e mi divertirete.” Dorian mormorò un complimento garbato e si guardò intorno nella stanza. Sì: era senza dubbio un ricevimento noioso. Due delle persone presenti non le aveva mai viste prima, e le altre erano Ernest Harrowden, una di quelle mediocrità di mezza età così comuni nei circoli di Londra, che non hanno nemici ma sono cordialmente detestate dagli amici; Lady Ruxton, una donna di quarantasette anni troppo agghindata, dal naso adunco, che cercava sempre di farsi compromettere ma era così singolarmente insignificante che, con sua grande delusione, nessuno voleva mai credere nulla a suo carico; la signora Erlynne, una nullità intraprendente, con una deliziosa pronuncia blesa e capelli rosso veneziano; Lady Alice Chapman, la figlia della padrona di casa, una ragazza sciatta e insulsa, con uno di quei tipici volti britannici che, una volta visti, non si ricordano più; e suo marito, una creatura dalle guance rosse e dai favoriti bianchi che, come tanti della sua classe, era convinto che una giovialità smodata potesse riscattare la totale mancanza di idee. Si era piuttosto pentito d’esser venuto, finché Lady Narborough, guardando il grande orologio dorato di bronzo che si sdraiava in curve vistose sulla mensola del camino drappeggiata di malva, esclamò: “Che orrore, questo Henry Wotton, arrivare così tardi! Ho mandato da lui stamattina a tutto rischio, e mi aveva promesso solennemente di non deludermi.” Fu una certa consolazione sapere che Harry sarebbe stato presente, e quando la porta si aprì e udì la sua voce lenta e musicale conferire fascino a qualche scusa poco sincera, cessò di annoiarsi. Ma a tavola non riuscì a mangiare nulla. Piatto dopo piatto se ne andava intatto. Lady Narborough continuava a rimproverarlo per quello che chiamava “un insulto al povero Adolphe, che ha inventato il menù apposta per voi”, e di tanto in tanto Lord Henry lo guardava attraverso la tavola, stupito del suo silenzio e della sua aria assorta. Di tanto in tanto il maggiordomo gli riempiva il bicchiere di champagne. Beveva avidamente, e la sete pareva crescergli. “Dorian,” disse infine Lord Henry, mentre veniva servito il chaud-froid, “che cos’hai questa notte? Sei proprio giù di corda.” “Credo che sia innamorato,” esclamò Lady Narborough, “e che abbia paura di dirmelo per timore che io ne sia gelosa. E ha ragione. Certo che lo sarei.” “Cara Lady Narborough,” mormorò Dorian sorridendo, “non provo amore da un’intera settimana, anzi, non da quando Madame de Ferrol ha lasciato la città.” “Come potete voi uomini concepire amore per quella donna!” esclamò la vecchia signora. “Non riesco proprio a capirlo.” “È semplicemente perché lei si ricorda di voi quando eravate bambina, Lady Narborough,” disse Lord Henry. “È l’unico anello che ci lega ai vostri vestitini corti.” “Non si ricorda affatto dei miei vestitini corti, Lord Henry. Ma io la ricordo bene a Vienna trent’anni fa, e ricordo quanto fosse scollata allora.” “È ancora scollata,” rispose lui, prendendo un’oliva con le sue lunghe dita; “e quando indossa un abito molto elegante sembra un’edizione de luxe di un pessimo romanzo francese. È davvero straordinaria, e piena di sorprese. La sua capacità d’affetto familiare è fuori del comune. Quando morì il suo terzo marito, i capelli le divennero d’oro per il dolore.” “Come potete, Harry!” esclamò Dorian. “È una spiegazione quanto mai romantica,” rise la padrona di casa. “Ma il suo terzo marito, Lord Henry! Non vorrete dirmi che Ferrol è il quarto?” “Certamente, Lady Narborough.” “Non ne credo una parola.” “Bene, chiedetelo al signor Gray. È uno dei suoi amici più intimi.” “È vero, signor Gray?” “Così mi assicura lei, Lady Narborough,” disse Dorian. “Le ho chiesto se, come Margherita di Navarra, ne avesse fatto imbalsamare i cuori per appenderseli alla cintura. Mi ha risposto di no, perché nessuno di loro aveva mai avuto un cuore.” “Quattro mariti! Parola mia, questo è trop de zèle.” “Trop d’audace, le dico io,” disse Dorian. “Oh! È abbastanza audace per qualunque cosa, mia cara. E com’è Ferrol? Non lo conosco.” “I mariti delle donne molto belle appartengono alle classi criminali,” disse Lord Henry, sorseggiando il vino. Lady Narborough lo colpì col ventaglio. “Lord Henry, non mi stupisce affatto che il mondo dica che siete estremamente malvagio.” “Ma quale mondo lo dice?” chiese Lord Henry, inarcando le sopracciglia. “Non può che essere l’altro mondo. Questo mondo e io siamo in ottimi rapporti.” “Tutti quelli che conosco dicono che siete molto malvagio,” esclamò la vecchia signora, scuotendo il capo. Lord Henry rimase serio per qualche istante. “È assolutamente mostruoso,” disse infine, “il modo in cui oggigiorno la gente va in giro a dire alle spalle di uno cose che sono assolutamente e interamente vere.” “Non è incorreggibile?” esclamò Dorian, protendendosi in avanti sulla sedia. “Lo spero proprio,” disse la padrona di casa ridendo. “Ma davvero, se voialtri adorate Madame de Ferrol in questo modo ridicolo, dovrò risposarmi per essere alla moda.” “Non vi risposerete mai, Lady Narborough,” interruppe Lord Henry. “Siete stata troppo felice. Quando una donna si risposa, è perché detestava il primo marito. Quando un uomo si risposa, è perché adorava la prima moglie. Le donne tentano la fortuna; gli uomini rischiano la propria.” “Narborough non era perfetto,” esclamò la vecchia signora. “Se lo fosse stato, non l’avreste amato, mia cara signora,” fu la replica. “Le donne ci amano per i nostri difetti. Se ne abbiamo abbastanza, ci perdoneranno tutto, perfino l’intelligenza. Dopo aver detto questo temo che non mi inviterete più a cena, Lady Narborough, ma è la pura verità.” “Certo che è vero, Lord Henry. Se noi donne non vi amassimo per i vostri difetti, dove sareste tutti quanti? Nessuno di voi si sposerebbe mai. Sareste una schiera di sventurati scapoli. Il che, però, non vi cambierebbe granché. Oggigiorno tutti gli uomini sposati vivono da scapoli, e tutti gli scapoli da uomini sposati.” “Fin de siècle,” mormorò Lord Henry. “Fin du globe,” rispose la padrona di casa. “Vorrei che fosse davvero fin du globe,” disse Dorian con un sospiro. “La vita è una grande delusione.” “Ah, mio caro,” esclamò Lady Narborough infilandosi i guanti, “non ditemi che avete esaurito la vita. Quando un uomo dice così, si sa che è la vita ad aver esaurito lui. Lord Henry è molto malvagio, e talvolta vorrei esserlo stata anch’io; ma voi siete fatto per essere buono — avete un’aria così buona. Devo trovarvi una bella moglie. Lord Henry, non trovate che il signor Gray dovrebbe sposarsi?” “Glielo dico sempre, Lady Narborough,” disse Lord Henry con un inchino. “Bene, dobbiamo cercargli un partito adatto. Questa notte esaminerò attentamente il Debrett e compilerò un elenco di tutte le signorine da marito.” “Con le loro età, Lady Narborough?” chiese Dorian. “Naturalmente, con le loro età, lievemente ritoccate. Ma nulla dev’essere fatto in fretta. Voglio che sia quella che il Morning Post chiama un’unione conveniente, e voglio che siate felici entrambi.” “Che sciocchezze si dicono sui matrimoni felici!” esclamò Lord Henry. “Un uomo può essere felice con qualsiasi donna, purché non la ami.” “Ah! Che cinico siete!” esclamò la vecchia signora, spingendo indietro la sedia e facendo un cenno a Lady Ruxton. “Dovete tornare presto a cena da me. Siete davvero un tonico ammirevole, molto migliore di quel che mi prescrive Sir Andrew. Dovete però dirmi che persone vorreste incontrare. Voglio che sia una riunione deliziosa.” “Mi piacciono gli uomini che hanno un avvenire e le donne che hanno un passato,” rispose lui. “O credete che questo ne farebbe una riunione di sole sottane?” “Temo di sì,” disse lei ridendo, mentre si alzava. “Mille scuse, mia cara Lady Ruxton,” aggiunse, “non avevo visto che non avevate finito la sigaretta.” “Non importa, Lady Narborough. Fumo davvero troppo. D’ora in poi mi limiterò.” “Ve ne prego, non fatelo, Lady Ruxton,” disse Lord Henry. “La moderazione è una cosa fatale. Abbastanza è brutto come un pasto. Più che abbastanza è buono come un banchetto.” Lady Ruxton lo guardò incuriosita. “Dovete venire a spiegarmelo un pomeriggio, Lord Henry. Sembra una teoria affascinante,” mormorò, uscendo dalla stanza con incedere maestoso. “Ora, badate di non trattenervi troppo a lungo con la politica e gli scandali,” gridò Lady Narborough dalla porta. “Se lo fate, di sopra litigheremo di sicuro.” Gli uomini risero, e il signor Chapman si alzò solennemente dal fondo della tavola e venne a sedersi in capo. Dorian Gray cambiò posto e andò a sedersi accanto a Lord Henry. Il signor Chapman prese a parlare a voce alta della situazione alla Camera dei Comuni. Sghignazzava dei suoi avversari. La parola dottrinario — parola piena di terrore per la mente britannica — riaffiorava di tanto in tanto fra le sue esplosioni. Un prefisso allitterante gli serviva da ornamento oratorio. Issava l’Union Jack sui pinnacoli del pensiero. La stupidità ereditaria della razza — buon senso comune inglese, la chiamava lui gioviale — veniva mostrata come il baluardo naturale della società. Un sorriso incurvò le labbra di Lord Henry, che si voltò a guardare Dorian. “Stai meglio, caro amico?” chiese. “A tavola sembravi piuttosto giù di corda.” “Sto bene, Harry. Sono stanco. Tutto qui.” “Ieri notte eri incantevole. La piccola duchessa ti è davvero devota. Mi dice che scenderà a Selby.” “Mi ha promesso di venire il venti.” “Ci sarà anche Monmouth?” “Oh, sì, Harry.” “Mi annoia terribilmente, quasi quanto annoia lei. È molto intelligente, troppo intelligente per una donna. Le manca l’indefinibile fascino della debolezza. Sono i piedi d’argilla a rendere prezioso l’oro dell’immagine. I suoi piedi sono bellissimi, ma non sono d’argilla. Piedi di porcellana bianca, se volete. Sono passati per il fuoco, e ciò che il fuoco non distrugge, lo indurisce. Ha avuto le sue esperienze.” “Da quanto tempo è sposata?” chiese Dorian. “Un’eternità, mi dice lei. Credo che, secondo l’almanacco nobiliare, siano dieci anni, ma dieci anni con Monmouth devono essere stati come l’eternità, col tempo in aggiunta. Chi altri viene?” “Oh, i Willoughby, Lord Rugby e sua moglie, la nostra ospite, Geoffrey Clouston, la solita compagnia. Ho invitato Lord Grotrian.” “Mi piace,” disse Lord Henry. “A molta gente no, ma io lo trovo affascinante. Riscatta l’essere talvolta un po’ troppo agghindato con l’essere sempre assolutamente troppo istruito. È un tipo molto moderno.” “Non so se potrà venire, Harry. Forse dovrà andare a Montecarlo con suo padre.” “Ah! Che seccatura sono i parenti della gente! Cerca di farlo venire. A proposito, Dorian, ieri notte te ne sei andato prestissimo. Sei uscito prima delle undici. Che cos’hai fatto dopo? Sei andato dritto a casa?” Dorian gli lanciò un’occhiata frettolosa e aggrottò la fronte. “No, Harry,” disse infine, “non sono rientrato a casa fino a quasi le tre.” “Sei andato al club?” “Sì,” rispose. Poi si morse il labbro. “No, non intendevo questo. Non sono andato al club. Ho camminato. Non ricordo che cosa ho fatto… Come sei curioso, Harry! Vuoi sempre sapere che cosa uno ha fatto. Io voglio sempre dimenticare che cosa ho fatto. Sono rientrato alle due e mezza, se vuoi sapere l’ora esatta. Avevo lasciato la chiave a casa, e il mio domestico ha dovuto aprirmi. Se vuoi qualche prova a conferma, puoi chiederlo a lui.” Lord Henry alzò le spalle. “Caro amico, come se me ne importasse! Saliamo in salotto. Niente sherry, grazie, signor Chapman. Ti è successo qualcosa, Dorian. Dimmi che cos’è. Questa notte non sei te stesso.” “Non badare a me, Harry. Sono irritabile e di cattivo umore. Verrò a trovarti domani, o dopodomani. Porgi le mie scuse a Lady Narborough. Non salgo di sopra. Vado a casa. Devo andare a casa.” “Va bene, Dorian. Immagino che ci vedremo domani all’ora del tè. Viene la duchessa.” “Cercherò di esserci, Harry,” disse lui, lasciando la stanza. Mentre tornava in carrozza alla sua casa, si rese conto che il senso di terrore che credeva d’aver soffocato era tornato in lui. Le domande casuali di Lord Henry gli avevano fatto perdere i nervi per un momento, e di nervi saldi aveva ancora bisogno. Le cose pericolose andavano distrutte. Trasalì. Odiava l’idea stessa di toccarle. Eppure bisognava farlo. Se ne rendeva conto e, dopo aver chiuso a chiave la porta della biblioteca, aprì l’armadio segreto in cui aveva cacciato il cappotto e la borsa di Basil Hallward. Un enorme fuoco ardeva. Vi ammucchiò sopra un altro ceppo. L’odore delle stoffe che bruciacchiavano e del cuoio che bruciava era orribile. Gli occorsero tre quarti d’ora per consumare ogni cosa. Alla fine si sentì debole e nauseato e, accese alcune pastiglie algerine in un braciere di rame traforato, si bagnò le mani e la fronte con un aceto fresco profumato di muschio. All’improvviso trasalì. Gli occhi gli si fecero stranamente lucenti, e si mordicchiò nervosamente il labbro inferiore. Fra due delle finestre stava un grande stipo fiorentino, fatto d’ebano e intarsiato d’avorio e di lapislazzuli azzurri. Lo osservava come se fosse una cosa capace di affascinare e di far paura, come se contenesse qualcosa che desiderava ardentemente e insieme quasi detestava. Il respiro gli si fece più rapido. Lo colse una brama folle. Accese una sigaretta e poi la gettò via. Le palpebre gli si abbassarono finché le lunghe ciglia frangiate quasi gli sfiorarono la guancia. Ma continuava a osservare lo stipo. Alla fine si alzò dal divano su cui era rimasto sdraiato, vi si avvicinò e, dopo averlo aperto, toccò una molla nascosta. Un cassetto triangolare scivolò lentamente fuori. Le dita gli si mossero istintivamente verso di esso, vi si immersero e si chiusero su qualcosa. Era una piccola scatola cinese di lacca nera e polvere d’oro, lavorata con arte, i fianchi ornati d’onde ricurve, e i cordoni di seta appesantiti da cristalli rotondi e nappe di fili di metallo intrecciati. La aprì. Dentro c’era una pasta verde, cerea nella lucentezza, dall’odore curiosamente greve e persistente. Esitò per qualche istante, con uno strano sorriso immobile sul volto. Poi, rabbrividendo benché l’aria della stanza fosse terribilmente calda, si raddrizzò e guardò l’orologio. Erano le dodici meno venti. Rimise a posto la scatola, richiudendo le ante dello stipo, e passò nella camera da letto. Mentre la mezzanotte batteva colpi di bronzo nell’aria fosca, Dorian Gray, vestito dimessamente e con una sciarpa avvolta intorno alla gola, sgusciò in silenzio fuori di casa. In Bond Street trovò un hansom con un buon cavallo. Lo chiamò e a bassa voce diede al cocchiere un indirizzo. L’uomo scosse il capo. “È troppo lontano per me,” borbottò. “Ecco una sterlina per voi,” disse Dorian. “Ne avrete un’altra se guiderete in fretta.” “Va bene, signore,” rispose l’uomo, “ci sarete in un’ora,” e, dopo che il cliente fu salito, girò il cavallo e si diresse rapidamente verso il fiume.
CAPITOLO 16 Cominciò a cadere una pioggia fredda, e i lampioni sfocati apparivano spettrali nella nebbia gocciolante. Le osterie stavano appena chiudendo, e uomini e donne indistinti si accalcavano in gruppi sparsi intorno alle loro porte. Da alcuni bar veniva il suono di risate orribili. In altri, ubriachi litigavano e urlavano. Sdraiato all’indietro nel calesse, col cappello calato sulla fronte, Dorian Gray osservava con occhi svogliati la sordida vergogna della grande città, e di quando in quando ripeteva tra sé le parole che Lord Henry gli aveva detto il primo giorno in cui si erano incontrati: “Curare l’anima per mezzo dei sensi, e i sensi per mezzo dell’anima.” Sì, quello era il segreto. L’aveva tentato spesso, e l’avrebbe tentato di nuovo ora. C’erano fumerie d’oppio dove si poteva comprare l’oblio, antri d’orrore dove il ricordo dei vecchi peccati poteva essere distrutto dalla follia di peccati nuovi. La luna pendeva bassa nel cielo come un teschio giallo. Di tempo in tempo un’enorme nuvola deforme vi stendeva sopra un lungo braccio e la nascondeva. I lampioni a gas si fecero più radi, e le strade più strette e tetre. A un certo punto l’uomo perse la strada e dovette tornare indietro di mezzo miglio. Un vapore si levava dal cavallo mentre schizzava nelle pozzanghere. I finestrini laterali del calesse erano ottenebrati da una nebbia di flanella grigia. “Curare l’anima per mezzo dei sensi, e i sensi per mezzo dell’anima!” Come gli risuonavano nelle orecchie quelle parole! La sua anima, certamente, era malata a morte. Era vero che i sensi potevano guarirla? Era stato versato sangue innocente. Che cosa poteva espiarlo? Ah! per quello non c’era espiazione; ma sebbene il perdono fosse impossibile, l’oblio era ancora possibile, ed egli era deciso a dimenticare, a schiacciare la cosa, a stritolarla come si stritolerebbe la vipera che ci ha morso. In fondo, che diritto aveva avuto Basil di parlargli come aveva fatto? Chi l’aveva costituito giudice degli altri? Aveva detto cose spaventose, orribili, insopportabili. Avanti e avanti arrancava il calesse, andando più lento, gli pareva, a ogni passo. Sollevò la botola e gridò all’uomo di guidare più in fretta. L’orrenda fame d’oppio cominciò a rodergli dentro. La gola gli bruciava e le mani delicate gli si contraevano nervosamente l’una nell’altra. Colpì il cavallo follemente col bastone. Il cocchiere rise e frustò. Egli rise di rimando, e l’uomo tacque. La via pareva interminabile, e le strade come la nera tela di un ragno smisurato. La monotonia divenne insopportabile, e quando la nebbia s’infittì, ebbe paura. Poi passarono accanto a solitarie fornaci di mattoni. La nebbia qui era più rada, e poté vedere gli strani forni a forma di bottiglia con le loro lingue di fuoco arancioni, simili a ventagli. Un cane abbaiò al loro passaggio, e lontano nel buio un gabbiano errante stridette. Il cavallo inciampò in un solco, poi sbandò di lato e si mise al galoppo. Dopo qualche tempo lasciarono la strada d’argilla e sobbalzarono di nuovo su vie mal lastricate. Quasi tutte le finestre erano buie, ma di tanto in tanto ombre fantastiche si stagliavano contro qualche tendina illuminata da una lampada. Le osservava incuriosito. Si muovevano come marionette mostruose e facevano gesti come cose vive. Le odiava. Una rabbia sorda gli stava in cuore. Mentre svoltavano un angolo, una donna urlò loro qualcosa da una porta aperta, e due uomini corsero dietro al calesse per un centinaio di iarde. Il cocchiere li respinse a frustate. Si dice che la passione faccia pensare in cerchio. Certo, con orrenda iterazione le labbra morse di Dorian Gray plasmavano e riplasmavano quelle sottili parole che trattavano dell’anima e dei sensi, finché vi ebbe trovato l’espressione piena, per così dire, del suo umore, e giustificò, con l’approvazione dell’intelletto, passioni che senza tale giustificazione avrebbero comunque dominato il suo temperamento. Di cellula in cellula del cervello strisciava quell’unico pensiero; e il selvaggio desiderio di vivere, il più terribile di tutti gli appetiti umani, ravvivava in forza ogni nervo e ogni fibra tremante. La bruttezza, che un tempo gli era stata odiosa perché rendeva reali le cose, gli divenne cara ora proprio per quella ragione. La bruttezza era l’unica realtà. La rissa volgare, l’antro ripugnante, la cruda violenza della vita disordinata, la viltà stessa del ladro e del reietto, erano più vividi, nella loro intensa concretezza d’impressione, di tutte le forme graziose dell’arte, delle ombre sognanti del canto. Erano ciò di cui aveva bisogno per dimenticare. In tre giorni sarebbe stato libero. A un tratto l’uomo si fermò con uno strattone in cima a un vicolo buio. Sopra i tetti bassi e i frastagliati fumaioli delle case si levavano i neri alberi delle navi. Ghirlande di nebbia bianca si aggrappavano ai pennoni come vele spettrali. “Da queste parti, signore, non è vero?” chiese con voce roca attraverso la botola. Dorian trasalì e si guardò intorno. “Qui andrà bene,” rispose, e sceso in fretta e data al cocchiere la mancia supplementare che gli aveva promesso, camminò rapido in direzione della banchina. Qua e là una lanterna luccicava a poppa di qualche enorme nave mercantile. La luce tremava e si frantumava nelle pozzanghere. Un bagliore rosso veniva da un piroscafo in partenza che stava caricando carbone. Il selciato viscido pareva un impermeabile bagnato. Si affrettò verso sinistra, voltandosi di tanto in tanto per vedere se era seguito. In sette o otto minuti raggiunse una piccola casa malandata, incastrata fra due squallide fabbriche. In una delle finestre più alte stava una lampada. Si fermò e bussò in un modo particolare. Dopo un poco di tempo udì passi nel corridoio e la catena che veniva sganciata. La porta si aprì silenziosamente, ed egli entrò senza dire una parola alla figura tozza e deforme che si appiattì nell’ombra al suo passaggio. In fondo all’ingresso pendeva una tenda verde a brandelli, che ondeggiava e tremava nel vento a raffiche entrato con lui dalla strada. La scostò ed entrò in una lunga stanza bassa che pareva essere stata un tempo una sala da ballo di terz’ordine. Fiamme di gas stridenti e vampanti, smorzate e deformate negli specchi imbrattati di mosche che le fronteggiavano, erano disposte lungo le pareti. Riflettori unti di latta scanalata le sostenevano da dietro, formando dischi di luce tremolante. Il pavimento era coperto di segatura color ocra, calpestata qua e là fino a farne fango, e macchiata di anelli scuri di liquore versato. Alcuni malesi stavano accovacciati presso una piccola stufa a carbone, giocando con gettoni d’osso e mostrando i denti bianchi mentre chiacchieravano. In un angolo, con la testa affondata nelle braccia, un marinaio era riverso su un tavolo, e presso il bancone dipinto pacchianamente che correva per tutto un lato stavano due donne smunte, che si burlavano di un vecchio intento a spazzolarsi le maniche della giacca con espressione di disgusto. “Crede d’avere addosso formiche rosse,” rise una delle due, mentre Dorian passava. L’uomo la guardò con terrore e cominciò a piagnucolare. In fondo alla stanza c’era una scaletta che portava a una camera oscurata. Mentre Dorian ne saliva in fretta i tre gradini sconnessi, l’odore pesante dell’oppio gli venne incontro. Trasse un respiro profondo, e le narici gli fremettero di piacere. Quando entrò, un giovane dai lisci capelli biondi, che stava chino su una lampada ad accendere una lunga pipa sottile, alzò lo sguardo su di lui e annuì in modo esitante. “Tu qui, Adrian?” mormorò Dorian. “Dove altro dovrei essere?” rispose, svogliato. “Nessuno dei ragazzi mi parla più, ormai.” “Credevo che avessi lasciato l’Inghilterra.” “Darlington non farà nulla. Alla fine mio fratello ha pagato il conto. Neanche George mi parla più… Non m’importa,” aggiunse con un sospiro. “Finché uno ha questa roba, non ha bisogno di amici. Credo d’aver avuto troppi amici.” Dorian trasalì e volse lo sguardo alle cose grottesche che giacevano in posture così fantastiche sui materassi laceri. Le membra contorte, le bocche spalancate, gli occhi fissi e spenti lo affascinavano. Sapeva in quali strani cieli stessero soffrendo, e quali tetri inferni insegnassero loro il segreto di qualche nuova gioia. Stavano meglio di lui. Egli era prigioniero del pensiero. Il ricordo, come una malattia orribile, gli stava divorando l’anima. Di tempo in tempo gli pareva di vedere gli occhi di Basil Hallward che lo guardavano. Eppure sentiva di non poter restare. La presenza di Adrian Singleton lo turbava. Voleva essere dove nessuno sapesse chi fosse. Voleva fuggire da se stesso. “Vado avanti fino all’altro posto,” disse dopo una pausa. “Sul molo?” “Sì.” “Quella gatta pazza ci sarà di sicuro. Qui adesso non la vogliono più.” Dorian scrollò le spalle. “Sono stufo delle donne che ti amano. Le donne che ti odiano sono molto più interessanti. E poi, la roba è migliore.” “Press’a poco la stessa.” “A me piace di più. Vieni a bere qualcosa. Ho bisogno di qualcosa.” “Non voglio nulla,” mormorò il giovane. “Non importa.” Adrian Singleton si levò stancamente e seguì Dorian al bancone. Un meticcio, con un turbante a brandelli e un ulster liso, fece un ghigno di orribile saluto mentre spingeva davanti a loro una bottiglia di brandy e due bicchieri. Le donne si avvicinarono di sbieco e presero a chiacchierare. Dorian volse loro le spalle e disse qualcosa a bassa voce ad Adrian Singleton. Un sorriso storto, come una piega malese, guizzò sul volto di una delle donne. “Siamo molto orgogliosi, questa notte,” sogghignò. “Per amor di Dio non parlarmi,” gridò Dorian, battendo il piede a terra. “Che cosa vuoi? Denaro? Eccolo. Non parlarmi mai più.” Due scintille rosse balenarono per un istante negli occhi inzuppati della donna, poi si spensero e li lasciarono opachi e vitrei. Scosse la testa e raccolse le monete dal bancone con dita avide. La compagna la osservava con invidia. “Non serve a niente,” sospirò Adrian Singleton. “Non m’importa di tornare. Che importa? Qui sono abbastanza felice.” “Mi scriverai se avrai bisogno di qualcosa, vero?” disse Dorian, dopo una pausa. “Forse.” “Buona notte, allora.” “Buona notte,” rispose il giovane, salendo i gradini e asciugandosi con un fazzoletto la bocca riarsa. Dorian andò verso la porta con un’espressione di dolore sul viso. Mentre scostava la tenda, una risata orrenda proruppe dalle labbra dipinte della donna che aveva preso il suo denaro. “Ecco che se ne va il patto del diavolo!” singhiozzò, con voce rauca. “Maledetta!” rispose lui, “non chiamarmi così.” Lei schioccò le dita. “Principe Azzurro è come ti piace essere chiamato, non è vero?” gli gridò dietro. Il marinaio assonnato balzò in piedi mentre lei parlava, e si guardò intorno stralunato. Il rumore della porta d’ingresso che si chiudeva gli giunse all’orecchio. Si precipitò fuori come all’inseguimento. Dorian Gray si affrettò lungo la banchina sotto la pioggerella. L’incontro con Adrian Singleton l’aveva stranamente commosso, e si chiedeva se la rovina di quella giovane vita fosse davvero da attribuire a lui, come Basil Hallward gli aveva detto con tanta infamia d’insulto. Si morse il labbro, e per qualche secondo gli occhi gli si fecero tristi. Eppure, dopotutto, che importava a lui? I giorni d’un uomo erano troppo brevi per prendersi sulle spalle il fardello degli errori altrui. Ciascuno viveva la propria vita e ne pagava il proprio prezzo. L’unico peccato era che si dovesse pagare così spesso per una sola colpa. Bisognava pagare e ripagare, in verità. Nei suoi conti con l’uomo, il destino non chiudeva mai il bilancio. Ci sono momenti, ci dicono gli psicologi, in cui la passione per il peccato, o per ciò che il mondo chiama peccato, domina talmente una natura che ogni fibra del corpo, come ogni cellula del cervello, sembra animata da impulsi paurosi. In tali momenti uomini e donne perdono la libertà del loro volere. Muovono verso la loro terribile fine come si muovono gli automi. La scelta è loro tolta, e la coscienza o è uccisa, o, se pure vive, vive soltanto per dare alla ribellione il suo fascino e alla disobbedienza il suo incanto. Poiché tutti i peccati, come i teologi non si stancano di ricordarci, sono peccati di disobbedienza. Quando quell’alto spirito, quella stella mattutina del male, cadde dal cielo, cadde da ribelle. Insensibile, concentrato sul male, con la mente contaminata e l’anima affamata di ribellione, Dorian Gray proseguiva in fretta, affrettando il passo mentre andava; ma nel momento in cui si gettò di lato sotto un androne buio, che gli era servito spesso da scorciatoia verso il luogo malfamato dov’era diretto, si sentì d’un tratto afferrare da dietro, e prima che avesse il tempo di difendersi, fu spinto contro il muro, con una mano brutale intorno alla gola. Lottò follemente per la vita, e con un terribile sforzo divelse le dita che stringevano. In un attimo udì lo scatto d’un revolver, e vide il luccichio d’una canna lucidata puntata dritta alla sua testa, e la forma scura d’un uomo basso e tarchiato di fronte a lui. “Che cosa vuoi?” ansimò. “Sta’ fermo,” disse l’uomo. “Se ti muovi, ti sparo.” “Sei pazzo. Che cosa ti ho fatto?” “Hai rovinato la vita di Sibyl Vane,” fu la risposta, “e Sibyl Vane era mia sorella. Si è uccisa. Lo so. La sua morte è colpa tua. Ho giurato che in cambio ti avrei ucciso. Per anni ti ho cercato. Non avevo alcun indizio, alcuna traccia. Le due persone che avrebbero potuto descriverti erano morte. Di te non sapevo nulla se non il nomignolo con cui lei ti chiamava. L’ho sentito per caso questa notte. Fa’ la tua pace con Dio, perché questa notte morirai.” Dorian Gray si sentì male per la paura. “Non l’ho mai conosciuta,” balbettò. “Non ne ho mai sentito parlare. Sei pazzo.” “Faresti meglio a confessare il tuo peccato, perché com’è vero che io sono James Vane, tu morirai.” Ci fu un momento orribile. Dorian non sapeva che dire o che fare. “In ginocchio!” ringhiò l’uomo. “Ti do un minuto per fare la tua pace — non di più. Questa notte m’imbarco per l’India, e prima devo compiere il mio lavoro. Un minuto. Nient’altro.” Le braccia di Dorian gli caddero lungo i fianchi. Paralizzato dal terrore, non sapeva che fare. D’improvviso una folle speranza gli balenò nel cervello. “Fermo,” gridò. “Quanto tempo è passato da quando tua sorella è morta? Presto, dimmelo!” “Diciotto anni,” disse l’uomo. “Perché me lo chiedi? Che importano gli anni?” “Diciotto anni,” rise Dorian Gray, con una punta di trionfo nella voce. “Diciotto anni! Mettimi sotto il lampione e guardami in faccia!” James Vane esitò un istante, non capendo che cosa si volesse dire. Poi afferrò Dorian Gray e lo trascinò fuori dall’androne. Per quanto fioca e vacillante fosse la luce agitata dal vento, bastò a mostrargli l’orrendo errore, così pareva, in cui era caduto, perché il volto dell’uomo che aveva cercato di uccidere aveva tutta la freschezza della fanciullezza, tutta l’intatta purezza della giovinezza. Sembrava poco più d’un ragazzo di venti estati, appena più vecchio, se pure più vecchio, di quanto lo fosse sua sorella quando si erano separati tanti anni prima. Era evidente che non era quello l’uomo che le aveva distrutto la vita. Allentò la presa e barcollò all’indietro. “Dio mio! Dio mio!” gridò, “e io stavo per ucciderti!” Dorian Gray trasse un lungo respiro. “Siete stato sul punto di commettere un crimine terribile, amico mio,” disse, guardandolo severamente. “Vi serva di monito a non prendervi la vendetta con le vostre mani.” “Perdonatemi, signore,” mormorò James Vane. “Sono stato ingannato. Una parola casuale udita in quel maledetto antro mi ha messo sulla pista sbagliata.” “Fareste meglio ad andare a casa e a riporre quella pistola, o potreste finire nei guai,” disse Dorian, girando sui tacchi e scendendo lentamente per la strada. James Vane rimase sul marciapiede inorridito. Tremava da capo a piedi. Dopo un poco, un’ombra nera che era strisciata lungo il muro gocciolante si mosse verso la luce e gli si accostò con passi furtivi. Sentì una mano posarglisi sul braccio e si voltò di scatto. Era una delle donne che avevano bevuto al bancone. “Perché non l’hai ucciso?” sibilò, accostando il viso smunto proprio al suo. “Sapevo che lo stavi seguendo, quando sei corso fuori da Daly’s. Sciocco! Avresti dovuto ucciderlo. Ha un mucchio di soldi, ed è cattivo quanto più non si può.” “Non è l’uomo che cerco,” rispose, “e non voglio il denaro di nessuno. Voglio la vita d’un uomo. L’uomo di cui voglio la vita dev’essere quasi quarantenne, ormai. Questo è poco più d’un ragazzo. Grazie a Dio, non ho il suo sangue sulle mani.” La donna diede una risata amara. “Poco più d’un ragazzo!” sogghignò. “Ma, uomo, sono quasi diciotto anni da quando il Principe Azzurro mi ha ridotta come sono.” “Menti!” gridò James Vane. Lei alzò la mano al cielo. “Davanti a Dio, sto dicendo la verità,” gridò. “Davanti a Dio?” “Che io resti muta se non è così. È il peggiore di quanti vengono qui. Dicono che si sia venduto al diavolo per un bel viso. Sono quasi diciotto anni da quando l’ho incontrato. Da allora non è cambiato molto. Io sì, però,” aggiunse, con un ghigno malaticcio. “Lo giuri?” “Lo giuro,” venne come un’eco rauca dalla sua bocca piatta. “Ma non tradirmi con lui,” piagnucolò; “ho paura di lui. Dammi un po’ di soldi per l’alloggio di questa notte.” Si staccò da lei con una bestemmia e corse all’angolo della strada, ma Dorian Gray era scomparso. Quando si voltò indietro, anche la donna era svanita.
CAPITOLO 17 Una settimana dopo Dorian Gray sedeva nel giardino d’inverno di Selby Royal, conversando con la graziosa duchessa di Monmouth, che con il marito, un uomo di sessant’anni dall’aria spenta, era tra i suoi ospiti. Era l’ora del tè, e la luce dolce dell’enorme lampada coperta di pizzo posata sul tavolo illuminava le delicate porcellane e l’argento sbalzato del servizio a cui presiedeva la duchessa. Le sue mani bianche si muovevano leggiadre fra le tazze, e le sue labbra piene e rosse sorridevano a qualcosa che Dorian le aveva sussurrato. Lord Henry stava adagiato in una poltrona di vimini drappeggiata di seta, e li guardava. Su un divano color pesca sedeva Lady Narborough, fingendo di ascoltare la descrizione che il duca faceva dell’ultimo coleottero brasiliano aggiunto alla sua collezione. Tre giovanotti in elaborate giacche da fumo porgevano dolcetti da tè ad alcune delle signore. Gli ospiti della casa erano dodici, e altri se ne attendevano per l’indomani. “Di che cosa state parlando voi due?” disse Lord Henry, avvicinandosi al tavolo e posandovi la tazza. “Spero che Dorian vi abbia raccontato del mio progetto di ribattezzare ogni cosa, Gladys. È un’idea deliziosa.” “Ma io non voglio essere ribattezzata, Harry,” ribatté la duchessa, alzando verso di lui i suoi occhi meravigliosi. “Sono del tutto soddisfatta del mio nome, e sono certa che il signor Gray dovrebbe essere soddisfatto del suo.” “Mia cara Gladys, non muterei nessuno dei due nomi per nulla al mondo. Sono entrambi perfetti. Pensavo soprattutto ai fiori. Ieri ho reciso un’orchidea per l’occhiello. Era una cosa meravigliosa e screziata, efficace come i sette peccati capitali. In un momento di sbadataggine ho chiesto a uno dei giardinieri come si chiamasse. Mi ha detto che era un bell’esemplare di Robinsoniana, o qualcosa di orribile del genere. È una triste verità, ma abbiamo perduto la facoltà di dare bei nomi alle cose. I nomi sono tutto. Non litigo mai con le azioni. Il mio unico litigio è con le parole. È questa la ragione per cui odio il realismo volgare in letteratura. L’uomo capace di chiamare vanga una vanga dovrebbe essere costretto a usarne una. È l’unica cosa per cui sia adatto.” “Allora come dovremmo chiamarvi, Harry?” chiese lei. “Il suo nome è il principe Paradosso,” disse Dorian. “Lo riconosco in un lampo,” esclamò la duchessa. “Non voglio saperne,” rise Lord Henry, lasciandosi cadere su una poltrona. “Da un’etichetta non c’è scampo! Rifiuto il titolo.” “I sovrani non possono abdicare,” cadde come un ammonimento da labbra graziose. “Volete dunque che difenda il mio trono?” “Sì.” “Io do le verità di domani.” “Io preferisco gli errori di oggi,” rispose lei. “Mi disarmate, Gladys,” esclamò lui, cogliendo la caparbietà del suo umore. “Del vostro scudo, Harry, non della vostra lancia.” “Non corro mai la giostra contro la bellezza,” disse, con un gesto della mano. “Questo è il vostro errore, Harry, credetemi. Voi date alla bellezza un valore di gran lunga eccessivo.” “Come potete dirlo? Ammetto di ritenere che sia meglio essere belli che buoni. Ma d’altro canto nessuno è più pronto di me a riconoscere che è meglio essere buoni che brutti.” “Allora la bruttezza è uno dei sette peccati capitali?” esclamò la duchessa. “E che ne è della vostra similitudine sull’orchidea?” “La bruttezza è una delle sette virtù capitali, Gladys. Voi, da buona conservatrice, non dovete sottovalutarle. La birra, la Bibbia e le sette virtù capitali hanno fatto la nostra Inghilterra quella che è.” “Non amate dunque il vostro paese?” chiese lei. “Ci vivo.” “Per poterlo censurare meglio.” “Vorreste che ne accettassi il verdetto dell’Europa?” domandò. “Che cosa dicono di noi?” “Che Tartufo è emigrato in Inghilterra e vi ha aperto bottega.” “È vostra, questa, Harry?” “Ve la regalo.” “Non potrei usarla. È troppo vera.” “Non dovete temere. I nostri connazionali non riconoscono mai un ritratto.” “Sono pratici.” “Sono più astuti che pratici. Quando fanno il bilancio, pareggiano la stupidità con la ricchezza e il vizio con l’ipocrisia.” “Eppure abbiamo fatto grandi cose.” “Le grandi cose ci sono state imposte, Gladys.” “Ne abbiamo portato il peso.” “Solo fino alla Borsa.” Lei scosse il capo. “Io credo nella razza,” esclamò. “Rappresenta la sopravvivenza degli intraprendenti.” “Ha uno sviluppo.” “La decadenza mi affascina di più.” “E l’arte?” chiese lei. “È una malattia.” “L’amore?” “Un’illusione.” “La religione?” “Il sostituto alla moda della fede.” “Siete uno scettico.” “Mai! Lo scetticismo è l’inizio della fede.” “E allora che cosa siete?” “Definire è limitare.” “Datemi un filo.” “I fili si spezzano. Vi perdereste nel labirinto.” “Mi confondete. Parliamo di qualcun altro.” “Il nostro ospite è un argomento delizioso. Anni fa fu battezzato il Principe Azzurro.” “Ah! non ricordatemelo,” esclamò Dorian Gray. “Il nostro ospite è piuttosto odioso stasera,” rispose la duchessa arrossendo. “Credo che pensi che Monmouth mi abbia sposata per puri principi scientifici, come il miglior esemplare di farfalla moderna che potesse trovare.” “Bene, spero che non vi infilzi con gli spilli, duchessa,” rise Dorian. “Oh! lo fa già la mia cameriera, signor Gray, quando è in collera con me.” “E per che cosa si mette in collera con voi, duchessa?” “Per le cose più banali, signor Gray, ve l’assicuro. Di solito perché rientro alle nove meno dieci e le dico che devo essere vestita per le otto e mezza.” “Che irragionevolezza da parte sua! Dovreste darle il preavviso.” “Non oso, signor Gray. Pensate, m’inventa i cappelli. Ricordate quello che portavo alla festa in giardino di Lady Hilstone? Non lo ricordate, ma è gentile da parte vostra fingere di sì. Bene, lo ricavò dal nulla. Tutti i bei cappelli si ricavano dal nulla.” “Come tutte le buone reputazioni, Gladys,” interruppe Lord Henry. “Ogni effetto che si produce procura un nemico. Per essere popolari bisogna essere una mediocrità.” “Non con le donne,” disse la duchessa scuotendo il capo; “e sono le donne a governare il mondo. Vi assicuro che non sopportiamo i mediocri. Noi donne, come dice qualcuno, amiamo con le orecchie, proprio come voi uomini amate con gli occhi, ammesso che amiate mai.” “Mi pare che non facciamo altro,” mormorò Dorian. “Ah! allora voi non amate mai davvero, signor Gray,” rispose la duchessa con finta tristezza. “Mia cara Gladys!” esclamò Lord Henry. “Come potete dirlo? L’amore romantico vive di ripetizione, e la ripetizione converte un appetito in un’arte. Del resto, ogni volta che si ama è l’unica volta in cui si sia mai amato. La differenza dell’oggetto non altera l’unicità della passione. La intensifica soltanto. Nella vita possiamo avere al massimo una sola grande esperienza, e il segreto della vita è riprodurre quell’esperienza quanto più spesso possibile.” “Anche quando se ne è stati feriti, Harry?” chiese la duchessa dopo una pausa. “Soprattutto quando se ne è stati feriti,” rispose Lord Henry. La duchessa si voltò e guardò Dorian Gray con una curiosa espressione negli occhi. “Che cosa ne dite voi, signor Gray?” domandò. Dorian esitò un momento. Poi gettò indietro la testa e rise. “Sono sempre d’accordo con Harry, duchessa.” “Anche quando ha torto?” “Harry non ha mai torto, duchessa.” “E la sua filosofia vi rende felice?” “Non ho mai cercato la felicità. Chi vuole la felicità? Io ho cercato il piacere.” “E l’avete trovato, signor Gray?” “Spesso. Troppo spesso.” La duchessa sospirò. “Io cerco la pace,” disse, “e se non vado a vestirmi, questa sera non ne avrò affatto.” “Lasciate che vi porti qualche orchidea, duchessa,” esclamò Dorian, balzando in piedi e incamminandosi lungo il giardino d’inverno. “Stai flirtando con lui in modo scandaloso,” disse Lord Henry alla cugina. “Faresti bene a stare attenta. È molto affascinante.” “Se non lo fosse, non ci sarebbe battaglia.” “Greco contro greco, dunque?” “Io sto dalla parte dei Troiani. Combattevano per una donna.” “Furono sconfitti.” “Ci sono cose peggiori della cattura,” rispose lei. “Galoppi a briglia sciolta.” “È l’andatura che dà la vita,” fu la risposta. “Lo scriverò nel mio diario questa notte.” “Che cosa?” “Che il bambino scottato ama il fuoco.” “Non sono nemmeno strinata. Le mie ali sono intatte.” “Le usi per ogni cosa, tranne che per volare.” “Il coraggio è passato dagli uomini alle donne. Per noi è un’esperienza nuova.” “Hai una rivale.” “Chi?” Lui rise. “Lady Narborough,” sussurrò. “Lo adora perdutamente.” “Mi riempi di apprensione. Il richiamo all’antichità è fatale per noi che siamo romantiche.” “Romantiche! Avete tutti i metodi della scienza.” “Sono stati gli uomini a educarci.” “Ma non a spiegarvi.” “Descrivici come sesso,” fu la sua sfida. “Sfingi senza segreti.” Lei lo guardò sorridendo. “Quanto ci mette il signor Gray!” disse. “Andiamo ad aiutarlo. Non gli ho ancora detto il colore del mio abito.” “Ah! devi adattare il tuo abito ai suoi fiori, Gladys.” “Sarebbe una resa prematura.” “L’arte romantica comincia dal suo culmine.” “Devo tenermi un’occasione di ritirata.” “Alla maniera dei Parti?” “Essi trovarono salvezza nel deserto. Io non potrei farlo.” “Alle donne non è sempre concessa una scelta,” rispose lui, ma non aveva ancora finito la frase che dal fondo del giardino d’inverno giunse un gemito soffocato, seguito dal tonfo sordo di una caduta pesante. Tutti balzarono in piedi. La duchessa rimase immobile per l’orrore. E con la paura negli occhi, Lord Henry si precipitò attraverso le palme sventolanti e trovò Dorian Gray disteso a faccia in giù sul pavimento di piastrelle, in uno svenimento simile alla morte. Fu portato subito nel salotto azzurro e adagiato su uno dei divani. Dopo poco tempo rinvenne e si guardò intorno con espressione stordita. “Che cosa è successo?” chiese. “Oh! ricordo. Sono al sicuro qui, Harry?” Cominciò a tremare. “Mio caro Dorian,” rispose Lord Henry, “sei semplicemente svenuto. Tutto qui. Devi esserti affaticato troppo. Faresti meglio a non scendere a cena. Prenderò io il tuo posto.” “No, scendo,” disse, alzandosi a fatica. “Preferisco scendere. Non devo restare solo.” Andò in camera sua e si vestì. C’era una sfrenata temerarietà di allegria nei suoi modi mentre sedeva a tavola, ma di tanto in tanto un brivido di terrore lo percorreva quando ricordava che, premuto contro la finestra del giardino d’inverno come un fazzoletto bianco, aveva visto il volto di James Vane che lo osservava.
CAPITOLO 18
Il giorno seguente non lasciò la casa e, infatti, trascorse la maggior parte del tempo nella sua stanza, afflitto da un terrore folle di morire, ma al contempo indifferente alla vita stessa. La consapevolezza di essere inseguito, braccato, rintracciato aveva iniziato a dominarlo: se anche la tappezzeria tremava al vento, lui sobbalzava; le foglie morte che venivano spinte contro i vetri sembravano rappresentare le sue stesse risoluzioni infrante e i suoi rimpianti inutili. Quando chiudeva gli occhi, rivedeva di nuovo il volto del marinaio che lo fissava attraverso i vetri offuscati dalla nebbia. E l’orrore sembrava ancora una volta stringergli il cuore.
Ma forse era solo la sua immaginazione a evocare vendetta dall’NOTTE e a far apparire davanti a lui forme orribili di punizione. La vita reale era caos, ma nell’IMMAGINAZIONE c’era qualcosa di terribilmente logico. Era l’IMMAGINAZIONE che faceva sì che il rimorso inseguisse i peccati; era l’IMMAGINAZIONE che faceva sì che ogni crimine portasse con sé le sue conseguenze. Nel mondo reale, i malvagi non venivano puniti e i buoni non venivano ricompensati. Il SUCCESSO apparteneva ai forti, il fallimento colpiva i deboli. E basta. Inoltre, se qualcuno fosse stato a giro intorno alla CASA, sarebbe stato visto dai servitori o dai custodi; se ci fossero state tracce sui vialetti fioriti, i giardinieri ne avrebbero fatto parola. Sì, era solo un’illusione. Il fratello di Sibyl Vane non era tornato per ucciderlo. Era partito sul suo NAVE e probabilmente era morto in qualche mare invernale. Comunque, lui era al sicuro. Quell’uomo non sapeva nemmeno chi fosse. La maschera della giovinezza lo aveva salvato.
Eppure, se si trattava davvero solo di un’illusione, quanto terribile era pensare che la COSCIENZA potesse generare simili fantasmi spaventosi, dar loro forma visibile e farli muovere davanti a uno! Che tipo di vita avrebbe avuto se, giorno e NOTTE, ombre dei suoi crimini lo avessero osservato da angoli silenziosi, lo avessero deriso in luoghi nascosti, gli avessero sussurrato all’orecchio mentre sedeva a un banchetto, lo avessero svegliato con dita gelide mentre dormiva. Mentre quel pensiero si insinuava nella sua mente, impallidì dal terrore. L’aria sembrò diventare improvvisamente più fredda. Oh! In quale orribile momento di follia aveva ucciso il suo amico. Quanto spaventoso era solo il ricordo di quella scena. La rivedeva tutto. Ogni dettaglio orribile gli tornava alla mente con un’angoscia ancora maggiore. Dalla oscura CAVANA del TEMPO, emergeva l’immagine del suo crimine, terribile e avvolta nel rosso sangue. Quando Lord Henry entrò alle sei di ORE, lo trovò che piangeva come chi ha il cuore spezzato.
Solo il terzo giorno osò uscire di casa. C’era qualcosa nell’aria limpida e profumata di pini di quella mattina d’inverno che sembrava restituirgli la sua gioia e il suo entusiasmo per la vita. Ma non erano solo le condizioni fisiche dell’ambiente a aver causato quel cambiamento: anche la sua stessa natura si era ribellata all’eccesso di angoscia che cercava di distruggere la perfezione della sua serenità. È sempre così nei temperamenti delicati e sensibili: le loro passioni intense devono o ferire o spezzarsi; o uccidono l’uomo, o muoiono esse stesse. Le sofferenze e gli amori superficiali sopravvivono; quelli profondi, invece, vengono distrutti dalla loro stessa intensità. Inoltre, si era convinto di essere stato vittima dell’immaginazione terrorizzata di qualcuno, e ora guardava indietro ai propri timori con compassione, e anche un po’ di disprezzo.
Dopo colazione, passeggiò per un’ora nel giardino insieme alla duchessa, poi guidò attraverso il parco per unirsi al gruppo che andava a caccia. La brina croccante copriva l’erba come sale; il cielo era una coppa di metallo blu; uno strato sottile di ghiaccio bordava il lago, ricoperto di canne.
All’angolo del bosco di pini, vide Sir Geoffrey Clouston, fratello della duchessa, che stava togliendo due cartucce usate dalla sua pistola. Saltò giù dal carro e, dopo aver detto al cocchiere di portare via la cavalla, si avviò verso il suo ospite attraverso i cespugli secchi e la vegetazione rigogliosa.
“Hai avuto fortuna oggi, Geoffrey?” chiese.
“Non molto, Dorian. Penso che la maggior parte degli uccelli sia già andata nelle zone aperte. Forse dopo pranzo sarà meglio, quando arriveremo in nuove zone.”
Dorian camminava al suo fianco. L’aria fresca e profumata, i colori marroni e rossi che brillavano nel bosco, i richiami dei cacciatori, tutto questo lo affascinava e gli dava una sensazione di deliziosa libertà. Era dominato da un senso di felicità spensierata, da un’indifferenza gioiosa.
All’improvviso, davanti a loro, da un ciuffo di erba vecchia, apparve una lepre con le orecchie nere e le zampe posteriori lunghe e forti. Corse verso un cespuglio di salici. Sir Geoffrey puntò la pistola, ma qualcosa nella grazia dei movimenti dell’animale colpì profondamente Dorian Gray; gridò subito: “Non sparare, Geoffrey. Lasciala vivere.”
“Ma che sciocchezza, Dorian!” rise il suo compagno. E mentre la lepre si tuffava nel cespuglio, sparò. Si sentirono due grida: quella di una lepre in agonia, e quella di un uomo in preda al dolore.
“Mio Dio! Ho colpito uno dei cacciatori!” esclamò Sir Geoffrey. “Che idiota è stato ad avvicinarsi così tanto alle pistole. Fermatevi di sparare lì!” gridò. “C’è qualcuno ferito, ”
Il capocaccia arrivò di corsa, con un bastone in mano.
“Il dove è, signore? Dove si trova?” gridò. Nello stesso momento, il fuoco lungo la linea cessò.
“Eccolo qui,” rispose Sir Geoffrey con rabbia, dirigendosi verso il boschetto. “Perché diavolo non tenete indietro i vostri uomini? Mi avete rovinato la giornata di caccia.”
Dorian li osservò mentre si addentravano nel groviglio di salici, spostando da parte i rami sottili e ondeggianti. Dopo pochi momenti ne uscirono trascinando con sé un corpo nella luce del sole. Lui distolse lo sguardo, inorridito: gli sembrava che la sfortuna lo seguisse ovunque andasse. Sentì Sir Geoffrey chiedere se quell’uomo fosse davvero morto e la risposta affermativa del guardiacaccia. Il bosco, ai suoi occhi, sembrava improvvisamente pieno di volti: c’era il rumore di innumerevoli piedi che calpestavano l’erba e il mormorio sommesso delle voci. Un grande fagiano con il petto color rame sfrecciò tra i rami sopra di loro.
Dopo alcuni minuti – che, nel suo stato turbato, gli parvero ore interminabili di dolore – sentì una mano posarsi sulla sua spalla. Si girò di scatto.
“Dorian,” disse Lord Henry, “dovremmo dire loro che la caccia è sospesa per oggi. Non sarebbe affatto appropriato continuare.”
“Vorrei che fosse sospesa per sempre, Harry, ” rispose lui amaramente. “Tutto questo è orribile e crudele. Quell’uomo,?” Non riuscì a finire la frase.
“Temo di sì,” disse Lord Henry. “Ha ricevuto tutta la raffica in petto. Deve essere morto quasi all’istante. Andiamo, torniamo a casa.”
Camminarono fianco a fianco per quasi cinquanta metri senza dire una parola. Poi Dorian guardò Lord Henry e disse, con un profondo sospiro: “È un cattivo presagio, Harry. Un very bad omen.”
“Che cosa?” chiese Lord Henry. “Oh, questo incidente, suppongo. Caro amico, non c’è nulla che possiamo fare. È stata colpa sua. Perché si è messo davanti alle armi? Inoltre, non ci riguarda affatto. Solo per Geoffrey è imbarazzante. Non è giusto che un bravo cacciatore venga criticato per questo. E Geoffrey non lo è; spara sempre con precisione. Ma non ha senso parlare ancora di questa faccenda.”
Dorian scosse la testa. “È un cattivo presagio, Harry. Ho la sensazione che qualcosa di terribile possa accadere a uno di noi. Forse a me, ” aggiunse, passandosi una mano sugli occhi, con un gesto di dolore.
L’uomo più anziano rise. “L’unica cosa davvero terribile al mondo è la noia, Dorian. Quello è l’unico peccato per cui non esiste perdono. Ma probabilmente non ne soffriremo, a meno che questi ragazzi non continuino a parlare di questa faccenda a cena. Devo dir loro che questo argomento è tabù. Per quanto riguarda i presagi. Non esistono davvero. Il destino non ci manda messaggeri. È troppo saggia, o troppo crudele per farlo. Inoltre, cosa potrebbe mai accaderti a te, Dorian? Hai tutto ciò che un uomo possa desiderare. Nessuno sarebbe felice di scambiarsi i tuoi posti, ”
“I non ci sarebbe nessuno con cui non scambierei i ruoli, Harry. Non ridere così. Ti sto dicendo la verità: quel povero contadino che è appena morto vive meglio di me. Non ho paura della morte. È l’arrivo stesso della morte a spaventarmi. Le sue ali mostruose sembrano girare nell’aria pesante intorno a me. Oh, mio Dio! Non vedi un uomo che si muove dietro gli alberi, che mi osserva, che aspetta me?”
Lord Henry guardò nella direzione indicata dalla mano tremante. “Sì,” disse sorridendo, “vedo il giardiniere che ti aspetta. Immagino voglia chiederti quali fiori desideri sul tavolo stasera. Sei davvero troppo nervoso, caro mio. Dovresti andare dal mio dottore non appena torneremo in città.”
Dorian tirò un sospiro di sollievo vedendo avvicinarsi il giardiniere. L’uomo si tolse il cappello, guardò per un momento Lord Henry con esitazione, poi estrasse una lettera e la consegnò al suo padrone. “Sua Grazia mi ha detto di aspettare una risposta,” mormorò.
Dorian mise la lettera in tasca. “Digli che verrò,” disse freddamente. L’uomo si girò e se ne andò rapidamente verso la casa.
“Che amano le donne fare cose pericolose!” rise Lord Henry. “È una delle qualità che ammiro di più in loro. Una donna flirta con chiunque, purché ci siano altre persone a guardare, ”
“Ma quanto ami dire cose pericolose, Harry! In questo caso ti sbagli completamente. Mi piace molto la duchessa, ma non la amo.”
“E la duchessa ti ama molto, ma meno di quanto tu ami lei. Quindi siete perfettamente abbinati, ”
“Stai dicendo sciocchezze, Harry. Non c’è mai alcuna base per uno scandalo, ”
“La base di ogni scandalo è una certezza immorale,” disse Lord Henry accendendo una sigaretta.
“Saresti disposto a sacrificare chiunque, Harry, per un epigramma, ”
“Il mondo va spontaneamente verso l’altare, ”, fu la risposta.
“Vorrei davvero poter amare, ” esclamò Dorian Gray con un tono di profondo pathos. “Ma sembra che abbia perso la passione, dimenticato il desiderio. Sono troppo concentrato su me stesso. La mia stessa personalità è diventata un peso per me. Voglio scappare, andarmene lontano, dimenticare tutto. È stato stupido da parte mia venire qui. Penso che manderò un telegramma a Harvey perché prepari la yacht. Su una yacht si è al sicuro, ”
“Al sicuro da cosa, Dorian? Hai qualche problema. Perché non me lo dici? Sai che ti aiuterei, ”
“Non posso dirtelo, Harry. E probabilmente è solo un’idea mia. Questo incidente sfortunato mi ha sconvolto. Ho una terribile premonizione che qualcosa del genere possa accadermi, ”
“Sciocchezze!”
“Spero che lo sia. Ma non riesco a smettere di pensarci. Ah! Ecco la duchessa. Sembra Artemide in un abito fatto su misura. Vedi, siamo tornati, Duchessa, ”
“Ne ho sentito parlare molto, signor Gray,” rispose lei. “Povero Geoffrey, è terribilmente sconvolto. E sembra che lei gli abbia chiesto di non sparare alla lepre. Che curioso!”
“Sì, è stato davvero curioso. Non so cosa mi abbia spinto a dirlo. Forse un capriccio. Quella lepre sembrava davvero l’animale più adorabile che ci fosse. Ma mi dispiace che gli abbiano parlato di quell’uomo. È un argomento orribile.”
“È un argomento fastidioso,” intervenne Lord Henry. “Non ha alcun valore psicologico. Se solo Geoffrey avesse fatto quella cosa apposta. Che interessante sarebbe stato! Mi piacerebbe conoscere qualcuno che abbia commesso davvero un omicidio, ”
“Che orrore da parte sua, Harry!” esclamò la duchessa. “Non è vero, signor Gray? Harry, sta male di nuovo. Sta per svenire, ”
Dorian si alzò faticosamente e sorrise. “Niente, Duchessa. Sono solo molto nervoso. Probabilmente ho camminato troppo questa mattina. Non ho sentito cosa ha detto Harry. Era davvero così grave? Me lo racconterà un’altra volta, vero? Penso che debba andare a riposarmi. Mi scuserà, vero?”
Avevano raggiunto la grande scalinata che conduceva dal giardino d’inverno al terrazzo. Mentre la porta di vetro si chiudeva alle spalle di Dorian, Lord Henry si voltò e guardò la duchessa con i suoi occhi sonnolenti. “Lo ami davvero molto?” le chiese.
Lei non rispose per qualche momento, ma rimase lì a fissare il paesaggio. “Vorrei saperlo,” disse infine.
Lui scosse la testa. “Conoscere sarebbe fatale. È l’incertezza che incanta le persone. La nebbia rende tutto meraviglioso.”
“Si potrebbe perdere la strada, ”
“Tutti i sentieri portano allo stesso punto, mia cara Gladys.”
“E cosa sarebbe?”
“La delusione, ”
“È stato il mio debutto nella vita, ”, sospirò lei.
“Ed è arrivato a te in forma di corona, ”
“Sono stanca delle foglie di fragola, ”
“Diventano parte di te, ”
“Solo in pubblico, ”
“Le perderesti, ”, disse Lord Henry.
“Non rinuncerei mai a un petalo, ”
“Monmouth ha orecchie, ”
“La vecchiaia rende l’udito più debole, ”
“Non è mai stato geloso?”
“Vorrei che lo fosse stato, ”
Lui guardò intorno, come se cercasse qualcosa. “Cosa stai cercando?” chiese lei.
“Il bottone della tua maschera. L’hai perso, ”
Lei rise. “Ho ancora la maschera, ”
“Rende i tuoi occhi ancora più belli, ”, rispose lui.
Rise di nuovo; i suoi denti brillavano come semi bianchi all’interno di un frutto scarlatto.
Al piano di sopra, nella sua stanza, Dorian Gray giaceva sul divano, con il terrore che pervadeva ogni fibra del suo corpo. La vita gli era improvvisamente sembrata un fardello troppo orribile da sopportare. La terribile morte di quel sfortunato cacciatore, ucciso nel bosco come una bestia selvatica, gli era parsa una premonizione della sua stessa fine. Aveva quasi perso i sensi alle parole pronunciate da Lord Henry in un momento di cinico scherzo.
Alle cinque in punto suonò la campanella per chiamare il suo servitore e gli ordinò di preparare i suoi bagagli per il treno notturno diretto in città, e di far preparare la carrozza davanti alla porta entro le otto e mezza. Era deciso a non trascorrere un’altra notte a Selby Royal. Quel posto portava sfortuna. La morte vi camminava sotto il sole; l’erba della foresta era macchiata di sangue. Poi scrisse una nota a Lord Henry, dicendogli che andava in città per consultare il suo medico e chiedendogli di intrattenere gli ospiti in sua assenza. Mentre la metteva nella busta, qualcuno bussò alla porta; il suo valletto gli annunciò che il capo custode voleva vederlo. Lui fece una smorfia e morse il labbro, “Fatelo entrare”, mormorò dopo un attimo di esitazione. Non appena l’uomo entrò, Dorian tirò fuori il suo libretto degli assegni e lo aprì davanti a lui. “Immagino che siate venuto per parlare dell’infortunio di stamattina, Thornton, ”, disse, prendendo una penna. “Sì, signore”, rispose il capo custode.
“Quel poveretto era sposato? Aveva qualcuno che dipendeva da lui?” chiese Dorian, con aria annoiata. “Se sì, non vorrei che finissero nella povertà; vi manderò quindi qualsiasi somma riteniate necessaria.”
“Non sappiamo chi sia, signore. Ecco il motivo per cui mi sono permesso di venire da voi.”
“Non sapete chi sia?” disse Dorian, con distacco. “Cosa intendete? Non era uno dei vostri uomini?”
“No, signore. Non l’avevo mai visto prima. Sembra un marinaio, ”
La penna cadde dalle mani di Dorian Gray; ebbe la sensazione che il suo cuore avesse improvvisamente smesso di battere. “Un marinaio?” esclamò. “Avete detto un marinaio?”
“Sì, signore. Sembra proprio un ex marinaio: tatuaggi sulle braccia, e cose del genere, ”
“C’era qualcosa addosso a lui?” chiese Dorian, inclinandosi in avanti e guardando l’uomo con occhi spaventati. “Qualcosa che potesse rivelare il suo nome?”
“Un po’ di denaro. Non molto. E una pistola a sei colpi. Nessun documento personale. Un uomo dall’aspetto decente, ma dall’aria rozza. Crediamo fosse un marinaio, ”
Dorian si alzò in piedi. Una terribile speranza gli attraversò la mente. La afferrò disperatamente. “Dove si trova il corpo?” esclamò. “Subito! Devo vederlo immediatamente, ”
“Si trova in un stallo vuoto della fattoria Home, signore. La gente non vuole che cose del genere siano nelle proprie case; dicono che i cadaveri portino sfortuna.”
“La fattoria Home! Vai lì immediatamente e aspettami. Dì a uno degli stallieri di portare qui il mio cavallo. No, lascia perdere, andrò io stesso agli stalli. Così risparmieremo tempo.”
In meno di un quarto d’ora, Dorian Gray stava già galoppando lungo la strada a tutta velocità. Gli alberi sembravano sfrecciargli accanto in una processione spettrale, e ombre oscure si proiettavano sul suo cammino. Una volta, la cavalla sterzò davanti a un cancello bianco e per poco non lo fece cadere; lui la frustò con forza sulla nuca. La bestia sfrecciò attraverso l’oscurità come una freccia, facendo volare pietre sotto i suoi zoccoli.
Finalmente raggiunse la fattoriadi casa. Due uomini stavano gironzolando nel cortile; saltò giù dalla sella e gettò le redini a uno di loro. Nello stallo più lontano si intravedeva una luce fioca. Qualcosa gli suggerì che ilcorpo si trovasse lì; si affrettò verso la porta e posò la mano sulla maniglia.
Si fermò per un momento, sentendo di essere sull’orlo di una scoperta che avrebbe potuto cambiare completamente la sua vita. Poi spinse la porta ed entrò.
In un angolo c’era un mucchio di sacchi; sopra di essi giaceva il corpo morto di un uomo vestito con una camicia grezza e dei pantaloni blu. Sul viso era stato posto un fazzoletto a strisce. Una candela grossolana, infilata in una bottiglia, bruciava accanto al cadavere.
Dorian Gray rabbrividì. Non riusciva a credere che fosse lui ad avere il coraggio di togliere quel fazzoletto; chiamò uno dei servitori della fattoria perché gli venisse in aiuto.
“Togliete quella cosa dal viso. Voglio vederlo,” disse, appoggiandosi al battente della porta per non cadere.
Quando il servitore ebbe eseguito l’ordine, Dorian fece un passo avanti. Un grido di gioia gli sfuggì dalle labbra: l’uomo che era stato colpito nel bosco era James Vane.
Rimase lì per alcuni minuti a guardare il cadavere. Mentre tornava a casa, aveva gli occhi pieni di lacrime. Sapeva finalmente di essere al sicuro.
CAPITOLO 19
“Non ha senso che tu mi dica che cambierai”, esclamò Lord Henry, immerso le sue dita bianche in una ciotola di rame rosso piena d’acqua di rose. “Sei già perfetto. Per favore, non cambiare.”
Dorian Gray scosse la testa. “No, Harry. Ho fatto troppe cose orribili nella mia vita; non ne farò più. Ieri ho iniziato a compiere azioni buone.”
“Dove eri ieri?”
“In campagna, Harry. Stavo da solo in una piccola locanda.”
“Mio caro ragazzo”, disse Lord Henry sorridendo, “chiunque può diventare buono in campagna. Lì non ci sono tentazioni. Ed è proprio per questo che le persone che vivono lontano dalla città sono così completamente incivili. La civiltà non è affatto qualcosa di facile da raggiungere. Ci sono solo due modi: essere colti o corrotti. Le persone di campagna non hanno alcuna possibilità di diventare né l’uno né l’altro. Quindi rimangono indietro.”
“Cultura e corruzione, ”, ripeté Dorian. “Ne ho conosciute entrambe le forme. Ora mi sembrano terribili. Perché ho un nuovo ideale, Harry. Intendo cambiare. Credo di aver già iniziato a farlo.”
“Non mi hai ancora detto quale sia stata la tua azione buona. O forse ne hai fatte più di una?” chiese il suo compagno, versando nel proprio piatto una piccola piramide di fragole e cospargendole di zucchero bianco con un cucchiaino a forma di conchiglia.
“Posso dirtelo. Non è una storia che potrei raccontare a nessun altro. Ho risparmiato qualcuno. Sembra banale, ma capisci cosa intendo. Era davvero bella. Assomigliava molto a Sibyl Vane. Penso sia stato proprio questo ad attirarmi verso di lei. Ricordi Sibyl, vero? Sembra passata un’eternità da allora. Beh. Hetty non apparteneva alla nostra classe. Era solo una ragazza di campagna. Ma la amavo davvero. Ne sono sicuro. Durante tutto quel meraviglioso mese di maggio, andavo a trovarla due o tre volte a settimana. Ieri ci siamo incontrati in un piccolo orto. I boccioli di melo le cadevano continuamente sui capelli. Lei rideva. Avremmo dovuto partire insieme stamattina all’alba. Ma all’improvviso ho deciso di lasciarla così com’era, bella come un fiore, ”
“Credo che la novità di quell’emozione ti abbia davvero procurato grande piacere, Dorian, ”, interruppe Lord Henry. “Ma posso completare questa tua idilliaca storia. Le hai dato dei buoni consigli. E le hai spezzato il cuore. Quello è stato l’inizio della tua ‘riforma’, ”
“Harry. Sei orribile! Non devi dire queste cose terribili. Il cuore di Hetty non è spezzato. Certo, ha pianto. Ma non c’è alcuna vergogna per lei. Può vivere, come Perdita, nel suo giardino pieno di menta e margherite, ”
“E piangete per una infedele Florizel,” disse Lord Henry ridendo, appoggiandosi allo schienale della sedia. “Mio caro Dorian, hai davvero umori stranamente infantili. Pensi davvero che questa ragazza possa mai essere veramente felice con qualcuno del suo stesso rango? Immagino che un giorno si sposi con qualche rude carrettiere o un sorridente contadino. Beh, il fatto di averti incontrato e amato le insegnerà ad disprezzare il proprio marito. E allora sarà infelice. Dal punto di vista morale, non posso dire di apprezzare molto la tua grande rinuncia. Anche come inizio, è pessima. Inoltre, come fai a sapere che in questo momento Hetty non stia galleggiando in qualche stagno illuminato dalle stelle, circondata da bellissimi lillà d’acqua, proprio come Ophelia?”
“Non ce la faccio più, Harry! Tu deridi di tutto, e poi suggerisci le tragedie più gravi. Mi dispiace di averti detto tutto questo ora. Non mi importa cosa tu possa dirmi: so di aver agito nel modo giusto. Povera Hetty. Questa mattina, passando davanti alla fattoria, ho visto il suo viso pallido alla finestra, sembrava un bouquet di gelsomino. Lasciamo perdere questo argomento, e non provare a convincermi che la prima azione positiva che abbia compiuto da anni, il primo atto di autosacrificio che abbia mai avuto, sia in realtà un peccato. Voglio diventare una persona migliore. Lo farò. Dimmi qualcosa di te. Cosa sta succedendo in città? Non vado al club da giorni, ”
“La gente continua ancora a parlare della scomparsa del povero Basil, ”
“Avrei dovuto pensare che ormai si fossero stancati di quella storia, ”, disse Dorian, versandosi del vino e aggrottando leggermente la fronte.
“Mio caro ragazzo, hanno parlato di questa faccenda solo per sei settimane, e il pubblico britannico davvero non è in grado di sopportare la pressione psicologica derivante dall’aver sempre più argomenti di cui discutere ogni tre mesi. Tuttavia, ultimamente sono stati molto fortunati: hanno avuto il mio stesso caso di divorzio e il suicidio di Alan Campbell. Ora hanno anche la misteriosa scomparsa di un artista. Scotland Yard insiste ancora sul fatto che l’uomo con il cappotto grigio che partì per Parigi sul treno di mezzanotte del 9 novembre fosse proprio il povero Basil, mentre la polizia francese afferma che Basil non sia mai arrivato a Parigi. Immagino che tra circa quindici giorni ci verrà detto che è stato visto a San Francisco. È strano: sembra che tutte le persone scomparse vengano sempre ritrovate a San Francisco. Deve essere una città davvero deliziosa, con tutti i fascini di un “altro mondo”, ”
“Cosa pensi che sia successo a Basil?” chiese Dorian, esaminando il suo bicchiere di vino rosso nel chiaro della luce e chiedendosi come potesse parlare dell’argomento con tanta calma.
“Non ne ho la minima idea. Se Basil decide di nascondersi, non è affar mio. Se è morto, non voglio nemmeno pensarci. La morte è l’unica cosa che mi spaventa davvero. La odio.”
“Perché?” chiese l’uomo più giovane, con stanchezza.
“Perché,” disse Lord Henry, facendo passare sotto il suo naso la rete dorata di una scatola contenente condimenti per insalate, “oggi si può sopravvivere a tutto tranne che a questo. La morte e la volgarità sono gli unici due fatti del diciannovesimo secolo che non si possono semplicemente ignorare o spiegare. Andiamo a bere il caffè nella sala da musica, Dorian. Devi suonarmi Chopin. L’uomo con cui mia moglie è scappata suonava Chopin in modo squisito. Povera Victoria! Le volevo molto bene. La casa sembra davvero vuota senza di lei. Ovviamente, la vita coniugale non è altro che un’abitudine. Una cattiva abitudine. Ma allora si rimpiangono persino le proprie peggiori abitudini. Forse soprattutto quelle. Fanno infatti parte essenziale della nostra personalità.”
Dorian non disse nulla; si alzò da tavola, entrò nella stanza accanto e si sedette al pianoforte. Dopo che il caffè fu servito, smise di suonare e guardando Lord Henry disse: “Harry, ti è mai venuto in mente che Basil sia stato assassinato?”
Lord Henry sbadigliò. “Basil era molto popolare. E portava sempre un orologio Waterbury. Perché avrebbe dovuto essere assassinato? Non era abbastanza intelligente da avere nemici. Certo, aveva un grande talento per la pittura. Ma si può dipingere come Velázquez eppure essere estremamente noiosi. Basil era davvero piuttosto noioso. Mi ha interessato una volta sola. Quando mi disse, anni fa, che provava per te un’adorazione profonda, e che tu eri il motivo principale della sua arte.”
“Mi piaceva molto Basil, ” disse Dorian con voce triste. “Ma non si dice forse che sia stato assassinato?”
“Oh, alcuni giornali lo dicono. Ma a me sembra del tutto improbabile. So che ci sono posti terribili a Parigi, ma Basil non era il tipo di persona che potesse andarci. Non aveva alcuna curiosità. Questa era la sua principale debolezza, ”
“Cosa ne penseresti, Harry, se ti dicessi che sono stato io ad assassinare Basil?” chiese il giovane. Lo guardò attentamente dopo aver parlato.
“Direi, caro amico, che stai cercando di interpretare un ruolo che non ti si addice affatto. Tutti i crimini sono volgari, proprio come tutta la volgarità è un crimine. Non sei il tipo di persona che possa commettere un omicidio, Dorian. Mi dispiace se queste parole offendono la tua vanità, ma ti assicuro che è la verità. Il crimine appartiene esclusivamente alle classi inferiori. Non li biasimo affatto. Penso anzi che per loro il crimine sia ciò che per noi l’arte, semplicemente un mezzo per provare sensazioni straordinarie, ”
“Un mezzo per provare sensazioni. Allora pensi davvero che una persona che abbia commesso un omicidio possa ripeterlo? Non dirmelo, ”
“Oh! Qualsiasi cosa diventa piacevole se la si fa troppo spesso,” esclamò Lord Henry ridendo. “Questo è uno dei più importanti segreti della vita. Tuttavia, credo che uccidere sia sempre un errore. Non si dovrebbe mai fare nulla di ciò di cui non si possa parlare dopo cena. Ma lasciamo perdere povero Basil. Vorrei davvero credere che avesse avuto una fine così davvero romantica come tu suggerisci, ma non riesco a farlo. Immagino che sia caduto nel Sena da un omnibus e che il conducente abbia insabbiato lo scandalo. Sì: penso che quella sia stata la sua fine. Lo vedo adesso sdraiato sul dorso sotto quelle acque di un verde opaco, con i pesanti battelli che galleggiano sopra di lui e lunghi fili d’erba impigliati nei suoi capelli. Sai? Non credo che avrebbe potuto compiere opere molto più utili. Negli ultimi dieci anni, la sua pittura è davvero peggiorata molto.”
Dorian sospirò; Lord Henry invece si avvicinò a un curioso pappagallo giavanese, un grande uccello dalle piume grigie con cresta e coda rosa, che si reggeva in equilibrio su un trespolo di bambù. Quando le sue dita affusolate lo toccarono, l’uccello abbassò le palpebre bianche e rugose sugli occhi neri e lucidi, e iniziò a dondolarsi avanti e indietro.
“Sì,” continuò, girandosi e tirando fuori il fazzoletto dalla tasca; “il suo dipinto era davvero pessimo. Mi sembrava che avesse perso qualcosa: aveva perso un ideale. Quando tu e lui smetteste di essere grandi amici, anche lui smise di essere un grande artista. Cosa vi separò? Immagino che ti abbia annoiato. Se è così, non te lo perdonò mai. È una caratteristica degli annoiati. A proposito, cosa ne è stato di quel meraviglioso ritratto che ti fece? Non credo di averlo più visto da quando lo completò. Oh! Ricordo che anni fa mi dicesti di averlo inviato a Selby, ma che fosse andato perduto o rubato durante il viaggio. Non l’hai mai riavuto indietro? Che peccato. Era davvero un capolavoro. Ricordo che volevo comprarlo. Vorrei averlo ancora ora. Apparteneva al periodo migliore della carriera di Basil. Da allora, il suo lavoro è diventato quella strana miscela di pessimi risultati artistici e buone intenzioni. Un tipico esempio di come un artista britannico possa essere definito “representative”. Hai pubblicizzato la sua scomparsa? Dovresti farlo.”
“Me ne sono dimenticato,” disse Dorian. “Suppongo di sì. Ma in realtà non mi è mai piaciuto. Mi dispiace di averlo fatto. Quel ricordo mi è odioso. Perché ne parli? Prima mi ricordava quelle strane frasi presenti in un’opera teatrale. Amleto, credo. Come recitano esattamente?
“Come il ritratto di una tristezza,
Un volto senza cuore.”
Sì: era proprio così.”
Lord Henry rise. “Se un uomo vive in modo artistico, il suo cervello diventa il suo cuore,” rispose, accomodandosi in una poltrona.
Dorian Gray scosse la testa e suonò alcune note dolci al pianoforte. “‘Come il ritratto di una tristezza,’” ripeté, “‘un volto senza cuore.’”
L’uomo anziano si sdraiò e lo guardò con gli occhi semichiusi. “A proposito, Dorian,” disse dopo una pausa, “‘Che vantaggio ha un uomo se vince il mondo intero ma perde, come recita il detto?, la propria ‘anima?’”
La musica si interruppe bruscamente e Dorian Gray si alzò di scatto, fissando il suo amico. “Perché me lo chiedi, Harry?”
“Mio caro amico,” rispose Lord Henry sollevando le sopracciglia sorpreso, “te l’ho chiesto perché pensavo che potessi darmi una risposta. Nient’altro. L’altro )domenica stavo passeggiando per il parco e vicino all’Arco di Marmo c’era un piccolo gruppo di persone dall’aspetto trasandato che ascoltavano un volgare predicatore di strada. Passandomo, ho sentito quell’uomo gridare quella domanda al suo pubblico. Mi è sembrata davvero molto drammatica. Londra è piena di effetti curiosi di questo genere: una giornata piovosa di )domenica, un cristiano rozzo con un impermeabile, un gruppo di volti pallidi sotto un tetto rotto e coperto di ombrelli gocciolanti. E poi quella frase gridata da labbra isteriche. Era davvero molto efficace, una vera e propria suggestione. Ho pensato di dire a quel predicatore che l’arte ha un’‘anima, ma che lui no. Tuttavia, temo che non mi avrebbe capito.”
“Non farlo, Harry. L’‘anima è una realtà terribile: può essere comprata, venduta o scambiata. Può essere avvelenata, o resa perfetta. Ogni uno di noi ne possiede una. Lo so per certo.”
“Ne sei davvero sicuro, Dorian?”
“Assolutamente.”
“Ah! allora deve essere un’illusione. Le cose di cui si è assolutamente certi non sono mai vere. Questa è la fatalità della fede e la lezione del romanzo. Quanto sei serio! Non essere così grave. Cosa abbiamo tu o io da fare con le superstizioni di questi tempi? No: abbiamo rinunciato alla nostra fede nell’‘anima. Suonami qualcosa. Suona un notturno, Dorian. E mentre suoni, dimmi, a voce bassa, come hai conservato la tua giovinezza. Devi avere qualche segreto. Sono solo dieci anni più vecchia di te, e sono piena di rughe, consumata, ingiallita. Sei davvero meraviglioso, Dorian. Non sei mai stato così affascinante come stasera. Mi ricordi il giorno in cui ti ho visto per la prima volta. Eri un po’ impertinente, molto timido. Ma assolutamente straordinario. Ovviamente sei cambiato, ma non nell’aspetto. Vorrei tanto che mi rivelassi il tuo segreto. Per riavere la mia giovinezza farei qualsiasi cosa al mondo, tranne esercitarmi, alzarmi presto o comportarmi in modo rispettabile. La giovinezza. Non c’è niente di paragonabile. È assurdo parlare dell’ignoranza della gioventù. Le uniche persone le cui opinioni ascolto ora con rispetto sono quelle molto più giovani di me. Sembrano essere davanti a me. La vita ha rivelato loro i suoi ultimi misteri. Per quanto riguarda gli anziani, li contraddico sempre. Lo faccio per principio. Se chiedi loro la loro opinione su qualcosa che è successo ieri, ti danno seriamente le opinioni del 1820, quando la gente indossava calze alte, credeva in tutto e non sapeva assolutamente nulla. Che meraviglia questa musica che stai suonando. Mi chiedo se Chopin l’abbia scritta a Maiorca, con il mare che piangeva intorno alla villa e la schiuma salata che batteva contro i vetri. È incredibilmente romantica. Che fortuna che ci sia ancora un’arte che non è imitativa. Non smettere. Voglio che la musica continui. Mi sembra che tu sia il giovane Apollo e che io sia Marsia che ti ascolta. Ho i miei dolori, Dorian, dolori di cui nemmeno tu sai nulla. La tragedia della vecchiaia non sta nel fatto di essere anziani, ma nel fatto di essere giovani. A volte mi sorprende la mia stessa sincerità. Ah, Dorian, quanto sei felice! Che vita meravigliosa hai avuto! Hai assaporato tutto appieno. Niente ti è stato nascosto. E per te tutto questo non è stato altro che suono di musica. Non ti ha rovinato. Sei ancora lo stesso, ”
“Non sono più lo stesso, Harry.”
“Sì, sei proprio lo stesso. Mi chiedo come sarà il resto della tua vita. Non rovinarla con rinunce. In questo momento sei perfetto: non renderti incompleto. Non hai alcun difetto. Non devi scuotere la testa; lo sai bene. Inoltre, Dorian, non ingannarti: la vita non è governata dalla volontà o dalle intenzioni. La vita dipende dai nervi, dalle fibre, dalle cellule che si formano lentamente. Sono queste cose che influenzano le nostre vite. Browning ne parla da qualche parte; ma sono i nostri stessi sensi a crearle per noi. Ci sono momenti in cui l’odore dei lilas blanc mi colpisce all’improvviso, e devo rivivere il mese più strano della mia vita. Vorrei poter scambiare i miei posti con te, Dorian.”
Il mondo si è indignato contro entrambi, ma ha sempre adorato te. E lo farà per sempre. Sei proprio ciò che questa epoca cerca, e al contempo teme di aver trovato. Sono così felice che tu non abbia mai fatto nulla: né scolpito statue, né dipinto quadri, né creato nulla al di fuori di te stesso! La vita stessa è stata la tua arte. Hai reso ogni tuo giorno un sonetto.
Dorian si alzò dal pianoforte e si passò la mano tra i capelli. “Sì, la vita è stata davvero incantevole,” mormorò, “ma non intendo vivere la stessa vita di prima, Harry. E non devi dire cose del genere. Non conosci tutto di me. Penso che se le conoscessi anche tu, ti allontaneresti da me. Ridi. Ma non ridere.”
“Perché hai smesso di suonare, Dorian? Torna e suona di nuovo quel notturno. Guarda quella meravigliosa luna color miele che splende nel cielo scuro. Sta aspettando che tu la incanti. Se suonerai, si avvicinerà ancora di più alla terra. Non vuoi farlo? Allora andiamo al club. È stata una serata incantevole. Dobbiamo concluderla allo stesso modo. C’è qualcuno al White’s che desidera molto conoscerti. Il giovane Lord Poole, il figlio maggiore di Bournemouth. Ha già copiato i tuoi cravatte e mi ha supplicato di presentartelo. È davvero simpatico. E in un certo senso ti assomiglia, ”
“Non lo spero affatto,” disse Dorian con uno sguardo triste negli occhi. “Ma sono stanco. È quasi l’una di notte, Harry. Voglio andare a letto presto.”
“Resta pure. Non hai mai suonato così bene come stasera. C’era qualcosa nel tuo modo di suonare che era davvero meraviglioso; aveva più espressione di quanta ne avessi mai sentita prima.”
“È perché diventerò bravo,” rispose lui sorridendo. “Sono già un po’ cambiato.”
“Non puoi cambiare per diventare come me, Dorian,” disse Lord Henry. “Noi due saremo sempre amici.”
“Eppure una volta mi hai avvelenato con un libro. Non dovrei perdonartelo. Harry, promettimi che non lo presterai mai più a nessuno. Fa del male.”
“Mio caro ragazzo, stai davvero iniziando a moralizzare. Presto diventerai come quegli convertiti e i riformatori che avvertono la gente contro tutti i peccati di cui ormai sei stanco. Sei troppo piacevole per fare una cosa del genere. Inoltre, è inutile: noi siamo ciò che siamo, e rimarremo ciò che siamo. Per quanto riguarda essere ‘avvelenati’ da un libro. Non esiste nulla del genere. L’arte non influisce sulle azioni; anzi, distrugge il desiderio di agire. È assolutamente sterile. I libri che il mondo considera immorali sono semplicemente quelli che mostrano alla gente la propria vergogna. Ma non parleremo più di letteratura. Vieni domani. Partirò a cavallo alle undici; potremmo andare insieme, e dopo pranzo ti porterò da Lady Branksome. È una donna incantevole. Vuole consultarti riguardo a alcuni arazzi che sta pensando di comprare. Non mancare. Oppure pranzeremo con la nostra piccola duchessa. Dice che non ti vede mai più. Forse sei stanco di Gladys. Pensavo che lo fossi. La sua lingua tagliente diventa davvero fastidiosa. Comunque, vieni alle undici, ”
“Devo davvero venire, Harry?”
“Certo. Il parco è davvero incantevole in questo periodo. Non credo ci siano mai stati tanti lillà come quest’anno. Molto bene. Sarò lì alle undici,” disse Dorian. “Buona notte, Harry, ” Mentre raggiungeva la porta, esitò per un momento, come se avesse qualcos’altro da dire. Poi sospirò e uscì.
CAPITOLO 20
Era una bella notte, così calda che si mise il cappotto sul braccio senza nemmeno indossare la sciarpa di seta intorno al collo. Mentre camminava verso casa, fumando la sua sigaretta, due giovani in abiti da sera lo superarono. Sentì uno di loro sussurrare all’altro: “Quello è Dorian Gray”. Ricordò quanto gli piacesse quando qualcuno lo indicava, lo fissava o ne parlava. Ora, invece, era stanco di sentire il proprio nome. Metà del fascino di quel piccolo villaggio, dove ultimamente si recava spesso, consisteva nel fatto che nessuno sapeva chi fosse veramente. Aveva spesso detto alla ragazza che aveva sedotto affinché lo amasse che era povero, e lei gli credeva. Le aveva anche detto di essere malvagio; lei rideva e rispondeva che le persone malvagie sono sempre molto anziane e molto brutte. Che risata! Proprio come il canto di un tordo. E com’era bella, con i suoi vestiti di cotone e i grandi cappelli. Non sapeva nulla, ma possedeva tutto ciò che lui aveva perso. Quando arrivò a casa, trovò il suo servitore ad aspettarlo. Lo mandò a letto e si gettò sul divano in biblioteca, cominciando a riflettere su alcune delle cose che Lord Henry gli aveva detto. Era davvero vero che non si poteva mai cambiare? Provava un desiderio folle per la purezza immacolata della sua infanzia. Quella infanzia bianca come una rosa, come l’aveva definita una volta Lord Henry. Sapeva di essersi corrotto, di aver riempito la propria mente di corruzione e di aver terrorizzato la propria immaginazione; sapeva di essere stato un esempio negativo per gli altri, e di aver provato una gioia terribile nel farlo. E che, tra tutte le vite che avevano incrociato la sua, era stata proprio quella più bella e piena di promesse ad essere stata rovinata da lui. Ma tutto questo era irreversibile? Non c’era alcuna speranza per lui? Ah. In quale momento orribile di orgoglio e passione aveva pregato che il ritratto portasse sulle sue spalle il peso dei suoi peccati, mentre lui stesso conservava la splendida purezza dell’eterna giovinezza. Tutto il suo fallimento era dovuto a quello. Sarebbe stato meglio se ogni suo peccato avesse comportato immediatamente una punizione. Nella punizione c’era forse una possibilità di purificazione. Non “Perdona i nostri peccati”, ma “Colpiscici per le nostre iniquità”. Questa dovrebbe essere la preghiera dell’uomo a un Dio giusto.
Lo stranamente intagliato specchio che Lord Henry gli aveva regalato tanti anni prima era posizionato sul tavolo; i Cupidi dalle braccia bianche ridevano intorno ad esso, proprio come una volta. Lo prese in mano, esattamente come aveva fatto quella notte di terrore quando per la prima volta notò il cambiamento in quel dipinto fatale; con occhi selvaggi e offuscati dalle lacrime, fissò lo specchio lucido. Una volta, qualcuno che lo aveva amato profondamente gli aveva scritto una lettera folle, che terminava con queste parole idolatriche: “Il mondo è cambiato perché sei fatto d’avorio e d’oro. Le curve delle tue labbra riscrivono la storia”. Queste frasi tornarono nella sua memoria; le ripeté più volte tra sé. Allora odiò la propria bellezza, e gettò lo specchio a terra, schiacciandolo in frammenti d’argento sotto i suoi piedi. Era stata proprio la sua bellezza ad averlo rovinato, la sua bellezza e la giovinezza per cui aveva pregato. Se non fosse stato per quelle due cose, la sua vita avrebbe potuto essere senza macchie. La sua bellezza era stata soltanto una maschera; la sua giovinezza, solo una beffa. Che cos’è davvero la giovinezza? Un periodo verde, immaturo, un tempo di umori superficiali e pensieri malati.
Perché indossava i suoi colori? La giovinezza lo aveva rovinato.
Era meglio non pensare al passato. Niente poteva cambiarlo. Doveva pensare solo a se stesso e al proprio futuro. James Vane era sepolto in una tomba senza nome nel cimitero della chiesa di Selby. Alan Campbell si era sparato una notte nel suo laboratorio, ma non aveva rivelato il segreto che era stato costretto a conoscere. L’agitazione suscitata dalla scomparsa di Basil Hallward sarebbe presto svanita; già stava diminuendo. Lì era perfettamente al sicuro. In realtà, non era nemmeno la morte di Basil Hallward a pesargli di più sul cuore. Era la “morte” vivente della propria ‘anima quella che lo tormentava. Basil aveva dipinto il ritratto che aveva rovinato la sua vita; non poteva perdonarlo per questo. Quel ritratto era stato la causa di tutto. Basil gli aveva detto cose insopportabili, e lui le aveva sopportate con pazienza. L’omicidio era stato semplicemente un attimo di pazzia. Per quanto riguardava Alan Campbell, il suo -suicidio era stata una scelta sua: l’aveva deciso lui stesso. E per lui non significava nulla.
Una nuova vita! Era quello che voleva. Era ciò che aspettava con ansia. Sicuramente aveva già iniziato quel percorso. Almeno, aveva risparmiato una cosa innocente. Non avrebbe mai più tentato l’innocenza. Sarebbe diventato buono.
Mentre pensava a Hetty Merton, cominciò a chiedersi se il ritratto nella stanza chiusa a chiave fosse cambiato. Sicuramente non era ancora così orribile come prima. Forse, se la sua vita diventasse pura, avrebbe potuto eliminare ogni traccia di passione malvagia dal suo volto. Forse quei segni del male erano già scomparsi. Sarebbe andato a controllare.
Prese la lampada dal tavolo e si diresse silenziosamente al piano di sopra. Mentre apriva la porta, un sorriso di gioia gli apparve sul viso, stranamente giovane per i suoi anni, e rimase lì per un momento sulle sue labbra. Sì, sarebbe stato bravo. E quella cosa orribile che aveva nascosto non lo avrebbe più terrorizzato. Si sentiva come se quel peso gli fosse stato finalmente tolto di dosso. Entrò in silenzio, chiudendo la porta dietro di sé, come faceva sempre, e tirò verso di sé il pezzo di stoffa viola appeso al ritratto. Un grido di dolore e indignazione gli sfuggì dalle labbra. Non c’era alcun cambiamento: negli occhi c’era solo un’espressione astuta, e sulla bocca quel sorriso ipocrita dei bugiardi. Quella cosa era ancora disgustosa. Forse persino di più che prima. E quella macchia rossa sulle sue mani sembrava ancora più vivida, come se fosse sangue appena versato. Tremò. Era stata solo vanità a spingerlo a compiere quel gesto buono? O forse il desiderio di provare nuove sensazioni, come aveva insinuato Lord Henry con la sua risata beffarda? O quella passione di interpretare un ruolo che a volte ci spinge a fare cose migliori di quelle che siamo in realtà. O forse tutte queste cose insieme? E perché quella macchia rossa era più grande di prima? Sembrava essersi diffusa su quelle dita rugose come una terribile malattia. C’era sangue anche sui piedi dipinti. Come se quella cosa avesse versato sangue. Sangue persino sulla mano che non aveva impugnato il coltello. Confessare? Voleva forse dire che doveva confessare. Arrendersi e essere messo a morte? Rise. Quell’idea gli sembrava orribile. Inoltre, anche se avesse confessato, chi gli avrebbe creduto? Non c’era traccia dell’uomo assassinato da nessuna parte. Tutto ciò che gli apparteneva era stato distrutto. Lui stesso aveva bruciato tutto ciò che si trovava al piano di sotto. Il mondo avrebbe semplicemente detto che era pazzo. Lo avrebbero fatto tacere se avesse continuato a raccontare quella storia. Eppure, confessare era il suo dovere. Subire l’umiliazione pubblica e fare ammenda davanti a tutti. C’era un Dio che chiedeva agli uomini di confessare i propri peccati sia sulla terra che in cielo. Niente avrebbe potuto purificarlo finché non avesse confessato il proprio vero peccato. Il suo peccato? Alzò le spalle. La morte di Basil Hallward gli sembrava davvero insignificante. Pensava a Hetty Merton. Quel “specchio” della sua anima rifletteva solo vanità, curiosità, ipocrisia. Nella sua rinuncia non c’era nient’altro? Forse sì. Almeno lui lo pensava. Ma chi poteva dirlo con certezza?. No. Non c’era nient’altro. Attraverso la vanità l’aveva risparmiata. Con l’ipocrisia aveva indossato la maschera della bontà. Per curiosità aveva provato a negare se stesso. Ora lo capiva.
Ma questo omicidio, doveva perseguitarlo per tutta la vita? Doveva essere sempre tormentato dal proprio passato? Doveva davvero confessare? Mai. Non rimaneva che una sola prova contro di lui: l’immagine stessa, quella era la prova. L’avrebbe distrutta. Perché l’aveva tenuta così a lungo? All’inizio gli dava piacere osservarla cambiare e invecchiare. Negli ultimi tempi, però, non provava più alcun piacere. Lo teneva sveglio di notte. Quando era lontano, era assalito dal terrore che altri occhi potessero vederla. Portava nella sua vita solo tristezza e malinconia. Il semplice ricordo di essa rovinava molti momenti felici. Era diventata come una “coscienza” per lui. Sì, proprio una “coscienza”. L’avrebbe distrutta.
Si guardò intorno e vide il coltello che aveva pugnalato Basil Hallward. L’aveva pulito molte volte, fino a quando non ne era rimasta alcuna traccia; brillava intensamente. Poiché quel coltello aveva ucciso il pittore, avrebbe anche distrutto le sue opere, e tutto ciò che esse rappresentavano. Avrebbe cancellato il passato, e una volta morto il passato, lui sarebbe stato libero. Avrebbe distrutto quella mostruosa esistenza demoniaca, e senza più quelle orribili minacce, avrebbe trovato la pace. Afferrò il coltello e lo conficcò nella tela.
Si udì un grido, e poi uno schianto. Quel grido era così terribile che i servitori spaventati si alzarono e uscirono dalle loro stanze. Due signori che passavano per la piazza sottostante si fermarono e guardarono verso quella grande casa. Proseguirono il loro cammino fino a incontrare un poliziotto, al quale chiesero di aiutarli. L’uomo suonò più volte alla porta, ma non ricevette risposta; l’unica luce visibile proveniva da una finestra del piano superiore. Il resto della casa era completamente buio. Dopo un po’, il poliziotto se ne andò e rimase ad aspettare in un portico adiacente.
“Di chi è questa casa, agente?”, chiese il più anziano dei due signori.
“Appartiene a Mr. Dorian Gray, signore”, rispose il poliziotto.
Si guardarono l’un l’altro mentre si allontanavano, e sogghignarono. Uno di loro era lo zio di Sir Henry Ashton.
Dentro, nella parte riservata ai servitori della casa, i domestici seminudi parlottavano a bassa voce tra loro. La vecchia signora Leaf piangeva e si torceva le mani; Francis era pallido come la morte.
Dopo circa un quarto d’ora, chiamò il cocchiere e uno dei valletti e salì di nascosto al piano di sopra. Bussarono, ma non ci fu risposta; chiamarono ancora. Tutto era silenzio. Alla fine, dopo aver tentato invano di forzare la porta, salirono sul tetto e scesero sul balcone. Le finestre si aprirono facilmente: i loro chiavistelli erano vecchi.
Entrando, videro appeso al muro un magnifico ritratto del loro padrone, così com’era l’ultima volta che lo avevano visto, nella piena bellezza della sua giovinezza e grazia. Sul pavimento giaceva un uomo morto, vestito con abiti da sera, con un coltello nel cuore. Era avvizzito, rugoso, orribile a vedersi. Solo esaminando gli anelli riconobbero chi fosse.
CHAPTER 20
The first edition
THE PREFACE The artist is the creator of beautiful things. To reveal art and conceal the artist is art’s aim. The critic is he who can translate into another manner or a new material his impression of beautiful things. The highest as the lowest form of criticism is a mode of autobiography. Those who find ugly meanings in beautiful things are corrupt without being charming. This is a fault. Those who find beautiful meanings in beautiful things are the cultivated. For these there is hope. They are the elect to whom beautiful things mean only beauty. There is no such thing as a moral or an immoral book. Books are well written, or badly written. That is all. The nineteenth century dislike of realism is the rage of Caliban seeing his own face in a glass. The nineteenth century dislike of romanticism is the rage of Caliban not seeing his own face in a glass. The moral life of man forms part of the subject-matter of the artist, but the morality of art consists in the perfect use of an imperfect medium. No artist desires to prove anything. Even things that are true can be proved. No artist has ethical sympathies. An ethical sympathy in an artist is an unpardonable mannerism of style. No artist is ever morbid. The artist can express everything. Thought and language are to the artist instruments of an art. Vice and virtue are to the artist materials for an art. From the point of view of form, the type of all the arts is the art of the musician. From the point of view of feeling, the actor’s craft is the type. All art is at once surface and symbol. Those who go beneath the surface do so at their peril. Those who read the symbol do so at their peril. It is the spectator, and not life, that art really mirrors. Diversity of opinion about a work of art shows that the work is new, complex, and vital. When critics disagree, the artist is in accord with himself. We can forgive a man for making a useful thing as long as he does not admire it. The only excuse for making a useless thing is that one admires it intensely. All art is quite useless. OSCAR WILDE
CAPITOLO 20
Prima edizione
Prefazione
L’artista è colui che crea cose belle. Rivelare l’arte e nascondere l’artista stesso è lo scopo dell’arte stessa. Il critico è colui che riesce a tradurre, in un altro modo o con un nuovo materiale, la propria impressione di queste cose belle.
Sia la forma più elevata che quella più bassa della critica rappresentano in realtà una sorta di autobiografia. Coloro che vedono significati brutti nelle cose belle sono persone corrotte, ma non affatto attraenti. Questo è un difetto.
Coloro invece che scorgono significati belli nelle cose belle sono persone coltivate; per loro esiste la speranza. Sono coloro che sono stati “eletti”, per i quali le cose belle significano soltanto bellezza.
Non esistono libri morali o immorali: ci sono soltanto libri ben scritti o male scritti. Nient’altro.
L’avversione del XIX secolo verso il realismo è l’ira di Caliban che vede il proprio volto in uno specchio. L’avversione verso il romanticismo, invece, è l’ira di Caliban che non riesce a riconoscere il proprio volto nello specchio. La vita morale dell’uomo fa parte degli argomenti trattati dall’artista, ma la “morale” dell’arte consiste nell’utilizzare al meglio un mezzo imperfetto. Nessun artista desidera dimostrare nulla; anche le verità possono essere dimostrate. Nessun artista nutre simpatie etiche: una simpatia del genere, in un artista, rappresenta soltanto uno stile imperdonabile. Nessun artista è mai “morbido” nel suo modo di esprimersi. L’artista può esprimere qualsiasi cosa; pensiero e linguaggio sono, per lui, strumenti dell’arte. Vizio e virtù, invece, sono soltanto materiali utilizzabili dall’arte. Dal punto di vista della forma, l’esempio supremo di tutte le arti è quella del musicista; dal punto di vista dei sentimenti, l’esempio supremo è l’arte dell’attore. Tutta l’arte è, al contempo, superficie e simbolo. Chi cerca di andare oltre la superficie lo fa a proprio rischio. Chi interpreta i simboli lo fa anch’esso a proprio rischio. È lo spettatore, e non la vita reale, che l’arte riflette veramente. La diversità delle opinioni su un’opera d’arte dimostra che essa è nuova, complessa e vitale. Quando i critici sono in disaccordo, l’artista è, in realtà, in accordo con se stesso. Possiamo perdonare una persona che crea qualcosa di utile, purché non ne sia appassionata. L’unica scusa per creare qualcosa di inutile è amarlo profondamente.
Tutta l’arte, in fondo, è del tutto inutile.
OSCAR WILDE
CHAPTER 1 The studio was filled with the rich odour of roses, and when the light summer wind stirred amidst the trees of the garden, there came through the open door the heavy scent of the lilac, or the more delicate perfume of the pink-flowering thorn. From the corner of the divan of Persian saddle-bags on which he was lying, smoking, as was his custom, innumerable cigarettes, Lord Henry Wotton could just catch the gleam of the honey-sweet and honey-coloured blossoms of a laburnum, whose tremulous branches seemed hardly able to bear the burden of a beauty so flamelike as theirs; and now and then the fantastic shadows of birds in flight flitted across the long tussore-silk curtains that were stretched in front of the huge window, producing a kind of momentary Japanese effect, and making him think of those pallid, jade-faced painters of Tokyo who, through the medium of an art that is necessarily immobile, seek to convey the sense of swiftness and motion. The sullen murmur of the bees shouldering their way through the long unmown grass, or circling with monotonous insistence round the dusty gilt horns of the straggling woodbine, seemed to make the stillness more oppressive. The dim roar of London was like the bourdon note of a distant organ. In the centre of the room, clamped to an upright easel, stood the full-length portrait of a young man of extraordinary personal beauty, and in front of it, some little distance away, was sitting the artist himself, Basil Hallward, whose sudden disappearance some years ago caused, at the time, such public excitement and gave rise to so many strange conjectures. As the painter looked at the gracious and comely form he had so skilfully mirrored in his art, a smile of pleasure passed across his face, and seemed about to linger there. But he suddenly started up, and closing his eyes, placed his fingers upon the lids, as though he sought to imprison within his brain some curious dream from which he feared he might awake. “It is your best work, Basil, the best thing you have ever done,” said Lord Henry languidly. “You must certainly send it next year to the Grosvenor. The Academy is too large and too vulgar. Whenever I have gone there, there have been either so many people that I have not been able to see the pictures, which was dreadful, or so many pictures that I have not been able to see the people, which was worse. The Grosvenor is really the only place.” “I don’t think I shall send it anywhere,” he answered, tossing his head back in that odd way that used to make his friends laugh at him at Oxford. “No, I won’t send it anywhere.” Lord Henry elevated his eyebrows and looked at him in amazement through the thin blue wreaths of smoke that curled up in such fanciful whorls from his heavy, opium-tainted cigarette. “Not send it anywhere? My dear fellow, why? Have you any reason? What odd chaps you painters are! You do anything in the world to gain a reputation. As soon as you have one, you seem to want to throw it away. It is silly of you, for there is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about. A portrait like this would set you far above all the young men in England, and make the old men quite jealous, if old men are ever capable of any emotion.” “I know you will laugh at me,” he replied, “but I really can’t exhibit it. I have put too much of myself into it.” Lord Henry stretched himself out on the divan and laughed. “Yes, I knew you would; but it is quite true, all the same.” “Too much of yourself in it! Upon my word, Basil, I didn’t know you were so vain; and I really can’t see any resemblance between you, with your rugged strong face and your coal-black hair, and this young Adonis, who looks as if he was made out of ivory and rose-leaves. Why, my dear Basil, he is a Narcissus, and you — well, of course you have an intellectual expression and all that. But beauty, real beauty, ends where an intellectual expression begins. Intellect is in itself a mode of exaggeration, and destroys the harmony of any face. The moment one sits down to think, one becomes all nose, or all forehead, or something horrid. Look at the successful men in any of the learned professions. How perfectly hideous they are! Except, of course, in the Church. But then in the Church they don’t think. A bishop keeps on saying at the age of eighty what he was told to say when he was a boy of eighteen, and as a natural consequence he always looks absolutely delightful. Your mysterious young friend, whose name you have never told me, but whose picture really fascinates me, never thinks. I feel quite sure of that. He is some brainless beautiful creature who should be always here in winter when we have no flowers to look at, and always here in summer when we want something to chill our intelligence. Don’t flatter yourself, Basil: you are not in the least like him.” “You don’t understand me, Harry,” answered the artist. “Of course I am not like him. I know that perfectly well. Indeed, I should be sorry to look like him. You shrug your shoulders? I am telling you the truth. There is a fatality about all physical and intellectual distinction, the sort of fatality that seems to dog through history the faltering steps of kings. It is better not to be different from one’s fellows. The ugly and the stupid have the best of it in this world. They can sit at their ease and gape at the play. If they know nothing of victory, they are at least spared the knowledge of defeat. They live as we all should live — undisturbed, indifferent, and without disquiet. They neither bring ruin upon others, nor ever receive it from alien hands. Your rank and wealth, Harry; my brains, such as they are — my art, whatever it may be worth; Dorian Gray’s good looks — we shall all suffer for what the gods have given us, suffer terribly.” “Dorian Gray? Is that his name?” asked Lord Henry, walking across the studio towards Basil Hallward. “Yes, that is his name. I didn’t intend to tell it to you.” “But why not?” “Oh, I can’t explain. When I like people immensely, I never tell their names to any one. It is like surrendering a part of them. I have grown to love secrecy. It seems to be the one thing that can make modern life mysterious or marvellous to us. The commonest thing is delightful if one only hides it. When I leave town now I never tell my people where I am going. If I did, I would lose all my pleasure. It is a silly habit, I dare say, but somehow it seems to bring a great deal of romance into one’s life. I suppose you think me awfully foolish about it?” “Not at all,” answered Lord Henry, “not at all, my dear Basil. You seem to forget that I am married, and the one charm of marriage is that it makes a life of deception absolutely necessary for both parties. I never know where my wife is, and my wife never knows what I am doing. When we meet — we do meet occasionally, when we dine out together, or go down to the Duke’s — we tell each other the most absurd stories with the most serious faces. My wife is very good at it — much better, in fact, than I am. She never gets confused over her dates, and I always do. But when she does find me out, she makes no row at all. I sometimes wish she would; but she merely laughs at me.” “I hate the way you talk about your married life, Harry,” said Basil Hallward, strolling towards the door that led into the garden. “I believe that you are really a very good husband, but that you are thoroughly ashamed of your own virtues. You are an extraordinary fellow. You never say a moral thing, and you never do a wrong thing. Your cynicism is simply a pose.” “Being natural is simply a pose, and the most irritating pose I know,” cried Lord Henry, laughing; and the two young men went out into the garden together and ensconced themselves on a long bamboo seat that stood in the shade of a tall laurel bush. The sunlight slipped over the polished leaves. In the grass, white daisies were tremulous. After a pause, Lord Henry pulled out his watch. “I am afraid I must be going, Basil,” he murmured, “and before I go, I insist on your answering a question I put to you some time ago.” “What is that?” said the painter, keeping his eyes fixed on the ground. “You know quite well.” “I do not, Harry.” “Well, I will tell you what it is. I want you to explain to me why you won’t exhibit Dorian Gray’s picture. I want the real reason.” “I told you the real reason.” “No, you did not. You said it was because there was too much of yourself in it. Now, that is childish.” “Harry,” said Basil Hallward, looking him straight in the face, “every portrait that is painted with feeling is a portrait of the artist, not of the sitter. The sitter is merely the accident, the occasion. It is not he who is revealed by the painter; it is rather the painter who, on the coloured canvas, reveals himself. The reason I will not exhibit this picture is that I am afraid that I have shown in it the secret of my own soul.” Lord Henry laughed. “And what is that?” he asked. “I will tell you,” said Hallward; but an expression of perplexity came over his face. “I am all expectation, Basil,” continued his companion, glancing at him. “Oh, there is really very little to tell, Harry,” answered the painter; “and I am afraid you will hardly understand it. Perhaps you will hardly believe it.” Lord Henry smiled, and leaning down, plucked a pink-petalled daisy from the grass and examined it. “I am quite sure I shall understand it,” he replied, gazing intently at the little golden, white-feathered disk, “and as for believing things, I can believe anything, provided that it is quite incredible.” The wind shook some blossoms from the trees, and the heavy lilac-blooms, with their clustering stars, moved to and fro in the languid air. A grasshopper began to chirrup by the wall, and like a blue thread a long thin dragon-fly floated past on its brown gauze wings. Lord Henry felt as if he could hear Basil Hallward’s heart beating, and wondered what was coming. “The story is simply this,” said the painter after some time. “Two months ago I went to a crush at Lady Brandon’s. You know we poor artists have to show ourselves in society from time to time, just to remind the public that we are not savages. With an evening coat and a white tie, as you told me once, anybody, even a stock-broker, can gain a reputation for being civilized. Well, after I had been in the room about ten minutes, talking to huge overdressed dowagers and tedious academicians, I suddenly became conscious that some one was looking at me. I turned half-way round and saw Dorian Gray for the first time. When our eyes met, I felt that I was growing pale. A curious sensation of terror came over me. I knew that I had come face to face with some one whose mere personality was so fascinating that, if I allowed it to do so, it would absorb my whole nature, my whole soul, my very art itself. I did not want any external influence in my life. You know yourself, Harry, how independent I am by nature. I have always been my own master; had at least always been so, till I met Dorian Gray. Then — but I don’t know how to explain it to you. Something seemed to tell me that I was on the verge of a terrible crisis in my life. I had a strange feeling that fate had in store for me exquisite joys and exquisite sorrows. I grew afraid and turned to quit the room. It was not conscience that made me do so: it was a sort of cowardice. I take no credit to myself for trying to escape.” “Conscience and cowardice are really the same things, Basil. Conscience is the trade-name of the firm. That is all.” “I don’t believe that, Harry, and I don’t believe you do either. However, whatever was my motive — and it may have been pride, for I used to be very proud — I certainly struggled to the door. There, of course, I stumbled against Lady Brandon. ‘You are not going to run away so soon, Mr. Hallward?’ she screamed out. You know her curiously shrill voice?” “Yes; she is a peacock in everything but beauty,” said Lord Henry, pulling the daisy to bits with his long nervous fingers. “I could not get rid of her. She brought me up to royalties, and people with stars and garters, and elderly ladies with gigantic tiaras and parrot noses. She spoke of me as her dearest friend. I had only met her once before, but she took it into her head to lionize me. I believe some picture of mine had made a great success at the time, at least had been chattered about in the penny newspapers, which is the nineteenth-century standard of immortality. Suddenly I found myself face to face with the young man whose personality had so strangely stirred me. We were quite close, almost touching. Our eyes met again. It was reckless of me, but I asked Lady Brandon to introduce me to him. Perhaps it was not so reckless, after all. It was simply inevitable. We would have spoken to each other without any introduction. I am sure of that. Dorian told me so afterwards. He, too, felt that we were destined to know each other.” “And how did Lady Brandon describe this wonderful young man?” asked his companion. “I know she goes in for giving a rapid precis of all her guests. I remember her bringing me up to a truculent and red-faced old gentleman covered all over with orders and ribbons, and hissing into my ear, in a tragic whisper which must have been perfectly audible to everybody in the room, the most astounding details. I simply fled. I like to find out people for myself. But Lady Brandon treats her guests exactly as an auctioneer treats his goods. She either explains them entirely away, or tells one everything about them except what one wants to know.” “Poor Lady Brandon! You are hard on her, Harry!” said Hallward listlessly. “My dear fellow, she tried to found a salon, and only succeeded in opening a restaurant. How could I admire her? But tell me, what did she say about Mr. Dorian Gray?” “Oh, something like, ‘Charming boy — poor dear mother and I absolutely inseparable. Quite forget what he does — afraid he — doesn’t do anything — oh, yes, plays the piano — or is it the violin, dear Mr. Gray?’ Neither of us could help laughing, and we became friends at once.” “Laughter is not at all a bad beginning for a friendship, and it is far the best ending for one,” said the young lord, plucking another daisy. Hallward shook his head. “You don’t understand what friendship is, Harry,” he murmured— “or what enmity is, for that matter. You like every one; that is to say, you are indifferent to every one.” “How horribly unjust of you!” cried Lord Henry, tilting his hat back and looking up at the little clouds that, like ravelled skeins of glossy white silk, were drifting across the hollowed turquoise of the summer sky. “Yes; horribly unjust of you. I make a great difference between people. I choose my friends for their good looks, my acquaintances for their good characters, and my enemies for their good intellects. A man cannot be too careful in the choice of his enemies. I have not got one who is a fool. They are all men of some intellectual power, and consequently they all appreciate me. Is that very vain of me? I think it is rather vain.” “I should think it was, Harry. But according to your category I must be merely an acquaintance.” “My dear old Basil, you are much more than an acquaintance.” “And much less than a friend. A sort of brother, I suppose?” “Oh, brothers! I don’t care for brothers. My elder brother won’t die, and my younger brothers seem never to do anything else.” “Harry!” exclaimed Hallward, frowning. “My dear fellow, I am not quite serious. But I can’t help detesting my relations. I suppose it comes from the fact that none of us can stand other people having the same faults as ourselves. I quite sympathize with the rage of the English democracy against what they call the vices of the upper orders. The masses feel that drunkenness, stupidity, and immorality should be their own special property, and that if any one of us makes an ass of himself, he is poaching on their preserves. When poor Southwark got into the divorce court, their indignation was quite magnificent. And yet I don’t suppose that ten per cent of the proletariat live correctly.” “I don’t agree with a single word that you have said, and, what is more, Harry, I feel sure you don’t either.” Lord Henry stroked his pointed brown beard and tapped the toe of his patent-leather boot with a tasselled ebony cane. “How English you are Basil! That is the second time you have made that observation. If one puts forward an idea to a true Englishman — always a rash thing to do — he never dreams of considering whether the idea is right or wrong. The only thing he considers of any importance is whether one believes it oneself. Now, the value of an idea has nothing whatsoever to do with the sincerity of the man who expresses it. Indeed, the probabilities are that the more insincere the man is, the more purely intellectual will the idea be, as in that case it will not be coloured by either his wants, his desires, or his prejudices. However, I don’t propose to discuss politics, sociology, or metaphysics with you. I like persons better than principles, and I like persons with no principles better than anything else in the world. Tell me more about Mr. Dorian Gray. How often do you see him?” “Every day. I couldn’t be happy if I didn’t see him every day. He is absolutely necessary to me.” “How extraordinary! I thought you would never care for anything but your art.” “He is all my art to me now,” said the painter gravely. “I sometimes think, Harry, that there are only two eras of any importance in the world’s history. The first is the appearance of a new medium for art, and the second is the appearance of a new personality for art also. What the invention of oil-painting was to the Venetians, the face of Antinous was to late Greek sculpture, and the face of Dorian Gray will some day be to me. It is not merely that I paint from him, draw from him, sketch from him. Of course, I have done all that. But he is much more to me than a model or a sitter. I won’t tell you that I am dissatisfied with what I have done of him, or that his beauty is such that art cannot express it. There is nothing that art cannot express, and I know that the work I have done, since I met Dorian Gray, is good work, is the best work of my life. But in some curious way — I wonder will you understand me? — his personality has suggested to me an entirely new manner in art, an entirely new mode of style. I see things differently, I think of them differently. I can now recreate life in a way that was hidden from me before. ‘A dream of form in days of thought’ — who is it who says that? I forget; but it is what Dorian Gray has been to me. The merely visible presence of this lad — for he seems to me little more than a lad, though he is really over twenty — his merely visible presence — ah! I wonder can you realize all that that means? Unconsciously he defines for me the lines of a fresh school, a school that is to have in it all the passion of the romantic spirit, all the perfection of the spirit that is Greek. The harmony of soul and body — how much that is! We in our madness have separated the two, and have invented a realism that is vulgar, an ideality that is void. Harry! if you only knew what Dorian Gray is to me! You remember that landscape of mine, for which Agnew offered me such a huge price but which I would not part with? It is one of the best things I have ever done. And why is it so? Because, while I was painting it, Dorian Gray sat beside me. Some subtle influence passed from him to me, and for the first time in my life I saw in the plain woodland the wonder I had always looked for and always missed.” “Basil, this is extraordinary! I must see Dorian Gray.” Hallward got up from the seat and walked up and down the garden. After some time he came back. “Harry,” he said, “Dorian Gray is to me simply a motive in art. You might see nothing in him. I see everything in him. He is never more present in my work than when no image of him is there. He is a suggestion, as I have said, of a new manner. I find him in the curves of certain lines, in the loveliness and subtleties of certain colours. That is all.” “Then why won’t you exhibit his portrait?” asked Lord Henry. “Because, without intending it, I have put into it some expression of all this curious artistic idolatry, of which, of course, I have never cared to speak to him. He knows nothing about it. He shall never know anything about it. But the world might guess it, and I will not bare my soul to their shallow prying eyes. My heart shall never be put under their microscope. There is too much of myself in the thing, Harry — too much of myself!” “Poets are not so scrupulous as you are. They know how useful passion is for publication. Nowadays a broken heart will run to many editions.” “I hate them for it,” cried Hallward. “An artist should create beautiful things, but should put nothing of his own life into them. We live in an age when men treat art as if it were meant to be a form of autobiography. We have lost the abstract sense of beauty. Some day I will show the world what it is; and for that reason the world shall never see my portrait of Dorian Gray.” “I think you are wrong, Basil, but I won’t argue with you. It is only the intellectually lost who ever argue. Tell me, is Dorian Gray very fond of you?” The painter considered for a few moments. “He likes me,” he answered after a pause; “I know he likes me. Of course I flatter him dreadfully. I find a strange pleasure in saying things to him that I know I shall be sorry for having said. As a rule, he is charming to me, and we sit in the studio and talk of a thousand things. Now and then, however, he is horribly thoughtless, and seems to take a real delight in giving me pain. Then I feel, Harry, that I have given away my whole soul to some one who treats it as if it were a flower to put in his coat, a bit of decoration to charm his vanity, an ornament for a summer’s day.” “Days in summer, Basil, are apt to linger,” murmured Lord Henry. “Perhaps you will tire sooner than he will. It is a sad thing to think of, but there is no doubt that genius lasts longer than beauty. That accounts for the fact that we all take such pains to over-educate ourselves. In the wild struggle for existence, we want to have something that endures, and so we fill our minds with rubbish and facts, in the silly hope of keeping our place. The thoroughly well-informed man — that is the modern ideal. And the mind of the thoroughly well-informed man is a dreadful thing. It is like a bric-a-brac shop, all monsters and dust, with everything priced above its proper value. I think you will tire first, all the same. Some day you will look at your friend, and he will seem to you to be a little out of drawing, or you won’t like his tone of colour, or something. You will bitterly reproach him in your own heart, and seriously think that he has behaved very badly to you. The next time he calls, you will be perfectly cold and indifferent. It will be a great pity, for it will alter you. What you have told me is quite a romance, a romance of art one might call it, and the worst of having a romance of any kind is that it leaves one so unromantic.” “Harry, don’t talk like that. As long as I live, the personality of Dorian Gray will dominate me. You can’t feel what I feel. You change too often.” “Ah, my dear Basil, that is exactly why I can feel it. Those who are faithful know only the trivial side of love: it is the faithless who know love’s tragedies.” And Lord Henry struck a light on a dainty silver case and began to smoke a cigarette with a self-conscious and satisfied air, as if he had summed up the world in a phrase. There was a rustle of chirruping sparrows in the green lacquer leaves of the ivy, and the blue cloud-shadows chased themselves across the grass like swallows. How pleasant it was in the garden! And how delightful other people’s emotions were! — much more delightful than their ideas, it seemed to him. One’s own soul, and the passions of one’s friends — those were the fascinating things in life. He pictured to himself with silent amusement the tedious luncheon that he had missed by staying so long with Basil Hallward. Had he gone to his aunt’s, he would have been sure to have met Lord Goodbody there, and the whole conversation would have been about the feeding of the poor and the necessity for model lodging-houses. Each class would have preached the importance of those virtues, for whose exercise there was no necessity in their own lives. The rich would have spoken on the value of thrift, and the idle grown eloquent over the dignity of labour. It was charming to have escaped all that! As he thought of his aunt, an idea seemed to strike him. He turned to Hallward and said, “My dear fellow, I have just remembered.” “Remembered what, Harry?” “Where I heard the name of Dorian Gray.” “Where was it?” asked Hallward, with a slight frown. “Don’t look so angry, Basil. It was at my aunt, Lady Agatha’s. She told me she had discovered a wonderful young man who was going to help her in the East End, and that his name was Dorian Gray. I am bound to state that she never told me he was good-looking. Women have no appreciation of good looks; at least, good women have not. She said that he was very earnest and had a beautiful nature. I at once pictured to myself a creature with spectacles and lank hair, horribly freckled, and tramping about on huge feet. I wish I had known it was your friend.” “I am very glad you didn’t, Harry.” “Why?” “I don’t want you to meet him.” “You don’t want me to meet him?” “No.” “Mr. Dorian Gray is in the studio, sir,” said the butler, coming into the garden. “You must introduce me now,” cried Lord Henry, laughing. The painter turned to his servant, who stood blinking in the sunlight. “Ask Mr. Gray to wait, Parker: I shall be in in a few moments.” The man bowed and went up the walk. Then he looked at Lord Henry. “Dorian Gray is my dearest friend,” he said. “He has a simple and a beautiful nature. Your aunt was quite right in what she said of him. Don’t spoil him. Don’t try to influence him. Your influence would be bad. The world is wide, and has many marvellous people in it. Don’t take away from me the one person who gives to my art whatever charm it possesses: my life as an artist depends on him. Mind, Harry, I trust you.” He spoke very slowly, and the words seemed wrung out of him almost against his will. “What nonsense you talk!” said Lord Henry, smiling, and taking Hallward by the arm, he almost led him into the house.
