(Dal latino “dalle profondità”.)
Questa lettera fu scritta da Wilde durante la sua carcerazione nel carcere di Reading Gaol per Lord Alfred Douglas. Nella prima metà, Wilde racconta della loro precedente relazione e dello stile di vita stravagante che alla fine portò alla sua condanna e carcerazione per oscenità gravissime. Denuncia sia la vanità di Lord Alfred che la propria debolezza nel cedere a tali desideri. Nella seconda metà, descrive il proprio sviluppo spirituale in prigione e l’identificazione con Gesù Cristo, che definisce un artista romantico e individualista.
Wilde scrisse la lettera tra gennaio e marzo del 1897, verso la fine della sua carcerazione. Il drammaturgo soffriva a causa del lavoro fisico e dell’isolamento emotivo. Un nuovo direttore del carcere ritenne che scrivere potesse rappresentare un modo più terapeutico rispetto al lavoro forzato. L’opera di Wilde fu attentamente supervisionata e non gli fu permesso inviarla; la portò con sé al momento della liberazione e la affidò a Robert Ross, chiedendogli di farne fare due copie: una da inviare a lui stesso e l’altra a Douglas. Ross pubblicò la lettera nel 1905, cinque anni dopo la morte di Wilde, dando al testo il titolo “De Profundis”, tratto dal Salmo 130. Si trattava però di una versione incompleta, priva degli elementi autobiografici; diverse edizioni successive ripristinarono parte del contenuto originale fino a quando, nel 1962, il testo completo fu pubblicato in un volume delle lettere di Wilde.
Robert Ross nel 1911. Fu l’esecutore letterario di Wilde e si occupò della pubblicazione di “De Profundis”.
DALL’ABISSO
Epistola: in prigione e incatenato
H.M., Prigione, Reading
Gennaio-Marzo 1897 Caro Bosie, Dopo una lunga attesa infruttuosa, ho deciso di scriverti personalmente, sia per il tuo bene che per il mio. Non vorrei mai pensare di aver trascorso due anni interi in prigione senza ricevere nemmeno una tua lettera, né alcuna notizia o messaggio, se non quelli che mi causavano solo dolore. La nostra sfortunata e molto lamentevole amicizia è finita in rovina e nella pubblica infamia per me; tuttavia il ricordo del nostro antico affetto mi accompagna ancora spesso. Il pensiero che odio, amarezza e disprezzo possano sostituire per sempre nell’ mio cuore ciò che un tempo era amore è davvero molto triste. E credo anche tu senta nel tuo cuore che scrivere a me, mentre vivo nella solitudine della prigione, sia meglio che pubblicare le mie lettere senza il mio permesso, o dedicarmi poesie senza essere stato invitato. Anche se il mondo non saprà mai nulla delle parole di dolore, passione, rimorso o indifferenza che sceglierai di inviarmi in risposta o come appello.
Non ho alcun dubbio che in questa lettera, nella quale devo parlare della tua vita e della mia, del passato e del futuro, di cose dolci trasformate in amarezza e di cose amare che potrebbero diventare gioia, ci sarà molto che ferirà profondamente la tua vanità. Se così dovesse essere, leggi questa lettera più e più volte, fino a quando non avrà distrutto completamente la tua vanità. Se trovi in essa qualcosa per cui senti di essere ingiustamente accusato, ricorda che si dovrebbe essere grati anche solo per un errore per il quale si può essere accusati ingiustamente. Se c’è una sola frase in questa lettera che ti fa venire le lacrime agli occhi, piangi, proprio come piangiamo nella prigione, dove sia di giorno che di notte ci sono momenti dedicati alle lacrime. È l’unica cosa che può salvarti. Se vai a lamentarti con tua madre, come hai fatto riguardo al disprezzo che ho mostrato per te nella mia lettera a Robbie, affinché lei possa lusingarti e consolarti, ritornando così alla autoindulgenza o all’arroganza, sarai completamente perduto. Se trovi anche solo una scusa falsa per te stesso, presto ne troverai cento, e tornerai esattamente come eri prima. Continui ancora a dire, come hai detto a Robbie nella tua risposta, che “attribuisco motivi indegni” a te? Ah! Nella tua vita non c’erano motivi veri; avevi solo desideri. Un motivo è uno scopo intellettuale. Il fatto che fossi “molto giovane” quando è iniziata la nostra amicizia? Il tuo difetto non era quello di sapere troppo poco della vita, ma piuttosto di saperne troppo. La mattina dell’infanzia, con il suo delicato splendore, la sua luce chiara e pura, la gioia dell’innocenza e delle aspettative, tu l’avevi già lasciata molto indietro. Con passi veloci e decisi eri passato dal romanzo al realismo; i vicoli bui e le cose che vi vivono avevano iniziato a affascinarti. È da lì che sono nati i problemi per cui hai chiesto il mio aiuto, e io, seguendo la saggezza di questo mondo, per pietà e gentilezza te l’ho dato. Devi leggere questa lettera tutta d’un fiato, anche se ogni parola potrebbe ferirti profondamente, come il fuoco o il coltello del chirurgo che fa sanguinare la carne delicata. Ricorda che il stupido agli occhi degli dei è molto diverso da quello agli occhi dell’uomo: una persona che ignora completamente le forme dell’arte nel suo sviluppo, i modi di pensiero nel loro progresso, la magnificenza della poesia latina o la ricchezza della musica greca, la scultura toscana o il canto elisabettiano, può comunque essere piena della più dolce saggezza. Il vero stupido, quello che gli dei deridono e distruggono, è colui che non conosce se stesso. Anch’io sono stato così per molto tempo; tu lo sei stato anch’tu per molto tempo. Non essere più così. Non avere paura: il vizio supremo è la superficialità. Tutto ciò che viene realizzato è giusto. Ricorda anche che qualsiasi cosa ti sia dolorosa da leggere, è ancora più doloroso per me scriverla. Per te, le Forze Invisibili sono state molto gentili: ti hanno permesso di vedere le forme strane e tragiche della vita, proprio come si vedono le ombre in un cristallo.
La testa di Medusa che trasforma gli uomini vivi in pietra. A te è stato permesso di guardarla soltanto attraverso uno specchio. Tu stessa hai camminato liberamente tra i fiori. A me, invece, è stato tolto il bellissimo mondo dei colori e del movimento.
Comincerò dicendovi che mi biasimo terribilmente. Mentre sono seduto qui in questa cella buia, vestito come un prigioniero, un uomo disonorato e distrutto, è a me stesso che imputo tutto. Nei notti agitate e tormentate, nei giorni lunghi e monotoni di dolore, sono sempre io il responsabile. Mi biasimo per aver permesso a un’amicizia non intellettuale, a un’amicizia il cui scopo principale non era certo la creazione e la contemplazione di cose belle, di dominare completamente la mia vita. Fin dall’inizio c’era un abisso troppo grande tra noi: tu eri negligente a scuola, ancora peggio all’università. Non capivi che un artista, soprattutto uno come me, il cui lavoro dipende dall’intensificazione della propria personalità, ha bisogno per lo sviluppo della sua arte dell’accompagnamento di idee, di un ambiente intellettuale, di tranquillità, di pace e di solitudine. Ammiravi il mio lavoro quando era finito; ti divertivi ai grandi successi delle mie prime opere e alle feste che ne seguivano; eri orgoglioso, e naturalmente lo eri, di essere l’amico intimo di un artista così distinto. Ma non riuscivi a comprendere le condizioni necessarie per la creazione artistica. Non parlo con frasi retoriche o esagerazioni: dico la pura verità, quando ricordo che in tutto il tempo in cui siamo stati insieme, non ho scritto nemmeno una riga. Che fosse a Torquay, Goring, Londra, Firenze o altrove. La mia vita, finché eri al mio fianco, è stata completamente sterile e priva di creatività. E, purtroppo, quasi sempre sei stato al mio fianco.
Ricordo, ad esempio, a settembre del ’93: per citare solo un esempio tra tanti, presi un gruppo di stanze puramente per poter lavorare in tranquillità, poiché avevo rotto il contratto con John Hare, al quale avevo promesso di scrivere una pièce e che insisteva molto sull’argomento. Nella prima settimana te ne stavi lontano. Naturalmente, eravamo in disaccordo sulla valutazione artistica della tua traduzione di “Salomè”; quindi ti limitasti a mandarmi lettere stupide sull’argomento. In quella settimana scrissi e completai ogni dettaglio del primo atto di “An Ideal Husband”, così come fu poi rappresentato. Nella seconda settimana tornasti, e il mio lavoro dovette praticamente essere abbandonato. Arrivavo ogni mattina alle 11:30 a St James’s Place per poter pensare e scrivere in tranquillità, lontano dalle interruzioni legate alla mia stessa casa, così tranquilla e serena com’era. Ma tutto fu inutile. Alle dodici arrivavi tu, restavi lì a fumare sigarette e chiacchierare fino alle 13:30, quando dovevo portarti a pranzo al Café Royal o al Berkeley. Il pranzo, con i suoi liquori, durava di solito fino alle 15:30. Poi te ne andavi da White’s per un’ora. Al tè ricomparivi e restavi fino all’ora di vestirsi per la cena. Cenavi con me al Savoy o in Tite Street. Di solito non ci separavamo prima di mezzanotte, poiché la cena da Willis’s concludeva quella giornata “incantevole”. Questa era la mia vita per quei tre mesi, ogni singolo giorno, tranne che nei quattro giorni in cui te ne andavi all’estero. In quei casi dovevo naturalmente recarmi a Calais per riportarti indietro. Per la mia natura e il mio temperamento, quella era una situazione al tempo stesso grottesca e tragica. Sicuramente ora lo capisci, vero? Devi renderti conto che la tua incapacità di stare da solo, la tua natura estremamente esigente nel richiedere costantemente l’attenzione e il tempo degli altri, la tua mancanza di capacità di concentrarti intellettualmente per lunghi periodi. Quell’incidente sfortunato – poiché preferisco pensare che non fosse altro che un incidente – il fatto che tu non fossi ancora riuscito ad acquisire quella “temperatura intellettuale tipica di Oxford”. Il fatto che tu non fossi mai stato in grado di affrontare argomenti intellettuali con serenità, ma arrivassi sempre a conclusioni drastiche. Tutto questo, unito al fatto che i tuoi desideri e interessi riguardavano la vita quotidiana piuttosto che l’arte. Era altrettanto dannoso per il tuo progresso culturale quanto lo era per il mio lavoro di artista. Quando paragono la mia amicizia con te a quella con giovani come John Gray e Pierre Louÿs, mi sento in imbarazzo. La mia vera vita, la mia vita più significativa, l’ho trascorsa con loro.
Dei terribili risultati della mia amicizia con te non parlerò ora. Penso soltanto alla sua qualità durante il periodo in cui è durata. Per me è stata intellettualmente degradante. In te germogliavano i rudimenti di un temperamento artistico, ma ti ho incontrato troppo tardi, o forse troppo presto, non so. Quando eri lontana, andava tutto bene. Nel dicembre di quell’anno, quando sono riuscito a convincere tua madre a farti lasciare l’Inghilterra, ho ripreso in mano il “tessuto strappato e disordinato” della mia immaginazione, ho ripreso il controllo della mia vita. Non solo ho completato gli ultimi tre atti di An Ideal Husband, ma ho anche concepito e quasi terminato altre due opere di genere completamente diverso: la tragedia fiorentina La Sainte Courtisane. Ma all’improvviso, senza essere stato invitato, in circostanze fatali per la mia felicità, sei tornata. Le due opere che avevo lasciato incompiute non sono mai state riprese. Quell’umore creativo non è più stato possibile ritrovare. Ora che hai pubblicato tu stessa un volume di poesie, sarai in grado di riconoscere la verità di tutto ciò che ho detto. Che tu possa farlo o meno, questa verità orribile rimane nel cuore della nostra amicizia. Mentre eri con me, sei stata la rovina assoluta della mia arte. Per aver permesso che tu ti frapponessi costantemente tra l’arte e me, mi sono inflitto vergogna e rimorso in tutto il loro pieno. Non potevi capire. Non avevi alcuna capacità di comprendere. Non avevo il diritto di aspettarmelo da te. I tuoi interessi riguardavano soltanto i pasti e le tue umore. I tuoi desideri erano legati a divertimenti, a piaceri ordinari o meno. Erano ciò che il tuo temperamento richiedeva. O almeno così pensavi in quel momento. Avrei dovuto vietarti l’accesso alla mia casa e alle mie stanze, tranne quando te lo chiedevo io stesso. Mi biasimo senza riserve per la mia debolezza. Era soltanto debolezza. Per me, mezz’ora dedicata all’arte valeva più di un’intera giornata trascorsa con te. Nella mia vita, nulla ha mai avuto la minima importanza rispetto all’arte. Ma per un artista, la debolezza è quasi un crimine. Quando quella debolezza paralizza l’immaginazione.
Mi biasimo ancora una volta per aver permesso che tu mi portassi a una rovina finanziaria totale e disonorevole. Ricordo una mattina all’inizio di ottobre del ’92: ero seduto nei boschi ingialliti di Bracknell insieme a tua madre. A quel tempo sapevo molto poco della tua vera natura. Ero stato da te ad Oxford dal sabato al lunedì; tu eri rimasta con me a Cromer per dieci giorni e avevamo giocato a golf. La conversazione si concentrò su di te, e tua madre iniziò a parlarmi del tuo carattere. Mi raccontò dei tuoi due principali difetti: la tua vanità e il fatto che, secondo lei, “non capissi affatto cosa significasse gestire i soldi”. Ricordo chiaramente di aver riso. Non avevo idea che quella vanità mi avrebbe portato in prigione e quell’eccessiva spensieratezza alla bancarotta. Pensavo che la vanità fosse una sorta di “fiore elegante” da possedere da giovane; quanto all’extravaganza, be’, credevo che si trattasse semplicemente di un comportamento eccessivo. La prudenza e l’economia non facevano parte della mia natura, né della mia cultura. Ma prima ancora che la nostra amicizia durasse un mese, iniziai a capire cosa tua madre intendesse davvero. La tua insistenza nel vivere in modo dispendioso, le tue continue richieste di denaro, il fatto che pretendessi che tutti i tuoi piaceri fossero pagati da me, indipendentemente dal fatto che fossi con te o no. Questo mi causò seri problemi finanziari. Inoltre, il modo in cui insistevi costantemente per controllare la mia vita rendeva quelle spese ancora più insopportabili. Il denaro veniva quasi interamente speso in cose banali come cibo e bevande. A volte è piacevole avere una tavola imbandita con vino e fiori, ma tu andavi ben oltre ogni limite di gusto e moderazione. Chiedevi senza ritegno e accettavi tutto senza ringraziamenti. Iniziasti a pensare di avere il diritto di vivere alle mie spalle, in un lusso a cui non eri abituata. E questo rendeva i tuoi desideri ancora più intensi. Quando perdevi soldi al gioco d’azzardo in qualche casinò di Algeri, semplicemente mi telegrafavi il giorno dopo chiedendomi di coprire le perdite sul tuo conto bancario, senza nemmeno pensarci più.
Quando ti dico che, tra l’autunno del 1892 e la data della mia detenzione, ho speso con te e per te più di 5000 sterline in denaro effettivo, senza considerare le spese che ho sostenuto, allora puoi farti un’idea del tipo di vita a cui tu insistevi. Pensi che esageri? Le mie spese ordinarie con te, per una giornata normale a Londra – pranzo, cena, divertimenti, taxi e tutto il resto – andavano da 12 a 20 sterline; le spese settimanali, naturalmente, erano proporzionali e variavano da 80 a 130 sterline. Nei nostri tre mesi a Goring, le mie spese (inclusa l’affitto) ammontarono a 1340 sterline. Step by step, insieme al liquidatore fallimentare, ho dovuto esaminare ogni singola spesa della mia vita. È stato orribile. “Vita semplice e pensieri elevati” era, ovviamente, un ideale che tu non potevi apprezzare in quel momento; ma una tale stravaganza rappresentava una vergogna per entrambi. Uno dei pasti più deliziosi che ricordo di aver mangiato è stato quello che ho condiviso con Robbie in un piccolo caffè di Soho. Il costo di quel pasto era all’incirca lo stesso delle cene che spendevo con te, ma in sterline. Dal mio incontro con Robbie è nato il primo e migliore dei miei dialoghi: idea, titolo, trattamento, stile, tutto è stato deciso durante un pasto a 3 franchi e 50 centesimi. Delle cene sfrenate che facevo con te, non rimane nulla se non il ricordo di aver mangiato e bevuto troppo. E il fatto che io abbia ceduto alle tue richieste è stato dannoso per entrambi. Ora lo sai. Questo mi ha reso spesso avido, a volte addirittura senza scrupoli. E sempre scortese. In troppe occasioni, essere il tuo ospite non significava altro che gioia o privilegi. Hai dimenticato. Non parlo della formalità delle ringraziamenti, perché queste cortesie formali possono danneggiare una vera amicizia. Ma semplicemente della gentilezza nella compagnia reciproca, del piacere di conversare. Di tutte quelle cose che rendono la vita più bella, come la musica che accompagna le nostre giornate, mantenendo l’armonia e aggiungendo melodia ai momenti duri o silenziosi. E anche se può sembrarti strano che una persona nella mia terribile situazione possa distinguere tra una vergogna e un’altra, ammetto francamente che il fatto di aver sprecato tutto quel denaro per te, permettendoti di dissipare la mia fortuna a tuo vantaggio, ma anche al mio svantaggio, mi fa sentire parte di una comune follia. Una follia che mi rende doppiamente vergognoso del mio fallimento. Io sono fatto per qualcos’altro.
Ma soprattutto mi biasimo per tutta quella degradazione etica che ho permesso che tu mi infliggessi. La base del carattere è la forza di volontà, e la mia forza di volontà è diventata completamente soggetta alla tua. Sembra una cosa grottesca da dire, ma è pur sempre vera. Quegli atti incessanti che per te sembravano quasi indispensabili, in cui la tua mente e il tuo -corpo venivano distorti, trasformandoti in qualcosa di orribile sia a vedersi che ad ascoltarsi: quella terribile mania che hai ereditato da tuo padre, quella ossessione per scrivere lettere rivoltanti e disgustose; la tua totale incapacità di controllare le emozioni, evidente nei tuoi lunghi periodi di risentimento e silenzio cupo, così come nelle improvvisse crisi di rabbia quasi epilettica. Tutti questi fattori hanno portato al mio fatale cedimento alle tue richieste sempre più insistenti. Tu hai vinto; è stato il trionfo del più debole sul più forte. È esattamente quel tipo di tirannia del debole sul forte che, in uno dei miei drammi, descrivo come “l’unica tirannia che dura”.
Era inevitabile. In ogni relazione con gli altri, è necessario trovare un modo per vivere. Nel tuo caso, si poteva o cedere a te o rinunciare a te. Non esisteva altra alternativa. A causa di un affetto profondo, anche se mal riposto verso di te; a causa della grande compassione per i tuoi difetti di carattere e temperamento; a causa della mia stessa natura gentile e della mia indolenza celtica; a causa di una repulsione artistica per scene volgari e parole brutte; a causa di quella incapacità di provare rancore di qualsiasi tipo che, in quel momento, caratterizzava me. Per tutte queste ragioni, semplici quanto possano sembrare, ho sempre ceduto a te. Di conseguenza, le tue richieste, i tuoi tentativi di dominio, le tue pretese sono diventate sempre più irragionevoli. Il tuo movente più meschino, il tuo desiderio più basso, la tua passione più comune sono diventati per te leggi secondo cui le vite degli altri dovevano essere guidate, e, se necessario, sacrificare senza esitazione. Sapendo che facendo scenate potevi sempre ottenere ciò che volevi, era naturale che tu procedessi, quasi inconsciamente, verso ogni forma di violenza volgare. Alla fine, non sapevi nemmeno a quale scopo stavi correndo. Avevi sfruttato il mio genio, la mia forza di volontà e la mia fortuna. E, nella cecità di una sete inesauribile, volevi tutta la mia esistenza. L’hai presa. Nel momento più critico della mia vita, proprio prima che compissi quell’azione assurda, da un lato c’era tuo padre che mi attaccava con lettere orribili; dall’altro, tu che mi attaccavi con lettere altrettanto disgustose. La lettera che hai ricevuto quella mattina, quando ti ho lasciato portarmi al tribunale di polizia per chiedere quell’ordine assurdo di arresto di tuo padre, era una delle peggiori che avessi mai scritto, e per il motivo più vergognoso. Tra voi due, ho perso la testa. La mia capacità di giudizio mi ha abbandonato. Il terrore ha preso il sopravvento. Non vedevo alcuna via d’uscita, davvero. Davanti a voi due, barcollavo come un bue nel caos. Avevo commesso un errore psicologico enorme. Pensavo sempre che cedere a te in piccole cose non significasse nulla. Che, quando sarebbe arrivato il momento decisivo, avrei potuto riaffermare la mia forza di volontà. Ma non era così. Nel momento cruciale, la mia forza di volontà mi ha completamente abbandonato. Nella vita, in realtà, non esistono cose piccole o grandi. Tutto ha lo stesso valore. Il mio abitudine – nata soprattutto dall’indifferenza all’inizio – di cedere a te in tutto è diventata, senza che me ne rendessi conto, una parte integrante della mia natura. Senza che io lo sapessi, aveva plasmato il mio carattere in uno stato d’animo permanente e fatale.
Ecco perché, nell’epilogo sottile della prima edizione dei suoi saggi, Pater afferma che “Il fallimento consiste nel formare abitudini”. Quando lo disse, le persone noiose di Oxford considerarono quella frase semplicemente una capricciosa inversione del testo un po’ noioso dell’Etica aristotelica, ma in essa si nasconde una verità meravigliosa, e terribile. Ho permesso che tu minassero la mia forza di carattere, e per me la formazione di abitudini non è stata altro che rovina. Dal punto di vista etico, hai avuto su di me un effetto ancora più distruttivo rispetto a quello artistico.
Una volta concesso l’ordine di arresto, ovviamente il tuo testamento regolava tutto. In un momento in cui avrei dovuto trovarmi a Londra per prendere saggi consigli e riflettere con calma sulla terribile trappola nella quale mi ero lasciato intrappolare – quella che tuo padre chiama ancora oggi “una trappola mortale” – tu hai insistito affinché ti portassi a Monte Carlo, tra tutti i luoghi più disgustosi della terra. Perché tu potessi giocare d’azzardo tutto il giorno e tutta la notte, finché il casinò fosse aperto. Quanto a me. Poiché il baccarat non mi attirava affatto, sono stato lasciato da solo all’esterno. Hai rifiutato persino di discuterne per cinque minuti della situazione in cui tu e tuo padre mi avevate messo. Il mio compito era soltanto pagare le tue spese d’albergo e coprire le tue perdite. Qualsiasi accenno alle difficoltà che mi aspettavano veniva considerato noioso. Una nuova marca di champagne ci era stata consigliata. Ma a te interessava molto di più quella.
Al nostro ritorno a Londra, alcuni dei miei amici, che davvero desideravano il mio bene, mi hanno supplicato di andare all’estero e di non affrontare una prova impossibile. Tu hai attribuito loro motivi meschini per darmi quel consiglio, e codardia a me per ascoltarlo. Mi hai costretto a restare, per cercare di superare tutto questo con falsi testimoniaggi assurdi e stupidi. Alla fine sono stato arrestato. E tuo padre è diventato il “eroe” del momento. Anzi, molto di più di un semplice eroe. La tua famiglia, in modo strano, ora appartiene agli “immortali”. Perché, con quell’effetto grottesco che sembra quasi un elemento gotico nella storia, e che rende Clio la meno seria delle Muse, tuo padre vivrà per sempre tra quei genitori puri e onesti della letteratura scolastica domenicale. Il tuo posto è accanto al piccolo Samuele. Mentre io mi trovo nel più profondo abisso del Malebolge, tra Gilles de Rais e il Marchese di Sade.
Certo che avrei dovuto sbarazzarmi di te, avrei dovuto scacciarti dalla mia vita, proprio come un uomo si scuote di dosso ciò che lo ha pungito. Nella sua opera più meravigliosa, Eschilo ci parla del grande Signore che alleva nella sua casa il cucciolo di leone, quel piccolo leoncino, e lo ama perché accorre subito al suo richiamo e si umilia davanti a lui in cerca del cibo: “phaidropos poti cheira sainon te gastros anagkais phaidropos poti cheira, ”. Ma poi quel cucciolo cresce e rivela la natura della sua razza, distrugge il Signore, la sua casa e tutto ciò che possiede. Penso di essere stato proprio come lui. Ma il mio errore non è stato quello di essermi allontanato da te, bensì di averlo fatto troppo spesso. Per quel che ne so, ogni tre mesi interrompevo regolarmente la nostra “amicizia”, e ogni volta tu riuscivi, con suppliche, telegrammi, lettere, l’intervento dei tuoi amici e dei miei, a convincermi a riaccettarti. Quando, alla fine di marzo del ’93, lasciasti la mia casa a Torquay, decisi che non avrei mai più parlato con te, né ti avrei permesso di stare con me. Quella sera, prima della tua partenza, il comportamento che hai tenuto era stato davvero disgustoso. Scrivesti e telegrafasti da Bristol chiedendomi di perdonarti e di incontrarti. Il tuo tutore, che era rimasto, mi disse che a volte eri davvero irresponsabile nelle tue azioni e parole, e che la maggior parte degli studenti del Magdalen condivideva questa opinione. Accettai di incontrarti. E naturalmente ti perdonai. Lungo il tragitto verso la città, mi supplicasti di portarti al Savoy. Quell’incontro fu davvero fatale per me.
Tre mesi dopo, a giugno, ci trovavamo a Goring. Alcuni dei tuoi amici di Oxford vennero a trovarci da sabato a lunedì. La mattina in cui se ne andarono, fai un putiferio così terribile e angosciante che ti dissi che dovevamo separarci. Ricordo molto bene: eravamo seduti sul campo da croquet, circondati dal bel prato, e io ti spiegavo che stavamo rovinandoci a vicenda la vita; che tu stavi distruggendo completamente la mia, e che ovviamente non riuscivo davvero a renderti felice. Che quindi una separazione irreversibile fosse l’unica cosa saggia da fare. Dopo pranzo te ne andasti in silenzio, lasciando indietro una delle tue lettere più offensive, chiedendo al maggiordomo di consegnarmela dopo la tua partenza. Prima ancora che trascorressero tre giorni, mi inviesti un telegramma da Londra chiedendomi scusa e pregandomi di permetterti di tornare. Avevo fatto tutto questo per compiacerti: avevo assunto i tuoi stessi domestici su tua richiesta. Ero sempre profondamente dispiaciuta per quel terribile carattere di cui eri davvero vittima. Ti amavo, quindi ti lasciai tornare e ti perdonai. Tre mesi dopo ancora, a settembre, si verificarono nuovi episodi: il motivo fu che ti feci notare gli errori commessi nella tua tentativa di tradurre Salomé. A quel punto dovevi essere ormai un buon studioso di francese. Avresti dovuto sapere che quella traduzione non era degna né di te, né di uno studente ordinario di Oxford, né dell’opera che cercava di rappresentare. Ovviamente all’epoca non lo sapevi. In una delle tue lettere violente scrivesti che non avevi “nessun obbligo intellettuale nei miei confronti”. Ricordo che quando lessi quelle parole, pensai che fossero le uniche verità che mi avessi mai detto nel corso della nostra amicizia. Mi resi conto che una natura meno coltivata ti sarebbe probabilmente adatta molto di più. Non lo dico con amarezza, ma semplicemente come un fatto legato alla nostra convivenza. Alla fine, il fondamento di qualsiasi relazione, sia nel matrimonio che nell’amicizia, è la conversazione. E una conversazione deve avere un terreno comune. Tra due persone con culture molto diverse, l’unico terreno possibile è il livello più basso. Ciò che è banale nel pensiero e nell’azione può essere affascinante. L’avevo fatto diventare il pilastro di una “filosofia” molto brillante, espressa attraverso opere teatrali e paradossi. Ma la follia e le sciocchezze della nostra vita spesso diventavano estremamente noiose per me. Era solo nel caos che ci incontravamo. E anche se l’argomento su cui i tuoi discorsi ruotavano sempre era affascinante, alla fine diventava davvero monotono per me.
Spesso mi annoiavo terribilmente a causa di tutto questo, e l’ho accettato proprio come accettavo la tua passione per i locali musicali, o la tua mania per le stravaganze assurde nel mangiare e nel bere, o qualsiasi altra delle tue caratteristiche che, a mio parere, non erano particolarmente attraenti. Era qualcosa di cui semplicemente bisognava fare a meno, una conseguenza inevitabile del prezzo alto da pagare per conoscerti. Quando, dopo aver lasciato Goring, sono andato a Dinard per due settimane, sei stato estremamente arrabbiato con me perché non ti ho portato con me; prima della mia partenza hai anche fatto scenate molto sgradevoli sull’argomento all’Albemarle Hotel, e mi hai inviato alcuni telegrammi altrettanto spiacevoli da una casa di campagna dove stavo soggiornando per qualche giorno. Ti ho detto, ricordo, che pensavo fosse tuo dovere trascorrere un po’ di tempo con la tua gente, visto che avevi passato l’intera stagione lontano da loro. Ma onestamente, in nessun caso avrei potuto permetterti di venire con me. Eravamo stati insieme per quasi dodici settimane; avevo bisogno di riposo e di libertà dal terribile peso della tua compagnia. Era necessario che fossi un po’ da solo, anche per motivi intellettuali. Quindi confesso che nella lettera che ho citato ho visto un’ottima opportunità per porre fine a quella “fatale amicizia” che era nata tra di noi. Per farlo senza rancore, proprio come avevo cercato di fare quel luminoso mattino di giugno a Goring, tre mesi prima. Tuttavia, uno dei miei amici – a cui ti eri rivolto in quei momenti difficili – mi ha detto che saresti stato molto ferito, forse persino umiliato, se il tuo lavoro fosse stato restituito a te come un compito scolastico. Che mi aspettavo troppo da te dal punto di vista intellettuale. E che, qualunque cosa avessi scritto o fatto, eri comunque assolutamente e totalmente devoto a me. Non volevo essere io il primo ad ostacolare i tuoi primi passi nella letteratura. Sapevo bene che nessuna traduzione, tranne quella di un poeta, poteva rendere appieno il colore e il ritmo del mio lavoro. La devozione, a mio parere, è una cosa meravigliosa. Non si dovrebbe gettarla via facilmente. Quindi ho ripreso la traduzione e te l’ho restituita. Esattamente tre mesi dopo, dopo una serie di scenate particolarmente spiacevoli, quando un lunedì sera sei venuto nel mio appartamento accompagnato da due dei tuoi amici, il giorno seguente sono partito per l’estero per sfuggirti. Ho dato alla mia famiglia una scusa assurda per la mia improvvisa partenza e ho lasciato un indirizzo falso al mio servitore. Per paura che potessi seguirmi con il treno successivo.
E ricordo quel pomeriggio: mentre mi trovavo nel vagone ferroviario diretto a Parigi, pensavo a quanto fosse impossibile, terribile e completamente sbagliato lo stato in cui era finita la mia vita. Io, un uomo con una reputazione mondiale, ero costretto a fuggire dall’Inghilterra per liberarmi di un’amicizia che distruggeva completamente tutto ciò che di buono avevo, sia dal punto di vista intellettuale che etico. La persona di cui parlavo non era certo una creatura orribile emersa dai bassifondi o dalle fanghi della società moderna; si trattava di te stesso, un giovane della mia stessa classe sociale e posizione, che avevi studiato con me all’Oxford ed eri un ospite frequente nella mia casa. Arrivarono i soliti telegrammi pieni di suppliche e rimorsi. Ma li ignorai. Alla fine minaccisti che, se non acconsentivo a incontrarti, tu non avresti mai accettato di partire per l’Egitto. Io stesso, con il tuo consenso, avevo chiesto a tua madre di mandarti via dall’Inghilterra, perché stavi rovinando la tua vita a Londra. Sapevo che, se non fossi partito, lei ne avrebbe sofferto terribilmente. E per il suo bene, ti incontrai. Sotto l’influenza di emozioni intense – che anche tu non puoi aver dimenticato – perdonai il passato. Ma non dissi nulla riguardo al futuro.
Al mio ritorno a Londra il giorno seguente, ricordo di essere seduto nella mia stanza e di aver cercato con serietà e tristezza di capire se tu fossi davvero ciò che sembravi a me: pieno di terribili difetti, estremamente dannoso sia per te stesso che per gli altri, così pericoloso da conoscere o anche solo stare in tua compagnia. Per un intero settimana ci ho pensato, chiedendomi se forse non fossi ingiusto e sbagliato nel giudicarti. Alla fine della settimana mi è arrivata una lettera di tua madre: esprimeva perfettamente tutti i sentimenti che anch’io provavo per te. Parlava della tua cieca e esagerata vanità che ti faceva disprezzare la tua casa e trattare tuo fratello maggiore – quell’anima così sincera – come un “profano”; del tuo carattere che le impediva di parlarti della vita che conducevi, di quella che lei sentiva e sapeva che stavi vivendo; del tuo comportamento in materia economica, così doloroso per lei sotto molti aspetti; della degenerazione e dei cambiamenti che avevano avuto luogo in te. Naturalmente, vedeva che l’eredità genetica ti aveva lasciato un terribile fardello, e lo ammetteva apertamente, con orrore: “Sei il mio figlio che ha ereditato il pericoloso temperamento dei Douglas”, scriveva di te. Alla fine dichiarava di ritenere che la tua amicizia con me avesse intensificato ulteriormente la tua vanità, rendendola la causa di tutti i tuoi difetti, e mi pregava sinceramente di non incontrarti all’estero. Ho risposto subito, dicendole che concordavo completamente con ogni sua parola. Ho aggiunto molto altro. Le ho spiegato che l’inizio della nostra amicizia risaliva ai tuoi tempi universitari a Oxford, quando eri venuto da me per chiedere aiuto in una situazione molto grave e particolare. Le ho detto che la tua vita era continuamente stata segnata da problemi simili; che il motivo per cui eri andato in Belgio lo avevi attribuito a un compagno di viaggio, e che tua madre mi aveva rimproverato per averti presentato a lui. Ho invece attribuito la colpa a te. Le ho assicurato che non avevo alcuna intenzione di incontrarti all’estero, e le ho chiesto di cercare in ogni modo di farti restare lì: magari come attaché onorario, se fosse stato possibile; oppure per imparare lingue moderne, se questo fosse stato più opportuno. In ogni caso, per almeno due o tre anni, sia per il tuo bene che per il mio.
Nel frattempo, tu continuavi a scrivermi attraverso ogni postale proveniente dall’Egitto. Non ho prestato la minima attenzione a nessuna delle tue comunicazioni: le leggevo e poi le strappavo. Avevo deciso definitivamente di non avere più nulla a che fare con te. La mia decisione era irrevocabile, e mi dedicai con piacere all’Arte, il cui progresso avevi cercato di ostacolare. Dopo tre mesi, tua madre, con quella sfortunata debolezza di volontà che la caratterizza e che, nella tragedia della mia vita, è stata un fattore altrettanto fatale quanto la violenza di tuo padre, scrisse personalmente a me. Non ho alcun dubbio che fosse su tua istigazione. Mi disse che eri estremamente desideroso di ricevere mie notizie, e per evitare che avessi scuse per non comunicare con te, mi inviò l’indirizzo tuo ad Atene, che naturalmente conoscevo già molto bene. Devo ammettere di essere rimasto assolutamente sbalordito dalla sua lettera: non riuscivo a capire come, dopo ciò che lei mi aveva scritto a dicembre e ciò che io le avevo risposto, potesse anche solo tentare di riparare o rinnovare la mia sfortunata amicizia con te. Naturalmente risposi alla sua lettera e le raccomandai nuovamente di cercare di farti assumere da qualche ambasciata all’estero, per impedirti di tornare in Inghilterra. Ma non ti scrissi più, né prestai attenzione ai tuoi telegrammi, proprio come prima che tua madre mi scrivesse. Alla fine, tu stesso telegrafasti a mia moglie chiedendole di intercedere presso di me affinché ti scrivessi. La nostra amicizia era sempre stata una fonte di preoccupazione per lei: non solo perché personalmente non ti aveva mai simpatizzato, ma anche perché vedeva come la tua costante compagnia mi stesse cambiando, e non in meglio. Tuttavia, proprio come era sempre stata estremamente gentile e ospitale con te, non riusciva a sopportare l’idea che io potessi essere in qualche modo scortese verso uno dei miei amici. Pensava, anzi ne era certa, che questo fosse del tutto contrario al mio carattere. Su sua richiesta, ti scrissi dunque. Ricordo perfettamente le parole del mio telegramma: dissi che il tempo guarisce tutte le ferite, ma che per molti mesi non avrei né scritto né visto te. Tu partisti immediatamente per l’Parigi, inviandomi appassionati telegrammi lungo la strada per supplicarmi di incontrarti almeno una volta. Rifiutai. Arrivasti a Parigi in una sera di sabato e trovasti una mia breve lettera ad aspettarti in hotel, nella quale dichiaravo che non avrei voluto vederti. Il giorno dopo ricevetti da te un telegramma lungo circa dieci o undici pagine.
Hai detto che non potevi credere che avrei rifiutato assolutamente di incontrarti, indipendentemente da ciò che tu potessi avermi fatto; mi hai ricordato che, per vedermi anche solo per un’ora, avevi viaggiato sei giorni e notti attraverso l’Europa senza fermarti nemmeno una volta lungo la strada. Hai fatto una richiesta, devo ammetterlo, davvero patetica, e hai concluso con ciò che a me è sembrata una minaccia di suicidio, e non una minaccia velata. Tu stesso mi avevi spesso raccontato quanti membri della tua razza avessero macchiato le loro mani con il proprio sangue; tuo zio sicuramente, forse anche tuo nonno; molti altri nella folle e malvagia linea di discendenza da cui provieni. Povero me. Il mio vecchio affetto per te, la considerazione che nutrivo per tua madre, a cui una tua morte in circostanze così terribili avrebbe inflitto un dolore quasi insopportabile. L’orrore di pensare che una vita così giovane, e che nonostante tutti i suoi difetti aveva ancora in sé promesse di bellezza, dovesse finire in modo così orrendo. La semplice umanità. Tutto questo, se necessario come scusa, deve bastare a giustificare il mio consenso ad accordarti un ultimo incontro. Quando sono arrivato a Parigi, le tue lacrime che continuavano a scendere durante tutta la serata, cadendo sulle tue guance mentre sedevamo a cena prima da Voisin e poi da Paillard. La gioia sincera che mostravi nel vedermi, tenendo sempre la mia mano ogni volta che ne avevi l’occasione, come se fossi un bambino gentile e pentito. Il tuo rimorso, così semplice e sincero in quel momento. Tutto questo mi ha fatto decidere di ristabilire la nostra amicizia. Due giorni dopo il nostro ritorno a Londra, tuo padre ti ha visto pranzare con me al Café Royal; si è seduto al mio tavolo, ha bevuto il mio vino. E quel pomeriggio, attraverso una lettera indirizzata a te, ha iniziato il suo primo attacco contro di me.
Può sembrare strano, ma ancora una volta – non direi che si tratti di una casualità, ma piuttosto di un dovere – mi è stato imposto separarmi da te. Non c’è bisogno che ti ricordi a cosa mi riferisco: parlo del tuo comportamento verso di me a Brighton, dal 10 al 13 ottobre 1894. Tre anni sono un periodo molto lungo. Ma noi, che viviamo in prigione e la cui vita è fatta soltanto di dolore, dobbiamo misurare il tempo attraverso le ondate di sofferenza e i ricordi di momenti amari. Non abbiamo altro a cui pensare. La sofferenza – per quanto possa sembrarti strano – è l’unico mezzo con cui esistiamo, perché è l’unico modo per renderci conto del proprio essere; inoltre, il ricordo della sofferenza passata rappresenta per noi la prova, l’evidenza della nostra continua identità. Tra me e i ricordi di gioia c’è un abisso altrettanto profondo di quello che separa me dalla vera gioia. Se la nostra vita insieme fosse stata davvero quella che il mondo immagina – fatta soltanto di piacere, dissolutezza e risate – non riuscirei a ricordarne nemmeno un istante. È proprio perché è stata piena di momenti tragici, amari, sinistri nelle loro avvisaglie, noiosi o terribili nelle loro scene monotone e violenze inappropriatamente crude che riesco ancora oggi a ricordare ogni singolo dettaglio di quegli eventi. Anzi, è proprio per questo che la mia amicizia con te, nel modo in cui sono costretto a ricordarla, mi appare sempre come un preludio coerente con tutte quelle forme di angoscia che devo affrontare ogni giorno; persino come qualcosa che le rende necessarie. Come se la mia vita, per quanto possa essere sembrata a me e agli altri, fosse in realtà una vera “Sinfonia del Dolore”, che attraverso movimenti ritmicamente collegati arriva inevitabilmente alla sua conclusione. Con quella stessa inevitabilità che nell’arte caratterizza l’espressione di ogni grande tema.
Ho parlato del tuo comportamento con me per tre giorni consecutivi, tre anni fa, vero? Stavo cercando di terminare da solo la mia ultima opera teatrale a Worthing. Le due visite che mi avevi fatto erano già finite. Improvvisamente sei tornato una terza volta, portando con te un’amica che hai addirittura proposto di far rimanere nella mia casa. Io, devi ammetterlo ora, ho rifiutato categoricamente. Certo, ti ho ospitato; non avevo altra scelta, ma in un altro posto, non nella mia stessa casa. Il giorno dopo, di lunedì, la tua amica è tornata alle sue occupazioni professionali e tu sei rimasto con me. Stufa di Worthing, e soprattutto, deluso dai miei vani tentativi di concentrarmi sulla mia opera, l’unica cosa che mi interessasse davvero in quel momento, hai insistito per andare al Grand Hotel di Brighton. La sera in cui siamo arrivati sei ammalato di quella terribile febbre bassa che stupidamente viene chiamata influenza. Era la seconda, se non la terza volta che ti ammalavi così. Non c’è bisogno che ti ricordi quanto mi sono presa cura di te: non solo con tutti i lussi che il denaro può permettersi – frutta, fiori, regali, libri, – ma anche con quell’affetto, quella tenerezza e quel amore che, per quanto tu possa pensare, non si possono comprare con i soldi. A parte un’ora di passeggiata al mattino e un’ora in macchina al pomeriggio, non ho mai lasciato l’hotel. Ho fatto venire appositamente dell’uva da Londra per te, poiché non ti piaceva quella che forniva l’hotel; ho inventato di tutto per farti contento, sono rimasta sempre con te o nella stanza accanto alla tua, ogni sera mi sedevo vicino a te per rilassarti o intrattenerti. Dopo quattro o cinque giorni ti sei ripreso, e io ho trovato un alloggio separato per cercare di terminare la mia opera. Naturalmente tu mi hai accompagnata. Il giorno dopo il nostro arrivo mi sono sentita molto male, dovevi andare a Londra per affari, ma mi avevi promesso di tornare nel pomeriggio. A Londra hai incontrato un amico e non sei tornato a Brighton fino a tarda sera. Entro quel momento ero già gravemente malata, il dottore ha detto che avevo preso l’influenza da te. Non c’è niente di più scomodo per una persona malata di quanto possano essere gli alloggi in cui si vive. Il mio salotto era al primo piano, la mia camera da letto al terzo. Non c’era nessuno che potesse aiutarmi, né qualcuno che potesse andare a prendere ciò che il dottore mi aveva prescritto. Ma tu eri lì. Non ero preoccupata. Nei due giorni successivi mi hai lasciata completamente sola, senza cure, senza assistenza. Non si trattava di frutta, fiori o regali, ma di cose essenziali. Non riuscivo nemmeno a procurarmi il latte che il dottore mi aveva ordinato, la limonata era considerata impossibile da trovare. E quando ti ho pregato di andare dal libraio a prendermi un libro, o, se non ne avevano quello che volevo, di sceglierne un altro, nemmeno te ne sei preso la briga.
E quando rimasi tutto il giorno senza nulla da leggere, tu mi dici con calma che mi avevi comprato quel libro e che ti erano promessi di mandarmelo giù. Una dichiarazione che in seguito scoprii per caso essere del tutto falsa, dall’inizio alla fine. Nel frattempo, naturalmente, vivevi a mie spese: viaggiavi, pranzavi al Grand Hotel e venivi nella mia stanza soltanto per soldi. Sabato sera, dopo che mi avevi lasciata completamente sola da mattina, ti chiesi di tornare dopo cena per stare un po’ con me. Con voce irritabile e modi scortesi, promettesti di farlo. Aspettai fino alle undici, ma tu non arrivasti mai. Allora lasciai un biglietto nella tua stanza, ricordandoti della promessa fatta. Alle tre di notte, incapace di dormire e tormentata dalla sete, scesi nel soggiorno nella speranza di trovare dell’acqua. Ti trovai lì. Mi aggredisti con parole orribili, mostrando tutto il veleno di una natura indisciplinata e ignorante. Il tuo egoismo trasformò il rimorso in rabbia. Mi accusasti di essere egoista per voler che fossi con me quando ero malata; di ostacolarti nei tuoi divertimenti. Di cercare di privarti dei piaceri che desideravi. Mi dicesti, e so che era vero, che eri tornato a mezzanotte soltanto per cambiarti d’abito e poi andartene di nuovo, verso nuovi piaceri. Ma lasciando un biglietto in cui ti ricordavo di avermi trascurata tutto il giorno e tutta la sera, avevo davvero rovinato la tua voglia di divertirti. Tornai di sopra disgustata. Rimasi sveglia fino all’alba. E solo molto dopo l’alba riuscii a bere qualcosa per placare la sete causata dalla febbre. Alle undici entri nella mia stanza. Dalla scena precedente avevo notato che, almeno con quel biglietto, ero riuscita a fermarti in una notte particolarmente violenta. La mattina dopo eri di nuovo te stesso. Aspettavo naturalmente le tue scuse. E il modo in cui avresti chiesto perdono. Sapevo che nel tuo cuore quella richiesta di scusa era sempre pronta, indipendentemente da tutto ciò che facevi. La tua assoluta fiducia nel fatto che ti avrei sempre perdonato era probabilmente la cosa che mi piaceva di più in te. Anzi, forse era l’unica cosa bella in te. Invece non feci nulla del genere. Iniziasti a ripetere le stesse cose, con ancora più violenza e insistenza. Ti dissi chiaramente di andartene. Finsi di farlo. Ma quando sollevai la testa dal cuscino, eri ancora lì. E con risate brutali e rabbia isterica ti avvicinasti improvvisamente a me.
Un senso di orrore mi invase, ma non riuscivo a capire esattamente il motivo; tuttavia mi alzai immediatamente dal letto, a piedi nudi, e scesi le due rampe di scale fino alla sala da pranzo, senza lasciarla finché il proprietario dell’appartamento – che avevo chiamato – non mi assicurò che eri uscita dalla mia camera e promise di rimanere a disposizione in caso di necessità. Dopo un’ora, durante la quale il dottore era venuto a trovarmi e mi aveva trovato in uno stato di totale prostrazione nervosa, con una febbre ancora più alta rispetto all’inizio, tu tornasti silenziosamente, per soldi: presi tutto ciò che riuscisti a trovare sul comodino e sulla mensola del camino, e lasciasti la casa con i tuoi bagagli. Devo forse dirti cosa pensai di te durante quei due terribili giorni solitari di malattia? È necessario che dichiari chiaramente che capii perfettamente che continuare anche solo ad avere a che fare con una persona come te sarebbe stato un disonore per me? Che riconobbi che era arrivato il momento finale, e che questo rappresentava in realtà un grande sollievo? E che sapevo che, da quel momento in poi, la mia arte e la mia vita sarebbero state più libere, migliori e più belle sotto ogni aspetto possibile? Nonostante fossi malata, mi sentivo in pace. Il fatto che quella separazione fosse irreversibile mi dava tranquillità. Entro martedì la febbre era passata, e per la prima volta mangiai al piano di sotto. Mercoledì era il mio compleanno. Tra i telegrammi e le lettere sul mio tavolo c’era una tua scrittura. La aprii con tristezza: sapevo che ormai era troppo tardi perché qualche bella frase, un’espressione d affetto o una parola di compassione potessero farmi riprendere con te. Ma mi sbagliavo completamente. Ti avevo sottovalutata. La lettera che mi hai inviato per il mio compleanno era in realtà una ripetizione dettagliata di quelle due scene, descritte con astuzia e precisione. Mi prendevi in giro con battute volgari. Il tuo unico piacere in tutta questa faccenda era stato, dicevi, quello di essere andata al Grand Hotel e aver pagato il pranzo a mio carico prima di partire per la città. Mi hai anche complimentata per la mia “prudenza” nel lasciare il letto malato e per la mia improvvisa decisione di scendere al piano di sotto, “È stato un momento brutto per te,” hai detto, “peggio di quanto tu possa immaginare, ” Ah. Lo sapevo fin troppo bene. Non sapevo però cosa intendessi esattamente: se avevi con te quella pistola che avevi comprato per minacciare tuo padre, e che, pensando fosse scarica, avevi sparato in un ristorante pubblico davanti a me. Se stavi per afferrare un coltello da tavolo che per caso si trovava sul tavolo tra noi. O se, nella tua rabbia, avevi dimenticato la tua bassa statura e la tua debolezza, e avevi pensato di infliggermi qualche insulto particolarmente personale. Non lo so. E non lo so ancora oggi.
Tutto quello che so è che mi ha assalito un senso di orrore totale, e ho capito che, se non lasciavo immediatamente quella stanza e me ne andavo, avresti fatto, o cercato di fare, qualcosa che, anche per te, sarebbe stato motivo di vergogna per tutta la vita. Solo una volta nella mia vita avevo provato un simile orrore verso un essere umano: era quando, nella mia biblioteca in Tite Street, tuo padre, con il suo bullo o il suo amico tra noi, agitava le mani nell’aria in preda a una furia epilettica, pronunciando ogni parola oscena che la sua mente malvagia potesse concepire e urlando minacce disgustose che poi, con grande astuzia, avrebbe messo in atto. In quel caso, naturalmente, fu lui ad dover andarsene per primo. Io lo cacciai via. Nel tuo caso, sono stato io a farlo. Non era la prima volta che dovevo salvarti da te stesso.
Hai concluso la tua lettera dicendo: “Quando non sei sul tuo piedistallo, non sei interessante. La prossima volta che sarai malato, me ne andrò subito.” Ah! Che rozzezza, che totale mancanza di immaginazione. Quanto è diventato insensibile e banale il tuo temperamento a quel punto, “Quando non sei sul tuo piedistallo, non sei interessante. La prossima volta che sarai malato, me ne andrò subito.” Quante volte queste parole sono tornate nella mia mente nella misera cella solitaria di tutte le prigioni in cui sono stato mandato. Le ho ripetute infinite volte, sperando ingiustamente che contenessero qualche segreto del tuo strano silenzio. Che tu mi abbia scritto così, proprio mentre la malattia e la febbre di cui soffrivo erano causate dal prendermi cura di te, è certamente qualcosa di disgustoso e crudele. Ma che qualsiasi essere umano al mondo scrivesse in questo modo a un altro, sarebbe un peccato per il quale non esiste perdono, se mai ne esistesse uno.
Devo confessare che, dopo aver letto la tua lettera, mi sono sentito quasi contaminato, come se associarmi a una persona di tale natura avesse macchiato e umiliato irrimediabilmente la mia vita. È vero, l’avevo fatto, ma solo sei mesi più tardi ho compreso appieno le conseguenze delle mie azioni. Ho deciso quindi di tornare a Londra il venerdì successivo per parlare personalmente con Sir George Lewis e chiedergli di scrivere a tuo padre, spiegandogli che avevo deciso di non permetterti mai, in nessuna circostanza, di entrare nella mia casa, di sedermi alla mia tavola, di parlarmi, di camminare con me o di essere mio compagno in qualsiasi momento. Dopo aver preso questa decisione, avrei voluto scriverti per informarti delle mie intenzioni, ma le ragioni che mi avevano spinto a farlo le avresti comunque capite da solo. Tutto era stato organizzato il giovedì sera. Ma venerdì mattina, mentre stavo facendo colazione, ho aperto il giornale e ho letto un telegramma che annunciava la morte di tuo fratello maggiore: l’erede del titolo, il pilastro della famiglia, era stato trovato morto in una fossa, con la pistola ancora fumante accanto a lui. L’orrore di quella tragedia, il pathos di una morte improvvisa e così improvvisa, la sofferenza di tua madre, che aveva sempre trovato conforto in lui, tutto questo mi ha suscitato un immenso dolore per te e per tutta la tua famiglia. Ho dimenticato le mie proprie angoscie e rancori nei tuoi confronti. Non potevo certo trattarti con la stessa crudeltà che avevi subito tu nella mia malattia. Ti ho immediatamente inviato un telegramma di profondo cordoglio, e nel successivo lettera ti ho invitato a venire a casa mia non appena fossi stato in grado. Sentivo che abbandonarti in quel momento, attraverso canali formali, sarebbe stato troppo crudele per te.
Al tuo ritorno in città, dal luogo stesso della tragedia per la quale eri stato chiamato, venisti da me subito, con dolcezza e semplicità, nel tuo abito di dolore, con gli occhi offuscati dalle lacrime. Cerchesti consolazione e aiuto, come potrebbe farlo un bambino. Ti aprii la mia casa, il mio cuore. Resi anche il tuo dolore mio, affinché potessi aiutarti a sopportarlo. Mai, nemmeno con una parola, menzionai il tuo comportamento verso di me, quelle scene orribili e quella lettera disgustosa. Il tuo dolore, che era sincero, sembrava avvicinarti a me più di quanto mai fossi stato prima. I fiori che mi presi per metterli sulla tomba di tuo fratello dovevano rappresentare non solo la bellezza della sua vita, ma anche quella bellezza che in tutte le vite giace nascosta e può essere portata alla luce.
Gli dèi sono strani: non usano soltanto i nostri vizi come strumenti per tormentarci; ci portano alla rovina attraverso ciò che in noi c’è di buono, di gentile, di umano, di amorevole. Ma se non fosse stato per la mia pietà e affetto verso di te e verso la tua famiglia, ora non starei piangendo in questo luogo terribile.
In tutte le nostre relazioni, vedo non solo il Destino, ma anche la Distruzione: una distruzione che avanza sempre velocemente, perché è diretta al versamento di %sangue. Attraverso tuo padre, appartieni a una stirpe con cui il matrimonio è orribile, l’amicizia fatale, e che colpisce violentemente sia la propria vita che quelle degli altri. In ogni piccola circostanza in cui i nostri destini si incrociavano; in ogni momento importante, o apparentemente insignificante, in cui venivi da me per cercare piacere o aiuto; in quei piccoli eventi, quelle lievi coincidenze che, nel contesto della vita, sembrano nient’altro che la polvere che danza nella luce del sole, o il foglio che si stacca dall’albero. La Distruzione seguiva sempre, come l’eco di un grido amaro, o l’ombra che insegue la bestia ferale. La nostra amicizia è davvero iniziata quando mi hai chiesto aiuto, con una lettera estremamente patetica e affascinante, in una situazione terribile per chiunque, soprattutto per un giovane a Oxford. Ti ho aiutato, ma poi, perché hai usato il mio nome come tuo “amico” davanti a Sir George Lewis, ho iniziato a perdere la sua stima e la nostra amicizia, una relazione durata quindici anni. Quando mi sono visto privare del suo consiglio, del suo aiuto e della sua considerazione, mi sono ritrovato senza quella grande protezione nella mia vita.
Mi avete inviato una poesia molto bella, scritta da uno studente universitario. Vi rispondo con una lettera piena di concetti letterari fantastici: vi paragono a Ila, o ad Iasino, o a Narciso, o a qualcuno che il grande dio della Poesia abbia favorito e onorato con il suo amore. Quella lettera sembra tratta da uno dei sonetti di Shakespeare, trasposta in una tonalità minore. Può essere compresa soltanto da chi ha letto il “Simposio” di Platone, o ha percepito lo spirito di quella certa atmosfera grave resa bella attraverso le sculture greche. Francamente, è il tipo di lettera che, in un momento felice ma anche capriccioso, avrei potuto scrivere a qualsiasi giovane elegante delle due università che mi avesse inviato una poesia sua, convinta che possedesse abbastanza intelligenza e cultura per interpretare correttamente le sue frasi fantasiose. Guardate un po’ la storia di quella lettera. Viene da voi, passa nelle mani di un individuo disgustoso, poi in quelle di una banda di ricattatori. Copie vengono inviate a Londra ai miei amici, e anche al direttore del teatro dove vengono rappresentate le mie opere. Viene interpretata in modo completamente errato. La società si eccita per voci assurde secondo cui abbia dovuto pagare una somma enorme per avervi scritto quella lettera. Questo diventa il pretesto per l’attacco più violento di vostro padre. Io presento personalmente la lettera originale in tribunale, per dimostrare quale sia realmente. Ma viene denunciata dal consigliere legale di vostro padre come un tentativo disgustoso e subdolo di corrompere l’innocenza. Alla fine diventa parte di un’accusa penale. La Corona se ne occupa. Il giudice emette una sentenza basata su poche conoscenze letterarie e molta morale. E alla fine io finisco in prigione per questo. Ecco il risultato di avervi scritto una lettera “incantevole”.
Mentre soggiorno con te a Salisbury, sei terribilmente allarmata da una comunicazione minacciosa proveniente da un tuo ex compagno: mi supplichi di incontrare l’autore di quella lettera e di aiutarti. Lo faccio, ma il risultato è la mia rovina. Sono costretta a prendere su di me tutte le conseguenze delle tue azioni. Quando, non riuscendo a conseguire la tua laurea, devi lasciare Oxford, mi telegrafi a Londra chiedendomi di venire da te. Lo faccio immediatamente; tu mi chiedi di portarti a Goring, poiché in quelle circostanze non volevi tornare a casa. A Goring noti una casa che ti piace molto, la compro per te, ma il risultato, sotto ogni punto di vista, è la mia rovina. Un giorno vieni da me e mi chiedi, come un favore personale, di scrivere qualcosa per una rivista universitaria di Oxford che stava per essere lanciata da un tuo amico, di cui non avevo mai sentito parlare in vita mia e di cui non sapevo assolutamente nulla. Per farti contenta, cosa non avrei fatto per te? Gli invio una pagina piena di paradossi, destinata originariamente alla rivista Saturday Review. Qualche mese dopo mi ritrovo nel tribunale dell’Old Bailey a causa del contenuto di quella rivista.
Fa parte dell’accusa della Corona contro di me. Mi è chiesto di difendere la prosa del vostro amico e i vostri versi. La prima non posso giustificare; i secondi, invece, li difendo con tutte le mie forze, fedele sia alla vostra letteratura giovanile che alla vostra vita giovane. E non accetterò mai l’idea che siate un autore di cose indecenti. Ma andrò comunque in prigione per la rivista universitaria del vostro amico, e per “quell’amore” che osa non pronunciare il proprio nome. A Natale vi regalerò un “regalo molto bello”, come l’avete descritto nella vostra lettera di ringraziamento. Un oggetto che, secondo voi, valeva al massimo 40 o 50 sterline. Quando arriverà il momento più terribile della mia vita e sarò rovinato, il funzionario incaricato di sequestrare la mia biblioteca e venderla lo farà proprio per pagare quel “regalo molto bello”. È stato per questo che l’esecuzione è stata portata nella mia casa. Nel momento più estremo e orribile, quando le vostre provocazioni mi spingeranno a prendere misure contro vostro padre e farlo arrestare, l’ultima cosa a cui mi aggrapperò, nel mio disperato tentativo di sfuggire a tutto ciò, sarà proprio quel terribile costo.
Dico al legale, in vostra presenza, che non ho fondi, che non posso assolutamente permettermi questi spaventosi costi, che non ho denaro a disposizione. Quello che ho detto era, come sapete, del tutto vero. In quel fatidico venerdì, invece di trovarmi nell’ufficio di Humphreys e acconsentire debolmente alla mia stessa rovina, sarei stata felice e libera in Francia, lontana da voi e da vostro padre, ignara della sua odiosa carta e indifferente alle vostre lettere, se solo fossi riuscita a lasciare l’Avondale Hotel. Ma il personale dell’hotel si è rifiutato categoricamente di permettermelo. Eravate rimasta con me per dieci giorni: anzi, alla fine, per la mia grande e, lo ammetterete anche voi, legittima indignazione, avete portato anche voi una vostra compagna a stare con me. Il mio conto per quei dieci giorni ammontava quasi a 140 sterline.
Il proprietario disse che non poteva permettere che il mio bagaglio venisse rimosso dall’hotel finché non avessi pagato l’intero conto. È stato questo a trattenermi a Londra. Se non fosse stato per il conto dell’hotel, sarei partito per Parigi giovedì mattina.
Quando dissi allo avvocato che non avevo i soldi per affrontare spese così enormi, interveniste immediatamente. Dissero che tutta la vostra famiglia sarebbe stata più che felice di coprire tutte le spese necessarie: che vostro padre era stato una vera e propria piaga per tutti loro; che avevano spesso discusso della possibilità di farlo ricoverare in un manicomio per liberarsene; che rappresentava ogni giorno una fonte di fastidio e sofferenza per vostra madre e per tutti gli altri; che se solo mi fossi fatto avanti per farlo rinchiudere, la famiglia mi avrebbe considerato il loro salvatore e benefattore; e che anche i ricchi parenti di vostra madre avrebbero visto con piacere l’opportunità di coprire tutte le spese derivanti da un simile provvedimento. Lo avvocato concluse immediatamente l’accordo, e io fui portato d’urgenza al Tribunale di Polizia. Non avevo più alcuna scusa per rifiutare; ero costretto ad andare. Ovviamente, la vostra famiglia non ha pagato nessuna spesa. E quando diventerò fallito, sarà a causa di vostro padre. Per un importo di circa 700 sterline. Al momento, mia moglie, che si è allontanata da me a causa della questione fondamentale se dovessi ricevere 3 o 3,10 sterline a settimana per vivere, sta preparando una domanda di divorzio. Per cui, ovviamente, saranno necessarie nuove prove e un nuovo processo. E forse anche ulteriori procedimenti legali. Io, naturalmente, non conosco i dettagli. So soltanto il nome del testimone su cui si basano gli avvocati di mia moglie. Si tratta del vostro stesso servitore di Oxford, che su vostra espressa richiesta ho assunto per l’estate a Goring.
Ma, in realtà, non c’è bisogno di continuare con altri esempi di questa strana “maledizione” che sembrate avermi inflitto in ogni ambito. A volte mi sembra quasi che voi stessi siate stati soltanto marionette manipolate da una forza invisibile, destinata a far sì che eventi terribili portassero a conseguenze ancora più spaventose. Ma anche le marionette hanno i loro sentimenti. Aggiungono elementi inaspettati alle storie che raccontano, e modificano il corso naturale degli eventi secondo i propri capricci o desideri. Essere completamente liberi. E allo stesso tempo essere completamente soggetti alla legge. Questo è l’eterno paradosso della vita umana. E spesso penso che questa sia l’unica spiegazione possibile per la vostra natura. Se mai esiste una spiegazione per i misteri profondi e terribili dell’anima umana. A meno che non si tratti di una spiegazione che renda quei misteri ancora più straordinari.