CAPITOLO 1
Lo studio era pervaso dal profumo intenso dei rose; quando la brezza estiva agitava i rami del giardino, attraverso la porta aperta penetrava anche il forte aroma dei lillà e il più delicato profumo dei rovi fioriti di rosa.
Dalla poltrona su cui era sdraiato, fumando innumerevoli sigarette come suo solito, Lord Henry Wotton riusciva a intravedere i boccioli dolci e color miele di un gelso; le sue fronde tremolanti sembravano a malapena in grado di reggere tanta bellezza. Di tanto in tanto, ombre fantasmagoriche di uccelli in volo sfioravano le lunghe tende di seta davanti alla grande finestra, creando un effetto simile a quello dei dipinti giapponesi e facendogli pensare a quegli artisti dal viso pallido di Tokyo che, attraverso un’arte necessariamente statica, cercano di trasmettere l’impressione di velocità e movimento. Il ronzio sommesso delle api che si muovevano tra l’erba alta o volteggiavano intorno alle corna dorate dei rovi rendeva ancora più opprimente il silenzio della stanza; il cupo rumore di Londra sembrava il suono continuo di un organo lontano.
Al centro della stanza, fissato su un cavalletto, c’era il ritratto a figura intera di un giovane dall’incredibile bellezza; davanti ad esso, a una certa distanza, sedeva lo stesso artista, Basil Hallward – la cui improvvisa scomparsa alcuni anni prima aveva suscitato grande scalpore e molte congetture strane.
Mentre osservava quella figura graziosa e attraente raffigurata con tanta abilità, un sorriso di soddisfazione apparve sul volto del pittore; ma poi si alzò improvvisamente, chiuse gli occhi e si premette le dita sulle palpebre, come se volesse trattenere dentro di sé un sogno strano dal quale temeva di svegliarsi.
“È il tuo lavoro migliore, Basil, la cosa più bella che tu abbia mai creato,” disse Lord Henry con aria languida. “Devi assolutamente inviarlo l’anno prossimo al Grosvenor. L’Accademia è troppo grande e troppo volgare. Ogni volta che ci vado, c’è sempre troppa gente, quindi non riesco nemmeno a vedere i dipinti. Il Grosvenor, invece, è davvero l’unico posto adatto.”
“Non credo che lo invierò da nessuna parte,” rispose Basil, scuotendo la testa in quel modo strano che un tempo faceva ridere i suoi amici a Oxford. “No, non lo invierò da nessuna parte.”
Lord Henry alzò le sopracciglia e lo guardò con meraviglia, attraverso i sottili fili di fumo blu che si snodavano in forme fantasiose dalla sua pesante sigaretta impregnata di oppio. “Non vuoi esporla da nessuna parte? Caro mio, perché? Hai qualche motivo particolare? Che strani individui siete voi pittori. Fate di tutto per guadagnare una reputazione, e non appena l’avete, sembrate volerla gettare via. È sciocco da parte tua: c’è solo una cosa al mondo peggiore che essere oggetto di commenti, ed è non essere affatto oggetto di commenti. Un ritratto del genere ti metterebbe molto al di sopra di tutti i giovani d’Inghilterra e farebbe invidia anche agli anziani, se gli anziani siano mai capaci di provare qualche emozione, ”
“So che riderete di me,” rispose lui, “ma davvero non posso esporlo. Ci ho messo troppo di me stesso dentro.”
Lord Henry si sdraiò sul divano e rise.
“Sì, lo sapevo. Ma è la verità, comunque.”
“Troppo di me stesso. Davvero, Basil, non sapevo che fossi così vanitoso. Non vedo affatto alcuna somiglianza tra te, con il tuo viso robusto e i tuoi capelli neri come il carbone, e questo giovane Adone, che sembra fatto di avorio e foglie di rosa. Mio caro Basil, lui è un Narciso. E tu, beh, ovviamente hai un’espressione intellettuale, tutto quel genere. Ma la bellezza vera finisce proprio dove inizia l’espressione intellettuale. L’intelligenza, in sé, è una forma di esagerazione che distrugge l’armonia di un volto. Non appena si inizia a pensare, ci si trasforma in naso, o fronte, o qualcosa di orribile. Guardate gli uomini di successo in qualsiasi professione intellettuale. Quanto sono terribilmente brutti! Tranne, naturalmente, nella Chiesa. Lì non pensano. Un vescovo, all’età di ottant’anni, continua a dire ciò che gli è stato insegnato quando aveva diciotto anni. E di conseguenza sembra sempre assolutamente delizioso. Il tuo misterioso giovane amico, di cui non mi hai mai detto il nome, ma il cui ritratto mi affascina davvero, non pensa affatto. Ne sono sicuro. È una creatura bella, ma senza cervello. Che dovrebbe essere sempre qui, in inverno, quando non abbiamo fiori da ammirare. E sempre qui, in estate, quando vogliamo qualcosa che raffreddi la nostra intelligenza. Non illuderti, Basil: non sei affatto come lui.”
“Non mi capisci, Harry,” rispose l’artista. “Certo che non sono come lui. Lo so perfettamente. Anzi, dovrei vergognarmi di assomigliargli. Alzi le spalle? Ti sto dicendo la verità. C’è una sorta di fatalità legata a ogni distinzione fisica o intellettuale; una fatalità che sembra perseguitare, nella storia, i passi incerti dei re. È meglio non essere diversi dagli altri. Gli brutti e gli stupidi hanno la meglio in questo mondo: possono stare tranquillamente a guardare gli altri agire. Se non conoscono la vittoria, almeno sono risparmiati dalla conoscenza della sconfitta. Vivono come dovremmo vivere tutti noi: senza disturbi, indifferenti, sereni. Non causano rovina agli altri, e nemmeno ne subiscono. La tua posizione sociale e la tua ricchezza, Harry. Il mio intelletto, per quanto possa essere valido. L’arte mia. E anche l’aspetto attraente di Dorian Gray. Tutti noi soffriremo per ciò che gli dèi ci hanno dato. Soffriremo terribilmente.”
“Dorian Gray? È questo il suo nome?” chiese Lord Henry, avvicinandosi a Basil Hallward nel laboratorio.
“Sì, è proprio lui. Non intendevo dirtelo, ”
“Ma perché no?”
“Oh. Non posso spiegarlo. Quando qualcuno mi piace davvero molto, non gli dico mai il suo nome. È come se rinunciassi a una parte di lui. Ho imparato ad amare il segreto. Sembra l’unica cosa che possa rendere la vita moderna misteriosa e meravigliosa. Anche le cose più comuni diventano deliziose se nascoste. Ora, quando lascio la città, non dico mai dove vado. Se lo facessi, perderei tutto il piacere. È un’abitudine sciocca, forse. Ma in qualche modo aggiunge molto romanticismo alla vita. Penso che tu la consideri davvero stupida, ”
“Affatto,” rispose Lord Henry. “Anzi, caro Basil. Dimentichi che sono sposata. E uno dei fascini del matrimonio è proprio che rende necessaria una vita di inganno per entrambi i coniugi. Non so mai dove sia mia moglie. E lei non sa mai cosa faccio io. Quando ci incontriamo – e capita spesso, quando usciamo a cena o andiamo dal Duca – ci raccontiamo storie assurde con espressioni molto serie. Mia moglie è molto brava in questo. Anzi, molto meglio di me. Non si confonde mai riguardo alle date. Io invece sì. Ma quando scopre la verità, non fa mai scenate. A volte vorrei che lo facesse. Ma si limita a ridere di me, ”
“Odio il modo in cui parli della tua vita coniugale, Harry,” disse Basil Hallward, dirigendosi verso la porta che portava nel giardino. “Credo che tu sia davvero un ottimo marito. Ma che provi profondo imbarazzo per le tue stesse virtù. Sei davvero un uomo straordinario. Non dici mai nulla di morale. E non fai mai nulla di sbagliato. Il tuo cinismo è solo una posa, ”
“Il essere naturali non è altro che una posa, e la posa più irritante che conosca,” esclamò Lord Henry ridendo; poi i due giovani uscirono insieme nel giardino e si sedettero su una lunga panca di bambù all’ombra di un alto cespuglio di alloro. I raggi del sole filtravano attraverso le foglie lucide; sull’erba, i margheriti bianchi tremolavano al vento.
Dopo un momento di silenzio, Lord Henry tirò fuori l’orologio. “Temo che debba andare, Basil,” mormorò, “e prima di andarmene, insisto affinché tu risponda a una domanda che ti ho fatto tempo fa.”
“Di cosa si tratta?” chiese il pittore, tenendo lo sguardo fisso sul terreno.
“Lo sai molto bene, ”
“No, Harry, ”
“Allora te lo dirò. Voglio che mi spieghi perché non vuoi esporre il ritratto di Dorian Gray. Voglio conoscere la vera ragione.”
“Ti ho già detto la vera ragione, ”
“No, non l’hai fatto. Hai detto che era perché c’era troppo di te stesso in quel ritratto. Ma questo è infantile, ”
“Harry,” disse Basil Hallward guardandolo dritto negli occhi, “ogni ritratto dipinto con sentimento è in realtà un ritratto dell’artista, non di chi vi è raffigurato. La persona raffigurata è soltanto un caso fortuito. Non è lei che viene rivelata dall’artista, ma piuttosto l’artista stesso, che sul telaio colorato rivela se stesso. La ragione per cui non voglio esporre questo ritratto è che temo di avervi mostrato il segreto della mia stessa anima.”
Lord Henry rise. “E qual è questo segreto?” chiese.
“Te lo dirò, ” rispose Hallward; ma sul suo viso apparve un’espressione di perplessità.
“Sono tutto orecchie, Basil,” disse Lord Henry.
“Oh, in realtà non c’è molto da dire, Harry, ” rispose il pittore; “e temo che tu difficilmente possa capirlo. Forse nemmeno crederci.”
Lord Henry sorrise, si chinò e raccolse un margherito dai petali rosa dall’erba, osservandolo attentamente. “Sono sicuro di riuscire a capirlo,” disse; “e per quanto riguarda credere nelle cose, posso credere in qualsiasi cosa, purché sia davvero incredibile, ”
Il vento scosse alcuni fiori dagli alberi; i pesanti boccioli di lilla, con le loro stelle disposte a grappolo, si muovevano avanti e indietro nell’aria tiepida. Un cavalletto iniziò a cantare vicino al muro; una lunga libellula, con le ali trasparenti color marrone, volò via come un filo blu. Lord Henry ebbe l’impressione di poter sentire il battito del cuore di Basil Hallward. E si chiese cosa stesse per accadere.
“La storia è molto semplice,” disse il pittore dopo un po’. “Due mesi fa sono andato a una festa da Lady Brandon. Sai bene che noi poveri artisti dobbiamo presentarci in società di tanto in tanto, solo per ricordare al pubblico che non siamo selvaggi. Con un abito da sera e una cravatta bianca, come mi hai detto una volta, chiunque, anche un broker di borsa, può guadagnarsi la reputazione di essere civile. Beh. Dopo essere rimasto nella stanza per circa dieci minuti, a parlare con vecchie signore troppo vestite e noiosi accademici, all’improvviso mi resi conto che qualcuno stava guardandomi. Mi girai e vidi Dorian Gray per la prima volta. Quando i nostri sguardi si incrociarono, sentii che iniziavo a impallidire. Un strano senso di terrore mi invase. Sapevo di essere di fronte a qualcuno il cui fascino era tale che, se glielo avessi permesso, avrebbe assorbito tutta la mia natura, tutta la mia anima, persino tutta la mia arte. Non volevo che nulla influenzasse la mia vita. Tu stesso sai quanto io sia indipendente per natura. Sono sempre stato il mio padrone. Almeno fino a quando non ho incontrato Dorian Gray. Da allora, beh, non so come spiegartelo. Qualcosa mi diceva che stavo sull’orlo di una terribile crisi. Avevo la sensazione che il destino mi riservasse gioie e dolori estremi. Ero spaventato. Così me ne andai. Non fu la coscienza a farmelo fare. Fu una sorta di codardia. Non mi lodo per aver cercato di scappare, ”
“La coscienza e la codardia, in realtà, sono la stessa cosa, Basil. La coscienza è soltanto il nome commerciale di quell’azienda. Nient’altro, ”
“Non credo, Harry. E nemmeno tu lo credi. Comunque sia, qualunque fosse il mio motivo, e forse era la orgoglio, visto che ero sempre stato molto orgoglioso, di certo lottai fino alla porta. Lì, naturalmente, inciampai in Lady Brandon, ‘Non vorrai andartene già, vero, signor Hallward?’ gridò. Conosce bene quella sua voce stridula, ”
“Sì. È una sorta di pavone, tranne che per la bellezza,” disse Lord Henry, strappando i petali del margherito con le sue dita lunghe e nervose.
“Non riuscivo a liberarmi di lei. Mi aveva introdotto in un mondo fatto di royalty, persone con stelle e giarrettiere, signore anziane con enormi tiare e nasini a becco d’uccello. Parlava di me come della sua migliore amica. L’avevo incontrata solo una volta prima, ma lei aveva deciso di esaltarmi pubblicamente. Credo che una mia foto avesse ottenuto un grande successo all’epoca. Almeno ne parlavano sui giornali popolari, il che rappresentava, nel XIX secolo, lo standard dell’immortalità. All’improvviso mi ritrovai di fronte al giovane la cui personalità aveva suscitato in me sentimenti così strani. Eravamo molto vicini, quasi a contatto. I nostri sguardi si incrociarono di nuovo. È stato un gesto avventato da parte mia chiedere a Lady Brandon di presentarmi. Ma forse non lo era affatto. Era semplicemente inevitabile. Ci saremmo comunque parlati, senza alcuna presentazione. Ne sono sicura. Dorian me l’ha detto dopo. Anche lui riteneva che fossimo destinati a conoscerci.”
“E come ha descritto Lady Brandon questo meraviglioso giovane?” chiese il suo compagno. “So che le piace fornire descrizioni rapide e precise di tutti i suoi ospiti. Ricordo che mi presentò un vecchio signore aggressivo, con il viso rosso, coperto di ordini e nastri; lui sussurrò all’orecchio mio, in un tono così basso da essere sicuramente udito da tutti nella stanza, i dettagli più straordinari su di lui. Sono semplicemente scappato. Preferisco conoscere le persone da solo. Ma Lady Brandon tratta i suoi ospiti esattamente come un auctioneer tratta la sua merce: o li descrive completamente, oppure racconta loro tutto tranne ciò che vogliono sapere.”
“Povera Lady Brandon! Sei troppo duro con lei, Harry, ” disse Hallward con indifferenza.
“Mio caro amico. Ha cercato di fondare un salone letterario, ma è riuscita soltanto ad aprire un ristorante. Come potrei ammirarla? Ma dimmi, cosa ha detto di Mr. Dorian Gray?”
“Oh, qualcosa del tipo: ‘Un ragazzo affascinante. Povera me, sua madre e lui siamo davvero inseparabili. Non so proprio cosa faccia. Forse suona il pianoforte, o forse il violino, caro Mr. Gray?’. Nessuno di noi poté trattenersi dal ridere. E da quel momento diventammo amici.”
“Ridere non è affatto un cattivo inizio per una amicizia, e anzi è senz’altro il miglior finale,” disse il giovane lord, raccogliendo un’altra margherita.
Hallward scosse la testa. “Non capisci cosa sia davvero l’amicizia, Harry,” mormorò, “né tantomeno cosa sia l’inimicizia. Ti piacciono tutti, il che significa che sei indifferente verso tutti.”
“Che terribile ingiustizia da parte tua!” esclamò Lord Henry, inclinando il cappello all’indietro e guardando i piccoli nuvole che, come filamenti di seta bianca lucida, fluttuavano nel cielo azzurro estivo. “Sì, una terribile ingiustizia da parte tua. Faccio una grande distinzione tra le persone: scelgo i miei amici per il loro aspetto, i miei conoscenti per il loro carattere, e i miei nemici per il loro intelletto. Non si può mai essere abbastanza cauti nella scelta dei propri nemici. Io non ne ho nemmeno uno che sia un idiota: tutti sono persone dotate di qualche capacità intellettiva, e quindi mi apprezzano tutti. È forse questo un segno di vanità da parte mia? Penso di sì, ”
“Lo penso anch’io, Harry. Ma secondo la tua classificazione, io non posso essere altro che un conoscente, ”
“Mio caro vecchio Basil, sei molto di più di un semplice conoscente, ”
“E molto meno di un amico. Una sorta di fratello, forse?”
“Oh, i fratelli. Non mi interessano affatto. Mio fratello maggiore non morirà mai, e i miei fratelli minori sembrano non fare altro che vivere, ”
“Harry!” esclamò Hallward, corrugando la fronte.
“Mio caro amico. Non parlo seriamente. Ma non posso fare a meno di detestare le mie parenti. Immagino che sia perché nessuno di noi può sopportare che altre persone abbiano gli stessi difetti nostri. Comprendo perfettamente la rabbia della democrazia inglese contro ciò che definisce vizi delle classi superiori. Le masse pensano che ubriachezza, stupidità e immoralità siano qualcosa di loro esclusivo. Eppure, credo che il dieci percento del proletariato non conduca affatto una vita retta, ”
“Non sono d’accordo con una sola parola di ciò che hai detto. E, inoltre, Harry, sono sicuro che nemmeno tu lo sia, ”
Lord Henry si accarezzò la barba marrone e batté il tacco della sua scarpa di cuoio lucido con un bastone di ebano decorato. “Che inglese sei, Basil. È la seconda volta che fai questa osservazione. Se si presenta un’idea a un vero inglese – il che è sempre una mossa avventata – lui non pensa mai se quell’idea sia giusta o sbagliata. L’unica cosa che gli interessa è se ci crede davvero lui stesso. Il valore di un’idea, in realtà, non ha nulla a che fare con la sincerità della persona che la esprime. Anzi, più quella persona è insincera, più l’idea sarà puramente intellettuale, perché in quel caso non sarà influenzata dai suoi desideri o dai suoi pregiudizi. Comunque, non intendo discutere di politica, sociologia o metafisica con te. Preferisco le persone ai principi. E preferisco le persone senza principi più di qualsiasi altra cosa al mondo. Dimmi di più su Mr. Dorian Gray. Quanto spesso lo vedi?”
“Ogni giorno. Non potrei essere felice se non lo vedessi ogni giorno. È assolutamente indispensabile per me, ”
“Il ragazzo, semplicemente un ragazzo – anche se in realtà ha più di vent’anni – la sua sola presenza, ah! Riesci a capire tutto ciò che significa? Inconsciamente, per me, definisce i contorni di una nuova scuola artistica: una scuola che racchiuda tutta la passione dello spirito romantico, tutta la perfezione dello spirito greco. L’armonia tra anima e corpo, quanto è importante! Noi, nella nostra follia, abbiamo separato le due cose, creando un realismo volgare e un idealismo vuoto. Harry, se solo sapessi cosa rappresenta per me Dorian Gray! Ricordi quel paesaggio che Agnew mi offrì una somma enorme per comprarlo, ma che rifiutai di cederlo? È uno dei miei migliori lavori. E perché? Perché, mentre lo dipingevo, Dorian Gray sedeva accanto a me. Una sorta di influenza sottile passò da lui a me, e per la prima volta nella mia vita vidi, in quei semplici alberi, la meraviglia che avevo sempre cercato senza mai trovarla.”
“Basil, è incredibile! Devo assolutamente incontrare Dorian Gray.”
Hallward si alzò e cominciò a camminare avanti e indietro nel giardino. Dopo un po’ tornò e disse: “Harry, per me, Dorian Gray non è altro che un motivo artistico. Tu potresti non vedere nulla in lui, io invece vedo tutto. La sua presenza è sempre presente nelle mie opere, anche quando non ne appare alcuna immagine. È una sorta di ispirazione, come ho detto, un suggerimento per uno stile artistico completamente nuovo. Lo trovo nelle curve delle linee, nella bellezza e nella delicatezza dei colori. E basta.”
“Allora perché non mostri il suo ritratto?” chiese Lord Henry.
“Perché, senza volerlo, ho espresso in esso tutto questo curioso atteggiamento di idolatria artistica. Di cui, naturalmente, non ho mai voluto parlare con lui. Lui non ne sa nulla. E non dovrà mai saperne nulla. Ma il mondo potrebbe indovinarlo. E io non intendo esporre la mia ‘anima ai loro occhi superficiali e curiosi. Il mio cuore non sarà mai messo sotto il loro microscopio. C’è troppo di me stesso in quel ritratto, Harry. Troppo di me stesso!”
“I poeti non sono così scrupolosi come te. Sanno quanto sia utile la passione per le pubblicazioni. Oggi un cuore spezzato può diventare oggetto di molte edizioni, ”
“Li odio per questo,” esclamò Hallward. “Un artista dovrebbe creare cose belle. Ma non dovrebbe mettere nulla della propria vita in esse. Viviamo in un’epoca in cui le persone trattano l’arte come se fosse una forma di autobiografia. Abbiamo perso il senso astratto della bellezza. Un giorno mostrerò al mondo cos’è veramente la bellezza. E per questo motivo, il mondo non vedrà mai il mio ritratto di Dorian Gray.”
“Penso che tu abbia torto, Basil. Ma non voglio discutere con te. Solo coloro che sono intellettualmente perduti discutono. Dimmi: Dorian Gray ti vuole molto bene?”
Il pittore rifletté per un momento. “Gli piaccio,” rispose dopo una pausa; “So che gli piaccio. Naturalmente, lo lusingo terribilmente. Trovo un piacere strano nel dirgli cose di cui so che mi pentirò in seguito. Di solito, è affascinante con me. E passiamo ore nello studio a parlare di mille cose. Tuttavia, a volte è terribilmente insensibile. E sembra godere davvero nel causarmi dolore. Allora penso, Harry, che abbia dato tutta la mia ‘anima a qualcuno che la tratta come un fiore da mettersi sul cappotto, come un ornamento per soddisfare la propria vanità, come un simbolo di bellezza per una giornata estiva, ”
“Nei giorni d’estate, Basil, il tempo sembra voler trascorrere più lentamente,” mormorò Lord Henry. “Forse tu ti stancherai prima di lui. È una cosa triste da pensare, ma non c’è alcun dubbio che il genio duri più a lungo della bellezza. Ecco perché tutti facciamo tanta fatica per educarci eccessivamente: nella lotta disperata per la sopravvivenza, vogliamo possedere qualcosa che duri. Così riempiamo le nostre menti di sciocchezze e informazioni, nella stupida speranza di mantenere il nostro posto nel mondo. L’uomo completamente “informato”, ecco l’ideale moderno. Ma la mente di un uomo del genere è davvero terribile: è come un negozio pieno di cianfrusaglie, pieno di mostri e polvere. Tutto ciò ha un prezzo superiore al suo reale valore. Comunque, penso che tu ti stancherai prima. Un giorno guarderai il tuo amico e gli sembrerà, beh, non so come descriverlo. Forse non ti piacerà il suo tono di voce, o qualcos’altro. Lo rimprovererai amaramente nel tuo cuore, pensando che si sia comportato molto male con te. La prossima volta che ti chiamerà, sarai completamente freddo e indifferente. Sarà un grande peccato. Perché cambierà te stesso. Quello che mi hai raccontato è davvero una storia romantica. Una sorta di “romanzo d’arte”, per così dire. E il peggio dei romanzi, di qualsiasi tipo siano, è che ci rendono meno romantici, ”
“Harry, non parlare così. Finché vivrò, la personalità di Dorian Gray continuerà a dominarmi. Tu non puoi capire quello che provo io. Tu cambi troppo spesso, ”
“Il mio caro Basil, è proprio per questo che riesco a percepirlo. Coloro che sono fedeli conoscono soltanto il lato banale dell’amore; sono gli infedeli quelli che conoscono le tragedie dell’amore.” Lord Henry accese una sigaretta con aria compiaciuta e soddisfatta, come se avesse riassunto il mondo in una sola frase. Nel verde fogliame dell’edera si udiva il canto degli sparvi; ombre blu si muovevano sull’erba come rondini. Che piacere era trovarsi in quel giardino! E che delizie offrivano le emozioni altrui. Sembravano molto più interessanti delle loro idee. La propria ‘anima e le passioni degli amici: queste erano le cose veramente affascinanti della vita. Con silenziosa ironia, Lord Henry pensò al noioso pranzo che aveva perso trattenendosi troppo con Basil Hallward. Se fosse andato da sua zia, avrebbe sicuramente incontrato Lord Goodbody, e l’intera conversazione sarebbe stata incentrata sul tema dell’aiuto ai poveri e sull’importanza di case modello per gli indigenti. Ogni classe sociale avrebbe predicato l’importanza di quelle virtù, ma nella loro vita reale non c’era alcun bisogno di praticarle. I ricchi avrebbero parlato del valore dell’economia, mentre gli oziosi si sarebbero dilungati sulla dignità del lavoro. Che sollievo era essere sfuggiti a tutto ciò! Mentre pensava a sua zia, gli venne in mente un’idea. Si rivolse a Hallward e disse: “Mio caro amico, mi è appena tornato in mente, ”
“Ti è tornato in mente cosa, Harry?”
“Dove ho sentito il nome di Dorian Gray.”
“Dove?” chiese Hallward, con un leggero cipiglio.
“Non essere arrabbiato, Basil. È stato da mia zia, Lady Agatha. Mi ha detto di aver incontrato un giovane meraviglioso che l’avrebbe aiutata nell’East End. Il suo nome era Dorian Gray. Devo ammettere che non mi ha mai detto fosse bello. Le donne non apprezzano la bellezza. Almeno, le buone donne no. Ha detto che era molto serio e aveva una natura davvero bella. Io me l’immaginavo subito come un tipo con occhiali, capelli radi, pieno di lentiggini, e piedi enormi. Vorrei aver saputo che era tuo amico, ”
“Sono molto contento che non lo sia stato, Harry, ”
“Perché?”
“Non voglio che tu lo incontri, ”
“Non vuoi che io lo incontri?”
“No, ”
“Mr. Dorian Gray è nello studio, signore,” disse il maggiordomo entrando nel giardino.
“Devi presentarmelo subito,” esclamò Lord Henry ridendo.
Il pittore si rivolse al suo servitore: “Chiedi a Mr. Gray di aspettare. Arriverò tra un attimo.” L’uomo annuì e se ne andò.
Poi guardò Lord Henry. “Dorian Gray è il mio più caro amico,” disse. “Ha una natura semplice e meravigliosa. Tua zia aveva ragione riguardo a lui. Non rovinarlo, non cercare di influenzarlo: la tua influenza sarebbe negativa. Il mondo è vasto e pieno di persone straordinarie. Non portarmi via l’unica persona che dona alla mia arte tutto il suo fascino: la mia vita come artista dipende da lui. Ascolta, Harry. Ti affido.” Parlava molto lentamente; le parole sembravano uscire a fatica, quasi contro la sua volontà.
“Che sciocchezze stai dicendo!” disse Lord Henry sorridendo, prendendo Hallward per il braccio e quasi trascinandolo dentro la casa.
CHAPTER 2 As they entered they saw Dorian Gray. He was seated at the piano, with his back to them, turning over the pages of a volume of Schumann’s “Forest Scenes.” “You must lend me these, Basil,” he cried. “I want to learn them. They are perfectly charming.” “That entirely depends on how you sit to-day, Dorian.” “Oh, I am tired of sitting, and I don’t want a life-sized portrait of myself,” answered the lad, swinging round on the music-stool in a wilful, petulant manner. When he caught sight of Lord Henry, a faint blush coloured his cheeks for a moment, and he started up. “I beg your pardon, Basil, but I didn’t know you had any one with you.” “This is Lord Henry Wotton, Dorian, an old Oxford friend of mine. I have just been telling him what a capital sitter you were, and now you have spoiled everything.” “You have not spoiled my pleasure in meeting you, Mr. Gray,” said Lord Henry, stepping forward and extending his hand. “My aunt has often spoken to me about you. You are one of her favourites, and, I am afraid, one of her victims also.” “I am in Lady Agatha’s black books at present,” answered Dorian with a funny look of penitence. “I promised to go to a club in Whitechapel with her last Tuesday, and I really forgot all about it. We were to have played a duet together — three duets, I believe. I don’t know what she will say to me. I am far too frightened to call.” “Oh, I will make your peace with my aunt. She is quite devoted to you. And I don’t think it really matters about your not being there. The audience probably thought it was a duet. When Aunt Agatha sits down to the piano, she makes quite enough noise for two people.” “That is very horrid to her, and not very nice to me,” answered Dorian, laughing. Lord Henry looked at him. Yes, he was certainly wonderfully handsome, with his finely curved scarlet lips, his frank blue eyes, his crisp gold hair. There was something in his face that made one trust him at once. All the candour of youth was there, as well as all youth’s passionate purity. One felt that he had kept himself unspotted from the world. No wonder Basil Hallward worshipped him. “You are too charming to go in for philanthropy, Mr. Gray — far too charming.” And Lord Henry flung himself down on the divan and opened his cigarette-case. The painter had been busy mixing his colours and getting his brushes ready. He was looking worried, and when he heard Lord Henry’s last remark, he glanced at him, hesitated for a moment, and then said, “Harry, I want to finish this picture to-day. Would you think it awfully rude of me if I asked you to go away?” Lord Henry smiled and looked at Dorian Gray. “Am I to go, Mr. Gray?” he asked. “Oh, please don’t, Lord Henry. I see that Basil is in one of his sulky moods, and I can’t bear him when he sulks. Besides, I want you to tell me why I should not go in for philanthropy.” “I don’t know that I shall tell you that, Mr. Gray. It is so tedious a subject that one would have to talk seriously about it. But I certainly shall not run away, now that you have asked me to stop. You don’t really mind, Basil, do you? You have often told me that you liked your sitters to have some one to chat to.” Hallward bit his lip. “If Dorian wishes it, of course you must stay. Dorian’s whims are laws to everybody, except himself.” Lord Henry took up his hat and gloves. “You are very pressing, Basil, but I am afraid I must go. I have promised to meet a man at the Orleans. Good-bye, Mr. Gray. Come and see me some afternoon in Curzon Street. I am nearly always at home at five o’clock. Write to me when you are coming. I should be sorry to miss you.” “Basil,” cried Dorian Gray, “if Lord Henry Wotton goes, I shall go, too. You never open your lips while you are painting, and it is horribly dull standing on a platform and trying to look pleasant. Ask him to stay. I insist upon it.” “Stay, Harry, to oblige Dorian, and to oblige me,” said Hallward, gazing intently at his picture. “It is quite true, I never talk when I am working, and never listen either, and it must be dreadfully tedious for my unfortunate sitters. I beg you to stay.” “But what about my man at the Orleans?” The painter laughed. “I don’t think there will be any difficulty about that. Sit down again, Harry. And now, Dorian, get up on the platform, and don’t move about too much, or pay any attention to what Lord Henry says. He has a very bad influence over all his friends, with the single exception of myself.” Dorian Gray stepped up on the dais with the air of a young Greek martyr, and made a little moue of discontent to Lord Henry, to whom he had rather taken a fancy. He was so unlike Basil. They made a delightful contrast. And he had such a beautiful voice. After a few moments he said to him, “Have you really a very bad influence, Lord Henry? As bad as Basil says?” “There is no such thing as a good influence, Mr. Gray. All influence is immoral — immoral from the scientific point of view.” “Why?” “Because to influence a person is to give him one’s own soul. He does not think his natural thoughts, or burn with his natural passions. His virtues are not real to him. His sins, if there are such things as sins, are borrowed. He becomes an echo of some one else’s music, an actor of a part that has not been written for him. The aim of life is self-development. To realize one’s nature perfectly — that is what each of us is here for. People are afraid of themselves, nowadays. They have forgotten the highest of all duties, the duty that one owes to one’s self. Of course, they are charitable. They feed the hungry and clothe the beggar. But their own souls starve, and are naked. Courage has gone out of our race. Perhaps we never really had it. The terror of society, which is the basis of morals, the terror of God, which is the secret of religion — these are the two things that govern us. And yet— “ “Just turn your head a little more to the right, Dorian, like a good boy,” said the painter, deep in his work and conscious only that a look had come into the lad’s face that he had never seen there before. “And yet,” continued Lord Henry, in his low, musical voice, and with that graceful wave of the hand that was always so characteristic of him, and that he had even in his Eton days, “I believe that if one man were to live out his life fully and completely, were to give form to every feeling, expression to every thought, reality to every dream — I believe that the world would gain such a fresh impulse of joy that we would forget all the maladies of mediaevalism, and return to the Hellenic ideal — to something finer, richer than the Hellenic ideal, it may be. But the bravest man amongst us is afraid of himself. The mutilation of the savage has its tragic survival in the self-denial that mars our lives. We are punished for our refusals. Every impulse that we strive to strangle broods in the mind and poisons us. The body sins once, and has done with its sin, for action is a mode of purification. Nothing remains then but the recollection of a pleasure, or the luxury of a regret. The only way to get rid of a temptation is to yield to it. Resist it, and your soul grows sick with longing for the things it has forbidden to itself, with desire for what its monstrous laws have made monstrous and unlawful. It has been said that the great events of the world take place in the brain. It is in the brain, and the brain only, that the great sins of the world take place also. You, Mr. Gray, you yourself, with your rose-red youth and your rose-white boyhood, you have had passions that have made you afraid, thoughts that have filled you with terror, day-dreams and sleeping dreams whose mere memory might stain your cheek with shame— “ “Stop!” faltered Dorian Gray, “stop! you bewilder me. I don’t know what to say. There is some answer to you, but I cannot find it. Don’t speak. Let me think. Or, rather, let me try not to think.” For nearly ten minutes he stood there, motionless, with parted lips and eyes strangely bright. He was dimly conscious that entirely fresh influences were at work within him. Yet they seemed to him to have come really from himself. The few words that Basil’s friend had said to him — words spoken by chance, no doubt, and with wilful paradox in them — had touched some secret chord that had never been touched before, but that he felt was now vibrating and throbbing to curious pulses. Music had stirred him like that. Music had troubled him many times. But music was not articulate. It was not a new world, but rather another chaos, that it created in us. Words! Mere words! How terrible they were! How clear, and vivid, and cruel! One could not escape from them. And yet what a subtle magic there was in them! They seemed to be able to give a plastic form to formless things, and to have a music of their own as sweet as that of viol or of lute. Mere words! Was there anything so real as words? Yes; there had been things in his boyhood that he had not understood. He understood them now. Life suddenly became fiery-coloured to him. It seemed to him that he had been walking in fire. Why had he not known it? With his subtle smile, Lord Henry watched him. He knew the precise psychological moment when to say nothing. He felt intensely interested. He was amazed at the sudden impression that his words had produced, and, remembering a book that he had read when he was sixteen, a book which had revealed to him much that he had not known before, he wondered whether Dorian Gray was passing through a similar experience. He had merely shot an arrow into the air. Had it hit the mark? How fascinating the lad was! Hallward painted away with that marvellous bold touch of his, that had the true refinement and perfect delicacy that in art, at any rate comes only from strength. He was unconscious of the silence. “Basil, I am tired of standing,” cried Dorian Gray suddenly. “I must go out and sit in the garden. The air is stifling here.” “My dear fellow, I am so sorry. When I am painting, I can’t think of anything else. But you never sat better. You were perfectly still. And I have caught the effect I wanted — the half-parted lips and the bright look in the eyes. I don’t know what Harry has been saying to you, but he has certainly made you have the most wonderful expression. I suppose he has been paying you compliments. You mustn’t believe a word that he says.” “He has certainly not been paying me compliments. Perhaps that is the reason that I don’t believe anything he has told me.” “You know you believe it all,” said Lord Henry, looking at him with his dreamy languorous eyes. “I will go out to the garden with you. It is horribly hot in the studio. Basil, let us have something iced to drink, something with strawberries in it.” “Certainly, Harry. Just touch the bell, and when Parker comes I will tell him what you want. I have got to work up this background, so I will join you later on. Don’t keep Dorian too long. I have never been in better form for painting than I am to-day. This is going to be my masterpiece. It is my masterpiece as it stands.” Lord Henry went out to the garden and found Dorian Gray burying his face in the great cool lilac-blossoms, feverishly drinking in their perfume as if it had been wine. He came close to him and put his hand upon his shoulder. “You are quite right to do that,” he murmured. “Nothing can cure the soul but the senses, just as nothing can cure the senses but the soul.” The lad started and drew back. He was bareheaded, and the leaves had tossed his rebellious curls and tangled all their gilded threads. There was a look of fear in his eyes, such as people have when they are suddenly awakened. His finely chiselled nostrils quivered, and some hidden nerve shook the scarlet of his lips and left them trembling. “Yes,” continued Lord Henry, “that is one of the great secrets of life — to cure the soul by means of the senses, and the senses by means of the soul. You are a wonderful creation. You know more than you think you know, just as you know less than you want to know.” Dorian Gray frowned and turned his head away. He could not help liking the tall, graceful young man who was standing by him. His romantic, olive-coloured face and worn expression interested him. There was something in his low languid voice that was absolutely fascinating. His cool, white, flowerlike hands, even, had a curious charm. They moved, as he spoke, like music, and seemed to have a language of their own. But he felt afraid of him, and ashamed of being afraid. Why had it been left for a stranger to reveal him to himself? He had known Basil Hallward for months, but the friendship between them had never altered him. Suddenly there had come some one across his life who seemed to have disclosed to him life’s mystery. And, yet, what was there to be afraid of? He was not a schoolboy or a girl. It was absurd to be frightened. “Let us go and sit in the shade,” said Lord Henry. “Parker has brought out the drinks, and if you stay any longer in this glare, you will be quite spoiled, and Basil will never paint you again. You really must not allow yourself to become sunburnt. It would be unbecoming.” “What can it matter?” cried Dorian Gray, laughing, as he sat down on the seat at the end of the garden. “It should matter everything to you, Mr. Gray.” “Why?” “Because you have the most marvellous youth, and youth is the one thing worth having.” “I don’t feel that, Lord Henry.” “No, you don’t feel it now. Some day, when you are old and wrinkled and ugly, when thought has seared your forehead with its lines, and passion branded your lips with its hideous fires, you will feel it, you will feel it terribly. Now, wherever you go, you charm the world. Will it always be so? … You have a wonderfully beautiful face, Mr. Gray. Don’t frown. You have. And beauty is a form of genius — is higher, indeed, than genius, as it needs no explanation. It is of the great facts of the world, like sunlight, or spring-time, or the reflection in dark waters of that silver shell we call the moon. It cannot be questioned. It has its divine right of sovereignty. It makes princes of those who have it. You smile? Ah! when you have lost it you won’t smile… People say sometimes that beauty is only superficial. That may be so, but at least it is not so superficial as thought is. To me, beauty is the wonder of wonders. It is only shallow people who do not judge by appearances. The true mystery of the world is the visible, not the invisible… Yes, Mr. Gray, the gods have been good to you. But what the gods give they quickly take away. You have only a few years in which to live really, perfectly, and fully. When your youth goes, your beauty will go with it, and then you will suddenly discover that there are no triumphs left for you, or have to content yourself with those mean triumphs that the memory of your past will make more bitter than defeats. Every month as it wanes brings you nearer to something dreadful. Time is jealous of you, and wars against your lilies and your roses. You will become sallow, and hollow-cheeked, and dull-eyed. You will suffer horribly… Ah! realize your youth while you have it. Don’t squander the gold of your days, listening to the tedious, trying to improve the hopeless failure, or giving away your life to the ignorant, the common, and the vulgar. These are the sickly aims, the false ideals, of our age. Live! Live the wonderful life that is in you! Let nothing be lost upon you. Be always searching for new sensations. Be afraid of nothing… A new Hedonism — that is what our century wants. You might be its visible symbol. With your personality there is nothing you could not do. The world belongs to you for a season… The moment I met you I saw that you were quite unconscious of what you really are, of what you really might be. There was so much in you that charmed me that I felt I must tell you something about yourself. I thought how tragic it would be if you were wasted. For there is such a little time that your youth will last — such a little time. The common hill-flowers wither, but they blossom again. The laburnum will be as yellow next June as it is now. In a month there will be purple stars on the clematis, and year after year the green night of its leaves will hold its purple stars. But we never get back our youth. The pulse of joy that beats in us at twenty becomes sluggish. Our limbs fail, our senses rot. We degenerate into hideous puppets, haunted by the memory of the passions of which we were too much afraid, and the exquisite temptations that we had not the courage to yield to. Youth! Youth! There is absolutely nothing in the world but youth!” Dorian Gray listened, open-eyed and wondering. The spray of lilac fell from his hand upon the gravel. A furry bee came and buzzed round it for a moment. Then it began to scramble all over the oval stellated globe of the tiny blossoms. He watched it with that strange interest in trivial things that we try to develop when things of high import make us afraid, or when we are stirred by some new emotion for which we cannot find expression, or when some thought that terrifies us lays sudden siege to the brain and calls on us to yield. After a time the bee flew away. He saw it creeping into the stained trumpet of a Tyrian convolvulus. The flower seemed to quiver, and then swayed gently to and fro. Suddenly the painter appeared at the door of the studio and made staccato signs for them to come in. They turned to each other and smiled. “I am waiting,” he cried. “Do come in. The light is quite perfect, and you can bring your drinks.” They rose up and sauntered down the walk together. Two green-and-white butterflies fluttered past them, and in the pear-tree at the corner of the garden a thrush began to sing. “You are glad you have met me, Mr. Gray,” said Lord Henry, looking at him. “Yes, I am glad now. I wonder shall I always be glad?” “Always! That is a dreadful word. It makes me shudder when I hear it. Women are so fond of using it. They spoil every romance by trying to make it last for ever. It is a meaningless word, too. The only difference between a caprice and a lifelong passion is that the caprice lasts a little longer.” As they entered the studio, Dorian Gray put his hand upon Lord Henry’s arm. “In that case, let our friendship be a caprice,” he murmured, flushing at his own boldness, then stepped up on the platform and resumed his pose. Lord Henry flung himself into a large wicker arm-chair and watched him. The sweep and dash of the brush on the canvas made the only sound that broke the stillness, except when, now and then, Hallward stepped back to look at his work from a distance. In the slanting beams that streamed through the open doorway the dust danced and was golden. The heavy scent of the roses seemed to brood over everything. After about a quarter of an hour Hallward stopped painting, looked for a long time at Dorian Gray, and then for a long time at the picture, biting the end of one of his huge brushes and frowning. “It is quite finished,” he cried at last, and stooping down he wrote his name in long vermilion letters on the left-hand corner of the canvas. Lord Henry came over and examined the picture. It was certainly a wonderful work of art, and a wonderful likeness as well. “My dear fellow, I congratulate you most warmly,” he said. “It is the finest portrait of modern times. Mr. Gray, come over and look at yourself.” The lad started, as if awakened from some dream. “Is it really finished?” he murmured, stepping down from the platform. “Quite finished,” said the painter. “And you have sat splendidly to-day. I am awfully obliged to you.” “That is entirely due to me,” broke in Lord Henry. “Isn’t it, Mr. Gray?” Dorian made no answer, but passed listlessly in front of his picture and turned towards it. When he saw it he drew back, and his cheeks flushed for a moment with pleasure. A look of joy came into his eyes, as if he had recognized himself for the first time. He stood there motionless and in wonder, dimly conscious that Hallward was speaking to him, but not catching the meaning of his words. The sense of his own beauty came on him like a revelation. He had never felt it before. Basil Hallward’s compliments had seemed to him to be merely the charming exaggeration of friendship. He had listened to them, laughed at them, forgotten them. They had not influenced his nature. Then had come Lord Henry Wotton with his strange panegyric on youth, his terrible warning of its brevity. That had stirred him at the time, and now, as he stood gazing at the shadow of his own loveliness, the full reality of the description flashed across him. Yes, there would be a day when his face would be wrinkled and wizen, his eyes dim and colourless, the grace of his figure broken and deformed. The scarlet would pass away from his lips and the gold steal from his hair. The life that was to make his soul would mar his body. He would become dreadful, hideous, and uncouth. As he thought of it, a sharp pang of pain struck through him like a knife and made each delicate fibre of his nature quiver. His eyes deepened into amethyst, and across them came a mist of tears. He felt as if a hand of ice had been laid upon his heart. “Don’t you like it?” cried Hallward at last, stung a little by the lad’s silence, not understanding what it meant. “Of course he likes it,” said Lord Henry. “Who wouldn’t like it? It is one of the greatest things in modern art. I will give you anything you like to ask for it. I must have it.” “It is not my property, Harry.” “Whose property is it?” “Dorian’s, of course,” answered the painter. “He is a very lucky fellow.” “How sad it is!” murmured Dorian Gray with his eyes still fixed upon his own portrait. “How sad it is! I shall grow old, and horrible, and dreadful. But this picture will remain always young. It will never be older than this particular day of June… If it were only the other way! If it were I who was to be always young, and the picture that was to grow old! For that — for that — I would give everything! Yes, there is nothing in the whole world I would not give! I would give my soul for that!” “You would hardly care for such an arrangement, Basil,” cried Lord Henry, laughing. “It would be rather hard lines on your work.” “I should object very strongly, Harry,” said Hallward. Dorian Gray turned and looked at him. “I believe you would, Basil. You like your art better than your friends. I am no more to you than a green bronze figure. Hardly as much, I dare say.” The painter stared in amazement. It was so unlike Dorian to speak like that. What had happened? He seemed quite angry. His face was flushed and his cheeks burning. “Yes,” he continued, “I am less to you than your ivory Hermes or your silver Faun. You will like them always. How long will you like me? Till I have my first wrinkle, I suppose. I know, now, that when one loses one’s good looks, whatever they may be, one loses everything. Your picture has taught me that. Lord Henry Wotton is perfectly right. Youth is the only thing worth having. When I find that I am growing old, I shall kill myself.” Hallward turned pale and caught his hand. “Dorian! Dorian!” he cried, “don’t talk like that. I have never had such a friend as you, and I shall never have such another. You are not jealous of material things, are you? — you who are finer than any of them!” “I am jealous of everything whose beauty does not die. I am jealous of the portrait you have painted of me. Why should it keep what I must lose? Every moment that passes takes something from me and gives something to it. Oh, if it were only the other way! If the picture could change, and I could be always what I am now! Why did you paint it? It will mock me some day — mock me horribly!” The hot tears welled into his eyes; he tore his hand away and, flinging himself on the divan, he buried his face in the cushions, as though he was praying. “This is your doing, Harry,” said the painter bitterly. Lord Henry shrugged his shoulders. “It is the real Dorian Gray — that is all.” “It is not.” “If it is not, what have I to do with it?” “You should have gone away when I asked you,” he muttered. “I stayed when you asked me,” was Lord Henry’s answer. “Harry, I can’t quarrel with my two best friends at once, but between you both you have made me hate the finest piece of work I have ever done, and I will destroy it. What is it but canvas and colour? I will not let it come across our three lives and mar them.” Dorian Gray lifted his golden head from the pillow, and with pallid face and tear-stained eyes, looked at him as he walked over to the deal painting-table that was set beneath the high curtained window. What was he doing there? His fingers were straying about among the litter of tin tubes and dry brushes, seeking for something. Yes, it was for the long palette-knife, with its thin blade of lithe steel. He had found it at last. He was going to rip up the canvas. With a stifled sob the lad leaped from the couch, and, rushing over to Hallward, tore the knife out of his hand, and flung it to the end of the studio. “Don’t, Basil, don’t!” he cried. “It would be murder!” “I am glad you appreciate my work at last, Dorian,” said the painter coldly when he had recovered from his surprise. “I never thought you would.” “Appreciate it? I am in love with it, Basil. It is part of myself. I feel that.” “Well, as soon as you are dry, you shall be varnished, and framed, and sent home. Then you can do what you like with yourself.” And he walked across the room and rang the bell for tea. “You will have tea, of course, Dorian? And so will you, Harry? Or do you object to such simple pleasures?” “I adore simple pleasures,” said Lord Henry. “They are the last refuge of the complex. But I don’t like scenes, except on the stage. What absurd fellows you are, both of you! I wonder who it was defined man as a rational animal. It was the most premature definition ever given. Man is many things, but he is not rational. I am glad he is not, after all — though I wish you chaps would not squabble over the picture. You had much better let me have it, Basil. This silly boy doesn’t really want it, and I really do.” “If you let any one have it but me, Basil, I shall never forgive you!” cried Dorian Gray; “and I don’t allow people to call me a silly boy.” “You know the picture is yours, Dorian. I gave it to you before it existed.” “And you know you have been a little silly, Mr. Gray, and that you don’t really object to being reminded that you are extremely young.” “I should have objected very strongly this morning, Lord Henry.” “Ah! this morning! You have lived since then.” There came a knock at the door, and the butler entered with a laden tea-tray and set it down upon a small Japanese table. There was a rattle of cups and saucers and the hissing of a fluted Georgian urn. Two globe-shaped china dishes were brought in by a page. Dorian Gray went over and poured out the tea. The two men sauntered languidly to the table and examined what was under the covers. “Let us go to the theatre to-night,” said Lord Henry. “There is sure to be something on, somewhere. I have promised to dine at White’s, but it is only with an old friend, so I can send him a wire to say that I am ill, or that I am prevented from coming in consequence of a subsequent engagement. I think that would be a rather nice excuse: it would have all the surprise of candour.” “It is such a bore putting on one’s dress-clothes,” muttered Hallward. “And, when one has them on, they are so horrid.” “Yes,” answered Lord Henry dreamily, “the costume of the nineteenth century is detestable. It is so sombre, so depressing. Sin is the only real colour-element left in modern life.” “You really must not say things like that before Dorian, Harry.” “Before which Dorian? The one who is pouring out tea for us, or the one in the picture?” “Before either.” “I should like to come to the theatre with you, Lord Henry,” said the lad. “Then you shall come; and you will come, too, Basil, won’t you?” “I can’t, really. I would sooner not. I have a lot of work to do.” “Well, then, you and I will go alone, Mr. Gray.” “I should like that awfully.” The painter bit his lip and walked over, cup in hand, to the picture. “I shall stay with the real Dorian,” he said, sadly. “Is it the real Dorian?” cried the original of the portrait, strolling across to him. “Am I really like that?” “Yes; you are just like that.” “How wonderful, Basil!” “At least you are like it in appearance. But it will never alter,” sighed Hallward. “That is something.” “What a fuss people make about fidelity!” exclaimed Lord Henry. “Why, even in love it is purely a question for physiology. It has nothing to do with our own will. Young men want to be faithful, and are not; old men want to be faithless, and cannot: that is all one can say.” “Don’t go to the theatre to-night, Dorian,” said Hallward. “Stop and dine with me.” “I can’t, Basil.” “Why?” “Because I have promised Lord Henry Wotton to go with him.” “He won’t like you the better for keeping your promises. He always breaks his own. I beg you not to go.” Dorian Gray laughed and shook his head. “I entreat you.” The lad hesitated, and looked over at Lord Henry, who was watching them from the tea-table with an amused smile. “I must go, Basil,” he answered. “Very well,” said Hallward, and he went over and laid down his cup on the tray. “It is rather late, and, as you have to dress, you had better lose no time. Good-bye, Harry. Good-bye, Dorian. Come and see me soon. Come to-morrow.” “Certainly.” “You won’t forget?” “No, of course not,” cried Dorian. “And … Harry!” “Yes, Basil?” “Remember what I asked you, when we were in the garden this morning.” “I have forgotten it.” “I trust you.” “I wish I could trust myself,” said Lord Henry, laughing. “Come, Mr. Gray, my hansom is outside, and I can drop you at your own place. Good-bye, Basil. It has been a most interesting afternoon.” As the door closed behind them, the painter flung himself down on a sofa, and a look of pain came into his face.
CAPITOLO 2
Quando entrarono, videro Dorian Gray. Era seduto al pianoforte, con le spalle rivolte verso di loro, e stava sfogliando un volume contenente le “Scene del bosco” di Schumann. “Devi prestarmeli, Basil,” esclamò. “Voglio impararle. Sono davvero incantevoli.”
“Tutto dipende da come ti siederai oggi, Dorian, ”
“Oh, ne ho abbastanza di stare seduto. E non voglio assolutamente un ritratto mio a grandezza naturale,” rispose il ragazzo, girandosi con aria capricciosa sullo sgabello del pianoforte. Quando vide Lord Henry, le sue guance si arrossirono per un momento e si alzò in piedi. “Scusami, Basil. Non sapevo che fossi accompagnato.”
“Questo è Lord Henry Wotton, Dorian. Un vecchio amico mio di Oxford. Stavo appena dicendogli quanto tu sia bravo a sederti davanti al pianoforte. E ora hai rovinato tutto, ”
“Non hai rovinato il piacere che ho avuto nel conoscerti, signor Gray,” disse Lord Henry, avvicinandosi e porgendo la mano. “Mia zia mi ha parlato spesso di te. Sei uno dei suoi preferiti. E, temo, anche uno dei suoi ‘vittime’, ”
“Al momento sono nella lista nera di Lady Agatha,” rispose Dorian con un’espressione scherzosa. “Le avevo promesso di andare in un club a Whitechapel con lei martedì scorso. Ma me ne sono completamente dimenticato. Avremmo dovuto suonare dei duetti insieme, ”
“Oh, sistemerò io la situazione con mia zia. Lei è davvero molto affezionata a te. E non credo che la tua assenza abbia molta importanza. L’auditorio probabilmente ha pensato che si trattasse davvero di un duetto. Quando Lady Agatha suona al pianoforte, fa abbastanza rumore da sembrare che ci siano due persone, ”
“È molto spiacevole per lei. E non molto gentile nei miei confronti,” rispose Dorian ridendo.
Lord Henry lo guardò. Sì, era davvero straordinariamente bello: con quelle labbra rosse e curvate, quegli occhi azzurri sinceri, quei capelli dorati e lisci. C’era qualcosa nel suo viso che faceva subito fidarsi in lui. Tutta la candidezza della gioventù, insieme alla sua passione e purezza. Si aveva l’impressione che fosse rimasto “intatto” dal mondo. Nessuno come Basil Hallward lo ammirava così tanto.
“Sei troppo affascinante per dedicarti alla filantropia, signor Gray. Davvero troppo affascinante, ” E Lord Henry si lasciò cadere sul divano, aprendo la sua scatola da sigarette.
Il pittore era impegnato a mescolare i colori e preparare i pennelli. Sembrava preoccupato. Quando sentì le ultime parole di Lord Henry, lo guardò per un momento, esitò. Poi disse: “Harry, voglio finire questo quadro oggi stesso. Ti sembrerebbe molto scortese se ti chiedessi di andartene?”
Lord Henry sorrise e guardò Dorian Gray. “Devo andarmene, signor Gray?” chiese.
“Oh, per favore non farlo, Lord Henry. Vedo che Basil è di cattivo umore. E non lo sopporto quando fa così. Inoltre, vorrei che mi spiegassi perché non dovrei dedicarmi alla filantropia, ”
“Non so se debba dirvelo, signor Gray. È un argomento così noioso che ci vorrebbe parlare seriamente. Ma di certo non me ne andrò, ora che mi avete chiesto di restare. Non vi dispiace davvero, Basil, vero? Mi avete sempre detto che vi piaceva che le vostre ospiti avessero qualcuno con cui chiacchierare, ”
Hallward morse il labbro. “Se Dorian lo desidera, naturalmente dovete restare. I capricci di Dorian sono legge per tutti, tranne che per lui stesso.”
Lord Henry prese cappello e guanti. “Siete molto insistente, Basil. Ma temo di dover andare. Ho promesso di incontrare una persona all’Orleans. Addio, signor Gray. Venite a trovarmi un pomeriggio in Curzon Street. Sono quasi sempre a casa alle cinque. Scrivetemi quando verrete. Mi dispiacerebbe molto non vedervi, ”
“Basil,” gridò Dorian Gray, “se Lord Henry Wotton se ne va, andrò anch’io. Voi non parlate mai mentre dipingete. E stare lì in piedi su quella piattaforma, cercando di sembrare gentili, è terribilmente noioso. Chiedetegli di restare. Insisto!”
“Rimani, Harry, per compiacere Dorian e anche me,” disse Hallward, fissando intensamente il proprio ritratto. “È vero: non parlo mai quando lavoro, né ascolto nulla; deve essere terribilmente noioso per le mie sfortunate modelle. Ti prego, rimani.”
“Ma cosa ne sarà del mio uomo a Orleans?”
Il pittore rise. “Non credo che ci saranno difficoltà in questo. Siediti di nuovo, Harry. Ora, Dorian, sali sulla piattaforma e non muoverti troppo, né prestare attenzione a quello che Lord Henry dice. Ha una molto cattiva influenza su tutti i suoi amici, con l’unica eccezione di me.”
Dorian Gray salì sul podio con l’aria di un giovane martire greco e fece una piccola smorfia di disappunto verso Lord Henry, di cui in realtà si era preso una certa simpatia. Era così diverso da Basil. Formavano davvero un contrasto delizioso. E aveva una voce così bella. Dopo alcuni momenti gli disse: “Ha davvero un’influenza molto negativa, Lord Henry? Così negativa come dice Basil?”
“Non esiste nulla di buono nell’influenza, signor Gray. Tutta l’influenza è immorale. Immorale dal punto di vista scientifico.”
“Perché?”
“Il motivo per cui influenzare una persona significa donarle la propria ‘anima è che, in questo modo, essa non pensa più con i propri pensieri naturali, né prova le proprie passioni genuine. Le sue virtù non le sembrano vere, e i suoi peccati, se mai esistono, le appaiono come qualcosa di preso in prestito da altri. Diventa semplicemente un eco della musica altrui, un attore che interpreta un ruolo che non è stato scritto per lei. Lo scopo della vita è lo sviluppo di sé stesso; realizzare appieno la propria natura. Ecco a cosa serviamo tutti noi. Oggi le persone hanno paura di se stesse; hanno dimenticato il dovere più importante, quello che ognuno ha verso se stesso. Certo, sono caritatevoli: nutrono i affamati e vestono i mendicanti. Ma le loro anime muoiono di fame e rimangono nude. La coraggio è scomparsa dalla nostra razza. Forse non l’abbiamo mai avuta davvero. Il terrore della società, che costituisce la base della morale; il terrore di Dio, che rappresenta il segreto della religione. Queste sono le due forze che ci governano, ”
“Gira un po’ di più la testa a destra, Dorian. Come un bravo ragazzo,” disse il pittore, immerso nel proprio lavoro e consapevole soltanto del fatto che sul viso del ragazzo era apparsa un’espressione che non aveva mai visto prima.
“Eppure, ” continuò Lord Henry, con la sua voce bassa e melodiosa, e con quel gesto elegante della mano che lo caratterizzava sempre, “Credo che, se solo una persona riuscisse a vivere appieno ogni momento della propria vita, a dare forma a ogni sentimento, espressione a ogni pensiero, realtà a ogni sogno. Credo che il mondo riceverebbe un impulso di gioia così fresco da farci dimenticare tutte le malattie del medievalismo e tornare all’ideale greco. A qualcosa di più bello, più ricco dell’ideale greco. Forse. Ma anche l’uomo più coraggioso tra noi ha paura di se stesso. La mutilazione del selvaggio ha una sua tragica sopravvivenza nella rinuncia a sé stessi che rovina le nostre vite. Siamo puniti per ogni rifiuto che facciamo. Ogni impulso che cerchiamo di soffocare rimane nel nostro cuore e ci avvelena. I peccati del corpo, una volta commessi, sono ormai finiti. L’azione, infatti, è un modo di purificarsi. Non resta quindi che il ricordo di un piacere, o il dolore di un rimpianto. L’unico modo per liberarsi da una tentazione è cederle. Resisterle, e la propria ‘anima inizia a soffrire di desiderio per ciò che si è vietata. Di anelito a ciò che le leggi mostruose della società hanno reso proibito. Si dice che i grandi eventi del mondo avvengano nel cervello. E sono proprio nel cervello, e solo nel cervello, che avvengono anche i più grandi peccati del mondo. Tu, signor Gray. Con la tua giovinezza rossa come una rosa e l’infanzia bianca come un bocciolo di rosa. Hai provato passioni che ti hanno fatto paura. Pensieri che ti hanno riempito di terrore. Sogni diurni e sogni notturni. Il solo ricordo dei quali potrebbe far arrossire il tuo viso di vergogna, ”
“Fermati!” balbettò Dorian Gray, “fermati! Mi confondi. Non so cosa dire. C’è sicuramente una risposta per te, ma non riesco a trovarla. Non parlare. Lasciami pensare. O meglio, lasciami provare a non pensare.”
Per quasi dieci minuti rimase fermo lì, immobile, con le labbra dischiuse e lo sguardo stranamente luminoso. Aveva una vaga consapevolezza che qualcosa di completamente nuovo stesse avvenendo dentro di lui. Ma gli sembrava che tutto provenisse davvero da lui stesso. Le poche parole che l’amico di Basil gli aveva detto – parole pronunciate casualmente, senza alcun dubbio, e piene di un paradosso deliberato – avevano toccato una corda segreta che prima non era mai stata stimolata. Ora quella corda sembrava vibrare e pulsare con ritmi strani.
La musica lo aveva già turbato in quel modo. La musica aveva spesso suscitato in lui emozioni intense. Ma la musica non è esplicita. Non crea un nuovo mondo, bensì un altro caos dentro di noi. Le parole! Solo parole. Quanto sono terribili. Eppure quanta sottile magia contengono. Sembrano capaci di dare una forma concreta a ciò che è informe. Hanno una loro musica, dolce come quella del violino o della lira. Ma sono davvero reali?
Sì. C’erano state cose nella sua infanzia che non aveva capito. Ora le comprendeva. La vita, all’improvviso, gli sembrava piena di colori intensi. Gli pareva di aver camminato nel fuoco. Perché prima non se n’era reso conto?
Con il suo sorriso sottile, Lord Henry lo osservava. Sapeva esattamente quando non dire nulla. Era profondamente interessato a ciò che stava accadendo. Era stupito dall’impressione che le sue parole avevano suscitato in Dorian Gray. E, ricordando un libro che aveva letto a sedici anni – un libro che gli aveva rivelato molte cose di cui prima non sapeva nulla – si chiese se anche Dorian Gray stesse vivendo un’esperienza simile. Aveva semplicemente lanciato una freccia nell’aria. Aveva colpito il bersaglio? Quanto era affascinante quel ragazzo.
Hallward continuava a dipingere, con quel tocco audace e meraviglioso che possedeva. Un tocco che rifletteva vera raffinatezza e perfetta delicatezza. Non si rendeva conto del silenzio che regnava nella stanza.
“Basil. Sono stanco di stare fermo,” esclamò improvvisamente Dorian Gray. “Devo uscire e sedermi in giardino. L’aria qui è soffocante, ”
“Mio caro amico. Mi dispiace molto. Quando dipingo, non penso ad altro. Ma sei stato perfetto. Non ti sei mosso affatto. E ho ottenuto esattamente l’effetto che volevo: le labbra socchiuse, lo sguardo luminoso negli occhi. Non so cosa Harry ti abbia detto. Ma di certo ti ha fatto assumere un’espressione straordinaria. Probabilmente ti ha fatto dei complimenti. Non devi credere una parola di quello che dice, ”
“Di certo non mi ha fatto complimenti. Forse è proprio per questo che non credo a nulla di ciò che mi ha detto, ”
“Il ragazzo era semplicemente sbalordito,” disse Lord Henry, guardandolo con i suoi occhi sognanti e languidi. “Andrò in giardino con te. Nello studio fa un caldo terribile. Basil, beviamo qualcosa di fresco, magari con delle fragole.”
“Certo, Harry. Basta suonare il campanello; quando arriverà Parker gli dirò cosa vuoi. Devo finire questo sfondo, quindi ti raggiungerò dopo. Non trattenere Dorian troppo a lungo. Non sono mai stato in così buona forma per dipingere come oggi. Questa sarà la mia opera maestra.”
Lord Henry uscì in giardino e trovò Dorian Gray con il viso nascosto tra i grandi fiori di lilla; assaporava avidamente il loro profumo, come se fosse vino. Si avvicinò a lui e gli posò una mano sulla spalla. “Hai perfettamente ragione,” mormorò. “Nient’altro può curare l’anima se non i sensi, proprio come nient’altro può curare i sensi se non l’anima.”
Il ragazzo sobbalzò e si allontanò. Era a testa scoperta; i rami degli alberi avevano intrecciato i suoi capelli ribelli, lasciandoli sciolti e dorati. Negli occhi gli apparve uno sguardo di paura, come quando le persone vengono improvvisamente svegliate. Le sue narici sottili tremavano; qualche nervo nascosto faceva vibrare le sue labbra rosse, lasciandole tremanti.
“Sì,” continuò Lord Henry, “questa è una delle grandi segrete della vita: curare l’anima attraverso i sensi, e i sensi attraverso l’anima. Sei davvero una creatura meravigliosa. Sai più di quanto pensi di sapere, proprio come sai meno di quanto vorresti sapere.”
Dorian Gray aggrottò la fronte e girò la testa dall’altra parte. Non poteva fare a meno di provare simpatia per quell’uomo alto e elegante che gli stava accanto. Il suo viso romantico, dai tratti olivastri, e l’espressione distaccata lo interessavano. C’era qualcosa nella sua voce bassa e languida che lo affascinava profondamente. Anche le sue mani, fresche e bianche come fiori, avevano un fascino particolare. Si muovevano mentre parlava, come musica. Sembravano avere una lingua tutta loro. Ma provava paura di lui. E vergogna di averne paura. Perché doveva essere stato proprio uno straniero a rivelargli i segreti della vita? Conosceva Basil Hallward da mesi, ma la loro amicizia non lo aveva mai cambiato. Improvvisamente, qualcuno era entrato nella sua vita e sembrava avergli svelato il mistero della vita stessa. Eppure, cosa c’era da temere? Non era più un ragazzo. Era assurdo avere paura.
“Andiamo a sederci all’ombra,” disse Lord Henry. “Parker ha portato le bevande. Se resti ancora qui sotto il sole, ti rovinerai completamente. E Basil non riuscirà mai più a dipingerti. Non devi assolutamente permetterti di scottarti al sole. Sarebbe inappropriato.”
“Che importanza ha?” esclamò Dorian Gray, ridendo, mentre si sedeva su una panchina nel giardino.
“Dovrebbe avere molta importanza per te, signor Gray, ”
“Perché?”
“Perché tu possiedi la gioventù più meravigliosa, e la gioventù è l’unica cosa che vale davvero la pena avere.”
“Non la penso così, Lord Henry.”
“No, ora non lo senti. Ma un giorno, quando sarai vecchio, pieno di rughe e brutto, quando i pensieri avranno inciso solchi sulla tua fronte e la passione avrà marchiato le tue labbra con i suoi fuochi orribili, allora lo sentirai. Lo sentirai terribilmente. Ora, ovunque tu vada, incanti il mondo. Ma sarà sempre così?. Hai un viso meravigliosamente bello, signor Gray. Non aggrottare la fronte. La bellezza è una forma di genio. Anzi, è qualcosa di ancora più grande del genio: non ha bisogno di spiegazioni. Fa parte dei grandi misteri del mondo, come la luce del sole, la primavera o il riflesso della luna nelle acque scure. Non può essere messa in dubbio. Ha un diritto divino alla sovranità. Fa di coloro che la possiedono dei veri principi. Sorridi? Ah. Quando l’avrai persa, non sorriderai più. A volte si dice che la bellezza sia solo superficiale. Forse è vero. Ma almeno non è così superficiale come i pensieri. Per me, la bellezza è lo stupore tra tutti gli stupori. Solo le persone superficiali giudicano in base all’apparenza. Il vero mistero del mondo è ciò che è visibile, non ciò che è invisibile. Sì, signor Gray. Gli dèi sono stati buoni con te. Ma ciò che gli dèi donano, lo prendono via rapidamente. Hai solo pochi anni per vivere davvero, perfettamente, appieno. Quando la tua giovinezza sarà passata, anche la tua bellezza scomparirà. E allora scoprirai che non ti resteranno più trionfi. O dovrai accontentarti di quei trionfi meschini che il ricordo del tuo passato renderà ancora più amari delle sconfitte. Ogni mese che passa ti avvicina a qualcosa di terribile. Il tempo è geloso di te. Combatterà contro i tuoi fiori, contro la tua bellezza. Diventerai pallido, con le guance scavate, gli occhi spenti. Soffrirai terribilmente. Ah. Goditi la tua giovinezza finché l’hai. Non sprecare il “oro” dei tuoi giorni ascoltando cose noiose, cercando di migliorare situazioni disperate, o dando via la tua vita agli ignoranti, ai comuni, ai volgari. Questi sono gli obiettivi malati, gli ideali falsi della nostra epoca. Vive. Vivi quella meravigliosa vita che è in te. Non lasciare che nulla vada perduto. Cerca sempre nuove emozioni. Non avere paura di nulla. Un nuovo edonismo. Ecco ciò che vuole il nostro secolo. Potresti essere il suo simbolo visibile. Con la tua personalità, non c’è niente che tu non possa fare. Il mondo ti appartiene per un po’. Nel momento in cui ti ho incontrato, ho capito che non eri affatto consapevole di ciò che sei veramente, di ciò che potresti diventare. C’era così tanto in te che mi ha incantato. Che ho sentito il bisogno di dirti qualcosa su te stesso. Pensavo quanto sarebbe tragico se tu fossi sprecato. Perché la tua giovinezza durerà solo poco tempo. I fiori comuni appassiscono, ma poi rifioriscono. Il gelsomino sarà altrettanto giallo il prossimo giugno come adesso, ”
In un mese, sulle piante di clematide appariranno stelle viola; anno dopo anno, la verde notte delle loro foglie continuerà a custodire quelle stelle viola. Ma la nostra giovinezza non tornerà mai più. Il battito gioioso che sentivamo a vent’anni diventa lento e debole; i nostri corpi si indeboliscono, i nostri sensi declinano. Ci trasformiamo in orribili marionette, perseguitati dal ricordo di passioni di cui avevamo troppa paura, e dalle deliziose tentazioni a cui non abbiamo mai avuto il coraggio di cedere. Giovinezza. Non c’è assolutamente nulla al mondo se non la giovinezza!
Dorian Gray ascoltava, con gli occhi spalancati e pieni di curiosità. Il getto di fiori di lilla cadde dalla sua mano sul ghiaietto; una ape pelosa si avvicinò e volò intorno a essi per un momento, poi iniziò a muoversi su quel piccolo globo ovale formato dai fiori. Lui la osservava con quell’insolito interesse per le cose banali che sviluppiamo quando ciò che è davvero importante ci spaventa, quando siamo colpiti da nuove emozioni per cui non troviamo parole, o quando un pensiero terribile assale il nostro cervello e ci costringe ad arrenderci. Dopo un po’ l’ape volò via; lui la vide infilarsi nella tromba colorata di un fiore di convolvolo. Il fiore sembrò tremare, poi iniziò a dondolarsi dolcemente avanti e indietro.
All’improvviso il pittore apparve alla porta dello studio e fece loro segno di entrare. Si scambiarono un sorriso.
“Vi aspetto,” disse. “Entrate pure. La luce è perfetta, e potete portare anche le vostre bevande.”
Si alzarono e camminarono insieme lungo il sentiero. Due farfalle verdi e bianche volarono loro accanto; nell’albero di pero all’angolo del giardino un usignolo iniziò a cantare.
“Siete contento di avermi conosciuto, signor Gray,” disse Lord Henry guardandolo.
“Sì, ora lo sono. Mi chiedo se sarò sempre felice.”
“Sempre. Ma che parola terribile! Mi fa rabbrividire ogni volta che la sento. Le donne amano usarla; rovinano ogni romanzo cercando di renderlo eterno. È anche una parola priva di significato: l’unica differenza tra un capriccio e un amore duraturo è che il capriccio dura un po’ di più.”
Mentre entravano nello studio, Dorian Gray posò la mano sul braccio di Lord Henry. “In tal caso, lasciamo che la nostra amicizia sia soltanto un capriccio,” mormorò, arrossendo per la propria audacia, poi salì sulla piattaforma e riprese la sua posa.
Lord Henry si lasciò cadere in una grande poltrona di vimini e lo osservò. Il movimento rapido della penna sul telaio era l’unico suono che rompeva il silenzio. A tratti, Hallward si allontanava per guardare il proprio lavoro da lontano. Nei raggi obliqui che filtravano dall’ingresso aperto, la polvere danzava nell’aria, assumendo un colore dorato. Il forte profumo delle rose sembrava avvolgere tutto intorno.
Dopo circa un quarto d’ora, Hallward smise di dipingere, fissò a lungo Dorian Gray e poi ancora il dipinto stesso, mordicchiando l’estremità di uno dei suoi grandi pennelli e aggrottando la fronte. “È davvero finito,” esclamò infine, chinandosi per scrivere il proprio nome in grandi lettere vermiglie nell’angolo sinistro della tela.
Lord Henry si avvicinò per esaminare il dipinto. Era certamente un’opera d’arte straordinaria, e la somiglianza con Dorian Gray era davvero notevole.
“Mio caro amico, le faccio i miei più calorosi complimenti,” disse. “È il ritratto più bello dei tempi moderni. Signor Gray, venga a guardarsi.”
Il ragazzo sobbalzò, come se fosse stato svegliato da un sogno.
“È davvero finito?” mormorò, scendendo dalla piattaforma.
“Del tutto finito,” disse il pittore. “E oggi sei stato davvero un ottimo soggetto. Ti sono molto grato.”
“È tutta merita mia,” intervenne Lord Henry. “Non è vero, signor Gray?”
Dorian non rispose; passò distrattamente davanti al suo ritratto e vi si avvicinò. Quando lo vide, indietreggiò di colpo: le sue guance si arrossirono per la gioia. Un’espressione di felicità gli apparve negli occhi, come se si fosse riconosciuto per la prima volta. Rimase fermo lì, in silenzio e stupito; sentiva Hallward parlare, ma non capiva le sue parole. La consapevolezza della propria bellezza lo colpì come una rivelazione. Non l’aveva mai provata prima. I complimenti di Basil Hallward gli erano sembrati soltanto l’esagerazione affettuosa di un amico; li aveva ascoltati, ne aveva riso, li aveva dimenticati. Non avevano influenzato la sua natura. Poi era arrivato Lord Henry Wotton con il suo strano elogio della gioventù, con la terribile avvertenza sulla sua brevità. Allora quelle parole lo avevano turbato. Ora, fissando il proprio ritratto, comprendeva finalmente tutta la verità di quelle parole. Sì. Un giorno il suo viso sarebbe invecchiato, i suoi occhi si sarebbero offuscati, la grazia del suo corpo distrutta. Il rosso delle sue labbra svanirebbe, i capelli perderebbero il loro colore dorato. La vita che avrebbe dovuto rendere bella la sua anima avrebbe rovinato il suo corpo. Sarebbe diventato orribile, brutto, volgare.
Mentre ci pensava, un dolore acuto lo colpì come un pugnale, facendo tremare ogni fibra del suo essere. I suoi occhi si scurirono, e una nebbia di lacrime gli velò lo sguardo. Si sentì come se qualcuno gli avesse messo sul cuore una mano di ghiaccio.
“Non ti piace?” chiese finalmente Hallward, un po’ infastidito dal silenzio del ragazzo.
“Certo che gli piace,” disse Lord Henry. “Chi non lo vorrebbe? È uno dei capolavori dell’arte moderna. Ti darò qualsiasi cosa tu desideri in cambio. Devo assolutamente averlo.”
“Non è mia proprietà, Harry, ”
“Di chi allora?”
“Di Dorian, naturalmente,” rispose il pittore.
“È davvero un ragazzo fortunato, ”
“Che tristezza, ” mormorò Dorian, continuando a fissare il proprio ritratto. “Che tristezza. Invecchierò, diventerò orribile. Ma questo quadro rimarrà sempre giovane. Non invecchierà mai più di quel particolare giorno di giugno. Se solo fosse al contrario. Se fossi io ad essere sempre giovane, e il ritratto a invecchiare. Per questo, per questo, darei tutto! Sì, non ci sarebbe nulla al mondo che non darei. Darei la mia anima per questo!”
“Probabilmente non ti andrebbe bene un simile accordo, Basil, ” disse Lord Henry ridendo. “Sarebbe davvero troppo duro per il tuo lavoro, ”
“I dovrei oppormi con forza, Harry,” disse Hallward.
Dorian Gray si girò a guardarlo. “Credo che lo faresti, Basil. Ti piace la tua arte più dei tuoi amici. Per te io non sono nient’altro che una statua di bronzo verde. Forse nemmeno tanto.”
Il pittore lo fissò, stupito. Non era affatto da Dorian parlare in quel modo. Che cosa era successo? Sembrava arrabbiato: il suo viso era arrossato e le guance gli bruciavano.
“Sì,” continuò Dorian, “per te sono meno del tuo Hermes d’avorio o del tuo Fauno d’argento. Li amerai per sempre. Quanto tempo mi amerai ancora? Fino al mio primo rugaio, immagino. Ora so che quando si perde la bellezza, si perde tutto. La tua pittura me l’ha insegnato. Lord Henry Wotton ha perfettamente ragione: la giovinezza è l’unica cosa che vale davvero la pena avere. Quando scoprirò di invecchiare, mi ucciderò.”
Hallward impallidì e afferrò la sua mano. “Dorian! Non parlare così. Non ho mai avuto un amico come te, e non ne avrò mai più. Non sei geloso delle cose materiali, vero? Tu che sei migliore di tutte loro, ”
“Sono geloso di tutto ciò il cui bello non muore. Sono geloso del ritratto che hai dipinto di me. Perché dovrebbe conservare ciò che io dovrò perdere? Ogni momento che passa mi toglie qualcosa e glielo dà. Oh, se solo fosse il contrario. Se quel ritratto potesse cambiare. E io potessi restare per sempre quello che sono ora. Perché l’hai dipinto? Un giorno mi prenderà in giro. Mi prenderà in giro orribilmente, ” Le lacrime calde gli riempirono gli occhi; strappò via la mano di Hallward e, gettandosi sul divano, nascose il viso nei cuscini, come se stesse pregando.
“È tutta colpa tua, Harry,” disse il pittore con amarezza.
Lord Henry alzò le spalle. “È il vero Dorian Gray. Nient’altro.”
“Non è vero.”
“Se non lo è, che cosa c’entro io?”
“Avresti dovuto andartene quando te l’ho chiesto, ” mormorò Dorian.
“Sono rimasto perché me l’hai chiesto,” rispose Lord Henry.
“Harry. Non posso litigare contemporaneamente con i miei due migliori amici. Ma voi due insieme avete fatto sì che odiasse il lavoro più bello che abbia mai realizzato. Lo distruggerò. Che cos’è, in fondo? Solo tela e colori. Non permetterò che rovini le nostre tre vite, ”
Dorian Gray sollevò il viso pallido e gli occhi pieni di lacrime; lo guardò mentre si avvicinava al tavolo da dipinto, sotto la grande finestra drappeggiata. Che cosa stava facendo lì? Le sue dita frugavano tra i tubetti di vernice e le pennelle secche. Sì, cercava il lungo coltello per tagliare la tela. L’aveva trovato. Stava per strapparla via.
Con un singhiozzo soffocato, il ragazzo balzò dal divano, corse verso Hallward, gli strappò il coltello di mano e lo gettò all’estremità dello studio. “No, Basil. Non farlo! Sarebbe omicidio, ”
“Sono contento che finalmente apprezzi il mio lavoro, Dorian,” disse il pittore in tono freddo, una volta ripreso dallo stupore. “Non avrei mai pensato che lo facessi.”
“Apprezzarlo? Ne sono innamorato, Basil. Fa parte di me stesso. Lo sento davvero così.”
“Beh, non appena sarà asciutto, verrà verniciato, incorniciato e inviato a casa tua. Poi potrai farne ciò che vuoi, ” E si avviò verso la porta per suonare il campanello del tè. “Ovviamente avrai del tè, Dorian. E anche tu, Harry. O forse vi dispiacciono queste semplici gioie?”
“Adoro le semplici gioie,” disse Lord Henry. “Sono l’ultimo rifugio di ciò che è complesso. Ma non mi piacciono le scenate, tranne sul palcoscenico. Che persone assurde siete voi due! Mi chiedo chi abbia definito l’uomo ‘animale razionale’. È stata la definizione più prematura mai data. L’uomo è molte cose, ma non razionale. Sono contento che non lo sia, dopotutto. Anche se vorrei che smetteste di litigare per quel quadro. Avreste dovuto lasciarmelo a me, Basil. Questo ragazzo sciocco in realtà non lo vuole. E io sì.”
“Se permetti a qualcun altro di averlo tranne me, Basil, non te lo perdonerò mai!” esclamò Dorian Gray. “E non permetto che mi chiamino ‘ragazzo sciocco’, ”
“Tu sai che quel quadro è tuo, Dorian. Te l’ho dato prima ancora che esistesse, ”
“E tu sai di essere stato un po’ sciocco, signor Gray. E che in realtà non ti dispiace essere ricordato del fatto che sei estremamente giovane, ”
“Stamattina avrei dovuto obiettare con forza, Lord Henry, ”
“Ah, stamattina. Da allora hai vissuto molte cose, ”
Bussarono alla porta; il maggiordomo entrò con un vassoio pieno di tè e lo posò su un piccolo tavolino giapponese. Si udì il rumore delle tazze, dei piattini, e il sibilo di una urna georgiana a forma di globo. Due piatti di porcellana vennero portati dentro da un paggio. Dorian Gray versò il tè. I due uomini si avvicinarono pigramente al tavolo e esaminarono ciò che c’era sotto i coperchi.
“Andiamo al teatro stasera,” disse Lord Henry. “Di sicuro c’è qualcosa in programma da qualche parte. Ho promesso di cenare da White’s, ma è solo con un vecchio amico. Quindi posso mandargli un telegramma dicendo che sono malato. O che non riesco ad andare a causa di un impegno successivo. Penso che sia una scusa piuttosto bella. Avrà tutto lo stupore della sincerità, ”
“È così noioso indossare i vestiti da sera, ” mormorò Hallward. “E, una volta indossati, sono davvero orribili, ”
“Sì,” rispose Lord Henry con aria sognante. “L’abbigliamento del XIX secolo è detestabile. È così cupo, così deprimente. Il peccato è l’unico vero elemento cromatico rimasto nella vita moderna, ”
“Non dovresti dire cose del genere davanti a Dorian, Harry, ”
“Davanti a quale Dorian? Quello che ci sta versando il tè. O quello nel quadro?”
“Davanti a nessuno dei due, ”
“Mi piacerebbe venire al teatro con voi, Lord Henry,” disse il ragazzo.
“Allora verrai. E anche tu, Basil, vero?”
“Non posso davvero. Preferirei di no. Ho molto lavoro da fare.”
“Allora, io e te andremo da soli, signor Gray.”
“Mi piacerebbe moltissimo.”
Il pittore si morse il labbro e si avvicinò al dipinto, tenendo in mano una tazza. “Rimarrò con il vero Dorian,” disse, con tristezza.
“È davvero il vero Dorian?” esclamò l’originale del ritratto, avvicinandosi a lui. “Sono davvero così?”
“Sì. Esattamente così.”
“Che meraviglia, Basil!”
“Almeno nell’aspetto lo sei. Ma questo non cambierà mai,” sospirò Hallward.
“Perché la gente fa tanta questione sulla fedeltà?” esclamò Lord Henry. “Anche nell’amore si tratta puramente di fisiologia. Non ha nulla a che fare con la nostra volontà. I giovani vogliono essere fedeli, ma non lo sono; gli anziani vogliono essere infedeli, ma non possono. E basta.”
“Non andare al teatro stasera, Dorian,” disse Hallward. “Fermati a cena da me.”
“Non posso, Basil.”
“Perché?”
“Perché ho promesso a Lord Henry Wotton di andare con lui.”
“A lui non piacerà di meno che tu mantenga la tua promessa. Lui stesso rompe sempre le sue. Ti prego, non andare.”
Dorian Gray rise e scosse la testa.
“Ti supplico, ”
Il ragazzo esitò, poi guardò Lord Henry, che li osservava dal tavolo del tè con un sorriso divertito.
“Devo andare, Basil,” rispose.
“Molto bene. Allora vado,” disse Hallward, posando la tazza sul vassoio. “È già tardi. E poiché devi vestirti, è meglio che non perda tempo. Addio, Harry. Addio, Dorian. Vieni a trovarmi presto, domani.”
“Certo.”
“Non dimenticherai, vero?”
“No, certo che no,” esclamò Dorian.
“E. Harry, ”
“Sì, Basil, ”
“Ricorda quello che ti ho chiesto stamattina in giardino, ”
“L’ho dimenticato.”
“Mi fido di te, ”
“Vorrei potermi fidare di me stesso,” disse Lord Henry, ridendo. “Andiamo, signor Gray. Il mio calesse è fuori; posso accompagnarti a casa tua. Addio, Basil. È stata un pomeriggio davvero interessante.”
Quando la porta si chiuse alle loro spalle, il pittore si gettò su un divano. E sul suo viso apparve un’espressione di dolore.
CHAPTER 3 At half-past twelve next day Lord Henry Wotton strolled from Curzon Street over to the Albany to call on his uncle, Lord Fermor, a genial if somewhat rough-mannered old bachelor, whom the outside world called selfish because it derived no particular benefit from him, but who was considered generous by Society as he fed the people who amused him. His father had been our ambassador at Madrid when Isabella was young and Prim unthought of, but had retired from the diplomatic service in a capricious moment of annoyance on not being offered the Embassy at Paris, a post to which he considered that he was fully entitled by reason of his birth, his indolence, the good English of his dispatches, and his inordinate passion for pleasure. The son, who had been his father’s secretary, had resigned along with his chief, somewhat foolishly as was thought at the time, and on succeeding some months later to the title, had set himself to the serious study of the great aristocratic art of doing absolutely nothing. He had two large town houses, but preferred to live in chambers as it was less trouble, and took most of his meals at his club. He paid some attention to the management of his collieries in the Midland counties, excusing himself for this taint of industry on the ground that the one advantage of having coal was that it enabled a gentleman to afford the decency of burning wood on his own hearth. In politics he was a Tory, except when the Tories were in office, during which period he roundly abused them for being a pack of Radicals. He was a hero to his valet, who bullied him, and a terror to most of his relations, whom he bullied in turn. Only England could have produced him, and he always said that the country was going to the dogs. His principles were out of date, but there was a good deal to be said for his prejudices. When Lord Henry entered the room, he found his uncle sitting in a rough shooting-coat, smoking a cheroot and grumbling over The Times. “Well, Harry,” said the old gentleman, “what brings you out so early? I thought you dandies never got up till two, and were not visible till five.” “Pure family affection, I assure you, Uncle George. I want to get something out of you.” “Money, I suppose,” said Lord Fermor, making a wry face. “Well, sit down and tell me all about it. Young people, nowadays, imagine that money is everything.” “Yes,” murmured Lord Henry, settling his button-hole in his coat; “and when they grow older they know it. But I don’t want money. It is only people who pay their bills who want that, Uncle George, and I never pay mine. Credit is the capital of a younger son, and one lives charmingly upon it. Besides, I always deal with Dartmoor’s tradesmen, and consequently they never bother me. What I want is information: not useful information, of course; useless information.” “Well, I can tell you anything that is in an English Blue Book, Harry, although those fellows nowadays write a lot of nonsense. When I was in the Diplomatic, things were much better. But I hear they let them in now by examination. What can you expect? Examinations, sir, are pure humbug from beginning to end. If a man is a gentleman, he knows quite enough, and if he is not a gentleman, whatever he knows is bad for him.” “Mr. Dorian Gray does not belong to Blue Books, Uncle George,” said Lord Henry languidly. “Mr. Dorian Gray? Who is he?” asked Lord Fermor, knitting his bushy white eyebrows. “That is what I have come to learn, Uncle George. Or rather, I know who he is. He is the last Lord Kelso’s grandson. His mother was a Devereux, Lady Margaret Devereaux. I want you to tell me about his mother. What was she like? Whom did she marry? You have known nearly everybody in your time, so you might have known her. I am very much interested in Mr. Gray at present. I have only just met him.” “Kelso’s grandson!” echoed the old gentleman. “Kelso’s grandson! … Of course… I knew his mother intimately. I believe I was at her christening. She was an extraordinarily beautiful girl, Margaret Devereux, and made all the men frantic by running away with a penniless young fellow — a mere nobody, sir, a subaltern in a foot regiment, or something of that kind. Certainly. I remember the whole thing as if it happened yesterday. The poor chap was killed in a duel at Spa a few months after the marriage. There was an ugly story about it. They said Kelso got some rascally adventurer, some Belgian brute, to insult his son-in-law in public — paid him, sir, to do it, paid him — and that the fellow spitted his man as if he had been a pigeon. The thing was hushed up, but, egad, Kelso ate his chop alone at the club for some time afterwards. He brought his daughter back with him, I was told, and she never spoke to him again. Oh, yes; it was a bad business. The girl died, too, died within a year. So she left a son, did she? I had forgotten that. What sort of boy is he? If he is like his mother, he must be a good-looking chap.” “He is very good-looking,” assented Lord Henry. “I hope he will fall into proper hands,” continued the old man. “He should have a pot of money waiting for him if Kelso did the right thing by him. His mother had money, too. All the Selby property came to her, through her grandfather. Her grandfather hated Kelso, thought him a mean dog. He was, too. Came to Madrid once when I was there. Egad, I was ashamed of him. The Queen used to ask me about the English noble who was always quarrelling with the cabmen about their fares. They made quite a story of it. I didn’t dare show my face at Court for a month. I hope he treated his grandson better than he did the jarvies.” “I don’t know,” answered Lord Henry. “I fancy that the boy will be well off. He is not of age yet. He has Selby, I know. He told me so. And … his mother was very beautiful?” “Margaret Devereux was one of the loveliest creatures I ever saw, Harry. What on earth induced her to behave as she did, I never could understand. She could have married anybody she chose. Carlington was mad after her. She was romantic, though. All the women of that family were. The men were a poor lot, but, egad! the women were wonderful. Carlington went on his knees to her. Told me so himself. She laughed at him, and there wasn’t a girl in London at the time who wasn’t after him. And by the way, Harry, talking about silly marriages, what is this humbug your father tells me about Dartmoor wanting to marry an American? Ain’t English girls good enough for him?” “It is rather fashionable to marry Americans just now, Uncle George.” “I’ll back English women against the world, Harry,” said Lord Fermor, striking the table with his fist. “The betting is on the Americans.” “They don’t last, I am told,” muttered his uncle. “A long engagement exhausts them, but they are capital at a steeplechase. They take things flying. I don’t think Dartmoor has a chance.” “Who are her people?” grumbled the old gentleman. “Has she got any?” Lord Henry shook his head. “American girls are as clever at concealing their parents, as English women are at concealing their past,” he said, rising to go. “They are pork-packers, I suppose?” “I hope so, Uncle George, for Dartmoor’s sake. I am told that pork-packing is the most lucrative profession in America, after politics.” “Is she pretty?” “She behaves as if she was beautiful. Most American women do. It is the secret of their charm.” “Why can’t these American women stay in their own country? They are always telling us that it is the paradise for women.” “It is. That is the reason why, like Eve, they are so excessively anxious to get out of it,” said Lord Henry. “Good-bye, Uncle George. I shall be late for lunch, if I stop any longer. Thanks for giving me the information I wanted. I always like to know everything about my new friends, and nothing about my old ones.” “Where are you lunching, Harry?” “At Aunt Agatha’s. I have asked myself and Mr. Gray. He is her latest protege.” “Humph! tell your Aunt Agatha, Harry, not to bother me any more with her charity appeals. I am sick of them. Why, the good woman thinks that I have nothing to do but to write cheques for her silly fads.” “All right, Uncle George, I’ll tell her, but it won’t have any effect. Philanthropic people lose all sense of humanity. It is their distinguishing characteristic.” The old gentleman growled approvingly and rang the bell for his servant. Lord Henry passed up the low arcade into Burlington Street and turned his steps in the direction of Berkeley Square. So that was the story of Dorian Gray’s parentage. Crudely as it had been told to him, it had yet stirred him by its suggestion of a strange, almost modern romance. A beautiful woman risking everything for a mad passion. A few wild weeks of happiness cut short by a hideous, treacherous crime. Months of voiceless agony, and then a child born in pain. The mother snatched away by death, the boy left to solitude and the tyranny of an old and loveless man. Yes; it was an interesting background. It posed the lad, made him more perfect, as it were. Behind every exquisite thing that existed, there was something tragic. Worlds had to be in travail, that the meanest flower might blow… And how charming he had been at dinner the night before, as with startled eyes and lips parted in frightened pleasure he had sat opposite to him at the club, the red candleshades staining to a richer rose the wakening wonder of his face. Talking to him was like playing upon an exquisite violin. He answered to every touch and thrill of the bow… There was something terribly enthralling in the exercise of influence. No other activity was like it. To project one’s soul into some gracious form, and let it tarry there for a moment; to hear one’s own intellectual views echoed back to one with all the added music of passion and youth; to convey one’s temperament into another as though it were a subtle fluid or a strange perfume: there was a real joy in that — perhaps the most satisfying joy left to us in an age so limited and vulgar as our own, an age grossly carnal in its pleasures, and grossly common in its aims… He was a marvellous type, too, this lad, whom by so curious a chance he had met in Basil’s studio, or could be fashioned into a marvellous type, at any rate. Grace was his, and the white purity of boyhood, and beauty such as old Greek marbles kept for us. There was nothing that one could not do with him. He could be made a Titan or a toy. What a pity it was that such beauty was destined to fade! … And Basil? From a psychological point of view, how interesting he was! The new manner in art, the fresh mode of looking at life, suggested so strangely by the merely visible presence of one who was unconscious of it all; the silent spirit that dwelt in dim woodland, and walked unseen in open field, suddenly showing herself, Dryadlike and not afraid, because in his soul who sought for her there had been wakened that wonderful vision to which alone are wonderful things revealed; the mere shapes and patterns of things becoming, as it were, refined, and gaining a kind of symbolical value, as though they were themselves patterns of some other and more perfect form whose shadow they made real: how strange it all was! He remembered something like it in history. Was it not Plato, that artist in thought, who had first analyzed it? Was it not Buonarotti who had carved it in the coloured marbles of a sonnet-sequence? But in our own century it was strange… Yes; he would try to be to Dorian Gray what, without knowing it, the lad was to the painter who had fashioned the wonderful portrait. He would seek to dominate him — had already, indeed, half done so. He would make that wonderful spirit his own. There was something fascinating in this son of love and death. Suddenly he stopped and glanced up at the houses. He found that he had passed his aunt’s some distance, and, smiling to himself, turned back. When he entered the somewhat sombre hall, the butler told him that they had gone in to lunch. He gave one of the footmen his hat and stick and passed into the dining-room. “Late as usual, Harry,” cried his aunt, shaking her head at him. He invented a facile excuse, and having taken the vacant seat next to her, looked round to see who was there. Dorian bowed to him shyly from the end of the table, a flush of pleasure stealing into his cheek. Opposite was the Duchess of Harley, a lady of admirable good-nature and good temper, much liked by every one who knew her, and of those ample architectural proportions that in women who are not duchesses are described by contemporary historians as stoutness. Next to her sat, on her right, Sir Thomas Burdon, a Radical member of Parliament, who followed his leader in public life and in private life followed the best cooks, dining with the Tories and thinking with the Liberals, in accordance with a wise and well-known rule. The post on her left was occupied by Mr. Erskine of Treadley, an old gentleman of considerable charm and culture, who had fallen, however, into bad habits of silence, having, as he explained once to Lady Agatha, said everything that he had to say before he was thirty. His own neighbour was Mrs. Vandeleur, one of his aunt’s oldest friends, a perfect saint amongst women, but so dreadfully dowdy that she reminded one of a badly bound hymn-book. Fortunately for him she had on the other side Lord Faudel, a most intelligent middle-aged mediocrity, as bald as a ministerial statement in the House of Commons, with whom she was conversing in that intensely earnest manner which is the one unpardonable error, as he remarked once himself, that all really good people fall into, and from which none of them ever quite escape. “We are talking about poor Dartmoor, Lord Henry,” cried the duchess, nodding pleasantly to him across the table. “Do you think he will really marry this fascinating young person?” “I believe she has made up her mind to propose to him, Duchess.” “How dreadful!” exclaimed Lady Agatha. “Really, some one should interfere.” “I am told, on excellent authority, that her father keeps an American dry-goods store,” said Sir Thomas Burdon, looking supercilious. “My uncle has already suggested pork-packing, Sir Thomas.” “Dry-goods! What are American dry-goods?” asked the duchess, raising her large hands in wonder and accentuating the verb. “American novels,” answered Lord Henry, helping himself to some quail. The duchess looked puzzled. “Don’t mind him, my dear,” whispered Lady Agatha. “He never means anything that he says.” “When America was discovered,” said the Radical member — and he began to give some wearisome facts. Like all people who try to exhaust a subject, he exhausted his listeners. The duchess sighed and exercised her privilege of interruption. “I wish to goodness it never had been discovered at all!” she exclaimed. “Really, our girls have no chance nowadays. It is most unfair.” “Perhaps, after all, America never has been discovered,” said Mr. Erskine; “I myself would say that it had merely been detected.” “Oh! but I have seen specimens of the inhabitants,” answered the duchess vaguely. “I must confess that most of them are extremely pretty. And they dress well, too. They get all their dresses in Paris. I wish I could afford to do the same.” “They say that when good Americans die they go to Paris,” chuckled Sir Thomas, who had a large wardrobe of Humour’s cast-off clothes. “Really! And where do bad Americans go to when they die?” inquired the duchess. “They go to America,” murmured Lord Henry. Sir Thomas frowned. “I am afraid that your nephew is prejudiced against that great country,” he said to Lady Agatha. “I have travelled all over it in cars provided by the directors, who, in such matters, are extremely civil. I assure you that it is an education to visit it.” “But must we really see Chicago in order to be educated?” asked Mr. Erskine plaintively. “I don’t feel up to the journey.” Sir Thomas waved his hand. “Mr. Erskine of Treadley has the world on his shelves. We practical men like to see things, not to read about them. The Americans are an extremely interesting people. They are absolutely reasonable. I think that is their distinguishing characteristic. Yes, Mr. Erskine, an absolutely reasonable people. I assure you there is no nonsense about the Americans.” “How dreadful!” cried Lord Henry. “I can stand brute force, but brute reason is quite unbearable. There is something unfair about its use. It is hitting below the intellect.” “I do not understand you,” said Sir Thomas, growing rather red. “I do, Lord Henry,” murmured Mr. Erskine, with a smile. “Paradoxes are all very well in their way…” rejoined the baronet. “Was that a paradox?” asked Mr. Erskine. “I did not think so. Perhaps it was. Well, the way of paradoxes is the way of truth. To test reality we must see it on the tight rope. When the verities become acrobats, we can judge them.” “Dear me!” said Lady Agatha, “how you men argue! I am sure I never can make out what you are talking about. Oh! Harry, I am quite vexed with you. Why do you try to persuade our nice Mr. Dorian Gray to give up the East End? I assure you he would be quite invaluable. They would love his playing.” “I want him to play to me,” cried Lord Henry, smiling, and he looked down the table and caught a bright answering glance. “But they are so unhappy in Whitechapel,” continued Lady Agatha. “I can sympathize with everything except suffering,” said Lord Henry, shrugging his shoulders. “I cannot sympathize with that. It is too ugly, too horrible, too distressing. There is something terribly morbid in the modern sympathy with pain. One should sympathize with the colour, the beauty, the joy of life. The less said about life’s sores, the better.” “Still, the East End is a very important problem,” remarked Sir Thomas with a grave shake of the head. “Quite so,” answered the young lord. “It is the problem of slavery, and we try to solve it by amusing the slaves.” The politician looked at him keenly. “What change do you propose, then?” he asked. Lord Henry laughed. “I don’t desire to change anything in England except the weather,” he answered. “I am quite content with philosophic contemplation. But, as the nineteenth century has gone bankrupt through an over-expenditure of sympathy, I would suggest that we should appeal to science to put us straight. The advantage of the emotions is that they lead us astray, and the advantage of science is that it is not emotional.” “But we have such grave responsibilities,” ventured Mrs. Vandeleur timidly. “Terribly grave,” echoed Lady Agatha. Lord Henry looked over at Mr. Erskine. “Humanity takes itself too seriously. It is the world’s original sin. If the caveman had known how to laugh, history would have been different.” “You are really very comforting,” warbled the duchess. “I have always felt rather guilty when I came to see your dear aunt, for I take no interest at all in the East End. For the future I shall be able to look her in the face without a blush.” “A blush is very becoming, Duchess,” remarked Lord Henry. “Only when one is young,” she answered. “When an old woman like myself blushes, it is a very bad sign. Ah! Lord Henry, I wish you would tell me how to become young again.” He thought for a moment. “Can you remember any great error that you committed in your early days, Duchess?” he asked, looking at her across the table. “A great many, I fear,” she cried. “Then commit them over again,” he said gravely. “To get back one’s youth, one has merely to repeat one’s follies.” “A delightful theory!” she exclaimed. “I must put it into practice.” “A dangerous theory!” came from Sir Thomas’s tight lips. Lady Agatha shook her head, but could not help being amused. Mr. Erskine listened. “Yes,” he continued, “that is one of the great secrets of life. Nowadays most people die of a sort of creeping common sense, and discover when it is too late that the only things one never regrets are one’s mistakes.” A laugh ran round the table. He played with the idea and grew wilful; tossed it into the air and transformed it; let it escape and recaptured it; made it iridescent with fancy and winged it with paradox. The praise of folly, as he went on, soared into a philosophy, and philosophy herself became young, and catching the mad music of pleasure, wearing, one might fancy, her wine-stained robe and wreath of ivy, danced like a Bacchante over the hills of life, and mocked the slow Silenus for being sober. Facts fled before her like frightened forest things. Her white feet trod the huge press at which wise Omar sits, till the seething grape-juice rose round her bare limbs in waves of purple bubbles, or crawled in red foam over the vat’s black, dripping, sloping sides. It was an extraordinary improvisation. He felt that the eyes of Dorian Gray were fixed on him, and the consciousness that amongst his audience there was one whose temperament he wished to fascinate seemed to give his wit keenness and to lend colour to his imagination. He was brilliant, fantastic, irresponsible. He charmed his listeners out of themselves, and they followed his pipe, laughing. Dorian Gray never took his gaze off him, but sat like one under a spell, smiles chasing each other over his lips and wonder growing grave in his darkening eyes. At last, liveried in the costume of the age, reality entered the room in the shape of a servant to tell the duchess that her carriage was waiting. She wrung her hands in mock despair. “How annoying!” she cried. “I must go. I have to call for my husband at the club, to take him to some absurd meeting at Willis’s Rooms, where he is going to be in the chair. If I am late he is sure to be furious, and I couldn’t have a scene in this bonnet. It is far too fragile. A harsh word would ruin it. No, I must go, dear Agatha. Good-bye, Lord Henry, you are quite delightful and dreadfully demoralizing. I am sure I don’t know what to say about your views. You must come and dine with us some night. Tuesday? Are you disengaged Tuesday?” “For you I would throw over anybody, Duchess,” said Lord Henry with a bow. “Ah! that is very nice, and very wrong of you,” she cried; “so mind you come”; and she swept out of the room, followed by Lady Agatha and the other ladies. When Lord Henry had sat down again, Mr. Erskine moved round, and taking a chair close to him, placed his hand upon his arm. “You talk books away,” he said; “why don’t you write one?” “I am too fond of reading books to care to write them, Mr. Erskine. I should like to write a novel certainly, a novel that would be as lovely as a Persian carpet and as unreal. But there is no literary public in England for anything except newspapers, primers, and encyclopaedias. Of all people in the world the English have the least sense of the beauty of literature.” “I fear you are right,” answered Mr. Erskine. “I myself used to have literary ambitions, but I gave them up long ago. And now, my dear young friend, if you will allow me to call you so, may I ask if you really meant all that you said to us at lunch?” “I quite forget what I said,” smiled Lord Henry. “Was it all very bad?” “Very bad indeed. In fact I consider you extremely dangerous, and if anything happens to our good duchess, we shall all look on you as being primarily responsible. But I should like to talk to you about life. The generation into which I was born was tedious. Some day, when you are tired of London, come down to Treadley and expound to me your philosophy of pleasure over some admirable Burgundy I am fortunate enough to possess.” “I shall be charmed. A visit to Treadley would be a great privilege. It has a perfect host, and a perfect library.” “You will complete it,” answered the old gentleman with a courteous bow. “And now I must bid good-bye to your excellent aunt. I am due at the Athenaeum. It is the hour when we sleep there.” “All of you, Mr. Erskine?” “Forty of us, in forty arm-chairs. We are practising for an English Academy of Letters.” Lord Henry laughed and rose. “I am going to the park,” he cried. As he was passing out of the door, Dorian Gray touched him on the arm. “Let me come with you,” he murmured. “But I thought you had promised Basil Hallward to go and see him,” answered Lord Henry. “I would sooner come with you; yes, I feel I must come with you. Do let me. And you will promise to talk to me all the time? No one talks so wonderfully as you do.” “Ah! I have talked quite enough for to-day,” said Lord Henry, smiling. “All I want now is to look at life. You may come and look at it with me, if you care to.”