Certo che avevi le tue illusioni, vi vivevi davvero dentro e, attraverso le loro nebbie mutevoli e i loro veli colorati, vedevi tutte le cose cambiate. Ricordo bene che pensavi che dedicarti a me, escludendo completamente la tua famiglia e la vita familiare, fosse una prova della tua meravigliosa apprezzazione per me e del tuo grande affetto. Per te non c’era alcun dubbio al riguardo. Ma ricorda: con me c’erano lusso, una vita agiata, piaceri illimitati, denaro senza riserve. La tua vita familiare ti annoiava; il “vino freddo e scadente di Salisbury”, per usare le tue stesse parole, ti era insipido. Da parte mia, oltre alle attrazioni intellettuali, c’erano anche i piaceri materiali dell’Egitto. Quando non riuscivi a trovarmi, le compagnie che sceglievi al mio posto non erano certo lusinghiere. Pensavi ancora che inviare una lettera a tuo padre per dirgli che, piuttosto che interrompere la nostra eterna amicizia, avresti rinunciato all’assegno di 250 sterline all’anno che lui ti versava – dopo aver detratto le tue spese per l’Oxford – fosse un esempio di vera cavalleria nell’amicizia, un gesto nobile di auto-sacrificio. Ma il fatto che rinunciassi a quell’assegno non significava affatto che fossi disposta a rinunciare anche solo a uno dei tuoi lussi superflui o alle tue spese eccessive. Al contrario: il tuo desiderio di vivere in modo agiato era più forte che mai. Le mie spese per otto giorni a Parigi, per me, te e la tua domestica italiana, ammontarono quasi a 150 sterline; solo il pasto offerto da Paillard costò 85 sterline. Se avessi continuato a vivere in quel modo, tutto il tuo reddito annuo, anche se ti fossi nutrita da sola e avessi cercato di spendere il meno possibile, non sarebbe bastato nemmeno per tre settimane. Il fatto che tu avessi rinunciato a quell’assegno, pur essendo solo una finzione, ti diede finalmente un pretesto plausibile per vivere a mie spese. E in molte occasioni ne approfittasti seriamente, esprimendolo apertamente. Quel continuo consumo di risorse, soprattutto a mio carico, ma anche, lo so, in parte a carico di tua madre, fu davvero estenuante. Perché, almeno nel mio caso, non era mai accompagnato da nemmeno una parola di ringraziamento o da alcun segno di riconoscenza.
Pensavi ancora che attaccando tuo padre con lettere terribili, telegrammi offensivi e cartoline insultanti stessi davvero combattendo le battaglie di tua madre, facendoti avanti come suo difensore e vendicando gli indubbi torti e sofferenze subiti da lei nel corso della sua vita coniugale. Era un’illusione, anzi una delle peggiori. Il modo in cui avresti potuto vendicare i torti di tua madre nei confronti di tuo padre, se davvero lo consideravi un dovere di figlio, sarebbe stato essere un figlio migliore per lei: non farle mai temere di parlarti di cose serie; non farla firmare documenti il cui pagamento spettava a lei; trattarla con più gentilezza e non portarle dolore nelle sue giornate. Tuo fratello Francis le ha reso grandi giustizie per tutto ciò che aveva sofferto, con la sua dolcezza e bontà nei brevi anni della sua vita. Avresti dovuto prendere lui come esempio. Eri anche in errore nel pensare che per tua madre sarebbe stata una vera gioia se fossi riuscito a far mettere tuo padre in prigione. Ne sono sicuro. E se vuoi sapere cosa prova davvero una donna quando suo marito, e padre dei suoi figli, si trova in prigione, scrivi a mia moglie e chiedilo a lei: ti dirà tutto. Anch’io ho avuto le mie illusioni. Pensavo che la vita fosse una splendida commedia, e che tu ne fossi uno dei protagonisti più affascinanti. Invece è stata una tragedia orribile. E la causa di tutta questa sofferenza sei stato tu stesso, privato di quella maschera di gioia e felicità con cui tu, come me, eravamo stati ingannati e portati fuori strada.
Ora puoi capire, vero?. Almeno un po’ di ciò che sto soffrendo. Un articolo, credo del Pall Mall Gazette, che descriveva una prova generale della mia opera, parlava di te come se fossi la mia ombra: il ricordo della nostra amicizia è quell’ombra che mi segue ovunque. Sembra non lasciarmi mai; mi sveglia di notte per ripetermi sempre la stessa storia, fino a quando quella ripetizione incessante fa sì che il sonno mi abbandoni completamente. All’alba ricomincia tutto da capo: mi segue anche nel cortile della prigione, mentre cammino avanti e indietro. Ogni dettaglio di quei momenti terribili che sono costretto a ricordare. Non c’è nulla di ciò che è accaduto in quegli anni sfortunati che non possa rivivere nella mente. Ogni nota stridula della tua voce, ogni gesto nervoso delle tue mani, ogni parola amara, ogni frase velenosa. Tutto ritorna a me. Ricordo la strada o il fiume lungo cui abbiamo camminato, il muro o il bosco che ci circondava, l’ora indicata dall’orologio, la direzione in cui soffiavano i venti, la forma e il colore della luna.
So che esiste una sola risposta a tutto ciò che vi ho detto, ed è che mi amavate: che in quei due anni e mezzo durante i quali il Destino intrecciava i fili delle nostre vite divise in un unico disegno rosso sangue, voi mi amavate davvero. Sì, lo so che mi amavate. Non importa come vi siete comportati con me: ho sempre sentito che nel vostro cuore mi amavate veramente. Anche se vedevi chiaramente che la mia posizione nel mondo dell’arte, l’interesse che la mia personalità suscitava sempre, i miei soldi, il lusso in cui vivevo, tutte le mille cose che rendevano la mia vita così affascinante e incredibilmente fortunata, erano elementi che vi attiravano e vi facevano tenere a me. C’era però qualcos’altro: un’attrazione strana, profonda. Mi amavate molto di più di qualsiasi altra persona. Ma anche voi, come me, avete vissuto una terribile tragedia nella vostra vita. Anche se di natura completamente opposta alla mia. Volete sapere di cosa si trattava? Era questo: in voi l’Odio era sempre stato più forte dell’Amore. Il vostro odio verso vostro padre era così intenso che sovrastava completamente, sopraffaceva e oscurava il vostro amore per me. Non c’era alcuna lotta tra questi due sentimenti. L’Odio era così potente, così mostruoso. Non vi rendevate conto che in un’unica anima non ci può essere spazio per entrambi questi sentimenti. Non possono coesistere insieme. L’Amore si nutre dell’immaginazione: grazie a essa diventiamo più saggi di quanto pensiamo, migliori di quanto sentiamo, più nobili di quanto siamo. Grazie a essa possiamo comprendere la vita nel suo insieme, e gli altri nelle loro relazioni reali e ideali. Solo ciò che è bello, e ben concepito, può alimentare l’Amore. Ma qualsiasi cosa può alimentare l’Odio. Non c’era una sola coppa di champagne che beveste, nessun piatto ricco che mangiaste in tutti quegli anni, che non alimentasse il vostro Odio. Per soddisfarlo, avete rischiato la mia vita, proprio come avevate rischiato i miei soldi. Con indifferenza, con leggerezza. Senza curarvi delle conseguenze. Se perdevate, pensavate che la perdita non fosse vostra. Se vincevate, eravate voi ad assaporare la gioia e i vantaggi della vittoria.
L’Odio acceca le persone. Tu non te ne rendevi conto. L’Amore è in grado di leggere ciò che si trova anche sulla stella più lontana, ma l’Odio ti ha accecato a tal punto che non riuscivi a vedere oltre il limitato, chiuso e ormai appassito “giardino” dei tuoi desideri banali. La tua terribile mancanza di immaginazione, quel difetto davvero fatale del tuo carattere, era interamente dovuta all’Odio che viveva in te. In modo subdolo, silenzioso e segreto, l’Odio rosicchiava la tua natura, proprio come il lichene distrugge le radici di alcune piante malate, fino a quando non riuscivi più a vedere nulla se non gli interessi più meschini e gli obiettivi più insignificanti. Quella capacità che l’Amore avrebbe potuto coltivare in te, l’Odio l’aveva avvelenata e paralizzata. Quando tuo padre iniziò ad attaccarmi, lo fece come tuo amico privato, attraverso una lettera personale indirizzata a te. Non appena lessi quella lettera, piena di minacce oscene e violenze volgari, capii immediatamente che un terribile pericolo si profilava all’orizzonte delle mie giornate difficili: ti dissi che non avrei mai fatto da intermediario nel vostro antico odio reciproco; che a Londra rappresentavo sicuramente una preda più interessante per lui di un Segretario degli Affari Esteri a Homburg; che sarebbe stato ingiusto mettermi in una situazione del genere, anche solo per un momento; e che avevo cose molto più importanti da fare nella mia vita che litigare con un uomo ubriaco, decaduto e semi-stupido come lui. Ma tu non eri disposta ad ammetterlo. L’Odio ti accecava. Insistevi nel dire che quella lite non aveva nulla a che fare con me; che non avresti mai permesso a tuo padre di interferire nelle tue relazioni private; che sarebbe stato molto ingiusto da parte mia intervenire. Prima ancora di parlarne con te, avevi già inviato a tuo padre un telegramma stupido e volgare come risposta. Quel telegramma ti costrinse inevitabilmente ad intraprendere una serie di azioni sciocche e inappropriate. Gli errori fatali nella vita non derivano dal fatto che le persone siano irragionevoli: un momento di irrazionalità può anche essere il momento migliore per loro. Derivano invece dal fatto che le persone sono logiche. E c’è una grande differenza tra i due. Quel telegramma influenzò completamente tutte le tue successive relazioni con tuo padre, e di conseguenza tutta la mia vita. La cosa più grottesca è che si trattava di un telegramma di cui anche il più comune ragazzo di strada si sarebbe vergognato. Dai messaggi volgari ai lettere pedanti degli avvocati, c’è stato un passaggio naturale. E il risultato delle lettere dell’avvocato a tuo padre fu, ovviamente, spingerlo ad andare ancora oltre. Non gli hai lasciato altra scelta se non continuare. L’hai costretto a farlo, considerandolo una questione di “onore”. O meglio, di disonore. Affinché il tuo appello avesse più effetto. Così la prossima volta che mi attaccò, non più attraverso una lettera personale e come tuo amico privato, ma in pubblico, come un uomo politico. Ho dovuto cacciarlo dalla mia casa. Andava da un ristorante all’altro alla mia ricerca, per insultarmi davanti a tutta la gente. In modo tale che se avessi reagito, sarei stata rovinata. E se non avessi reagito, sarei comunque stata rovinata.
Allora sicuramente fu il momento in cui avresti dovuto farti avanti e dire che non mi avresti esposto a tali orribili attacchi, a tale infame persecuzione a causa tua, ma che avresti immediatamente rinunciato a qualsiasi diritto avessi sulla mia amicizia. Ora probabilmente lo pensi. Ma all’epoca nemmeno ti venne in mente. L’odio ti accecò: tutto ciò a cui riuscivi a pensare (oltre a scrivergli lettere e telegrammi offensivi) era comprare una ridicola pistola che si azionava nel teatro di Berkeley, in circostanze tali da creare uno scandalo ancora peggiore di qualsiasi altro avessi mai sentito. Anzi, l’idea di essere oggetto di un terribile litigio tra tuo padre e un uomo della mia posizione sembrava addirittura compiacerarti. Naturalmente, questo soddisfaceva la tua vanità e alimentava il tuo senso di importanza. Che tuo padre potesse avere il tuo corpo, che non mi interessava affatto, lasciandomi invece la tua ‘anima, che a lui non interessava nemmeno, sarebbe stato per te una soluzione davvero spiacevole. Approfittasti quindi al massimo dell’opportunità di creare uno scandalo pubblico. La prospettiva di un confronto in cui saresti stata al sicuro ti entusiasmava. Non ricordo mai che tu fossi più allegra di quella stagione. L’unica cosa che sembrava deluderti era il fatto che nulla fosse realmente accaduto, che non ci fossero state ulteriori discussioni o incidenti tra noi. Ti consolavi inviandogli telegrammi così offensivi che, alla fine, quell’uomo disgraziato ti scrisse dicendo di aver ordinato ai suoi servitori di non fargli portare più alcun messaggio. Ma questo non ti scoraggiò affatto. Vedisti nelle cartoline postali l’opportunità perfetta per continuare la tua persecuzione. Non credo che avrebbe mai davvero smesso. Gli istinti familiari erano forti in lui. Il suo odio per te era altrettanto persistente del tuo odio per lui. E io ero, per entrambi, sia lo strumento di attacco che quello di difesa. Il suo stesso desiderio di notorietà non era solo personale, ma anche legato alla sua razza. Comunque, se anche per un momento il suo interesse fosse diminuito, le tue lettere e cartoline avrebbero sicuramente riacceso quella fiamma. E così fu. Continuò quindi nella sua persecuzione. Dopo avermi attaccato sia in privato che in pubblico, decise infine di sferrare l’attacco finale contro di me come artista, nel luogo stesso in cui la mia arte veniva rappresentata. Con l’inganno ottenne un posto per la prima sera di uno dei miei spettacoli e architettò un piano per interrompere la performance, pronunciare discorsi offensivi sul mio conto davanti al pubblico, insultare i miei attori e lanciare oggetti offensivi contro di me quando fossi salito sul palco alla fine dello spettacolo. Con ogni mezzo possibile, cercò di rovinarmi attraverso il mio lavoro.
Per pura coincidenza, nella breve e casuale sincerità di un umore più ubriaco del solito, egli si vanta pubblicamente della sua intenzione davanti agli altri. L’informazione viene comunicata alla polizia e lui viene tenuto lontano dal teatro. Allora avevi la tua opportunità. Era il tuo momento. Non capisci ora che avresti dovuto intervenire e dire chiaramente che non avresti permesso che la mia arte venisse rovinata per causa tua? Sapevi bene cosa significasse la mia arte per me: quella nota primordiale grazie alla quale avevo prima rivelato me stesso a me stesso, e poi al mondo intero; l’emozione più vera della mia vita. L’amore che rende tutte le altre forme d’amore insignificanti, come l’acqua stagnante rispetto al vino rosso, o la luce dei lucciole rispetto allo splendore magico della luna. Non capisci ancora che la tua mancanza di immaginazione era il vero difetto fatale del tuo carattere? Quello che dovevi fare era semplice. Eppure l’odio ti accecò, e non riuscisti a vedere nulla. Non potevo chiedere scusa a tuo padre per avermi insultato e perseguitato in modo così disgustoso per quasi nove mesi. Non potevo eliminarti dalla mia vita. L’avevo provato più volte. Avevo persino lasciato l’Inghilterra, sperando di poterti sfuggire. Ma tutto è stato inutile. Tu eri l’unica persona che avrebbe potuto fare qualcosa.
La chiave di tutta la situazione dipendeva interamente da te. Era l’unica grande opportunità che avevi per ripagarmi, almeno in parte, per tutto l’amore, l’affetto, la gentilezza, la generosità e le cure che ti avevo dimostrato. Se solo avessi apprezzato anche solo un decimo del mio valore come artista, avresti fatto così. Ma l’odio ti ha accecato. Quella capacità “con cui, e soltanto con essa, possiamo comprendere gli altri nelle loro relazioni reali e ideali” era morta in te. Pensavi solo a come far finire tuo padre in prigione. Vederlo “in tribunale”, come dicevi tu. Quella era l’unica cosa che ti interessava. Quell’espressione diventò uno dei tanti argomenti delle tue conversazioni quotidiane. Si sentiva a ogni pasto. Beh, hai avuto realizzato il tuo desiderio. L’odio ti ha concesso tutto ciò che volevi. Era un “Maestro” indulgente per te. Lo è davvero per tutti coloro che lo servono. Per due giorni sei stato seduto al fianco dei procuratori, godendoti la vista di tuo padre in piedi nel tribunale penale centrale. E il terzo giorno io ho preso il suo posto. Cosa era successo? Nel vostro orribile gioco d’odio, avevate entrambi “giocato a dadi” con la mia ‘anima. E avete perso. Solo questo. Vedi. Devo scriverti tutta la tua vita. E devi comprenderla. Ci conosciamo da più di quattro anni. Metà di questo tempo l’abbiamo trascorso insieme; l’altra metà l’ho dovuta passare in prigione a causa della nostra amicizia. Non so dove riceverai questa lettera, se mai arriverà a te. Roma, Napoli, Parigi, Venezia. Qualsiasi bella città sul mare o sul fiume. Non ho dubbi che tu ti trovi lì. Sei circondato, anche se non da tutta quella inutile ricchezza che avevi con me, almeno da tutto ciò che può piacere agli occhi, alle orecchie e al gusto. La vita è davvero bella per te. Eppure, se sei saggio, e desideri rendere la vita ancora più bella, in un modo diverso. Lascia che la lettura di questa terribile lettera – perché so che lo è – diventi per te una crisi e un punto di svolta nella tua vita, tanto quanto la sua stesura lo è stata per me. Il tuo viso pallido arrossiva facilmente al vino o al piacere. Ma se, mentre leggi queste parole, il tuo viso diventa scottato dal rossore della vergogna. Sarà solo meglio per te. Il più grande vizio è la superficialità. Quello che viene realizzato è sempre giusto.
Ero arrivato fino alla Prigione di Detenzione, non è vero? Dopo una notte trascorsa nelle celle della polizia, fui portato lì con un furgone. Sei stato molto attento e gentile: quasi ogni pomeriggio, se non proprio ogni giorno fino a quando non sei partito all’estero, ti sei preso la briga di venire a Holloway per vedermi. Hai anche scritto lettere molto dolci e carine. Ma che non era tuo padre bensì tu ad avermi messo in prigione, che eri tu la persona responsabile dall’inizio alla fine, che ero lì a causa tua. Non ti è mai venuto in mente nemmeno per un istante. Nemmeno il fatto di vedermi dietro le sbarre di una gabbia di legno è riuscito ad animare quella tua natura morta e priva di immaginazione. Avevi la compassione e la sentimentalità dello spettatore di una commedia piuttosto patetica. Non ti è mai passato per la testa che eri tu il vero autore di quella orribile tragedia. Vedevo chiaramente che non rendevi conto di ciò che avevi fatto. Non volevo essere io a dirti ciò che il tuo stesso cuore avrebbe dovuto dirti. Ciò che sicuramente ti avrebbe detto se l’Odio non lo avesse reso duro e insensibile. Tutto deriva dalla propria natura: non ha senso dire a qualcuno qualcosa che non sente e non può capire. Scrivo a te ora perché il tuo silenzio e il tuo comportamento durante la mia lunga prigionia lo rendono necessario. Inoltre, visto come sono andate le cose, il colpo è caduto su di me solo. Questo mi ha dato un certo piacere. Per molti motivi ero disposto a soffrire. Anche se, ogni volta che ti guardavo, vedevo nella tua cieca e deliberata ignoranza qualcosa di davvero spregevole. Ricordo che hai mostrato con assoluto orgoglio una lettera che avevi pubblicato su un giornale a mezzo penny riguardo a me. Era una lettera molto prudente, moderata. Insomma, del tutto banale. Facevi appello al “senso della giustizia inglese” o qualcosa del genere, a favore di “un uomo che era caduto in disgrazia”. Era il tipo di lettera che avresti potuto scrivere se fosse stato mosso un’accusa grave contro una persona rispettabile con cui personalmente non avevi alcuna conoscenza. Ma tu la consideravi una lettera meravigliosa. La vedevi come una prova di cavalleria quasi quixotesca. So che hai scritto altre lettere ad altri giornali, ma loro non le hanno pubblicate. Erano semplicemente lettere in cui dichiaravi di odiare tuo padre. A nessuno importava se lo odiassi o meno. L’Odio, devi ancora impararlo, è, dal punto di vista intellettuale, la Negazione Eterna. Dal punto di vista delle emozioni, è una forma di Atrofia. Uccide tutto tranne sé stesso. Scrivere ai giornali per dire che si odia qualcuno è come scrivere loro che si soffre di qualche malattia segreta e vergognosa. Il fatto che la persona che odiavi fosse tuo padre, e che quel sentimento fosse completamente reciproco, non rendeva il tuo Odio nobile o bello in alcun modo.
Se indicava qualcosa, era semplicemente il fatto che si trattasse di una malattia ereditaria.
Ricordo ancora una volta: quando un processo fu intentato contro di me e i miei libri e i miei mobili furono sequestrati e messi in vendita, e il fallimento sembrava inevitabile, scrissi naturalmente per informarvi. Non menzionai che tutto ciò avveniva per pagare alcuni regali che vi avevo fatto; quegli ufficiali giudiziari erano entrati nella casa dove spesso pranzavate voi. Pensavo, giustamente o no, che una notizia del genere potesse causarvi dolore. Vi raccontai semplicemente i fatti nudi e crudi, ritenendo fosse giusto che li sapeste. Voi rispondeste da Boulogne con un tono quasi lirico di esultanza: dicevate di sapere che vostro padre era “a corto di denaro” e aveva dovuto racimolare 1500 sterline per le spese del processo. E che il mio fallimento fosse in realtà una “grande vittoria” per lui, poiché così non avrebbe potuto recuperare nemmeno un centesimo delle sue spese! Capite ora quanto possa accecare una persona l’odio? Riconoscete finalmente che quando descrivevo tale odio come una “atrofia” distruttiva di tutto tranne se stessa, in realtà descrivevo un fenomeno psicologico reale? Tutte le mie cose preziose stavano per essere vendute: i disegni di Burne-Jones, quelli di Whistler, i dipinti di Monticelli, le opere di Simeon Solomon. La mia biblioteca, con i volumi dedicati a quasi tutti i poeti del mio tempo – da Hugo a Whitman, da Swinburne a Mallarmé, da Morris a Verlaine – con le edizioni rilegate delle opere di mio padre e di mia madre, con i premi universitari e scolastici, le edizioni di lusso. Tutto ciò non significava assolutamente nulla per voi. Dicevate che fosse una noia terribile. Quello che vedevate davvero era la possibilità che vostro padre perdesse qualche centinaio di sterline. E questa considerazione banale vi riempiva di gioia estatica. Per quanto riguarda le spese del processo, forse vi interesserà sapere che vostro padre dichiarò apertamente all’Orleans Club che, anche se gli fossero costate 20.000 sterline, avrebbe considerato quel denaro ben speso. Aveva tratto così tanto piacere, gioia e trionfo da tutto ciò. Il fatto che riuscisse non solo a farmi finire in prigione per due anni, ma anche ad “esibirmi” pubblicamente come fallito fu per lui una fonte di piacere ulteriore. Fu la ciliegina sulla torta della mia umiliazione e della sua vittoria totale e assoluta. Se vostro padre non avesse avuto alcun diritto di chiedermi i costi del processo, so perfettamente che, almeno a parole, sareste stata molto comprensiva riguardo alla perdita della mia biblioteca. Una perdita irreparabile per un uomo di lettere. La più dolorosa tra tutte le mie perdite materiali. Forse avreste persino pensato di spendere del denaro per comprarmi alcuni dei libri che avevo perso. Tutto ciò è stato venduto per meno di 150 sterline. Quanto basta, in una settimana normale, per spenderlo su di voi.
Ma quel piccolo piacere meschino di pensare che tuo padre avrebbe perso qualche penny ti fece dimenticare completamente l’idea di cercare di rendermi un piccolo favore. Un favore così insignificante, così facile da compiere, così poco costoso, così ovvio, e che per me sarebbe stato estremamente gradito, se solo lo avessi voluto fare. Ho ragione nel dire che l’Odio acceca le persone? Lo vedi ora? Se no, provaci a capirlo.
Come vidi chiaramente tutto ciò allora, così lo vedo anche ora; non c’è bisogno che ve lo dica. Ma mi dissi: “A tutti i costi devo mantenere l’Amore nel mio cuore. Se finisco in prigione senza l’Amore, cosa ne sarà della mia Anima?” Le lettere che vi scrissi allora da Holloway furono il mio tentativo di mantenere l’Amore come elemento dominante nella mia stessa natura. Avrei potuto, se avessi voluto, distruggervi con accuse amare e maledizioni; avrei potuto mostrarvi un’immagine di voi stessi così orribile da non riconoscerla più, fino a quando non vi sareste resi conto che rifletteva esattamente i vostri gesti di terrore. E allora avreste saputo di chi fosse quella immagine, e l’avreste odiata, e anche voi stessi. Ancora di più: i peccati di un altro venivano attribuiti a me. Se avessi voluto, avrei potuto salvarmi a spese sua in entrambe le cause, non certo dalla vergogna, ma dall’prigione. Avrei potuto dimostrare che i tre testimoni più importanti erano stati attentamente istruiti da vostro padre e dai suoi avvocati, non solo a mantenere il silenzio, ma anche a mentire deliberatamente, trasferendo su di me le azioni e i comportamenti di un altro. Avrei potuto farli allontanare dall’aula del tribunale dal giudice, in modo ancora più rapido di quanto avvenne con quel miserabile Atkins che testimoniò contro di me. Avrei potuto uscire dall’tribunale con un sorriso sulle labbra e le mani in tasca, libero. Mi fu esercitata la massima pressione affinché lo facessi. Persone il cui unico interesse era il mio benessere, e quello della mia famiglia, mi consigliarono con insistenza di farlo. Ma rifiutai. Non scelsi di farlo. E non ho mai rimpianto quella decisione nemmeno per un istante, nemmeno nei momenti più difficili della mia prigione. Un comportamento del genere sarebbe stato indegno di me. I peccati del corpo non sono nulla. Sono malattie che i medici possono curare, se vogliono. Ma i peccati dell’‘anima sono vergognosi. Ottenere l’assoluzione con mezzi del genere sarebbe stato per me un tormento per tutta la vita. Ma davvero pensate di essere degni dell’amore che vi dimostravo allora, o anche solo per un momento? Davvero credete di esserlo stati in qualsiasi periodo della nostra amicizia? Sapevo che non lo eravate. Ma l’Amore non si compra e non si vende. La sua gioia, come quella dell’intelligenza, sta nel sentirsi vivi. Lo scopo dell’Amore è semplicemente amare. Nient’altro. E voi eravate il mio nemico. Un nemico come nessun altro avevo mai avuto. Vi avevo dato la mia vita. E per soddisfare i sentimenti più bassi e spregevoli dell’umanità – l’Odio, la Vanità e l’Avidità – voi l’avete gettata via. In meno di tre anni mi avete distrutto completamente sotto ogni aspetto.
Per il mio stesso bene, non mi restava altra scelta se non quella di amarti. Sapevo che, se avessi permesso a me stesso di odiarti, in quel deserto arido dell’esistenza attraverso cui dovevo viaggiare, e che ancora oggi sto viaggiando, ogni roccia avrebbe perso la sua ombra, ogni palma sarebbe appassita, ogni fonte d’acqua si sarebbe rivelata avvelenata alla sorgente. Stai iniziando ora a capire qualcosa? La tua immaginazione sta forse risvegliandosi dal lungo letargo in cui è rimasta? Ormai conosci già cos’è l’Odio. Ma stai iniziando anche tu a comprendere cos’è l’Amore e qual è la sua natura? Non è troppo tardi per imparare. Anche se, forse, per insegnartelo, ho dovuto recarmi in una cella di condannati.
Dopo quella terribile sentenza, quando indossavo l’uniforme da prigioniera e la prigione si chiudeva alle mie spalle, mi sedetti tra le rovine della mia meravigliosa vita: distrutta dall’angoscia, sopraffatta dal terrore, stordita dal dolore. Ma non avrei mai potuto odiarti. Ogni giorno mi ripetevo: “Devo mantenere l’amore nel mio cuore oggi. Altrimenti come riuscirò a sopravvivere?” Ricordavo che tu, comunque, non avevi intenzione di farmi del male. Pensavo che avessi semplicemente tirato un colpo a caso, e che quell’arco avesse colpito per errore un “Re”. Paragonarti anche alla più piccola delle mie sofferenze mi sarebbe sembrato ingiusto. Decisi quindi di considerarti anch’io una vittima della sfortuna. Mi costrinsi a credere che finalmente tu avessi compreso ciò che avevi fatto.
In quel momento non mi era mai passato per la mente che potessi possedere il più grave dei vizi: la superficialità. Fu davvero un dolore enorme quando dovetti comunicarti che dovevo riservare l’opportunità di ricevere lettere a questioni familiari. Ma mio cognato mi aveva scritto, dicendo che se avessi solo scritto una volta a mia moglie, lei, per il mio bene e per quello dei nostri figli, non avrebbe presentato domanda di divorzio. Sentii che era mio dovere farlo. A parte altri motivi, non potevo sopportare l’idea di separarmi da Cyril. Quel meraviglioso, amorevole bambino. Il mio amico più caro. Il mio compagno insostituibile. Ogni singolo capello della sua testa dorata era per me più prezioso di te. Di tutto il mondo intero. E così è sempre stato. Anche se non l’ho capito fino a troppo tardi.
Due settimane dopo la tua richiesta, ricevetti notizie di te. Robert Sherard, quel coraggioso e nobile uomo, venne da me e mi raccontò che tu stavi per pubblicare un articolo su di me, con estratti delle mie lettere, in quella ridicola rivista “Mercure de France”. Mi chiese se fosse davvero mia volontà. Fui molto sorpresa e infastidita. Ordinai immediatamente che tutto venisse fermato. Avevi lasciato le mie lettere dove chiunque poteva rubarle. Per ricatto, o semplicemente per divertimento. Era una dimostrazione della tua totale mancanza di rispetto per ciò che ti avevo scritto. Ma il fatto che tu avessi davvero intenzione di pubblicare quegli estratti era quasi incredibile. E quali lettere fossero. Non riuscivo a saperlo. Quella fu la prima volta che ebbi notizie di te. Mi dispiacque molto.
La seconda notizia arrivò poco dopo. Gli avvocati di tuo padre si presentarono nella prigione e mi consegnarono personalmente una notifica di fallimento, per la misera somma di 700 sterline: l’importo delle spese legali sostenute. Fui dichiarato pubblicamente insolvente e mi fu ordinato di presentarmi in tribunale. Sono sempre stato convinto, e lo sono ancora oggi, che queste spese avrebbero dovuto essere pagate dalla tua famiglia. Eri tu stesso ad aver assunto personalmente la responsabilità di garantire che ciò avvenisse. Fu questo a motivare l’avvocato ad occuparsi del caso in quel modo. Eri assolutamente responsabile. Anche senza considerare il tuo impegno nei confronti della tua famiglia, avresti dovuto capire che, essendo stato tu a causarmi tutta questa rovina, almeno avresti potuto risparmiarmi l’umiliazione del fallimento per una somma assolutamente irrisoria. Meno della metà di ciò che ho speso per te in soli tre brevi mesi d’estate a Goring. Comunque, non voglio parlare più di questo argomento. Ammetto apertamente di aver ricevuto un messaggio da parte tua tramite il segretario dell’avvocato, o comunque in relazione a quell’occasione. Il giorno in cui venne a raccogliere le mie dichiarazioni, si chinò sopra il tavolo – con la presenza del guardiano della prigione – e, dopo aver consultato un foglio che aveva tirato fuori dalla tasca, mi disse sottovoce: “Il principe Fleur-de-Lys desidera che tu ricordi di lui”. Lo fissai. Ripeté il messaggio. Non capivo cosa intendesse, “Al momento il signore si trova all’estero”, aggiunse misteriosamente. All’improvviso tutto mi fu chiaro. E ricordo che, per la prima e ultima volta in tutta la mia vita in prigione, risi. In quel riso c’era tutto il disprezzo del mondo intero. Principe Fleur-de-Lys! Capii – e gli eventi successivi mi dimostrarono che avevo ragione – che nulla di ciò che era accaduto ti aveva fatto rendere conto di nulla. Ai tuoi occhi eri ancora il grazioso principe di una banale commedia, non la figura cupa di un dramma tragico. Tutto ciò che era successo non era altro che un ornamento per nascondere un cuore che l’Odio, e soltanto l’Odio, può riscaldare. Un fiore per abbellire un abito che cela un cuore freddo, che l’Amore, e soltanto l’Amore solamente, può rendere caldo. Principe Fleur-de-Lys! Non c’è dubbio che tu avessi tutto il diritto di comunicare con me usando un nome falso. Io stesso, in quel momento, non avevo alcun nome. Nella grande prigione in cui ero rinchiuso, ero soltanto una delle migliaia di numeri senza vita, uno dei migliaia di esistenze prive di significato. Ma sicuramente ci sono stati molti nomi veri nella vera storia che ti sarebbero stati molto più adatti. E con cui avrei potuto riconoscerti immediatamente. Non cercavo te dietro i brillanti di un costume da mascherata, adatto soltanto a una divertente festa in maschera. Ah!
Se la tua ‘anima, nella sua perfezione intrinseca, fosse stata ferita dal dolore, piegata dal rimorso e umiliata dalla tristezza, non avrebbe mai scelto di nascondersi nell’ombra di qualcosa per entrare nella Casa del Dolore! Le grandi cose della vita sono ciò che appaiono essere; per questo motivo, anche se può sembrarti strano, spesso è difficile interpretarle. Ma le piccole cose della vita sono simboli: attraverso di esse riceviamo più facilmente le nostre amare lezioni. La tua scelta apparentemente casuale di un nome finto era, e rimarrà, simbolica. Rivela chi sei veramente.
Sei settimane dopo arrivò una terza notizia. Fui chiamato fuori dalla corsia d’ospedale, dove giacevo gravemente malato, per ricevere un messaggio speciale da parte tua, inviato attraverso il governatore della prigione. Mi lesse una lettera che avevi indirizzato a lui, nella quale dichiaravi di voler pubblicare un articolo “sul caso del signor Oscar Wilde” su “Le Mercure de France” (un “periodico”, aggiungevi per qualche motivo strano, “corrispondente al nostro English Fortnightly Review”) e che eri ansioso di ottenere il mio permesso per pubblicare estratti e selezioni. Da quali lettere? Le lettere che ti avevo scritto dalla prigione di Holloway! Lettere che avrebbero dovuto essere per te qualcosa di sacro e segreto, più prezioso di qualsiasi altra cosa al mondo! E invece quelle stesse lettere erano quelle che proponevi di far leggere a quei decadenti annoiati, a quegli scrittori avidi di cronache sensazionalistiche, ai giovani del Quartiere Latino. Se nel tuo cuore non c’era nulla che si opponesse a un simile sacrilegio, avresti almeno potuto ricordare il sonetto scritto da lui, in cui esprimeva con tanta tristezza e disprezzo la vendita all’asta delle lettere di John Keats a Londra. E avresti finalmente capito il vero significato delle mie parole:
“Penso che non amino l’Arte coloro che rompono il cristallo del cuore di un poeta, affinché quegli occhi piccoli e malaticci possano fissarlo con avidità o compiacimento, ”
Cosa voleva dimostrare il tuo articolo? Che ti ero troppo affezionato a te? Quel ragazzo parigino lo sapeva bene. Tutti leggevano i giornali, e la maggior parte di loro vi scriveva. Che ero un uomo di genio? I francesi lo capivano, e comprendevano anche la particolare natura del mio genio, molto meglio di te. O almeno di quanto ci si potesse aspettare che capissero. Che, insieme al genio, spesso vi sia una strana perversione dei sentimenti e dei desideri. Ammirevole. Ma questo argomento appartiene a Lombroso, non a te. Inoltre, quel fenomeno patologico si riscontra anche tra coloro che non possiedono genio. Che, nella tua guerra di odio contro tuo padre, io fossi allo stesso tempo scudo e arma per entrambi. E ancora di più: che, in quella orribile caccia alla mia vita avvenuta dopo la fine della guerra, lui non sarebbe mai riuscito a raggiungermi se le tue trappole non fossero già state alle mie spalle. È vero. Ma mi è stato detto che Henri Bauër aveva già fatto lo stesso in modo estremamente abile. Inoltre, per confermare la tua tesi, se davvero questa fosse stata la tua intenzione, non avresti avuto bisogno di pubblicare le mie lettere. Almeno quelle scritte dalla prigione di Holloway.
Risponderete alle mie domande dicendo che, in una delle mie lettere a Holloway, vi avevo chiesto di cercare, nella misura del possibile, di rimediare in qualche modo alla situazione difficile in cui mi trovavo? Certo che l’ho fatto. Ricordate come e perché sono qui, proprio in questo momento. Pensate che io sia qui a causa delle mie relazioni con i testimoni del mio processo? Le mie relazioni, reali o presunte, con persone di quel genere non interessavano né il Governo né la Società: loro non ne sapevano nulla e non se ne curavano affatto. Sono qui perché ho cercato di far mettere vostro padre in prigione. Il mio tentativo, naturalmente, fallì. Il mio stesso avvocato ritirò le proprie argomentazioni legali; vostro padre ribaltò completamente la situazione a mio sfavore e mi fece finire in prigione, dove sono ancora oggi. Ecco perché la gente prova disprezzo per me. Ecco perché mi odia. Ed è per questo che devo scontare ogni singolo giorno, ogni ora, ogni minuto di questa terribile detenzione. Ed è per questo che le mie richieste sono state rifiutate.
Eri l’unica persona che, senza esporre te stesso a disprezzo, pericolo o rimproveri, avrebbe potuto dare un’altra interpretazione a tutta la situazione: presentare le cose in modo diverso; mostrare, almeno in parte, come stavano realmente le cose. Certo, non mi aspettavo né desideravo che tu rivelassi in che modo e per quale scopo avevi cercato il mio aiuto nei tuoi problemi a Oxford; né che descrivessi come, e per quale motivo – se mai ne avevi uno – non fossi praticamente mai allontanato da me per quasi tre anni. I miei incessanti tentativi di interrompere una amicizia così dannosa per me come artista, come uomo di posizione, persino come membro della società, non avrebbero certo dovuto essere descritti con tale precisione. Né avrei voluto che raccontassi quelle scene che ripetevi quasi monotonicamente; né che riportassi quella strana miscela di romanzo e finanza nei tuoi telegrammi; né che citassi nelle tue lettere quei passaggi particolarmente rivoltanti o spietati, come ho dovuto fare. Tuttavia, pensavo fosse giusto, sia per te che per me, se avessi espresso qualche protesta contro la versione di nostro rapporto data da tuo padre: una versione tanto grottesca quanto velenosa, assurda riguardo a te e disonorevole riguardo a me. Ora quella versione è diventata parte della «storia» ufficiale: viene citata, creduta e registrata; il predicatore l’ha presa come argomento delle sue prediche, il moralista come tema per i suoi discorsi. E io, che avevo cercato di farla comprendere a tutte le epoche, ho dovuto accettare questa verità da parte di uno scimmione e di un buffone. Ho detto, con amarezza, che tuo padre sarebbe diventato l’«eroe» di un opuscolo per le scuole domenicali; che tu saresti stato paragonato al piccolo Samuel. E che il mio posto sarebbe stato tra Gilles de Retz e il Marchese de Sade. Forse è meglio così. Non ho alcun desiderio di lamentarmi. Una delle tante lezioni che si imparano in prigione è che le cose sono ciò che sono, e rimarranno ciò che saranno. E non ho alcun dubbio che il rappresentante del medievalismo e l’autore di “Justine” siano compagni migliori di Sandford e Merton.
Ma nel momento in cui ti scrissi, sentivo che, per il nostro bene, sarebbe stato giusto, appropriato e corretto non accettare la versione dei fatti presentata da tuo padre attraverso il suo consigliere, al fine di costruire un mondo “profano”. Ecco perché ti chiesi di riflettere e scrivere qualcosa che fosse più vicino alla verità. Sarebbe stato certamente meglio per te che scrivere ai giornali francesi sulla vita domestica dei tuoi genitori. A loro importava davvero se i tuoi genitori avessero vissuto una vita felice? Non si può immaginare un argomento meno interessante per loro. Quello che li interessava era capire come un artista di mia statura, il cui insegnamento e movimento avevano esercitato una notevole influenza sulla direzione del pensiero francese, potesse aver vissuto una vita del genere e poi compiuto azioni del genere. Se avessi proposto di pubblicare quelle lettere – infinite, temo – nelle quali ti parlavo della rovina che stavi causando alla mia vita, delle furie incontrollabili che permettevi a te stesso di provare, danneggiandoti e danneggiandomi allo stesso tempo, e del mio desiderio, anzi, della mia determinazione a porre fine a un’amicizia così fatale per me sotto ogni aspetto. L’avrei capito, anche se non avrei mai permesso che tali lettere venissero pubblicate. Quando il consigliere di tuo padre cercò di incastrarmi presentando improvvisamente in tribunale una mia lettera scritta a te nel marzo ’93, nella quale dichiaravo che preferivo essere “estorto da tutti gli affittuari di Londra” piuttosto che sopportare ancora quelle scene orribili che sembravi goderti così tanto. Fu davvero un grande dolore che quel lato della mia amicizia con te venisse rivelato al pubblico. Ma il fatto che tu fossi così lento a capire, così privo di sensibilità e di capacità di apprezzare ciò che è raro, delicato e bello. Il fatto che tu avessi proposto di pubblicare quelle lettere attraverso cui cercavo di mantenere vivo lo spirito stesso dell’amore. Questo fu, ed è ancora oggi, una fonte di profondo dolore e delusione per me. Perché l’hai fatto, temo di saperlo fin troppo bene. Se l’odio ha accecato i tuoi occhi, allora la vanità ha cucito insieme le tue palpebre con fili d’acciaio. La capacità di comprendere gli altri nella loro realtà e nel loro ideale, il tuo egoismo ristretto l’aveva offuscata; l’inutilizzo prolungato l’aveva resa del tutto inutile. L’immaginazione era imprigionata, proprio come me. La vanità aveva chiuso tutte le finestre. E il nome di quel “carceriere” era l’odio.
Tutto ciò è avvenuto all’inizio di novembre dell’anno prima scorso. Un grande “fiume della vita” scorre tra te e una data così lontana. A malapena, se mai, si può vedere attraverso un abisso così ampio; ma per me sembra che tutto sia accaduto. Non dirò ieri, ma oggi stesso. Il dolore è un lungo momento continuo; non possiamo dividerlo in “stagioni”. Possiamo soltanto registrare i suoi momenti e cronachearne il ritorno. Per noi, lo tempo stesso non procede. Si muove in cerchio, sembra ruotare attorno a un centro di dolore. Quell’immobilità paralizzante di una vita, in cui ogni circostanza segue uno schema immutabile – mangiare, bere, camminare, riposare, pregare, o almeno inginocchiarsi per pregare – secondo leggi inflessibili. Questa caratteristica immobile, che rende ogni giorno terribile identico agli altri, sembra trasmettere a quelle forze esterne l’essenza stessa del loro essere: il cambiamento costante. Non sappiamo nulla, e non possiamo sapere nulla riguardo al ciclo della vita. Per noi esiste soltanto una stagione: quella del Dolore. Anche il sole e la luna sembrano esserci stati tolti. Fuori, il giorno può essere azzurro e dorato; ma la luce che filtra attraverso i vetri spessi e oscurati di quella piccola finestra con sbarre di ferro è grigia e scarsa. Nella propria “prigione”, c’è sempre crepuscolo. Come nel proprio cuore, c’è sempre mezzanotte. E anche nel regno del pensiero, come in quello dello tempo, non esiste più movimento. Quello che tu hai dimenticato da tempo, o che puoi facilmente dimenticare, sta accadendo a me ora. E accadrà di nuovo domani. Ricorda questo, e forse riuscirai a capire un po’ perché ti sto scrivendo, e in questo modo.
Una settimana dopo fui trasferito qui. Trascorsero altri tre mesi e mia madre morì. Tu sapevi, meglio di chiunque altro, quanto la amassi e la rispettassi profondamente. La sua morte fu per me così terribile che io, un tempo padrone del linguaggio, non ho parole per esprimere il mio dolore e la mia vergogna. Mai, nemmeno nei giorni più belli della mia carriera come artista, avrei potuto trovare le parole adatte per portare un peso così grave, o per esprimere con sufficiente maestosità la mia angoscia attraverso le pagine del mio dolore inesprimibile. Lei e mio padre mi avevano lasciato un nome che avevano reso nobile e onorevole non solo in ambito letterario, artistico, archeologico e scientifico, ma anche nella storia pubblica della mia patria nel suo evolversi come nazione. Io avevo disonorato quel nome per sempre; l’avevo trasformato in un insulto tra le persone volgari, l’avevo trascinato nel fango. L’avevo dato a bruti affinché lo rendessero ancora più crudele, e a sciocchi affinché lo trasformassero in sinonimo di follia. Quello che ho sofferto allora, e continuo a soffrire oggi, non può essere descritto né con le parole né sulla carta. Mia moglie, in quel momento gentile e premurosa verso di me, invece di lasciare che ricevessi la notizia da labbra indifferenti o estranee, viaggiò, nonostante fosse malata, da Genova fino in Inghilterra per comunicarmela personalmente. Messaggi di compassione arrivarono da tutti coloro che ancora provavano affetto per me; anche persone che non mi conoscevano personalmente, sentendo della nuova tragedia nella mia vita distrutta, scrissero per esprimere il loro cordoglio. Tu, solo, rimanesti distante: non mi inviesti alcun messaggio, né scrivesti una lettera. Per un simile comportamento, è meglio seguire ciò che Virgilio dice a Dante di coloro la cui vita è stata priva di nobili impulsi e di profonde intenzioni: “Non parliamo di loro, ma guardiamoli semplicemente passare oltre.”
Passano altri tre mesi. Il calendario che riporta la mia routine quotidiana e il mio lavoro, appeso fuori dalla porta della mia cella con scritti sopra il mio nome e la mia condanna, indica che è maggio. I miei amici vengono a trovarmi di nuovo. Come al solito, chiedo notizie di te; mi dicono che sei nella tua villa a Napoli e che stai pubblicando un volume di poesie. Alla fine dell’incontro viene menzionato, in modo casuale, che le dedicherai a me. Questa notizia mi provoca una sorta di nausea verso la vita. Non dico nulla, ma torno silenziosamente nella mia cella, con disprezzo e sprezzamento nel cuore. Come puoi anche solo pensare di dedicarmi un volume di poesie senza prima chiedermi il permesso? Come osi farlo. Risponderai forse che nei giorni della mia grandezza e fama avevo acconsentito a ricevere la dedica delle tue prime opere? Certo, l’avevo fatto. Proprio come avrei accettato l’onore di qualsiasi altro giovane che iniziasse l’arte difficile e meravigliosa della letteratura. Ogni omaggio è gradito per un artista, e ancora più dolce quando viene offerto dalla gioventù. Ma il lauro e il foglio d’alloro appassiscono quando vengono raccolti da mani anziane. Solo la gioventù ha il diritto di „coronare“ un artista. Questo è il vero privilegio dell’essere giovani. Se solo la gioventù lo sapesse. Ma i giorni dell’umiliazione e della infamia sono diversi da quelli della grandezza e della fama. Non hai ancora imparato che la Fortuna, il Piacere e il Successo possono essere duri e comuni. Ma il Dolore è la cosa più sensibile di tutte quelle create dall’uomo. Non c’è nulla nel mondo del pensiero o del movimento che non risuoni con le terribili, ma squisite pulsazioni del Dolore. Quel sottile foglio d’oro, che registra la direzione di forze invisibili agli occhi, è, in confronto, rozzo. È una ferita che sanguina al contatto di qualsiasi mano, tranne quella dell’Amore. E anche allora deve sanguinare di nuovo. Anche se non per dolore.
Avresti potuto scrivere al Direttore della prigione di Wandsworth per chiedermi il permesso di pubblicare le mie lettere sul “Mercure de France”, che corrispondono alla nostra rivista “English Fortnightly Review”. Perché non hai scritto invece al Direttore della prigione di Reading, per chiedermi il permesso di dedicarmi i tuoi poemi, indipendentemente da come li abbia descritti? Forse perché, nel primo caso, la rivista in questione era stata proibita da me di pubblicare quelle lettere, le cui diritti d’autore legali, come sai perfettamente, appartengono interamente a me; mentre nel secondo caso pensavi di poter agire a tuo piacimento senza che io ne sapessi nulla, fino a quando non fosse stato troppo tardi per intervenire. Il semplice fatto che fossi un uomo disonorato, rovinato e in prigione avrebbe dovuto farti chiedermi il permesso come un favore, un onore, un privilegio. È così che si dovrebbe comportare con coloro che sono in difficoltà e nella vergogna.
Dove c’è dolore, c’è terra sacra. Un giorno capirai cosa significa. Non conoscerai davvero la vita fino a quando non lo farai. Robbie, e persone come lui, possono comprenderlo. Quando fui portato fuori dalla prigione e condotto al tribunale fallimentare da due poliziotti, Robbie aspettava nel corridoio desolato. Davanti a tutta quella gente, che si era zittita di fronte a un atto così semplice e gentile, lui mi salutò con il cappello in mano mentre io passavo, incatenato e con la testa bassa. Uomini sono andati in paradiso per motivi più insignificanti. Fu con questo spirito, con questo tipo di amore, che i santi si inginocchiavano per lavare i piedi dei poveri o si chinavano a baciare le guance dei lebbrosi. Non ho mai detto una parola su ciò che ha fatto. Non so nemmeno se sia consapevole del mio ringraziamento. Non è qualcosa di cui si possa ringraziare formalmente con parole formali. Lo conservo nel tesoro del mio cuore, come un debito segreto che sono felice di non dover mai ripagare. È conservato e reso dolce dal miro e dalla cannella delle mie lacrime. Quando la saggezza non mi è stata d’aiuto, quando la filosofia è risultata sterile, quando le parole di coloro che hanno cercato di consolarmi sono state come polvere e cenere nella mia bocca. Il ricordo di quel piccolo atto di amore ha aperto per me tutte le fonti della compassione, ha fatto fiorire il “deserto” come una rosa, e mi ha portato fuori dall’amarezza dell’esilio solitario, in armonia con il cuore ferito, spezzato e grande del mondo. Quando riuscirai a capire non solo quanto fosse bello l’atto di Robbie, ma anche perché significasse così tanto per me, allora forse comprenderai anche in che modo e con quale spirito avresti dovuto chiedermi il permesso di dedicarmi i tuoi versi.
È giusto affermare che in ogni caso non avrei accettato quella dedica. Anche se, forse, in altre circostanze mi sarebbe piaciuto essere invitato a farlo, avrei rifiutato per il tuo bene, indipendentemente dai miei sentimenti personali. Il primo volume di poesie che un giovane invia al mondo nella primavera della sua vita dovrebbe essere come un bocciolo o un fiore di primavera, come il bianco rovo nei prati di Magdalen o i narcisi nei campi di Cumnor. Non dovrebbe essere gravato dal peso di una tragedia terribile e disgustosa, né da uno scandalo altrettanto orribile. Se avessi permesso che il mio nome fungesse da presentatore di quel libro, sarebbe stato un grave errore artistico. Avrebbe creato un’atmosfera errata attorno all’intera opera, e nell’arte moderna l’atmosfera ha una grande importanza. La vita moderna è complessa e relativa: queste sono le sue due caratteristiche principali. Per esprimere la prima di queste caratteristiche, abbiamo bisogno di un’atmosfera ricca di sottili sfumature, di suggerimenti, di prospettive insolite; per esprimere la seconda, abbiamo bisogno di uno sfondo appropriato. Ecco perché la scultura ha smesso di essere un’arte rappresentativa; perché la musica lo è; e perché la letteratura è, è stata e sempre sarà l’arte rappresentativa suprema.
Il tuo piccolo libro avrebbe dovuto trasmettere l’atmosfera siciliana e arcadica, non la sporcizia malsana del tribunale penale né l’aria opprimente delle prigioni. Inoltre, un simile gesto da parte tua non sarebbe stato soltanto un errore di gusto artistico; da altri punti di vista, sarebbe stato del tutto inappropriato. Sarebbe sembrato una continuazione del tuo comportamento prima e dopo il mio arresto. Avrebbe dato l’impressione di essere un tentativo di vanagloria sciocca, un esempio di quel tipo di “coraggio” che si vende e si compra a buon mercato nelle strade della vergogna. Per quanto riguarda la nostra amicizia. Nemesis ci ha schiacciati entrambi come mosche. dedicarmi delle poesie mentre ero in prigione sarebbe sembrato un tentativo ridicolo di mostrare intelligenza o abilità letterarie. Un risultato di cui, nei tuoi tempi passati di scritti orribili – giorni che, sinceramente, non spero mai tornino per il tuo bene – ti vantavi apertamente. Non avrebbe prodotto l’effetto serio e bello che, credo davvero, intendevi ottenere. Se mi avessi consultato, ti avrei consigliato di rimandare la pubblicazione delle tue poesie; oppure, se questo ti fosse dispiaciuto, di pubblicarle anonimamente all’inizio. E poi, una volta che il tuo canto avesse conquistato degli “amanti” veri – gli unici che valga la pena vincere – avresti potuto dire al mondo: “Queste ‘fiori’ che ammirate sono frutto del mio sforzo. Ora li offro a colui che voi considerate un paria, come tributo a ciò che amo, rispetto e ammiro in lui.” Ma hai scelto il metodo sbagliato e il momento sbagliato. C’è una certa delicatezza nell’amore, così come nella letteratura. E tu non ne eri consapevole.
Ho parlato a lungo con te su questo argomento affinché tu possa comprendere appieno la situazione e capire perché ho scritto immediatamente a Robbie esprimendo un tale disprezzo e sprezzamento per te, proibendo assolutamente quella dedica e desiderando che le parole che avevo scritto su di te venissero attentamente trascritte e inviate a te. Sentivo che finalmente era arrivato il momento in cui tu dovessi renderti conto, riconoscere e comprendere almeno in parte ciò che avevi fatto. La cecità può spingersi fino a diventare grottesca; una natura priva di immaginazione, se non si fa nulla per risvegliarla, può trasformarsi in assoluta insensibilità: così che mentre il corpo può mangiare, bere e godersi i piaceri della vita, l’anima, di cui quel corpo è la dimora, può diventare completamente morta, proprio come l’anima di Branca d’Oria nel “Dante”. Sembra che la mia lettera sia arrivata proprio al momento giusto. Secondo quanto posso giudicare, ti ha colpito come un fulmine. Nella tua risposta a Robbie, descrivi te stesso come “privo di ogni capacità di pensare e esprimersi”. Infatti, a quanto pare, non riesci a pensare a nulla di meglio che scrivere a tua madre per lamentarti. Naturalmente lei, con quella cecità verso il tuo vero bene che è stata la tua sfortuna e anche la tua, ti dà ogni conforto possibile e probabilmente ti riporta nella tua precedente condizione infelice e indegna; mentre io, dal mio canto, faccio sapere ai miei amici che lei è “molto infastidita” dalla severità delle mie osservazioni su di te. In realtà, non sono solo i miei amici a conoscenza della sua irritazione: anche molti altri – un numero molto più grande, non c’è bisogno di dirlo – che non sono miei amici. E ora mi è stato riferito, attraverso canali molto favorevoli verso te e la tua famiglia, che a causa di questo gran parte della simpatia che, grazie al mio eccezionale talento e alle terribili sofferenze che ho subito, aveva iniziato gradualmente ad accumularsi per me, è stata completamente distrutta. La gente dice: “Ah! Prima ha cercato di far mettere in prigione quel buon padre e non ci è riuscito; ora si gira contro il figlio innocente per il proprio fallimento. Che ragione avevamo di disprezzarlo! Quanto è degno di disprezzo!” Mi sembra che, quando il mio nome viene menzionato davanti a tua madre, se lei non esprime alcun rimorso o pentimento per la sua parte – nemmeno un minimo rimorso – nella rovina della mia famiglia, sarebbe più appropriato che rimanesse in silenzio. E quanto a te. Non pensi ora che, invece di scrivere a lei per lamentarti, sarebbe stato meglio, sotto ogni aspetto, scrivere direttamente a me e avere il coraggio di dirmi tutto ciò che avevi o credevi di dovermi dire? È passato quasi un anno da quando ho scritto quella lettera. Non puoi essere rimasto per tutto questo tempo “privo di ogni capacità di pensare ed esprimersi”. Perché non mi hai scritto? Hai visto dalla mia lettera quanto fossi profondamente ferito, quanto offeso dal tuo comportamento.
Più di questo: hai visto tutta la tua amicizia con me presentarsi davanti ai tuoi occhi, finalmente, nella sua vera luce, e in modo inequivocabile. Spesso in passato ti avevo detto che stavi rovinando la mia vita. Ma tu ridevi sempre. Quando Edwin Levy, all’inizio della nostra amicizia, notò il modo in cui mi mettevi sempre nei guai, sopportando tutto il fastidio e le spese legate a quell’infelice incidente a Oxford – per cui aveva cercato il suo consiglio e il suo aiuto – mi avvertì per un’intera ora di non frequentarti. Ma tu risi, proprio come quando ti raccontai a Bracknell del mio lungo e significativo incontro con lui. Quando ti dissi che anche quel giovane, che in seguito si schierò al mio fianco, mi aveva più volte avvertito che saresti stata molto più pericolosa di qualsiasi altro ragazzo che avessi conosciuto, tu risi, anche se non con tanto divertimento. Quando i miei amici più saggi o meno benevoli mi avvertivano o mi lasciavano a causa della mia amicizia con te, tu ridevi con disprezzo. Hai riso in modo eccessivo quando, in occasione della prima lettera offensiva che tuo padre mi scrisse su di te, ti dissi che sapevo che sarei diventato soltanto uno strumento nelle vostre terribili discussioni. Ma tutto è andato esattamente come avevo previsto. Non avevi alcuna scusa per non capire come fossero andate le cose. Perché non mi hai scritto? Era paura? Indifferenza? Che cosa era? Il fatto che fossi indignato con te e avessi espresso il mio disprezzo era ancora più motivo per scrivere. Se pensavi che la mia lettera fosse giusta, avresti dovuto scrivermi. Se pensavi anche solo che fosse minimamente ingiusta, avresti dovuto comunque scrivermi. Ho aspettato una tua lettera. Ero sicuro che alla fine avresti capito: se l’antica affetto, l’amore che avevo sempre provato per te, i mille gesti di gentilezza che ti avevo fatto, le migliaia di ringraziamenti che mi dovevi, se tutto questo non significava nulla per te, allora almeno il dovere stesso avrebbe dovuto spingerti a scrivere. Non puoi dire che pensassi davvero che fossi obbligato ad accettare soltanto comunicazioni di natura lavorativa da parte dei membri della mia famiglia. Sapevi benissimo che ogni dodici settimane Robbie mi scriveva per raccontarmi le novità letterarie.
Niente può essere più affascinante delle sue lettere: nel loro spirito arguto, nella loro critica intelligente e mirata, nel loro tocco leggero. Sono vere lettere; sono come se una persona parlasse direttamente con me. Hanno la qualità di una conversazione intima in francese. Nei suoi modi delicati di rispetto verso di me – a volte appellandosi al mio giudizio, altre volte al mio senso dell’umorismo, ancora alle mie inclinazioni per la bellezza o alla mia cultura – lui dimostra di possedere tanto il tatto dell’amore quanto quello della letteratura. Le sue lettere sono stati i piccoli messaggeri tra me e quel meraviglioso mondo irreale dell’arte, dove un tempo ero il “re”. E avrei continuato a esserlo, se non fossi stato sedotto dal mondo imperfetto delle passioni grezze e incomplete, degli appetiti senza distinzioni, dei desideri senza limiti. Eppure, in fondo, forse avreste potuto capire – o almeno immaginare – che, anche solo per semplice curiosità psicologica, sarebbe stato molto più interessante per me ricevere una vostra lettera, piuttosto che venire a sapere che Alfred Austin stava cercando di pubblicare un volume di poesie, o che Street scriveva recensioni teatrali per il Daily Chronicle. O ancora che, da parte di qualcuno che non riesce a parlare senza balbettare, Mrs Meynell era stata definita la nuova “Sibilla del gusto”.
Ah! Se tu fossi stato in prigione – e non dico questo a causa di alcuna mia colpa, perché tale pensiero sarebbe troppo terribile da sopportare – ma a causa della tua stessa colpa, di un errore tuo, di una fede in un amico indegno, di un abbandono ai piaceri sensuali, di una fiducia mal riposta, o di un amore mal donato, o forse nemmeno di amore, o di tutte queste cose insieme, pensi davvero che ti avrei lasciato consumare il cuore nell’oscurità e nella solitudine, senza tentare in qualche modo, per quanto insignificante, di aiutarti a sopportare il peso amaro della tua disonore? Pensi davvero che non ti avrei fatto sapere che, se soffrivi tu, soffrivo anch’io; che, se piangevi, anche nei miei occhi c’erano lacrime; e che, se giacevi nella prigione dell’umiliazione e venivi disprezzato dagli uomini, io, nel mio dolore, avevo costruito per te una “casa” in cui poterti rifugiare fino al tuo arrivo, un tesoro nel quale tutto ciò che gli uomini ti avevano rifiutato sarebbe stato raccolto per la tua guarigione, mille volte aumentato,? Se una necessità amara, o una prudenza ancora più amara per me, mi avessero impedito di essere vicino a te e mi avessero privato della gioia della tua presenza, anche se vedendoti attraverso le sbarre della prigione e in un’immagine di vergogna, ti avrei scritto, in tempo o fuori tempo, nella speranza che qualche semplice frase, una singola parola, anche solo un eco dell’amore potesse raggiungerti. Se avessi rifiutato di ricevere le mie lettere, avrei comunque continuato a scrivere, affinché sapessi che c’erano sempre lettere ad aspettarti. Molti hanno fatto lo stesso con me. Ogni tre mesi qualcuno mi scrive, o propone di scrivermi. Le loro lettere vengono conservate. Me le consegneranno quando uscirò dalla prigione. So che ci sono. Conosco i nomi delle persone che me le hanno scritte. So che sono piene di compassione, affetto e gentilezza. Questo mi basta. Non ho bisogno di sapere altro. Il tuo silenzio è stato terribile. E non si è trattato solo di settimane o mesi di silenzio, ma di anni. Anni, proprio come quelli che possono contare coloro che, come te, vivono rapidamente nella felicità, e a malapena riescono ad afferrare i piedi dorati dei giorni mentre questi “danzano” via. È un silenzio senza scuse. Un silenzio senza attenuanti. Sapevo che avevi i piedi di argilla. Chi lo sapeva meglio di me? Quando scrivevo, tra le mie riflessioni, che erano proprio i piedi di argilla a rendere preziosa l’immagine d’oro, pensavo a te. Ma tu non hai creato di te stesso un’immagine d’oro con piedi di argilla. Dalla stessa polvere della strada comune, sulla quale gli zoccoli degli animali lasciano tracce fangose, hai plasmato l’immagine perfetta che dovevo ammirare. Così che, qualunque fosse il mio desiderio segreto, ora non potrei provare per te altro che disprezzo e sprezzamento, né per me stesso altro che disprezzo e sprezzamento.
E mettendo da parte tutte le altre ragioni, la tua indifferenza, la tua saggezza mondana, la tua crudeltà, la tua prudenza, qualunque nome tu voglia darle, tutto ciò è diventato per me ancora più amaro a causa delle circostanze particolari che hanno accompagnato o seguito la mia caduta.
Altri uomini sfortunati, quando vengono gettati in prigione e privati della bellezza del mondo, almeno sono in qualche misura al sicuro dai colpi più mortali e dalle minacce più terribili di questo mondo. Possono nascondersi nell’oscurità delle loro celle e trasformare proprio la propria vergogna in un rifugio. Il mondo, avendo realizzato i propri scopi, prosegue per la sua strada, lasciandoli soffrire indisturbati. Ma per me è stato diverso. Una dopo l’altra, le sofferenze sono venute a bussare alle porte della mia prigione in cerca di me. Le porte sono state aperte senza esitazione. I miei amici raramente hanno avuto il permesso di vedermi; i miei nemici, invece, hanno sempre avuto libero accesso a me. Due volte durante le mie apparizioni pubbliche in tribunale, altre due volte durante i trasferimenti da una prigione all’altra, sono stato esposto a umiliazioni indescrivibili davanti agli occhi e alle derisioni degli uomini. Il messaggero della morte mi ha portato la sua notizia e se n’è andato. In totale solitudine, isolato da tutto ciò che potesse offrirmi conforto o sollievo, ho dovuto sopportare il peso insopportabile della sofferenza e del rimorso. Il ricordo di mia madre mi ha caricato di un fardello insostenibile. Quella ferita non è mai guarita, non si è nemmeno attenuata con il passare del tempo. E poi arrivano lettere violente, amare e dure da parte di mia moglie, tramite il suo avvocato. Vengo deriso e minacciato dalla povertà. Posso sopportarlo. Posso abituarmi anche a cose peggiori. Ma i miei due figli mi sono stati portati via con procedimenti legali. Questo è, ed sarà sempre, per me una fonte di infinita angoscia, di dolore senza fine. Che la legge decida che io non sia adatto a stare con i miei stessi figli. È qualcosa di davvero orribile per me. La vergogna della prigione non è niente in confronto. Invidio gli altri uomini che camminano insieme a me nel cortile della prigione. So che i loro figli li aspettano, li cercano con ansia. Saranno una fonte di gioia per loro.
I poveri sono più saggi, più caritatevoli, più gentili e più sensibili di noi. Ai loro occhi, la prigione rappresenta una tragedia nella vita di un uomo, una sfortuna, una vittima, qualcosa che richiede compassione da parte degli altri. Parlano di chi è in prigione semplicemente come di qualcuno “in difficoltà”. È l’espressione che utilizzano sempre, e in essa c’è tutta la saggezza della amore. Per persone della nostra condizione, invece, la prigione rende un uomo un paria. Io, e persone come me, quasi non abbiamo il diritto di goderci il sole e l’aria fresca; la nostra presenza offende i piaceri degli altri, siamo indesiderati quando ricompariamo. Non possiamo nemmeno ammirare le stelle o il chiaro di luna. Ai nostri figli viene tolto tutto ciò che potrebbe legarci all’umanità. Siamo condannati alla solitudine, mentre i nostri figli continuano a vivere. Ci viene negato proprio ciò che potrebbe guarirci, portare sollievo al nostro cuore ferito e pace alla nostra anima in dolore. E a tutto questo si aggiunge il fatto doloroso che, con le vostre azioni e il vostro silenzio, con ciò che avete fatto e con ciò che non avete fatto, avete reso ogni giorno della mia lunga prigionia ancora più difficile da sopportare. Anche il pane e l’acqua della prigione sono diventati amari o salati a causa del vostro comportamento. La tristezza che avreste dovuto condividere con me è raddoppiata, il dolore che avreste dovuto alleviare si è trasformato in angoscia. Non ho dubbi che non volessiate farlo. So che non era vostra intenzione. È semplicemente a causa di quel “difetto fatale nel vostro carattere, della vostra totale mancanza di immaginazione”.
E alla fine, devo perdonarvi. Devo farlo. Non scrivo questa lettera per infondervi amarezza nel cuore, ma per liberarmene io stesso. Per il mio bene stesso, devo perdonarvi. Non si può sempre tenere un serpente nel proprio petto per nutrirsi di esso, né alzarsi ogni notte per seminare spine nel “giardino” della propria anima. Non sarà affatto difficile per me farlo, se mi aiutate un po’. Qualsiasi cosa abbiate fatto contro di me in passato, l’ho sempre perdonata volentieri. Ma a voi non è servito a nulla. Solo chi ha una vita senza macchie può perdonare i peccati. Ma ora, mentre siedo nella umiliazione e nel disonore, il mio perdono dovrebbe significare molto per voi. Un giorno lo capirete. Che sia presto o tardi, non importa. Il mio cammino è già chiaro davanti a me. Non posso permettervi di portare con voi per tutta la vita il peso di aver rovinato una persona come me. Quel pensiero potrebbe rendervi indifferenti o malinconici. Devo prendere quel peso sulle mie spalle.
Devo dire a me stesso che né tu né tuo padre, nemmeno mille volte ripetuti, avreste potuto distruggere un uomo come me: sono stato io ad autodistruggermi. E nessuno, grande o piccolo, può essere distrutto se non con le proprie mani. Sono assolutamente pronto a farlo. Sto cercando di farlo, anche se forse in questo momento tu non lo pensi. Se ho portato contro di te quest’accusa spietata, pensa quanta accusa altrettanto spietata sto portando contro me stesso. Quello che hai fatto a me era terribile, ma ciò che ho fatto a me stesso è stato ancora più terribile.
Ero un uomo che occupava una posizione simbolica rispetto all’arte e alla cultura del mio tempo. Me ne ero reso conto fin dall’inizio della mia maturità, e avevo costretto il mio secolo ad accorgersene a sua volta. Pochi uomini riescono a mantenere tale posizione durante la loro vita e a farla riconoscere. Di solito, se mai viene riconosciuta, avviene solo dallo storico o dal critico, molto tempo dopo che l’uomo stesso e il suo tempo sono scomparsi. Io invece lo sentivo io stesso, e facevo sì che anche gli altri lo percepissero. Byron era una figura simbolica. Ma le sue relazioni riguardavano la passione del suo tempo e la stanchezza di quel tempo verso la passione. Le mie relazioni, invece, riguardavano qualcosa di più nobile, più permanente, di maggior importanza vitale, di più ampio respiro.
Gli dèi mi avevano dato quasi tutto. Avevo genio, un nome illustre, una posizione sociale elevata, brillantezza, coraggio intellettuale. Ho trasformato l’arte in una forma di filosofia, e la filosofia in arte. Ho cambiato il modo di pensare delle persone e i colori delle cose. Nulla di ciò che dicevo o facevo non suscitava meraviglia nelle persone. Ho preso il dramma, la forma più oggettiva conosciuta nell’arte, e l’ho reso un mezzo espressivo altrettanto personale del lirismo o del sonetto. Allo stesso tempo ho ampliato i suoi confini e arricchito le sue caratterizzazioni. Il dramma, il romanzo, la poesia in rima, la poesia in prosa, i dialoghi sottili o fantastici. Qualunque cosa toccassi, la rendevo bella in una nuova forma di bellezza. Ho dato alla stessa verità ciò che è falso, come sua legittima parte. E ho dimostrato che il falso e il vero sono soltanto forme dell’esistenza intellettuale. Ho considerato l’arte come la realtà suprema, e la vita come una semplice forma di finzione. Ho risvegliato l’immaginazione del mio secolo, facendola creare miti e leggende intorno a me. Ho riassunto tutti i sistemi in una frase, e tutta l’esistenza in un epigramma.
Insieme a queste cose, avevo anche altre caratteristiche diverse. Mi lasciavo sedurre da lunghi periodi di piacere sensuale e senza senso; mi divertivo a comportarmi come un flâneur, un dandy, un uomo alla moda. Mi circondavo di persone meschine e menti volgari; diventai il dissipatore del mio stesso genio, e sprecare una giovinezza eterna mi procurava una strana gioia. Stanco di trovarmi sempre in alto, deliberatamente scendevo nelle profondità alla ricerca di nuove sensazioni. Quello che per me rappresentava un paradosso nel campo del pensiero, nella sfera delle passioni diventava perversità; il desiderio, in fondo, era una malattia, o una follia, o entrambe le cose. Diventai indifferente alla vita degli altri: mi divertivo dove volevo e poi andavo avanti. Dimenticai che ogni piccola azione della vita quotidiana contribuisce a formare o distruggere il carattere di una persona; dimenticai che ciò che si fa in segreto, un giorno dovrà essere rivelato apertamente. Smisi di essere padrone di me stesso; non ero più il capitano della mia anima, e non me ne rendevo conto. Vi lasciai dominarmi, permettevo a vostro padre di spaventarmi. E finii in una terribile disonore. Ora per me c’è solo una cosa: l’assoluta umiltà. Proprio come per voi. È meglio che vi abbassiate fino alla polvere e impariate questa lezione insieme a me.
Sono stato in prigione per quasi due anni; dalla mia natura è emerso un desiderio selvaggio, un abbandono al dolore così patetico da essere insopportabile. Rabbia terribile e impotente. Amarezza e disprezzo. Angoscia che si esprimeva in pianti. Miseria senza voce. Tristezza muta. Ho vissuto tutte le possibili forme di sofferenza. Meglio di Wordsworth stesso, so cosa intendesse quando scriveva:
“La sofferenza è permanente, oscura e tenebrosa. E ha la natura dell’Infinito.”
Ma sebbene ci siano stati momenti in cui gioivo all’idea che le mie sofferenze fossero infinite, non potevo sopportare che fossero prive di significato. Ora, nel profondo della mia anima, c’è qualcosa che mi dice che nulla al mondo è privo di senso. E la sofferenza meno di ogni altra cosa. Quella “cosa nascosta” nella mia natura, come un tesoro sepolto nel campo, è l’umiltà.
È l’ultima cosa che mi è rimasta, e anche la migliore: la scoperta definitiva a cui sono giunto, il punto di partenza per uno sviluppo nuovo. È emersa direttamente da me stesso, quindi so che è arrivata nel momento giusto. Non avrebbe potuto arrivare prima, né dopo. Se qualcuno me ne avesse parlato, l’avrei rifiutata; se mi fosse stata presentata, l’avrei rifiutata ugualmente. Poiché l’ho trovata da solo, voglio tenerla. Devo farlo. È l’unica cosa che contiene gli elementi della vita, di una nuova vita per me. Tra tutte le cose, è la più strana. Non si può darla via, e nessun altro può darla a uno. Non si può acquisirla, se non rinunciando a tutto ciò che si possiede. Solo quando si è perso tutto, si sa di possederla.
Ora che mi rendo conto che è dentro di me, vedo molto chiaramente cosa devo fare. E quando uso una frase del genere, non c’è bisogno che vi dica che non alludo a alcuna sanzione o comando esterno. Non ne riconosco nessuno. Sono ancora più individualista di prima. Niente ha il minimo valore, se non ciò che si ottiene da sé stessi. La mia natura cerca un nuovo modo per realizzarsi. È l’unica cosa a cui penso. E la prima cosa da fare è liberarmi da ogni possibile amarezza nei vostri confronti.
Sono completamente senza soldi, e assolutamente senza casa. Tuttavia, nel mondo ci sono cose peggiori di queste. Vi dico francamente che, piuttosto che uscire da questa “prigione” con rancore verso di voi o verso il mondo, preferirei chiedere l’elemosina porta a porta. Se non ottenessi nulla dalla casa dei ricchi, ne otterrei qualcosa dalla casa dei poveri. Chi ha molto spesso è avido; chi ha poco sempre condivide. Non mi dispiacerebbe affatto dormire sull’erba fresca in estate, o ripararmi dal freddo invernale sotto un tetto di paglia, purché nel mio cuore ci fosse amore. Ora le cose esterne della vita non hanno alcuna importanza per me. Potete vedere a quale intensità di individualismo sono arrivato. O meglio, sto ancora arrivandoci. Poiché il viaggio è lungo, e “dove cammino ci sono spine”.
Certo che so che chiedere l’elemosina sull’autostrada non è il mio destino, e che se mai mi sdraierò sull’erba fresca di notte, sarà per scrivere sonetti alla Luna. Quando uscirò dalla prigione, Robbie mi aspetterà dall’altra parte di quel grande cancello chiodato di ferro; lui rappresenta non solo il suo affetto, ma anche quello di molte altre persone. Credo di avere abbastanza per vivere almeno diciotto mesi. Quindi, anche se non potrò scrivere libri bellissimi, almeno potrò leggerli. E quale gioia potrebbe essere maggiore di questa? Dopo, spero di riuscire a ripristinare la mia capacità creativa. Ma se le cose fossero diverse. Se non avessi più un amico al mondo. Se non ci fosse nemmeno una casa disposta ad accogliermi per pietà. Anche in quel caso, purché fossi libero da rancore, durezza e disprezzo, potrei affrontare la vita con molta più calma e fiducia di quanto farei se il mio corpo fosse vestito di seta purpurea e il mio spirito colmo d’odio. E davvero non avrei alcuna difficoltà a perdonarti. Ma perché questo perdono diventi una vera gioia per me, devi sentire davvero il desiderio di farlo. Quando lo vorrai veramente, scoprirai che è lì ad aspettarti.
Non c’è bisogno di dire che il mio compito non finisce qui. Sarebbe relativamente facile se fosse così. Ma ho ancora molta strada da percorrere. Devo superare ostacoli molto più difficili. E devo tirar fuori tutto ciò che ho dentro di me. Né la Religione, né la Moralità, né la Ragione possono aiutarmi in questo.
La Moralità non mi aiuta affatto. Sono nato un antinomista. Sono uno di quelli fatti per fare eccezioni, non per seguire regole. Ma anche se so che non c’è nulla di sbagliato in ciò che faccio, so anche che c’è qualcosa di sbagliato in ciò che divento. È stato molto utile imparare questa verità.
La religione non mi aiuta. La fede che gli altri nutrono in ciò che è invisibile, io la rivolgo verso ciò che si può toccare e vedere con i propri occhi. I miei dèi abitano nei templi costruiti dall’uomo; entro il cerchio dell’esperienza concreta si trova la mia credenza, perfetta e completa. Forse troppo completa: proprio come molti, o forse tutti coloro che hanno posto il loro “Cielo” in questa terra, anch’io ho trovato in essa non solo la bellezza del Cielo, ma anche l’orrore dell’Inferno. Quando penso alla religione, provo il desiderio di fondare un ordine per coloro che non possono credere. Potremmo chiamarlo “La Confraternita di coloro che non hanno padre”: in un altare su cui non brucia alcuna candela, un sacerdote nel cui cuore non c’è pace potrebbe celebrare con pane non benedetto e un calice vuoto di vino. Tutto ciò che deve essere vero deve diventare una forma di religione. Anche l’agnosticismo dovrebbe avere il suo rituale, proprio come la fede: ha già prodotto i suoi martiri; ora dovrebbe raccogliere i suoi santi e lodare ogni giorno Dio per aver nascosto se stesso dall’uomo. Ma che si tratti di )fede o di agnosticismo, entrambi devono essere qualcosa che appartiene interamente a me. I loro simboli devono essere frutto della mia stessa creazione. Solo ciò che dà vita a una forma propria è veramente spirituale. Se non riesco a scoprire il suo segreto dentro di me, non lo troverò mai. Se non l’ho già posseduto, non arriverà mai da me. La ragione non mi aiuta: mi dice che le leggi secondo cui sono stato giudicato sono ingiuste e sbagliate, che il sistema sotto cui ho sofferto è ingiusto e distorto. Ma in qualche modo devo rendere tutto ciò giusto e appropriato per me. Proprio come nell’arte si considera soltanto ciò che un oggetto rappresenta in un determinato momento per una persona, allo stesso modo anche nell’evoluzione morale del proprio carattere bisogna trasformare tutto ciò che ci è accaduto in qualcosa di positivo. Il letto di legno, il cibo disgustoso, le corde dure che si spezzano fino a far intorpidire le dita dal dolore, i compiti umili con cui ogni giorno inizia e finisce la giornata, gli ordini severi che la routine sembra imporre, l’abito orribile che rende il dolore qualcosa di grottesco da vedere. Tutto ciò deve essere trasformato in un’esperienza spirituale. Non esiste alcuna umiliazione del -corpo che non possa essere trasformata in qualcosa di positivo per l’anima.
Voglio arrivare al punto in cui potrò dire, in modo semplice e senza affettazione, che i due grandi momenti decisivi della mia vita sono stati quando mio padre mi mandò a Oxford e quando la società mi mandò in prigione. Non dirò che sia stata la cosa migliore che potesse accadermi, perché tale affermazione suonerebbe troppo amara nei miei confronti. Preferirei dire, o sentirmi dire, che ero un esempio tipico di bambino della mia età: nella mia perversità, e proprio per quella perversità, trasformavo le cose buone della mia vita in cose cattive, e quelle cattive in cose buone. Tuttavia, ciò che io stesso o altri dicono ha poco importanza. L’unica cosa che conta, ciò che mi attende, ciò che devo fare nel breve resto dei miei giorni, come persona menomata, segnata e incompleta, è assorbire in me tutto ciò che mi è stato fatto, farne parte di me stesso, accettarlo senza lamentele, senza paura né riluttanza. Il vizio supremo è la superficialità. Quello che viene realizzato è giusto. Quando fui messo in prigione per la prima volta, alcune persone mi consigliarono di cercare di dimenticare chi fossi. Fu un consiglio disastroso. Solo rendendomi conto di ciò che sono, ho trovato un po’ di conforto. Ora, al mio rilascio, altre persone mi suggeriscono di dimenticare del tutto di essere stato in prigione. So che sarebbe altrettanto fatale: significherebbe che sarei perseguitato per sempre da un insopportabile senso di vergogna, e che cose che riguardano tutti noi – la bellezza del sole e della luna, lo spettacolo delle stagioni, la musica dell’alba e il silenzio delle notti, la pioggia che cade tra le foglie, o il rugiada che rende l’erba argentea – diventerebbero per me contaminate, perdendo il loro potere curativo e di trasmettere gioia. Rifiutare le proprie esperienze significa arrestare lo sviluppo personale; negare le proprie esperienze significa mettere una menzogna sulle labbra della propria vita. È come negare l’esistenza dell’Anima. Proprio come il -corpo assorbe ogni sorta di cose – quelle comuni e impure tanto quanto quelle purificate dal sacerdote o da una visione – e le trasforma in velocità, forza, bellezza muscolare, curve e colori del corpo: anche l’Anima ha le sue funzioni nutritive e può trasformare ciò che in sé è vile, crudele e degradante in nobili pensieri e passioni di grande valore; anzi, spesso riesce a manifestarsi al meglio proprio attraverso ciò che era destinato a profanarla o distruggerla.
Il fatto che io sia stato un prigioniero comune in una prigione comune devo accettarlo francamente; e, per quanto possa sembrarvi strano, una delle cose che dovrò imparare è proprio a non vergognarmene. Devo considerarlo una punizione, e se uno si vergogna di essere stato punito, allora tanto vale non essere mai stati puniti affatto. Certo, ci sono molte cose per cui sono stato condannato che in realtà non avevo commesso; ma ci sono anche molte altre cose che ho effettivamente compiuto, e un numero ancora maggiore di azioni nella mia vita per le quali non sono mai stato accusato. E riguardo a quanto ho detto in questa lettera, ovvero che gli dèi sono strani e ci puniscono sia per le cose buone e umane che per quelle cattive e perverse che possediamo, devo accettare il fatto che si venga puniti tanto per il bene quanto per il male che si compie. Non ho alcun dubbio che sia giusto così. Riconoscere entrambi questi aspetti ci aiuta, o dovrebbe aiutarci, a non essere troppo presuntuosi né in un caso né nell’altro. E se non mi vergognerò della mia punizione – come spero sinceramente – sarò in grado di pensare, camminare e vivere con libertà.
Molti uomini, al momento del loro rilascio, portano con sé il “carico” della prigione nella loro vita quotidiana; lo nascondono nel profondo del loro cuore come un segreto vergognoso, e alla fine, come povere creature avvelenate, si rifugiano in qualche angolo buio per morire. È davvero triste che debbano farlo, ed è sbagliato, terribilmente sbagliato, da parte della società costringerli a farlo. La società si attribuisce il diritto di infliggere punizioni atroci agli individui, ma possiede anche il vizio supremo della superficialità: non riesce mai a rendersi conto di ciò che ha fatto. Quando la punizione di un uomo finisce, la società lo abbandona. Cioè lo abbandona proprio nel momento in cui dovrebbe assumersi le sue responsabilità verso di lui. La società si vergogna davvero delle proprie azioni e evita coloro che ha punito, proprio come le persone evitano un creditore il cui debito non possono pagare, o qualcuno a cui hanno inflitto un torto irreparabile. Io sostengo che, se io comprendo ciò che ho sofferto, anche la società dovrebbe rendersi conto di ciò che mi ha fatto. E che non dovrebbe esserci né amarezza né odio da nessuna delle due parti.
Certo che so che, da un certo punto di vista, le cose saranno più difficili per me che per gli altri; è proprio per la natura stessa della situazione che deve essere così. Quei poveri ladri e reietti che sono imprigionati qui con me sono, in molti sensi, più fortunati di me. Il piccolo sentiero grigio nella città o nel campo verde dove è avvenuto il loro peccato è molto breve: per trovarli, basta andare solo la distanza che un uccello potrebbe volare tra l’alba e il giorno; ma per me “il mondo si è ridotto a una spanna di mano”, e ovunque mi giri, il mio nome è scritto sulle rocce con il piombo. Perché io non sono passato dall’oscurità alla momentanea notorietà del crimine, ma da una sorta di “eternità” della fama a una sorta di “eternità” dell’infamia. E a volte mi sembra di aver dimostrato, se davvero era necessario farlo, che tra i famosi e gli infami c’è soltanto un passo, anche se forse non più di uno.
Tuttavia, proprio perché le persone mi riconosceranno ovunque vada e conosceranno tutto della mia vita, comprese le sue follie, posso intravedere qualcosa di positivo in questo. Questo mi costringerà ad affermarmi nuovamente come artista, il prima possibile. Se riesco a creare un’altra opera d’arte bella, sarò in grado di privare l’odio del suo veleno e la codardia del suo disprezzo, e di strappare radici alla lingua dello sprezzo stesso. E se la vita è, come sicuramente è, un problema per me, allora anch’io sono un problema per la Vita. Le persone devono assumere un certo atteggiamento nei miei confronti, e così giudicare sia se stesse che me. Non sto parlando di individui specifici: le uniche persone con cui vorrei stare ora sono gli artisti e coloro che hanno sofferto; quelli che sanno cos’è la Bellezza e quelli che sanno cos’è il Dolore. Nessun altro mi interessa. Non sto nemmeno facendo alcuna richiesta alla Vita. In tutto ciò che ho detto, mi preoccupo semplicemente del mio atteggiamento mentale verso la vita nel suo complesso: e sento che non vergognarsi di essere stati puniti sia uno dei primi obiettivi che devo raggiungere, per il bene della mia stessa perfezione, e perché sono così imperfetto.
Allora devo imparare a essere felice. Un tempo lo sapevo, o pensavo di saperlo, per istinto. Nel mio cuore c’era sempre la primavera; il mio temperamento era simile alla gioia. Riempivo la mia vita di piacere, proprio come si riempie una coppa fino all’orlo di vino. Ora, però, affronto la vita da un punto di vista completamente nuovo. E persino concepire la felicità mi risulta spesso estremamente difficile. Ricordo che durante il mio primo semestre a Oxford lessi nel libro del Pater, quel testo del Rinascimento che ha avuto un’influenza così strana sulla mia vita. In quel libro, Dante colloca tra i peggiori dell’Inferno coloro che vivono volontariamente nella tristezza. Andai quindi in biblioteca e trovai quella parte della “Divina Commedia” in cui, sotto le paludi desolate, sono descritti coloro che “sono cupi nell’aria dolce”, e che per sempre esclamano con i loro sospiri:
“Tristi fummo, ”
Nell’aria dolce che si rallegra al sole.
Sapevo che la chiesa condannava l’accidia, ma tutta quell’idea mi sembrava davvero fantastica; era il tipo di peccato che, immaginavo, un prete che non conoscesse affatto la vita reale avrebbe inventato. Non riuscivo nemmeno a capire come Dante, che diceva che “il dolore ci riunisce a Dio”, potesse essere stato così severo verso coloro che erano innamorati della melancolia, se mai ne esistessero davvero. Non avrei mai immaginato che un giorno questa sarebbe diventata una delle più grandi tentazioni della mia vita.
Mentre ero nella prigione di Wandsworth, desideravo morire. Era il mio unico -desiderio. Quando, dopo due mesi in infermeria, fui trasferito qui e mi resi conto che la mia salute fisica stava migliorando gradualmente, provai una rabbia profonda. Decisi di compiere l’suicidio proprio il giorno in cui avrei lasciato la prigione. Dopo un po’, quell’umore negativo svanì e decisi di vivere, ma di portare sempre con me la tristezza, come un -Re indossa il viola: di non sorridere mai più; di trasformare ogni casa in cui entravo in una casa di lutto; di far camminare i miei amici lentamente, nella tristezza, insegnando loro che la melancolia è il vero segreto della vita, di ferirli con una tristezza estranea, di rovinarli con il mio stesso dolore. Ora però provo sentimenti molto diversi. Ritenerei ingratitudine e crudeltà mantenere un’espressione così cupa, tanto che i miei amici, venendomi a trovare, dovessero assumere un’aria ancora più triste per mostrarmi la loro solidarietà, o, se volessi intrattenerli, invitarli a sedersi in silenzio davanti a erbe amare e carne arrostita per i funerali. Devo imparare ad essere allegro e felice.
Nelle ultime due occasioni in cui mi è stato permesso vedere i miei amici qui, ho cercato di essere il più possibile gioioso, mostrando loro la mia felicità come un piccolo ringraziamento per il disturbo che si erano presi venendo fin dalla città per vedermi. So che è solo un piccolo ringraziamento, ma sono certo che sia proprio questo ciò che li rende più felici. Sabato scorso ho visto Robbie per un’ora e ho cercato di esprimere al massimo la gioia che provavo nel rivederlo. E il fatto che, secondo le idee e i progetti che sto costruendo qui dentro, ora per la prima volta da quando sono stato imprigionato abbia davvero il desiderio di vivere, dimostra che ho ragione.
Ho ancora così tanto da fare. Che sarebbe una terribile tragedia se morissi senza aver avuto la possibilità di realizzare anche solo una piccola parte di tutto ciò. Vedo nuovi sviluppi nell’Arte e nella Vita, ognuno dei quali rappresenta un nuovo modo di perfezionarsi. Desidero vivere per esplorare questo mondo che, per me, è davvero nuovo. Vuoi sapere di cosa si tratta? Penso che tu possa indovinare. Si tratta del mondo in cui ho sempre vissuto.
Pertanto, il dolore e tutto ciò che ci insegna rappresentano il mio nuovo mondo. Prima vivevo esclusivamente per il piacere; evitavo ogni tipo di dolore e sofferenza. Li odiavo entrambi e decisi di ignorarli il più possibile, considerandoli semplicemente forme di imperfezione. Non facevano parte del mio modo di vivere, né avevano alcun posto nella mia filosofia. Mia madre, che conosceva la vita nel suo insieme, mi citava spesso le parole di Goethe – scritte da Carlyle in un libro che le aveva regalato anni prima – e credo che anche lui stesso ne avesse tradotto il testo.
Chi non ha mai mangiato il proprio pane nel dolore,
chi non ha mai trascorso le notti piangendo e aspettando l’alba,
non ti conosce, o Poteri Celesti.
Queste parole erano quelle che la nobile Regina di Prussia, trattata da Napoleone con tanta brutalità, citava nella sua umiliazione e nell’esilio; erano anche quelle che mia madre spesso ripeteva nei momenti difficili della sua vita. Ho rifiutato categoricamente di accettare o ammettere la enorme verità nascosta in esse. Non riuscivo a comprenderla. Ricordo bene come le dicevo che non volevo mangiare il mio pane nel dolore, né trascorrere nessuna notte piangendo e aspettando un’alba ancora più amara. Non immaginavo che fosse proprio uno dei doni speciali che il Fato aveva in serbo per me; che, per un intero anno della mia vita, non avrei fatto altro che soffrire. Ma così è stato deciso per me. Negli ultimi mesi, dopo terribili lotte e difficoltà, sono riuscita a comprendere alcune delle lezioni nascoste nel cuore del dolore. I preti, e coloro che usano frasi prive di saggezza, a volte parlano del soffrire come di un mistero. In realtà, è una rivelazione: si comprendono cose che prima non si erano mai percepite; l’intera storia viene vista da un punto di vista diverso. Quello che si percepiva solo vagamente attraverso l’istinto riguardo all’Arte, ora viene realizzato in modo intellettuale ed emotivo, con una chiarezza assoluta e un’intensità totale. Ora vedo che il dolore, essendo l’emozione più profonda di cui l’uomo sia capace, è al contempo il modello e la prova di tutta la grande Arte. Quello che l’artista cerca sempre è quel modo di esistere in cui anima e corpo sono una cosa unica e indivisibile; in cui l’esterno esprime l’interno; in cui la Forma rivela il significato nascosto. Esistono molti modi di vivere del genere: la gioventù, e le arti dedicate alla gioventù, possono servirci da modello in alcuni momenti; in altri, possiamo pensare che l’arte paesaggistica moderna, con la sua delicatezza, la sua sensibilità, il suo modo di rappresentare lo spirito che abita nelle cose esterne, e i suoi toni, i suoi colori, stia realizzando, in forma visiva, ciò che gli Greci avevano raggiunto con una perfezione plastica straordinaria. La musica, in cui tutto il contenuto viene assorbito nell’espressione e non può essere separato da essa, è un esempio complesso di questo concetto; una fiore o un bambino ne sono esempi semplici. Ma il dolore rappresenta davvero l’ideale supremo sia nella vita che nell’Arte.
Dietro la Gioia e la Risata può esserci un temperamento ruvido, duro e insensibile. Ma dietro il Dolore c’è sempre solo Dolore. Il Dolore, a differenza del Piacere, non indossa alcuna maschera. La Verità nell’Arte non è una semplice corrispondenza tra l’idea essenziale e l’esistenza accidentale; non è la somiglianza della forma con l’ombra, né quella del riflesso nella cristallina con la forma stessa: non è un’eco proveniente da una cavità, né il pozzo d’acqua argentea nella valle che mostra la Luna alla Luna e Narciso a se stesso. La Verità nell’Arte è l’unità di una cosa con sé stessa: ciò che esteriormente esprime ciò che interiormente è; l’‘anima incarnata; il corpo animato dello spirito. Per questo motivo non esiste alcuna verità paragonabile al Dolore. Ci sono momenti in cui il Dolore mi sembra l’unica vera verità. Le altre cose possono essere illusioni dell’occhio o del desiderio, create per accecare l’uno e saziare l’altro, ma è dal Dolore che sono stati costruiti i mondi; e alla nascita di un bambino o di una stella c’è sempre dolore. Ancora di più, il Dolore possiede una realtà intensa, straordinaria. Ho detto di me stesso che ero colui che manteneva relazioni simboliche con l’arte e la cultura del mio tempo. Non c’è un solo uomo infelice in questo luogo desolato che non mantenga relazioni simboliche con il segreto più profondo della vita. Perché il segreto della vita è il dolore. È ciò che si nasconde dietro ogni cosa. Quando iniziamo a vivere, ciò che è dolce ci sembra davvero dolce, e ciò che è amaro davvero amaro; per questo indirizziamo inevitabilmente tutti i nostri desideri verso il piacere, cercando non solo di “vivere un mese o due nutrendoci di miele”, ma di poter gustare per tutta la vita nessun altro cibo. Ignorando che in realtà possiamo stiamo morendo di fame l’anima.
Ricordo di aver parlato una volta di questo argomento con una delle persone più straordinarie che abbia mai conosciuto: una donna la cui simpatia e nobile gentilezza verso di me, sia prima che dopo la tragedia della mia prigionia, sono state indescrivibili; una donna che, senza che lei lo sappia, mi ha aiutato più di chiunque altro al mondo a sopportare il peso dei miei problemi. Tutto ciò è stato possibile semplicemente grazie alla sua esistenza, grazie a ciò che lei rappresenta: in parte un ideale, in parte un esempio di ciò che si può diventare, e soprattutto un aiuto concreto per realizzarlo. Una donna la cui presenza rende l’aria stessa più dolce, che fa sembrare le cose spirituali semplici e naturali come la luce del sole o il mare; una donna per cui Bellezza e Tristezza camminano fianco a fianco, portando lo stesso messaggio. In quell’occasione le dissi chiaramente che c’era abbastanza sofferenza in una semplice strada di Londra da dimostrare che Dio non ama l’uomo; che ovunque ci fosse dolore, anche solo quello di un bambino in un piccolo giardino che piange per un errore commesso o meno, l’intera creazione ne risultava macchiata. Mi sbagliavo completamente. Lei me lo disse, ma non riuscivo a crederci. Non ero nella condizione mentale adatta per comprenderlo. Ora mi sembra che qualche forma di amore sia l’unica spiegazione possibile per la quantità straordinaria di sofferenza esistente nel mondo; non riesco a concepire alcuna altra spiegazione. Sono convinto che non ce ne sia nessun’altra. E se davvero i mondi sono stati creati dalla Tristezza, allora è stato per mezzo dell’Amore: perché in nessun altro modo l’anima umana potrebbe raggiungere la sua piena perfezione. Piacere per il bel corpo, ma dolore per l’anima bella.
Quando dico di essere convinto di queste cose, parlo con troppa orgoglio. Lontano, come una perla perfetta, si può vedere la città di Dio. È così meravigliosa che sembra che anche un bambino possa raggiungerla in una giornata d’estate. E infatti, un bambino potrebbe farlo. Ma per me, e per persone come me, le cose sono diverse. Si può comprendere qualcosa in un istante, ma poi si perde nelle lunghe ore che seguono. È così difficile mantenere quelle “altezze” alle quali l’‘anima è davvero capace di arrivare. Pensiamo all’Eternità, ma avanziamo lentamente nel Tempo. E quanto lentamente il tempo scorre per noi che siamo rinchiusi in una “prigione”. Non c’è bisogno di dirlo. E nemmeno della stanchezza e del -dispero che ritornano nella nostra “cella”, nel cuore nostro, con tale insistenza strana. Che sembra quasi che dobbiamo adornare e pulire la nostra “casa” in loro attesa, come se fossero ospiti indesiderati, o padroni crudeli, o schiavi di cui dipende il nostro destino. E anche se al momento vi sembra difficile da credere, è vero che per voi, che vivete nella libertà, nell’ozio e nel comfort, è molto più facile imparare le lezioni dell’Umiltà di quanto non lo sia per me. Che inizio la giornata inginocchiandomi e lavando il pavimento della mia “cella”. La vita in prigione, con le sue privazioni infinite e i suoi limiti, rende una persona ribelle. La cosa più terribile non è che spezzi il cuore. I cuori sono fatti apposta per essere spezzati. Ma che trasformi il cuore in pietra. A volte si sente che solo con un viso di bronzo e un labbro pieno di disprezzo si possa sopravvivere a quel giorno. E chi è in uno stato di ribellione non può ricevere la grazia. Per usare quella frase che la Chiesa ama tanto. E lo fa, oserei dire, con pieno diritto. Perché nella vita, come nell’Arte, l’atteggiamento ribelle blocca i canali dell’’anima e impedisce all’aria del cielo di entrare. Eppure devo imparare queste lezioni qui. Se proprio devo impararle da qualche parte. Devo essere pieno di gioia se i miei piedi sono sulla “giusta strada”. E se il mio viso è rivolto verso la “porta chiamata Bella”. Anche se molte volte cadrò nel fango. E spesso mi perderò nella nebbia.
Questa nuova vita, che a volte mi piace chiamare “il frutto del mio amore per Dante”, in realtà non è affatto una nuova vita, ma semplicemente la continuazione, attraverso lo sviluppo e l’evoluzione, della mia vita precedente. Ricordo che quando ero a Oxford, una mattina di giugno prima di conseguire la laurea, mentre passeggiavo lungo i sentieri stretti e pieni di uccelli del Magdalen College, dissi a un mio amico che volevo assaporare il frutto di tutti gli alberi del “giardino del mondo” e che uscivo nel mondo con quella passione nel cuore. E così feci davvero: visi così. L’unico errore che commisi fu quello di limitarmi esclusivamente agli alberi di quella parte del giardino che mi sembrava più bella, evitando l’altra metà a causa della sua ombra e della sua tristezza. Fallimento, disonore, povertà, dolore, disperazione, sofferenza, lacrime, tutte queste cose mi spaventavano. E poiché avevo deciso di non conoscerle affatto, fui costretto a sperimentarle una dopo l’altra, a nutrirmi di esse, per un certo periodo, in effetti, non ebbi altro cibo. Non rimpiango nemmeno per un momento di aver vissuto per il piacere: lo feci appieno, come si dovrebbe fare con tutto ciò che si fa. Non esisteva alcun piacere che non provassi. Gettai la “perla del mio cuore” in una coppa di vino; seguii sentieri pieni di fiori di primula, vivetti di miele. Ma continuare a vivere nello stesso modo sarebbe stato sbagliato: avrebbe significato limitarsi. Dovevo andare oltre. L’altra metà del “giardino” aveva i suoi segreti anche per me. Ovviamente tutto ciò è preannunciato e simboleggiato nella mia arte: alcune di queste cose si trovano in “Il Principe Felice”, altre in “Il Giovane Re”, soprattutto nel passaggio in cui il Vescovo dice al ragazzo inginocchiato: “Non è forse Lui che ha creato la sofferenza più saggio di te?”. Quando lo scrissi, quella frase mi sembrava solo una frase. Ma gran parte di ciò che ho descritto è nascosta nella “nota del Destino” che, come un filo viola, attraversa il tessuto dorato di “Dorian Gray”; in “Il Critico come Artista” viene espressa in molti modi diversi; nel “Spirito dell’Uomo” è scritta in modo semplice e chiaro. È uno dei motivi ricorrenti che rendono “Salomè” simile a una melodia, unendo tutti i suoi elementi in un’unica composizione musicale. E non poteva essere altrimenti: in ogni momento della vita, si è ciò che si diventerà, proprio come si è stati in passato. L’arte è un simbolo, perché l’uomo stesso è un simbolo.
Se riesco davvero a comprenderlo appieno, questo rappresenta la realizzazione ultima della vita artistica. La vita artistica, infatti, non è altro che lo sviluppo autentico di sé. L’umiltà nell’artista consiste nel suo accettare apertamente tutte le esperienze; allo stesso modo, l’amore nell’artista è semplicemente quel senso di bellezza che rivela al mondo la sua forma esteriore e la sua anima. In “Marius”, il padre epicureo cerca di conciliare la vita artistica con quella religiosa, nel senso profondo, dolce e austero del termine. Ma Marius non è altro che uno spettatore: certo, un ideale spettatore, a cui è dato “contemplare lo spettacolo della vita con le emozioni appropriate”, come Wordsworth definisce l’ vero scopo di un poeta. Tuttavia, rimane pur sempre uno spettatore, e forse troppo preso dalla bellezza delle cose esteriori per rendersi conto che ciò che sta osservando è in realtà il “Santuario del Dolore”.
Vedo una connessione molto più stretta e immediata tra la vera vita di Cristo e quella dell’artista, e trovo grande piacere nel riflettere su come, molto prima che il Dolore prendesse il controllo della mia vita, avessi già scritto in “L’anima dell’Uomo” che colui che vuole condurre una vita simile a quella di Cristo deve essere completamente se stesso. Ho preso come esempi non solo il pastore sulla collina e il prigioniero nella sua cella, ma anche il pittore per cui il mondo è un spettacolo e il poeta per cui il mondo è una canzone. Ricordo di aver detto una volta ad André Gide, mentre sedevamo insieme in un caffè di Parigi, che sebbene la Metafisica non mi interessasse affatto, e la Morale nemmeno minimamente, nulla di ciò che avevano detto Platone o Cristo non potesse essere immediatamente trasferito nel campo dell’Arte, dove trovava la sua piena realizzazione. Era una generalizzazione profonda e innovativa.
Non è solo perché in Cristo possiamo osservare quella stretta unione tra personalità e perfezione che costituisce la vera differenza tra arte classica e romantica, e che rende Cristo il vero precursore del movimento romantico nella vita, ma anche perché le stesse basi della sua natura erano identiche a quelle della )natura dell’artista, ovvero un’intensa e appassionata immaginazione. Egli comprese, in tutto l’ambito delle relazioni umane, quella capacità di empatia immaginativa che, nell’arte, rappresenta il vero segreto della creazione. Riuscì a comprendere la sofferenza del lebbroso, l’oscurità del cieco, la cupa miseria di coloro che vivono solo per il piacere, e anche quella strana “povertà” dei ricchi. Ora potete capire, vero? Quando mi scriveste nel momento del mio dolore, dicendo: “Quando non sei sul tuo piedistallo, non sei interessante. La prossima volta che ti ammalerai, me ne andrò subito”, eravate lontani tanto dal vero spirito dell’artista quanto da ciò che Matthew Arnold definisce “il segreto di Gesù”. Entrambi questi insegnamenti vi avrebbero fatto capire che tutto ciò che accade agli altri accade anche a noi; e se volete che un’iscrizione vi accompagni al risveglio, di notte, per il piacere o per la sofferenza, scrivete sul muro della vostra casa queste parole: “Tutto ciò che accade agli altri accade anche a noi”. E se qualcuno vi chiedesse cosa possa significare un’iscrizione del genere, rispondete che significa “il cuore di Cristo e la mente di Shakespeare”.
Il posto di Cristo è davvero tra i poeti. Tutta la sua concezione dell’Umanità nasce direttamente dall’immaginazione e può essere realizzata soltanto attraverso di essa. Quello che Dio era per il panteista, l’uomo lo fu per lui. Fu il primo a considerare le razze divise come un’unica unità. Prima del suo tempo esistevano dèi e uomini; soltanto lui vide che sulle “colline della vita” c’erano soltanto Dio e l’Uomo. Sentendo, attraverso il misticismo della simpatia, che in sé entrambi erano stati incarnati, si definì Figlio di Uno o Figlio dell’Altro, a seconda del suo umore. Più di chiunque altro nella storia, egli risvegliò in noi quel sentimento di meraviglia al quale il romanzo si rivolge sempre. Per me rimane ancora incredibile l’idea che un giovane contadino galileano potesse immaginare di poter portare sulle proprie spalle il peso di tutto il mondo: tutto ciò che era già stato fatto e sofferto, e tutto ciò che ancora sarebbe stato fatto e sofferto: i peccati di Nerone, di Cesare Borgia, di Alessandro VI, e di colui che fu Imperatore di Roma e Sacerdote del Sole; le sofferenze di coloro la cui esistenza è simbolo di oppressione, dei bambini delle fabbriche, dei ladri, delle persone in prigione, degli emarginati, di coloro che tacciono sotto l’oppressione e il cui silenzio viene udito soltanto da Dio. E non solo lo immaginò, ma riuscì davvero a realizzarlo: in modo tale che, nel momento attuale, chiunque entri in contatto con la sua personalità, anche se non si inchina davanti al suo altare né si inginocchia davanti al suo “sacerdote”, per qualche motivo scopre che la bruttezza dei propri peccati viene cancellata e la bellezza della propria sofferenza gli viene rivelata.
Ho detto di lui che si colloca tra i poeti; è vero. Shelley e Sofocle sono della sua stessa compagnia. Ma anche tutta la sua vita rappresenta il più meraviglioso dei poemi. Per quanto riguarda “pietà e terrore”, nulla nell’intero ciclo della tragedia greca può eguagliarle. La purità assoluta del protagonista eleva l’intera struttura narrativa a un livello di arte romantica tale che i dolori descritti nella “linea di Tebe e Pelope” vengono, per via della loro stessa orrore, esclusi da questa rappresentazione; ciò dimostra quanto fosse errato Aristotele quando, nel suo trattato sulla drammaturgia, affermava che fosse impossibile sopportare lo spettacolo di una persona innocente che soffre. Né in Eschilo né in Dante, quei maestri severi della tenerezza, né in Shakespeare, l’artista più umano tra tutti i grandi artisti, né nell’intero mito e nella leggenda celtica – dove la bellezza del mondo viene mostrata attraverso una nebbia di lacrime e la vita di un uomo sembra quella di un fiore – esiste nulla che, per la semplicità del pathos e l’unione con la sublimità dell’effetto tragico, possa essere paragonato o anche solo avvicinato all’ultimo atto della passione di Cristo. Quella piccola cena con i suoi compagni, uno dei quali lo aveva già venduto in cambio di denaro; l’angoscia nel tranquillo giardino d’olivi illuminato dalla luna; l’amico traditore che si avvicina a lui per tradirlo con un bacio; l’amico che ancora credeva in lui e su cui aveva sperato di costruire una “casa di rifugio” per l’umanità, ma che lo rifiuta, proprio come il canto dell’uccello all’alba; la sua totale solitudine, la sua sottomissione, la sua accettazione di tutto. E insieme a queste scene, quelle del sommo sacerdote dell’Ortodossia che strappa i propri vestiti in segno di rabbia, e del magistrato della giustizia civile che chiede acqua nella vana speranza di purificarsi da quella macchia di sangue innocente che lo rende la figura scarlatta della storia. La cerimonia di incoronazione del Dolore, uno dei momenti più meravigliosi di tutta la storia umana. La crocifissione dell’Innocente davanti agli occhi di sua madre e del discepolo che amava. I soldati che giocano d’azzardo per i suoi vestiti. Quella terribile morte con cui ha dato al mondo il simbolo più eterno. E la sua sepoltura finale nella tomba dell’uomo ricco, il suo corpo avvolto in lino egizio e profumato di spezie costose, come se fosse stato il figlio di un re. Quando si considera tutto questo soltanto dal punto di vista dell’arte, non si può fare a meno di essere grati che l’ufficio supremo della Chiesa sia proprio quello di rappresentare la tragedia senza versare sangue, di esprimere in modo mistico, attraverso dialoghi, costumi e gesti, la passione del suo Signore. E per me è sempre una fonte di piacere e meraviglia ricordare che l’ultima sopravvivenza del coro greco, perso in altre forme d’arte, si trova nel servitore che risponde al sacerdote durante la messa.
Eppure l’intera vita di Cristo – in tutto ciò che essa rappresenta e manifesta, sia il Dolore che la Bellezza possono essere considerati come un’unica realtà – è davvero un idillio, anche se termina con il velo del tempio strappato, l’oscurità che avvolge la terra e la pietra rotolata davanti alla porta della tomba. Si pensa sempre a Lui come a un giovane sposo insieme ai suoi compagni, proprio come egli stesso si descrive in alcuni passaggi; o come a un pastore che attraversa valli con le sue pecore in cerca di praterie verdi o ruscelli freschi; o come a un cantante che cerca di costruire, attraverso la musica, i muri della città di Dio; o ancora come a un amante per il quale l’intero mondo sembra troppo piccolo. I suoi miracoli mi appaiono squisiti, proprio come l’arrivo della Primavera, e del tutto naturali.
Non vedo alcuna difficoltà nel credere che il fascino della sua personalità fosse tale da far sì che la semplice sua presenza potesse portare pace alle anime angosciate; che coloro che toccavano i suoi vestiti o le sue mani dimenticassero il loro dolore; che, mentre lui passava lungo il cammino della vita, persone che prima non avevano compreso i misteri della vita li vedessero chiaramente; che altri, che fino ad allora erano stati sordi a qualsiasi voce tranne quella del Piacere, ascoltassero per la prima volta la voce dell’Amore e la trovassero “altrettanto musicale quanto il liuto di Apollo”; che le passioni malvagie fuggissero al suo avvicinarsi; che uomini la cui vita monotona e priva di immaginazione sembrava essere soltanto un modo per andare verso la morte, si risvegliassero come se fossero usciti dalla tomba quando lui li chiamava; che, quando insegnava sulle colline, la folla dimenticasse la fame, la sete e le preoccupazioni di questo mondo; e che per i suoi amici, che lo ascoltavano mentre mangiava, il cibo semplice sembrasse delizioso, l’acqua avesse il sapore del buon vino, e tutta la casa fosse pervasa dall’aroma e dalla dolcezza del nardo.
Renan, nella sua “Vita di Gesù” – quel nobile Quinto Vangelo, che si potrebbe anche chiamare il Vangelo secondo San Tommaso – afferma in qualche passaggio che la grande realizzazione di Cristo fu quella di farsi amare, dopo la sua morte, tanto quanto lo era stato durante la sua vita. E certamente, se il suo posto è tra i poeti, allora egli è il capo di tutti gli amanti. Egli vide che l’amore era quel segreto perduto del mondo che i saggi cercavano da tempo, e che solo attraverso l’amore si poteva avvicinare sia al cuore di un lebbroso che ai Piedi di Dio.
E soprattutto, Cristo è il più supremo degli Individualisti. L’umiltà, come l’accettazione artistica di tutte le esperienze, non è altro che un modo di manifestarsi. È l’‘anima dell’uomo quella che Cristo cerca sempre. La chiama “Regno di Dio” – basilaia tou theo – e la trova in ognuno di noi. La paragona a cose piccole: un seme minuscolo, un pizzico di lievito, una perla. Questo perché si realizza davvero l’anima solo liberandosi da tutte le passioni estranee, da tutta la cultura acquisita e da tutti i beni esterni, sia essi buoni che cattivi.
Con una certa testardaggine di volontà e molta ribellione della natura, ho affrontato tutto fino a quando non mi è rimasto assolutamente nulla al mondo se non Cyril. Avevo perso il mio nome, la mia posizione, la mia felicità, la mia libertà, la mia ricchezza. Ero un prigioniero e un povero. Ma avevo ancora una cosa bella: mio figlio maggiore. Improvvisamente, la legge me lo ha portato via. È stato un colpo così terribile che non sapevo cosa fare; mi sono gettato in ginocchio, ho chinato la testa, ho pianto e ho detto: “Il corpo di un bambino è come il corpo del Signore. Non ne sono degno.” In quel momento, ho capito che l’unica cosa da fare era accettare tutto. Da allora, per quanto possa sembrarvi strano, sono diventato più felice. Naturalmente, era la mia ‘anima nella sua essenza ultima quella che avevo finalmente raggiunto. In molti modi, ero stato il suo nemico, ma l’ho trovata ad aspettarmi come un’amica. Quando si entra in contatto con l’’anima, ci si rende semplici come un bambino, proprio come disse Christ che dovremmo essere.
È tragico quanto poche persone riescano davvero a “possedere la propria anima” prima di morire, “Niente è più raro in un uomo”, dice Emerson, “di un atto compiuto con le proprie forze”. È vero: la maggior parte delle persone vive la vita degli altri, i loro pensieri sono opinioni altrui, la loro vita una mimesi, le loro passioni citazioni prese da qualcun altro. Christ non fu soltanto l’Individuo supremo, ma fu anche il primo nella Storia in questo senso. Le persone hanno cercato di farlo passare per un filantropo ordinario, come quei terribili filantropi del XIX secolo, o di considerarlo un altruista, in modo poco scientifico e sentimentale. Ma in realtà non era né l’uno né l’altro. Certo, provava compassione per i poveri, per coloro che erano rinchiusi in prigioni, per gli umili, per i miseri, ma provava ancora più compassione per i ricchi, per quegli egoisti che sprecavano la propria libertà diventando schiavi delle cose materiali, per coloro che indossavano abiti lussuosi e vivevano nelle case dei re. Per lui, la ricchezza e il piacere rappresentavano tragedie ben più grandi della poveranza e del dolore. E quanto all’altruismo, chi meglio di lui sapeva che è una vocazione, non una volontà, a determinare le nostre azioni, e che non si possono raccogliere uva dai rovi né fichi dai cardi?
Vivere per gli altri come obiettivo consapevole e definito della propria esistenza non faceva parte delle sue credenze; non costituiva nemmeno la base fondamentale delle sue idee. Quando dice “Perdona i tuoi nemici”, lo fa non per il bene del nemico, ma per il proprio bene stesso, perché l’Amore è più bello dell’Odio. Nella sua esortazione al giovane che amava, quando lo guardava, “Vendi tutto ciò che possiedi e dàllo ai poveri”, non pensa allo stato dei poveri, ma all’‘anima di quel giovane, a quella bella ‘anima che la ricchezza stava corrompendo. Nel suo modo di vedere la vita, egli è uno con l’artista che sa che, per legge inevitabile dell’auto-perfezionamento, il poeta deve cantare, lo scultore deve modellare nel bronzo, il pittore deve rendere il mondo uno “specchio” dei propri stati d’animo, così come il pruneto fiorisce necessariamente in primavera, il grano diventa oro al momento del raccolto, e la Luna, nel suo percorso ordinato, cambia forma da scudo a falce e viceversa.
Ma sebbene Cristo non abbia detto agli uomini “Vivete per gli altri”, ha indicato chiaramente che non c’è alcuna differenza tra la vita degli altri e la propria vita. In questo modo ha dato all’uomo una personalità più ampia, un’identità davvero titanica. Dall’avvento di Cristo in poi, la storia di ogni individuo è, o può diventare, la storia del mondo intero. Naturalmente, la Cultura ha intensificato questa personalità umana; l’Arte ci ha resi capaci di comprendere aspetti diversi della realtà. Coloro che possiedono un temperamento artistico, come Dante, vanno nell’esilio e imparano quanto sia importante il ruolo degli altri nella nostra vita; per un momento provano la serenità e la calma di Goethe, ma sanno fin troppo bene perché Baudelaire gridava a Dio:
“O Signore, dammi la forza e il coraggio di guardare il mio corpo e il mio cuore senza disgusto.”2
Traggono dai sonetti di Shakespeare, forse a loro stesso danno, i segreti del suo amore e li fanno propri; vedono la vita moderna con occhi nuovi perché hanno ascoltato una delle notturne di Chopin, o hanno studiato l’arte greca, o letto la storia dell’amore di un uomo morto per una donna morta, i cui capelli erano come fili d’oro e il cui viso era simile a quello di una melagrana. Ma la compassione del temperamento artistico è necessariamente rivolta verso ciò che è stato espresso in parole, colori, musica o marmo; dietro le maschere dipinte di un’opera di Eschilo, o attraverso i canne intrecciate di un pastore siciliano, l’uomo e il suo messaggio devono essersi rivelati.
Per l’artista, l’espressione è l’unico mezzo con cui può concepire la vita stessa; per lui ciò che è muto è morto. Ma non era così per Cristo. Con una vastità e un’meraviglia dell’immaginazione che suscitano quasi timore, egli prese tutto il mondo di ciò che è inarticolato, il mondo silenzioso del dolore, come suo regno, e se ne fece l’eterno portavoce. Coloro di cui ho parlato, quei che sono muti sotto la oppressione e “la cui silenzio viene udita solo da Dio”, egli li scelse come suoi fratelli; cercò di essere occhi per i ciechi, orecchie per i sordi, voce per coloro il cui linguaggio era stato legato. Il suo desiderio era che le miriadi di persone che non avevano modo di esprimersi potessero invocare il Cielo attraverso di lui. E, con la natura artistica di colui per il quale il Dolore e la Sofferenza erano mezzi per realizzare la sua concezione della Bellezza, egli si fece l’immagine dell’Uomo del Dolore; e così affascinò e dominò l’Arte in modo che nessun dio greco riuscì mai a fare.
Perché i dei greci, nonostante le loro membra bianche e rosse, non erano davvero ciò che sembravano: la fronte curva di Apollo assomigliava al disco del sole all’alba sopra una collina; i suoi piedi erano come le ali dell’alba, ma egli stesso fu crudele con Marsia e rese Niobe sterile; negli occhi di Pallade non c’era pietà per Arachne; la pompa e lo sfarzo di Era rappresentavano tutto ciò che in lei era veramente nobile. E il Padre degli Dei stesso amava troppo le figlie degli uomini. Le due figure profonde e significative della mitologia greca erano, per la religione, Demetra, una dea terrestre, non un’Olimpia; per l’arte, Dioniso, figlio di una donna mortale, il cui stesso momento di nascita fu anche il suo momento di morte.
Ma la Vita stessa, dalla sua sfera più umile e semplice, produsse qualcuno molto più meraviglioso della madre di Proserpina o del figlio di Semele: dal laboratorio di un carpentiere a Nazareth nacque una personalità infinitamente più grande di qualsiasi altra creata dalla mitologia o dalla leggenda, e, stranamente, destinata a rivelare al mondo il significato mistico del vino e la vera bellezza dei gigli dei campi, come nessuno aveva mai fatto prima, né sul Cithaeron né ad Enna.
Per lui, il canto di Isaia: “Disprezzato e rifiutato dagli uomini, uomo di dolori e conosciuto nella sofferenza; noi abbiamo quasi nascosto i nostri volti da lui”, sembrava prefigurare la sua stessa persona, e in lui quella profezia si realizzò. Non dobbiamo temere un simile linguaggio: ogni opera d’arte è infatti l’adempimento di una profezia, poiché ogni opera d’arte trasforma un’idea in immagine. Anche ogni essere umano dovrebbe rappresentare l’adempimento di una profezia, poiché ogni uomo dovrebbe realizzare qualche ideale, sia nella mente di Dio che in quella dell’uomo. Cristo ha trovato quel modello e lo ha concretizzato; il sogno di un poeta come Virgilio, a Gerusalemme o a Babilonia, si è incarnato in lui nel corso dei secoli, per colui che il mondo aspettava. “Il suo volto era più segnato di qualsiasi altro uomo, e la sua figura più deformata di quelle degli uomini”, sono alcuni dei segni indicati da Isaia per riconoscere quel nuovo ideale; non appena l’Arte comprese il loro significato, sbocciò come un fiore davanti a colui in cui la verità nell’arte fu espressa come mai prima. Poiché, come ho detto, la verità nell’arte è “quella in cui l’esterno esprime l’interno; in cui l’‘anima si concretizza in forma e il -corpo viene animato dallo spirito; in cui la Forma rivela ciò che è nascosto”.
Per me, una delle cose più deplorevoli nella storia è che il Rinascimento stesso di Cristo, che aveva prodotto la Cattedrale di Chartres, il ciclo leggendario di Re Artù, la vita di San Francesco d’Assisi, l’arte di Giotto e la Divina Commedia di Dante, non ebbe modo di svilupparsi secondo le sue proprie linee; fu invece interrotto e rovinato dal noioso Rinascimento classico, che ci ha dato Petrarca, i affreschi di Raffaello, l’architettura palladiana, la tragedia francese formale, la Cattedrale di San Paolo, la poesia del Papa, e tutto ciò che è frutto di regole esterne e morte, e non nasce dall’interno attraverso uno spirito che lo animi. Ma ovunque esista un movimento romantico nell’Arte, lì, in qualche modo e sotto qualche forma, c’è Cristo o l’‘anima di Cristo. Lui è presente in Romeo e Julietta, nel Racconto d’inverno, nella poesia provenzale, in “Il Vecchio Marinaio”, in “La Bella Dame sans Merci” e nella Ballata della Carità di Chatterton.
Gli dobbiamo le cose e le persone più svariate: i “Les Misérables” di Hugo, i “Fleurs du Mal” di Baudelaire, la nota di compassione presente nei romanzi russi, gli affreschi, i tappeti e le opere del Quattrocento di Burne-Jones e Morris, i poemi di Verlaine. Tutto ciò appartiene a lui tanto quanto la Torre di Giotto, Lancelot e Guinevere, Tannhäuser, le sculture romantiche di Michelangelo, l’architettura raffinata, nonché l’amore per i bambini e i fiori. Infatti, nell’arte classica questi elementi avevano ben poco spazio: a malapena sufficiente perché potessero crescere e “giocare” all’interno di essa. Ma dal XII secolo fino ai giorni nostri continuano ad apparire nell’arte, in modi diversi e in momenti variabili, proprio come i bambini e i fiori hanno la tendenza a fare. La primavera sembra sempre un momento in cui i fiori si nascondono. E emergono solo perché temono che gli adulti si stanchino di cercarli e smettano di cercare. La vita di un bambino, d’altra parte, non è forse proprio come una giornata di aprile, in cui ci sono sia pioggia che sole per i narcisi?
Ed è proprio la qualità immaginativa insita nella natura stessa di Cristo che lo rende questo centro pulsante del romanzo. Le strane figure del dramma poetico e della ballata sono frutto dell’immaginazione altrui, ma Gesù di Nazareth si è creato interamente con la propria immaginazione. Il grido di Isaia non aveva davvero nulla a che fare con la sua venuta, proprio come il canto della usignola non ha nulla a che vedere con l’alba della luna – forse nemmeno meno, ma comunque diverso. Lui rappresentava sia la negazione che l’affermazione delle profezie: per ogni aspettativa che avverava, ne c’era un’altra che distruggeva. In tutta la bellezza, dice Bacon, esiste “una sorta di stranezza nelle proporzioni”; e riguardo a coloro che sono nati dallo spirito, cioè a coloro che, come lui stesso, sono forze dinamiche, Cristo afferma che siano simili al vento che “soffia dove vuole e nessuno può dire da dove viene o dove va”. Ecco perché è così affascinante per gli artisti: possiede tutti gli elementi essenziali della vita: mistero, stranezza, pathos, suggestione, estasi, amore.
Appella al sentimento dello stupore e crea quell’atmosfera grazie alla quale può essere compreso unicamente.
E per me è una gioia ricordare che, se lui è “interamente fatto di immaginazione”, allora anche il mondo stesso è formato dalla stessa sostanza. Ho detto in Dorian Gray che i grandi peccati del mondo avvengono nel cervello, ma è proprio nel cervello che tutto avviene. Ora sappiamo che non vediamo con gli occhi né sentiamo con le orecchie: essi sono soltanto canali per la trasmissione, adeguata o inadeguata, delle impressioni sensoriali. È nel cervello che il papavero è rosso, che la mela ha un odore, che il cuculo canta.
Ultimamente ho studiato con molta diligenza i quattro testi in prosa che parlano di Cristo. A Natale sono riuscito a procurarmi un Testamento greco, e ogni mattina, dopo aver pulito la mia cella e lucidato le mie cose, leggo qualche passo dei Vangeli, una dozzina di versetti scelti a caso. È un modo delizioso per iniziare la giornata. Per te, nella tua vita turbolenta e disordinata, sarebbe davvero importante fare lo stesso: ti farebbe molto bene, e il greco è piuttosto semplice da comprendere. L’uso eccessivo e continuo dei testi sacri ci ha fatto perdere la loro ingenuità, la loro freschezza, il loro semplice fascino romantico. Li ascoltiamo troppo spesso, e di solito in modo molto scadente; ogni ripetizione è anti-spirituale. Tornare al testo originale greco è come entrare in un “giardino di gigli” dopo essere stati per molto tempo in una casa stretta e buia.
Per me il piacere di leggere i Vangeli in greco aumenta ancora di più quando penso che è estremamente probabile che stiamo utilizzando esattamente le parole usate da Cristo stesso. Si è sempre pensato che Cristo parlasse aramaico; anche Renan la pensava così. Ma ora sappiamo che i contadini della Galilea, proprio come i contadini irlandesi dei nostri giorni, erano bilingui, e che il greco era la lingua comune in tutta la Palestina, come del resto in tutto il mondo orientale. Non mi è mai piaciuta l’idea che conoscessimo le parole di Cristo soltanto attraverso traduzioni successive. È davvero una gioia pensare che, per quanto riguarda i suoi discorsi, Charmide avrebbe potuto ascoltarlo, Socrate avrebbe potuto ragionare con lui, Platone avrebbe potuto comprenderlo veramente. Che abbia effettivamente detto “ego eimi o poimano kalos”; che quando pensava ai gigli del campo, che non lavoravano né filavano, la sua espressione fosse proprio “katamathete ta krina tou agrou, pos auxanei ou kopia oude nathei”; e che la sua ultima parola, quando gridò “La mia vita è compiuta”, fosse esattamente quella che San Giovanni ci racconta: “tetelestai”. Nient’altro.
E mentre leggo i Vangeli – soprattutto quello dello stesso San Giovanni, o qualsiasi testo gnostico antico che abbia preso il suo nome e il suo messaggio – vedo questa costante affermazione dell’immaginazione come base di tutta la vita spirituale e materiale. Vedo anche che per Cristo l’immaginazione era semplicemente una forma di amore, e che per lui l’amore era il Signore, nel senso più pieno di questa parola. Circa sei settimane fa, il Direttore mi permise di mangiare pane bianco al posto del pane nero o marrone grossolano tipico delle prigioni ordinarie. È davvero una prelibatezza. Per voi potrebbe sembrare strano che del pane secco qualcuno possa considerarlo un piatto delizioso. Vi assicuro che per me lo è davvero; alla fine di ogni pasto mangio con cura tutte le briciole rimaste nel mio piatto, o quelle cadute sul telo ruvido utilizzato come tovaglia, per non sporcare il tavolo. E lo faccio non per fame – ora ricevo abbastanza cibo – ma semplicemente perché non voglio che nulla venga sprecato di ciò che mi viene dato. Così dovremmo considerare l’amore.