CAPITOLO 3
La mattina seguente, alle dodici e mezza, Lord Henry Wotton si recò da Curzon Street fino all’Albany per far visita a suo zio, Lord Fermor. Questi era un anziano scapolo dal carattere cordiale, sebbene un po’ rozzo; il mondo esterno lo considerava egoista perché non portava alcun beneficio concreto alle persone, ma la società lo riteneva generoso, visto che finanziava coloro che lo divertivano. Il padre di Lord Henry era stato nostro ambasciatore a Madrid quando Isabella era giovane e Filippo II ancora lontano dal trono; tuttavia si era ritirato dalla carriera diplomatica per un capriccio, offeso dal fatto che non gli fosse stata assegnata l’ambasciata a Parigi, una posizione che riteneva di meritare pienamente grazie alla sua nascita, alla sua pigrizia, alla qualità delle sue relazioni diplomatiche e al suo smisurato amore per il piacere. Il figlio, che aveva lavorato come segretario del padre, lo aveva seguito nella ritirata, un gesto considerato all’epoca piuttosto sciocco; alcuni mesi dopo aver ereditato il titolo nobiliare, si dedicò seriamente allo studio dell’“arte aristocratica” di non fare assolutamente nulla. Possedeva due grandi case in città, ma preferiva vivere in stanze private, trovandole più comode, e consumava la maggior parte dei pasti al suo club. Prestava un certo interesse alla gestione delle sue miniere nelle contee centrali dell’Inghilterra, giustificando questa attività lavorativa con il fatto che possedere carbone permetteva a un gentiluomo di “mantenere la decenza” di bruciare legna nel proprio camino. In politica era un conservatore, tranne quando i conservatori erano al potere, periodo in cui li denigrava aspramente definendoli un gruppo di radicali. Per il suo valletto era un “eroe”, poiché quest’ultimo lo maltrattava; per la maggior parte dei suoi parenti, invece, rappresentava una vera minaccia, visto che li trattava allo stesso modo. Solo l’Inghilterra avrebbe potuto produrre una persona del genere, e lui sosteneva sempre che il paese stesse andando verso il declino. I suoi principi erano ormai obsoleti, ma i suoi pregiudizi avevano ancora un certo valore.
Quando Lord Henry entrò nella stanza, trovò suo zio seduto in un vecchio cappotto da caccia, che fumava una sigaretta e si lamentava del giornale The Times. “Beh, Harry,” disse l’anziano signore, “che cosa ti porta fuori così presto? Pensavo che voi giovani non vi alzaste mai prima delle due di notte, ”
“È pura affetto familiare, zio George. Voglio chiederti qualcosa.”
“Denaro, immagino,” rispose Lord Fermor con un sorriso ironico. “Siediti e dimmi tutto. Oggi i giovani pensano che il denaro sia tutto, ”
“Sì,” mormorò Lord Henry, sistemando il bottone del suo cappotto, “e quando crescono se ne rendono conto. Ma io non voglio soldi. Solo le persone che devono pagare le bollette hanno bisogno di soldi, zio George. Io invece non pago mai le mie bollette. Il credito è il vero ‘capitale’ di un figlio minore. E con esso si può vivere molto bene. Inoltre, io faccio sempre affari con i commercianti di Dartmoor. Quindi non mi danno mai fastidio. Quello che voglio sono informazioni. Non informazioni utili, ovviamente. Solo informazioni inutili.”
“Beh, posso dirti tutto ciò che è contenuto nei libri blu inglesi, Harry, anche se al giorno d’oggi quei tipi scrivono un sacco di sciocchezze. Quando ero nel servizio diplomatico, le cose andavano molto meglio. Ma ora sembra che li assumano solo dopo esami. Cosa si può aspettare? Gli esami, signore, sono pura farsa dall’inizio alla fine. Se una persona è un gentiluomo, sa già abbastanza; se non lo è, qualsiasi cosa sappia è comunque dannosa per lui.”
“Mr. Dorian Gray non rientra certo nei ‘libri blu’, zio George,” disse Lord Henry con indifferenza.
“Mr. Dorian Gray? Chi è?” chiese Lord Fermor, aggrottando le sue folte sopracciglia bianche.
“Ecco ciò che sono venuto a scoprire, zio George. O meglio, so già chi è: è il nipote dell’ultimo Lord Kelso. Sua madre era una Devereux, Lady Margaret Devereux. Vorrei che mi parlasseste di lei: com’era? Con chi si è sposata? Avrete conosciuto quasi tutti ai vostri tempi. Forse l’avete incontrata anche voi. Al momento sono molto interessato a Mr. Gray. L’ho appena conosciuto.”
“Il nipote di Kelso!” esclamò il vecchio gentiluomo. “Certo. Conoscevo bene sua madre. Credo di essere stato presente al suo battesimo. Era una ragazza straordinariamente bella. Margaret Devereux. Ma è scappata con un giovane senza un soldo. Un semplice sottufficiale di un reggimento di fanteria, nient’altro. Il poveretto è morto in duello a Spa pochi mesi dopo il matrimonio. C’è stata una storia molto brutta. Si diceva che Kelso avesse pagato qualche individuo per insultare pubblicamente suo genero. E quel tizio lo ha letteralmente sputato in faccia. La cosa è stata insabbiata, ma, beh, Kelso ha mangiato da solo al club per un bel po’ dopo. Ha riportato a casa sua figlia. Ma lei non gli ha mai più parlato. Oh, sì. È stato davvero un brutto affare. La ragazza è morta anche lei, entro un anno. Quindi ha lasciato un figlio, vero? Me n’ero dimenticato. Che tipo di ragazzo è?”
“È molto bello,” rispose Lord Henry.
“Spero che cada nelle mani giuste, ” continuò il vecchio. “Dovrebbe avere una discreta somma di denaro in attesa. Se solo Kelso si fosse comportato correttamente con lui. Sua madre aveva del denaro. Tutta la proprietà dei Selby le è passata attraverso suo nonno. Suo nonno odiava Kelso. Lo considerava un individuo meschino. Anzi, lo era davvero. È venuto a Madrid quando ero lì. Oddio. Mi vergognavo di lui. La Regina mi chiedeva sempre di quel nobile inglese che litigava continuamente con i tassisti per il prezzo della corsa. Ne hanno fatto un gran caso. Non ho osato mostrare la faccia alla Corte per un mese intero. Spero che tratti suo nipote meglio di quanto abbia trattato quei tassisti, ”
“I non lo so,” rispose Lord Henry. “Penso che il ragazzo avrà una vita agiata. Non ha ancora raggiunto l’età legale. Ha Selby, me lo ha detto lui stesso. E, sua madre era molto bella, vero?”
“Margaret Devereux era una delle donne più belle che abbia mai visto, Harry. Non ho mai capito cosa l’abbia spinta a comportarsi in quel modo. Avrebbe potuto sposare chiunque avesse voluto. Carlington era pazzo di lei. Era anche molto romantica. Tutte le donne di quella famiglia lo erano. Gli uomini, invece, erano una miseria. Ma, perbacco, le donne erano davvero straordinarie. Carlington si è inginocchiato davanti a lei. Me l’ha detto lui stesso. Lei si è messa a ridere di lui. E in quel periodo, a Londra, non c’era ragazza che non fosse interessata a lui. A proposito, Harry. Parlando di matrimoni insensati. Che sciocchezza dice tuo padre riguardo a Dartmoor che vuole sposare un’americana? Le ragazze inglesi non gli bastano forse?”
“Al momento è piuttosto alla moda sposare americane, zio George, ”
“Io difenderò sempre le donne inglesi contro il mondo intero, Harry,” disse Lord Fermor, battendo il pugno sul tavolo.
“La maggior parte delle persone preferisce gli americani, ”
“Dicono che non duri a lungo, ”, mormorò suo zio.
“Un fidanzamento troppo lungo li esaurisce. Ma sono davvero brave nelle corse ippiche. Prendono tutto alla leggera. Non credo che Dartmoor abbia molte possibilità, ”
“Di chi sono i suoi genitori?” borbottò il vecchio gentiluomo. “Ha qualcuno, almeno?”
Lord Henry scosse la testa. “Le ragazze americane sono altrettanto brave a nascondere le proprie origini, quanto le donne inglesi a nascondere il proprio passato, ”, disse, alzandosi per andarsene.
“Immagino che siano delle commercianti di maiale, ”
“Spero proprio di sì, zio George. Per il bene stesso di Dartmoor. Mi hanno detto che il commercio del maiale è la professione più redditizia in America, dopo la politica, ”
“È bella?”
“Si comporta come se fosse bellissima. La maggior parte delle donne americane fa lo stesso. È proprio questo il segreto del loro fascino, ”
“Perché queste donne americane non restano nel loro paese? Dicono sempre che sia il paradiso per le donne, ”
“Lo è. Ed è proprio per questo che, come Eva, sono così desiderose di uscirne, ” disse Lord Henry. “Addio, zio George. Se resto ancora un po’, arriverò in ritardo a pranzo. Grazie per avermi fornito queste informazioni. Mi piace sempre sapere tutto sui miei nuovi amici. E niente sui vecchi, ”
“Dove pranzi, Harry?”
“A casa di zia Agatha. Ho invitato anche il signor Gray. È il suo ultimo protetto, ”
“Hmph. Digli pure a tua zia Agatha di smettere di importunarmi con le sue richieste di beneficenza. Ne ho abbastanza. Quella brava donna pensa che io non abbia altro da fare se non firmare assegni per le sue sciocche iniziative, ”
“Va bene, zio George. Glielo dirò. Ma non servirà a nulla. Le persone filantropiche perdono completamente ogni senso umano. È proprio questa la loro caratteristica distintiva, ”
Il vecchio gentiluomo grugnì in segno di approvazione e suonò il campanello per chiamare il suo servitore. Lord Henry uscì dalla porticina bassa e si incamminò verso Berkeley Square.
Ecco quindi la storia delle origini di Dorian Gray. Per quanto fosse stata raccontata in modo crudo, aveva comunque suscitato in lui un senso di curiosità riguardo a una sorta di strana, quasi moderna romanza: una donna bellissima che rischiava tutto per un amore folle; alcune settimane di felicità interrotte da un crimine orribile e traditore; mesi di agonia silenziosa, e poi la nascita di un bambino nel mezzo del dolore. La madre veniva portata via dalla morte, il bambino lasciato alla solitudine e al dominio di un uomo vecchio e senza amore. Sì, era uno sfondo davvero interessante. Quel contesto rendeva quel ragazzo ancora più perfetto. Dietro ogni cosa bella che esiste, c’è sempre qualcosa di tragico. I mondi devono soffrire, affinché anche il fiore più umile possa sbocciare. E quanto era affascinante quella sera a cena, con i suoi occhi sorpresi e le labbra dischiuse in un’espressione di piacere timido. Seduto di fronte a lui nel club, sotto la luce rossa delle candele, il suo viso sembrava risplendere di una bellezza ancora più intensa. Parlare con lui era come suonare un violino squisito: ogni parola che diceva risuonava piena di passione e giovinezza. C’era qualcosa di davvero incantevole nel poter esercitare un tale influenzo su qualcuno. Nessun’altra attività poteva eguagliarla. Proiettare la propria anima in una forma bella e lasciarla esistere per un momento; ascoltare le proprie idee riflettersi nell’altro, arricchite dalla passione e dalla gioventù. Trasmettere il proprio temperamento a qualcun altro, come se fosse un liquido sottile o un profumo strano. C’era davvero una grande gioia in tutto questo. Forse la più soddisfacente gioia che ci rimanga in un’epoca così limitata e volgare come la nostra. Un’epoca dominata dai piaceri carnali e dagli obiettivi banali. Era davvero un ragazzo straordinario. Quel ragazzo che, per una curiosa coincidenza, aveva incontrato nello studio di Basil. O forse avrebbe potuto diventare ancora più straordinario. Aveva la grazia, la purezza dell’infanzia, e una bellezza simile a quella delle antiche sculture greche. Non c’era nulla che non si potesse fare con lui. Poteva diventare un gigante. O anche solo un giocattolo. Che peccato che una tale bellezza fosse destinata ad appassire. E Basil? Dal punto di vista psicologico, quanto era interessante. Quel nuovo modo di fare arte, quella nuova visione della vita, suggeriti semplicemente dalla presenza di qualcuno che non se ne rendeva nemmeno conto. Quell’anima silenziosa che viveva nei boschi oscuri e camminava invisibile nei campi aperti. Che si mostrava improvvisamente, come una ninfa, senza paura. Perché nell’anima di colui che la cercava era stata risvegliata quella meravigliosa visione grazie alla quale solo le cose straordinarie possono essere rivelate. Le semplici forme e i motivi delle cose diventavano, in qualche modo, più raffinati e assumevano un valore simbolico. Come se fossero i segni di una forma ancora più perfetta. Che stranezza. Ricordava qualcosa del genere nella storia.
Non fu forse Platone, quell’artista nel pensiero, ad analizzarlo per primo? Non fu forse Buonarroti a scolpirlo nei marmi colorati di una sequenza di sonetti? Ma nel nostro secolo fu strano. Sì; egli cercò di essere, per Dorian Gray, ciò che, senza saperlo, quel ragazzo era per il pittore che aveva creato quel meraviglioso ritratto. Cercò di dominarlo, e in effetti lo aveva già quasi fatto. Voleva rendere quel meraviglioso spirito suo proprio. C’era qualcosa di affascinante in questo figlio dell’amore e dell’morte.
All’improvviso si fermò e alzò lo sguardo verso le case. Si rese conto di essersi allontanato un po’ troppo dalla casa di sua zia, quindi sorrise tra sé e tornò indietro. Quando entrò nel salone, piuttosto cupo, il maggiordomo gli disse che tutti erano andati a pranzo. Lasciò cappello e bastone al valletto e si diresse in sala da pranzo.
“Come sempre in ritardo, Harry,” esclamò sua zia scuotendo la testa.
Inventò una scusa plausibile, si sedette accanto a lei e guardò intorno per vedere chi fosse presente. Dorian gli fece un timido inchino dall’estremità del tavolo; sulle sue guance comparve un rossore di piacere. Di fronte a lui c’era la Duchessa di Harley, una donna dal carattere ammirevole e dal temperamento mite, molto apprezzata da tutti coloro che la conoscevano; aveva anche quelle forme generose che, nelle donne non duchesse, gli storici contemporanei definivano “robuste”. Accanto a lei sedeva Sir Thomas Burdon, un membro radicale del Parlamento: seguiva i suoi leader in pubblico e, in privato, preferiva i migliori cuochi, pranzava con i conservatori ma pensava come i liberali, secondo una regola saggia e ben nota. Alla sua sinistra c’era il signor Erskine di Treadley, un anziano gentiluomo molto affascinante e colto; tuttavia aveva preso l’abitudine di rimanere in silenzio, una volta spiegò a Lady Agatha che aveva detto tutto ciò che voleva dire prima dei trent’anni. Accanto a lui sedeva la signora Vandeleur, una delle amiche più anziane di sua zia: una vera santa tra le donne, ma così poco attraente da ricordare un libro di inni mal rilegato. Fortunatamente, dall’altra parte sedeva Lord Faudel, un uomo di mezza età piuttosto intelligente, ma del tutto mediocre; era calvo come una dichiarazione ministeriale alla Camera dei Comuni, e conversava con lei in quel modo estremamente serio che, secondo lui stesso, è l’unico errore imperdonabile che tutti i veri buoni persone commettono, e da cui nessuno riesce mai a liberarsi del tutto.
“Stiamo parlando del povero Dartmoor, Lord Henry,” disse la duchessa, sorridendogli cordialmente dall’altra parte del tavolo. “Pensa davvero che si sposerà con quella giovane affascinante?”
“Credo che abbia già deciso di chiederglielo in matrimonio, Duchessa.”
“Che orrore!” esclamò Lady Agatha. “Davvero, qualcuno dovrebbe intervenire, ”
“Mi è stato detto, da fonti affidabili, che suo padre possiede un negozio di merci americane,” disse Sir Thomas Burdon con aria sprezzante.
“Mio zio ha già suggerito l’attività di inscatolamento della carne di maiale, Sir Thomas, ”
“Merci americane. Che cosa sono esattamente?” chiese la duchessa, alzando le mani in segno di perplessità.
“Romanzi americani,” rispose Lord Henry, servendosi del coniglio arrosto.
La duchessa sembrò confusa.
“Non badate a lui, mia cara,” sussurrò Lady Agatha. “Non dice mai nulla che abbia davvero significato, ”
“Quando America fu scoperta,” disse il membro del partito radicale – e iniziò a elencare una serie di fatti noiosi. Come tutti coloro che cercano di esaurire un argomento, finì per stancare gli ascoltatori. La duchessa sospirò e decise di interromperlo: “Spero davvero che non fosse mai stata scoperta!” esclamò. “Davvero, le nostre ragazze oggi non hanno alcuna possibilità. È assolutamente ingiusto.”
“Forse, in fondo, America non è mai stata scoperta,” disse il signor Erskine; “Io direi che sia stata soltanto individuata.”
“Oh! Ma ho visto degli esempi dei suoi abitanti, ” rispose la duchessa in modo vago. “Devo ammettere che la maggior parte di loro è estremamente bella. E si vestono anche molto bene; comprano tutte le loro vestiti a Parigi. Vorrei anch’io potermelo permettere, ”
“Si dice che quando gli americani buoni muoiono, vanno a Parigi,” ridacchiò Sir Thomas, il quale possedeva un intero armadio pieno di abiti smessi da Humour.
“Davvero. E dove vanno gli americani cattivi quando muoiono?” chiese la duchessa.
“A America,” mormorò Lord Henry.
Sir Thomas aggrottò la fronte. “Temo che vostro nipote abbia pregiudizi contro quella grande nazione,” disse a Lady Agatha. “Ho viaggiato in tutto il paese utilizzando automobili fornite dai dirigenti, i quali, in queste questioni, sono estremamente cortesi. Vi assicuro che visitarla rappresenta davvero una forma di educazione.”
“Ma dobbiamo proprio vedere Chicago per essere educati?” chiese con tono lamentoso il signor Erskine. “Non mi sento all’altezza di un simile viaggio, ”
Sir Thomas fece un gesto con la mano. “Il signor Erskine di Treadley ha il mondo intero a disposizione. Noi, le persone pratiche, preferiamo vedere le cose con i nostri occhi, non leggerne solo. Gli americani sono una gente estremamente interessante. Sono assolutamente ragionevoli. Penso che questa sia la loro caratteristica principale. Sì, signor Erskine, una gente davvero ragionevole. Vi assicuro che negli americani non c’è nulla di assurdo o irragionevole.”
“Che orrore!” esclamò Lord Henry. “Posso sopportare la forza bruta, ma la ragione brutale è davvero insopportabile. C’è qualcosa di ingiusto nel suo uso. È come colpire al di sotto dell’intelligenza, ”
“Non vi capisco,” disse Sir Thomas, arrossendo leggermente.
“Lo capisco bene, Lord Henry,” mormorò il signor Erskine con un sorriso.
“I paradossi, in un certo senso, sono tutti molto interessanti, ” ribatté il barone.
“Era davvero un paradosso?” chiese il signor Erskine. “Non lo credo. Forse sì. Comunque, il cammino dei paradossi è spesso il cammino della verità. Per mettere alla prova la realtà, dobbiamo osservarla in situazioni estreme; quando le verità diventano ‘acrobati’, possiamo giudicarle correttamente.”
“Mio Dio!” esclamò Lady Agatha, “come discutete voi uomini. Sono sicura di non capire mai di cosa state parlando. Oh, Harry. Mi dispiace davvero che tu cerchi di convincere il nostro caro signor Dorian Gray a lasciare l’East End. Gli sarebbe davvero utile: tutti amerebbero la sua musica.”
“Voglio che suoni per me,” disse Lord Henry sorridendo, e abbassò lo sguardo sul tavolo. Incrociò il suo sguardo luminoso.
“Il quartiere di Whitechapel, però, è davvero un problema molto grave,” osservò Sir Thomas scuotendo la testa con gravità.
“Certo,” rispose il giovane lord. “È il problema della schiavitù, e noi cerchiamo di risolverlo, divertendo gli schiavi.”
Il politico lo guardò attentamente. “Allora, quale soluzione proponete?” chiese.
Lord Henry rise. “Non desidero cambiare nulla in Inghilterra, tranne il clima,” rispose. “Sono più che soddisfatto delle riflessioni filosofiche. Ma poiché il XIX secolo è fallito a causa di un eccessivo indulgere nelle emozioni, propongo di ricorrere alla scienza per trovare la verità. Il vantaggio delle emozioni è che ci portano fuori strada; il vantaggio della scienza è che non è affatto emotiva.”
“Ma abbiamo responsabilità così gravi, ” osò dire timidamente la signora Vandeleur.
“Terribilmente gravi,” echeggiò Lady Agatha.
Lord Henry guardò il signor Erskine. “L’umanità si prende troppo sul serio. È il vero peccato originale del mondo. Se l’uomo primitivo avesse saputo ridere, la storia sarebbe stata diversa.”
“Siete davvero molto rassicurante, ” mormorò la duchessa. “Mi sento sempre in colpa quando vengo a trovare vostra zia. Non mi interessa affatto il quartiere di Whitechapel. D’ora in poi potrò guardarla negli occhi senza arrossire.”
“Un rossore è molto appropriato, Duchessa,” commentò Lord Henry.
“Solo quando si è giovani, ” rispose lei. “Quando una vecchia donna come me arrossisce, significa che qualcosa non va. Ah, Lord Henry. Vorrei tanto che mi diceste come tornare giovane, ”
Lui ci pensò un momento. “Ricordate qualche grande errore commesso nei vostri primi anni, Duchessa?” chiese.
“Molti, temo, ” esclamò lei.
“Allora ripeteteli. Per ritrovare la giovinezza, basta semplicemente ripetere le proprie follie.”
“Una teoria deliziosa!” esclamò lei. “Devo assolutamente metterla in pratica, ”
“Una teoria pericolosa, ” mormorò Sir Thomas. Lady Agatha scosse la testa, ma non poté fare a meno di ridere. Il signor Erskine ascoltava attentamente.
“Sì,” continuò Lord Henry, “questo è uno dei grandi segreti della vita. Oggi la maggior parte delle persone muore a causa di una sorta di senso comune che si diffonde lentamente. E solo quando è troppo tardi si rendono conto che le uniche cose di cui non ci si pente mai sono proprio i propri errori.”
Una risata echeggiò intorno al tavolo.
Si divertì con quell’idea, diventando sempre più capriccioso: la lanciò in aria e la trasformò; la lasciò scappare per poi riacchiuderla; la rendette iridescente con la fantasia e le diede “ali” attraverso il paradosso. La lode della follia, man mano che proseguiva, si elevava a una vera e propria filosofia, e la stessa filosofia sembrava ringiovanire; catturando quella “musica folle del piacere”, indossava, si potrebbe dire, il suo abito macchiato di vino e un ghirlando di edera, danzando come una Baccante sui colli della vita, e deridendo il lento Sileno per la sua sobrietà. I fatti fuggivano davanti a lei, come creature spaventate della foresta; i suoi piedi bianchi calpestavano quella enorme pressa su cui siede il saggio Omar, fino a quando il succo di uva bollente si sollevava intorno alle sue gambe nude, formando onde di bolle viola, o scorreva in schiuma rossa lungo i fianchi neri e gocciolanti della vasca. Era un’improvvisazione straordinaria. Sentiva che gli occhi di Dorian Gray erano fissi su di lui; il pensiero che tra il suo pubblico ci fosse qualcuno il cui temperamento desiderava affascinare sembrava donargli acutezza d’intelligenza e colore alla sua immaginazione. Era brillante, fantastico, irresponsabile.
Incantava i suoi ascoltatori fino a farli dimenticare se stessi; loro lo seguivano con le risate, ascoltando la sua musica. Dorian Gray non distoglieva mai lo sguardo da lui, seduto come se fosse sotto incantesimo: sorrisi gli apparivano continuamente sulle labbra, mentre la magnificenza che lo caratterizzava diventava sempre più profonda nei suoi occhi sempre più scuri.
Finalmente, vestita con l’abito tipico di quell’epoca, la realtà entrò nella stanza sotto le sembianze di una serva per comunicare alla duchessa che la sua carrozza la stava aspettando. Si strinse le mani in un finto dispero: “Che fastidio!” esclamò. “Devo andare. Devo chiamare mio marito al club per portarlo a quell’assurda riunione alle Willis’s Rooms, dove sicuramente dovrà sedersi in carrozzina. Se arrivo in ritardo, si arrabbierà terribilmente. E non posso assolutamente avere una scenata con questo cappello: è troppo fragile. Una parola dura potrebbe rovinarlo. No, devo andare, cara Agatha. Addio, Lord Henry. Sei davvero delizioso, ma anche terribilmente demoralizzante. Non so proprio cosa pensare delle tue idee. Devi venire a cena da noi una sera. Martedì? Sei libero martedì?”
“Per te getterei via chiunque, Duchessa,” disse Lord Henry inchinandosi.
“Ah! Che gentile da parte tua, ma anche molto sbagliato,” esclamò lei; “quindi vieni sicuramente, ” E uscì dalla stanza, seguita da Lady Agatha e dalle altre signore.
Quando Lord Henry si fu nuovamente seduto, il signor Erskine gli si avvicinò, prese una sedia accanto a lui e posò la mano sul suo braccio.
“Parli sempre di libri. Perché non ne scrivi uno tu stesso?” disse.
“Amo troppo leggere i libri per avere voglia di scriverli, signor Erskine. Certo che mi piacerebbe scrivere un romanzo, un romanzo che fosse tanto bello quanto un tappeto persiano e altrettanto irreale. Ma in Inghilterra non esiste un pubblico letterario interessato a nulla altro che a giornali, libri di testo e enciclopedie. Di tutte le persone al mondo, gli inglesi hanno il minore senso della bellezza della letteratura.”
“Temo che tu abbia ragione,” rispose il signor Erskine. “Anch’io un tempo avevo ambizioni letterarie, ma le ho abbandonate da molto tempo. Ora, mio caro giovane amico – se mi permetti di chiamarti così – posso chiederti se davvero intendevi tutto ciò che ci hai detto a pranzo?”
“Me ne sono completamente dimenticato,” sorrise Lord Henry. “Era davvero così terribile?”
“Terribilmente terribile, in effetti. Credo addirittura che tu sia estremamente pericoloso; e se dovesse accadere qualcosa alla nostra cara duchessa, tutti noi ti considereremmo la causa principale. Ma vorrei parlare con te della vita. La generazione nella quale sono nato era davvero noiosa. Un giorno, quando sarai stanco di Londra, vieni a Treadley e spiegami la tua filosofia del piacere, mentre assaporiamo un ottimo vino di Borgogna che ho la fortuna di possedere.”
“Sarei incantato. Una visita a Treadley sarebbe davvero un grande onore. Ha un ospite perfetto e una biblioteca meravigliosa.”
“Tu la renderai ancora più perfetta,” rispose il vecchio gentiluomo con un inchino cortese. “Ora devo salutare tua zia. Devo essere all’Athenaeum; è l’ora in cui noi, ”
“Tutti voi, signor Erskine?”
“Quaranta di noi, in quaranta poltrone. Stiamo provando per l’English Academy of Letters.”
Lord Henry rise e si alzò. “Vado nel parco,” disse.
Mentre stava per uscire dalla porta, Dorian Gray gli prese il braccio. “Lasciami venire con te,” mormorò.
“Ma pensavo che avessi promesso a Basil Hallward di andare da lui, ” rispose Lord Henry.
“Preferirei venire con te. Sì, devo assolutamente venire con te. Lasciami fare. E mi prometterai di parlarmi tutto il tempo? Nessuno parla come fai tu.”
“Ah! Oggi ne ho già parlato abbastanza,” disse Lord Henry sorridendo. “Adesso voglio solo osservare la vita. Puoi venire a osservarla con me, se vuoi.”
CHAPTER 4 One afternoon, a month later, Dorian Gray was reclining in a luxurious arm-chair, in the little library of Lord Henry’s house in Mayfair. It was, in its way, a very charming room, with its high panelled wainscoting of olive-stained oak, its cream-coloured frieze and ceiling of raised plasterwork, and its brickdust felt carpet strewn with silk, long-fringed Persian rugs. On a tiny satinwood table stood a statuette by Clodion, and beside it lay a copy of Les Cent Nouvelles, bound for Margaret of Valois by Clovis Eve and powdered with the gilt daisies that Queen had selected for her device. Some large blue china jars and parrot-tulips were ranged on the mantelshelf, and through the small leaded panes of the window streamed the apricot-coloured light of a summer day in London. Lord Henry had not yet come in. He was always late on principle, his principle being that punctuality is the thief of time. So the lad was looking rather sulky, as with listless fingers he turned over the pages of an elaborately illustrated edition of Manon Lescaut that he had found in one of the book-cases. The formal monotonous ticking of the Louis Quatorze clock annoyed him. Once or twice he thought of going away. At last he heard a step outside, and the door opened. “How late you are, Harry!” he murmured. “I am afraid it is not Harry, Mr. Gray,” answered a shrill voice. He glanced quickly round and rose to his feet. “I beg your pardon. I thought— “ “You thought it was my husband. It is only his wife. You must let me introduce myself. I know you quite well by your photographs. I think my husband has got seventeen of them.” “Not seventeen, Lady Henry?” “Well, eighteen, then. And I saw you with him the other night at the opera.” She laughed nervously as she spoke, and watched him with her vague forget-me-not eyes. She was a curious woman, whose dresses always looked as if they had been designed in a rage and put on in a tempest. She was usually in love with somebody, and, as her passion was never returned, she had kept all her illusions. She tried to look picturesque, but only succeeded in being untidy. Her name was Victoria, and she had a perfect mania for going to church. “That was at Lohengrin, Lady Henry, I think?” “Yes; it was at dear Lohengrin. I like Wagner’s music better than anybody’s. It is so loud that one can talk the whole time without other people hearing what one says. That is a great advantage, don’t you think so, Mr. Gray?” The same nervous staccato laugh broke from her thin lips, and her fingers began to play with a long tortoise-shell paper-knife. Dorian smiled and shook his head: “I am afraid I don’t think so, Lady Henry. I never talk during music — at least, during good music. If one hears bad music, it is one’s duty to drown it in conversation.” “Ah! that is one of Harry’s views, isn’t it, Mr. Gray? I always hear Harry’s views from his friends. It is the only way I get to know of them. But you must not think I don’t like good music. I adore it, but I am afraid of it. It makes me too romantic. I have simply worshipped pianists — two at a time, sometimes, Harry tells me. I don’t know what it is about them. Perhaps it is that they are foreigners. They all are, ain’t they? Even those that are born in England become foreigners after a time, don’t they? It is so clever of them, and such a compliment to art. Makes it quite cosmopolitan, doesn’t it? You have never been to any of my parties, have you, Mr. Gray? You must come. I can’t afford orchids, but I share no expense in foreigners. They make one’s rooms look so picturesque. But here is Harry! Harry, I came in to look for you, to ask you something — I forget what it was — and I found Mr. Gray here. We have had such a pleasant chat about music. We have quite the same ideas. No; I think our ideas are quite different. But he has been most pleasant. I am so glad I’ve seen him.” “I am charmed, my love, quite charmed,” said Lord Henry, elevating his dark, crescent-shaped eyebrows and looking at them both with an amused smile. “So sorry I am late, Dorian. I went to look after a piece of old brocade in Wardour Street and had to bargain for hours for it. Nowadays people know the price of everything and the value of nothing.” “I am afraid I must be going,” exclaimed Lady Henry, breaking an awkward silence with her silly sudden laugh. “I have promised to drive with the duchess. Good-bye, Mr. Gray. Good-bye, Harry. You are dining out, I suppose? So am I. Perhaps I shall see you at Lady Thornbury’s.” “I dare say, my dear,” said Lord Henry, shutting the door behind her as, looking like a bird of paradise that had been out all night in the rain, she flitted out of the room, leaving a faint odour of frangipanni. Then he lit a cigarette and flung himself down on the sofa. “Never marry a woman with straw-coloured hair, Dorian,” he said after a few puffs. “Why, Harry?” “Because they are so sentimental.” “But I like sentimental people.” “Never marry at all, Dorian. Men marry because they are tired; women, because they are curious: both are disappointed.” “I don’t think I am likely to marry, Harry. I am too much in love. That is one of your aphorisms. I am putting it into practice, as I do everything that you say.” “Who are you in love with?” asked Lord Henry after a pause. “With an actress,” said Dorian Gray, blushing. Lord Henry shrugged his shoulders. “That is a rather commonplace debut.” “You would not say so if you saw her, Harry.” “Who is she?” “Her name is Sibyl Vane.” “Never heard of her.” “No one has. People will some day, however. She is a genius.” “My dear boy, no woman is a genius. Women are a decorative sex. They never have anything to say, but they say it charmingly. Women represent the triumph of matter over mind, just as men represent the triumph of mind over morals.” “Harry, how can you?” “My dear Dorian, it is quite true. I am analysing women at present, so I ought to know. The subject is not so abstruse as I thought it was. I find that, ultimately, there are only two kinds of women, the plain and the coloured. The plain women are very useful. If you want to gain a reputation for respectability, you have merely to take them down to supper. The other women are very charming. They commit one mistake, however. They paint in order to try and look young. Our grandmothers painted in order to try and talk brilliantly. Rouge and esprit used to go together. That is all over now. As long as a woman can look ten years younger than her own daughter, she is perfectly satisfied. As for conversation, there are only five women in London worth talking to, and two of these can’t be admitted into decent society. However, tell me about your genius. How long have you known her?” “Ah! Harry, your views terrify me.” “Never mind that. How long have you known her?” “About three weeks.” “And where did you come across her?” “I will tell you, Harry, but you mustn’t be unsympathetic about it. After all, it never would have happened if I had not met you. You filled me with a wild desire to know everything about life. For days after I met you, something seemed to throb in my veins. As I lounged in the park, or strolled down Piccadilly, I used to look at every one who passed me and wonder, with a mad curiosity, what sort of lives they led. Some of them fascinated me. Others filled me with terror. There was an exquisite poison in the air. I had a passion for sensations… Well, one evening about seven o’clock, I determined to go out in search of some adventure. I felt that this grey monstrous London of ours, with its myriads of people, its sordid sinners, and its splendid sins, as you once phrased it, must have something in store for me. I fancied a thousand things. The mere danger gave me a sense of delight. I remembered what you had said to me on that wonderful evening when we first dined together, about the search for beauty being the real secret of life. I don’t know what I expected, but I went out and wandered eastward, soon losing my way in a labyrinth of grimy streets and black grassless squares. About half-past eight I passed by an absurd little theatre, with great flaring gas-jets and gaudy play-bills. A hideous Jew, in the most amazing waistcoat I ever beheld in my life, was standing at the entrance, smoking a vile cigar. He had greasy ringlets, and an enormous diamond blazed in the centre of a soiled shirt. ‘Have a box, my Lord?’ he said, when he saw me, and he took off his hat with an air of gorgeous servility. There was something about him, Harry, that amused me. He was such a monster. You will laugh at me, I know, but I really went in and paid a whole guinea for the stage-box. To the present day I can’t make out why I did so; and yet if I hadn’t — my dear Harry, if I hadn’t — I should have missed the greatest romance of my life. I see you are laughing. It is horrid of you!” “I am not laughing, Dorian; at least I am not laughing at you. But you should not say the greatest romance of your life. You should say the first romance of your life. You will always be loved, and you will always be in love with love. A grande passion is the privilege of people who have nothing to do. That is the one use of the idle classes of a country. Don’t be afraid. There are exquisite things in store for you. This is merely the beginning.” “Do you think my nature so shallow?” cried Dorian Gray angrily. “No; I think your nature so deep.” “How do you mean?” “My dear boy, the people who love only once in their lives are really the shallow people. What they call their loyalty, and their fidelity, I call either the lethargy of custom or their lack of imagination. Faithfulness is to the emotional life what consistency is to the life of the intellect — simply a confession of failure. Faithfulness! I must analyse it some day. The passion for property is in it. There are many things that we would throw away if we were not afraid that others might pick them up. But I don’t want to interrupt you. Go on with your story.” “Well, I found myself seated in a horrid little private box, with a vulgar drop-scene staring me in the face. I looked out from behind the curtain and surveyed the house. It was a tawdry affair, all Cupids and cornucopias, like a third-rate wedding-cake. The gallery and pit were fairly full, but the two rows of dingy stalls were quite empty, and there was hardly a person in what I suppose they called the dress-circle. Women went about with oranges and ginger-beer, and there was a terrible consumption of nuts going on.” “It must have been just like the palmy days of the British drama.” “Just like, I should fancy, and very depressing. I began to wonder what on earth I should do when I caught sight of the play-bill. What do you think the play was, Harry?” “I should think ‘The Idiot Boy’, or ‘Dumb but Innocent’. Our fathers used to like that sort of piece, I believe. The longer I live, Dorian, the more keenly I feel that whatever was good enough for our fathers is not good enough for us. In art, as in politics, les grandperes ont toujours tort.” “This play was good enough for us, Harry. It was Romeo and Juliet. I must admit that I was rather annoyed at the idea of seeing Shakespeare done in such a wretched hole of a place. Still, I felt interested, in a sort of way. At any rate, I determined to wait for the first act. There was a dreadful orchestra, presided over by a young Hebrew who sat at a cracked piano, that nearly drove me away, but at last the drop-scene was drawn up and the play began. Romeo was a stout elderly gentleman, with corked eyebrows, a husky tragedy voice, and a figure like a beer-barrel. Mercutio was almost as bad. He was played by the low-comedian, who had introduced gags of his own and was on most friendly terms with the pit. They were both as grotesque as the scenery, and that looked as if it had come out of a country-booth. But Juliet! Harry, imagine a girl, hardly seventeen years of age, with a little, flowerlike face, a small Greek head with plaited coils of dark-brown hair, eyes that were violet wells of passion, lips that were like the petals of a rose. She was the loveliest thing I had ever seen in my life. You said to me once that pathos left you unmoved, but that beauty, mere beauty, could fill your eyes with tears. I tell you, Harry, I could hardly see this girl for the mist of tears that came across me. And her voice — I never heard such a voice. It was very low at first, with deep mellow notes that seemed to fall singly upon one’s ear. Then it became a little louder, and sounded like a flute or a distant hautboy. In the garden-scene it had all the tremulous ecstasy that one hears just before dawn when nightingales are singing. There were moments, later on, when it had the wild passion of violins. You know how a voice can stir one. Your voice and the voice of Sibyl Vane are two things that I shall never forget. When I close my eyes, I hear them, and each of them says something different. I don’t know which to follow. Why should I not love her? Harry, I do love her. She is everything to me in life. Night after night I go to see her play. One evening she is Rosalind, and the next evening she is Imogen. I have seen her die in the gloom of an Italian tomb, sucking the poison from her lover’s lips. I have watched her wandering through the forest of Arden, disguised as a pretty boy in hose and doublet and dainty cap. She has been mad, and has come into the presence of a guilty king, and given him rue to wear and bitter herbs to taste of. She has been innocent, and the black hands of jealousy have crushed her reedlike throat. I have seen her in every age and in every costume. Ordinary women never appeal to one’s imagination. They are limited to their century. No glamour ever transfigures them. One knows their minds as easily as one knows their bonnets. One can always find them. There is no mystery in any of them. They ride in the park in the morning and chatter at tea-parties in the afternoon. They have their stereotyped smile and their fashionable manner. They are quite obvious. But an actress! How different an actress is! Harry! why didn’t you tell me that the only thing worth loving is an actress?” “Because I have loved so many of them, Dorian.” “Oh, yes, horrid people with dyed hair and painted faces.” “Don’t run down dyed hair and painted faces. There is an extraordinary charm in them, sometimes,” said Lord Henry. “I wish now I had not told you about Sibyl Vane.” “You could not have helped telling me, Dorian. All through your life you will tell me everything you do.” “Yes, Harry, I believe that is true. I cannot help telling you things. You have a curious influence over me. If I ever did a crime, I would come and confess it to you. You would understand me.” “People like you — the wilful sunbeams of life — don’t commit crimes, Dorian. But I am much obliged for the compliment, all the same. And now tell me — reach me the matches, like a good boy — thanks — what are your actual relations with Sibyl Vane?” Dorian Gray leaped to his feet, with flushed cheeks and burning eyes. “Harry! Sibyl Vane is sacred!” “It is only the sacred things that are worth touching, Dorian,” said Lord Henry, with a strange touch of pathos in his voice. “But why should you be annoyed? I suppose she will belong to you some day. When one is in love, one always begins by deceiving one’s self, and one always ends by deceiving others. That is what the world calls a romance. You know her, at any rate, I suppose?” “Of course I know her. On the first night I was at the theatre, the horrid old Jew came round to the box after the performance was over and offered to take me behind the scenes and introduce me to her. I was furious with him, and told him that Juliet had been dead for hundreds of years and that her body was lying in a marble tomb in Verona. I think, from his blank look of amazement, that he was under the impression that I had taken too much champagne, or something.” “I am not surprised.” “Then he asked me if I wrote for any of the newspapers. I told him I never even read them. He seemed terribly disappointed at that, and confided to me that all the dramatic critics were in a conspiracy against him, and that they were every one of them to be bought.” “I should not wonder if he was quite right there. But, on the other hand, judging from their appearance, most of them cannot be at all expensive.” “Well, he seemed to think they were beyond his means,” laughed Dorian. “By this time, however, the lights were being put out in the theatre, and I had to go. He wanted me to try some cigars that he strongly recommended. I declined. The next night, of course, I arrived at the place again. When he saw me, he made me a low bow and assured me that I was a munificent patron of art. He was a most offensive brute, though he had an extraordinary passion for Shakespeare. He told me once, with an air of pride, that his five bankruptcies were entirely due to ‘The Bard,’ as he insisted on calling him. He seemed to think it a distinction.” “It was a distinction, my dear Dorian — a great distinction. Most people become bankrupt through having invested too heavily in the prose of life. To have ruined one’s self over poetry is an honour. But when did you first speak to Miss Sibyl Vane?” “The third night. She had been playing Rosalind. I could not help going round. I had thrown her some flowers, and she had looked at me — at least I fancied that she had. The old Jew was persistent. He seemed determined to take me behind, so I consented. It was curious my not wanting to know her, wasn’t it?” “No; I don’t think so.” “My dear Harry, why?” “I will tell you some other time. Now I want to know about the girl.” “Sibyl? Oh, she was so shy and so gentle. There is something of a child about her. Her eyes opened wide in exquisite wonder when I told her what I thought of her performance, and she seemed quite unconscious of her power. I think we were both rather nervous. The old Jew stood grinning at the doorway of the dusty greenroom, making elaborate speeches about us both, while we stood looking at each other like children. He would insist on calling me ‘My Lord,’ so I had to assure Sibyl that I was not anything of the kind. She said quite simply to me, ‘You look more like a prince. I must call you Prince Charming.’” “Upon my word, Dorian, Miss Sibyl knows how to pay compliments.” “You don’t understand her, Harry. She regarded me merely as a person in a play. She knows nothing of life. She lives with her mother, a faded tired woman who played Lady Capulet in a sort of magenta dressing-wrapper on the first night, and looks as if she had seen better days.” “I know that look. It depresses me,” murmured Lord Henry, examining his rings. “The Jew wanted to tell me her history, but I said it did not interest me.” “You were quite right. There is always something infinitely mean about other people’s tragedies.” “Sibyl is the only thing I care about. What is it to me where she came from? From her little head to her little feet, she is absolutely and entirely divine. Every night of my life I go to see her act, and every night she is more marvellous.” “That is the reason, I suppose, that you never dine with me now. I thought you must have some curious romance on hand. You have; but it is not quite what I expected.” “My dear Harry, we either lunch or sup together every day, and I have been to the opera with you several times,” said Dorian, opening his blue eyes in wonder. “You always come dreadfully late.” “Well, I can’t help going to see Sibyl play,” he cried, “even if it is only for a single act. I get hungry for her presence; and when I think of the wonderful soul that is hidden away in that little ivory body, I am filled with awe.” “You can dine with me to-night, Dorian, can’t you?” He shook his head. “To-night she is Imogen,” he answered, “and to-morrow night she will be Juliet.” “When is she Sibyl Vane?” “Never.” “I congratulate you.” “How horrid you are! She is all the great heroines of the world in one. She is more than an individual. You laugh, but I tell you she has genius. I love her, and I must make her love me. You, who know all the secrets of life, tell me how to charm Sibyl Vane to love me! I want to make Romeo jealous. I want the dead lovers of the world to hear our laughter and grow sad. I want a breath of our passion to stir their dust into consciousness, to wake their ashes into pain. My God, Harry, how I worship her!” He was walking up and down the room as he spoke. Hectic spots of red burned on his cheeks. He was terribly excited. Lord Henry watched him with a subtle sense of pleasure. How different he was now from the shy frightened boy he had met in Basil Hallward’s studio! His nature had developed like a flower, had borne blossoms of scarlet flame. Out of its secret hiding-place had crept his soul, and desire had come to meet it on the way. “And what do you propose to do?” said Lord Henry at last. “I want you and Basil to come with me some night and see her act. I have not the slightest fear of the result. You are certain to acknowledge her genius. Then we must get her out of the Jew’s hands. She is bound to him for three years — at least for two years and eight months — from the present time. I shall have to pay him something, of course. When all that is settled, I shall take a West End theatre and bring her out properly. She will make the world as mad as she has made me.” “That would be impossible, my dear boy.” “Yes, she will. She has not merely art, consummate art-instinct, in her, but she has personality also; and you have often told me that it is personalities, not principles, that move the age.” “Well, what night shall we go?” “Let me see. To-day is Tuesday. Let us fix to-morrow. She plays Juliet to-morrow.” “All right. The Bristol at eight o’clock; and I will get Basil.” “Not eight, Harry, please. Half-past six. We must be there before the curtain rises. You must see her in the first act, where she meets Romeo.” “Half-past six! What an hour! It will be like having a meat-tea, or reading an English novel. It must be seven. No gentleman dines before seven. Shall you see Basil between this and then? Or shall I write to him?” “Dear Basil! I have not laid eyes on him for a week. It is rather horrid of me, as he has sent me my portrait in the most wonderful frame, specially designed by himself, and, though I am a little jealous of the picture for being a whole month younger than I am, I must admit that I delight in it. Perhaps you had better write to him. I don’t want to see him alone. He says things that annoy me. He gives me good advice.” Lord Henry smiled. “People are very fond of giving away what they need most themselves. It is what I call the depth of generosity.” “Oh, Basil is the best of fellows, but he seems to me to be just a bit of a Philistine. Since I have known you, Harry, I have discovered that.” “Basil, my dear boy, puts everything that is charming in him into his work. The consequence is that he has nothing left for life but his prejudices, his principles, and his common sense. The only artists I have ever known who are personally delightful are bad artists. Good artists exist simply in what they make, and consequently are perfectly uninteresting in what they are. A great poet, a really great poet, is the most unpoetical of all creatures. But inferior poets are absolutely fascinating. The worse their rhymes are, the more picturesque they look. The mere fact of having published a book of second-rate sonnets makes a man quite irresistible. He lives the poetry that he cannot write. The others write the poetry that they dare not realize.” “I wonder is that really so, Harry?” said Dorian Gray, putting some perfume on his handkerchief out of a large, gold-topped bottle that stood on the table. “It must be, if you say it. And now I am off. Imogen is waiting for me. Don’t forget about to-morrow. Good-bye.” As he left the room, Lord Henry’s heavy eyelids drooped, and he began to think. Certainly few people had ever interested him so much as Dorian Gray, and yet the lad’s mad adoration of some one else caused him not the slightest pang of annoyance or jealousy. He was pleased by it. It made him a more interesting study. He had been always enthralled by the methods of natural science, but the ordinary subject-matter of that science had seemed to him trivial and of no import. And so he had begun by vivisecting himself, as he had ended by vivisecting others. Human life — that appeared to him the one thing worth investigating. Compared to it there was nothing else of any value. It was true that as one watched life in its curious crucible of pain and pleasure, one could not wear over one’s face a mask of glass, nor keep the sulphurous fumes from troubling the brain and making the imagination turbid with monstrous fancies and misshapen dreams. There were poisons so subtle that to know their properties one had to sicken of them. There were maladies so strange that one had to pass through them if one sought to understand their nature. And, yet, what a great reward one received! How wonderful the whole world became to one! To note the curious hard logic of passion, and the emotional coloured life of the intellect — to observe where they met, and where they separated, at what point they were in unison, and at what point they were at discord — there was a delight in that! What matter what the cost was? One could never pay too high a price for any sensation. He was conscious — and the thought brought a gleam of pleasure into his brown agate eyes — that it was through certain words of his, musical words said with musical utterance, that Dorian Gray’s soul had turned to this white girl and bowed in worship before her. To a large extent the lad was his own creation. He had made him premature. That was something. Ordinary people waited till life disclosed to them its secrets, but to the few, to the elect, the mysteries of life were revealed before the veil was drawn away. Sometimes this was the effect of art, and chiefly of the art of literature, which dealt immediately with the passions and the intellect. But now and then a complex personality took the place and assumed the office of art, was indeed, in its way, a real work of art, life having its elaborate masterpieces, just as poetry has, or sculpture, or painting. Yes, the lad was premature. He was gathering his harvest while it was yet spring. The pulse and passion of youth were in him, but he was becoming self-conscious. It was delightful to watch him. With his beautiful face, and his beautiful soul, he was a thing to wonder at. It was no matter how it all ended, or was destined to end. He was like one of those gracious figures in a pageant or a play, whose joys seem to be remote from one, but whose sorrows stir one’s sense of beauty, and whose wounds are like red roses. Soul and body, body and soul — how mysterious they were! There was animalism in the soul, and the body had its moments of spirituality. The senses could refine, and the intellect could degrade. Who could say where the fleshly impulse ceased, or the psychical impulse began? How shallow were the arbitrary definitions of ordinary psychologists! And yet how difficult to decide between the claims of the various schools! Was the soul a shadow seated in the house of sin? Or was the body really in the soul, as Giordano Bruno thought? The separation of spirit from matter was a mystery, and the union of spirit with matter was a mystery also. He began to wonder whether we could ever make psychology so absolute a science that each little spring of life would be revealed to us. As it was, we always misunderstood ourselves and rarely understood others. Experience was of no ethical value. It was merely the name men gave to their mistakes. Moralists had, as a rule, regarded it as a mode of warning, had claimed for it a certain ethical efficacy in the formation of character, had praised it as something that taught us what to follow and showed us what to avoid. But there was no motive power in experience. It was as little of an active cause as conscience itself. All that it really demonstrated was that our future would be the same as our past, and that the sin we had done once, and with loathing, we would do many times, and with joy. It was clear to him that the experimental method was the only method by which one could arrive at any scientific analysis of the passions; and certainly Dorian Gray was a subject made to his hand, and seemed to promise rich and fruitful results. His sudden mad love for Sibyl Vane was a psychological phenomenon of no small interest. There was no doubt that curiosity had much to do with it, curiosity and the desire for new experiences, yet it was not a simple, but rather a very complex passion. What there was in it of the purely sensuous instinct of boyhood had been transformed by the workings of the imagination, changed into something that seemed to the lad himself to be remote from sense, and was for that very reason all the more dangerous. It was the passions about whose origin we deceived ourselves that tyrannized most strongly over us. Our weakest motives were those of whose nature we were conscious. It often happened that when we thought we were experimenting on others we were really experimenting on ourselves. While Lord Henry sat dreaming on these things, a knock came to the door, and his valet entered and reminded him it was time to dress for dinner. He got up and looked out into the street. The sunset had smitten into scarlet gold the upper windows of the houses opposite. The panes glowed like plates of heated metal. The sky above was like a faded rose. He thought of his friend’s young fiery-coloured life and wondered how it was all going to end. When he arrived home, about half-past twelve o’clock, he saw a telegram lying on the hall table. He opened it and found it was from Dorian Gray. It was to tell him that he was engaged to be married to Sibyl Vane.
CAPITOLO 4
Un pomeriggio, un mese dopo, Dorian Gray era sdraiato in una lussuosa poltrona nella piccola biblioteca della casa di Lord Henry a Mayfair. La stanza era davvero incantevole: rivestimenti in legno d’olivo, frange color crema sul soffitto, tappeti di velluto e kilimi persiani dai bordi lunghi. Su un tavolino di satinwood c’era una statuetta di Clodion; accanto, un esemplare de Les Cent Nouvelles, rilegato appositamente per Margaret di Valois da Clovis Eve, con i fiori d’oro scelti dalla Regina come simbolo. Sulla mensola del camino erano disposte alcune grandi vasi di porcellana blu e tulipani; attraverso le piccole vetrate colorate filtrava la luce arancione di una giornata estiva a Londra.
Lord Henry non era ancora arrivato. Era sempre in ritardo, per principio: secondo lui, l’puntualità è il “ladro del tempo”. Quindi Dorian sembrava piuttosto irritato, mentre con indifferenza sfogliava un’edizione illustrata di Manon Lescaut trovata tra i libri. Il ticchettio monotono dell’orologio in stile Luigi XIV lo infastidiva; per un attimo pensò di andarsene.
Finalmente sentì dei passi fuori dalla porta, “Che ritardo, Harry!” mormorò.
“Temo che non sia Harry, signor Gray,” rispose una voce acuta.
Lui si alzò di scatto. “Mi scusi. Pensavo fosse mio marito, ”
“È solo sua moglie. Lasci che mi presenti: la conosco bene dalle sue fotografie. Credo che ne abbia diciassette.”
“Diciassette, Lady Henry?”
“Beh, diciotto allora. L’ho visto con lui l’altra sera all’opera,” disse lei, ridendo nervosamente. Era una donna strana: i suoi vestiti sembravano sempre essere stati creati in un momento di rabbia e indossati in fretta. Di solito era “innamorata” di qualcuno, ma poiché le sue passioni non venivano mai ricambiate, conservava tutte le sue illusioni. Tentava di apparire affascinante, ma finiva per sembrare disordinata. Si chiamava Victoria e aveva una vera ossessione per andare in chiesa.
“Era all’opera Lohengrin, vero, Lady Henry?”
“Sì. Adoro la musica di Wagner: è così forte che si può parlare senza che nessuno senta. Un grande vantaggio, non le pare, signor Gray?”
Ridacchiò di nuovo nervosamente, giocherellando con un lungo coltello da carta in guscio di tartaruga. Dorian sorrise e scosse la testa: “Temo che non la pensi così, Lady Henry. Io non parlo mai durante la musica, almeno, quando è bella. Se invece è brutta, il dovere è proprio quello di sovrastarla con la conversazione.”
“Ah! Quella è sicuramente una delle opinioni di Harry, vero, signor Gray? Sento sempre le opinioni di Harry attraverso i suoi amici. È l’unico modo in cui ne vengo a conoscenza. Ma non pensiate che non mi piaccia la buona musica: la adoro, ma la temo. Mi rende troppo romantica. Ho semplicemente adorato i pianisti. A volte due alla volta, mi dice Harry. Non so proprio cosa ci sia di così speciale in loro. Forse il fatto che siano stranieri. Lo sono tutti, vero? Anche quelli nati in Inghilterra diventano stranieri dopo un po’, no? È davvero intelligente da parte loro. E rappresenta anche un grande complimento per l’arte. La rende davvero cosmopolita, non è vero? Non siete mai stato alle mie feste, vero, signor Gray? Dovete venire. Non posso permettermi orchidee, ma per gli stranieri non risparmio certo. Fanno sembrare le stanze così pittoresche. E ecco Harry! Harry, sono entrata per cercarti. Volevo chiederti qualcosa. Mi è uscito di mente. E invece ho trovato il signor Gray qui. Abbiamo avuto una conversazione davvero piacevole su musica. Abbiamo idee molto simili. No. In realtà le nostre idee sono abbastanza diverse. Ma lui è stato davvero gentile. Sono così felice di averlo incontrato.”
“Sono incantato, mia amata, davvero incantato,” disse Lord Henry, alzando le sue sopracciglia scure a forma di mezzaluna e guardandoli entrambi con un sorriso divertito. “Mi dispiace molto per il ritardo, Dorian. Sono andato a curare un pezzo di antico broccato in Wardour Street e ho dovuto contrattare per ore. Oggi le persone conoscono il prezzo di tutto, ma non il vero valore delle cose.”
“Temo che debba andare,” esclamò Lady Henry, rompendo un imbarazzante silenzio con la sua risata improvvisa e sciocca. “Ho promesso di accompagnare la duchessa. Addio, signor Gray. Addio, Harry. Immagino che mangerete fuori, vero? Anch’io. Forse ci vedremo da Lady Thornbury.”
“Credo di sì, mia cara,” disse Lord Henry, chiudendo la porta alle sue spalle. Lei uscì dalla stanza come un uccello del paradiso che aveva trascorso l’intera notte sotto la pioggia, lasciandosi dietro un leggero profumo di frangipani. Poi accese una sigaretta e si sdraiò sul divano.
“Mai sposare una donna con i capelli di colore paglierino, Dorian,” disse dopo alcuni tiri.
“Perché, Harry?”
“Perché sono troppo sentimentali, ”
“Ma a me piacciono le persone sentimentali, ”
“Mai sposarti affatto, Dorian. Gli uomini si sposano perché sono stanchi; le donne, perché sono curiose: entrambi rimangono delusi.”
“Non credo che mi sposerò mai, Harry. Sono troppo innamorato. È uno dei tuoi aforismi. E io lo metto in pratica, come faccio con tutto ciò che dici.”
“Di chi sei innamorato?” chiese Lord Henry dopo una pausa.
“Di un’attrice,” rispose Dorian Gray arrossendo.
Lord Henry alzò le spalle. “È un debutto piuttosto comune, ”
“Non lo diresti se la vedessi, Harry, ”
“Chi è?”
“Si chiama Sibyl Vane.”
“Non l’ho mai sentita nominare, ”
“Nessuno l’ha. Ma un giorno la gente lo farà. È un genio.”
“Mio caro ragazzo, nessuna donna è un genio. Le donne sono un sesso decorativo; non hanno mai nulla da dire, ma lo dicono in modo affascinante. Le donne rappresentano il trionfo della materia sulla mente, proprio come gli uomini rappresentano il trionfo della mente sulla morale.”
“Harry, come puoi dirlo?”
“Mio caro Dorian, è la verità. Attualmente sto analizzando le donne, quindi dovrei saperlo. Il tema non è così oscuro come pensavo. Scopro che, in fondo, ci sono solo due tipi di donne: quelle semplici e quelle appariscenti. Le donne semplici sono molto utili; se vuoi guadagnarti una reputazione rispettabile, basta portarle a cena. Le altre donne sono molto affascinanti. Tuttavia commettono un errore: si truccano per sembrare più giovani. Le nostre nonne si truccavano per parlare brillantemente. Ora tutto questo è finito. Finché una donna riesce a sembrare dieci anni più giovane di sua figlia, è perfettamente soddisfatta. Per quanto riguarda la conversazione, a Londra ci sono solo cinque donne degne di essere ascoltate. E due di queste non possono essere ammesse in società rispettabile. Ora dimmi di questa tua ‘genio’. Da quanto tempo la conosci?”
“Ah, Harry. Le tue opinioni mi spaventano, ”
“Lascia perdere. Da quanto tempo la conosci?”
“Circa tre settimane, ”
“E dove l’hai incontrata?”
“Te lo dirò, Harry, ma devi essere comprensivo al riguardo. Dopotutto, tutto questo non sarebbe mai successo se non ti avessi incontrato. Tu hai suscitato in me un desiderio folle di conoscere ogni aspetto della vita. Per giorni, dopo il nostro incontro, qualcosa sembrava pulsare nelle mie vene; quando mi riposavo nel parco o passeggiavo lungo Piccadilly, osservavo tutte le persone che mi incrociavano e, con una curiosità frenetica, mi chiedevo quale tipo di vita conducessero. Alcuni di loro mi affascinavano; altri mi suscitavano terrore. C’era un’essenza velenosa nell’aria. Avevo una passione per le sensazioni. Beh, una sera, verso le sette, decisi di uscire alla ricerca di qualche avventura. Sentivo che questa Londra grigia e mostruosa, con i suoi innumerevoli abitanti, i suoi peccatori meschini e i suoi peccati splendidi, come l’hai definita una volta, doveva sicuramente avere qualcosa in serbo per me. Immaginavo mille cose. Il semplice pensiero del pericolo mi procurava piacere. Ricordai ciò che mi avevi detto quella meravigliosa sera, quando abbiamo cenato insieme per la prima volta: che cercare la bellezza fosse il vero segreto della vita.”
Non so cosa mi aspettassi, ma uscii e iniziai a camminare verso est, finché presto non persi la strada in un labirinto di strade sporche e piazze deserte e prive d’erba. Verso le otto e mezza passai davanti a un piccolo teatro assurdo, con grandi fiamme di gas e cartelli pubblicitari vistosi. Un ebreo orribile, con il gilet più stravagante che avessi mai visto in vita mia, stava all’ingresso, fumando una sigara disgustosa. Aveva riccioli unti e un enorme diamante brillava al centro di una camicia sporca. “Desidera una poltrona, signore?”, mi chiese non appena mi vide, togliendosi il cappello con aria di servile adorazione. C’era qualcosa in lui. Harry, che mi divertiva davvero. Era un vero e proprio mostro. Ridete di me, lo so. Ma sono entrato davvero e ho pagato una sterlina intera per quella poltrona. Ancora oggi non riesco a capire perché l’abbia fatto. Eppure, se non l’avessi fatto, caro Harry, se non l’avessi fatto, avrei perso la più grande avventura della mia vita. Vedo che state ridendo. È terribile da parte vostra!
“Non sto ridendo, Dorian. Almeno non di te. Ma non dovresti parlare del più grande romanzo della tua vita: dovresti parlare del primo romanzo della tua vita. Sarai sempre amato, e sarai sempre innamorato. Una grande passione è il privilegio di coloro che non hanno nulla da fare. Quella è l’unica utilità delle classi oziose di un paese. Non avere paura: ci sono cose meravigliose in serbo per te. Questo è soltanto l’inizio.”
“Pensi davvero che la mia natura sia così superficiale?” gridò Dorian Gray arrabbiato.
“No. Penso che la tua natura sia molto profonda.”
“Mio caro ragazzo, le persone che amano solo una volta nella loro vita sono davvero quelle superficiali. Quello che chiamano lealtà e fedeltà, io lo definisco o la letargia dell’abitudine o la mancanza di immaginazione. La fedeltà, per la vita emotiva, è ciò che la coerenza è per la vita intellettuale: semplicemente una confessione di fallimento. La fedeltà. Devo analizzarla un giorno. In essa c’è la passione per la proprietà. Ci sono molte cose che getteremmo via se non avessimo paura che altri le prendano. Ma non voglio interromperti. Continua con la tua storia.”
“Beh, mi ritrovai seduto in una orribile piccola loggia privata, con uno spettacolo volgare davanti ai miei occhi. Guardai fuori dalla tenda e osservai l’teatro. Era un posto squallido, pieno di Cupidi e cornucopie, come una torta nuziale di terza categoria. La galleria e il palco erano abbastanza pieni, ma le due file di posti sporchi erano quasi vuote. E nella cosiddetta ‘area riservata alle signore’ c’era quasi nessuno. Le donne portavano con sé arance e birra al ginger. E c’era un’enorme consumazione di noci, ”
“Deve essere stato proprio come gli anni d’oro del teatro britannico, ”
“Esattamente, credo. E molto deprimente. Cominciai a chiedermi cosa dovesse fare quando vidi il cartellone dello spettacolo. Che ne pensi, Harry, di che si trattasse?”
“Credo fosse ‘Il ragazzo idiota’ o ‘Stupido ma innocente’. I nostri padri amavano quel genere di opere. Più vivo, Dorian, e più mi rendo conto che ciò che era abbastanza buono per i nostri padri non lo è più per noi. Nell’arte, come nella politica, le ‘nonne’ hanno sempre torto.”
“Quest’opera teatrale era abbastanza buona per noi, Harry. Era ‘Romeo e Giulietta’. Devo ammettere che mi infastidiva l’idea di vedere Shakespeare rappresentato in un posto così misero. Comunque, ero curioso. Decisi quindi di aspettare il primo atto. C’era un orchestra terribile, guidata da un giovane ebreo che suonava al pianoforte rotto. Quasi mi costrinse ad andarmene. Ma alla fine arrivò la scena con il telone calato e l’opera iniziò. ‘Romeo’ era un uomo anziano, robusto, con sopracciglia folte, una voce profonda e roca. E ‘Giulietta’. Harry, immagina una ragazza di appena diciassette anni, con il viso delicato come un fiore, i capelli castani intrecciati, occhi pieni di passione. Era la cosa più bella che avessi mai visto in vita mia. Hai detto che il pathos non ti commuoveva. Ma quella bellezza, puro bellezza, poteva far scorrere le lacrime negli occhi. Non riuscivo quasi a guardarla, tanto ero commosso. E la sua voce. Non avevo mai sentito niente del genere. All’inizio era molto bassa, con note profonde e melodiose. Poi diventava un po’ più alta. Sembrava il suono di una flauta o di un oboe lontano. Nella scena nel giardino, aveva tutta quella dolce estasi che si sente prima dell’alba, quando i usignoli cantano. In alcuni momenti, poi, assomigliava al suono appassionato dei violini. Sai quanto una voce possa commuovere le persone. La tua voce e quella di Sibyl Vane sono due cose che non dimenticherò mai. Quando chiudo gli occhi, le sento ancora. Ognuna dice qualcosa di diverso. Non so quale seguire. Perché non dovrei amarla? Harry, la amo davvero. È tutto per me nella vita. Notte dopo notte vado a vederla recitare. Una sera è Rosalind, l’altra sera Imogen. L’ho vista morire nell’oscurità di una tomba italiana, succhiando il veleno dalle labbra del suo amante. L’ho vista vagare nella foresta di Arden, travestita da ragazzo. È stata pazza. Si è presentata davanti a un re colpevole. Gli ha portato rimorso e amarezza. È stata innocente. E le mani oscure della gelosia le hanno spezzato la gola. L’ho vista in ogni età, con ogni costume. Le donne comuni non stimolano mai l’immaginazione. Sono limitate al loro secolo. Nessun fascino può trasformarle, ”
Si conoscono le loro menti altrettanto facilmente quanto i loro cappelli. Si possono sempre trovare. Non c’è alcun mistero in loro: passeggiano nel parco al mattino e chiacchierano alle feste pomeridiane. Hanno quel sorriso stereotipato e quel modo di comportarsi alla moda. Sono piuttosto ovvie. Ma un’attrice! Quanto è diversa un’attrice. Harry, perché non mi hai detto che l’unica cosa degna d’amore è un’attrice?
Dorian Gray balzò in piedi, con le guance arrossate e gli occhi brillanti di emozione. “Harry! Sibyl Vane è sacra!”
“Solo le cose sacre meritano di essere toccate, Dorian,” disse Lord Henry, con un tono stranamente malinconico. “Ma perché dovresti arrabbiarti? Immagino che un giorno lei appartenerà a te. Quando si ama, si inizia sempre ingannando se stessi, e poi si finisce per ingannare gli altri. Questo è ciò che il mondo chiama ‘romanzo’, ” “La conosci, vero?”
“Certo che la conosco. La prima notte in cui sono andato al teatro, dopo lo spettacolo quel terribile vecchio ebreo è venuto nella mia loggia e mi ha offerto di portarmi dietro le quinte per presentarmela. Gli ho detto che Julietta era morta da centinaia di anni e che il suo corpo giaceva in una tomba di marmo a Verona. Credo che, dal suo sguardo sbalordito, abbia pensato che avessi bevuto troppo champagne, ”
“Non mi sorprende, ”
“Allora mi ha chiesto se scrivevo per qualche giornale. Gli ho detto che non li leggevo nemmeno. Sembrava molto deluso. E mi ha confidato che tutti i critici teatrali erano in combutta contro di lui, e che ognuno di loro potesse essere comprato, ”
“Non mi sorprenderebbe affatto se avesse ragione. Ma, d’altra parte, a giudicare dall’aspetto, la maggior parte di loro probabilmente non è nemmeno così costosa, ”
“Beh, sembrava pensare che fossero al di fuori delle sue possibilità,” rise Dorian. “Comunque, a quel punto le luci del teatro stavano spegnendosi e ho dovuto andarmene. Voleva che provassi alcuni sigari che mi consigliava caldamente. Ho rifiutato. La sera dopo, naturalmente, sono tornato lì. Quando mi ha visto, mi ha fatto un inchino profondo e mi ha assicurato che ero un generoso mecenate dell’arte. Era davvero un individuo offensivo. Anche se aveva una passione straordinaria per Shakespeare. Una volta mi ha detto, con aria di orgoglio, che le sue cinque bancarotta erano tutte colpa di ‘Il Bardo’, come insisteva a chiamarlo. Sembrava considerarlo davvero un onore, ”
“Il fatto è che si trattava di una distinzione, mio caro Dorian, una grande distinzione. La maggior parte delle persone fallisce perché investe troppo nella ‘prosa’ della vita; distruggersi per la poesia, invece, è un vero onore. Ma quando hai parlato per la prima volta con Miss Sibyl Vane?”
“La terza notte. Lei stava recitando il ruolo di Rosalind; non ho potuto fare a meno di andare da lei. Le avevo regalato alcuni fiori, e lei mi ha guardato, almeno così ho pensato. Quel vecchio ebreo insisteva molto per portarmi dietro le quinte, quindi ho acconsentito. È curioso che non volessi conoscerla, vero?”
“No. Non credo proprio.”
“Mio caro Harry, perché?”
“Te lo spiegherò un’altra volta. Ora voglio sapere di lei.”
“Sibyl? Oh, era così timida e gentile. C’è qualcosa di infantile in lei. I suoi occhi si illuminavano di meraviglia quando le dicevo quanto mi fosse piaciuta la sua interpretazione. E sembrava davvero ignara del proprio potere. Penso che entrambi fossimo un po’ nervosi. Quel vecchio ebreo stava sempre in piedi all’ingresso del camerino, facendo discorsi complicati su di noi. Mentre ci guardavamo l’un l’altro come due bambini. Insisteva per chiamarmi ‘Mio Signore’, quindi ho dovuto assicurare a Sibyl che non ero affatto così. Lei mi ha detto semplicemente: ‘Sembri più un principe. Devo chiamarti Principe Azzurro.’”
“Davvero, Dorian. Miss Sibyl sa come fare i complimenti, ”
“Non la capisci, Harry. Lei mi considerava soltanto una persona che partecipa a uno spettacolo. Non conosce nulla della vita reale. Vive con sua madre, una donna stanca e senza più splendore. Che ha interpretato il ruolo di Lady Capulet la prima sera. Sembra davvero che i suoi giorni migliori siano ormai passati, ”
“Conosco quell’aspetto. Mi deprime,” mormorò Lord Henry, osservando i propri anelli.
“Quel vecchio ebreo voleva raccontarmi la sua storia. Ma ho detto che non mi interessava.”
“Avevi perfettamente ragione. Le tragedie altrui contengono sempre qualcosa di infinitamente meschino, ”
“Sibyl è l’unica cosa che mi interessa davvero. Da dove viene? Non ha importanza. Dalla testa ai piedi, è assolutamente divina. Ogni notte vado a vederla recitare. E ogni volta è ancora più meravigliosa, ”
“Ecco perché ora non vieni mai a cena da me, vero? Pensavo che avessi qualche storia d’amore interessante in corso. Infatti ce l’hai. Ma non è esattamente quello che mi aspettavo, ”
“Mio caro Harry, pranziamo o ceniamo insieme ogni giorno. E sono anche andato diverse volte all’opera con te,” disse Dorian, aprendo i suoi occhi azzurri in sorpresa.
“Arrivi sempre terribilmente tardi, ”
“Beh. Non posso fare a meno di andare a vedere Sibyl recitare. Anche solo per un attimo. Mi manca la sua presenza. E quando penso a quella meravigliosa anima nascosta in quel piccolo corpo d’avorio, provo solo ammirazione, ”
“Puoi venire a cena da me stasera, Dorian. Non puoi?”
Scosse la testa. “Stasera è Imogen,” rispose, “e domani sera sarà Juliet.”
“Quando diventerà Sibyl Vane?”
“Mai.”
“Ti faccio i complimenti.”
“Che orrore! È in lei tutte le grandi eroine del mondo. È qualcosa di più di un individuo. Ridi, ma ti dico che ha genio. La amo, e devo far sì che mi ami anche lei. Tu, che conosci tutti i segreti della vita, dimmi come conquistare Sibyl Vane. Voglio che Romeo sia geloso. Voglio che gli amanti morti di tutto il mondo sentano la nostra risata e ne soffrano. Voglio che un soffio della nostra passione risvegli la loro polvere, ridestinando il dolore nelle loro ceneri. Mio Dio, Harry, quanto la amo!” Camminava avanti e indietro nella stanza mentre parlava; sulle sue guance ardevano chiazze rosse di eccitazione.
Lord Henry lo osservava con un vago senso di piacere. Quanto era diverso ora dal timido ragazzo che aveva incontrato nello studio di Basil Hallward! La sua natura si era sviluppata come un fiore, sbocciando in fiamme scarlatte. Dalla sua segreta dimora era emersa la sua anima, e il desiderio l’aveva incontrata lungo il cammino.
“E cosa proponi di fare?” chiese finalmente Lord Henry.
“Voglio che tu e Basil veniate con me una sera a vederla recitare. Non ho la minima paura del risultato. Siete sicuramente d’accordo sul suo genio. Poi dobbiamo liberarla dalle mani di quel ebreo. È legata a lui per tre anni. Almeno due anni e otto mesi. Dovrò pur pagarlo, naturalmente. Una volta sistemato tutto, prenderò un teatro nel West End e la farò recitare seriamente. Farà impazzire il mondo, proprio come ha fatto impazzire me, ”
“Sarebbe impossibile, caro ragazzo, ”
“No. Lo farà. Non solo possiede arte, un istinto artistico perfetto, ma ha anche personalità. E tu mi hai sempre detto che sono le personalità, non i principi, a guidare l’epoca, ”
“Bene. Quale sera andremo?”
“Lasciami pensare. Oggi è martedì. Facciamo domani. Domani recita Juliet, ”
“D’accordo. Al Bristol alle otto. E chiamerò Basil.”
“No, Harry. Alle sei e mezza. Dobbiamo essere lì prima che si alzi il sipario. Devi vederla nel primo atto, quando incontra Romeo, ”
“Alle sei e mezza. Che ora orribile! Sarà come fare un tè con carne o leggere un romanzo inglese. Saranno già le sette. Nessun gentiluomo cena prima delle sette. La vedrai tra adesso e allora? O dovrei scriverle?”
“Caro Basil! Non l’ho visto da una settimana. È piuttosto scortese da parte mia, visto che mi ha inviato il mio ritratto in un quadro meraviglioso, progettato appositamente per me. Anche se sono un po’ gelosa di quella foto, perché raffigura una persona un mese più giovane di me, devo ammettere che mi piace molto. Forse dovresti scrivergli tu. Non voglio che si trovi da solo. Dice cose che mi infastidiscono. Ma mi dà anche ottimi consigli.”
Lord Henry sorrise. “Le persone hanno spesso la tendenza a regalare proprio ciò di cui hanno più bisogno. È quello che io chiamo ‘la profondità della generosità’, ”
“Oh, Basil è davvero un bravo ragazzo. Ma a mio parere è un po’ troppo volgare. Da quando ti conosco, Harry, ho capito questo.”
“Basil, caro mio, dedica tutto ciò che ha di affascinante nel suo lavoro. Il risultato è che nella vita reale non gli resta nulla se non i suoi pregiudizi, i suoi principi e il suo buon senso. Gli unici artisti davvero deliziosi che abbia conosciuto sono quelli cattivi. Gli artisti bravi esistono soltanto nelle loro opere. E quindi sono completamente noiosi nella vita reale. Un grande poeta, un vero grande poeta, è probabilmente la creatura meno poetica di tutte. Ma i poeti mediocri sono assolutamente affascinanti. Più le loro rime sono scadenti, più appaiono pittoresche. Il semplice fatto di aver pubblicato un libro di sonetti di secondo livello rende una persona davvero irresistibile. Vive la poesia che non riesce a scrivere. Gli altri, invece, scrivono poesie che non osano nemmeno realizzare, ”
“Mi chiedo se sia davvero così, Harry, ” disse Dorian Gray, spalmando del profumo sul fazzoletto con un grande flacone d’oro posato sul tavolo. “Deve esserlo. Se lo dici tu. Ora vado. Imogen mi aspetta. Non dimenticarti di domani. Addio.”
Mentre lasciava la stanza, le pesanti palpebre di Lord Henry si abbassarono e iniziò a riflettere. Certamente poche persone lo avevano mai interessato tanto quanto Dorian Gray, eppure l’adorazione folle che il ragazzo provava per un’altra persona non gli causava la minima irritazione o invidia. Anzi, ne era compiaciuto: lo rendeva un soggetto di studio ancora più interessante. Era sempre stato affascinato dai metodi della scienza naturale, ma i suoi argomenti abituali gli sembravano banali e privi di importanza. Così aveva iniziato analizzando se stesso, proprio come aveva finito per analizzare gli altri. La vita umana: quella era l’unica cosa che meritava davvero di essere studiata. Rispetto ad essa, nulla altro aveva valore. Era vero che, osservando la vita nel suo strano crogiolo di dolore e piacere, non si poteva indossare una maschera di vetro né evitare che i fumi sulfurei disturbassero il cervello, rendendo l’immaginazione offuscata da fantasie mostruose e sogni distorti. C’erano veleni così subdoli che per conoscerne le proprietà bisognava soffrirne. C’erano malattie così strane che per comprenderne la natura era necessario attraversarle. Eppure, quale grande ricompensa si riceveva! Quanto meraviglioso diventava il mondo intero! Notare la curiosa e rigida logica delle passioni, osservare come l’intelletto fosse influenzato dagli sentimenti. C’era davvero un piacere in tutto ciò. Qualunque fosse il prezzo da pagare. Nessun costo era troppo alto per una vera emozione.
Era consapevole – e questo pensiero gli fece brillare negli occhi marroni come l’agata un lampo di piacere – che era stato proprio grazie a certe sue parole, parole musicali pronunciate con un tono melodioso, che l’anima di Dorian Gray si era rivolta verso quella ragazza bionda e aveva iniziato ad adorarla. In larga misura, quel ragazzo era una sua creazione. L’aveva reso “prematuramente maturo”. Questo era qualcosa di significativo. Le persone comuni aspettano che la vita riveli loro i suoi segreti, ma per pochi, per gli eletti, questi misteri vengono rivelati prima ancora che il velo venga sollevato. A volte questo era l’effetto dell’arte, soprattutto dell’arte letteraria, che si occupa direttamente delle passioni e dell’intelletto. Ma a volte una personalità complessa assumeva il ruolo dell’arte stessa. E in quel senso, rappresentava davvero un’opera d’arte. La vita, proprio come la poesia, la scultura o la pittura, aveva i suoi capolavori raffinati.
Sì, quel ragazzo era nato prematuramente. Raccoglieva già i frutti della sua “vita” quando ancora era primavera. In lui c’erano la vitalità e l’entusiasmo della gioventù, ma già iniziava a sviluppare una coscienza di sé. Era davvero incantevole osservarlo: con il suo bel viso e la sua bella ‘anima, rappresentava qualcosa di davvero meraviglioso. Non importava come tutto sarebbe finito, o quale fosse il suo destino. Era come una di quelle figure eleganti presenti in un festival o in un’opera teatrale: le sue gioie sembravano lontane da noi, ma i suoi dolori suscitavano in noi un senso di bellezza, e le sue “ferite” erano come rose rosse.
Anima e -corpo, -corpo e -anima, quanto erano misteriosi questi concetti! Nell’‘anima c’era qualcosa di animalesco, mentre il -corpo poteva mostrare momenti di spiritualità. I sensi potevano essere affinati, ma anche l’intelletto poteva degenerare. Chi poteva dire dove finiva l’impulso fisico e iniziava quello psichico? Quanto erano superficiali le definizioni arbitrarie degli psicologi comuni! Eppure, era davvero difficile decidere tra le varie teorie esistenti. L’_anima era forse soltanto un’“ombra” che risiedeva nel “palazzo del peccato”? O il -corpo faceva realmente parte dell’-anima, come credeva Giordano Bruno? La separazione tra spirito e materia era un mistero, così come la loro unione.
Iniziò a chiedersi se fosse possibile rendere la psicologia una scienza assoluta, in modo che ogni aspetto della vita ci venisse rivelato chiaramente. In realtà, noi stessi ci comprendevamo sempre male e raramente comprendevamo gli altri. L’esperienza, in sé, non aveva alcun valore etico; era soltanto il nome che le persone davano ai propri errori. I moralisti, di solito, la consideravano uno strumento di avvertimento, ne attribuivano un certo effetto positivo sulla formazione del carattere, e la lodavano come qualcosa che ci insegnava cosa seguire e cosa evitare. Ma l’esperienza stessa non possedeva alcuna forza motrice reale; era tanto meno una causa attiva quanto lo stesso -conscio. Tutto ciò che dimostrava, in realtà, era che il nostro futuro sarebbe stato identico al nostro passato. E che il peccato che avevamo commesso una volta, con disgusto, lo avremmo ripetuto molte volte, questa volta con gioia.
Era chiaro per lui che il metodo sperimentale fosse l’unico modo per giungere a un’analisi scientifica delle passioni; e certamente Dorian Gray rappresentava un soggetto ideale, capace di fornire risultati ricchi e significativi. Il suo improvviso e folle amore per Sibyl Vane era un fenomeno psicologico di notevole interesse. Non c’era dubbio che la curiosità avesse un ruolo fondamentale in tutto ciò, insieme al desiderio di nuove esperienze; tuttavia si trattava di una passione molto complessa. Quello che in essa c’era di istinto puramente sensuale tipico dell’adolescenza era stato trasformato dall’azione dell’immaginazione, trasformandosi in qualcosa che al ragazzo stesso sembrava lontano dal senso, e proprio per questo motivo ancora più pericoloso. Sono le passioni il cui origine nascondiamo a noi stessi quelle che ci dominano con maggiore forza. I nostri motivi più deboli sono spesso quelli di cui non siamo consapevoli della loro vera natura. Spesso accade che, quando pensiamo di sperimentare sugli altri, in realtà stiamo sperimentando su noi stessi.
Mentre Lord Henry rifletteva su queste cose, qualcuno bussò alla porta; il suo valletto entrò e gli ricordò che era arrivato il momento di vestirsi per la cena. Lui si alzò e guardò fuori dalla finestra: il tramonto aveva tinto di un rosso dorato le finestre degli edifici di fronte; i vetri brillavano come lastre di metallo incandescente, mentre il cielo sembrava una rosa sbiadita. Pensò alla giovane vita appassionata del suo amico e si chiese come tutto sarebbe finito.
Quando arrivò a casa, verso le dodici e mezza, vide un telegramma sul tavolo dell’ingresso. Lo aprì e scoprì che proveniva da Dorian Gray; gli comunicava che era stato fidanzato con Sibyl Vane.
CHAPTER 5 “Mother, Mother, I am so happy!” whispered the girl, burying her face in the lap of the faded, tired-looking woman who, with back turned to the shrill intrusive light, was sitting in the one arm-chair that their dingy sitting-room contained. “I am so happy!” she repeated, “and you must be happy, too!” Mrs. Vane winced and put her thin, bismuth-whitened hands on her daughter’s head. “Happy!” she echoed, “I am only happy, Sibyl, when I see you act. You must not think of anything but your acting. Mr. Isaacs has been very good to us, and we owe him money.” The girl looked up and pouted. “Money, Mother?” she cried, “what does money matter? Love is more than money.” “Mr. Isaacs has advanced us fifty pounds to pay off our debts and to get a proper outfit for James. You must not forget that, Sibyl. Fifty pounds is a very large sum. Mr. Isaacs has been most considerate.” “He is not a gentleman, Mother, and I hate the way he talks to me,” said the girl, rising to her feet and going over to the window. “I don’t know how we could manage without him,” answered the elder woman querulously. Sibyl Vane tossed her head and laughed. “We don’t want him any more, Mother. Prince Charming rules life for us now.” Then she paused. A rose shook in her blood and shadowed her cheeks. Quick breath parted the petals of her lips. They trembled. Some southern wind of passion swept over her and stirred the dainty folds of her dress. “I love him,” she said simply. “Foolish child! foolish child!” was the parrot-phrase flung in answer. The waving of crooked, false-jewelled fingers gave grotesqueness to the words. The girl laughed again. The joy of a caged bird was in her voice. Her eyes caught the melody and echoed it in radiance, then closed for a moment, as though to hide their secret. When they opened, the mist of a dream had passed across them. Thin-lipped wisdom spoke at her from the worn chair, hinted at prudence, quoted from that book of cowardice whose author apes the name of common sense. She did not listen. She was free in her prison of passion. Her prince, Prince Charming, was with her. She had called on memory to remake him. She had sent her soul to search for him, and it had brought him back. His kiss burned again upon her mouth. Her eyelids were warm with his breath. Then wisdom altered its method and spoke of espial and discovery. This young man might be rich. If so, marriage should be thought of. Against the shell of her ear broke the waves of worldly cunning. The arrows of craft shot by her. She saw the thin lips moving, and smiled. Suddenly she felt the need to speak. The wordy silence troubled her. “Mother, Mother,” she cried, “why does he love me so much? I know why I love him. I love him because he is like what love himself should be. But what does he see in me? I am not worthy of him. And yet — why, I cannot tell — though I feel so much beneath him, I don’t feel humble. I feel proud, terribly proud. Mother, did you love my father as I love Prince Charming?” The elder woman grew pale beneath the coarse powder that daubed her cheeks, and her dry lips twitched with a spasm of pain. Sybil rushed to her, flung her arms round her neck, and kissed her. “Forgive me, Mother. I know it pains you to talk about our father. But it only pains you because you loved him so much. Don’t look so sad. I am as happy to-day as you were twenty years ago. Ah! let me be happy for ever!” “My child, you are far too young to think of falling in love. Besides, what do you know of this young man? You don’t even know his name. The whole thing is most inconvenient, and really, when James is going away to Australia, and I have so much to think of, I must say that you should have shown more consideration. However, as I said before, if he is rich …” “Ah! Mother, Mother, let me be happy!” Mrs. Vane glanced at her, and with one of those false theatrical gestures that so often become a mode of second nature to a stage-player, clasped her in her arms. At this moment, the door opened and a young lad with rough brown hair came into the room. He was thick-set of figure, and his hands and feet were large and somewhat clumsy in movement. He was not so finely bred as his sister. One would hardly have guessed the close relationship that existed between them. Mrs. Vane fixed her eyes on him and intensified her smile. She mentally elevated her son to the dignity of an audience. She felt sure that the tableau was interesting. “You might keep some of your kisses for me, Sibyl, I think,” said the lad with a good-natured grumble. “Ah! but you don’t like being kissed, Jim,” she cried. “You are a dreadful old bear.” And she ran across the room and hugged him. James Vane looked into his sister’s face with tenderness. “I want you to come out with me for a walk, Sibyl. I don’t suppose I shall ever see this horrid London again. I am sure I don’t want to.” “My son, don’t say such dreadful things,” murmured Mrs. Vane, taking up a tawdry theatrical dress, with a sigh, and beginning to patch it. She felt a little disappointed that he had not joined the group. It would have increased the theatrical picturesqueness of the situation. “Why not, Mother? I mean it.” “You pain me, my son. I trust you will return from Australia in a position of affluence. I believe there is no society of any kind in the Colonies — nothing that I would call society — so when you have made your fortune, you must come back and assert yourself in London.” “Society!” muttered the lad. “I don’t want to know anything about that. I should like to make some money to take you and Sibyl off the stage. I hate it.” “Oh, Jim!” said Sibyl, laughing, “how unkind of you! But are you really going for a walk with me? That will be nice! I was afraid you were going to say good-bye to some of your friends — to Tom Hardy, who gave you that hideous pipe, or Ned Langton, who makes fun of you for smoking it. It is very sweet of you to let me have your last afternoon. Where shall we go? Let us go to the park.” “I am too shabby,” he answered, frowning. “Only swell people go to the park.” “Nonsense, Jim,” she whispered, stroking the sleeve of his coat. He hesitated for a moment. “Very well,” he said at last, “but don’t be too long dressing.” She danced out of the door. One could hear her singing as she ran upstairs. Her little feet pattered overhead. He walked up and down the room two or three times. Then he turned to the still figure in the chair. “Mother, are my things ready?” he asked. “Quite ready, James,” she answered, keeping her eyes on her work. For some months past she had felt ill at ease when she was alone with this rough stern son of hers. Her shallow secret nature was troubled when their eyes met. She used to wonder if he suspected anything. The silence, for he made no other observation, became intolerable to her. She began to complain. Women defend themselves by attacking, just as they attack by sudden and strange surrenders. “I hope you will be contented, James, with your sea-faring life,” she said. “You must remember that it is your own choice. You might have entered a solicitor’s office. Solicitors are a very respectable class, and in the country often dine with the best families.” “I hate offices, and I hate clerks,” he replied. “But you are quite right. I have chosen my own life. All I say is, watch over Sibyl. Don’t let her come to any harm. Mother, you must watch over her.” “James, you really talk very strangely. Of course I watch over Sibyl.” “I hear a gentleman comes every night to the theatre and goes behind to talk to her. Is that right? What about that?” “You are speaking about things you don’t understand, James. In the profession we are accustomed to receive a great deal of most gratifying attention. I myself used to receive many bouquets at one time. That was when acting was really understood. As for Sibyl, I do not know at present whether her attachment is serious or not. But there is no doubt that the young man in question is a perfect gentleman. He is always most polite to me. Besides, he has the appearance of being rich, and the flowers he sends are lovely.” “You don’t know his name, though,” said the lad harshly. “No,” answered his mother with a placid expression in her face. “He has not yet revealed his real name. I think it is quite romantic of him. He is probably a member of the aristocracy.” James Vane bit his lip. “Watch over Sibyl, Mother,” he cried, “watch over her.” “My son, you distress me very much. Sibyl is always under my special care. Of course, if this gentleman is wealthy, there is no reason why she should not contract an alliance with him. I trust he is one of the aristocracy. He has all the appearance of it, I must say. It might be a most brilliant marriage for Sibyl. They would make a charming couple. His good looks are really quite remarkable; everybody notices them.” The lad muttered something to himself and drummed on the window-pane with his coarse fingers. He had just turned round to say something when the door opened and Sibyl ran in. “How serious you both are!” she cried. “What is the matter?” “Nothing,” he answered. “I suppose one must be serious sometimes. Good-bye, Mother; I will have my dinner at five o’clock. Everything is packed, except my shirts, so you need not trouble.” “Good-bye, my son,” she answered with a bow of strained stateliness. She was extremely annoyed at the tone he had adopted with her, and there was something in his look that had made her feel afraid. “Kiss me, Mother,” said the girl. Her flowerlike lips touched the withered cheek and warmed its frost. “My child! my child!” cried Mrs. Vane, looking up to the ceiling in search of an imaginary gallery. “Come, Sibyl,” said her brother impatiently. He hated his mother’s affectations. They went out into the flickering, wind-blown sunlight and strolled down the dreary Euston Road. The passersby glanced in wonder at the sullen heavy youth who, in coarse, ill-fitting clothes, was in the company of such a graceful, refined-looking girl. He was like a common gardener walking with a rose. Jim frowned from time to time when he caught the inquisitive glance of some stranger. He had that dislike of being stared at, which comes on geniuses late in life and never leaves the commonplace. Sibyl, however, was quite unconscious of the effect she was producing. Her love was trembling in laughter on her lips. She was thinking of Prince Charming, and, that she might think of him all the more, she did not talk of him, but prattled on about the ship in which Jim was going to sail, about the gold he was certain to find, about the wonderful heiress whose life he was to save from the wicked, red-shirted bushrangers. For he was not to remain a sailor, or a supercargo, or whatever he was going to be. Oh, no! A sailor’s existence was dreadful. Fancy being cooped up in a horrid ship, with the hoarse, hump-backed waves trying to get in, and a black wind blowing the masts down and tearing the sails into long screaming ribands! He was to leave the vessel at Melbourne, bid a polite good-bye to the captain, and go off at once to the gold-fields. Before a week was over he was to come across a large nugget of pure gold, the largest nugget that had ever been discovered, and bring it down to the coast in a waggon guarded by six mounted policemen. The bushrangers were to attack them three times, and be defeated with immense slaughter. Or, no. He was not to go to the gold-fields at all. They were horrid places, where men got intoxicated, and shot each other in bar-rooms, and used bad language. He was to be a nice sheep-farmer, and one evening, as he was riding home, he was to see the beautiful heiress being carried off by a robber on a black horse, and give chase, and rescue her. Of course, she would fall in love with him, and he with her, and they would get married, and come home, and live in an immense house in London. Yes, there were delightful things in store for him. But he must be very good, and not lose his temper, or spend his money foolishly. She was only a year older than he was, but she knew so much more of life. He must be sure, also, to write to her by every mail, and to say his prayers each night before he went to sleep. God was very good, and would watch over him. She would pray for him, too, and in a few years he would come back quite rich and happy. The lad listened sulkily to her and made no answer. He was heart-sick at leaving home. Yet it was not this alone that made him gloomy and morose. Inexperienced though he was, he had still a strong sense of the danger of Sibyl’s position. This young dandy who was making love to her could mean her no good. He was a gentleman, and he hated him for that, hated him through some curious race-instinct for which he could not account, and which for that reason was all the more dominant within him. He was conscious also of the shallowness and vanity of his mother’s nature, and in that saw infinite peril for Sibyl and Sibyl’s happiness. Children begin by loving their parents; as they grow older they judge them; sometimes they forgive them. His mother! He had something on his mind to ask of her, something that he had brooded on for many months of silence. A chance phrase that he had heard at the theatre, a whispered sneer that had reached his ears one night as he waited at the stage-door, had set loose a train of horrible thoughts. He remembered it as if it had been the lash of a hunting-crop across his face. His brows knit together into a wedgelike furrow, and with a twitch of pain he bit his underlip. “You are not listening to a word I am saying, Jim,” cried Sibyl, “and I am making the most delightful plans for your future. Do say something.” “What do you want me to say?” “Oh! that you will be a good boy and not forget us,” she answered, smiling at him. He shrugged his shoulders. “You are more likely to forget me than I am to forget you, Sibyl.” She flushed. “What do you mean, Jim?” she asked. “You have a new friend, I hear. Who is he? Why have you not told me about him? He means you no good.” “Stop, Jim!” she exclaimed. “You must not say anything against him. I love him.” “Why, you don’t even know his name,” answered the lad. “Who is he? I have a right to know.” “He is called Prince Charming. Don’t you like the name. Oh! you silly boy! you should never forget it. If you only saw him, you would think him the most wonderful person in the world. Some day you will meet him — when you come back from Australia. You will like him so much. Everybody likes him, and I … love him. I wish you could come to the theatre to-night. He is going to be there, and I am to play Juliet. Oh! how I shall play it! Fancy, Jim, to be in love and play Juliet! To have him sitting there! To play for his delight! I am afraid I may frighten the company, frighten or enthrall them. To be in love is to surpass one’s self. Poor dreadful Mr. Isaacs will be shouting ‘genius’ to his loafers at the bar. He has preached me as a dogma; to-night he will announce me as a revelation. I feel it. And it is all his, his only, Prince Charming, my wonderful lover, my god of graces. But I am poor beside him. Poor? What does that matter? When poverty creeps in at the door, love flies in through the window. Our proverbs want rewriting. They were made in winter, and it is summer now; spring-time for me, I think, a very dance of blossoms in blue skies.” “He is a gentleman,” said the lad sullenly. “A prince!” she cried musically. “What more do you want?” “He wants to enslave you.” “I shudder at the thought of being free.” “I want you to beware of him.” “To see him is to worship him; to know him is to trust him.” “Sibyl, you are mad about him.” She laughed and took his arm. “You dear old Jim, you talk as if you were a hundred. Some day you will be in love yourself. Then you will know what it is. Don’t look so sulky. Surely you should be glad to think that, though you are going away, you leave me happier than I have ever been before. Life has been hard for us both, terribly hard and difficult. But it will be different now. You are going to a new world, and I have found one. Here are two chairs; let us sit down and see the smart people go by.” They took their seats amidst a crowd of watchers. The tulip-beds across the road flamed like throbbing rings of fire. A white dust — tremulous cloud of orris-root it seemed — hung in the panting air. The brightly coloured parasols danced and dipped like monstrous butterflies. She made her brother talk of himself, his hopes, his prospects. He spoke slowly and with effort. They passed words to each other as players at a game pass counters. Sibyl felt oppressed. She could not communicate her joy. A faint smile curving that sullen mouth was all the echo she could win. After some time she became silent. Suddenly she caught a glimpse of golden hair and laughing lips, and in an open carriage with two ladies Dorian Gray drove past. She started to her feet. “There he is!” she cried. “Who?” said Jim Vane. “Prince Charming,” she answered, looking after the victoria. He jumped up and seized her roughly by the arm. “Show him to me. Which is he? Point him out. I must see him!” he exclaimed; but at that moment the Duke of Berwick’s four-in-hand came between, and when it had left the space clear, the carriage had swept out of the park. “He is gone,” murmured Sibyl sadly. “I wish you had seen him.” “I wish I had, for as sure as there is a God in heaven, if he ever does you any wrong, I shall kill him.” She looked at him in horror. He repeated his words. They cut the air like a dagger. The people round began to gape. A lady standing close to her tittered. “Come away, Jim; come away,” she whispered. He followed her doggedly as she passed through the crowd. He felt glad at what he had said. When they reached the Achilles Statue, she turned round. There was pity in her eyes that became laughter on her lips. She shook her head at him. “You are foolish, Jim, utterly foolish; a bad-tempered boy, that is all. How can you say such horrible things? You don’t know what you are talking about. You are simply jealous and unkind. Ah! I wish you would fall in love. Love makes people good, and what you said was wicked.” “I am sixteen,” he answered, “and I know what I am about. Mother is no help to you. She doesn’t understand how to look after you. I wish now that I was not going to Australia at all. I have a great mind to chuck the whole thing up. I would, if my articles hadn’t been signed.” “Oh, don’t be so serious, Jim. You are like one of the heroes of those silly melodramas Mother used to be so fond of acting in. I am not going to quarrel with you. I have seen him, and oh! to see him is perfect happiness. We won’t quarrel. I know you would never harm any one I love, would you?” “Not as long as you love him, I suppose,” was the sullen answer. “I shall love him for ever!” she cried. “And he?” “For ever, too!” “He had better.” She shrank from him. Then she laughed and put her hand on his arm. He was merely a boy. At the Marble Arch they hailed an omnibus, which left them close to their shabby home in the Euston Road. It was after five o’clock, and Sibyl had to lie down for a couple of hours before acting. Jim insisted that she should do so. He said that he would sooner part with her when their mother was not present. She would be sure to make a scene, and he detested scenes of every kind. In Sybil’s own room they parted. There was jealousy in the lad’s heart, and a fierce murderous hatred of the stranger who, as it seemed to him, had come between them. Yet, when her arms were flung round his neck, and her fingers strayed through his hair, he softened and kissed her with real affection. There were tears in his eyes as he went downstairs. His mother was waiting for him below. She grumbled at his unpunctuality, as he entered. He made no answer, but sat down to his meagre meal. The flies buzzed round the table and crawled over the stained cloth. Through the rumble of omnibuses, and the clatter of street-cabs, he could hear the droning voice devouring each minute that was left to him. After some time, he thrust away his plate and put his head in his hands. He felt that he had a right to know. It should have been told to him before, if it was as he suspected. Leaden with fear, his mother watched him. Words dropped mechanically from her lips. A tattered lace handkerchief twitched in her fingers. When the clock struck six, he got up and went to the door. Then he turned back and looked at her. Their eyes met. In hers he saw a wild appeal for mercy. It enraged him. “Mother, I have something to ask you,” he said. Her eyes wandered vaguely about the room. She made no answer. “Tell me the truth. I have a right to know. Were you married to my father?” She heaved a deep sigh. It was a sigh of relief. The terrible moment, the moment that night and day, for weeks and months, she had dreaded, had come at last, and yet she felt no terror. Indeed, in some measure it was a disappointment to her. The vulgar directness of the question called for a direct answer. The situation had not been gradually led up to. It was crude. It reminded her of a bad rehearsal. “No,” she answered, wondering at the harsh simplicity of life. “My father was a scoundrel then!” cried the lad, clenching his fists. She shook her head. “I knew he was not free. We loved each other very much. If he had lived, he would have made provision for us. Don’t speak against him, my son. He was your father, and a gentleman. Indeed, he was highly connected.” An oath broke from his lips. “I don’t care for myself,” he exclaimed, “but don’t let Sibyl… It is a gentleman, isn’t it, who is in love with her, or says he is? Highly connected, too, I suppose.” For a moment a hideous sense of humiliation came over the woman. Her head drooped. She wiped her eyes with shaking hands. “Sibyl has a mother,” she murmured; “I had none.” The lad was touched. He went towards her, and stooping down, he kissed her. “I am sorry if I have pained you by asking about my father,” he said, “but I could not help it. I must go now. Good-bye. Don’t forget that you will have only one child now to look after, and believe me that if this man wrongs my sister, I will find out who he is, track him down, and kill him like a dog. I swear it.” The exaggerated folly of the threat, the passionate gesture that accompanied it, the mad melodramatic words, made life seem more vivid to her. She was familiar with the atmosphere. She breathed more freely, and for the first time for many months she really admired her son. She would have liked to have continued the scene on the same emotional scale, but he cut her short. Trunks had to be carried down and mufflers looked for. The lodging-house drudge bustled in and out. There was the bargaining with the cabman. The moment was lost in vulgar details. It was with a renewed feeling of disappointment that she waved the tattered lace handkerchief from the window, as her son drove away. She was conscious that a great opportunity had been wasted. She consoled herself by telling Sibyl how desolate she felt her life would be, now that she had only one child to look after. She remembered the phrase. It had pleased her. Of the threat she said nothing. It was vividly and dramatically expressed. She felt that they would all laugh at it some day.
CAPITOLO 5
“Mamma, mamma, sono così felice!” sussurrò la ragazza, nascondendo il viso nelle ginocchia della donna dall’aspetto stanco e logoro, seduta nell’unica poltrona presente nel loro squallido salotto, con le spalle rivolte verso quella luce accecante e invadente. “Sono così felice, e anche tu devi essere felice!” ripeté.
La signora Vane sussultò e posò le sue mani sottili, ingiallite dal bismuto, sulla testa della figlia. “Felice, ” mormorò. “Io sono felice solo quando ti vedo recitare. Non devi pensare ad altro che alla tua recitazione. Il signor Isaacs è stato molto gentile con noi, e gli dobbiamo del denaro.”
La ragazza alzò lo sguardo, imbronciandosi. “Denaro, mamma?” esclamò. “Che importanza ha il denaro? L’amore è più importante del denaro, ”
“Il signor Isaacs ci ha prestato cinquanta sterline per saldare i nostri debiti e comprare un abito decente per James. Non devi dimenticarlo, Sibyl. Cinquanta sterline sono una somma considerevole. Il signor Isaacs è stato davvero premuroso, ”
“Lui non è un gentiluomo, mamma. E odio il modo in cui mi parla,” disse la ragazza alzandosi e avvicinandosi alla finestra.
“Non so come faremmo senza di lui, ” rispose la donna con tono lamentoso.
Sibyl Vane scosse la testa e rise. “Ormai non lo vogliamo più, mamma. Ora è il Principe Azzurro a guidare la nostra vita, ” Poi fece una pausa. Una rosa tremolò nel suo sangue, oscurando le sue guance. Un respiro affrettato aprì i petali delle sue labbra. Tremavano. Un vento caldo di passione la investì, sollevando le delicate pieghe del suo abito, “Lo amo, ” disse semplicemente.
“Stupida bambina, stupida bambina!” fu la risposta stereotipata della madre. Le dita ingioiellate e contorte mossero rapidamente, conferendo alle parole un aspetto grottesco.
La ragazza rise di nuovo. La sua voce era piena di gioia. I suoi occhi catturarono quella melodia e la rifletterono con luce radiosa. Poi si chiusero per un momento, come se volessero nascondere il loro segreto. Quando si riaprirono, la nebbia di un sogno era già svanita.
La saggezza delle labbra sottili parlò ancora dalla poltrona logora. Suggerì prudenza. Citò quel libro della codardia il cui autore imitava il nome del buon senso. Ma lei non ascoltò. Era libera nella sua prigione di passione. Il suo principe, il Principe Azzurro, era con lei. Aveva chiamato alla memoria per ricrearlo. Aveva inviato la sua anima a cercarlo. E l’aveva riportato indietro. Il suo bacio bruciava di nuovo sulle sue labbra. Le sue palpebre erano calde del suo respiro.
Poi la saggezza cambiò approccio. Parlò di spionaggio e scoperte. Quel giovane poteva essere ricco. In tal caso, bisognava considerare l’idea di sposarlo. Le parole astute e calcolatrici risuonarono nelle sue orecchie. Vide quelle labbra sottili muoversi. E sorrise.
All’improvviso sentì il bisogno di parlare. Quel lungo silenzio la turbava. “Mamma, mamma,” gridò, “perché mi ama così tanto? So perché lo amo io. Lo amo perché è proprio ciò che anch’io vorrei essere. Ma cosa vede in me? Non sono degna di lui. Eppure, non so perché, anche se mi sento inferiore a lui, non provo umiltà. Provo orgoglio, un terribile orgoglio. Mamma, hai amato mio padre come io amo il Principe Azzurro?”
La donna più anziana impallidì sotto lo spesso trucco che le copriva le guance; le sue labbra secche si contrassero per un spasmo di dolore. Sybil corse da lei, le gettò le braccia al collo e la baciò. “Perdonami, mamma. So che parlare di nostro padre ti fa male. Ma ti fa male perché lo amavi così tanto. Non essere triste. Oggi sono felice quanto lo eri tu vent’anni fa. Ah! Lasciami essere felice per sempre, ”
“Mia figlia, sei troppo giovane per pensare all’amore. Inoltre, cosa sai di questo ragazzo? Non conosci nemmeno il suo nome. Tutto questo è molto sconveniente. E poi, ora che James sta per partire per l’Australia e ho così tante cose da considerare. Dovresti averci pensato meglio. Comunque, come ho detto prima, se fosse ricco, ”
“Ah! Mamma, lasciami essere felice!”
La signora Vane la guardò con uno di quei gesti teatrali che spesso diventano una seconda natura per chi lavora sul palcoscenico. La abbracciò. In quel momento, la porta si aprì e un giovane ragazzo dai capelli castani ruvidi entrò nella stanza. Era robusto di corporatura; mani e piedi erano grandi e un po’ goffi nei movimenti. Non era così ben educato come sua sorella. Chiunque avrebbe potuto dubitare del legame stretto che esisteva tra loro. La signora Vane lo fissò con uno sguardo pieno di affetto. E intensificò il suo sorriso. Mentalmente, elevò suo figlio alla dignità di un “spettatore”. Era sicura che la scena fosse davvero interessante.
“Potresti riservarmi qualche bacio, Sybil, ” disse il ragazzo con un tono bonario.
“Ah! Ma a te non piacciono i baci, Jim, ” esclamò lei. “Sei proprio un terribile orso, ” E corse ad abbracciarlo.
James Vane guardò sua sorella con tenerezza. “Vorrei che venissi a fare una passeggiata con me, Sybil. Non credo che rivedrò mai più questa orribile Londra. E di certo non ne ho voglia, ”
“Mio figlio. Non dire cose del genere, ” mormorò la signora Vane, prendendo in mano un abito teatrale sgargiante e cominciando a ripararlo. Si sentì un po’ delusa che lui non si fosse unito al gruppo. Avrebbe aumentato il carattere “teatrale” della situazione.
“Perché no, mamma? Dico sul serio, ”
“Mi fai soffrire, figlio mio. Spero che tu torni dall’Australia in una condizione di agiatezza. Credo che nelle Colonie non esista alcuna vera società, niente di ciò che potrei definire società. Quindi, quando avrai fatto fortuna, devi tornare a Londra e farti strada.”
“Società, ” mormorò il ragazzo. “Non voglio saperne nulla. Vorrei guadagnare abbastanza soldi per portare via te e Sibyl da questo ambiente orribile. Lo odio davvero.”
“Oh, Jim!” disse Sibyl ridendo. “Che cattivo che sei! Ma davvero vuoi venire a fare una passeggiata con me? Sarà bello. Temevo che volessi salutare alcuni dei tuoi amici. Tom Hardy, per esempio, che ti ha regalato quella terribile pipa, o Ned Langton, che si prende gioco di te perché la fumi. È molto carino da parte tua concedermi il tuo ultimo pomeriggio. Dove andremo? Andiamo al parco.”
“Sono troppo trasandato, ” rispose lui, accigliato. “Solo le persone ricche vanno al parco, ”
“Sciocchezze, Jim, ” sussurrò lei, accarezzando la manica del suo cappotto.
Esitò per un momento, “Va bene, ” disse infine. “Ma non metterci troppo tempo a vestirci.” Lei uscì di corsa dalla stanza; si poteva sentirla cantare mentre saliva le scale. I suoi piccoli piedi ticchettavano sopra di lui.
Lui camminò avanti e indietro nella stanza per un paio di minuti. Poi si voltò verso la figura immobile sulla sedia. “Mamma, i miei vestiti sono pronti?” chiese.
“Certo che sì, James, ” rispose lei, continuando a lavorare. Negli ultimi mesi, ogni volta che era sola con quel figlio rude e severo, si sentiva a disagio. La sua natura superficiale e segreta ne soffriva quando i loro sguardi si incrociavano. Si chiedeva se lui sospettasse qualcosa. Il silenzio di lui, poiché non faceva altre osservazioni, diventava insopportabile per lei. Iniziò a lamentarsi. Le donne si difendono attaccando, proprio come attaccano con improvvisi e strani gesti di resa, “Spero che tu sia soddisfatto della tua vita da marinaio, ” disse. “Dovresti ricordare che è stata una scelta tua. Avresti potuto entrare in uno studio legale. Gli avvocati sono una classe molto rispettabile. E nelle campagne spesso pranzano con le migliori famiglie, ”
“Odio gli studi legali. Odio i impiegati, ” rispose lui. “Ma hai ragione. Ho scelto da solo la mia vita. Tutto quello che voglio è che tu protegga Sibyl. Non lasciarla che le succeda nulla. Mamma, devi prenderti cura di lei, ”
“James. Parli in modo davvero strano. Certo che mi prendo cura di Sibyl, ”
“Ho sentito dire che ogni sera arriva un signore al teatro e parla con lei. È vero? E cosa ne pensi?”
“Stai parlando di cose che non capisci, James. Nel nostro mestiere siamo abituati ad ricevere molta attenzione, e molto gratificante, per giunta. Anch’io ricevevo spesso mazzi di fiori. Era l’epoca in cui il teatro veniva davvero apprezzato. Per quanto riguarda Sibyl, al momento non so se il suo interesse per quel giovane sia serio o meno. Ma non c’è dubbio che si tratti di un vero gentiluomo: è sempre molto cortese con me, inoltre ha l’aspetto di una persona ricca, e i fiori che mi manda sono davvero belli.”
“Però non sai nemmeno il suo nome,” disse il ragazzo in tono severo.