Cristo, come tutte le personalità affascinanti, aveva il potere non solo di dire cose belle, ma anche di far dire cose belle ad altri; e amo molto la storia che San Marco ci racconta di quella donna greca. Quando Cristo, per mettere alla prova la sua fede, le disse che non poteva darle il pane dei figli d’Israele, lei rispose che i piccoli cani che stavano sotto il tavolo mangiavano proprio le briciole lasciate cadere dai bambini. La maggior parte delle persone vive per l’amore e l’ammirazione. Ma è proprio attraverso l’amore e l’ammirazione che dovremmo vivere. Se qualcuno ci mostra amore, dobbiamo riconoscere di essere completamente indegni di esso. Nessuno è degno di essere amato. Il fatto che Dio ami l’uomo dimostra che nell’ordine divino delle cose ideali è scritto che l’amore eterno debba essere donato a ciò che è eternamente indegno. O, se questa frase vi sembra amara da ascoltare, diciamo semplicemente che tutti sono degni di amore, tranne colui che pensa di non esserlo. L’amore è un sacramento che si deve ricevere in ginocchio, e “Domine, non sum dignus” dovrebbe essere sulle labbra e nel cuore di chi lo riceve. Vorrei che a volte ci pensaste. Ne avete davvero bisogno.
Se mai scriverò di nuovo, nel senso di produrre opere d’arte, ci sono soltanto due argomenti su cui e attraverso cui desidero esprimermi: uno è “Cristo, come precursore del movimento romantico nella vita”; l’altro è “la vita artistica considerata nel suo rapporto con il comportamento umano”. Il primo, naturalmente, è estremamente affascinante, perché in Cristo vedo non solo gli elementi essenziali del tipo romantico supremo, ma anche tutti quegli aspetti casuali, persino quelle caratteristiche capricciose del temperamento romantico. Lui fu la prima persona a dire alle persone che dovrebbero vivere una vita “come i fiori”. Definì questa espressione; prese i bambini come modello di ciò in cui le persone dovrebbero cercare di diventare, e li presentò come esempi per gli adulti. Cosa che anch’io ho sempre ritenuto essere lo scopo principale della presenza dei bambini, se qualcosa di perfetto dovesse avere uno scopo. Dante descrive l’anima umana come proveniente dalla mano di Dio “piangendo e ridendo come un piccolo bambino”; anche Cristo vide che l’anima di ogni persona dovrebbe essere “come una bambina, che piange e ride in modo infantile”. Riteneva che la vita fosse mutevole, fluida, attiva. E che permetterle di assumere forme rigide significasse “morire”. Pensava che le persone non dovessero prendersi troppo sul serio per gli interessi materiali e comuni; che essere impratici fosse una cosa positiva, “Gli uccelli non lo fanno, perché dovrebbe farlo l’uomo?” Diceva anche: “Non preoccuparti del domani. L’anima non è forse qualcosa di più della carne? Il corpo non è forse qualcosa di più dei vestiti?” Una frase che un greco avrebbe potuto pronunciare, piena di sentimenti greci. Ma solo Cristo poteva dirle entrambe, e così riassumere perfettamente la vita per noi.
La sua moralità è tutta compassione. Esattamente ciò che la moralità dovrebbe essere. Se l’unica cosa che avesse mai detto fosse stata “I suoi peccati le sono stati perdonati perché ha amato molto”, sarebbe valsa la pena morire per averlo detto. La sua giustizia è tutta giustizia poetica. Esattamente ciò che la giustizia dovrebbe essere. Il mendicante va in paradiso perché è stato infelice. Non riesco a immaginare una ragione migliore per cui debba essere mandato lì. Le persone che lavorano un’ora nel vigneto al fresco della sera ricevono lo stesso compenso di quelle che hanno dovuto lavorarci tutto il giorno sotto il sole cocente. Perché non dovrebbero? Probabilmente nessuno merita nulla. O forse sono semplicemente un altro tipo di persone. Cristo non aveva pazienza per quei sistemi meccanici, noiosi e privi di vita che trattano le persone come cose, e quindi le trattano tutte allo stesso modo. Come se qualcuno, o qualcosa, fosse uguale a qualsiasi altra cosa al mondo. Per lui non esistevano leggi: c’erano soltanto eccezioni.
Quello che costituiva il vero nucleo dell’arte romantica era, per lui, la base stessa della vita reale; non esisteva altra base possibile. Quando gli mostrarono una donna colpevole di un grave peccato e gli fecero leggere la pena prevista dalla legge, chiedendogli cosa si dovesse fare, egli scrisse con il dito a terra, come se non li ascoltasse; infine, quando insistettero ancora, alzò lo sguardo e disse: “Chi di voi non ha mai peccato, sia il primo a gettare la pietra contro di lei”. Valeva davvero la pena vivere per aver detto una cosa del genere.
Come tutte le nature poetiche, amava le persone ignoranti; sapeva che nell’anima di chi è ignorante c’è sempre spazio per grandi idee. Ma non poteva sopportare le persone stupide, soprattutto quelle reso tali dall’“istruzione”: individui pieni di opinioni che nessuno di loro riusciva a comprendere veramente, un tipo particolarmente moderno. Un tipo descritto da Cristo come colui che possiede la chiave della conoscenza, ma non sa usarla e non permette agli altri di farlo, anche se essa potrebbe aprire le porte del Regno di Dio. La sua principale battaglia fu contro i “Filistei”: quella è la battaglia che ogni “figlio della luce” deve combattere. Il filistinismo rappresentava lo spirito dell’epoca e della comunità in cui viveva; nella loro totale incapacità di comprendere le idee, nel loro rispetto banale e noioso per le convenzioni, nel loro culto del successo volgare, nella loro ossessione per il lato materialistico della vita. Il giudeo di Gerusalemme ai tempi di Cristo era esattamente l’equivalente del filisteo britannico dei nostri giorni. Cristo derise quelle “tomba bianche” della rispettabilità, rendendo quella frase immortale; considerava il successo mondano qualcosa di assolutamente disprezzabile, non vedeva in esso nulla di valore; considerava la ricchezza un peso per l’uomo. Non accettava che la vita venisse sacrificata a nessun sistema di pensiero o morale; indicava chiaramente che le forme e le cerimonie sono create per l’uomo, non l’uomo per le forme e le cerimonie. Considerava il sabatarismo un esempio di ciò che andava completamente ignorato. Le filantropie fredde, le opere di carità ostentatrici, i formalismi noiosi tanto amati dalla classe media. Li denunciava con totale disprezzo. Per noi, ciò che viene chiamato “ortodossia” è soltanto un’acquiescenza superficiale e ignorante; per loro, invece, era una tirannia terribile e paralizzante. Cristo la spazzò via; dimostrò che solo lo spirito ha valore. Gli piaceva molto far notare loro quanto fossero in realtà ignoranti riguardo al significato della Legge e dei Profeti. In opposizione alla loro abitudine di dedicare ogni singolo giorno alle stesse attività rituali, predicò l’importanza fondamentale di vivere completamente nel momento presente.
Coloro che Egli salva dai loro peccati vengono salvati soltanto per godere di momenti meravigliosi nella loro vita. Maria Maddalena, quando vede Cristo, rompe il ricco vaso d’alabastro che uno dei suoi sette amanti le aveva donato e sparge i profumi aromatici sui Suoi piedi stanchi e polverosi; per quel solo momento, lei rimane per sempre insieme a Ruth e Beatrice tra i capelli della rosa bianca come la neve del Paradiso. Tutto ciò che Cristo ci dice, sotto forma di un piccolo avvertimento, è che ogni momento dovrebbe essere bello, che l’‘anima dovrebbe sempre essere pronta all’arrivo dello Sposo, sempre in attesa della voce dell’Amante. Il filistinismo, d’altra parte, rappresenta semplicemente quella parte della natura umana che non è illuminata dall’immaginazione; per lui, tutte le belle influenze della vita sono modi di Luce: l’immaginazione stessa è la “luce del mondo”, secondo l’espressione “phos tou kosmou”: il mondo è stato creato da essa, ma non riesce a comprenderla. Questo perché l’immaginazione è semplicemente una manifestazione dell’Amore, ed è proprio l’amore e la capacità di amare che distinguono un essere umano dall’altro.
Ma quando si confronta con il peccatore, Cristo mostra il suo lato più romantico, o meglio, il suo lato più reale. Il mondo ha sempre amato i santi come esempi di perfezione vicini a quella divina; Cristo, invece, sembra aver sempre amato i peccatori come esempi di perfezione umana più immediati. Il Suo scopo principale non era certo quello di “riformare” le persone, né di alleviare il loro soffrire. Non aveva alcun interesse per associazioni del genere o movimenti moderni simili; la conversione di un pubblicano in un fariseo non gli sembrava affatto un grande risultato. Ma, in modo ancora incompreso dal mondo, considerava il peccato e il soffrire stessi come cose belle e sacre, modi di perfezione. Una idea davvero pericolosa. E infatti lo è. Tutte le grandi idee sono pericolose. Ma la fede di Cristo non ammette alcun dubbio. E anch’io non dubito che sia la vera fede.
Certo, il peccatore deve pentirsi. Ma perché? Semplicemente perché altrimenti non sarebbe in grado di rendersi conto di ciò che ha fatto. Il momento del pentimento è il momento dell’iniziazione. Anzi, è il mezzo con cui si può cambiare il proprio passato. I Greci ritenevano che questo fosse impossibile; nei loro aforismi dicevano spesso: “Anche gli Dei non possono cambiare il passato”. Cristo dimostrò invece che anche il peccatore più comune poteva farlo. Era l’unica cosa che potesse realmente fare. Se qualcuno avesse chiesto a Cristo, egli avrebbe detto – ne sono abbastanza certo – che nel momento in cui il figlio prodigo si gettò in ginocchio e pianse, quegli episodi orribili della sua vita – sprecare i propri beni con le prostitute, allevare maiali e soffrire la fame – divennero invece momenti belli e sacri nella sua esistenza. È difficile per la maggior parte delle persone comprendere questo concetto. Forse è necessario “entrare in prigione” per capirlo. Se così fosse, forse varrebbe davvero la pena farlo.
C’è qualcosa di davvero unico in Cristo. Certo, proprio come ci sono albe ingannevoli prima della vera alba, e giorni d’inverno pieni di luce improvvisa che fanno credere al croco di sbocciare troppo presto, così esistevano già cristiani prima di Cristo. Per questo dovremmo essere grati. L’unica cosa spiacevole è che da allora non ne sono più esistiti. Faccio un’eccezione: San Francesco d’Assisi. Ma Dio gli aveva dato, fin dalla nascita, l’anima di un poeta; e con quell’anima e il corpo di un mendicante, trovò facilmente la strada verso la perfezione. Capì veramente chi era Cristo e divenne come Lui. Non abbiamo bisogno del “Liber Conformitatum” per capire che la vita di San Francesco rappresenta davvero l’esempio perfetto dell’“Imitatio Christi”: un poema, rispetto al quale quel libro che porta lo stesso nome non è altro che prosa. In fondo, questo è proprio il fascino di Cristo: Lui stesso è come un’opera d’arte. Non insegna nulla di concreto, ma stando nella Sua presenza, si diventa qualcosa di diverso. E tutti sono destinati a trovarsi nella Sua presenza. Almeno una volta nella vita, ognuno cammina con Cristo verso Emmaus.
Per quanto riguarda l’altro argomento, ovvero il rapporto tra la vita artistica e le azioni concrete della vita quotidiana, non vi sembrerà certo strano che io abbia scelto di affrontarlo. Le persone fanno riferimento al carcere di Reading e dicono: “È lì che la vita artistica conduce un uomo”. Beh, potrebbe anche condurlo in posti peggiori. Le persone più meccaniche, per le quali la vita è una specie di calcolo astuto basato su un attento studio dei mezzi e dei modi per raggiungere i propri obiettivi, sanno sempre dove stanno andando e ci arrivano. Partono dal desiderio di diventare il “parroco del villaggio”, e in qualsiasi ambito vengano collocati, riescono effettivamente a diventarlo, senza mai andare oltre. Un uomo il cui desiderio è quello di diventare qualcosa di diverso da sé stesso – un membro del Parlamento, un commerciante di successo, un avvocato influente, un giudice, o qualcos’altro altrettanto noioso – riuscirà inevitabilmente a realizzare quel desiderio. Ma questa è la sua punizione. Chi vuole indossare una maschera deve pur farlo.
Tuttavia, per quanto riguarda le forze dinamiche della vita e coloro in cui queste forze si incarnano, la situazione è diversa. Le persone il cui desiderio principale è quello di realizzare se stessi non sanno mai dove stanno andando. Non possono saperlo. In un certo senso, come diceva l’oracolo greco, è necessario conoscere se stessi: questa è la prima conquista della conoscenza. Ma riconoscere che l’anima di un uomo è incomprensibile rappresenta l’ultima forma di saggezza. Il mistero finale è proprio sé stesso. Anche dopo aver pesato il sole, misurato i passi della luna e mappato i sette cieli stella per stella, rimane sempre sé stesso. Chi può calcolare l’orbita della propria anima? Quando il figlio di Kish andò in cerca delle “cose” del padre, non sapeva che un uomo di Dio lo stava aspettando con il crisma della incoronazione. E che la sua anima era già diventata l’anima di un re.
Spero di vivere abbastanza a lungo e di produrre opere di tale valore che, alla fine dei miei giorni, possa dire: “Sì, è proprio qui che la vita artistica conduce un uomo”. Due delle vite più perfette che ho incontrato nella mia esperienza sono quelle di Verlaine e del principe Kropotkin: entrambi uomini che hanno trascorso anni in prigione; il primo, il poeta cristiano dopo Dante; l’altro, un uomo con lo spirito di quel bellissimo Cristo bianco che sembra emergere dalla Russia. Negli ultimi sette o otto mesi, nonostante una serie di grandi difficoltà provenienti dal mondo esterno quasi senza sosta, sono entrato in diretto contatto con uno spirito nuovo che, attraverso persone e cose, opera in questa prigione; uno spirito che mi ha aiutato in modi che le parole non possono esprimere. Per il primo anno della mia detenzione non facevo altro che stringermi le mani in impotente disperazione, dicendo “Che fine orribile, ”. Ora cerco di dire a me stesso, e a volte, quando non mi tormento più, lo dico davvero con sincerità: “Che inizio meraviglioso, ”. Forse è davvero così. Forse potrà diventarlo. Se ci riuscirò, dovrò molto a questa nuova forza che ha cambiato la vita di tutti coloro che si trovano in questo luogo. Le cose stesse hanno poca importanza; anzi, possiamo ringraziare la Metafisica per qualcosa che ci ha insegnato: esse non hanno una vera esistenza. Solo lo spirito è importante. La punizione può essere inflitta in modo tale da guarire, anziché causare dolore; così come l’elemosina può essere offerta in modo che il pane diventi pietra nelle mani di chi la dona. C’è una grande differenza: non nelle regole, poiché queste sono stabilite con ferrea determinazione, ma nello spirito che le utilizza come mezzo di espressione. Se vi dicessi che, se fossi stato rilasciato lo scorso maggio, come avevo cercato di fare, avrei lasciato questo posto odiandolo e tutti gli ufficiali che vi lavoravano, con un odio così profondo da avvelenare tutta la mia vita. Avrei trascorso un anno in più in prigione, ma l’umanità intera è stata imprigionata insieme a noi. Ora, quando uscirò, ricorderò sempre le grandi gentilezze che ho ricevuto qui da quasi tutti; e nel giorno del mio rilascio ringrazierò molte persone e chiederò loro di ricordarsi di me a loro volta. Il sistema carcerario è assolutamente sbagliato. Darei qualsiasi cosa per poterlo cambiare quando uscirò. Intendo provarci. Ma non c’è nulla al mondo più sbagliato di questo sistema, se non lo spirito dell’umanità, lo spirito dell’amore, lo spirito di quel Cristo che non esiste solo nelle chiese. Lo spirito che potrebbe rendere questa prigione, anche se non giusta, almeno tollerabile.
So anche che ci sono molte cose meravigliose che mi aspettano là fuori: quelle che San Francesco d’Assisi chiamava “il mio fratello il vento” e “la mia sorella la pioggia”; cose bellissime, a partire dalle vetrine dei negozi fino ai tramonti delle grandi città. Se facessi un elenco di tutto ciò che mi resta ancora da vivere, non saprei dove fermarmi. Infatti, Dio ha creato il mondo tanto per me quanto per chiunque altro. Forse uscirò con qualcosa che prima non avevo. Non c’è bisogno di dirvi che, per me, le “riforme morali” sono altrettanto prive di significato e volgari delle “riforme teologiche”. Ma se proporre di diventare una persona migliore è solo un discorso inscientifico, essere diventati persone più profonde è un privilegio di coloro che hanno sofferto. E credo di esserlo diventato. Potete giudicare da soli.
Se, dopo la mia uscita, un mio amico organizzasse una festa e non mi invitasse, non me ne importerebbe affatto. Posso essere perfettamente felice da solo: con la libertà, i libri, le fiori e la luna, chi non potrebbe essere felice? Inoltre, le feste non hanno più significato per me. Ne ho organizzate troppe per preoccuparmene ancora. Quella parte della vita è finita per me. E, molto fortunatamente, lo dico davvero. Ma se, dopo la mia uscita, un mio amico soffrisse e mi rifiutasse di condividere quel dolore, lo sentirei profondamente. Se mi chiudesse fuori dalla “casa del lutto”, tornerei ancora e ancora a chiedere di essere ammesso, per poter partecipare a ciò che ho il diritto di condividere. Se pensasse che non sono degno di piangere insieme a lui, lo considererei la più profonda umiliazione, il modo più terribile in cui si può infliggere disonore. Ma questo non potrebbe mai accadere. Ho il diritto di condividere il dolore. E chi riesce a vedere la bellezza del mondo, a condividerne il dolore e a comprendere la magnificenza di entrambi, è in diretto contatto con le cose divine. Ed è arrivato tanto vicino al segreto di Dio quanto chiunque altro possa raggiungere.
Forse anche nella mia arte entrerà, proprio come nella mia vita, una nota ancora più profonda, un’unità più intensa delle passioni, una maggiore direttazza degli impulsi. L’obiettivo vero dell’arte moderna non è la vastità, ma l’intensità. Nell’arte di oggi non ci occupiamo più dei tipi umani. Dobbiamo concentrarci sulle eccezioni. Non posso certo rappresentare i miei dolori nella forma in cui si sono manifestati. L’arte inizia soltanto dove finisce l’imitazione. Ma nel mio lavoro dovrà esserci qualcosa di più: forse una maggiore armonia delle parole, cadenze più ricche, effetti cromatici più curiosi, un ordine architettonico più semplice. In ogni caso, qualche qualità estetica.
Quando Marsia fu “ritratto dalla vagina delle sue membre” – per usare una delle frasi più terribili e taccitane di Dante – non ebbe più alcuna capacità di cantare, dicevano i Greci. Apollo aveva trionfato: la lira aveva sconfitto il flauto di canna. Ma forse i Greci si sbagliavano. Nella musica moderna si sente ancora il grido di Marsia: amaro in Baudelaire, dolce e malinconico in Lamartine, mistico in Verlaine. È presente nelle risoluzioni ritardate della musica di Chopin, nel malcontento che caratterizza i volti delle donne ritratte da Burne-Jones. Anche Matthew Arnold, il cui canto di Callicle parla del “trionfo della dolce e persuasiva lira”, non è stato immune a questa influenza: anche lui, nel tono turbato di dubbio e sofferenza che pervade le sue poesie, ne portava in sé tracce. Né Goethe né Wordsworth riuscirono a guarirlo, sebbene lo seguissero uno dopo l’altro. Quando cerca di piangere per “Thyrsis” o di cantare della “Gipsy studiosa”, è ancora il flauto di canna che deve utilizzare per esprimere le sue emozioni. Ma se il fauno frigio rimase davvero in silenzio, non posso saperlo.
L’espressione è per me tanto necessaria quanto le foglie e i fiori lo sono per i rami neri degli alberi che si mostrano oltre il muro della prigione e ondeggiano così instabilmente nel vento. Ora c’è un abisso profondo tra la mia arte e il mondo, ma non c’è alcun divario tra l’Arte e me stesso. Spero almeno che non ci sia.
A ciascuno di noi sono state assegnate destini diversi. Libertà, piacere, divertimenti, una vita facile, queste sono state le tue sorti, eppure non ne sei degno. La mia sorte invece è stata quella della vergogna pubblica, di lunghi carceri, di miseria, rovina e disonore. E nemmeno io ne sono degno. Almeno per ora. Ricordo di aver detto che avrei potuto sopportare una vera tragedia se fosse arrivata a me con un velo viola e il volto coperto da una maschera di nobile dolore. Ma la cosa terribile della modernità è che trasforma la Tragedia nell’abito della Commedia, facendo sì che le grandi realtà appaiano banali, grottesche o prive di stile. È davvero vero. Probabilmente lo è sempre stato nella vita reale. Si dice che tutti i martiri sembrino meschini agli occhi degli spettatori. Il XIX secolo non fa eccezione a questa regola generale.
Tutto ciò che riguarda la mia tragedia è stato orribile, meschino, repellente, privo di stile. Anche i nostri abiti ci rendono grotteschi. Siamo gli “zanni del dolore”, clown il cui cuore è spezzato. Siamo stati creati apposta per suscitare il senso dell’umorismo. Il 13 novembre 1895 fui portata qui da Londra. Da le due fino alle due e mezza di quel giorno dovetti stare in piedi, ammanettata, sul binario centrale della stazione di Clapham Junction, mentre tutti mi guardavano. Fui tratta fuori dall’ospedale senza alcun preavviso. Tra tutte le possibili figure, ero senz’altro la più grottesca. La gente rideva quando mi vedeva. Ogni treno che arrivava aumentava il numero di spettatori. Il loro divertimento era inesauribile. Ma questo accadeva prima che scoprissero chi fossi. Non appena lo vennero a sapere, risero ancora di più. Per mezz’ora rimasi lì, sotto la pioggia grigia di novembre, circondata da una folla che mi derideva.
Per un anno, ogni giorno alla stessa ora, versavo lacrime. Questo non è forse così tragico come potrebbe sembrare. Per chi si trova in prigione, le lacrime fanno parte della vita quotidiana. Un giorno in prigione in cui non si piange è un giorno in cui il cuore è duro, non un giorno di felicità.
Ora, in realtà, provo più rimorso per quelle persone che hanno riso che per me stessa. Certo, quando mi vedevano, non ero sul mio “podio”. Ero nel patibolo. Ma è una natura davvero poco immaginativa quella che si interessa solo alle persone sul loro podio. Un podio può essere qualcosa di irreale. Un patibolo, invece, è una terribile realtà. Avrebbero dovuto imparare a comprendere meglio il dolore. Ho detto che dietro al dolore c’è sempre altro dolore. Ma sarebbe ancora più giusto dire che dietro al dolore c’è sempre un’‘anima. E deridere un’anima nel dolore è una cosa orribile. Chi fa questo ha una vita priva di bellezza. Nell’economia stranamente semplice del mondo, le persone ricevono solo ciò che danno. E a coloro che non hanno abbastanza immaginazione per andare oltre l’apparenza delle cose e provare compassione, quale compassione può essere offerta, se non quella dello sprezzo?
Vi ho raccontato tutto questo semplicemente perché voglio che comprendiate quanto sia stato difficile per me trarre qualcosa di positivo dalla mia punizione, se non amarezza e -disperazione. Tuttavia devo farlo. A volte provo momenti di sottomissione e accettazione. Tutta la Primavera può nascondersi in un singolo bocciolo. E il nido della allodola può contenere la gioia che annuncerà l’arrivo di molte albe rosse come i fiori di rosa. Forse, quindi, tutta la bellezza che la vita mi ha ancora da offrire si trova in momenti di sottomissione, umiltà e umiliazione. In ogni caso, posso solo continuare lungo il percorso del mio sviluppo personale. Accettando tutto ciò che mi è accaduto, posso rendermi degna di esso.
Le persone dicevano di me che ero troppo individualista. Devo essere ancora più individualista di quanto lo fossi mai stato prima. Devo tirare fuori il meglio di me stesso, e chiedere al mondo molto meno di quanto abbia mai chiesto in passato. In effetti, la mia rovina non è venuta da un eccessivo individualismo nella vita, ma dal suo contrario. L’unico atto vergognoso, imperdonabile e sempre spregevole della mia vita è stato quello di aver permesso che mi si costringesse a chiedere aiuto e protezione alla Società contro tuo padre. Fare una tale richiesta contro chiunque sarebbe stato già abbastanza grave dal punto di vista individualista. Ma quale scusa si può mai addurre per farla contro qualcuno di una natura e di un aspetto del genere?
Una volta che ho attivato le forze della Società, questa si è rivolta contro di me dicendo: “Hai vissuto tutto questo tempo in violazione delle mie leggi. Ora chiedi a queste stesse leggi protezione? Allora queste leggi verranno applicate fino in fondo. Dovrai rispettare ciò a cui hai fatto appello.” Il risultato è che ora sono in prigione. E spesso provavo un’amara ironia e umiliazione per la mia situazione: durante i tre processi, a partire dal Tribunale di Polizia, vedevo tuo padre entrare e uscire continuamente, nella speranza di attirare l’attenzione del pubblico. Come se qualcuno potesse non notare o ricordare il modo di camminare di quel uomo, i suoi vestiti, le sue gambe storte, le mani che tremavano, il labbro inferiore pendulo, quel sorriso bestiale e stupido. Anche quando lui non era lì, o quando non si vedeva, sentivo comunque la sua presenza. Le pareti vuote e tristi dell’aula del tribunale, l’aria stessa sembravano essere piene di quelle maschere orribili. Di certo nessuno è mai caduto in modo così ignobile, e attraverso strumenti così spregevoli, come me. Come dicevo da qualche parte in “Dorian Gray”, “un uomo non può mai essere troppo cauto nel scegliere i propri nemici”. Non avrei mai pensato che sarei diventato un paria proprio a causa di un altro paria.
Il fatto che tu mi abbia spinto, costretto a chiedere aiuto alla Società, è una delle ragioni per cui ti disprezzo così tanto. E anche per cui mi disprezzo tanto per essere stato così debole da cedere alle tue pressioni. Il fatto che tu non apprezzassi me come artista era ancora comprensibile. Era una questione di temperamento. Non potevi farci nulla. Ma avresti potuto apprezzarmi come individuo. Per questo non serviva alcuna cultura particolare. Invece non l’hai fatto. E così hai portato nel mio modo di vivere elementi tipici dei filistei, che rappresentavano esattamente ciò contro cui mi ero sempre ribellato. Dal punto di vista di alcuni aspetti, quel comportamento ha addirittura distrutto completamente ciò che avevo cercato di costruire nella mia vita. L’elemento filistino nella vita non consiste nel non comprendere l’arte. Persone deliziose come pescatori, pastori, contadini sanno molto poco sull’arte. Eppure sono proprio loro il sale della terra. Il vero filisteo è colui che sostiene e aiuta quelle forze meccaniche pesanti, ingombranti e cieche della Società. Colui che non riconosce la forza dinamica, né negli uomini né nei movimenti.
La gente riteneva che fosse orribile da parte mia intrattenere a cena argomenti malvagi e trovare piacere nella loro compagnia. Ma, dal punto di vista del mio ruolo di artista nella vita, essi rappresentavano una fonte di ispirazione e stimolazione straordinaria. Era come festeggiare con delle pantere: il pericolo stesso faceva parte dell’emozione. Provavo ciò che deve provare un incantatore di serpenti quando attira una cobra fuori dal panno dipinto o dalla cesta di canne in cui è rinchiusa, facendola aprire la bocca e dondolare nell’aria come una pianta al vento. Per me, essi erano i serpenti più splendidi. Il loro veleno faceva parte della loro perfezione. Non sapevo che il momento in cui avrebbero attaccato sarebbe stato su tuo comando, e a scapito di tuo padre. Non mi vergogno affatto di averli conosciuti: erano davvero molto interessanti. Quello di cui mi vergogno è l’atmosfera volgare e meschina in cui mi hai trascinato. Il mio ruolo di artista avrebbe dovuto essere quello di creare cose belle, musicali e artisticamente raffinate. Invece sono stato costretto a scrivere lunghe lettere legali a tuo padre, ricorrendo proprio ai metodi che avevo sempre condannato. Clibborn e Atkins erano davvero terribili nel loro “guerra” contro la vita. Intrattenerli era un’avventura incredibile. Dumas padre, Cellini, Goya, Edgar Allan Poe o Baudelaire avrebbero fatto esattamente lo stesso. Quello che mi disgusta è il ricordo di quelle interminabili visite al legale Humphreys, in tua compagnia. In una stanza tetra e squallida, tu ed io sedevamo con facce serie, dicendo bugie a un uomo calvo. Alla fine, dopo due anni di “amicizia” con te, mi sono ritrovato proprio nel cuore della volgarità, lontano da tutto ciò che è bello, brillante, meraviglioso o audace. Alla fine, ho dovuto difendere il concetto di rispettabilità, di puritanesimo nella vita e di moralità nell’arte. Ecco dove portano le strade sbagliate.
La cosa curiosa per me è che avresti dovuto cercare di imitare tuo padre nelle sue principali caratteristiche. Non riesco a capire perché lui fosse un esempio per te, quando invece avrebbe dovuto essere un monito. A meno che non esista qualche legge strana dell’antipatia tra persone simili: suppongo che vi odiaste a vicenda proprio perché in alcuni aspetti eravate molto simili. Nel giugno 1893, quando lasciasti Oxford senza una laurea e con dei debiti – piccoli in sé, ma considerevoli per un uomo con i redditi di tuo padre – lui ti scrisse una lettera molto volgare, violenta e offensiva. La risposta che gli inviasti fu ancora peggiore sotto ogni aspetto, e ovviamente molto meno giustificabile. Eppure ne fosti estremamente orgoglioso. Ricordo benissimo come mi dicesti, con quel tuo tono pieno di presunzione, che potevi battere tuo padre “nel suo stesso campo”. Certo. Ma quale campo! Quale competizione! Riducevi sempre tuo padre per il fatto che si era ritirato dalla casa del tuo cugino per scrivergli lettere offensive da un hotel vicino. Facevi esattamente lo stesso con me: pranzavi spesso con me in ristoranti pubblici, poi ti arrabbiavi o facevi scenate durante il pasto e infine andavi al White’s Club per scrivermi lettere di carattere estremamente offensivo. L’unica differenza tra te e tuo padre era che, dopo avermi inviato quelle lettere tramite un messaggero speciale, tu stesso arrivavi nei miei appartamenti qualche ora dopo. Non per scusarti, ma per chiedermi se avevo ordinato la cena al Savoy. E, se no, perché no. A volte arriviavi persino prima che quelle lettere offensive venissero lette. Ricordo una volta in cui mi chiedesti di invitare a pranzo al Café Royal due dei tuoi amici. Uno dei quali non l’avevo mai visto in vita mia. Lo feci, e su tua espressa richiesta ordinai un pranzo particolarmente lussuoso. Invece di venire a pranzo, mi inviesti una lettera offensiva, calcolata apposta per arrivare dopo che avevamo aspettato mezz’ora per te. Letti i primi due rigori, misi la lettera in tasca e spiegai ai tuoi amici che eri improvvisamente malato. In realtà non lessi tutta la lettera fino a quando non mi stavo preparando per la cena quella sera. Mentre ne leggevo i contenuti, pieno di tristezza, il mio servitore entrò e mi disse che eri nel corridoio e volevi vedermi per cinque minuti. Subito ti feci chiamare.
Arrivasti, devo ammetterlo, con un aspetto molto spaventato e pallido, per chiedermi consiglio e aiuto; ti era stato detto infatti che un uomo di Lumley, l’avvocato, ti stava cercando a Cadogan Place, e temevi che i tuoi problemi ad Oxford o qualche nuovo pericolo ti minacciassero. Ti consolai e ti spiegai che probabilmente si trattava solo di una fattura commerciale; ti invitai quindi a restare a cena con me. Non menzionasti mai quella terribile lettera, né io lo feci; la considerai semplicemente un sintomo di un carattere infelice. Quell’argomento non fu mai affrontato. Scriverti una lettera disgustosa alle 2:30 del pomeriggio e poi venire da me per chiedere aiuto alle 7:15 dello stesso giorno era, nella tua vita, un comportamento assolutamente normale. Superasti di gran lunga tuo padre in queste abitudini, così come in molte altre. Quando le sue lettere offensive venivano lette in pubblico, lui naturalmente si vergognava e fingeva di piangere; se invece le tue lettere fossero state lette dal suo stesso avvocato, tutti avrebbero provato ancora più orrore e disgusto. Non era solo una questione di stile: nel modo in cui attaccavi lui, lo superavi completamente. Utilizzavi i telegrammi pubblici e le cartoline postali. Penso che avresti potuto riservare queste “tattiche offensive” a persone come Alfred Wood, per cui rappresentavano l’unica fonte di guadagno. Non è vero? Quello che per lui e la sua classe era un lavoro, per te era una forma di divertimento. E molto spiacevole, per giunta. Non hai mai smesso quella terribile abitudine di scrivere lettere offensive, nonostante tutto ciò che mi è accaduto a causa loro. La consideri ancora una delle tue “abilità” e la usi anche contro i miei amici, quelli che sono stati gentili con me in prigione, come Robert Sherard. È vergognoso da parte tua. Quando Robert Sherard seppe da me che non volevo che pubblicassi alcun articolo su di me sul “Mercure de France”, con o senza lettere, avresti dovuto essere grata per aver chiarito i miei desideri e per esserti evitata così, involontariamente, di causarmi ancora più dolore. Devi ricordare che una lettera condiscendente e volgare su “giustizia” verso “una persona in difficoltà” può andare bene per un giornale inglese. Continua le vecchie tradizioni della stampa inglese nei confronti degli artisti. Ma in Francia un tono del genere mi avrebbe esposto al ridicolo e te al disprezzo. Non avrei mai permesso la pubblicazione di alcun articolo senza conoscere prima lo scopo, il tono, il modo in cui sarebbe stato scritto. Nell’arte, le buone intenzioni non hanno alcun valore. Tutta l’arte cattiva deriva da buone intenzioni.
Robert Sherard non è l’unico dei miei amici a cui avete inviato lettere piene di astio e rancore perché cercavano che i miei desideri e i miei sentimenti venissero presi in considerazione nelle questioni che mi riguardavano: la pubblicazione di articoli su di me, la dedica delle vostre poesie, la consegna delle mie lettere e dei miei regali, e simili. Avete infastidito o cercato di infastidire anche altri.
Vi è mai venuto in mente in quale terribile situazione mi sarei trovata se, negli ultimi due anni, durante la mia orribile condanna, fossi stata dipendente da voi come amici? Ci pensate mai? Provate mai qualche gratitudine verso coloro che, con gentilezza senza riserve, devozione senza limiti, allegria e gioia nel donare, hanno alleviato il mio terribile fardello, mi hanno visitata più volte, mi hanno scritto lettere belle e comprensive, si sono occupati dei miei affari, hanno organizzato la mia vita futura e mi sono stati al fianco nonostante calunnie, derisioni, insulti aperti? Ringrazio Dio ogni giorno per avermi dato amici diversi da voi. Li devo tutto. Anche i libri nella mia cella sono stati pagati da Robbie con i suoi soldi personali; allo stesso modo, quando verrò rilasciata, riceverò abiti provenienti dalla stessa fonte. Non mi vergogno di accettare qualcosa che viene dato con amore e affetto. Ne sono orgogliosa. Ma vi è mai venuto in mente quanto i miei amici – More Adey, Robbie, Robert Sherard, Frank Harris e Arthur Clifton – siano stati importanti per me, offrendomi conforto, aiuto, affetto e comprensione? Immagino che questo non vi sia mai passato per la testa. Eppure, se aveste un po’ di immaginazione, capireste che nessuna persona che si sia mostrata gentile con me durante i miei anni in prigione – nemmeno il guardiano che mi saluta al mattino o alla sera, anche solo per dovere, né gli agenti di polizia che, nel loro modo semplice e sincero, hanno cercato di consolarmi durante i viaggi avanti e indietro dal Tribunale della Bancarotta, in condizioni di terribile stress mentale, né quel povero ladro che, riconoscendomi mentre camminavamo nel cortile di Wandsworth, mi sussurrò con quella voce roca tipica dei prigionieri, ottenuta dopo lunghi periodi di silenzio forzato: “Mi dispiace per te. Per persone come te è ancora più difficile che per noi, ” Nessuno di loro, dico, nessuno. Avete abbastanza immaginazione per capire quanto sia stata terribile la mia situazione quando ho incontrato la vostra famiglia? Quanto sarebbe stata tragica per chiunque, anche solo una persona con una posizione importante o un nome prestigioso, perdere tutto ciò che ha di valore. Non c’è quasi nessuno tra gli anziani della vostra famiglia – ad eccezione di Percy, che davvero è una brava persona – che non abbia contribuito in qualche modo alla mia rovina.
Ho parlato di tua madre con te con una certa amarezza, e ti consiglio vivamente di farle leggere questa lettera, soprattutto per il tuo stesso bene. Se le è doloroso leggere un’accusa del genere contro uno dei suoi figli, che lei stessa ha sempre considerato un degno continuatore di un nome illustre, lascia che ricordi che mia madre, intellettualmente paragonabile a Elizabeth Barrett Browning e storicamente a Madame Roland, morì distrutta dal dolore perché il figlio del cui genio e arte era così orgogliosa era stato condannato a due anni di lavori forzati. Mi chiederai in che modo tua madre abbia contribuito alla mia rovina. Te lo dirò: proprio come tu cercavi di trasferire su di me tutte le tue responsabilità immorali, così tua madre cercava di trasferire su di me tutte le sue responsabilità morali nei tuoi confronti. Invece di parlarti direttamente della tua vita, come una madre dovrebbe fare, lei scriveva sempre a me in privato con suppliche sincere e angosciate affinché non ti facesse sapere che mi stava scrivendo. Vedi dunque in quale situazione mi trovavo tra te e tua madre. Era altrettanto falsa, assurda e tragica quanto quella in cui mi trovavo tra te e tuo padre. Nell’agosto del 1892, e l’8 novembre dello stesso anno, ebbi due lunghe conversazioni con tua madre a proposito di te. In entrambe le occasioni le chiesi perché non parlasse direttamente con te. In entrambe le occasioni mi diede la stessa risposta: “Ho paura che si arrabbi molto se gliene parlo”. La prima volta non ti conoscevo abbastanza bene da capire cosa intendesse; la seconda volta ti conoscevo così bene da comprenderla perfettamente, (Nel frattempo avevi avuto un attacco di itterizia e il medico ti aveva consigliato di andare a Bournemouth per una settimana; tu mi avevi convinto ad accompagnarti, poiché odiavi stare da sola.) Ma il primo dovere di una madre non è certo quello di avere paura di parlare seriamente con suo figlio. Se tua madre ti avesse parlato seriamente dei problemi che vedeva in te nel luglio del 1892 e ti avesse fatto confidare in lei, sarebbe stato molto meglio. E alla fine, per entrambi, molto più felice. Tutte quelle comunicazioni segrete e sotterranee con me erano sbagliate. A che servivano tutte quelle lettere brevi, contrassegnate “Privato” sull’indirizzo, in cui tua madre mi pregava di non invitarti spesso a cena o di non darti soldi? Ogni lettera finiva con un postscripto sincero: “Per nessun motivo fai sapere ad Alfred che ti ho scritto, ” A che scopo poteva servire una simile corrispondenza? Aspettavi mai che ti invitassi a cena? Mai. Mangiavi sempre con me, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Se protestavo, tu rispondevi sempre: “Se non mangio con te, dove dovrei mangiare? Non penserai mica che vada a casa, ” Era una domanda irrispondibile. E se rifiutavo assolutamente di farti mangiare con me, tu minacciavi sempre di fare qualcosa di stupido. E poi lo facevi davvero.
Qual risultato potesse mai derivare da lettere come quelle che tua madre mi inviava, se non quello che effettivamente accadde: uno spostamento folle e fatale della responsabilità morale sulle mie spalle? Di tutti i dettagli attraverso cui la debolezza e la mancanza di coraggio di tua madre si rivelarono così distruttive per lei, per te e per me, non voglio più parlare. Ma sicuramente, quando seppe che tuo padre sarebbe venuto a casa mia per creare uno scandalo orribile, avrebbe potuto rendersi conto che una grave crisi stava per scoppiare e avrebbe dovuto prendere misure serie per evitarla. Invece, l’unica cosa che le venne in mente fu inviare quel George Wyndham con la sua lingua affabile a propormi. Cosa? Che io “ti abbandonassi gradualmente”!
Come se fosse stato possibile per me abbandonarti gradualmente. Avevo provato a porre fine alla nostra amicizia in ogni modo possibile: ero persino partito dall’Inghilterra e avevo fornito un indirizzo falso all’estero, nella speranza di spezzare, con un colpo solo, un legame che era diventato per me insopportabile, odioso e distruttivo. Pensi davvero che avrei potuto “abbandonarti gradualmente”? Pensi che questo avrebbe soddisfatto tuo padre? Lo sai bene: non sarebbe mai stato sufficiente. Quello che tuo padre voleva, in realtà, non era la fine della nostra amicizia, ma uno scandalo pubblico. Era proprio questo che cercava. Il suo nome non compariva sui giornali da anni; vedeva l’opportunità di presentarsi al pubblico britannico sotto una luce completamente nuova: quella di un padre affettuoso. Il suo senso dell’umorismo era stato stimolato. Se avessi interrotto la nostra amicizia con te, ciò sarebbe stato per lui una terribile delusione; e la piccola notorietà derivante da un secondo processo di divorzio, per quanto rivoltanti ne fossero i dettagli e le origini, non gli avrebbe fornito alcun conforto. Quello che cercava era la popolarità. E fingere di essere un difensore della “purezza”, nella situazione attuale del pubblico britannico, rappresentava senz’altro il modo più sicuro per diventare, almeno temporaneamente, una figura eroica. Di questo pubblico ho detto in uno dei miei drammi che, se per metà dell’anno è come Caliban, per l’altra metà è come Tartuffe. Tuo padre, in cui entrambi questi caratteri sembravano essersi incarnati, era proprio il rappresentante ideale del Puritanesimo nella sua forma più aggressiva e caratteristica. Nessun abbandono graduale da parte mia avrebbe avuto alcun effetto, anche se fosse stato possibile. Non capisci ora che l’unica cosa che tua madre avrebbe dovuto fare era chiedermi di andare a trovarla, con te e tuo fratello presenti, e dire chiaramente che quella amicizia doveva finire per sempre? Avrebbe trovato in me il suo più caloroso sostenitore. E con Drumlanrig e me nella stanza, non avrebbe dovuto avere paura di parlarti. Non l’ha fatto. Aveva paura delle sue responsabilità e ha cercato di trasferirle su di me. Mi ha scritto una lettera, breve, in cui mi chiedeva di non inviare a tuo padre quella lettera dell’avvocato che lo avvertiva di smettere. Aveva ragione. Era ridicolo che io consultassi degli avvocati e cercassi la loro protezione. Ma ha annullato qualsiasi effetto potesse avere quella lettera con il suo solito postscript: “Per nessun motivo fai sapere ad Alfred che ti ho scritto, ” Eri entusiasta all’idea che io inviassi lettere agli avvocati a tuo padre. Proprio tu me l’hai suggerita. Non potevo dirti che tua madre era fermamente contraria a questa idea. Mi aveva fatto promettere solennemente di non parlarti mai delle sue lettere, e io stupidamente ho mantenuto quella promessa. Non capisci che è stato sbagliato da parte sua non parlarti direttamente? Che tutte quelle conversazioni segrete con me, e quella corrispondenza attraverso intermediari, erano sbagliate?
Nessuno può trasferire le proprie responsabilità su altri. Alla fine, queste tornano sempre al loro legittimo possessore. La tua unica “filosofia di vita”, se si può davvero definirla così, era che tutto ciò che facevi doveva essere pagato da qualcun altro: non intendo solo in senso finanziario – quella era semplicemente l’applicazione pratica della tua filosofia nella vita quotidiana – ma nel senso più ampio e completo del trasferimento delle responsabilità. Hai fatto di questo il tuo credo. E ha avuto molto successo, almeno per quanto riguarda gli effetti che ha avuto su di te. Mi hai costretto ad agire perché sapevi che tuo padre non avrebbe mai attaccato né te né la tua vita in alcun modo, e che io avrei difeso entrambi con tutte le mie forze, assumendomi ogni responsabilità che mi venisse imposta. Avevi perfettamente ragione. Tu e mio padre, ognuno per motivi diversi, avete fatto esattamente ciò che volevi che facessimo. Ma in qualche modo, nonostante tutto, tu non sei davvero riuscito a scappare. La “teoria del piccolo Samuel”, per brevità, funziona molto bene nel mondo esterno. Forse viene disprezzata a Londra e derisa a Oxford, ma questo è solo perché ci sono alcune persone che ti conoscono in quei luoghi, e perché hai lasciato tracce del tuo passaggio. Per il resto del mondo, sei visto come quel bravo giovane che per poco non è stato indotto al male da un artista malvagio e immorale, ma che è stato salvato all’ultimo momento dal suo padre gentile e amorevole. Sembra tutto a posto. Eppure tu sai bene di non essere davvero scappato. Non mi riferisco a quella stupida domanda posta da un giurato sciocco, che ovviamente è stata ignorata dalla Corte e dal Giudice. A nessuno importava davvero di quella. Mi riferisco soprattutto a te stesso. Ai tuoi occhi, e un giorno dovrai affrontare questa realtà, non sei affatto soddisfatto del modo in cui sono andate le cose. Segretamente, devi provare molta vergogna. Mostrare un viso spavaldo al mondo è una cosa importante. Ma a volte, quando sei solo e non hai nessuno intorno, devi toglierti quella maschera, per poter respirare liberamente. Altrimenti, sì, davvero, saresti soffocato.
E allo stesso modo, tua madre a volte deve certamente rimpiangere di aver cercato di trasferire le proprie gravi responsabilità su qualcun altro che già aveva abbastanza pesi da portare. Lei ha assunto il ruolo sia di madre che di padre per te. Ma ha davvero adempiuto ai doveri di entrambi? Se io ho sopportato il tuo cattivo umore, la tua scortesia e le tue scenate, forse anche lei avrebbe potuto farlo. L’ultima volta che ho visto mia moglie – quattordici mesi fa – le ho detto che doveva essere per Cyril un padre altrettanto buono di una madre. Le ho raccontato tutto nei minimi dettagli, proprio come l’ho descritto in questa lettera. Solo che, ovviamente, molto più in modo completo. Le ho spiegato il motivo di quelle continue lettere con la dicitura “Privato” sull’involucro, che arrivavano sempre da tua madre a Tite Street; mia moglie rideva e diceva che forse stavamo collaborando a qualche società “novella” o qualcosa del genere. L’ho supplicata di non essere per Cyril ciò che tua madre è stata per te. Le ho detto che doveva crescerlo in modo che, se un giorno avesse versato sangue innocente, potesse venire da lei per farsi purificare le mani prima, e poi imparare come, attraverso penitenza ed espiazione, purificare anche la propria anima. Le ho detto che, se aveva paura di assumersi la responsabilità della vita di un altro essere umano – anche se si trattava del proprio figlio – avrebbe potuto chiedere l’aiuto di un tutore. Sono felice che abbia deciso di farlo: ha scelto Adrian Hope, un uomo di nobile origine, cultura e buon carattere. Un suo cugino, che tu hai incontrato una volta a Tite Street. Con lui, Cyril e Vyvyan hanno grandi possibilità di avere un futuro meraviglioso. Tua madre, se aveva paura di parlare seriamente con te, avrebbe dovuto scegliere qualcuno tra i suoi parenti. Qualcuno che tu avresti potuto ascoltare. Ma non avrebbe dovuto aver paura: avrebbe dovuto affrontare la questione direttamente con te. Comunque, guarda il risultato: è soddisfatta e contenta?
Conosco bene che lei attribuisca la colpa a me. Ne sento parlare spesso, non da persone che ti conoscono, ma da quelle che non ti conoscono affatto e che nemmeno desiderano conoscerti. Lei parla spesso dell’influenza di un anziano su un giovane. È uno dei suoi argomenti preferiti quando si tratta di questa questione, e rappresenta sempre un efficace appello al pregiudizio popolare e all’ignoranza. Non ho bisogno di chiederti quale influenza io abbia avuto su di te: tu sai benissimo che non ne ho avuta alcuna. Era uno dei tuoi frequenti vantaggi dire che non ne avevo affatto. E in realtà, era l’unico vero vantaggio che avevi. Cosa c’era, in te, che potesse essere influenzato da me? Il tuo cervello? Non era ancora sviluppato. La tua immaginazione? Era morta. Il tuo cuore? Non era ancora nato. Di tutte le persone che sono entrate nella mia vita, tu sei stato l’unica persona che non ho potuto influenzare in alcun modo. Quando ero malato e indifeso, a causa della febbre contratta prendendomi cura di te, non avevo abbastanza influenza su di te per farti portarmi anche solo una tazza di latte da bere, o per assicurarmi che avessi le cose necessarie in una stanza malata. Non avevo nemmeno la forza di spingermi fino a un negozio di libri per comprarmi un libro a mie spese. Quando invece scrivevo commedie brillanti, superiori a quelle di Congreve e alla filosofia di Dumas figlio, beh, nemmeno allora avevo abbastanza influenza su di te per farti lasciarmi tranquillo nel mio lavoro di artista. La mia stanza da scrivere era per te soltanto un luogo dove fumare, bere e chiacchierare di sciocchezze. L’idea dell’influenza di un anziano su un giovane sembra ottima, finché non arriva alle mie orecchie. Allora diventa ridicola. Quando arriva alle tue orecchie, immagino che tu sorrida, tra te e te. Hai tutto il diritto di farlo. Sento anche molto parlare, da lei, di soldi. Afferma, con piena ragione, che non ha mai smesso di supplicarmi di non darti denaro. Lo ammetto: le sue lettere erano infinite. E sempre c’era la postilla “Per favore, non fai sapere ad Alfred che ti ho scritto”. Ma per me non era affatto piacevole dover pagare per tutto, dalla tua rasatura mattutina fino al taxi di mezzanotte. Era una noia terribile. Te ne lamentavo continuamente. Ti dicevo, ricordi? quanto odiassi che tu mi considerassi una persona “utile”. Nessun artista desidera essere visto o trattato in questo modo. Gli artisti, proprio come l’arte stessa, sono per loro natura completamente inutili. Ti arrabbiavi sempre quando te lo dicevo. La verità ti fa sempre arrabbiare. La verità, infatti, è qualcosa che è molto doloroso ascoltare e molto doloroso pronunciare. Ma questo non ti faceva cambiare idea o modo di vivere. Ogni giorno dovevo pagare per tutto ciò che facevi.
Solo una persona di assurda bontà d’animo o di indescrivibile follia avrebbe agito in quel modo. Purtroppo io rappresentavo una combinazione perfetta dei due. Quando proponevo che tua madre ti fornisse i soldi che desideravi, tu rispondevi sempre in modo molto gentile e dignitoso: dicevi che il reddito che tuo padre le procurava – credo circa 1500 sterline all’anno – era assolutamente insufficiente alle esigenze di una signora della sua posizione, e che non potevi chiederle di darti più denaro di quello che già ricevevi. Avevi perfettamente ragione riguardo al reddito inadeguato a una donna del suo status e dei suoi gusti. Ma non avresti dovuto usare questo come scusa per vivere nel lusso a mie spese: al contrario, avresti dovuto incoraggiarti ad essere più economica nella tua vita. In realtà, tu eri – e suppongo che lo sia ancora – un tipico sentimentale. Un sentimentale, infatti, è semplicemente una persona che desidera godere dei piaceri emotivi senza doverne pagare il prezzo. Era bello da parte tua voler risparmiare la borsa di tua madre. Ma farlo a mie spese era spregevole. Pensi che si possano avere delle emozioni senza spendere nulla? Non è possibile. Anche le emozioni più nobili e più disinteressate richiedono un prezzo da pagare. E stranamente, è proprio questo che le rende genuine. La vita intellettuale ed emotiva della gente comune è qualcosa di davvero spregevole: proprio come prendono in prestito le loro idee da una sorta di “biblioteca circolante del pensiero” – lo spirito del tempo di un’epoca priva di vera anima – e le restituiscono “sporche” alla fine della settimana, così cercano sempre di ottenere emozioni a credito, rifiutandosi di pagare il conto quando arriva il momento. Dovresti abbandonare questa concezione della vita. Quando dovrai pagare il prezzo delle tue emozioni, allora conoscerai davvero la loro qualità. E sarai meglio informata per questo. Ricorda: un sentimentale, nel profondo del cuore, è sempre un cinico. La sentimentalità non è altro che una “vacanza” del cinismo. E anche se il cinismo ha il suo lato intellettuale affascinante, ora che è uscito dalle “tubature” per entrare nei “club”, non può essere altro che la filosofia perfetta per un uomo privo di vera anima. Ha il suo valore sociale. E per un artista, tutti i modi di espressione sono interessanti. Ma in sé, è qualcosa di povero. Perché per il vero cinico, nulla viene mai rivelato.
Penso che se ora ripensaste al reddito di vostra madre e al vostro atteggiamento verso il mio reddito, non vi sentireste orgogliosi di voi stessi. E forse, un giorno, se non mostrerete questa lettera a vostra madre, le spieghereste che il fatto di vivere alle mie spalle è stato qualcosa per cui nemmeno per un istante sono stati ascoltati i miei desideri. È stata semplicemente una forma strana e, personalmente per me, molto dolorosa di dimostrazione del vostro attaccamento verso di me. Farvi dipendere da me, per le somme più piccole o quelle più grandi che vi ho prestato, secondo voi ha conservato tutto il fascino dell’infanzia. E insistendo affinché io pagassi per ogni vostro piacere, pensavate di aver trovato il segreto della giovinezza eterna. Ammetto che mi addolora sentire le cose che vostra madre dice su di me. E sono sicuro che, riflettendoci bene, sarete d’accordo con me: se lei non prova alcun rimorso o tristezza per il disastro che la vostra famiglia ha causato alla mia, sarebbe meglio che rimanesse in silenzio. Ovviamente, non c’è motivo che veda nessuna parte di questa lettera che riguardi i miei pensieri o gli obiettivi che spero di raggiungere. Non le interesserebbero affatto. Ma quelle parti che riguardano esclusivamente la vostra vita, gliele mostrerei se fossi in voi.
Se fossi in voi, infatti, non mi curerei affatto di essere amato sotto false pretese. Non c’è motivo perché un uomo debba condividere la propria vita con il mondo. Il mondo non capisce queste cose. Ma per le persone le cui affezioni si desiderano, è diverso. Un mio grande amico – con cui sono stato amico per dieci anni – mi ha detto l’altro giorno che non credeva nemmeno una parola di ciò che si diceva contro di me, e che riteneva fossi completamente innocente, vittima di un orribile complotto ordito da vostro padre. Sono scoppiato in lacrime quando me l’ha detto. E gli ho detto che, anche se molte delle accuse di vostro padre erano completamente false e basate su malizia, la mia vita era stata piena di piaceri perversi e passioni strane. E che, a meno che non accettasse questa realtà e non la comprendesse appieno, non avrei mai più potuto essere suo amico. È stato un terribile shock per lui. Ma siamo ancora amici. E non ho ottenuto la sua amicizia sotto false pretese. Vi ho detto che dire la verità è una cosa dolorosa. Ma essere costretti a mentire è molto peggio.
Ricordo che, mentre sedevo sul banco degli imputati durante il mio ultimo processo, ascoltavo l’orribile denuncia di Lockwood contro di me: parole come se provenissero da Tacito, come brani tratti dall’Dante, come le accuse di Savonarola ai papi di Roma. E provavo un disgusto profondo per ciò che sentivo. All’improvviso mi venne in mente: “Che meraviglia sarebbe se fossi io a dire tutto questo di me stesso!” Capii allora che ciò che si dice di una persona non conta nulla; l’importante è chi lo dice. Il momento più alto di un uomo, ne sono assolutamente convinto, è quando si inginocchia nella polvere, si batte il petto e confessa tutti i propri peccati. Lo stesso vale per te: saresti molto più felice se raccontassi tu stesso, anche solo in parte, la tua vita a tua madre. Ne ho parlato molto con lei nel dicembre 1893, ma ovviamente sono stato costretto ad essere evasivo e generico. Non sembrava che questo le desse più coraggio nei suoi rapporti con te; anzi, evitava ancora di affrontare la verità. Se fossi tu a dirglielo, sarebbe diverso. Le mie parole potrebbero essere troppo dure per te, ma i fatti non si possono negare. Le cose sono andate proprio come ho detto; e se hai letto questa lettera con attenzione, avrai incontrato te stesso faccia a faccia. Ho scritto questa lunga lettera affinché tu comprendessi quale significato avevi per me prima della mia carcerazione, durante quei tre anni di fatale amicizia; quale significato hai avuto per me durante la mia detenzione, ormai quasi giunta al termine; e cosa spero di diventare per me stesso e per gli altri quando questa prigione finirà. Non posso riscrivere questa lettera. Devi accettarla così com’è, macchiata in molti punti dalle lacrime, segnata da tracce di passione o dolore; devi cercare di comprenderne il significato nel modo migliore possibile, nonostante le correzioni e gli errori. Per quanto riguarda queste ultime, le ho apportate affinché le mie parole esprimessero fedelmente i miei pensieri, senza essere né eccessive né insufficienti. Il linguaggio, infatti, deve essere “suonato” con cura, proprio come un violino: troppe o troppo poche vibrazioni nella voce di un cantante, o il tremore della corda, possono rendere la nota falsa; allo stesso modo, parole eccessive o insufficienti possono rovinare il messaggio che vogliamo trasmettere. Comunque sia, ogni frase di questa lettera ha un significato preciso. Non contiene alcuna retorica. Ogni cancellazione o sostituzione, per quanto lieve o elaborata, è dovuta al mio desiderio di esprimere fedelmente le mie sensazioni, di trovare l’espressione più adatta al mio stato d’animo. Ciò che viene prima nei sentimenti, infatti, arriva sempre dopo nella forma scritta.
Devo ammettere che si tratta di una lettera molto dura. Non vi ho risparmiato nulla. In effetti, potreste dire che, dopo aver riconosciuto che confrontarvi con le mie più piccole sofferenze, le mie perdite più insignificanti, sarebbe davvero ingiusto nei vostri confronti. Eppure l’ho fatto, analizzando con la massima attenzione la vostra natura. È vero. Ma dovete ricordare che siete stati voi stessi a mettervi in quella “bilancia”.
Dovete ricordare che, se il bilancio nel quale vi trovate viene alterato anche solo da un breve periodo della mia prigionia, è stata la Vanità a farvi scegliere quella strada e ad attaccarvi a essa con tenacia. Quella fu l’errore psicologico più grave nella nostra amicizia: una totale mancanza di proporzione. Vi siete imbarcati in una vita che era troppo grande per voi, la cui portata superava sia la vostra capacità di comprensione che la vostra forza di azione; i suoi pensieri, le sue passioni e le sue azioni avevano un’importanza enorme, suscitavano un grande interesse, ma erano anche cariche di conseguenze terribili o meravigliose. La vostra piccola vita, fatta di capricci e umori, era ammirevole nel suo ambito ristretto. Era adatta a Oxford, dove il peggio che poteva succedervi era una rimprovera del rettore o un discorso del preside; l’emozione più grande consisteva nel vedere Magdalen diventare la leader del gruppo, o nell’accendere un falò nel cortile per celebrare un evento importante. Avrebbe dovuto continuare nel suo stesso ambito anche dopo che avete lasciato Oxford. Voi, in voi stessi, eravate a posto: rappresentavate perfettamente un tipo umano molto moderno. Ma sbagliavate riguardo a me. La vostra spensierata stravaganza non era certo un crimine. La gioventù è sempre stravagante. Ma il fatto che mi costringeste a pagare per le vostre spese era vergognoso. Il vostro desiderio di avere un amico con cui trascorrere il tempo, dalla mattina alla sera, era affascinante. Quasi idilliaco. Ma l’amico che avete scelto non doveva essere uno scrittore, un artista: la vostra costante presenza avrebbe distrutto completamente ogni sua possibilità creativa. Non c’era nulla di male nel pensare che il modo migliore per trascorrere una serata fosse cenare con lo champagne al Savoy, poi andare in un teatro e infine gustare uno spuntino allo champagne da Willis’s. Molti giovani a Londra la pensano allo stesso modo. Non è nemmeno considerato un comportamento eccentrico. È anzi una condizione necessaria per entrare a far parte di White’s. Ma non avevate il diritto di chiedermi di fornirvi tali piaceri. Questo dimostrava la vostra totale mancanza di apprezzamento per il mio genio. Quanto alla vostra lite con vostro padre, qualunque ne fosse la natura, avrebbe dovuto rimanere una questione esclusivamente tra voi due. Avrebbe dovuto svolgersi in privato. Credo che sia proprio così che succede di solito. Il vostro errore è stato insistere nel farne un’“tragedia-commedia” su un grande palcoscenico della storia, con tutto il mondo come pubblico, e me stesso come premio per il vincitore di quella disputa spregevole. Il fatto che vostro padre vi odiasse, e che voi odiaste vostro padre, non interessava affatto al pubblico inglese.
Tali sentimenti sono molto comuni nella vita domestica inglese e dovrebbero essere confinati nel luogo che li caratterizza: la casa. Lontano dal cerchio familiare, risultano del tutto fuori luogo. Tradurli significherebbe commettere un errore. La vita familiare non deve essere considerata uno strumento da esibire in pubblico o un mezzo per attirare l’attenzione in modo eccessivo. Hai portato il concetto di “vita domestica” fuori dal suo ambito naturale, proprio come hai fatto tu stesso a uscire dal tuo ruolo appropriato.
E coloro che abbandonano la loro sfera naturale cambiano soltanto il proprio ambiente, non la propria natura. Non acquisiscono i pensieri o le passioni adatti alla nuova sfera in cui entrano; non è in loro potere farlo. Le forze emotive, come dico in qualche parte in “Intentions”, sono limitate tanto per estensione che per durata quanto le forze dell’energia fisica. Quella piccola coppa fatta per contenere una certa quantità di liquido può contenere soltanto quella quantità, e non di più; anche se tutti i vasi viola del Borgogna fossero pieni di vino fino all’orlo, e coloro che li riempiono fossero immersi fino alle ginocchia nei grappoli raccolti nelle vigne rocciose della Spagna. Non esiste errore più comune di credere che coloro che sono la causa o l’occasione di grandi tragedie condividano i sentimenti adatti a un clima tragico; non esiste errore più fatale che aspettarselo da loro. Il martire, nella sua “veste di fuoco”, può forse guardare il volto di Dio. Ma per colui che raccoglie i legni da bruciare, l’intera scena non è diversa dal macellare un bue per il macellaio, o dall’abbattere un albero per chi produce carbone nel bosco, o dal far cadere un fiore per chi taglia l’erba con la falce.
Grandi passioni sono riservate alle grandi ‘anime; grandi eventi possono essere compresi solo da coloro che sono alla loro stessa altezza.