“No,” rispose sua madre con un’espressione serena. “Non mi ha ancora rivelato il suo vero nome. Penso sia molto romantico da parte sua. Probabilmente appartiene all’aristocrazia.”
James Vane morse il labbro. “Stai attenta a Sibyl, madre. Stai davvero attenta a lei,” disse con insistenza.
“Mio figlio, mi preoccupi molto. Sibyl è sempre sotto la mia particolare cura. Ovviamente, se questo signore è ricco, non c’è motivo perché lei non possa stringere un legame con lui. Spero sia davvero un membro dell’aristocrazia. Ha tutte le apparenze adatte, devo dire. Potrebbe essere un matrimonio davvero brillante per Sibyl; formerebbero una coppia incantevole. La sua bellezza è davvero notevole; tutti se ne accorgono.”
Il ragazzo mormorò qualcosa tra sé e si mise a battere sul vetro della finestra con le sue dita ruvide. Stava per dire qualcos’altro quando la porta si aprì e Sibyl entrò di corsa.
“Che seri tutti e due!” esclamò. “Cosa c’è?”
“Niente,” rispose lui. “Forse a volte è necessario essere seri. Addio, mamma; pranzerò alle cinque in punto. Tutto è stato impacchettato, tranne le mie camicie, quindi non devi preoccuparti.”
“Addio, mio figlio,” rispose lei con un inchino forzatamente dignitoso.
Era estremamente infastidita dal tono che lui aveva adottato con lei, e qualcosa nel suo sguardo l’aveva fatta sentire spaventata.
“Baciami, mamma,” disse la ragazza. Le sue labbra, dolci come fiori, toccarono la guancia invecchiata di sua madre e la riscaldarono un po’.
“Mio bambino! Mio bambino!” gridò la signora Vane, alzando lo sguardo verso il soffitto in cerca di una galleria immaginaria.
“Vieni, Sibyl,” disse suo fratello con impazienza. Odiava le affettazioni di sua madre.
Uscirono nella luce tremolante del sole, agitata dal vento, e si incamminarono lungo la desolata strada di Euston. I passanti osservavano con stupore quel giovane cupo e robusto, vestito in abiti grossolani e mal tagliati, mentre era in compagnia di una ragazza così elegante e raffinata. Sembrava un comune giardiniere che camminava accanto a una rosa.
Jim aggrottava la fronte di continuo quando riceveva quegli sguardi curiosi da parte degli estranei. Odiava essere fissato in quel modo; un sentimento che spesso colpisce i geni solo in età avanzata, ma che non abbandona mai le persone comuni. Sibyl, invece, era del tutto ignara dell’effetto che il suo comportamento aveva su di lui. Il suo amore si rifletteva nel sorriso sulle sue labbra; pensava al Principe Azzurro. E per non pensare troppo a lui, parlava invece della nave su cui Jim avrebbe navigato, dell’oro che sicuramente avrebbe trovato, e della meravigliosa ereditiera la cui vita avrebbe salvato dai malvagi banditi. No, lui non sarebbe rimasto un semplice marinaio. L’esistenza di un marinaio era terribile: essere rinchiusi in una nave orribile, con onde rauche e minacciose che cercavano di distruggerla, e venti forti che strappavano gli alberi maestri e laceravano le vele. Lui avrebbe lasciato la nave a Melbourne, salutato educatamente il capitano e sarebbe subito andato alle miniere d’oro. Prima ancora di una settimana, avrebbe trovato un enorme pezzo d’oro puro. Il più grande mai scoperto. E lo avrebbe portato sulla costa in una carrozza scortata da sei poliziotti a cavallo. I banditi avrebbero attaccato tre volte. Ma sarebbero stati sconfitti con gravi perdite. O forse no. In realtà, non avrebbe nemmeno dovuto andare alle miniere d’oro. Erano posti orribili: lì le persone si ubriacavano, si sparavano nei bar e usavano parole volgari. Lui sarebbe diventato un bravo allevatore di pecore. E una sera, mentre tornava a casa a cavallo, avrebbe visto la bellissima ereditiera rapita da un ladro su un cavallo nero. Avrebbe inseguito il ladro e l’avrebbe salvata. Naturalmente, lei si sarebbe innamorata di lui. E loro si sarebbero sposati. E sarebbero tornati a casa. E avrebbero vissuto in una grande casa a Londra. Sì, c’erano molte cose meravigliose che lo aspettavano. Ma doveva comportarsi bene. Non perdere la pazienza. E non spendere i suoi soldi in modo sciocco. Lei era solo un anno più vecchia di lui. Ma sapeva molto di più sulla vita. Doveva anche assicurarsi di scriverle ogni volta che partiva una lettera. E di pregare ogni sera prima di andare a dormire. Dio era molto buono. E lo avrebbe protetto. Anche lei avrebbe pregato per lui. E in pochi anni sarebbe tornato a casa ricco e felice. Il ragazzo ascoltava le sue parole con aria cupa. Non rispondeva. Era davvero triste all’idea di lasciare la sua casa.
Eppure non era solo questo che lo rendeva cupo e malinconico. Nonostante la sua inesperienza, aveva comunque una forte consapevolezza del pericolo rappresentato dalla situazione di Sibyl. Quel giovane damerino che stava corteggiandola poteva solo portarle danno. Era un gentiluomo, e proprio per questo lo odiava; lo odiava per un curioso istinto innato che non riusciva a spiegarsi, ma che per quel motivo era ancora più forte in lui. Era anche consapevole della superficialità e della vanità del carattere di sua madre, e in questo vedeva un pericolo infinito per Sibyl e la sua felicità. I bambini iniziano amando i propri genitori; crescendo, li giudicano. A volte li perdonano.
Sua madre. Aveva qualcosa da chiederle, qualcosa su cui aveva riflettuto per molti mesi in silenzio. Una frase casuale sentita al teatro, un sussurro beffardo che gli era giunto alle orecchie una notte mentre aspettava all’ingresso del palco. Avevano scatenato in lui una serie di pensieri orribili. Se ne ricordava come se fosse stato il colpo di una frusta. Le sopracciglia si aggrottarono, e con un movimento di dolore morse il labbro inferiore.
“Non stai affatto ascoltando quello che dico, Jim,” esclamò Sibyl. “Sto facendo i piani più meravigliosi per il tuo futuro. Dimmi qualcosa, per favore.”
“Cosa vuoi che ti dica?”
“Oh, che sarai un bravo ragazzo e non ci dimenticherai mai,” rispose lei, sorridendogli.
Lui alzò le spalle. “È più probabile che tu mi dimentichi io, piuttosto che io te, ”
Lei arrossì. “Cosa intendi, Jim?” chiese.
“Hai un nuovo amico. Chi è? Perché non me ne hai parlato? Non può portarti niente di buono, ”
“Basta, Jim!” esclamò lei. “Non devi dire nulla contro di lui. Lo amo.”
“Ma nemmeno conosci il suo nome. Chi è? Ho il diritto di saperlo, ”
“Il principe incantevole. Non ti piace questo nome? Oh, tu sciocco ragazzo! Non dovresti mai dimenticarlo. Se solo lo vedessi, penseresti che sia la persona più meravigliosa del mondo. Un giorno lo incontrerai, quando tornerai dall’Australia. Gli piacerai moltissimo. A tutti piace, e io, lo amo. Vorrei tanto che potessi venire al teatro stasera. Sarà lì, e io interpreterò Giulietta. Oh, come la interpreterò! Immagina, Jim, essere innamorati e interpretare Giulietta. Lui seduto lì ad ascoltarmi. A mio piacimento. Temo di spaventare il pubblico. Di incantarlo. Essere innamorati significa superare se stessi. Povero, terribile signor Isaac. Stasera dirà che sono un genio. Mi ha predicato come un dogma. Ma stasera mi annuncerà come una rivelazione. Lo sento. E tutto questo è suo. Il suo unico principe incantevole. Il mio meraviglioso amante. Il mio dio delle grazie. Ma io sono povera al suo confronto. Povera? Che importanza ha? Quando la povertà bussa alla porta, l’amore entra dalla finestra. I nostri proverbi dovrebbero essere riscritti. Sono stati fatti in inverno. Ora è estate. È il momento per me. Un ballo di fiori sotto cieli azzurri, ”
“È un gentiluomo,” disse il ragazzo, cupamente.
“Un principe!” esclamò lei, con entusiasmo. “Che altro vuoi?”
“Vuole schiavizzarti, ”
“Mi spaventa l’idea di essere libera, ”
“Devi stare attenta a lui, ”
“Vederlo significa adorarlo. Conoscerlo significa fidarsi di lui, ”
“Sibyl, sei pazza per lui, ”
Rispose ridendo e prendendogli il braccio. “Caro vecchio Jim. Parli come se avessi cent’anni. Un giorno anche tu sarai innamorato. Allora capirai cosa significa. Non essere così cupo. Dovresti essere felice al pensiero che, anche se te ne vai, mi lasci più felice di quanto sia mai stata prima. La vita è stata dura per entrambi. Terribilmente dura. Ma ora sarà diversa. Tu andrai in un nuovo mondo. E io ne ho trovato uno. Ecco due sedie. Siediamoci e guardiamo passare le persone eleganti, ”
Si sedettero tra la folla degli spettatori. I campi di tulipani lungo la strada brillavano come cerchi di fuoco pulsante. Una leggera polvere bianca fluttuava nell’aria. Gli ombrelli colorati danzavano e si piegavano come enormi farfalle.
Lei fece parlare suo fratello dei suoi sogni, delle sue speranze. Lui parlava lentamente, con fatica. Si scambiavano parole come giocatori in un gioco. Sibyl si sentiva oppressa. Non riusciva a condividere la sua gioia. Un debole sorriso era l’unica risposta che riusciva a ottenere da lui. Dopo un po’ rimase in silenzio. All’improvviso vide dei capelli dorati e delle labbra sorridenti. In una carrozza aperta, insieme a due signore, passò Dorian Gray.
Si alzò in piedi. “Lì è!” esclamò.
“Chi?” chiese Jim Vane.
“Principe Azzurro,” rispose lei, mentre si prendeva cura della vettura.
Lui balzò in piedi e afferrò bruscamente il suo braccio. “Mostramelo. Chi è? Indicamelo subito! Devo vederlo!” esclamò; ma in quel momento arrivò la carrozza a quattro cavalli del Duca di Berwick, e quando si fu allontanata, la vettura era già uscita dal parco.
“È andato via,” mormorò Sibyl con tristezza. “Vorrei che lo avessi visto.”
“Anch’io vorrei. Perché, giuro su Dio, se mai ti farà del male, lo ucciderò.”
Lei lo guardò inorridita. Lui ripeté quelle parole. Parole taglienti come un pugnale. La gente intorno iniziò a fissarli sbalordita; una signora vicino a loro ridacchiò.
“Andiamo via, Jim. Andiamo,” sussurrò lei. Lui la seguì ostinatamente attraverso la folla. E provò un senso di soddisfazione per ciò che aveva detto.
Quando raggiunsero la Statua di Achille, lei si girò. Nei suoi occhi c’era pietà, ma sulle sue labbra apparve un sorriso. Scosse la testa verso di lui: “Sei stupido, Jim, davvero stupido. Sei solo un ragazzo capriccioso e malvagio. Come puoi dire cose così orribili? Non sai nemmeno di cosa stai parlando. Sei soltanto geloso e crudele. Ah! Vorrei che ti innamorassi. L’amore rende le persone migliori, e quello che hai detto è stato terribile.”
“Ho sedici anni,” rispose lui, “e so bene di cosa parlo. Mia madre non può aiutarti. Non sa nemmeno come prendersi cura di te. Vorrei davvero non essere mai andato in Australia. Sarei disposto a rinunciare a tutto, se solo i miei articoli non fossero stati già pubblicati.”
“Oh, non essere così serio, Jim. Sei proprio come uno dei protagonisti di quei melodrammi stupidi che tua madre amava tanto recitare. Non voglio litigare con te. L’ho visto. E oh! Vederlo è la felicità perfetta. Non litigheremo. So che non faresti mai del male a nessuno che io amo, vero?”
“Non finché tu lo ami, ” fu la risposta cupa di lui.
“Lo amerò per sempre!” esclamò lei.
“E lui?”
“Anch’egli, per sempre.”
Si allontanò da lui. Poi rise e gli mise una mano sul braccio. Lui era soltanto un ragazzo.
Alla Marble Arch presero un omnibus che li lasciò vicino alla loro misera casa in Euston Road. Erano già passate le cinque. Sibyl doveva riposare per un paio d’ore prima di recitare. Jim insistette affinché lo facesse; disse che preferiva separarsi da lei quando loro madre non era presente. Lei sicuramente avrebbe fatto una scenata, e lui odiava ogni tipo di scenata.
Nella stanza di Sibyl si separarono. Nel cuore del ragazzo c’era invidia, e un odio feroce verso quella sconosciuta che, a suo parere, era intervenuta tra loro. Tuttavia, quando lei gli gettò le braccia al collo e i suoi capelli gli sfiorarono la guancia, si addolcì e la baciò con vero affetto. Nei suoi occhi c’erano lacrime mentre scendeva le scale.
Sua madre lo aspettava di sotto. Gli fece rimproveri per la sua poca puntualità non appena entrò. Lui non rispose nulla e si sedette a mangiare il suo misero pasto. Le mosche ronzavano intorno al tavolo e strisciavano sul tessuto macchiato. Tra il rumore degli autobus e quello delle auto di piazza, riusciva a sentire quella voce monotona che consumava ogni minuto che gli restava.
Dopo un po’, spinse via il piatto e si premette le mani sulla fronte. Sentiva di avere il diritto di sapere la verità. Se era davvero come sospettava, avrebbero dovuto dargliela prima. Con il cuore pesante per la paura, sua madre lo osservava mentre parole meccanicamente uscivano dalle sue labbra; un fazzoletto di pizzo logoro tremolava tra le sue dita. Quando l’orologio suonò le sei, si alzò e andò verso la porta. Poi tornò indietro a guardarla. I loro occhi si incontrarono. Nei suoi occhi vide un appello disperato di pietà. Questo lo fece infuriare.
“Mamma, devo chiederti qualcosa,” disse. Gli occhi di lei vagarono per la stanza senza dire nulla. “Dimmi la verità. Ho il diritto di saperla. Eri sposata con mio padre?”
Lei emise un profondo sospiro. Un sospiro di sollievo. Quel momento terribile, che aveva temuto giorno e notte per settimane e mesi, era finalmente arrivato. Eppure non provava paura. Anzi, in un certo senso, le sembrava persino deludente. La domanda così diretta richiedeva una risposta altrettanto diretta. La situazione non era stata preparata gradualmente. Era troppo cruda. Le ricordava una brutta prova.
“No,” rispose, meravigliandosi della dura semplicità della vita.
“Allora mio padre era un farabutto!” esclamò il ragazzo, stringendo i pugni.
Lei scosse la testa. “Sapevo che non era libero. Ci amavamo molto. Se fosse vissuto, si sarebbe preso cura di noi. Non parlargli male, figlio mio. Era tuo padre. E un gentiluomo. Anzi, aveva molte conoscenze, ”
Un’imprecazione gli sfuggì dalle labbra. “Non mi importa niente di me stesso. Ma non lasciare che Sibyl. È davvero un gentiluomo, vero? Ha molte conoscenze, anche lui, ”
Per un momento, una terribile sensazione di umiliazione invase la donna. Abbassò lo sguardo e si asciugò gli occhi con mani tremanti. “Sibyl ha una madre. Io no, ”
Il ragazzo fu commosso. Si avvicinò a lei, si chinò e le baciò la fronte. “Mi dispiace se ti ho fatto soffrire chiedendo di mio padre. Ma non potevo fare altrimenti. Devo andare ora. Addio. Non dimenticare che adesso avrai solo un figlio da prenderti cura. E credimi: se quell’uomo farà del male a mia sorella, scoprirò chi è, lo troverò e lo ucciderò come un cane. Lo giuro, ”
La follia esagerata di quella minaccia, il gesto appassionato che l’accompagnava, quelle parole melodrammatiche e assurde rendevano la vita più vivida ai suoi occhi. Quell’atmosfera le era familiare; respirava più liberamente, e per la prima volta da molti mesi ammirò davvero suo figlio. Avrebbe voluto che quella scena continuasse nello stesso tono emotivo, ma lui la interruppe. Bisognava portare giù i bagagli e cercare i cappucci; la locanda era un caos di persone che andavano avanti e indietro. Ci furono trattative con il cocchiere. Quel momento fu perso in dettagli banali. Con un nuovo senso di delusione, agitò il fazzoletto di pizzo logoro dalla finestra mentre suo figlio si allontanava in carrozza. Si rese conto che un’ottima opportunità era andata sprecata. Si consolò raccontando a Sibyl quanto fosse desolato il suo futuro, ora che aveva solo un figlio da prendersi cura. Ricordò quella frase. Le era piaciuta molto. Di quella minaccia non disse nulla. Era stata espressa in modo così vivido e drammatico. Pensava che un giorno tutti se ne sarebbero messi a ridere.
CHAPTER 6 “I suppose you have heard the news, Basil?” said Lord Henry that evening as Hallward was shown into a little private room at the Bristol where dinner had been laid for three. “No, Harry,” answered the artist, giving his hat and coat to the bowing waiter. “What is it? Nothing about politics, I hope! They don’t interest me. There is hardly a single person in the House of Commons worth painting, though many of them would be the better for a little whitewashing.” “Dorian Gray is engaged to be married,” said Lord Henry, watching him as he spoke. Hallward started and then frowned. “Dorian engaged to be married!” he cried. “Impossible!” “It is perfectly true.” “To whom?” “To some little actress or other.” “I can’t believe it. Dorian is far too sensible.” “Dorian is far too wise not to do foolish things now and then, my dear Basil.” “Marriage is hardly a thing that one can do now and then, Harry.” “Except in America,” rejoined Lord Henry languidly. “But I didn’t say he was married. I said he was engaged to be married. There is a great difference. I have a distinct remembrance of being married, but I have no recollection at all of being engaged. I am inclined to think that I never was engaged.” “But think of Dorian’s birth, and position, and wealth. It would be absurd for him to marry so much beneath him.” “If you want to make him marry this girl, tell him that, Basil. He is sure to do it, then. Whenever a man does a thoroughly stupid thing, it is always from the noblest motives.” “I hope the girl is good, Harry. I don’t want to see Dorian tied to some vile creature, who might degrade his nature and ruin his intellect.” “Oh, she is better than good — she is beautiful,” murmured Lord Henry, sipping a glass of vermouth and orange-bitters. “Dorian says she is beautiful, and he is not often wrong about things of that kind. Your portrait of him has quickened his appreciation of the personal appearance of other people. It has had that excellent effect, amongst others. We are to see her to-night, if that boy doesn’t forget his appointment.” “Are you serious?” “Quite serious, Basil. I should be miserable if I thought I should ever be more serious than I am at the present moment.” “But do you approve of it, Harry?” asked the painter, walking up and down the room and biting his lip. “You can’t approve of it, possibly. It is some silly infatuation.” “I never approve, or disapprove, of anything now. It is an absurd attitude to take towards life. We are not sent into the world to air our moral prejudices. I never take any notice of what common people say, and I never interfere with what charming people do. If a personality fascinates me, whatever mode of expression that personality selects is absolutely delightful to me. Dorian Gray falls in love with a beautiful girl who acts Juliet, and proposes to marry her. Why not? If he wedded Messalina, he would be none the less interesting. You know I am not a champion of marriage. The real drawback to marriage is that it makes one unselfish. And unselfish people are colourless. They lack individuality. Still, there are certain temperaments that marriage makes more complex. They retain their egotism, and add to it many other egos. They are forced to have more than one life. They become more highly organized, and to be highly organized is, I should fancy, the object of man’s existence. Besides, every experience is of value, and whatever one may say against marriage, it is certainly an experience. I hope that Dorian Gray will make this girl his wife, passionately adore her for six months, and then suddenly become fascinated by some one else. He would be a wonderful study.” “You don’t mean a single word of all that, Harry; you know you don’t. If Dorian Gray’s life were spoiled, no one would be sorrier than yourself. You are much better than you pretend to be.” Lord Henry laughed. “The reason we all like to think so well of others is that we are all afraid for ourselves. The basis of optimism is sheer terror. We think that we are generous because we credit our neighbour with the possession of those virtues that are likely to be a benefit to us. We praise the banker that we may overdraw our account, and find good qualities in the highwayman in the hope that he may spare our pockets. I mean everything that I have said. I have the greatest contempt for optimism. As for a spoiled life, no life is spoiled but one whose growth is arrested. If you want to mar a nature, you have merely to reform it. As for marriage, of course that would be silly, but there are other and more interesting bonds between men and women. I will certainly encourage them. They have the charm of being fashionable. But here is Dorian himself. He will tell you more than I can.” “My dear Harry, my dear Basil, you must both congratulate me!” said the lad, throwing off his evening cape with its satin-lined wings and shaking each of his friends by the hand in turn. “I have never been so happy. Of course, it is sudden — all really delightful things are. And yet it seems to me to be the one thing I have been looking for all my life.” He was flushed with excitement and pleasure, and looked extraordinarily handsome. “I hope you will always be very happy, Dorian,” said Hallward, “but I don’t quite forgive you for not having let me know of your engagement. You let Harry know.” “And I don’t forgive you for being late for dinner,” broke in Lord Henry, putting his hand on the lad’s shoulder and smiling as he spoke. “Come, let us sit down and try what the new chef here is like, and then you will tell us how it all came about.” “There is really not much to tell,” cried Dorian as they took their seats at the small round table. “What happened was simply this. After I left you yesterday evening, Harry, I dressed, had some dinner at that little Italian restaurant in Rupert Street you introduced me to, and went down at eight o’clock to the theatre. Sibyl was playing Rosalind. Of course, the scenery was dreadful and the Orlando absurd. But Sibyl! You should have seen her! When she came on in her boy’s clothes, she was perfectly wonderful. She wore a moss-coloured velvet jerkin with cinnamon sleeves, slim, brown, cross-gartered hose, a dainty little green cap with a hawk’s feather caught in a jewel, and a hooded cloak lined with dull red. She had never seemed to me more exquisite. She had all the delicate grace of that Tanagra figurine that you have in your studio, Basil. Her hair clustered round her face like dark leaves round a pale rose. As for her acting — well, you shall see her to-night. She is simply a born artist. I sat in the dingy box absolutely enthralled. I forgot that I was in London and in the nineteenth century. I was away with my love in a forest that no man had ever seen. After the performance was over, I went behind and spoke to her. As we were sitting together, suddenly there came into her eyes a look that I had never seen there before. My lips moved towards hers. We kissed each other. I can’t describe to you what I felt at that moment. It seemed to me that all my life had been narrowed to one perfect point of rose-coloured joy. She trembled all over and shook like a white narcissus. Then she flung herself on her knees and kissed my hands. I feel that I should not tell you all this, but I can’t help it. Of course, our engagement is a dead secret. She has not even told her own mother. I don’t know what my guardians will say. Lord Radley is sure to be furious. I don’t care. I shall be of age in less than a year, and then I can do what I like. I have been right, Basil, haven’t I, to take my love out of poetry and to find my wife in Shakespeare’s plays? Lips that Shakespeare taught to speak have whispered their secret in my ear. I have had the arms of Rosalind around me, and kissed Juliet on the mouth.” “Yes, Dorian, I suppose you were right,” said Hallward slowly. “Have you seen her to-day?” asked Lord Henry. Dorian Gray shook his head. “I left her in the forest of Arden; I shall find her in an orchard in Verona.” Lord Henry sipped his champagne in a meditative manner. “At what particular point did you mention the word marriage, Dorian? And what did she say in answer? Perhaps you forgot all about it.” “My dear Harry, I did not treat it as a business transaction, and I did not make any formal proposal. I told her that I loved her, and she said she was not worthy to be my wife. Not worthy! Why, the whole world is nothing to me compared with her.” “Women are wonderfully practical,” murmured Lord Henry, “much more practical than we are. In situations of that kind we often forget to say anything about marriage, and they always remind us.” Hallward laid his hand upon his arm. “Don’t, Harry. You have annoyed Dorian. He is not like other men. He would never bring misery upon any one. His nature is too fine for that.” Lord Henry looked across the table. “Dorian is never annoyed with me,” he answered. “I asked the question for the best reason possible, for the only reason, indeed, that excuses one for asking any question — simple curiosity. I have a theory that it is always the women who propose to us, and not we who propose to the women. Except, of course, in middle-class life. But then the middle classes are not modern.” Dorian Gray laughed, and tossed his head. “You are quite incorrigible, Harry; but I don’t mind. It is impossible to be angry with you. When you see Sibyl Vane, you will feel that the man who could wrong her would be a beast, a beast without a heart. I cannot understand how any one can wish to shame the thing he loves. I love Sibyl Vane. I want to place her on a pedestal of gold and to see the world worship the woman who is mine. What is marriage? An irrevocable vow. You mock at it for that. Ah! don’t mock. It is an irrevocable vow that I want to take. Her trust makes me faithful, her belief makes me good. When I am with her, I regret all that you have taught me. I become different from what you have known me to be. I am changed, and the mere touch of Sibyl Vane’s hand makes me forget you and all your wrong, fascinating, poisonous, delightful theories.” “And those are …?” asked Lord Henry, helping himself to some salad. “Oh, your theories about life, your theories about love, your theories about pleasure. All your theories, in fact, Harry.” “Pleasure is the only thing worth having a theory about,” he answered in his slow melodious voice. “But I am afraid I cannot claim my theory as my own. It belongs to Nature, not to me. Pleasure is Nature’s test, her sign of approval. When we are happy, we are always good, but when we are good, we are not always happy.” “Ah! but what do you mean by good?” cried Basil Hallward. “Yes,” echoed Dorian, leaning back in his chair and looking at Lord Henry over the heavy clusters of purple-lipped irises that stood in the centre of the table, “what do you mean by good, Harry?” “To be good is to be in harmony with one’s self,” he replied, touching the thin stem of his glass with his pale, fine-pointed fingers. “Discord is to be forced to be in harmony with others. One’s own life — that is the important thing. As for the lives of one’s neighbours, if one wishes to be a prig or a Puritan, one can flaunt one’s moral views about them, but they are not one’s concern. Besides, individualism has really the higher aim. Modern morality consists in accepting the standard of one’s age. I consider that for any man of culture to accept the standard of his age is a form of the grossest immorality.” “But, surely, if one lives merely for one’s self, Harry, one pays a terrible price for doing so?” suggested the painter. “Yes, we are overcharged for everything nowadays. I should fancy that the real tragedy of the poor is that they can afford nothing but self-denial. Beautiful sins, like beautiful things, are the privilege of the rich.” “One has to pay in other ways but money.” “What sort of ways, Basil?” “Oh! I should fancy in remorse, in suffering, in … well, in the consciousness of degradation.” Lord Henry shrugged his shoulders. “My dear fellow, mediaeval art is charming, but mediaeval emotions are out of date. One can use them in fiction, of course. But then the only things that one can use in fiction are the things that one has ceased to use in fact. Believe me, no civilized man ever regrets a pleasure, and no uncivilized man ever knows what a pleasure is.” “I know what pleasure is,” cried Dorian Gray. “It is to adore some one.” “That is certainly better than being adored,” he answered, toying with some fruits. “Being adored is a nuisance. Women treat us just as humanity treats its gods. They worship us, and are always bothering us to do something for them.” “I should have said that whatever they ask for they had first given to us,” murmured the lad gravely. “They create love in our natures. They have a right to demand it back.” “That is quite true, Dorian,” cried Hallward. “Nothing is ever quite true,” said Lord Henry. “This is,” interrupted Dorian. “You must admit, Harry, that women give to men the very gold of their lives.” “Possibly,” he sighed, “but they invariably want it back in such very small change. That is the worry. Women, as some witty Frenchman once put it, inspire us with the desire to do masterpieces and always prevent us from carrying them out.” “Harry, you are dreadful! I don’t know why I like you so much.” “You will always like me, Dorian,” he replied. “Will you have some coffee, you fellows? Waiter, bring coffee, and fine-champagne, and some cigarettes. No, don’t mind the cigarettes — I have some. Basil, I can’t allow you to smoke cigars. You must have a cigarette. A cigarette is the perfect type of a perfect pleasure. It is exquisite, and it leaves one unsatisfied. What more can one want? Yes, Dorian, you will always be fond of me. I represent to you all the sins you have never had the courage to commit.” “What nonsense you talk, Harry!” cried the lad, taking a light from a fire-breathing silver dragon that the waiter had placed on the table. “Let us go down to the theatre. When Sibyl comes on the stage you will have a new ideal of life. She will represent something to you that you have never known.” “I have known everything,” said Lord Henry, with a tired look in his eyes, “but I am always ready for a new emotion. I am afraid, however, that, for me at any rate, there is no such thing. Still, your wonderful girl may thrill me. I love acting. It is so much more real than life. Let us go. Dorian, you will come with me. I am so sorry, Basil, but there is only room for two in the brougham. You must follow us in a hansom.” They got up and put on their coats, sipping their coffee standing. The painter was silent and preoccupied. There was a gloom over him. He could not bear this marriage, and yet it seemed to him to be better than many other things that might have happened. After a few minutes, they all passed downstairs. He drove off by himself, as had been arranged, and watched the flashing lights of the little brougham in front of him. A strange sense of loss came over him. He felt that Dorian Gray would never again be to him all that he had been in the past. Life had come between them… His eyes darkened, and the crowded flaring streets became blurred to his eyes. When the cab drew up at the theatre, it seemed to him that he had grown years older.
CAPITOLO 6
“Immagino tu abbia già sentito la notizia, Basil,” disse Lord Henry quella sera, mentre Hallward veniva introdotto in una piccola stanza privata a Bristol, dove era stata preparata la cena per tre persone.
“No, Harry,” rispose l’artista, porgendo cappello e cappotto al cameriere che si inchinava. “Di cosa si tratta? Spero non sia nulla legato alla politica. Non m’interessa affatto. Nella Casa dei Comuni non c’è quasi nessuno degno di essere ritratto, anche se molti di loro potrebbero trarre beneficio da un po’ di vernice bianca, ”
“Dorian Gray è fidanzato,” disse Lord Henry, osservandolo attentamente mentre parlava.
Hallward trasalì e poi aggrottò la fronte. “Dorian fidanzato! Impossibile!”
“È assolutamente vero.”
“Con chi?”
“Con qualche attrice di secondo piano, ”
“Non ci credo. Dorian è troppo sensato.”
“Dorian è troppo saggio per non commettere qualche sciocchezza ogni tanto, caro Basil, ”
“Il matrimonio non è certo qualcosa che si possa decidere su due piedi, Harry, ”
“Tranne in America,” replicò Lord Henry con indifferenza. “Ma non ho detto che sia già sposato. Ho detto che è fidanzato. C’è una grande differenza. Ricordo chiaramente di essere stato sposato, ma non ho alcun ricordo di essermi fidanzato. Sospetto addirittura di non essermi mai fidanzato, ”
“Ma pensa alla nascita, alla posizione sociale e alla ricchezza di Dorian. Sarebbe assurdo che sposasse qualcuno molto inferiore a lui, ”
“Se vuoi che sposi questa ragazza, diglielo pure, Basil. Allora lo farà sicuramente. Ogni volta che un uomo compie una cosa completamente stupida, è sempre per motivi nobili, ”
“Spero che quella ragazza sia buona, Harry. Non vorrei che Dorian finisse legato a qualche creatura vile che potrebbe degradare la sua natura e rovinargli l’intelligenza, ”
“Oh. È più che buona. È bellissima,” mormorò Lord Henry, sorseggiando un bicchiere di vermouth e orange-bitters. “Dorian dice che è bellissima. E lui raramente si sbaglia su queste cose. Il tuo ritratto di lui gli ha fatto apprezzare ancora di più l’aspetto fisico delle altre persone. Ha avuto proprio questo effetto positivo. La incontreremo stasera, se quel ragazzo non dimentica l’appuntamento, ”
“Dici sul serio?”
“Assolutamente, Basil. Sarei terribilmente infelice se pensassi di dover essere più serio di quanto lo sia in questo momento, ”
“Ma tu approvi davvero questa cosa, Harry?” chiese il pittore, camminando avanti e indietro nella stanza e mordendosi il labbro. “Impossibile che tu la approvi. È solo una sciocca infatuazione, ”
“Io ormai non approvo né disapprovo nulla. È un atteggiamento assurdo verso la vita. Non siamo stati mandati in questo mondo per esprimere i nostri pregiudizi morali. Non presto mai attenzione a ciò che dicono le persone comuni, e non interferisco mai con ciò che fanno le persone affascinanti. Se una personalità mi colpisce, qualsiasi modo di espressione essa scelga è assolutamente delizioso per me. Dorian Gray si innamora di una bella ragazza che si comporta come Giulietta e le chiede di sposarlo. Perché no? Anche se avesse sposato Messalina, non sarebbe meno interessante. Sapete bene che non sono un sostenitore del matrimonio. Il vero svantaggio del matrimonio è che rende le persone altruiste. E le persone altruiste sono prive di individualità. Tuttavia, ci sono certi temperamenti che il matrimonio rende più complessi: queste persone mantengono il proprio ego e ne aggiungono molti altri. Sono costrette a vivere più vite. Diventano più organizzate, e essere ben organizzati, credo, sia lo scopo stesso dell’esistenza umana. Inoltre, ogni esperienza ha valore. E, qualunque cosa si possa dire contro il matrimonio, è sicuramente un’esperienza. Spero che Dorian Gray prenda questa ragazza come moglie, l’amori appassionatamente per sei mesi, e poi, all’improvviso, si innamori di qualcun altro. Sarebbe uno studio davvero interessante, ”
“Non dici una parola vera, Harry. Lo sai bene. Se la vita di Dorian Gray dovesse essere rovinata, nessuno ne sarebbe più addolorato di te. Sei molto meglio di quanto tu stesso finga di essere, ”
Lord Henry rise. “Il motivo per cui tutti amiamo pensare così bene degli altri è che abbiamo tutti paura di noi stessi. La base dell’ottimismo è il terrore. Pensiamo di essere generosi perché attribuiamo al nostro prossimo le virtù che potrebbero esserci utili. Lodeggiamo il banchiere nel caso possiamo indebitarci con lui, e cerchiamo qualità nel bandito nella speranza che ci risparmi i soldi. Dico davvero tutto questo. Disprezzo profondamente l’ottimismo. Per quanto riguarda una vita rovinata, nessuna vita è davvero rovinata, tranne quella la cui crescita viene arrestata. Se vuoi distruggere una natura, basta semplicemente “riformarla”. Quanto al matrimonio, beh, sarebbe sciocco. Ma ci sono altri legami tra uomini e donne. Li incoraggerò sicuramente. Hanno il fascino di essere alla moda. Ma ecco qui Dorian stesso. Lui vi dirà di più, ”
“Miei cari Harry, mio caro Basil, dovete tutti congratularvi con me!” disse il ragazzo, gettando via il suo mantello notturno con le ali foderate di seta e stringendo la mano a ciascuno dei suoi amici. “Non sono mai stato così felice. Certo, è tutto molto improvviso, tutte le cose davvero belle lo sono. Eppure mi sembra proprio ciò che ho cercato per tutta la vita, ” Era arrossito di eccitazione e piacere, e appariva straordinariamente attraente.
“I spero che tu sia sempre molto felice, Dorian,” disse Hallward, “ma non riesco proprio a perdonarti per non avermi detto della tua fidanzata. L’hai invece detto a Harry.”
“E io non ti perdono per essere arrivato in ritardo a cena,” intervenne Lord Henry, mettendo una mano sulla spalla del ragazzo e sorridendo mentre parlava. “Vieni, sediamoci e vediamo com’è il nuovo cuoco qui. Poi ci racconterai tutto.”
“Non c’è davvero molto da dire,” esclamò Dorian mentre si sedevano al piccolo tavolo rotondo. “È successo semplicemente questo: dopo che vi ho lasciati ieri sera, Harry, mi sono vestito, ho cenato in quel piccolo ristorante italiano in Rupert Street che mi avevi consigliato, e alle otto sono andato al teatro. Sibyl stava recitando nel ruolo di Rosalind. Ovviamente la scenografia era terribile e l’interpretazione di Orlando assurda. Ma Sibyl! Avresti dovuto vederla! Quando è entrata vestita da ragazzo, era semplicemente meravigliosa: indossava una giacca di velluto color muschio con maniche alla cannella, calzamaglie marroni strette, un grazioso cappellino verde con una piuma di falco. Era più incantevole che mai. La sua bellezza era davvero paragonabile a quella della statuetta di Tanagra che hai nel tuo studio, Basil. I suoi capelli le incorniciavano il viso come foglie scure intorno a un fiore pallido. Per quanto riguarda la sua recitazione, beh, la vedrai stasera stesso. È davvero una vera artista nata. Sono rimasto incantato per tutta la serata; ho dimenticato di essere a Londra e nel diciannovesimo secolo. Sembrava di essere in un bosco con la mia amata. Dopo lo spettacolo, sono andato da lei. Mentre eravamo insieme, nei suoi occhi è apparsa un’espressione che non avevo mai visto prima. Ci siamo baciati. Non riesco a descriverti ciò che ho provato in quel momento. Mi sembrava che tutta la mia vita fosse concentrata in quell’unico istante di gioia infinita. Lei tremava. Poi si è gettata in ginocchio e mi ha baciato le mani. Forse non dovrei raccontarti tutto questo, ma non riesco a trattenermi. Ovviamente, la nostra fidanzata è un segreto assoluto. Non l’ha nemmeno detto alla sua stessa madre. Non so cosa diranno i miei tutori. Lord Radley sicuramente sarà furioso. Ma non mi importa. Tra meno di un anno compirò vent’anni e potrò fare ciò che voglio. Avevo ragione, Basil, vero? Prendere la mia amata fuori dalla poesia e trovarla nei drammi di Shakespeare. Le labbra che Shakespeare ha insegnato a parlare mi hanno sussurrato i loro segreti all’orecchio. Ho avuto tra le braccia Rosalind. E ho baciato Juliet sulla bocca, ”
“Sì, Dorian. Immagino che tu abbia ragione,” disse lentamente Hallward.
“L’hai vista oggi?” chiese Lord Henry.
Dorian Gray scosse la testa. “L’ho lasciata nel bosco di Arden. La rivedrò in un orto a Verona.”
Lord Henry sorseggiò lo champagne in modo meditativo. “In quale momento esattamente hai menzionato la parola matrimonio, Dorian? E cosa ha risposto lei? Forse l’hai dimenticato del tutto, ”
“Mio caro Harry, non l’ho considerata una questione di affari, né ho fatto alcuna proposta formale. Gliel’ho detto che la amavo, e lei ha risposto che non era degna di essere mia moglie. Degna! Perché, per me, tutto il mondo non vale nulla al suo confronto, ”
“Le donne sono straordinariamente pratiche,” mormorò Lord Henry. “Molto più pratiche di noi. In situazioni del genere spesso dimentichiamo di parlare di matrimonio, e loro ci ricordano sempre, ”
Hallward gli posò una mano sul braccio. “Non farlo, Harry. Hai infastidito Dorian. Lui non è come gli altri uomini. Non causerebbe mai dolore a nessuno. La sua natura è troppo nobile per questo.”
Lord Henry guardò dall’altra parte del tavolo. “Dorian non si arrabbia mai con me,” rispose. “Ho posto quella domanda per il miglior motivo possibile, anzi, per l’unico motivo che possa giustificare la formulazione di qualsiasi domanda: semplice curiosità. Ho una teoria secondo cui sono sempre le donne a proporci matrimonio, e non noi ad approcciare loro. A meno, naturalmente, nel contesto della classe media. Ma le classi medie, dopotutto, non sono moderne.”
“Dorian Gray risebbe a ridere e scuoterebbe la testa: ‘Sei davvero irrimediabile, Harry. Ma non mi dispiace. È impossibile arrabbiarsi con te. Quando vedrai Sibyl Vane, capirai che un uomo in grado di farle del male sarebbe una bestia, una bestia senza cuore. Non riesco a comprendere come qualcuno possa voler umiliare ciò che ama. Io amo Sibyl Vane. Voglio metterla su un piedistallo d’oro e vedere il mondo adorare la donna che è mia. Che cos’è il matrimonio? Un voto irrevocabile. Tu lo deridi proprio per questo. Ah, non deridere: è un voto irrevocabile che io desidero prendere. La sua fiducia mi rende fedele, la sua stima mi rende buono. Quando sono con lei, rimpiango tutto ciò che tu mi hai insegnato. Divento diverso da come tu mi conosci. Sono cambiato. E solo il tocco della mano di Sibyl Vane basta per farmi dimenticare te e tutte le tue teorie sbagliate, affascinanti, pericolose, deliziose.’”
“E quelle sono,?” chiese Lord Henry, servendosi un po’ di insalata.
“Oh, le tue teorie sulla vita, sul amore, sul piacere. In realtà, tutte le tue teorie, Harry.”
“Il piacere è l’unica cosa per cui valga la pena avere una teoria,” rispose con la sua voce lenta e melodiosa. “Ma temo di non poter considerare questa mia teoria come mia personale. Appartiene alla Natura, non a me. Il piacere è il test della Natura, il suo segno di approvazione. Quando siamo felici, siamo sempre buoni, ma quando siamo buoni, non siamo sempre felici.”
“Ah! Ma cosa intendi per ‘buono’?” esclamò Basil Hallward.
“Sì,” ripeté Dorian, appoggiandosi allo schienale della sedia e guardando Lord Henry attraverso i pesanti grappoli di iris dai petali viola posizionati al centro del tavolo. “Cosa intendi tu per ‘buono’, Harry?”
“Il bene consiste nel vivere in armonia con se stessi,” rispose lui, accarezzando il sottile stelo del suo bicchiere con le dita pallide e affusolate. “Il dissenso nasce dal dover vivere in armonia con gli altri. La propria vita, questa è la cosa importante. Quanto alle vite dei propri vicini, se si desidera essere un pedante o un puritano, si può certo ostentare le proprie opinioni morali su di loro, ma non spetta a noi preoccuparcene. Inoltre, l’individualismo ha davvero uno scopo più nobile. La morale moderna consiste nell’accettare gli standard del proprio tempo. Io ritengo che per qualsiasi uomo colto accettare tali standard sia una forma di immoralità estrema.”
“Ma, sicuramente, se si vive soltanto per sé stesso, Harry, si paga un prezzo terribile,” osservò il pittore.
“Sì, al giorno d’oggi dobbiamo pagare un prezzo eccessivo per qualsiasi cosa. La vera tragedia dei poveri è che non possono permettersi altro che la rinuncia a se stessi. Peccati belli, come cose belle, sono un privilegio dei ricchi.”
“Si deve pagare in altri modi, ma non con il denaro, ”
“In quali modi, Basil?”
“Oh, forse nel rimorso, nel dolore, nella consapevolezza della propria degradazione, ”
Lord Henry alzò le spalle. “Mio caro amico, l’arte medievale è affascinante, ma i sentimenti medievali sono ormai obsoleti. Si possono utilizzare nella narrativa, certo. Ma in quel caso, le uniche cose che si possono usare nella narrativa sono quelle che nella realtà abbiamo smesso di utilizzare. Credimi: nessun uomo civile rimpiange mai un piacere, e nessun uomo incivile sa nemmeno cosa sia un piacere.”
“Io so cosa è un piacere,” esclamò Dorian Gray. “È amare qualcuno, ”
“Certo, è meglio che essere amati,” rispose lui, giocherellando con alcuni frutti. “Essere amati è una scocciatura. Le donne ci trattano proprio come l’umanità tratta i suoi dèi: ci adorano e continuano a tormentarci perché facciamo qualcosa per loro, ”
“Dovrei dire che tutto ciò che chiedono, in realtà ce lo hanno già dato,” mormorò il ragazzo seriamente. “Sono loro a suscitare in noi il desiderio d’amare. Hanno quindi il diritto di richiederlo indietro, ”
“È vero, Dorian, ” intervenne Hallward.
“Niente è mai del tutto vero,” disse Lord Henry.
“Questo sì che lo è, ” ribatté Dorian. “Devi ammetterlo, Harry, le donne donano agli uomini l’oro più prezioso delle loro vite.”
“Forse, ma inevitabilmente vogliono riaverlo indietro in cambio di qualcosa di molto poco valore. Ecco il vero problema. Le donne, come ha detto un francese spiritoso, ci ispirano il desiderio di creare capolavori, e poi ci impediscono sempre di realizzarli, ”
“Harry, sei terribile! Non so perché mi piaci così tanto, ”
“Mi amerai sempre, Dorian,” rispose lui. “Volete un po’ di caffè? Cameriere, portate caffè, buon champagne e qualche sigaretta. No, non importa le sigarette; ne ho io. Basil, non posso permetterti di fumare sigari. Devi assolutamente provare una sigaretta. La sigaretta rappresenta il tipo perfetto di piacere. È squisita, e lascia l’uomo insoddisfatto. Cosa si può desiderare di più? Sì, Dorian, mi amerai sempre. Per te io rappresento tutti i peccati che non hai mai avuto il coraggio di commettere, ”
“Che sciocchezze dici, Harry!” esclamò il ragazzo, accendendo una sigaretta con un accendino d’argento a forma di drago che il cameriere aveva posato sul tavolo. “Andiamo al teatro. Quando Sibyl salirà sul palco, avrai un nuovo ideale di vita. Lei rappresenterà qualcosa che non hai mai conosciuto, ”
“Ho conosciuto tutto,” disse Lord Henry con uno sguardo stanco negli occhi, “ma sono sempre pronto per una nuova emozione. Tuttavia temo che, almeno per me, una cosa del genere non esista più. Comunque, la tua meravigliosa ragazza potrebbe emozionarmi. Amo il teatro. È molto più reale della vita stessa. Andiamo. Dorian, vieni con me. Mi dispiace, Basil, ma nel calesse ci sono solo due posti. Dovrai seguirci in una carrozza, ”
Si alzarono e indossarono i cappotti, bevendo il caffè in piedi. Il pittore rimase silenzioso e assorto. C’era un’oscurità nel suo sguardo. Non riusciva a sopportare quel matrimonio. Eppure gli sembrava migliore di molte altre cose che avrebbero potuto accadere. Dopo alcuni minuti, scesero tutti al piano di sotto. Lui se ne andò da solo, come previsto. E osservò le luci lampeggianti del piccolo calesse davanti a sé. Sentì una strana sensazione di perdita. Gli sembrava che Dorian Gray non sarebbe mai più stato per lui ciò che era stato in passato. La vita si era frapposta tra loro. I suoi occhi si offuscarono. Le strade affollate e luminose divennero indistinte davanti a lui. Quando la carrozza si fermò al teatro, gli sembrò di essere invecchiato di anni.
CHAPTER 7 For some reason or other, the house was crowded that night, and the fat Jew manager who met them at the door was beaming from ear to ear with an oily tremulous smile. He escorted them to their box with a sort of pompous humility, waving his fat jewelled hands and talking at the top of his voice. Dorian Gray loathed him more than ever. He felt as if he had come to look for Miranda and had been met by Caliban. Lord Henry, upon the other hand, rather liked him. At least he declared he did, and insisted on shaking him by the hand and assuring him that he was proud to meet a man who had discovered a real genius and gone bankrupt over a poet. Hallward amused himself with watching the faces in the pit. The heat was terribly oppressive, and the huge sunlight flamed like a monstrous dahlia with petals of yellow fire. The youths in the gallery had taken off their coats and waistcoats and hung them over the side. They talked to each other across the theatre and shared their oranges with the tawdry girls who sat beside them. Some women were laughing in the pit. Their voices were horribly shrill and discordant. The sound of the popping of corks came from the bar. “What a place to find one’s divinity in!” said Lord Henry. “Yes!” answered Dorian Gray. “It was here I found her, and she is divine beyond all living things. When she acts, you will forget everything. These common rough people, with their coarse faces and brutal gestures, become quite different when she is on the stage. They sit silently and watch her. They weep and laugh as she wills them to do. She makes them as responsive as a violin. She spiritualizes them, and one feels that they are of the same flesh and blood as one’s self.” “The same flesh and blood as one’s self! Oh, I hope not!” exclaimed Lord Henry, who was scanning the occupants of the gallery through his opera-glass. “Don’t pay any attention to him, Dorian,” said the painter. “I understand what you mean, and I believe in this girl. Any one you love must be marvellous, and any girl who has the effect you describe must be fine and noble. To spiritualize one’s age — that is something worth doing. If this girl can give a soul to those who have lived without one, if she can create the sense of beauty in people whose lives have been sordid and ugly, if she can strip them of their selfishness and lend them tears for sorrows that are not their own, she is worthy of all your adoration, worthy of the adoration of the world. This marriage is quite right. I did not think so at first, but I admit it now. The gods made Sibyl Vane for you. Without her you would have been incomplete.” “Thanks, Basil,” answered Dorian Gray, pressing his hand. “I knew that you would understand me. Harry is so cynical, he terrifies me. But here is the orchestra. It is quite dreadful, but it only lasts for about five minutes. Then the curtain rises, and you will see the girl to whom I am going to give all my life, to whom I have given everything that is good in me.” A quarter of an hour afterwards, amidst an extraordinary turmoil of applause, Sibyl Vane stepped on to the stage. Yes, she was certainly lovely to look at — one of the loveliest creatures, Lord Henry thought, that he had ever seen. There was something of the fawn in her shy grace and startled eyes. A faint blush, like the shadow of a rose in a mirror of silver, came to her cheeks as she glanced at the crowded enthusiastic house. She stepped back a few paces and her lips seemed to tremble. Basil Hallward leaped to his feet and began to applaud. Motionless, and as one in a dream, sat Dorian Gray, gazing at her. Lord Henry peered through his glasses, murmuring, “Charming! charming!” The scene was the hall of Capulet’s house, and Romeo in his pilgrim’s dress had entered with Mercutio and his other friends. The band, such as it was, struck up a few bars of music, and the dance began. Through the crowd of ungainly, shabbily dressed actors, Sibyl Vane moved like a creature from a finer world. Her body swayed, while she danced, as a plant sways in the water. The curves of her throat were the curves of a white lily. Her hands seemed to be made of cool ivory. Yet she was curiously listless. She showed no sign of joy when her eyes rested on Romeo. The few words she had to speak — Good pilgrim, you do wrong your hand too much, Which mannerly devotion shows in this; For saints have hands that pilgrims’ hands do touch, And palm to palm is holy palmers’ kiss — with the brief dialogue that follows, were spoken in a thoroughly artificial manner. The voice was exquisite, but from the point of view of tone it was absolutely false. It was wrong in colour. It took away all the life from the verse. It made the passion unreal. Dorian Gray grew pale as he watched her. He was puzzled and anxious. Neither of his friends dared to say anything to him. She seemed to them to be absolutely incompetent. They were horribly disappointed. Yet they felt that the true test of any Juliet is the balcony scene of the second act. They waited for that. If she failed there, there was nothing in her. She looked charming as she came out in the moonlight. That could not be denied. But the staginess of her acting was unbearable, and grew worse as she went on. Her gestures became absurdly artificial. She overemphasized everything that she had to say. The beautiful passage — Thou knowest the mask of night is on my face, Else would a maiden blush bepaint my cheek For that which thou hast heard me speak to-night — was declaimed with the painful precision of a schoolgirl who has been taught to recite by some second-rate professor of elocution. When she leaned over the balcony and came to those wonderful lines — Although I joy in thee, I have no joy of this contract to-night: It is too rash, too unadvised, too sudden; Too like the lightning, which doth cease to be Ere one can say, “It lightens.” Sweet, good-night! This bud of love by summer’s ripening breath May prove a beauteous flower when next we meet — she spoke the words as though they conveyed no meaning to her. It was not nervousness. Indeed, so far from being nervous, she was absolutely self-contained. It was simply bad art. She was a complete failure. Even the common uneducated audience of the pit and gallery lost their interest in the play. They got restless, and began to talk loudly and to whistle. The Jew manager, who was standing at the back of the dress-circle, stamped and swore with rage. The only person unmoved was the girl herself. When the second act was over, there came a storm of hisses, and Lord Henry got up from his chair and put on his coat. “She is quite beautiful, Dorian,” he said, “but she can’t act. Let us go.” “I am going to see the play through,” answered the lad, in a hard bitter voice. “I am awfully sorry that I have made you waste an evening, Harry. I apologize to you both.” “My dear Dorian, I should think Miss Vane was ill,” interrupted Hallward. “We will come some other night.” “I wish she were ill,” he rejoined. “But she seems to me to be simply callous and cold. She has entirely altered. Last night she was a great artist. This evening she is merely a commonplace mediocre actress.” “Don’t talk like that about any one you love, Dorian. Love is a more wonderful thing than art.” “They are both simply forms of imitation,” remarked Lord Henry. “But do let us go. Dorian, you must not stay here any longer. It is not good for one’s morals to see bad acting. Besides, I don’t suppose you will want your wife to act, so what does it matter if she plays Juliet like a wooden doll? She is very lovely, and if she knows as little about life as she does about acting, she will be a delightful experience. There are only two kinds of people who are really fascinating — people who know absolutely everything, and people who know absolutely nothing. Good heavens, my dear boy, don’t look so tragic! The secret of remaining young is never to have an emotion that is unbecoming. Come to the club with Basil and myself. We will smoke cigarettes and drink to the beauty of Sibyl Vane. She is beautiful. What more can you want?” “Go away, Harry,” cried the lad. “I want to be alone. Basil, you must go. Ah! can’t you see that my heart is breaking?” The hot tears came to his eyes. His lips trembled, and rushing to the back of the box, he leaned up against the wall, hiding his face in his hands. “Let us go, Basil,” said Lord Henry with a strange tenderness in his voice, and the two young men passed out together. A few moments afterwards the footlights flared up and the curtain rose on the third act. Dorian Gray went back to his seat. He looked pale, and proud, and indifferent. The play dragged on, and seemed interminable. Half of the audience went out, tramping in heavy boots and laughing. The whole thing was a fiasco. The last act was played to almost empty benches. The curtain went down on a titter and some groans. As soon as it was over, Dorian Gray rushed behind the scenes into the greenroom. The girl was standing there alone, with a look of triumph on her face. Her eyes were lit with an exquisite fire. There was a radiance about her. Her parted lips were smiling over some secret of their own. When he entered, she looked at him, and an expression of infinite joy came over her. “How badly I acted to-night, Dorian!” she cried. “Horribly!” he answered, gazing at her in amazement. “Horribly! It was dreadful. Are you ill? You have no idea what it was. You have no idea what I suffered.” The girl smiled. “Dorian,” she answered, lingering over his name with long-drawn music in her voice, as though it were sweeter than honey to the red petals of her mouth. “Dorian, you should have understood. But you understand now, don’t you?” “Understand what?” he asked, angrily. “Why I was so bad to-night. Why I shall always be bad. Why I shall never act well again.” He shrugged his shoulders. “You are ill, I suppose. When you are ill you shouldn’t act. You make yourself ridiculous. My friends were bored. I was bored.” She seemed not to listen to him. She was transfigured with joy. An ecstasy of happiness dominated her. “Dorian, Dorian,” she cried, “before I knew you, acting was the one reality of my life. It was only in the theatre that I lived. I thought that it was all true. I was Rosalind one night and Portia the other. The joy of Beatrice was my joy, and the sorrows of Cordelia were mine also. I believed in everything. The common people who acted with me seemed to me to be godlike. The painted scenes were my world. I knew nothing but shadows, and I thought them real. You came — oh, my beautiful love! — and you freed my soul from prison. You taught me what reality really is. To-night, for the first time in my life, I saw through the hollowness, the sham, the silliness of the empty pageant in which I had always played. To-night, for the first time, I became conscious that the Romeo was hideous, and old, and painted, that the moonlight in the orchard was false, that the scenery was vulgar, and that the words I had to speak were unreal, were not my words, were not what I wanted to say. You had brought me something higher, something of which all art is but a reflection. You had made me understand what love really is. My love! My love! Prince Charming! Prince of life! I have grown sick of shadows. You are more to me than all art can ever be. What have I to do with the puppets of a play? When I came on to-night, I could not understand how it was that everything had gone from me. I thought that I was going to be wonderful. I found that I could do nothing. Suddenly it dawned on my soul what it all meant. The knowledge was exquisite to me. I heard them hissing, and I smiled. What could they know of love such as ours? Take me away, Dorian — take me away with you, where we can be quite alone. I hate the stage. I might mimic a passion that I do not feel, but I cannot mimic one that burns me like fire. Oh, Dorian, Dorian, you understand now what it signifies? Even if I could do it, it would be profanation for me to play at being in love. You have made me see that.” He flung himself down on the sofa and turned away his face. “You have killed my love,” he muttered. She looked at him in wonder and laughed. He made no answer. She came across to him, and with her little fingers stroked his hair. She knelt down and pressed his hands to her lips. He drew them away, and a shudder ran through him. Then he leaped up and went to the door. “Yes,” he cried, “you have killed my love. You used to stir my imagination. Now you don’t even stir my curiosity. You simply produce no effect. I loved you because you were marvellous, because you had genius and intellect, because you realized the dreams of great poets and gave shape and substance to the shadows of art. You have thrown it all away. You are shallow and stupid. My God! how mad I was to love you! What a fool I have been! You are nothing to me now. I will never see you again. I will never think of you. I will never mention your name. You don’t know what you were to me, once. Why, once … Oh, I can’t bear to think of it! I wish I had never laid eyes upon you! You have spoiled the romance of my life. How little you can know of love, if you say it mars your art! Without your art, you are nothing. I would have made you famous, splendid, magnificent. The world would have worshipped you, and you would have borne my name. What are you now? A third-rate actress with a pretty face.” The girl grew white, and trembled. She clenched her hands together, and her voice seemed to catch in her throat. “You are not serious, Dorian?” she murmured. “You are acting.” “Acting! I leave that to you. You do it so well,” he answered bitterly. She rose from her knees and, with a piteous expression of pain in her face, came across the room to him. She put her hand upon his arm and looked into his eyes. He thrust her back. “Don’t touch me!” he cried. A low moan broke from her, and she flung herself at his feet and lay there like a trampled flower. “Dorian, Dorian, don’t leave me!” she whispered. “I am so sorry I didn’t act well. I was thinking of you all the time. But I will try — indeed, I will try. It came so suddenly across me, my love for you. I think I should never have known it if you had not kissed me — if we had not kissed each other. Kiss me again, my love. Don’t go away from me. I couldn’t bear it. Oh! don’t go away from me. My brother … No; never mind. He didn’t mean it. He was in jest… But you, oh! can’t you forgive me for to-night? I will work so hard and try to improve. Don’t be cruel to me, because I love you better than anything in the world. After all, it is only once that I have not pleased you. But you are quite right, Dorian. I should have shown myself more of an artist. It was foolish of me, and yet I couldn’t help it. Oh, don’t leave me, don’t leave me.” A fit of passionate sobbing choked her. She crouched on the floor like a wounded thing, and Dorian Gray, with his beautiful eyes, looked down at her, and his chiselled lips curled in exquisite disdain. There is always something ridiculous about the emotions of people whom one has ceased to love. Sibyl Vane seemed to him to be absurdly melodramatic. Her tears and sobs annoyed him. “I am going,” he said at last in his calm clear voice. “I don’t wish to be unkind, but I can’t see you again. You have disappointed me.” She wept silently, and made no answer, but crept nearer. Her little hands stretched blindly out, and appeared to be seeking for him. He turned on his heel and left the room. In a few moments he was out of the theatre. Where he went to he hardly knew. He remembered wandering through dimly lit streets, past gaunt, black-shadowed archways and evil-looking houses. Women with hoarse voices and harsh laughter had called after him. Drunkards had reeled by, cursing and chattering to themselves like monstrous apes. He had seen grotesque children huddled upon door-steps, and heard shrieks and oaths from gloomy courts. As the dawn was just breaking, he found himself close to Covent Garden. The darkness lifted, and, flushed with faint fires, the sky hollowed itself into a perfect pearl. Huge carts filled with nodding lilies rumbled slowly down the polished empty street. The air was heavy with the perfume of the flowers, and their beauty seemed to bring him an anodyne for his pain. He followed into the market and watched the men unloading their waggons. A white-smocked carter offered him some cherries. He thanked him, wondered why he refused to accept any money for them, and began to eat them listlessly. They had been plucked at midnight, and the coldness of the moon had entered into them. A long line of boys carrying crates of striped tulips, and of yellow and red roses, defiled in front of him, threading their way through the huge, jade-green piles of vegetables. Under the portico, with its grey, sun-bleached pillars, loitered a troop of draggled bareheaded girls, waiting for the auction to be over. Others crowded round the swinging doors of the coffee-house in the piazza. The heavy cart-horses slipped and stamped upon the rough stones, shaking their bells and trappings. Some of the drivers were lying asleep on a pile of sacks. Iris-necked and pink-footed, the pigeons ran about picking up seeds. After a little while, he hailed a hansom and drove home. For a few moments he loitered upon the doorstep, looking round at the silent square, with its blank, close-shuttered windows and its staring blinds. The sky was pure opal now, and the roofs of the houses glistened like silver against it. From some chimney opposite a thin wreath of smoke was rising. It curled, a violet riband, through the nacre-coloured air. In the huge gilt Venetian lantern, spoil of some Doge’s barge, that hung from the ceiling of the great, oak-panelled hall of entrance, lights were still burning from three flickering jets: thin blue petals of flame they seemed, rimmed with white fire. He turned them out and, having thrown his hat and cape on the table, passed through the library towards the door of his bedroom, a large octagonal chamber on the ground floor that, in his new-born feeling for luxury, he had just had decorated for himself and hung with some curious Renaissance tapestries that had been discovered stored in a disused attic at Selby Royal. As he was turning the handle of the door, his eye fell upon the portrait Basil Hallward had painted of him. He started back as if in surprise. Then he went on into his own room, looking somewhat puzzled. After he had taken the button-hole out of his coat, he seemed to hesitate. Finally, he came back, went over to the picture, and examined it. In the dim arrested light that struggled through the cream-coloured silk blinds, the face appeared to him to be a little changed. The expression looked different. One would have said that there was a touch of cruelty in the mouth. It was certainly strange. He turned round and, walking to the window, drew up the blind. The bright dawn flooded the room and swept the fantastic shadows into dusky corners, where they lay shuddering. But the strange expression that he had noticed in the face of the portrait seemed to linger there, to be more intensified even. The quivering ardent sunlight showed him the lines of cruelty round the mouth as clearly as if he had been looking into a mirror after he had done some dreadful thing. He winced and, taking up from the table an oval glass framed in ivory Cupids, one of Lord Henry’s many presents to him, glanced hurriedly into its polished depths. No line like that warped his red lips. What did it mean? He rubbed his eyes, and came close to the picture, and examined it again. There were no signs of any change when he looked into the actual painting, and yet there was no doubt that the whole expression had altered. It was not a mere fancy of his own. The thing was horribly apparent. He threw himself into a chair and began to think. Suddenly there flashed across his mind what he had said in Basil Hallward’s studio the day the picture had been finished. Yes, he remembered it perfectly. He had uttered a mad wish that he himself might remain young, and the portrait grow old; that his own beauty might be untarnished, and the face on the canvas bear the burden of his passions and his sins; that the painted image might be seared with the lines of suffering and thought, and that he might keep all the delicate bloom and loveliness of his then just conscious boyhood. Surely his wish had not been fulfilled? Such things were impossible. It seemed monstrous even to think of them. And, yet, there was the picture before him, with the touch of cruelty in the mouth. Cruelty! Had he been cruel? It was the girl’s fault, not his. He had dreamed of her as a great artist, had given his love to her because he had thought her great. Then she had disappointed him. She had been shallow and unworthy. And, yet, a feeling of infinite regret came over him, as he thought of her lying at his feet sobbing like a little child. He remembered with what callousness he had watched her. Why had he been made like that? Why had such a soul been given to him? But he had suffered also. During the three terrible hours that the play had lasted, he had lived centuries of pain, aeon upon aeon of torture. His life was well worth hers. She had marred him for a moment, if he had wounded her for an age. Besides, women were better suited to bear sorrow than men. They lived on their emotions. They only thought of their emotions. When they took lovers, it was merely to have some one with whom they could have scenes. Lord Henry had told him that, and Lord Henry knew what women were. Why should he trouble about Sibyl Vane? She was nothing to him now. But the picture? What was he to say of that? It held the secret of his life, and told his story. It had taught him to love his own beauty. Would it teach him to loathe his own soul? Would he ever look at it again? No; it was merely an illusion wrought on the troubled senses. The horrible night that he had passed had left phantoms behind it. Suddenly there had fallen upon his brain that tiny scarlet speck that makes men mad. The picture had not changed. It was folly to think so. Yet it was watching him, with its beautiful marred face and its cruel smile. Its bright hair gleamed in the early sunlight. Its blue eyes met his own. A sense of infinite pity, not for himself, but for the painted image of himself, came over him. It had altered already, and would alter more. Its gold would wither into grey. Its red and white roses would die. For every sin that he committed, a stain would fleck and wreck its fairness. But he would not sin. The picture, changed or unchanged, would be to him the visible emblem of conscience. He would resist temptation. He would not see Lord Henry any more — would not, at any rate, listen to those subtle poisonous theories that in Basil Hallward’s garden had first stirred within him the passion for impossible things. He would go back to Sibyl Vane, make her amends, marry her, try to love her again. Yes, it was his duty to do so. She must have suffered more than he had. Poor child! He had been selfish and cruel to her. The fascination that she had exercised over him would return. They would be happy together. His life with her would be beautiful and pure. He got up from his chair and drew a large screen right in front of the portrait, shuddering as he glanced at it. “How horrible!” he murmured to himself, and he walked across to the window and opened it. When he stepped out on to the grass, he drew a deep breath. The fresh morning air seemed to drive away all his sombre passions. He thought only of Sibyl. A faint echo of his love came back to him. He repeated her name over and over again. The birds that were singing in the dew-drenched garden seemed to be telling the flowers about her.
CAPITOLO 7
Per qualche motivo, quella notte la casa era piena di gente; il grasso manager ebreo che li accolse all’ingresso sorrideva in modo untuoso e tremolante. Li accompagnò al loro posto con una sorta di pomposa umiltà, agitando le sue mani ingioiellate e parlando a voce alta. Dorian Gray lo odiava più che mai; aveva l’impressione di essere venuto lì per cercare Miranda e invece si era trovato di fronte a Caliban. Lord Henry, invece, sembrava apprezzarlo. Almeno così dichiarava, insistendo nel stringergli la mano e assicurandogli di essere orgoglioso di conoscere un uomo che aveva scoperto un vero genio, anche se questo lo aveva portato alla rovina a causa di una poetessa. Hallward si divertiva ad osservare le facce delle persone presenti nel palco; il caldo era insopportabile e la luce del sole sembrava una mostruosa “dahlia” con petali di fuoco giallo. I giovani presenti nella galleria si erano tolti cappotti e gilet, appendendoli sul bordo del palco; chiacchieravano tra loro e dividevano le loro arance con le ragazze volgari sedute accanto a loro. Alcune donne ridevano nel palco. Le loro voci erano stridule e disarmoniche; dal bar proveniva il suono dei tappi di sughero che venivano aperti.
“Che posto incredibile per scoprire la propria divinità, ” disse Lord Henry.
“Sì!” rispose Dorian Gray. “È qui che l’ho incontrata. È davvero divina, al di sopra di tutte le creature viventi. Quando si esibisce, dimentichi tutto. Queste persone comuni, con i loro volti ruvidi e gesti brutali, diventano completamente diverse quando lei è sul palco. Stanno in silenzio ad osservarla. Piangono e ridono come lei vuole. La rendono sensibili come un violino. La spiritualizzano. Si ha l’impressione che siano fatti della stessa carne e dello stesso sangue di noi, ”
“Della stessa carne e dello stesso sangue di noi. Oh, spero proprio di no!” esclamò Lord Henry, osservando attentamente le persone nella galleria attraverso il suo binocolo da opera.
“Non dargli retta, Dorian, ” disse il pittore. “Capisco ciò che intendi. E credo in questa ragazza. Chiunque tu ami deve essere meraviglioso. E una ragazza che ha l’effetto che descrivi deve sicuramente essere bella e nobile. Spiritualizzare la propria epoca. Questo è davvero qualcosa di valore. Se questa ragazza riesce a dare una anima a coloro che hanno vissuto senza di essa, se riesce a far sì che le persone con vite meschine e brutte provino il senso della bellezza, se riesce a togliere loro l’egoismo e donare loro lacrime per dolori che non sono i loro. Allora merita tutta la tua adorazione, merita l’adorazione di tutto il mondo. Questo matrimonio è davvero giusto. All’inizio non lo pensavo, ma ora lo ammetto. Gli dei hanno creato Sibyl Vane apposta per te. Senza di lei, saresti stato incompleto, ”
“Grazie, Basil,” rispose Dorian Gray stringendogli la mano. “Sapevo che mi avresti capito. Harry è così cinico. Mi spaventa. Ma ecco l’orchestra: è davvero terribile, ma dura solo circa cinque minuti. Poi si alzerà il sipario e vedrete la ragazza a cui darò tutta la mia vita, a cui ho dato tutto ciò che di buono c’è in me.”
Un quarto d’ora dopo, tra un tumulto straordinario di applausi, Sibyl Vane salì sul palco. Sì, era davvero incantevole da vedere, una delle creature più belle che Lord Henry avesse mai visto, pensò. C’era qualcosa di tenero e timido nella sua grazia e nei suoi occhi spaventati. Un leggero rossore, come l’“ombra” di una rosa in uno specchio d’argento, le apparve sulle guance mentre guardava il pubblico entusiasta e affollato. Fece qualche passo indietro. Le sue labbra sembravano tremare. Basil Hallward si alzò in piedi e iniziò ad applaudire. Immobile, come se fosse in un sogno, Dorian Gray la fissava. Lord Henry, attraverso i suoi occhiali, mormorò: “Incantevole, davvero incantevole!”
La scena si svolgeva nel salone della casa di Capuleto, e Romeo, vestito come un pellegrino, era entrato insieme a Mercutio e agli altri suoi amici. La banda, per quanto modesta, iniziò a suonare alcune melodie, e la danza ebbe inizio. Tra la folla di attori mal vestiti e poco aggraziati, Sibyl Vane si muoveva come una creatura proveniente da un mondo più nobile. Il suo corpo ondeggiava al ritmo della danza, come una pianta che ondeggia sull’acqua; le curve del suo collo erano simili a quelle di un giglio bianco, e le sue mani sembravano fatte d’avorio fresco.
Tuttavia, lei appariva stranamente apatica: non mostrava alcuna gioia quando i suoi occhi si posavano su Romeo. Le poche parole che pronunciò – “Buon pellegrino, tu esageri nel dimostrare la tua devozione; infatti anche i santi hanno mani toccate da quelle dei pellegrini, e il bacio tra mani si considera un gesto sacro, ” – vennero pronunciate in modo del tutto artificiale. La sua voce era squisita, ma dal punto di vista del tono risultava assolutamente falsa; privava le parole della loro autenticità e rendeva la passione che esse esprimevano irreale.
Dorian Gray impallidì mentre la guardava. Era confuso e ansioso. Nessuno dei suoi amici osò dirgli nulla; a loro sembrava assolutamente incompetente. Erano terribilmente delusi.
Tuttavia, ritenevano che la vera prova di qualsiasi Giulietta fosse la scena sul balcone del secondo atto. Aspettavano quel momento. Se falliva lì, allora non c’era nulla in lei.
— sembrava perdere tutto il suo significato a causa del suo modo di recitare.
Quello che hai sentito me dire quella notte, fu recitato con la dolorosa precisione di una studentessa a cui un qualche mediocre insegnante di eloquenza ha insegnato a memorizzare i testi. Quando si sporse dal balcone e arrivò a quelle meravigliose righe: “Anche se mi rallegro in te, non provo alcuna gioia per questo accordo. È troppo avventato, troppo imprudente, troppo improvviso. Troppo simile al fulmine, che scompare prima ancora che si possa dire ‘sta lampeggiando’, ” Dolce, cara notte. Quel bocciolo d’amore, con il calore dell’estate, potrebbe trasformarsi in un bellissimo fiore quando ci rivedremo. Lei pronunciò quelle parole come se non ne comprendesse affatto il significato. Non era nervosità. Anzi, lontano dall’essere nervosa, era assolutamente padrona di sé. Era semplicemente una cattiva recitazione. Un completo fallimento.
Anche il pubblico comune, seduto in galleria, perse interesse allo spettacolo. Diventarono irrequieti, iniziarono a parlare ad alta voce e a fischiare. Il direttore ebreo, in piedi dietro le poltrone, batteva i piedi e imprecava furiosamente. L’unica persona rimasta indifferente era lei stessa.
Quando finì il secondo atto, scoppiò un uragano di fischi. Lord Henry si alzò dalla sedia e si infilò il cappotto: “È davvero bella, Dorian, ma non sa recitare. Andiamo.”
“Voglio finire lo spettacolo,” rispose il ragazzo con voce dura e amara. “Mi dispiace molto di avervi fatto perdere la serata, Harry. Vi chiedo scusa entrambi.”
“Mio caro Dorian, forse Miss Vane è malata, ” intervenne Hallward. “Torneremo un’altra notte.”
“Vorrei che fosse malata, ” replicò lui. “Ma a me sembra semplicemente insensibile e fredda. È completamente cambiata. L’ultima notte era davvero una grande artista. Stasera, invece, è solo un’attrice mediocre e banale.”
“Non parlare così di chiunque tu ami, Dorian. L’amore è qualcosa di molto più meraviglioso dell’arte.”
“Sono entrambe semplicemente forme di imitazione, ” osservò Lord Henry. “Ma andiamo. Non devi restare qui. Vedere una cattiva recitazione non fa bene alla morale. Inoltre, non credo che tu voglia che tua moglie reciti. Quindi, che importanza ha se interpreta Juliet come una marionetta di legno? È molto bella. E se sa così poco della vita quanto della recitazione, sarà sicuramente un’esperienza piacevole. Ci sono solo due tipi di persone davvero affascinanti: quelle che sanno assolutamente tutto e quelle che non sanno assolutamente nulla. Per l’amor del cielo, ragazzo mio. Non avere quell’espressione tragica! Il segreto per rimanere giovani è non provare mai emozioni inadatte. Vieni con Basil e me al club. Fumeremo sigarette e brinderemo alla bellezza di Sibyl Vane. È bellissima. Cosa potresti desiderare di più?”
“Vattene, Harry,” gridò il ragazzo. “Voglio essere solo. Basil, devi andartene. Ah! Non vedi che il mio cuore si sta spezzando?” Le calde lacrime gli salirono agli occhi; le labbra tremavano. Corse sul retro del palco e si appoggiò al muro, nascondendo il viso tra le mani.
“Andiamo via, Basil,” disse Lord Henry con una strana tenerezza nella voce; i due giovani se ne andarono insieme.
Pochi momenti dopo le luci del palco si accesero di nuovo e il terzo atto iniziò. Dorian Gray tornò al suo posto: sembrava pallido, orgoglioso, e indifferente. Lo spettacolo proseguì, sembrando interminabile; metà del pubblico se ne andò, ridendo e facendo rumore con gli stivali pesanti. Fu un vero fiasco. L’ultimo atto si svolse davanti a posti quasi vuoti; il sipario calò tra risate e gemiti.
Non appena finì, Dorian Gray corse dietro le quinte, nella sala degli attori. La ragazza era lì, da sola, con un’espressione trionfale sul viso. I suoi occhi brillavano di una luce intensa; sembrava irradiare felicità. Le sue labbra sorridevano, nascondendo qualche segreto tutto loro.
Quando entrò, lei lo guardò e sul suo viso apparve un’espressione di gioia infinita. “Come ho potuto comportarmi così male quella notte, Dorian!” esclamò.
“Terribilmente!” rispose lui, fissandola con stupore. “Terribilmente! È stato orribile. Sei malata? Non hai idea di cosa ho sofferto.”
La ragazza sorrise. “Dorian,” disse, prolungando il nome con una voce dolce e melodiosa, come se fosse più dolce del miele per le sue labbra. “Dorian, avresti dovuto capire. Ma ora capisci, vero?”
“Capire cosa?” chiese lui, irritato.
“Perché mi sono comportata così male quella notte. Perché continuerò sempre a comportarmi male. Perché non riuscirò mai più a comportarmi bene, ”
Lui alzò le spalle. “Suppongo che tu sia malata. Quando si è malati, non si dovrebbe comportare in quel modo. Si diventa ridicoli. I miei amici si sono annoiati. Anch’io mi sono annoiato.”
Lei sembrava non ascoltarlo. Era trasfigurata dalla gioia. Un’estasi di felicità la dominava completamente.
“Il mio Dorian, ”, gridò lei, “prima di conoscerti, recitare era l’unica realtà della mia vita. Solo in teatro vivevo davvero; pensavo che tutto ciò fosse vero: una notte ero Rosalind, un’altra Portia. La gioia di Beatrice era la mia gioia, e il dolore di Cordelia anche. Credevo in tutto. Le persone comuni che recitavano con me mi sembravano divine; le scene dipinte erano il mio mondo. Non conoscevo nulla se non ombre. E le consideravo reali. Poi sei arrivato tu, oh, mio bellissimo amore, e hai liberato la mia anima dalla prigione. Mi hai insegnato cos’è davvero la realtà. Stasera, per la prima volta nella mia vita, ho visto attraverso l’illusione, la finzione, la stupidità di tutto quel teatro vuoto in cui avevo sempre recitato. Per la prima volta ho capito che Romeo era orribile, vecchio e dipinto. Che la luce della luna nel giardino era falsa. Che le scenografie erano volgari. E che le parole che dovevo pronunciare non erano vere. Non erano le mie parole. Non esprimevano ciò che volevo dire. Mi hai portato qualcosa di più alto. Qualcosa di cui tutta l’arte è solo un riflesso. Mi hai fatto capire cos’è davvero l’amore. Il mio amore. Principe Encantatore. Principe della vita. Ne ho abbastanza delle ombre. Tu sei per me molto di più di quanto possa essere l’arte. Cosa ho a che fare con le marionette di un teatro? Quando sono salita sul palco stasera, non riuscivo a capire come tutto fosse svanito da me. Pensavo di poter fare grandi cose. Invece non riuscivo a fare nulla. All’improvviso ho compreso il significato di tutto. Quella consapevolezza era meravigliosa per me. Li ho sentiti sibilare. E ho sorriso. Cosa potevano sapere loro dell’amore come il nostro? Portami via, Dorian. Portami con te, lontano da tutto questo. Odio il palco. Posso imitare una passione che non provo. Ma non posso imitare quella che mi brucia dentro come il fuoco. Oh, Dorian. Ora capisci cosa significa tutto questo? Anche se potessi farlo, per me sarebbe una profanazione recitare di essere innamorata. Tu mi hai fatto vedere la verità, ”
Lui si gettò sul divano e girò il viso dall’altra parte. “Mi hai ucciso l’amore, ”, mormorò.
Lei lo guardò, piena di meraviglia, e rise. Lui non rispose. Lei gli si avvicinò e con le sue dita piccole accarezzò i suoi capelli. Si inginocchiò e premette le sue mani sulle proprie labbra. Lui le allontanò. E un brivido lo attraversò.
Poi balzò in piedi e si diresse verso la porta. “Sì,” gridò, “hai distrutto il mio amore. Un tempo stimolavi la mia immaginazione; ora non susciti nemmeno la mia curiosità. Non provo più nulla per te. Ti amavo perché eri meraviglioso, perché possedevi genio e intelligenza, perché realizzavi i sogni dei grandi poeti, dando forma alle ombre dell’arte. Hai rovinato tutto. Sei superficiale e stupido. Mio Dio, quanto sono stato pazzo ad amarti! Che idiota che sono stato. Ora non significi nulla per me. Non ti rivedrò mai più, non penserò mai a te, non menzionerò mai il tuo nome. Non sai cosa significavi una volta per me. Oh, non riesco nemmeno a pensarci. Vorrei non averti mai incontrato. Hai rovinato la romanza della mia vita. Che poco ne sai tu dell’amore, se dici che rovina la tua arte. Senza la tua arte, non sei nulla. Avrei potuto renderti famoso, splendido, magnifico. Il mondo ti avrebbe adorato. E avresti portato il mio nome. Che cosa sei ora? Una attrice di terza categoria con un bel viso, ”
La ragazza impallidì e tremò. Strinse le mani una contro l’altra; la sua voce sembrava bloccarsi in gola. “Non parli seriamente, Dorian. Stai recitando, ” mormorò.
“Recitare? Lascio che sia tu a farlo. Lo fai così bene, ” rispose amaramente lui.
Lei si alzò in piedi e, con un’espressione di dolore sul viso, gli andò vicino. Gli posò una mano sul braccio e lo guardò negli occhi. Lui la scostò bruscamente. “Non toccarmi!” gridò.
Un debole lamento le sfuggì; si gettò ai suoi piedi e giacque lì come un fiore calpestato. “Dorian, Dorian, non lasciarmi!” sussurrò. “Mi dispiace tanto di non essermi comportata bene. Non ho pensato ad altro che a te tutto questo tempo. Ma proverò. Davvero, proverò. Il mio amore per te è arrivato così all’improvviso. Penso che non l’avrei mai scoperto se tu non mi avessi baciata. Se non ci fossimo baciati. Baciami di nuovo, il mio amore. Non andartene. Non potrei sopportarlo. Oh, non andartene, ” Un attacco di pianto disperato la scosse. Si accovacciò sul pavimento come una creatura ferita; Dorian Gray, con i suoi bellissimi occhi, la guardava dall’alto in basso, mentre le sue labbra si incurvarono in un’espressione di disprezzo. C’è sempre qualcosa di ridicolo nelle emozioni delle persone che si sono smesse di amare. Sibyl Vane gli sembrava assurdamente melodrammatica. Le sue lacrime e i suoi singhiozzi lo infastidivano.
“Me ne vado,” disse finalmente con voce calma e chiara. “Non voglio essere crudele, ma non posso più vederti. Mi hai deluso.”
Lei pianse in silenzio, senza rispondere, e si avvicinò ancora di più. Le sue manine tese cercavano disperatamente lui. Lui girò sui tacchi e lasciò la stanza. In pochi minuti era già fuori dal teatro.
Non sapeva nemmeno dove stesse andando. Ricordava solo di aver vagato per strade poco illuminate, oltre archi bui e case dall’aspetto inquietante. Donne con voci roche e risate crudeli lo avevano chiamato. Ubriachi gli passavano accanto, imprecando e borbottando tra loro come mostri. Aveva visto bambini orribili rannicchiati sui gradini delle porte, e sentito urla e insulti provenire da cortili bui.
Appena spuntava l’‘alba, si trovò vicino al Jardín di Coventry. L’oscurità svanì e, illuminato da deboli luci, il cielo assunse la forma di una perla perfetta. Enormi carri pieni di gigli dondolanti avanzavano lentamente lungo le strade vuote e lucide. L’aria era pervasa dal profumo delle fiori e la loro bellezza sembrava alleviare il suo )dolore. Entrò nel mercato e osservò gli uomini che scaricavano i loro carri. Un carrettiere con una camicia bianca gli offrì delle ciliegie; ringraziandolo, si chiese perché rifiutasse di accettare denaro in cambio e iniziò a mangiarle distrattamente. Erano state raccolte a mezzanotte e il freddo della luna le aveva reso leggermente gelide. Una lunga fila di ragazzi, che trasportavano casse piene di tulipani a strisce, rose gialle e rosse, si snodava davanti a lui, passando tra enormi mucchi di verdure di colore verde giada. Sotto il portico, con i suoi pilastri grigi e sbiaditi dal sole, si aggiravano alcune ragazze a capo scoperto, in attesa che la vendita all’asta finisse. Altre si affollavano intorno alle porte oscillanti del caffè nella piazza. I pesanti cavalli dei carri scivolavano sulle pietre ruvide, facendo tintinnare le loro campane e i loro ornamenti; alcuni conducenti dormivano sdraiati su mucchi di sacchi. I piccioni, con il collo azzurro e le zampe rosa, correvano in giro raccogliendo semi. Dopo un po’, chiamò una vettura e tornò a casa. Per qualche momento rimase fermo sulla soglia di casa, guardandosi intorno nella piazza silenziosa, con le finestre chiuse e le tende immobili. Ora il cielo era di un puro colore opale e i tetti delle case brillavano come argento al suo chiarore; da qualche camino si alzava una sottile nuvola di fumo che, simile a un nastro viola, si snodava nell’aria color perla.
Nella enorme lanterna veneziana dorata, rimasta come bottino da qualche barca dogale e appesa al soffitto del grande salone d’ingresso rivestito di legno di quercia, le luci continuavano a bruciare provenienti da tre sottili getti di fiamma: sembravano petali blu sottili, bordati da un bianco fuoco. Spense le luci, gettò cappello e mantella sul tavolo, poi passò attraverso la biblioteca verso la porta della sua camera da letto, una grande stanza ottagonale al piano terra che, nel suo nuovo desiderio di lusso, aveva appena fatto decorare con alcune curiose tappezzerie del Rinascimento trovate in un soffitto dismesso a Selby Royal. Mentre girava la maniglia della porta, il suo sguardo cadde sul ritratto che Basil Hallward aveva dipinto di lui. Fece un passo indietro, come sorpreso. Poi entrò nella sua stanza, con aria perplessa. Dopo aver tolto il bottone dal suo cappotto, sembrò esitare. Alla fine tornò indietro, si avvicinò al ritratto e lo esaminò attentamente. Nella luce fioca che filtrava attraverso le tende di seta color crema, il viso gli parve un po’ cambiato. L’espressione sembrava diversa. Si sarebbe detto che ci fosse un tocco di crudeltà sulle sue labbra. Era davvero strano.
Si girò e, avvicinandosi alla finestra, sollevò le tende. La brillante _alba inondò la stanza, spazzando via quelle ombre fantastiche nei angoli più bui. Ma quell’espressione strana sembrava persistere. Anzi, appariva ancora più intensa. La luce del sole mostrava chiaramente le linee di crudeltà intorno alle sue labbra, come se stesse guardando in uno specchio dopo aver compiuto qualcosa di terribile.
Sussultò e, prendendo dal tavolo un ovale di vetro incorniciato con Cupidi d’avorio – uno dei tanti regali che Lord Henry gli aveva fatto – guardò rapidamente al suo interno. Nessuna traccia di quella crudeltà sulle sue labbra rosse. Cosa significava tutto ciò?
Si strofinò gli occhi e si avvicinò di nuovo al ritratto per esaminarlo ancora una volta. Non c’erano segni di alcun cambiamento. Eppure non c’era dubbio che l’espressione fosse davvero diversa. Non era certo un’illusione sua. La cosa era terribilmente evidente.
Si gettò su una sedia e iniziò a riflettere. All’improvviso gli tornò in mente ciò che aveva detto nello studio di Basil Hallward il giorno in cui il ritratto fu completato. Sì, se lo ricordava perfettamente: aveva espresso un desiderio folle: che lui stesso rimanesse giovane e che il ritratto invecchiasse; che la sua bellezza restasse intatta, mentre il volto sulla tela portasse il peso delle sue passioni e dei suoi peccati; che l’immagine dipinta fosse segnata dalle tracce del dolore e del pensiero. E che lui potesse conservare tutta la delicatezza e la bellezza della sua giovinezza appena iniziata. Sicuramente quel desiderio non si era avverato. Simili cose erano impossibili; sembrava addirittura mostruoso anche solo pensarci. Eppure, lì davanti a lui c’era il ritratto, con quell’espressione di crudeltà sul volto della ragazza.
Crudezza. Era stato crudele? La colpa era della ragazza, non sua. L’aveva immaginata come una grande artista, le aveva donato il proprio amore perché la considerava eccezionale. Poi lei lo aveva deluso: era superficiale e indegna. Eppure, un senso di infinito rimorso lo invase al pensiero di lei che giaceva ai suoi piedi, singhiozzando come una piccola bambina. Ricordava con quanta indifferenza l’aveva osservata. Perché era stato fatto così? Perché gli era stata data una tale anima? Ma anche lui aveva sofferto. Durante quelle terribili tre ore in cui la rappresentazione era andata avanti, aveva vissuto secoli di dolore, un’eternità di tormenti. La sua vita valeva senz’altro la sua. Lei lo aveva rovinato per un momento. Se lui l’aveva ferita, forse per tutta una vita. Inoltre, le donne erano più adatte a sopportare il dolore degli uomini. Vivevano delle loro emozioni. Pensavano soltanto alle loro emozioni. Quando sceglievano un amante, lo facevano semplicemente per avere qualcuno con cui poter avere delle “scene”. Lord Henry glielo aveva detto. E Lord Henry sapeva bene cosa fossero le donne. Perché dovrebbe preoccuparsi di Sibyl Vane? Ora non significava nulla per lui.
Ma il ritratto? Cosa doveva pensare di esso? Conteneva il segreto della sua vita, raccontava la sua storia. Gli aveva insegnato ad amare la propria bellezza. Gli avrebbe insegnato anche a odiare la propria anima? L’avrebbe mai guardato di nuovo?
No. Era soltanto un’illusione, frutto dei suoi sensi turbati. Quella terribile notte che aveva trascorso aveva lasciato dietro di sé ombre. All’improvviso, nella sua mente era apparsa quella piccolissima macchia scarlatta che fa impazzire gli uomini. Il ritratto non era cambiato. Era assurdo pensare il contrario.
Eppure lo stava osservando, con quel suo bel viso segnato dal dolore e quel sorriso crudele. I suoi capelli luminosi brillavano nella luce del mattino; i suoi occhi azzurri incrociarono i suoi. Un senso di infinita compassione lo invase – non per sé, ma per quell’immagine dipinta di se stesso che aveva davanti agli occhi. Quell’immagine era già cambiata, e sarebbe cambiata ancora di più: il suo colore dorato si sarebbe trasformato in grigio, i suoi fiori rossi e bianchi avrebbero appassito. Per ogni peccato che commetteva, una macchia avrebbe rovinato la sua bellezza. Ma lui non avrebbe più peccato. Quell’immagine, cambiata o immutata, sarebbe stata per lui il simbolo visibile della sua coscienza. Avrebbe resistito alle tentazioni, non avrebbe più visto Lord Henry. E soprattutto, non avrebbe ascoltato quelle teorie subdole e velenose che, nel giardino di Basil Hallward, avevano per la prima volta suscitato in lui il desiderio di cose impossibili. Sarebbe tornato da Sibyl Vane, le avrebbe chiesto scusa, l’avrebbe sposata e avrebbe cercato di amarla di nuovo. Sì, era suo dovere farlo. Lei doveva aver sofferto molto più di lui. Povera bambina! Era stato egoista e crudele con lei. Quel fascino che lei esercitava su di lui sarebbe tornato. Sarebbero stati felici insieme. La loro vita insieme sarebbe stata bella e pura.
Si alzò dalla sedia e posizionò un grande schermo proprio davanti al ritratto; rabbrividì mentre lo guardava. “Che orrore!” mormorò tra sé, poi andò alla finestra e la aprì. Uscendo sul prato, trasse un profondo respiro. L’aria fresca del mattino sembrava cancellare tutte le sue cupe emozioni. Pensava solo a Sibyl. Un debole eco del suo amore tornò in lui. Ripeté il suo nome più e più volte. Gli uccelli che cantavano nel giardino bagnato di rugiada sembravano raccontare alle fiori tutto di lei.
CHAPTER 8 It was long past noon when he awoke. His valet had crept several times on tiptoe into the room to see if he was stirring, and had wondered what made his young master sleep so late. Finally his bell sounded, and Victor came in softly with a cup of tea, and a pile of letters, on a small tray of old Sevres china, and drew back the olive-satin curtains, with their shimmering blue lining, that hung in front of the three tall windows. “Monsieur has well slept this morning,” he said, smiling. “What o’clock is it, Victor?” asked Dorian Gray drowsily. “One hour and a quarter, Monsieur.” How late it was! He sat up, and having sipped some tea, turned over his letters. One of them was from Lord Henry, and had been brought by hand that morning. He hesitated for a moment, and then put it aside. The others he opened listlessly. They contained the usual collection of cards, invitations to dinner, tickets for private views, programmes of charity concerts, and the like that are showered on fashionable young men every morning during the season. There was a rather heavy bill for a chased silver Louis-Quinze toilet-set that he had not yet had the courage to send on to his guardians, who were extremely old-fashioned people and did not realize that we live in an age when unnecessary things are our only necessities; and there were several very courteously worded communications from Jermyn Street money-lenders offering to advance any sum of money at a moment’s notice and at the most reasonable rates of interest. After about ten minutes he got up, and throwing on an elaborate dressing-gown of silk-embroidered cashmere wool, passed into the onyx-paved bathroom. The cool water refreshed him after his long sleep. He seemed to have forgotten all that he had gone through. A dim sense of having taken part in some strange tragedy came to him once or twice, but there was the unreality of a dream about it. As soon as he was dressed, he went into the library and sat down to a light French breakfast that had been laid out for him on a small round table close to the open window. It was an exquisite day. The warm air seemed laden with spices. A bee flew in and buzzed round the blue-dragon bowl that, filled with sulphur-yellow roses, stood before him. He felt perfectly happy. Suddenly his eye fell on the screen that he had placed in front of the portrait, and he started. “Too cold for Monsieur?” asked his valet, putting an omelette on the table. “I shut the window?” Dorian shook his head. “I am not cold,” he murmured. Was it all true? Had the portrait really changed? Or had it been simply his own imagination that had made him see a look of evil where there had been a look of joy? Surely a painted canvas could not alter? The thing was absurd. It would serve as a tale to tell Basil some day. It would make him smile. And, yet, how vivid was his recollection of the whole thing! First in the dim twilight, and then in the bright dawn, he had seen the touch of cruelty round the warped lips. He almost dreaded his valet leaving the room. He knew that when he was alone he would have to examine the portrait. He was afraid of certainty. When the coffee and cigarettes had been brought and the man turned to go, he felt a wild desire to tell him to remain. As the door was closing behind him, he called him back. The man stood waiting for his orders. Dorian looked at him for a moment. “I am not at home to any one, Victor,” he said with a sigh. The man bowed and retired. Then he rose from the table, lit a cigarette, and flung himself down on a luxuriously cushioned couch that stood facing the screen. The screen was an old one, of gilt Spanish leather, stamped and wrought with a rather florid Louis-Quatorze pattern. He scanned it curiously, wondering if ever before it had concealed the secret of a man’s life. Should he move it aside, after all? Why not let it stay there? What was the use of knowing? If the thing was true, it was terrible. If it was not true, why trouble about it? But what if, by some fate or deadlier chance, eyes other than his spied behind and saw the horrible change? What should he do if Basil Hallward came and asked to look at his own picture? Basil would be sure to do that. No; the thing had to be examined, and at once. Anything would be better than this dreadful state of doubt. He got up and locked both doors. At least he would be alone when he looked upon the mask of his shame. Then he drew the screen aside and saw himself face to face. It was perfectly true. The portrait had altered. As he often remembered afterwards, and always with no small wonder, he found himself at first gazing at the portrait with a feeling of almost scientific interest. That such a change should have taken place was incredible to him. And yet it was a fact. Was there some subtle affinity between the chemical atoms that shaped themselves into form and colour on the canvas and the soul that was within him? Could it be that what that soul thought, they realized? — that what it dreamed, they made true? Or was there some other, more terrible reason? He shuddered, and felt afraid, and, going back to the couch, lay there, gazing at the picture in sickened horror. One thing, however, he felt that it had done for him. It had made him conscious how unjust, how cruel, he had been to Sibyl Vane. It was not too late to make reparation for that. She could still be his wife. His unreal and selfish love would yield to some higher influence, would be transformed into some nobler passion, and the portrait that Basil Hallward had painted of him would be a guide to him through life, would be to him what holiness is to some, and conscience to others, and the fear of God to us all. There were opiates for remorse, drugs that could lull the moral sense to sleep. But here was a visible symbol of the degradation of sin. Here was an ever-present sign of the ruin men brought upon their souls. Three o’clock struck, and four, and the half-hour rang its double chime, but Dorian Gray did not stir. He was trying to gather up the scarlet threads of life and to weave them into a pattern; to find his way through the sanguine labyrinth of passion through which he was wandering. He did not know what to do, or what to think. Finally, he went over to the table and wrote a passionate letter to the girl he had loved, imploring her forgiveness and accusing himself of madness. He covered page after page with wild words of sorrow and wilder words of pain. There is a luxury in self-reproach. When we blame ourselves, we feel that no one else has a right to blame us. It is the confession, not the priest, that gives us absolution. When Dorian had finished the letter, he felt that he had been forgiven. Suddenly there came a knock to the door, and he heard Lord Henry’s voice outside. “My dear boy, I must see you. Let me in at once. I can’t bear your shutting yourself up like this.” He made no answer at first, but remained quite still. The knocking still continued and grew louder. Yes, it was better to let Lord Henry in, and to explain to him the new life he was going to lead, to quarrel with him if it became necessary to quarrel, to part if parting was inevitable. He jumped up, drew the screen hastily across the picture, and unlocked the door. “I am so sorry for it all, Dorian,” said Lord Henry as he entered. “But you must not think too much about it.” “Do you mean about Sibyl Vane?” asked the lad. “Yes, of course,” answered Lord Henry, sinking into a chair and slowly pulling off his yellow gloves. “It is dreadful, from one point of view, but it was not your fault. Tell me, did you go behind and see her, after the play was over?” “Yes.” “I felt sure you had. Did you make a scene with her?” “I was brutal, Harry — perfectly brutal. But it is all right now. I am not sorry for anything that has happened. It has taught me to know myself better.” “Ah, Dorian, I am so glad you take it in that way! I was afraid I would find you plunged in remorse and tearing that nice curly hair of yours.” “I have got through all that,” said Dorian, shaking his head and smiling. “I am perfectly happy now. I know what conscience is, to begin with. It is not what you told me it was. It is the divinest thing in us. Don’t sneer at it, Harry, any more — at least not before me. I want to be good. I can’t bear the idea of my soul being hideous.” “A very charming artistic basis for ethics, Dorian! I congratulate you on it. But how are you going to begin?” “By marrying Sibyl Vane.” “Marrying Sibyl Vane!” cried Lord Henry, standing up and looking at him in perplexed amazement. “But, my dear Dorian— “ “Yes, Harry, I know what you are going to say. Something dreadful about marriage. Don’t say it. Don’t ever say things of that kind to me again. Two days ago I asked Sibyl to marry me. I am not going to break my word to her. She is to be my wife.” “Your wife! Dorian! … Didn’t you get my letter? I wrote to you this morning, and sent the note down by my own man.” “Your letter? Oh, yes, I remember. I have not read it yet, Harry. I was afraid there might be something in it that I wouldn’t like. You cut life to pieces with your epigrams.” “You know nothing then?” “What do you mean?” Lord Henry walked across the room, and sitting down by Dorian Gray, took both his hands in his own and held them tightly. “Dorian,” he said, “my letter — don’t be frightened — was to tell you that Sibyl Vane is dead.” A cry of pain broke from the lad’s lips, and he leaped to his feet, tearing his hands away from Lord Henry’s grasp. “Dead! Sibyl dead! It is not true! It is a horrible lie! How dare you say it?” “It is quite true, Dorian,” said Lord Henry, gravely. “It is in all the morning papers. I wrote down to you to ask you not to see any one till I came. There will have to be an inquest, of course, and you must not be mixed up in it. Things like that make a man fashionable in Paris. But in London people are so prejudiced. Here, one should never make one’s debut with a scandal. One should reserve that to give an interest to one’s old age. I suppose they don’t know your name at the theatre? If they don’t, it is all right. Did any one see you going round to her room? That is an important point.” Dorian did not answer for a few moments. He was dazed with horror. Finally he stammered, in a stifled voice, “Harry, did you say an inquest? What did you mean by that? Did Sibyl — ? Oh, Harry, I can’t bear it! But be quick. Tell me everything at once.” “I have no doubt it was not an accident, Dorian, though it must be put in that way to the public. It seems that as she was leaving the theatre with her mother, about half-past twelve or so, she said she had forgotten something upstairs. They waited some time for her, but she did not come down again. They ultimately found her lying dead on the floor of her dressing-room. She had swallowed something by mistake, some dreadful thing they use at theatres. I don’t know what it was, but it had either prussic acid or white lead in it. I should fancy it was prussic acid, as she seems to have died instantaneously.” “Harry, Harry, it is terrible!” cried the lad. “Yes; it is very tragic, of course, but you must not get yourself mixed up in it. I see by The Standard that she was seventeen. I should have thought she was almost younger than that. She looked such a child, and seemed to know so little about acting. Dorian, you mustn’t let this thing get on your nerves. You must come and dine with me, and afterwards we will look in at the opera. It is a Patti night, and everybody will be there. You can come to my sister’s box. She has got some smart women with her.” “So I have murdered Sibyl Vane,” said Dorian Gray, half to himself, “murdered her as surely as if I had cut her little throat with a knife. Yet the roses are not less lovely for all that. The birds sing just as happily in my garden. And to-night I am to dine with you, and then go on to the opera, and sup somewhere, I suppose, afterwards. How extraordinarily dramatic life is! If I had read all this in a book, Harry, I think I would have wept over it. Somehow, now that it has happened actually, and to me, it seems far too wonderful for tears. Here is the first passionate love-letter I have ever written in my life. Strange, that my first passionate love-letter should have been addressed to a dead girl. Can they feel, I wonder, those white silent people we call the dead? Sibyl! Can she feel, or know, or listen? Oh, Harry, how I loved her once! It seems years ago to me now. She was everything to me. Then came that dreadful night — was it really only last night? — when she played so badly, and my heart almost broke. She explained it all to me. It was terribly pathetic. But I was not moved a bit. I thought her shallow. Suddenly something happened that made me afraid. I can’t tell you what it was, but it was terrible. I said I would go back to her. I felt I had done wrong. And now she is dead. My God! My God! Harry, what shall I do? You don’t know the danger I am in, and there is nothing to keep me straight. She would have done that for me. She had no right to kill herself. It was selfish of her.” “My dear Dorian,” answered Lord Henry, taking a cigarette from his case and producing a gold-latten matchbox, “the only way a woman can ever reform a man is by boring him so completely that he loses all possible interest in life. If you had married this girl, you would have been wretched. Of course, you would have treated her kindly. One can always be kind to people about whom one cares nothing. But she would have soon found out that you were absolutely indifferent to her. And when a woman finds that out about her husband, she either becomes dreadfully dowdy, or wears very smart bonnets that some other woman’s husband has to pay for. I say nothing about the social mistake, which would have been abject — which, of course, I would not have allowed — but I assure you that in any case the whole thing would have been an absolute failure.” “I suppose it would,” muttered the lad, walking up and down the room and looking horribly pale. “But I thought it was my duty. It is not my fault that this terrible tragedy has prevented my doing what was right. I remember your saying once that there is a fatality about good resolutions — that they are always made too late. Mine certainly were.” “Good resolutions are useless attempts to interfere with scientific laws. Their origin is pure vanity. Their result is absolutely nil. They give us, now and then, some of those luxurious sterile emotions that have a certain charm for the weak. That is all that can be said for them. They are simply cheques that men draw on a bank where they have no account.” “Harry,” cried Dorian Gray, coming over and sitting down beside him, “why is it that I cannot feel this tragedy as much as I want to? I don’t think I am heartless. Do you?” “You have done too many foolish things during the last fortnight to be entitled to give yourself that name, Dorian,” answered Lord Henry with his sweet melancholy smile. The lad frowned. “I don’t like that explanation, Harry,” he rejoined, “but I am glad you don’t think I am heartless. I am nothing of the kind. I know I am not. And yet I must admit that this thing that has happened does not affect me as it should. It seems to me to be simply like a wonderful ending to a wonderful play. It has all the terrible beauty of a Greek tragedy, a tragedy in which I took a great part, but by which I have not been wounded.” “It is an interesting question,” said Lord Henry, who found an exquisite pleasure in playing on the lad’s unconscious egotism, “an extremely interesting question. I fancy that the true explanation is this: It often happens that the real tragedies of life occur in such an inartistic manner that they hurt us by their crude violence, their absolute incoherence, their absurd want of meaning, their entire lack of style. They affect us just as vulgarity affects us. They give us an impression of sheer brute force, and we revolt against that. Sometimes, however, a tragedy that possesses artistic elements of beauty crosses our lives. If these elements of beauty are real, the whole thing simply appeals to our sense of dramatic effect. Suddenly we find that we are no longer the actors, but the spectators of the play. Or rather we are both. We watch ourselves, and the mere wonder of the spectacle enthralls us. In the present case, what is it that has really happened? Some one has killed herself for love of you. I wish that I had ever had such an experience. It would have made me in love with love for the rest of my life. The people who have adored me — there have not been very many, but there have been some — have always insisted on living on, long after I had ceased to care for them, or they to care for me. They have become stout and tedious, and when I meet them, they go in at once for reminiscences. That awful memory of woman! What a fearful thing it is! And what an utter intellectual stagnation it reveals! One should absorb the colour of life, but one should never remember its details. Details are always vulgar.” “I must sow poppies in my garden,” sighed Dorian. “There is no necessity,” rejoined his companion. “Life has always poppies in her hands. Of course, now and then things linger. I once wore nothing but violets all through one season, as a form of artistic mourning for a romance that would not die. Ultimately, however, it did die. I forget what killed it. I think it was her proposing to sacrifice the whole world for me. That is always a dreadful moment. It fills one with the terror of eternity. Well — would you believe it? — a week ago, at Lady Hampshire’s, I found myself seated at dinner next the lady in question, and she insisted on going over the whole thing again, and digging up the past, and raking up the future. I had buried my romance in a bed of asphodel. She dragged it out again and assured me that I had spoiled her life. I am bound to state that she ate an enormous dinner, so I did not feel any anxiety. But what a lack of taste she showed! The one charm of the past is that it is the past. But women never know when the curtain has fallen. They always want a sixth act, and as soon as the interest of the play is entirely over, they propose to continue it. If they were allowed their own way, every comedy would have a tragic ending, and every tragedy would culminate in a farce. They are charmingly artificial, but they have no sense of art. You are more fortunate than I am. I assure you, Dorian, that not one of the women I have known would have done for me what Sibyl Vane did for you. Ordinary women always console themselves. Some of them do it by going in for sentimental colours. Never trust a woman who wears mauve, whatever her age may be, or a woman over thirty-five who is fond of pink ribbons. It always means that they have a history. Others find a great consolation in suddenly discovering the good qualities of their husbands. They flaunt their conjugal felicity in one’s face, as if it were the most fascinating of sins. Religion consoles some. Its mysteries have all the charm of a flirtation, a woman once told me, and I can quite understand it. Besides, nothing makes one so vain as being told that one is a sinner. Conscience makes egotists of us all. Yes; there is really no end to the consolations that women find in modern life. Indeed, I have not mentioned the most important one.” “What is that, Harry?” said the lad listlessly. “Oh, the obvious consolation. Taking some one else’s admirer when one loses one’s own. In good society that always whitewashes a woman. But really, Dorian, how different Sibyl Vane must have been from all the women one meets! There is something to me quite beautiful about her death. I am glad I am living in a century when such wonders happen. They make one believe in the reality of the things we all play with, such as romance, passion, and love.” “I was terribly cruel to her. You forget that.” “I am afraid that women appreciate cruelty, downright cruelty, more than anything else. They have wonderfully primitive instincts. We have emancipated them, but they remain slaves looking for their masters, all the same. They love being dominated. I am sure you were splendid. I have never seen you really and absolutely angry, but I can fancy how delightful you looked. And, after all, you said something to me the day before yesterday that seemed to me at the time to be merely fanciful, but that I see now was absolutely true, and it holds the key to everything.” “What was that, Harry?” “You said to me that Sibyl Vane represented to you all the heroines of romance — that she was Desdemona one night, and Ophelia the other; that if she died as Juliet, she came to life as Imogen.” “She will never come to life again now,” muttered the lad, burying his face in his hands. “No, she will never come to life. She has played her last part. But you must think of that lonely death in the tawdry dressing-room simply as a strange lurid fragment from some Jacobean tragedy, as a wonderful scene from Webster, or Ford, or Cyril Tourneur. The girl never really lived, and so she has never really died. To you at least she was always a dream, a phantom that flitted through Shakespeare’s plays and left them lovelier for its presence, a reed through which Shakespeare’s music sounded richer and more full of joy. The moment she touched actual life, she marred it, and it marred her, and so she passed away. Mourn for Ophelia, if you like. Put ashes on your head because Cordelia was strangled. Cry out against Heaven because the daughter of Brabantio died. But don’t waste your tears over Sibyl Vane. She was less real than they are.” There was a silence. The evening darkened in the room. Noiselessly, and with silver feet, the shadows crept in from the garden. The colours faded wearily out of things. After some time Dorian Gray looked up. “You have explained me to myself, Harry,” he murmured with something of a sigh of relief. “I felt all that you have said, but somehow I was afraid of it, and I could not express it to myself. How well you know me! But we will not talk again of what has happened. It has been a marvellous experience. That is all. I wonder if life has still in store for me anything as marvellous.” “Life has everything in store for you, Dorian. There is nothing that you, with your extraordinary good looks, will not be able to do.” “But suppose, Harry, I became haggard, and old, and wrinkled? What then?” “Ah, then,” said Lord Henry, rising to go, “then, my dear Dorian, you would have to fight for your victories. As it is, they are brought to you. No, you must keep your good looks. We live in an age that reads too much to be wise, and that thinks too much to be beautiful. We cannot spare you. And now you had better dress and drive down to the club. We are rather late, as it is.” “I think I shall join you at the opera, Harry. I feel too tired to eat anything. What is the number of your sister’s box?” “Twenty-seven, I believe. It is on the grand tier. You will see her name on the door. But I am sorry you won’t come and dine.” “I don’t feel up to it,” said Dorian listlessly. “But I am awfully obliged to you for all that you have said to me. You are certainly my best friend. No one has ever understood me as you have.” “We are only at the beginning of our friendship, Dorian,” answered Lord Henry, shaking him by the hand. “Good-bye. I shall see you before nine-thirty, I hope. Remember, Patti is singing.” As he closed the door behind him, Dorian Gray touched the bell, and in a few minutes Victor appeared with the lamps and drew the blinds down. He waited impatiently for him to go. The man seemed to take an interminable time over everything. As soon as he had left, he rushed to the screen and drew it back. No; there was no further change in the picture. It had received the news of Sibyl Vane’s death before he had known of it himself. It was conscious of the events of life as they occurred. The vicious cruelty that marred the fine lines of the mouth had, no doubt, appeared at the very moment that the girl had drunk the poison, whatever it was. Or was it indifferent to results? Did it merely take cognizance of what passed within the soul? He wondered, and hoped that some day he would see the change taking place before his very eyes, shuddering as he hoped it. Poor Sibyl! What a romance it had all been! She had often mimicked death on the stage. Then Death himself had touched her and taken her with him. How had she played that dreadful last scene? Had she cursed him, as she died? No; she had died for love of him, and love would always be a sacrament to him now. She had atoned for everything by the sacrifice she had made of her life. He would not think any more of what she had made him go through, on that horrible night at the theatre. When he thought of her, it would be as a wonderful tragic figure sent on to the world’s stage to show the supreme reality of love. A wonderful tragic figure? Tears came to his eyes as he remembered her childlike look, and winsome fanciful ways, and shy tremulous grace. He brushed them away hastily and looked again at the picture. He felt that the time had really come for making his choice. Or had his choice already been made? Yes, life had decided that for him — life, and his own infinite curiosity about life. Eternal youth, infinite passion, pleasures subtle and secret, wild joys and wilder sins — he was to have all these things. The portrait was to bear the burden of his shame: that was all. A feeling of pain crept over him as he thought of the desecration that was in store for the fair face on the canvas. Once, in boyish mockery of Narcissus, he had kissed, or feigned to kiss, those painted lips that now smiled so cruelly at him. Morning after morning he had sat before the portrait wondering at its beauty, almost enamoured of it, as it seemed to him at times. Was it to alter now with every mood to which he yielded? Was it to become a monstrous and loathsome thing, to be hidden away in a locked room, to be shut out from the sunlight that had so often touched to brighter gold the waving wonder of its hair? The pity of it! the pity of it! For a moment, he thought of praying that the horrible sympathy that existed between him and the picture might cease. It had changed in answer to a prayer; perhaps in answer to a prayer it might remain unchanged. And yet, who, that knew anything about life, would surrender the chance of remaining always young, however fantastic that chance might be, or with what fateful consequences it might be fraught? Besides, was it really under his control? Had it indeed been prayer that had produced the substitution? Might there not be some curious scientific reason for it all? If thought could exercise its influence upon a living organism, might not thought exercise an influence upon dead and inorganic things? Nay, without thought or conscious desire, might not things external to ourselves vibrate in unison with our moods and passions, atom calling to atom in secret love or strange affinity? But the reason was of no importance. He would never again tempt by a prayer any terrible power. If the picture was to alter, it was to alter. That was all. Why inquire too closely into it? For there would be a real pleasure in watching it. He would be able to follow his mind into its secret places. This portrait would be to him the most magical of mirrors. As it had revealed to him his own body, so it would reveal to him his own soul. And when winter came upon it, he would still be standing where spring trembles on the verge of summer. When the blood crept from its face, and left behind a pallid mask of chalk with leaden eyes, he would keep the glamour of boyhood. Not one blossom of his loveliness would ever fade. Not one pulse of his life would ever weaken. Like the gods of the Greeks, he would be strong, and fleet, and joyous. What did it matter what happened to the coloured image on the canvas? He would be safe. That was everything. He drew the screen back into its former place in front of the picture, smiling as he did so, and passed into his bedroom, where his valet was already waiting for him. An hour later he was at the opera, and Lord Henry was leaning over his chair.