Non conosco nulla nel mondo del teatro che sia più incomparabile dal punto di vista artistico, né più suggestivo nella sua delicatezza osservativa, della rappresentazione di Rosencrantz e Guildenstern fatta da Shakespeare. Sono i compagni di università di Hamlet, hanno sempre fatto parte della sua vita; portano con sé ricordi di giorni felici trascorsi insieme. Nel momento in cui lo incontrano nella pièce, lui è sopraffatto da un fardello insopportabile per il suo temperamento: i morti sono tornati dalla tomba per imporgli una missione troppo grande e al contempo troppo meschina per lui. È un sognatore, ma gli viene chiesto di agire. Ha la natura di un poeta, ma deve affrontare le complesse dinamiche del causa-effetto, la vita nella sua realtà concreta – di cui non sa nulla – e non certo la vita nella sua essenza ideale, di cui invece conosce molto. Non ha idea di cosa fare, e la sua follia non è altro che un tentativo di nascondere la propria incertezza. Brutus utilizzò la pazzia come scudo per nascondere l’effettivo scopo della sua azione, ma per Hamlet la follia non è altro che una maschera per celare la propria debolezza. Nel creare scherzi e battute, lui vede un modo per ritardare il momento inevitabile.
Continua a giocare con le azioni, proprio come un artista gioca con una teoria. Si rende lo “spia” delle proprie stesse azioni, e ascoltando le proprie parole si rende conto che non sono altro che “parole, parole, parole”. Invece di cercare di essere l’eroe della propria storia, cerca di essere lo spettatore della propria tragedia. Non crede in nulla, nemmeno in se stesso, eppure il suo dubbio lo aiuta a non cadere in errore, perché non deriva dallo scetticismo, ma da una volontà divisa.
Di tutto questo, Guildenstern e Rosencrantz non si rendono conto di nulla. Si inchinano, sorridono compiaciuti, e ciò che uno dice l’altro lo ripete in una versione ancora più macabra. Quando finalmente, attraverso la commedia all’interno della commedia e le marionette nel loro gioco, Amleto riesce a “colpire la coscienza” del Re, spingendo quell’uomo misero a fuggire dal suo trono in preda al terrore, Guildenstern e Rosencrantz vedono nella sua condotta soltanto una grave violazione delle regole di cortesia. Questo è il massimo che riescono a comprendere nel “contemplare lo spettacolo della vita con le emozioni appropriate”. Sono lontani dai suoi segreti più profondi e non ne sanno nulla; inoltre, non avrebbe alcun senso cercare di spiegarglieli. Sono come quei piccoli bicchieri capaci di contenere soltanto una quantità limitata di liquido. Verso la fine del racconto si suggerisce che, caduti in una trappola preparata per qualcun altro, possano subire una morte violenta e improvvisa. Ma un finale tragico del genere, sebbene attraversato dallo “umorismo” di Amleto con elementi di sorpresa e giustizia tipici della commedia, non è affatto adatto a persone come loro. Loro non muoiono mai. Horatio, invece, per poter “riferire correttamente le azioni di Amleto e la sua causa agli ignari”, lo priva per un po’ della felicità e lo fa soffrire in questo mondo crudele.
Muore, sebbene non prima di un pubblico, e non lascia alcun fratello. Ma Guildenstern e Rosencrantz sono immortali come Angelo e Tartuffe, e dovrebbero essere considerati al loro livello. Sono rappresentazioni dell’ideale antico dell’amicizia contribuito dalla vita moderna. Chi scrive un nuovo trattato sull’amicizia deve trovare spazio per loro e lodarli in prosa toscana; sono modelli destinati a durare per sempre. Criticarli significherebbe dimostrare una mancanza di apprezzamento. Semplicemente, non appartengono al nostro contesto. Nella sublimità dell’anima non esiste contagio: i pensieri e le emozioni nobili, per loro stessa natura, sono isolati. Quello che nemmeno Ophelia riuscì a comprendere non avrebbe potuto essere compreso da ‘Guildenstern e dal gentile Rosencrantz’, né da ‘Rosencrantz e dal gentile Guildenstern’. Ovviamente, non intendo paragonarvi. C’è una grande differenza tra voi. Per loro fu un caso; per voi fu una scelta deliberata. Vi siete introdotti nella mia vita senza essere stati invitati, avete occupato un posto che non vi spettava né vi qualificavate ad avere. E con la vostra insistenza, rendendo la vostra stessa presenza parte di ogni mio giorno, siete riusciti a dominare tutta la mia esistenza. Ma non avete fatto altro che distruggerla. Per quanto possa sembrarvi strano, era inevitabile che accadesse. Se si dà a un bambino un giocattolo troppo meraviglioso per la sua mente o troppo bello per i suoi occhi ancora semiaddormentati, il bambino lo romperà, se è capriccioso. Altrimenti lo lascerà cadere e andrà dai suoi compagni. Lo stesso è accaduto con voi: avendo preso in mano la mia vita, non sapevate cosa farne. Non potevate saperlo. Era qualcosa di troppo meraviglioso per le vostre capacità. Avreste dovuto lasciarla andare e tornare dai vostri compagni. Ma purtroppo eravate testardi. E così l’avete distrutta. In fondo, forse questo è il vero segreto di tutto ciò che è accaduto. Perché i segreti sono sempre più piccoli delle loro manifestazioni. Con lo spostamento di un atomo, un intero mondo può essere scosso. E poiché la mia esperienza con voi è stata altrettanto pericolosa per me, aggiungerò ancora una cosa: quel momento particolare in cui ci siamo incontrati ha reso quella esperienza fatale. Perché voi eravate in quella fase della vita in cui tutto ciò che si fa non è altro che seminare il seme. Mentre io ero in quella fase in cui tutto ciò che si fa è proprio raccogliere il frutto.
Ci sono ancora alcune cose di cui devo scriverti. La prima riguarda la mia bancarotta. Qualche giorno fa, devo ammetterlo con grande delusione, ho appreso che ormai è troppo tardi perché la tua famiglia possa saldare i debiti di tuo padre; sarebbe anche illegale, e quindi dovrò rimanere nella mia attuale situazione dolorosa per un periodo piuttosto lungo. È amaro per me, perché mi è stato confermato legalmente che non posso nemmeno pubblicare un libro senza il permesso del curatore fallimentare a cui devono essere inviati tutti i documenti relativi ai miei affari. Non posso stipulare contratti con il direttore di un teatro, né produrre opere teatrali senza che i proventi vadano a tuo padre e agli altri miei debitori. Penso che anche tu ora debba ammettere che il piano di “liberarsi” dei debiti di tuo padre facendomi fallire non si è rivelato l’“successo totale” che immaginavi. Per quanto mi riguarda, non è stato affatto così; i miei sentimenti di dolore e umiliazione dovrebbero essere stati presi in considerazione, piuttosto che il tuo senso dell’umorismo, per quanto pungente o inaspettato possa essere. In realtà, permettendomi di fallire, proprio come mi avevi incoraggiato a procedere con il processo originale, hai fatto esattamente ciò che tuo padre voleva. Da solo, e senza alcun aiuto, sarebbe stato impotente fin dall’inizio; in te, però – anche se non intendevi svolgere un ruolo così terribile – ha sempre trovato il suo principale alleato.
More Adey mi ha scritto che lo scorso estate hai espresso più volte il desiderio di ripagarmi “almeno in parte di ciò che ho speso” per te. Come gli ho risposto, purtroppo ho investito in te la mia arte, la mia vita, il mio nome, la mia posizione nella storia. E anche se la tua famiglia potesse disporre di tutte le cose meravigliose del mondo – genio, bellezza, ricchezza, alto rango, ecc. – e me le offrisse, non basterebbe nemmeno per compensare un decimo di ciò che mi è stato tolto, né una sola delle lacrime che ho versato. Tuttavia, ovviamente tutto ciò che si fa deve essere pagato. Anche il fallimento è un modo per evitare di saldare i debiti, ma in realtà è proprio il sistema con cui i creditori “si vendicano” del debitore, costringendolo a pagare ogni singola somma dovuta. Se non lo fa, rimane senza un soldo, come il più umile mendicante. La legge mi ha tolto non solo tutto ciò che possedevo – i miei libri, i mobili, le opere d’arte, i diritti d’autore delle mie opere pubblicate – ma anche tutto ciò che avrò in futuro. Ad esempio, il mio interesse legato al patrimonio coniugale è stato venduto. Fortunatamente sono riuscito a riacquistarlo grazie agli amici; altrimenti, se mia moglie fosse morta, i miei figli sarebbero rimasti senza un soldo durante la mia vita. Immagino che anche il mio patrimonio irlandese venga venduto ora. Mi dispiace molto, ma devo accettarlo.
I settecento pence di tuo padre, o erano sterline?, rappresentano un ostacolo e devono essere restituiti. Anche se mi venissero tolti tutti i beni che ho e che avrò mai, anche se fossi dichiarato insolvente senza speranza di ripagare i miei debiti, dovrei comunque saldarli. I banchetti al Savoy – la zuppa di tartaruga limpida, gli ortolanelli deliziosi avvolti nelle foglie di vite siciliane, lo champagne dal colore ambrato e dal profumo intenso, credo che il Dagonet 1880 fosse il tuo vino preferito, tutto questo deve essere pagato. I pasti da Willis’s, la cuvée speciale di Perrier-Jouet riservata sempre a noi, i deliziosi paté acquistati direttamente da Strasburgo, lo champagne di alta qualità servito sempre in bicchieri a forma di campana, in modo che il suo profumo potesse essere apprezzato al meglio dai veri intenditori di ciò che è davvero squisito nella vita, tutto questo non può rimanere senza pagamento, come debiti insolvibili di un cliente disonesto. Anche quei delicati gemelli da polso – quattro pietre di luna a forma di cuore, realizzati in argento e incastonati alternativamente con rubini e diamanti – che avevo progettato e fatto fare da Henry Lewis come piccolo regalo per celebrare il successo della mia seconda commedia, anche quelli, anche se credo tu li abbia venduti per una canzone pochi mesi dopo, devono essere pagati. Non posso lasciare che il gioielliere rimanga a carico dei regali che ti ho fatto, indipendentemente da ciò che ne hai fatto. Quindi, anche se ricevo l’annullamento dei miei debiti, come vedi, devo comunque saldarli.
E ciò che vale per un fallito vale per chiunque altro nella vita. Per ogni singola cosa che viene fatta, qualcuno deve pagare il prezzo. Anche tu stesso – con tutto il tuo desiderio di assoluta libertà da qualsiasi obbligo, con la tua insistenza nel far sì che gli altri ti forniscano tutto ciò di cui hai bisogno, con i tuoi tentativi di rifiutare qualsiasi richiesta di affetto, attenzione o gratitudine – anche tu, un giorno, dovrai riflettere seriamente su ciò che hai fatto e provare, per quanto inutilmente, a cercare di espiarlo. Il fatto che non potrai farlo sarà parte della tua punizione. Non puoi lavarti le mani da ogni responsabilità e, con un alzata di spalle o un sorriso, passarla a un nuovo “amico” e a una nuova opportunità. Non puoi considerare tutto ciò che hai causato a me come un semplice ricordo sentimentale da gustare occasionalmente insieme alle sigarette e ai liquori, come uno sfondo pittoresco per una vita moderna di piaceri, simile a un vecchio arazzo appeso in una locanda. Forse, al momento, tutto questo ha il fascino di una nuova salsa o di un vino fresco, ma i resti di un banchetto diventano presto stantii, e le scorie di una bottiglia sono amare. O oggi, o domani, o un giorno qualunque, dovrai rendertene conto. Altrimenti potresti morire senza averlo fatto. E che vita meschina, priva di significato e di immaginazione sarebbe stata quella! Nella mia lettera a More ho suggerito un punto di vista da cui dovresti affrontare questo argomento il prima possibile; lui ti spiegherà di cosa si tratta. Per comprenderlo, dovrai coltivare la tua immaginazione. Ricorda che l’immaginazione è quella qualità che permette di vedere le cose e le persone sia nella loro realtà che nel loro ideale. Se non riesci a comprenderlo da solo, parlane con gli altri. Io stesso ho dovuto affrontare il mio passato faccia a faccia. Affronta anche tu il tuo passato faccia a faccia. Siediti in silenzio e riflettici. Il vizio supremo è la superficialità. Quello che viene realizzato è sempre giusto. Parla con tuo fratello. La persona adatta per parlare di questo argomento è Percy: fagli leggere questa lettera e fagli conoscere tutte le circostanze della nostra amicizia. Quando le cose vengono messe chiaramente davanti a lui, nessuna decisione può essere migliore. Se gli avessimo detto la verità, quanta sofferenza e vergogna mi sarei risparmiato! Ricordi che avevo proposto di farlo quella notte in cui sei arrivato a Londra da Algeri. Tu hai rifiutato categoricamente. Quindi, dopo cena, abbiamo dovuto recitare la commedia secondo cui tuo padre era un uomo pazzo, vittima di delusioni assurde e irragionevoli. È stata una commedia davvero divertente, anche se Percy l’ha presa molto sul serio. Purtroppo, però, è finita in modo molto spiacevole. L’argomento di cui scrivo ora ne è uno dei risultati. E, se ti causa problemi, sappi che rappresenta la mia umiliazione più profonda. Una cosa che devo affrontare. Non ho altra scelta. Nemmeno tu.
La seconda cosa di cui devo parlarti riguarda le condizioni, le circostanze e il luogo del nostro incontro quando terminerà la mia detenzione. Da estratti della tua lettera a Robbie scritta all’inizio dell’estate dello scorso anno, ho capito che hai racchiuso in due pacchi le mie lettere e i regali che ti avevo fatto – almeno quelli che ne erano rimasti – e desideri consegnarmeli personalmente. Ovviamente, è necessario che tu me li dia. Non hai mai capito perché ti scrivevo lettere così belle, né perché ti facevo regali del genere. Non hai compreso che quelle lettere non erano destinate a essere pubblicate, e quei regali non erano destinati ad essere impegnati. Inoltre, appartengono a un aspetto della vita ormai finito, a un’amicizia che in qualche modo non sei riuscita a apprezzare per quello che valeva veramente. Ora devi ricordare con stupore quei giorni in cui avevi tutta la mia vita tra le tue mani. Anch’io li ricordo con stupore, e con altre emozioni molto diverse.
Se tutto andrà bene, sarò rilasciato verso la fine di maggio e spero di poter andare subito in un piccolo villaggio costiero all’estero con Robbie e More Adey. Il mare, come dice Euripide in una delle sue opere su Ifigenia, cancella le macchie e i dolori del mondo. Thalassa klezei panta t’ anthropon kaka.
Spero di poter trascorrere almeno un mese con i miei amici, e nella loro compagnia sana e affettuosa trovare pace, equilibrio, un cuore meno turbato e un umore più sereno. Provo una strana nostalgia per quelle cose semplici e primordiali. Il mare, per me, è tanto madre quanto la Terra. Mi sembra che tutti noi guardiamo troppo alla Natura e viviamo troppo poco con lei. Nel modo di pensare dei Greci c’è grande saggezza: non parlavano mai degli tramonti, né discutevano se le ombre sull’erba fossero davvero viola. Ma capivano che il mare era lì per chi voleva nuotarvi, e la sabbia per chi voleva corrervi sopra. Amavano gli alberi per l’ombra che proiettavano, e la foresta per il suo silenzio a mezzogiorno. Il coltivatore di vigneti si legava i capelli con edera per proteggersi dal sole mentre curava i germogli. Per l’artista e l’atleta – quei due tipi di persone che la Grecia ci ha dato – intrecciavano ghirlande con le foglie dell’alloro amaro e del prezzemolo selvatico, che altrimenti non avrebbero avuto alcun valore per l’uomo.
Ci definiamo un’epoca utilitarista, ma non conosciamo nemmeno gli usi di una singola cosa. Abbiamo dimenticato che l’Acqua può purificare, il Fuoco può rendere le cose pure, e che la Terra è madre di tutti noi. Di conseguenza, la nostra arte si ispira alla Luna e gioca con le ombre, mentre l’arte greca si basa sul Sole e affronta direttamente le cose stesse. Sono convinto che nelle forze elementari esista una forma di purificazione, e desidero tornare a esse e vivere nella loro presenza. Certo, per uno come me, così moderno, anche solo guardare il mondo è sempre qualcosa di meraviglioso. Tremo di piacere al pensiero che, proprio il giorno in cui lascerò la prigione, sia il rododendro che il lillà fioriranno nei giardini, e che vedrò il vento trasformare in bellezza i colori dorati del primo e il viola pallido del secondo, rendendo così tutto l’ambiente intorno a me un vero paradiso. Linnaeus si gettò in ginocchio e pianse di gioia quando vide per la prima volta le distese di brughiera inglesi ricoperte dai fiori profumati della rosa canina; so che, per me, per chi i fiori rappresentano una parte fondamentale del proprio desiderio, ci sono lacrime nascoste nei loro petali. È sempre stato così fin da quando ero bambino. Non esiste un solo colore, né una curva, in un fiore o in una conchiglia, che la mia natura non risponda a, attraverso una sorta di sintonia profonda con l’anima stessa delle cose. Come Gautier, anch’io ho sempre considerato il mondo visibile come qualcosa che esiste proprio per me. Tuttavia, ora sono consapevole che, dietro tutta questa bellezza, ci è uno spirito nascosto; le forme e i simboli rappresentati dall’arte non sono altro che modi in cui questo spirito si manifesta. È con questo spirito che desidero entrare in armonia. Sono stanco delle parole umane e dei loro significati convenzionali. Ciò che cerco nell’arte, nella vita, nella Natura, è il mistero stesso. Forse lo troverò nelle grandi sinfonie musicali, nell’intimità del dolore, nelle profondità del mare. È assolutamente necessario che lo trovi, da qualche parte.
Tutti i processi sono in realtà processi per la vita di una persona; così come tutte le sentenze sono in fondo sentenze di morte. Io stesso sono stato processato tre volte: la prima volta sono uscito dalla prigione per essere arrestato, la seconda volta per essere ricondotto alla Casa di Detenzione, e la terza volta per essere imprigionato per due anni. La società, così come è strutturata oggi, non ha posto per me, non mi offre nulla; ma Natura, le cui dolci piogge cadono sia sugli ingiusti che sui giusti, avrà crepacci nelle rocce dove potrò nascondermi, e valli segrete nel cui silenzio potrò piangere in pace. Lei illuminerà la notte con le stelle, affinché io possa camminare al buio senza inciampare; farà soffiare il vento sulle mie orme, così che nessuno possa seguirmi fino al mio dolore. Mi purificherà in acque limpide e con erbe amare mi farà guarire.
Alla fine di un mese, quando i rose di giugno saranno al loro massimo splendore, se ne avrò la forza, organizzerò un incontro con te in qualche tranquilla città straniera, come Bruges. Le sue case grigie, i canali verdi e i viali freschi e silenziosi avevano un fascino per me, anni fa. Per il momento dovrai cambiare nome. Quel piccolo titolo di cui eri così vanitoso, che anzi faceva sembrare il tuo nome quello di un fiore, dovrà essere abbandonato, se vuoi rivedermi. Proprio come il mio nome, un tempo così melodioso nelle labbra della Fama, dovrà anch’esso essere lasciato alle spalle. Quanto stretto, meschino e inadeguato al compito che ha davanti a sé è questo nostro secolo! Può offrire alla Vittoria un palazzo di porfiro, ma per il Dolore e la Vergogna non ha nemmeno una casa dove possano riposare. Tutto ciò che può fare per me è chiedermi di cambiare nome. In tempi medievali, almeno, avrei potuto indossare il cappello del monaco o il velo del lebbroso, e così trovare pace.
Spero che il nostro incontro sia davvero ciò che dovrebbe essere, dopo tutto ciò che è accaduto. Un tempo c’era sempre un abisso tra di noi: l’abisso creato dall’Arte e dalla Cultura. Ora c’è un abisso ancora più profondo: quello del Dolore. Ma per l’Umiltà non c’è nulla che sia impossibile. E per l’Amore tutto diventa possibile.
Per quanto riguarda la tua lettera in risposta a questa, può essere lunga o breve come desideri. Indirizza l’indirizzo sull’involucro a “Il Direttore, H.M. Prigione, Reading”. All’interno, in un altro involucro aperto, inserisci la tua lettera personale per me: se il foglio è molto sottile, non scrivere su entrambi i lati, poiché rende difficile la lettura per gli altri. Ho scritto a te con assoluta libertà; puoi scrivere a me allo stesso modo. Quello che devo sapere da te è perché non hai mai tentato di scrivermi, dal mese di agosto dell’anno prima scorso, soprattutto dopo, nel maggio dello scorso anno. Undici mesi fa, sapevi e ammettesti con altri quanto mi avessi fatto soffrire e come me ne fossi reso conto. Ho aspettato mese dopo mese una tua risposta. Anche se non avessi atteso e ti avessi chiuso le porte, dovresti ricordare che nessuno può chiudere per sempre le porte all’Amore. Il giudice ingiusto dei Vangeli, alla fine, emette una sentenza giusta, perché la Giustizia bussa ogni giorno alla sua porta; e di notte, l’amico che non ha vera amicizia cede infine al suo amico “a causa della sua insistenza”. Non esiste alcuna prigione in questo mondo nella quale l’Amore non possa trovare il modo di entrare. Se non lo capisci, allora non hai affatto compreso cosa sia l’Amore. Dimmi tutto riguardo al tuo articolo su di me per il “Mercure de France”: ne so già qualcosa; sarebbe meglio che citassi parti specifiche dell’articolo. È già stato battuto a macchina. Inoltre, fammi conoscere i termini esatti della tua Dedicazione ai tuoi poemi. Se è in prosa, cita la prosa; se in versi, cita i versi. Non ho alcun dubbio che ci sia bellezza in esso. Scrivimi con piena sincerità su di te: sulla tua vita, sui tuoi amici, sulle tue occupazioni, sui tuoi libri. Raccontami del tuo libro e della sua accoglienza dal pubblico. Quello che hai da dire su di te stesso, dilllo senza paura. Non scrivere ciò che non intendi; è tutto. Se qualcosa nella tua lettera fosse falso o mendace, lo scoprirei immediatamente. Non è stato invano, né senza motivo, che nel corso della mia vita dedicata alla letteratura mi sono reso “misero di suoni e sillabe”, proprio come Midas lo fu delle sue monete. Ricorda anche che non ti conosco ancora. Forse non ci siamo ancora conosciuti davvero.
Per te, ho solo quest’ultima cosa da dire: non avere paura del passato. Se le persone ti dicono che è irreversibile, non crederle. Il passato, il presente e il futuro non sono altro che un unico momento agli occhi di Dio, davanti al quale dovremmo cercare di vivere. Il tempo e lo spazio, la successione e l’estensione, non sono che condizioni accidentali del Pensiero. L’immaginazione può trascenderle e muoversi in un ambito libero di esistenze ideali. Anche le cose, nella loro essenza, sono ciò che scegliamo di farne: una cosa è ciò che ne facciamo attraverso il modo in cui la consideriamo. “Laddove gli altri”, dice Blake, “vedono solo l’alba che sorge sulle colline, io vedo i figli di Dio che gridano di gioia”. Quello che al mondo e a me sembrava il mio futuro, l’ho perso irrimediabilmente quando ho permesso che mi inducessero ad agire contro tuo padre. Forse l’avevo già perso molto tempo prima. Ciò che mi attende ora è il mio passato: devo imparare a vederlo con occhi diversi, far sì che il mondo lo veda con occhi diversi, far sì che Dio lo veda con occhi diversi. Questo non si può ottenere ignorandolo, sottovalutandolo, lodandolo o negandolo. Si può fare soltanto accettandolo come parte inevitabile dell’evoluzione della mia vita e del mio carattere, inchinandomi di fronte a tutto ciò che ho sofferto. Quanto io sia lontano dal vero temperamento dell’‘anima, questa lettera, con i suoi umori mutevoli, il suo disprezzo e la sua amarezza, le sue aspirazioni e il loro fallimento nel realizzarle, te lo mostra chiaramente. Ma non dimenticare in quale terribile scuola sto svolgendo questa mia missione. E sebbene io sia incompleto, imperfetto, ancora tu puoi trarne molto. Sei venuto da me per imparare il Piacere della Vita e il Piacere dell’Arte. Forse sono stato scelto per insegnarti qualcosa di ancora più meraviglioso: il significato del Dolore e la sua bellezza. Il tuo affezionatissimo amico.
(Latin for “from the depths”) This epistle was written by Wilde during his imprisonment in Reading Gaol to Lord Alfred Douglas. During its first half Wilde recounts their previous relationship and extravagant lifestyle, which eventually led to Wilde’s conviction and imprisonment for gross indecency. He indicts both Lord Alfred’s vanity and his own weakness in acceding to those wishes. In the second half, Wilde charts his spiritual development in prison and identification with Jesus Christ, whom he characterises as a romantic, individualist artist. Wilde wrote the letter between January and March 1897; close to the end of his imprisonment. The playwright had suffered from his physical labour and emotional isolation. A new warden thought that writing might be more cathartic than prison labour. Wilde’s work was closely supervised and he was not allowed to send the letter, but took it with him upon release. Whereupon he entrusted the manuscript to Robert Ross, with instructions to have it copied twice: one to be sent to the author himself and the other to Douglas. Ross published the letter in 1905, five years after Wilde’s death, giving it the title De Profundis, from Psalm 130. It was an incomplete version, excised of its autobiographical elements; various later editions resurrected more text until 1962, when the complete text appeared in a volume of Wilde’s letters.
Robert Ross in 1911. He was Wilde’s literary executor and oversaw the publication of ‘De Profundis’.
DE PROFUNDIS EPISTOLA: IN CARCERE ET VINCULIS H.M. Prison, Reading January-March 1897 Dear Bosie, After long and fruitless waiting I have determined to write to you myself, as much for your sake as for mine, as I would not like to think that I had passed through two long years of imprisonment without ever having received a single line from you, or any news or message even, except such as gave me pain. Our ill-fated and most lamentable friendship has ended in ruin and public infamy for me, yet the memory of our ancient affection is often with me, and the thought that loathing, bitterness and contempt should for ever take that place in my heart once held by love is very sad to me: and you yourself will, I think, feel in your heart that to write to me as I lie in the loneliness of prison-life is better than to publish my letters without my permission or to dedicate poems to me unasked, though the world will know nothing of whatever words of grief or passion, of remorse or indifference you may choose to send as your answer or your appeal. I have no doubt that in this letter in which I have to write of your life and of mine, of the past and of the future, of sweet things changed to bitterness and of bitter things that may be turned into joy, there will be much that will wound your vanity to the quick. If it prove so, read the letter over and over again till it kills your vanity. If you find in it something of which you feel that you are unjustly accused, remember that one should be thankful that there is any fault of which one can be unjustly accused. If there be in it one single passage that brings tears to your eyes, weep as we weep in prison where the day no less than the night is set apart for tears. It is the only thing that can save you. If you go complaining to your mother, as you did with reference to the scorn of you I displayed in my letter to Robbie, so that she may flatter and soothe you back into self-complacency or conceit, you will be completely lost. If you find one false excuse for yourself, you will soon find a hundred, and be just what you were before. Do you still say, as you said to Robbie in your answer, that I ‘attribute unworthy motives’ to you? Ah! You had no motives in life. You had appetites merely. A motive is an intellectual aim. That you were ‘very young’ when our friendship began? Your defect was not that you knew so little about life, but that you knew so much. The morning dawn of boyhood with its delicate bloom, its clear pure light, its joy of innocence and expectation you had left far behind. With very swift and running feet you had passed from Romance to Realism. The gutter and the things that live in it had begun to fascinate you. That was the origin of the trouble in which you sought my aid, and I, so unwisely according to the wisdom of this world, out of pity and kindness gave it to you. You must read this letter right through, though each word may become to you as the fire or knife of the surgeon that makes the delicate flesh burn or bleed. Remember that the fool in the eyes of the gods and the fool in the eyes of man are very different. One who is entirely ignorant of the modes of Art in its revolution or the moods of thought in its progress, of the pomp of the Latin line or the richer music of the vowelled Greek, of Tuscan sculpture or Elizabethan song may yet be full of the very sweetest wisdom. The real fool, such as the gods mock or mar, is he who does not know himself. I was such a one too long. You have been such a one too long. Be so no more. Do not be afraid. The supreme vice is shallowness. Everything that is realised is right. Remember also that whatever is misery to you to read, is still greater misery to me to set down. To you the Unseen Powers have been very good. They have permitted you to see the strange and tragic shapes of Life as one sees shadows in a crystal. The head of Medusa that turns living men to stone, you have been allowed to look at in a mirror merely. You yourself have walked free among the flowers. From me the beautiful world of colour and motion has been taken away. I will begin by telling you that I blame myself terribly. As I sit here in this dark cell in convict clothes, a disgraced and ruined man, I blame myself. In the perturbed and fitful nights of anguish, in the long monotonous days of pain, it is myself I blame. I blame myself for allowing an unintellectual friendship, a friendship whose primary aim was not the creation and contemplation of beautiful things, to entirely dominate my life. From the very first there was too wide a gap between us. You had been idle at your school, worse than idle at your university. You did not realise that an artist, and especially such an artist as I am, one, that is to say, the quality of whose work depends on the intensification of personality, requires for the development of his art the companionship of ideas, an intellectual atmosphere, quiet, peace, and solitude. You admired my work when it was finished: you enjoyed the brilliant successes of my first nights, and the brilliant banquets that followed them: you were proud, and quite naturally so, of being the intimate friend of an artist so distinguished: but you could not understand the conditions requisite for the production of artistic work. I am not speaking in phrases of rhetorical exaggeration but in terms of absolute truth to actual fact when I remind you that during the whole time we were together I never wrote one single line. Whether at Torquay, Goring, London, Florence, or elsewhere, my life, as long as you were by my side, was entirely sterile and uncreative. And with but few intervals you were, I regret to say, by my side always. I remember, for instance, in September ‘93, to select merely one instance out of many, taking a set of chambers, purely in order to work undisturbed, as I had broken my contract with John Hare for whom I had promised to write a play, and who was pressing me on the subject. During the first week you kept away. We had, not unnaturally indeed, differed on the question of the artistic value of your translation of Salomé, so you contented yourself with sending me foolish letters on the subject. In that week I wrote and completed in every detail, as it was ultimately performed, the first act of An Ideal Husband. The second week you returned and my work practically had to be given up. I arrived at St James’s Place every morning at 11.30, in order to have the opportunity of thinking and writing without the interruptions inseparable from my own household, quiet and peaceful as that household was. But the attempt was vain. At twelve o’clock you drove up, and stayed smoking cigarettes and chattering till 1.30, when I had to take you out to luncheon at the Café Royal or the Berkeley. Luncheon with its liqueurs lasted usually till 3.30. For an hour you retired to White’s. At tea-time you appeared again, and stayed till it was time to dress for dinner. You dined with me either at the Savoy or at Tite Street. We did not separate as a rule till after midnight, as supper at Willis’s had to wind up the entrancing day. That was my life for those three months, every single day, except during the four days when you went abroad. I then, of course, had to go over to Calais to fetch you back. For one of my nature and temperament it was a position at once grotesque and tragic. You surely must realise that now? You must see now that your incapacity of being alone: your nature so exigent in its persistent claim on the attention and time of others: your lack of any power of sustained intellectual concentration: the unfortunate accident – for I like to think it was no more – that you had not yet been able to acquire the ‘Oxford temper’ in intellectual matters, never, I mean, been one who could play gracefully with ideas but had arrived at violence of opinion merely – that all these things, combined with the fact that your desires and interests were in Life not in Art, were as destructive to your own progress in culture as they were to my work as an artist? When I compare my friendship with you to my friendship with such still younger men as John Gray and Pierre Louÿs I feel ashamed. My real life, my higher life was with them and such as they. Of the appalling results of my friendship with you I don’t speak at present. I am thinking merely of its quality while it lasted. It was intellectually degrading to me. You had the rudiments of an artistic temperament in its germ. But I met you either too late or too soon, I don’t know which. When you were away I was all right. The moment, in the early December of the year to which I have been alluding, I had succeeded in inducing your mother to send you out of England, I collected again the torn and ravelled web of my imagination, got my life back into my own hands, and not merely finished the three remaining acts of An Ideal Husband, but conceived and had almost completed two other plays of a completely different type, the Florentine Tragedy and La Sainte Courtisane, when suddenly, unbidden, unwelcome, and under circumstances fatal to my happiness you returned. The two works left then imperfect I was unable to take up again. The mood that created them I could never recover. You now, having yourself published a volume of verse, will be able to recognise the truth of everything I have said here. Whether you can or not it remains as a hideous truth in the very heart of our friendship. While you were with me you were the absolute ruin of my Art, and in allowing you to stand persistently between Art and myself I give to myself shame and blame in the fullest degree. You couldn’t know, you couldn’t understand, you couldn’t appreciate. I had no right to expect it of you at all. Your interests were merely in your meals and moods. Your desires were simply for amusements, for ordinary or less ordinary pleasures. They were what your temperament needed, or thought it needed for the moment. I should have forbidden you my house and my chambers except when I specially invited you. I blame myself without reserve for my weakness. It was merely weakness. One half-hour with Art was always more to me than a cycle with you. Nothing really at any period of my life was ever of the smallest importance to me compared with Art. But in the case of an artist, weakness is nothing less than a crime, when it is a weakness that paralyses the imagination. I blame myself again for having allowed you to bring me to utter and discreditable financial ruin. I remember one morning in the early October of ‘92 sitting in the yellowing woods at Bracknell with your mother. At that time I knew very little of your real nature. I had stayed from a Saturday to Monday with you at Oxford. You had stayed with me at Cromer for ten days and played golf. The conversation turned on you, and your mother began to speak to me about your character. She told me of your two chief faults, your vanity, and your being, as she termed it, ‘all wrong about money.’ I have a distinct recollection of how I laughed. I had no idea that the first would bring me to prison, and the second to bankruptcy. I thought vanity a sort of graceful flower for a young man to wear; as for extravagance – for I thought she meant no more than extravagance – the virtues of prudence and thrift were not in my own nature or my own race. But before our friendship was one month older I began to see what your mother really meant. Your insistence on a life of reckless profusion: your incessant demands for money: your claim that all your pleasures should be paid for by me whether I was with you or not: brought me after some time into serious monetary difficulties, and what made the extravagances to me at any rate so monotonously uninteresting, as your persistent grasp on my life grew stronger and stronger, was that the money was really spent on little more than the pleasures of eating, drinking, and the like. Now and then it is a joy to have one’s table red with wine and roses, but you outstripped all taste and temperance. You demanded without grace and received without thanks. You grew to think that you had a sort of right to live at my expense and in a profuse luxury to which you had never been accustomed, and which for that reason made your appetites all the more keen, and at the end if you lost money gambling in some Algiers Casino you simply telegraphed next morning to me in London to lodge the amount of your losses to your account at your bank, and gave the matter no further thought of any kind. When I tell you that between the autumn of 1892 and the date of my imprisonment I spent with you and on you more than £5000 in actual money, irrespective of the bills I incurred, you will have some idea of the sort of life on which you insisted. Do you think I exaggerate? My ordinary expenses with you for an ordinary day in London – for luncheon, dinner, supper, amusements, hansoms and the rest of it – ranged from £12 to £20, and the week’s expenses were naturally in proportion and ranged from £80 to £130. For our three months at Goring my expenses (rent of course included) were £1340. Step by step with the Bankruptcy Receiver I had to go over every item of my life. It was horrible. ‘Plain living and high thinking’ was, of course, an ideal you could not at that time have appreciated, but such extravagance was a disgrace to both of us. One of the most delightful dinners I remember ever having had is one Robbie and I had together in a little Soho café, which cost about as many shillings as my dinners to you used to cost pounds. Out of my dinner with Robbie came the first and best of all my dialogues. Idea, title, treatment, mode, everything was struck out at a 3 franc 50 c. table-d’hôte. Out of the reckless dinners with you nothing remains but the memory that too much was eaten and too much was drunk. And my yielding to your demands was bad for you. You know that now. It made you grasping often: at times not a little unscrupulous: ungracious always. There was on far too many occasions too little joy or privilege in being your host. You forgot – I will not say the formal courtesy of thanks, for formal courtesies will strain a close friendship – but simply the grace of sweet companionship, the charm of pleasant conversation, that terpnon kakon as the Greeks called it, and all those gentle humanities that make life lovely, and are an accompaniment to life as music might be, keeping things in tune and filling with melody the harsh or silent places. And though it may seem strange to you that one in the terrible position in which I am situated should find a difference between one disgrace and another, still I frankly admit that the folly of throwing away all this money on you, and letting you squander my fortune to your own hurt as well as to mine, gives to me and in my eyes a note of common profligacy to my Bankruptcy that makes me doubly ashamed of it. I was made for other things. But most of all I blame myself for the entire ethical degradation I allowed you to bring on me. The basis of character is will-power, and my will-power became absolutely subject to yours. It sounds a grotesque thing to say, but it is none the less true. Those incessant scenes that seemed to be almost physically necessary to you, and in which your mind and body grew distorted and you became a thing as terrible to look at as to listen to: that dreadful mania you inherit from your father, the mania for writing revolting and loathsome letters: your entire lack of any control over your emotions as displayed in your long resentful moods of sullen silence, no less than in the sudden fits of almost epileptic rage: all these things in reference to which one of my letters to you, left by you lying about at the Savoy or some other hotel and so produced in Court by your father’s Counsel, contained an entreaty not devoid of pathos, had you at that time been able to recognise pathos either in its elements or its expression: – these, I say, were the origin and causes of my fatal yielding to you in your daily increasing demands. You wore one out. It was the triumph of the smaller over the bigger nature. It was the case of that tyranny of the weak over the strong which somewhere in one of my plays I describe as being ‘the only tyranny that lasts.’ And it was inevitable. In every relation of life with others one has to find some moyen de vivre. In your case, one had either to give up to you or to give you up. There was no other alternative. Through deep if misplaced affection for you: through great pity for your defects of temper and temperament: through my own proverbial good-nature and Celtic laziness: through an artistic aversion to coarse scenes and ugly words: through that incapacity to bear resentment of any kind which at that time characterised me: through my dislike of seeing life made bitter and uncomely by what to me, with my eyes really fixed on other things, seemed to be mere trifles too petty for more than a moment’s thought or interest – through these reasons, simple as they may sound, I gave up to you always. As a natural result, your claims, your efforts at domination, your exactions grew more and more unreasonable. Your meanest motive, your lowest appetite, your most common passion, became to you laws by which the lives of others were to be guided always, and to which, if necessary, they were to be without scruple sacrificed. Knowing that by making a scene you could always have your way, it was but natural that you should proceed, almost unconsciously I have no doubt, to every excess of vulgar violence. At the end you did not know to what goal you were hurrying, or with what aim in view. Having made your own of my genius, my will-power, and my fortune, you required, in the blindness of an inexhaustible greed, my entire existence. You took it. At the one supremely and tragically critical moment of all my life, just before my lamentable step of beginning my absurd action, on the one side there was your father attacking me with hideous cards left at my club, on the other side there was you attacking me with no less loathsome letters. The letter I received from you on the morning of the day I let you take me down to the Police Court to apply for the ridiculous warrant for your father’s arrest was one of the worst you ever wrote, and for the most shameful reason. Between you both I lost my head. My judgment forsook me. Terror took its place. I saw no possible escape, I may say frankly, from either of you. Blindly I staggered as an ox into the shambles. I had made a gigantic psychological error. I had always thought that my giving up to you in small things meant nothing: that when a great moment arrived I could reassert my will-power in its natural superiority. It was not so. At the great moment my will-power completely failed me. In life there is really no small or great thing. All things are of equal value and of equal size. My habit – due to indifference chiefly at first – of giving up to you in everything had become insensibly a real part of my nature. Without my knowing it, it had stereotyped my temperament to one permanent and fatal mood. That is why, in the subtle epilogue to the first edition of his essays, Pater says that ‘Failure is to form habits.’ When he said it the dull Oxford people thought the phrase a mere wilful inversion of the somewhat wearisome text of Aristotelian Ethics, but there is a wonderful, a terrible truth hidden in it. I had allowed you to sap my strength of character, and to me the formation of a habit had proved to be not Failure merely but Ruin. Ethically you had been even still more destructive to me than you had been artistically. The warrant once granted, your will of course directed everything. At a time when I should have been in London taking wise counsel, and calmly considering the hideous trap in which I had allowed myself to be caught – the booby-trap as your father calls it to the present day – you insisted on my taking you to Monte Carlo, of all revolting places on God’s earth, that all day, and all night as well, you might gamble as long as the Casino remained open. As for me – baccarat having no charms for me – I was left alone outside to myself. You refused to discuss even for five minutes the position to which you and your father had brought me. My business was merely to pay your hotel expenses and your losses. The slightest allusion to the ordeal awaiting me was regarded as a bore. A new brand of champagne that was recommended to us had more interest for you. On our return to London those of my friends who really desired my welfare implored me to retire abroad, and not to face an impossible trial. You imputed mean motives to them for giving such advice, and cowardice to me for listening to it. You forced me to stay to brazen it out, if possible, in the box by absurd and silly perjuries. At the end, I was of course arrested and your father became the hero of the hour: more indeed than the hero of the hour merely: your family now ranks, strangely enough, with the Immortals: for with that grotesqueness of effect that is as it were a Gothic element in history, and makes Clio the least serious of all the Muses, your father will always live among the kind pure-minded parents of Sunday-school literature, your place is with the Infant Samuel, and in the lowest mire of Malebolge I sit between Gilles de Retz and the Marquis de Sade. Of course I should have got rid of you, I should have shaken you out of my life as a man shakes from his raiment a thing that has stung him. In the most wonderful of all his plays Aeschylus tells us of the great Lord who brings up in his house the lion-cub, the leontos inin, and loves it because it comes bright-eyed to his call and fawns on him for its food:phaidropos poti cheira sainon te gastros anagkais phaidropos poti cheira , . And the thing grows up and shows the nature of its race, ethos to prosthe tokaon , and destroys the lord and his house and all that he possesses. I feel that I was such a one as he. But my fault was, not that I did not part from you, but that I parted from you far too often. As far as I can make out I ended my friendship with you every three months regularly, and each time that I did so you managed by means of entreaties, telegrams, letters, the interposition of your friends, the interposition of mine, and the like to induce me to allow you back. When at the end of March ‘93 you left my house at Torquay I had determined never to speak to you again, or to allow you under any circumstances to be with me, so revolting had been the scene you had made the night before your departure. You wrote and telegraphed from Bristol to beg me to forgive you and meet you. Your tutor, who had stayed behind, told me that he thought that at times you were quite irresponsible for what you said and did, and that most, if not all, of the men at Magdalen were of the same opinion. I consented to meet you, and of course I forgave you. On the way up to town you begged me to take you to the Savoy. That was indeed a visit fatal to me. Three months later, in June, we are at Goring. Some of your Oxford friends come to stay from a Saturday to Monday. The morning of the day they went away you made a scene so dreadful, so distressing that I told you that we must part. I remember quite well, as we stood on the level croquetground with the pretty lawn all round us, pointing out to you that we were spoiling each other’s lives, that you were absolutely ruining mine and that I evidently was not making you really happy, and that an irrevocable parting, a complete separation was the one wise philosophic thing to do. You went sullenly after luncheon, leaving one of your most offensive letters behind with the butler to be handed to me after your departure. Before three days had elapsed you were telegraphing from London to beg to be forgiven and allowed to return. I had taken the place to please you. I had engaged your own servants at your request. I was always terribly sorry for the hideous temper to which you were really a prey. I was fond of you. So I let you come back and forgave you. Three months later still, in September, new scenes occurred, the occasion of them being my pointing out to you the schoolboy faults of your attempted translation of Salomé. You must by this time be a fair enough French scholar to know that the translation was as unworthy of you, as an ordinary Oxonian, as it was of the work it sought to render. You did not of course know it then, and in one of the violent letters you wrote to me on the point you said that you were under ‘no intellectual obligation of any kind’ to me. I remember that when I read that statement, I felt that it was the one really true thing you had written to me in the whole course of our friendship. I saw that a less cultivated nature would really have suited you much better. I am not saying this in bitterness at all, but simply as a fact of companionship. Ultimately the bond of all companionship, whether in marriage or in friendship, is conversation, and conversation must have a common basis, and between two people of widely different culture the only common basis possible is the lowest level. The trivial in thought and action is charming. I had made it the keystone of a very brilliant philosophy expressed in plays and paradoxes. But the froth and folly of our life grew often very wearisome to me: it was only in the mire that we met: and fascinating, terribly fascinating though the one topic round which your talk invariably centred was, still at the end it became quite monotonous to me. I was often bored to death by it, and accepted it as I accepted your passion for going to music-halls, or your mania for absurd extravagances in eating and drinking, or any other of your, to me, less attractive characteristics, as a thing, that is to say, that one simply had to put up with, a part of the high price one paid for knowing you. When after leaving Goring I went to Dinard for a fortnight you were extremely angry with me for not taking you with me, and, before my departure there, made some very unpleasant scenes on the subject at the Albemarle Hotel, and sent me some equally unpleasant telegrams to a country house I was staying at for a few days. I told you, I remember, that I thought it was your duty to be with your own people for a little, as you had passed the whole season away from them. But in reality, to be perfectly frank with you, I could not under any circumstances have let you be with me. We had been together for nearly twelve weeks. I required rest and freedom from the terrible strain of your companionship. It was necessary for me to be a little by myself. It was intellectually necessary. And so I confess I saw in your letter, from which I have quoted, a very good opportunity for ending the fatal friendship that had sprung up between us, and ending it without bitterness, as I had indeed tried to do on that bright June morning at Goring, three months before. It was however represented to me – I am bound to say candidly by one of my own friends to whom you had gone in your difficulty – that you would be much hurt, perhaps almost humiliated at having your work sent back to you like a schoolboy’s exercise; that I was expecting far too much intellectually from you; and that, no matter what you wrote or did, you were absolutely and entirely devoted to me. I did not want to be the first to check or discourage you in your beginnings in literature: I knew quite well that no translation, unless one done by a poet, could render the colour and cadence of my work in any adequate measure: devotion seemed to me, seems to me still, a wonderful thing, not to be lightly thrown away: so I took the translation and you back. Exactly three months later, after a series of scenes culminating in one more than usually revolting, when you came one Monday evening to my rooms accompanied by two of your friends, I found myself actually flying abroad next morning to escape from you, giving my family some absurd reason for my sudden departure, and leaving a false address with my servant for fear you might follow me by the next train. And I remember that afternoon, as I was in the railway-carriage whirling up to Paris, thinking what an impossible, terrible, utterly wrong state my life had got into, when I, a man of world-wide reputation, was actually forced to run away from England, in order to try and get rid of a friendship that was entirely destructive of everything fine in me either from the intellectual or ethical point of view: the person from whom I was flying being no terrible creature sprung from sewer or mire into modern life with whom I had entangled my days, but you yourself, a young man of my own social rank and position, who had been at my own College at Oxford, and was an incessant guest at my house. The usual telegrams of entreaty and remorse followed: I disregarded them. Finally you threatened that unless I consented to meet you, you would under no circumstances consent to proceed to Egypt. I had myself, with your knowledge and concurrence, begged your mother to send you to Egypt away from England, as you were wrecking your life in London. I knew that if you did not go it would be a terrible disappointment to her, and for her sake I did meet you, and under the influence of great emotion, which even you cannot have forgotten, I forgave the past; though I said nothing at all about the future. On my return to London next day I remember sitting in my room and sadly and seriously trying to make up my mind whether or not you really were what you seemed to me to be, so full of terrible defects, so utterly ruinous both to yourself and to others, so fatal a one to know even or to be with. For a whole week I thought about it, and wondered if after all I was not unjust and mistaken in my estimate of you. At the end of the week a letter from your mother is handed in. It expressed to the full every feeling I myself had about you. In it she spoke of your blind exaggerated vanity which made you despise your home, and treat your elder brother – that candidissima anima1 – ‘as a Philistine:’ of your temper which made her afraid to speak to you about your life, the life she felt, she knew, you were leading: about your conduct in money matters, so distressing to her in more ways than one: of the degeneration and change that had taken place in you. She saw, of course, that heredity had burdened you with a terrible legacy, and frankly admitted it, admitted it with terror: he is ‘the one of my children who has inherited the fatal Douglas temperament,’ she wrote of you. At the end she stated that she felt bound to declare that your friendship with me, in her opinion, had so intensified your vanity that it had become the source of all your faults, and earnestly begged me not to meet you abroad. I wrote to her at once, in reply, and told her that I agreed entirely with every word she had said. I added much more. I went as far as I could possibly go. I told her that the origin of our friendship was you in your undergraduate days at Oxford coming to beg me to help you in very serious trouble of a very particular character. I told her that your life had been continually in the same manner troubled. The reason of your going to Belgium you had placed to the fault of your companion in that journey, and your mother had reproached me with having introduced you to him. I replaced the fault on the right shoulders, on yours. I assured her at the end that I had not the smallest intention of meeting you abroad, and begged her to try to keep you there, either as an honorary attaché, if that were possible, or to learn modern languages, if it were not; or for any reason she chose, at least during two or three years, and for your sake as well as for mine. In the meantime you are writing to me by every post from Egypt. I took not the smallest notice of any of your communications. I read them, and tore them up. I had quite settled to have no more to do with you. My mind was made up, and I gladly devoted myself to the Art whose progress I had allowed you to interrupt. At the end of three months, your mother, with that unfortunate weakness of will that characterises her, and that in the tragedy of my life has been an element no less fatal than your father’s violence, actually writes to me herself – I have no doubt, of course, at your instigation – tells me that you are extremely anxious to hear from me, and in order that I should have no excuse for not communicating with you, sends me your address in Athens, which, of course, I knew perfectly well. I confess I was absolutely astounded at her letter. I could not understand how, after what she had written to me in December, and what I in answer had written to her, she could in any way try to repair or to renew my unfortunate friendship with you. I acknowledged her letter, of course, and again urged her to try and get you connected with some Embassy abroad, so as to prevent your returning to England, but I did not write to you, or take any more notice of your telegrams than I did before your mother had written to me. Finally, you actually telegraphed to my wife begging her to use her influence with me to get me to write to you. Our friendship had always been a source of distress to her: not merely because she had never liked you personally, but because she saw how your continual companionship altered me, and not for the better: still, just as she had always been most gracious and hospitable to you, so she could not bear the idea of my being in any way unkind – for so it seemed to her – to any of my friends. She thought, knew indeed, that it was a thing alien to my character. At her request I did communicate with you. I remember the wording of my telegram quite well. I said that time healed every wound but that for many months to come I would neither write to you nor see you. You started without delay for Paris, sending me passionate telegrams on the road to beg me to see you once, at any rate. I declined. You arrived in Paris late on a Saturday night, and found a brief letter from me waiting for you at your hotel stating that I would not see you. Next morning I received in Tite Street a telegram of some ten or eleven pages in length from you. You stated in it that no matter what you had done to me you could not believe that I would absolutely decline to see you: you reminded me that for the sake of seeing me even for one hour you had travelled six days and nights across Europe without stopping once on the way: you made what I must admit was a most pathetic appeal, and ended with what seemed to me a threat of suicide, and one not thinly veiled. You had yourself often told me how many of your race there had been who had stained their hands in their own blood; your uncle certainly, your grandfather possibly; many others in the mad, bad line from which you come. Pity, my old affection for you, regard for your mother to whom your death under such dreadful circumstances would have been a blow almost too great for her to bear, the horror of the idea that so young a life, and one that amidst all its ugly faults had still promise of beauty in it, should come to so revolting an end, mere humanity itself – all these, if excuses be necessary, must serve as my excuse for consenting to accord you one last interview. When I arrived in Paris, your tears, breaking out again and again all through the evening, and falling over your cheeks like rain as we sat, at dinner first at Voisin’s, at supper at Paillard’s afterwards: the unfeigned joy you evinced at seeing me, holding my hand whenever you could, as though you were a gentle and penitent child: your contrition, so simple and sincere, at the moment: made me consent to renew our friendship. Two days after we had returned to London, your father saw you having luncheon with me at the Café Royal, joined my table, drank of my wine, and that afternoon, through a letter addressed to you, began his first attack on me. It may be strange, but I had once again, I will not say the chance, but the duty of separating from you forced on me. I need hardly remind you that I refer to your conduct to me at Brighton from October 10th to 13th, 1894. Three years ago is a long time for you to go back. But we who live in prison, and in whose lives there is no event but sorrow, have to measure time by throbs of pain, and the record of bitter moments. We have nothing else to think of. Suffering – curious as it may sound to you – is the means by which we exist, because it is the only means by which we become conscious of existing; and the remembrance of suffering in the past is necessary to us as the warrant, the evidence, of our continued identity. Between myself and the memory of joy lies a gulf no less deep than that between myself and joy in its actuality. Had our life together been as the world fancied it to be, one simply of pleasure, profligacy and laughter, I would not be able to recall a single passage in it. It is because it was full of moments and days tragic, bitter, sinister in their warnings, dull or dreadful in their monotonous scenes and unseemly violences, that I can see or hear each separate incident in its detail, can indeed see or hear little else. So much in this place do men live by pain that my friendship with you, in the way through which I am forced to remember it, appears to me always as a prelude consonant with those varying modes of anguish which each day I have to realise; nay more, to necessitate them even; as though my life, whatever it had seemed to myself and others, had all the while been a real Symphony of Sorrow, passing through its rhythmicallylinked movements to its certain resolution, with that inevitableness that in Art characterises the treatment of every great theme. I spoke of your conduct to me on three successive days, three years ago, did I not? I was trying to finish my last play at Worthing by myself. The two visits you had paid to me had ended. You suddenly appeared a third time bringing with you a companion whom you actually proposed should stay in my house. I (you must admit now quite properly) absolutely declined. I entertained you, of course; I had no option in the matter: but elsewhere, and not in my own home. The next day, a Monday, your companion returned to the duties of his profession, and you stayed with me. Bored with Worthing, and still more, I have no doubt, with my fruitless efforts to concentrate my attention on my play, the only thing that really interested me at the moment, you insist on being taken to the Grand Hotel at Brighton. The night we arrive you fall ill with that dreadful low fever that is foolishly called the influenza, your second, if not third attack. I need not remind you how I waited on you, and tended you, not merely with every luxury of fruit, flowers, presents, books, and the like that money can procure, but with that affection, tenderness and love that, whatever you may think, is not to be procured for money. Except for an hour’s walk in the morning, an hour’s drive in the afternoon, I never left the hotel. I got special grapes from London for you, as you did not care for those the hotel supplied, invented things to please you, remained either with you or in the room next to yours, sat with you every evening to quiet or amuse you. After four or five days you recover, and I take lodgings in order to try and finish my play. You, of course, accompany me. The morning after the day on which we were installed I feel extremely ill. You have to go to London on business, but promise to return in the afternoon. In London you meet a friend, and do not come back to Brighton till late the next day, by which time I am in a terrible fever, and the doctor finds I have caught the influenza from you. Nothing could have been more uncomfortable for anyone ill than the lodgings turn out to be. My sitting-room is on the first floor, my bedroom on the third. There is no manservant to wait on one, not even anyone to send out on a message, or to get what the doctor orders. But you are there. I feel no alarm. The next two days you leave me entirely alone without care, without attendance, without anything. It was not a question of grapes, flowers, and charming gifts: it was a question of mere necessaries: I could not even get the milk the doctor had ordered for me: lemonade was pronounced an impossibility: and when I begged you to procure me a book at the bookseller’s, or if they had not got whatever I had fixed on to choose something else, you never even take the trouble to go there. And when I was left all day without anything to read in consequence, you calmly tell me that you bought me the book and that they promised to send it down, a statement which I found out by chance afterwards to have been entirely untrue from beginning to end. All the while you are of course living at my expense, driving about, dining at the Grand Hotel, and indeed only appearing in my room for money. On Saturday night, you having left me completely unattended and alone since the morning, I asked you to come back after dinner, and sit with me for a little. With irritable voice and ungracious manner you promise to do so. I wait till eleven o’clock and you never appear. I then left a note for you in your room just reminding you of the promise you had made me, and how you had kept it. At three in the morning, unable to sleep, and tortured with thirst, I made my way, in the dark and cold, down to the sitting-room in the hopes of finding some water there. I found you. You fell on me with every hideous word an intemperate mood, an undisciplined and untutored nature could suggest. By the terrible alchemy of egotism you converted your remorse into rage. You accused me of selfishness in expecting you to be with me when I was ill; of standing between you and your amusements; of trying to deprive you of your pleasures. You told me, and I know it was quite true, that you had come back at midnight simply in order to change your dress-clothes, and go out again to where you hoped new pleasures were waiting for you, but that by leaving for you a letter in which I had reminded you that you had neglected me the whole day and the whole evening, I had really robbed you of your desire for more enjoyments, and diminished your actual capacity for fresh delights. I went back upstairs in disgust, and remained sleepless till dawn, nor till long after dawn was I able to get anything to quench the thirst of the fever that was on me. At eleven o’clock you came into my room. In the previous scene I could not help observing that by my letter I had, at any rate, checked you in a night of more than usual excess. In the morning you were quite yourself. I waited naturally to hear what excuses you had to make, and in what way you were going to ask for the forgiveness that you knew in your heart was invariably waiting for you, no matter what you did; your absolute trust that I would always forgive you being the thing in you that I always really liked the best, perhaps the best thing in you to like. So far from doing that, you began to repeat the same scene with renewed emphasis and more violent assertion. I told you at length to leave the room: you pretended to do so, but when I lifted up my head from the pillow in which I had buried it, you were still there, and with brutality of laughter and hysteria of rage you moved suddenly towards me. A sense of horror came over me, for what exact reason I could not make out; but I got out of my bed at once, and bare-footed and just as I was, made my way down the two flights of stairs to the sitting-room, which I did not leave till the owner of the lodgings – whom I had rung for – had assured me that you had left my bedroom, and promised to remain within call, in case of necessity. After an interval of an hour, during which time the doctor had come and found me, of course, in a state of absolute nervous prostration, as well as in a worse condition of fever than I had been at the outset, you returned silently, for money: took what you could find on the dressing-table and mantlepiece, and left the house with your luggage. Need I tell you what I thought of you during the two wretched lonely days of illness that followed? Is it necessary for me to state that I saw clearly that it would be a dishonour to myself to continue even an acquaintance with such a one as you had showed yourself to be? That I recognised that the ultimate moment had come, and recognised it as being really a great relief? And that I knew that for the future my Art and Life would be freer and better and more beautiful in every possible way? Ill as I was, I felt at ease. The fact that the separation was irrevocable gave me peace. By Tuesday the fever had left me, and for the first time I dined downstairs. Wednesday was my birthday. Amongst the telegrams and communications on my table was a letter in your handwriting. I opened it with a sense of sadness over me. I knew that the time had gone by when a pretty phrase, an expression of affection, a word of sorrow would make me take you back. But I was entirely deceived. I had underrated you. The letter you sent to me on my birthday was an elaborate repetition of the two scenes, set cunningly and carefully down in black and white! You mocked me with common jests. Your one satisfaction in the whole affair was, you said, that you retired to the Grand Hotel, and entered your luncheon to my account before you left for town. You congratulated me on my prudence in leaving my sickbed, on my sudden flight downstairs. ‘It was an ugly moment for you,’ you said, ‘uglier than you imagine.’ Ah! I felt it but too well. What it had really meant I did not know: whether you had with you the pistol you had bought to try and frighten your father with, and that, thinking it to be unloaded, you had once fired off in a public restaurant in my company: whether your hand was moving towards a common dinner-knife that by chance was lying on the table between us: whether, forgetting in your rage your low stature and inferior strength, you had thought of some specially personal insult, or attack even, as I lay ill there: I could not tell. I do not know to the present moment. All I know is that a feeling of utter horror had come over me, and that I had felt that unless I left the room at once, and got away, you would have done, or tried to do, something that would have been, even to you, a source of lifelong shame. Only once before in my life had I experienced such a feeling of horror at any human being. It was when in my library at Tite Street, waving his small hands in the air in epileptic fury, your father, with his bully, or his friend, between us, had stood uttering every foul word his foul mind could think of, and screaming the loathsome threats he afterwards with such cunning carried out. In the latter case he, of course, was the one who had to leave the room first. I drove him out. In your case I went. It was not the first time I had been obliged to save you from yourself. You concluded your letter by saying: ‘When you are not on your pedestal you are not interesting. The next time you are ill I will go away at once.’ Ah! What coarseness of fibre does that reveal! What an entire lack of imagination! How callous, how common had the temperament by that time become! ‘When you are not on your pedestal you are not interesting. The next time you are ill I will go away at once.’ How often have those words come back to me in the wretched solitary cell of the various prisons I have been sent to. I have said them to myself over and over again, and seen in them, I hope unjustly, some of the secret of your strange silence. For you to write thus to me, when the very illness and fever from which I was suffering I had caught from tending you, was of course revolting in its coarseness and crudity; but for any human being in the whole world to write thus to another would be a sin for which there is no pardon, were there any sin for which there is none. I confess that when I had finished your letter I felt almost polluted, as if by associating with one of such a nature I had soiled and shamed my life irretrievably. I had, it is true, done so, but I was not to learn how fully till just six months later on in life. I settled with myself to go back to London on the Friday, and see Sir George Lewis personally and request him to write to your father to state that I had determined never under any circumstances to allow you to enter my house, to sit at my board, to talk to me, walk with me, or anywhere and at any time to be my companion at all. This done I would have written to you just to inform you of the course of action I had adopted; the reasons you would inevitably have realised for yourself. I had everything arranged on Thursday night, when on Friday morning, as I was sitting at breakfast before starting, I happened to open the newspaper and saw in it a telegram stating that your elder brother, the real head of the family, the heir to the title, the pillar of the house, had been found dead in a ditch with his gun lying discharged beside him. The horror of the circumstances of the tragedy, now known to have been an accident, but then stained with a darker suggestion; the pathos of the sudden death of one so loved by all who knew him, and almost on the eve, as it were, of his marriage; my idea of what your own sorrow would, or should be; my consciousness of the misery awaiting your mother at the loss of the one to whom she clung for comfort and joy in life, and who, as she told me once herself, had from the very day of his birth never caused her to shed a single tear; my consciousness of your own isolation, both your other brothers being out of Europe, and you consequently the only one to whom your mother and sister could look, not merely for companionship in their sorrow, but also for those dreary responsibilities of dreadful detail that Death always brings with it; the mere sense of the lacrimae rerum, of the tears of which the world is made, and of the sadness of all human things – out of the confluence of these thoughts and emotions crowding into my brain came infinite pity for you and your family. My own griefs and bitternesses against you I forgot. What you had been to me in my sickness, I could not be to you in your bereavement. I telegraphed at once to you my deepest sympathy, and in the letter that followed invited you to come to my house as soon as you were able. I felt that to abandon you at that particular moment, and formally through a solicitor, would have been too terrible for you. On your return to town from the actual scene of the tragedy to which you had been summoned, you came at once to me very sweetly and very simply, in your suit of woe, and with your eyes dim with tears. You sought consolation and help, as a child might seek it. I opened to you my house, my home, my heart. I made your sorrow mine also, that you might have help in bearing it. Never, even by one word, did I allude to your conduct towards me, to the revolting scenes, and the revolting letter. Your grief, which was real, seemed to me to bring you nearer to me than you had ever been. The flowers you took from me to put on your brother’s grave were to be a symbol not merely of the beauty of his life, but of the beauty that in all lives lies dormant and may be brought to light. The gods are strange. It is not of our vices only they make instruments to scourge us. They bring us to ruin through what in us is good, gentle, humane, loving. But for my pity and affection for you and yours, I would not now be weeping in this terrible place. Of course I discern in all our relations, not Destiny merely, but Doom: Doom that walks always swiftly, because she goes to the shedding of blood. Through your father you come of a race, marriage with whom is horrible, friendship fatal, and that lays violent hands either on its own life or on the lives of others. In every little circumstance in which the ways of our lives met; in every point of great, or seemingly trivial import in which you came to me for pleasure or for help; in the small chances, the slight accidents that look, in their relation to life, to be no more than the dust that dances in a beam, or the leaf that flutters from a tree, Ruin followed, like the echo of a bitter cry, or the shadow that hunts with the beast of prey. Our friendship really begins with your begging me in a most pathetic and charming letter to assist you in a position appalling to anyone, doubly so to a young man at Oxford: I do so, and ultimately through your using my name as your friend with Sir George Lewis, I begin to lose his esteem and friendship, a friendship of fifteen years’ standing. When I was deprived of his advice and help and regard I was deprived of the one great safeguard of my life. You send me a very nice poem, of the undergraduate school of verse, for my approval: I reply by a letter of fantastic literary conceits: I compare you to Hylas, or Hyacinth, Jonquil or Narcisse, or someone whom the great god of Poetry favoured, and honoured with his love. The letter is like a passage from one of Shakespeare’s sonnets, transposed to a minor key. It can only be understood by those who have read the Symposium of Plato, or caught the spirit of a certain grave mood made beautiful for us in Greek marbles. It was, let me say frankly, the sort of letter I would, in a happy if wilful moment, have written to any graceful young man of either University who had sent me a poem of his own making, certain that he would have sufficient wit or culture to interpret rightly its fantastic phrases. Look at the history of that letter! It passes from you into the hands of a loathsome companion: from him to a gang of blackmailers: copies of it are sent about London to my friends, and to the manager of the theatre where my work is being performed: every construction but the right one is put on it: Society is thrilled with the absurd rumours that I have had to pay a huge sum of money for having written an infamous letter to you: this forms the basis of your father’s worst attack: I produce the original letter myself in Court to show what it really is: it is denounced by your father’s Counsel as a revolting and insidious attempt to corrupt Innocence: ultimately it forms part of a criminal charge: the Crown takes it up: the Judge sums up on it with little learning and much morality: I go to prison for it at last. That is the result of writing you a charming letter. While I am staying with you at Salisbury you are terribly alarmed at a threatening communication from a former companion of yours: you beg me to see the writer and help you: I do so: the result is Ruin to me. I am forced to take everything you have done on my own shoulders and answer for it. When, having failed to take your degree, you have to go down from Oxford, you telegraph to me in London to beg me to come to you. I do so at once: you ask me to take you to Goring, as you did not like, under the circumstances, to go home: at Goring you see a house that charms you: I take it for you: the result from every point of view is Ruin to me. One day you come to me and ask me, as a personal favour to you, to write something for an Oxford undergraduate magazine, about to be started by some friend of yours, whom I had never heard of in all my life, and knew nothing at all about. To please you – what did I not do always to please you? – I sent him a page of paradoxes destined originally for the Saturday Review. A few months later I find myself standing in the dock of the Old Bailey on account of the character of the magazine. It forms part of the Crown charge against me. I am called upon to defend your friend’s prose and your own verse. The former I cannot palliate; the latter I, loyal to the bitter extreme, to your youthful literature as to your youthful life, do very strongly defend, and will not hear of your being a writer of indecencies. But I go to prison, all the same, for your friend’s undergraduate magazine, and ‘the Love that dares not tell its name.’ At Christmas I give you a ‘very pretty present,’ as you described it in your letter of thanks, on which I knew you had set your heart, worth some £40 or £50 at most. When the crash of my life comes, and I am ruined, the bailiff who seizes my library, and has it sold, does so to pay for the ‘very pretty present.’ It was for that the execution was put into my house. At the ultimate and terrible moment when I am taunted, and spurred-on by your taunts, to take an action against your father and have him arrested, the last straw to which I clutch in my wretched efforts to escape is the terrible expense. I tell the solicitor in your presence that I have no funds, that I cannot possibly afford the appalling costs, that I have no money at my disposal. What I said was, as you know, perfectly true. On that fatal Friday instead of being in Humphreys’s office weakly consenting to my own ruin, I would have been happy and free in France, away from you and your father, unconscious of his loathsome card, and indifferent to your letters, if I had been able to leave the Avondale Hotel. But the hotel people absolutely refused to allow me to go. You had been staying with me for ten days: indeed you had ultimately, to my great and, you will admit, rightful indignation, brought a companion of yours to stay with me also: my bill for the ten days was nearly £140. The proprietor said he could not allow my luggage to be removed from the hotel till I had paid the account in full. That is what kept me in London. Had it not been for the hotel bill I would have gone to Paris on Thursday morning. When I told the solicitor I had no money to face the gigantic expense, you interposed at once. You said that your own family would be only too delighted to pay all the necessary costs: that your father had been an incubus to them all: that they had often discussed the possibility of getting him put into a lunatic asylum so as to keep him out of the way: that he was a daily source of annoyance and distress to your mother and to everyone else: that if I would only come forward to have him shut up I would be regarded by the family as their champion and their benefactor: and that your mother’s rich relations themselves would look on it as a real delight to be allowed to pay all costs and expenses that might be incurred in any such effort. The solicitor closed at once, and I was hurried to the Police Court. I had no excuse left for not going. I was forced into it. Of course your family don’t pay the costs, and, when I am made bankrupt, it is by your father, and for the costs – the meagre balance of them – some £700. At the present moment my wife, estranged from me over the important question of whether I should have £3 or £3.10 a week to live on, is preparing a divorce suit, for which, of course, entirely new evidence and an entirely new trial, to be followed perhaps by more serious proceedings, will be necessary. I, naturally, know nothing of the details. I merely know the name of the witness on whose evidence my wife’s solicitors rely. It is your own Oxford servant, whom at your special request I took into my service for our summer at Goring. But, indeed, I need not go on further with more instances of the strange Doom you seem to have brought on me in all things big or little. It makes me feel sometimes as if you yourself had been merely a puppet worked by some secret and unseen hand to bring terrible events to a terrible issue. But puppets themselves have passions. They will bring a new plot into what they are presenting, and twist the ordered issue of vicissitude to suit some whim or appetite of their own. To be entirely free, and at the same time entirely dominated by law, is the eternal paradox of human life that we realise at every moment; and this, I often think, is the only explanation possible of your nature, if indeed for the profound and terrible mysteries of a human soul there is any explanation at all, except one that makes the mystery more marvellous still. Of course you had your illusions, lived in them indeed, and through their shifting mists and coloured veils saw all things changed. You thought, I remember quite well, that your devoting yourself to me, to the entire exclusion of your family and family life, was a proof of your wonderful appreciation of me, and your great affection. No doubt to you it seemed so. But recollect that with me was luxury, high living, unlimited pleasure, money without stint. Your family life bored you. The ‘cold cheap wine of Salisbury,’ to use a phrase of your own making, was distasteful to you. On my side, and along with my intellectual attractions, were the fleshpots of Egypt. When you could not find me to be with, the companions whom you chose as substitutes were not flattering. You thought again that in sending a lawyer’s letter to your father to say that, rather than sever your eternal friendship with me, you would give up the allowance of £250 a year which, with I believe deductions for your Oxford debts, he was then making you, you were realising the very chivalry of friendship, touching the noblest note of self-denial. But your surrender of your little allowance did not mean that you were ready to give up even one of your most superfluous luxuries, or most unnecessary extravagances. On the contrary. Your appetite for luxurious living was never so keen. My expenses for eight days in Paris for myself, you, and your Italian servant were nearly £150: Paillard alone absorbing £85. At the rate at which you wished to live, your entire income for a whole year, if you had taken your meals alone, and had been especially economical in your selection of the cheaper form of pleasures, would hardly have lasted you for three weeks. The fact that in what was merely a pretence of bravado you had surrendered your allowance, such as it was, gave you at last a plausible reason for your claim to live at my expense, or what you thought a plausible reason: and on many occasions you seriously availed yourself of it, and gave the very fullest expression to it: and the continued drain, principally of course on me, but also to a certain extent, I know, on your mother, was never so distressing, because in my case at any rate, never so completely unaccompanied by the smallest word of thanks, or sense of limit. You thought again that in attacking your own father with dreadful letters, abusive telegrams, and insulting postcards you were really fighting your mother’s battles, coming forward as her champion, and avenging the no doubt terrible wrongs and sufferings of her married life. It was quite an illusion on your part; one of your worst indeed. The way for you to have avenged your mother’s wrongs on your father, if you considered it part of a son’s duty to do so, was by being a better son to your mother than you had been: by not making her afraid to speak to you on serious things: by not signing bills the payment of which devolved on her: by being gentler to her, and not bringing sorrow into her days. Your brother Francis made great amends to her for what she had suffered, by his sweetness and goodness to her through the brief years of his flower-like life. You should have taken him as your model. You were wrong even in fancying that it would have been an absolute delight and joy to your mother if you had managed through me to get your father put into prison. I feel sure you were wrong. And if you want to know what a woman really feels when her husband, and the father of her children, is in prison dress, in a prison cell, write to my wife and ask her. She will tell you. I also had my illusions. I thought life was going to be a brilliant comedy, and that you were to be one of many graceful figures in it. I found it to be a revolting and repellent tragedy, and that the sinister occasion of the great catastrophe, sinister in its concentration of aim and intensity of narrowed will-power, was yourself, stripped of that mask of joy and pleasure by which you, no less than I, had been deceived and led astray. You can now understand – can you not? – a little of what I am suffering. Some paper, the Pall Mall Gazette I think, describing the dress-rehearsal of one of my plays, spoke of you as following me about like my shadow: the memory of our friendship is the shadow that walks with me here: that seems never to leave me: that wakes me up at night to tell me the same story over and over till its wearisome iteration makes all sleep abandon me till dawn: at dawn it begins again: it follows me into the prison-yard and makes me talk to myself as I tramp round: each detail that accompanied each dreadful moment I am forced to recall: there is nothing that happened in those ill-starred years that I cannot recreate in that chamber of the brain which is set apart for grief or for despair: every strained note of your voice, every twitch and gesture of your nervous hands, every bitter word, every poisonous phrase comes back to me: I remember the street or river down which we passed, the wall or woodland that surrounded us, at what figure on the dial stood the hands of the clock, which way went the wings of the wind, the shape and colour of the moon. There is, I know, one answer to all that I have said to you, and that is that you loved me: that all through those two and a half years during which the Fates were weaving into one scarlet pattern the threads of our divided lives you really loved me. Yes: I know you did. No matter what your conduct to me was I always felt that at heart you really did love me. Though I saw quite clearly that my position in the world of Art, the interest my personality had always excited, my money, the luxury in which I lived, the thousand and one things that went to make up a life so charmingly, and so wonderfully improbable as mine was, were, each and all of them, elements that fascinated you and made you cling to me: yet besides all this there was something more, some strange attraction for you: you loved me far better than you loved anybody else. But you, like myself, have had a terrible tragedy in your life, though one of an entirely opposite character to mine. Do you want to learn what it was? It was this. In you Hate was always stronger than Love. Your hatred of your father was of such stature that it entirely outstripped, o’erthrew, and overshadowed your love of me. There was no struggle between them at all, or but little; of such dimensions was your Hatred and of such monstrous growth. You did not realise that there is no room for both passions in the same soul. They cannot live together in that fair carven house. Love is fed by the imagination, by which we become wiser than we know, better than we feel, nobler than we are: by which we can see Life as a whole: by which, and by which alone, we can understand others in their real as in their ideal relations. Only what is fine, and finely conceived, can feed Love. But anything will feed Hate. There was not a glass of champagne you drank, not a rich dish you ate of in all those years, that did not feed your Hate and make it fat. So to gratify it, you gambled with my life, as you gambled with my money, carelessly, recklessly, indifferent to the consequence. If you lost, the loss would not, you fancied, be yours. If you won, yours, you knew, would be the exultation, and the advantages of victory. Hate blinds people. You were not aware of that. Love can read the writing on the remotest star, but Hate so blinded you that you could see no further than the narrow, walled-in, and already lust-withered garden of your common desires. Your terrible lack of imagination, the one really fatal defect of your character, was entirely the result of the Hate that lived in you. Subtly, silently, and in secret, Hate gnawed at your nature, as the lichen bites at the root of some sallow plant, till you grew to see nothing but the most meagre interests and the most petty aims. That faculty in you which Love would have fostered, Hate poisoned and paralysed. When your father first began to attack me it was as your private friend, and in a private letter to you. As soon as I had read the letter, with its obscene threats and coarse violences, I saw at once that a terrible danger was looming on the horizon of my troubled days: I told you I would not be the catspaw between you both in your ancient hatred of each other: that I in London was naturally much bigger game for him than a Secretary for Foreign Affairs at Homburg: that it would be unfair to me to place me even for a moment in such a position: and that I had something better to do with my life than to have scenes with a man drunken, déclassé, and half-witted as he was. You could not be made to see this. Hate blinded you. You insisted that the quarrel had really nothing to do with me: that you would not allow your father to dictate to you in your private friendships: that it would be most unfair of me to interfere. You had already, before you saw me on the subject, sent your father a foolish and vulgar telegram, as your answer. That of course committed you to a foolish and vulgar course of action to follow. The fatal errors of life are not due to man’s being unreasonable: an unreasonable moment may be one’s finest moment. They are due to man’s being logical. There is a wide difference. That telegram conditioned the whole of your subsequent relations with your father, and consequently the whole of my life. And the grotesque thing about it is that it was a telegram of which the commonest street-boy would have been ashamed. From pert telegrams to priggish lawyers’ letters was a natural progress, and the result of your lawyer’s letters to your father was, of course, to urge him on still further. You left him no option but to go on. You forced it on him as a point of honour, or of dishonour rather, that your appeal should have the more effect. So the next time he attacks me, no longer in a private letter and as your private friend, but in public and as a public man. I have to expel him from my house. He goes from restaurant to restaurant looking for me, in order to insult me before the whole world, and in such a manner that if I retaliated I would be ruined, and if I did not retaliate I would be ruined also. Then surely was the time when you should have come forward, and said that you would not expose me to such hideous attacks, such infamous persecution, on your account, but would, readily and at once, resign any claim you had to my friendship? You feel that now, I suppose. But it never even occurred to you then. Hate blinded you. All you could think of (besides of course writing to him insulting letters and telegrams) was to buy a ridiculous pistol that goes off in the Berkeley, under circumstances that create a worse scandal than ever came to your ears. Indeed the idea of your being the object of a terrible quarrel between your father and a man of my position seemed to delight you. It, I suppose very naturally, pleased your vanity, and flattered your self-importance. That your father might have had your body, which did not interest me, and left me your soul, which did not interest him, would have been to you a distressing solution of the question. You scented the chance of a public scandal and flew to it. The prospect of a battle in which you would be safe delighted you. I never remember you in higher spirits than you were for the rest of that season. Your only disappointment seemed to be that nothing actually happened, and that no further meeting or fracas had taken place between us. You consoled yourself by sending him telegrams of such a character that at last the wretched man wrote to you and said that he had given orders to his servants that no telegram was to be brought to him under any pretence whatsoever. That did not daunt you. You saw the immense opportunities afforded by the open postcard, and availed yourself of them to the full. You hounded him on in the chase still more. I do not suppose he would ever really have given it up. Family instincts were strong in him. His hatred of you was just as persistent as your hatred of him, and I was the stalking-horse for both of you, and a mode of attack as well as a mode of shelter. His very passion for notoriety was not merely individual but racial. Still, if his interest had flagged for a moment your letters and postcards would soon have quickened it to its ancient flame. They did so. And he naturally went on further still. Having assailed me as a private gentleman and in private, as a public man and in public, he ultimately determines to make his final and great attack on me as an artist, and in the place where my Art is being represented. He secures by fraud a seat for the first night of one of my plays, and contrives a plot to interrupt the performance, to make a foul speech about me to the audience, to insult my actors, to throw offensive or indecent missiles at me when I am called before the curtain at the close, utterly in some hideous way to ruin me through my work. By the merest chance, in the brief and accidental sincerity of a more than usually intoxicated mood, he boasts of his intention before others. Information is given to the police, and he is kept out of the theatre. You had your chance then. Then was your opportunity. Don’t you realise now that you should have seen it, and come forward and said that you would not have my Art, at any rate, ruined for your sake? You knew what my Art was to me, the great primal note by which I had revealed, first myself to myself, and then myself to the world; the real passion of my life; the love to which all other loves were as marsh-water to red wine, or the glow-worm of the marsh to the magic mirror of the moon. Don’t you understand now that your lack of imagination was the one really fatal defect of your character? What you had to do was quite simple, and quite clear before you, but Hate blinded you, and you could see nothing. I could not apologise to your father for his having insulted me and persecuted me in the most loathsome manner for nearly nine months. I could not get rid of you out of my life. I had tried it again and again. I had gone so far as actually leaving England and going abroad in the hope of escaping from you. It had all been of no use. You were the only person who could have done anything. The key of the situation rested entirely with yourself. It was the one great opportunity you had of making some slight return to me for all the love and affection and kindness and generosity and care I had shown you. Had you appreciated me even at a tenth of my value as an artist you would have done so. But Hate blinded you. The faculty ‘by which, and by which alone, we can understand others in their real as in their ideal relations’ was dead in you. You thought simply of how to get your father into prison. To see him ‘in the dock,’ as you used to say: that was your one idea. The phrase became one of the many scies of your daily conversation. One heard it at every meal. Well, you had your desire gratified. hate granted you every single thing you wished for. It was an indulgent Master to you. It is so, indeed, to all who serve it. For two days you sat on a high seat with the Sheriffs, and feasted your eyes with the spectacle of your father standing in the dock of the Central Criminal Court. And on the third day I took his place. What had occurred? In your hideous game of hate together, you had both thrown dice for my soul, and you happened to have lost. That was all. You see that I have to write your life to you, and you have to realise it. We have known each other now for more than four years. Half of the time we have been together: the other half I have had to spend in prison as the result of our friendship. Where you will receive this letter, if indeed it ever reaches you, I don’t know. Rome, Naples, Paris, Venice, some beautiful city on sea or river, I have no doubt, holds you. You are surrounded, if not with all the useless luxury you had with me, at any rate with everything that is pleasurable to eye, ear, and taste. Life is quite lovely to you. And yet, if you are wise, and wish to find Life much lovelier still, and in a different manner, you will let the reading of this terrible letter – for such I know it is – prove to you as important a crisis and turning-point of your life as the writing of it is to me. Your pale face used to flush easily with wine or pleasure. If, as you read what is here written, it from time to time becomes scorched, as though by a furnace-blast, with shame, it will be all the better for you. The supreme vice is shallowness. Whatever is realised is right. I have now got as far as the House of Detention, have I not? After a night passed in the Police Cells I am sent there in the van. You were most attentive and kind. Almost every afternoon, if not actually every afternoon till you go abroad, you took the trouble to drive up to Holloway to see me. You also wrote very sweet and nice letters. But that it was not your father but you who had put me into prison, that from beginning to end you were the responsible person, that it was through you, for you, and by you that I was there, never for one instant dawned upon you. Even the spectacle of me behind the bars of a wooden cage could not quicken that dead unimaginative nature. You had the sympathy and the sentimentality of the spectator of a rather pathetic play. That you were the true author of the hideous tragedy did not occur to you. I saw that you realised nothing of what you had done. I did not desire to be the one to tell you what your own heart should have told you, what it indeed would have told you if you had not let Hate harden it and make it insensate. Everything must come to one out of one’s own nature. There is no use in telling a person a thing that they don’t feel and can’t understand. If I write to you now as I do it is because your own silence and conduct during my long imprisonment have made it necessary. Besides, as things had turned out, the blow had fallen upon me alone. That was a source of pleasure to me. I was content for many reasons to suffer, though there was always to my eyes, as I watched you, something not a little contemptible in your complete and wilful blindness. I remember your producing with absolute pride a letter you had published in one of the halfpenny newspapers about me. It was a very prudent, temperate, indeed commonplace production. You appealed to the ‘English sense of fair play,’ or something very dreary of that kind, on behalf of ‘a man who was down.’ It was the sort of letter you might have written had a painful charge been brought against some respectable person with whom personally you had been quite unacquainted. But you thought it a wonderful letter. You looked on it as a proof of almost quixotic chivalry. I am aware that you wrote other letters to other newspapers that they did not publish. But then they were simply to say that you hated your father. Nobody cared if you did or not. Hate, you have yet to learn, is, intellectually considered, the Eternal Negation. Considered from the point of view of the emotions it is a form of Atrophy, and kills everything but itself. To write to the papers to say that one hates someone else is as if one were to write to the papers to say that one had some secret and shameful malady: the fact that the man you hated was your own father, and that the feeling was thoroughly reciprocated, did not make your Hate noble or fine in any way. If it showed anything it was simply that it was an hereditary disease. I remember again, when an execution was put into my house, and my books and furniture were seized and advertised to be sold, and Bankruptcy was impending, I naturally wrote to tell you about it. I did not mention that it was to pay for some gifts of mine to you that the bailiffs had entered the home where you had so often dined. I thought, rightly or wrongly, that such news might pain you a little. I merely told you the bare facts. I thought it proper that you should know them. You wrote back from Boulogne in a strain of almost lyrical exultation. You said that you knew your father was ‘hard up for money,’ and had been obliged to raise £1500 for the expenses of the trial, and that my going bankrupt was really a ‘splendid score’ off him as he would not then be able to get any of his costs out of me! Do you realise now what Hate blinding a person is? Do you recognise now that when I described it as an Atrophy destructive of everything but itself, I was scientifically describing a real psychological fact? That all my charming things were to be sold: my Burne-Jones drawings: my Whistler drawings: my Monticelli: my Simeon Solomons: my china: my Library with its collection of presentation volumes from almost every poet of my time, from Hugo to Whitman, from Swinburne to Mallarmé, from Morris to Verlaine; with its beautifully bound editions of my father’s and mother’s works; its wonderful array of college and school prizes, its éditions de luxe, and the like; was absolutely nothing to you. You said it was a great bore: that was all. What you really saw in it was the possibility that your father might ultimately lose a few hundred pounds, and that paltry consideration filled you with ecstatic joy. As for the costs of the trial, you may be interested to know that your father openly said in the Orleans Club that if it had cost him £20,000 he would have considered the money thoroughly well spent, he had extracted such enjoyment, and delight, and triumph out of it all. The fact that he was able not merely to put me into prison for two years, but to take me out for an afternoon and make me a public bankrupt was an extra-refinement of pleasure that he had not expected. It was the crowning-point of my humiliation, and of his complete and perfect victory. Had your father had no claim for his costs on me, you, I know perfectly well, would, as far as words go, at any rate have been most sympathetic about the entire loss of my library, a loss irreparable to a man of letters, the one of all my material losses the most distressing to me. You might even, remembering the sums of money I had lavishly spent on you and how you had lived on me for years, have taken the trouble to buy in some of my books for me. The best all went for less than £150: about as much as I would spend on you in an ordinary week. But the mean small pleasure of thinking that your father was going to be a few pence out of pocket made you forget all about trying to make me a little return, so slight, so easy, so inexpensive, so obvious, and so enormously welcome to me, had you brought it about. Am I right in saying that Hate blinds people? Do you see it now? If you don’t, try to see it. How clearly I saw it then, as now, I need not tell you. But I said to myself: ‘At all costs I must keep Love in my heart. If I go into prison without Love what will become of my Soul?’ The letters I wrote to you at that time from Holloway were my efforts to keep Love as the dominant note of my own nature. I could if I had chosen have torn you to pieces with bitter reproaches. I could have rent you with maledictions. I could have held up a mirror to you, and shown you such an image of yourself that you would not have recognised it as your own till you found it mimicking back your gestures of horror, and then you would have known whose shape it was, and hated it and yourself for ever. More than that indeed. The sins of another were being placed to my account. Had I so chosen, I could on either trial have saved myself at his expense, not from shame indeed but from imprisonment. Had I cared to show that the Crown witnesses – the three most important – had been carefully coached by your father and his solicitors, not in reticences merely, but in assertions, in the absolute transference, deliberate, plotted, and rehearsed, of the actions and doings of someone else on to me, I could have had each one of them dismissed from the box by the Judge, more summarily than even wretched perjured Atkins was. I could have walked out of Court with my tongue in my cheek, and my hands in my pockets, a free man. The strongest pressure was put upon me to do so. I was earnestly advised, begged, entreated to do so by people whose sole interest was my welfare, and the welfare of my house. But I refused. I did not choose to do so. I have never regretted my decision for a single moment, even in the most bitter periods of my imprisonment. Such a course of action would have been beneath me. Sins of the flesh are nothing. They are maladies for physicians to cure, if they should be cured. Sins of the soul alone are shameful. To have secured my acquittal by such means would have been a life-long torture to me. But do you really think that you were worthy of the love I was showing you then, or that for a single moment I thought you were? Do you really think that at any period in our friendship you were worthy of the love I showed you, or that for a single moment I thought you were? I knew you were not. But Love does not traffic in a marketplace, nor use a huckster’s scales. Its joy, like the joy of the intellect, is to feel itself alive. The aim of Love is to love: no more, and no less. You were my enemy: such an enemy as no man ever had. I had given you my life, and to gratify the lowest and most contemptible of all human passions, Hatred and Vanity and Greed, you had thrown it away. In less than three years you had entirely ruined me from every point of view. For my own sake there was nothing for me to do but to love you. I knew, if I allowed myself to hate you, that in the dry desert of existence over which I had to travel, and am travelling still, every rock would lose its shadow, every palm tree be withered, every well of water prove poisoned at its source. Are you beginning now to understand a little? Is your imagination wakening from the long lethargy in which it has lain? You know already what Hate is. Is it beginning to dawn on you what Love is, and what is the nature of Love? It is not too late for you to learn, though to teach it to you I may have had to go to a convict’s cell. After my terrible sentence, when the prison-dress was on me, and the prison-house closed, I sat amidst the ruins of my wonderful life, crushed by anguish, bewildered with terror, dazed through pain. But I would not hate you. Every day I said to myself, ‘I must keep Love in my heart today, else how shall I live through the day’. I reminded myself that you meant no evil, to me at any rate: I set myself to think that you had but drawn a bow at a venture, and that the arrow had pierced a King between the joints of the harness. To have weighed you against the smallest of my sorrows, the meanest of my losses, would have been, I felt, unfair. I determined I would regard you as one suffering too. I forced myself to believe that at last the scales had fallen from your long-blinded eyes. I used to fancy, and with pain, what your horror must have been when you contemplated your terrible handiwork. There were times, even in those dark days, the darkest of all my life, when I actually longed to console you. So sure was I that at last you had realised what you had done. It did not occur to me then that you could have the supreme vice, shallowness. Indeed, it was a real grief to me when I had to let you know that I was obliged to reserve for family business my first opportunity of receiving a letter: but my brother-in-law had written to me to say that if I would only write once to my wife she would, for my own sake and for our children’s sake, take no action for divorce. I felt my duty was to do so. Setting aside other reasons, I could not bear the idea of being separated from Cyril, that beautiful, loving, loveable child of mine, my friend of all friends, my companion beyond all companions, one single hair of whose little golden head should have been dearer and of more value to me than, I will not merely say you from top to toe, but the entire chrysolite of the whole world: was so indeed to me always, though I failed to understand it till too late. Two weeks after your application, I get news of you. Robert Sherard, that bravest and most chivalrous of all brilliant beings, comes to see me, and among other things tells me that in that ridiculous Mercure de France, with its absurd affectation of being the true centre of literary corruption, you are about to publish an article on me with specimens of my letters. He asks me if it really was by my wish. I was greatly taken aback, and much annoyed, and gave orders that the thing was to be stopped at once. You had left my letters lying about for blackmailing companions to steal, for hotel servants to pilfer, for housemaids to sell. That was simply your careless want of appreciation of what I had written to you. But that you should seriously propose to publish selections from the balance was almost incredible to me. And which of my letters were they? I could get no information. That was my first news of you. It displeased me. The second piece of news followed shortly afterwards. Your father’s solicitors had appeared in the prison, and served me personally with a Bankruptcy notice, for a paltry £700, the amount of their taxed costs. I was adjudged a public insolvent, and ordered to be produced in Court. I felt most strongly, and feel still, and will revert to the subject again, that these costs should have been paid by your family. You had taken personally on yourself the responsibility of stating that your family would do so. It was that which had made the solicitor take up the case in the way he did. You were absolutely responsible. Even irrespective of your engagement on your family’s behalf you should have felt that as you had brought the whole ruin on me, the least that could have been done was to spare me the additional ignominy of bankruptcy for an absolutely contemptible sum of money, less than half of what I spent on you in three brief summer months at Goring. Of that, however, no more here. I did through the solicitor’s clerk, I fully admit, receive a message from you on the subject, or at any rate in connection with the occasion. The day he came to receive my depositions and statements, he leant across the table – the prison warder being present – and having consulted a piece of paper which he pulled from his pocket, said to me in a low voice: ‘Prince Fleur-de-Lys wishes to be remembered to you.’ I stared at him. He repeated the message again. I did not know what he meant. ‘The gentleman is abroad at present,’ he added mysteriously. It all flashed across me, and I remember that, for the first and last time in my entire prison-life, I laughed. In that laugh was all the scorn of all the world. Prince Fleur-de-Lys! I saw – and subsequent events showed me that I rightly saw – that nothing that had happened had made you realise a single thing. You were in your own eyes still the graceful prince of a trivial comedy, not the sombre figure of a tragic show. All that had occurred was but as a feather for the cap that gilds a narrow head, a flower to pink the doublet that hides a heart that Hate, and Hate alone, can warm, that Love, and Love alone, finds cold. Prince Fleur-de-Lys! You were, no doubt, quite right to communicate with me under an assumed name. I myself, at that time, had no name at all. In the great prison where I was then incarcerated I was merely the figure and letter of a little cell in a long gallery, one of a thousand lifeless numbers, as of a thousand lifeless lives. But surely there were many real names in real history which would have suited you much better, and by which I would have had no difficulty at all in recognising you at once? I did not look for you behind the spangles of a tinsel vizard only suitable for an amusing masquerade. Ah! Had your soul been, as for its own perfection even it should have been, wounded with sorrow, bowed with remorse, and humble with grief, such was not the disguise it would have chosen beneath whose shadow to seek entrance to the House of Pain! The great things of life are what they seem to be, and for that reason, strange as it may sound to you, are often difficult to interpret. But the little things of life are symbols. We receive our bitter lessons most easily through them. Your seemingly casual choice of a feigned name was, and will remain, symbolic. It reveals you. Six weeks later a third piece of news arrives. I am called out of the Hospital Ward, where I was lying wretchedly ill, to receive a special message from you through the Governor of the Prison. He reads me out a letter you had addressed to him in which you stated that you proposed to publish an article ‘on the case of Mr Oscar Wilde,’ in the Mercure de France (‘a magazine,’ you added for some extraordinary reason, ‘corresponding to our English Fortnightly Review’) and were anxious to obtain my permission to publish extracts and selections from – what letters? The letters I had written you from Holloway Prison! The letters that should have been to you things sacred and secret beyond anything in the whole world! These actually were the letters you proposed to publish for the jaded décadent to wonder at, for the greedy feuilletoniste1 to chronicle, for the little lions of the Quartier Latin to gape and mouth at! Had there been nothing in your own heart to cry out against so vulgar a sacrilege you might at least have remembered the sonnet he wrote who saw with such sorrow and scorn the letters of John Keats sold by public auction in London and have understood at last the real meaning of my lines I think they love not Art Who break the crystal of a poet’s heart That small and sickly eyes may glare or gloat. For what was your article to show? That I had been too fond of you? The Paris gamin was quite aware of the fact. They all read the newspapers, and most of them write for them. That I was a man of genius? The French understood that, and the peculiar quality of my genius, much better than you did, or could have been expected to do. That along with genius goes often a curious perversity of passion and desire? Admirable: but the subject belongs to Lombroso rather than to you. Besides, the pathological phenomenon in question is also found amongst those who have not genius. That in your war of hate with your father I was at once shield and weapon to each of you? Nay more, that in that hideous hunt for my life, that took place when the war was over, he never could have reached me had not your nets been already about my feet? Quite true: but I am told that Henri Bauër had already done it extremely well. Besides, to corroborate his view, had such been your intention, you did not require to publish my letters; at any rate those written from Holloway Prison. Will you say, in answer to my questions, that in one of my Holloway letters I had myself asked you to try, as far as you were able, to set me a little right with some small portion of the world? Certainly, I did so. Remember how and why I am here, at this very moment. Do you think I am here on account of my relations with the witnesses on my trial? My relations, real or supposed, with people of that kind were matters of no interest to either the Government or Society. They knew nothing of them, and cared less. I am here for having tried to put your father into prison. My attempt failed of course. My own Counsel threw up their briefs. Your father completely turned the tables on me, and had me in prison, has me there still. That is why there is contempt felt for me. That is why people despise me. That is why I have to serve out every day, every hour, ever minute of my dreadful imprisonment. That is why my petitions have been refused. You were the only person who, and without in any way exposing yourself to scorn or danger or blame, could have given another colour to the whole affair: have put the matter in a different light: have shown to a certain degree how things really stood. I would not of course have expected, nor indeed wished you to have stated how and for what purpose you had sought my assistance in your trouble at Oxford: or how, and for what purpose, if you had a purpose at all, you had practically never left my side for nearly three years. My incessant attempts to break off a friendship that was so ruinous to me as an artist, as a man of position, as a member of society even, need not have been chronicled with the accuracy with which they have been set down here. Nor would I have desired you to have described the scenes you used to make with such almost monotonous recurrence: nor to have reprinted your wonderful series of telegrams to me with their strange mixture of romance and finance; nor to have quoted from your letters the more revolting or heartless passages, as I have been forced to do. Still, I thought it would have been good, as well for you as for me, if you had made some protest against your father’s version of our friendship, one no less grotesque than venomous, and as absurd in its reference to you as it was dishonouring in its reference to me. That version has now actually passed into serious history: it is quoted, believed, and chronicled: the preacher has taken it for his text, and the moralist for his barren theme: and I who appealed to all the ages have had to accept my verdict from one who is an ape and a buffoon. I have said, and with some bitterness, I admit, in this letter that such was the irony of things that your father would live to be the hero of a Sunday-school tract: that you would rank with the infant Samuel: and that my place be between Gilles de Retz and the Marquis de Sade. I dare say it is best so. I have no desire to complain. One of the many lessons that one learns in prison is that things are what they are, and will be what they will be. Nor have I any doubt that the leper of mediævalism, and the author of Justine, will prove better company than Sandford and Merton. But at the time I wrote to you I felt that for both our sakes it would be a good thing, a proper thing, a right thing not to accept the account your father had put forward through his Counsel for the edification of a Philistine world, and that is why I asked you to think out and write something that would be nearer the truth. It would at least have been better for you than scribbling to the French papers about the domestic life of your parents. What did the French care whether or not your parents had led a happy domestic life? One cannot conceive a subject more entirely uninteresting to them. What did interest them was how an artist of my distinction, one who by the school and movement of which he was the incarnation had exercised a marked influence on the direction of French thought, could, having led such a life, have brought such an action. Had you proposed for your article to publish the letters, endless I fear in number, in which I had spoken to you of the ruin you were bringing on my life, of the madness of moods of rage that you were allowing to master you to your own hurt as well as to mine, and of my desire, nay, my determination to end a friendship so fatal to me in every way, I could have understood it, though I would not have allowed such letters to be published: when your father’s Counsel desiring to catch me in a contradiction suddenly produced in Court a letter of mine, written to you in March ‘93, in which I stated that, rather than endure a repetition of the hideous scenes you seemed to take such a terrible pleasure in making, I would readily consent to be ‘blackmailed by every renter in London,’ it was a very real grief to me that that side of my friendship with you should incidentally be revealed to the common gaze: but that you should have been so slow to see, so lacking in all sensitiveness, and so dull in apprehension of what is rare, delicate and beautiful, as to propose yourself to publish the letters in which, and through which, I was trying to keep alive the very spirit and soul of Love, that it might dwell in my body through the long years of that body’s humiliation – this was, and still is to me, a source of the very deepest pain, the most poignant disappointment. Why you did so, I fear I know but too well. If Hate blinded your eyes, Vanity sewed your eyelids together with threads of iron. The faculty ‘by which, and by which alone, one can understand others in their real as in their ideal relations,’ your narrow egotism had blunted, and long disuse had made of no avail. The imagination was as much in prison as I was. Vanity had barred up the windows, and the name of the warder was Hate. All this took place in the early part of November of the year before last. A great river of life flows between you and a date so distant. Hardly, if at all, can you see across so wide a waste, But to me it seems to have occurred, I will not say yesterday, but today. Suffering is one long moment. We cannot divide it by seasons. We can only record its moods, and chronicle their return. With us time itself does not progress. It revolves. It seems to circle round one centre of pain. The paralysing immobility of a life, every circumstance of which is regulated after an unchangeable pattern, so that we eat and drink and walk and lie down and pray, or kneel at least for prayer, according to the inflexible laws of an iron formula: this immobile quality, that makes each dreadful day in the very minutest detail like its brother, seems to communicate itself to those external forces the very essence of whose existence is ceaseless change. Of seed-time or harvest, of the reapers bending over the corn, or the grape-gatherers threading through the vines, of the grass in the orchard made white with broken blossoms, or strewn with fallen fruit, we know nothing, and can know nothing. For us there is only one season, the season of Sorrow. The very sun and moon seem taken from us. Outside, the day may be blue and gold, but the light that creeps down through the thickly-muffled glass of the small iron-barred window beneath which one sits is grey and niggard. It is always twilight in one’s cell, as it is always midnight in one’s heart. And in the sphere of thought, no less than in the sphere of time, motion is no more. The thing that you personally have long ago forgotten, or can easily forget, is happening to me now, and will happen to me again to-morrow. Remember this, and you will be able to understand a little of why I am writing to you, and in this manner writing. A week later, I am transferred here. Three more months go over and my mother dies. You knew, none better, how deeply I loved and honoured her. Her death was so terrible to me that I, once a lord of language, have no words in which to express my anguish and my shame. Never, even in the most perfect days of my development as an artist, could I have had words fit to bear so august a burden, or to move with sufficient stateliness of music through the purple pageant of my incommunicable woe. She and my father had bequeathed me a name they had made noble and honoured not merely in Literature, Art, Archaeology and Science, but in the public history of my own country in its evolution as a nation. I had disgraced that name eternally. I had made it a low byword among low people. I had dragged it through the very mire. I had given it to brutes that they might make it brutal, and to fools that they might turn it into a synonym for folly. What I suffered then, and still suffer, is not for pen to write or paper to record. My wife, at that time kind and gentle to me, rather than that I should hear the news from indifferent or alien lips, travelled, ill as she was, all the way from Genoa to England to break to me herself the tidings of so irreparable, so irredeemable a loss. Messages of sympathy reached me from all who had still affection for me. Even people who had not known me personally, hearing what a new sorrow had come into my broken life, wrote to ask that some expression of their condolence should be conveyed to me. You alone stood aloof, sent me no message, and wrote me no letter. Of such actions, it is best to say what Virgil says to Dante of those whose lives have been barren in noble impulse and shallow of intention: ‘Non ragioniam di lor, ma guarda, epassa1.’ Three more months go over. The calendar of my daily conduct and labour that hangs on the outside of my cell-door, with my name and sentence written upon it, tells me that it is Maytime. My friends come to see me again. I enquire, as I always do, after you. I am told that you are in your villa at Naples, and are bringing out a volume of poems. At the close of the interview it is mentioned casually that you are dedicating them to me. The tidings seemed to give me a sort of nausea of life. I said nothing, but silently went back to my cell with contempt and scorn in my heart. How could you dream of dedicating a volume of poems to me without first asking my permission? Dream, do I say? How could you dare to do such a thing? Will you give as your answer that in the days of my greatness and fame I had consented to receive the dedication of your early work? Certainly, I did so; just as I would have accepted the homage of any other young man beginning the difficult and beautiful art of literature. All homage is delightful to an artist, and doubly sweet when youth brings it. Laurel and bay leaf wither when aged hands pluck them. Only youth has a right to crown an artist. That is the real privilege of being young, if youth only knew it. But the days of abasement and infamy are different from those of greatness and of fame. You have yet to learn that Prosperity, Pleasure and Success may be rough of grain and common in fibre, but that sorrow is the most sensitive of all created things. There is nothing that stirs in the whole world of thought or motion to which Sorrow does not vibrate in terrible if exquisite pulsation. The thin beaten-out leaf of tremulous gold that chronicles the direction of forces that the eye cannot see is in comparison coarse. It is a wound that bleeds when any hand but that of Love touches it and even then must bleed again, though not for pain. You could write to the Governor of Wandsworth Prison to ask my permission to publish my letters in the Mercure de France, ‘corresponding to our English Fortnightly Review.’ Why not have written to the Governor of the Prison at Reading, to ask my permission to dedicate your poems to me, whatever fantastic description you may have chosen to give of them? Was it because in the one case the magazine in question had been prohibited by me from publishing the letters, the legal copyright of which, as you are of course perfectly well aware, was and is vested entirely in me, and in the other you thought that you could enjoy the wilfulness of your own way without my knowing anything about it till it was too late to interfere? The mere fact that I was a man disgraced, ruined, and in prison should have made you, if you desired to write my name on the fore-page of your work, beg it of me as a favour, an honour, a privilege. That is the way in which one should approach those who are in distress and sit in shame. Where there is Sorrow there is holy ground. Some day you will realise what that means. You will know nothing of life till you do. Robbie, and natures like his, can realise it. When I was brought down from my prison to the Court of Bankruptcy between two policemen, Robbie waited in the long dreary corridor, that before the whole crowd, whom an action so sweet and simple hushed into silence, he might gravely raise his hat to me, as handcuffed and with bowed head I passed him by. Men have gone to heaven for smaller things than that. It was in this spirit, and with this mode of love that the saints knelt down to wash the feet of the poor, or stooped to kiss the leper on the cheek. I have never said one single word to him about what he did. I do not know to the present moment whether he is aware that I was even conscious of his action. It is not a thing for which one can render formal thanks in formal words. I store it in the treasury-house of my heart. I keep it there as a secret debt that I am glad to think I can never possibly repay. It is embalmed and kept sweet by the myrrh and cassia of many tears. When Wisdom has been profitless to me, and Philosophy barren, and the proverbs and phrases of those who have sought to give me consolation as dust and ashes in my mouth, the memory of that little lowly silent act of Love has unsealed for me all the wells of pity, made the desert blossom like a rose, and brought me out of the bitterness of lonely exile into harmony with the wounded, broken and great heart of the world. When you are able to understand, not merely how beautiful Robbie’s action was, but why it meant so much to me, and always will mean so much, then, perhaps, you will realise how and in what spirit you should have approached me for permission to dedicate to me your verses. It is only right to state that in any case I would not have accepted the dedication. Though, possibly, it would under other circumstances have pleased me to have been asked, I would have refused the request for your sake, irrespective of any feelings of my own. The first volume of poems that in the very springtime of his manhood a young man sends forth to the world should be like a blossom or flower of spring, like the white thorn in the meadow at Magdalen, or the cowslips in the Cumnor fields. It should not be burdened by the weight of a terrible, a revolting tragedy, a terrible, a revolting scandal. If I had allowed my name to serve as herald to the book it would have been a grave artistic error. It would have brought a wrong atmosphere round the whole work, and in modern art atmosphere counts for so much. Modern life is complex and relative. Those are its two distinguishing notes. To render the first we require atmosphere with its subtlety of nuances, of suggestion, of strange perspectives: as for the second we require background. That is why Sculpture has ceased to be a representative art; and why Music is a representative art; and why Literature is, and has been, and always will remain the supreme representative art. Your little book should have brought with it Sicilian and Arcadian airs, not the pestilent foulness of the criminal dock or the close breath of the convict cell. Nor would such a dedication as you proposed have been merely an error of taste in Art; it would from other points of view have been entirely unseemly. It would have looked like a continuance of your conduct before and after my arrest. It would have given people the impression of being an attempt at foolish bravado: an example of that kind of courage that is sold cheap and bought cheap in the streets of shame. As far as our friendship is concerned Nemesis has crushed us both like flies. The dedication of verses to me when I was in prison would have seemed a sort of silly effort at smart repartee, an accomplishment on which in your old days of dreadful letterwriting – days never, I sincerely hope for your sake, to return – you used openly to pride yourself and about which it was your joy to boast. It would not have produced the serious, the beautiful effect which I trust – I believe indeed – you had intended. Had you consulted me, I would have advised you to delay the publication of your verses for a little; or, if that proved displeasing to you, to publish anonymously at first, and then when you had won lovers by your song – the only sort of lovers really worth the winning – you might have turned round and said to the world ‘These flowers that you admire are of my sowing, and now I offer them to one whom you regard as a pariah and an outcast, as my tribute to what I love and reverence and admire in him.’ But you chose the wrong method and the wrong moment. There is a tact in love, and a tact in literature: you were not sensitive to either. I have spoken to you at length on this point in order that you should grasp its full bearings, and understand why I wrote at once to Robbie in terms of such scorn and contempt of you, and absolutely prohibited the dedication, and desired that the words I had written of you should be copied out carefully and sent to you. I felt that at last the time had come when you should be made to see, to recognise, to realise a little of what you had done. Blindness may be carried so far that it becomes grotesque, and an unimaginative nature, if something be not done to rouse it, will become petrified into absolute insensibility, so that while the body may eat, and drink, and have its pleasures, the soul, whose house it is, may, like the soul of Branca d’Oria in Dante, be dead absolutely. My letter seems to have arrived not a moment too soon. It fell on you, as far as I can judge, like a thunderbolt. You describe yourself, in your answer to Robbie, as being ‘deprived of all power of thought and expression.’ Indeed, apparently, you can think of nothing better than to write to your mother to complain. Of course, she, with that blindness to your real good that has been her ill-starred fortune and yours, gives you every comfort she can think of, and lulls you back, I suppose, into your former unhappy, unworthy condition; while as far as I am concerned, she lets my friends know that she is ‘very much annoyed’ at the severity of my remarks about you. Indeed it is not merely to my friends that she conveys her sentiments of annoyance, but also to those – a very much larger number, I need hardly remind you – who are not my friends: and I am informed now, and through channels very kindly-disposed to you and yours, that in consequence of this a great deal of the sympathy that, by reason of my distinguished genius and terrible sufferings, had been gradually but surely growing up for me, has been entirely taken away. People say ‘Ah! He first tried to get the kind father put into prison and failed: now he turns round and blames the innocent son for his failure. How right we were to despise him! How worthy of contempt he is!’ It seems to me that, when my name is mentioned in your mother’s presence, if she has no word of sorrow or regret for her share – no slight one – in the ruin of my house, it would be more seemly if she remained silent. And as for you – don’t you think now that, instead of writing to her to complain, it would have been better for you, in every way, to have written to me directly, and to have had the courage to say to me whatever you had or fancied you had to say? It is nearly a year ago now since I wrote that letter. You cannot have remained during that entire time ‘deprived of all power of thought and expression.’ Why did you not write to me? You saw by my letter how deeply wounded, how outraged I was by your whole conduct. More than that; you saw your entire friendship with me set before you, at last, in its true light, and by a mode not to be mistaken. Often in old days I had told you that you were ruining my life. You had always laughed. When Edwin Levy at the very beginning of our friendship, seeing your manner of putting me forward to bear the brunt, and annoyance, and expense even of that unfortunate Oxford mishap of yours, if we must so term it, in reference to which his advice and help had been sought, warned me for the space of a whole hour against knowing you, you laughed, as at Bracknell I described to you my long and impressive interview with him. When I told you how even that unfortunate young man who ultimately stood beside me in the Dock had warned me more than once that you would prove far more fatal in bringing me to utter destruction than any even of the common lads whom I was foolish enough to know, you laughed, though not with such sense of amusement. When my more prudent or less well-disposed friends either warned me or left me, on account of my friendship with you, you laughed with scorn. You laughed immoderately when, on the occasion of your father writing his first abusive letter to you about me, I told you that I knew I would be the mere catspaw of your dreadful quarrel and come to some evil between you. But every single thing had happened as I had said it would happen, as far as the result goes. You had no excuse for not seeing how all things had come to pass. Why did you not write to me? Was it cowardice? Was it callousness? What was it? The fact that I was outraged with you, and had expressed my sense of outrage, was all the more reason for writing. If you thought my letter just, you should have written. If you thought it in the smallest point unjust, you should have written. I waited for a letter. I felt sure that at last you would see that, if old affection, much-protested love, the thousand acts of ill-requited kindness I had showered on you, the thousand unpaid debts of gratitude you owed me – that if all these were nothing to you, mere duty itself, most barren of all bonds between man and man, should have made you write. You cannot say that you seriously thought I was obliged to receive none but business communications from members of my family. You knew perfectly well that every twelve weeks Robbie was writing to me a little budget of literary news. Nothing can be more charming than his letters, in their wit, their clever concentrated criticism, their light touch: they are real letters: they are like a person talking to one: they have the quality of a French causerie intime: and in his delicate modes of deference to me, appealing at one time to my judgment, at another to my sense of humour, at another to my instinct for beauty or to my culture, and reminding me in a hundred subtle ways that once I was to many an arbiter of style in Art, the supreme arbiter to some, he shows how he has the tact of love as well as the tact of literature. His letters have been the little messengers between me and that beautiful unreal world of Art where once I was King, and would have remained King, indeed, had I not let myself be lured into the imperfect world of coarse uncompleted passions, of appetite without distinction, desire without limit, and formless greed. Yet, when all is said, surely you might have been able to understand, or conceive, at any rate, in your own mind, that, even on the ordinary grounds of mere psychological curiosity, it would have been more interesting to me to hear from you than to learn that Alfred Austin was trying to bring out a volume of poems, or that Street was writing dramatic criticisms for the Daily Chronicle, or that by one who cannot speak a panegyric without stammering Mrs Meynell had been pronounced to be the new Sibyl of Style. Ah! Had you been in prison – I will not say through any fault of mine, for that would be a thought too terrible for me to bear – but through fault of your own, error of your own, faith in some unworthy friend, slip in sensual mire, trust misapplied, or love ill-bestowed, or none, or all of these – do you think that I would have allowed you to eat your heart away in darkness and solitude without trying in some way, however slight, to help you to bear the bitter burden of your disgrace? Do you think that I would not have let you know that if you suffered, I was suffering too: that if you wept, there were tears in my eyes also: and that if you lay in the house of bondage and were despised of men, I out of my griefs had built a house in which to dwell until your coming, a treasury in which all that men had denied to you would be laid up for your healing, one hundredfold in increase? If bitter necessity, or prudence, to me more bitter still, had prevented my being near you, and robbed me of the joy of your presence, though seen through prison-bars and in a shape of shame, I would have written to you in season and out of season in the hope that some mere phrase, some single word, some broken echo even of Love might reach you. If you had refused to receive my letters, I would have written none the less, so that you should have known that at any rate there were always letters waiting for you. Many have done so to me. Every three months people write to me, or propose to write to me. Their letters and communications are kept. They will be handed to me when I go out of prison. I know that they are there. I know the names of the people who have written them. I know that they are full of sympathy, and affection, and kindness. That is sufficient for me. I need to know no more. Your silence has been horrible. Nor has it been a silence of weeks and months merely, but of years; of years even as they have to count them who, like yourself, live swiftly in happiness, and can hardly catch the gilt feet of the days as they dance by, and are out of breath in the chase after pleasure. It is a silence without excuse; a silence without palliation. I knew you had feet of clay. Who knew it better? When I wrote, among my aphorisms, that it was simply the feet of clay that made the gold of the image precious, it was of you I was thinking. But it is no gold image with clay feet that you have made of yourself. Out of the very dust of the common highway that the hooves of horned things pash into mire you have moulded your perfect semblance for me to look at, so that, whatever my secret desire might have been, it would be impossible for me now to have for you any feeling other than that of contempt and scorn, for myself any feeling other than that of contempt and scorn either. And setting aside all other reasons, your indifference, your worldly wisdom, your callousness, your prudence, whatever you may choose to call it, has been made doubly bitter to me by the peculiar circumstances that either accompanied or followed my fall. Other miserable men, when they are thrown into prison, if they are robbed of the beauty of the world, are at least safe, in some measure, from the world’s most deadly slings, most awful arrows. They can hide in the darkness of their cells, and of their very disgrace make a mode of sanctuary. The world, having had its will, goes its way, and they are left to suffer undisturbed. With me it has been different. Sorrow after sorrow has come beating at the prison doors in search of me. They have opened the gates wide and let them in. Hardly, if at all, have my friends been suffered to see me. But my enemies have had full access to me always. Twice in my public appearances at the Bankruptcy Court, twice again in my public transferences from one prison to another, have I been shown under conditions of unspeakable humiliation to the gaze and mockery of men. The messenger of Death has brought me his tidings and gone his way, and in entire solitude, and isolated from all that could give me comfort, or suggest relief, I have had to bear the intolerable burden of misery and remorse that the memory of my mother placed upon me, and places on me still. Hardly has that wound been dulled, not healed, by time, when violent and bitter and harsh letters come to me from my wife through her solicitor. I am, at once, taunted and threatened with poverty. That I can bear. I can school myself to worse than that. But my two children are taken from me by legal procedure. That is and will remain to me a source of infinite distress, of infinite pain, of grief without end or limit. That the law should decide, and take upon itself to decide, that I am one unfit to be with my own children is something quite horrible to me. The disgrace of prison is as nothing compared to it. I envy the other men who tread the yard along with me. I am sure that their children wait for them, look for their coming, will be sweet to them. The poor are wiser, more charitable, more kind, more sensitive than we are. In their eyes prison is a tragedy in a man’s life, a misfortune, a casualty, something that calls for sympathy in others. They speak of one who is in prison as of one who is ‘in trouble’ simply. It is the phrase they always use, and the expression has the perfect wisdom of Love in it. With people of our rank it is different. With us prison makes a man a pariah. I, and such as I am, have hardly any right to air and sun. Our presence taints the pleasures of others. We are unwelcome when we reappear. To revisit the glimpses of the moon is not for us. Our very children are taken away. Those lovely links with humanity are broken. We are doomed to be solitary, while our sons still live. We are denied the one thing that might heal us and help us, that might bring balm to the bruised heart, and peace to the soul in pain. And to all this has been added the hard, small fact that by your actions and by your silence, by what you have done and by what you have left undone, you have made every day of my long imprisonment still more difficult for me to live through. The very bread and water of prison fare you have by your conduct changed. You have rendered the one bitter and the other brackish to me. The sorrow you should have shared you have doubled, the pain you should have sought to lighten you have quickened to anguish. I have no doubt that you did not mean to do so. I know that you did not mean to do so. It was simply that ‘one really fatal defect of your character, your entire lack of imagination.’ And the end of it all is that I have got to forgive you. I must do so. I don’t write this letter to put bitterness into your heart, but to pluck it out of mine. For my own sake I must forgive you. One cannot always keep an adder in one’s breast to feed on one, nor rise up every night to sow thorns in the garden of one’s soul. It will not be difficult at all for me to do so, if you help me a little. Whatever you did to me in old days I always readily forgave. It did you no good then. Only one whose life is without stain of any kind can forgive sins. But now when I sit in humiliation and disgrace it is different. My forgiveness should mean a great deal to you now. Some day you will realise it. Whether you do so early or late, soon or not at all, my way is clear before me. I cannot allow you to go through life bearing in your heart the burden of having ruined a man like me. The thought might make you callously indifferent, or morbidly sad. I must take the burden from you and put it on my own shoulders. I must say to myself that neither you nor your father, multiplied a thousand times over, could possibly have ruined a man like me: that I ruined myself: and that nobody, great or small, can be ruined except by his own hand. I am quite ready to do so. I am trying to do so, though you may not think it at the present moment. If I have brought this pitiless indictment against you, think what an indictment I bring without pity against myself. Terrible as what you did to me was, what I did to myself was far more terrible still. I was a man who stood in symbolic relations to the art and culture of my age. I had realised this for myself at the very dawn of my manhood, and had forced my age to realise it afterwards. Few men hold such a position in their own lifetime and have it so acknowledged. It is usually discerned, if discerned at all, by the historian, or the critic, long after both the man and his age have passed away. With me it was different. I felt it myself, and made others feel it. Byron was a symbolic figure, but his relations were to the passion of his age and its weariness of passion. Mine were to something more noble, more permanent, of more vital issue, of larger scope. The gods had given me almost everything. I had genius, a distinguished name, high social position, brilliancy, intellectual daring: I made art a philosophy, and philosophy an art: I altered the minds of men and the colours of things: there was nothing I said or did that did not make people wonder: I took the drama, the most objective form known to art, and made it as personal a mode of expression as the lyric or the sonnet, at the same time that I widened its range and enriched its characterisation: drama, novel, poem in rhyme, poem in prose, subtle or fantastic dialogue, whatever I touched I made beautiful in a new mode of beauty: to truth itself I gave what is false no less than what is true as its rightful province, and showed that the false and the true are merely forms of intellectual existence. I treated Art as the supreme reality, and life as a mere mode of fiction: I awoke the imagination of my century so that it created myth and legend around me: I summed up all systems in a phrase, and all existence in an epigram. Along with these things, I had things that were different. I let myself be lured into long spells of senseless and sensual ease. I amused myself with being a flâneur, a dandy, a man of fashion. I surrounded myself with the smaller natures and the meaner minds. I became the spendthrift of my own genius, and to waste an eternal youth gave me a curious joy. Tired of being on the heights I deliberately went to the depths in the search for new sensations. What the paradox was to me in the sphere of thought, perversity became to me in the sphere of passion. Desire, at the end, was a malady, or a madness, or both. I grew careless of the lives of others. I took pleasure where it pleased me and passed on. I forgot that every little action of the common day makes or unmakes character, and that therefore what one has done in the secret chamber one has some day to cry aloud on the housetops. I ceased to be Lord over myself. I was no longer the Captain of my Soul, and did not know it. I allowed you to dominate me, and your father to frighten me. I ended in horrible disgrace. There is only one thing for me now, absolute Humility: just as there is only one thing for you, absolute Humility also. You had better come down into the dust and learn it beside me. I have lain in prison for nearly two years. Out of my nature has come wild despair; an abandonment to grief that was piteous even to look at: terrible and impotent rage: bitterness and scorn: anguish that wept aloud: misery that could find no voice: sorrow that was dumb. I have passed through every possible mood of suffering. Better than Wordsworth himself I know what Wordsworth meant when he said: Suffering is permanent, obscure, and dark And has the nature of Infinity. But while there were times when I rejoiced in the idea that my sufferings were to be endless, I could not bear them to be without meaning. Now I find hidden away in my nature something that tells me that nothing in the whole world is meaningless, and suffering least of all. That something hidden away in my nature, like a treasure in a field, is Humility. It is the last thing left in me, and the best: the ultimate discovery at which I have arrived: the starting-point for a fresh development. It has come to me right out of myself, so I know that it has come at the proper time. It could not have come before, nor later. Had anyone told me of it, I would have rejected it. Had it been brought to me, I would have refused it. As I found it, I want to keep it. I must do so. It is the one thing that has in it the elements of life, of a new life, a Vita Nuova for me. Of all things it is the strangest. One cannot give it away, and another may not give it to one. One cannot acquire it, except by surrendering everything that one has. It is only when one has lost all things, that one knows that one possesses it. Now that I realise that it is in me, I see quite clearly what I have got to do, what, in fact, I must do. And when I use such a phrase as that, I need not tell you that I am not alluding to any external sanction or command. I admit none. I am far more of an individualist than I ever was. Nothing seems to me of the smallest value except what one gets out of oneself. My nature is seeking a fresh mode of self-realisation. That is all I am concerned with. And the first thing that I have got to do is to free myself from any possible bitterness of feeling against you. I am completely penniless, and absolutely homeless. Yet there are worse things in the world than that. I am quite candid when I tell you that rather than go out from this prison with bitterness in my heart against you or against the world I would gladly and readily beg my bread from door to door. If I got nothing from the house of the rich, I would get something at the house of the poor. Those who have much are often greedy. Those who have little always share. I would not a bit mind sleeping in the cool grass in summer, and when winter came on sheltering myself by the warm close-thatched rick, or under the penthouse of a great barn, provided I had love in my heart. The external things of life seem to me now of no importance at all. You can see to what intensity of individualism I have arrived, or am arriving rather, for the journey is long, and ‘where I walk there are thorns.’ Of course I know that to ask for alms on the highway is not to be my lot, and that if ever I lie in the cool grass at night-time it will be to write sonnets to the Moon. When I go out of prison, Robbie will be waiting for me on the other side of the big iron-studded gate, and he is the symbol not merely of his own affection, but of the affection of many others besides. I believe I am to have enough to live on for about eighteen months at any rate, so that, if I may not write beautiful books, I may at least read beautiful books, and what joy can be greater? After that, I hope to be able to recreate my creative faculty. But were things different: had I not a friend left in the world: were there not a single house open to me even in pity: had I to accept the wallet and ragged cloak of sheer penury: still as long as I remained free from all resentment, hardness, and scorn, I would be able to face life with much more calm and confidence than I would were my body in purple and fine linen, and the soul within it sick with hate. And I shall really have no difficulty in forgiving you. But to make it a pleasure for me you must feel that you want it. When you really want it you will find it waiting for you. I need not say that my task does not end there. It would be comparatively easy if it did. There is much more before me. I have hills far steeper to climb, valleys much darker to pass through. And I have to get it all out of myself. Neither Religion, Morality, nor Reason can help me at all. Morality does not help me. I am a born antinomian. I am one of those who are made for exceptions, not for laws. But while I see that there is nothing wrong in what one does, I see that there is something wrong in what one becomes. It is well to have learned that. Religion does not help me. The faith that others give to what is unseen, I give to what one can touch, and look at. My Gods dwell in temples made with hands, and within the circle of actual experience is my creed made perfect and complete: too complete it may be, for like many or all of those who have placed their Heaven in this earth, I have found in it not merely the beauty of Heaven, but the horror of Hell also. When I think about Religion at all, I feel as if I would like to found an order for those who cannot believe: the Confraternity of the Fatherless one might call it, where on an altar, on which no taper burned, a priest, in whose heart peace had no dwelling, might celebrate with unblessed bread and a chalice empty of wine. Everything to be true must become a religion. And agnosticism should have its ritual no less than faith. It has sown its martyrs, it should reap its saints, and praise God daily for having hidden Himself from man. But whether it be faith or agnosticism, it must be nothing external to me. Its symbols must be of my own creating. Only that is spiritual which makes its own form. If I may not find its secret within myself, I shall never find it. If I have not got it already, it will never come to me. Reason does not help me. It tells me that the laws under which I am convicted are wrong and unjust laws, and the system under which I have suffered a wrong and unjust system. But, somehow, I have got to make both of these things just and right to me. And exactly as in Art one is only concerned with what a particular thing is at a particular moment to oneself, so it is also in the ethical evolution of one’s character. I have got to make everything that has happened to me good for me. The plank-bed, the loathsome food, the hard ropes shredded into oakum till one’s finger-tips grow dull with pain, the menial offices with which each day begins and finishes, the harsh orders that routine seems to necessitate, the dreadful dress that makes sorrow grotesque to look at, the silence, the solitude, the shame – each and all of these things I have to transform into a spiritual experience. There is not a single degradation of the body which I must not try and make into a spiritualising of the soul. I want to get to the point when I shall be able to say, quite simply and without affectation, that the two great turning-points of my life were when my father sent me to Oxford, and when society sent me to prison. I will not say that it is the best thing that could have happened to me, for that phrase would savour of too great bitterness towards myself. I would sooner say, or hear it said of me, that I was so typical a child of my age that in my perversity, and for that perversity’s sake, I turned the good things of my life to evil, and the evil things of my life to good. What is said, however, by myself or by others matters little. The important thing, the thing that lies before me, the thing that I have to do, or be for the brief remainder of my days one maimed, marred, and incomplete, is to absorb into my nature all that has been done to me, to make it part of me, to accept it without complaint, fear, or reluctance. The supreme vice is shallowness. Whatever is realised is right. When first I was put into prison some people advised me to try and forget who I was. It was ruinous advice. It is only by realising what I am that I have found comfort of any kind. Now I am advised by others to try on my release to forget that I have ever been in a prison at all. I know that would be equally fatal. It would mean that I would be always haunted by an intolerable sense of disgrace, and that those things that are meant as much for me as for anyone else – the beauty of the sun and moon, the pageant of the seasons, the music of daybreak and the silence of great nights, the rain falling through the leaves, or the dew creeping over the grass and making it silver – would all be tainted for me, and lose their healing power and their power of communicating joy. To reject one’s own experiences is to arrest one’s own development. To deny one’s own experiences is to put a lie into the lips of one’s own life. It is no less than a denial of the Soul. For just as the body absorbs things of all kinds, things common and unclean no less than those that the priest or a vision has cleansed, and converts them into swiftness or strength, into the play of beautiful muscles and the moulding of fair flesh, into the curves and colours of the hair, the lips, the eye: so the Soul, in its turn, has its nutritive functions also, and can transform into noble moods of thought, and passions of high import, what in itself is base, cruel, and degrading: nay more, may find in these its most august modes of assertion, and can often reveal itself most perfectly through what was intended to desecrate or destroy. The fact of my having been the common prisoner of a common gaol I must frankly accept, and, curious as it may seem to you, one of the things I shall have to teach myself is not to be ashamed of it. I must accept it as a punishment, and if one is ashamed of having been punished, one might just as well never have been punished at all. Of course there are many things of which I was convicted that I had not done, but then there are many things of which I was convicted that I had done, and a still greater number of things in my life for which I was never indicted at all. And as for what I have said in this letter, that the gods are strange, and punish us for what is good and humane in us as much as for what is evil and perverse, I must accept the fact that one is punished for the good as well as for the evil that one does. I have no doubt that it is quite right one should be. It helps one, or should help one, to realise both, and not to be too conceited about either. And if I then am not ashamed of my punishment, as I hope not to be, I shall be able to think, and walk, and live with freedom. Many men on their release carry their prison along with them into the air, hide it as a secret disgrace in their hearts, and at length like poor poisoned things creep into some hole and die. It is wretched that they should have to do so, and it is wrong, terribly wrong, of Society that it should force them to do so. Society takes upon itself the right to inflict appalling punishments on the individual, but it also has the supreme vice of shallowness, and fails to realise what it has done. When the man’s punishment is over, it leaves him to himself: that is to say it abandons him at the very moment when its highest duty towards him begins. It is really ashamed of its own actions, and shuns those whom it has punished, as people shun a creditor whose debt they cannot pay, or one on whom they have inflicted an irreparable, an irredeemable wrong. I claim on my side that if I realise what I have suffered, Society should realise what it has inflicted on me: and that there should be no bitterness or hate on either side. Of course I know that from one point of view things will be made more difficult for me than for others; must indeed, by the very nature of the case, be made so. The poor thieves and outcasts who are imprisoned here with me are in many respects more fortunate than I am. The little way in grey city or green field that saw their sin is small: to find those who know nothing of what they have done they need go no further than a bird might fly between the twilight before dawn and dawn itself: but for me ‘the world is shrivelled to a hands-breadth,’ and everywhere I turn my name is written on the rocks in lead. For I have come, not from obscurity into the momentary notoriety of crime, but from a sort of eternity of fame to a sort of eternity of infamy, and sometimes seem to myself to have shown, if indeed it required showing, that between the famous and the infamous there is but one step, if so much as one. Still, in the very fact that people will recognise me wherever I go, and know all about my life, as far as its follies go, I can discern something good for me. It will force on me the necessity of again asserting myself as an artist, and as soon as I possibly can. If I can produce one more beautiful work of art I shall be able to rob malice of its venom, and cowardice of its sneer, and to pluck out the tongue of scorn by the roots. And if life be, as it surely is, a problem to me, I am no less a problem to Life. People must adopt some attitude towards me, and so pass judgment both on themselves and me. I need not say I am not talking of particular individuals. The only people I would care to be with now are artists and people who have suffered: those who know what Beauty is, and those who know what Sorrow is: nobody else interests me. Nor am I making any demands on Life. In all that I have said I am simply concerned with my own mental attitude towards life as a whole: and I feel that not to be ashamed of having been punished is one of the first points I must attain to, for the sake of my own perfection, and because I am so imperfect. Then I must learn how to be happy. Once I knew it, or thought I knew it, by instinct. It was always springtime once in my heart. My temperament was akin to joy. I filled my life to the very brim with pleasure, as one might fill a cup to the very brim with wine. Now I am approaching life from a completely new standpoint, and even to conceive happiness is often extremely difficult for me. I remember during my first term at Oxford reading in Pater’s Renaissance – that book which has had such a strange influence over my life – how Dante places low in the Inferno those who wilfully live in sadness, and going to the College Library and turning to the passage in the Divine Comedy where beneath the dreary marsh lie those who were ‘sullen in the sweet air,’ saying for ever through their sighs: Tristi fummo nell’aer dolce che dal sol s’allegra.1 I knew the church condemned accidia,2 but the whole idea seemed to me quite fantastic, just the sort of sin, I fancied, a priest who knew nothing about real life would invent. Nor could I understand how Dante, who says that ‘sorrow remarries us to God,’ could have been so harsh to those who were enamoured of melancholy, if any such there really were. I had no idea that some day this would become to me one of the greatest temptations of my life. While I was in Wandsworth Prison I longed to die. It was my one desire. When after two months in the Infirmary I was transferred here, and found myself growing gradually better in physical health, I was filled with rage. I determined to commit suicide on the very day on which I left prison. After a time that evil mood passed away, and I made up my mind to live, but to wear gloom as a King wears purple: never to smile again: to turn whatever house I entered into a house of mourning: to make my friends walk slowly in sadness with me: to teach them that melancholy is the true secret of life: to maim them with an alien sorrow: to mar them with my own pain. Now I feel quite differently. I see it would be both ungrateful and unkind of me to pull so long a face that when my friends came to see me they would have to make their faces still longer in order to show their sympathy, or, if I desired to entertain them, to invite them to sit down silently to bitter herbs and funeral baked meats. I must learn how to be cheerful and happy. The last two occasions on which I was allowed to see my friends here I tried to be as cheerful as possible, and to show my cheerfulness in order to make them some slight return for their trouble in coming all the way from town to visit me. It is only a slight return, I know, but it is the one, I feel certain, that pleases them most. I saw Robbie for an hour on Saturday week, and I tried to give the fullest possible expression to the delight I really felt at our meeting. And that, in the views and ideas I am here shaping for myself, I am quite right is shown to me by the fact that now for the first time since my imprisonment I have a real desire to live. There is before me so much to do that I would regard it as a terrible tragedy if I died before I was allowed to complete at any rate a little of it. I see new developments in Art and Life, each one of which is a fresh mode of perfection. I long to live so that I can explore what is no less than a new world to me. Do you want to know what this new world is? I think you can guess what it is. It is the world in which I have been living. Sorrow, then, and all that it teaches one, is my new world. I used to live entirely for pleasure. I shunned sorrow and suffering of every kind. I hated both. I resolved to ignore them as far as possible, to treat them, that is to say, as modes of imperfection. They were not part of my scheme of life. They had no place in my philosophy. My mother, who knew life as a whole, used often to quote to me Goethe’s lines – written by Carlyle in a book he had given her years ago – and translated, I fancy, by him also:
(Dal latino “dalle profondità”.)