CAPITOLO 8
Era molto passato mezzogiorno quando si svegliò. Il suo valletto era entrato più volte nella stanza in punta di piedi per vedere se si fosse mosso, chiedendosi cosa avesse fatto dormire così a lungo il suo giovane padrone. Finalmente suonò la campanella, e Victor entrò silenziosamente con una tazza di tè e un mucchio di lettere, su un piccolo vassoio di porcellana Sevres antica; poi aprì le tende di seta oliva con il bordo blu scintillante davanti alle tre grandi finestre.
“Questa mattina Monsieur ha dormito molto bene,” disse sorridendo.
“Che ore sono, Victor?” chiese Dorian Gray con voce assonnata.
“Una ora e un quarto, Monsieur.”
Che ora tarda! Si alzò, bevve un po’ di tè e iniziò a leggere le lettere. Una era di Lord Henry, portata personalmente quella mattina. Esitò per un momento, poi la mise da parte; aprì le altre con indifferenza: contenevano solite cartoline, inviti a cena, biglietti per spettacoli privati, programmi di concerti di beneficenza. Tutti quegli oggetti che ogni mattina arrivavano ai giovani alla moda durante la stagione. C’era anche un conto piuttosto salato per un set da bagno in argento Luigi XV che non aveva ancora avuto il coraggio di inviare ai suoi tutori, persone estremamente conservatrici che non si rendevano conto che viviamo in un’epoca in cui le cose superflue sono diventate le nostre vere necessità. Inoltre, c’erano diverse comunicazioni molto cortesi da parte di prestatori di denaro di Jermyn Street, pronti ad erogare qualsiasi somma di denaro in tempi rapidi e a tassi d’interesse ragionevoli.
Dopo circa dieci minuti si alzò, indossò una veste da camera elegante in cashmere ricamato e andò nel bagno rivestito di onice. L’acqua fresca lo rinfrescò dopo il lungo sonno; sembrava aver dimenticato tutto ciò che era accaduto. Una volta o due gli venne in mente la sensazione di aver partecipato a qualche strana “tragedia”, ma pensò che fosse solo il prodotto di un sogno.
Non appena si fu vestito, andò in biblioteca e si sedette davanti a una colazione leggera preparata su un piccolo tavolo rotondo vicino alla finestra aperta. Era una giornata meravigliosa: l’aria calda sembrava profumare di spezie; una ape entrò e volò intorno al vaso blu decorato con draghi, pieno di rose giallo zolfo. Si sentiva perfettamente felice.
All’improvviso notò lo schermo che aveva messo davanti al ritratto. E in quel momento capì tutto.
“Fa troppo freddo per Monsieur?” chiese il valletto, posando un omelette sul tavolo. “Devo chiudere la finestra?”
Dorian scosse la testa. “Non ho freddo,” mormorò.
Tutto era vero? Il ritratto era davvero cambiato. O forse era solo la sua immaginazione a fargli vedere un’espressione malvagia dove in realtà c’era gioia? Sicuramente una tela dipinta non poteva cambiare. Era assurdo. Un giorno avrebbe potuto raccontare questa storia a Basil. Lo avrebbe fatto sorridere.
Eppure, quanto vivida era la sua memoria di tutto ciò! Prima, nella penombra del crepuscolo, e poi, alla luce dell’alba, aveva visto quell’espressione crudele sulle sue labbra contorte. Quasi temeva che il suo valletto lasciasse la stanza. Sapeva che, quando fosse rimasto solo, avrebbe dovuto esaminare quel ritratto. Aveva paura della certezza. Quando il caffè e le sigarette furono portati e l’uomo si preparò ad andarsene, provò un impulso folle di chiedergli di restare. Mentre la porta si chiudeva alle sue spalle, lo chiamò indietro. L’uomo rimase in attesa dei suoi ordini. Dorian lo guardò per un momento, poi disse con un sospiro: “Non sono ‘a casa’ per nessuno, Victor, ” L’uomo si inchinò e se ne andò.
Poi si alzò dal tavolo, accese una sigaretta e si lasciò cadere su un divano morbido e lussuoso, posto di fronte allo schermo. Quello schermo era vecchio: fatto di pelle spagnola dorata, decorato con motivi tipici dello stile Luigi XIV. Lo esaminò curiosamente, chiedendosi se mai prima avesse nascosto il segreto della vita di qualcuno.
Doveva spostarlo da parte? O forse era meglio lasciarlo lì. A che serviva conoscere la verità? Se ciò che era descritto era vero, era terribile. Se non lo era, perché preoccuparsene? Ma se, per qualche destino crudele, occhi diversi dai suoi avessero scoperto quel segreto. Cosa avrebbe fatto se Basil Hallward fosse venuto a chiedere di vedere il proprio ritratto? Basil lo avrebbe sicuramente fatto. No. Quel ritratto doveva essere esaminato immediatamente. Qualsiasi cosa era meglio di questa terribile incertezza.
Si alzò e chiuse entrambe le porte. Almeno sarebbe stato solo quando avesse guardato quella “maschera” del proprio vergogno. Poi spostò lo schermo da parte. E si trovò di fronte a sé stesso. Era davvero vero. Il ritratto era cambiato.
Come ricordava in seguito, con grande meraviglia, all’inizio osservò quel ritratto con un interesse quasi scientifico. Che una tale trasformazione potesse essere avvenuta gli sembrava incredibile. Eppure era un fatto. Esisteva forse qualche legame tra gli atomi chimici che formavano i colori e le forme sul dipinto, e l’‘anima che si trovava dentro di lui? Forse ciò che quell’anima pensava veniva realmente realizzato. O c’era qualche altra ragione, ancora più terribile? Rabbrividì, provò paura. Tornò sul divano e rimase lì, a fissare quel ritratto con orrore.
C’era però una cosa che lui sentiva fosse accaduta a causa sua: gli aveva fatto rendere conto di quanto fosse stato ingiusto, crudele nei confronti di Sibyl Vane. Non era ancora troppo tardi per rimediare. Lei poteva ancora essere sua moglie. Il suo amore irreale e egoistico avrebbe ceduto il posto a un sentimento più nobile; il ritratto che Basil Hallward aveva dipinto di lui gli avrebbe fatto da guida nella vita, sarebbe stato per lui ciò che la santità è per alcuni, la coscienza per altri, e la paura di Dio per tutti noi. Esistevano sedativi per il rimorso, farmaci in grado di addormentare la coscienza morale. Ma qui c’era un simbolo concreto della degradazione del peccato; un segno costante della rovina che gli uomini infliggono alle proprie anime.
Le tre o’ore suonarono, poi le quattro; anche la mezz’ora rintoccò il suo doppio campanello, ma Dorian Gray non si mosse. Stava cercando di raccogliere i “fili scarlatti” della vita e di intrecciarli in un disegno coerente; stava tentando di trovare la strada attraverso il labirinto sanguinoso della passione nel quale si trovava intrappolato. Non sapeva cosa fare, né cosa pensare. Alla fine andò al tavolo e scrisse una lettera appassionata alla ragazza che aveva amato, implorandola di perdonarlo e accusandosi di pazzia. Coprì pagine intere con parole folli di dolore e ancora più folli parole di sofferenza. C’è un certo lusso nell’autorimproverarsi: quando ci biasimiamo, sentiamo che nessun altro ha il diritto di farlo. È la confessione, non il prete, a darci l’assoluzione. Quando Dorian finì di scrivere, ebbe la sensazione di essere stato perdonato.
All’improvviso qualcuno bussò alla porta; sentì la voce di Lord Henry fuori: “Mio caro ragazzo, devo vederti subito. Lasciami entrare! Non posso sopportare che tu ti chiuda in questo modo.”
All’inizio non rispose nulla, ma rimase immobile. Bussare continuava e diventava sempre più forte. Sì, era meglio lasciare entrare Lord Henry e spiegargli la nuova vita che avrebbe dovuto intraprendere; litigare con lui, se necessario, o separarsi, se questa fosse stata l’unica soluzione. Si alzò di scatto, tirò rapidamente la tenda davanti al dipinto e aprì la porta.
“Mi dispiace tantissimo per tutto questo, Dorian,” disse Lord Henry entrando. “Ma non dovresti pensarci troppo.”
“Intendi parlare di Sibyl Vane?” chiese il ragazzo.
“Sì, naturalmente,” rispose Lord Henry, sedendosi su una sedia e togliendosi lentamente i guanti gialli. “Da un certo punto di vista è terribile, ma non è stata colpa tua. Dimmi: dopo lo spettacolo sei andato da lei?”
“Sì.”
“Me l’aspettavo. Le hai fatto una scenata?”
“Sono stato brutale, Harry, davvero brutale. Ma ora va tutto bene. Non mi pento di nulla di ciò che è accaduto. Mi ha insegnato a conoscere meglio me stesso.”
“Ah, Dorian, sono così contento che la vedi in questo modo! Temevo che fossi sommerso dal rimorso e che ti stessi distruggendo quei bei capelli ricci, ”
“Il tutto è finito,” disse Dorian scuotendo la testa e sorridendo. “Ora sono perfettamente felice. So finalmente cos’è la coscienza. Non è quello che mi avevi detto. È la cosa più divina in noi. Non deriderla più, Harry, almeno non davanti a me. Voglio essere buono. Non posso sopportare l’idea che la mia ‘anima sia orribile.”
“Una base artistica molto affascinante per l’etica, Dorian! Ti faccio i complimenti. Ma come intendi cominciare?”
“Sposando Sibyl Vane.”
“Sposare Sibyl Vane!” esclamò Lord Henry alzandosi in piedi, guardandolo con stupore e perplessità. “Ma, caro Dorian, ”
“Sì, Harry, so cosa vuoi dire. Qualcosa di terribile riguardo al matrimonio. Non dirlo. Non dirmi mai più cose del genere. Due giorni fa le ho chiesto di sposarmi. Non intendo mancare alla mia parola. Sarà mia moglie.”
“Tua moglie. Dorian!. Non hai ricevuto la mia lettera? Ti ho scritto stamattina e l’ho fatta consegnare dal mio servitore.”
“La tua lettera? Oh sì, me ne ricordo. Non l’ho ancora letta, Harry. Avevo paura che ci fosse qualcosa che non mi sarebbe piaciuto. I tuoi epigrammi distruggono completamente la vita, ”
“Allora non sai nulla?”
“Cosa intendi?”
Lord Henry attraversò la stanza, si sedette accanto a Dorian Gray e prese entrambe le sue mani nelle proprie. “Dorian,” disse, “la mia lettera, non spaventarti, era per dirti che Sibyl Vane è morta.”
Un grido di dolore sfuggì dalle labbra del ragazzo; balzò in piedi, liberando le proprie mani dalla presa di Lord Henry. “Morta! Sibyl è morta. Non può essere vero. È una terribile menzogna. Come osi dirlo?”
“È la verità, Dorian,” rispose Lord Henry con gravità. “È scritto in tutti i giornali del mattino. Ti ho scritto per chiederti di non incontrare nessuno fino al mio arrivo. Naturalmente ci sarà un’inchiesta. E tu non devi esserne coinvolto. Queste cose possono rendere una persona ‘alla moda’ a Parigi. Ma a Londra la gente è così prevenuta. Qui, non si dovrebbe mai fare il proprio debutto con uno scandalo. Si dovrebbe riservarlo per rendere più interessante la propria vecchiaia. Immagino che al teatro nessuno conosca il tuo nome. Se no, va bene. Qualcuno ti ha visto andare da lei? Questo è un punto importante, ”
Dorian non rispose per alcuni momenti. Era sopraffatto dall’orrore. Alla fine mormorò, con voce soffocata: “Harry, hai detto che ci sarà un’inchiesta? Cosa intendevi dire? Sibyl, oh, Harry. Non ce la faccio più. Ma dimmi tutto subito, ”
“Io non ho dubbi che non si sia trattato di un incidente, Dorian, anche se al pubblico dovrà essere presentato in quel modo. Sembra che, mentre lasciava il teatro con sua madre, verso le dodici e mezza, abbia detto di aver dimenticato qualcosa al piano di sopra. Hanno aspettato un po’, ma non è mai scesa. Alla fine l’hanno trovata morta a terra nel suo camerino. Aveva ingerito per errore qualcosa, qualcosa di terribile che si usa nei teatri. Non so cosa fosse, ma probabilmente conteneva acido prussico o piombo bianco. Direi acido prussico, visto che è morta all’istante.”
“Harry, Harry, è terribile!” gridò il ragazzo.
“Sì, è davvero tragico. Ma non devi immischiarti in questa storia. Secondo ‘The Standard’, aveva diciassette anni. Sembrava persino più giovane. Aveva un aspetto così infantile, e sapeva così poco di recitazione. Dorian, non lasciare che tutto questo ti influenzi negativamente. Vieni a cena da me, poi andremo all’opera. È la serata di Patti. Ci saranno tutti. Puoi venire nella cabina di mia sorella. Ha con sé alcune donne molto eleganti, ”
“Quindi ho ucciso Sibyl Vane, ” mormorò Dorian Gray, quasi tra sé e sé, “l’ho uccisa proprio come se le avessi tagliato la gola con un coltello. Eppure i fiori sono ugualmente belli. Gli uccellini cantano ancora felici nel mio giardino. E stasera cennerò con te, poi andremo all’opera. E dopo, probabilmente, andrò da qualche parte a cena. La vita è davvero straordinariamente drammatica. Se avessi letto tutto questo in un libro, Harry, credo che avrei pianto. Ma ora che è successo davvero, e proprio a me, sembra troppo meraviglioso per versare lacrime. Questa è la prima lettera d’amore appassionata che abbia mai scritto in vita mia. Strano, che la mia prima lettera d’amore appassionata sia stata indirizzata a una ragazza morta. Chissà se quelle persone silenziose e bianche che chiamiamo morti riescono davvero a sentire qualcosa. Sibyl. Riesce a sentire, o a sapere, o ad ascoltare? Oh, Harry, quanto l’amavo una volta! Mi sembra che siano passati anni. Era tutto per me. Poi è arrivata quella terribile notte. È davvero stata solo ieri sera?. Quando ha recitato così male. Il mio cuore quasi si è spezzato. Me ne ha spiegato il motivo. Era terribilmente patetico. Ma non mi sono commosso affatto. Pensavo fosse superficiale. Poi è successo qualcosa che mi ha spaventato. Non posso dirti cosa. Ma era terribile. Ho detto che sarei tornato da lei. Sentivo di aver sbagliato. E ora è morta. Dio mio! Harry. Cosa devo fare? Non sai in quale pericolo mi trovi. E non c’è nulla che possa aiutarmi a rimanere sulla retta strada. Lei avrebbe fatto lo stesso per me. Non aveva il diritto di suicidarsi. È stato egoistico da parte sua, ”
“Mio caro Dorian,” rispose Lord Henry, prendendo una sigaretta dalla sua scatola e tirando fuori un fiammifero d’oro, “l’unica maniera in cui una donna possa mai ‘riformare’ un uomo è annoiandolo completamente fino a far sì che perda ogni interesse per la vita. Se avessi sposato questa ragazza, saresti stato infelice. Certo, l’avresti trattata con gentilezza; si può sempre essere gentili con le persone di cui non ci importa nulla. Ma lei avrebbe presto capito che eri assolutamente indifferente a lei. E quando una donna scopre questo riguardo al proprio marito, o diventa terribilmente noiosa, o inizia a indossare cappelli molto eleganti, pagati dal marito di un’altra donna. Non parlo del disonore sociale che ci sarebbe stato, il quale, naturalmente, non avrei mai permesso, ma ti assicuro che comunque tutto si sarebbe concluso in un totale fallimento.”
“Immagino di sì,” mormorò il ragazzo, camminando avanti e indietro nella stanza con il viso pallidissimo. “Ma pensavo fosse mio dovere. Non è colpa mia se questa terribile ‘tragedia’ mi ha impedito di fare ciò che era giusto. Ricordo che una volta hai detto che le buone risoluzioni sono sempre prese troppo tardi. Le mie, sicuramente, lo erano.”
“Le buone risoluzioni non sono altro che tentativi inutili di interferire con le leggi scientifiche. La loro origine è pura vanità; il loro risultato è assolutamente nullo. Ci offrono, di tanto in tanto, quelle emozioni sterili ma piacevoli, che hanno un certo fascino per i deboli. Ma non sono altro che assegni che le persone ritirano da una banca dove non hanno alcun conto.”
“Harry,” esclamò Dorian Gray, avvicinandosi e sedendosi accanto a lui, “perché non riesco a provare questa ‘tragedia’ quanto vorrei? Non credo di essere senza cuore. Tu sì?”
“Hai fatto troppe cose stupide nelle ultime due settimane per poterti definire così, Dorian,” rispose Lord Henry con il suo dolce sorriso malinconico.
Il ragazzo aggrottò la fronte. “Non mi piace questa spiegazione, Harry. Ma sono contento che tu non pensi che io sia senza cuore. Non lo sono affatto. So di non esserlo. Eppure devo ammettere che ciò che è accaduto non mi colpisce come dovrebbe. Mi sembra semplicemente la fine meravigliosa di una storia straordinaria. Ha tutta la terribile bellezza di una tragedia greca. Una tragedia in cui ho avuto un ruolo importante, ma dalla quale non sono stato ferito.”
“È una domanda interessante,” disse Lord Henry, che provava un piacere squisito nel sfruttare l’egoismo inconscio di quel ragazzo, “un’interessantissima domanda. Penso che la vera spiegazione sia questa: spesso accade che le vere tragedie della vita si verifichino in modo così poco artistico da ferirci con la loro violenza cruda, la loro assoluta incoerenza, la loro assurdità e la totale mancanza di stile. Ci colpiscono proprio come ci colpisce la volgarità; ci danno l’impressione di una pura forza bruta, e noi ci ribelliamo contro questo. Tuttavia, a volte una tragedia che possiede elementi artistici di bellezza incrocia la nostra vita. Se questi elementi di bellezza sono reali, l’intera esperienza colpisce semplicemente il nostro senso dell’effetto drammatico. All’improvviso ci rendiamo conto di non essere più gli attori, ma i spettatori della scena. O meglio, siamo entrambi: osserviamo noi stessi, e la semplice meraviglia dello spettacolo ci incanta. Nel presente caso, cosa è realmente accaduto? Qualcuno si è suicidata per amore tuo. Vorrei che anch’io avessi vissuto un’esperienza del genere: mi avrebbe fatto innamorare per sempre. Le persone che mi hanno amato – non ne sono state molte, ma alcune sì – hanno sempre insistito nel continuare a vivere, anche dopo che io avevo smesso di curarmi di loro, o loro di curarsi di me. Sono diventate grasse e noiose; quando le incontro, iniziano subito a ricordare il passato. Quella terribile memoria femminile. Che cosa spaventosa. E che totale stagnazione intellettuale rivela! Dovremmo assorbire i colori della vita, ma mai ricordarne i dettagli. I dettagli sono sempre volgari, ”
“Devo piantare papaveri nel mio giardino,” sospirò Dorian.
“Non c’è alcuna necessità,” ribatté il suo compagno. “La vita ha sempre i suoi fiori nelle mani. Ovviamente, a volte le cose si trascinano più a lungo del dovuto. Una volta ho indossato soltanto viole per tutta una stagione, come forma di lutto artistico per un romanzo che non voleva morire. Alla fine, però, è morto lo stesso. Non ricordo cosa l’abbia ucciso. Penso sia stato il momento in cui lei ha proposto di sacrificare tutto il mondo per me. Quello è sempre un momento terribile. Riempie una persona del terrore dell’eternità. Beh, ci crederesti? Una settimana fa, a casa della Lady Hampshire, mi sono ritrovato seduto a cena accanto a lei. E lei ha insistito per riparlarne di nuovo, rivangare il passato, sollevare questioni sul futuro. Avevo sepolto il mio romanzo in un tappeto di asfodeli. Lei l’ha riportato fuori e mi ha assicurato che avevo rovinato la sua vita. Devo dire che ha mangiato un pasto enorme. Quindi non ho provato alcuna ansia. Ma che mancanza di gusto da parte sua! L’unica bellezza del passato è proprio il fatto che sia passato. Le donne, però, non sanno mai quando la “scena” si è conclusa. Vogliono sempre un “sesto atto”. E appena l’interesse per quella “opera” finisce del tutto, propongono di continuarla, ”
Se si lasciasse fare loro, ogni commedia avrebbe un finale tragico, e ogni tragedia si concluderebbe in una farsa. Sono artificiali in modo affascinante, ma non hanno alcun senso dell’arte. Sei più fortunato di me. Te lo assicuro, Dorian: nessuna delle donne che ho conosciuto avrebbe fatto per me ciò che Sibyl Vane ha fatto per te. Le donne comuni si consolano sempre; alcune lo fanno ricorrendo a tonalità sentimentali. Mai fidarsi di una donna che indossa il viola, a qualunque età sia, o di una donna sopra i trentacinque anni che ama le nastri rosa: significa sempre che hanno un passato. Altre trovano grande consolazione nel scoprire all’improvviso i buoni lati dei loro mariti; li esibiscono davanti a tutti, come se fosse il peccato più affascinante. La religione consola alcune. I suoi misteri hanno tutto il fascino di un flirt. Me lo ha detto una donna, e posso capirlo benissimo. Inoltre, nulla rende le persone così vanitose come essere definite peccatrici. La conscienza ci rende tutti egoisti. Sì. Le consolazioni che le donne trovano nella vita moderna sono davvero infinite. Infatti, non ho ancora menzionato la più importante.
“Cos’è quello, Harry?” disse il ragazzo con indifferenza.
“Oh, la consolazione più ovvia. Prendersi l’ammiratore di un’altra quando si perde il proprio. Nelle buone società, questo basta sempre a “bianchire” una donna. Ma davvero, Dorian, quanto deve essere stata diversa Sibyl Vane da tutte le donne che si incontrano! C’è qualcosa di davvero bello nella sua morte. Sono felice di vivere in un secolo in cui accadono simili meraviglie. Fanno credere nella realtà di cose come il romanzo, la passione e l’amore.”
“Sono stato terribilmente crudele con lei. Lo dimentichi?”
“Temo che le donne apprezzino la crudeltà, una crudeltà assoluta, più di qualsiasi altra cosa. Hanno istinti meravigliosamente primitivi. Le abbiamo emancipate, ma rimangono schiave alla ricerca dei loro padroni. Amano essere dominate. Sono sicuro che tu fossi splendida. Non ti ho mai visto veramente arrabbiata, ma posso immaginare quanto fossi affascinante in quel momento. E, dopotutto, l’altro ieri mi hai detto qualcosa che allora mi è sembrato solo frutto di fantasia. Ma ora so che era assolutamente vero. Ed è proprio quella verità la chiave di tutto.”
“Di cosa si trattava, Harry?”
“Mi hai detto che Sibyl Vane rappresentava per te tutte le eroine dei romanzi d’amore. Che in una notte era stata Desdemona, e in un’altra Ophelia; che se moriva come Juliet, rinacqueva come Imogen, ”
“Ormai non rinacerà mai più, ” mormorò il ragazzo, nascondendo il viso tra le mani.
“No, lei non tornerà mai in vita. Ha recitato la sua ultima parte. Ma dovete considerare quella solitaria morte in quel triste camerino da letto semplicemente come un strano, macabro frammento di qualche tragedia elisabettiana, come una scena meravigliosa tratta dalle opere di Webster, Ford o Cyril Tourneur. Quella ragazza non ha mai veramente vissuto, e quindi non è mai veramente morta. Per voi, almeno, è sempre stata soltanto un sogno, un fantasma che appariva nelle opere di Shakespeare rendendole ancora più belle. Un elemento che faceva risuonare la sua musica in modo più ricco e gioioso. Nel momento in cui ha toccato la vita reale, l’ha rovinata, e così è morta. Piangete pure per Ophelia, se volete. Mettetevi la cenere in testa, perché Cordelia è stata strangolata. Gridate contro il cielo, perché la figlia di Brabantio è morta. Ma non sprecate le vostre lacrime per Sibyl Vane. Lei era ancora meno reale di loro.”
Calò il silenzio. La sera si addensava nella stanza. Silenziosamente, con passi leggeri come d’argento, le ombre iniziarono ad avvicinarsi dal giardino. I colori delle cose sbiadirono lentamente.
Dopo un po’ di tempo, Dorian Gray alzò lo sguardo. “Mi hai aiutato a comprendere meglio me stesso, Harry,” mormorò con un sospiro di sollievo. “Provavo tutte le cose che hai detto, ma in qualche modo ne avevo paura e non riuscivo ad esprimerle. Quanto mi conosci bene! Ma non parleremo più di ciò che è accaduto. È stata un’esperienza meravigliosa. Nient’altro. Mi chiedo se nella vita mi aspetti ancora qualcosa di altrettanto straordinario, ”
“La vita ha tutto in serbo per te, Dorian. Non c’è nulla che tu, con il tuo aspetto eccezionalmente attraente, non possa ottenere.”
“Ma supponiamo. Harry, che diventassi magro, vecchio, pieno di rughe. Cosa succederebbe allora?”
“Ah, allora,” disse Lord Henry alzandosi per andarsene, “allora, mio caro Dorian, dovrai lottare tu stesso per ottenere le tue vittorie. Altrimenti, ti verranno semplicemente offerte. No, devi mantenere il tuo bell’aspetto. Viviamo in un’epoca che legge troppo per essere saggia e pensa troppo per essere bella. Non possiamo permetterci di perderti. Ora faresti meglio a vestirti e andare al club; siamo già in ritardo.”
“Penso che vi raggiungerò all’opera, Harry. Sono troppo stanco per mangiare qualcosa. Qual è il numero della loggia di tua sorella?”
“Ventisette, credo. È nel palco principale. Vedrai il suo nome sulla porta. Mi dispiace che tu non venga a cena con noi, ”
“Non mi sento in grado,” disse Dorian con indifferenza. “Ma ti sono davvero grato per tutto quello che mi hai detto. Sei sicuramente il mio migliore amico. Nessuno mi ha mai capito come te.”
“Siamo solo all’inizio della nostra amicizia, Dorian, ” rispose Lord Henry stringendogli la mano. “Addio. Ci vedremo prima delle nove e mezza. Ricorda: Patti sta cantando, ”
Quando chiuse la porta alle sue spalle, Dorian Gray suonò il campanello; dopo pochi minuti, Victor apparve con le lampade e abbassò le tende. Aspettò impazientemente che se ne andasse. Quell’uomo sembrava impiegare un tempo infinito per fare qualsiasi cosa.
Non appena se ne fu andato, Dorian corse davanti allo specchio e lo aprì. No: non c’era alcun cambiamento nella immagine. Lo specchio aveva già ricevuto la notizia della morte di Sibyl Vane prima ancora che lui stesso ne venisse a conoscenza. Quello specchio “percepiva” gli eventi della vita nel momento in cui avvenivano. Quella crudeltà orribile che aveva deturpato i lineamenti del suo viso doveva essersi manifestata esattamente nel momento in cui la ragazza aveva bevuto quel veleno. O forse lo specchio era semplicemente indifferente ai risultati delle azioni umane? Si chiese, e sperò che un giorno potesse assistere personalmente a quei cambiamenti davanti ai suoi occhi.
Povera Sibyl. Che storia d’amore così straordinaria. Spesso imitava la morte sul palco. E ora la morte stessa l’aveva presa con sé. Come aveva interpretato quell’ultima scena terribile? Lo aveva maledetto prima di morire? No. Era morta per amore suo. E adesso, l’amore avrebbe sempre rappresentato per lui qualcosa di sacro. Aveva espiato tutto con il sacrificio della sua vita. Non avrebbe più pensato a ciò che lei lo aveva costretto a subire quella terribile notte al teatro. Quando pensava a lei, la vedeva come una figura tragica meravigliosa, mandata sul palco del mondo per mostrare la vera essenza dell’amore. Una figura tragica meravigliosa. Gli vennero le lacrime agli occhi al ricordo del suo sguardo infantile, dei suoi modi affascinanti e della sua grazia timida e tremante. Si asciugò rapidamente le lacrime e guardò di nuovo lo specchio.
Sentì che il momento era finalmente arrivato per prendere la sua decisione. O forse essa era già stata presa? Sì, la vita lo aveva deciso per lui: la vita, e la sua stessa infinita curiosità verso di essa. Giovinezza eterna, passione infinita, piaceri sottili e segreti, gioie selvagge e peccati ancora più terribili. Avrebbe avuto tutto questo. Il ritratto avrebbe portato il peso della sua vergogna: nient’altro.
Un senso di dolore lo invase al pensiero della profanazione che attendeva quel bel viso dipinto sulla tela. Una volta, in una scherzosa imitazione di Narciso da ragazzo, aveva baciato, o finto di baciare, quelle labbra dipinte che ora gli sorridevano con tanta crudeltà. mattina dopo mattina si sedeva davanti al ritratto, ammirandone la bellezza, quasi innamorandosene a volte. Ora quel viso avrebbe dovuto cambiare ad ogni suo umore? Avrebbe diventato qualcosa di orribile e disgustoso, nascosto in una stanza chiusa a chiave, escluso dalla luce del sole che un tempo rendeva i suoi capelli ancora più splendenti. Che tragedia!
Per un momento pensò di pregare affinché quella strana connessione tra lui e il ritratto cessasse. Forse una preghiera avrebbe potuto cambiarlo. Ma chi, che conoscesse davvero la vita, avrebbe rinunciato all’opportunità di rimanere sempre giovane, per quanto fantastica fosse tale possibilità, o per quali conseguenze fatali potesse essere costellata? Inoltre, era davvero sotto il suo controllo? Era davvero stata una preghiera a causare quel cambiamento. O forse esisteva qualche ragione scientifica? Se il pensiero poteva influenzare un organismo vivente, non avrebbe potuto influenzare anche cose morte e inanimate? E poi, senza pensieri né desideri consapevoli, le cose esterne a noi non avrebbero forse potuto vibrare in armonia con i nostri umori e passioni, gli atomi comunicando tra loro attraverso un misterioso legame d’amore o di affinità? Ma la ragione non aveva importanza. Non avrebbe mai più tentato alcuna forza terribile con una preghiera. Se il ritratto doveva cambiare, allora sarebbe cambiato. E basta. Perché indagare troppo a fondo?
Ci sarebbe stato davvero un grande piacere nel guardarla. Avrebbe potuto seguire i propri pensieri nei loro luoghi più segreti. Questo ritratto sarebbe stato per lui lo specchio più magico di tutti: proprio come gli aveva rivelato il proprio corpo, così gli avrebbe rivelato anche la propria ‘anima. E quando l’Inverno fosse arrivato, lui sarebbe ancora lì, dove l’Primavera tremava sull’orlo dell’Estate. Quando il Sangue si fosse ritirato dal suo viso, lasciandogli dietro una maschera pallida come la Gesso, con occhi cupi e spenti, lui avrebbe conservato lo splendore dell’infanzia. Nessun fiore della sua bellezza sarebbe mai appassito; nessun battito del suo cuore si sarebbe mai indebolito. Come gli dèi greci, sarebbe stato forte, veloce e gioioso. Che importanza aveva ciò che accadeva all’immagine dipinta sulla tela? Lui sarebbe stato al sicuro. Questo era tutto ciò che contava.
Riposizionò la tenda davanti al ritratto, sorridendo mentre lo faceva, e poi entrò nella sua camera da letto, dove il suo valletto lo stava già aspettando. Un’ora dopo era all’opera. Lord Henry era appoggiato allo schienale della sua sedia.
CHAPTER 9 As he was sitting at breakfast next morning, Basil Hallward was shown into the room. “I am so glad I have found you, Dorian,” he said gravely. “I called last night, and they told me you were at the opera. Of course, I knew that was impossible. But I wish you had left word where you had really gone to. I passed a dreadful evening, half afraid that one tragedy might be followed by another. I think you might have telegraphed for me when you heard of it first. I read of it quite by chance in a late edition of The Globe that I picked up at the club. I came here at once and was miserable at not finding you. I can’t tell you how heart-broken I am about the whole thing. I know what you must suffer. But where were you? Did you go down and see the girl’s mother? For a moment I thought of following you there. They gave the address in the paper. Somewhere in the Euston Road, isn’t it? But I was afraid of intruding upon a sorrow that I could not lighten. Poor woman! What a state she must be in! And her only child, too! What did she say about it all?” “My dear Basil, how do I know?” murmured Dorian Gray, sipping some pale-yellow wine from a delicate, gold-beaded bubble of Venetian glass and looking dreadfully bored. “I was at the opera. You should have come on there. I met Lady Gwendolen, Harry’s sister, for the first time. We were in her box. She is perfectly charming; and Patti sang divinely. Don’t talk about horrid subjects. If one doesn’t talk about a thing, it has never happened. It is simply expression, as Harry says, that gives reality to things. I may mention that she was not the woman’s only child. There is a son, a charming fellow, I believe. But he is not on the stage. He is a sailor, or something. And now, tell me about yourself and what you are painting.” “You went to the opera?” said Hallward, speaking very slowly and with a strained touch of pain in his voice. “You went to the opera while Sibyl Vane was lying dead in some sordid lodging? You can talk to me of other women being charming, and of Patti singing divinely, before the girl you loved has even the quiet of a grave to sleep in? Why, man, there are horrors in store for that little white body of hers!” “Stop, Basil! I won’t hear it!” cried Dorian, leaping to his feet. “You must not tell me about things. What is done is done. What is past is past.” “You call yesterday the past?” “What has the actual lapse of time got to do with it? It is only shallow people who require years to get rid of an emotion. A man who is master of himself can end a sorrow as easily as he can invent a pleasure. I don’t want to be at the mercy of my emotions. I want to use them, to enjoy them, and to dominate them.” “Dorian, this is horrible! Something has changed you completely. You look exactly the same wonderful boy who, day after day, used to come down to my studio to sit for his picture. But you were simple, natural, and affectionate then. You were the most unspoiled creature in the whole world. Now, I don’t know what has come over you. You talk as if you had no heart, no pity in you. It is all Harry’s influence. I see that.” The lad flushed up and, going to the window, looked out for a few moments on the green, flickering, sun-lashed garden. “I owe a great deal to Harry, Basil,” he said at last, “more than I owe to you. You only taught me to be vain.” “Well, I am punished for that, Dorian — or shall be some day.” “I don’t know what you mean, Basil,” he exclaimed, turning round. “I don’t know what you want. What do you want?” “I want the Dorian Gray I used to paint,” said the artist sadly. “Basil,” said the lad, going over to him and putting his hand on his shoulder, “you have come too late. Yesterday, when I heard that Sibyl Vane had killed herself— “ “Killed herself! Good heavens! is there no doubt about that?” cried Hallward, looking up at him with an expression of horror. “My dear Basil! Surely you don’t think it was a vulgar accident? Of course she killed herself.” The elder man buried his face in his hands. “How fearful,” he muttered, and a shudder ran through him. “No,” said Dorian Gray, “there is nothing fearful about it. It is one of the great romantic tragedies of the age. As a rule, people who act lead the most commonplace lives. They are good husbands, or faithful wives, or something tedious. You know what I mean — middle-class virtue and all that kind of thing. How different Sibyl was! She lived her finest tragedy. She was always a heroine. The last night she played — the night you saw her — she acted badly because she had known the reality of love. When she knew its unreality, she died, as Juliet might have died. She passed again into the sphere of art. There is something of the martyr about her. Her death has all the pathetic uselessness of martyrdom, all its wasted beauty. But, as I was saying, you must not think I have not suffered. If you had come in yesterday at a particular moment — about half-past five, perhaps, or a quarter to six — you would have found me in tears. Even Harry, who was here, who brought me the news, in fact, had no idea what I was going through. I suffered immensely. Then it passed away. I cannot repeat an emotion. No one can, except sentimentalists. And you are awfully unjust, Basil. You come down here to console me. That is charming of you. You find me consoled, and you are furious. How like a sympathetic person! You remind me of a story Harry told me about a certain philanthropist who spent twenty years of his life in trying to get some grievance redressed, or some unjust law altered — I forget exactly what it was. Finally he succeeded, and nothing could exceed his disappointment. He had absolutely nothing to do, almost died of ennui, and became a confirmed misanthrope. And besides, my dear old Basil, if you really want to console me, teach me rather to forget what has happened, or to see it from a proper artistic point of view. Was it not Gautier who used to write about la consolation des arts? I remember picking up a little vellum-covered book in your studio one day and chancing on that delightful phrase. Well, I am not like that young man you told me of when we were down at Marlow together, the young man who used to say that yellow satin could console one for all the miseries of life. I love beautiful things that one can touch and handle. Old brocades, green bronzes, lacquer-work, carved ivories, exquisite surroundings, luxury, pomp — there is much to be got from all these. But the artistic temperament that they create, or at any rate reveal, is still more to me. To become the spectator of one’s own life, as Harry says, is to escape the suffering of life. I know you are surprised at my talking to you like this. You have not realized how I have developed. I was a schoolboy when you knew me. I am a man now. I have new passions, new thoughts, new ideas. I am different, but you must not like me less. I am changed, but you must always be my friend. Of course, I am very fond of Harry. But I know that you are better than he is. You are not stronger — you are too much afraid of life — but you are better. And how happy we used to be together! Don’t leave me, Basil, and don’t quarrel with me. I am what I am. There is nothing more to be said.” The painter felt strangely moved. The lad was infinitely dear to him, and his personality had been the great turning point in his art. He could not bear the idea of reproaching him any more. After all, his indifference was probably merely a mood that would pass away. There was so much in him that was good, so much in him that was noble. “Well, Dorian,” he said at length, with a sad smile, “I won’t speak to you again about this horrible thing, after to-day. I only trust your name won’t be mentioned in connection with it. The inquest is to take place this afternoon. Have they summoned you?” Dorian shook his head, and a look of annoyance passed over his face at the mention of the word “inquest.” There was something so crude and vulgar about everything of the kind. “They don’t know my name,” he answered. “But surely she did?” “Only my Christian name, and that I am quite sure she never mentioned to any one. She told me once that they were all rather curious to learn who I was, and that she invariably told them my name was Prince Charming. It was pretty of her. You must do me a drawing of Sibyl, Basil. I should like to have something more of her than the memory of a few kisses and some broken pathetic words.” “I will try and do something, Dorian, if it would please you. But you must come and sit to me yourself again. I can’t get on without you.” “I can never sit to you again, Basil. It is impossible!” he exclaimed, starting back. The painter stared at him. “My dear boy, what nonsense!” he cried. “Do you mean to say you don’t like what I did of you? Where is it? Why have you pulled the screen in front of it? Let me look at it. It is the best thing I have ever done. Do take the screen away, Dorian. It is simply disgraceful of your servant hiding my work like that. I felt the room looked different as I came in.” “My servant has nothing to do with it, Basil. You don’t imagine I let him arrange my room for me? He settles my flowers for me sometimes — that is all. No; I did it myself. The light was too strong on the portrait.” “Too strong! Surely not, my dear fellow? It is an admirable place for it. Let me see it.” And Hallward walked towards the corner of the room. A cry of terror broke from Dorian Gray’s lips, and he rushed between the painter and the screen. “Basil,” he said, looking very pale, “you must not look at it. I don’t wish you to.” “Not look at my own work! You are not serious. Why shouldn’t I look at it?” exclaimed Hallward, laughing. “If you try to look at it, Basil, on my word of honour I will never speak to you again as long as I live. I am quite serious. I don’t offer any explanation, and you are not to ask for any. But, remember, if you touch this screen, everything is over between us.” Hallward was thunderstruck. He looked at Dorian Gray in absolute amazement. He had never seen him like this before. The lad was actually pallid with rage. His hands were clenched, and the pupils of his eyes were like disks of blue fire. He was trembling all over. “Dorian!” “Don’t speak!” “But what is the matter? Of course I won’t look at it if you don’t want me to,” he said, rather coldly, turning on his heel and going over towards the window. “But, really, it seems rather absurd that I shouldn’t see my own work, especially as I am going to exhibit it in Paris in the autumn. I shall probably have to give it another coat of varnish before that, so I must see it some day, and why not to-day?” “To exhibit it! You want to exhibit it?” exclaimed Dorian Gray, a strange sense of terror creeping over him. Was the world going to be shown his secret? Were people to gape at the mystery of his life? That was impossible. Something — he did not know what — had to be done at once. “Yes; I don’t suppose you will object to that. Georges Petit is going to collect all my best pictures for a special exhibition in the Rue de Seze, which will open the first week in October. The portrait will only be away a month. I should think you could easily spare it for that time. In fact, you are sure to be out of town. And if you keep it always behind a screen, you can’t care much about it.” Dorian Gray passed his hand over his forehead. There were beads of perspiration there. He felt that he was on the brink of a horrible danger. “You told me a month ago that you would never exhibit it,” he cried. “Why have you changed your mind? You people who go in for being consistent have just as many moods as others have. The only difference is that your moods are rather meaningless. You can’t have forgotten that you assured me most solemnly that nothing in the world would induce you to send it to any exhibition. You told Harry exactly the same thing.” He stopped suddenly, and a gleam of light came into his eyes. He remembered that Lord Henry had said to him once, half seriously and half in jest, “If you want to have a strange quarter of an hour, get Basil to tell you why he won’t exhibit your picture. He told me why he wouldn’t, and it was a revelation to me.” Yes, perhaps Basil, too, had his secret. He would ask him and try. “Basil,” he said, coming over quite close and looking him straight in the face, “we have each of us a secret. Let me know yours, and I shall tell you mine. What was your reason for refusing to exhibit my picture?” The painter shuddered in spite of himself. “Dorian, if I told you, you might like me less than you do, and you would certainly laugh at me. I could not bear your doing either of those two things. If you wish me never to look at your picture again, I am content. I have always you to look at. If you wish the best work I have ever done to be hidden from the world, I am satisfied. Your friendship is dearer to me than any fame or reputation.” “No, Basil, you must tell me,” insisted Dorian Gray. “I think I have a right to know.” His feeling of terror had passed away, and curiosity had taken its place. He was determined to find out Basil Hallward’s mystery. “Let us sit down, Dorian,” said the painter, looking troubled. “Let us sit down. And just answer me one question. Have you noticed in the picture something curious? — something that probably at first did not strike you, but that revealed itself to you suddenly?” “Basil!” cried the lad, clutching the arms of his chair with trembling hands and gazing at him with wild startled eyes. “I see you did. Don’t speak. Wait till you hear what I have to say. Dorian, from the moment I met you, your personality had the most extraordinary influence over me. I was dominated, soul, brain, and power, by you. You became to me the visible incarnation of that unseen ideal whose memory haunts us artists like an exquisite dream. I worshipped you. I grew jealous of every one to whom you spoke. I wanted to have you all to myself. I was only happy when I was with you. When you were away from me, you were still present in my art… Of course, I never let you know anything about this. It would have been impossible. You would not have understood it. I hardly understood it myself. I only knew that I had seen perfection face to face, and that the world had become wonderful to my eyes — too wonderful, perhaps, for in such mad worships there is peril, the peril of losing them, no less than the peril of keeping them… Weeks and weeks went on, and I grew more and more absorbed in you. Then came a new development. I had drawn you as Paris in dainty armour, and as Adonis with huntsman’s cloak and polished boar-spear. Crowned with heavy lotus-blossoms you had sat on the prow of Adrian’s barge, gazing across the green turbid Nile. You had leaned over the still pool of some Greek woodland and seen in the water’s silent silver the marvel of your own face. And it had all been what art should be — unconscious, ideal, and remote. One day, a fatal day I sometimes think, I determined to paint a wonderful portrait of you as you actually are, not in the costume of dead ages, but in your own dress and in your own time. Whether it was the realism of the method, or the mere wonder of your own personality, thus directly presented to me without mist or veil, I cannot tell. But I know that as I worked at it, every flake and film of colour seemed to me to reveal my secret. I grew afraid that others would know of my idolatry. I felt, Dorian, that I had told too much, that I had put too much of myself into it. Then it was that I resolved never to allow the picture to be exhibited. You were a little annoyed; but then you did not realize all that it meant to me. Harry, to whom I talked about it, laughed at me. But I did not mind that. When the picture was finished, and I sat alone with it, I felt that I was right… Well, after a few days the thing left my studio, and as soon as I had got rid of the intolerable fascination of its presence, it seemed to me that I had been foolish in imagining that I had seen anything in it, more than that you were extremely good-looking and that I could paint. Even now I cannot help feeling that it is a mistake to think that the passion one feels in creation is ever really shown in the work one creates. Art is always more abstract than we fancy. Form and colour tell us of form and colour — that is all. It often seems to me that art conceals the artist far more completely than it ever reveals him. And so when I got this offer from Paris, I determined to make your portrait the principal thing in my exhibition. It never occurred to me that you would refuse. I see now that you were right. The picture cannot be shown. You must not be angry with me, Dorian, for what I have told you. As I said to Harry, once, you are made to be worshipped.” Dorian Gray drew a long breath. The colour came back to his cheeks, and a smile played about his lips. The peril was over. He was safe for the time. Yet he could not help feeling infinite pity for the painter who had just made this strange confession to him, and wondered if he himself would ever be so dominated by the personality of a friend. Lord Henry had the charm of being very dangerous. But that was all. He was too clever and too cynical to be really fond of. Would there ever be some one who would fill him with a strange idolatry? Was that one of the things that life had in store? “It is extraordinary to me, Dorian,” said Hallward, “that you should have seen this in the portrait. Did you really see it?” “I saw something in it,” he answered, “something that seemed to me very curious.” “Well, you don’t mind my looking at the thing now?” Dorian shook his head. “You must not ask me that, Basil. I could not possibly let you stand in front of that picture.” “You will some day, surely?” “Never.” “Well, perhaps you are right. And now good-bye, Dorian. You have been the one person in my life who has really influenced my art. Whatever I have done that is good, I owe to you. Ah! you don’t know what it cost me to tell you all that I have told you.” “My dear Basil,” said Dorian, “what have you told me? Simply that you felt that you admired me too much. That is not even a compliment.” “It was not intended as a compliment. It was a confession. Now that I have made it, something seems to have gone out of me. Perhaps one should never put one’s worship into words.” “It was a very disappointing confession.” “Why, what did you expect, Dorian? You didn’t see anything else in the picture, did you? There was nothing else to see?” “No; there was nothing else to see. Why do you ask? But you mustn’t talk about worship. It is foolish. You and I are friends, Basil, and we must always remain so.” “You have got Harry,” said the painter sadly. “Oh, Harry!” cried the lad, with a ripple of laughter. “Harry spends his days in saying what is incredible and his evenings in doing what is improbable. Just the sort of life I would like to lead. But still I don’t think I would go to Harry if I were in trouble. I would sooner go to you, Basil.” “You will sit to me again?” “Impossible!” “You spoil my life as an artist by refusing, Dorian. No man comes across two ideal things. Few come across one.” “I can’t explain it to you, Basil, but I must never sit to you again. There is something fatal about a portrait. It has a life of its own. I will come and have tea with you. That will be just as pleasant.” “Pleasanter for you, I am afraid,” murmured Hallward regretfully. “And now good-bye. I am sorry you won’t let me look at the picture once again. But that can’t be helped. I quite understand what you feel about it.” As he left the room, Dorian Gray smiled to himself. Poor Basil! How little he knew of the true reason! And how strange it was that, instead of having been forced to reveal his own secret, he had succeeded, almost by chance, in wresting a secret from his friend! How much that strange confession explained to him! The painter’s absurd fits of jealousy, his wild devotion, his extravagant panegyrics, his curious reticences — he understood them all now, and he felt sorry. There seemed to him to be something tragic in a friendship so coloured by romance. He sighed and touched the bell. The portrait must be hidden away at all costs. He could not run such a risk of discovery again. It had been mad of him to have allowed the thing to remain, even for an hour, in a room to which any of his friends had access.
CAPITOLO 9
La mattina seguente, mentre sedeva a colazione, Basil Hallward fu fatto entrare nella stanza.
“Sono così felice di avervi trovato, Dorian,” disse con gravità. “Ieri sera vi ho cercato, ma mi hanno detto che eravate all’opera. Certo, sapevo che era impossibile. Avreste dovuto lasciarmi un messaggio per dirmi dove eravate realmente andato. Ho trascorso una serata terribile, temendo che una tragedia potesse seguire un’altra. Forse avreste dovuto telegrafarmi non appena ne foste venuto a conoscenza. L’ho saputo per caso, leggendo un giornale al club. Sono venuto subito qui, ma non trovandovi sono stato distrutto. Non potete immaginare quanto sia addolorato per tutto questo. So quali sofferenze state provando. Ma dove eravate? Siete andato a trovare la madre di quella ragazza? Per un momento ho pensato di seguirvi lì. L’indirizzo era sul giornale. Da qualche parte in Euston Road, giusto? Ma non volevo intromettermi in una sofferenza che non potevo alleviare. Povera donna. In quale stato deve trovarsi. E suo figlio. Cosa ha detto al riguardo?”
“Mio caro Basil. Come posso saperlo?” mormorò Dorian Gray, sorseggiando un vino giallo pallido da un bicchiere di vetro veneziano decorato con perle dorate, con aria visibilmente annoiata. “Ero all’opera. Avreste dovuto venire anche voi. Ho incontrato per la prima volta Lady Gwendolen, la sorella di Harry. Eravamo nella sua loggia. È davvero incantevole. E Patti ha cantato divinamente. Non parlate di cose orribili. Se non ne si parla, è come se non fossero mai accadute. È l’espressione, dice Harry, a dare realtà alle cose. A proposito. Lei non era l’unica figlia di quella donna. C’è anche un figlio. Un ragazzo molto affascinante, credo. Ma non è un attore. È un marinaio, o qualcosa del genere. Ora, ditemi di voi e di quello che state dipingendo, ”
“Siete andato all’opera?” disse Hallward, con voce lenta e straziata. “Siete andato all’opera mentre Sibyl Vane giaceva morta in qualche squallido alloggio. Potete parlarmi di altre donne incantevoli e di Patti che canta divinamente. Ma quella ragazza che amavate non ha nemmeno il riposo di una tomba. Per l’amor del cielo, ci sono orrori in agguato per quel suo piccolo corpo bianco, ”
“Basta, Basil! Non voglio sentire nulla!” esclamò Dorian, alzandosi in piedi. “Non dovete parlarmi di queste cose. Quello che è stato fatto è stato fatto. Il passato è passato, ”
“Chiamate ieri il passato?”
“Cosa c’entra il trascorrere del tempo con tutto questo? Solo le persone superficiali hanno bisogno di anni per superare un dolore. Un uomo che si domina può porre fine a una sofferenza tanto facilmente quanto può crearsi piacere. Non voglio essere alla mercé delle mie emozioni. Voglio usarle, godermele e dominarle, ”
“Dorian, è terribile! Qualcosa ti ha completamente cambiato. Sembri esattamente lo stesso meraviglioso ragazzo che, giorno dopo giorno, veniva nel mio studio per farsi ritrarre. Ma allora eri semplice, naturale e affettuoso. Eri l’essere più innocente al mondo. Ora, non so cosa ti sia successo. Parli come se non avessi cuore, né pietà. È tutta colpa di Harry. Lo vedo chiaramente.”
Il ragazzo arrossì e andò alla finestra, guardando per un momento il giardino verde, illuminato dal sole. “Devo molto a Harry, Basil. Più di quanto debba a te. Tu mi hai insegnato solo ad essere vanitoso, ”
“Beh. Forse ne pago le conseguenze, Dorian. O forse lo farò un giorno.”
“Non capisco cosa intendi, Basil. Cosa vuoi davvero?”
“Voglio il Dorian Gray che un tempo dipingevo,” disse tristemente l’artista.
“Basil, ” disse il ragazzo avvicinandosi a lui e mettendogli una mano sulla spalla, “È troppo tardi. Ieri, quando ho saputo che Sibyl Vane si era suicidata, ”
“Si è suicidata! Mio Dio. Non c’è alcun dubbio?” esclamò Hallward, con un’espressione di orrore.
“Mio caro Basil. Sicuramente non pensi che sia stato un semplice incidente. Lei si è davvero uccisa, ”
L’uomo più anziano nascose il viso tra le mani, “Che terrore, ” mormorò, scosso da un brivido.
“No,” disse Dorian Gray, “non c’è nulla di spaventoso in tutto questo. È una delle grandi tragedie romantiche del nostro tempo. Di solito, le persone che agiscono conducono vite assolutamente banali: sono buoni mariti, mogli fedeli, o semplicemente persone noiose. Capisci cosa intendo: virtù di medio ceto e simili. Quanto era diversa Sibyl! Lei ha vissuto la sua tragedia nel modo più splendido possibile; è sempre stata un’eroina. Quella sera in cui ha recitato, quella sera che l’avete vista, ha recitato male perché conosceva la realtà dell’amore. Quando ha capito quanto fosse irreale, è morta, proprio come avrebbe potuto morire Juliet. È tornata nuovamente nel regno dell’arte. C’è qualcosa di martiriale in lei. La sua morte ha tutta la patetica inutilità del martirio, tutta quella bellezza sprecata. Ma, come dicevo, non pensare che io non abbia sofferto. Se ieri fossi arrivato in un certo momento, forse alle cinque e mezza, o alle sei meno un quarto, mi avresti trovato in lacrime. Anche Harry, che era qui e mi ha portato la notizia, in realtà non aveva idea di ciò che stavo passando. Ho sofferto terribilmente. Poi tutto è passato. Non si può ripetere un’emozione. Nessuno può farlo, tranne i sentimentalisti. E sei davvero ingiusto, Basil. Vieni qui a consolarmi. È molto carino da parte tua. Ma quando mi vedi consolato, diventi furioso. Che persona compassionevole. Mi ricordi una storia che Harry mi ha raccontato su un certo filantropo che aveva trascorso vent’anni cercando di far correggere qualche ingiustizia o modificare qualche legge ingiusta. Alla fine ci è riuscito, ma la delusione è stata immensa. Non gli restava più nulla da fare. È morto di noia ed è diventato un misantropo convinto. E poi, caro vecchio Basil, se davvero vuoi consolarmi, insegnami piuttosto a dimenticare ciò che è accaduto, o a vederlo da un punto di vista artistico. Non era forse Gautier a scrivere della “consolazione dell’arte”? Ricordo che un giorno, nel tuo studio, ho trovato un libretto rilegato in velluto e ho letto quella frase deliziosa. Beh, io non sono come quel giovane di cui mi hai parlato quando eravamo a Marlow, quel giovane che diceva che il satin giallo potesse consolare le persone di tutte le miserie della vita. Io amo le cose belle che si possono toccare e maneggiare: vecchi broccati, bronzi verdi, oggetti laccati, avori intagliati, ambienti raffinati, lusso, pompa. Ci sono molte cose positive in tutto questo. Ma il temperamento artistico che queste cose creano, o comunque rivelano, è ancora più importante per me. Diventare spettatori della propria vita, come dice Harry, significa sfuggire alle sofferenze della vita. So che sei sorpreso dal modo in cui ti parlo. Non ti eri reso conto di quanto io sia cambiato. Quando mi hai conosciuto ero ancora uno studente. Ora sono un uomo. Ho nuove passioni, nuovi pensieri, nuove idee. Sono diverso, ma non devi meno amarmi. Sono cambiato, ma devi sempre essere mio amico, ”
Certo, ho un grande affetto per Harry. Ma so che tu sei migliore di lui. Non sei più forte, hai troppa paura della vita, ma sei comunque migliore. E quanto eravamo felici insieme! Non lasciarmi, Basil, e non litigare con me. Sono quello che sono. Non c’è nulla altro da dire.
Il pittore si sentì stranamente commosso. Quel ragazzo gli era infinitamente caro, e la sua personalità aveva rappresentato un vero punto di svolta nella sua arte. Non riusciva proprio a sopportare l’idea di rimproverarlo ancora. Dopotutto, la sua indifferenza probabilmente non era altro che un momento passeggero; c’era così tanto di buono in lui, così tanto di nobile.
“Bene, Dorian,” disse infine, con un sorriso triste, “non parlerò più con te di questa orribile faccenda. A patto che il tuo nome non venga menzionato in relazione ad essa. L’inchiesta si terrà questo pomeriggio. Ti hanno già convocato?”
Dorian scosse la testa; un’espressione di fastidio apparve sul suo viso al sentir menzionare l’“inchiesta”. Tutto ciò che riguardava quel genere di procedimenti gli sembrava così crudele e volgare, “Non conoscono il mio nome,” rispose.
“Ma sicuramente lei lo conosceva, ”
“Solo il mio nome di battesimo, e sono sicuro che lei non l’abbia mai menzionato con nessuno. Mi disse una volta che tutti erano piuttosto curiosi di sapere chi fossi, e che lei rispondeva sempre che il mio nome era Principe Azzurro. È stato davvero gentile da parte sua. Devi dipingermi Sibyl, Basil. Vorrei avere qualcosa di lei, oltre al ricordo di alcuni baci e di alcune parole tristi e spezzate, ”
“Cercherò di farlo, Dorian, se ti fa piacere. Ma devi venire tu stesso a sederti davanti a me. Non riesco a lavorare senza di te.”
“Non potrò mai più sedermi davanti a te, Basil. È impossibile!” esclamò, indietreggiando.
Il pittore lo fissò. “Mio caro ragazzo, che sciocchezze, ” disse. “Vuoi dire che non ti piace ciò che ho dipinto di te? Dove è il quadro? Perché hai tirato la tenda davanti a esso? Lasciami vederlo. È la cosa migliore che abbia mai creato. Togli quella tenda, Dorian. È davvero vergognoso che tu nasconda il mio lavoro in questo modo. Mi è sembrato che la stanza fosse diversa quando sono entrato, ”
“Il mio servitore non c’entra nulla in questa faccenda, Basil. Non penserai mica che gli permetta di sistemare la mia stanza per me. A volte mi aiuta a mettere i fiori nei vasi, nient’altro. No; l’ho fatto io stesso. La luce era troppo forte sul ritratto.”
“Troppo forte? Impossibile, caro amico. È un posto davvero adatto per esporlo. Lasciami vederlo.” E Hallward si diresse verso l’angolo della stanza.
Un grido di terrore sfuggì dalle labbra di Dorian Gray, che si interpose tra il pittore e lo schermo. “Basil,” disse, pallidissimo, “non devi guardarlo. Non voglio che tu lo faccia.”
“Non guardare il mio stesso lavoro? Non stai scherzando. Perché non dovrei farlo?” esclamò Hallward, ridendo.
“Se provi a guardarlo, Basil, giuro sulla mia onore che non parlerò mai più con te per tutta la vita. Sono serissimo. Non chiedo spiegazioni, e nemmeno tu dovresti farle. Ma ricorda: se tocchi questo schermo, tutto tra di noi sarà finito.”
Hallward rimase sbalordito. Guardò Dorian Gray con assoluto stupore: non lo aveva mai visto in quel modo prima. Il giovane era davvero pallido per la rabbia; le sue mani erano strette a pugno e le pupille dei suoi occhi sembravano dischi di blu fuoco. Tremava tutto.
“Dorian!”
“Non parlare!”
“Ma cosa c’è? Certo che non lo guarderò se tu non vuoi,” disse lui, in tono piuttosto freddo, girandosi e dirigendosi verso la finestra. “Ma davvero, sembra assurdo che io non possa vedere il mio stesso lavoro, soprattutto visto che lo mostrerò a Parigi nell’autunno. Probabilmente dovrò dare un altro strato di vernice prima, quindi devo vederlo. E perché non oggi?”
“Mostrarlo! Vuoi davvero mostrarlo?” esclamò Dorian Gray, invaso da una strana sensazione di terrore. Il mondo avrebbe scoperto il suo segreto? La gente avrebbe fissato con curiosità il mistero della sua vita? Era impossibile. Qualcosa – non sapeva cosa – doveva essere fatto immediatamente.
“Sì; immagino che tu non obietterai. Georges Petit raccoglierà tutte le mie migliori opere per una mostra speciale in Rue de Seze, che aprirà la prima settimana di ottobre. Il ritratto resterà via solo un mese. Penso che tu possa facilmente sopportarlo per quel tempo. In realtà, probabilmente sarai fuori città. E se lo tieni sempre nascosto dietro uno schermo, non ti importerà molto, ”
Dorian Gray si passò una mano sulla fronte: c’erano gocce di sudore. Sentiva di essere sull’orlo di un pericolo terribile. “Mi avevi detto un mese fa che non lo avresti mai mostrato,” gridò. “Perché hai cambiato idea? Voi che vi vantate di coerenza, avete gli stessi capricci delle altre persone. L’unica differenza è che i vostri capricci sono privi di senso. Non puoi aver dimenticato di avermi assicurato con estrema serietà che nulla al mondo ti avrebbe indotto a mostrarlo in una mostra. Hai detto la stessa cosa anche a Harry, ” Si fermò improvvisamente; gli occhi gli si illuminarono. Ricordò che Lord Henry gli aveva detto, a metà seriamente e a metà scherzando: “Se vuoi passare un quarto d’ora strano, fai dire a Basil perché non vuole mostrare il tuo ritratto. Lui mi ha spiegato il motivo. E per me è stata una rivelazione, ” Sì. Forse anche Basil aveva il suo segreto. Glielo avrebbe chiesto e avrebbe provato.
“Basil,” disse, avvicinandosi molto e guardandolo dritto negli occhi, “ognuno di noi ha un segreto. Dimmi il tuo, e ti dirò il mio. Qual è stata la ragione per cui hai rifiutato di mostrare il mio ritratto?”
Il pittore tremò, nonostante se ne rendesse conto. “Dorian, se te lo dicessi, forse smetteresti di amarmi come fai ora e sicuramente rideresti di me. Non potrei sopportare che tu facessi una delle due cose. Se vuoi che non guardi mai più il tuo dipinto, sono d’accordo; ho sempre te stesso da osservare. Se preferisci che l’opera migliore che abbia mai realizzato venga nascosta al mondo, sono soddisfatto. La tua amicizia è per me più preziosa di qualsiasi fama o reputazione.”
“No, Basil, devi dirmelo,” insistette Dorian Gray. “Penso di avere il diritto di saperlo.” Il suo terrore era svanito; al suo posto era subentrata la curiosità. Era determinato a scoprire il mistero che circondava Basil Hallward.
“Sediamoci, Dorian,” disse il pittore, con un’espressione preoccupata. “Rispondimi solo a una domanda: hai notato qualcosa di strano nel dipinto? Qualcosa che probabilmente all’inizio non ti è sembrato importante, ma che poi ti è diventato evidente?”
“Basil!” esclamò il ragazzo, afferrando con mani tremanti i bracci della sedia e guardandolo con occhi spaventati.
“Vedo che l’hai fatto. Non parlare. Aspetta di sentire quello che ho da dire. Dorian, dal momento in cui ti ho conosciuto, la tua personalità ha avuto su di me un’influenza straordinaria. Sono stato dominato da te, anima, mente e volontà. Per me sei diventata l’incarnazione visibile di quell’ideale invisibile il cui ricordo perseguita noi artisti come un sogno meraviglioso. Ti ho adorato. Ero geloso di chiunque parlasse con te. Volevo averti tutta per me. Ero felice solo quando eravamo insieme. Quando eri lontano da me, eri comunque presente nella mia arte. Ovviamente non ti ho mai detto nulla di tutto questo. Sarebbe stato impossibile. Non avresti capito. Nemmeno io lo capivo del tutto. Sapevo solo di aver visto la perfezione faccia a faccia. E che il mondo era diventato meraviglioso ai miei occhi. Forse troppo meraviglioso. Perché in un simile fanatismo c’è un pericolo. Il pericolo di perderlo. O forse quello di tenerlo troppo stretto. Passarono settimane. E io diventavo sempre più assorbito da te. Poi accadde qualcosa di nuovo. Ti avevo ritratto come Parigi in delicati abiti da guerriero, e come Adone con il mantello da cacciatore e la lancia lucida. Coronato di pesanti fiori di loto, eri seduto sulla prua della barca di Adriano, guardando attraverso le acque verdi e torbide del Nilo. Ti eri chinato su uno stagno tranquillo in un bosco greco. E avevi visto nel silenzio dell’acqua argentea la meraviglia del tuo stesso volto. Tutto ciò era esattamente ciò che l’arte dovrebbe essere. Inconscio, ideale e distante. Un giorno. Un giorno fatale, a volte penso. Decisi di dipingerti così come sei veramente. Non nei costumi di epoche passate. Ma con i tuoi vestiti normali. E nel tuo tempo reale. Non so se fosse per la realismo del metodo. O semplicemente per la meraviglia della tua personalità, presentata direttamente davanti a me, senza veli né distanze. So solo che mentre lavoravo, ogni singola sfumatura di colore sembrava rivelare i miei segreti. Ebbi paura che altri scoprissero la mia idolatria. Sentii, Dorian. Che avevo detto troppo. Che avevo messo troppo di me stesso in quel dipinto. Allora decisi di non farlo mai esporre. Tu fosti un po’ infastidito. Ma non capisti quanto significasse per me. Harry, a cui ne parlai, rise di me. Ma non mi importava. Quando il dipinto fu finito. E rimasi solo con esso. Sentii di aver avuto ragione. Dopo alcuni giorni, il dipinto lasciò il mio studio. E non appena riuscii a liberarmi dall’attrazione insopportabile della sua presenza. Mi sembrò di essere stato stupido ad aver pensato di vedere qualcosa in esso. Oltre al fatto che eri estremamente attraente. E che sapevo dipingerti bene. Anche ora non posso fare a meno di pensare che sia un errore credere che la passione che si prova nella creazione artistica venga davvero riflessa nell’opera stessa. L’arte è sempre più astratta di quanto immaginiamo. La forma e il colore ci parlano solo di forma e colore. Nient’altro, ”
Spesso mi sembra che l’arte nasconda l’artista in modo molto più completo di quanto lo riveli mai. E così, quando ho ricevuto questa offerta da Parigi, ho deciso di fare del vostro ritratto l’elemento principale della mia mostra. Non mi è mai passato per la mente che poteste rifiutare. Ora capisco che avevate ragione: quel dipinto non può essere esposto. Non dovete arrabbiarvi con me, Dorian, per ciò che vi ho detto. Come dissi una volta a Harry, voi siete destinati ad essere venerati.
Dorian Gray trasse un lungo respiro. Il colore tornò sulle sue guance e un sorriso apparve sulle sue labbra. Il pericolo era passato; per il momento era al sicuro. Tuttavia, non poteva fare a meno di provare una profonda compassione per quel pittore che gli aveva appena fatto quella strana confessione, e si chiedeva se anche lui un giorno sarebbe stato così dominato dalla personalità di un amico. Lord Henry possedeva il fascino della pericolosità. Ma era tutto lì. Era troppo intelligente e troppo cinico per essere veramente apprezzato. Esisteva davvero qualcuno che potesse suscitare in lui una sorta di idolatria? Forse era proprio questo uno dei segreti che la vita aveva in serbo.
“È straordinario, Dorian,” disse Hallward, “che tu abbia visto tutto ciò nel ritratto. L’hai davvero visto?”
“Ho visto qualcosa. Qualcosa che mi è sembrato molto curioso.”
“Allora non ti dispiace se ora lo guardo anch’io, ”
Dorian scosse la testa. “Non devi chiedermelo, Basil. Non potrei mai permetterti di guardare quel ritratto.”
“Certo che un giorno lo farai, ”
“Mai.”
“Forse hai ragione. Ora addio, Dorian. Sei stata l’unica persona nella mia vita a influenzare veramente la mia arte. Tutto ciò che ho fatto di buono te lo devo a te. Ah. Non sai quanto mi sia costato confessarti tutto questo, ”
“Mio caro Basil,” disse Dorian, “di cosa mi hai parlato? Solo del fatto che mi ammiravi troppo. E questo non è nemmeno un complimento, ”
“Non era inteso come complimento. Era una confessione. Ora che l’ho fatta, sembra che qualcosa sia andato perduto in me. Forse non si dovrebbe mai esprimere a parole il proprio amore, ”
“È stata davvero una confessione deludente, ”
“E perché? Cosa ti aspettavi, Dorian? Non hai visto nient’altro nel ritratto, vero? Non c’era nulla d’altro da vedere, ”
“No. Non c’era nulla d’altro. Ma non dovresti parlare di amore. È sciocco. Tu ed io siamo amici, Basil. E dobbiamo rimanerlo per sempre, ”
“Hai Harry, ” disse il pittore con tristezza.
“Oh, Harry!” esclamò Dorian, ridendo. “Harry passa le giornate a dire cose incredibili e le serate a fare cose improbabili. Proprio il tipo di vita che vorrei condurre io. Ma comunque, se avessi dei problemi, non andrei da Harry. Andrei da te, Basil, ”
“Riprenderai a posare per me?”
“Impossibile!”
“Rifiutando, Dorian, rovini la mia vita di artista. Nessuno incontra due cose ideali nella vita. Pochi ne incontrano anche una sola, ”
“Non riesco a spiegartelo, Basil. Ma non posso più riposare per te. Un ritratto ha una sua vita. Proprio sua. Verrò da te a prendere il tè. Sarà altrettanto piacevole, ”
“Forse sarà più piacevole per te, ” mormorò Hallward, con rammarico. “Ora addio. Mi dispiace che non mi permetta di guardare quel ritratto un’altra volta. Ma non c’è niente da fare. Capisco perfettamente cosa provi, ”
Mentre lasciava la stanza, Dorian Gray sorrise tra sé e sé. Povero Basil! Quanto poco sapeva della vera ragione. E quanto strano fosse che, invece di essere costretto a rivelare il proprio segreto, fosse riuscito, quasi per caso, a strappare un segreto al proprio amico. Quella strana confessione gli spiegava tutto: le assurde crisi di gelosia del pittore, la sua devota dedizione, i suoi eccessivi elogi, le sue curiose reticenze. Ora capiva tutto, e provava compassione per lui. Gli sembrava che ci fosse qualcosa di tragico in un’amicizia così influenzata dall’romanzo. Sospirò e suonò il campanello: quel ritratto doveva essere nascosto a tutti i costi. Non poteva correre di nuovo il rischio di essere scoperto. Era stato davvero folle permettere che rimanesse, anche solo per un’ora, in una stanza accessibile a qualsiasi suo amico.
CHAPTER 10 When his servant entered, he looked at him steadfastly and wondered if he had thought of peering behind the screen. The man was quite impassive and waited for his orders. Dorian lit a cigarette and walked over to the glass and glanced into it. He could see the reflection of Victor’s face perfectly. It was like a placid mask of servility. There was nothing to be afraid of, there. Yet he thought it best to be on his guard. Speaking very slowly, he told him to tell the house-keeper that he wanted to see her, and then to go to the frame-maker and ask him to send two of his men round at once. It seemed to him that as the man left the room his eyes wandered in the direction of the screen. Or was that merely his own fancy? After a few moments, in her black silk dress, with old-fashioned thread mittens on her wrinkled hands, Mrs. Leaf bustled into the library. He asked her for the key of the schoolroom. “The old schoolroom, Mr. Dorian?” she exclaimed. “Why, it is full of dust. I must get it arranged and put straight before you go into it. It is not fit for you to see, sir. It is not, indeed.” “I don’t want it put straight, Leaf. I only want the key.” “Well, sir, you’ll be covered with cobwebs if you go into it. Why, it hasn’t been opened for nearly five years — not since his lordship died.” He winced at the mention of his grandfather. He had hateful memories of him. “That does not matter,” he answered. “I simply want to see the place — that is all. Give me the key.” “And here is the key, sir,” said the old lady, going over the contents of her bunch with tremulously uncertain hands. “Here is the key. I’ll have it off the bunch in a moment. But you don’t think of living up there, sir, and you so comfortable here?” “No, no,” he cried petulantly. “Thank you, Leaf. That will do.” She lingered for a few moments, and was garrulous over some detail of the household. He sighed and told her to manage things as she thought best. She left the room, wreathed in smiles. As the door closed, Dorian put the key in his pocket and looked round the room. His eye fell on a large, purple satin coverlet heavily embroidered with gold, a splendid piece of late seventeenth-century Venetian work that his grandfather had found in a convent near Bologna. Yes, that would serve to wrap the dreadful thing in. It had perhaps served often as a pall for the dead. Now it was to hide something that had a corruption of its own, worse than the corruption of death itself — something that would breed horrors and yet would never die. What the worm was to the corpse, his sins would be to the painted image on the canvas. They would mar its beauty and eat away its grace. They would defile it and make it shameful. And yet the thing would still live on. It would be always alive. He shuddered, and for a moment he regretted that he had not told Basil the true reason why he had wished to hide the picture away. Basil would have helped him to resist Lord Henry’s influence, and the still more poisonous influences that came from his own temperament. The love that he bore him — for it was really love — had nothing in it that was not noble and intellectual. It was not that mere physical admiration of beauty that is born of the senses and that dies when the senses tire. It was such love as Michelangelo had known, and Montaigne, and Winckelmann, and Shakespeare himself. Yes, Basil could have saved him. But it was too late now. The past could always be annihilated. Regret, denial, or forgetfulness could do that. But the future was inevitable. There were passions in him that would find their terrible outlet, dreams that would make the shadow of their evil real. He took up from the couch the great purple-and-gold texture that covered it, and, holding it in his hands, passed behind the screen. Was the face on the canvas viler than before? It seemed to him that it was unchanged, and yet his loathing of it was intensified. Gold hair, blue eyes, and rose-red lips — they all were there. It was simply the expression that had altered. That was horrible in its cruelty. Compared to what he saw in it of censure or rebuke, how shallow Basil’s reproaches about Sibyl Vane had been! — how shallow, and of what little account! His own soul was looking out at him from the canvas and calling him to judgement. A look of pain came across him, and he flung the rich pall over the picture. As he did so, a knock came to the door. He passed out as his servant entered. “The persons are here, Monsieur.” He felt that the man must be got rid of at once. He must not be allowed to know where the picture was being taken to. There was something sly about him, and he had thoughtful, treacherous eyes. Sitting down at the writing-table he scribbled a note to Lord Henry, asking him to send him round something to read and reminding him that they were to meet at eight-fifteen that evening. “Wait for an answer,” he said, handing it to him, “and show the men in here.” In two or three minutes there was another knock, and Mr. Hubbard himself, the celebrated frame-maker of South Audley Street, came in with a somewhat rough-looking young assistant. Mr. Hubbard was a florid, red-whiskered little man, whose admiration for art was considerably tempered by the inveterate impecuniosity of most of the artists who dealt with him. As a rule, he never left his shop. He waited for people to come to him. But he always made an exception in favour of Dorian Gray. There was something about Dorian that charmed everybody. It was a pleasure even to see him. “What can I do for you, Mr. Gray?” he said, rubbing his fat freckled hands. “I thought I would do myself the honour of coming round in person. I have just got a beauty of a frame, sir. Picked it up at a sale. Old Florentine. Came from Fonthill, I believe. Admirably suited for a religious subject, Mr. Gray.” “I am so sorry you have given yourself the trouble of coming round, Mr. Hubbard. I shall certainly drop in and look at the frame — though I don’t go in much at present for religious art — but to-day I only want a picture carried to the top of the house for me. It is rather heavy, so I thought I would ask you to lend me a couple of your men.” “No trouble at all, Mr. Gray. I am delighted to be of any service to you. Which is the work of art, sir?” “This,” replied Dorian, moving the screen back. “Can you move it, covering and all, just as it is? I don’t want it to get scratched going upstairs.” “There will be no difficulty, sir,” said the genial frame-maker, beginning, with the aid of his assistant, to unhook the picture from the long brass chains by which it was suspended. “And, now, where shall we carry it to, Mr. Gray?” “I will show you the way, Mr. Hubbard, if you will kindly follow me. Or perhaps you had better go in front. I am afraid it is right at the top of the house. We will go up by the front staircase, as it is wider.” He held the door open for them, and they passed out into the hall and began the ascent. The elaborate character of the frame had made the picture extremely bulky, and now and then, in spite of the obsequious protests of Mr. Hubbard, who had the true tradesman’s spirited dislike of seeing a gentleman doing anything useful, Dorian put his hand to it so as to help them. “Something of a load to carry, sir,” gasped the little man when they reached the top landing. And he wiped his shiny forehead. “I am afraid it is rather heavy,” murmured Dorian as he unlocked the door that opened into the room that was to keep for him the curious secret of his life and hide his soul from the eyes of men. He had not entered the place for more than four years — not, indeed, since he had used it first as a play-room when he was a child, and then as a study when he grew somewhat older. It was a large, well-proportioned room, which had been specially built by the last Lord Kelso for the use of the little grandson whom, for his strange likeness to his mother, and also for other reasons, he had always hated and desired to keep at a distance. It appeared to Dorian to have but little changed. There was the huge Italian cassone, with its fantastically painted panels and its tarnished gilt mouldings, in which he had so often hidden himself as a boy. There the satinwood book-case filled with his dog-eared schoolbooks. On the wall behind it was hanging the same ragged Flemish tapestry where a faded king and queen were playing chess in a garden, while a company of hawkers rode by, carrying hooded birds on their gauntleted wrists. How well he remembered it all! Every moment of his lonely childhood came back to him as he looked round. He recalled the stainless purity of his boyish life, and it seemed horrible to him that it was here the fatal portrait was to be hidden away. How little he had thought, in those dead days, of all that was in store for him! But there was no other place in the house so secure from prying eyes as this. He had the key, and no one else could enter it. Beneath its purple pall, the face painted on the canvas could grow bestial, sodden, and unclean. What did it matter? No one could see it. He himself would not see it. Why should he watch the hideous corruption of his soul? He kept his youth — that was enough. And, besides, might not his nature grow finer, after all? There was no reason that the future should be so full of shame. Some love might come across his life, and purify him, and shield him from those sins that seemed to be already stirring in spirit and in flesh — those curious unpictured sins whose very mystery lent them their subtlety and their charm. Perhaps, some day, the cruel look would have passed away from the scarlet sensitive mouth, and he might show to the world Basil Hallward’s masterpiece. No; that was impossible. Hour by hour, and week by week, the thing upon the canvas was growing old. It might escape the hideousness of sin, but the hideousness of age was in store for it. The cheeks would become hollow or flaccid. Yellow crow’s feet would creep round the fading eyes and make them horrible. The hair would lose its brightness, the mouth would gape or droop, would be foolish or gross, as the mouths of old men are. There would be the wrinkled throat, the cold, blue-veined hands, the twisted body, that he remembered in the grandfather who had been so stern to him in his boyhood. The picture had to be concealed. There was no help for it. “Bring it in, Mr. Hubbard, please,” he said, wearily, turning round. “I am sorry I kept you so long. I was thinking of something else.” “Always glad to have a rest, Mr. Gray,” answered the frame-maker, who was still gasping for breath. “Where shall we put it, sir?” “Oh, anywhere. Here: this will do. I don’t want to have it hung up. Just lean it against the wall. Thanks.” “Might one look at the work of art, sir?” Dorian started. “It would not interest you, Mr. Hubbard,” he said, keeping his eye on the man. He felt ready to leap upon him and fling him to the ground if he dared to lift the gorgeous hanging that concealed the secret of his life. “I shan’t trouble you any more now. I am much obliged for your kindness in coming round.” “Not at all, not at all, Mr. Gray. Ever ready to do anything for you, sir.” And Mr. Hubbard tramped downstairs, followed by the assistant, who glanced back at Dorian with a look of shy wonder in his rough uncomely face. He had never seen any one so marvellous. When the sound of their footsteps had died away, Dorian locked the door and put the key in his pocket. He felt safe now. No one would ever look upon the horrible thing. No eye but his would ever see his shame. On reaching the library, he found that it was just after five o’clock and that the tea had been already brought up. On a little table of dark perfumed wood thickly incrusted with nacre, a present from Lady Radley, his guardian’s wife, a pretty professional invalid who had spent the preceding winter in Cairo, was lying a note from Lord Henry, and beside it was a book bound in yellow paper, the cover slightly torn and the edges soiled. A copy of the third edition of The St. James’s Gazette had been placed on the tea-tray. It was evident that Victor had returned. He wondered if he had met the men in the hall as they were leaving the house and had wormed out of them what they had been doing. He would be sure to miss the picture — had no doubt missed it already, while he had been laying the tea-things. The screen had not been set back, and a blank space was visible on the wall. Perhaps some night he might find him creeping upstairs and trying to force the door of the room. It was a horrible thing to have a spy in one’s house. He had heard of rich men who had been blackmailed all their lives by some servant who had read a letter, or overheard a conversation, or picked up a card with an address, or found beneath a pillow a withered flower or a shred of crumpled lace. He sighed, and having poured himself out some tea, opened Lord Henry’s note. It was simply to say that he sent him round the evening paper, and a book that might interest him, and that he would be at the club at eight-fifteen. He opened The St. James’s languidly, and looked through it. A red pencil-mark on the fifth page caught his eye. It drew attention to the following paragraph: INQUEST ON AN ACTRESS. — An inquest was held this morning at the Bell Tavern, Hoxton Road, by Mr. Danby, the District Coroner, on the body of Sibyl Vane, a young actress recently engaged at the Royal Theatre, Holborn. A verdict of death by misadventure was returned. Considerable sympathy was expressed for the mother of the deceased, who was greatly affected during the giving of her own evidence, and that of Dr. Birrell, who had made the post-mortem examination of the deceased. He frowned, and tearing the paper in two, went across the room and flung the pieces away. How ugly it all was! And how horribly real ugliness made things! He felt a little annoyed with Lord Henry for having sent him the report. And it was certainly stupid of him to have marked it with red pencil. Victor might have read it. The man knew more than enough English for that. Perhaps he had read it and had begun to suspect something. And, yet, what did it matter? What had Dorian Gray to do with Sibyl Vane’s death? There was nothing to fear. Dorian Gray had not killed her. His eye fell on the yellow book that Lord Henry had sent him. What was it, he wondered. He went towards the little, pearl-coloured octagonal stand that had always looked to him like the work of some strange Egyptian bees that wrought in silver, and taking up the volume, flung himself into an arm-chair and began to turn over the leaves. After a few minutes he became absorbed. It was the strangest book that he had ever read. It seemed to him that in exquisite raiment, and to the delicate sound of flutes, the sins of the world were passing in dumb show before him. Things that he had dimly dreamed of were suddenly made real to him. Things of which he had never dreamed were gradually revealed. It was a novel without a plot and with only one character, being, indeed, simply a psychological study of a certain young Parisian who spent his life trying to realize in the nineteenth century all the passions and modes of thought that belonged to every century except his own, and to sum up, as it were, in himself the various moods through which the world-spirit had ever passed, loving for their mere artificiality those renunciations that men have unwisely called virtue, as much as those natural rebellions that wise men still call sin. The style in which it was written was that curious jewelled style, vivid and obscure at once, full of argot and of archaisms, of technical expressions and of elaborate paraphrases, that characterizes the work of some of the finest artists of the French school of Symbolistes. There were in it metaphors as monstrous as orchids and as subtle in colour. The life of the senses was described in the terms of mystical philosophy. One hardly knew at times whether one was reading the spiritual ecstasies of some mediaeval saint or the morbid confessions of a modern sinner. It was a poisonous book. The heavy odour of incense seemed to cling about its pages and to trouble the brain. The mere cadence of the sentences, the subtle monotony of their music, so full as it was of complex refrains and movements elaborately repeated, produced in the mind of the lad, as he passed from chapter to chapter, a form of reverie, a malady of dreaming, that made him unconscious of the falling day and creeping shadows. Cloudless, and pierced by one solitary star, a copper-green sky gleamed through the windows. He read on by its wan light till he could read no more. Then, after his valet had reminded him several times of the lateness of the hour, he got up, and going into the next room, placed the book on the little Florentine table that always stood at his bedside and began to dress for dinner. It was almost nine o’clock before he reached the club, where he found Lord Henry sitting alone, in the morning-room, looking very much bored. “I am so sorry, Harry,” he cried, “but really it is entirely your fault. That book you sent me so fascinated me that I forgot how the time was going.” “Yes, I thought you would like it,” replied his host, rising from his chair. “I didn’t say I liked it, Harry. I said it fascinated me. There is a great difference.” “Ah, you have discovered that?” murmured Lord Henry. And they passed into the dining-room.
CAPITOLO 10
Quando il suo servitore entrò, Dorian lo fissò con attenzione, chiedendosi se avesse pensato di guardare dietro lo schermo. L’uomo rimase del tutto impassibile e aspettò le sue istruzioni. Dorian accese una sigaretta, si avvicinò al vetro e vi guardò dentro: riusciva a vedere perfettamente il riflesso del viso di Victor. Sembrava una maschera tranquilla, piena di sottomissione. Non c’era nulla da temere lì dentro. Eppure decise di rimanere cauto.
Parlando molto lentamente, ordinò al servitore di dire alla governante che voleva vederla, e poi di andare dal falegname e chiedergli di mandare subito due dei suoi uomini lì. Gli sembrò che, mentre l’uomo usciva dalla stanza, i suoi occhi si dirigessero verso lo schermo. O forse era solo frutto della sua immaginazione?
Dopo alcuni minuti, la signora Leaf entrò nella biblioteca, vestita con il suo abito di seta nera e indossando dei guanti di filo all’antica sulle mani rugose. Dorian le chiese la chiave dell’aula scolastica.
“L’aula vecchia, signor Dorian?” esclamò lei. “Ma è piena di polvere. Devo sistemarla prima che entri. Non è adatta per voi, davvero.”
“Non voglio che venga sistemata. Voglio solo la chiave,” rispose lui.
“Beh, ci saranno ragnatele dappertutto se ci entrate. Non è stata aperta da quasi cinque anni. Da quando è morto il signor Lord, ”
Dorian trasalì al ricordo di suo nonno. Aveva ricordi terribili di lui. “Non importa,” disse. “Voglio solo vedere quel posto. Datemi la chiave.”
“Eccola qui, signore,” disse la vecchia signora, prendendo la chiave dal mazzo che teneva in mano con mani tremanti. “La tolgo subito dal mazzo. Ma non pensate davvero di vivere lì sopra, voi che siete così comodamente sistemati qui, ”
“No, no,” rispose lui, impaziente. “Grazie, signora Leaf. Va bene così.”
Lei rimase ancora qualche momento, chiacchierando su vari dettagli domestici. Dorian sospirò e le disse di gestire le cose come riteneva meglio. Lei se ne andò, sorridendo.
Quando la porta si chiuse, Dorian mise la chiave in tasca e guardò intorno alla stanza. I suoi occhi si posarono su una grande coperta di seta viola, ricamata in oro. Un pezzo magnifico di arte veneta del tardo XVII secolo che suo nonno aveva trovato in un convento vicino a Bologna. Sì. Quella coperta sarebbe stata perfetta per avvolgere quella cosa orribile. Forse era già stata usata molte volte come lenzuolo funebre. Ora doveva servire a nascondere qualcosa di ancora più corrotto della morte stessa. Qualcosa che generava orrori, eppure non sarebbe mai morto. Quello che il verme rappresenta per un cadavere, i suoi peccati lo erano per quell’immagine dipinta sulla tela. Avrebbero rovinato la sua bellezza, distrutto la sua grazia. L’avrebbero contaminata, rendendola vergognosa. Eppure quella cosa sarebbe sopravvissuta. Sarebbe sempre rimasta viva.
Si ritrasse, e per un momento si pentì di non aver detto a Basil la vera ragione per cui aveva voluto nascondere quel dipinto. Basil avrebbe potuto aiutarlo a resistere all’influenza di Lord Henry, e anche a quelle influenze ancora più pericolose derivanti dal suo stesso temperamento. Quell’amore che provava per lui – perché in realtà era davvero amore – non conteneva nulla di meschino o volgare; non si trattava semplicemente di un’ammirazione fisica per la bellezza, nata dai sensi e svanita quando questi si stancavano. Era quel tipo di amore che Michelangelo, Montaigne, Winckelmann e lo stesso Shakespeare avevano conosciuto. Sì, Basil avrebbe potuto salvarlo. Ma ormai era troppo tardi. Il passato poteva sempre essere cancellato: il rimorso, la negazione o l’oblio erano in grado di farlo. Ma il futuro era inevitabile. C’erano passioni in lui che avrebbero trovato il loro terribile sfogo; sogni che avrebbero reso reale l’ombra del male. Prese dal divano quel grande dipinto dai colori viola e oro, lo tenne tra le mani e si diresse dietro la tenda. Il volto sulla tela era forse più orribile di prima? Gli sembrava che non fosse cambiato. Eppure il suo disgusto per esso aumentò ancora. Capelli dorati, occhi blu, labbra rosso-rosate. Tutto c’era. Solo l’espressione era cambiata. Era terribile nella sua crudeltà. Rispetto a ciò che vedeva in quel volto – rimproveri, condanne, – quali banali erano stati i rimproveri di Basil riguardo a Sibyl Vane! Quanto superficiali e insignificanti. La sua stessa ‘anima sembrava guardarlo dal dipinto, chiamandolo a giudizio. Un’espressione di dolore gli apparve sul viso. Gettò il pesante panno sopra il dipinto. In quel momento qualcuno bussò alla porta. Quando il suo servitore entrò, lui perse i sensi.
“Le persone sono arrivate, Monsieur, ”
Sentì che quell’uomo doveva essere eliminato immediatamente. Non doveva assolutamente sapere dove veniva portato quel dipinto. C’era qualcosa di subdolo in lui. Occhi astuti e traditori. Si sedette alla scrivania, scrisse una nota per Lord Henry chiedendogli di fargli portare qualcosa da leggere, e gli ricordò che si sarebbero incontrati quella sera alle otto e mezza.
“Aspetti la risposta,” disse, porgendogliela, “e poi faccia entrare quelle persone, ”
Dopo due o tre minuti ci fu un altro bussamento. Il famoso artigiano di South Audley Street, il signor Hubbard, entrò insieme a un giovane assistente dall’aspetto piuttosto rozzo. Il signor Hubbard era un uomo piccolo, con i baffi rossi e un viso rosso in volto; la sua ammirazione per l’arte veniva notevolmente mitigata dalla costante povertà della maggior parte degli artisti che avevano a che fare con lui. Di solito non lasciava mai il suo negozio. Aspettava che fossero loro ad andare da lui. Ma faceva sempre un’eccezione per Dorian Gray. C’era qualcosa in Dorian che incantava tutti. Era già un piacere vederlo.
“In cosa posso esservi utile, signor Gray?” disse, strofinandosi le sue mani grasse e piene di lentiggini. “Ho pensato che fosse un onore per me venire personalmente da voi. Ho appena acquistato un quadro davvero bellissimo. L’ho comprato durante una svendita; è un vecchio dipinto fiorentino, credo. Ottimo per un soggetto religioso, signor Gray.”
“Mi dispiace molto che siate preso la briga di venire qui, signor Hubbard. Sicuramente verrò a dare un’occhiata al quadro, anche se ultimamente non mi interesso molto all’arte religiosa. Oggi però voglio solo che il dipinto venga portato in cima alla casa. È piuttosto pesante, quindi ho pensato di chiedervi di prestarmi alcuni dei vostri uomini.”
“Nessun problema, signor Gray. Sono felice di potervi essere d’aiuto. Di quale opera si tratta?”
“Questo,” rispose Dorian, spostando la tenda dietro cui era nascosto il dipinto. “Potete spostarlo così com’è, con tutto il telaio e le protezioni? Non voglio che venga graffiato durante il trasporto.”
“Non ci saranno problemi, signor Gray,” disse l’amabile artigiano, iniziando insieme al suo assistente a staccare il quadro dalle lunghe catene d’ottone con cui era sospeso. “E ora, dove lo portiamo?”
“Vi mostrerò la strada, signor Hubbard, se volete seguirmi. O forse è meglio che andiate avanti voi. Immagino che si trovi proprio in cima alla casa. Saliremo dalla scala anteriore, è più larga.”
Li tenne aperta la porta e insieme iniziarono a salire. Il complesso telaio del quadro lo rendeva estremamente ingombrante; di tanto in tanto, nonostante le proteste di Mr. Hubbard, che odiava vedere un gentiluomo svolgere lavori manuali, Dorian aiutava a trasportarlo.
“È davvero un peso considerevole da portare, ”, ansimò il piccolo uomo quando raggiunsero il piano di sopra. Si asciugò la fronte sudata.
“Infatti è piuttosto pesante, ” mormorò Dorian, aprendo la porta che conduceva nella stanza in cui avrebbe custodito il segreto più strano della sua vita, e nascosto la propria “anima” agli occhi degli uomini.
Non era entrato in quel luogo da più di quattro anni; anzi, non vi era mai tornato da quando, da bambino, lo usava come stanza per giocare, e in seguito come studio, quando era cresciuto un po’. Era una stanza grande, ben proporzionata, costruita appositamente dall’ultimo Lord Kelso per il nipotino che, a causa della sua strana somiglianza con la madre e per altri motivi, lui aveva sempre odiato e voluto tenere a distanza. A Dorian sembrava che non fosse cambiata quasi nulla: c’era ancora l’enorme armadio italiano, con i pannelli dipinti in modo fantastico e le dorature ossidate, dove da ragazzo si nascondeva spesso; c’era ancora la libreria di legno satinato piena dei suoi libri di scuola, con le pagine consumate; sul muro, appesa alla stessa tappezzeria fiamminga logora, si vedevano un re e una regina sbiaditi che giocavano a scacchi in un giardino, mentre un gruppo di venditori ambulanti passava accanto, portando uccelli coperti da cappucci sui polsi guantati. Quanto bene se ne ricordava! Ogni momento della sua solitaria infanzia gli tornava alla mente mentre guardava intorno. Ricordava la purezza incantevole della sua vita infantile, e gli sembrava orribile che proprio lì fosse nascosto quel ritratto fatale. Quanto poco aveva pensato, in quei giorni lontani, a tutto ciò che lo aspettava!
Ma non c’era nessun altro posto in quella casa più sicuro dagli occhi curiosi di altri. Aveva la chiave; nessuno poteva entrare. Sotto quel velo viola, il volto dipinto sulla tela poteva diventare orribile, umido e sporco. Ma che importanza aveva? Nessuno poteva vederlo. Lui stesso non lo avrebbe visto. Perché doveva assistere alla terribile corruzione della sua anima? Gli bastava conservare la sua giovinezza. E poi, forse la sua natura sarebbe potuta migliorare, dopotutto? Non c’era motivo perché il futuro dovesse essere pieno di vergogna. Forse nella sua vita sarebbe arrivato qualche amore che lo avrebbe purificato e lo avrebbe protetto da quei peccati che già sembravano agitarsi nel suo spirito e nel suo corpo. Quei peccati misteriosi, la cui stessa oscurità li rendeva subdoli e affascinanti. Forse, un giorno, quell’espressione crudele sarebbe scomparsa da quel volto dipinto. E lui avrebbe potuto mostrare al mondo l’opera magistrale di Basil Hallward.
No. Era impossibile. Ora dopo ora, settimana dopo settimana, quella figura sulla tela invecchiava. Forse sarebbe riuscita a sfuggire all’orrore del peccato, ma l’orrore dell’invecchiamento era inevitabile. Le guance si sarebbero riempite di rughe o diventate flaccide; intorno agli occhi sbiaditi sarebbero apparse rughe gialle; i capelli avrebbero perso il loro splendore; la bocca si sarebbe aperta o sarebbe caduta in giù, diventando ridicola o disgustosa. Come quelle dei vecchi. Quel ritratto doveva essere nascosto. Non c’era altra scelta.
“Portatelo dentro, per favore, signor Hubbard,” disse lui, con aria stanca, girandosi. “Mi dispiace di avervi trattenuto così a lungo. Stavo pensando ad altro.”
“Sempre felice di potermi riposare un po’, signor Gray,” rispose il falegname, che ancora ansimava. “Dove lo mettiamo, signore?”
“Oh, ovunque vada bene. Qui va benissimo. Non voglio che venga appeso; basta appoggiarlo al muro. Grazie.”
“Posso dare un’occhiata a questa ‘opera d’arte’, signore?”
Dorian sussultò. “Non vi interesserebbe, signor Hubbard,” disse, tenendo d’occhio quell’uomo. Era pronto a saltargli addosso e scaraventarlo a terra se avesse osato sollevare quella splendida decorazione che nascondeva il segreto della sua vita. “Non vi disturberò più adesso. Vi sono molto grato per la vostra gentilezza.”
“Assolutamente no, signor Gray. Sono sempre a disposizione per voi,” rispose il signor Hubbard, scendendo le scale, seguito dall’assistente, che lanciò a Dorian uno sguardo pieno di timido stupore sul suo volto ruvido e poco attraente. Non aveva mai visto nessuno così straordinario.
Quando il suono dei loro passi si fu allontanato, Dorian chiuse a chiave la porta e se la mise in tasca. Ora si sentiva al sicuro: nessuno avrebbe mai visto quella cosa orribile, nessun occhio oltre al suo avrebbe mai conosciuto la sua vergogna.
Arrivato in biblioteca, vide che erano appena passate le cinque e che il tè era già stato portato su. Su un piccolo tavolo di legno scuro e profumato, ricoperto in modo spesso da madreperla – un regalo di Lady Radley, moglie del suo tutore – c’era una nota di Lord Henry, insieme a un libro rilegato in carta gialla, con la copertina leggermente strappata e i bordi sporchi. Sul vassoio del tè era stata posizionata anche una copia della terza edizione de “The St. James’s Gazette”. Era evidente che Victor fosse tornato. Si chiese se avesse incontrato quegli uomini nell’atrio mentre lasciavano la casa e se fosse riuscito a scoprire cosa stavano facendo. Di certo aveva perso il dipinto: non ne aveva alcun dubbio, visto che stava preparando il tè. La tenda non era stata rimessa al suo posto, quindi si vedeva uno spazio vuoto sulla parete. Forse, una notte, lo avrebbe trovato mentre cercava di forzare la porta della stanza. Avere un spia in casa propria era davvero orribile.
Aveva sentito parlare di uomini ricchi che per tutta la loro vita erano stati estorti da qualche servitore che aveva letto una lettera, ascoltato una conversazione, raccolto una carta con un indirizzo, o trovato sotto un cuscino un fiore appassito o un pezzo di pizzo strappato.
Sospirò, si versò del tè e aprì la nota di Lord Henry. C’era scritto semplicemente che gli aveva inviato il giornale della sera e un libro che potesse interessargli, e che sarebbe stato al club alle otto e mezza. Aprì con indifferenza “The St. James’s” e iniziò a sfogliarlo. Una marca rossa fatta con una matita sul quinto pagina attirò la sua attenzione; indicava il seguente paragrafo:
Indagine su un’attrice. Questa mattina si è tenuta all’osteria Bell Tavern, in Hoxton Road, un’indagine condotta dal dottor Danby, il coroner del distretto, sul corpo di Sibyl Vane, una giovane attrice recentemente assunta al Royal Theatre di Holborn. È stata emessa una sentenza che attribuisce la morte a causa di un incidente fortuito. Si è espresso grande cordoglio per la madre della defunta, la quale è apparsa profondamente turbata sia durante il proprio depoimento che durante quello del dottor Birrell, che aveva eseguito l’autopsia.
Lui fece una smorfia, strappò il foglio a metà e lo gettò via. Quanto era brutto tutto ciò. E quanto la bruttezza potesse rendere le cose terribilmente reali! Si sentì un po’ infastidito dal fatto che Lord Henry gli avesse inviato quel rapporto; inoltre, era davvero stupido da parte sua averlo segnato con la matita rossa. Victor avrebbe potuto leggerlo. Quell’uomo conosceva abbastanza inglese per farlo. Forse l’aveva già letto e aveva iniziato a sospettare qualcosa. Ma, dopotutto, che importanza aveva? Che rapporto c’era tra Dorian Gray e la morte di Sibyl Vane? Non c’era nulla da temere. Dorian Gray non l’aveva uccisa.
Il suo sguardo cadde sul libro giallo che Lord Henry gli aveva inviato. Che cos’era, si chiese. Si avvicinò al piccolo piedistallo ottagonale di colore perla, che sempre gli era sembrato l’opera di strane “api egiziane” intagliate nell’argento, prese il libro e si lasciò cadere in una poltrona, iniziando a sfogliarne le pagine. Dopo alcuni minuti fu completamente assorbito dal contenuto. Era il libro più strano che avesse mai letto. Gli sembrava che, avvolti in abiti eleganti e accompagnati dal suono delicato delle flauti, i peccati del mondo gli si svelassero davanti agli occhi in una sorta di spettacolo silenzioso. Cose di cui aveva solo vagamente sognato diventavano improvvisamente realtà; altre, di cui non aveva mai nemmeno immaginato l’esistenza, gli venivano gradualmente rivelate.
Un romanzo senza trama e con un solo personaggio: in realtà, si trattava semplicemente di uno studio psicologico di un giovane parigino che trascorse la sua vita cercando di vivere, nel XIX secolo, tutte le passioni e i modi di pensare propri di ogni altro secolo, tranne il proprio; in altre parole, raccoglieva in sé stesso tutti gli stati d’animo attraverso cui lo spirito del mondo era mai passato, amando per la loro pura artificialità quelle rinunce che gli uomini, ingenuamente, chiamano virtù, così come quelle ribellioni naturali che gli uomini saggi ancora definiscono peccati. Lo stile in cui era scritto era quel curioso stile “gemmato”, vivido e al contempo oscuro, pieno di gergo e arcaismi, espressioni tecniche e parafrazie elaborate, tipico delle opere di alcuni dei più grandi artisti della scuola simbolista francese. Vi erano metafore tanto mostruose quanto raffinate; la vita dei sensi veniva descritta in termini di filosofia mistica. A volte era difficile capire se si stesse leggendo delle estasi spirituali di qualche santo medievale o le confessioni morbose di un peccatore moderno. Era un libro velenoso: l’intenso odore dell’incenso sembrava impregnare le sue pagine, turbando la mente del lettore. Solo il ritmo delle frasi, quella monotonia sottile della loro “musica”, piena di ripetizioni complesse e movimenti elaboratamente ricorrenti, suscitavano nel ragazzo, mentre passava da un capitolo all’altro, una sorta di estasi, un’ossessione onirica che lo faceva ignorare sia il tramonto che le ombre che si allungavano.
Il cielo, privo di nuvole e attraversato da una sola stella solitaria, brillava di un colore verde rame attraverso le finestre. Lui continuò a leggere alla sua luce pallida, fino a quando non riuscì più a distinguere le parole. Poi, dopo che il suo valletto gli ebbe ricordato più volte quanto fosse tardi, si alzò, andò nella stanza accanto e posò il libro sul piccolo tavolino fiorentino che sempre stava accanto al suo letto; iniziò quindi a vestirsi per la cena.
Arrivò al club quasi alle nove di sera; trovò Lord Henry seduto da solo nel salotto mattutino, con l’aria di essere molto annoiato.
“Mi dispiace davvero tanto, Harry,” disse, “ma in realtà è tutta colpa tua. Quel libro che mi hai mandato mi ha affascinato a tal punto che ho completamente dimenticato quanto fosse tardi, ”
“Sì, pensavo ti sarebbe piaciuto, ” rispose Lord Henry alzandosi dalla sedia.
“Non ho detto che mi è piaciuto. Ho detto che mi ha affascinato. C’è una grande differenza, ”
“Ah. L’hai scoperto?” mormorò Lord Henry. E poi entrarono in sala da pranzo.