Questa lettera fu scritta da Wilde durante la sua carcerazione nel carcere di Reading Gaol per Lord Alfred Douglas. Nella prima metà, Wilde racconta della loro precedente relazione e dello stile di vita stravagante che alla fine portò alla sua condanna e carcerazione per oscenità gravissime. Denuncia sia la vanità di Lord Alfred che la propria debolezza nel cedere a tali desideri. Nella seconda metà, descrive il proprio sviluppo spirituale in prigione e l’identificazione con Gesù Cristo, che definisce un artista romantico e individualista.
Wilde scrisse la lettera tra gennaio e marzo del 1897, verso la fine della sua carcerazione. Il drammaturgo soffriva a causa del lavoro fisico e dell’isolamento emotivo. Un nuovo direttore del carcere ritenne che scrivere potesse rappresentare un modo più terapeutico rispetto al lavoro forzato. L’opera di Wilde fu attentamente supervisionata e non gli fu permesso inviarla; la portò con sé al momento della liberazione e la affidò a Robert Ross, chiedendogli di farne fare due copie: una da inviare a lui stesso e l’altra a Douglas. Ross pubblicò la lettera nel 1905, cinque anni dopo la morte di Wilde, dando al testo il titolo “De Profundis”, tratto dal Salmo 130. Si trattava però di una versione incompleta, priva degli elementi autobiografici; diverse edizioni successive ripristinarono parte del contenuto originale fino a quando, nel 1962, il testo completo fu pubblicato in un volume delle lettere di Wilde.
Robert Ross nel 1911. Fu l’esecutore letterario di Wilde e si occupò della pubblicazione di “De Profundis”.
DALL’ABISSO
Epistola: in prigione e incatenato
H.M., Prigione, Reading
Gennaio-Marzo 1897 Caro Bosie, Dopo una lunga attesa infruttuosa, ho deciso di scriverti personalmente, sia per il tuo bene che per il mio. Non vorrei mai pensare di aver trascorso due anni interi in prigione senza ricevere nemmeno una tua lettera, né alcuna notizia o messaggio, se non quelli che mi causavano solo dolore. La nostra sfortunata e molto lamentevole amicizia è finita in rovina e nella pubblica infamia per me; tuttavia il ricordo del nostro antico affetto mi accompagna ancora spesso. Il pensiero che odio, amarezza e disprezzo possano sostituire per sempre nell’ mio cuore ciò che un tempo era amore è davvero molto triste. E credo anche tu senta nel tuo cuore che scrivere a me, mentre vivo nella solitudine della prigione, sia meglio che pubblicare le mie lettere senza il mio permesso, o dedicarmi poesie senza essere stato invitato. Anche se il mondo non saprà mai nulla delle parole di dolore, passione, rimorso o indifferenza che sceglierai di inviarmi in risposta o come appello.
Non ho alcun dubbio che in questa lettera, nella quale devo parlare della tua vita e della mia, del passato e del futuro, di cose dolci trasformate in amarezza e di cose amare che potrebbero diventare gioia, ci sarà molto che ferirà profondamente la tua vanità. Se così dovesse essere, leggi questa lettera più e più volte, fino a quando non avrà distrutto completamente la tua vanità. Se trovi in essa qualcosa per cui senti di essere ingiustamente accusato, ricorda che si dovrebbe essere grati anche solo per un errore per il quale si può essere accusati ingiustamente. Se c’è una sola frase in questa lettera che ti fa venire le lacrime agli occhi, piangi, proprio come piangiamo nella prigione, dove sia di giorno che di notte ci sono momenti dedicati alle lacrime. È l’unica cosa che può salvarti. Se vai a lamentarti con tua madre, come hai fatto riguardo al disprezzo che ho mostrato per te nella mia lettera a Robbie, affinché lei possa lusingarti e consolarti, ritornando così alla autoindulgenza o all’arroganza, sarai completamente perduto. Se trovi anche solo una scusa falsa per te stesso, presto ne troverai cento, e tornerai esattamente come eri prima. Continui ancora a dire, come hai detto a Robbie nella tua risposta, che “attribuisco motivi indegni” a te? Ah! Nella tua vita non c’erano motivi veri; avevi solo desideri. Un motivo è uno scopo intellettuale. Il fatto che fossi “molto giovane” quando è iniziata la nostra amicizia? Il tuo difetto non era quello di sapere troppo poco della vita, ma piuttosto di saperne troppo. La mattina dell’infanzia, con il suo delicato splendore, la sua luce chiara e pura, la gioia dell’innocenza e delle aspettative, tu l’avevi già lasciata molto indietro. Con passi veloci e decisi eri passato dal romanzo al realismo; i vicoli bui e le cose che vi vivono avevano iniziato a affascinarti. È da lì che sono nati i problemi per cui hai chiesto il mio aiuto, e io, seguendo la saggezza di questo mondo, per pietà e gentilezza te l’ho dato. Devi leggere questa lettera tutta d’un fiato, anche se ogni parola potrebbe ferirti profondamente, come il fuoco o il coltello del chirurgo che fa sanguinare la carne delicata. Ricorda che il stupido agli occhi degli dei è molto diverso da quello agli occhi dell’uomo: una persona che ignora completamente le forme dell’arte nel suo sviluppo, i modi di pensiero nel loro progresso, la magnificenza della poesia latina o la ricchezza della musica greca, la scultura toscana o il canto elisabettiano, può comunque essere piena della più dolce saggezza. Il vero stupido, quello che gli dei deridono e distruggono, è colui che non conosce se stesso. Anch’io sono stato così per molto tempo; tu lo sei stato anch’tu per molto tempo. Non essere più così. Non avere paura: il vizio supremo è la superficialità. Tutto ciò che viene realizzato è giusto. Ricorda anche che qualsiasi cosa ti sia dolorosa da leggere, è ancora più doloroso per me scriverla. Per te, le Forze Invisibili sono state molto gentili: ti hanno permesso di vedere le forme strane e tragiche della vita, proprio come si vedono le ombre in un cristallo.
La testa di Medusa che trasforma gli uomini vivi in pietra. A te è stato permesso di guardarla soltanto attraverso uno specchio. Tu stessa hai camminato liberamente tra i fiori. A me, invece, è stato tolto il bellissimo mondo dei colori e del movimento.
Comincerò dicendovi che mi biasimo terribilmente. Mentre sono seduto qui in questa cella buia, vestito come un prigioniero, un uomo disonorato e distrutto, è a me stesso che imputo tutto. Nei notti agitate e tormentate, nei giorni lunghi e monotoni di dolore, sono sempre io il responsabile. Mi biasimo per aver permesso a un’amicizia non intellettuale, a un’amicizia il cui scopo principale non era certo la creazione e la contemplazione di cose belle, di dominare completamente la mia vita. Fin dall’inizio c’era un abisso troppo grande tra noi: tu eri negligente a scuola, ancora peggio all’università. Non capivi che un artista, soprattutto uno come me, il cui lavoro dipende dall’intensificazione della propria personalità, ha bisogno per lo sviluppo della sua arte dell’accompagnamento di idee, di un ambiente intellettuale, di tranquillità, di pace e di solitudine. Ammiravi il mio lavoro quando era finito; ti divertivi ai grandi successi delle mie prime opere e alle feste che ne seguivano; eri orgoglioso, e naturalmente lo eri, di essere l’amico intimo di un artista così distinto. Ma non riuscivi a comprendere le condizioni necessarie per la creazione artistica. Non parlo con frasi retoriche o esagerazioni: dico la pura verità, quando ricordo che in tutto il tempo in cui siamo stati insieme, non ho scritto nemmeno una riga. Che fosse a Torquay, Goring, Londra, Firenze o altrove. La mia vita, finché eri al mio fianco, è stata completamente sterile e priva di creatività. E, purtroppo, quasi sempre sei stato al mio fianco.
Ricordo, ad esempio, a settembre del ’93: per citare solo un esempio tra tanti, presi un gruppo di stanze puramente per poter lavorare in tranquillità, poiché avevo rotto il contratto con John Hare, al quale avevo promesso di scrivere una pièce e che insisteva molto sull’argomento. Nella prima settimana te ne stavi lontano. Naturalmente, eravamo in disaccordo sulla valutazione artistica della tua traduzione di “Salomè”; quindi ti limitasti a mandarmi lettere stupide sull’argomento. In quella settimana scrissi e completai ogni dettaglio del primo atto di “An Ideal Husband”, così come fu poi rappresentato. Nella seconda settimana tornasti, e il mio lavoro dovette praticamente essere abbandonato. Arrivavo ogni mattina alle 11:30 a St James’s Place per poter pensare e scrivere in tranquillità, lontano dalle interruzioni legate alla mia stessa casa, così tranquilla e serena com’era. Ma tutto fu inutile. Alle dodici arrivavi tu, restavi lì a fumare sigarette e chiacchierare fino alle 13:30, quando dovevo portarti a pranzo al Café Royal o al Berkeley. Il pranzo, con i suoi liquori, durava di solito fino alle 15:30. Poi te ne andavi da White’s per un’ora. Al tè ricomparivi e restavi fino all’ora di vestirsi per la cena. Cenavi con me al Savoy o in Tite Street. Di solito non ci separavamo prima di mezzanotte, poiché la cena da Willis’s concludeva quella giornata “incantevole”. Questa era la mia vita per quei tre mesi, ogni singolo giorno, tranne che nei quattro giorni in cui te ne andavi all’estero. In quei casi dovevo naturalmente recarmi a Calais per riportarti indietro. Per la mia natura e il mio temperamento, quella era una situazione al tempo stesso grottesca e tragica. Sicuramente ora lo capisci, vero? Devi renderti conto che la tua incapacità di stare da solo, la tua natura estremamente esigente nel richiedere costantemente l’attenzione e il tempo degli altri, la tua mancanza di capacità di concentrarti intellettualmente per lunghi periodi. Quell’incidente sfortunato – poiché preferisco pensare che non fosse altro che un incidente – il fatto che tu non fossi ancora riuscito ad acquisire quella “temperatura intellettuale tipica di Oxford”. Il fatto che tu non fossi mai stato in grado di affrontare argomenti intellettuali con serenità, ma arrivassi sempre a conclusioni drastiche. Tutto questo, unito al fatto che i tuoi desideri e interessi riguardavano la vita quotidiana piuttosto che l’arte. Era altrettanto dannoso per il tuo progresso culturale quanto lo era per il mio lavoro di artista. Quando paragono la mia amicizia con te a quella con giovani come John Gray e Pierre Louÿs, mi sento in imbarazzo. La mia vera vita, la mia vita più significativa, l’ho trascorsa con loro.
Dei terribili risultati della mia amicizia con te non parlerò ora. Penso soltanto alla sua qualità durante il periodo in cui è durata. Per me è stata intellettualmente degradante. In te germogliavano i rudimenti di un temperamento artistico, ma ti ho incontrato troppo tardi, o forse troppo presto, non so. Quando eri lontana, andava tutto bene. Nel dicembre di quell’anno, quando sono riuscito a convincere tua madre a farti lasciare l’Inghilterra, ho ripreso in mano il “tessuto strappato e disordinato” della mia immaginazione, ho ripreso il controllo della mia vita. Non solo ho completato gli ultimi tre atti di An Ideal Husband, ma ho anche concepito e quasi terminato altre due opere di genere completamente diverso: la tragedia fiorentina La Sainte Courtisane. Ma all’improvviso, senza essere stato invitato, in circostanze fatali per la mia felicità, sei tornata. Le due opere che avevo lasciato incompiute non sono mai state riprese. Quell’umore creativo non è più stato possibile ritrovare. Ora che hai pubblicato tu stessa un volume di poesie, sarai in grado di riconoscere la verità di tutto ciò che ho detto. Che tu possa farlo o meno, questa verità orribile rimane nel cuore della nostra amicizia. Mentre eri con me, sei stata la rovina assoluta della mia arte. Per aver permesso che tu ti frapponessi costantemente tra l’arte e me, mi sono inflitto vergogna e rimorso in tutto il loro pieno. Non potevi capire. Non avevi alcuna capacità di comprendere. Non avevo il diritto di aspettarmelo da te. I tuoi interessi riguardavano soltanto i pasti e le tue umore. I tuoi desideri erano legati a divertimenti, a piaceri ordinari o meno. Erano ciò che il tuo temperamento richiedeva. O almeno così pensavi in quel momento. Avrei dovuto vietarti l’accesso alla mia casa e alle mie stanze, tranne quando te lo chiedevo io stesso. Mi biasimo senza riserve per la mia debolezza. Era soltanto debolezza. Per me, mezz’ora dedicata all’arte valeva più di un’intera giornata trascorsa con te. Nella mia vita, nulla ha mai avuto la minima importanza rispetto all’arte. Ma per un artista, la debolezza è quasi un crimine. Quando quella debolezza paralizza l’immaginazione.
Mi biasimo ancora una volta per aver permesso che tu mi portassi a una rovina finanziaria totale e disonorevole. Ricordo una mattina all’inizio di ottobre del ’92: ero seduto nei boschi ingialliti di Bracknell insieme a tua madre. A quel tempo sapevo molto poco della tua vera natura. Ero stato da te ad Oxford dal sabato al lunedì; tu eri rimasta con me a Cromer per dieci giorni e avevamo giocato a golf. La conversazione si concentrò su di te, e tua madre iniziò a parlarmi del tuo carattere. Mi raccontò dei tuoi due principali difetti: la tua vanità e il fatto che, secondo lei, “non capissi affatto cosa significasse gestire i soldi”. Ricordo chiaramente di aver riso. Non avevo idea che quella vanità mi avrebbe portato in prigione e quell’eccessiva spensieratezza alla bancarotta. Pensavo che la vanità fosse una sorta di “fiore elegante” da possedere da giovane; quanto all’extravaganza, be’, credevo che si trattasse semplicemente di un comportamento eccessivo. La prudenza e l’economia non facevano parte della mia natura, né della mia cultura. Ma prima ancora che la nostra amicizia durasse un mese, iniziai a capire cosa tua madre intendesse davvero. La tua insistenza nel vivere in modo dispendioso, le tue continue richieste di denaro, il fatto che pretendessi che tutti i tuoi piaceri fossero pagati da me, indipendentemente dal fatto che fossi con te o no. Questo mi causò seri problemi finanziari. Inoltre, il modo in cui insistevi costantemente per controllare la mia vita rendeva quelle spese ancora più insopportabili. Il denaro veniva quasi interamente speso in cose banali come cibo e bevande. A volte è piacevole avere una tavola imbandita con vino e fiori, ma tu andavi ben oltre ogni limite di gusto e moderazione. Chiedevi senza ritegno e accettavi tutto senza ringraziamenti. Iniziasti a pensare di avere il diritto di vivere alle mie spalle, in un lusso a cui non eri abituata. E questo rendeva i tuoi desideri ancora più intensi. Quando perdevi soldi al gioco d’azzardo in qualche casinò di Algeri, semplicemente mi telegrafavi il giorno dopo chiedendomi di coprire le perdite sul tuo conto bancario, senza nemmeno pensarci più.
Quando ti dico che, tra l’autunno del 1892 e la data della mia detenzione, ho speso con te e per te più di 5000 sterline in denaro effettivo, senza considerare le spese che ho sostenuto, allora puoi farti un’idea del tipo di vita a cui tu insistevi. Pensi che esageri? Le mie spese ordinarie con te, per una giornata normale a Londra – pranzo, cena, divertimenti, taxi e tutto il resto – andavano da 12 a 20 sterline; le spese settimanali, naturalmente, erano proporzionali e variavano da 80 a 130 sterline. Nei nostri tre mesi a Goring, le mie spese (inclusa l’affitto) ammontarono a 1340 sterline. Step by step, insieme al liquidatore fallimentare, ho dovuto esaminare ogni singola spesa della mia vita. È stato orribile. “Vita semplice e pensieri elevati” era, ovviamente, un ideale che tu non potevi apprezzare in quel momento; ma una tale stravaganza rappresentava una vergogna per entrambi. Uno dei pasti più deliziosi che ricordo di aver mangiato è stato quello che ho condiviso con Robbie in un piccolo caffè di Soho. Il costo di quel pasto era all’incirca lo stesso delle cene che spendevo con te, ma in sterline. Dal mio incontro con Robbie è nato il primo e migliore dei miei dialoghi: idea, titolo, trattamento, stile, tutto è stato deciso durante un pasto a 3 franchi e 50 centesimi. Delle cene sfrenate che facevo con te, non rimane nulla se non il ricordo di aver mangiato e bevuto troppo. E il fatto che io abbia ceduto alle tue richieste è stato dannoso per entrambi. Ora lo sai. Questo mi ha reso spesso avido, a volte addirittura senza scrupoli. E sempre scortese. In troppe occasioni, essere il tuo ospite non significava altro che gioia o privilegi. Hai dimenticato. Non parlo della formalità delle ringraziamenti, perché queste cortesie formali possono danneggiare una vera amicizia. Ma semplicemente della gentilezza nella compagnia reciproca, del piacere di conversare. Di tutte quelle cose che rendono la vita più bella, come la musica che accompagna le nostre giornate, mantenendo l’armonia e aggiungendo melodia ai momenti duri o silenziosi. E anche se può sembrarti strano che una persona nella mia terribile situazione possa distinguere tra una vergogna e un’altra, ammetto francamente che il fatto di aver sprecato tutto quel denaro per te, permettendoti di dissipare la mia fortuna a tuo vantaggio, ma anche al mio svantaggio, mi fa sentire parte di una comune follia. Una follia che mi rende doppiamente vergognoso del mio fallimento. Io sono fatto per qualcos’altro.
Ma soprattutto mi biasimo per tutta quella degradazione etica che ho permesso che tu mi infliggessi. La base del carattere è la forza di volontà, e la mia forza di volontà è diventata completamente soggetta alla tua. Sembra una cosa grottesca da dire, ma è pur sempre vera. Quegli atti incessanti che per te sembravano quasi indispensabili, in cui la tua mente e il tuo -corpo venivano distorti, trasformandoti in qualcosa di orribile sia a vedersi che ad ascoltarsi: quella terribile mania che hai ereditato da tuo padre, quella ossessione per scrivere lettere rivoltanti e disgustose; la tua totale incapacità di controllare le emozioni, evidente nei tuoi lunghi periodi di risentimento e silenzio cupo, così come nelle improvvisse crisi di rabbia quasi epilettica. Tutti questi fattori hanno portato al mio fatale cedimento alle tue richieste sempre più insistenti. Tu hai vinto; è stato il trionfo del più debole sul più forte. È esattamente quel tipo di tirannia del debole sul forte che, in uno dei miei drammi, descrivo come “l’unica tirannia che dura”.
Era inevitabile. In ogni relazione con gli altri, è necessario trovare un modo per vivere. Nel tuo caso, si poteva o cedere a te o rinunciare a te. Non esisteva altra alternativa. A causa di un affetto profondo, anche se mal riposto verso di te; a causa della grande compassione per i tuoi difetti di carattere e temperamento; a causa della mia stessa natura gentile e della mia indolenza celtica; a causa di una repulsione artistica per scene volgari e parole brutte; a causa di quella incapacità di provare rancore di qualsiasi tipo che, in quel momento, caratterizzava me. Per tutte queste ragioni, semplici quanto possano sembrare, ho sempre ceduto a te. Di conseguenza, le tue richieste, i tuoi tentativi di dominio, le tue pretese sono diventate sempre più irragionevoli. Il tuo movente più meschino, il tuo desiderio più basso, la tua passione più comune sono diventati per te leggi secondo cui le vite degli altri dovevano essere guidate, e, se necessario, sacrificare senza esitazione. Sapendo che facendo scenate potevi sempre ottenere ciò che volevi, era naturale che tu procedessi, quasi inconsciamente, verso ogni forma di violenza volgare. Alla fine, non sapevi nemmeno a quale scopo stavi correndo. Avevi sfruttato il mio genio, la mia forza di volontà e la mia fortuna. E, nella cecità di una sete inesauribile, volevi tutta la mia esistenza. L’hai presa. Nel momento più critico della mia vita, proprio prima che compissi quell’azione assurda, da un lato c’era tuo padre che mi attaccava con lettere orribili; dall’altro, tu che mi attaccavi con lettere altrettanto disgustose. La lettera che hai ricevuto quella mattina, quando ti ho lasciato portarmi al tribunale di polizia per chiedere quell’ordine assurdo di arresto di tuo padre, era una delle peggiori che avessi mai scritto, e per il motivo più vergognoso. Tra voi due, ho perso la testa. La mia capacità di giudizio mi ha abbandonato. Il terrore ha preso il sopravvento. Non vedevo alcuna via d’uscita, davvero. Davanti a voi due, barcollavo come un bue nel caos. Avevo commesso un errore psicologico enorme. Pensavo sempre che cedere a te in piccole cose non significasse nulla. Che, quando sarebbe arrivato il momento decisivo, avrei potuto riaffermare la mia forza di volontà. Ma non era così. Nel momento cruciale, la mia forza di volontà mi ha completamente abbandonato. Nella vita, in realtà, non esistono cose piccole o grandi. Tutto ha lo stesso valore. Il mio abitudine – nata soprattutto dall’indifferenza all’inizio – di cedere a te in tutto è diventata, senza che me ne rendessi conto, una parte integrante della mia natura. Senza che io lo sapessi, aveva plasmato il mio carattere in uno stato d’animo permanente e fatale.
Ecco perché, nell’epilogo sottile della prima edizione dei suoi saggi, Pater afferma che “Il fallimento consiste nel formare abitudini”. Quando lo disse, le persone noiose di Oxford considerarono quella frase semplicemente una capricciosa inversione del testo un po’ noioso dell’Etica aristotelica, ma in essa si nasconde una verità meravigliosa, e terribile. Ho permesso che tu minassero la mia forza di carattere, e per me la formazione di abitudini non è stata altro che rovina. Dal punto di vista etico, hai avuto su di me un effetto ancora più distruttivo rispetto a quello artistico.
Una volta concesso l’ordine di arresto, ovviamente il tuo testamento regolava tutto. In un momento in cui avrei dovuto trovarmi a Londra per prendere saggi consigli e riflettere con calma sulla terribile trappola nella quale mi ero lasciato intrappolare – quella che tuo padre chiama ancora oggi “una trappola mortale” – tu hai insistito affinché ti portassi a Monte Carlo, tra tutti i luoghi più disgustosi della terra. Perché tu potessi giocare d’azzardo tutto il giorno e tutta la notte, finché il casinò fosse aperto. Quanto a me. Poiché il baccarat non mi attirava affatto, sono stato lasciato da solo all’esterno. Hai rifiutato persino di discuterne per cinque minuti della situazione in cui tu e tuo padre mi avevate messo. Il mio compito era soltanto pagare le tue spese d’albergo e coprire le tue perdite. Qualsiasi accenno alle difficoltà che mi aspettavano veniva considerato noioso. Una nuova marca di champagne ci era stata consigliata. Ma a te interessava molto di più quella.
Al nostro ritorno a Londra, alcuni dei miei amici, che davvero desideravano il mio bene, mi hanno supplicato di andare all’estero e di non affrontare una prova impossibile. Tu hai attribuito loro motivi meschini per darmi quel consiglio, e codardia a me per ascoltarlo. Mi hai costretto a restare, per cercare di superare tutto questo con falsi testimoniaggi assurdi e stupidi. Alla fine sono stato arrestato. E tuo padre è diventato il “eroe” del momento. Anzi, molto di più di un semplice eroe. La tua famiglia, in modo strano, ora appartiene agli “immortali”. Perché, con quell’effetto grottesco che sembra quasi un elemento gotico nella storia, e che rende Clio la meno seria delle Muse, tuo padre vivrà per sempre tra quei genitori puri e onesti della letteratura scolastica domenicale. Il tuo posto è accanto al piccolo Samuele. Mentre io mi trovo nel più profondo abisso del Malebolge, tra Gilles de Rais e il Marchese di Sade.
Certo che avrei dovuto sbarazzarmi di te, avrei dovuto scacciarti dalla mia vita, proprio come un uomo si scuote di dosso ciò che lo ha pungito. Nella sua opera più meravigliosa, Eschilo ci parla del grande Signore che alleva nella sua casa il cucciolo di leone, quel piccolo leoncino, e lo ama perché accorre subito al suo richiamo e si umilia davanti a lui in cerca del cibo: “phaidropos poti cheira sainon te gastros anagkais phaidropos poti cheira, ”. Ma poi quel cucciolo cresce e rivela la natura della sua razza, distrugge il Signore, la sua casa e tutto ciò che possiede. Penso di essere stato proprio come lui. Ma il mio errore non è stato quello di essermi allontanato da te, bensì di averlo fatto troppo spesso. Per quel che ne so, ogni tre mesi interrompevo regolarmente la nostra “amicizia”, e ogni volta tu riuscivi, con suppliche, telegrammi, lettere, l’intervento dei tuoi amici e dei miei, a convincermi a riaccettarti. Quando, alla fine di marzo del ’93, lasciasti la mia casa a Torquay, decisi che non avrei mai più parlato con te, né ti avrei permesso di stare con me. Quella sera, prima della tua partenza, il comportamento che hai tenuto era stato davvero disgustoso. Scrivesti e telegrafasti da Bristol chiedendomi di perdonarti e di incontrarti. Il tuo tutore, che era rimasto, mi disse che a volte eri davvero irresponsabile nelle tue azioni e parole, e che la maggior parte degli studenti del Magdalen condivideva questa opinione. Accettai di incontrarti. E naturalmente ti perdonai. Lungo il tragitto verso la città, mi supplicasti di portarti al Savoy. Quell’incontro fu davvero fatale per me.
Tre mesi dopo, a giugno, ci trovavamo a Goring. Alcuni dei tuoi amici di Oxford vennero a trovarci da sabato a lunedì. La mattina in cui se ne andarono, fai un putiferio così terribile e angosciante che ti dissi che dovevamo separarci. Ricordo molto bene: eravamo seduti sul campo da croquet, circondati dal bel prato, e io ti spiegavo che stavamo rovinandoci a vicenda la vita; che tu stavi distruggendo completamente la mia, e che ovviamente non riuscivo davvero a renderti felice. Che quindi una separazione irreversibile fosse l’unica cosa saggia da fare. Dopo pranzo te ne andasti in silenzio, lasciando indietro una delle tue lettere più offensive, chiedendo al maggiordomo di consegnarmela dopo la tua partenza. Prima ancora che trascorressero tre giorni, mi inviesti un telegramma da Londra chiedendomi scusa e pregandomi di permetterti di tornare. Avevo fatto tutto questo per compiacerti: avevo assunto i tuoi stessi domestici su tua richiesta. Ero sempre profondamente dispiaciuta per quel terribile carattere di cui eri davvero vittima. Ti amavo, quindi ti lasciai tornare e ti perdonai. Tre mesi dopo ancora, a settembre, si verificarono nuovi episodi: il motivo fu che ti feci notare gli errori commessi nella tua tentativa di tradurre Salomé. A quel punto dovevi essere ormai un buon studioso di francese. Avresti dovuto sapere che quella traduzione non era degna né di te, né di uno studente ordinario di Oxford, né dell’opera che cercava di rappresentare. Ovviamente all’epoca non lo sapevi. In una delle tue lettere violente scrivesti che non avevi “nessun obbligo intellettuale nei miei confronti”. Ricordo che quando lessi quelle parole, pensai che fossero le uniche verità che mi avessi mai detto nel corso della nostra amicizia. Mi resi conto che una natura meno coltivata ti sarebbe probabilmente adatta molto di più. Non lo dico con amarezza, ma semplicemente come un fatto legato alla nostra convivenza. Alla fine, il fondamento di qualsiasi relazione, sia nel matrimonio che nell’amicizia, è la conversazione. E una conversazione deve avere un terreno comune. Tra due persone con culture molto diverse, l’unico terreno possibile è il livello più basso. Ciò che è banale nel pensiero e nell’azione può essere affascinante. L’avevo fatto diventare il pilastro di una “filosofia” molto brillante, espressa attraverso opere teatrali e paradossi. Ma la follia e le sciocchezze della nostra vita spesso diventavano estremamente noiose per me. Era solo nel caos che ci incontravamo. E anche se l’argomento su cui i tuoi discorsi ruotavano sempre era affascinante, alla fine diventava davvero monotono per me.
Spesso mi annoiavo terribilmente a causa di tutto questo, e l’ho accettato proprio come accettavo la tua passione per i locali musicali, o la tua mania per le stravaganze assurde nel mangiare e nel bere, o qualsiasi altra delle tue caratteristiche che, a mio parere, non erano particolarmente attraenti. Era qualcosa di cui semplicemente bisognava fare a meno, una conseguenza inevitabile del prezzo alto da pagare per conoscerti. Quando, dopo aver lasciato Goring, sono andato a Dinard per due settimane, sei stato estremamente arrabbiato con me perché non ti ho portato con me; prima della mia partenza hai anche fatto scenate molto sgradevoli sull’argomento all’Albemarle Hotel, e mi hai inviato alcuni telegrammi altrettanto spiacevoli da una casa di campagna dove stavo soggiornando per qualche giorno. Ti ho detto, ricordo, che pensavo fosse tuo dovere trascorrere un po’ di tempo con la tua gente, visto che avevi passato l’intera stagione lontano da loro. Ma onestamente, in nessun caso avrei potuto permetterti di venire con me. Eravamo stati insieme per quasi dodici settimane; avevo bisogno di riposo e di libertà dal terribile peso della tua compagnia. Era necessario che fossi un po’ da solo, anche per motivi intellettuali. Quindi confesso che nella lettera che ho citato ho visto un’ottima opportunità per porre fine a quella “fatale amicizia” che era nata tra di noi. Per farlo senza rancore, proprio come avevo cercato di fare quel luminoso mattino di giugno a Goring, tre mesi prima. Tuttavia, uno dei miei amici – a cui ti eri rivolto in quei momenti difficili – mi ha detto che saresti stato molto ferito, forse persino umiliato, se il tuo lavoro fosse stato restituito a te come un compito scolastico. Che mi aspettavo troppo da te dal punto di vista intellettuale. E che, qualunque cosa avessi scritto o fatto, eri comunque assolutamente e totalmente devoto a me. Non volevo essere io il primo ad ostacolare i tuoi primi passi nella letteratura. Sapevo bene che nessuna traduzione, tranne quella di un poeta, poteva rendere appieno il colore e il ritmo del mio lavoro. La devozione, a mio parere, è una cosa meravigliosa. Non si dovrebbe gettarla via facilmente. Quindi ho ripreso la traduzione e te l’ho restituita. Esattamente tre mesi dopo, dopo una serie di scenate particolarmente spiacevoli, quando un lunedì sera sei venuto nel mio appartamento accompagnato da due dei tuoi amici, il giorno seguente sono partito per l’estero per sfuggirti. Ho dato alla mia famiglia una scusa assurda per la mia improvvisa partenza e ho lasciato un indirizzo falso al mio servitore. Per paura che potessi seguirmi con il treno successivo.
E ricordo quel pomeriggio: mentre mi trovavo nel vagone ferroviario diretto a Parigi, pensavo a quanto fosse impossibile, terribile e completamente sbagliato lo stato in cui era finita la mia vita. Io, un uomo con una reputazione mondiale, ero costretto a fuggire dall’Inghilterra per liberarmi di un’amicizia che distruggeva completamente tutto ciò che di buono avevo, sia dal punto di vista intellettuale che etico. La persona di cui parlavo non era certo una creatura orribile emersa dai bassifondi o dalle fanghi della società moderna; si trattava di te stesso, un giovane della mia stessa classe sociale e posizione, che avevi studiato con me all’Oxford ed eri un ospite frequente nella mia casa. Arrivarono i soliti telegrammi pieni di suppliche e rimorsi. Ma li ignorai. Alla fine minaccisti che, se non acconsentivo a incontrarti, tu non avresti mai accettato di partire per l’Egitto. Io stesso, con il tuo consenso, avevo chiesto a tua madre di mandarti via dall’Inghilterra, perché stavi rovinando la tua vita a Londra. Sapevo che, se non fossi partito, lei ne avrebbe sofferto terribilmente. E per il suo bene, ti incontrai. Sotto l’influenza di emozioni intense – che anche tu non puoi aver dimenticato – perdonai il passato. Ma non dissi nulla riguardo al futuro.
Al mio ritorno a Londra il giorno seguente, ricordo di essere seduto nella mia stanza e di aver cercato con serietà e tristezza di capire se tu fossi davvero ciò che sembravi a me: pieno di terribili difetti, estremamente dannoso sia per te stesso che per gli altri, così pericoloso da conoscere o anche solo stare in tua compagnia. Per un intero settimana ci ho pensato, chiedendomi se forse non fossi ingiusto e sbagliato nel giudicarti. Alla fine della settimana mi è arrivata una lettera di tua madre: esprimeva perfettamente tutti i sentimenti che anch’io provavo per te. Parlava della tua cieca e esagerata vanità che ti faceva disprezzare la tua casa e trattare tuo fratello maggiore – quell’anima così sincera – come un “profano”; del tuo carattere che le impediva di parlarti della vita che conducevi, di quella che lei sentiva e sapeva che stavi vivendo; del tuo comportamento in materia economica, così doloroso per lei sotto molti aspetti; della degenerazione e dei cambiamenti che avevano avuto luogo in te. Naturalmente, vedeva che l’eredità genetica ti aveva lasciato un terribile fardello, e lo ammetteva apertamente, con orrore: “Sei il mio figlio che ha ereditato il pericoloso temperamento dei Douglas”, scriveva di te. Alla fine dichiarava di ritenere che la tua amicizia con me avesse intensificato ulteriormente la tua vanità, rendendola la causa di tutti i tuoi difetti, e mi pregava sinceramente di non incontrarti all’estero. Ho risposto subito, dicendole che concordavo completamente con ogni sua parola. Ho aggiunto molto altro. Le ho spiegato che l’inizio della nostra amicizia risaliva ai tuoi tempi universitari a Oxford, quando eri venuto da me per chiedere aiuto in una situazione molto grave e particolare. Le ho detto che la tua vita era continuamente stata segnata da problemi simili; che il motivo per cui eri andato in Belgio lo avevi attribuito a un compagno di viaggio, e che tua madre mi aveva rimproverato per averti presentato a lui. Ho invece attribuito la colpa a te. Le ho assicurato che non avevo alcuna intenzione di incontrarti all’estero, e le ho chiesto di cercare in ogni modo di farti restare lì: magari come attaché onorario, se fosse stato possibile; oppure per imparare lingue moderne, se questo fosse stato più opportuno. In ogni caso, per almeno due o tre anni, sia per il tuo bene che per il mio.
Nel frattempo, tu continuavi a scrivermi attraverso ogni postale proveniente dall’Egitto. Non ho prestato la minima attenzione a nessuna delle tue comunicazioni: le leggevo e poi le strappavo. Avevo deciso definitivamente di non avere più nulla a che fare con te. La mia decisione era irrevocabile, e mi dedicai con piacere all’Arte, il cui progresso avevi cercato di ostacolare. Dopo tre mesi, tua madre, con quella sfortunata debolezza di volontà che la caratterizza e che, nella tragedia della mia vita, è stata un fattore altrettanto fatale quanto la violenza di tuo padre, scrisse personalmente a me. Non ho alcun dubbio che fosse su tua istigazione. Mi disse che eri estremamente desideroso di ricevere mie notizie, e per evitare che avessi scuse per non comunicare con te, mi inviò l’indirizzo tuo ad Atene, che naturalmente conoscevo già molto bene. Devo ammettere di essere rimasto assolutamente sbalordito dalla sua lettera: non riuscivo a capire come, dopo ciò che lei mi aveva scritto a dicembre e ciò che io le avevo risposto, potesse anche solo tentare di riparare o rinnovare la mia sfortunata amicizia con te. Naturalmente risposi alla sua lettera e le raccomandai nuovamente di cercare di farti assumere da qualche ambasciata all’estero, per impedirti di tornare in Inghilterra. Ma non ti scrissi più, né prestai attenzione ai tuoi telegrammi, proprio come prima che tua madre mi scrivesse. Alla fine, tu stesso telegrafasti a mia moglie chiedendole di intercedere presso di me affinché ti scrivessi. La nostra amicizia era sempre stata una fonte di preoccupazione per lei: non solo perché personalmente non ti aveva mai simpatizzato, ma anche perché vedeva come la tua costante compagnia mi stesse cambiando, e non in meglio. Tuttavia, proprio come era sempre stata estremamente gentile e ospitale con te, non riusciva a sopportare l’idea che io potessi essere in qualche modo scortese verso uno dei miei amici. Pensava, anzi ne era certa, che questo fosse del tutto contrario al mio carattere. Su sua richiesta, ti scrissi dunque. Ricordo perfettamente le parole del mio telegramma: dissi che il tempo guarisce tutte le ferite, ma che per molti mesi non avrei né scritto né visto te. Tu partisti immediatamente per l’Parigi, inviandomi appassionati telegrammi lungo la strada per supplicarmi di incontrarti almeno una volta. Rifiutai. Arrivasti a Parigi in una sera di sabato e trovasti una mia breve lettera ad aspettarti in hotel, nella quale dichiaravo che non avrei voluto vederti. Il giorno dopo ricevetti da te un telegramma lungo circa dieci o undici pagine.
Hai detto che non potevi credere che avrei rifiutato assolutamente di incontrarti, indipendentemente da ciò che tu potessi avermi fatto; mi hai ricordato che, per vedermi anche solo per un’ora, avevi viaggiato sei giorni e notti attraverso l’Europa senza fermarti nemmeno una volta lungo la strada. Hai fatto una richiesta, devo ammetterlo, davvero patetica, e hai concluso con ciò che a me è sembrata una minaccia di suicidio, e non una minaccia velata. Tu stesso mi avevi spesso raccontato quanti membri della tua razza avessero macchiato le loro mani con il proprio sangue; tuo zio sicuramente, forse anche tuo nonno; molti altri nella folle e malvagia linea di discendenza da cui provieni. Povero me. Il mio vecchio affetto per te, la considerazione che nutrivo per tua madre, a cui una tua morte in circostanze così terribili avrebbe inflitto un dolore quasi insopportabile. L’orrore di pensare che una vita così giovane, e che nonostante tutti i suoi difetti aveva ancora in sé promesse di bellezza, dovesse finire in modo così orrendo. La semplice umanità. Tutto questo, se necessario come scusa, deve bastare a giustificare il mio consenso ad accordarti un ultimo incontro. Quando sono arrivato a Parigi, le tue lacrime che continuavano a scendere durante tutta la serata, cadendo sulle tue guance mentre sedevamo a cena prima da Voisin e poi da Paillard. La gioia sincera che mostravi nel vedermi, tenendo sempre la mia mano ogni volta che ne avevi l’occasione, come se fossi un bambino gentile e pentito. Il tuo rimorso, così semplice e sincero in quel momento. Tutto questo mi ha fatto decidere di ristabilire la nostra amicizia. Due giorni dopo il nostro ritorno a Londra, tuo padre ti ha visto pranzare con me al Café Royal; si è seduto al mio tavolo, ha bevuto il mio vino. E quel pomeriggio, attraverso una lettera indirizzata a te, ha iniziato il suo primo attacco contro di me.
Può sembrare strano, ma ancora una volta – non direi che si tratti di una casualità, ma piuttosto di un dovere – mi è stato imposto separarmi da te. Non c’è bisogno che ti ricordi a cosa mi riferisco: parlo del tuo comportamento verso di me a Brighton, dal 10 al 13 ottobre 1894. Tre anni sono un periodo molto lungo. Ma noi, che viviamo in prigione e la cui vita è fatta soltanto di dolore, dobbiamo misurare il tempo attraverso le ondate di sofferenza e i ricordi di momenti amari. Non abbiamo altro a cui pensare. La sofferenza – per quanto possa sembrarti strano – è l’unico mezzo con cui esistiamo, perché è l’unico modo per renderci conto del proprio essere; inoltre, il ricordo della sofferenza passata rappresenta per noi la prova, l’evidenza della nostra continua identità. Tra me e i ricordi di gioia c’è un abisso altrettanto profondo di quello che separa me dalla vera gioia. Se la nostra vita insieme fosse stata davvero quella che il mondo immagina – fatta soltanto di piacere, dissolutezza e risate – non riuscirei a ricordarne nemmeno un istante. È proprio perché è stata piena di momenti tragici, amari, sinistri nelle loro avvisaglie, noiosi o terribili nelle loro scene monotone e violenze inappropriatamente crude che riesco ancora oggi a ricordare ogni singolo dettaglio di quegli eventi. Anzi, è proprio per questo che la mia amicizia con te, nel modo in cui sono costretto a ricordarla, mi appare sempre come un preludio coerente con tutte quelle forme di angoscia che devo affrontare ogni giorno; persino come qualcosa che le rende necessarie. Come se la mia vita, per quanto possa essere sembrata a me e agli altri, fosse in realtà una vera “Sinfonia del Dolore”, che attraverso movimenti ritmicamente collegati arriva inevitabilmente alla sua conclusione. Con quella stessa inevitabilità che nell’arte caratterizza l’espressione di ogni grande tema.
Ho parlato del tuo comportamento con me per tre giorni consecutivi, tre anni fa, vero? Stavo cercando di terminare da solo la mia ultima opera teatrale a Worthing. Le due visite che mi avevi fatto erano già finite. Improvvisamente sei tornato una terza volta, portando con te un’amica che hai addirittura proposto di far rimanere nella mia casa. Io, devi ammetterlo ora, ho rifiutato categoricamente. Certo, ti ho ospitato; non avevo altra scelta, ma in un altro posto, non nella mia stessa casa. Il giorno dopo, di lunedì, la tua amica è tornata alle sue occupazioni professionali e tu sei rimasto con me. Stufa di Worthing, e soprattutto, deluso dai miei vani tentativi di concentrarmi sulla mia opera, l’unica cosa che mi interessasse davvero in quel momento, hai insistito per andare al Grand Hotel di Brighton. La sera in cui siamo arrivati sei ammalato di quella terribile febbre bassa che stupidamente viene chiamata influenza. Era la seconda, se non la terza volta che ti ammalavi così. Non c’è bisogno che ti ricordi quanto mi sono presa cura di te: non solo con tutti i lussi che il denaro può permettersi – frutta, fiori, regali, libri, – ma anche con quell’affetto, quella tenerezza e quel amore che, per quanto tu possa pensare, non si possono comprare con i soldi. A parte un’ora di passeggiata al mattino e un’ora in macchina al pomeriggio, non ho mai lasciato l’hotel. Ho fatto venire appositamente dell’uva da Londra per te, poiché non ti piaceva quella che forniva l’hotel; ho inventato di tutto per farti contento, sono rimasta sempre con te o nella stanza accanto alla tua, ogni sera mi sedevo vicino a te per rilassarti o intrattenerti. Dopo quattro o cinque giorni ti sei ripreso, e io ho trovato un alloggio separato per cercare di terminare la mia opera. Naturalmente tu mi hai accompagnata. Il giorno dopo il nostro arrivo mi sono sentita molto male, dovevi andare a Londra per affari, ma mi avevi promesso di tornare nel pomeriggio. A Londra hai incontrato un amico e non sei tornato a Brighton fino a tarda sera. Entro quel momento ero già gravemente malata, il dottore ha detto che avevo preso l’influenza da te. Non c’è niente di più scomodo per una persona malata di quanto possano essere gli alloggi in cui si vive. Il mio salotto era al primo piano, la mia camera da letto al terzo. Non c’era nessuno che potesse aiutarmi, né qualcuno che potesse andare a prendere ciò che il dottore mi aveva prescritto. Ma tu eri lì. Non ero preoccupata. Nei due giorni successivi mi hai lasciata completamente sola, senza cure, senza assistenza. Non si trattava di frutta, fiori o regali, ma di cose essenziali. Non riuscivo nemmeno a procurarmi il latte che il dottore mi aveva ordinato, la limonata era considerata impossibile da trovare. E quando ti ho pregato di andare dal libraio a prendermi un libro, o, se non ne avevano quello che volevo, di sceglierne un altro, nemmeno te ne sei preso la briga.
E quando rimasi tutto il giorno senza nulla da leggere, tu mi dici con calma che mi avevi comprato quel libro e che ti erano promessi di mandarmelo giù. Una dichiarazione che in seguito scoprii per caso essere del tutto falsa, dall’inizio alla fine. Nel frattempo, naturalmente, vivevi a mie spese: viaggiavi, pranzavi al Grand Hotel e venivi nella mia stanza soltanto per soldi. Sabato sera, dopo che mi avevi lasciata completamente sola da mattina, ti chiesi di tornare dopo cena per stare un po’ con me. Con voce irritabile e modi scortesi, promettesti di farlo. Aspettai fino alle undici, ma tu non arrivasti mai. Allora lasciai un biglietto nella tua stanza, ricordandoti della promessa fatta. Alle tre di notte, incapace di dormire e tormentata dalla sete, scesi nel soggiorno nella speranza di trovare dell’acqua. Ti trovai lì. Mi aggredisti con parole orribili, mostrando tutto il veleno di una natura indisciplinata e ignorante. Il tuo egoismo trasformò il rimorso in rabbia. Mi accusasti di essere egoista per voler che fossi con me quando ero malata; di ostacolarti nei tuoi divertimenti. Di cercare di privarti dei piaceri che desideravi. Mi dicesti, e so che era vero, che eri tornato a mezzanotte soltanto per cambiarti d’abito e poi andartene di nuovo, verso nuovi piaceri. Ma lasciando un biglietto in cui ti ricordavo di avermi trascurata tutto il giorno e tutta la sera, avevo davvero rovinato la tua voglia di divertirti. Tornai di sopra disgustata. Rimasi sveglia fino all’alba. E solo molto dopo l’alba riuscii a bere qualcosa per placare la sete causata dalla febbre. Alle undici entri nella mia stanza. Dalla scena precedente avevo notato che, almeno con quel biglietto, ero riuscita a fermarti in una notte particolarmente violenta. La mattina dopo eri di nuovo te stesso. Aspettavo naturalmente le tue scuse. E il modo in cui avresti chiesto perdono. Sapevo che nel tuo cuore quella richiesta di scusa era sempre pronta, indipendentemente da tutto ciò che facevi. La tua assoluta fiducia nel fatto che ti avrei sempre perdonato era probabilmente la cosa che mi piaceva di più in te. Anzi, forse era l’unica cosa bella in te. Invece non feci nulla del genere. Iniziasti a ripetere le stesse cose, con ancora più violenza e insistenza. Ti dissi chiaramente di andartene. Finsi di farlo. Ma quando sollevai la testa dal cuscino, eri ancora lì. E con risate brutali e rabbia isterica ti avvicinasti improvvisamente a me.
Un senso di orrore mi invase, ma non riuscivo a capire esattamente il motivo; tuttavia mi alzai immediatamente dal letto, a piedi nudi, e scesi le due rampe di scale fino alla sala da pranzo, senza lasciarla finché il proprietario dell’appartamento – che avevo chiamato – non mi assicurò che eri uscita dalla mia camera e promise di rimanere a disposizione in caso di necessità. Dopo un’ora, durante la quale il dottore era venuto a trovarmi e mi aveva trovato in uno stato di totale prostrazione nervosa, con una febbre ancora più alta rispetto all’inizio, tu tornasti silenziosamente, per soldi: presi tutto ciò che riuscisti a trovare sul comodino e sulla mensola del camino, e lasciasti la casa con i tuoi bagagli. Devo forse dirti cosa pensai di te durante quei due terribili giorni solitari di malattia? È necessario che dichiari chiaramente che capii perfettamente che continuare anche solo ad avere a che fare con una persona come te sarebbe stato un disonore per me? Che riconobbi che era arrivato il momento finale, e che questo rappresentava in realtà un grande sollievo? E che sapevo che, da quel momento in poi, la mia arte e la mia vita sarebbero state più libere, migliori e più belle sotto ogni aspetto possibile? Nonostante fossi malata, mi sentivo in pace. Il fatto che quella separazione fosse irreversibile mi dava tranquillità. Entro martedì la febbre era passata, e per la prima volta mangiai al piano di sotto. Mercoledì era il mio compleanno. Tra i telegrammi e le lettere sul mio tavolo c’era una tua scrittura. La aprii con tristezza: sapevo che ormai era troppo tardi perché qualche bella frase, un’espressione d affetto o una parola di compassione potessero farmi riprendere con te. Ma mi sbagliavo completamente. Ti avevo sottovalutata. La lettera che mi hai inviato per il mio compleanno era in realtà una ripetizione dettagliata di quelle due scene, descritte con astuzia e precisione. Mi prendevi in giro con battute volgari. Il tuo unico piacere in tutta questa faccenda era stato, dicevi, quello di essere andata al Grand Hotel e aver pagato il pranzo a mio carico prima di partire per la città. Mi hai anche complimentata per la mia “prudenza” nel lasciare il letto malato e per la mia improvvisa decisione di scendere al piano di sotto, “È stato un momento brutto per te,” hai detto, “peggio di quanto tu possa immaginare, ” Ah. Lo sapevo fin troppo bene. Non sapevo però cosa intendessi esattamente: se avevi con te quella pistola che avevi comprato per minacciare tuo padre, e che, pensando fosse scarica, avevi sparato in un ristorante pubblico davanti a me. Se stavi per afferrare un coltello da tavolo che per caso si trovava sul tavolo tra noi. O se, nella tua rabbia, avevi dimenticato la tua bassa statura e la tua debolezza, e avevi pensato di infliggermi qualche insulto particolarmente personale. Non lo so. E non lo so ancora oggi.
Tutto quello che so è che mi ha assalito un senso di orrore totale, e ho capito che, se non lasciavo immediatamente quella stanza e me ne andavo, avresti fatto, o cercato di fare, qualcosa che, anche per te, sarebbe stato motivo di vergogna per tutta la vita. Solo una volta nella mia vita avevo provato un simile orrore verso un essere umano: era quando, nella mia biblioteca in Tite Street, tuo padre, con il suo bullo o il suo amico tra noi, agitava le mani nell’aria in preda a una furia epilettica, pronunciando ogni parola oscena che la sua mente malvagia potesse concepire e urlando minacce disgustose che poi, con grande astuzia, avrebbe messo in atto. In quel caso, naturalmente, fu lui ad dover andarsene per primo. Io lo cacciai via. Nel tuo caso, sono stato io a farlo. Non era la prima volta che dovevo salvarti da te stesso.
Hai concluso la tua lettera dicendo: “Quando non sei sul tuo piedistallo, non sei interessante. La prossima volta che sarai malato, me ne andrò subito.” Ah! Che rozzezza, che totale mancanza di immaginazione. Quanto è diventato insensibile e banale il tuo temperamento a quel punto, “Quando non sei sul tuo piedistallo, non sei interessante. La prossima volta che sarai malato, me ne andrò subito.” Quante volte queste parole sono tornate nella mia mente nella misera cella solitaria di tutte le prigioni in cui sono stato mandato. Le ho ripetute infinite volte, sperando ingiustamente che contenessero qualche segreto del tuo strano silenzio. Che tu mi abbia scritto così, proprio mentre la malattia e la febbre di cui soffrivo erano causate dal prendermi cura di te, è certamente qualcosa di disgustoso e crudele. Ma che qualsiasi essere umano al mondo scrivesse in questo modo a un altro, sarebbe un peccato per il quale non esiste perdono, se mai ne esistesse uno.
Devo confessare che, dopo aver letto la tua lettera, mi sono sentito quasi contaminato, come se associarmi a una persona di tale natura avesse macchiato e umiliato irrimediabilmente la mia vita. È vero, l’avevo fatto, ma solo sei mesi più tardi ho compreso appieno le conseguenze delle mie azioni. Ho deciso quindi di tornare a Londra il venerdì successivo per parlare personalmente con Sir George Lewis e chiedergli di scrivere a tuo padre, spiegandogli che avevo deciso di non permetterti mai, in nessuna circostanza, di entrare nella mia casa, di sedermi alla mia tavola, di parlarmi, di camminare con me o di essere mio compagno in qualsiasi momento. Dopo aver preso questa decisione, avrei voluto scriverti per informarti delle mie intenzioni, ma le ragioni che mi avevano spinto a farlo le avresti comunque capite da solo. Tutto era stato organizzato il giovedì sera. Ma venerdì mattina, mentre stavo facendo colazione, ho aperto il giornale e ho letto un telegramma che annunciava la morte di tuo fratello maggiore: l’erede del titolo, il pilastro della famiglia, era stato trovato morto in una fossa, con la pistola ancora fumante accanto a lui. L’orrore di quella tragedia, il pathos di una morte improvvisa e così improvvisa, la sofferenza di tua madre, che aveva sempre trovato conforto in lui, tutto questo mi ha suscitato un immenso dolore per te e per tutta la tua famiglia. Ho dimenticato le mie proprie angoscie e rancori nei tuoi confronti. Non potevo certo trattarti con la stessa crudeltà che avevi subito tu nella mia malattia. Ti ho immediatamente inviato un telegramma di profondo cordoglio, e nel successivo lettera ti ho invitato a venire a casa mia non appena fossi stato in grado. Sentivo che abbandonarti in quel momento, attraverso canali formali, sarebbe stato troppo crudele per te.
Al tuo ritorno in città, dal luogo stesso della tragedia per la quale eri stato chiamato, venisti da me subito, con dolcezza e semplicità, nel tuo abito di dolore, con gli occhi offuscati dalle lacrime. Cerchesti consolazione e aiuto, come potrebbe farlo un bambino. Ti aprii la mia casa, il mio cuore. Resi anche il tuo dolore mio, affinché potessi aiutarti a sopportarlo. Mai, nemmeno con una parola, menzionai il tuo comportamento verso di me, quelle scene orribili e quella lettera disgustosa. Il tuo dolore, che era sincero, sembrava avvicinarti a me più di quanto mai fossi stato prima. I fiori che mi presi per metterli sulla tomba di tuo fratello dovevano rappresentare non solo la bellezza della sua vita, ma anche quella bellezza che in tutte le vite giace nascosta e può essere portata alla luce.
Gli dèi sono strani: non usano soltanto i nostri vizi come strumenti per tormentarci; ci portano alla rovina attraverso ciò che in noi c’è di buono, di gentile, di umano, di amorevole. Ma se non fosse stato per la mia pietà e affetto verso di te e verso la tua famiglia, ora non starei piangendo in questo luogo terribile.
In tutte le nostre relazioni, vedo non solo il Destino, ma anche la Distruzione: una distruzione che avanza sempre velocemente, perché è diretta al versamento di %sangue. Attraverso tuo padre, appartieni a una stirpe con cui il matrimonio è orribile, l’amicizia fatale, e che colpisce violentemente sia la propria vita che quelle degli altri. In ogni piccola circostanza in cui i nostri destini si incrociavano; in ogni momento importante, o apparentemente insignificante, in cui venivi da me per cercare piacere o aiuto; in quei piccoli eventi, quelle lievi coincidenze che, nel contesto della vita, sembrano nient’altro che la polvere che danza nella luce del sole, o il foglio che si stacca dall’albero. La Distruzione seguiva sempre, come l’eco di un grido amaro, o l’ombra che insegue la bestia ferale. La nostra amicizia è davvero iniziata quando mi hai chiesto aiuto, con una lettera estremamente patetica e affascinante, in una situazione terribile per chiunque, soprattutto per un giovane a Oxford. Ti ho aiutato, ma poi, perché hai usato il mio nome come tuo “amico” davanti a Sir George Lewis, ho iniziato a perdere la sua stima e la nostra amicizia, una relazione durata quindici anni. Quando mi sono visto privare del suo consiglio, del suo aiuto e della sua considerazione, mi sono ritrovato senza quella grande protezione nella mia vita.