CHAPTER 11 For years, Dorian Gray could not free himself from the influence of this book. Or perhaps it would be more accurate to say that he never sought to free himself from it. He procured from Paris no less than nine large-paper copies of the first edition, and had them bound in different colours, so that they might suit his various moods and the changing fancies of a nature over which he seemed, at times, to have almost entirely lost control. The hero, the wonderful young Parisian in whom the romantic and the scientific temperaments were so strangely blended, became to him a kind of prefiguring type of himself. And, indeed, the whole book seemed to him to contain the story of his own life, written before he had lived it. In one point he was more fortunate than the novel’s fantastic hero. He never knew — never, indeed, had any cause to know — that somewhat grotesque dread of mirrors, and polished metal surfaces, and still water which came upon the young Parisian so early in his life, and was occasioned by the sudden decay of a beau that had once, apparently, been so remarkable. It was with an almost cruel joy — and perhaps in nearly every joy, as certainly in every pleasure, cruelty has its place — that he used to read the latter part of the book, with its really tragic, if somewhat overemphasized, account of the sorrow and despair of one who had himself lost what in others, and the world, he had most dearly valued. For the wonderful beauty that had so fascinated Basil Hallward, and many others besides him, seemed never to leave him. Even those who had heard the most evil things against him — and from time to time strange rumours about his mode of life crept through London and became the chatter of the clubs — could not believe anything to his dishonour when they saw him. He had always the look of one who had kept himself unspotted from the world. Men who talked grossly became silent when Dorian Gray entered the room. There was something in the purity of his face that rebuked them. His mere presence seemed to recall to them the memory of the innocence that they had tarnished. They wondered how one so charming and graceful as he was could have escaped the stain of an age that was at once sordid and sensual. Often, on returning home from one of those mysterious and prolonged absences that gave rise to such strange conjecture among those who were his friends, or thought that they were so, he himself would creep upstairs to the locked room, open the door with the key that never left him now, and stand, with a mirror, in front of the portrait that Basil Hallward had painted of him, looking now at the evil and aging face on the canvas, and now at the fair young face that laughed back at him from the polished glass. The very sharpness of the contrast used to quicken his sense of pleasure. He grew more and more enamoured of his own beauty, more and more interested in the corruption of his own soul. He would examine with minute care, and sometimes with a monstrous and terrible delight, the hideous lines that seared the wrinkling forehead or crawled around the heavy sensual mouth, wondering sometimes which were the more horrible, the signs of sin or the signs of age. He would place his white hands beside the coarse bloated hands of the picture, and smile. He mocked the misshapen body and the failing limbs. There were moments, indeed, at night, when, lying sleepless in his own delicately scented chamber, or in the sordid room of the little ill-famed tavern near the docks which, under an assumed name and in disguise, it was his habit to frequent, he would think of the ruin he had brought upon his soul with a pity that was all the more poignant because it was purely selfish. But moments such as these were rare. That curiosity about life which Lord Henry had first stirred in him, as they sat together in the garden of their friend, seemed to increase with gratification. The more he knew, the more he desired to know. He had mad hungers that grew more ravenous as he fed them. Yet he was not really reckless, at any rate in his relations to society. Once or twice every month during the winter, and on each Wednesday evening while the season lasted, he would throw open to the world his beautiful house and have the most celebrated musicians of the day to charm his guests with the wonders of their art. His little dinners, in the settling of which Lord Henry always assisted him, were noted as much for the careful selection and placing of those invited, as for the exquisite taste shown in the decoration of the table, with its subtle symphonic arrangements of exotic flowers, and embroidered cloths, and antique plate of gold and silver. Indeed, there were many, especially among the very young men, who saw, or fancied that they saw, in Dorian Gray the true realization of a type of which they had often dreamed in Eton or Oxford days, a type that was to combine something of the real culture of the scholar with all the grace and distinction and perfect manner of a citizen of the world. To them he seemed to be of the company of those whom Dante describes as having sought to “make themselves perfect by the worship of beauty.” Like Gautier, he was one for whom “the visible world existed.” And, certainly, to him life itself was the first, the greatest, of the arts, and for it all the other arts seemed to be but a preparation. Fashion, by which what is really fantastic becomes for a moment universal, and dandyism, which, in its own way, is an attempt to assert the absolute modernity of beauty, had, of course, their fascination for him. His mode of dressing, and the particular styles that from time to time he affected, had their marked influence on the young exquisites of the Mayfair balls and Pall Mall club windows, who copied him in everything that he did, and tried to reproduce the accidental charm of his graceful, though to him only half-serious, fopperies. For, while he was but too ready to accept the position that was almost immediately offered to him on his coming of age, and found, indeed, a subtle pleasure in the thought that he might really become to the London of his own day what to imperial Neronian Rome the author of the Satyricon once had been, yet in his inmost heart he desired to be something more than a mere arbiter elegantiarum, to be consulted on the wearing of a jewel, or the knotting of a necktie, or the conduct of a cane. He sought to elaborate some new scheme of life that would have its reasoned philosophy and its ordered principles, and find in the spiritualizing of the senses its highest realization. The worship of the senses has often, and with much justice, been decried, men feeling a natural instinct of terror about passions and sensations that seem stronger than themselves, and that they are conscious of sharing with the less highly organized forms of existence. But it appeared to Dorian Gray that the true nature of the senses had never been understood, and that they had remained savage and animal merely because the world had sought to starve them into submission or to kill them by pain, instead of aiming at making them elements of a new spirituality, of which a fine instinct for beauty was to be the dominant characteristic. As he looked back upon man moving through history, he was haunted by a feeling of loss. So much had been surrendered! and to such little purpose! There had been mad wilful rejections, monstrous forms of self-torture and self-denial, whose origin was fear and whose result was a degradation infinitely more terrible than that fancied degradation from which, in their ignorance, they had sought to escape; Nature, in her wonderful irony, driving out the anchorite to feed with the wild animals of the desert and giving to the hermit the beasts of the field as his companions. Yes: there was to be, as Lord Henry had prophesied, a new Hedonism that was to recreate life and to save it from that harsh uncomely puritanism that is having, in our own day, its curious revival. It was to have its service of the intellect, certainly, yet it was never to accept any theory or system that would involve the sacrifice of any mode of passionate experience. Its aim, indeed, was to be experience itself, and not the fruits of experience, sweet or bitter as they might be. Of the asceticism that deadens the senses, as of the vulgar profligacy that dulls them, it was to know nothing. But it was to teach man to concentrate himself upon the moments of a life that is itself but a moment. There are few of us who have not sometimes wakened before dawn, either after one of those dreamless nights that make us almost enamoured of death, or one of those nights of horror and misshapen joy, when through the chambers of the brain sweep phantoms more terrible than reality itself, and instinct with that vivid life that lurks in all grotesques, and that lends to Gothic art its enduring vitality, this art being, one might fancy, especially the art of those whose minds have been troubled with the malady of reverie. Gradually white fingers creep through the curtains, and they appear to tremble. In black fantastic shapes, dumb shadows crawl into the corners of the room and crouch there. Outside, there is the stirring of birds among the leaves, or the sound of men going forth to their work, or the sigh and sob of the wind coming down from the hills and wandering round the silent house, as though it feared to wake the sleepers and yet must needs call forth sleep from her purple cave. Veil after veil of thin dusky gauze is lifted, and by degrees the forms and colours of things are restored to them, and we watch the dawn remaking the world in its antique pattern. The wan mirrors get back their mimic life. The flameless tapers stand where we had left them, and beside them lies the half-cut book that we had been studying, or the wired flower that we had worn at the ball, or the letter that we had been afraid to read, or that we had read too often. Nothing seems to us changed. Out of the unreal shadows of the night comes back the real life that we had known. We have to resume it where we had left off, and there steals over us a terrible sense of the necessity for the continuance of energy in the same wearisome round of stereotyped habits, or a wild longing, it may be, that our eyelids might open some morning upon a world that had been refashioned anew in the darkness for our pleasure, a world in which things would have fresh shapes and colours, and be changed, or have other secrets, a world in which the past would have little or no place, or survive, at any rate, in no conscious form of obligation or regret, the remembrance even of joy having its bitterness and the memories of pleasure their pain. It was the creation of such worlds as these that seemed to Dorian Gray to be the true object, or amongst the true objects, of life; and in his search for sensations that would be at once new and delightful, and possess that element of strangeness that is so essential to romance, he would often adopt certain modes of thought that he knew to be really alien to his nature, abandon himself to their subtle influences, and then, having, as it were, caught their colour and satisfied his intellectual curiosity, leave them with that curious indifference that is not incompatible with a real ardour of temperament, and that, indeed, according to certain modern psychologists, is often a condition of it. It was rumoured of him once that he was about to join the Roman Catholic communion, and certainly the Roman ritual had always a great attraction for him. The daily sacrifice, more awful really than all the sacrifices of the antique world, stirred him as much by its superb rejection of the evidence of the senses as by the primitive simplicity of its elements and the eternal pathos of the human tragedy that it sought to symbolize. He loved to kneel down on the cold marble pavement and watch the priest, in his stiff flowered dalmatic, slowly and with white hands moving aside the veil of the tabernacle, or raising aloft the jewelled, lantern-shaped monstrance with that pallid wafer that at times, one would fain think, is indeed the “panis caelestis,” the bread of angels, or, robed in the garments of the Passion of Christ, breaking the Host into the chalice and smiting his breast for his sins. The fuming censers that the grave boys, in their lace and scarlet, tossed into the air like great gilt flowers had their subtle fascination for him. As he passed out, he used to look with wonder at the black confessionals and long to sit in the dim shadow of one of them and listen to men and women whispering through the worn grating the true story of their lives. But he never fell into the error of arresting his intellectual development by any formal acceptance of creed or system, or of mistaking, for a house in which to live, an inn that is but suitable for the sojourn of a night, or for a few hours of a night in which there are no stars and the moon is in travail. Mysticism, with its marvellous power of making common things strange to us, and the subtle antinomianism that always seems to accompany it, moved him for a season; and for a season he inclined to the materialistic doctrines of the Darwinismus movement in Germany, and found a curious pleasure in tracing the thoughts and passions of men to some pearly cell in the brain, or some white nerve in the body, delighting in the conception of the absolute dependence of the spirit on certain physical conditions, morbid or healthy, normal or diseased. Yet, as has been said of him before, no theory of life seemed to him to be of any importance compared with life itself. He felt keenly conscious of how barren all intellectual speculation is when separated from action and experiment. He knew that the senses, no less than the soul, have their spiritual mysteries to reveal. And so he would now study perfumes and the secrets of their manufacture, distilling heavily scented oils and burning odorous gums from the East. He saw that there was no mood of the mind that had not its counterpart in the sensuous life, and set himself to discover their true relations, wondering what there was in frankincense that made one mystical, and in ambergris that stirred one’s passions, and in violets that woke the memory of dead romances, and in musk that troubled the brain, and in champak that stained the imagination; and seeking often to elaborate a real psychology of perfumes, and to estimate the several influences of sweet-smelling roots and scented, pollen-laden flowers; of aromatic balms and of dark and fragrant woods; of spikenard, that sickens; of hovenia, that makes men mad; and of aloes, that are said to be able to expel melancholy from the soul. At another time he devoted himself entirely to music, and in a long latticed room, with a vermilion-and-gold ceiling and walls of olive-green lacquer, he used to give curious concerts in which mad gipsies tore wild music from little zithers, or grave, yellow-shawled Tunisians plucked at the strained strings of monstrous lutes, while grinning Negroes beat monotonously upon copper drums and, crouching upon scarlet mats, slim turbaned Indians blew through long pipes of reed or brass and charmed — or feigned to charm — great hooded snakes and horrible horned adders. The harsh intervals and shrill discords of barbaric music stirred him at times when Schubert’s grace, and Chopin’s beautiful sorrows, and the mighty harmonies of Beethoven himself, fell unheeded on his ear. He collected together from all parts of the world the strangest instruments that could be found, either in the tombs of dead nations or among the few savage tribes that have survived contact with Western civilizations, and loved to touch and try them. He had the mysterious juruparis of the Rio Negro Indians, that women are not allowed to look at and that even youths may not see till they have been subjected to fasting and scourging, and the earthen jars of the Peruvians that have the shrill cries of birds, and flutes of human bones such as Alfonso de Ovalle heard in Chile, and the sonorous green jaspers that are found near Cuzco and give forth a note of singular sweetness. He had painted gourds filled with pebbles that rattled when they were shaken; the long clarin of the Mexicans, into which the performer does not blow, but through which he inhales the air; the harsh ture of the Amazon tribes, that is sounded by the sentinels who sit all day long in high trees, and can be heard, it is said, at a distance of three leagues; the teponaztli, that has two vibrating tongues of wood and is beaten with sticks that are smeared with an elastic gum obtained from the milky juice of plants; the yotl-bells of the Aztecs, that are hung in clusters like grapes; and a huge cylindrical drum, covered with the skins of great serpents, like the one that Bernal Diaz saw when he went with Cortes into the Mexican temple, and of whose doleful sound he has left us so vivid a description. The fantastic character of these instruments fascinated him, and he felt a curious delight in the thought that art, like Nature, has her monsters, things of bestial shape and with hideous voices. Yet, after some time, he wearied of them, and would sit in his box at the opera, either alone or with Lord Henry, listening in rapt pleasure to “Tannhauser” and seeing in the prelude to that great work of art a presentation of the tragedy of his own soul. On one occasion he took up the study of jewels, and appeared at a costume ball as Anne de Joyeuse, Admiral of France, in a dress covered with five hundred and sixty pearls. This taste enthralled him for years, and, indeed, may be said never to have left him. He would often spend a whole day settling and resettling in their cases the various stones that he had collected, such as the olive-green chrysoberyl that turns red by lamplight, the cymophane with its wirelike line of silver, the pistachio-coloured peridot, rose-pink and wine-yellow topazes, carbuncles of fiery scarlet with tremulous, four-rayed stars, flame-red cinnamon-stones, orange and violet spinels, and amethysts with their alternate layers of ruby and sapphire. He loved the red gold of the sunstone, and the moonstone’s pearly whiteness, and the broken rainbow of the milky opal. He procured from Amsterdam three emeralds of extraordinary size and richness of colour, and had a turquoise de la vieille roche that was the envy of all the connoisseurs. He discovered wonderful stories, also, about jewels. In Alphonso’s Clericalis Disciplina a serpent was mentioned with eyes of real jacinth, and in the romantic history of Alexander, the Conqueror of Emathia was said to have found in the vale of Jordan snakes “with collars of real emeralds growing on their backs.” There was a gem in the brain of the dragon, Philostratus told us, and “by the exhibition of golden letters and a scarlet robe” the monster could be thrown into a magical sleep and slain. According to the great alchemist, Pierre de Boniface, the diamond rendered a man invisible, and the agate of India made him eloquent. The cornelian appeased anger, and the hyacinth provoked sleep, and the amethyst drove away the fumes of wine. The garnet cast out demons, and the hydropicus deprived the moon of her colour. The selenite waxed and waned with the moon, and the meloceus, that discovers thieves, could be affected only by the blood of kids. Leonardus Camillus had seen a white stone taken from the brain of a newly killed toad, that was a certain antidote against poison. The bezoar, that was found in the heart of the Arabian deer, was a charm that could cure the plague. In the nests of Arabian birds was the aspilates, that, according to Democritus, kept the wearer from any danger by fire. The King of Ceilan rode through his city with a large ruby in his hand, as the ceremony of his coronation. The gates of the palace of John the Priest were “made of sardius, with the horn of the horned snake inwrought, so that no man might bring poison within.” Over the gable were “two golden apples, in which were two carbuncles,” so that the gold might shine by day and the carbuncles by night. In Lodge’s strange romance ‘A Margarite of America’, it was stated that in the chamber of the queen one could behold “all the chaste ladies of the world, inchased out of silver, looking through fair mirrours of chrysolites, carbuncles, sapphires, and greene emeraults.” Marco Polo had seen the inhabitants of Zipangu place rose-coloured pearls in the mouths of the dead. A sea-monster had been enamoured of the pearl that the diver brought to King Perozes, and had slain the thief, and mourned for seven moons over its loss. When the Huns lured the king into the great pit, he flung it away — Procopius tells the story — nor was it ever found again, though the Emperor Anastasius offered five hundred-weight of gold pieces for it. The King of Malabar had shown to a certain Venetian a rosary of three hundred and four pearls, one for every god that he worshipped. When the Duke de Valentinois, son of Alexander VI, visited Louis XII of France, his horse was loaded with gold leaves, according to Brantome, and his cap had double rows of rubies that threw out a great light. Charles of England had ridden in stirrups hung with four hundred and twenty-one diamonds. Richard II had a coat, valued at thirty thousand marks, which was covered with balas rubies. Hall described Henry VIII, on his way to the Tower previous to his coronation, as wearing “a jacket of raised gold, the placard embroidered with diamonds and other rich stones, and a great bauderike about his neck of large balasses.” The favourites of James I wore ear-rings of emeralds set in gold filigrane. Edward II gave to Piers Gaveston a suit of red-gold armour studded with jacinths, a collar of gold roses set with turquoise-stones, and a skull-cap parseme with pearls. Henry II wore jewelled gloves reaching to the elbow, and had a hawk-glove sewn with twelve rubies and fifty-two great orients. The ducal hat of Charles the Rash, the last Duke of Burgundy of his race, was hung with pear-shaped pearls and studded with sapphires. How exquisite life had once been! How gorgeous in its pomp and decoration! Even to read of the luxury of the dead was wonderful. Then he turned his attention to embroideries and to the tapestries that performed the office of frescoes in the chill rooms of the northern nations of Europe. As he investigated the subject — and he always had an extraordinary faculty of becoming absolutely absorbed for the moment in whatever he took up — he was almost saddened by the reflection of the ruin that time brought on beautiful and wonderful things. He, at any rate, had escaped that. Summer followed summer, and the yellow jonquils bloomed and died many times, and nights of horror repeated the story of their shame, but he was unchanged. No winter marred his face or stained his flowerlike bloom. How different it was with material things! Where had they passed to? Where was the great crocus-coloured robe, on which the gods fought against the giants, that had been worked by brown girls for the pleasure of Athena? Where the huge velarium that Nero had stretched across the Colosseum at Rome, that Titan sail of purple on which was represented the starry sky, and Apollo driving a chariot drawn by white, gilt-reined steeds? He longed to see the curious table-napkins wrought for the Priest of the Sun, on which were displayed all the dainties and viands that could be wanted for a feast; the mortuary cloth of King Chilperic, with its three hundred golden bees; the fantastic robes that excited the indignation of the Bishop of Pontus and were figured with “lions, panthers, bears, dogs, forests, rocks, hunters — all, in fact, that a painter can copy from nature”; and the coat that Charles of Orleans once wore, on the sleeves of which were embroidered the verses of a song beginning “Madame, je suis tout joyeux,” the musical accompaniment of the words being wrought in gold thread, and each note, of square shape in those days, formed with four pearls. He read of the room that was prepared at the palace at Rheims for the use of Queen Joan of Burgundy and was decorated with “thirteen hundred and twenty-one parrots, made in broidery, and blazoned with the king’s arms, and five hundred and sixty-one butterflies, whose wings were similarly ornamented with the arms of the queen, the whole worked in gold.” Catherine de Medicis had a mourning-bed made for her of black velvet powdered with crescents and suns. Its curtains were of damask, with leafy wreaths and garlands, figured upon a gold and silver ground, and fringed along the edges with broideries of pearls, and it stood in a room hung with rows of the queen’s devices in cut black velvet upon cloth of silver. Louis XIV had gold embroidered caryatides fifteen feet high in his apartment. The state bed of Sobieski, King of Poland, was made of Smyrna gold brocade embroidered in turquoises with verses from the Koran. Its supports were of silver gilt, beautifully chased, and profusely set with enamelled and jewelled medallions. It had been taken from the Turkish camp before Vienna, and the standard of Mohammed had stood beneath the tremulous gilt of its canopy. And so, for a whole year, he sought to accumulate the most exquisite specimens that he could find of textile and embroidered work, getting the dainty Delhi muslins, finely wrought with gold-thread palmates and stitched over with iridescent beetles’ wings; the Dacca gauzes, that from their transparency are known in the East as “woven air,” and “running water,” and “evening dew”; strange figured cloths from Java; elaborate yellow Chinese hangings; books bound in tawny satins or fair blue silks and wrought with fleurs-de-lis, birds and images; veils of lacis worked in Hungary point; Sicilian brocades and stiff Spanish velvets; Georgian work, with its gilt coins, and Japanese Foukousas, with their green-toned golds and their marvellously plumaged birds. He had a special passion, also, for ecclesiastical vestments, as indeed he had for everything connected with the service of the Church. In the long cedar chests that lined the west gallery of his house, he had stored away many rare and beautiful specimens of what is really the raiment of the Bride of Christ, who must wear purple and jewels and fine linen that she may hide the pallid macerated body that is worn by the suffering that she seeks for and wounded by self-inflicted pain. He possessed a gorgeous cope of crimson silk and gold-thread damask, figured with a repeating pattern of golden pomegranates set in six-petalled formal blossoms, beyond which on either side was the pine-apple device wrought in seed-pearls. The orphreys were divided into panels representing scenes from the life of the Virgin, and the coronation of the Virgin was figured in coloured silks upon the hood. This was Italian work of the fifteenth century. Another cope was of green velvet, embroidered with heart-shaped groups of acanthus-leaves, from which spread long-stemmed white blossoms, the details of which were picked out with silver thread and coloured crystals. The morse bore a seraph’s head in gold-thread raised work. The orphreys were woven in a diaper of red and gold silk, and were starred with medallions of many saints and martyrs, among whom was St. Sebastian. He had chasubles, also, of amber-coloured silk, and blue silk and gold brocade, and yellow silk damask and cloth of gold, figured with representations of the Passion and Crucifixion of Christ, and embroidered with lions and peacocks and other emblems; dalmatics of white satin and pink silk damask, decorated with tulips and dolphins and fleurs-de-lis; altar frontals of crimson velvet and blue linen; and many corporals, chalice-veils, and sudaria. In the mystic offices to which such things were put, there was something that quickened his imagination. For these treasures, and everything that he collected in his lovely house, were to be to him means of forgetfulness, modes by which he could escape, for a season, from the fear that seemed to him at times to be almost too great to be borne. Upon the walls of the lonely locked room where he had spent so much of his boyhood, he had hung with his own hands the terrible portrait whose changing features showed him the real degradation of his life, and in front of it had draped the purple-and-gold pall as a curtain. For weeks he would not go there, would forget the hideous painted thing, and get back his light heart, his wonderful joyousness, his passionate absorption in mere existence. Then, suddenly, some night he would creep out of the house, go down to dreadful places near Blue Gate Fields, and stay there, day after day, until he was driven away. On his return he would sit in front of the picture, sometimes loathing it and himself, but filled, at other times, with that pride of individualism that is half the fascination of sin, and smiling with secret pleasure at the misshapen shadow that had to bear the burden that should have been his own. After a few years he could not endure to be long out of England, and gave up the villa that he had shared at Trouville with Lord Henry, as well as the little white walled-in house at Algiers where they had more than once spent the winter. He hated to be separated from the picture that was such a part of his life, and was also afraid that during his absence some one might gain access to the room, in spite of the elaborate bars that he had caused to be placed upon the door. He was quite conscious that this would tell them nothing. It was true that the portrait still preserved, under all the foulness and ugliness of the face, its marked likeness to himself; but what could they learn from that? He would laugh at any one who tried to taunt him. He had not painted it. What was it to him how vile and full of shame it looked? Even if he told them, would they believe it? Yet he was afraid. Sometimes when he was down at his great house in Nottinghamshire, entertaining the fashionable young men of his own rank who were his chief companions, and astounding the county by the wanton luxury and gorgeous splendour of his mode of life, he would suddenly leave his guests and rush back to town to see that the door had not been tampered with and that the picture was still there. What if it should be stolen? The mere thought made him cold with horror. Surely the world would know his secret then. Perhaps the world already suspected it. For, while he fascinated many, there were not a few who distrusted him. He was very nearly blackballed at a West End club of which his birth and social position fully entitled him to become a member, and it was said that on one occasion, when he was brought by a friend into the smoking-room of the Churchill, the Duke of Berwick and another gentleman got up in a marked manner and went out. Curious stories became current about him after he had passed his twenty-fifth year. It was rumoured that he had been seen brawling with foreign sailors in a low den in the distant parts of Whitechapel, and that he consorted with thieves and coiners and knew the mysteries of their trade. His extraordinary absences became notorious, and, when he used to reappear again in society, men would whisper to each other in corners, or pass him with a sneer, or look at him with cold searching eyes, as though they were determined to discover his secret. Of such insolences and attempted slights he, of course, took no notice, and in the opinion of most people his frank debonair manner, his charming boyish smile, and the infinite grace of that wonderful youth that seemed never to leave him, were in themselves a sufficient answer to the calumnies, for so they termed them, that were circulated about him. It was remarked, however, that some of those who had been most intimate with him appeared, after a time, to shun him. Women who had wildly adored him, and for his sake had braved all social censure and set convention at defiance, were seen to grow pallid with shame or horror if Dorian Gray entered the room. Yet these whispered scandals only increased in the eyes of many his strange and dangerous charm. His great wealth was a certain element of security. Society — civilized society, at least — is never very ready to believe anything to the detriment of those who are both rich and fascinating. It feels instinctively that manners are of more importance than morals, and, in its opinion, the highest respectability is of much less value than the possession of a good chef. And, after all, it is a very poor consolation to be told that the man who has given one a bad dinner, or poor wine, is irreproachable in his private life. Even the cardinal virtues cannot atone for half-cold entrees, as Lord Henry remarked once, in a discussion on the subject, and there is possibly a good deal to be said for his view. For the canons of good society are, or should be, the same as the canons of art. Form is absolutely essential to it. It should have the dignity of a ceremony, as well as its unreality, and should combine the insincere character of a romantic play with the wit and beauty that make such plays delightful to us. Is insincerity such a terrible thing? I think not. It is merely a method by which we can multiply our personalities. Such, at any rate, was Dorian Gray’s opinion. He used to wonder at the shallow psychology of those who conceive the ego in man as a thing simple, permanent, reliable, and of one essence. To him, man was a being with myriad lives and myriad sensations, a complex multiform creature that bore within itself strange legacies of thought and passion, and whose very flesh was tainted with the monstrous maladies of the dead. He loved to stroll through the gaunt cold picture-gallery of his country house and look at the various portraits of those whose blood flowed in his veins. Here was Philip Herbert, described by Francis Osborne, in his Memoires on the Reigns of Queen Elizabeth and King James, as one who was “caressed by the Court for his handsome face, which kept him not long company.” Was it young Herbert’s life that he sometimes led? Had some strange poisonous germ crept from body to body till it had reached his own? Was it some dim sense of that ruined grace that had made him so suddenly, and almost without cause, give utterance, in Basil Hallward’s studio, to the mad prayer that had so changed his life? Here, in gold-embroidered red doublet, jewelled surcoat, and gilt-edged ruff and wristbands, stood Sir Anthony Sherard, with his silver-and-black armour piled at his feet. What had this man’s legacy been? Had the lover of Giovanna of Naples bequeathed him some inheritance of sin and shame? Were his own actions merely the dreams that the dead man had not dared to realize? Here, from the fading canvas, smiled Lady Elizabeth Devereux, in her gauze hood, pearl stomacher, and pink slashed sleeves. A flower was in her right hand, and her left clasped an enamelled collar of white and damask roses. On a table by her side lay a mandolin and an apple. There were large green rosettes upon her little pointed shoes. He knew her life, and the strange stories that were told about her lovers. Had he something of her temperament in him? These oval, heavy-lidded eyes seemed to look curiously at him. What of George Willoughby, with his powdered hair and fantastic patches? How evil he looked! The face was saturnine and swarthy, and the sensual lips seemed to be twisted with disdain. Delicate lace ruffles fell over the lean yellow hands that were so overladen with rings. He had been a macaroni of the eighteenth century, and the friend, in his youth, of Lord Ferrars. What of the second Lord Beckenham, the companion of the Prince Regent in his wildest days, and one of the witnesses at the secret marriage with Mrs. Fitzherbert? How proud and handsome he was, with his chestnut curls and insolent pose! What passions had he bequeathed? The world had looked upon him as infamous. He had led the orgies at Carlton House. The star of the Garter glittered upon his breast. Beside him hung the portrait of his wife, a pallid, thin-lipped woman in black. Her blood, also, stirred within him. How curious it all seemed! And his mother with her Lady Hamilton face and her moist, wine-dashed lips — he knew what he had got from her. He had got from her his beauty, and his passion for the beauty of others. She laughed at him in her loose Bacchante dress. There were vine leaves in her hair. The purple spilled from the cup she was holding. The carnations of the painting had withered, but the eyes were still wonderful in their depth and brilliancy of colour. They seemed to follow him wherever he went. Yet one had ancestors in literature as well as in one’s own race, nearer perhaps in type and temperament, many of them, and certainly with an influence of which one was more absolutely conscious. There were times when it appeared to Dorian Gray that the whole of history was merely the record of his own life, not as he had lived it in act and circumstance, but as his imagination had created it for him, as it had been in his brain and in his passions. He felt that he had known them all, those strange terrible figures that had passed across the stage of the world and made sin so marvellous and evil so full of subtlety. It seemed to him that in some mysterious way their lives had been his own. The hero of the wonderful novel that had so influenced his life had himself known this curious fancy. In the seventh chapter he tells how, crowned with laurel, lest lightning might strike him, he had sat, as Tiberius, in a garden at Capri, reading the shameful books of Elephantis, while dwarfs and peacocks strutted round him and the flute-player mocked the swinger of the censer; and, as Caligula, had caroused with the green-shirted jockeys in their stables and supped in an ivory manger with a jewel-frontleted horse; and, as Domitian, had wandered through a corridor lined with marble mirrors, looking round with haggard eyes for the reflection of the dagger that was to end his days, and sick with that ennui, that terrible taedium vitae, that comes on those to whom life denies nothing; and had peered through a clear emerald at the red shambles of the circus and then, in a litter of pearl and purple drawn by silver-shod mules, been carried through the Street of Pomegranates to a House of Gold and heard men cry on Nero Caesar as he passed by; and, as Elagabalus, had painted his face with colours, and plied the distaff among the women, and brought the Moon from Carthage and given her in mystic marriage to the Sun. Over and over again Dorian used to read this fantastic chapter, and the two chapters immediately following, in which, as in some curious tapestries or cunningly wrought enamels, were pictured the awful and beautiful forms of those whom vice and blood and weariness had made monstrous or mad: Filippo, Duke of Milan, who slew his wife and painted her lips with a scarlet poison that her lover might suck death from the dead thing he fondled; Pietro Barbi, the Venetian, known as Paul the Second, who sought in his vanity to assume the title of Formosus, and whose tiara, valued at two hundred thousand florins, was bought at the price of a terrible sin; Gian Maria Visconti, who used hounds to chase living men and whose murdered body was covered with roses by a harlot who had loved him; the Borgia on his white horse, with Fratricide riding beside him and his mantle stained with the blood of Perotto; Pietro Riario, the young Cardinal Archbishop of Florence, child and minion of Sixtus IV, whose beauty was equalled only by his debauchery, and who received Leonora of Aragon in a pavilion of white and crimson silk, filled with nymphs and centaurs, and gilded a boy that he might serve at the feast as Ganymede or Hylas; Ezzelin, whose melancholy could be cured only by the spectacle of death, and who had a passion for red blood, as other men have for red wine — the son of the Fiend, as was reported, and one who had cheated his father at dice when gambling with him for his own soul; Giambattista Cibo, who in mockery took the name of Innocent and into whose torpid veins the blood of three lads was infused by a Jewish doctor; Sigismondo Malatesta, the lover of Isotta and the lord of Rimini, whose effigy was burned at Rome as the enemy of God and man, who strangled Polyssena with a napkin, and gave poison to Ginevra d’Este in a cup of emerald, and in honour of a shameful passion built a pagan church for Christian worship; Charles VI, who had so wildly adored his brother’s wife that a leper had warned him of the insanity that was coming on him, and who, when his brain had sickened and grown strange, could only be soothed by Saracen cards painted with the images of love and death and madness; and, in his trimmed jerkin and jewelled cap and acanthuslike curls, Grifonetto Baglioni, who slew Astorre with his bride, and Simonetto with his page, and whose comeliness was such that, as he lay dying in the yellow piazza of Perugia, those who had hated him could not choose but weep, and Atalanta, who had cursed him, blessed him. There was a horrible fascination in them all. He saw them at night, and they troubled his imagination in the day. The Renaissance knew of strange manners of poisoning — poisoning by a helmet and a lighted torch, by an embroidered glove and a jewelled fan, by a gilded pomander and by an amber chain. Dorian Gray had been poisoned by a book. There were moments when he looked on evil simply as a mode through which he could realize his conception of the beautiful.
CAPITOLO 11
Per anni, Dorian Gray non riuscì a liberarsi dall’influenza di quel libro. O forse sarebbe più accurato dire che mai cercò di farlo. Acquistò da Parigi ben nove copie in carta pesante della prima edizione e le fece rilegare in colori diversi, in modo che si adattassero ai suoi vari umori e alle continue mutevoli fantasie di una natura su cui, a volte, sembrava aver perso completamente il controllo. Il eroe, quel meraviglioso giovane parigino in cui temperamenti romantici e scientifici si mescolavano in modo così strano, divenne per lui una sorta di prefigurazione di sé stesso. E, in effetti, l’intero libro sembrava raccontare la storia della sua vita, scritta prima ancora che la vivesse realmente. In un certo senso, fu più fortunato dell’immaginario eroe del romanzo. Non seppe mai – e, in realtà, non ebbe mai motivo di saperlo – di quella strana paura dei mirror, delle superfici metalliche lucide e ancora dell’acqua, che colpì il giovane parigino fin da molto presto nella sua vita, causata dal repentino deperimento di un bell’uomo che un tempo era sembrato così straordinario. Leggeva con una gioia quasi crudele – e forse in ogni gioia, poiché certamente in ogni piacere esiste anche il lato crudele – quelle pagine finali del libro, dove si descriveva in modo davvero tragico, sebbene un po’ esagerato, la tristezza e la disperazione di chi aveva perso ciò che, negli altri e nel mondo intero, aveva sempre considerato più prezioso. Perché quella meravigliosa bellezza che aveva affascinato tanto Basil Hallward e molti altri, sembrava non abbandonarlo mai. Anche coloro che avevano sentito le cose peggiori su di lui – e di tanto in tanto strane voci riguardo al suo stile di vita si diffondevano per Londra, diventando oggetto di chiacchiere nei club – non riuscivano a credere nulla che potesse macchiarne l’onore quando lo vedevano. Sembrava sempre un uomo che aveva mantenuto la propria integrità davanti al mondo. Gli uomini che parlavano in modo volgare tacevano non appena Dorian Gray entrava nella stanza. C’era qualcosa nella purezza del suo viso che li rimproverava. La sua sola presenza sembrava ricordare loro l’memoria dell’innocenza che avevano macchiato. Si chiedevano come uno così affascinante e aggraziato potesse essere riuscito a sfuggire alle macchie di un’epoca tanto volgare e sensuale.
Spesso, al ritorno a casa da una di quelle misteriose e prolungate assenze che suscitavano strane congetture tra coloro che erano suoi amici, o che pensavano di esserlo, lui stesso saliva furtivamente al piano di sopra, nella stanza chiusa a chiave, apriva la porta con quella chiave che ormai non lo lasciava mai e si fermava davanti allo specchio, di fronte al ritratto che Basil Hallward aveva dipinto di lui. A volte fissava il volto malvagio e invecchiato sulla tela, altre volte il bel viso giovane che gli sorrideva dal vetro lucido dello specchio. Quel netto contrasto rafforzava il suo piacere. Diventava sempre più affascinato dalla propria bellezza, sempre più interessato alla corruzione della propria ‘anima. Esaminava con attenzione, a volte con un piacere orribile e perverso, quelle linee orrende che segnavano la sua fronte rugosa o il suo viso sensuale. Si chiedeva quale fosse più terribile: il segno del peccato o quello dell’invecchiamento. Metteva le proprie mani bianche accanto a quelle ruvide e gonfie del ritratto e sorrideva. Derideva quel corpo deforme, quelle membra indebolite.
C’erano momenti, però, di notte, in cui, sdraiato sveglio nella sua stanza profumata, o nella squallida taverna vicino al porto che frequentava sotto falso nome e in incognito, pensava con compassione alla rovina che aveva causato alla propria ‘anima. Una compassione ancora più amara perché puramente egoistica. Ma momenti del genere erano rari. Quella curiosità verso la vita che Lord Henry aveva suscitato in lui, quando sedevano insieme nel giardino del loro amico, sembrava crescere con ogni nuova scoperta. Più sapeva, più desiderava sapere. Aveva desideri folli che diventavano sempre più intensi man mano che li soddisfaceva.
Eppure non era davvero imprudente, almeno nelle sue relazioni con la società. Una o due volte al mese durante l’,inverno, e ogni mercoledì sera per tutta la durata della stagione, apriva la sua bellissima ,casa al mondo intero, invitando i più famosi musicisti dell’epoca a deliziarvi con le meraviglie delle loro arti. I suoi piccoli banchetti, ai quali Lord Henry partecipava sempre attivamente, erano noti sia per la cura nella selezione e nell’organizzazione degli invitati, sia per il raffinato gusto dimostrato nella decorazione della tavola: composizioni armoniose di fiori esotici, tovaglie ricamate e stoviglie dorate e argentate. Molti, soprattutto tra i giovani, vedevano in ,Dorian Gray la realizzazione perfetta di un ideale che spesso avevano sognato a Eton o Oxford: una persona che combinasse la vera cultura dello studioso con tutta la grazia, l’eleganza e le maniere raffinate di un cittadino del mondo. Per loro, sembrava appartenere a quella categoria di persone descritte da Dante come coloro che cercano “di perfezionarsi attraverso l’amore per la ,bellezza”. Come Gautier, anche lui considerava il mondo visibile qualcosa di davvero importante.
Per lui, la vita stessa era l’arte principale, la più grande; tutte le altre arti sembravano soltanto preparazioni a essa. La moda, che per un momento rende ciò che è fantastico universale, e il dandismo, che in modo suo cerca di affermare l’assoluta modernità della ,bellezza, esercitavano su di lui una grande attrazione. Il suo stile di vestire, i vari modelli che seguì nel corso del tempo, ebbero notevole influenza sui giovani eleganti delle feste di Mayfair e davanti alle vetrine dei club di Pall Mall: questi lo imitavano in tutto ciò che faceva, cercando di riprodurre il fascino casuale delle sue mode, per lui solo parzialmente serie.
Sebbene fosse più che disposto ad accettare la posizione che gli fu offerta subito dopo aver raggiunto l’età adulta, e provasse persino un certo piacere all’idea di poter diventare, per l’,Londra del suo tempo, ciò che per l’antica Roma imperiale era stato l’autore del “Satyricon”, nel profondo del cuore desiderava essere qualcosa di più di un semplice esperto di mode: voleva che le sue opinioni venissero ascoltate anche quando si trattava di scegliere un gioiello, di annodare una cravatta o di utilizzare un bastone da passeggio. Cercava di creare uno stile di vita nuovo, basato su principi razionali e ordinati, che trovasse nella spiritualizzazione dei sensi la sua massima realizzazione.
L’adorazione dei sensi è stata spesso, e con molta giustizia, denunciata: gli uomini provano un istinto naturale di terrore verso passioni e sensazioni che sembrano più forti di loro stessi, e si rendono conto di condividerle anche con le forme di esistenza meno evolute. Ma a Dorian Gray pareva che la vera natura dei sensi non fosse mai stata compresa; essi rimanevano selvaggi e animali soltanto perché il mondo cercava di sottometterli con la fame o di distruggerli con il )dolore, invece di farne elementi di una nuova spiritualità, nella quale un fine istinto per la bellezza avrebbe dovuto essere la caratteristica dominante. Guardando indietro all’uomo che si muoveva attraverso la storia, provava un senso di perdita: così tanto era stato sacrificato, e a scopi così insignificanti! C’erano state rifiutazioni folli e volontarie, forme orribili di auto-tortura e auto-rinuncia, il cui origine risiedeva nel terrore, e il cui risultato era una degradazione infinitamente più terribile di quella da cui, nella loro ignoranza, cercavano di fuggire. La Natura, con la sua meravigliosa ironia, spingeva l’eremita a nutrirsi degli animali selvatici del deserto e concedeva al solitario gli animali della campagna come compagni.
Sì: come aveva predetto Lord Henry, sarebbe nato un nuovo Hedonismo che avrebbe rinnovato la vita, salvandola da quel rigido e brutale puritanesimo che, nei nostri tempi, sta vivendo una curiosa rinascita. Questo nuovo Hedonismo avrebbe certamente valorizzato l’intelletto, ma non avrebbe mai accettato teorie o sistemi che richiedessero il sacrificio di qualsiasi forma di esperienza passionale. Il suo obiettivo era proprio l’esperienza stessa, e non i suoi frutti, dolci o amari che fossero. Non sapeva nulla dell’ascetismo che paralizza i sensi, né della volgare dissolutezza che li intorpidisce; al contrario, insegnava all’uomo a concentrarsi sui momenti di una vita che, in fondo, non è altro che un momento.
Siamo pochi quelli che non si siano mai svegliati prima dell’‘alba, sia dopo una di quelle notti senza sogni che ci fanno quasi innamorare della morte, sia dopo una di quelle notti di orrore e gioie distorte, quando attraverso le stanze del cervello si diffondono fantasmi più terribili della realtà stessa; fantasmi animati da quella vitalità vivida che si nasconde in tutto ciò che è grottesco e che conferisce all’arte gotica la sua duratura vitalità. Si potrebbe dire che quest’arte sia proprio l’arte di coloro i cui pensieri sono stati turbati dalla malattia della meditazione. Gradualmente, dita bianche si insinuano tra le tende e sembrano tremare; ombre nere e fantastiche strisciano negli angoli della stanza e si accovacciano lì. Fuori, si sente il canto degli uccelli tra le foglie, il rumore delle persone che vanno al lavoro, o il sospirare e il singhiozzare del vento che scende dalle colline e vaga intorno alla silenziosa casa, come se temesse di svegliare i dormienti, ma deve comunque evocare il sonno dalla sua “grotta viola”. Uno strato dopo l’altro, veli sottili e scuri vengono sollevati; gradualmente, le forme e i colori delle cose ritornano a noi. E osserviamo l’alba che ricrea il mondo secondo il suo antico disegno. Gli specchi pallidi riprendono la loro capacità di riflettere la realtà; le candele senza fiamma rimangono dove le avevamo lasciate, e accanto a esse giace il libro che stavamo leggendo, o il fiore che avevamo indossato al ballo, o la lettera che temevamo di leggere, o che invece avevamo letto troppo spesso. Niente ci sembra cambiato. Dalle ombre irreali della notte ritorna la vita reale che conoscevamo; dobbiamo riprendere da dove eravamo rimasti. E allora ci assale una terribile sensazione della necessità di continuare in quel ciclo stancante di abitudini stereotipate. O forse, un desiderio folle: che un giorno, al risveglio, il mondo sia stato completamente rinnovato nell’oscurità, per il nostro piacere. Un mondo in cui le cose avrebbero forme e colori nuovi, sarebbero cambiate, o avrebbero altri “segreti”. Un mondo in cui il passato avrebbe poco o nessun posto, o, comunque, non sopravviverebbe sotto forma di obblighi o rimpianti consapevoli. Anche il ricordo della gioia avrebbe la sua amarezza, e i ricordi del piacere, il loro dolore.
Era proprio la creazione di mondi del genere che sembrava rappresentare, per Dorian Gray, l’obiettivo vero, o tra gli obiettivi veri, della vita; e nella sua ricerca di sensazioni nuove e deliziose, dotate di quel tocco di stranezza essenziale al romanzo, spesso adottava modi di pensare che sapeva essere profondamente alieni alla sua vera natura, si abbandonava alle loro sottili influenze e, una volta assorbito il loro “colore” e soddisfatta la propria curiosità intellettuale, li lasciava con quell’indifferenza strana che, in realtà, non è affatto incompatibile con un autentico ardore di temperamento; anzi, secondo alcuni psicologi moderni, essa ne rappresenta spesso una condizione essenziale.
Si vociferò una volta che stesse per entrare a far parte della Chiesa Cattolica Romana, e certamente il rito romano aveva sempre esercitato su di lui un grande fascino. Il sacrificio quotidiano, davvero più terribile di tutti quelli dell’antichità, lo commuoveva non solo per la sua netta negazione delle prove offerte dai sensi, ma anche per la semplicità primitiva dei suoi elementi e per il pathos eterno della tragedia umana che cercava di simboleggiare. Gli piaceva inginocchiarsi sul freddo marmo del pavimento e osservare il sacerdote, con la sua veste ricamata a fiori, mentre lentamente e con mani bianche spostava il velo del tabernacolo o sollevava in alto l’ostensorio incastonato di gemme, contenente quel pane pallido che, a volte, si sarebbe quasi potuto pensare fosse davvero il “panis caelestis”, il pane degli angeli; oppure lo vedeva, avvolto nei simboli della Passione di Cristo, spezzare l’ostia e battersi il petto per i propri peccati. Anche i censieri fumanti, lanciati in aria dai giovani chierici in abiti di pizzo e rosso scarlatto, come grandi fiori dorati, esercitavano su di lui un fascino sottile. Mentre si allontanava, spesso guardava con meraviglia quelle cabine nere per le confessioni e desiderava sedersi nell’oscura ombra di una di esse per ascoltare uomini e donne che, attraverso la grata logora, sussurravano la vera storia delle loro vite.
Ma egli non commise mai l’errore di arrestare lo sviluppo del proprio intelletto attraverso un’adesione formale a qualsiasi credo o sistema, né confuse mai una locanda adatta soltanto al soggiorno per una notte, o alle poche ore in cui non ci sono stelle e la luna appare cupa e tormentata, con una “casa” dove vivere. Il misticismo, con il suo straordinario potere di rendere cose comuni strane ai nostri occhi, e l’antinomismo sottile che sembra sempre accompagnarlo, lo affascinarono per un certo periodo; per un po’ inclinò verso le dottrine materialistiche del movimento darwinista in Germania, trovando un curioso piacere nel collegare i pensieri e le passioni umane a certe cellule cerebrali o nervi del corpo, godendo dell’idea di una dipendenza assoluta dello spirito da condizioni fisiche, sia sane che malate. Tuttavia, come già detto in precedenza, nessuna teoria sulla vita gli sembrava avere alcun valore rispetto alla vita stessa. Era profondamente consapevole di quanto fosse sterile ogni speculazione intellettuale se separata dall’azione e sperimentazione; sapeva che i sensi, proprio come l’anima, avevano i loro misteri spirituali da rivelare. E così iniziò a studiare i profumi e i segreti della loro produzione, distillando oli intensamente profumati e bruciando resine aromatiche provenienti dall’Oriente. Scoprì che ogni stato d’animo umano aveva il suo corrispondente nella vita sensoriale, e si dedicò a scoprirne le vere relazioni, chiedendosi cosa ci fosse nell’incenso che lo rendesse mistico, nell’ambra grigia che suscitasse passioni, nelle violette che risvegliassero i ricordi di antichi amori, nel muschio che turbasse la mente, e nel gelsomino che influenzasse l’immaginazione. Spesso cercò di elaborare una vera psicologia dei profumi, valutando gli effetti delle radici profumate e dei fiori carichi di polline, degli unguenti aromatici e dei legni scuri e fragranti; del nardo, che provoca malessere; dell’hovenia, che rende gli uomini pazzi; e dell’aloe, che si dice possa scacciare la malinconia dall’anima.
In un altro momento, si dedicò completamente alla musica. In una lunga stanza con pareti e soffitto dipinti di rosso e oro, e rivestiti di lacca verde oliva, teneva concerti strani: gitane folli suonavano musiche selvagge su piccoli strumenti a corda, mentre tunisini avvolti in sciarpe gialle pizzicavano le corde tese di lute mostruose; neri sorridenti battevano monotonicamente su tamburi di rame, e indiani snelli, con turbanti rossi, soffiavano attraverso lunghi flauti di canna o bronzo, incantando – o fingendo di incantare – grandi serpenti coperti di scaglie e orribili vipere cornute. Le dissonanze aspre di quella musica barbarica lo eccitavano a volte, mentre la grazia di Schubert, le belle melodie di Chopin e le maestose armonie di Beethoven rimanevano inascoltate dalle sue orecchie. Raccolse da ogni parte del mondo gli strumenti più strani che riuscì a trovare: quelli trovati nelle tombe di antiche nazioni o tra poche tribù selvagge sopravvissute al contatto con le civiltà occidentali; amava toccarli e provarli. Possedeva i misteriosi strumenti dei nativi del Rio Negro, che le donne non sono autorizzate a vedere e nemmeno i giovani possono osservare se prima non hanno subito digiuni e punizioni; aveva anche vasi di terracotta peruviani in grado di emettere il canto acuto degli uccelli, flauti fatti di ossa umane come quelli descritti da Alfonso de Ovalle in Cile, e sonori giaspisi verdi provenienti dalle vicinanze di Cuzco, capaci di produrre suoni di straordinaria dolcezza. Creò anche zuccche piene di sassolini che producevano rumore quando scosse; il lungo clarino dei messicani, che non veniva soffiato ma attraverso cui l’esecutore inalava l’aria; il suono aspro dello strumento delle tribù amazzoniche, suonato dalle sentinelle sedute sugli alberi per tutto il giorno e che si diceva potesse essere udito a tre leghe di distanza; il teponaztli, dotato di due lingue di legno vibranti e suonato con bastoni impregnati di una gomma elastica ottenuta dal succo lattiginoso di alcune piante; i campanelli yotl degli Aztechi, appesi a grappoli come uva; e un enorme tamburo cilindrico ricoperto di pelli di grandi serpenti, simile a quello che Bernal Diaz vide quando accompagnò Cortes nel tempio messicano, e del cui suono triste ci ha lasciato una descrizione così vivida. Il carattere fantastico di questi strumenti lo affascinava; provava un piacere curioso al pensiero che l’arte, come la natura, avesse i suoi mostri: creature dallo scheletro animale e con voci orribili. Tuttavia, dopo un po’, ne ebbe abbastanza e preferiva sedersi nella sua poltrona all’opera, da solo o con Lord Henry, ascoltando con grande piacere “Tannhauser” e vedendo nel preludio di quell’opera d’arte l’espressione della tragedia della propria anima.
In un’occasione iniziò lo studio dei gioielli e si presentò a una festa in maschera vestito da Anna de Joyeuse, ammiraglio di Francia, indossando un abito ricoperto di cinquecentosessanta perle. Questo interesse lo assorbì per molti anni e, in effetti, si può dire che non lo abbandonò mai più. Spesso trascorreva l’intera giornata sistemando e riordinando nelle loro custodie le varie pietre che aveva raccolto: il crisoberillo di colore verde oliva che diventava rosso alla luce delle lampade, il cimofane con la sua linea argentea simile a fili d’acciaio, il peridoto di colore pistacchio, i topazi rosa e giallo vino, i carbuncoli di un rosso fuoco con stelle tremolanti a quattro raggi, le pietre di cannella di colore rosso fiamma, gli spinelli arancioni e viola, e gli ametisti con strati alterni di rubino e zaffiro. Amava il rosso dorato dello sunstone, la bianchezza perlacea del moonstone e l’arcobaleno spezzato dell’opale latteo. Acquistò ad Amsterdam tre smeraldi di dimensioni e colore straordinari, e possedeva anche un turquoise de la vieille roche che suscitava invidia in tutti i conoscitori. Scoprì anche meravigliose storie sui gioielli. Nella “Clericalis Disciplina” di Alfonso si menzionava un serpente con occhi di giacinto vero, e nella romantica storia di Alessandro Magno si diceva che quest’ultimo avesse trovato nel valle del Giordano serpenti “con collari di smeraldi veri sul dorso”. Secondo Filostrate, c’era una pietra preziosa nel cervello del drago; mostrando lettere dorate e un abito rosso scarlatto, si poteva far addormentare magicamente il mostro e ucciderlo. Secondo il grande alchimista Pierre de Boniface, il diamante rendeva un uomo invisibile, mentre l’agata dell’India lo rendeva eloquente. Il corneliano placava la rabbia, l’ibrido di giglio provocava il sonno e l’ametisto scacciava i fumi del vino. Il granato scacciava i demoni, mentre l’idropico privava la luna del suo colore. La selenite aumentava e diminuiva di luminosità insieme alla luna; il meloceo, che permetteva di scoprire i ladri, poteva essere influenzato soltanto dal sangue dei bambini. Leonardus Camillus aveva visto una pietra bianca prelevata dal cervello di un rospo appena ucciso: era un antidoto sicuro contro i veleni. Il bezoar, trovato nel cuore del cervo arabo, era un amuleto in grado di curare la peste. Nei nidi degli uccelli arabi si trovava l’aspilates, che, secondo Democrito, proteggeva chi lo indossava da qualsiasi pericolo derivante dal fuoco.
Il Re di Ceilan cavalcò per la sua città tenendo in mano un grande rubino, durante la cerimonia della sua incoronazione. Le porte del palazzo di Giovanni il Sacerdote erano “fatte di sardio, con incastonato il corno del serpente cornuto, affinché nessuno potesse portare dentro veleno”. Sopra il tetto sporgevano “due mele dorate, contenenti due carbuncoli”, in modo che l’oro brillasse di giorno e i carbuncoli di notte. Nel strano romanzo di Lodge, ‘A Margarite of America’, si raccontava che nella camera della regina si potevano ammirare “tutte le dame caste del mondo, incastonate d’argento e riflesse attraverso bei specchi di crisoliti, carbuncoli, zaffiri ed emeraldi”. Marco Polo aveva visto gli abitanti di Zipangu inserire perle color rosa nelle bocche dei morti. Un mostro marino si era innamorato della perla che il subacqueo portò al Re Perozes, uccise il ladro e pianse per la sua perdita per sette lune intere. Quando gli Unni attirarono il re nella grande fossa, lui la scagliò via. Procopio racconta questa storia; quella perla non fu mai più ritrovata, nonostante l’Imperatore Anastasio offrisse cinquecento libbre d’oro in cambio. Il Re di Malabar mostrò a un veneziano un rosario composto da trecentoquattro perle, una per ogni dio che adorava.
Quando il Duca de Valentinois, figlio di Alessandro VI, visitò Luigi XII di Francia, il suo cavallo era carico di foglie d’oro, secondo Brantome, e il suo cappello presentava due file di rubini che emettevano una luce intensa. Carlo d’Inghilterra cavalcò con staffe adornate da quattrocentoventuno diamanti. Richard II possedeva un mantello del valore di trentamila marchi, ricoperto interamente di rubini. Hall descrisse Enrico VIII, in viaggio verso la Torre prima della sua incoronazione, indossando “una giacca d’oro lavorato a rilievo, con i bordi ricamati di diamanti e altre pietre preziose; intorno al collo portava un grande collare di rubini”. I favoriti di Giacomo I indossavano orecchini di smeraldi incastonati in filigrana d’oro. Edoardo II donò a Piers Gaveston un’armatura rossogolda decorata di giacinti, un collare di rose dorate con pietre di turchese, e un berretto ornato di perle. Enrico II indossava guanti gioiellati che arrivavano fino al gomito, e possedeva anche un guanto da falco ricamato con dodici rubini e cinquantadue grandi pietre orientali. Il cappello ducale di Carlo il Folle, ultimo Duca di Borgogna della sua dinastia, era adornato di perle a forma di pera e zaffiri incastonati.
Che squisita vita doveva essere un tempo! Che magnifica in termini di sfarzo e decorazioni! Anche solo leggere delle ricchezze dei morti è meraviglioso.
Poi rivolse la sua attenzione agli ornamenti ricamati e alle tappezzerie che svolgevano la funzione di affreschi nelle fredde stanze dei paesi settentrionali d’Europa. Mentre studiava queste opere – e lui aveva sempre avuto un’incredibile capacità di immergersi completamente in ciò a cui si dedicava – provò quasi tristezza al pensiero del declino che il tempo causava alle cose belle e meravigliose. Lui, comunque, era riuscito a sfuggire a tale destino. Estate seguiva estate, i gialli giunchi fiorivano e appassivano più volte, e le notti di orrore ripetevano la storia della loro decadenza, ma lui rimaneva invariato. Nessuna inverno rovinava il suo volto né offuscava la sua bellezza. Quanto diverso era questo dal destino delle cose materiali! Dove erano finite? Dov’era finita quella magnifica veste color croco su cui gli dèi combattevano contro i giganti, realizzata dalle ragazze brune per il piacere di Atena? Dov’era quel enorme velario che Nerone aveva fatto stendere sul Colosseo a Roma, quella vela gigantesca di colore viola che raffigurava il cielo stellato e Apollo che guidava un carro trainato da cavalli bianchi dorati? Desiderava ardentemente vedere quei curiosi tovaglioli da tavola realizzati per il Sacerdote del Sole, su cui erano rappresentate tutte le delizie e i cibi possibili per una festa; il lenzuolo funebre di Re Chilperico, decorato con trecento api dorate; quelle vesti fantastiche che avevano suscitato l’indignazione del Vescovo di Pontus e raffiguravano “leoni, pantere, orsi, cani, foreste, rocce, cacciatori, insomma, tutto ciò che un pittore può copiare dalla natura”; e quel mantello che un tempo indossò Carlo d’Orléans, sui cui polsini erano ricamati i versi di una canzone che iniziava con “Madame, je suis tout joyeux”, con l’accompagnamento musicale realizzato con filo d’oro; ogni nota, a quel tempo di forma quadrata, era composta da quattro perle. Leggeva anche della stanza preparata nel palazzo di Reims per la Regina Giovanna di Borgogna, decorata con “milleduecentoventi uno pappagalli ricamati e ornati con gli stemmi del re, e cinquecentosessantuno farfalle le cui ali erano anch’esse decorate con gli stemmi della regina; tutto realizzato in oro”. Caterina de’ Medici aveva fatto fare per sé un letto da lutto in velluto nero decorato con mezzelune e soli; le tende erano di damasco, con ghirlande e fiori disegnati su uno sfondo d’oro e d’argento, e bordate di ricami di perle. Quel letto si trovava in una stanza decorata con file di stemmi della regina realizzati in velluto nero tagliato su stoffa d’argento. Nel suo appartamento, Luigi XIV aveva delle cariatidi ricamate d’oro alte quindici piedi. Il letto da stato di Sobieski, Re di Polonia, era fatto di broccato d’oro di Smirne, decorato con turchesi e versetti del Corano; i suoi supporti erano d’argento dorato, finemente lavorati e adornati con medaglioni smaltati e incastonati di gemme.
Era stato preso dal campo turco prima di Vienna, e lo stendardo di Maometto era stato esposto sotto la doratura tremolante del suo baldacchino.
E così, per un intero anno, cercò di accumulare i più raffinati esemplari di tessuti e lavori ricamati che potesse trovare: prese i delicati mussolini del Delhi, finemente lavorati con fili d’oro a forma di palme e cuciti con ali iridescenti di coleotteri; le garze di Dacca, note in Oriente per la loro trasparenza e chiamate “aria intrecciata”, “acqua che scorre” e “rosa del tramonto”; strani tessuti a motivi geometrici provenienti da Giava; elaborati drappi gialli cinesi; libri rilegati in satini marroni o sete blu, decorati con fiori di lisandro, uccelli e immagini varie; veli lavorati a punto in Ungheria; broccati siciliani e velluti spagnoli rigidi; opere georgiane con monete dorate, e fukousa giapponesi con dorature verdi e uccelli dalle piume meravigliose.
Aveva anche una particolare passione per gli abiti liturgici, così come per tutto ciò che riguardava il servizio della Chiesa. Nei lunghi armadi di cedro allineati nel corridoio ovest della sua casa, aveva conservato molti esemplari rari e bellissimi di quelli che veramente costituiscono l’abito della Sposa di Cristo, la quale deve indossare porpora, gioielli e lino fine per nascondere il corpo pallido e consumato dal dolore che lei stessa si infligge. Possedeva un magnifico copricapo di seta cremisi e damasco dorato, decorato con grappoli d’uva dorati inseriti in fiori a sei petali; su entrambi i lati era raffigurata l’immagine dell’ananas realizzata con perle. I bordi del copricapo erano divisi in pannelli che rappresentavano scene della vita della Vergine, mentre sulla parte superiore era raffigurata la incoronazione della Vergine su sete colorate; si trattava di un’opera italiana del XV secolo. Un altro copricapo era realizzato in velluto verde, ricamato con gruppi di foglie di acanto a forma di cuore da cui spuntavano fiori bianchi a stelo lungo, i dettagli dei quali erano evidenziati con fili d’argento e cristalli colorati; il bordo superiore era decorato con la testa di un serafino realizzata in fili d’oro. I bordi del copricapo erano fatti di seta rossa e dorata, e decorati con medaglioni di santi e martiri, tra cui San Sebastiano. Possedeva anche chasubole di seta color ambra, broccati blu e oro, damasci gialli e tessuti d’oro, decorati con raffigurazioni della Passione e della Crocifissione di Cristo, nonché ricamati con leoni, pavoni e altri simboli; dalmatiche di seta bianca e damasco rosa, decorate con tulipani, delfini e fiori di lisandro; frontaloni d’altare in velluto cremisi e lino blu; e molti altri oggetti liturgici. Nei riti mistici in cui questi oggetti venivano utilizzati, c’era qualcosa che stimolava la sua immaginazione.
Per questi tesori, e per tutto ciò che aveva raccolto nella sua meravigliosa casa, essi rappresentavano per lui un mezzo per dimenticare, modi attraverso cui poteva, almeno temporaneamente, sfuggire a quella paura che a volte gli sembrava insopportabilmente grande. Sulle pareti di quella solitaria stanza chiusa a chiave, dove aveva trascorso gran parte della sua infanzia, aveva appeso con le sue stesse mani quel terribile ritratto il cui volto mutante gli mostrava la vera degradazione della sua vita; davanti ad esso aveva drappeggiato una tenda di colore viola e oro. Per settimane intere non vi andava, dimenticava quell’orrendo dipinto e ritrovava il suo cuore leggero, la sua meravigliosa gioia, la sua appassionata dedizione alla semplice esistenza. Poi, all’improvviso, in qualche notte, usciva di nascosto dalla casa, si recava in luoghi orribili vicino a Blue Gate Fields e vi rimaneva, giorno dopo giorno, fino a quando non veniva cacciato via. Al suo ritorno si sedeva davanti al dipinto: a volte lo odiava, insieme a se stesso; altre volte, invece, provava quella orgoglio di individualismo che rappresenta metà del fascino del peccato, e sorrideva con segreta soddisfazione di fronte a quell’orrendo ritratto che doveva portare il peso che avrebbe dovuto essere suo.
Dopo alcuni anni non riusciva più a stare lontano dall’Inghilterra, e rinunciò alla villa che condivideva a Trouville con Lord Henry, così come alla piccola casa bianca recintata ad Algeri dove avevano trascorso più volte l’inverno. Odiava essere separato da quel ritratto che faceva ormai parte integrante della sua vita; inoltre temeva che, durante la sua assenza, qualcuno potesse entrare nella stanza nonostante le complesse barriere installate sulla porta.
Era ben consapevole che tutto ciò non avrebbe rivelato loro nulla. Era vero che il ritratto conservava ancora, sotto tutta quella bruttezza e orrore, una notevole somiglianza con lui; ma cosa potevano capire da questo? Sarebbe ridotto in ridicolo chiunque avesse cercato di deriderlo. Non era stato lui a dipingerlo. Che importanza aveva per lui il fatto che sembrasse così vile e pieno di vergogna? Anche se glielo avesse detto, gli avrebbero creduto?
Eppure aveva paura. A volte, quando si trovava nella sua grande casa nel Nottinghamshire, tra giovani della sua stessa classe che erano i suoi principali compagni di vita, e stupiva tutta la contea con il lusso sfrenato e lo splendore del suo stile di vita, all’improvviso lasciava gli ospiti e correva in città per verificare che la porta non fosse stata manomessa e che il ritratto fosse ancora lì. E se fosse stato rubato? Solo il pensiero lo faceva rabbrividire di terrore. Di certo, allora tutto il mondo avrebbe conosciuto il suo segreto. Forse il mondo già lo sospettava.
Poiché, sebbene affascinasse molti, non mancavano coloro che lo diffidavano. Fu quasi espulso da un club dell’East End di cui avrebbe dovuto essere membro per diritto di nascita e posizione sociale; si diceva anche che in un’occasione, quando fu portato lì da un amico, il Duca di Berwick e un altro gentiluomo se ne andarono in modo evidente. Dopo aver compiuto venticinque anni, iniziarono a circolare storie curiose su di lui: si diceva che fosse stato visto litigare con marinai stranieri in qualche luogo malfamato dei quartieri bassi di Whitechapel, che frequentasse ladri e falsari e che conoscesse i segreti del loro mestiere. Le sue continue assenze divennero notorie; quando ricompariva in società, le persone sussurravano tra loro, lo guardavano con disprezzo o con occhi freddi e indagatori, come se volessero scoprire il suo segreto.
Di tali insolenze e tentativi di umiliarlo, naturalmente, lui non si curava affatto; secondo la maggior parte delle persone, il suo modo schietto e disinvolto, il suo sorriso affascinante da ragazzo e l’infinita grazia di quel giovane meraviglioso che sembrava non abbandonarlo mai costituivano di per sé una risposta sufficiente alle calunnie – così le chiamavano – che circolavano su di lui. Tuttavia, si notò che alcune delle persone che erano state molto intime con lui iniziarono, col tempo, a evitarlo. Donne che lo adoravano appassionatamente e che, per amor suo, avevano sfidato ogni censura sociale e ignorato le convenzioni, impallidivano di vergogna o orrore non appena Dorian Gray entrava nella stanza.
Eppure, tutti questi pettegolezzi aumentavano solo l’effetto del suo strano e pericoloso fascino agli occhi di molti. La sua enorme ricchezza rappresentava un certo elemento di sicurezza: la società civile, almeno, non è mai pronta a credere nulla contro coloro che sono sia ricchi che affascinanti; sente istintivamente che le maniere siano più importanti della morale, e ritiene che la massima rispettabilità abbia molto meno valore del possedere un buon cuoco. Dopotutto, è una consolazione molto scarsa essere informati che l’uomo che ci ha offerto una cena scadente o vino di scarsa qualità sia irreprensibile nella sua vita privata. Anche le virtù cardinali non possono compensare piatti freddi e cattivo vino. Come osservò una volta Lord Henry in una discussione sull’argomento, e forse c’è del vero nelle sue parole. I canoni della buona società sono, o dovrebbero essere, gli stessi dei canoni dell’arte: la forma è assolutamente essenziale; essa deve avere la dignità di una cerimonia, così come la sua irrealtà. Deve combinare il carattere insincero di un dramma romantico con l’intelligenza e la bellezza che rendono tali opere deliziose per noi. L’insincerità è davvero qualcosa di terribile? Non credo. È semplicemente un mezzo con cui possiamo moltiplicare le nostre personalità.
In ogni caso, questa era l’opinione di Dorian Gray. Spesso si meravigliava della psicologia superficiale di coloro che considerano l’ego umano qualcosa di semplice, permanente, affidabile e di una sola essenza. Per lui, l’uomo era un essere dotato di innumerevoli vite e sensazioni, una creatura complessa e multiforme che portava dentro di sé strani ereditari di pensieri e passioni; inoltre, la sua stessa carne era contaminata dalle “malattie mostruose” dei morti. Gli piaceva passeggiare nella desolata e fredda galleria di ritratti della sua casa natale, osservando i volti di coloro il cui sangue scorreva nelle sue vene: c’era Philip Herbert, descritto da Francis Osborne nei suoi Memorie sui regni di Regina Elisabetta e Re Giacomo come un uomo “coccolato dalla Corte per il suo bel viso, ma che non durò a lungo in quella compagnia”. Era forse la vita di quel giovane Herbert quella che lui stesso conduceva a volte? O forse qualche strano germe velenoso si era diffuso da un corpo all’altro, fino ad arrivare al suo? Era forse una sorta di vago senso di quella grazia ormai distrutta a far sì che, improvvisamente e quasi senza motivo, nel studio di Basil Hallward, pronunciasse quella folle preghiera che cambiò completamente la sua vita? Lì, in un abito rosso ricamato d’oro, con giubbotto incastonato di pietre preziose e bordi dorati, stava Sir Anthony Sherard, con l’armatura nera e argentea ammucchiata ai suoi piedi. Qual era stata la sua eredità? Il “amante” di Giovanna di Napoli gli aveva forse trasmesso qualche peccato o vergogna? I suoi stessi atti non erano forse soltanto i sogni che quell’uomo morto non aveva mai osato realizzare? Lì, sul dipinto ormai sbiadito, sorrideva Lady Elizabeth Devereux, con il cappuccio di garza, lo stomaco decorato di perle e le maniche rosa strappate. Nella sua mano destra teneva un fiore; nella sinistra stringeva un collare smaltato di rose bianche e damasco. Accanto a lei, su un tavolo, c’erano una mandolina e una mela; sui suoi piccoli stivali a punta spuntavano grandi rosette verdi. Conosceva la sua vita, e le strane storie che si raccontavano sui suoi amanti. Forse possedeva un po’ del suo temperamento? Quegli occhi ovali, dalle palpebre pesanti, sembravano fissarlo con curiosità. E George Willoughby, con i capelli truccati di polvere e quelle strane macchie sul viso. Sembrava così malvagio! Il suo volto era scuro e saturnino; le labbra sensuali sembravano contorcersi in disprezzo. Delicate volantini di pizzo ricadevano su quelle mani magre e gialle, cariche di anelli. Era stato un libertino del XVIII secolo, amico di Lord Ferrars da giovane. E il secondo Lord Beckenham, compagno del Principe Reggente nei suoi giorni più dissoluti, uno dei testimoni al segreto matrimonio con la signora Fitzherbert. Quanto era orgoglioso e attraente, con i suoi riccioli castani e quella posa arrogante. Quali passioni aveva lasciato dietro di sé? Il mondo lo considerava un individuo disonorevole. Aveva guidato le orge a Carlton House. La stella della Garter brillava sul suo petto. Accanto a lui pendeva il ritratto di sua moglie, una donna pallida, dalle labbra sottili e vestita di nero.
Anche il suo sangue sembrava agitarsi dentro di lui. Che cosa curiosa tutto ciò! E sua madre, con quel viso da Lady Hamilton e quelle labbra umide e macchiate di vino. Sapeva bene cosa aveva ereditato da lei: la sua bellezza e la sua passione per la bellezza altrui. Lei rideva di lui, indossando quel vestito sciolto da bacchantessa; i suoi capelli erano adornati di foglie di vite. Il colore viola si riversava dalla coppa che teneva in mano. I garofani del dipinto erano appassiti, ma quegli occhi rimanevano meravigliosi per la loro profondità e il loro splendore cromatico. Sembravano seguirlo ovunque andasse.
Eppure qualcuno aveva antenati nella letteratura tanto quanto nella propria razza; forse molti di loro erano più simili a lui per tipo e temperamento, e certamente esercitavano su di lui un’influenza di cui era pienamente consapevole. C’erano momenti in cui a Dorian Gray sembrava che tutta la storia non fosse altro che il racconto della sua stessa vita, non così come l’aveva vissuta realmente, ma così come la sua immaginazione l’aveva creata per lui, così com’era nella sua mente e nelle sue passioni. Gli pareva di aver conosciuto tutti quegli strani, terribili personaggi che erano apparsi sulla scena del mondo, rendendo il peccato così meraviglioso e il male così pieno di sottigliezze. Gli sembrava che, in qualche modo misterioso, le loro vite fossero state anche sue.
Il eroe di quel meraviglioso romanzo che aveva avuto un tale influenza sulla sua vita aveva conosciuto anch’egli questa strana fantasia. Nel settimo capitolo racconta come, incoronato di alloro per evitare che lo colpisse la fulmine, si fosse seduto, come Tiberio, in un giardino a Capri, leggendo quei libri vergognosi di Elephantis, mentre nani e pavoni camminavano intorno a lui e il suonatore di flauto derideva colui che agitava l’incensiere; come Caligola si fosse divertito con i fantini in abiti verdi nelle loro stalle e avesse cenato in un mangiatore d’avorio insieme a un cavallo con la fronte adornata di gemme; come Domiziano si fosse aggirato in un corridoio rivestito di specchi di marmo, cercando con occhi stanchi il riflesso del pugnale che avrebbe posto fine alla sua vita, e avesse sofferto di quell’ennui, di quella terribile noia della vita che colpisce coloro a cui essa non nega nulla; come avesse guardato attraverso uno specchio di smeraldo i disordini del circo. E poi, su un palanchino fatto di perle e porpora, trainato da muli con zoccoli d’argento, fosse stato portato lungo la Via dei Granati fino a una casa d’oro, dove aveva sentito le persone piangere per Nerone Cesare mentre passava. E come Elagabalo si fosse dipinto il viso con colori, avesse partecipato alle danze tra le donne, avesse portato la luna da Cartagine e l’avesse data in un matrimonio mistico al Sole.
Ancora e ancora Dorian leggeva questo fantastico capitolo, nonché i due capitoli che seguivano immediatamente; in essi, come in alcuni curiosi arazzi o abilmente realizzati smalti, erano raffigurate le forme orribili e al contempo belle di coloro che vizio, sangue e stanchezza avevano reso mostri o pazzi: Filippo, Duca di Milano, che uccise sua moglie e le dipinse le labbra con un rosso )veleno affinché il suo amante potesse succhiare la morte da quel cadavere che accarezzava; Pietro Barbi, il veneziano noto come Paolo II, che nella sua vanezza cercò di assumersi il titolo di Formosus, e la cui tiara, valutata duecentomila fiorini, fu comprata al prezzo di un terribile peccato; Gian Maria Visconti, che usava cani per inseguire uomini vivi e il cui corpo assassinato fu coperto di rose da una prostituta che lo aveva amato; i Borgia, con Fratricide a cavallo accanto a loro e il mantello macchiato dal sangue di Perotto; Pietro Riario, giovane Cardinale Arcivescovo di Firenze, bambino e servitore di Sisto IV, la cui bellezza era eguagliata solo dalla sua dissolutezza; che ricevette Leonora d’Aragona in un padiglione fatto di seta bianca e cremisi, pieno di ninfe e centauri, e che incastonò un ragazzo affinché potesse servirlo alla festa come Ganymede o Hylas; Ezzelin, la cui melanconia poteva essere curata solo dallo spettacolo della morte, e che aveva una passione per il rosso sangue, come altri uomini ne hanno per il vino rosso; figlio del Diavolo, si diceva, e colui che aveva tradito suo padre giocando a dadi per ottenere la propria ‘anima; Giambattista Cibo, che in segno di scherno prese il nome di Innocente e nel cui corpo intorpidito un medico ebreo infuse il sangue di tre ragazzi; Sigismondo Malatesta, l’amante di Isotta e signore di Rimini, la cui effigie fu bruciata a Roma come nemica di Dio e degli uomini; che strangolò Polyssena con un fazzoletto, diede )veleno a Ginevra d’Este in una coppa di smeraldo, e per onorare una vergognosa passione costruì una chiesa pagana per il culto cristiano; Carlo VI, che amava così follemente la moglie di suo fratello da essere avvertito da un lebbroso dell’insanità che lo stava colpendo; e, con il suo giubbotto tagliato alla moda, il cappello incastonato di gioielli e i riccioli simili ad acanti, Grifonetto Baglioni, che uccise Astorre insieme a sua moglie e Simonetto insieme al suo paggio; la cui bellezza era tale che, mentre giaceva morente nella piazza gialla di Perugia, coloro che lo odiavano non poterono fare a meno di piangere; e Atalanta, che lo aveva maledetto, ma poi lo benedisse.
C’era una terribile fascinazione in tutto ciò. Li vedeva di notte, e durante il giorno essi turbavano la sua immaginazione. La Rinascita conosceva strani metodi di avvelenamento: avvelenamento tramite un elmo e una torcia accesa, tramite un guanto ricamato e un ventaglio incastonato di gemme, tramite un pomander dorato e una catena d’ambra. Dorian Gray era stato avvelenato da un libro. C’erano momenti in cui considerava il male semplicemente come un mezzo per realizzare la sua concezione della bellezza.
CHAPTER 12 It was on the ninth of November, the eve of his own thirty-eighth birthday, as he often remembered afterwards. He was walking home about eleven o’clock from Lord Henry’s, where he had been dining, and was wrapped in heavy furs, as the night was cold and foggy. At the corner of Grosvenor Square and South Audley Street, a man passed him in the mist, walking very fast and with the collar of his grey ulster turned up. He had a bag in his hand. Dorian recognized him. It was Basil Hallward. A strange sense of fear, for which he could not account, came over him. He made no sign of recognition and went on quickly in the direction of his own house. But Hallward had seen him. Dorian heard him first stopping on the pavement and then hurrying after him. In a few moments, his hand was on his arm. “Dorian! What an extraordinary piece of luck! I have been waiting for you in your library ever since nine o’clock. Finally I took pity on your tired servant and told him to go to bed, as he let me out. I am off to Paris by the midnight train, and I particularly wanted to see you before I left. I thought it was you, or rather your fur coat, as you passed me. But I wasn’t quite sure. Didn’t you recognize me?” “In this fog, my dear Basil? Why, I can’t even recognize Grosvenor Square. I believe my house is somewhere about here, but I don’t feel at all certain about it. I am sorry you are going away, as I have not seen you for ages. But I suppose you will be back soon?” “No: I am going to be out of England for six months. I intend to take a studio in Paris and shut myself up till I have finished a great picture I have in my head. However, it wasn’t about myself I wanted to talk. Here we are at your door. Let me come in for a moment. I have something to say to you.” “I shall be charmed. But won’t you miss your train?” said Dorian Gray languidly as he passed up the steps and opened the door with his latch-key. The lamplight struggled out through the fog, and Hallward looked at his watch. “I have heaps of time,” he answered. “The train doesn’t go till twelve-fifteen, and it is only just eleven. In fact, I was on my way to the club to look for you, when I met you. You see, I shan’t have any delay about luggage, as I have sent on my heavy things. All I have with me is in this bag, and I can easily get to Victoria in twenty minutes.” Dorian looked at him and smiled. “What a way for a fashionable painter to travel! A Gladstone bag and an ulster! Come in, or the fog will get into the house. And mind you don’t talk about anything serious. Nothing is serious nowadays. At least nothing should be.” Hallward shook his head, as he entered, and followed Dorian into the library. There was a bright wood fire blazing in the large open hearth. The lamps were lit, and an open Dutch silver spirit-case stood, with some siphons of soda-water and large cut-glass tumblers, on a little marqueterie table. “You see your servant made me quite at home, Dorian. He gave me everything I wanted, including your best gold-tipped cigarettes. He is a most hospitable creature. I like him much better than the Frenchman you used to have. What has become of the Frenchman, by the bye?” Dorian shrugged his shoulders. “I believe he married Lady Radley’s maid, and has established her in Paris as an English dressmaker. Anglomania is very fashionable over there now, I hear. It seems silly of the French, doesn’t it? But — do you know? — he was not at all a bad servant. I never liked him, but I had nothing to complain about. One often imagines things that are quite absurd. He was really very devoted to me and seemed quite sorry when he went away. Have another brandy-and-soda? Or would you like hock-and-seltzer? I always take hock-and-seltzer myself. There is sure to be some in the next room.” “Thanks, I won’t have anything more,” said the painter, taking his cap and coat off and throwing them on the bag that he had placed in the corner. “And now, my dear fellow, I want to speak to you seriously. Don’t frown like that. You make it so much more difficult for me.” “What is it all about?” cried Dorian in his petulant way, flinging himself down on the sofa. “I hope it is not about myself. I am tired of myself to-night. I should like to be somebody else.” “It is about yourself,” answered Hallward in his grave deep voice, “and I must say it to you. I shall only keep you half an hour.” Dorian sighed and lit a cigarette. “Half an hour!” he murmured. “It is not much to ask of you, Dorian, and it is entirely for your own sake that I am speaking. I think it right that you should know that the most dreadful things are being said against you in London.” “I don’t wish to know anything about them. I love scandals about other people, but scandals about myself don’t interest me. They have not got the charm of novelty.” “They must interest you, Dorian. Every gentleman is interested in his good name. You don’t want people to talk of you as something vile and degraded. Of course, you have your position, and your wealth, and all that kind of thing. But position and wealth are not everything. Mind you, I don’t believe these rumours at all. At least, I can’t believe them when I see you. Sin is a thing that writes itself across a man’s face. It cannot be concealed. People talk sometimes of secret vices. There are no such things. If a wretched man has a vice, it shows itself in the lines of his mouth, the droop of his eyelids, the moulding of his hands even. Somebody — I won’t mention his name, but you know him — came to me last year to have his portrait done. I had never seen him before, and had never heard anything about him at the time, though I have heard a good deal since. He offered an extravagant price. I refused him. There was something in the shape of his fingers that I hated. I know now that I was quite right in what I fancied about him. His life is dreadful. But you, Dorian, with your pure, bright, innocent face, and your marvellous untroubled youth — I can’t believe anything against you. And yet I see you very seldom, and you never come down to the studio now, and when I am away from you, and I hear all these hideous things that people are whispering about you, I don’t know what to say. Why is it, Dorian, that a man like the Duke of Berwick leaves the room of a club when you enter it? Why is it that so many gentlemen in London will neither go to your house or invite you to theirs? You used to be a friend of Lord Staveley. I met him at dinner last week. Your name happened to come up in conversation, in connection with the miniatures you have lent to the exhibition at the Dudley. Staveley curled his lip and said that you might have the most artistic tastes, but that you were a man whom no pure-minded girl should be allowed to know, and whom no chaste woman should sit in the same room with. I reminded him that I was a friend of yours, and asked him what he meant. He told me. He told me right out before everybody. It was horrible! Why is your friendship so fatal to young men? There was that wretched boy in the Guards who committed suicide. You were his great friend. There was Sir Henry Ashton, who had to leave England with a tarnished name. You and he were inseparable. What about Adrian Singleton and his dreadful end? What about Lord Kent’s only son and his career? I met his father yesterday in St. James’s Street. He seemed broken with shame and sorrow. What about the young Duke of Perth? What sort of life has he got now? What gentleman would associate with him?” “Stop, Basil. You are talking about things of which you know nothing,” said Dorian Gray, biting his lip, and with a note of infinite contempt in his voice. “You ask me why Berwick leaves a room when I enter it. It is because I know everything about his life, not because he knows anything about mine. With such blood as he has in his veins, how could his record be clean? You ask me about Henry Ashton and young Perth. Did I teach the one his vices, and the other his debauchery? If Kent’s silly son takes his wife from the streets, what is that to me? If Adrian Singleton writes his friend’s name across a bill, am I his keeper? I know how people chatter in England. The middle classes air their moral prejudices over their gross dinner-tables, and whisper about what they call the profligacies of their betters in order to try and pretend that they are in smart society and on intimate terms with the people they slander. In this country, it is enough for a man to have distinction and brains for every common tongue to wag against him. And what sort of lives do these people, who pose as being moral, lead themselves? My dear fellow, you forget that we are in the native land of the hypocrite.” “Dorian,” cried Hallward, “that is not the question. England is bad enough I know, and English society is all wrong. That is the reason why I want you to be fine. You have not been fine. One has a right to judge of a man by the effect he has over his friends. Yours seem to lose all sense of honour, of goodness, of purity. You have filled them with a madness for pleasure. They have gone down into the depths. You led them there. Yes: you led them there, and yet you can smile, as you are smiling now. And there is worse behind. I know you and Harry are inseparable. Surely for that reason, if for none other, you should not have made his sister’s name a by-word.” “Take care, Basil. You go too far.” “I must speak, and you must listen. You shall listen. When you met Lady Gwendolen, not a breath of scandal had ever touched her. Is there a single decent woman in London now who would drive with her in the park? Why, even her children are not allowed to live with her. Then there are other stories — stories that you have been seen creeping at dawn out of dreadful houses and slinking in disguise into the foulest dens in London. Are they true? Can they be true? When I first heard them, I laughed. I hear them now, and they make me shudder. What about your country-house and the life that is led there? Dorian, you don’t know what is said about you. I won’t tell you that I don’t want to preach to you. I remember Harry saying once that every man who turned himself into an amateur curate for the moment always began by saying that, and then proceeded to break his word. I do want to preach to you. I want you to lead such a life as will make the world respect you. I want you to have a clean name and a fair record. I want you to get rid of the dreadful people you associate with. Don’t shrug your shoulders like that. Don’t be so indifferent. You have a wonderful influence. Let it be for good, not for evil. They say that you corrupt every one with whom you become intimate, and that it is quite sufficient for you to enter a house for shame of some kind to follow after. I don’t know whether it is so or not. How should I know? But it is said of you. I am told things that it seems impossible to doubt. Lord Gloucester was one of my greatest friends at Oxford. He showed me a letter that his wife had written to him when she was dying alone in her villa at Mentone. Your name was implicated in the most terrible confession I ever read. I told him that it was absurd — that I knew you thoroughly and that you were incapable of anything of the kind. Know you? I wonder do I know you? Before I could answer that, I should have to see your soul.” “To see my soul!” muttered Dorian Gray, starting up from the sofa and turning almost white from fear. “Yes,” answered Hallward gravely, and with deep-toned sorrow in his voice, “to see your soul. But only God can do that.” A bitter laugh of mockery broke from the lips of the younger man. “You shall see it yourself, to-night!” he cried, seizing a lamp from the table. “Come: it is your own handiwork. Why shouldn’t you look at it? You can tell the world all about it afterwards, if you choose. Nobody would believe you. If they did believe you, they would like me all the better for it. I know the age better than you do, though you will prate about it so tediously. Come, I tell you. You have chattered enough about corruption. Now you shall look on it face to face.” There was the madness of pride in every word he uttered. He stamped his foot upon the ground in his boyish insolent manner. He felt a terrible joy at the thought that some one else was to share his secret, and that the man who had painted the portrait that was the origin of all his shame was to be burdened for the rest of his life with the hideous memory of what he had done. “Yes,” he continued, coming closer to him and looking steadfastly into his stern eyes, “I shall show you my soul. You shall see the thing that you fancy only God can see.” Hallward started back. “This is blasphemy, Dorian!” he cried. “You must not say things like that. They are horrible, and they don’t mean anything.” “You think so?” He laughed again. “I know so. As for what I said to you to-night, I said it for your good. You know I have been always a stanch friend to you.” “Don’t touch me. Finish what you have to say.” A twisted flash of pain shot across the painter’s face. He paused for a moment, and a wild feeling of pity came over him. After all, what right had he to pry into the life of Dorian Gray? If he had done a tithe of what was rumoured about him, how much he must have suffered! Then he straightened himself up, and walked over to the fire-place, and stood there, looking at the burning logs with their frostlike ashes and their throbbing cores of flame. “I am waiting, Basil,” said the young man in a hard clear voice. He turned round. “What I have to say is this,” he cried. “You must give me some answer to these horrible charges that are made against you. If you tell me that they are absolutely untrue from beginning to end, I shall believe you. Deny them, Dorian, deny them! Can’t you see what I am going through? My God! don’t tell me that you are bad, and corrupt, and shameful.” Dorian Gray smiled. There was a curl of contempt in his lips. “Come upstairs, Basil,” he said quietly. “I keep a diary of my life from day to day, and it never leaves the room in which it is written. I shall show it to you if you come with me.” “I shall come with you, Dorian, if you wish it. I see I have missed my train. That makes no matter. I can go to-morrow. But don’t ask me to read anything to-night. All I want is a plain answer to my question.” “That shall be given to you upstairs. I could not give it here. You will not have to read long.”
CAPITOLO 12
Era il nove novembre, la vigilia del suo trentottesimo compleanno, come ricordava spesso in seguito.
Stava tornando a casa intorno alle undici di sera da Lord Henry’s, dove aveva cenato, avvolto in pesanti pellicce: la notte era fredda e nebbiosa. All’angolo tra Grosvenor Square e South Audley Street, un uomo gli passò accanto nella nebbia, camminando molto velocemente con il colletto del suo ulster grigio rialzato; aveva una borsa in mano. Dorian lo riconobbe: era Basil Hallward. Gli venne un strano senso di paura, che non riusciva a spiegarsi. Non fece alcun segno di riconoscimento e proseguì rapidamente verso la sua casa.
Ma Hallward lo aveva visto. Dorian sentì che si fermava sul marciapiede, poi lo inseguiva di corsa. In pochi istanti, l’uomo gli afferrò il braccio.
“Dorian! Che strana coincidenza. Sono stato ad aspettarti nella tua biblioteca fin dalle nove. Alla fine ho avuto pietà del tuo servitore stanco e gli ho detto di andare a letto; poi sono venuto da te. Parto per Parigi con il treno di mezzanotte e volevo assolutamente vederti prima di partire. Pensavo fossi tu, o meglio, il tuo cappotto di pelliccia. Ma non ne ero del tutto sicuro. Non mi hai riconosciuto?”
“Con questa nebbia, caro Basil? Non riesco nemmeno a riconoscere Grosvenor Square. Credo che la mia casa sia da queste parti, ma non ne sono certo. Mi dispiace che tu vada via. Non ti vedo da tanto tempo. Ma immagino tornerai presto, vero?”
“No. Sarò via dall’Inghilterra per sei mesi. Intendo prendere uno studio a Parigi e dedicarmi completamente a un grande dipinto che ho in mente. Comunque, non era di me che volevo parlare. Ecco, siamo arrivati alla tua porta. Lasciami entrare un attimo. Ho qualcosa da dirti.”
“Ne sarò felice. Ma non perderai il treno?” disse Dorian Gray con aria languida, mentre saliva i gradini e apriva la porta con la chiave.
La luce della lampada si fece strada nella nebbia; Hallward guardò l’orologio. “Ho un sacco di tempo,” rispose. “Il treno parte solo alle dodici e mezza. Sono appena le undici. In realtà stavo andando al club per cercarti, quando ti ho incontrato. Non avrò problemi con i bagagli: ho già spedito le cose pesanti. Tutto quello che ho con me è in questa borsa. Posso arrivare alla stazione di Victoria in venti minuti.”
Dorian lo guardò e sorrise. “Che modo strano per un pittore alla moda di viaggiare. Una borsa di Gladstone e un ulster. Entra. Altrimenti la nebbia entrerà in casa. E stai attento a non parlare di cose serie. Oggi giorno non c’è nulla di serio. Almeno, non dovrebbe esserci.”
Hallward scosse la testa entrando e seguì Dorian nella biblioteca. Nel grande camino aperto ardeva un fuoco di legna vivace; le lampade erano accese, e su un piccolo tavolo intarsiato c’era una scatola d’argento olandese con alcuni sifoni contenenti soda acquosa e grandi bicchieri di vetro tagliato.
“Vedi come il tuo servitore mi ha reso davvero a mio agio, Dorian. Mi ha fornito tutto ciò che desideravo, comprese le tue migliori sigarette con la punta d’oro. È davvero una persona molto ospitale. Mi piace molto di più di quel francese che avevi prima. Che fine ha fatto, a proposito?”
Dorian alzò le spalle. “Credo che abbia sposato la cameriera di Lady Radley e l’abbia stabilita a Parigi come sarta inglese. Dicono che l’anglofilia sia molto in voga laggiù, ora. Sembra stupido da parte dei francesi, non trovi? Ma, sai una cosa? Non era affatto un cattivo servitore. Non mi piaceva, ma non avevo nulla di cui lamentarmi. Spesso si immaginano cose assurde. Era davvero molto devoto a me e sembrava molto dispiaciuto quando se n’è andato. Ne vuoi un altro bicchiere di brandy con soda? O preferisci l’hock-and-seltzer? Io lo prendo sempre. Sicuramente ne avremo in quella stanza accanto.”
“Grazie, non ne voglio più,” disse il pittore, togliendosi cappello e cappotto e gettandoli sulla borsa che aveva posizionato nell’angolo. “Ora, caro amico, devo parlarti seriamente. Non fare quella faccia scura. Mi rendi le cose molto più difficili, ”
“Di cosa si tratta?” chiese Dorian in tono petulante, lasciandosi cadere sul divano. “Spero che non sia niente che riguarda me. Sono stanco di me stesso. Vorrei essere qualcun altro, ”
“Si tratta proprio di te,” rispose Hallward con voce grave. “Devo dirtelo. Ti terrò qui solo mezz’ora.”
Dorian sospirò e accese una sigaretta. “Mezz’ora, ” mormorò.
“Non è molto chiedere, Dorian. E lo faccio esclusivamente per il tuo bene. Penso sia giusto che tu sappia che in Londra si stanno dicendo le cose più terribili su di te, ”
“Non voglio saperne nulla. Mi piacciono gli scandali altrui, ma quelli che riguardano me non m’interessano affatto. Non hanno il fascino della novità, ”
“Dovrebbero interessarti, Dorian. Ogni gentiluomo tiene molto alla propria reputazione. Non vorrai certo che la gente parli di te in termini disonorevoli, vero? Certo, hai una posizione sociale elevata e ricchezza. Ma queste cose non sono tutto. A dire il vero, non credo affatto a queste voci. Almeno, non riesco a crederci quando ti vedo: il peccato si legge chiaramente sul volto di un uomo; non può essere nascosto. A volte la gente parla di vizi segreti. Ma non esistono cose del genere. Se un uomo ha un vizio, questo si riflette nei tratti del suo viso, nel modo in cui tiene le mani. Qualcuno. Non dirò il nome, è venuto da me l’anno scorso per farsi ritrarre. Non lo avevo mai visto prima, e all’epoca non sapevo nulla di lui. Ma da allora ho sentito molte cose su di lui. Mi ha offerto una somma enorme. L’ho rifiutata: c’era qualcosa nei suoi lineamenti che mi ripugnava. Ora so di aver avuto ragione. La sua vita è orribile. Ma tu, Dorian, con il tuo viso puro, innocente, la tua giovinezza serena e incantevole. Non riesco a credere a nulla contro di te. Eppure ti vedo molto raramente. Ormai non vieni più nello studio. Quando non sei con me, ascolto tutte queste orribili voci che la gente mormora su di te. Non so cosa pensare. Perché mai un uomo come il Duca di Berwick lascia la sala di un club non appena entri tu? Perché tanti gentiluomini di Londra né vanno a casa tua né ti invitano nelle loro case? Un tempo eri amico di Lord Staveley. L’ho incontrato a cena la scorsa settimana: il tuo nome è stato menzionato in relazione alle miniature che hai prestato all’esposizione del Dudley. Staveley ha detto che forse hai gusti artistici raffinati, ma che non sei un uomo con cui una ragazza onesta dovrebbe avere a che fare. Gli ho ricordato che sono tuo amico e gli ho chiesto cosa intendesse. Me lo ha detto apertamente, davanti a tutti. È stato orribile. Perché la tua “amicizia” è così pericolosa per i giovani uomini? C’è stato quel povero ragazzo delle Guardie che si è suicidato. Eri suo grande amico. C’è stato Sir Henry Ashton, che ha dovuto lasciare l’Inghilterra con una reputazione macchiata. Tu e lui eravate inseparabili. E poi Adrian Singleton. E la sua terribile fine. E il figlio unico di Lord Kent. Che vita ha ora? Quale gentiluomo vorrebbe frequentarlo?”
“Fermati, Basil. Stai parlando di cose di cui non sai nulla,” disse Dorian Gray, mordendosi il labbro e con un tono di infinito disprezzo nella voce. “Mi chiedi perché Berwick lascia una stanza non appena entro io. È perché so tutto della sua vita, non perché lui sappia qualcosa della mia. Con quel tipo di sangue che scorre nelle sue vene, come potrebbe la sua reputazione essere pulita? Mi chiedi di Henry Ashton e del giovane Perth. Ho forse insegnato al primo i suoi vizi e al secondo le sue dissolutezze? Se il figlio sciocco di Kent prende una donna dalle strade, che cosa c’entro io con questo? Se Adrian Singleton scrive il nome del suo amico su un conto bancario, sono forse io il responsabile? So bene come la gente in Inghilterra chiacchiera. Le classi medie esprimono i loro pregiudizi morali a tavola, sussurrando delle presunte dissolutezze delle persone più nobili, nel tentativo di far credere di appartenere a una società raffinata e di avere rapporti intimi con coloro che diffamano. In questo paese, basta che un uomo abbia distinzione e intelligenza perché tutti inizino a parlare male di lui. E poi, che tipo di vita conducono queste persone che si fanno passare per morali? Caro mio, dimentichi che ci troviamo nel paese natale dell’ipocrita, ”
“Dorian,” esclamò Hallward, “non è questo il punto. So bene che l’Inghilterra sia un posto orribile, e che la società inglese sia completamente sbagliata. È proprio per questo che voglio che tu diventi migliore. Non lo sei stato. Si ha il diritto di giudicare una persona in base all’influenza che esercita sui propri amici. I tuoi amici sembrano aver perso ogni senso di onore, di bontà, di purezza. Hai infuso in loro una follia per il piacere. Li hai portati verso il baratro. Sì: li hai portati lì. Eppure puoi ancora sorridere, proprio come stai facendo ora. E c’è dell’altro ancora. So che tu e Harry siete inseparabili. Sicuramente, per questo motivo, se non per altro, non avresti dovuto usare il nome di sua sorella in modo così spregevole, ”
“Stai attento, Basil. Vai troppo oltre.”
“I must parlare, e tu devi ascoltare. Devi assolutamente ascoltare. Quando hai conosciuto Lady Gwendolen, non c’era ombra di scandalo su di lei. Esiste ancora una donna perbene a Londra che oserebbe passeggiare con lei nel parco? Anche i suoi figli non le sono permessi di vivere con lei. Ci sono altre storie. Storie secondo cui ti si vede uscire all’‘alba da case orribili e nasconderti sotto mentite spoglie nelle peggiori bettole di Londra. Sono vere? Possono essere vere? Quando le ho sentite per la prima volta, ho riso. Ora, invece, mi fanno rabbrividire. E poi c’è la tua famiglia. La vita che conduci lì. Dorian, non sai cosa si dice di te. Non ti dico che non voglio predicarti. Ricordo che Harry disse una volta che tutti quelli che si trasformano in “curati dilettanti” iniziano sempre così, per poi rompere la loro parola. Voglio davvero predicarti. Voglio che tu conduca una vita tale da far rispettare te stesso dal mondo intero. Voglio che tu abbia un nome pulito e una reputazione onesta. Voglio che ti liberi di quelle persone orribili con cui ti frequenti. Non alzare le spalle in quel modo. Non essere così indifferente. Hai un grande potere. Che sia usato per il bene, non per il male. Si dice che corrompi chiunque entri in intimità con te. E che basti il tuo ingresso in una casa perché qualcosa di vergognoso ne derivi. Non so se sia vero. Come potrei saperlo? Ma si dice così di te. Mi vengono raccontate cose che sembrano impossibili da dubitare. Lord Gloucester era uno dei miei migliori amici a Oxford. Mi mostrò una lettera scritta da sua moglie prima di morire, da sola nella sua villa a Mentone. Il tuo nome era menzionato in quella confessione terribile che ho mai letto. Gli dissi che era assurdo. Che ti conoscevo bene e che non eri capace di una cosa del genere. Ti conosco? Mi chiedo se ti conosca davvero, Prima di poter rispondere, dovrei vedere la tua ‘anima, ”
“Vedere la mia ‘anima!” mormorò Dorian Gray, alzandosi dal divano e impallidendo per il terrore.
“Sì,” rispose Hallward con gravità, nella sua voce c’era un profondo dolore, “vedere la tua ‘anima. Ma solo Dio può farlo, ”
Un’amara risata di derisione sfuggì dalle labbra del giovane. “La vedrai tu stesso, stasera!” gridò, afferrando una lampada dal tavolo. “Vieni. È opera tua. Perché non dovresti guardarla? Puoi raccontare tutto al mondo dopo, se vuoi. Nessuno ti crederà. Anche se ci credessero, mi apprezzerebbero ancora di più. Conosco meglio di te l’età che hai. Nonostante tu ne parli in modo così noioso. Vieni. Ne hai parlato abbastanza della corruzione. Ora devi affrontarla faccia a faccia, ”
C’era la follia della orgoglio in ogni parola che pronunciava. Batteva il piede a terra con quel suo modo insolente da ragazzo; provava una gioia terribile all’idea che qualcun altro avrebbe condiviso il suo segreto, e che l’uomo che aveva dipinto quel ritratto, fonte di tutta la sua vergogna, avrebbe dovuto portare per il resto della vita il terribile ricordo di ciò che aveva fatto.
“Sì,” continuò, avvicinandosi a lui e guardandolo negli occhi severi, “ti mostrerò la mia ‘anima. Vedrai quella cosa che pensi possa essere vista solo da Dio.”
Hallward indietreggiò. “È blasfemia, Dorian!” esclamò. “Non devi dire cose del genere. Sono orribili e non significano nulla.”
“Tu lo credi davvero?” rise di nuovo.
“Lo so con certezza. Quanto a ciò che ti ho detto quella notte, l’ho fatto per il tuo bene. Sai che sono sempre stato un amico leale per te.”
“Non toccarmi. Finisci quello che hai da dire.”
Un lampo di dolore attraversò il viso del pittore. Si fermò per un momento, e provò un forte sentimento di compassione. Dopotutto, che diritto aveva di intromettersi nella vita di Dorian Gray? Se avesse fatto anche solo la metà di ciò di cui si diceva su di lui, quante sofferenze doveva aver provato! Poi si raddrizzò e andò vicino al camino, rimanendo lì a guardare i tronchi che bruciavano, con le loro ceneri simili alla brina e il fuoco che pulsava al loro interno.
“Sto aspettando, Basil,” disse il giovane con voce ferma e chiara.
Lui si girò. “Quello che devo dire è questo,” esclamò. “Devi darmi una spiegazione per queste orribili accuse rivolte contro di te. Se mi dici che sono completamente false, da capo a fondo, ti crederò. Negale, Dorian. Non vedi cosa sto passando? Mio Dio, non dirmi che sei cattivo, corrotto e vergognoso.”
Dorian Gray sorrise. Le sue labbra si incurvarono in un sorriso di disprezzo. “Vieni su, Basil,” disse tranquillamente. “Tenho un diario nel quale registro ogni giorno della mia vita, e non lascia mai la stanza in cui viene scritto. Te lo mostrerò se vieni con me.”
“Verrò con te, Dorian, se lo desideri. Vedo che ho perso il treno. Non importa, posso andare domani. Ma non chiedermi di leggere nulla stasera. Tutto ciò che voglio è una risposta semplice alla mia domanda.”
“Ti verrà data la risposta di sopra. Non potevo dartela qui. Non dovrai leggere a lungo.”
CHAPTER 13 He passed out of the room and began the ascent, Basil Hallward following close behind. They walked softly, as men do instinctively at night. The lamp cast fantastic shadows on the wall and staircase. A rising wind made some of the windows rattle. When they reached the top landing, Dorian set the lamp down on the floor, and taking out the key, turned it in the lock. “You insist on knowing, Basil?” he asked in a low voice. “Yes.” “I am delighted,” he answered, smiling. Then he added, somewhat harshly, “You are the one man in the world who is entitled to know everything about me. You have had more to do with my life than you think”; and, taking up the lamp, he opened the door and went in. A cold current of air passed them, and the light shot up for a moment in a flame of murky orange. He shuddered. “Shut the door behind you,” he whispered, as he placed the lamp on the table. Hallward glanced round him with a puzzled expression. The room looked as if it had not been lived in for years. A faded Flemish tapestry, a curtained picture, an old Italian cassone, and an almost empty book-case — that was all that it seemed to contain, besides a chair and a table. As Dorian Gray was lighting a half-burned candle that was standing on the mantelshelf, he saw that the whole place was covered with dust and that the carpet was in holes. A mouse ran scuffling behind the wainscoting. There was a damp odour of mildew. “So you think that it is only God who sees the soul, Basil? Draw that curtain back, and you will see mine.” The voice that spoke was cold and cruel. “You are mad, Dorian, or playing a part,” muttered Hallward, frowning. “You won’t? Then I must do it myself,” said the young man, and he tore the curtain from its rod and flung it on the ground. An exclamation of horror broke from the painter’s lips as he saw in the dim light the hideous face on the canvas grinning at him. There was something in its expression that filled him with disgust and loathing. Good heavens! it was Dorian Gray’s own face that he was looking at! The horror, whatever it was, had not yet entirely spoiled that marvellous beauty. There was still some gold in the thinning hair and some scarlet on the sensual mouth. The sodden eyes had kept something of the loveliness of their blue, the noble curves had not yet completely passed away from chiselled nostrils and from plastic throat. Yes, it was Dorian himself. But who had done it? He seemed to recognize his own brushwork, and the frame was his own design. The idea was monstrous, yet he felt afraid. He seized the lighted candle, and held it to the picture. In the left-hand corner was his own name, traced in long letters of bright vermilion. It was some foul parody, some infamous ignoble satire. He had never done that. Still, it was his own picture. He knew it, and he felt as if his blood had changed in a moment from fire to sluggish ice. His own picture! What did it mean? Why had it altered? He turned and looked at Dorian Gray with the eyes of a sick man. His mouth twitched, and his parched tongue seemed unable to articulate. He passed his hand across his forehead. It was dank with clammy sweat. The young man was leaning against the mantelshelf, watching him with that strange expression that one sees on the faces of those who are absorbed in a play when some great artist is acting. There was neither real sorrow in it nor real joy. There was simply the passion of the spectator, with perhaps a flicker of triumph in his eyes. He had taken the flower out of his coat, and was smelling it, or pretending to do so. “What does this mean?” cried Hallward, at last. His own voice sounded shrill and curious in his ears. “Years ago, when I was a boy,” said Dorian Gray, crushing the flower in his hand, “you met me, flattered me, and taught me to be vain of my good looks. One day you introduced me to a friend of yours, who explained to me the wonder of youth, and you finished a portrait of me that revealed to me the wonder of beauty. In a mad moment that, even now, I don’t know whether I regret or not, I made a wish, perhaps you would call it a prayer…” “I remember it! Oh, how well I remember it! No! the thing is impossible. The room is damp. Mildew has got into the canvas. The paints I used had some wretched mineral poison in them. I tell you the thing is impossible.” “Ah, what is impossible?” murmured the young man, going over to the window and leaning his forehead against the cold, mist-stained glass. “You told me you had destroyed it.” “I was wrong. It has destroyed me.” “I don’t believe it is my picture.” “Can’t you see your ideal in it?” said Dorian bitterly. “My ideal, as you call it…” “As you called it.” “There was nothing evil in it, nothing shameful. You were to me such an ideal as I shall never meet again. This is the face of a satyr.” “It is the face of my soul.” “Christ! what a thing I must have worshipped! It has the eyes of a devil.” “Each of us has heaven and hell in him, Basil,” cried Dorian with a wild gesture of despair. Hallward turned again to the portrait and gazed at it. “My God! If it is true,” he exclaimed, “and this is what you have done with your life, why, you must be worse even than those who talk against you fancy you to be!” He held the light up again to the canvas and examined it. The surface seemed to be quite undisturbed and as he had left it. It was from within, apparently, that the foulness and horror had come. Through some strange quickening of inner life the leprosies of sin were slowly eating the thing away. The rotting of a corpse in a watery grave was not so fearful. His hand shook, and the candle fell from its socket on the floor and lay there sputtering. He placed his foot on it and put it out. Then he flung himself into the rickety chair that was standing by the table and buried his face in his hands. “Good God, Dorian, what a lesson! What an awful lesson!” There was no answer, but he could hear the young man sobbing at the window. “Pray, Dorian, pray,” he murmured. “What is it that one was taught to say in one’s boyhood? ‘Lead us not into temptation. Forgive us our sins. Wash away our iniquities.’ Let us say that together. The prayer of your pride has been answered. The prayer of your repentance will be answered also. I worshipped you too much. I am punished for it. You worshipped yourself too much. We are both punished.” Dorian Gray turned slowly around and looked at him with tear-dimmed eyes. “It is too late, Basil,” he faltered. “It is never too late, Dorian. Let us kneel down and try if we cannot remember a prayer. Isn’t there a verse somewhere, ‘Though your sins be as scarlet, yet I will make them as white as snow’?” “Those words mean nothing to me now.” “Hush! Don’t say that. You have done enough evil in your life. My God! Don’t you see that accursed thing leering at us?” Dorian Gray glanced at the picture, and suddenly an uncontrollable feeling of hatred for Basil Hallward came over him, as though it had been suggested to him by the image on the canvas, whispered into his ear by those grinning lips. The mad passions of a hunted animal stirred within him, and he loathed the man who was seated at the table, more than in his whole life he had ever loathed anything. He glanced wildly around. Something glimmered on the top of the painted chest that faced him. His eye fell on it. He knew what it was. It was a knife that he had brought up, some days before, to cut a piece of cord, and had forgotten to take away with him. He moved slowly towards it, passing Hallward as he did so. As soon as he got behind him, he seized it and turned round. Hallward stirred in his chair as if he was going to rise. He rushed at him and dug the knife into the great vein that is behind the ear, crushing the man’s head down on the table and stabbing again and again. There was a stifled groan and the horrible sound of some one choking with blood. Three times the outstretched arms shot up convulsively, waving grotesque, stiff-fingered hands in the air. He stabbed him twice more, but the man did not move. Something began to trickle on the floor. He waited for a moment, still pressing the head down. Then he threw the knife on the table, and listened. He could hear nothing, but the drip, drip on the threadbare carpet. He opened the door and went out on the landing. The house was absolutely quiet. No one was about. For a few seconds he stood bending over the balustrade and peering down into the black seething well of darkness. Then he took out the key and returned to the room, locking himself in as he did so. The thing was still seated in the chair, straining over the table with bowed head, and humped back, and long fantastic arms. Had it not been for the red jagged tear in the neck and the clotted black pool that was slowly widening on the table, one would have said that the man was simply asleep. How quickly it had all been done! He felt strangely calm, and walking over to the window, opened it and stepped out on the balcony. The wind had blown the fog away, and the sky was like a monstrous peacock’s tail, starred with myriads of golden eyes. He looked down and saw the policeman going his rounds and flashing the long beam of his lantern on the doors of the silent houses. The crimson spot of a prowling hansom gleamed at the corner and then vanished. A woman in a fluttering shawl was creeping slowly by the railings, staggering as she went. Now and then she stopped and peered back. Once, she began to sing in a hoarse voice. The policeman strolled over and said something to her. She stumbled away, laughing. A bitter blast swept across the square. The gas-lamps flickered and became blue, and the leafless trees shook their black iron branches to and fro. He shivered and went back, closing the window behind him. Having reached the door, he turned the key and opened it. He did not even glance at the murdered man. He felt that the secret of the whole thing was not to realize the situation. The friend who had painted the fatal portrait to which all his misery had been due had gone out of his life. That was enough. Then he remembered the lamp. It was a rather curious one of Moorish workmanship, made of dull silver inlaid with arabesques of burnished steel, and studded with coarse turquoises. Perhaps it might be missed by his servant, and questions would be asked. He hesitated for a moment, then he turned back and took it from the table. He could not help seeing the dead thing. How still it was! How horribly white the long hands looked! It was like a dreadful wax image. Having locked the door behind him, he crept quietly downstairs. The woodwork creaked and seemed to cry out as if in pain. He stopped several times and waited. No: everything was still. It was merely the sound of his own footsteps. When he reached the library, he saw the bag and coat in the corner. They must be hidden away somewhere. He unlocked a secret press that was in the wainscoting, a press in which he kept his own curious disguises, and put them into it. He could easily burn them afterwards. Then he pulled out his watch. It was twenty minutes to two. He sat down and began to think. Every year — every month, almost — men were strangled in England for what he had done. There had been a madness of murder in the air. Some red star had come too close to the earth… And yet, what evidence was there against him? Basil Hallward had left the house at eleven. No one had seen him come in again. Most of the servants were at Selby Royal. His valet had gone to bed… Paris! Yes. It was to Paris that Basil had gone, and by the midnight train, as he had intended. With his curious reserved habits, it would be months before any suspicions would be roused. Months! Everything could be destroyed long before then. A sudden thought struck him. He put on his fur coat and hat and went out into the hall. There he paused, hearing the slow heavy tread of the policeman on the pavement outside and seeing the flash of the bull’s-eye reflected in the window. He waited and held his breath. After a few moments he drew back the latch and slipped out, shutting the door very gently behind him. Then he began ringing the bell. In about five minutes his valet appeared, half-dressed and looking very drowsy. “I am sorry to have had to wake you up, Francis,” he said, stepping in; “but I had forgotten my latch-key. What time is it?” “Ten minutes past two, sir,” answered the man, looking at the clock and blinking. “Ten minutes past two? How horribly late! You must wake me at nine to-morrow. I have some work to do.” “All right, sir.” “Did any one call this evening?” “Mr. Hallward, sir. He stayed here till eleven, and then he went away to catch his train.” “Oh! I am sorry I didn’t see him. Did he leave any message?” “No, sir, except that he would write to you from Paris, if he did not find you at the club.” “That will do, Francis. Don’t forget to call me at nine to-morrow.” “No, sir.” The man shambled down the passage in his slippers. Dorian Gray threw his hat and coat upon the table and passed into the library. For a quarter of an hour he walked up and down the room, biting his lip and thinking. Then he took down the Blue Book from one of the shelves and began to turn over the leaves. “Alan Campbell, 152, Hertford Street, Mayfair.” Yes; that was the man he wanted.
CAPITOLO 13
Uscì dalla stanza e iniziò a salire le scale; Basil Hallward lo seguiva da vicino. Camminavano in silenzio, come fanno istintivamente gli uomini di notte. La lampada proiettava ombre strane sul muro e sulla scala; un vento crescente faceva tremare alcune finestre.
Quando raggiunsero il piano superiore, Dorian posò la lampada a terra, prese la chiave e la infilò nella serratura. “Insisti davvero a saperlo, Basil?” chiese a bassa voce.
“Sì.”
“Ne sono felice,” rispose lui sorridendo. Poi aggiunse, con tono un po’ severo: “Sei l’unica persona al mondo che ha il diritto di sapere tutto su di me. Hai avuto un ruolo più importante nella mia vita di quanto tu possa immaginare, ” Prese la lampada e aprì la porta; una corrente d’aria fredda li investì, e la luce si accese per un istante in un bagliore arancione scuro. Dorian rabbrividì. “Chiudi la porta dietro di te,” sussurrò, posando la lampada sul tavolo.
Hallward guardò intorno con espressione perplessa. La stanza sembrava non essere stata abitata da anni: un tappeto fiammingo sbiadito, un quadro coperto da una tenda, un vecchio armadio italiano e uno scaffale quasi vuoto. Non c’era molto, a parte una sedia e un tavolo. Mentre Dorian Gray accendeva una candela mezza consumata sul camino, notò che tutto era coperto di polvere e che il tappeto presentava dei buchi; un topo correva dietro la cornice del muro. C’era anche un odore umido di muffa.
“Quindi pensi che solo Dio possa vedere l’anima, Basil? Tira indietro quella tenda e vedrai la mia, ”
La voce era fredda e crudele. “Sei pazzo, Dorian, o stai recitando una parte,” mormorò Hallward, corrugando la fronte.
“Non vuoi farlo? Allora dovrò farlo da solo, ” disse il giovane, strappando la tenda dalla sua barra e gettandola a terra.
Un grido di orrore sfuggì dalle labbra del pittore: nella penombra, vide sul quadro il volto orribile di Dorian Gray che gli sorrideva. C’era qualcosa nel suo sguardo che lo riempì di disgusto e odio. Per Dio, era proprio il viso di Dorian! L’orrore, però, non aveva ancora completamente distrutto quella meravigliosa bellezza: i capelli radi conservavano ancora un tocco d’oro, le labbra sensuali un colore rosso scarlatto. Gli occhi umidi mantenevano ancora il loro colore azzurro. Sì, era proprio Dorian. Ma chi aveva fatto tutto ciò? Sembrava riconoscere la propria mano nell’esecuzione dei dettagli. E il quadro stesso era stato realizzato secondo i suoi disegni. L’idea era orribile, ma provava paura. Prese la candela accesa e la avvicinò al dipinto. Nell’angolo sinistro c’era scritto il suo nome, tracciato con lettere rosso vivo.
Era una qualche oscena parodia, una qualche infame e ignobile satira. Lui non aveva mai fatto nulla del genere. Eppure era la sua stessa immagine. Lo sapeva, e sentiva come se il suo sangue si fosse improvvisamente trasformato da fuoco in ghiaccio vischioso. La sua stessa immagine. Cosa significava? Perché era cambiata? Si girò a guardare Dorian Gray con gli occhi di un uomo malato. Le sue labbra tremavano, e la sua lingua arsa sembrava incapace di articolare parole. Si passò una mano sulla fronte: era bagnata di sudore freddo e appiccicoso.
Il giovane era appoggiato allo scaffale del camino, a osservarlo con quell’espressione strana che si vede sul viso di chi è completamente assorbito da un’opera teatrale quando un grande artista sta recitando. Non c’era né vera tristezza né vera gioia nei suoi occhi. Solo l’entusiasmo dello spettatore, forse accompagnato da un barlume di trionfo. Aveva tolto il fiore dal proprio cappotto e lo stava annusando, o fingeva di farlo.
“Cosa significa tutto questo?” gridò finalmente Hallward. La sua stessa voce gli sembrava stridula e insolita nelle orecchie.
“Anni fa, quando ero un ragazzo,” disse Dorian Gray, schiacciando il fiore nella sua mano, “mi hai conosciuto, mi hai lusingato e mi hai insegnato ad essere vanitoso della mia bellezza. Un giorno mi hai presentato un tuo amico, che mi ha spiegato la magnificenza della giovinezza; inoltre, hai completato il mio ritratto, rivelandomi la misteriosità della bellezza. In un momento di follia, che, anche ora, non so se rimpianga o meno, ho fatto un desiderio, forse potresti chiamarlo una preghiera, ”
“Me lo ricordo! Oh, quanto me lo ricordo bene! No, è impossibile. La stanza è umida; il telaio del ritratto è infestato di muffa. I colori che ho usato contenevano qualche orribile sostanza minerale velenosa. Te lo dico: è impossibile.”
“Ah, cosa può essere considerato impossibile?” mormorò il giovane, avvicinandosi alla finestra e appoggiando la fronte al vetro freddo e offuscato dalla nebbia.
“Mi hai detto di aver distrutto quel ritratto, ”
“Mi sbagliavo. È stato quel ritratto a distruggermi.”
“Non credo che si tratti del mio dipinto, ”
“Non riesci forse a vedere il tuo ideale in esso?” disse Dorian con amarezza.
“Il mio ideale, come lo chiami tu, ”
“Come lo hai chiamato tu, ”
“Non c’era nulla di malvagio in tutto ciò, nulla di vergognoso. Tu eri per me un ideale che non incontrerò mai più. Questo è il volto di un satiro.”
“È il volto della mia ‘anima.”
“Cristo! Quanto devo aver adorato questa cosa. Ha gli occhi di un demone.”
“Ognuno di noi porta in sé il cielo e l’inferno, Basil,” gridò Dorian con un gesto disperato.
Hallward si voltò di nuovo verso il ritratto e lo fissò. “Mio Dio! Se è vero, ”, esclamò, “se davvero questo è ciò che hai fatto della tua vita, allora devi essere ancora peggiore di quanto coloro che parlano contro di te possano immaginare!” Sollevò di nuovo la candela verso la tela e l’esaminò attentamente. La superficie sembrava del tutto intatta, esattamente come l’aveva lasciata. Era chiaramente dall’interno che provenivano quella corruzione e quell’orrore: attraverso qualche strana intensificazione della sua vita interiore, le “lebbra” del peccato stavano lentamente distruggendo quel ritratto. Il marcire di un cadavere in una tomba piena d’acqua non era nemmeno paragonabile a questa scena orribile.
La sua mano tremò; la candela cadde dal supporto e si spense sul pavimento. Lui la schiacciò con il piede, poi si lasciò cadere sulla sedia traballante accanto al tavolo e nascose il viso tra le mani.
“Dio mio, Dorian, che lezione. Che terribile lezione!” Non ci fu risposta, ma si poteva sentire il giovane singhiozzare alla finestra. “Prega, Dorian, prega, ” mormorò. “Che cosa si insegna a dire nell’infanzia? ‘Non indurci nella tentazione. Perdona i nostri peccati. Lavaci dai nostri misfatti.’ Diciamolo insieme. La preghiera della tua orgoglio è stata ascoltata. Anche la preghiera del tuo pentimento verrà ascoltata. Ti ho adorato troppo. Ne pago le conseguenze. E tu hai adorato te stesso troppo. Entrambi ne paghiamo le conseguenze.”
Dorian Gray si girò lentamente, guardandolo con occhi pieni di lacrime. “È troppo tardi, Basil, ” mormorò.
“Non è mai troppo tardi, Dorian. Mettiamoci in ginocchio e proviamo a ricordare una preghiera. Non c’è forse un versetto che dice: ‘Anche se i tuoi peccati sono rossi come il sangue, io li renderò bianchi come la neve’?”
“Quei parole ormai non significano nulla per me, ”
“Taci. Non dire così. Hai commesso abbastanza male nella tua vita. Mio Dio. Non vedi quella cosa maledetta che ci sta fissando?”
Dorian Gray gettò un’occhiata al dipinto, e all’improvviso provò un sentimento incontrollabile di odio per Basil Hallward, come se quell’immagine sulla tela glielo avesse suggerito, come se quelle labbra sorridenti glielo avessero sussurrato all’orecchio. Le folli passioni di un animale braccato si risvegliarono in lui; odiava quell’uomo seduto al tavolo più di quanto avesse mai odiato qualcosa in tutta la sua vita. Guardò intorno disperatamente. Qualcosa brillava sul cassetto dipinto di fronte a lui. I suoi occhi lo individuarono: era un coltello che aveva portato lì alcuni giorni prima per tagliare un pezzo di corda, ma se n’era dimenticato di prendere con sé. Si avvicinò lentamente, passando accanto a Hallward; non appena gli fu alle spalle, lo afferrò e si girò di scatto. Hallward si mosse sulla sedia, come se stesse per alzarsi. Lui gli si gettò addosso e conficcò il coltello nella vena grande dietro l’orecchio, schiacciandogli la testa contro il tavolo e pugnalando ancora e ancora.
Si udì un gemito soffocato e il terribile suono di qualcuno che stava soffocando nel sangue. Tre volte le braccia tese si alzarono convulsivamente, agitando mani grottesche e rigide nell’aria. Lui lo pugnalò altre due volte, ma l’uomo non si mosse. Qualcosa iniziò a gocciolare sul pavimento. Aspettò un momento, continuando a premere la testa a terra; poi gettò il coltello sul tavolo e ascoltò. Non sentiva nulla, solo quel gocciolio sul tappeto logoro. Aprì la porta e uscì sul corridoio: la casa era completamente silenziosa. Nessuno c’era. Per qualche secondo rimase in piedi, appoggiato alla balaustra, a guardare giù nel buio profondo di quella oscura “prigione”. Poi prese la chiave e tornò nella stanza, chiudendosi dentro a chiave.
Quell’uomo era ancora seduto sulla sedia, curvo sopra il tavolo con la testa bassa. Se non fosse stato per quella ferita rossa e irregolare sul collo e per quel lago di sangue nero che si stava lentamente allargando sul tavolo, si sarebbe potuto pensare che quell’uomo stesse semplicemente dormendo.
Com’era tutto accaduto così in fretta. Si sentiva stranamente calmo. Andò alla finestra, la aprì e uscì sul balcone. Il vento aveva spazzato via la nebbia; il cielo sembrava la coda di un enorme pavone, punteggiato da migliaia di stelle dorate. Guardò giù e vide il poliziotto che faceva il suo giro, illuminando con il faro le porte delle case silenziose. Un fiocco rosso di una vettura a noleggio lampeggiò all’angolo, poi scomparve. Una donna, avvolta in uno scialle fluttuante, si muoveva lentamente lungo la ringhiera, barcollando. Di tanto in tanto si fermava e guardava indietro; una volta iniziò a cantare con voce rauca. Il poliziotto le si avvicinò e le disse qualcosa; lei si allontanò ridendo. Un soffio gelido attraversò la piazza; i lampioni a gas tremolarono e diventarono blu; gli alberi spogli scossero le loro braccia nere. Rabbrividì e tornò dentro, chiudendo la finestra dietro di sé.
Arrivato alla porta, girò la chiave e l’aprì. Non guardò nemmeno il cadavere dell’uomo assassinato. Sentiva che il segreto di tutto ciò non stava nel rendersi conto della realtà. Quel “amico” che aveva dipinto quel ritratto fatale, responsabile di tutta la sua sofferenza, era ormai scomparso dalla sua vita. E questo era sufficiente.
Poi si ricordò della lampada. Era una lampada piuttosto curiosa, realizzata in argento opaco con arabeschi in acciaio lucido e incastonata di turchesi grezzi. Forse il suo servitore se ne sarebbe accorto e avrebbero iniziato a fare domande. Esitò per un momento, poi tornò indietro e la prese dal tavolo. Non poté fare a meno di guardare quel cadavere. Quanto era immobile. Quanto erano pallide quelle lunghe mani. Sembrava una terribile statua di cera.
Dopo aver chiuso la porta alle sue spalle, scese silenziosamente le scale. I legni scricchiolavano, come se provassero dolore. Si fermò più volte, aspettando. No: tutto era tranquillo; era soltanto il suono dei suoi passi.
Quando arrivò in biblioteca, vide la borsa e il cappotto nell’angolo. Dovevano essere nascosti da qualche parte. Aprì una cassaforte segreta nascosta nel rivestimento della parete, dove teneva i propri travestimenti curiosi, e li mise lì dentro. Poteva bruciarli facilmente in seguito. Poi tirò fuori l’orologio: mancavano venti minuti alle due.
Si sedette e iniziò a riflettere. Ogni anno – quasi ogni mese – in Inghilterra uomini venivano strangolati per ciò che lui aveva fatto. C’era stata un’ondata di omicidi. Qualche “stella rossa” doveva essersi avvicinata troppo alla Terra. Eppure, quali prove c’erano contro di lui? Basil Hallward era uscito di casa alle undici; nessuno lo aveva visto rientrare. La maggior parte dei domestici si trovava a Selby Royal; il suo valletto era andato a letto. Parigi! Sì, Basil era partito per Parigi, con il treno di mezzanotte, come aveva previsto. Con le sue abitudini riservate e curiose, sarebbero trascorsi mesi prima che qualcuno iniziasse a sospettare. Mesi! Tutto poteva essere distrutto molto prima di allora.
Un’idea improvvisa gli balenò in mente. Indossò il cappotto di pelliccia e il cappello, poi uscì nel corridoio. Lì si fermò: sentiva i passi lenti e pesanti del poliziotto sul marciapiede esterno, e vide il bagliore della torcia riflettersi nella finestra. Aspettò, trattenendo il respiro. Dopo alcuni istanti aprì la porta e uscì silenziosamente, richiudendola con delicatezza alle sue spalle. Poi iniziò a suonare il campanello. Dopo circa cinque minuti, il suo valletto apparve, ancora mezzo vestito e sembrava molto assonnato.
“Mi dispiace di aver dovuto svegliarti, Francis,” disse entrando nella stanza; “ma avevo dimenticato la mia chiave. Che ora è?”
“Sono le dieci e venti, signore,” rispose l’uomo, guardando l’orologio e battendo le palpebre.
“Le dieci e venti? Che orrore. Devi svegliarmi alle nove di domani; ho del lavoro da fare.”
“Va bene, signore.”
“Qualcuno ha chiamato stasera?”
“Il signor Hallward, signore. È rimasto qui fino all’undici, poi è andato a prendere il treno.”
“Oh. Mi dispiace di non averlo incontrato. Ha lasciato qualche messaggio?”
“No, signore; solo che vi avrebbe scritto da Parigi se non vi avesse trovato al club.”
“Va bene, Francis. Non dimenticare di chiamarmi alle nove domani.”
“No, signore.”
L’uomo si allontanò barcollando nei suoi pantofole lungo il corridoio.
Dorian Gray gettò cappello e cappotto sul tavolo e andò in biblioteca. Per un quarto d’ora camminò avanti e indietro nella stanza, mordendosi il labbro e pensando. Poi prese il “Blue Book” da uno scaffale e iniziò a sfogliarne le pagine. “Alan Campbell, 152, Hertford Street, Mayfair, ” Sì. Quell’uomo era proprio quello che cercava.
CHAPTER 14 At nine o’clock the next morning his servant came in with a cup of chocolate on a tray and opened the shutters. Dorian was sleeping quite peacefully, lying on his right side, with one hand underneath his cheek. He looked like a boy who had been tired out with play, or study. The man had to touch him twice on the shoulder before he woke, and as he opened his eyes a faint smile passed across his lips, as though he had been lost in some delightful dream. Yet he had not dreamed at all. His night had been untroubled by any images of pleasure or of pain. But youth smiles without any reason. It is one of its chiefest charms. He turned round, and leaning upon his elbow, began to sip his chocolate. The mellow November sun came streaming into the room. The sky was bright, and there was a genial warmth in the air. It was almost like a morning in May. Gradually the events of the preceding night crept with silent, blood-stained feet into his brain and reconstructed themselves there with terrible distinctness. He winced at the memory of all that he had suffered, and for a moment the same curious feeling of loathing for Basil Hallward that had made him kill him as he sat in the chair came back to him, and he grew cold with passion. The dead man was still sitting there, too, and in the sunlight now. How horrible that was! Such hideous things were for the darkness, not for the day. He felt that if he brooded on what he had gone through he would sicken or grow mad. There were sins whose fascination was more in the memory than in the doing of them, strange triumphs that gratified the pride more than the passions, and gave to the intellect a quickened sense of joy, greater than any joy they brought, or could ever bring, to the senses. But this was not one of them. It was a thing to be driven out of the mind, to be drugged with poppies, to be strangled lest it might strangle one itself. When the half-hour struck, he passed his hand across his forehead, and then got up hastily and dressed himself with even more than his usual care, giving a good deal of attention to the choice of his necktie and scarf-pin and changing his rings more than once. He spent a long time also over breakfast, tasting the various dishes, talking to his valet about some new liveries that he was thinking of getting made for the servants at Selby, and going through his correspondence. At some of the letters, he smiled. Three of them bored him. One he read several times over and then tore up with a slight look of annoyance in his face. “That awful thing, a woman’s memory!” as Lord Henry had once said. After he had drunk his cup of black coffee, he wiped his lips slowly with a napkin, motioned to his servant to wait, and going over to the table, sat down and wrote two letters. One he put in his pocket, the other he handed to the valet. “Take this round to 152, Hertford Street, Francis, and if Mr. Campbell is out of town, get his address.” As soon as he was alone, he lit a cigarette and began sketching upon a piece of paper, drawing first flowers and bits of architecture, and then human faces. Suddenly he remarked that every face that he drew seemed to have a fantastic likeness to Basil Hallward. He frowned, and getting up, went over to the book-case and took out a volume at hazard. He was determined that he would not think about what had happened until it became absolutely necessary that he should do so. When he had stretched himself on the sofa, he looked at the title-page of the book. It was Gautier’s Emaux et Camees, Charpentier’s Japanese-paper edition, with the Jacquemart etching. The binding was of citron-green leather, with a design of gilt trellis-work and dotted pomegranates. It had been given to him by Adrian Singleton. As he turned over the pages, his eye fell on the poem about the hand of Lacenaire, the cold yellow hand “du supplice encore mal lavee,” with its downy red hairs and its “doigts de faune.” He glanced at his own white taper fingers, shuddering slightly in spite of himself, and passed on, till he came to those lovely stanzas upon Venice: Sur une gamme chromatique, Le sein de peries ruisselant, La Venus de l’Adriatique Sort de l’eau son corps rose et blanc. Les domes, sur l’azur des ondes Suivant la phrase au pur contour, S’enflent comme des gorges rondes Que souleve un soupir d’amour. L’esquif aborde et me depose, Jetant son amarre au pilier, Devant une facade rose, Sur le marbre d’un escalier. How exquisite they were! As one read them, one seemed to be floating down the green water-ways of the pink and pearl city, seated in a black gondola with silver prow and trailing curtains. The mere lines looked to him like those straight lines of turquoise-blue that follow one as one pushes out to the Lido. The sudden flashes of colour reminded him of the gleam of the opal-and-iris-throated birds that flutter round the tall honeycombed Campanile, or stalk, with such stately grace, through the dim, dust-stained arcades. Leaning back with half-closed eyes, he kept saying over and over to himself: “Devant une facade rose, Sur le marbre d’un escalier.” The whole of Venice was in those two lines. He remembered the autumn that he had passed there, and a wonderful love that had stirred him to mad delightful follies. There was romance in every place. But Venice, like Oxford, had kept the background for romance, and, to the true romantic, background was everything, or almost everything. Basil had been with him part of the time, and had gone wild over Tintoret. Poor Basil! What a horrible way for a man to die! He sighed, and took up the volume again, and tried to forget. He read of the swallows that fly in and out of the little cafe at Smyrna where the Hadjis sit counting their amber beads and the turbaned merchants smoke their long tasselled pipes and talk gravely to each other; he read of the Obelisk in the Place de la Concorde that weeps tears of granite in its lonely sunless exile and longs to be back by the hot, lotus-covered Nile, where there are Sphinxes, and rose-red ibises, and white vultures with gilded claws, and crocodiles with small beryl eyes that crawl over the green steaming mud; he began to brood over those verses which, drawing music from kiss-stained marble, tell of that curious statue that Gautier compares to a contralto voice, the “monstre charmant” that couches in the porphyry-room of the Louvre. But after a time the book fell from his hand. He grew nervous, and a horrible fit of terror came over him. What if Alan Campbell should be out of England? Days would elapse before he could come back. Perhaps he might refuse to come. What could he do then? Every moment was of vital importance. They had been great friends once, five years before — almost inseparable, indeed. Then the intimacy had come suddenly to an end. When they met in society now, it was only Dorian Gray who smiled: Alan Campbell never did. He was an extremely clever young man, though he had no real appreciation of the visible arts, and whatever little sense of the beauty of poetry he possessed he had gained entirely from Dorian. His dominant intellectual passion was for science. At Cambridge he had spent a great deal of his time working in the laboratory, and had taken a good class in the Natural Science Tripos of his year. Indeed, he was still devoted to the study of chemistry, and had a laboratory of his own in which he used to shut himself up all day long, greatly to the annoyance of his mother, who had set her heart on his standing for Parliament and had a vague idea that a chemist was a person who made up prescriptions. He was an excellent musician, however, as well, and played both the violin and the piano better than most amateurs. In fact, it was music that had first brought him and Dorian Gray together — music and that indefinable attraction that Dorian seemed to be able to exercise whenever he wished — and, indeed, exercised often without being conscious of it. They had met at Lady Berkshire’s the night that Rubinstein played there, and after that used to be always seen together at the opera and wherever good music was going on. For eighteen months their intimacy lasted. Campbell was always either at Selby Royal or in Grosvenor Square. To him, as to many others, Dorian Gray was the type of everything that is wonderful and fascinating in life. Whether or not a quarrel had taken place between them no one ever knew. But suddenly people remarked that they scarcely spoke when they met and that Campbell seemed always to go away early from any party at which Dorian Gray was present. He had changed, too — was strangely melancholy at times, appeared almost to dislike hearing music, and would never himself play, giving as his excuse, when he was called upon, that he was so absorbed in science that he had no time left in which to practise. And this was certainly true. Every day he seemed to become more interested in biology, and his name appeared once or twice in some of the scientific reviews in connection with certain curious experiments. This was the man Dorian Gray was waiting for. Every second he kept glancing at the clock. As the minutes went by he became horribly agitated. At last he got up and began to pace up and down the room, looking like a beautiful caged thing. He took long stealthy strides. His hands were curiously cold. The suspense became unbearable. Time seemed to him to be crawling with feet of lead, while he by monstrous winds was being swept towards the jagged edge of some black cleft of precipice. He knew what was waiting for him there; saw it, indeed, and, shuddering, crushed with dank hands his burning lids as though he would have robbed the very brain of sight and driven the eyeballs back into their cave. It was useless. The brain had its own food on which it battened, and the imagination, made grotesque by terror, twisted and distorted as a living thing by pain, danced like some foul puppet on a stand and grinned through moving masks. Then, suddenly, time stopped for him. Yes: that blind, slow-breathing thing crawled no more, and horrible thoughts, time being dead, raced nimbly on in front, and dragged a hideous future from its grave, and showed it to him. He stared at it. Its very horror made him stone. At last the door opened and his servant entered. He turned glazed eyes upon him. “Mr. Campbell, sir,” said the man. A sigh of relief broke from his parched lips, and the colour came back to his cheeks. “Ask him to come in at once, Francis.” He felt that he was himself again. His mood of cowardice had passed away. The man bowed and retired. In a few moments, Alan Campbell walked in, looking very stern and rather pale, his pallor being intensified by his coal-black hair and dark eyebrows. “Alan! This is kind of you. I thank you for coming.” “I had intended never to enter your house again, Gray. But you said it was a matter of life and death.” His voice was hard and cold. He spoke with slow deliberation. There was a look of contempt in the steady searching gaze that he turned on Dorian. He kept his hands in the pockets of his Astrakhan coat, and seemed not to have noticed the gesture with which he had been greeted. “Yes: it is a matter of life and death, Alan, and to more than one person. Sit down.” Campbell took a chair by the table, and Dorian sat opposite to him. The two men’s eyes met. In Dorian’s there was infinite pity. He knew that what he was going to do was dreadful. After a strained moment of silence, he leaned across and said, very quietly, but watching the effect of each word upon the face of him he had sent for, “Alan, in a locked room at the top of this house, a room to which nobody but myself has access, a dead man is seated at a table. He has been dead ten hours now. Don’t stir, and don’t look at me like that. Who the man is, why he died, how he died, are matters that do not concern you. What you have to do is this— “ “Stop, Gray. I don’t want to know anything further. Whether what you have told me is true or not true doesn’t concern me. I entirely decline to be mixed up in your life. Keep your horrible secrets to yourself. They don’t interest me any more.” “Alan, they will have to interest you. This one will have to interest you. I am awfully sorry for you, Alan. But I can’t help myself. You are the one man who is able to save me. I am forced to bring you into the matter. I have no option. Alan, you are scientific. You know about chemistry and things of that kind. You have made experiments. What you have got to do is to destroy the thing that is upstairs — to destroy it so that not a vestige of it will be left. Nobody saw this person come into the house. Indeed, at the present moment he is supposed to be in Paris. He will not be missed for months. When he is missed, there must be no trace of him found here. You, Alan, you must change him, and everything that belongs to him, into a handful of ashes that I may scatter in the air.” “You are mad, Dorian.” “Ah! I was waiting for you to call me Dorian.” “You are mad, I tell you — mad to imagine that I would raise a finger to help you, mad to make this monstrous confession. I will have nothing to do with this matter, whatever it is. Do you think I am going to peril my reputation for you? What is it to me what devil’s work you are up to?” “It was suicide, Alan.” “I am glad of that. But who drove him to it? You, I should fancy.” “Do you still refuse to do this for me?” “Of course I refuse. I will have absolutely nothing to do with it. I don’t care what shame comes on you. You deserve it all. I should not be sorry to see you disgraced, publicly disgraced. How dare you ask me, of all men in the world, to mix myself up in this horror? I should have thought you knew more about people’s characters. Your friend Lord Henry Wotton can’t have taught you much about psychology, whatever else he has taught you. Nothing will induce me to stir a step to help you. You have come to the wrong man. Go to some of your friends. Don’t come to me.” “Alan, it was murder. I killed him. You don’t know what he had made me suffer. Whatever my life is, he had more to do with the making or the marring of it than poor Harry has had. He may not have intended it, the result was the same.” “Murder! Good God, Dorian, is that what you have come to? I shall not inform upon you. It is not my business. Besides, without my stirring in the matter, you are certain to be arrested. Nobody ever commits a crime without doing something stupid. But I will have nothing to do with it.” “You must have something to do with it. Wait, wait a moment; listen to me. Only listen, Alan. All I ask of you is to perform a certain scientific experiment. You go to hospitals and dead-houses, and the horrors that you do there don’t affect you. If in some hideous dissecting-room or fetid laboratory you found this man lying on a leaden table with red gutters scooped out in it for the blood to flow through, you would simply look upon him as an admirable subject. You would not turn a hair. You would not believe that you were doing anything wrong. On the contrary, you would probably feel that you were benefiting the human race, or increasing the sum of knowledge in the world, or gratifying intellectual curiosity, or something of that kind. What I want you to do is merely what you have often done before. Indeed, to destroy a body must be far less horrible than what you are accustomed to work at. And, remember, it is the only piece of evidence against me. If it is discovered, I am lost; and it is sure to be discovered unless you help me.” “I have no desire to help you. You forget that. I am simply indifferent to the whole thing. It has nothing to do with me.” “Alan, I entreat you. Think of the position I am in. Just before you came I almost fainted with terror. You may know terror yourself some day. No! don’t think of that. Look at the matter purely from the scientific point of view. You don’t inquire where the dead things on which you experiment come from. Don’t inquire now. I have told you too much as it is. But I beg of you to do this. We were friends once, Alan.” “Don’t speak about those days, Dorian — they are dead.” “The dead linger sometimes. The man upstairs will not go away. He is sitting at the table with bowed head and outstretched arms. Alan! Alan! If you don’t come to my assistance, I am ruined. Why, they will hang me, Alan! Don’t you understand? They will hang me for what I have done.” “There is no good in prolonging this scene. I absolutely refuse to do anything in the matter. It is insane of you to ask me.” “You refuse?” “Yes.” “I entreat you, Alan.” “It is useless.” The same look of pity came into Dorian Gray’s eyes. Then he stretched out his hand, took a piece of paper, and wrote something on it. He read it over twice, folded it carefully, and pushed it across the table. Having done this, he got up and went over to the window. Campbell looked at him in surprise, and then took up the paper, and opened it. As he read it, his face became ghastly pale and he fell back in his chair. A horrible sense of sickness came over him. He felt as if his heart was beating itself to death in some empty hollow. After two or three minutes of terrible silence, Dorian turned round and came and stood behind him, putting his hand upon his shoulder. “I am so sorry for you, Alan,” he murmured, “but you leave me no alternative. I have a letter written already. Here it is. You see the address. If you don’t help me, I must send it. If you don’t help me, I will send it. You know what the result will be. But you are going to help me. It is impossible for you to refuse now. I tried to spare you. You will do me the justice to admit that. You were stern, harsh, offensive. You treated me as no man has ever dared to treat me — no living man, at any rate. I bore it all. Now it is for me to dictate terms.” Campbell buried his face in his hands, and a shudder passed through him. “Yes, it is my turn to dictate terms, Alan. You know what they are. The thing is quite simple. Come, don’t work yourself into this fever. The thing has to be done. Face it, and do it.” A groan broke from Campbell’s lips and he shivered all over. The ticking of the clock on the mantelpiece seemed to him to be dividing time into separate atoms of agony, each of which was too terrible to be borne. He felt as if an iron ring was being slowly tightened round his forehead, as if the disgrace with which he was threatened had already come upon him. The hand upon his shoulder weighed like a hand of lead. It was intolerable. It seemed to crush him. “Come, Alan, you must decide at once.” “I cannot do it,” he said, mechanically, as though words could alter things. “You must. You have no choice. Don’t delay.” He hesitated a moment. “Is there a fire in the room upstairs?” “Yes, there is a gas-fire with asbestos.” “I shall have to go home and get some things from the laboratory.” “No, Alan, you must not leave the house. Write out on a sheet of notepaper what you want and my servant will take a cab and bring the things back to you.” Campbell scrawled a few lines, blotted them, and addressed an envelope to his assistant. Dorian took the note up and read it carefully. Then he rang the bell and gave it to his valet, with orders to return as soon as possible and to bring the things with him. As the hall door shut, Campbell started nervously, and having got up from the chair, went over to the chimney-piece. He was shivering with a kind of ague. For nearly twenty minutes, neither of the men spoke. A fly buzzed noisily about the room, and the ticking of the clock was like the beat of a hammer. As the chime struck one, Campbell turned round, and looking at Dorian Gray, saw that his eyes were filled with tears. There was something in the purity and refinement of that sad face that seemed to enrage him. “You are infamous, absolutely infamous!” he muttered. “Hush, Alan. You have saved my life,” said Dorian. “Your life? Good heavens! what a life that is! You have gone from corruption to corruption, and now you have culminated in crime. In doing what I am going to do — what you force me to do — it is not of your life that I am thinking.” “Ah, Alan,” murmured Dorian with a sigh, “I wish you had a thousandth part of the pity for me that I have for you.” He turned away as he spoke and stood looking out at the garden. Campbell made no answer. After about ten minutes a knock came to the door, and the servant entered, carrying a large mahogany chest of chemicals, with a long coil of steel and platinum wire and two rather curiously shaped iron clamps. “Shall I leave the things here, sir?” he asked Campbell. “Yes,” said Dorian. “And I am afraid, Francis, that I have another errand for you. What is the name of the man at Richmond who supplies Selby with orchids?” “Harden, sir.” “Yes — Harden. You must go down to Richmond at once, see Harden personally, and tell him to send twice as many orchids as I ordered, and to have as few white ones as possible. In fact, I don’t want any white ones. It is a lovely day, Francis, and Richmond is a very pretty place — otherwise I wouldn’t bother you about it.” “No trouble, sir. At what time shall I be back?” Dorian looked at Campbell. “How long will your experiment take, Alan?” he said in a calm indifferent voice. The presence of a third person in the room seemed to give him extraordinary courage. Campbell frowned and bit his lip. “It will take about five hours,” he answered. “It will be time enough, then, if you are back at half-past seven, Francis. Or stay: just leave my things out for dressing. You can have the evening to yourself. I am not dining at home, so I shall not want you.” “Thank you, sir,” said the man, leaving the room. “Now, Alan, there is not a moment to be lost. How heavy this chest is! I’ll take it for you. You bring the other things.” He spoke rapidly and in an authoritative manner. Campbell felt dominated by him. They left the room together. When they reached the top landing, Dorian took out the key and turned it in the lock. Then he stopped, and a troubled look came into his eyes. He shuddered. “I don’t think I can go in, Alan,” he murmured. “It is nothing to me. I don’t require you,” said Campbell coldly. Dorian half opened the door. As he did so, he saw the face of his portrait leering in the sunlight. On the floor in front of it the torn curtain was lying. He remembered that the night before he had forgotten, for the first time in his life, to hide the fatal canvas, and was about to rush forward, when he drew back with a shudder. What was that loathsome red dew that gleamed, wet and glistening, on one of the hands, as though the canvas had sweated blood? How horrible it was! — more horrible, it seemed to him for the moment, than the silent thing that he knew was stretched across the table, the thing whose grotesque misshapen shadow on the spotted carpet showed him that it had not stirred, but was still there, as he had left it. He heaved a deep breath, opened the door a little wider, and with half-closed eyes and averted head, walked quickly in, determined that he would not look even once upon the dead man. Then, stooping down and taking up the gold-and-purple hanging, he flung it right over the picture. There he stopped, feeling afraid to turn round, and his eyes fixed themselves on the intricacies of the pattern before him. He heard Campbell bringing in the heavy chest, and the irons, and the other things that he had required for his dreadful work. He began to wonder if he and Basil Hallward had ever met, and, if so, what they had thought of each other. “Leave me now,” said a stern voice behind him. He turned and hurried out, just conscious that the dead man had been thrust back into the chair and that Campbell was gazing into a glistening yellow face. As he was going downstairs, he heard the key being turned in the lock. It was long after seven when Campbell came back into the library. He was pale, but absolutely calm. “I have done what you asked me to do,” he muttered “And now, good-bye. Let us never see each other again.” “You have saved me from ruin, Alan. I cannot forget that,” said Dorian simply. As soon as Campbell had left, he went upstairs. There was a horrible smell of nitric acid in the room. But the thing that had been sitting at the table was gone.
CAPITOLO 14
Alle nove di quella mattina, il suo servitore entrò con una tazza di cioccolato su un vassoio e aprì le persiane. Dorian dormiva tranquillamente, sdraiato sul lato destro, con una mano sotto la guancia; sembrava un ragazzo stanco per via dei giochi o degli studi.
L’uomo dovette toccargli la spalla due volte prima che si svegliasse. Quando aprì gli occhi, un debole sorriso gli apparve sulle labbra, come se fosse stato immerso in un sogno delizioso. Ma in realtà non aveva sognato affatto. La sua notte era trascorsa senza alcuna immagine di piacere né di dolore. Tuttavia, la gioventù sorride spesso senza motivo. È uno dei suoi maggiori incanti.
Si girò, appoggiandosi sul gomito, e iniziò a sorseggiare il cioccolato. Il caldo sole di novembre inondava la stanza; il cielo era sereno e l’aria era piacevolmente tiepida. Sembrava quasi una mattina di maggio.
Gradualmente, i ricordi della notte precedente iniziarono a riaffiorare nella sua mente con terribile chiarezza. Rabbrividì al pensiero di tutto ciò che aveva sofferto. Per un momento, provò di nuovo quell’odio per Basil Hallward che lo aveva spinto a ucciderlo. Ma poi quel sentimento svanì. Il morto era ancora lì, sotto la luce del sole. Che orrore! Simili cose appartenevano all’oscurità, non al giorno.
Sentiva che se avesse continuato a riflettere su ciò che aveva vissuto, sarebbe impazzito. C’erano peccati i cui effetti negativi derivavano più dal ricordo che dall’atto stesso di commetterli. C’erano “trionfi” strani che soddisfacevano l’orgoglio più delle passioni stesse, e che donavano all’intelligenza una gioia intensa. Ma questo non era uno di quei casi. Era qualcosa da scacciare dalla mente. Qualcosa per cui bisognava usare i narcotici o la violenza.
Quando trascorsero trenta minuti, si passò una mano sulla fronte, poi si alzò in fretta e si vestì con particolare cura, scegliendo con attenzione cravatta e spilla da cravatta, e cambiando più volte gli anelli. Trascorse anche molto tempo a colazione: assaggiò vari piatti, parlò con il suo servitore di alcune nuove divise per i domestici di Selby, e lesse la sua corrispondenza. Alcune lettere lo fecero sorridere; altre lo annoiarono. Una la lesse più volte, poi la strappò via, con un leggero gesto di irritazione sul viso, “Quell’orrore, il ricordo di una donna, ” come aveva detto una volta Lord Henry.
Dopo aver bevuto la sua tazza di caffè nero, si pulì lentamente le labbra con un fazzoletto, fece segno al servitore di aspettare, andò alla scrivania e scrisse due lettere. Una se la mise in tasca, l’altra la diede al servitore.
“Porta questo messaggio al numero 152 di Hertford Street, da Francis; se il signor Campbell non è in città, procurami il suo indirizzo.”
Non appena rimase solo, accese una sigaretta e iniziò a disegnare su un foglio di carta: prima dipinse fiori e dettagli architettonici, poi volti umani. All’improvviso si rese conto che ogni volto che disegnava assomigliava in modo straordinario a Basil Hallward. Sorrise, si alzò, andò verso lo scaffale e prese a caso un libro. Decise di non pensare a ciò che era accaduto fino a quando non fosse stato assolutamente necessario farlo.
Si sdraiò sul divano e guardò la copertina del libro: si trattava di “Emaux et Camees” di Gautier, nell’edizione in carta giapponese di Charpentier, con incisioni di Jacquemart. La rilegatura era in pelle di colore verde limone, decorata con intagli dorati a forma di graticcio e piccole bacche di melograno. Gliel’aveva regalato Adrian Singleton. Mentre sfogliava il libro, i suoi occhi si posarono su un poema che parlava della mano di Lacenaire, quella mano gialla fredda, “ancora poco lavata dal dolore”, con i peli rossi e morbidi e le dita “da animale selvatico”. Guardò le proprie dita bianche e sottili, rabbrividendo involontariamente, e continuò a leggere fino ad arrivare a quei meravigliosi versi su Venezia:
“Su una scala cromatica,
il seno di perle scorre come un ruscello;
la Venus dell’Adriatico
esce dall’acqua con il suo corpo rosa e bianco.
Le cupole, sull’azzurro delle onde,
si ergono seguendo linee pure e armoniose,
come gole rotonde sollevate da un sospiro d’amore.
La barca approda e mi deposita
di fronte a una facciata rosa,
sul marmo di una scalinata, ”
Che meraviglia! Mentre leggeva, sembrava di fluttuare lungo i canali verdi della città fatta di rosa e perle, seduto in una gondola nera con prua d’argento e tende che si muovevano al vento. Le linee del testo gli ricordavano quelle strisce di blu turchese che si estendono lungo il Lido. I bagliori di colore gli facevano pensare agli uccelli dai colli adornati con opali e iris che volteggiavano intorno al maestoso Campanile, o che camminavano con grazia solenne tra le arcate buie e polverose. Appoggiandosi allo schienale e chiudendo gli occhi a metà, continuava a ripetere tra sé:
“Di fronte a una facciata rosa,
sul marmo di una scalinata, ”
L’intera Venezia era racchiusa in quelle due righe. Ricordò l’autunno trascorso lì e un amore meraviglioso che lo aveva spinto a compiere gesti folli e deliziosi. Ovunque c’era romanzo. Ma Venezia, come Oxford, lasciava il “fondo” come elemento essenziale per il romanzo; per un vero romantico, il “fondo” era tutto, o quasi tutto. Basil era stato con lui per una parte di quel tempo e aveva perso la testa per Tintoret. Povero Basil. Che modo orribile per morire.
Sospirò, riprese il libro e cercò di dimenticare. Lesse di quelle rondini che volano avanti e indietro nel piccolo caffè di Smirne, dove gli Hadji siedono a contare le loro perle d’ambra, mentre i mercanti con il turbante fumano le loro lunghe pipe a frange e parlano seri tra loro; lesse dell’Obelisco in Place de la Concorde che versa “lacrime” di granito nel suo solitario esilio senza luce, desideroso di tornare presso il caldo Nilo coperto di loto, dove ci sono sfingi, ibis rossi come rose, avvoltoi bianchi con artigli dorati e coccodrilli con piccoli occhi di berillo che strisciano sul fango verde e fumante; iniziò a riflettere su quei versi che, traggendo musica dal marmo macchiato di baci, raccontano di quella curiosa statua che Gautier paragona a una voce contralto, quel “monstre charmant” che riposa nella sala di porfiro del Louvre. Ma dopo un po’ il libro gli cadde di mano. Diventò nervoso e lo assalì un terribile attacco di paura: e se Alan Campbell fosse uscito dall’Inghilterra? Ci sarebbero voluti giorni prima che potesse tornare. Forse avrebbe rifiutato di farlo. Cosa avrebbe potuto fare allora? Ogni momento era di vitale importanza.
Un tempo erano stati grandi amici, cinque anni prima, quasi inseparabili. Poi quell’intimità finì improvvisamente. Ora, quando si incontravano in società, solo Dorian Gray sorrideva: Alan Campbell non lo faceva mai.
Era un giovane estremamente intelligente, anche se non possedeva una vera apprezzazione per le arti visive; tutto il poco senso della bellezza che aveva nella poesia lo aveva acquisito interamente grazie a Dorian. La sua principale passione intellettuale era la scienza. A Cambridge aveva trascorso molto del suo tempo in laboratorio e aveva ottenuto ottimi risultati nel corso di studi di Scienze Naturali del suo anno. Infatti, continuava a dedicarsi allo studio della chimica e possedeva persino un proprio laboratorio, dove si chiudeva tutto il giorno, con grande fastidio di sua madre, che sperava ardentemente che lui si candidasse al Parlamento e aveva l’idea vaga che un chimico fosse una persona che preparava ricette. Tuttavia, era anche un eccellente musicista; suonava sia il violino che il pianoforte meglio della maggior parte degli amatori. Fu proprio la musica a farli incontrare per la prima volta, lui e Dorian Gray: la musica e quell’attrazione indefinibile che Dorian sembrava essere in grado di esercitare ogni volta che lo desiderava, e, in effetti, lo faceva spesso senza nemmeno rendersene conto. Si erano conosciuti alla serata in cui Rubinstein aveva suonato da Lady Berkshire, e da allora si vedevano sempre insieme all’opera o ovunque ci fosse buona musica. Per diciotto mesi la loro intimità durò. Campbell trascorreva sempre il suo tempo a Selby Royal o in Grosvenor Square. Per lui, come per molti altri, Dorian Gray rappresentava tutto ciò che c’è di meraviglioso e affascinante nella vita. Nessuno sapeva se fossero mai stati in lite. Ma improvvisamente la gente notò che quasi non parlavano quando si incontravano, e che Campbell sembrava sempre andarsene presto da qualsiasi evento a cui partecipasse Dorian Gray. Anche lui era cambiato: a volte appariva stranamente melancolico, sembrava quasi non apprezzare più la musica e non suonava mai personalmente, adducendo come scusa il fatto che fosse troppo impegnato nella scienza per avere tempo da dedicare allo studio musicale. E questo era certamente vero: ogni giorno mostrava un interesse sempre maggiore per la biologia, e il suo nome compariva più volte in alcune riviste scientifiche riguardo a strani esperimenti che stava conducendo.
Quell’uomo era proprio quello che Dorian Gray aspettava. Ogni secondo guardava l’orologio. Man mano che i minuti passavano, diventava sempre più agitato. Alla fine si alzò e iniziò a camminare avanti e indietro nella stanza, come una bellissima creatura rinchiusa in gabbia. I suoi passi erano lunghi e silenziosi. Le sue mani erano stranamente fredde.
L’attesa divenne insopportabile. Il tempo sembrava avanzare con estrema lentezza, mentre lui veniva spinto da venti terribili verso il bordo tagliente di una voragine nera. Sapeva cosa lo aspettava là; in effetti, lo vedeva. E, tremando, si strinse le palpebre ardenti con le mani umide, come se volesse privarsi della vista stessa e far rientrare gli occhi nella loro grotta. Ma era inutile: il cervello aveva già il proprio “cibo” su cui nutrirsi. E l’immaginazione, resa grottesca dal terrore, si contorceva e si distorceva come una creatura viva sotto l’effetto del dolore; danzava come una brutta marionetta su un palo. E rideva attraverso maschere mobili. Poi, all’improvviso, il tempo smise di scorrere per lui. Sì: quella cosa cieca e lenta non avanzò più. E i pensieri orribili, ora che il tempo era “morto”, corsero veloci davanti a lui, trascinando con sé un futuro spaventoso fuori dalla sua tomba e mostrandoglielo. Lui lo fissò. Il suo stesso orrore lo trasformò in pietra.
Finalmente la porta si aprì e il suo servitore entrò. Lui girò verso di lui occhi vitrei.
“Signor Campbell, signore,” disse l’uomo.
Un sospiro di sollievo gli sfuggì dalle labbra aride. E il colore tornò sulle sue guance.
“Chiedigli di entrare immediatamente, Francis.” Si sentiva di nuovo se stesso; quell’atteggiamento di codardia era ormai svanito.
L’uomo si inchinò e se ne andò. Pochi momenti dopo, Alan Campbell entrò, con un’espressione molto severa e il viso pallido; quella palidezza risaltava ancora di più i suoi capelli neri come il carbone e le sopracciglia scure.
“Alan. È molto gentile da parte tua. Grazie per essere venuto.”
“Avevo intenzione di non entrare mai più nella tua casa, Gray. Ma hai detto che si trattava di una questione di vita o di morte.” La sua voce era dura e fredda; parlava lentamente, con deliberazione. Nel suo sguardo c’era disprezzo mentre fissava Dorian. Teneva le mani nelle tasche del suo cappotto di Astrakhan e sembrava non aver notato il gesto con cui era stato accolto.
“Sì. Si tratta davvero di una questione di vita o di morte, Alan. E per più persone. Siediti.”
Campbell prese una sedia vicino al tavolo; Dorian si sedette di fronte a lui. Gli occhi dei due uomini si incrociarono. In quelli di Dorian c’era un’infinita compassione. Sapeva che ciò che stava per fare era terribile.
Dopo un momento di teso silenzio, si sporse in avanti e disse, molto piano, osservando attentamente l’effetto che ogni parola aveva sul volto della persona che aveva chiamato: “Alan, in una stanza chiusa a chiave al piano di sopra di questa casa, una stanza a cui nessuno oltre a me ha accesso, c’è un uomo morto seduto a un tavolo. È morto da dieci ore ormai. Non muoverti e non guardarmi in quel modo. Chi sia quell’uomo, perché è morto, come è morto, queste cose non ti riguardano. Quello che devi fare è, ”
“Basta, Gray. Non voglio sapere nient’altro. Che quello che mi hai detto sia vero o falso non mi interessa affatto. Rifiuto categoricamente di essere coinvolto nella tua vita. Tieniti i tuoi orribili segreti per te. Non m’interessano più.”
“Alan, devi assolutamente interessarti a questa faccenda. Questo caso deve necessariamente attirare la tua attenzione. Mi dispiace terribilmente per te, Alan, ma non posso fare altrimenti. Tu sei l’unico che può salvarmi. Non ho altra scelta. Alan, tu sei un uomo di scienza: conosci la chimica e simili cose. Hai fatto esperimenti. Quello che devi fare è distruggere quella cosa che si trova al piano di sopra. Distruggerla completamente, in modo che non rimanga nemmeno traccia di essa. Nessuno ha visto entrare questa persona nella casa. In realtà, al momento dovrebbe essere a Parigi. Non verrà mancato per mesi. Quando si renderanno conto della sua scomparsa, qui non dovrà esserci alcuna traccia di lui. Tu, Alan, devi trasformare lui e tutto ciò che gli appartiene in una manciata di ceneri, così che io possa disperderle nell’aria, ”
“Sei pazzo, Dorian, ”
“Ah! Aspettavo proprio che mi chiamassi Dorian, ”
“Sei pazzo. Pazzo a pensare che potrei anche solo muovere un dito per aiutarti. Pazzo ad ammettere una cosa così orribile. Non avrò nulla a che fare con questa faccenda, qualunque essa sia. Pensi davvero che metterei a rischio la mia reputazione per te? Che importanza ha per me tutto questo schifo in cui ti stai imbarcando?”
“Era un suicidio, Alan, ”
“Ne sono felice. Ma chi lo ha spinto a farlo? Immagino tu, ”
“Rifiuti ancora di aiutarmi?”
“Certo che rifiuto. Non avrò assolutamente nulla a che fare con questa faccenda. Non mi interessa affatto la vergogna che potresti subire. La meriti tutta. Non mi dispiacerebbe affatto vederti umiliato, pubblicamente umiliato. Come osi chiedermi, proprio a me, di coinvolgermi in un simile orrore? Avrei dovuto immaginare che conoscessi meglio il carattere delle persone. Il tuo amico Lord Henry Wotton non deve avergli insegnato molto sulla psicologia. Ma nulla mi convincerà a muovere un dito per aiutarti. Sei venuto dalla persona sbagliata. Vai dai tuoi amici. Non venire da me, ”
“Alan. Era omicidio. L’ho ucciso. Non sai quanto soffrivo a causa sua. Qualunque sia la mia vita, lui ne ha influenzato in modo determinante lo svolgimento. Forse non l’intendeva, ma il risultato è stato lo stesso, ”
“Omicidio. Mio Dio, Dorian. È davvero arrivato a questo punto? Non ti denuncierò. Non è affar mio. Inoltre, senza il mio intervento, sarai sicuramente arrestato. Nessuno commette un crimine senza commettere qualche errore. Ma non avrò nulla a che fare con questa faccenda, ”
“Devi essere coinvolto in questa faccenda. Aspetta un attimo, ascoltami. Alan, ti prego solo di eseguire un certo esperimento scientifico. Vai negli ospedali e nei luoghi dove vengono conservati i cadaveri, e le cose orribili che fai lì non ti influenzano affatto. Se in qualche terribile sala di dissezione o laboratorio malsano trovassi quest’uomo disteso su un tavolo di piombo, con dei canali scavati per far scorrere il sangue, lo considereresti semplicemente un soggetto ideale per i tuoi esperimenti. Non batteresti ciglio. Non penseresti nemmeno di stare facendo qualcosa di sbagliato. Anzi, probabilmente sentiresti di essere di aiuto all’umanità, di contribuire allo sviluppo della conoscenza o di soddisfare la tua curiosità intellettuale. Quello che ti chiedo è semplicemente ciò che hai già fatto molte volte in passato. Dopotutto, distruggere un corpo dovrebbe essere molto meno orribile di ciò a cui sei abituato. E ricorda: quella è l’unica prova contro di me. Se dovesse essere scoperta, sono spacciato. E sicuramente verrà scoperta, a meno che tu non mi aiuti.”
“Non ho alcun desiderio di aiutarti. Lo dimentichi. Sono semplicemente indifferente a tutta questa faccenda; non ha nulla a che fare con me.”
“Alan, te lo supplico. Pensa alla mia situazione. Proprio prima del tuo arrivo, sono quasi svenuta per il terrore. Forse un giorno anche tu proverai quel terrore. No! Non pensarci. Considera la questione soltanto dal punto di vista scientifico. Non ti chiedi da dove provengano gli oggetti su cui fai esperimenti. Ora non farlo. Ti ho già detto troppo. Ma ti prego, fallo. Un tempo eravamo amici, Alan, ”
“Non parlare di quei giorni, Dorian. Sono finiti.”
“I morti a volte ritornano. Quell’uomo di sopra non se ne andrà mai. È seduto al tavolo, con la testa bassa e le braccia aperte. Alan! Alan! Se non vieni ad aiutarmi, sono rovinata. Mi impiccheranno, Alan. Non capisci? Mi impiccheranno per ciò che ho fatto, ”
“Non ha senso prolungare questa situazione. Rifiuto assolutamente di fare qualsiasi cosa in merito. È pazzesco da parte tua chiedermelo, ”
“Rifiuti?”
“Sì.”
“Te lo supplico, Alan, ”
“È inutile.”
Lo stesso sguardo di compassione apparve negli occhi di Dorian Gray. Poi allungò la mano, prese un foglio di carta e vi scrisse qualcosa. Lo rilesse due volte, lo piegò con cura e lo spinse attraverso il tavolo. Dopo aver fatto questo, si alzò e andò vicino alla finestra.
Campbell lo guardò sorpreso, poi prese il foglio e lo aprì. Mentre lo leggeva, il suo viso divenne pallidissimo e si lasciò cadere sulla sedia; provò un terribile senso di malessere. Gli sembrava che il suo cuore stesse battendo all’impazzata, come se volesse uscire da qualche vuoto oscuro dentro di lui.
Dopo due o tre minuti di terribile silenzio, Dorian si avvicinò e gli si mise alle spalle, posandogli una mano sulla spalla.
“Mi dispiace tantissimo per te, Alan,” mormorò, “ma non mi lasci altra scelta. Ho già scritto una lettera. Ecco qui. Vedi l’indirizzo. Se non mi aiuti, dovrò inviarla. So quale sarà il risultato. Ma tu mi aiuterai. Ora è impossibile che tu rifiuti. Ho cercato di risparmiarti. Falmi la giustizia di ammetterlo. Sei stato crudele, offensivo. Mi hai trattato in modo che nessun uomo avrebbe mai osato farlo. Io ho sopportato tutto. Ora tocca a me imporre le condizioni.”
Campbell nascose il viso tra le mani; un brivido lo attraversò.
“Sì, ora è il mio turno di imporre le condizioni, Alan. Le conosci già. È molto semplice. Vieni, non lasciarti prendere dalla frenesia. Deve essere fatto. Affrontalo e fallo.”
Un gemito sfuggì dalle labbra di Campbell; tremava in tutto il corpo. Il ticchettio dell’orologio sul caminetto sembrava dividere il tempo in frammenti di agonia, ognuno dei quali insopportabile. Sentiva come se un anello di ferro gli venisse lentamente stretto intorno alla fronte. Come se la vergogna che lo minacciava fosse già su di lui. La mano sulla sua spalla pesava come piombo. Era insopportabile. Sembrava schiacciarlo.
“Vieni, Alan. Devi decidere subito, ”
“Non posso farlo, ” disse, meccanicamente, come se le parole potessero cambiare qualcosa.
“Devi. Non hai altra scelta. Non indugiare, ”
Esitò per un momento. “C’è un gas nel piano di sopra?”
“Sì, c’è una stufa a gas con isolamento in amianto, ”
“Dovrò andare a casa e prendere alcune cose dal laboratorio, ”
“No, Alan. Non devi lasciare la casa. Scrivi su un foglio di carta ciò che ti serve. Il mio servitore prenderà un taxi per portartele indietro, ”
Campbell scrisse qualche riga, le cancellò e indirizzò l’invio al suo assistente. Dorian lesse attentamente il messaggio, poi suonò il campanello e lo diede al proprio valletto, ordinandogli di tornare il prima possibile con gli oggetti richiesti.
Quando la porta d’ingresso si chiuse, Campbell iniziò a tremare nervosamente; si alzò dalla sedia e andò vicino al caminetto. Tremava come se avesse la febbre. Per quasi venti minuti, nessuno dei due parlò. Una mosca ronzava rumorosamente nella stanza. Il ticchettio dell’orologio sembrava il battito di un martello.
Quando l’orologio suonò le dodici, Campbell si girò e vide che negli occhi di Dorian Gray c’erano lacrime. C’era qualcosa nella purezza e nella delicatezza di quel volto triste che sembrava infuriarlo, “Sei infame. Assolutamente infame!” mormorò.
“Taci, Alan. Mi hai salvato la vita, ” disse Dorian.
“La tua vita? Mio Dio. Che vita è mai quella! Sei passato da una corruzione all’altra. E ora hai raggiunto il culmine del crimine. Facendo ciò che sto per fare, ciò che mi costringi a fare, non penso affatto alla tua vita, ”
“Ah, Alan,” mormorò Dorian con un sospiro, “vorrei che tu provassi anche solo un millesimo della compassione che io provo per te.” Si girò mentre parlava e rimase a guardare il giardino. Campbell non rispose.
Dopo circa dieci minuti bussarono alla porta; il servitore entrò portando con sé un grande baule di legno di mogano pieno di sostanze chimiche, insieme a un lungo rotolo di filo d’acciaio e platino e due pinze di ferro dalle forme piuttosto strane.
“Devo lasciare queste cose qui, signore?” chiese a Campbell.
“Sì,” rispose Dorian. “E temo, Francis, che abbia un altro incarico per te. Come si chiama l’uomo di Richmond che fornisce orchidee a Selby?”
“Harden, signore.”
“Esatto. Harden. Devi andare immediatamente a Richmond, incontrarti personalmente con Harden e fargli mandare il doppio delle orchidee che avevo ordinato, e che ci siano il minor numero possibile di quelle bianche. Anzi, non ne voglio affatto. È una bella giornata, Francis. Altrimenti non ti avrei disturbato.”
“Nessun problema, signore. A che ora dovrei tornare?”
Dorian guardò Campbell. “Quanto durerà il tuo esperimento, Alan?” chiese con voce calma e indifferente. La presenza di una terza persona nella stanza sembrava dargli un coraggio straordinario.
Campbell aggrottò la fronte e morse il labbro. “Ci vorranno circa cinque ore,” rispose.
“Allora ci sarà abbastanza tempo, se tornerai alle sette e mezza, Francis. Oppure puoi restare: basta lasciarmi i vestiti pronti per cambiarmi. Puoi goderti la serata tutto per te. Non cenerei a casa, quindi non avrò bisogno di te.”
“Grazie, signore,” disse l’uomo, uscendo dalla stanza.
“Ora, Alan, non c’è un attimo da perdere. Che peso ha questo baule! Lo porterò io; tu porta gli altri oggetti.” Parlava rapidamente e in modo autoritario. Campbell si sentì dominato da lui. Uscirono insieme dalla stanza.
Quando raggiunsero il piano di sopra, Dorian tirò fuori la chiave e la inserì nella serratura. Poi si fermò; un’espressione preoccupata apparve nei suoi occhi. “Non credo di riuscire a entrare, Alan,” mormorò.
“A me non importa. Non ho bisogno del tuo aiuto,” disse Campbell freddamente.
Dorian aprì la porta a metà. Mentre lo faceva, vide il volto del suo ritratto che lo fissava nella luce del sole. Sul pavimento, davanti ad esso, giaceva la tenda strappata. Ricordò che la notte precedente aveva dimenticato, per la prima volta in vita sua, di nascondere quel dipinto fatale. Stava per avvicinarsi quando indietreggiò, rabbrividendo.
Che orribile rugiada rossa era quella che brillava, umida e scintillante, su una delle mani del ritratto. Come se il dipinto avesse versato sangue. Che cosa spaventosa! — In quel momento gli sembrava ancora più orribile di quell’essere silenzioso che sapeva essere disteso sul tavolo. Quell’essere la cui grottesca ombra, disegnata sul tappeto macchiato, dimostrava che non si era mosso affatto, ma era ancora lì, esattamente come lo aveva lasciato.
Trasse un profondo respiro, aprì la porta un po’ di più e, con gli occhi semichiusi e la testa girata da un lato, entrò rapidamente, deciso a non guardare nemmeno una volta il morto. Poi si chinò, prese il pendente dorato e viola e lo gettò sopra il quadro. Si fermò lì, troppo spaventato per voltarsi; i suoi occhi erano fissi sui complicati disegni presenti sul pendente. Sentì Campbell portare dentro il pesante baule, le tenaglie e tutte le altre cose di cui aveva bisogno per compiere quel lavoro orribile. Cominciò a chiedersi se lui e Basil Hallward si fossero mai incontrati, e, in tal caso, cosa pensassero l’uno dell’altro.
“Lasciami ora,” disse una voce severa alle sue spalle. Si girò e uscì di fretta, rendendosi conto che il morto era stato rimesso a sedere sulla sedia e che Campbell stava fissando un volto giallo e lucido. Mentre scendeva le scale, sentì la chiave girare nella serratura.
Fu molto dopo le sette che Campbell tornò in biblioteca. Era pallido, ma assolutamente calmo. “Ho fatto ciò che mi hai chiesto,” mormorò. “Ora addio. Non vediamoci mai più.”
“Mi hai salvato dalla rovina, Alan. Non potrò mai dimenticarlo,” disse semplicemente Dorian.
Non appena Campbell se ne andò, Dorian salì al piano di sopra. C’era un odore terribile di acido nitrico nella stanza. Ma la cosa che era stata seduta sul tavolo era scomparsa.
CHAPTER 15 That evening, at eight-thirty, exquisitely dressed and wearing a large button-hole of Parma violets, Dorian Gray was ushered into Lady Narborough’s drawing-room by bowing servants. His forehead was throbbing with maddened nerves, and he felt wildly excited, but his manner as he bent over his hostess’s hand was as easy and graceful as ever. Perhaps one never seems so much at one’s ease as when one has to play a part. Certainly no one looking at Dorian Gray that night could have believed that he had passed through a tragedy as horrible as any tragedy of our age. Those finely shaped fingers could never have clutched a knife for sin, nor those smiling lips have cried out on God and goodness. He himself could not help wondering at the calm of his demeanour, and for a moment felt keenly the terrible pleasure of a double life. It was a small party, got up rather in a hurry by Lady Narborough, who was a very clever woman with what Lord Henry used to describe as the remains of really remarkable ugliness. She had proved an excellent wife to one of our most tedious ambassadors, and having buried her husband properly in a marble mausoleum, which she had herself designed, and married off her daughters to some rich, rather elderly men, she devoted herself now to the pleasures of French fiction, French cookery, and French esprit when she could get it. Dorian was one of her especial favourites, and she always told him that she was extremely glad she had not met him in early life. “I know, my dear, I should have fallen madly in love with you,” she used to say, “and thrown my bonnet right over the mills for your sake. It is most fortunate that you were not thought of at the time. As it was, our bonnets were so unbecoming, and the mills were so occupied in trying to raise the wind, that I never had even a flirtation with anybody. However, that was all Narborough’s fault. He was dreadfully short-sighted, and there is no pleasure in taking in a husband who never sees anything.” Her guests this evening were rather tedious. The fact was, as she explained to Dorian, behind a very shabby fan, one of her married daughters had come up quite suddenly to stay with her, and, to make matters worse, had actually brought her husband with her. “I think it is most unkind of her, my dear,” she whispered. “Of course I go and stay with them every summer after I come from Homburg, but then an old woman like me must have fresh air sometimes, and besides, I really wake them up. You don’t know what an existence they lead down there. It is pure unadulterated country life. They get up early, because they have so much to do, and go to bed early, because they have so little to think about. There has not been a scandal in the neighbourhood since the time of Queen Elizabeth, and consequently they all fall asleep after dinner. You shan’t sit next either of them. You shall sit by me and amuse me.” Dorian murmured a graceful compliment and looked round the room. Yes: it was certainly a tedious party. Two of the people he had never seen before, and the others consisted of Ernest Harrowden, one of those middle-aged mediocrities so common in London clubs who have no enemies, but are thoroughly disliked by their friends; Lady Ruxton, an overdressed woman of forty-seven, with a hooked nose, who was always trying to get herself compromised, but was so peculiarly plain that to her great disappointment no one would ever believe anything against her; Mrs. Erlynne, a pushing nobody, with a delightful lisp and Venetian-red hair; Lady Alice Chapman, his hostess’s daughter, a dowdy dull girl, with one of those characteristic British faces that, once seen, are never remembered; and her husband, a red-cheeked, white-whiskered creature who, like so many of his class, was under the impression that inordinate joviality can atone for an entire lack of ideas. He was rather sorry he had come, till Lady Narborough, looking at the great ormolu gilt clock that sprawled in gaudy curves on the mauve-draped mantelshelf, exclaimed: “How horrid of Henry Wotton to be so late! I sent round to him this morning on chance and he promised faithfully not to disappoint me.” It was some consolation that Harry was to be there, and when the door opened and he heard his slow musical voice lending charm to some insincere apology, he ceased to feel bored. But at dinner he could not eat anything. Plate after plate went away untasted. Lady Narborough kept scolding him for what she called “an insult to poor Adolphe, who invented the menu specially for you,” and now and then Lord Henry looked across at him, wondering at his silence and abstracted manner. From time to time the butler filled his glass with champagne. He drank eagerly, and his thirst seemed to increase. “Dorian,” said Lord Henry at last, as the chaud-froid was being handed round, “what is the matter with you to-night? You are quite out of sorts.” “I believe he is in love,” cried Lady Narborough, “and that he is afraid to tell me for fear I should be jealous. He is quite right. I certainly should.” “Dear Lady Narborough,” murmured Dorian, smiling, “I have not been in love for a whole week — not, in fact, since Madame de Ferrol left town.” “How you men can fall in love with that woman!” exclaimed the old lady. “I really cannot understand it.” “It is simply because she remembers you when you were a little girl, Lady Narborough,” said Lord Henry. “She is the one link between us and your short frocks.” “She does not remember my short frocks at all, Lord Henry. But I remember her very well at Vienna thirty years ago, and how decolletee she was then.” “She is still decolletee,” he answered, taking an olive in his long fingers; “and when she is in a very smart gown she looks like an edition de luxe of a bad French novel. She is really wonderful, and full of surprises. Her capacity for family affection is extraordinary. When her third husband died, her hair turned quite gold from grief.” “How can you, Harry!” cried Dorian. “It is a most romantic explanation,” laughed the hostess. “But her third husband, Lord Henry! You don’t mean to say Ferrol is the fourth?” “Certainly, Lady Narborough.” “I don’t believe a word of it.” “Well, ask Mr. Gray. He is one of her most intimate friends.” “Is it true, Mr. Gray?” “She assures me so, Lady Narborough,” said Dorian. “I asked her whether, like Marguerite de Navarre, she had their hearts embalmed and hung at her girdle. She told me she didn’t, because none of them had had any hearts at all.” “Four husbands! Upon my word that is trop de zele.” “Trop d’audace, I tell her,” said Dorian. “Oh! she is audacious enough for anything, my dear. And what is Ferrol like? I don’t know him.” “The husbands of very beautiful women belong to the criminal classes,” said Lord Henry, sipping his wine. Lady Narborough hit him with her fan. “Lord Henry, I am not at all surprised that the world says that you are extremely wicked.” “But what world says that?” asked Lord Henry, elevating his eyebrows. “It can only be the next world. This world and I are on excellent terms.” “Everybody I know says you are very wicked,” cried the old lady, shaking her head. Lord Henry looked serious for some moments. “It is perfectly monstrous,” he said, at last, “the way people go about nowadays saying things against one behind one’s back that are absolutely and entirely true.” “Isn’t he incorrigible?” cried Dorian, leaning forward in his chair. “I hope so,” said his hostess, laughing. “But really, if you all worship Madame de Ferrol in this ridiculous way, I shall have to marry again so as to be in the fashion.” “You will never marry again, Lady Narborough,” broke in Lord Henry. “You were far too happy. When a woman marries again, it is because she detested her first husband. When a man marries again, it is because he adored his first wife. Women try their luck; men risk theirs.” “Narborough wasn’t perfect,” cried the old lady. “If he had been, you would not have loved him, my dear lady,” was the rejoinder. “Women love us for our defects. If we have enough of them, they will forgive us everything, even our intellects. You will never ask me to dinner again after saying this, I am afraid, Lady Narborough, but it is quite true.” “Of course it is true, Lord Henry. If we women did not love you for your defects, where would you all be? Not one of you would ever be married. You would be a set of unfortunate bachelors. Not, however, that that would alter you much. Nowadays all the married men live like bachelors, and all the bachelors like married men.” “Fin de siecle,” murmured Lord Henry. “Fin du globe,” answered his hostess. “I wish it were fin du globe,” said Dorian with a sigh. “Life is a great disappointment.” “Ah, my dear,” cried Lady Narborough, putting on her gloves, “don’t tell me that you have exhausted life. When a man says that one knows that life has exhausted him. Lord Henry is very wicked, and I sometimes wish that I had been; but you are made to be good — you look so good. I must find you a nice wife. Lord Henry, don’t you think that Mr. Gray should get married?” “I am always telling him so, Lady Narborough,” said Lord Henry with a bow. “Well, we must look out for a suitable match for him. I shall go through Debrett carefully to-night and draw out a list of all the eligible young ladies.” “With their ages, Lady Narborough?” asked Dorian. “Of course, with their ages, slightly edited. But nothing must be done in a hurry. I want it to be what The Morning Post calls a suitable alliance, and I want you both to be happy.” “What nonsense people talk about happy marriages!” exclaimed Lord Henry. “A man can be happy with any woman, as long as he does not love her.” “Ah! what a cynic you are!” cried the old lady, pushing back her chair and nodding to Lady Ruxton. “You must come and dine with me soon again. You are really an admirable tonic, much better than what Sir Andrew prescribes for me. You must tell me what people you would like to meet, though. I want it to be a delightful gathering.” “I like men who have a future and women who have a past,” he answered. “Or do you think that would make it a petticoat party?” “I fear so,” she said, laughing, as she stood up. “A thousand pardons, my dear Lady Ruxton,” she added, “I didn’t see you hadn’t finished your cigarette.” “Never mind, Lady Narborough. I smoke a great deal too much. I am going to limit myself, for the future.” “Pray don’t, Lady Ruxton,” said Lord Henry. “Moderation is a fatal thing. Enough is as bad as a meal. More than enough is as good as a feast.” Lady Ruxton glanced at him curiously. “You must come and explain that to me some afternoon, Lord Henry. It sounds a fascinating theory,” she murmured, as she swept out of the room. “Now, mind you don’t stay too long over your politics and scandal,” cried Lady Narborough from the door. “If you do, we are sure to squabble upstairs.” The men laughed, and Mr. Chapman got up solemnly from the foot of the table and came up to the top. Dorian Gray changed his seat and went and sat by Lord Henry. Mr. Chapman began to talk in a loud voice about the situation in the House of Commons. He guffawed at his adversaries. The word doctrinaire — word full of terror to the British mind — reappeared from time to time between his explosions. An alliterative prefix served as an ornament of oratory. He hoisted the Union Jack on the pinnacles of thought. The inherited stupidity of the race — sound English common sense he jovially termed it — was shown to be the proper bulwark for society. A smile curved Lord Henry’s lips, and he turned round and looked at Dorian. “Are you better, my dear fellow?” he asked. “You seemed rather out of sorts at dinner.” “I am quite well, Harry. I am tired. That is all.” “You were charming last night. The little duchess is quite devoted to you. She tells me she is going down to Selby.” “She has promised to come on the twentieth.” “Is Monmouth to be there, too?” “Oh, yes, Harry.” “He bores me dreadfully, almost as much as he bores her. She is very clever, too clever for a woman. She lacks the indefinable charm of weakness. It is the feet of clay that make the gold of the image precious. Her feet are very pretty, but they are not feet of clay. White porcelain feet, if you like. They have been through the fire, and what fire does not destroy, it hardens. She has had experiences.” “How long has she been married?” asked Dorian. “An eternity, she tells me. I believe, according to the peerage, it is ten years, but ten years with Monmouth must have been like eternity, with time thrown in. Who else is coming?” “Oh, the Willoughbys, Lord Rugby and his wife, our hostess, Geoffrey Clouston, the usual set. I have asked Lord Grotrian.” “I like him,” said Lord Henry. “A great many people don’t, but I find him charming. He atones for being occasionally somewhat overdressed by being always absolutely over-educated. He is a very modern type.” “I don’t know if he will be able to come, Harry. He may have to go to Monte Carlo with his father.” “Ah! what a nuisance people’s people are! Try and make him come. By the way, Dorian, you ran off very early last night. You left before eleven. What did you do afterwards? Did you go straight home?” Dorian glanced at him hurriedly and frowned. “No, Harry,” he said at last, “I did not get home till nearly three.” “Did you go to the club?” “Yes,” he answered. Then he bit his lip. “No, I don’t mean that. I didn’t go to the club. I walked about. I forget what I did… How inquisitive you are, Harry! You always want to know what one has been doing. I always want to forget what I have been doing. I came in at half-past two, if you wish to know the exact time. I had left my latch-key at home, and my servant had to let me in. If you want any corroborative evidence on the subject, you can ask him.” Lord Henry shrugged his shoulders. “My dear fellow, as if I cared! Let us go up to the drawing-room. No sherry, thank you, Mr. Chapman. Something has happened to you, Dorian. Tell me what it is. You are not yourself to-night.” “Don’t mind me, Harry. I am irritable, and out of temper. I shall come round and see you to-morrow, or next day. Make my excuses to Lady Narborough. I shan’t go upstairs. I shall go home. I must go home.” “All right, Dorian. I dare say I shall see you to-morrow at tea-time. The duchess is coming.” “I will try to be there, Harry,” he said, leaving the room. As he drove back to his own house, he was conscious that the sense of terror he thought he had strangled had come back to him. Lord Henry’s casual questioning had made him lose his nerves for the moment, and he wanted his nerve still. Things that were dangerous had to be destroyed. He winced. He hated the idea of even touching them. Yet it had to be done. He realized that, and when he had locked the door of his library, he opened the secret press into which he had thrust Basil Hallward’s coat and bag. A huge fire was blazing. He piled another log on it. The smell of the singeing clothes and burning leather was horrible. It took him three-quarters of an hour to consume everything. At the end he felt faint and sick, and having lit some Algerian pastilles in a pierced copper brazier, he bathed his hands and forehead with a cool musk-scented vinegar. Suddenly he started. His eyes grew strangely bright, and he gnawed nervously at his underlip. Between two of the windows stood a large Florentine cabinet, made out of ebony and inlaid with ivory and blue lapis. He watched it as though it were a thing that could fascinate and make afraid, as though it held something that he longed for and yet almost loathed. His breath quickened. A mad craving came over him. He lit a cigarette and then threw it away. His eyelids drooped till the long fringed lashes almost touched his cheek. But he still watched the cabinet. At last he got up from the sofa on which he had been lying, went over to it, and having unlocked it, touched some hidden spring. A triangular drawer passed slowly out. His fingers moved instinctively towards it, dipped in, and closed on something. It was a small Chinese box of black and gold-dust lacquer, elaborately wrought, the sides patterned with curved waves, and the silken cords hung with round crystals and tasselled in plaited metal threads. He opened it. Inside was a green paste, waxy in lustre, the odour curiously heavy and persistent. He hesitated for some moments, with a strangely immobile smile upon his face. Then shivering, though the atmosphere of the room was terribly hot, he drew himself up and glanced at the clock. It was twenty minutes to twelve. He put the box back, shutting the cabinet doors as he did so, and went into his bedroom. As midnight was striking bronze blows upon the dusky air, Dorian Gray, dressed commonly, and with a muffler wrapped round his throat, crept quietly out of his house. In Bond Street he found a hansom with a good horse. He hailed it and in a low voice gave the driver an address. The man shook his head. “It is too far for me,” he muttered. “Here is a sovereign for you,” said Dorian. “You shall have another if you drive fast.” “All right, sir,” answered the man, “you will be there in an hour,” and after his fare had got in he turned his horse round and drove rapidly towards the river.
CAPITOLO 15 Quella sera, alle otto e mezza, vestito con squisita eleganza e con un grande mazzetto di violette di Parma all’occhiello, Dorian Gray fu introdotto nel salotto di Lady Narborough da servitori che s’inchinavano. La fronte gli pulsava di nervi impazziti, e si sentiva selvaggiamente eccitato, ma i suoi modi, mentre si chinava sulla mano della padrona di casa, furono disinvolti e aggraziati come sempre. Forse non si appare mai tanto a proprio agio come quando si deve recitare una parte. Certo nessuno, guardando Dorian Gray quella notte, avrebbe potuto credere che avesse attraversato una tragedia orribile quanto qualunque tragedia della nostra epoca. Quelle dita di forma così fine non avrebbero mai potuto stringere un coltello per il peccato, né quelle labbra sorridenti gridare contro Dio e la bontà. Egli stesso non poteva fare a meno di stupirsi della calma del proprio contegno, e per un momento provò acutamente il terribile piacere di una doppia vita. Era un piccolo ricevimento, messo insieme piuttosto in fretta da Lady Narborough, che era una donna assai intelligente, con quelli che Lord Henry usava definire i resti di una bruttezza davvero notevole. Si era rivelata un’eccellente moglie per uno dei nostri ambasciatori più noiosi e, avendo sepolto il marito a dovere in un mausoleo di marmo da lei stessa disegnato, e maritate le figlie a uomini ricchi e piuttosto attempati, si dedicava ora ai piaceri della narrativa francese, della cucina francese e dell’esprit francese, quando riusciva a procurarselo. Dorian era uno dei suoi favoriti, e lei gli diceva sempre di essere estremamente contenta di non averlo incontrato in gioventù. “Lo so, mio caro, avrei concepito per voi un folle amore,” soleva dire, “e per amor vostro avrei gettato la cuffia oltre i mulini. È una gran fortuna che a quel tempo nessuno pensasse a voi. Del resto, le nostre cuffie erano così sgraziate, e i mulini erano tanto occupati a cercar di levare il vento, che non ebbi mai neppure un flirt con nessuno. Comunque, la colpa fu tutta di Narborough. Era terribilmente miope, e non c’è alcun piacere a ingannare un marito che non vede mai nulla.” I suoi ospiti quella sera erano piuttosto noiosi. Il fatto era, come spiegò a Dorian dietro un ventaglio molto malandato, che una delle sue figlie sposate era piombata da lei all’improvviso per fermarsi un poco e, per peggiorare le cose, si era addirittura portata dietro il marito. “Trovo che sia proprio scortese da parte sua, mio caro,” sussurrò. “Certo, io vado a stare da loro ogni estate quando torno da Homburg, ma d’altra parte una vecchia come me ha pur bisogno di aria fresca ogni tanto e, per giunta, io li sveglio davvero. Non sapete che esistenza conducono laggiù. È vita di campagna pura e non adulterata. Si alzano presto, perché hanno tanto da fare, e vanno a letto presto, perché hanno ben poco a cui pensare. Nei dintorni non c’è stato uno scandalo dai tempi della Regina Elisabetta, e di conseguenza si addormentano tutti dopo pranzo. Non vi farò sedere accanto a nessuno dei due. Sederete accanto a me e mi divertirete.” Dorian mormorò un complimento garbato e si guardò intorno nella stanza. Sì: era senza dubbio un ricevimento noioso. Due delle persone presenti non le aveva mai viste prima, e le altre erano Ernest Harrowden, una di quelle mediocrità di mezza età così comuni nei circoli di Londra, che non hanno nemici ma sono cordialmente detestate dagli amici; Lady Ruxton, una donna di quarantasette anni troppo agghindata, dal naso adunco, che cercava sempre di farsi compromettere ma era così singolarmente insignificante che, con sua grande delusione, nessuno voleva mai credere nulla a suo carico; la signora Erlynne, una nullità intraprendente, con una deliziosa pronuncia blesa e capelli rosso veneziano; Lady Alice Chapman, la figlia della padrona di casa, una ragazza sciatta e insulsa, con uno di quei tipici volti britannici che, una volta visti, non si ricordano più; e suo marito, una creatura dalle guance rosse e dai favoriti bianchi che, come tanti della sua classe, era convinto che una giovialità smodata potesse riscattare la totale mancanza di idee. Si era piuttosto pentito d’esser venuto, finché Lady Narborough, guardando il grande orologio dorato di bronzo che si sdraiava in curve vistose sulla mensola del camino drappeggiata di malva, esclamò: “Che orrore, questo Henry Wotton, arrivare così tardi! Ho mandato da lui stamattina a tutto rischio, e mi aveva promesso solennemente di non deludermi.” Fu una certa consolazione sapere che Harry sarebbe stato presente, e quando la porta si aprì e udì la sua voce lenta e musicale conferire fascino a qualche scusa poco sincera, cessò di annoiarsi. Ma a tavola non riuscì a mangiare nulla. Piatto dopo piatto se ne andava intatto. Lady Narborough continuava a rimproverarlo per quello che chiamava “un insulto al povero Adolphe, che ha inventato il menù apposta per voi”, e di tanto in tanto Lord Henry lo guardava attraverso la tavola, stupito del suo silenzio e della sua aria assorta. Di tanto in tanto il maggiordomo gli riempiva il bicchiere di champagne. Beveva avidamente, e la sete pareva crescergli. “Dorian,” disse infine Lord Henry, mentre veniva servito il chaud-froid, “che cos’hai questa notte? Sei proprio giù di corda.” “Credo che sia innamorato,” esclamò Lady Narborough, “e che abbia paura di dirmelo per timore che io ne sia gelosa. E ha ragione. Certo che lo sarei.” “Cara Lady Narborough,” mormorò Dorian sorridendo, “non provo amore da un’intera settimana, anzi, non da quando Madame de Ferrol ha lasciato la città.” “Come potete voi uomini concepire amore per quella donna!” esclamò la vecchia signora. “Non riesco proprio a capirlo.” “È semplicemente perché lei si ricorda di voi quando eravate bambina, Lady Narborough,” disse Lord Henry. “È l’unico anello che ci lega ai vostri vestitini corti.” “Non si ricorda affatto dei miei vestitini corti, Lord Henry. Ma io la ricordo bene a Vienna trent’anni fa, e ricordo quanto fosse scollata allora.” “È ancora scollata,” rispose lui, prendendo un’oliva con le sue lunghe dita; “e quando indossa un abito molto elegante sembra un’edizione de luxe di un pessimo romanzo francese. È davvero straordinaria, e piena di sorprese. La sua capacità d’affetto familiare è fuori del comune. Quando morì il suo terzo marito, i capelli le divennero d’oro per il dolore.” “Come potete, Harry!” esclamò Dorian. “È una spiegazione quanto mai romantica,” rise la padrona di casa. “Ma il suo terzo marito, Lord Henry! Non vorrete dirmi che Ferrol è il quarto?” “Certamente, Lady Narborough.” “Non ne credo una parola.” “Bene, chiedetelo al signor Gray. È uno dei suoi amici più intimi.” “È vero, signor Gray?” “Così mi assicura lei, Lady Narborough,” disse Dorian. “Le ho chiesto se, come Margherita di Navarra, ne avesse fatto imbalsamare i cuori per appenderseli alla cintura. Mi ha risposto di no, perché nessuno di loro aveva mai avuto un cuore.” “Quattro mariti! Parola mia, questo è trop de zèle.” “Trop d’audace, le dico io,” disse Dorian. “Oh! È abbastanza audace per qualunque cosa, mia cara. E com’è Ferrol? Non lo conosco.” “I mariti delle donne molto belle appartengono alle classi criminali,” disse Lord Henry, sorseggiando il vino. Lady Narborough lo colpì col ventaglio. “Lord Henry, non mi stupisce affatto che il mondo dica che siete estremamente malvagio.” “Ma quale mondo lo dice?” chiese Lord Henry, inarcando le sopracciglia. “Non può che essere l’altro mondo. Questo mondo e io siamo in ottimi rapporti.” “Tutti quelli che conosco dicono che siete molto malvagio,” esclamò la vecchia signora, scuotendo il capo. Lord Henry rimase serio per qualche istante. “È assolutamente mostruoso,” disse infine, “il modo in cui oggigiorno la gente va in giro a dire alle spalle di uno cose che sono assolutamente e interamente vere.” “Non è incorreggibile?” esclamò Dorian, protendendosi in avanti sulla sedia. “Lo spero proprio,” disse la padrona di casa ridendo. “Ma davvero, se voialtri adorate Madame de Ferrol in questo modo ridicolo, dovrò risposarmi per essere alla moda.” “Non vi risposerete mai, Lady Narborough,” interruppe Lord Henry. “Siete stata troppo felice. Quando una donna si risposa, è perché detestava il primo marito. Quando un uomo si risposa, è perché adorava la prima moglie. Le donne tentano la fortuna; gli uomini rischiano la propria.” “Narborough non era perfetto,” esclamò la vecchia signora. “Se lo fosse stato, non l’avreste amato, mia cara signora,” fu la replica. “Le donne ci amano per i nostri difetti. Se ne abbiamo abbastanza, ci perdoneranno tutto, perfino l’intelligenza. Dopo aver detto questo temo che non mi inviterete più a cena, Lady Narborough, ma è la pura verità.” “Certo che è vero, Lord Henry. Se noi donne non vi amassimo per i vostri difetti, dove sareste tutti quanti? Nessuno di voi si sposerebbe mai. Sareste una schiera di sventurati scapoli. Il che, però, non vi cambierebbe granché. Oggigiorno tutti gli uomini sposati vivono da scapoli, e tutti gli scapoli da uomini sposati.” “Fin de siècle,” mormorò Lord Henry. “Fin du globe,” rispose la padrona di casa. “Vorrei che fosse davvero fin du globe,” disse Dorian con un sospiro. “La vita è una grande delusione.” “Ah, mio caro,” esclamò Lady Narborough infilandosi i guanti, “non ditemi che avete esaurito la vita. Quando un uomo dice così, si sa che è la vita ad aver esaurito lui. Lord Henry è molto malvagio, e talvolta vorrei esserlo stata anch’io; ma voi siete fatto per essere buono — avete un’aria così buona. Devo trovarvi una bella moglie. Lord Henry, non trovate che il signor Gray dovrebbe sposarsi?” “Glielo dico sempre, Lady Narborough,” disse Lord Henry con un inchino. “Bene, dobbiamo cercargli un partito adatto. Questa notte esaminerò attentamente il Debrett e compilerò un elenco di tutte le signorine da marito.” “Con le loro età, Lady Narborough?” chiese Dorian. “Naturalmente, con le loro età, lievemente ritoccate. Ma nulla dev’essere fatto in fretta. Voglio che sia quella che il Morning Post chiama un’unione conveniente, e voglio che siate felici entrambi.” “Che sciocchezze si dicono sui matrimoni felici!” esclamò Lord Henry. “Un uomo può essere felice con qualsiasi donna, purché non la ami.” “Ah! Che cinico siete!” esclamò la vecchia signora, spingendo indietro la sedia e facendo un cenno a Lady Ruxton. “Dovete tornare presto a cena da me. Siete davvero un tonico ammirevole, molto migliore di quel che mi prescrive Sir Andrew. Dovete però dirmi che persone vorreste incontrare. Voglio che sia una riunione deliziosa.” “Mi piacciono gli uomini che hanno un avvenire e le donne che hanno un passato,” rispose lui. “O credete che questo ne farebbe una riunione di sole sottane?” “Temo di sì,” disse lei ridendo, mentre si alzava. “Mille scuse, mia cara Lady Ruxton,” aggiunse, “non avevo visto che non avevate finito la sigaretta.” “Non importa, Lady Narborough. Fumo davvero troppo. D’ora in poi mi limiterò.” “Ve ne prego, non fatelo, Lady Ruxton,” disse Lord Henry. “La moderazione è una cosa fatale. Abbastanza è brutto come un pasto. Più che abbastanza è buono come un banchetto.” Lady Ruxton lo guardò incuriosita. “Dovete venire a spiegarmelo un pomeriggio, Lord Henry. Sembra una teoria affascinante,” mormorò, uscendo dalla stanza con incedere maestoso. “Ora, badate di non trattenervi troppo a lungo con la politica e gli scandali,” gridò Lady Narborough dalla porta. “Se lo fate, di sopra litigheremo di sicuro.” Gli uomini risero, e il signor Chapman si alzò solennemente dal fondo della tavola e venne a sedersi in capo. Dorian Gray cambiò posto e andò a sedersi accanto a Lord Henry. Il signor Chapman prese a parlare a voce alta della situazione alla Camera dei Comuni. Sghignazzava dei suoi avversari. La parola dottrinario — parola piena di terrore per la mente britannica — riaffiorava di tanto in tanto fra le sue esplosioni. Un prefisso allitterante gli serviva da ornamento oratorio. Issava l’Union Jack sui pinnacoli del pensiero. La stupidità ereditaria della razza — buon senso comune inglese, la chiamava lui gioviale — veniva mostrata come il baluardo naturale della società. Un sorriso incurvò le labbra di Lord Henry, che si voltò a guardare Dorian. “Stai meglio, caro amico?” chiese. “A tavola sembravi piuttosto giù di corda.” “Sto bene, Harry. Sono stanco. Tutto qui.” “Ieri notte eri incantevole. La piccola duchessa ti è davvero devota. Mi dice che scenderà a Selby.” “Mi ha promesso di venire il venti.” “Ci sarà anche Monmouth?” “Oh, sì, Harry.” “Mi annoia terribilmente, quasi quanto annoia lei. È molto intelligente, troppo intelligente per una donna. Le manca l’indefinibile fascino della debolezza. Sono i piedi d’argilla a rendere prezioso l’oro dell’immagine. I suoi piedi sono bellissimi, ma non sono d’argilla. Piedi di porcellana bianca, se volete. Sono passati per il fuoco, e ciò che il fuoco non distrugge, lo indurisce. Ha avuto le sue esperienze.” “Da quanto tempo è sposata?” chiese Dorian. “Un’eternità, mi dice lei. Credo che, secondo l’almanacco nobiliare, siano dieci anni, ma dieci anni con Monmouth devono essere stati come l’eternità, col tempo in aggiunta. Chi altri viene?” “Oh, i Willoughby, Lord Rugby e sua moglie, la nostra ospite, Geoffrey Clouston, la solita compagnia. Ho invitato Lord Grotrian.” “Mi piace,” disse Lord Henry. “A molta gente no, ma io lo trovo affascinante. Riscatta l’essere talvolta un po’ troppo agghindato con l’essere sempre assolutamente troppo istruito. È un tipo molto moderno.” “Non so se potrà venire, Harry. Forse dovrà andare a Montecarlo con suo padre.” “Ah! Che seccatura sono i parenti della gente! Cerca di farlo venire. A proposito, Dorian, ieri notte te ne sei andato prestissimo. Sei uscito prima delle undici. Che cos’hai fatto dopo? Sei andato dritto a casa?” Dorian gli lanciò un’occhiata frettolosa e aggrottò la fronte. “No, Harry,” disse infine, “non sono rientrato a casa fino a quasi le tre.” “Sei andato al club?” “Sì,” rispose. Poi si morse il labbro. “No, non intendevo questo. Non sono andato al club. Ho camminato. Non ricordo che cosa ho fatto… Come sei curioso, Harry! Vuoi sempre sapere che cosa uno ha fatto. Io voglio sempre dimenticare che cosa ho fatto. Sono rientrato alle due e mezza, se vuoi sapere l’ora esatta. Avevo lasciato la chiave a casa, e il mio domestico ha dovuto aprirmi. Se vuoi qualche prova a conferma, puoi chiederlo a lui.” Lord Henry alzò le spalle. “Caro amico, come se me ne importasse! Saliamo in salotto. Niente sherry, grazie, signor Chapman. Ti è successo qualcosa, Dorian. Dimmi che cos’è. Questa notte non sei te stesso.” “Non badare a me, Harry. Sono irritabile e di cattivo umore. Verrò a trovarti domani, o dopodomani. Porgi le mie scuse a Lady Narborough. Non salgo di sopra. Vado a casa. Devo andare a casa.” “Va bene, Dorian. Immagino che ci vedremo domani all’ora del tè. Viene la duchessa.” “Cercherò di esserci, Harry,” disse lui, lasciando la stanza. Mentre tornava in carrozza alla sua casa, si rese conto che il senso di terrore che credeva d’aver soffocato era tornato in lui. Le domande casuali di Lord Henry gli avevano fatto perdere i nervi per un momento, e di nervi saldi aveva ancora bisogno. Le cose pericolose andavano distrutte. Trasalì. Odiava l’idea stessa di toccarle. Eppure bisognava farlo. Se ne rendeva conto e, dopo aver chiuso a chiave la porta della biblioteca, aprì l’armadio segreto in cui aveva cacciato il cappotto e la borsa di Basil Hallward. Un enorme fuoco ardeva. Vi ammucchiò sopra un altro ceppo. L’odore delle stoffe che bruciacchiavano e del cuoio che bruciava era orribile. Gli occorsero tre quarti d’ora per consumare ogni cosa. Alla fine si sentì debole e nauseato e, accese alcune pastiglie algerine in un braciere di rame traforato, si bagnò le mani e la fronte con un aceto fresco profumato di muschio. All’improvviso trasalì. Gli occhi gli si fecero stranamente lucenti, e si mordicchiò nervosamente il labbro inferiore. Fra due delle finestre stava un grande stipo fiorentino, fatto d’ebano e intarsiato d’avorio e di lapislazzuli azzurri. Lo osservava come se fosse una cosa capace di affascinare e di far paura, come se contenesse qualcosa che desiderava ardentemente e insieme quasi detestava. Il respiro gli si fece più rapido. Lo colse una brama folle. Accese una sigaretta e poi la gettò via. Le palpebre gli si abbassarono finché le lunghe ciglia frangiate quasi gli sfiorarono la guancia. Ma continuava a osservare lo stipo. Alla fine si alzò dal divano su cui era rimasto sdraiato, vi si avvicinò e, dopo averlo aperto, toccò una molla nascosta. Un cassetto triangolare scivolò lentamente fuori. Le dita gli si mossero istintivamente verso di esso, vi si immersero e si chiusero su qualcosa. Era una piccola scatola cinese di lacca nera e polvere d’oro, lavorata con arte, i fianchi ornati d’onde ricurve, e i cordoni di seta appesantiti da cristalli rotondi e nappe di fili di metallo intrecciati. La aprì. Dentro c’era una pasta verde, cerea nella lucentezza, dall’odore curiosamente greve e persistente. Esitò per qualche istante, con uno strano sorriso immobile sul volto. Poi, rabbrividendo benché l’aria della stanza fosse terribilmente calda, si raddrizzò e guardò l’orologio. Erano le dodici meno venti. Rimise a posto la scatola, richiudendo le ante dello stipo, e passò nella camera da letto. Mentre la mezzanotte batteva colpi di bronzo nell’aria fosca, Dorian Gray, vestito dimessamente e con una sciarpa avvolta intorno alla gola, sgusciò in silenzio fuori di casa. In Bond Street trovò un hansom con un buon cavallo. Lo chiamò e a bassa voce diede al cocchiere un indirizzo. L’uomo scosse il capo. “È troppo lontano per me,” borbottò. “Ecco una sterlina per voi,” disse Dorian. “Ne avrete un’altra se guiderete in fretta.” “Va bene, signore,” rispose l’uomo, “ci sarete in un’ora,” e, dopo che il cliente fu salito, girò il cavallo e si diresse rapidamente verso il fiume.
CHAPTER 16 A cold rain began to fall, and the blurred street-lamps looked ghastly in the dripping mist. The public-houses were just closing, and dim men and women were clustering in broken groups round their doors. From some of the bars came the sound of horrible laughter. In others, drunkards brawled and screamed. Lying back in the hansom, with his hat pulled over his forehead, Dorian Gray watched with listless eyes the sordid shame of the great city, and now and then he repeated to himself the words that Lord Henry had said to him on the first day they had met, “To cure the soul by means of the senses, and the senses by means of the soul.” Yes, that was the secret. He had often tried it, and would try it again now. There were opium dens where one could buy oblivion, dens of horror where the memory of old sins could be destroyed by the madness of sins that were new. The moon hung low in the sky like a yellow skull. From time to time a huge misshapen cloud stretched a long arm across and hid it. The gas-lamps grew fewer, and the streets more narrow and gloomy. Once the man lost his way and had to drive back half a mile. A steam rose from the horse as it splashed up the puddles. The sidewindows of the hansom were clogged with a grey-flannel mist. “To cure the soul by means of the senses, and the senses by means of the soul!” How the words rang in his ears! His soul, certainly, was sick to death. Was it true that the senses could cure it? Innocent blood had been spilled. What could atone for that? Ah! for that there was no atonement; but though forgiveness was impossible, forgetfulness was possible still, and he was determined to forget, to stamp the thing out, to crush it as one would crush the adder that had stung one. Indeed, what right had Basil to have spoken to him as he had done? Who had made him a judge over others? He had said things that were dreadful, horrible, not to be endured. On and on plodded the hansom, going slower, it seemed to him, at each step. He thrust up the trap and called to the man to drive faster. The hideous hunger for opium began to gnaw at him. His throat burned and his delicate hands twitched nervously together. He struck at the horse madly with his stick. The driver laughed and whipped up. He laughed in answer, and the man was silent. The way seemed interminable, and the streets like the black web of some sprawling spider. The monotony became unbearable, and as the mist thickened, he felt afraid. Then they passed by lonely brickfields. The fog was lighter here, and he could see the strange, bottle-shaped kilns with their orange, fanlike tongues of fire. A dog barked as they went by, and far away in the darkness some wandering sea-gull screamed. The horse stumbled in a rut, then swerved aside and broke into a gallop. After some time they left the clay road and rattled again over rough-paven streets. Most of the windows were dark, but now and then fantastic shadows were silhouetted against some lamplit blind. He watched them curiously. They moved like monstrous marionettes and made gestures like live things. He hated them. A dull rage was in his heart. As they turned a corner, a woman yelled something at them from an open door, and two men ran after the hansom for about a hundred yards. The driver beat at them with his whip. It is said that passion makes one think in a circle. Certainly with hideous iteration the bitten lips of Dorian Gray shaped and reshaped those subtle words that dealt with soul and sense, till he had found in them the full expression, as it were, of his mood, and justified, by intellectual approval, passions that without such justification would still have dominated his temper. From cell to cell of his brain crept the one thought; and the wild desire to live, most terrible of all man’s appetites, quickened into force each trembling nerve and fibre. Ugliness that had once been hateful to him because it made things real, became dear to him now for that very reason. Ugliness was the one reality. The coarse brawl, the loathsome den, the crude violence of disordered life, the very vileness of thief and outcast, were more vivid, in their intense actuality of impression, than all the gracious shapes of art, the dreamy shadows of song. They were what he needed for forgetfulness. In three days he would be free. Suddenly the man drew up with a jerk at the top of a dark lane. Over the low roofs and jagged chimney-stacks of the houses rose the black masts of ships. Wreaths of white mist clung like ghostly sails to the yards. “Somewhere about here, sir, ain’t it?” he asked huskily through the trap. Dorian started and peered round. “This will do,” he answered, and having got out hastily and given the driver the extra fare he had promised him, he walked quickly in the direction of the quay. Here and there a lantern gleamed at the stern of some huge merchantman. The light shook and splintered in the puddles. A red glare came from an outward-bound steamer that was coaling. The slimy pavement looked like a wet mackintosh. He hurried on towards the left, glancing back now and then to see if he was being followed. In about seven or eight minutes he reached a small shabby house that was wedged in between two gaunt factories. In one of the top-windows stood a lamp. He stopped and gave a peculiar knock. After a little time he heard steps in the passage and the chain being unhooked. The door opened quietly, and he went in without saying a word to the squat misshapen figure that flattened itself into the shadow as he passed. At the end of the hall hung a tattered green curtain that swayed and shook in the gusty wind which had followed him in from the street. He dragged it aside and entered a long low room which looked as if it had once been a third-rate dancing-saloon. Shrill flaring gas-jets, dulled and distorted in the fly-blown mirrors that faced them, were ranged round the walls. Greasy reflectors of ribbed tin backed them, making quivering disks of light. The floor was covered with ochre-coloured sawdust, trampled here and there into mud, and stained with dark rings of spilled liquor. Some Malays were crouching by a little charcoal stove, playing with bone counters and showing their white teeth as they chattered. In one corner, with his head buried in his arms, a sailor sprawled over a table, and by the tawdrily painted bar that ran across one complete side stood two haggard women, mocking an old man who was brushing the sleeves of his coat with an expression of disgust. “He thinks he’s got red ants on him,” laughed one of them, as Dorian passed by. The man looked at her in terror and began to whimper. At the end of the room there was a little staircase, leading to a darkened chamber. As Dorian hurried up its three rickety steps, the heavy odour of opium met him. He heaved a deep breath, and his nostrils quivered with pleasure. When he entered, a young man with smooth yellow hair, who was bending over a lamp lighting a long thin pipe, looked up at him and nodded in a hesitating manner. “You here, Adrian?” muttered Dorian. “Where else should I be?” he answered, listlessly. “None of the chaps will speak to me now.” “I thought you had left England.” “Darlington is not going to do anything. My brother paid the bill at last. George doesn’t speak to me either… I don’t care,” he added with a sigh. “As long as one has this stuff, one doesn’t want friends. I think I have had too many friends.” Dorian winced and looked round at the grotesque things that lay in such fantastic postures on the ragged mattresses. The twisted limbs, the gaping mouths, the staring lustreless eyes, fascinated him. He knew in what strange heavens they were suffering, and what dull hells were teaching them the secret of some new joy. They were better off than he was. He was prisoned in thought. Memory, like a horrible malady, was eating his soul away. From time to time he seemed to see the eyes of Basil Hallward looking at him. Yet he felt he could not stay. The presence of Adrian Singleton troubled him. He wanted to be where no one would know who he was. He wanted to escape from himself. “I am going on to the other place,” he said after a pause. “On the wharf?” “Yes.” “That mad-cat is sure to be there. They won’t have her in this place now.” Dorian shrugged his shoulders. “I am sick of women who love one. Women who hate one are much more interesting. Besides, the stuff is better.” “Much the same.” “I like it better. Come and have something to drink. I must have something.” “I don’t want anything,” murmured the young man. “Never mind.” Adrian Singleton rose up wearily and followed Dorian to the bar. A half-caste, in a ragged turban and a shabby ulster, grinned a hideous greeting as he thrust a bottle of brandy and two tumblers in front of them. The women sidled up and began to chatter. Dorian turned his back on them and said something in a low voice to Adrian Singleton. A crooked smile, like a Malay crease, writhed across the face of one of the women. “We are very proud to-night,” she sneered. “For God’s sake don’t talk to me,” cried Dorian, stamping his foot on the ground. “What do you want? Money? Here it is. Don’t ever talk to me again.” Two red sparks flashed for a moment in the woman’s sodden eyes, then flickered out and left them dull and glazed. She tossed her head and raked the coins off the counter with greedy fingers. Her companion watched her enviously. “It’s no use,” sighed Adrian Singleton. “I don’t care to go back. What does it matter? I am quite happy here.” “You will write to me if you want anything, won’t you?” said Dorian, after a pause. “Perhaps.” “Good night, then.” “Good night,” answered the young man, passing up the steps and wiping his parched mouth with a handkerchief. Dorian walked to the door with a look of pain in his face. As he drew the curtain aside, a hideous laugh broke from the painted lips of the woman who had taken his money. “There goes the devil’s bargain!” she hiccoughed, in a hoarse voice. “Curse you!” he answered, “don’t call me that.” She snapped her fingers. “Prince Charming is what you like to be called, ain’t it?” she yelled after him. The drowsy sailor leaped to his feet as she spoke, and looked wildly round. The sound of the shutting of the hall door fell on his ear. He rushed out as if in pursuit. Dorian Gray hurried along the quay through the drizzling rain. His meeting with Adrian Singleton had strangely moved him, and he wondered if the ruin of that young life was really to be laid at his door, as Basil Hallward had said to him with such infamy of insult. He bit his lip, and for a few seconds his eyes grew sad. Yet, after all, what did it matter to him? One’s days were too brief to take the burden of another’s errors on one’s shoulders. Each man lived his own life and paid his own price for living it. The only pity was one had to pay so often for a single fault. One had to pay over and over again, indeed. In her dealings with man, destiny never closed her accounts. There are moments, psychologists tell us, when the passion for sin, or for what the world calls sin, so dominates a nature that every fibre of the body, as every cell of the brain, seems to be instinct with fearful impulses. Men and women at such moments lose the freedom of their will. They move to their terrible end as automatons move. Choice is taken from them, and conscience is either killed, or, if it lives at all, lives but to give rebellion its fascination and disobedience its charm. For all sins, as theologians weary not of reminding us, are sins of disobedience. When that high spirit, that morning star of evil, fell from heaven, it was as a rebel that he fell. Callous, concentrated on evil, with stained mind, and soul hungry for rebellion, Dorian Gray hastened on, quickening his step as he went, but as he darted aside into a dim archway, that had served him often as a short cut to the ill-famed place where he was going, he felt himself suddenly seized from behind, and before he had time to defend himself, he was thrust back against the wall, with a brutal hand round his throat. He struggled madly for life, and by a terrible effort wrenched the tightening fingers away. In a second he heard the click of a revolver, and saw the gleam of a polished barrel, pointing straight at his head, and the dusky form of a short, thick-set man facing him. “What do you want?” he gasped. “Keep quiet,” said the man. “If you stir, I shoot you.” “You are mad. What have I done to you?” “You wrecked the life of Sibyl Vane,” was the answer, “and Sibyl Vane was my sister. She killed herself. I know it. Her death is at your door. I swore I would kill you in return. For years I have sought you. I had no clue, no trace. The two people who could have described you were dead. I knew nothing of you but the pet name she used to call you. I heard it to-night by chance. Make your peace with God, for to-night you are going to die.” Dorian Gray grew sick with fear. “I never knew her,” he stammered. “I never heard of her. You are mad.” “You had better confess your sin, for as sure as I am James Vane, you are going to die.” There was a horrible moment. Dorian did not know what to say or do. “Down on your knees!” growled the man. “I give you one minute to make your peace — no more. I go on board to-night for India, and I must do my job first. One minute. That’s all.” Dorian’s arms fell to his side. Paralysed with terror, he did not know what to do. Suddenly a wild hope flashed across his brain. “Stop,” he cried. “How long ago is it since your sister died? Quick, tell me!” “Eighteen years,” said the man. “Why do you ask me? What do years matter?” “Eighteen years,” laughed Dorian Gray, with a touch of triumph in his voice. “Eighteen years! Set me under the lamp and look at my face!” James Vane hesitated for a moment, not understanding what was meant. Then he seized Dorian Gray and dragged him from the archway. Dim and wavering as was the wind-blown light, yet it served to show him the hideous error, as it seemed, into which he had fallen, for the face of the man he had sought to kill had all the bloom of boyhood, all the unstained purity of youth. He seemed little more than a lad of twenty summers, hardly older, if older indeed at all, than his sister had been when they had parted so many years ago. It was obvious that this was not the man who had destroyed her life. He loosened his hold and reeled back. “My God! my God!” he cried, “and I would have murdered you!” Dorian Gray drew a long breath. “You have been on the brink of committing a terrible crime, my man,” he said, looking at him sternly. “Let this be a warning to you not to take vengeance into your own hands.” “Forgive me, sir,” muttered James Vane. “I was deceived. A chance word I heard in that damned den set me on the wrong track.” “You had better go home and put that pistol away, or you may get into trouble,” said Dorian, turning on his heel and going slowly down the street. James Vane stood on the pavement in horror. He was trembling from head to foot. After a little while, a black shadow that had been creeping along the dripping wall moved out into the light and came close to him with stealthy footsteps. He felt a hand laid on his arm and looked round with a start. It was one of the women who had been drinking at the bar. “Why didn’t you kill him?” she hissed out, putting haggard face quite close to his. “I knew you were following him when you rushed out from Daly’s. You fool! You should have killed him. He has lots of money, and he’s as bad as bad.” “He is not the man I am looking for,” he answered, “and I want no man’s money. I want a man’s life. The man whose life I want must be nearly forty now. This one is little more than a boy. Thank God, I have not got his blood upon my hands.” The woman gave a bitter laugh. “Little more than a boy!” she sneered. “Why, man, it’s nigh on eighteen years since Prince Charming made me what I am.” “You lie!” cried James Vane. She raised her hand up to heaven. “Before God I am telling the truth,” she cried. “Before God?” “Strike me dumb if it ain’t so. He is the worst one that comes here. They say he has sold himself to the devil for a pretty face. It’s nigh on eighteen years since I met him. He hasn’t changed much since then. I have, though,” she added, with a sickly leer. “You swear this?” “I swear it,” came in hoarse echo from her flat mouth. “But don’t give me away to him,” she whined; “I am afraid of him. Let me have some money for my night’s lodging.” He broke from her with an oath and rushed to the corner of the street, but Dorian Gray had disappeared. When he looked back, the woman had vanished also.
CAPITOLO 16 Cominciò a cadere una pioggia fredda, e i lampioni sfocati apparivano spettrali nella nebbia gocciolante. Le osterie stavano appena chiudendo, e uomini e donne indistinti si accalcavano in gruppi sparsi intorno alle loro porte. Da alcuni bar veniva il suono di risate orribili. In altri, ubriachi litigavano e urlavano. Sdraiato all’indietro nel calesse, col cappello calato sulla fronte, Dorian Gray osservava con occhi svogliati la sordida vergogna della grande città, e di quando in quando ripeteva tra sé le parole che Lord Henry gli aveva detto il primo giorno in cui si erano incontrati: “Curare l’anima per mezzo dei sensi, e i sensi per mezzo dell’anima.” Sì, quello era il segreto. L’aveva tentato spesso, e l’avrebbe tentato di nuovo ora. C’erano fumerie d’oppio dove si poteva comprare l’oblio, antri d’orrore dove il ricordo dei vecchi peccati poteva essere distrutto dalla follia di peccati nuovi. La luna pendeva bassa nel cielo come un teschio giallo. Di tempo in tempo un’enorme nuvola deforme vi stendeva sopra un lungo braccio e la nascondeva. I lampioni a gas si fecero più radi, e le strade più strette e tetre. A un certo punto l’uomo perse la strada e dovette tornare indietro di mezzo miglio. Un vapore si levava dal cavallo mentre schizzava nelle pozzanghere. I finestrini laterali del calesse erano ottenebrati da una nebbia di flanella grigia. “Curare l’anima per mezzo dei sensi, e i sensi per mezzo dell’anima!” Come gli risuonavano nelle orecchie quelle parole! La sua anima, certamente, era malata a morte. Era vero che i sensi potevano guarirla? Era stato versato sangue innocente. Che cosa poteva espiarlo? Ah! per quello non c’era espiazione; ma sebbene il perdono fosse impossibile, l’oblio era ancora possibile, ed egli era deciso a dimenticare, a schiacciare la cosa, a stritolarla come si stritolerebbe la vipera che ci ha morso. In fondo, che diritto aveva avuto Basil di parlargli come aveva fatto? Chi l’aveva costituito giudice degli altri? Aveva detto cose spaventose, orribili, insopportabili. Avanti e avanti arrancava il calesse, andando più lento, gli pareva, a ogni passo. Sollevò la botola e gridò all’uomo di guidare più in fretta. L’orrenda fame d’oppio cominciò a rodergli dentro. La gola gli bruciava e le mani delicate gli si contraevano nervosamente l’una nell’altra. Colpì il cavallo follemente col bastone. Il cocchiere rise e frustò. Egli rise di rimando, e l’uomo tacque. La via pareva interminabile, e le strade come la nera tela di un ragno smisurato. La monotonia divenne insopportabile, e quando la nebbia s’infittì, ebbe paura. Poi passarono accanto a solitarie fornaci di mattoni. La nebbia qui era più rada, e poté vedere gli strani forni a forma di bottiglia con le loro lingue di fuoco arancioni, simili a ventagli. Un cane abbaiò al loro passaggio, e lontano nel buio un gabbiano errante stridette. Il cavallo inciampò in un solco, poi sbandò di lato e si mise al galoppo. Dopo qualche tempo lasciarono la strada d’argilla e sobbalzarono di nuovo su vie mal lastricate. Quasi tutte le finestre erano buie, ma di tanto in tanto ombre fantastiche si stagliavano contro qualche tendina illuminata da una lampada. Le osservava incuriosito. Si muovevano come marionette mostruose e facevano gesti come cose vive. Le odiava. Una rabbia sorda gli stava in cuore. Mentre svoltavano un angolo, una donna urlò loro qualcosa da una porta aperta, e due uomini corsero dietro al calesse per un centinaio di iarde. Il cocchiere li respinse a frustate. Si dice che la passione faccia pensare in cerchio. Certo, con orrenda iterazione le labbra morse di Dorian Gray plasmavano e riplasmavano quelle sottili parole che trattavano dell’anima e dei sensi, finché vi ebbe trovato l’espressione piena, per così dire, del suo umore, e giustificò, con l’approvazione dell’intelletto, passioni che senza tale giustificazione avrebbero comunque dominato il suo temperamento. Di cellula in cellula del cervello strisciava quell’unico pensiero; e il selvaggio desiderio di vivere, il più terribile di tutti gli appetiti umani, ravvivava in forza ogni nervo e ogni fibra tremante. La bruttezza, che un tempo gli era stata odiosa perché rendeva reali le cose, gli divenne cara ora proprio per quella ragione. La bruttezza era l’unica realtà. La rissa volgare, l’antro ripugnante, la cruda violenza della vita disordinata, la viltà stessa del ladro e del reietto, erano più vividi, nella loro intensa concretezza d’impressione, di tutte le forme graziose dell’arte, delle ombre sognanti del canto. Erano ciò di cui aveva bisogno per dimenticare. In tre giorni sarebbe stato libero. A un tratto l’uomo si fermò con uno strattone in cima a un vicolo buio. Sopra i tetti bassi e i frastagliati fumaioli delle case si levavano i neri alberi delle navi. Ghirlande di nebbia bianca si aggrappavano ai pennoni come vele spettrali. “Da queste parti, signore, non è vero?” chiese con voce roca attraverso la botola. Dorian trasalì e si guardò intorno. “Qui andrà bene,” rispose, e sceso in fretta e data al cocchiere la mancia supplementare che gli aveva promesso, camminò rapido in direzione della banchina. Qua e là una lanterna luccicava a poppa di qualche enorme nave mercantile. La luce tremava e si frantumava nelle pozzanghere. Un bagliore rosso veniva da un piroscafo in partenza che stava caricando carbone. Il selciato viscido pareva un impermeabile bagnato. Si affrettò verso sinistra, voltandosi di tanto in tanto per vedere se era seguito. In sette o otto minuti raggiunse una piccola casa malandata, incastrata fra due squallide fabbriche. In una delle finestre più alte stava una lampada. Si fermò e bussò in un modo particolare. Dopo un poco di tempo udì passi nel corridoio e la catena che veniva sganciata. La porta si aprì silenziosamente, ed egli entrò senza dire una parola alla figura tozza e deforme che si appiattì nell’ombra al suo passaggio. In fondo all’ingresso pendeva una tenda verde a brandelli, che ondeggiava e tremava nel vento a raffiche entrato con lui dalla strada. La scostò ed entrò in una lunga stanza bassa che pareva essere stata un tempo una sala da ballo di terz’ordine. Fiamme di gas stridenti e vampanti, smorzate e deformate negli specchi imbrattati di mosche che le fronteggiavano, erano disposte lungo le pareti. Riflettori unti di latta scanalata le sostenevano da dietro, formando dischi di luce tremolante. Il pavimento era coperto di segatura color ocra, calpestata qua e là fino a farne fango, e macchiata di anelli scuri di liquore versato. Alcuni malesi stavano accovacciati presso una piccola stufa a carbone, giocando con gettoni d’osso e mostrando i denti bianchi mentre chiacchieravano. In un angolo, con la testa affondata nelle braccia, un marinaio era riverso su un tavolo, e presso il bancone dipinto pacchianamente che correva per tutto un lato stavano due donne smunte, che si burlavano di un vecchio intento a spazzolarsi le maniche della giacca con espressione di disgusto. “Crede d’avere addosso formiche rosse,” rise una delle due, mentre Dorian passava. L’uomo la guardò con terrore e cominciò a piagnucolare. In fondo alla stanza c’era una scaletta che portava a una camera oscurata. Mentre Dorian ne saliva in fretta i tre gradini sconnessi, l’odore pesante dell’oppio gli venne incontro. Trasse un respiro profondo, e le narici gli fremettero di piacere. Quando entrò, un giovane dai lisci capelli biondi, che stava chino su una lampada ad accendere una lunga pipa sottile, alzò lo sguardo su di lui e annuì in modo esitante. “Tu qui, Adrian?” mormorò Dorian. “Dove altro dovrei essere?” rispose, svogliato. “Nessuno dei ragazzi mi parla più, ormai.” “Credevo che avessi lasciato l’Inghilterra.” “Darlington non farà nulla. Alla fine mio fratello ha pagato il conto. Neanche George mi parla più… Non m’importa,” aggiunse con un sospiro. “Finché uno ha questa roba, non ha bisogno di amici. Credo d’aver avuto troppi amici.” Dorian trasalì e volse lo sguardo alle cose grottesche che giacevano in posture così fantastiche sui materassi laceri. Le membra contorte, le bocche spalancate, gli occhi fissi e spenti lo affascinavano. Sapeva in quali strani cieli stessero soffrendo, e quali tetri inferni insegnassero loro il segreto di qualche nuova gioia. Stavano meglio di lui. Egli era prigioniero del pensiero. Il ricordo, come una malattia orribile, gli stava divorando l’anima. Di tempo in tempo gli pareva di vedere gli occhi di Basil Hallward che lo guardavano. Eppure sentiva di non poter restare. La presenza di Adrian Singleton lo turbava. Voleva essere dove nessuno sapesse chi fosse. Voleva fuggire da se stesso. “Vado avanti fino all’altro posto,” disse dopo una pausa. “Sul molo?” “Sì.” “Quella gatta pazza ci sarà di sicuro. Qui adesso non la vogliono più.” Dorian scrollò le spalle. “Sono stufo delle donne che ti amano. Le donne che ti odiano sono molto più interessanti. E poi, la roba è migliore.” “Press’a poco la stessa.” “A me piace di più. Vieni a bere qualcosa. Ho bisogno di qualcosa.” “Non voglio nulla,” mormorò il giovane. “Non importa.” Adrian Singleton si levò stancamente e seguì Dorian al bancone. Un meticcio, con un turbante a brandelli e un ulster liso, fece un ghigno di orribile saluto mentre spingeva davanti a loro una bottiglia di brandy e due bicchieri. Le donne si avvicinarono di sbieco e presero a chiacchierare. Dorian volse loro le spalle e disse qualcosa a bassa voce ad Adrian Singleton. Un sorriso storto, come una piega malese, guizzò sul volto di una delle donne. “Siamo molto orgogliosi, questa notte,” sogghignò. “Per amor di Dio non parlarmi,” gridò Dorian, battendo il piede a terra. “Che cosa vuoi? Denaro? Eccolo. Non parlarmi mai più.” Due scintille rosse balenarono per un istante negli occhi inzuppati della donna, poi si spensero e li lasciarono opachi e vitrei. Scosse la testa e raccolse le monete dal bancone con dita avide. La compagna la osservava con invidia. “Non serve a niente,” sospirò Adrian Singleton. “Non m’importa di tornare. Che importa? Qui sono abbastanza felice.” “Mi scriverai se avrai bisogno di qualcosa, vero?” disse Dorian, dopo una pausa. “Forse.” “Buona notte, allora.” “Buona notte,” rispose il giovane, salendo i gradini e asciugandosi con un fazzoletto la bocca riarsa. Dorian andò verso la porta con un’espressione di dolore sul viso. Mentre scostava la tenda, una risata orrenda proruppe dalle labbra dipinte della donna che aveva preso il suo denaro. “Ecco che se ne va il patto del diavolo!” singhiozzò, con voce rauca. “Maledetta!” rispose lui, “non chiamarmi così.” Lei schioccò le dita. “Principe Azzurro è come ti piace essere chiamato, non è vero?” gli gridò dietro. Il marinaio assonnato balzò in piedi mentre lei parlava, e si guardò intorno stralunato. Il rumore della porta d’ingresso che si chiudeva gli giunse all’orecchio. Si precipitò fuori come all’inseguimento. Dorian Gray si affrettò lungo la banchina sotto la pioggerella. L’incontro con Adrian Singleton l’aveva stranamente commosso, e si chiedeva se la rovina di quella giovane vita fosse davvero da attribuire a lui, come Basil Hallward gli aveva detto con tanta infamia d’insulto. Si morse il labbro, e per qualche secondo gli occhi gli si fecero tristi. Eppure, dopotutto, che importava a lui? I giorni d’un uomo erano troppo brevi per prendersi sulle spalle il fardello degli errori altrui. Ciascuno viveva la propria vita e ne pagava il proprio prezzo. L’unico peccato era che si dovesse pagare così spesso per una sola colpa. Bisognava pagare e ripagare, in verità. Nei suoi conti con l’uomo, il destino non chiudeva mai il bilancio. Ci sono momenti, ci dicono gli psicologi, in cui la passione per il peccato, o per ciò che il mondo chiama peccato, domina talmente una natura che ogni fibra del corpo, come ogni cellula del cervello, sembra animata da impulsi paurosi. In tali momenti uomini e donne perdono la libertà del loro volere. Muovono verso la loro terribile fine come si muovono gli automi. La scelta è loro tolta, e la coscienza o è uccisa, o, se pure vive, vive soltanto per dare alla ribellione il suo fascino e alla disobbedienza il suo incanto. Poiché tutti i peccati, come i teologi non si stancano di ricordarci, sono peccati di disobbedienza. Quando quell’alto spirito, quella stella mattutina del male, cadde dal cielo, cadde da ribelle. Insensibile, concentrato sul male, con la mente contaminata e l’anima affamata di ribellione, Dorian Gray proseguiva in fretta, affrettando il passo mentre andava; ma nel momento in cui si gettò di lato sotto un androne buio, che gli era servito spesso da scorciatoia verso il luogo malfamato dov’era diretto, si sentì d’un tratto afferrare da dietro, e prima che avesse il tempo di difendersi, fu spinto contro il muro, con una mano brutale intorno alla gola. Lottò follemente per la vita, e con un terribile sforzo divelse le dita che stringevano. In un attimo udì lo scatto d’un revolver, e vide il luccichio d’una canna lucidata puntata dritta alla sua testa, e la forma scura d’un uomo basso e tarchiato di fronte a lui. “Che cosa vuoi?” ansimò. “Sta’ fermo,” disse l’uomo. “Se ti muovi, ti sparo.” “Sei pazzo. Che cosa ti ho fatto?” “Hai rovinato la vita di Sibyl Vane,” fu la risposta, “e Sibyl Vane era mia sorella. Si è uccisa. Lo so. La sua morte è colpa tua. Ho giurato che in cambio ti avrei ucciso. Per anni ti ho cercato. Non avevo alcun indizio, alcuna traccia. Le due persone che avrebbero potuto descriverti erano morte. Di te non sapevo nulla se non il nomignolo con cui lei ti chiamava. L’ho sentito per caso questa notte. Fa’ la tua pace con Dio, perché questa notte morirai.” Dorian Gray si sentì male per la paura. “Non l’ho mai conosciuta,” balbettò. “Non ne ho mai sentito parlare. Sei pazzo.” “Faresti meglio a confessare il tuo peccato, perché com’è vero che io sono James Vane, tu morirai.” Ci fu un momento orribile. Dorian non sapeva che dire o che fare. “In ginocchio!” ringhiò l’uomo. “Ti do un minuto per fare la tua pace — non di più. Questa notte m’imbarco per l’India, e prima devo compiere il mio lavoro. Un minuto. Nient’altro.” Le braccia di Dorian gli caddero lungo i fianchi. Paralizzato dal terrore, non sapeva che fare. D’improvviso una folle speranza gli balenò nel cervello. “Fermo,” gridò. “Quanto tempo è passato da quando tua sorella è morta? Presto, dimmelo!” “Diciotto anni,” disse l’uomo. “Perché me lo chiedi? Che importano gli anni?” “Diciotto anni,” rise Dorian Gray, con una punta di trionfo nella voce. “Diciotto anni! Mettimi sotto il lampione e guardami in faccia!” James Vane esitò un istante, non capendo che cosa si volesse dire. Poi afferrò Dorian Gray e lo trascinò fuori dall’androne. Per quanto fioca e vacillante fosse la luce agitata dal vento, bastò a mostrargli l’orrendo errore, così pareva, in cui era caduto, perché il volto dell’uomo che aveva cercato di uccidere aveva tutta la freschezza della fanciullezza, tutta l’intatta purezza della giovinezza. Sembrava poco più d’un ragazzo di venti estati, appena più vecchio, se pure più vecchio, di quanto lo fosse sua sorella quando si erano separati tanti anni prima. Era evidente che non era quello l’uomo che le aveva distrutto la vita. Allentò la presa e barcollò all’indietro. “Dio mio! Dio mio!” gridò, “e io stavo per ucciderti!” Dorian Gray trasse un lungo respiro. “Siete stato sul punto di commettere un crimine terribile, amico mio,” disse, guardandolo severamente. “Vi serva di monito a non prendervi la vendetta con le vostre mani.” “Perdonatemi, signore,” mormorò James Vane. “Sono stato ingannato. Una parola casuale udita in quel maledetto antro mi ha messo sulla pista sbagliata.” “Fareste meglio ad andare a casa e a riporre quella pistola, o potreste finire nei guai,” disse Dorian, girando sui tacchi e scendendo lentamente per la strada. James Vane rimase sul marciapiede inorridito. Tremava da capo a piedi. Dopo un poco, un’ombra nera che era strisciata lungo il muro gocciolante si mosse verso la luce e gli si accostò con passi furtivi. Sentì una mano posarglisi sul braccio e si voltò di scatto. Era una delle donne che avevano bevuto al bancone. “Perché non l’hai ucciso?” sibilò, accostando il viso smunto proprio al suo. “Sapevo che lo stavi seguendo, quando sei corso fuori da Daly’s. Sciocco! Avresti dovuto ucciderlo. Ha un mucchio di soldi, ed è cattivo quanto più non si può.” “Non è l’uomo che cerco,” rispose, “e non voglio il denaro di nessuno. Voglio la vita d’un uomo. L’uomo di cui voglio la vita dev’essere quasi quarantenne, ormai. Questo è poco più d’un ragazzo. Grazie a Dio, non ho il suo sangue sulle mani.” La donna diede una risata amara. “Poco più d’un ragazzo!” sogghignò. “Ma, uomo, sono quasi diciotto anni da quando il Principe Azzurro mi ha ridotta come sono.” “Menti!” gridò James Vane. Lei alzò la mano al cielo. “Davanti a Dio, sto dicendo la verità,” gridò. “Davanti a Dio?” “Che io resti muta se non è così. È il peggiore di quanti vengono qui. Dicono che si sia venduto al diavolo per un bel viso. Sono quasi diciotto anni da quando l’ho incontrato. Da allora non è cambiato molto. Io sì, però,” aggiunse, con un ghigno malaticcio. “Lo giuri?” “Lo giuro,” venne come un’eco rauca dalla sua bocca piatta. “Ma non tradirmi con lui,” piagnucolò; “ho paura di lui. Dammi un po’ di soldi per l’alloggio di questa notte.” Si staccò da lei con una bestemmia e corse all’angolo della strada, ma Dorian Gray era scomparso. Quando si voltò indietro, anche la donna era svanita.
CHAPTER 17 A week later Dorian Gray was sitting in the conservatory at Selby Royal, talking to the pretty Duchess of Monmouth, who with her husband, a jaded-looking man of sixty, was amongst his guests. It was tea-time, and the mellow light of the huge, lace-covered lamp that stood on the table lit up the delicate china and hammered silver of the service at which the duchess was presiding. Her white hands were moving daintily among the cups, and her full red lips were smiling at something that Dorian had whispered to her. Lord Henry was lying back in a silk-draped wicker chair, looking at them. On a peach-coloured divan sat Lady Narborough, pretending to listen to the duke’s description of the last Brazilian beetle that he had added to his collection. Three young men in elaborate smoking-suits were handing tea-cakes to some of the women. The house-party consisted of twelve people, and there were more expected to arrive on the next day. “What are you two talking about?” said Lord Henry, strolling over to the table and putting his cup down. “I hope Dorian has told you about my plan for rechristening everything, Gladys. It is a delightful idea.” “But I don’t want to be rechristened, Harry,” rejoined the duchess, looking up at him with her wonderful eyes. “I am quite satisfied with my own name, and I am sure Mr. Gray should be satisfied with his.” “My dear Gladys, I would not alter either name for the world. They are both perfect. I was thinking chiefly of flowers. Yesterday I cut an orchid, for my button-hole. It was a marvellous spotted thing, as effective as the seven deadly sins. In a thoughtless moment I asked one of the gardeners what it was called. He told me it was a fine specimen of Robinsoniana, or something dreadful of that kind. It is a sad truth, but we have lost the faculty of giving lovely names to things. Names are everything. I never quarrel with actions. My one quarrel is with words. That is the reason I hate vulgar realism in literature. The man who could call a spade a spade should be compelled to use one. It is the only thing he is fit for.” “Then what should we call you, Harry?” she asked. “His name is Prince Paradox,” said Dorian. “I recognize him in a flash,” exclaimed the duchess. “I won’t hear of it,” laughed Lord Henry, sinking into a chair. “From a label there is no escape! I refuse the title.” “Royalties may not abdicate,” fell as a warning from pretty lips. “You wish me to defend my throne, then?” “Yes.” “I give the truths of to-morrow.” “I prefer the mistakes of to-day,” she answered. “You disarm me, Gladys,” he cried, catching the wilfulness of her mood. “Of your shield, Harry, not of your spear.” “I never tilt against beauty,” he said, with a wave of his hand. “That is your error, Harry, believe me. You value beauty far too much.” “How can you say that? I admit that I think that it is better to be beautiful than to be good. But on the other hand, no one is more ready than I am to acknowledge that it is better to be good than to be ugly.” “Ugliness is one of the seven deadly sins, then?” cried the duchess. “What becomes of your simile about the orchid?” “Ugliness is one of the seven deadly virtues, Gladys. You, as a good Tory, must not underrate them. Beer, the Bible, and the seven deadly virtues have made our England what she is.” “You don’t like your country, then?” she asked. “I live in it.” “That you may censure it the better.” “Would you have me take the verdict of Europe on it?” he inquired. “What do they say of us?” “That Tartuffe has emigrated to England and opened a shop.” “Is that yours, Harry?” “I give it to you.” “I could not use it. It is too true.” “You need not be afraid. Our countrymen never recognize a description.” “They are practical.” “They are more cunning than practical. When they make up their ledger, they balance stupidity by wealth, and vice by hypocrisy.” “Still, we have done great things.” “Great things have been thrust on us, Gladys.” “We have carried their burden.” “Only as far as the Stock Exchange.” She shook her head. “I believe in the race,” she cried. “It represents the survival of the pushing.” “It has development.” “Decay fascinates me more.” “What of art?” she asked. “It is a malady.” “Love?” “An illusion.” “Religion?” “The fashionable substitute for belief.” “You are a sceptic.” “Never! Scepticism is the beginning of faith.” “What are you?” “To define is to limit.” “Give me a clue.” “Threads snap. You would lose your way in the labyrinth.” “You bewilder me. Let us talk of some one else.” “Our host is a delightful topic. Years ago he was christened Prince Charming.” “Ah! don’t remind me of that,” cried Dorian Gray. “Our host is rather horrid this evening,” answered the duchess, colouring. “I believe he thinks that Monmouth married me on purely scientific principles as the best specimen he could find of a modern butterfly.” “Well, I hope he won’t stick pins into you, Duchess,” laughed Dorian. “Oh! my maid does that already, Mr. Gray, when she is annoyed with me.” “And what does she get annoyed with you about, Duchess?” “For the most trivial things, Mr. Gray, I assure you. Usually because I come in at ten minutes to nine and tell her that I must be dressed by half-past eight.” “How unreasonable of her! You should give her warning.” “I daren’t, Mr. Gray. Why, she invents hats for me. You remember the one I wore at Lady Hilstone’s garden-party? You don’t, but it is nice of you to pretend that you do. Well, she made it out of nothing. All good hats are made out of nothing.” “Like all good reputations, Gladys,” interrupted Lord Henry. “Every effect that one produces gives one an enemy. To be popular one must be a mediocrity.” “Not with women,” said the duchess, shaking her head; “and women rule the world. I assure you we can’t bear mediocrities. We women, as some one says, love with our ears, just as you men love with your eyes, if you ever love at all.” “It seems to me that we never do anything else,” murmured Dorian. “Ah! then, you never really love, Mr. Gray,” answered the duchess with mock sadness. “My dear Gladys!” cried Lord Henry. “How can you say that? Romance lives by repetition, and repetition converts an appetite into an art. Besides, each time that one loves is the only time one has ever loved. Difference of object does not alter singleness of passion. It merely intensifies it. We can have in life but one great experience at best, and the secret of life is to reproduce that experience as often as possible.” “Even when one has been wounded by it, Harry?” asked the duchess after a pause. “Especially when one has been wounded by it,” answered Lord Henry. The duchess turned and looked at Dorian Gray with a curious expression in her eyes. “What do you say to that, Mr. Gray?” she inquired. Dorian hesitated for a moment. Then he threw his head back and laughed. “I always agree with Harry, Duchess.” “Even when he is wrong?” “Harry is never wrong, Duchess.” “And does his philosophy make you happy?” “I have never searched for happiness. Who wants happiness? I have searched for pleasure.” “And found it, Mr. Gray?” “Often. Too often.” The duchess sighed. “I am searching for peace,” she said, “and if I don’t go and dress, I shall have none this evening.” “Let me get you some orchids, Duchess,” cried Dorian, starting to his feet and walking down the conservatory. “You are flirting disgracefully with him,” said Lord Henry to his cousin. “You had better take care. He is very fascinating.” “If he were not, there would be no battle.” “Greek meets Greek, then?” “I am on the side of the Trojans. They fought for a woman.” “They were defeated.” “There are worse things than capture,” she answered. “You gallop with a loose rein.” “Pace gives life,” was the riposte. “I shall write it in my diary to-night.” “What?” “That a burnt child loves the fire.” “I am not even singed. My wings are untouched.” “You use them for everything, except flight.” “Courage has passed from men to women. It is a new experience for us.” “You have a rival.” “Who?” He laughed. “Lady Narborough,” he whispered. “She perfectly adores him.” “You fill me with apprehension. The appeal to antiquity is fatal to us who are romanticists.” “Romanticists! You have all the methods of science.” “Men have educated us.” “But not explained you.” “Describe us as a sex,” was her challenge. “Sphinxes without secrets.” She looked at him, smiling. “How long Mr. Gray is!” she said. “Let us go and help him. I have not yet told him the colour of my frock.” “Ah! you must suit your frock to his flowers, Gladys.” “That would be a premature surrender.” “Romantic art begins with its climax.” “I must keep an opportunity for retreat.” “In the Parthian manner?” “They found safety in the desert. I could not do that.” “Women are not always allowed a choice,” he answered, but hardly had he finished the sentence before from the far end of the conservatory came a stifled groan, followed by the dull sound of a heavy fall. Everybody started up. The duchess stood motionless in horror. And with fear in his eyes, Lord Henry rushed through the flapping palms to find Dorian Gray lying face downwards on the tiled floor in a deathlike swoon. He was carried at once into the blue drawing-room and laid upon one of the sofas. After a short time, he came to himself and looked round with a dazed expression. “What has happened?” he asked. “Oh! I remember. Am I safe here, Harry?” He began to tremble. “My dear Dorian,” answered Lord Henry, “you merely fainted. That was all. You must have overtired yourself. You had better not come down to dinner. I will take your place.” “No, I will come down,” he said, struggling to his feet. “I would rather come down. I must not be alone.” He went to his room and dressed. There was a wild recklessness of gaiety in his manner as he sat at table, but now and then a thrill of terror ran through him when he remembered that, pressed against the window of the conservatory, like a white handkerchief, he had seen the face of James Vane watching him.
CAPITOLO 17 Una settimana dopo Dorian Gray sedeva nel giardino d’inverno di Selby Royal, conversando con la graziosa duchessa di Monmouth, che con il marito, un uomo di sessant’anni dall’aria spenta, era tra i suoi ospiti. Era l’ora del tè, e la luce dolce dell’enorme lampada coperta di pizzo posata sul tavolo illuminava le delicate porcellane e l’argento sbalzato del servizio a cui presiedeva la duchessa. Le sue mani bianche si muovevano leggiadre fra le tazze, e le sue labbra piene e rosse sorridevano a qualcosa che Dorian le aveva sussurrato. Lord Henry stava adagiato in una poltrona di vimini drappeggiata di seta, e li guardava. Su un divano color pesca sedeva Lady Narborough, fingendo di ascoltare la descrizione che il duca faceva dell’ultimo coleottero brasiliano aggiunto alla sua collezione. Tre giovanotti in elaborate giacche da fumo porgevano dolcetti da tè ad alcune delle signore. Gli ospiti della casa erano dodici, e altri se ne attendevano per l’indomani. “Di che cosa state parlando voi due?” disse Lord Henry, avvicinandosi al tavolo e posandovi la tazza. “Spero che Dorian vi abbia raccontato del mio progetto di ribattezzare ogni cosa, Gladys. È un’idea deliziosa.” “Ma io non voglio essere ribattezzata, Harry,” ribatté la duchessa, alzando verso di lui i suoi occhi meravigliosi. “Sono del tutto soddisfatta del mio nome, e sono certa che il signor Gray dovrebbe essere soddisfatto del suo.” “Mia cara Gladys, non muterei nessuno dei due nomi per nulla al mondo. Sono entrambi perfetti. Pensavo soprattutto ai fiori. Ieri ho reciso un’orchidea per l’occhiello. Era una cosa meravigliosa e screziata, efficace come i sette peccati capitali. In un momento di sbadataggine ho chiesto a uno dei giardinieri come si chiamasse. Mi ha detto che era un bell’esemplare di Robinsoniana, o qualcosa di orribile del genere. È una triste verità, ma abbiamo perduto la facoltà di dare bei nomi alle cose. I nomi sono tutto. Non litigo mai con le azioni. Il mio unico litigio è con le parole. È questa la ragione per cui odio il realismo volgare in letteratura. L’uomo capace di chiamare vanga una vanga dovrebbe essere costretto a usarne una. È l’unica cosa per cui sia adatto.” “Allora come dovremmo chiamarvi, Harry?” chiese lei. “Il suo nome è il principe Paradosso,” disse Dorian. “Lo riconosco in un lampo,” esclamò la duchessa. “Non voglio saperne,” rise Lord Henry, lasciandosi cadere su una poltrona. “Da un’etichetta non c’è scampo! Rifiuto il titolo.” “I sovrani non possono abdicare,” cadde come un ammonimento da labbra graziose. “Volete dunque che difenda il mio trono?” “Sì.” “Io do le verità di domani.” “Io preferisco gli errori di oggi,” rispose lei. “Mi disarmate, Gladys,” esclamò lui, cogliendo la caparbietà del suo umore. “Del vostro scudo, Harry, non della vostra lancia.” “Non corro mai la giostra contro la bellezza,” disse, con un gesto della mano. “Questo è il vostro errore, Harry, credetemi. Voi date alla bellezza un valore di gran lunga eccessivo.” “Come potete dirlo? Ammetto di ritenere che sia meglio essere belli che buoni. Ma d’altro canto nessuno è più pronto di me a riconoscere che è meglio essere buoni che brutti.” “Allora la bruttezza è uno dei sette peccati capitali?” esclamò la duchessa. “E che ne è della vostra similitudine sull’orchidea?” “La bruttezza è una delle sette virtù capitali, Gladys. Voi, da buona conservatrice, non dovete sottovalutarle. La birra, la Bibbia e le sette virtù capitali hanno fatto la nostra Inghilterra quella che è.” “Non amate dunque il vostro paese?” chiese lei. “Ci vivo.” “Per poterlo censurare meglio.” “Vorreste che ne accettassi il verdetto dell’Europa?” domandò. “Che cosa dicono di noi?” “Che Tartufo è emigrato in Inghilterra e vi ha aperto bottega.” “È vostra, questa, Harry?” “Ve la regalo.” “Non potrei usarla. È troppo vera.” “Non dovete temere. I nostri connazionali non riconoscono mai un ritratto.” “Sono pratici.” “Sono più astuti che pratici. Quando fanno il bilancio, pareggiano la stupidità con la ricchezza e il vizio con l’ipocrisia.” “Eppure abbiamo fatto grandi cose.” “Le grandi cose ci sono state imposte, Gladys.” “Ne abbiamo portato il peso.” “Solo fino alla Borsa.” Lei scosse il capo. “Io credo nella razza,” esclamò. “Rappresenta la sopravvivenza degli intraprendenti.” “Ha uno sviluppo.” “La decadenza mi affascina di più.” “E l’arte?” chiese lei. “È una malattia.” “L’amore?” “Un’illusione.” “La religione?” “Il sostituto alla moda della fede.” “Siete uno scettico.” “Mai! Lo scetticismo è l’inizio della fede.” “E allora che cosa siete?” “Definire è limitare.” “Datemi un filo.” “I fili si spezzano. Vi perdereste nel labirinto.” “Mi confondete. Parliamo di qualcun altro.” “Il nostro ospite è un argomento delizioso. Anni fa fu battezzato il Principe Azzurro.” “Ah! non ricordatemelo,” esclamò Dorian Gray. “Il nostro ospite è piuttosto odioso stasera,” rispose la duchessa arrossendo. “Credo che pensi che Monmouth mi abbia sposata per puri principi scientifici, come il miglior esemplare di farfalla moderna che potesse trovare.” “Bene, spero che non vi infilzi con gli spilli, duchessa,” rise Dorian. “Oh! lo fa già la mia cameriera, signor Gray, quando è in collera con me.” “E per che cosa si mette in collera con voi, duchessa?” “Per le cose più banali, signor Gray, ve l’assicuro. Di solito perché rientro alle nove meno dieci e le dico che devo essere vestita per le otto e mezza.” “Che irragionevolezza da parte sua! Dovreste darle il preavviso.” “Non oso, signor Gray. Pensate, m’inventa i cappelli. Ricordate quello che portavo alla festa in giardino di Lady Hilstone? Non lo ricordate, ma è gentile da parte vostra fingere di sì. Bene, lo ricavò dal nulla. Tutti i bei cappelli si ricavano dal nulla.” “Come tutte le buone reputazioni, Gladys,” interruppe Lord Henry. “Ogni effetto che si produce procura un nemico. Per essere popolari bisogna essere una mediocrità.” “Non con le donne,” disse la duchessa scuotendo il capo; “e sono le donne a governare il mondo. Vi assicuro che non sopportiamo i mediocri. Noi donne, come dice qualcuno, amiamo con le orecchie, proprio come voi uomini amate con gli occhi, ammesso che amiate mai.” “Mi pare che non facciamo altro,” mormorò Dorian. “Ah! allora voi non amate mai davvero, signor Gray,” rispose la duchessa con finta tristezza. “Mia cara Gladys!” esclamò Lord Henry. “Come potete dirlo? L’amore romantico vive di ripetizione, e la ripetizione converte un appetito in un’arte. Del resto, ogni volta che si ama è l’unica volta in cui si sia mai amato. La differenza dell’oggetto non altera l’unicità della passione. La intensifica soltanto. Nella vita possiamo avere al massimo una sola grande esperienza, e il segreto della vita è riprodurre quell’esperienza quanto più spesso possibile.” “Anche quando se ne è stati feriti, Harry?” chiese la duchessa dopo una pausa. “Soprattutto quando se ne è stati feriti,” rispose Lord Henry. La duchessa si voltò e guardò Dorian Gray con una curiosa espressione negli occhi. “Che cosa ne dite voi, signor Gray?” domandò. Dorian esitò un momento. Poi gettò indietro la testa e rise. “Sono sempre d’accordo con Harry, duchessa.” “Anche quando ha torto?” “Harry non ha mai torto, duchessa.” “E la sua filosofia vi rende felice?” “Non ho mai cercato la felicità. Chi vuole la felicità? Io ho cercato il piacere.” “E l’avete trovato, signor Gray?” “Spesso. Troppo spesso.” La duchessa sospirò. “Io cerco la pace,” disse, “e se non vado a vestirmi, questa sera non ne avrò affatto.” “Lasciate che vi porti qualche orchidea, duchessa,” esclamò Dorian, balzando in piedi e incamminandosi lungo il giardino d’inverno. “Stai flirtando con lui in modo scandaloso,” disse Lord Henry alla cugina. “Faresti bene a stare attenta. È molto affascinante.” “Se non lo fosse, non ci sarebbe battaglia.” “Greco contro greco, dunque?” “Io sto dalla parte dei Troiani. Combattevano per una donna.” “Furono sconfitti.” “Ci sono cose peggiori della cattura,” rispose lei. “Galoppi a briglia sciolta.” “È l’andatura che dà la vita,” fu la risposta. “Lo scriverò nel mio diario questa notte.” “Che cosa?” “Che il bambino scottato ama il fuoco.” “Non sono nemmeno strinata. Le mie ali sono intatte.” “Le usi per ogni cosa, tranne che per volare.” “Il coraggio è passato dagli uomini alle donne. Per noi è un’esperienza nuova.” “Hai una rivale.” “Chi?” Lui rise. “Lady Narborough,” sussurrò. “Lo adora perdutamente.” “Mi riempi di apprensione. Il richiamo all’antichità è fatale per noi che siamo romantiche.” “Romantiche! Avete tutti i metodi della scienza.” “Sono stati gli uomini a educarci.” “Ma non a spiegarvi.” “Descrivici come sesso,” fu la sua sfida. “Sfingi senza segreti.” Lei lo guardò sorridendo. “Quanto ci mette il signor Gray!” disse. “Andiamo ad aiutarlo. Non gli ho ancora detto il colore del mio abito.” “Ah! devi adattare il tuo abito ai suoi fiori, Gladys.” “Sarebbe una resa prematura.” “L’arte romantica comincia dal suo culmine.” “Devo tenermi un’occasione di ritirata.” “Alla maniera dei Parti?” “Essi trovarono salvezza nel deserto. Io non potrei farlo.” “Alle donne non è sempre concessa una scelta,” rispose lui, ma non aveva ancora finito la frase che dal fondo del giardino d’inverno giunse un gemito soffocato, seguito dal tonfo sordo di una caduta pesante. Tutti balzarono in piedi. La duchessa rimase immobile per l’orrore. E con la paura negli occhi, Lord Henry si precipitò attraverso le palme sventolanti e trovò Dorian Gray disteso a faccia in giù sul pavimento di piastrelle, in uno svenimento simile alla morte. Fu portato subito nel salotto azzurro e adagiato su uno dei divani. Dopo poco tempo rinvenne e si guardò intorno con espressione stordita. “Che cosa è successo?” chiese. “Oh! ricordo. Sono al sicuro qui, Harry?” Cominciò a tremare. “Mio caro Dorian,” rispose Lord Henry, “sei semplicemente svenuto. Tutto qui. Devi esserti affaticato troppo. Faresti meglio a non scendere a cena. Prenderò io il tuo posto.” “No, scendo,” disse, alzandosi a fatica. “Preferisco scendere. Non devo restare solo.” Andò in camera sua e si vestì. C’era una sfrenata temerarietà di allegria nei suoi modi mentre sedeva a tavola, ma di tanto in tanto un brivido di terrore lo percorreva quando ricordava che, premuto contro la finestra del giardino d’inverno come un fazzoletto bianco, aveva visto il volto di James Vane che lo osservava.
CHAPTER 18 The next day he did not leave the house, and, indeed, spent most of the time in his own room, sick with a wild terror of dying, and yet indifferent to life itself. The consciousness of being hunted, snared, tracked down, had begun to dominate him. If the tapestry did but tremble in the wind, he shook. The dead leaves that were blown against the leaded panes seemed to him like his own wasted resolutions and wild regrets. When he closed his eyes, he saw again the sailor’s face peering through the mist-stained glass, and horror seemed once more to lay its hand upon his heart. But perhaps it had been only his fancy that had called vengeance out of the night and set the hideous shapes of punishment before him. Actual life was chaos, but there was something terribly logical in the imagination. It was the imagination that set remorse to dog the feet of sin. It was the imagination that made each crime bear its misshapen brood. In the common world of fact the wicked were not punished, nor the good rewarded. Success was given to the strong, failure thrust upon the weak. That was all. Besides, had any stranger been prowling round the house, he would have been seen by the servants or the keepers. Had any foot-marks been found on the flower-beds, the gardeners would have reported it. Yes, it had been merely fancy. Sibyl Vane’s brother had not come back to kill him. He had sailed away in his ship to founder in some winter sea. From him, at any rate, he was safe. Why, the man did not know who he was, could not know who he was. The mask of youth had saved him. And yet if it had been merely an illusion, how terrible it was to think that conscience could raise such fearful phantoms, and give them visible form, and make them move before one! What sort of life would his be if, day and night, shadows of his crime were to peer at him from silent corners, to mock him from secret places, to whisper in his ear as he sat at the feast, to wake him with icy fingers as he lay asleep! As the thought crept through his brain, he grew pale with terror, and the air seemed to him to have become suddenly colder. Oh! in what a wild hour of madness he had killed his friend! How ghastly the mere memory of the scene! He saw it all again. Each hideous detail came back to him with added horror. Out of the black cave of time, terrible and swathed in scarlet, rose the image of his sin. When Lord Henry came in at six o’clock, he found him crying as one whose heart will break. It was not till the third day that he ventured to go out. There was something in the clear, pine-scented air of that winter morning that seemed to bring him back his joyousness and his ardour for life. But it was not merely the physical conditions of environment that had caused the change. His own nature had revolted against the excess of anguish that had sought to maim and mar the perfection of its calm. With subtle and finely wrought temperaments it is always so. Their strong passions must either bruise or bend. They either slay the man, or themselves die. Shallow sorrows and shallow loves live on. The loves and sorrows that are great are destroyed by their own plenitude. Besides, he had convinced himself that he had been the victim of a terror-stricken imagination, and looked back now on his fears with something of pity and not a little of contempt. After breakfast, he walked with the duchess for an hour in the garden and then drove across the park to join the shooting-party. The crisp frost lay like salt upon the grass. The sky was an inverted cup of blue metal. A thin film of ice bordered the flat, reed-grown lake. At the corner of the pine-wood he caught sight of Sir Geoffrey Clouston, the duchess’s brother, jerking two spent cartridges out of his gun. He jumped from the cart, and having told the groom to take the mare home, made his way towards his guest through the withered bracken and rough undergrowth. “Have you had good sport, Geoffrey?” he asked. “Not very good, Dorian. I think most of the birds have gone to the open. I dare say it will be better after lunch, when we get to new ground.” Dorian strolled along by his side. The keen aromatic air, the brown and red lights that glimmered in the wood, the hoarse cries of the beaters ringing out from time to time, and the sharp snaps of the guns that followed, fascinated him and filled him with a sense of delightful freedom. He was dominated by the carelessness of happiness, by the high indifference of joy. Suddenly from a lumpy tussock of old grass some twenty yards in front of them, with black-tipped ears erect and long hinder limbs throwing it forward, started a hare. It bolted for a thicket of alders. Sir Geoffrey put his gun to his shoulder, but there was something in the animal’s grace of movement that strangely charmed Dorian Gray, and he cried out at once, “Don’t shoot it, Geoffrey. Let it live.” “What nonsense, Dorian!” laughed his companion, and as the hare bounded into the thicket, he fired. There were two cries heard, the cry of a hare in pain, which is dreadful, the cry of a man in agony, which is worse. “Good heavens! I have hit a beater!” exclaimed Sir Geoffrey. “What an ass the man was to get in front of the guns! Stop shooting there!” he called out at the top of his voice. “A man is hurt.” The head-keeper came running up with a stick in his hand. “Where, sir? Where is he?” he shouted. At the same time, the firing ceased along the line. “Here,” answered Sir Geoffrey angrily, hurrying towards the thicket. “Why on earth don’t you keep your men back? Spoiled my shooting for the day.” Dorian watched them as they plunged into the alder-clump, brushing the lithe swinging branches aside. In a few moments they emerged, dragging a body after them into the sunlight. He turned away in horror. It seemed to him that misfortune followed wherever he went. He heard Sir Geoffrey ask if the man was really dead, and the affirmative answer of the keeper. The wood seemed to him to have become suddenly alive with faces. There was the trampling of myriad feet and the low buzz of voices. A great copper-breasted pheasant came beating through the boughs overhead. After a few moments — that were to him, in his perturbed state, like endless hours of pain — he felt a hand laid on his shoulder. He started and looked round. “Dorian,” said Lord Henry, “I had better tell them that the shooting is stopped for to-day. It would not look well to go on.” “I wish it were stopped for ever, Harry,” he answered bitterly. “The whole thing is hideous and cruel. Is the man …?” He could not finish the sentence. “I am afraid so,” rejoined Lord Henry. “He got the whole charge of shot in his chest. He must have died almost instantaneously. Come; let us go home.” They walked side by side in the direction of the avenue for nearly fifty yards without speaking. Then Dorian looked at Lord Henry and said, with a heavy sigh, “It is a bad omen, Harry, a very bad omen.” “What is?” asked Lord Henry. “Oh! this accident, I suppose. My dear fellow, it can’t be helped. It was the man’s own fault. Why did he get in front of the guns? Besides, it is nothing to us. It is rather awkward for Geoffrey, of course. It does not do to pepper beaters. It makes people think that one is a wild shot. And Geoffrey is not; he shoots very straight. But there is no use talking about the matter.” Dorian shook his head. “It is a bad omen, Harry. I feel as if something horrible were going to happen to some of us. To myself, perhaps,” he added, passing his hand over his eyes, with a gesture of pain. The elder man laughed. “The only horrible thing in the world is ennui, Dorian. That is the one sin for which there is no forgiveness. But we are not likely to suffer from it unless these fellows keep chattering about this thing at dinner. I must tell them that the subject is to be tabooed. As for omens, there is no such thing as an omen. Destiny does not send us heralds. She is too wise or too cruel for that. Besides, what on earth could happen to you, Dorian? You have everything in the world that a man can want. There is no one who would not be delighted to change places with you.” “There is no one with whom I would not change places, Harry. Don’t laugh like that. I am telling you the truth. The wretched peasant who has just died is better off than I am. I have no terror of death. It is the coming of death that terrifies me. Its monstrous wings seem to wheel in the leaden air around me. Good heavens! don’t you see a man moving behind the trees there, watching me, waiting for me?” Lord Henry looked in the direction in which the trembling gloved hand was pointing. “Yes,” he said, smiling, “I see the gardener waiting for you. I suppose he wants to ask you what flowers you wish to have on the table to-night. How absurdly nervous you are, my dear fellow! You must come and see my doctor, when we get back to town.” Dorian heaved a sigh of relief as he saw the gardener approaching. The man touched his hat, glanced for a moment at Lord Henry in a hesitating manner, and then produced a letter, which he handed to his master. “Her Grace told me to wait for an answer,” he murmured. Dorian put the letter into his pocket. “Tell her Grace that I am coming in,” he said, coldly. The man turned round and went rapidly in the direction of the house. “How fond women are of doing dangerous things!” laughed Lord Henry. “It is one of the qualities in them that I admire most. A woman will flirt with anybody in the world as long as other people are looking on.” “How fond you are of saying dangerous things, Harry! In the present instance, you are quite astray. I like the duchess very much, but I don’t love her.” “And the duchess loves you very much, but she likes you less, so you are excellently matched.” “You are talking scandal, Harry, and there is never any basis for scandal.” “The basis of every scandal is an immoral certainty,” said Lord Henry, lighting a cigarette. “You would sacrifice anybody, Harry, for the sake of an epigram.” “The world goes to the altar of its own accord,” was the answer. “I wish I could love,” cried Dorian Gray with a deep note of pathos in his voice. “But I seem to have lost the passion and forgotten the desire. I am too much concentrated on myself. My own personality has become a burden to me. I want to escape, to go away, to forget. It was silly of me to come down here at all. I think I shall send a wire to Harvey to have the yacht got ready. On a yacht one is safe.” “Safe from what, Dorian? You are in some trouble. Why not tell me what it is? You know I would help you.” “I can’t tell you, Harry,” he answered sadly. “And I dare say it is only a fancy of mine. This unfortunate accident has upset me. I have a horrible presentiment that something of the kind may happen to me.” “What nonsense!” “I hope it is, but I can’t help feeling it. Ah! here is the duchess, looking like Artemis in a tailor-made gown. You see we have come back, Duchess.” “I have heard all about it, Mr. Gray,” she answered. “Poor Geoffrey is terribly upset. And it seems that you asked him not to shoot the hare. How curious!” “Yes, it was very curious. I don’t know what made me say it. Some whim, I suppose. It looked the loveliest of little live things. But I am sorry they told you about the man. It is a hideous subject.” “It is an annoying subject,” broke in Lord Henry. “It has no psychological value at all. Now if Geoffrey had done the thing on purpose, how interesting he would be! I should like to know some one who had committed a real murder.” “How horrid of you, Harry!” cried the duchess. “Isn’t it, Mr. Gray? Harry, Mr. Gray is ill again. He is going to faint.” Dorian drew himself up with an effort and smiled. “It is nothing, Duchess,” he murmured; “my nerves are dreadfully out of order. That is all. I am afraid I walked too far this morning. I didn’t hear what Harry said. Was it very bad? You must tell me some other time. I think I must go and lie down. You will excuse me, won’t you?” They had reached the great flight of steps that led from the conservatory on to the terrace. As the glass door closed behind Dorian, Lord Henry turned and looked at the duchess with his slumberous eyes. “Are you very much in love with him?” he asked. She did not answer for some time, but stood gazing at the landscape. “I wish I knew,” she said at last. He shook his head. “Knowledge would be fatal. It is the uncertainty that charms one. A mist makes things wonderful.” “One may lose one’s way.” “All ways end at the same point, my dear Gladys.” “What is that?” “Disillusion.” “It was my debut in life,” she sighed. “It came to you crowned.” “I am tired of strawberry leaves.” “They become you.” “Only in public.” “You would miss them,” said Lord Henry. “I will not part with a petal.” “Monmouth has ears.” “Old age is dull of hearing.” “Has he never been jealous?” “I wish he had been.” He glanced about as if in search of something. “What are you looking for?” she inquired. “The button from your foil,” he answered. “You have dropped it.” She laughed. “I have still the mask.” “It makes your eyes lovelier,” was his reply. She laughed again. Her teeth showed like white seeds in a scarlet fruit. Upstairs, in his own room, Dorian Gray was lying on a sofa, with terror in every tingling fibre of his body. Life had suddenly become too hideous a burden for him to bear. The dreadful death of the unlucky beater, shot in the thicket like a wild animal, had seemed to him to pre-figure death for himself also. He had nearly swooned at what Lord Henry had said in a chance mood of cynical jesting. At five o’clock he rang his bell for his servant and gave him orders to pack his things for the night-express to town, and to have the brougham at the door by eight-thirty. He was determined not to sleep another night at Selby Royal. It was an ill-omened place. Death walked there in the sunlight. The grass of the forest had been spotted with blood. Then he wrote a note to Lord Henry, telling him that he was going up to town to consult his doctor and asking him to entertain his guests in his absence. As he was putting it into the envelope, a knock came to the door, and his valet informed him that the head-keeper wished to see him. He frowned and bit his lip. “Send him in,” he muttered, after some moments’ hesitation. As soon as the man entered, Dorian pulled his chequebook out of a drawer and spread it out before him. “I suppose you have come about the unfortunate accident of this morning, Thornton?” he said, taking up a pen. “Yes, sir,” answered the gamekeeper. “Was the poor fellow married? Had he any people dependent on him?” asked Dorian, looking bored. “If so, I should not like them to be left in want, and will send them any sum of money you may think necessary.” “We don’t know who he is, sir. That is what I took the liberty of coming to you about.” “Don’t know who he is?” said Dorian, listlessly. “What do you mean? Wasn’t he one of your men?” “No, sir. Never saw him before. Seems like a sailor, sir.” The pen dropped from Dorian Gray’s hand, and he felt as if his heart had suddenly stopped beating. “A sailor?” he cried out. “Did you say a sailor?” “Yes, sir. He looks as if he had been a sort of sailor; tattooed on both arms, and that kind of thing.” “Was there anything found on him?” said Dorian, leaning forward and looking at the man with startled eyes. “Anything that would tell his name?” “Some money, sir — not much, and a six-shooter. There was no name of any kind. A decent-looking man, sir, but rough-like. A sort of sailor we think.” Dorian started to his feet. A terrible hope fluttered past him. He clutched at it madly. “Where is the body?” he exclaimed. “Quick! I must see it at once.” “It is in an empty stable in the Home Farm, sir. The folk don’t like to have that sort of thing in their houses. They say a corpse brings bad luck.” “The Home Farm! Go there at once and meet me. Tell one of the grooms to bring my horse round. No. Never mind. I’ll go to the stables myself. It will save time.” In less than a quarter of an hour, Dorian Gray was galloping down the long avenue as hard as he could go. The trees seemed to sweep past him in spectral procession, and wild shadows to fling themselves across his path. Once the mare swerved at a white gate-post and nearly threw him. He lashed her across the neck with his crop. She cleft the dusky air like an arrow. The stones flew from her hoofs. At last he reached the Home Farm. Two men were loitering in the yard. He leaped from the saddle and threw the reins to one of them. In the farthest stable a light was glimmering. Something seemed to tell him that the body was there, and he hurried to the door and put his hand upon the latch. There he paused for a moment, feeling that he was on the brink of a discovery that would either make or mar his life. Then he thrust the door open and entered. On a heap of sacking in the far corner was lying the dead body of a man dressed in a coarse shirt and a pair of blue trousers. A spotted handkerchief had been placed over the face. A coarse candle, stuck in a bottle, sputtered beside it. Dorian Gray shuddered. He felt that his could not be the hand to take the handkerchief away, and called out to one of the farm-servants to come to him. “Take that thing off the face. I wish to see it,” he said, clutching at the door-post for support. When the farm-servant had done so, he stepped forward. A cry of joy broke from his lips. The man who had been shot in the thicket was James Vane. He stood there for some minutes looking at the dead body. As he rode home, his eyes were full of tears, for he knew he was safe.
CAPITOLO 18
Il giorno seguente non lasciò la casa e, infatti, trascorse la maggior parte del tempo nella sua stanza, afflitto da un terrore folle di morire, ma al contempo indifferente alla vita stessa. La consapevolezza di essere inseguito, braccato, rintracciato aveva iniziato a dominarlo: se anche la tappezzeria tremava al vento, lui sobbalzava; le foglie morte che venivano spinte contro i vetri sembravano rappresentare le sue stesse risoluzioni infrante e i suoi rimpianti inutili. Quando chiudeva gli occhi, rivedeva di nuovo il volto del marinaio che lo fissava attraverso i vetri offuscati dalla nebbia. E l’orrore sembrava ancora una volta stringergli il cuore.
Ma forse era solo la sua immaginazione a evocare vendetta dall’NOTTE e a far apparire davanti a lui forme orribili di punizione. La vita reale era caos, ma nell’IMMAGINAZIONE c’era qualcosa di terribilmente logico. Era l’IMMAGINAZIONE che faceva sì che il rimorso inseguisse i peccati; era l’IMMAGINAZIONE che faceva sì che ogni crimine portasse con sé le sue conseguenze. Nel mondo reale, i malvagi non venivano puniti e i buoni non venivano ricompensati. Il SUCCESSO apparteneva ai forti, il fallimento colpiva i deboli. E basta. Inoltre, se qualcuno fosse stato a giro intorno alla CASA, sarebbe stato visto dai servitori o dai custodi; se ci fossero state tracce sui vialetti fioriti, i giardinieri ne avrebbero fatto parola. Sì, era solo un’illusione. Il fratello di Sibyl Vane non era tornato per ucciderlo. Era partito sul suo NAVE e probabilmente era morto in qualche mare invernale. Comunque, lui era al sicuro. Quell’uomo non sapeva nemmeno chi fosse. La maschera della giovinezza lo aveva salvato.
Eppure, se si trattava davvero solo di un’illusione, quanto terribile era pensare che la COSCIENZA potesse generare simili fantasmi spaventosi, dar loro forma visibile e farli muovere davanti a uno! Che tipo di vita avrebbe avuto se, giorno e NOTTE, ombre dei suoi crimini lo avessero osservato da angoli silenziosi, lo avessero deriso in luoghi nascosti, gli avessero sussurrato all’orecchio mentre sedeva a un banchetto, lo avessero svegliato con dita gelide mentre dormiva. Mentre quel pensiero si insinuava nella sua mente, impallidì dal terrore. L’aria sembrò diventare improvvisamente più fredda. Oh! In quale orribile momento di follia aveva ucciso il suo amico. Quanto spaventoso era solo il ricordo di quella scena. La rivedeva tutto. Ogni dettaglio orribile gli tornava alla mente con un’angoscia ancora maggiore. Dalla oscura CAVANA del TEMPO, emergeva l’immagine del suo crimine, terribile e avvolta nel rosso sangue. Quando Lord Henry entrò alle sei di ORE, lo trovò che piangeva come chi ha il cuore spezzato.
Solo il terzo giorno osò uscire di casa. C’era qualcosa nell’aria limpida e profumata di pini di quella mattina d’inverno che sembrava restituirgli la sua gioia e il suo entusiasmo per la vita. Ma non erano solo le condizioni fisiche dell’ambiente a aver causato quel cambiamento: anche la sua stessa natura si era ribellata all’eccesso di angoscia che cercava di distruggere la perfezione della sua serenità. È sempre così nei temperamenti delicati e sensibili: le loro passioni intense devono o ferire o spezzarsi; o uccidono l’uomo, o muoiono esse stesse. Le sofferenze e gli amori superficiali sopravvivono; quelli profondi, invece, vengono distrutti dalla loro stessa intensità. Inoltre, si era convinto di essere stato vittima dell’immaginazione terrorizzata di qualcuno, e ora guardava indietro ai propri timori con compassione, e anche un po’ di disprezzo.
Dopo colazione, passeggiò per un’ora nel giardino insieme alla duchessa, poi guidò attraverso il parco per unirsi al gruppo che andava a caccia. La brina croccante copriva l’erba come sale; il cielo era una coppa di metallo blu; uno strato sottile di ghiaccio bordava il lago, ricoperto di canne.
All’angolo del bosco di pini, vide Sir Geoffrey Clouston, fratello della duchessa, che stava togliendo due cartucce usate dalla sua pistola. Saltò giù dal carro e, dopo aver detto al cocchiere di portare via la cavalla, si avviò verso il suo ospite attraverso i cespugli secchi e la vegetazione rigogliosa.
“Hai avuto fortuna oggi, Geoffrey?” chiese.
“Non molto, Dorian. Penso che la maggior parte degli uccelli sia già andata nelle zone aperte. Forse dopo pranzo sarà meglio, quando arriveremo in nuove zone.”
Dorian camminava al suo fianco. L’aria fresca e profumata, i colori marroni e rossi che brillavano nel bosco, i richiami dei cacciatori, tutto questo lo affascinava e gli dava una sensazione di deliziosa libertà. Era dominato da un senso di felicità spensierata, da un’indifferenza gioiosa.
All’improvviso, davanti a loro, da un ciuffo di erba vecchia, apparve una lepre con le orecchie nere e le zampe posteriori lunghe e forti. Corse verso un cespuglio di salici. Sir Geoffrey puntò la pistola, ma qualcosa nella grazia dei movimenti dell’animale colpì profondamente Dorian Gray; gridò subito: “Non sparare, Geoffrey. Lasciala vivere.”
“Ma che sciocchezza, Dorian!” rise il suo compagno. E mentre la lepre si tuffava nel cespuglio, sparò. Si sentirono due grida: quella di una lepre in agonia, e quella di un uomo in preda al dolore.
“Mio Dio! Ho colpito uno dei cacciatori!” esclamò Sir Geoffrey. “Che idiota è stato ad avvicinarsi così tanto alle pistole. Fermatevi di sparare lì!” gridò. “C’è qualcuno ferito, ”
Il capocaccia arrivò di corsa, con un bastone in mano.
“Il dove è, signore? Dove si trova?” gridò. Nello stesso momento, il fuoco lungo la linea cessò.
“Eccolo qui,” rispose Sir Geoffrey con rabbia, dirigendosi verso il boschetto. “Perché diavolo non tenete indietro i vostri uomini? Mi avete rovinato la giornata di caccia.”
Dorian li osservò mentre si addentravano nel groviglio di salici, spostando da parte i rami sottili e ondeggianti. Dopo pochi momenti ne uscirono trascinando con sé un corpo nella luce del sole. Lui distolse lo sguardo, inorridito: gli sembrava che la sfortuna lo seguisse ovunque andasse. Sentì Sir Geoffrey chiedere se quell’uomo fosse davvero morto e la risposta affermativa del guardiacaccia. Il bosco, ai suoi occhi, sembrava improvvisamente pieno di volti: c’era il rumore di innumerevoli piedi che calpestavano l’erba e il mormorio sommesso delle voci. Un grande fagiano con il petto color rame sfrecciò tra i rami sopra di loro.
Dopo alcuni minuti – che, nel suo stato turbato, gli parvero ore interminabili di dolore – sentì una mano posarsi sulla sua spalla. Si girò di scatto.
“Dorian,” disse Lord Henry, “dovremmo dire loro che la caccia è sospesa per oggi. Non sarebbe affatto appropriato continuare.”
“Vorrei che fosse sospesa per sempre, Harry, ” rispose lui amaramente. “Tutto questo è orribile e crudele. Quell’uomo,?” Non riuscì a finire la frase.
“Temo di sì,” disse Lord Henry. “Ha ricevuto tutta la raffica in petto. Deve essere morto quasi all’istante. Andiamo, torniamo a casa.”
Camminarono fianco a fianco per quasi cinquanta metri senza dire una parola. Poi Dorian guardò Lord Henry e disse, con un profondo sospiro: “È un cattivo presagio, Harry. Un very bad omen.”
“Che cosa?” chiese Lord Henry. “Oh, questo incidente, suppongo. Caro amico, non c’è nulla che possiamo fare. È stata colpa sua. Perché si è messo davanti alle armi? Inoltre, non ci riguarda affatto. Solo per Geoffrey è imbarazzante. Non è giusto che un bravo cacciatore venga criticato per questo. E Geoffrey non lo è; spara sempre con precisione. Ma non ha senso parlare ancora di questa faccenda.”
Dorian scosse la testa. “È un cattivo presagio, Harry. Ho la sensazione che qualcosa di terribile possa accadere a uno di noi. Forse a me, ” aggiunse, passandosi una mano sugli occhi, con un gesto di dolore.
L’uomo più anziano rise. “L’unica cosa davvero terribile al mondo è la noia, Dorian. Quello è l’unico peccato per cui non esiste perdono. Ma probabilmente non ne soffriremo, a meno che questi ragazzi non continuino a parlare di questa faccenda a cena. Devo dir loro che questo argomento è tabù. Per quanto riguarda i presagi. Non esistono davvero. Il destino non ci manda messaggeri. È troppo saggia, o troppo crudele per farlo. Inoltre, cosa potrebbe mai accaderti a te, Dorian? Hai tutto ciò che un uomo possa desiderare. Nessuno sarebbe felice di scambiarsi i tuoi posti, ”
“I non ci sarebbe nessuno con cui non scambierei i ruoli, Harry. Non ridere così. Ti sto dicendo la verità: quel povero contadino che è appena morto vive meglio di me. Non ho paura della morte. È l’arrivo stesso della morte a spaventarmi. Le sue ali mostruose sembrano girare nell’aria pesante intorno a me. Oh, mio Dio! Non vedi un uomo che si muove dietro gli alberi, che mi osserva, che aspetta me?”
Lord Henry guardò nella direzione indicata dalla mano tremante. “Sì,” disse sorridendo, “vedo il giardiniere che ti aspetta. Immagino voglia chiederti quali fiori desideri sul tavolo stasera. Sei davvero troppo nervoso, caro mio. Dovresti andare dal mio dottore non appena torneremo in città.”
Dorian tirò un sospiro di sollievo vedendo avvicinarsi il giardiniere. L’uomo si tolse il cappello, guardò per un momento Lord Henry con esitazione, poi estrasse una lettera e la consegnò al suo padrone. “Sua Grazia mi ha detto di aspettare una risposta,” mormorò.
Dorian mise la lettera in tasca. “Digli che verrò,” disse freddamente. L’uomo si girò e se ne andò rapidamente verso la casa.
“Che amano le donne fare cose pericolose!” rise Lord Henry. “È una delle qualità che ammiro di più in loro. Una donna flirta con chiunque, purché ci siano altre persone a guardare, ”
“Ma quanto ami dire cose pericolose, Harry! In questo caso ti sbagli completamente. Mi piace molto la duchessa, ma non la amo.”
“E la duchessa ti ama molto, ma meno di quanto tu ami lei. Quindi siete perfettamente abbinati, ”
“Stai dicendo sciocchezze, Harry. Non c’è mai alcuna base per uno scandalo, ”
“La base di ogni scandalo è una certezza immorale,” disse Lord Henry accendendo una sigaretta.
“Saresti disposto a sacrificare chiunque, Harry, per un epigramma, ”
“Il mondo va spontaneamente verso l’altare, ”, fu la risposta.
“Vorrei davvero poter amare, ” esclamò Dorian Gray con un tono di profondo pathos. “Ma sembra che abbia perso la passione, dimenticato il desiderio. Sono troppo concentrato su me stesso. La mia stessa personalità è diventata un peso per me. Voglio scappare, andarmene lontano, dimenticare tutto. È stato stupido da parte mia venire qui. Penso che manderò un telegramma a Harvey perché prepari la yacht. Su una yacht si è al sicuro, ”
“Al sicuro da cosa, Dorian? Hai qualche problema. Perché non me lo dici? Sai che ti aiuterei, ”
“Non posso dirtelo, Harry. E probabilmente è solo un’idea mia. Questo incidente sfortunato mi ha sconvolto. Ho una terribile premonizione che qualcosa del genere possa accadermi, ”
“Sciocchezze!”
“Spero che lo sia. Ma non riesco a smettere di pensarci. Ah! Ecco la duchessa. Sembra Artemide in un abito fatto su misura. Vedi, siamo tornati, Duchessa, ”
“Ne ho sentito parlare molto, signor Gray,” rispose lei. “Povero Geoffrey, è terribilmente sconvolto. E sembra che lei gli abbia chiesto di non sparare alla lepre. Che curioso!”
“Sì, è stato davvero curioso. Non so cosa mi abbia spinto a dirlo. Forse un capriccio. Quella lepre sembrava davvero l’animale più adorabile che ci fosse. Ma mi dispiace che gli abbiano parlato di quell’uomo. È un argomento orribile.”
“È un argomento fastidioso,” intervenne Lord Henry. “Non ha alcun valore psicologico. Se solo Geoffrey avesse fatto quella cosa apposta. Che interessante sarebbe stato! Mi piacerebbe conoscere qualcuno che abbia commesso davvero un omicidio, ”
“Che orrore da parte sua, Harry!” esclamò la duchessa. “Non è vero, signor Gray? Harry, sta male di nuovo. Sta per svenire, ”
Dorian si alzò faticosamente e sorrise. “Niente, Duchessa. Sono solo molto nervoso. Probabilmente ho camminato troppo questa mattina. Non ho sentito cosa ha detto Harry. Era davvero così grave? Me lo racconterà un’altra volta, vero? Penso che debba andare a riposarmi. Mi scuserà, vero?”
Avevano raggiunto la grande scalinata che conduceva dal giardino d’inverno al terrazzo. Mentre la porta di vetro si chiudeva alle spalle di Dorian, Lord Henry si voltò e guardò la duchessa con i suoi occhi sonnolenti. “Lo ami davvero molto?” le chiese.
Lei non rispose per qualche momento, ma rimase lì a fissare il paesaggio. “Vorrei saperlo,” disse infine.
Lui scosse la testa. “Conoscere sarebbe fatale. È l’incertezza che incanta le persone. La nebbia rende tutto meraviglioso.”
“Si potrebbe perdere la strada, ”
“Tutti i sentieri portano allo stesso punto, mia cara Gladys.”
“E cosa sarebbe?”
“La delusione, ”
“È stato il mio debutto nella vita, ”, sospirò lei.
“Ed è arrivato a te in forma di corona, ”
“Sono stanca delle foglie di fragola, ”
“Diventano parte di te, ”
“Solo in pubblico, ”
“Le perderesti, ”, disse Lord Henry.
“Non rinuncerei mai a un petalo, ”
“Monmouth ha orecchie, ”
“La vecchiaia rende l’udito più debole, ”
“Non è mai stato geloso?”
“Vorrei che lo fosse stato, ”
Lui guardò intorno, come se cercasse qualcosa. “Cosa stai cercando?” chiese lei.
“Il bottone della tua maschera. L’hai perso, ”
Lei rise. “Ho ancora la maschera, ”
“Rende i tuoi occhi ancora più belli, ”, rispose lui.
Rise di nuovo; i suoi denti brillavano come semi bianchi all’interno di un frutto scarlatto.
Al piano di sopra, nella sua stanza, Dorian Gray giaceva sul divano, con il terrore che pervadeva ogni fibra del suo corpo. La vita gli era improvvisamente sembrata un fardello troppo orribile da sopportare. La terribile morte di quel sfortunato cacciatore, ucciso nel bosco come una bestia selvatica, gli era parsa una premonizione della sua stessa fine. Aveva quasi perso i sensi alle parole pronunciate da Lord Henry in un momento di cinico scherzo.
Alle cinque in punto suonò la campanella per chiamare il suo servitore e gli ordinò di preparare i suoi bagagli per il treno notturno diretto in città, e di far preparare la carrozza davanti alla porta entro le otto e mezza. Era deciso a non trascorrere un’altra notte a Selby Royal. Quel posto portava sfortuna. La morte vi camminava sotto il sole; l’erba della foresta era macchiata di sangue. Poi scrisse una nota a Lord Henry, dicendogli che andava in città per consultare il suo medico e chiedendogli di intrattenere gli ospiti in sua assenza. Mentre la metteva nella busta, qualcuno bussò alla porta; il suo valletto gli annunciò che il capo custode voleva vederlo. Lui fece una smorfia e morse il labbro, “Fatelo entrare”, mormorò dopo un attimo di esitazione. Non appena l’uomo entrò, Dorian tirò fuori il suo libretto degli assegni e lo aprì davanti a lui. “Immagino che siate venuto per parlare dell’infortunio di stamattina, Thornton, ”, disse, prendendo una penna. “Sì, signore”, rispose il capo custode.
“Quel poveretto era sposato? Aveva qualcuno che dipendeva da lui?” chiese Dorian, con aria annoiata. “Se sì, non vorrei che finissero nella povertà; vi manderò quindi qualsiasi somma riteniate necessaria.”
“Non sappiamo chi sia, signore. Ecco il motivo per cui mi sono permesso di venire da voi.”
“Non sapete chi sia?” disse Dorian, con distacco. “Cosa intendete? Non era uno dei vostri uomini?”
“No, signore. Non l’avevo mai visto prima. Sembra un marinaio, ”
La penna cadde dalle mani di Dorian Gray; ebbe la sensazione che il suo cuore avesse improvvisamente smesso di battere. “Un marinaio?” esclamò. “Avete detto un marinaio?”
“Sì, signore. Sembra proprio un ex marinaio: tatuaggi sulle braccia, e cose del genere, ”
“C’era qualcosa addosso a lui?” chiese Dorian, inclinandosi in avanti e guardando l’uomo con occhi spaventati. “Qualcosa che potesse rivelare il suo nome?”
“Un po’ di denaro. Non molto. E una pistola a sei colpi. Nessun documento personale. Un uomo dall’aspetto decente, ma dall’aria rozza. Crediamo fosse un marinaio, ”
Dorian si alzò in piedi. Una terribile speranza gli attraversò la mente. La afferrò disperatamente. “Dove si trova il corpo?” esclamò. “Subito! Devo vederlo immediatamente, ”
“Si trova in un stallo vuoto della fattoria Home, signore. La gente non vuole che cose del genere siano nelle proprie case; dicono che i cadaveri portino sfortuna.”
“La fattoria Home! Vai lì immediatamente e aspettami. Dì a uno degli stallieri di portare qui il mio cavallo. No, lascia perdere, andrò io stesso agli stalli. Così risparmieremo tempo.”
In meno di un quarto d’ora, Dorian Gray stava già galoppando lungo la strada a tutta velocità. Gli alberi sembravano sfrecciargli accanto in una processione spettrale, e ombre oscure si proiettavano sul suo cammino. Una volta, la cavalla sterzò davanti a un cancello bianco e per poco non lo fece cadere; lui la frustò con forza sulla nuca. La bestia sfrecciò attraverso l’oscurità come una freccia, facendo volare pietre sotto i suoi zoccoli.
Finalmente raggiunse la fattoriadi casa. Due uomini stavano gironzolando nel cortile; saltò giù dalla sella e gettò le redini a uno di loro. Nello stallo più lontano si intravedeva una luce fioca. Qualcosa gli suggerì che ilcorpo si trovasse lì; si affrettò verso la porta e posò la mano sulla maniglia.
Si fermò per un momento, sentendo di essere sull’orlo di una scoperta che avrebbe potuto cambiare completamente la sua vita. Poi spinse la porta ed entrò.
In un angolo c’era un mucchio di sacchi; sopra di essi giaceva il corpo morto di un uomo vestito con una camicia grezza e dei pantaloni blu. Sul viso era stato posto un fazzoletto a strisce. Una candela grossolana, infilata in una bottiglia, bruciava accanto al cadavere.
Dorian Gray rabbrividì. Non riusciva a credere che fosse lui ad avere il coraggio di togliere quel fazzoletto; chiamò uno dei servitori della fattoria perché gli venisse in aiuto.
“Togliete quella cosa dal viso. Voglio vederlo,” disse, appoggiandosi al battente della porta per non cadere.
Quando il servitore ebbe eseguito l’ordine, Dorian fece un passo avanti. Un grido di gioia gli sfuggì dalle labbra: l’uomo che era stato colpito nel bosco era James Vane.
Rimase lì per alcuni minuti a guardare il cadavere. Mentre tornava a casa, aveva gli occhi pieni di lacrime. Sapeva finalmente di essere al sicuro.
CHAPTER 19 “There is no use your telling me that you are going to be good,” cried Lord Henry, dipping his white fingers into a red copper bowl filled with rose-water. “You are quite perfect. Pray, don’t change.” Dorian Gray shook his head. “No, Harry, I have done too many dreadful things in my life. I am not going to do any more. I began my good actions yesterday.” “Where were you yesterday?” “In the country, Harry. I was staying at a little inn by myself.” “My dear boy,” said Lord Henry, smiling, “anybody can be good in the country. There are no temptations there. That is the reason why people who live out of town are so absolutely uncivilized. Civilization is not by any means an easy thing to attain to. There are only two ways by which man can reach it. One is by being cultured, the other by being corrupt. Country people have no opportunity of being either, so they stagnate.” “Culture and corruption,” echoed Dorian. “I have known something of both. It seems terrible to me now that they should ever be found together. For I have a new ideal, Harry. I am going to alter. I think I have altered.” “You have not yet told me what your good action was. Or did you say you had done more than one?” asked his companion as he spilled into his plate a little crimson pyramid of seeded strawberries and, through a perforated, shell-shaped spoon, snowed white sugar upon them. “I can tell you, Harry. It is not a story I could tell to any one else. I spared somebody. It sounds vain, but you understand what I mean. She was quite beautiful and wonderfully like Sibyl Vane. I think it was that which first attracted me to her. You remember Sibyl, don’t you? How long ago that seems! Well, Hetty was not one of our own class, of course. She was simply a girl in a village. But I really loved her. I am quite sure that I loved her. All during this wonderful May that we have been having, I used to run down and see her two or three times a week. Yesterday she met me in a little orchard. The apple-blossoms kept tumbling down on her hair, and she was laughing. We were to have gone away together this morning at dawn. Suddenly I determined to leave her as flowerlike as I had found her.” “I should think the novelty of the emotion must have given you a thrill of real pleasure, Dorian,” interrupted Lord Henry. “But I can finish your idyll for you. You gave her good advice and broke her heart. That was the beginning of your reformation.” “Harry, you are horrible! You mustn’t say these dreadful things. Hetty’s heart is not broken. Of course, she cried and all that. But there is no disgrace upon her. She can live, like Perdita, in her garden of mint and marigold.” “And weep over a faithless Florizel,” said Lord Henry, laughing, as he leaned back in his chair. “My dear Dorian, you have the most curiously boyish moods. Do you think this girl will ever be really content now with any one of her own rank? I suppose she will be married some day to a rough carter or a grinning ploughman. Well, the fact of having met you, and loved you, will teach her to despise her husband, and she will be wretched. From a moral point of view, I cannot say that I think much of your great renunciation. Even as a beginning, it is poor. Besides, how do you know that Hetty isn’t floating at the present moment in some starlit mill-pond, with lovely water-lilies round her, like Ophelia?” “I can’t bear this, Harry! You mock at everything, and then suggest the most serious tragedies. I am sorry I told you now. I don’t care what you say to me. I know I was right in acting as I did. Poor Hetty! As I rode past the farm this morning, I saw her white face at the window, like a spray of jasmine. Don’t let us talk about it any more, and don’t try to persuade me that the first good action I have done for years, the first little bit of self-sacrifice I have ever known, is really a sort of sin. I want to be better. I am going to be better. Tell me something about yourself. What is going on in town? I have not been to the club for days.” “The people are still discussing poor Basil’s disappearance.” “I should have thought they had got tired of that by this time,” said Dorian, pouring himself out some wine and frowning slightly. “My dear boy, they have only been talking about it for six weeks, and the British public are really not equal to the mental strain of having more than one topic every three months. They have been very fortunate lately, however. They have had my own divorce-case and Alan Campbell’s suicide. Now they have got the mysterious disappearance of an artist. Scotland Yard still insists that the man in the grey ulster who left for Paris by the midnight train on the ninth of November was poor Basil, and the French police declare that Basil never arrived in Paris at all. I suppose in about a fortnight we shall be told that he has been seen in San Francisco. It is an odd thing, but every one who disappears is said to be seen at San Francisco. It must be a delightful city, and possess all the attractions of the next world.” “What do you think has happened to Basil?” asked Dorian, holding up his Burgundy against the light and wondering how it was that he could discuss the matter so calmly. “I have not the slightest idea. If Basil chooses to hide himself, it is no business of mine. If he is dead, I don’t want to think about him. Death is the only thing that ever terrifies me. I hate it.” “Why?” said the younger man wearily. “Because,” said Lord Henry, passing beneath his nostrils the gilt trellis of an open vinaigrette box, “one can survive everything nowadays except that. Death and vulgarity are the only two facts in the nineteenth century that one cannot explain away. Let us have our coffee in the music-room, Dorian. You must play Chopin to me. The man with whom my wife ran away played Chopin exquisitely. Poor Victoria! I was very fond of her. The house is rather lonely without her. Of course, married life is merely a habit, a bad habit. But then one regrets the loss even of one’s worst habits. Perhaps one regrets them the most. They are such an essential part of one’s personality.” Dorian said nothing, but rose from the table, and passing into the next room, sat down to the piano and let his fingers stray across the white and black ivory of the keys. After the coffee had been brought in, he stopped, and looking over at Lord Henry, said, “Harry, did it ever occur to you that Basil was murdered?” Lord Henry yawned. “Basil was very popular, and always wore a Waterbury watch. Why should he have been murdered? He was not clever enough to have enemies. Of course, he had a wonderful genius for painting. But a man can paint like Velasquez and yet be as dull as possible. Basil was really rather dull. He only interested me once, and that was when he told me, years ago, that he had a wild adoration for you and that you were the dominant motive of his art.” “I was very fond of Basil,” said Dorian with a note of sadness in his voice. “But don’t people say that he was murdered?” “Oh, some of the papers do. It does not seem to me to be at all probable. I know there are dreadful places in Paris, but Basil was not the sort of man to have gone to them. He had no curiosity. It was his chief defect.” “What would you say, Harry, if I told you that I had murdered Basil?” said the younger man. He watched him intently after he had spoken. “I would say, my dear fellow, that you were posing for a character that doesn’t suit you. All crime is vulgar, just as all vulgarity is crime. It is not in you, Dorian, to commit a murder. I am sorry if I hurt your vanity by saying so, but I assure you it is true. Crime belongs exclusively to the lower orders. I don’t blame them in the smallest degree. I should fancy that crime was to them what art is to us, simply a method of procuring extraordinary sensations.” “A method of procuring sensations? Do you think, then, that a man who has once committed a murder could possibly do the same crime again? Don’t tell me that.” “Oh! anything becomes a pleasure if one does it too often,” cried Lord Henry, laughing. “That is one of the most important secrets of life. I should fancy, however, that murder is always a mistake. One should never do anything that one cannot talk about after dinner. But let us pass from poor Basil. I wish I could believe that he had come to such a really romantic end as you suggest, but I can’t. I dare say he fell into the Seine off an omnibus and that the conductor hushed up the scandal. Yes: I should fancy that was his end. I see him lying now on his back under those dull-green waters, with the heavy barges floating over him and long weeds catching in his hair. Do you know, I don’t think he would have done much more good work. During the last ten years his painting had gone off very much.” Dorian heaved a sigh, and Lord Henry strolled across the room and began to stroke the head of a curious Java parrot, a large, grey-plumaged bird with pink crest and tail, that was balancing itself upon a bamboo perch. As his pointed fingers touched it, it dropped the white scurf of crinkled lids over black, glasslike eyes and began to sway backwards and forwards. “Yes,” he continued, turning round and taking his handkerchief out of his pocket; “his painting had quite gone off. It seemed to me to have lost something. It had lost an ideal. When you and he ceased to be great friends, he ceased to be a great artist. What was it separated you? I suppose he bored you. If so, he never forgave you. It’s a habit bores have. By the way, what has become of that wonderful portrait he did of you? I don’t think I have ever seen it since he finished it. Oh! I remember your telling me years ago that you had sent it down to Selby, and that it had got mislaid or stolen on the way. You never got it back? What a pity! it was really a masterpiece. I remember I wanted to buy it. I wish I had now. It belonged to Basil’s best period. Since then, his work was that curious mixture of bad painting and good intentions that always entitles a man to be called a representative British artist. Did you advertise for it? You should.” “I forget,” said Dorian. “I suppose I did. But I never really liked it. I am sorry I sat for it. The memory of the thing is hateful to me. Why do you talk of it? It used to remind me of those curious lines in some play — Hamlet, I think — how do they run? — “Like the painting of a sorrow, A face without a heart.” Yes: that is what it was like.” Lord Henry laughed. “If a man treats life artistically, his brain is his heart,” he answered, sinking into an arm-chair. Dorian Gray shook his head and struck some soft chords on the piano. “‘Like the painting of a sorrow,’” he repeated, “‘a face without a heart.’” The elder man lay back and looked at him with half-closed eyes. “By the way, Dorian,” he said after a pause, “‘what does it profit a man if he gain the whole world and lose — how does the quotation run? — his own soul’?” The music jarred, and Dorian Gray started and stared at his friend. “Why do you ask me that, Harry?” “My dear fellow,” said Lord Henry, elevating his eyebrows in surprise, “I asked you because I thought you might be able to give me an answer. That is all. I was going through the park last Sunday, and close by the Marble Arch there stood a little crowd of shabby-looking people listening to some vulgar street-preacher. As I passed by, I heard the man yelling out that question to his audience. It struck me as being rather dramatic. London is very rich in curious effects of that kind. A wet Sunday, an uncouth Christian in a mackintosh, a ring of sickly white faces under a broken roof of dripping umbrellas, and a wonderful phrase flung into the air by shrill hysterical lips — it was really very good in its way, quite a suggestion. I thought of telling the prophet that art had a soul, but that man had not. I am afraid, however, he would not have understood me.” “Don’t, Harry. The soul is a terrible reality. It can be bought, and sold, and bartered away. It can be poisoned, or made perfect. There is a soul in each one of us. I know it.” “Do you feel quite sure of that, Dorian?” “Quite sure.” “Ah! then it must be an illusion. The things one feels absolutely certain about are never true. That is the fatality of faith, and the lesson of romance. How grave you are! Don’t be so serious. What have you or I to do with the superstitions of our age? No: we have given up our belief in the soul. Play me something. Play me a nocturne, Dorian, and, as you play, tell me, in a low voice, how you have kept your youth. You must have some secret. I am only ten years older than you are, and I am wrinkled, and worn, and yellow. You are really wonderful, Dorian. You have never looked more charming than you do to-night. You remind me of the day I saw you first. You were rather cheeky, very shy, and absolutely extraordinary. You have changed, of course, but not in appearance. I wish you would tell me your secret. To get back my youth I would do anything in the world, except take exercise, get up early, or be respectable. Youth! There is nothing like it. It’s absurd to talk of the ignorance of youth. The only people to whose opinions I listen now with any respect are people much younger than myself. They seem in front of me. Life has revealed to them her latest wonder. As for the aged, I always contradict the aged. I do it on principle. If you ask them their opinion on something that happened yesterday, they solemnly give you the opinions current in 1820, when people wore high stocks, believed in everything, and knew absolutely nothing. How lovely that thing you are playing is! I wonder, did Chopin write it at Majorca, with the sea weeping round the villa and the salt spray dashing against the panes? It is marvellously romantic. What a blessing it is that there is one art left to us that is not imitative! Don’t stop. I want music to-night. It seems to me that you are the young Apollo and that I am Marsyas listening to you. I have sorrows, Dorian, of my own, that even you know nothing of. The tragedy of old age is not that one is old, but that one is young. I am amazed sometimes at my own sincerity. Ah, Dorian, how happy you are! What an exquisite life you have had! You have drunk deeply of everything. You have crushed the grapes against your palate. Nothing has been hidden from you. And it has all been to you no more than the sound of music. It has not marred you. You are still the same.” “I am not the same, Harry.” “Yes, you are the same. I wonder what the rest of your life will be. Don’t spoil it by renunciations. At present you are a perfect type. Don’t make yourself incomplete. You are quite flawless now. You need not shake your head: you know you are. Besides, Dorian, don’t deceive yourself. Life is not governed by will or intention. Life is a question of nerves, and fibres, and slowly built-up cells in which thought hides itself and passion has its dreams. You may fancy yourself safe and think yourself strong. But a chance tone of colour in a room or a morning sky, a particular perfume that you had once loved and that brings subtle memories with it, a line from a forgotten poem that you had come across again, a cadence from a piece of music that you had ceased to play — I tell you, Dorian, that it is on things like these that our lives depend. Browning writes about that somewhere; but our own senses will imagine them for us. There are moments when the odour of lilas blanc passes suddenly across me, and I have to live the strangest month of my life over again. I wish I could change places with you, Dorian. The world has cried out against us both, but it has always worshipped you. It always will worship you. You are the type of what the age is searching for, and what it is afraid it has found. I am so glad that you have never done anything, never carved a statue, or painted a picture, or produced anything outside of yourself! Life has been your art. You have set yourself to music. Your days are your sonnets.” Dorian rose up from the piano and passed his hand through his hair. “Yes, life has been exquisite,” he murmured, “but I am not going to have the same life, Harry. And you must not say these extravagant things to me. You don’t know everything about me. I think that if you did, even you would turn from me. You laugh. Don’t laugh.” “Why have you stopped playing, Dorian? Go back and give me the nocturne over again. Look at that great, honey-coloured moon that hangs in the dusky air. She is waiting for you to charm her, and if you play she will come closer to the earth. You won’t? Let us go to the club, then. It has been a charming evening, and we must end it charmingly. There is some one at White’s who wants immensely to know you — young Lord Poole, Bournemouth’s eldest son. He has already copied your neckties, and has begged me to introduce him to you. He is quite delightful and rather reminds me of you.” “I hope not,” said Dorian with a sad look in his eyes. “But I am tired to-night, Harry. I shan’t go to the club. It is nearly eleven, and I want to go to bed early.” “Do stay. You have never played so well as to-night. There was something in your touch that was wonderful. It had more expression than I had ever heard from it before.” “It is because I am going to be good,” he answered, smiling. “I am a little changed already.” “You cannot change to me, Dorian,” said Lord Henry. “You and I will always be friends.” “Yet you poisoned me with a book once. I should not forgive that. Harry, promise me that you will never lend that book to any one. It does harm.” “My dear boy, you are really beginning to moralize. You will soon be going about like the converted, and the revivalist, warning people against all the sins of which you have grown tired. You are much too delightful to do that. Besides, it is no use. You and I are what we are, and will be what we will be. As for being poisoned by a book, there is no such thing as that. Art has no influence upon action. It annihilates the desire to act. It is superbly sterile. The books that the world calls immoral are books that show the world its own shame. That is all. But we won’t discuss literature. Come round to-morrow. I am going to ride at eleven. We might go together, and I will take you to lunch afterwards with Lady Branksome. She is a charming woman, and wants to consult you about some tapestries she is thinking of buying. Mind you come. Or shall we lunch with our little duchess? She says she never sees you now. Perhaps you are tired of Gladys? I thought you would be. Her clever tongue gets on one’s nerves. Well, in any case, be here at eleven.” “Must I really come, Harry?” “Certainly. The park is quite lovely now. I don’t think there have been such lilacs since the year I met you.” “Very well. I shall be here at eleven,” said Dorian. “Good night, Harry.” As he reached the door, he hesitated for a moment, as if he had something more to say. Then he sighed and went out.
CAPITOLO 19
“Non ha senso che tu mi dica che cambierai”, esclamò Lord Henry, immerso le sue dita bianche in una ciotola di rame rosso piena d’acqua di rose. “Sei già perfetto. Per favore, non cambiare.”
Dorian Gray scosse la testa. “No, Harry. Ho fatto troppe cose orribili nella mia vita; non ne farò più. Ieri ho iniziato a compiere azioni buone.”
“Dove eri ieri?”
“In campagna, Harry. Stavo da solo in una piccola locanda.”
“Mio caro ragazzo”, disse Lord Henry sorridendo, “chiunque può diventare buono in campagna. Lì non ci sono tentazioni. Ed è proprio per questo che le persone che vivono lontano dalla città sono così completamente incivili. La civiltà non è affatto qualcosa di facile da raggiungere. Ci sono solo due modi: essere colti o corrotti. Le persone di campagna non hanno alcuna possibilità di diventare né l’uno né l’altro. Quindi rimangono indietro.”
“Cultura e corruzione, ”, ripeté Dorian. “Ne ho conosciute entrambe le forme. Ora mi sembrano terribili. Perché ho un nuovo ideale, Harry. Intendo cambiare. Credo di aver già iniziato a farlo.”
“Non mi hai ancora detto quale sia stata la tua azione buona. O forse ne hai fatte più di una?” chiese il suo compagno, versando nel proprio piatto una piccola piramide di fragole e cospargendole di zucchero bianco con un cucchiaino a forma di conchiglia.
“Posso dirtelo. Non è una storia che potrei raccontare a nessun altro. Ho risparmiato qualcuno. Sembra banale, ma capisci cosa intendo. Era davvero bella. Assomigliava molto a Sibyl Vane. Penso sia stato proprio questo ad attirarmi verso di lei. Ricordi Sibyl, vero? Sembra passata un’eternità da allora. Beh. Hetty non apparteneva alla nostra classe. Era solo una ragazza di campagna. Ma la amavo davvero. Ne sono sicuro. Durante tutto quel meraviglioso mese di maggio, andavo a trovarla due o tre volte a settimana. Ieri ci siamo incontrati in un piccolo orto. I boccioli di melo le cadevano continuamente sui capelli. Lei rideva. Avremmo dovuto partire insieme stamattina all’alba. Ma all’improvviso ho deciso di lasciarla così com’era, bella come un fiore, ”
“Credo che la novità di quell’emozione ti abbia davvero procurato grande piacere, Dorian, ”, interruppe Lord Henry. “Ma posso completare questa tua idilliaca storia. Le hai dato dei buoni consigli. E le hai spezzato il cuore. Quello è stato l’inizio della tua ‘riforma’, ”
“Harry. Sei orribile! Non devi dire queste cose terribili. Il cuore di Hetty non è spezzato. Certo, ha pianto. Ma non c’è alcuna vergogna per lei. Può vivere, come Perdita, nel suo giardino pieno di menta e margherite, ”
“E piangete per una infedele Florizel,” disse Lord Henry ridendo, appoggiandosi allo schienale della sedia. “Mio caro Dorian, hai davvero umori stranamente infantili. Pensi davvero che questa ragazza possa mai essere veramente felice con qualcuno del suo stesso rango? Immagino che un giorno si sposi con qualche rude carrettiere o un sorridente contadino. Beh, il fatto di averti incontrato e amato le insegnerà ad disprezzare il proprio marito. E allora sarà infelice. Dal punto di vista morale, non posso dire di apprezzare molto la tua grande rinuncia. Anche come inizio, è pessima. Inoltre, come fai a sapere che in questo momento Hetty non stia galleggiando in qualche stagno illuminato dalle stelle, circondata da bellissimi lillà d’acqua, proprio come Ophelia?”
“Non ce la faccio più, Harry! Tu deridi di tutto, e poi suggerisci le tragedie più gravi. Mi dispiace di averti detto tutto questo ora. Non mi importa cosa tu possa dirmi: so di aver agito nel modo giusto. Povera Hetty. Questa mattina, passando davanti alla fattoria, ho visto il suo viso pallido alla finestra, sembrava un bouquet di gelsomino. Lasciamo perdere questo argomento, e non provare a convincermi che la prima azione positiva che abbia compiuto da anni, il primo atto di autosacrificio che abbia mai avuto, sia in realtà un peccato. Voglio diventare una persona migliore. Lo farò. Dimmi qualcosa di te. Cosa sta succedendo in città? Non vado al club da giorni, ”
“La gente continua ancora a parlare della scomparsa del povero Basil, ”
“Avrei dovuto pensare che ormai si fossero stancati di quella storia, ”, disse Dorian, versandosi del vino e aggrottando leggermente la fronte.
“Mio caro ragazzo, hanno parlato di questa faccenda solo per sei settimane, e il pubblico britannico davvero non è in grado di sopportare la pressione psicologica derivante dall’aver sempre più argomenti di cui discutere ogni tre mesi. Tuttavia, ultimamente sono stati molto fortunati: hanno avuto il mio stesso caso di divorzio e il suicidio di Alan Campbell. Ora hanno anche la misteriosa scomparsa di un artista. Scotland Yard insiste ancora sul fatto che l’uomo con il cappotto grigio che partì per Parigi sul treno di mezzanotte del 9 novembre fosse proprio il povero Basil, mentre la polizia francese afferma che Basil non sia mai arrivato a Parigi. Immagino che tra circa quindici giorni ci verrà detto che è stato visto a San Francisco. È strano: sembra che tutte le persone scomparse vengano sempre ritrovate a San Francisco. Deve essere una città davvero deliziosa, con tutti i fascini di un “altro mondo”, ”
“Cosa pensi che sia successo a Basil?” chiese Dorian, esaminando il suo bicchiere di vino rosso nel chiaro della luce e chiedendosi come potesse parlare dell’argomento con tanta calma.
“Non ne ho la minima idea. Se Basil decide di nascondersi, non è affar mio. Se è morto, non voglio nemmeno pensarci. La morte è l’unica cosa che mi spaventa davvero. La odio.”
“Perché?” chiese l’uomo più giovane, con stanchezza.
“Perché,” disse Lord Henry, facendo passare sotto il suo naso la rete dorata di una scatola contenente condimenti per insalate, “oggi si può sopravvivere a tutto tranne che a questo. La morte e la volgarità sono gli unici due fatti del diciannovesimo secolo che non si possono semplicemente ignorare o spiegare. Andiamo a bere il caffè nella sala da musica, Dorian. Devi suonarmi Chopin. L’uomo con cui mia moglie è scappata suonava Chopin in modo squisito. Povera Victoria! Le volevo molto bene. La casa sembra davvero vuota senza di lei. Ovviamente, la vita coniugale non è altro che un’abitudine. Una cattiva abitudine. Ma allora si rimpiangono persino le proprie peggiori abitudini. Forse soprattutto quelle. Fanno infatti parte essenziale della nostra personalità.”
Dorian non disse nulla; si alzò da tavola, entrò nella stanza accanto e si sedette al pianoforte. Dopo che il caffè fu servito, smise di suonare e guardando Lord Henry disse: “Harry, ti è mai venuto in mente che Basil sia stato assassinato?”
Lord Henry sbadigliò. “Basil era molto popolare. E portava sempre un orologio Waterbury. Perché avrebbe dovuto essere assassinato? Non era abbastanza intelligente da avere nemici. Certo, aveva un grande talento per la pittura. Ma si può dipingere come Velázquez eppure essere estremamente noiosi. Basil era davvero piuttosto noioso. Mi ha interessato una volta sola. Quando mi disse, anni fa, che provava per te un’adorazione profonda, e che tu eri il motivo principale della sua arte.”
“Mi piaceva molto Basil, ” disse Dorian con voce triste. “Ma non si dice forse che sia stato assassinato?”
“Oh, alcuni giornali lo dicono. Ma a me sembra del tutto improbabile. So che ci sono posti terribili a Parigi, ma Basil non era il tipo di persona che potesse andarci. Non aveva alcuna curiosità. Questa era la sua principale debolezza, ”
“Cosa ne penseresti, Harry, se ti dicessi che sono stato io ad assassinare Basil?” chiese il giovane. Lo guardò attentamente dopo aver parlato.
“Direi, caro amico, che stai cercando di interpretare un ruolo che non ti si addice affatto. Tutti i crimini sono volgari, proprio come tutta la volgarità è un crimine. Non sei il tipo di persona che possa commettere un omicidio, Dorian. Mi dispiace se queste parole offendono la tua vanità, ma ti assicuro che è la verità. Il crimine appartiene esclusivamente alle classi inferiori. Non li biasimo affatto. Penso anzi che per loro il crimine sia ciò che per noi l’arte, semplicemente un mezzo per provare sensazioni straordinarie, ”
“Un mezzo per provare sensazioni. Allora pensi davvero che una persona che abbia commesso un omicidio possa ripeterlo? Non dirmelo, ”
“Oh! Qualsiasi cosa diventa piacevole se la si fa troppo spesso,” esclamò Lord Henry ridendo. “Questo è uno dei più importanti segreti della vita. Tuttavia, credo che uccidere sia sempre un errore. Non si dovrebbe mai fare nulla di ciò di cui non si possa parlare dopo cena. Ma lasciamo perdere povero Basil. Vorrei davvero credere che avesse avuto una fine così davvero romantica come tu suggerisci, ma non riesco a farlo. Immagino che sia caduto nel Sena da un omnibus e che il conducente abbia insabbiato lo scandalo. Sì: penso che quella sia stata la sua fine. Lo vedo adesso sdraiato sul dorso sotto quelle acque di un verde opaco, con i pesanti battelli che galleggiano sopra di lui e lunghi fili d’erba impigliati nei suoi capelli. Sai? Non credo che avrebbe potuto compiere opere molto più utili. Negli ultimi dieci anni, la sua pittura è davvero peggiorata molto.”
Dorian sospirò; Lord Henry invece si avvicinò a un curioso pappagallo giavanese, un grande uccello dalle piume grigie con cresta e coda rosa, che si reggeva in equilibrio su un trespolo di bambù. Quando le sue dita affusolate lo toccarono, l’uccello abbassò le palpebre bianche e rugose sugli occhi neri e lucidi, e iniziò a dondolarsi avanti e indietro.
“Sì,” continuò, girandosi e tirando fuori il fazzoletto dalla tasca; “il suo dipinto era davvero pessimo. Mi sembrava che avesse perso qualcosa: aveva perso un ideale. Quando tu e lui smetteste di essere grandi amici, anche lui smise di essere un grande artista. Cosa vi separò? Immagino che ti abbia annoiato. Se è così, non te lo perdonò mai. È una caratteristica degli annoiati. A proposito, cosa ne è stato di quel meraviglioso ritratto che ti fece? Non credo di averlo più visto da quando lo completò. Oh! Ricordo che anni fa mi dicesti di averlo inviato a Selby, ma che fosse andato perduto o rubato durante il viaggio. Non l’hai mai riavuto indietro? Che peccato. Era davvero un capolavoro. Ricordo che volevo comprarlo. Vorrei averlo ancora ora. Apparteneva al periodo migliore della carriera di Basil. Da allora, il suo lavoro è diventato quella strana miscela di pessimi risultati artistici e buone intenzioni. Un tipico esempio di come un artista britannico possa essere definito “representative”. Hai pubblicizzato la sua scomparsa? Dovresti farlo.”
“Me ne sono dimenticato,” disse Dorian. “Suppongo di sì. Ma in realtà non mi è mai piaciuto. Mi dispiace di averlo fatto. Quel ricordo mi è odioso. Perché ne parli? Prima mi ricordava quelle strane frasi presenti in un’opera teatrale. Amleto, credo. Come recitano esattamente?
“Come il ritratto di una tristezza,
Un volto senza cuore.”
Sì: era proprio così.”
Lord Henry rise. “Se un uomo vive in modo artistico, il suo cervello diventa il suo cuore,” rispose, accomodandosi in una poltrona.
Dorian Gray scosse la testa e suonò alcune note dolci al pianoforte. “‘Come il ritratto di una tristezza,’” ripeté, “‘un volto senza cuore.’”
L’uomo anziano si sdraiò e lo guardò con gli occhi semichiusi. “A proposito, Dorian,” disse dopo una pausa, “‘Che vantaggio ha un uomo se vince il mondo intero ma perde, come recita il detto?, la propria ‘anima?’”
La musica si interruppe bruscamente e Dorian Gray si alzò di scatto, fissando il suo amico. “Perché me lo chiedi, Harry?”
“Mio caro amico,” rispose Lord Henry sollevando le sopracciglia sorpreso, “te l’ho chiesto perché pensavo che potessi darmi una risposta. Nient’altro. L’altro )domenica stavo passeggiando per il parco e vicino all’Arco di Marmo c’era un piccolo gruppo di persone dall’aspetto trasandato che ascoltavano un volgare predicatore di strada. Passandomo, ho sentito quell’uomo gridare quella domanda al suo pubblico. Mi è sembrata davvero molto drammatica. Londra è piena di effetti curiosi di questo genere: una giornata piovosa di )domenica, un cristiano rozzo con un impermeabile, un gruppo di volti pallidi sotto un tetto rotto e coperto di ombrelli gocciolanti. E poi quella frase gridata da labbra isteriche. Era davvero molto efficace, una vera e propria suggestione. Ho pensato di dire a quel predicatore che l’arte ha un’‘anima, ma che lui no. Tuttavia, temo che non mi avrebbe capito.”
“Non farlo, Harry. L’‘anima è una realtà terribile: può essere comprata, venduta o scambiata. Può essere avvelenata, o resa perfetta. Ogni uno di noi ne possiede una. Lo so per certo.”
“Ne sei davvero sicuro, Dorian?”
“Assolutamente.”
“Ah! allora deve essere un’illusione. Le cose di cui si è assolutamente certi non sono mai vere. Questa è la fatalità della fede e la lezione del romanzo. Quanto sei serio! Non essere così grave. Cosa abbiamo tu o io da fare con le superstizioni di questi tempi? No: abbiamo rinunciato alla nostra fede nell’‘anima. Suonami qualcosa. Suona un notturno, Dorian. E mentre suoni, dimmi, a voce bassa, come hai conservato la tua giovinezza. Devi avere qualche segreto. Sono solo dieci anni più vecchia di te, e sono piena di rughe, consumata, ingiallita. Sei davvero meraviglioso, Dorian. Non sei mai stato così affascinante come stasera. Mi ricordi il giorno in cui ti ho visto per la prima volta. Eri un po’ impertinente, molto timido. Ma assolutamente straordinario. Ovviamente sei cambiato, ma non nell’aspetto. Vorrei tanto che mi rivelassi il tuo segreto. Per riavere la mia giovinezza farei qualsiasi cosa al mondo, tranne esercitarmi, alzarmi presto o comportarmi in modo rispettabile. La giovinezza. Non c’è niente di paragonabile. È assurdo parlare dell’ignoranza della gioventù. Le uniche persone le cui opinioni ascolto ora con rispetto sono quelle molto più giovani di me. Sembrano essere davanti a me. La vita ha rivelato loro i suoi ultimi misteri. Per quanto riguarda gli anziani, li contraddico sempre. Lo faccio per principio. Se chiedi loro la loro opinione su qualcosa che è successo ieri, ti danno seriamente le opinioni del 1820, quando la gente indossava calze alte, credeva in tutto e non sapeva assolutamente nulla. Che meraviglia questa musica che stai suonando. Mi chiedo se Chopin l’abbia scritta a Maiorca, con il mare che piangeva intorno alla villa e la schiuma salata che batteva contro i vetri. È incredibilmente romantica. Che fortuna che ci sia ancora un’arte che non è imitativa. Non smettere. Voglio che la musica continui. Mi sembra che tu sia il giovane Apollo e che io sia Marsia che ti ascolta. Ho i miei dolori, Dorian, dolori di cui nemmeno tu sai nulla. La tragedia della vecchiaia non sta nel fatto di essere anziani, ma nel fatto di essere giovani. A volte mi sorprende la mia stessa sincerità. Ah, Dorian, quanto sei felice! Che vita meravigliosa hai avuto! Hai assaporato tutto appieno. Niente ti è stato nascosto. E per te tutto questo non è stato altro che suono di musica. Non ti ha rovinato. Sei ancora lo stesso, ”
“Non sono più lo stesso, Harry.”
“Sì, sei proprio lo stesso. Mi chiedo come sarà il resto della tua vita. Non rovinarla con rinunce. In questo momento sei perfetto: non renderti incompleto. Non hai alcun difetto. Non devi scuotere la testa; lo sai bene. Inoltre, Dorian, non ingannarti: la vita non è governata dalla volontà o dalle intenzioni. La vita dipende dai nervi, dalle fibre, dalle cellule che si formano lentamente. Sono queste cose che influenzano le nostre vite. Browning ne parla da qualche parte; ma sono i nostri stessi sensi a crearle per noi. Ci sono momenti in cui l’odore dei lilas blanc mi colpisce all’improvviso, e devo rivivere il mese più strano della mia vita. Vorrei poter scambiare i miei posti con te, Dorian.”
Il mondo si è indignato contro entrambi, ma ha sempre adorato te. E lo farà per sempre. Sei proprio ciò che questa epoca cerca, e al contempo teme di aver trovato. Sono così felice che tu non abbia mai fatto nulla: né scolpito statue, né dipinto quadri, né creato nulla al di fuori di te stesso! La vita stessa è stata la tua arte. Hai reso ogni tuo giorno un sonetto.
Dorian si alzò dal pianoforte e si passò la mano tra i capelli. “Sì, la vita è stata davvero incantevole,” mormorò, “ma non intendo vivere la stessa vita di prima, Harry. E non devi dire cose del genere. Non conosci tutto di me. Penso che se le conoscessi anche tu, ti allontaneresti da me. Ridi. Ma non ridere.”
“Perché hai smesso di suonare, Dorian? Torna e suona di nuovo quel notturno. Guarda quella meravigliosa luna color miele che splende nel cielo scuro. Sta aspettando che tu la incanti. Se suonerai, si avvicinerà ancora di più alla terra. Non vuoi farlo? Allora andiamo al club. È stata una serata incantevole. Dobbiamo concluderla allo stesso modo. C’è qualcuno al White’s che desidera molto conoscerti. Il giovane Lord Poole, il figlio maggiore di Bournemouth. Ha già copiato i tuoi cravatte e mi ha supplicato di presentartelo. È davvero simpatico. E in un certo senso ti assomiglia, ”
“Non lo spero affatto,” disse Dorian con uno sguardo triste negli occhi. “Ma sono stanco. È quasi l’una di notte, Harry. Voglio andare a letto presto.”
“Resta pure. Non hai mai suonato così bene come stasera. C’era qualcosa nel tuo modo di suonare che era davvero meraviglioso; aveva più espressione di quanta ne avessi mai sentita prima.”
“È perché diventerò bravo,” rispose lui sorridendo. “Sono già un po’ cambiato.”
“Non puoi cambiare per diventare come me, Dorian,” disse Lord Henry. “Noi due saremo sempre amici.”
“Eppure una volta mi hai avvelenato con un libro. Non dovrei perdonartelo. Harry, promettimi che non lo presterai mai più a nessuno. Fa del male.”
“Mio caro ragazzo, stai davvero iniziando a moralizzare. Presto diventerai come quegli convertiti e i riformatori che avvertono la gente contro tutti i peccati di cui ormai sei stanco. Sei troppo piacevole per fare una cosa del genere. Inoltre, è inutile: noi siamo ciò che siamo, e rimarremo ciò che siamo. Per quanto riguarda essere ‘avvelenati’ da un libro. Non esiste nulla del genere. L’arte non influisce sulle azioni; anzi, distrugge il desiderio di agire. È assolutamente sterile. I libri che il mondo considera immorali sono semplicemente quelli che mostrano alla gente la propria vergogna. Ma non parleremo più di letteratura. Vieni domani. Partirò a cavallo alle undici; potremmo andare insieme, e dopo pranzo ti porterò da Lady Branksome. È una donna incantevole. Vuole consultarti riguardo a alcuni arazzi che sta pensando di comprare. Non mancare. Oppure pranzeremo con la nostra piccola duchessa. Dice che non ti vede mai più. Forse sei stanco di Gladys. Pensavo che lo fossi. La sua lingua tagliente diventa davvero fastidiosa. Comunque, vieni alle undici, ”
“Devo davvero venire, Harry?”
“Certo. Il parco è davvero incantevole in questo periodo. Non credo ci siano mai stati tanti lillà come quest’anno. Molto bene. Sarò lì alle undici,” disse Dorian. “Buona notte, Harry, ” Mentre raggiungeva la porta, esitò per un momento, come se avesse qualcos’altro da dire. Poi sospirò e uscì.
CHAPTER 20 It was a lovely night, so warm that he threw his coat over his arm and did not even put his silk scarf round his throat. As he strolled home, smoking his cigarette, two young men in evening dress passed him. He heard one of them whisper to the other, “That is Dorian Gray.” He remembered how pleased he used to be when he was pointed out, or stared at, or talked about. He was tired of hearing his own name now. Half the charm of the little village where he had been so often lately was that no one knew who he was. He had often told the girl whom he had lured to love him that he was poor, and she had believed him. He had told her once that he was wicked, and she had laughed at him and answered that wicked people were always very old and very ugly. What a laugh she had! — just like a thrush singing. And how pretty she had been in her cotton dresses and her large hats! She knew nothing, but she had everything that he had lost. When he reached home, he found his servant waiting up for him. He sent him to bed, and threw himself down on the sofa in the library, and began to think over some of the things that Lord Henry had said to him. Was it really true that one could never change? He felt a wild longing for the unstained purity of his boyhood — his rose-white boyhood, as Lord Henry had once called it. He knew that he had tarnished himself, filled his mind with corruption and given horror to his fancy; that he had been an evil influence to others, and had experienced a terrible joy in being so; and that of the lives that had crossed his own, it had been the fairest and the most full of promise that he had brought to shame. But was it all irretrievable? Was there no hope for him? Ah! in what a monstrous moment of pride and passion he had prayed that the portrait should bear the burden of his days, and he keep the unsullied splendour of eternal youth! All his failure had been due to that. Better for him that each sin of his life had brought its sure swift penalty along with it. There was purification in punishment. Not “Forgive us our sins” but “Smite us for our iniquities” should be the prayer of man to a most just God. The curiously carved mirror that Lord Henry had given to him, so many years ago now, was standing on the table, and the white-limbed Cupids laughed round it as of old. He took it up, as he had done on that night of horror when he had first noted the change in the fatal picture, and with wild, tear-dimmed eyes looked into its polished shield. Once, some one who had terribly loved him had written to him a mad letter, ending with these idolatrous words: “The world is changed because you are made of ivory and gold. The curves of your lips rewrite history.” The phrases came back to his memory, and he repeated them over and over to himself. Then he loathed his own beauty, and flinging the mirror on the floor, crushed it into silver splinters beneath his heel. It was his beauty that had ruined him, his beauty and the youth that he had prayed for. But for those two things, his life might have been free from stain. His beauty had been to him but a mask, his youth but a mockery. What was youth at best? A green, an unripe time, a time of shallow moods, and sickly thoughts. Why had he worn its livery? Youth had spoiled him. It was better not to think of the past. Nothing could alter that. It was of himself, and of his own future, that he had to think. James Vane was hidden in a nameless grave in Selby churchyard. Alan Campbell had shot himself one night in his laboratory, but had not revealed the secret that he had been forced to know. The excitement, such as it was, over Basil Hallward’s disappearance would soon pass away. It was already waning. He was perfectly safe there. Nor, indeed, was it the death of Basil Hallward that weighed most upon his mind. It was the living death of his own soul that troubled him. Basil had painted the portrait that had marred his life. He could not forgive him that. It was the portrait that had done everything. Basil had said things to him that were unbearable, and that he had yet borne with patience. The murder had been simply the madness of a moment. As for Alan Campbell, his suicide had been his own act. He had chosen to do it. It was nothing to him. A new life! That was what he wanted. That was what he was waiting for. Surely he had begun it already. He had spared one innocent thing, at any rate. He would never again tempt innocence. He would be good. As he thought of Hetty Merton, he began to wonder if the portrait in the locked room had changed. Surely it was not still so horrible as it had been? Perhaps if his life became pure, he would be able to expel every sign of evil passion from the face. Perhaps the signs of evil had already gone away. He would go and look. He took the lamp from the table and crept upstairs. As he unbarred the door, a smile of joy flitted across his strangely young-looking face and lingered for a moment about his lips. Yes, he would be good, and the hideous thing that he had hidden away would no longer be a terror to him. He felt as if the load had been lifted from him already. He went in quietly, locking the door behind him, as was his custom, and dragged the purple hanging from the portrait. A cry of pain and indignation broke from him. He could see no change, save that in the eyes there was a look of cunning and in the mouth the curved wrinkle of the hypocrite. The thing was still loathsome — more loathsome, if possible, than before — and the scarlet dew that spotted the hand seemed brighter, and more like blood newly spilled. Then he trembled. Had it been merely vanity that had made him do his one good deed? Or the desire for a new sensation, as Lord Henry had hinted, with his mocking laugh? Or that passion to act a part that sometimes makes us do things finer than we are ourselves? Or, perhaps, all these? And why was the red stain larger than it had been? It seemed to have crept like a horrible disease over the wrinkled fingers. There was blood on the painted feet, as though the thing had dripped — blood even on the hand that had not held the knife. Confess? Did it mean that he was to confess? To give himself up and be put to death? He laughed. He felt that the idea was monstrous. Besides, even if he did confess, who would believe him? There was no trace of the murdered man anywhere. Everything belonging to him had been destroyed. He himself had burned what had been below-stairs. The world would simply say that he was mad. They would shut him up if he persisted in his story… Yet it was his duty to confess, to suffer public shame, and to make public atonement. There was a God who called upon men to tell their sins to earth as well as to heaven. Nothing that he could do would cleanse him till he had told his own sin. His sin? He shrugged his shoulders. The death of Basil Hallward seemed very little to him. He was thinking of Hetty Merton. For it was an unjust mirror, this mirror of his soul that he was looking at. Vanity? Curiosity? Hypocrisy? Had there been nothing more in his renunciation than that? There had been something more. At least he thought so. But who could tell? … No. There had been nothing more. Through vanity he had spared her. In hypocrisy he had worn the mask of goodness. For curiosity’s sake he had tried the denial of self. He recognized that now. But this murder — was it to dog him all his life? Was he always to be burdened by his past? Was he really to confess? Never. There was only one bit of evidence left against him. The picture itself — that was evidence. He would destroy it. Why had he kept it so long? Once it had given him pleasure to watch it changing and growing old. Of late he had felt no such pleasure. It had kept him awake at night. When he had been away, he had been filled with terror lest other eyes should look upon it. It had brought melancholy across his passions. Its mere memory had marred many moments of joy. It had been like conscience to him. Yes, it had been conscience. He would destroy it. He looked round and saw the knife that had stabbed Basil Hallward. He had cleaned it many times, till there was no stain left upon it. It was bright, and glistened. As it had killed the painter, so it would kill the painter’s work, and all that that meant. It would kill the past, and when that was dead, he would be free. It would kill this monstrous soul-life, and without its hideous warnings, he would be at peace. He seized the thing, and stabbed the picture with it. There was a cry heard, and a crash. The cry was so horrible in its agony that the frightened servants woke and crept out of their rooms. Two gentlemen, who were passing in the square below, stopped and looked up at the great house. They walked on till they met a policeman and brought him back. The man rang the bell several times, but there was no answer. Except for a light in one of the top windows, the house was all dark. After a time, he went away and stood in an adjoining portico and watched. “Whose house is that, Constable?” asked the elder of the two gentlemen. “Mr. Dorian Gray’s, sir,” answered the policeman. They looked at each other, as they walked away, and sneered. One of them was Sir Henry Ashton’s uncle. Inside, in the servants’ part of the house, the half-clad domestics were talking in low whispers to each other. Old Mrs. Leaf was crying and wringing her hands. Francis was as pale as death. After about a quarter of an hour, he got the coachman and one of the footmen and crept upstairs. They knocked, but there was no reply. They called out. Everything was still. Finally, after vainly trying to force the door, they got on the roof and dropped down on to the balcony. The windows yielded easily — their bolts were old. When they entered, they found hanging upon the wall a splendid portrait of their master as they had last seen him, in all the wonder of his exquisite youth and beauty. Lying on the floor was a dead man, in evening dress, with a knife in his heart. He was withered, wrinkled, and loathsome of visage. It was not till they had examined the rings that they recognized who it was.
CAPITOLO 20
Era una bella notte, così calda che si mise il cappotto sul braccio senza nemmeno indossare la sciarpa di seta intorno al collo. Mentre camminava verso casa, fumando la sua sigaretta, due giovani in abiti da sera lo superarono. Sentì uno di loro sussurrare all’altro: “Quello è Dorian Gray”. Ricordò quanto gli piacesse quando qualcuno lo indicava, lo fissava o ne parlava. Ora, invece, era stanco di sentire il proprio nome. Metà del fascino di quel piccolo villaggio, dove ultimamente si recava spesso, consisteva nel fatto che nessuno sapeva chi fosse veramente. Aveva spesso detto alla ragazza che aveva sedotto affinché lo amasse che era povero, e lei gli credeva. Le aveva anche detto di essere malvagio; lei rideva e rispondeva che le persone malvagie sono sempre molto anziane e molto brutte. Che risata! Proprio come il canto di un tordo. E com’era bella, con i suoi vestiti di cotone e i grandi cappelli. Non sapeva nulla, ma possedeva tutto ciò che lui aveva perso. Quando arrivò a casa, trovò il suo servitore ad aspettarlo. Lo mandò a letto e si gettò sul divano in biblioteca, cominciando a riflettere su alcune delle cose che Lord Henry gli aveva detto. Era davvero vero che non si poteva mai cambiare? Provava un desiderio folle per la purezza immacolata della sua infanzia. Quella infanzia bianca come una rosa, come l’aveva definita una volta Lord Henry. Sapeva di essersi corrotto, di aver riempito la propria mente di corruzione e di aver terrorizzato la propria immaginazione; sapeva di essere stato un esempio negativo per gli altri, e di aver provato una gioia terribile nel farlo. E che, tra tutte le vite che avevano incrociato la sua, era stata proprio quella più bella e piena di promesse ad essere stata rovinata da lui. Ma tutto questo era irreversibile? Non c’era alcuna speranza per lui? Ah. In quale momento orribile di orgoglio e passione aveva pregato che il ritratto portasse sulle sue spalle il peso dei suoi peccati, mentre lui stesso conservava la splendida purezza dell’eterna giovinezza. Tutto il suo fallimento era dovuto a quello. Sarebbe stato meglio se ogni suo peccato avesse comportato immediatamente una punizione. Nella punizione c’era forse una possibilità di purificazione. Non “Perdona i nostri peccati”, ma “Colpiscici per le nostre iniquità”. Questa dovrebbe essere la preghiera dell’uomo a un Dio giusto.
Lo stranamente intagliato specchio che Lord Henry gli aveva regalato tanti anni prima era posizionato sul tavolo; i Cupidi dalle braccia bianche ridevano intorno ad esso, proprio come una volta. Lo prese in mano, esattamente come aveva fatto quella notte di terrore quando per la prima volta notò il cambiamento in quel dipinto fatale; con occhi selvaggi e offuscati dalle lacrime, fissò lo specchio lucido. Una volta, qualcuno che lo aveva amato profondamente gli aveva scritto una lettera folle, che terminava con queste parole idolatriche: “Il mondo è cambiato perché sei fatto d’avorio e d’oro. Le curve delle tue labbra riscrivono la storia”. Queste frasi tornarono nella sua memoria; le ripeté più volte tra sé. Allora odiò la propria bellezza, e gettò lo specchio a terra, schiacciandolo in frammenti d’argento sotto i suoi piedi. Era stata proprio la sua bellezza ad averlo rovinato, la sua bellezza e la giovinezza per cui aveva pregato. Se non fosse stato per quelle due cose, la sua vita avrebbe potuto essere senza macchie. La sua bellezza era stata soltanto una maschera; la sua giovinezza, solo una beffa. Che cos’è davvero la giovinezza? Un periodo verde, immaturo, un tempo di umori superficiali e pensieri malati.
Perché indossava i suoi colori? La giovinezza lo aveva rovinato.
Era meglio non pensare al passato. Niente poteva cambiarlo. Doveva pensare solo a se stesso e al proprio futuro. James Vane era sepolto in una tomba senza nome nel cimitero della chiesa di Selby. Alan Campbell si era sparato una notte nel suo laboratorio, ma non aveva rivelato il segreto che era stato costretto a conoscere. L’agitazione suscitata dalla scomparsa di Basil Hallward sarebbe presto svanita; già stava diminuendo. Lì era perfettamente al sicuro. In realtà, non era nemmeno la morte di Basil Hallward a pesargli di più sul cuore. Era la “morte” vivente della propria ‘anima quella che lo tormentava. Basil aveva dipinto il ritratto che aveva rovinato la sua vita; non poteva perdonarlo per questo. Quel ritratto era stato la causa di tutto. Basil gli aveva detto cose insopportabili, e lui le aveva sopportate con pazienza. L’omicidio era stato semplicemente un attimo di pazzia. Per quanto riguardava Alan Campbell, il suo -suicidio era stata una scelta sua: l’aveva deciso lui stesso. E per lui non significava nulla.
Una nuova vita! Era quello che voleva. Era ciò che aspettava con ansia. Sicuramente aveva già iniziato quel percorso. Almeno, aveva risparmiato una cosa innocente. Non avrebbe mai più tentato l’innocenza. Sarebbe diventato buono.
Mentre pensava a Hetty Merton, cominciò a chiedersi se il ritratto nella stanza chiusa a chiave fosse cambiato. Sicuramente non era ancora così orribile come prima. Forse, se la sua vita diventasse pura, avrebbe potuto eliminare ogni traccia di passione malvagia dal suo volto. Forse quei segni del male erano già scomparsi. Sarebbe andato a controllare.
Prese la lampada dal tavolo e si diresse silenziosamente al piano di sopra. Mentre apriva la porta, un sorriso di gioia gli apparve sul viso, stranamente giovane per i suoi anni, e rimase lì per un momento sulle sue labbra. Sì, sarebbe stato bravo. E quella cosa orribile che aveva nascosto non lo avrebbe più terrorizzato. Si sentiva come se quel peso gli fosse stato finalmente tolto di dosso. Entrò in silenzio, chiudendo la porta dietro di sé, come faceva sempre, e tirò verso di sé il pezzo di stoffa viola appeso al ritratto. Un grido di dolore e indignazione gli sfuggì dalle labbra. Non c’era alcun cambiamento: negli occhi c’era solo un’espressione astuta, e sulla bocca quel sorriso ipocrita dei bugiardi. Quella cosa era ancora disgustosa. Forse persino di più che prima. E quella macchia rossa sulle sue mani sembrava ancora più vivida, come se fosse sangue appena versato. Tremò. Era stata solo vanità a spingerlo a compiere quel gesto buono? O forse il desiderio di provare nuove sensazioni, come aveva insinuato Lord Henry con la sua risata beffarda? O quella passione di interpretare un ruolo che a volte ci spinge a fare cose migliori di quelle che siamo in realtà. O forse tutte queste cose insieme? E perché quella macchia rossa era più grande di prima? Sembrava essersi diffusa su quelle dita rugose come una terribile malattia. C’era sangue anche sui piedi dipinti. Come se quella cosa avesse versato sangue. Sangue persino sulla mano che non aveva impugnato il coltello. Confessare? Voleva forse dire che doveva confessare. Arrendersi e essere messo a morte? Rise. Quell’idea gli sembrava orribile. Inoltre, anche se avesse confessato, chi gli avrebbe creduto? Non c’era traccia dell’uomo assassinato da nessuna parte. Tutto ciò che gli apparteneva era stato distrutto. Lui stesso aveva bruciato tutto ciò che si trovava al piano di sotto. Il mondo avrebbe semplicemente detto che era pazzo. Lo avrebbero fatto tacere se avesse continuato a raccontare quella storia. Eppure, confessare era il suo dovere. Subire l’umiliazione pubblica e fare ammenda davanti a tutti. C’era un Dio che chiedeva agli uomini di confessare i propri peccati sia sulla terra che in cielo. Niente avrebbe potuto purificarlo finché non avesse confessato il proprio vero peccato. Il suo peccato? Alzò le spalle. La morte di Basil Hallward gli sembrava davvero insignificante. Pensava a Hetty Merton. Quel “specchio” della sua anima rifletteva solo vanità, curiosità, ipocrisia. Nella sua rinuncia non c’era nient’altro? Forse sì. Almeno lui lo pensava. Ma chi poteva dirlo con certezza?. No. Non c’era nient’altro. Attraverso la vanità l’aveva risparmiata. Con l’ipocrisia aveva indossato la maschera della bontà. Per curiosità aveva provato a negare se stesso. Ora lo capiva.
Ma questo omicidio, doveva perseguitarlo per tutta la vita? Doveva essere sempre tormentato dal proprio passato? Doveva davvero confessare? Mai. Non rimaneva che una sola prova contro di lui: l’immagine stessa, quella era la prova. L’avrebbe distrutta. Perché l’aveva tenuta così a lungo? All’inizio gli dava piacere osservarla cambiare e invecchiare. Negli ultimi tempi, però, non provava più alcun piacere. Lo teneva sveglio di notte. Quando era lontano, era assalito dal terrore che altri occhi potessero vederla. Portava nella sua vita solo tristezza e malinconia. Il semplice ricordo di essa rovinava molti momenti felici. Era diventata come una “coscienza” per lui. Sì, proprio una “coscienza”. L’avrebbe distrutta.
Si guardò intorno e vide il coltello che aveva pugnalato Basil Hallward. L’aveva pulito molte volte, fino a quando non ne era rimasta alcuna traccia; brillava intensamente. Poiché quel coltello aveva ucciso il pittore, avrebbe anche distrutto le sue opere, e tutto ciò che esse rappresentavano. Avrebbe cancellato il passato, e una volta morto il passato, lui sarebbe stato libero. Avrebbe distrutto quella mostruosa esistenza demoniaca, e senza più quelle orribili minacce, avrebbe trovato la pace. Afferrò il coltello e lo conficcò nella tela.
Si udì un grido, e poi uno schianto. Quel grido era così terribile che i servitori spaventati si alzarono e uscirono dalle loro stanze. Due signori che passavano per la piazza sottostante si fermarono e guardarono verso quella grande casa. Proseguirono il loro cammino fino a incontrare un poliziotto, al quale chiesero di aiutarli. L’uomo suonò più volte alla porta, ma non ricevette risposta; l’unica luce visibile proveniva da una finestra del piano superiore. Il resto della casa era completamente buio. Dopo un po’, il poliziotto se ne andò e rimase ad aspettare in un portico adiacente.
“Di chi è questa casa, agente?”, chiese il più anziano dei due signori.
“Appartiene a Mr. Dorian Gray, signore”, rispose il poliziotto.
Si guardarono l’un l’altro mentre si allontanavano, e sogghignarono. Uno di loro era lo zio di Sir Henry Ashton.
Dentro, nella parte riservata ai servitori della casa, i domestici seminudi parlottavano a bassa voce tra loro. La vecchia signora Leaf piangeva e si torceva le mani; Francis era pallido come la morte.
Dopo circa un quarto d’ora, chiamò il cocchiere e uno dei valletti e salì di nascosto al piano di sopra. Bussarono, ma non ci fu risposta; chiamarono ancora. Tutto era silenzio. Alla fine, dopo aver tentato invano di forzare la porta, salirono sul tetto e scesero sul balcone. Le finestre si aprirono facilmente: i loro chiavistelli erano vecchi.
Entrando, videro appeso al muro un magnifico ritratto del loro padrone, così com’era l’ultima volta che lo avevano visto, nella piena bellezza della sua giovinezza e grazia. Sul pavimento giaceva un uomo morto, vestito con abiti da sera, con un coltello nel cuore. Era avvizzito, rugoso, orribile a vedersi. Solo esaminando gli anelli riconobbero chi fosse.