Mi avete inviato una poesia molto bella, scritta da uno studente universitario. Vi rispondo con una lettera piena di concetti letterari fantastici: vi paragono a Ila, o ad Iasino, o a Narciso, o a qualcuno che il grande dio della Poesia abbia favorito e onorato con il suo amore. Quella lettera sembra tratta da uno dei sonetti di Shakespeare, trasposta in una tonalità minore. Può essere compresa soltanto da chi ha letto il “Simposio” di Platone, o ha percepito lo spirito di quella certa atmosfera grave resa bella attraverso le sculture greche. Francamente, è il tipo di lettera che, in un momento felice ma anche capriccioso, avrei potuto scrivere a qualsiasi giovane elegante delle due università che mi avesse inviato una poesia sua, convinta che possedesse abbastanza intelligenza e cultura per interpretare correttamente le sue frasi fantasiose. Guardate un po’ la storia di quella lettera. Viene da voi, passa nelle mani di un individuo disgustoso, poi in quelle di una banda di ricattatori. Copie vengono inviate a Londra ai miei amici, e anche al direttore del teatro dove vengono rappresentate le mie opere. Viene interpretata in modo completamente errato. La società si eccita per voci assurde secondo cui abbia dovuto pagare una somma enorme per avervi scritto quella lettera. Questo diventa il pretesto per l’attacco più violento di vostro padre. Io presento personalmente la lettera originale in tribunale, per dimostrare quale sia realmente. Ma viene denunciata dal consigliere legale di vostro padre come un tentativo disgustoso e subdolo di corrompere l’innocenza. Alla fine diventa parte di un’accusa penale. La Corona se ne occupa. Il giudice emette una sentenza basata su poche conoscenze letterarie e molta morale. E alla fine io finisco in prigione per questo. Ecco il risultato di avervi scritto una lettera “incantevole”.
Mentre soggiorno con te a Salisbury, sei terribilmente allarmata da una comunicazione minacciosa proveniente da un tuo ex compagno: mi supplichi di incontrare l’autore di quella lettera e di aiutarti. Lo faccio, ma il risultato è la mia rovina. Sono costretta a prendere su di me tutte le conseguenze delle tue azioni. Quando, non riuscendo a conseguire la tua laurea, devi lasciare Oxford, mi telegrafi a Londra chiedendomi di venire da te. Lo faccio immediatamente; tu mi chiedi di portarti a Goring, poiché in quelle circostanze non volevi tornare a casa. A Goring noti una casa che ti piace molto, la compro per te, ma il risultato, sotto ogni punto di vista, è la mia rovina. Un giorno vieni da me e mi chiedi, come un favore personale, di scrivere qualcosa per una rivista universitaria di Oxford che stava per essere lanciata da un tuo amico, di cui non avevo mai sentito parlare in vita mia e di cui non sapevo assolutamente nulla. Per farti contenta, cosa non avrei fatto per te? Gli invio una pagina piena di paradossi, destinata originariamente alla rivista Saturday Review. Qualche mese dopo mi ritrovo nel tribunale dell’Old Bailey a causa del contenuto di quella rivista.
Fa parte dell’accusa della Corona contro di me. Mi è chiesto di difendere la prosa del vostro amico e i vostri versi. La prima non posso giustificare; i secondi, invece, li difendo con tutte le mie forze, fedele sia alla vostra letteratura giovanile che alla vostra vita giovane. E non accetterò mai l’idea che siate un autore di cose indecenti. Ma andrò comunque in prigione per la rivista universitaria del vostro amico, e per “quell’amore” che osa non pronunciare il proprio nome. A Natale vi regalerò un “regalo molto bello”, come l’avete descritto nella vostra lettera di ringraziamento. Un oggetto che, secondo voi, valeva al massimo 40 o 50 sterline. Quando arriverà il momento più terribile della mia vita e sarò rovinato, il funzionario incaricato di sequestrare la mia biblioteca e venderla lo farà proprio per pagare quel “regalo molto bello”. È stato per questo che l’esecuzione è stata portata nella mia casa. Nel momento più estremo e orribile, quando le vostre provocazioni mi spingeranno a prendere misure contro vostro padre e farlo arrestare, l’ultima cosa a cui mi aggrapperò, nel mio disperato tentativo di sfuggire a tutto ciò, sarà proprio quel terribile costo.
Dico al legale, in vostra presenza, che non ho fondi, che non posso assolutamente permettermi questi spaventosi costi, che non ho denaro a disposizione. Quello che ho detto era, come sapete, del tutto vero. In quel fatidico venerdì, invece di trovarmi nell’ufficio di Humphreys e acconsentire debolmente alla mia stessa rovina, sarei stata felice e libera in Francia, lontana da voi e da vostro padre, ignara della sua odiosa carta e indifferente alle vostre lettere, se solo fossi riuscita a lasciare l’Avondale Hotel. Ma il personale dell’hotel si è rifiutato categoricamente di permettermelo. Eravate rimasta con me per dieci giorni: anzi, alla fine, per la mia grande e, lo ammetterete anche voi, legittima indignazione, avete portato anche voi una vostra compagna a stare con me. Il mio conto per quei dieci giorni ammontava quasi a 140 sterline.
Il proprietario disse che non poteva permettere che il mio bagaglio venisse rimosso dall’hotel finché non avessi pagato l’intero conto. È stato questo a trattenermi a Londra. Se non fosse stato per il conto dell’hotel, sarei partito per Parigi giovedì mattina.
Quando dissi allo avvocato che non avevo i soldi per affrontare spese così enormi, interveniste immediatamente. Dissero che tutta la vostra famiglia sarebbe stata più che felice di coprire tutte le spese necessarie: che vostro padre era stato una vera e propria piaga per tutti loro; che avevano spesso discusso della possibilità di farlo ricoverare in un manicomio per liberarsene; che rappresentava ogni giorno una fonte di fastidio e sofferenza per vostra madre e per tutti gli altri; che se solo mi fossi fatto avanti per farlo rinchiudere, la famiglia mi avrebbe considerato il loro salvatore e benefattore; e che anche i ricchi parenti di vostra madre avrebbero visto con piacere l’opportunità di coprire tutte le spese derivanti da un simile provvedimento. Lo avvocato concluse immediatamente l’accordo, e io fui portato d’urgenza al Tribunale di Polizia. Non avevo più alcuna scusa per rifiutare; ero costretto ad andare. Ovviamente, la vostra famiglia non ha pagato nessuna spesa. E quando diventerò fallito, sarà a causa di vostro padre. Per un importo di circa 700 sterline. Al momento, mia moglie, che si è allontanata da me a causa della questione fondamentale se dovessi ricevere 3 o 3,10 sterline a settimana per vivere, sta preparando una domanda di divorzio. Per cui, ovviamente, saranno necessarie nuove prove e un nuovo processo. E forse anche ulteriori procedimenti legali. Io, naturalmente, non conosco i dettagli. So soltanto il nome del testimone su cui si basano gli avvocati di mia moglie. Si tratta del vostro stesso servitore di Oxford, che su vostra espressa richiesta ho assunto per l’estate a Goring.
Ma, in realtà, non c’è bisogno di continuare con altri esempi di questa strana “maledizione” che sembrate avermi inflitto in ogni ambito. A volte mi sembra quasi che voi stessi siate stati soltanto marionette manipolate da una forza invisibile, destinata a far sì che eventi terribili portassero a conseguenze ancora più spaventose. Ma anche le marionette hanno i loro sentimenti. Aggiungono elementi inaspettati alle storie che raccontano, e modificano il corso naturale degli eventi secondo i propri capricci o desideri. Essere completamente liberi. E allo stesso tempo essere completamente soggetti alla legge. Questo è l’eterno paradosso della vita umana. E spesso penso che questa sia l’unica spiegazione possibile per la vostra natura. Se mai esiste una spiegazione per i misteri profondi e terribili dell’anima umana. A meno che non si tratti di una spiegazione che renda quei misteri ancora più straordinari.
Certo che avevi le tue illusioni, vi vivevi davvero dentro e, attraverso le loro nebbie mutevoli e i loro veli colorati, vedevi tutte le cose cambiate. Ricordo bene che pensavi che dedicarti a me, escludendo completamente la tua famiglia e la vita familiare, fosse una prova della tua meravigliosa apprezzazione per me e del tuo grande affetto. Per te non c’era alcun dubbio al riguardo. Ma ricorda: con me c’erano lusso, una vita agiata, piaceri illimitati, denaro senza riserve. La tua vita familiare ti annoiava; il “vino freddo e scadente di Salisbury”, per usare le tue stesse parole, ti era insipido. Da parte mia, oltre alle attrazioni intellettuali, c’erano anche i piaceri materiali dell’Egitto. Quando non riuscivi a trovarmi, le compagnie che sceglievi al mio posto non erano certo lusinghiere. Pensavi ancora che inviare una lettera a tuo padre per dirgli che, piuttosto che interrompere la nostra eterna amicizia, avresti rinunciato all’assegno di 250 sterline all’anno che lui ti versava – dopo aver detratto le tue spese per l’Oxford – fosse un esempio di vera cavalleria nell’amicizia, un gesto nobile di auto-sacrificio. Ma il fatto che rinunciassi a quell’assegno non significava affatto che fossi disposta a rinunciare anche solo a uno dei tuoi lussi superflui o alle tue spese eccessive. Al contrario: il tuo desiderio di vivere in modo agiato era più forte che mai. Le mie spese per otto giorni a Parigi, per me, te e la tua domestica italiana, ammontarono quasi a 150 sterline; solo il pasto offerto da Paillard costò 85 sterline. Se avessi continuato a vivere in quel modo, tutto il tuo reddito annuo, anche se ti fossi nutrita da sola e avessi cercato di spendere il meno possibile, non sarebbe bastato nemmeno per tre settimane. Il fatto che tu avessi rinunciato a quell’assegno, pur essendo solo una finzione, ti diede finalmente un pretesto plausibile per vivere a mie spese. E in molte occasioni ne approfittasti seriamente, esprimendolo apertamente. Quel continuo consumo di risorse, soprattutto a mio carico, ma anche, lo so, in parte a carico di tua madre, fu davvero estenuante. Perché, almeno nel mio caso, non era mai accompagnato da nemmeno una parola di ringraziamento o da alcun segno di riconoscenza.
Pensavi ancora che attaccando tuo padre con lettere terribili, telegrammi offensivi e cartoline insultanti stessi davvero combattendo le battaglie di tua madre, facendoti avanti come suo difensore e vendicando gli indubbi torti e sofferenze subiti da lei nel corso della sua vita coniugale. Era un’illusione, anzi una delle peggiori. Il modo in cui avresti potuto vendicare i torti di tua madre nei confronti di tuo padre, se davvero lo consideravi un dovere di figlio, sarebbe stato essere un figlio migliore per lei: non farle mai temere di parlarti di cose serie; non farla firmare documenti il cui pagamento spettava a lei; trattarla con più gentilezza e non portarle dolore nelle sue giornate. Tuo fratello Francis le ha reso grandi giustizie per tutto ciò che aveva sofferto, con la sua dolcezza e bontà nei brevi anni della sua vita. Avresti dovuto prendere lui come esempio. Eri anche in errore nel pensare che per tua madre sarebbe stata una vera gioia se fossi riuscito a far mettere tuo padre in prigione. Ne sono sicuro. E se vuoi sapere cosa prova davvero una donna quando suo marito, e padre dei suoi figli, si trova in prigione, scrivi a mia moglie e chiedilo a lei: ti dirà tutto. Anch’io ho avuto le mie illusioni. Pensavo che la vita fosse una splendida commedia, e che tu ne fossi uno dei protagonisti più affascinanti. Invece è stata una tragedia orribile. E la causa di tutta questa sofferenza sei stato tu stesso, privato di quella maschera di gioia e felicità con cui tu, come me, eravamo stati ingannati e portati fuori strada.
Ora puoi capire, vero?. Almeno un po’ di ciò che sto soffrendo. Un articolo, credo del Pall Mall Gazette, che descriveva una prova generale della mia opera, parlava di te come se fossi la mia ombra: il ricordo della nostra amicizia è quell’ombra che mi segue ovunque. Sembra non lasciarmi mai; mi sveglia di notte per ripetermi sempre la stessa storia, fino a quando quella ripetizione incessante fa sì che il sonno mi abbandoni completamente. All’alba ricomincia tutto da capo: mi segue anche nel cortile della prigione, mentre cammino avanti e indietro. Ogni dettaglio di quei momenti terribili che sono costretto a ricordare. Non c’è nulla di ciò che è accaduto in quegli anni sfortunati che non possa rivivere nella mente. Ogni nota stridula della tua voce, ogni gesto nervoso delle tue mani, ogni parola amara, ogni frase velenosa. Tutto ritorna a me. Ricordo la strada o il fiume lungo cui abbiamo camminato, il muro o il bosco che ci circondava, l’ora indicata dall’orologio, la direzione in cui soffiavano i venti, la forma e il colore della luna.
So che esiste una sola risposta a tutto ciò che vi ho detto, ed è che mi amavate: che in quei due anni e mezzo durante i quali il Destino intrecciava i fili delle nostre vite divise in un unico disegno rosso sangue, voi mi amavate davvero. Sì, lo so che mi amavate. Non importa come vi siete comportati con me: ho sempre sentito che nel vostro cuore mi amavate veramente. Anche se vedevi chiaramente che la mia posizione nel mondo dell’arte, l’interesse che la mia personalità suscitava sempre, i miei soldi, il lusso in cui vivevo, tutte le mille cose che rendevano la mia vita così affascinante e incredibilmente fortunata, erano elementi che vi attiravano e vi facevano tenere a me. C’era però qualcos’altro: un’attrazione strana, profonda. Mi amavate molto di più di qualsiasi altra persona. Ma anche voi, come me, avete vissuto una terribile tragedia nella vostra vita. Anche se di natura completamente opposta alla mia. Volete sapere di cosa si trattava? Era questo: in voi l’Odio era sempre stato più forte dell’Amore. Il vostro odio verso vostro padre era così intenso che sovrastava completamente, sopraffaceva e oscurava il vostro amore per me. Non c’era alcuna lotta tra questi due sentimenti. L’Odio era così potente, così mostruoso. Non vi rendevate conto che in un’unica anima non ci può essere spazio per entrambi questi sentimenti. Non possono coesistere insieme. L’Amore si nutre dell’immaginazione: grazie a essa diventiamo più saggi di quanto pensiamo, migliori di quanto sentiamo, più nobili di quanto siamo. Grazie a essa possiamo comprendere la vita nel suo insieme, e gli altri nelle loro relazioni reali e ideali. Solo ciò che è bello, e ben concepito, può alimentare l’Amore. Ma qualsiasi cosa può alimentare l’Odio. Non c’era una sola coppa di champagne che beveste, nessun piatto ricco che mangiaste in tutti quegli anni, che non alimentasse il vostro Odio. Per soddisfarlo, avete rischiato la mia vita, proprio come avevate rischiato i miei soldi. Con indifferenza, con leggerezza. Senza curarvi delle conseguenze. Se perdevate, pensavate che la perdita non fosse vostra. Se vincevate, eravate voi ad assaporare la gioia e i vantaggi della vittoria.
L’Odio acceca le persone. Tu non te ne rendevi conto. L’Amore è in grado di leggere ciò che si trova anche sulla stella più lontana, ma l’Odio ti ha accecato a tal punto che non riuscivi a vedere oltre il limitato, chiuso e ormai appassito “giardino” dei tuoi desideri banali. La tua terribile mancanza di immaginazione, quel difetto davvero fatale del tuo carattere, era interamente dovuta all’Odio che viveva in te. In modo subdolo, silenzioso e segreto, l’Odio rosicchiava la tua natura, proprio come il lichene distrugge le radici di alcune piante malate, fino a quando non riuscivi più a vedere nulla se non gli interessi più meschini e gli obiettivi più insignificanti. Quella capacità che l’Amore avrebbe potuto coltivare in te, l’Odio l’aveva avvelenata e paralizzata. Quando tuo padre iniziò ad attaccarmi, lo fece come tuo amico privato, attraverso una lettera personale indirizzata a te. Non appena lessi quella lettera, piena di minacce oscene e violenze volgari, capii immediatamente che un terribile pericolo si profilava all’orizzonte delle mie giornate difficili: ti dissi che non avrei mai fatto da intermediario nel vostro antico odio reciproco; che a Londra rappresentavo sicuramente una preda più interessante per lui di un Segretario degli Affari Esteri a Homburg; che sarebbe stato ingiusto mettermi in una situazione del genere, anche solo per un momento; e che avevo cose molto più importanti da fare nella mia vita che litigare con un uomo ubriaco, decaduto e semi-stupido come lui. Ma tu non eri disposta ad ammetterlo. L’Odio ti accecava. Insistevi nel dire che quella lite non aveva nulla a che fare con me; che non avresti mai permesso a tuo padre di interferire nelle tue relazioni private; che sarebbe stato molto ingiusto da parte mia intervenire. Prima ancora di parlarne con te, avevi già inviato a tuo padre un telegramma stupido e volgare come risposta. Quel telegramma ti costrinse inevitabilmente ad intraprendere una serie di azioni sciocche e inappropriate. Gli errori fatali nella vita non derivano dal fatto che le persone siano irragionevoli: un momento di irrazionalità può anche essere il momento migliore per loro. Derivano invece dal fatto che le persone sono logiche. E c’è una grande differenza tra i due. Quel telegramma influenzò completamente tutte le tue successive relazioni con tuo padre, e di conseguenza tutta la mia vita. La cosa più grottesca è che si trattava di un telegramma di cui anche il più comune ragazzo di strada si sarebbe vergognato. Dai messaggi volgari ai lettere pedanti degli avvocati, c’è stato un passaggio naturale. E il risultato delle lettere dell’avvocato a tuo padre fu, ovviamente, spingerlo ad andare ancora oltre. Non gli hai lasciato altra scelta se non continuare. L’hai costretto a farlo, considerandolo una questione di “onore”. O meglio, di disonore. Affinché il tuo appello avesse più effetto. Così la prossima volta che mi attaccò, non più attraverso una lettera personale e come tuo amico privato, ma in pubblico, come un uomo politico. Ho dovuto cacciarlo dalla mia casa. Andava da un ristorante all’altro alla mia ricerca, per insultarmi davanti a tutta la gente. In modo tale che se avessi reagito, sarei stata rovinata. E se non avessi reagito, sarei comunque stata rovinata.
Allora sicuramente fu il momento in cui avresti dovuto farti avanti e dire che non mi avresti esposto a tali orribili attacchi, a tale infame persecuzione a causa tua, ma che avresti immediatamente rinunciato a qualsiasi diritto avessi sulla mia amicizia. Ora probabilmente lo pensi. Ma all’epoca nemmeno ti venne in mente. L’odio ti accecò: tutto ciò a cui riuscivi a pensare (oltre a scrivergli lettere e telegrammi offensivi) era comprare una ridicola pistola che si azionava nel teatro di Berkeley, in circostanze tali da creare uno scandalo ancora peggiore di qualsiasi altro avessi mai sentito. Anzi, l’idea di essere oggetto di un terribile litigio tra tuo padre e un uomo della mia posizione sembrava addirittura compiacerarti. Naturalmente, questo soddisfaceva la tua vanità e alimentava il tuo senso di importanza. Che tuo padre potesse avere il tuo corpo, che non mi interessava affatto, lasciandomi invece la tua ‘anima, che a lui non interessava nemmeno, sarebbe stato per te una soluzione davvero spiacevole. Approfittasti quindi al massimo dell’opportunità di creare uno scandalo pubblico. La prospettiva di un confronto in cui saresti stata al sicuro ti entusiasmava. Non ricordo mai che tu fossi più allegra di quella stagione. L’unica cosa che sembrava deluderti era il fatto che nulla fosse realmente accaduto, che non ci fossero state ulteriori discussioni o incidenti tra noi. Ti consolavi inviandogli telegrammi così offensivi che, alla fine, quell’uomo disgraziato ti scrisse dicendo di aver ordinato ai suoi servitori di non fargli portare più alcun messaggio. Ma questo non ti scoraggiò affatto. Vedisti nelle cartoline postali l’opportunità perfetta per continuare la tua persecuzione. Non credo che avrebbe mai davvero smesso. Gli istinti familiari erano forti in lui. Il suo odio per te era altrettanto persistente del tuo odio per lui. E io ero, per entrambi, sia lo strumento di attacco che quello di difesa. Il suo stesso desiderio di notorietà non era solo personale, ma anche legato alla sua razza. Comunque, se anche per un momento il suo interesse fosse diminuito, le tue lettere e cartoline avrebbero sicuramente riacceso quella fiamma. E così fu. Continuò quindi nella sua persecuzione. Dopo avermi attaccato sia in privato che in pubblico, decise infine di sferrare l’attacco finale contro di me come artista, nel luogo stesso in cui la mia arte veniva rappresentata. Con l’inganno ottenne un posto per la prima sera di uno dei miei spettacoli e architettò un piano per interrompere la performance, pronunciare discorsi offensivi sul mio conto davanti al pubblico, insultare i miei attori e lanciare oggetti offensivi contro di me quando fossi salito sul palco alla fine dello spettacolo. Con ogni mezzo possibile, cercò di rovinarmi attraverso il mio lavoro.
Per pura coincidenza, nella breve e casuale sincerità di un umore più ubriaco del solito, egli si vanta pubblicamente della sua intenzione davanti agli altri. L’informazione viene comunicata alla polizia e lui viene tenuto lontano dal teatro. Allora avevi la tua opportunità. Era il tuo momento. Non capisci ora che avresti dovuto intervenire e dire chiaramente che non avresti permesso che la mia arte venisse rovinata per causa tua? Sapevi bene cosa significasse la mia arte per me: quella nota primordiale grazie alla quale avevo prima rivelato me stesso a me stesso, e poi al mondo intero; l’emozione più vera della mia vita. L’amore che rende tutte le altre forme d’amore insignificanti, come l’acqua stagnante rispetto al vino rosso, o la luce dei lucciole rispetto allo splendore magico della luna. Non capisci ancora che la tua mancanza di immaginazione era il vero difetto fatale del tuo carattere? Quello che dovevi fare era semplice. Eppure l’odio ti accecò, e non riuscisti a vedere nulla. Non potevo chiedere scusa a tuo padre per avermi insultato e perseguitato in modo così disgustoso per quasi nove mesi. Non potevo eliminarti dalla mia vita. L’avevo provato più volte. Avevo persino lasciato l’Inghilterra, sperando di poterti sfuggire. Ma tutto è stato inutile. Tu eri l’unica persona che avrebbe potuto fare qualcosa.
La chiave di tutta la situazione dipendeva interamente da te. Era l’unica grande opportunità che avevi per ripagarmi, almeno in parte, per tutto l’amore, l’affetto, la gentilezza, la generosità e le cure che ti avevo dimostrato. Se solo avessi apprezzato anche solo un decimo del mio valore come artista, avresti fatto così. Ma l’odio ti ha accecato. Quella capacità “con cui, e soltanto con essa, possiamo comprendere gli altri nelle loro relazioni reali e ideali” era morta in te. Pensavi solo a come far finire tuo padre in prigione. Vederlo “in tribunale”, come dicevi tu. Quella era l’unica cosa che ti interessava. Quell’espressione diventò uno dei tanti argomenti delle tue conversazioni quotidiane. Si sentiva a ogni pasto. Beh, hai avuto realizzato il tuo desiderio. L’odio ti ha concesso tutto ciò che volevi. Era un “Maestro” indulgente per te. Lo è davvero per tutti coloro che lo servono. Per due giorni sei stato seduto al fianco dei procuratori, godendoti la vista di tuo padre in piedi nel tribunale penale centrale. E il terzo giorno io ho preso il suo posto. Cosa era successo? Nel vostro orribile gioco d’odio, avevate entrambi “giocato a dadi” con la mia ‘anima. E avete perso. Solo questo. Vedi. Devo scriverti tutta la tua vita. E devi comprenderla. Ci conosciamo da più di quattro anni. Metà di questo tempo l’abbiamo trascorso insieme; l’altra metà l’ho dovuta passare in prigione a causa della nostra amicizia. Non so dove riceverai questa lettera, se mai arriverà a te. Roma, Napoli, Parigi, Venezia. Qualsiasi bella città sul mare o sul fiume. Non ho dubbi che tu ti trovi lì. Sei circondato, anche se non da tutta quella inutile ricchezza che avevi con me, almeno da tutto ciò che può piacere agli occhi, alle orecchie e al gusto. La vita è davvero bella per te. Eppure, se sei saggio, e desideri rendere la vita ancora più bella, in un modo diverso. Lascia che la lettura di questa terribile lettera – perché so che lo è – diventi per te una crisi e un punto di svolta nella tua vita, tanto quanto la sua stesura lo è stata per me. Il tuo viso pallido arrossiva facilmente al vino o al piacere. Ma se, mentre leggi queste parole, il tuo viso diventa scottato dal rossore della vergogna. Sarà solo meglio per te. Il più grande vizio è la superficialità. Quello che viene realizzato è sempre giusto.
Ero arrivato fino alla Prigione di Detenzione, non è vero? Dopo una notte trascorsa nelle celle della polizia, fui portato lì con un furgone. Sei stato molto attento e gentile: quasi ogni pomeriggio, se non proprio ogni giorno fino a quando non sei partito all’estero, ti sei preso la briga di venire a Holloway per vedermi. Hai anche scritto lettere molto dolci e carine. Ma che non era tuo padre bensì tu ad avermi messo in prigione, che eri tu la persona responsabile dall’inizio alla fine, che ero lì a causa tua. Non ti è mai venuto in mente nemmeno per un istante. Nemmeno il fatto di vedermi dietro le sbarre di una gabbia di legno è riuscito ad animare quella tua natura morta e priva di immaginazione. Avevi la compassione e la sentimentalità dello spettatore di una commedia piuttosto patetica. Non ti è mai passato per la testa che eri tu il vero autore di quella orribile tragedia. Vedevo chiaramente che non rendevi conto di ciò che avevi fatto. Non volevo essere io a dirti ciò che il tuo stesso cuore avrebbe dovuto dirti. Ciò che sicuramente ti avrebbe detto se l’Odio non lo avesse reso duro e insensibile. Tutto deriva dalla propria natura: non ha senso dire a qualcuno qualcosa che non sente e non può capire. Scrivo a te ora perché il tuo silenzio e il tuo comportamento durante la mia lunga prigionia lo rendono necessario. Inoltre, visto come sono andate le cose, il colpo è caduto su di me solo. Questo mi ha dato un certo piacere. Per molti motivi ero disposto a soffrire. Anche se, ogni volta che ti guardavo, vedevo nella tua cieca e deliberata ignoranza qualcosa di davvero spregevole. Ricordo che hai mostrato con assoluto orgoglio una lettera che avevi pubblicato su un giornale a mezzo penny riguardo a me. Era una lettera molto prudente, moderata. Insomma, del tutto banale. Facevi appello al “senso della giustizia inglese” o qualcosa del genere, a favore di “un uomo che era caduto in disgrazia”. Era il tipo di lettera che avresti potuto scrivere se fosse stato mosso un’accusa grave contro una persona rispettabile con cui personalmente non avevi alcuna conoscenza. Ma tu la consideravi una lettera meravigliosa. La vedevi come una prova di cavalleria quasi quixotesca. So che hai scritto altre lettere ad altri giornali, ma loro non le hanno pubblicate. Erano semplicemente lettere in cui dichiaravi di odiare tuo padre. A nessuno importava se lo odiassi o meno. L’Odio, devi ancora impararlo, è, dal punto di vista intellettuale, la Negazione Eterna. Dal punto di vista delle emozioni, è una forma di Atrofia. Uccide tutto tranne sé stesso. Scrivere ai giornali per dire che si odia qualcuno è come scrivere loro che si soffre di qualche malattia segreta e vergognosa. Il fatto che la persona che odiavi fosse tuo padre, e che quel sentimento fosse completamente reciproco, non rendeva il tuo Odio nobile o bello in alcun modo.
Se indicava qualcosa, era semplicemente il fatto che si trattasse di una malattia ereditaria.
Ricordo ancora una volta: quando un processo fu intentato contro di me e i miei libri e i miei mobili furono sequestrati e messi in vendita, e il fallimento sembrava inevitabile, scrissi naturalmente per informarvi. Non menzionai che tutto ciò avveniva per pagare alcuni regali che vi avevo fatto; quegli ufficiali giudiziari erano entrati nella casa dove spesso pranzavate voi. Pensavo, giustamente o no, che una notizia del genere potesse causarvi dolore. Vi raccontai semplicemente i fatti nudi e crudi, ritenendo fosse giusto che li sapeste. Voi rispondeste da Boulogne con un tono quasi lirico di esultanza: dicevate di sapere che vostro padre era “a corto di denaro” e aveva dovuto racimolare 1500 sterline per le spese del processo. E che il mio fallimento fosse in realtà una “grande vittoria” per lui, poiché così non avrebbe potuto recuperare nemmeno un centesimo delle sue spese! Capite ora quanto possa accecare una persona l’odio? Riconoscete finalmente che quando descrivevo tale odio come una “atrofia” distruttiva di tutto tranne se stessa, in realtà descrivevo un fenomeno psicologico reale? Tutte le mie cose preziose stavano per essere vendute: i disegni di Burne-Jones, quelli di Whistler, i dipinti di Monticelli, le opere di Simeon Solomon. La mia biblioteca, con i volumi dedicati a quasi tutti i poeti del mio tempo – da Hugo a Whitman, da Swinburne a Mallarmé, da Morris a Verlaine – con le edizioni rilegate delle opere di mio padre e di mia madre, con i premi universitari e scolastici, le edizioni di lusso. Tutto ciò non significava assolutamente nulla per voi. Dicevate che fosse una noia terribile. Quello che vedevate davvero era la possibilità che vostro padre perdesse qualche centinaio di sterline. E questa considerazione banale vi riempiva di gioia estatica. Per quanto riguarda le spese del processo, forse vi interesserà sapere che vostro padre dichiarò apertamente all’Orleans Club che, anche se gli fossero costate 20.000 sterline, avrebbe considerato quel denaro ben speso. Aveva tratto così tanto piacere, gioia e trionfo da tutto ciò. Il fatto che riuscisse non solo a farmi finire in prigione per due anni, ma anche ad “esibirmi” pubblicamente come fallito fu per lui una fonte di piacere ulteriore. Fu la ciliegina sulla torta della mia umiliazione e della sua vittoria totale e assoluta. Se vostro padre non avesse avuto alcun diritto di chiedermi i costi del processo, so perfettamente che, almeno a parole, sareste stata molto comprensiva riguardo alla perdita della mia biblioteca. Una perdita irreparabile per un uomo di lettere. La più dolorosa tra tutte le mie perdite materiali. Forse avreste persino pensato di spendere del denaro per comprarmi alcuni dei libri che avevo perso. Tutto ciò è stato venduto per meno di 150 sterline. Quanto basta, in una settimana normale, per spenderlo su di voi.
Ma quel piccolo piacere meschino di pensare che tuo padre avrebbe perso qualche penny ti fece dimenticare completamente l’idea di cercare di rendermi un piccolo favore. Un favore così insignificante, così facile da compiere, così poco costoso, così ovvio, e che per me sarebbe stato estremamente gradito, se solo lo avessi voluto fare. Ho ragione nel dire che l’Odio acceca le persone? Lo vedi ora? Se no, provaci a capirlo.
Come vidi chiaramente tutto ciò allora, così lo vedo anche ora; non c’è bisogno che ve lo dica. Ma mi dissi: “A tutti i costi devo mantenere l’Amore nel mio cuore. Se finisco in prigione senza l’Amore, cosa ne sarà della mia Anima?” Le lettere che vi scrissi allora da Holloway furono il mio tentativo di mantenere l’Amore come elemento dominante nella mia stessa natura. Avrei potuto, se avessi voluto, distruggervi con accuse amare e maledizioni; avrei potuto mostrarvi un’immagine di voi stessi così orribile da non riconoscerla più, fino a quando non vi sareste resi conto che rifletteva esattamente i vostri gesti di terrore. E allora avreste saputo di chi fosse quella immagine, e l’avreste odiata, e anche voi stessi. Ancora di più: i peccati di un altro venivano attribuiti a me. Se avessi voluto, avrei potuto salvarmi a spese sua in entrambe le cause, non certo dalla vergogna, ma dall’prigione. Avrei potuto dimostrare che i tre testimoni più importanti erano stati attentamente istruiti da vostro padre e dai suoi avvocati, non solo a mantenere il silenzio, ma anche a mentire deliberatamente, trasferendo su di me le azioni e i comportamenti di un altro. Avrei potuto farli allontanare dall’aula del tribunale dal giudice, in modo ancora più rapido di quanto avvenne con quel miserabile Atkins che testimoniò contro di me. Avrei potuto uscire dall’tribunale con un sorriso sulle labbra e le mani in tasca, libero. Mi fu esercitata la massima pressione affinché lo facessi. Persone il cui unico interesse era il mio benessere, e quello della mia famiglia, mi consigliarono con insistenza di farlo. Ma rifiutai. Non scelsi di farlo. E non ho mai rimpianto quella decisione nemmeno per un istante, nemmeno nei momenti più difficili della mia prigione. Un comportamento del genere sarebbe stato indegno di me. I peccati del corpo non sono nulla. Sono malattie che i medici possono curare, se vogliono. Ma i peccati dell’‘anima sono vergognosi. Ottenere l’assoluzione con mezzi del genere sarebbe stato per me un tormento per tutta la vita. Ma davvero pensate di essere degni dell’amore che vi dimostravo allora, o anche solo per un momento? Davvero credete di esserlo stati in qualsiasi periodo della nostra amicizia? Sapevo che non lo eravate. Ma l’Amore non si compra e non si vende. La sua gioia, come quella dell’intelligenza, sta nel sentirsi vivi. Lo scopo dell’Amore è semplicemente amare. Nient’altro. E voi eravate il mio nemico. Un nemico come nessun altro avevo mai avuto. Vi avevo dato la mia vita. E per soddisfare i sentimenti più bassi e spregevoli dell’umanità – l’Odio, la Vanità e l’Avidità – voi l’avete gettata via. In meno di tre anni mi avete distrutto completamente sotto ogni aspetto.
Per il mio stesso bene, non mi restava altra scelta se non quella di amarti. Sapevo che, se avessi permesso a me stesso di odiarti, in quel deserto arido dell’esistenza attraverso cui dovevo viaggiare, e che ancora oggi sto viaggiando, ogni roccia avrebbe perso la sua ombra, ogni palma sarebbe appassita, ogni fonte d’acqua si sarebbe rivelata avvelenata alla sorgente. Stai iniziando ora a capire qualcosa? La tua immaginazione sta forse risvegliandosi dal lungo letargo in cui è rimasta? Ormai conosci già cos’è l’Odio. Ma stai iniziando anche tu a comprendere cos’è l’Amore e qual è la sua natura? Non è troppo tardi per imparare. Anche se, forse, per insegnartelo, ho dovuto recarmi in una cella di condannati.
Dopo quella terribile sentenza, quando indossavo l’uniforme da prigioniera e la prigione si chiudeva alle mie spalle, mi sedetti tra le rovine della mia meravigliosa vita: distrutta dall’angoscia, sopraffatta dal terrore, stordita dal dolore. Ma non avrei mai potuto odiarti. Ogni giorno mi ripetevo: “Devo mantenere l’amore nel mio cuore oggi. Altrimenti come riuscirò a sopravvivere?” Ricordavo che tu, comunque, non avevi intenzione di farmi del male. Pensavo che avessi semplicemente tirato un colpo a caso, e che quell’arco avesse colpito per errore un “Re”. Paragonarti anche alla più piccola delle mie sofferenze mi sarebbe sembrato ingiusto. Decisi quindi di considerarti anch’io una vittima della sfortuna. Mi costrinsi a credere che finalmente tu avessi compreso ciò che avevi fatto.
In quel momento non mi era mai passato per la mente che potessi possedere il più grave dei vizi: la superficialità. Fu davvero un dolore enorme quando dovetti comunicarti che dovevo riservare l’opportunità di ricevere lettere a questioni familiari. Ma mio cognato mi aveva scritto, dicendo che se avessi solo scritto una volta a mia moglie, lei, per il mio bene e per quello dei nostri figli, non avrebbe presentato domanda di divorzio. Sentii che era mio dovere farlo. A parte altri motivi, non potevo sopportare l’idea di separarmi da Cyril. Quel meraviglioso, amorevole bambino. Il mio amico più caro. Il mio compagno insostituibile. Ogni singolo capello della sua testa dorata era per me più prezioso di te. Di tutto il mondo intero. E così è sempre stato. Anche se non l’ho capito fino a troppo tardi.
Due settimane dopo la tua richiesta, ricevetti notizie di te. Robert Sherard, quel coraggioso e nobile uomo, venne da me e mi raccontò che tu stavi per pubblicare un articolo su di me, con estratti delle mie lettere, in quella ridicola rivista “Mercure de France”. Mi chiese se fosse davvero mia volontà. Fui molto sorpresa e infastidita. Ordinai immediatamente che tutto venisse fermato. Avevi lasciato le mie lettere dove chiunque poteva rubarle. Per ricatto, o semplicemente per divertimento. Era una dimostrazione della tua totale mancanza di rispetto per ciò che ti avevo scritto. Ma il fatto che tu avessi davvero intenzione di pubblicare quegli estratti era quasi incredibile. E quali lettere fossero. Non riuscivo a saperlo. Quella fu la prima volta che ebbi notizie di te. Mi dispiacque molto.
La seconda notizia arrivò poco dopo. Gli avvocati di tuo padre si presentarono nella prigione e mi consegnarono personalmente una notifica di fallimento, per la misera somma di 700 sterline: l’importo delle spese legali sostenute. Fui dichiarato pubblicamente insolvente e mi fu ordinato di presentarmi in tribunale. Sono sempre stato convinto, e lo sono ancora oggi, che queste spese avrebbero dovuto essere pagate dalla tua famiglia. Eri tu stesso ad aver assunto personalmente la responsabilità di garantire che ciò avvenisse. Fu questo a motivare l’avvocato ad occuparsi del caso in quel modo. Eri assolutamente responsabile. Anche senza considerare il tuo impegno nei confronti della tua famiglia, avresti dovuto capire che, essendo stato tu a causarmi tutta questa rovina, almeno avresti potuto risparmiarmi l’umiliazione del fallimento per una somma assolutamente irrisoria. Meno della metà di ciò che ho speso per te in soli tre brevi mesi d’estate a Goring. Comunque, non voglio parlare più di questo argomento. Ammetto apertamente di aver ricevuto un messaggio da parte tua tramite il segretario dell’avvocato, o comunque in relazione a quell’occasione. Il giorno in cui venne a raccogliere le mie dichiarazioni, si chinò sopra il tavolo – con la presenza del guardiano della prigione – e, dopo aver consultato un foglio che aveva tirato fuori dalla tasca, mi disse sottovoce: “Il principe Fleur-de-Lys desidera che tu ricordi di lui”. Lo fissai. Ripeté il messaggio. Non capivo cosa intendesse, “Al momento il signore si trova all’estero”, aggiunse misteriosamente. All’improvviso tutto mi fu chiaro. E ricordo che, per la prima e ultima volta in tutta la mia vita in prigione, risi. In quel riso c’era tutto il disprezzo del mondo intero. Principe Fleur-de-Lys! Capii – e gli eventi successivi mi dimostrarono che avevo ragione – che nulla di ciò che era accaduto ti aveva fatto rendere conto di nulla. Ai tuoi occhi eri ancora il grazioso principe di una banale commedia, non la figura cupa di un dramma tragico. Tutto ciò che era successo non era altro che un ornamento per nascondere un cuore che l’Odio, e soltanto l’Odio, può riscaldare. Un fiore per abbellire un abito che cela un cuore freddo, che l’Amore, e soltanto l’Amore solamente, può rendere caldo. Principe Fleur-de-Lys! Non c’è dubbio che tu avessi tutto il diritto di comunicare con me usando un nome falso. Io stesso, in quel momento, non avevo alcun nome. Nella grande prigione in cui ero rinchiuso, ero soltanto una delle migliaia di numeri senza vita, uno dei migliaia di esistenze prive di significato. Ma sicuramente ci sono stati molti nomi veri nella vera storia che ti sarebbero stati molto più adatti. E con cui avrei potuto riconoscerti immediatamente. Non cercavo te dietro i brillanti di un costume da mascherata, adatto soltanto a una divertente festa in maschera. Ah!
Se la tua ‘anima, nella sua perfezione intrinseca, fosse stata ferita dal dolore, piegata dal rimorso e umiliata dalla tristezza, non avrebbe mai scelto di nascondersi nell’ombra di qualcosa per entrare nella Casa del Dolore! Le grandi cose della vita sono ciò che appaiono essere; per questo motivo, anche se può sembrarti strano, spesso è difficile interpretarle. Ma le piccole cose della vita sono simboli: attraverso di esse riceviamo più facilmente le nostre amare lezioni. La tua scelta apparentemente casuale di un nome finto era, e rimarrà, simbolica. Rivela chi sei veramente.
Sei settimane dopo arrivò una terza notizia. Fui chiamato fuori dalla corsia d’ospedale, dove giacevo gravemente malato, per ricevere un messaggio speciale da parte tua, inviato attraverso il governatore della prigione. Mi lesse una lettera che avevi indirizzato a lui, nella quale dichiaravi di voler pubblicare un articolo “sul caso del signor Oscar Wilde” su “Le Mercure de France” (un “periodico”, aggiungevi per qualche motivo strano, “corrispondente al nostro English Fortnightly Review”) e che eri ansioso di ottenere il mio permesso per pubblicare estratti e selezioni. Da quali lettere? Le lettere che ti avevo scritto dalla prigione di Holloway! Lettere che avrebbero dovuto essere per te qualcosa di sacro e segreto, più prezioso di qualsiasi altra cosa al mondo! E invece quelle stesse lettere erano quelle che proponevi di far leggere a quei decadenti annoiati, a quegli scrittori avidi di cronache sensazionalistiche, ai giovani del Quartiere Latino. Se nel tuo cuore non c’era nulla che si opponesse a un simile sacrilegio, avresti almeno potuto ricordare il sonetto scritto da lui, in cui esprimeva con tanta tristezza e disprezzo la vendita all’asta delle lettere di John Keats a Londra. E avresti finalmente capito il vero significato delle mie parole:
“Penso che non amino l’Arte coloro che rompono il cristallo del cuore di un poeta, affinché quegli occhi piccoli e malaticci possano fissarlo con avidità o compiacimento, ”
Cosa voleva dimostrare il tuo articolo? Che ti ero troppo affezionato a te? Quel ragazzo parigino lo sapeva bene. Tutti leggevano i giornali, e la maggior parte di loro vi scriveva. Che ero un uomo di genio? I francesi lo capivano, e comprendevano anche la particolare natura del mio genio, molto meglio di te. O almeno di quanto ci si potesse aspettare che capissero. Che, insieme al genio, spesso vi sia una strana perversione dei sentimenti e dei desideri. Ammirevole. Ma questo argomento appartiene a Lombroso, non a te. Inoltre, quel fenomeno patologico si riscontra anche tra coloro che non possiedono genio. Che, nella tua guerra di odio contro tuo padre, io fossi allo stesso tempo scudo e arma per entrambi. E ancora di più: che, in quella orribile caccia alla mia vita avvenuta dopo la fine della guerra, lui non sarebbe mai riuscito a raggiungermi se le tue trappole non fossero già state alle mie spalle. È vero. Ma mi è stato detto che Henri Bauër aveva già fatto lo stesso in modo estremamente abile. Inoltre, per confermare la tua tesi, se davvero questa fosse stata la tua intenzione, non avresti avuto bisogno di pubblicare le mie lettere. Almeno quelle scritte dalla prigione di Holloway.
Risponderete alle mie domande dicendo che, in una delle mie lettere a Holloway, vi avevo chiesto di cercare, nella misura del possibile, di rimediare in qualche modo alla situazione difficile in cui mi trovavo? Certo che l’ho fatto. Ricordate come e perché sono qui, proprio in questo momento. Pensate che io sia qui a causa delle mie relazioni con i testimoni del mio processo? Le mie relazioni, reali o presunte, con persone di quel genere non interessavano né il Governo né la Società: loro non ne sapevano nulla e non se ne curavano affatto. Sono qui perché ho cercato di far mettere vostro padre in prigione. Il mio tentativo, naturalmente, fallì. Il mio stesso avvocato ritirò le proprie argomentazioni legali; vostro padre ribaltò completamente la situazione a mio sfavore e mi fece finire in prigione, dove sono ancora oggi. Ecco perché la gente prova disprezzo per me. Ecco perché mi odia. Ed è per questo che devo scontare ogni singolo giorno, ogni ora, ogni minuto di questa terribile detenzione. Ed è per questo che le mie richieste sono state rifiutate.
Eri l’unica persona che, senza esporre te stesso a disprezzo, pericolo o rimproveri, avrebbe potuto dare un’altra interpretazione a tutta la situazione: presentare le cose in modo diverso; mostrare, almeno in parte, come stavano realmente le cose. Certo, non mi aspettavo né desideravo che tu rivelassi in che modo e per quale scopo avevi cercato il mio aiuto nei tuoi problemi a Oxford; né che descrivessi come, e per quale motivo – se mai ne avevi uno – non fossi praticamente mai allontanato da me per quasi tre anni. I miei incessanti tentativi di interrompere una amicizia così dannosa per me come artista, come uomo di posizione, persino come membro della società, non avrebbero certo dovuto essere descritti con tale precisione. Né avrei voluto che raccontassi quelle scene che ripetevi quasi monotonicamente; né che riportassi quella strana miscela di romanzo e finanza nei tuoi telegrammi; né che citassi nelle tue lettere quei passaggi particolarmente rivoltanti o spietati, come ho dovuto fare. Tuttavia, pensavo fosse giusto, sia per te che per me, se avessi espresso qualche protesta contro la versione di nostro rapporto data da tuo padre: una versione tanto grottesca quanto velenosa, assurda riguardo a te e disonorevole riguardo a me. Ora quella versione è diventata parte della «storia» ufficiale: viene citata, creduta e registrata; il predicatore l’ha presa come argomento delle sue prediche, il moralista come tema per i suoi discorsi. E io, che avevo cercato di farla comprendere a tutte le epoche, ho dovuto accettare questa verità da parte di uno scimmione e di un buffone. Ho detto, con amarezza, che tuo padre sarebbe diventato l’«eroe» di un opuscolo per le scuole domenicali; che tu saresti stato paragonato al piccolo Samuel. E che il mio posto sarebbe stato tra Gilles de Retz e il Marchese de Sade. Forse è meglio così. Non ho alcun desiderio di lamentarmi. Una delle tante lezioni che si imparano in prigione è che le cose sono ciò che sono, e rimarranno ciò che saranno. E non ho alcun dubbio che il rappresentante del medievalismo e l’autore di “Justine” siano compagni migliori di Sandford e Merton.
Ma nel momento in cui ti scrissi, sentivo che, per il nostro bene, sarebbe stato giusto, appropriato e corretto non accettare la versione dei fatti presentata da tuo padre attraverso il suo consigliere, al fine di costruire un mondo “profano”. Ecco perché ti chiesi di riflettere e scrivere qualcosa che fosse più vicino alla verità. Sarebbe stato certamente meglio per te che scrivere ai giornali francesi sulla vita domestica dei tuoi genitori. A loro importava davvero se i tuoi genitori avessero vissuto una vita felice? Non si può immaginare un argomento meno interessante per loro. Quello che li interessava era capire come un artista di mia statura, il cui insegnamento e movimento avevano esercitato una notevole influenza sulla direzione del pensiero francese, potesse aver vissuto una vita del genere e poi compiuto azioni del genere. Se avessi proposto di pubblicare quelle lettere – infinite, temo – nelle quali ti parlavo della rovina che stavi causando alla mia vita, delle furie incontrollabili che permettevi a te stesso di provare, danneggiandoti e danneggiandomi allo stesso tempo, e del mio desiderio, anzi, della mia determinazione a porre fine a un’amicizia così fatale per me sotto ogni aspetto. L’avrei capito, anche se non avrei mai permesso che tali lettere venissero pubblicate. Quando il consigliere di tuo padre cercò di incastrarmi presentando improvvisamente in tribunale una mia lettera scritta a te nel marzo ’93, nella quale dichiaravo che preferivo essere “estorto da tutti gli affittuari di Londra” piuttosto che sopportare ancora quelle scene orribili che sembravi goderti così tanto. Fu davvero un grande dolore che quel lato della mia amicizia con te venisse rivelato al pubblico. Ma il fatto che tu fossi così lento a capire, così privo di sensibilità e di capacità di apprezzare ciò che è raro, delicato e bello. Il fatto che tu avessi proposto di pubblicare quelle lettere attraverso cui cercavo di mantenere vivo lo spirito stesso dell’amore. Questo fu, ed è ancora oggi, una fonte di profondo dolore e delusione per me. Perché l’hai fatto, temo di saperlo fin troppo bene. Se l’odio ha accecato i tuoi occhi, allora la vanità ha cucito insieme le tue palpebre con fili d’acciaio. La capacità di comprendere gli altri nella loro realtà e nel loro ideale, il tuo egoismo ristretto l’aveva offuscata; l’inutilizzo prolungato l’aveva resa del tutto inutile. L’immaginazione era imprigionata, proprio come me. La vanità aveva chiuso tutte le finestre. E il nome di quel “carceriere” era l’odio.
Tutto ciò è avvenuto all’inizio di novembre dell’anno prima scorso. Un grande “fiume della vita” scorre tra te e una data così lontana. A malapena, se mai, si può vedere attraverso un abisso così ampio; ma per me sembra che tutto sia accaduto. Non dirò ieri, ma oggi stesso. Il dolore è un lungo momento continuo; non possiamo dividerlo in “stagioni”. Possiamo soltanto registrare i suoi momenti e cronachearne il ritorno. Per noi, lo tempo stesso non procede. Si muove in cerchio, sembra ruotare attorno a un centro di dolore. Quell’immobilità paralizzante di una vita, in cui ogni circostanza segue uno schema immutabile – mangiare, bere, camminare, riposare, pregare, o almeno inginocchiarsi per pregare – secondo leggi inflessibili. Questa caratteristica immobile, che rende ogni giorno terribile identico agli altri, sembra trasmettere a quelle forze esterne l’essenza stessa del loro essere: il cambiamento costante. Non sappiamo nulla, e non possiamo sapere nulla riguardo al ciclo della vita. Per noi esiste soltanto una stagione: quella del Dolore. Anche il sole e la luna sembrano esserci stati tolti. Fuori, il giorno può essere azzurro e dorato; ma la luce che filtra attraverso i vetri spessi e oscurati di quella piccola finestra con sbarre di ferro è grigia e scarsa. Nella propria “prigione”, c’è sempre crepuscolo. Come nel proprio cuore, c’è sempre mezzanotte. E anche nel regno del pensiero, come in quello dello tempo, non esiste più movimento. Quello che tu hai dimenticato da tempo, o che puoi facilmente dimenticare, sta accadendo a me ora. E accadrà di nuovo domani. Ricorda questo, e forse riuscirai a capire un po’ perché ti sto scrivendo, e in questo modo.
Una settimana dopo fui trasferito qui. Trascorsero altri tre mesi e mia madre morì. Tu sapevi, meglio di chiunque altro, quanto la amassi e la rispettassi profondamente. La sua morte fu per me così terribile che io, un tempo padrone del linguaggio, non ho parole per esprimere il mio dolore e la mia vergogna. Mai, nemmeno nei giorni più belli della mia carriera come artista, avrei potuto trovare le parole adatte per portare un peso così grave, o per esprimere con sufficiente maestosità la mia angoscia attraverso le pagine del mio dolore inesprimibile. Lei e mio padre mi avevano lasciato un nome che avevano reso nobile e onorevole non solo in ambito letterario, artistico, archeologico e scientifico, ma anche nella storia pubblica della mia patria nel suo evolversi come nazione. Io avevo disonorato quel nome per sempre; l’avevo trasformato in un insulto tra le persone volgari, l’avevo trascinato nel fango. L’avevo dato a bruti affinché lo rendessero ancora più crudele, e a sciocchi affinché lo trasformassero in sinonimo di follia. Quello che ho sofferto allora, e continuo a soffrire oggi, non può essere descritto né con le parole né sulla carta. Mia moglie, in quel momento gentile e premurosa verso di me, invece di lasciare che ricevessi la notizia da labbra indifferenti o estranee, viaggiò, nonostante fosse malata, da Genova fino in Inghilterra per comunicarmela personalmente. Messaggi di compassione arrivarono da tutti coloro che ancora provavano affetto per me; anche persone che non mi conoscevano personalmente, sentendo della nuova tragedia nella mia vita distrutta, scrissero per esprimere il loro cordoglio. Tu, solo, rimanesti distante: non mi inviesti alcun messaggio, né scrivesti una lettera. Per un simile comportamento, è meglio seguire ciò che Virgilio dice a Dante di coloro la cui vita è stata priva di nobili impulsi e di profonde intenzioni: “Non parliamo di loro, ma guardiamoli semplicemente passare oltre.”
Passano altri tre mesi. Il calendario che riporta la mia routine quotidiana e il mio lavoro, appeso fuori dalla porta della mia cella con scritti sopra il mio nome e la mia condanna, indica che è maggio. I miei amici vengono a trovarmi di nuovo. Come al solito, chiedo notizie di te; mi dicono che sei nella tua villa a Napoli e che stai pubblicando un volume di poesie. Alla fine dell’incontro viene menzionato, in modo casuale, che le dedicherai a me. Questa notizia mi provoca una sorta di nausea verso la vita. Non dico nulla, ma torno silenziosamente nella mia cella, con disprezzo e sprezzamento nel cuore. Come puoi anche solo pensare di dedicarmi un volume di poesie senza prima chiedermi il permesso? Come osi farlo. Risponderai forse che nei giorni della mia grandezza e fama avevo acconsentito a ricevere la dedica delle tue prime opere? Certo, l’avevo fatto. Proprio come avrei accettato l’onore di qualsiasi altro giovane che iniziasse l’arte difficile e meravigliosa della letteratura. Ogni omaggio è gradito per un artista, e ancora più dolce quando viene offerto dalla gioventù. Ma il lauro e il foglio d’alloro appassiscono quando vengono raccolti da mani anziane. Solo la gioventù ha il diritto di „coronare“ un artista. Questo è il vero privilegio dell’essere giovani. Se solo la gioventù lo sapesse. Ma i giorni dell’umiliazione e della infamia sono diversi da quelli della grandezza e della fama. Non hai ancora imparato che la Fortuna, il Piacere e il Successo possono essere duri e comuni. Ma il Dolore è la cosa più sensibile di tutte quelle create dall’uomo. Non c’è nulla nel mondo del pensiero o del movimento che non risuoni con le terribili, ma squisite pulsazioni del Dolore. Quel sottile foglio d’oro, che registra la direzione di forze invisibili agli occhi, è, in confronto, rozzo. È una ferita che sanguina al contatto di qualsiasi mano, tranne quella dell’Amore. E anche allora deve sanguinare di nuovo. Anche se non per dolore.
Avresti potuto scrivere al Direttore della prigione di Wandsworth per chiedermi il permesso di pubblicare le mie lettere sul “Mercure de France”, che corrispondono alla nostra rivista “English Fortnightly Review”. Perché non hai scritto invece al Direttore della prigione di Reading, per chiedermi il permesso di dedicarmi i tuoi poemi, indipendentemente da come li abbia descritti? Forse perché, nel primo caso, la rivista in questione era stata proibita da me di pubblicare quelle lettere, le cui diritti d’autore legali, come sai perfettamente, appartengono interamente a me; mentre nel secondo caso pensavi di poter agire a tuo piacimento senza che io ne sapessi nulla, fino a quando non fosse stato troppo tardi per intervenire. Il semplice fatto che fossi un uomo disonorato, rovinato e in prigione avrebbe dovuto farti chiedermi il permesso come un favore, un onore, un privilegio. È così che si dovrebbe comportare con coloro che sono in difficoltà e nella vergogna.
Dove c’è dolore, c’è terra sacra. Un giorno capirai cosa significa. Non conoscerai davvero la vita fino a quando non lo farai. Robbie, e persone come lui, possono comprenderlo. Quando fui portato fuori dalla prigione e condotto al tribunale fallimentare da due poliziotti, Robbie aspettava nel corridoio desolato. Davanti a tutta quella gente, che si era zittita di fronte a un atto così semplice e gentile, lui mi salutò con il cappello in mano mentre io passavo, incatenato e con la testa bassa. Uomini sono andati in paradiso per motivi più insignificanti. Fu con questo spirito, con questo tipo di amore, che i santi si inginocchiavano per lavare i piedi dei poveri o si chinavano a baciare le guance dei lebbrosi. Non ho mai detto una parola su ciò che ha fatto. Non so nemmeno se sia consapevole del mio ringraziamento. Non è qualcosa di cui si possa ringraziare formalmente con parole formali. Lo conservo nel tesoro del mio cuore, come un debito segreto che sono felice di non dover mai ripagare. È conservato e reso dolce dal miro e dalla cannella delle mie lacrime. Quando la saggezza non mi è stata d’aiuto, quando la filosofia è risultata sterile, quando le parole di coloro che hanno cercato di consolarmi sono state come polvere e cenere nella mia bocca. Il ricordo di quel piccolo atto di amore ha aperto per me tutte le fonti della compassione, ha fatto fiorire il “deserto” come una rosa, e mi ha portato fuori dall’amarezza dell’esilio solitario, in armonia con il cuore ferito, spezzato e grande del mondo. Quando riuscirai a capire non solo quanto fosse bello l’atto di Robbie, ma anche perché significasse così tanto per me, allora forse comprenderai anche in che modo e con quale spirito avresti dovuto chiedermi il permesso di dedicarmi i tuoi versi.
È giusto affermare che in ogni caso non avrei accettato quella dedica. Anche se, forse, in altre circostanze mi sarebbe piaciuto essere invitato a farlo, avrei rifiutato per il tuo bene, indipendentemente dai miei sentimenti personali. Il primo volume di poesie che un giovane invia al mondo nella primavera della sua vita dovrebbe essere come un bocciolo o un fiore di primavera, come il bianco rovo nei prati di Magdalen o i narcisi nei campi di Cumnor. Non dovrebbe essere gravato dal peso di una tragedia terribile e disgustosa, né da uno scandalo altrettanto orribile. Se avessi permesso che il mio nome fungesse da presentatore di quel libro, sarebbe stato un grave errore artistico. Avrebbe creato un’atmosfera errata attorno all’intera opera, e nell’arte moderna l’atmosfera ha una grande importanza. La vita moderna è complessa e relativa: queste sono le sue due caratteristiche principali. Per esprimere la prima di queste caratteristiche, abbiamo bisogno di un’atmosfera ricca di sottili sfumature, di suggerimenti, di prospettive insolite; per esprimere la seconda, abbiamo bisogno di uno sfondo appropriato. Ecco perché la scultura ha smesso di essere un’arte rappresentativa; perché la musica lo è; e perché la letteratura è, è stata e sempre sarà l’arte rappresentativa suprema.
Il tuo piccolo libro avrebbe dovuto trasmettere l’atmosfera siciliana e arcadica, non la sporcizia malsana del tribunale penale né l’aria opprimente delle prigioni. Inoltre, un simile gesto da parte tua non sarebbe stato soltanto un errore di gusto artistico; da altri punti di vista, sarebbe stato del tutto inappropriato. Sarebbe sembrato una continuazione del tuo comportamento prima e dopo il mio arresto. Avrebbe dato l’impressione di essere un tentativo di vanagloria sciocca, un esempio di quel tipo di “coraggio” che si vende e si compra a buon mercato nelle strade della vergogna. Per quanto riguarda la nostra amicizia. Nemesis ci ha schiacciati entrambi come mosche. dedicarmi delle poesie mentre ero in prigione sarebbe sembrato un tentativo ridicolo di mostrare intelligenza o abilità letterarie. Un risultato di cui, nei tuoi tempi passati di scritti orribili – giorni che, sinceramente, non spero mai tornino per il tuo bene – ti vantavi apertamente. Non avrebbe prodotto l’effetto serio e bello che, credo davvero, intendevi ottenere. Se mi avessi consultato, ti avrei consigliato di rimandare la pubblicazione delle tue poesie; oppure, se questo ti fosse dispiaciuto, di pubblicarle anonimamente all’inizio. E poi, una volta che il tuo canto avesse conquistato degli “amanti” veri – gli unici che valga la pena vincere – avresti potuto dire al mondo: “Queste ‘fiori’ che ammirate sono frutto del mio sforzo. Ora li offro a colui che voi considerate un paria, come tributo a ciò che amo, rispetto e ammiro in lui.” Ma hai scelto il metodo sbagliato e il momento sbagliato. C’è una certa delicatezza nell’amore, così come nella letteratura. E tu non ne eri consapevole.
Ho parlato a lungo con te su questo argomento affinché tu possa comprendere appieno la situazione e capire perché ho scritto immediatamente a Robbie esprimendo un tale disprezzo e sprezzamento per te, proibendo assolutamente quella dedica e desiderando che le parole che avevo scritto su di te venissero attentamente trascritte e inviate a te. Sentivo che finalmente era arrivato il momento in cui tu dovessi renderti conto, riconoscere e comprendere almeno in parte ciò che avevi fatto. La cecità può spingersi fino a diventare grottesca; una natura priva di immaginazione, se non si fa nulla per risvegliarla, può trasformarsi in assoluta insensibilità: così che mentre il corpo può mangiare, bere e godersi i piaceri della vita, l’anima, di cui quel corpo è la dimora, può diventare completamente morta, proprio come l’anima di Branca d’Oria nel “Dante”. Sembra che la mia lettera sia arrivata proprio al momento giusto. Secondo quanto posso giudicare, ti ha colpito come un fulmine. Nella tua risposta a Robbie, descrivi te stesso come “privo di ogni capacità di pensare e esprimersi”. Infatti, a quanto pare, non riesci a pensare a nulla di meglio che scrivere a tua madre per lamentarti. Naturalmente lei, con quella cecità verso il tuo vero bene che è stata la tua sfortuna e anche la tua, ti dà ogni conforto possibile e probabilmente ti riporta nella tua precedente condizione infelice e indegna; mentre io, dal mio canto, faccio sapere ai miei amici che lei è “molto infastidita” dalla severità delle mie osservazioni su di te. In realtà, non sono solo i miei amici a conoscenza della sua irritazione: anche molti altri – un numero molto più grande, non c’è bisogno di dirlo – che non sono miei amici. E ora mi è stato riferito, attraverso canali molto favorevoli verso te e la tua famiglia, che a causa di questo gran parte della simpatia che, grazie al mio eccezionale talento e alle terribili sofferenze che ho subito, aveva iniziato gradualmente ad accumularsi per me, è stata completamente distrutta. La gente dice: “Ah! Prima ha cercato di far mettere in prigione quel buon padre e non ci è riuscito; ora si gira contro il figlio innocente per il proprio fallimento. Che ragione avevamo di disprezzarlo! Quanto è degno di disprezzo!” Mi sembra che, quando il mio nome viene menzionato davanti a tua madre, se lei non esprime alcun rimorso o pentimento per la sua parte – nemmeno un minimo rimorso – nella rovina della mia famiglia, sarebbe più appropriato che rimanesse in silenzio. E quanto a te. Non pensi ora che, invece di scrivere a lei per lamentarti, sarebbe stato meglio, sotto ogni aspetto, scrivere direttamente a me e avere il coraggio di dirmi tutto ciò che avevi o credevi di dovermi dire? È passato quasi un anno da quando ho scritto quella lettera. Non puoi essere rimasto per tutto questo tempo “privo di ogni capacità di pensare ed esprimersi”. Perché non mi hai scritto? Hai visto dalla mia lettera quanto fossi profondamente ferito, quanto offeso dal tuo comportamento.
Più di questo: hai visto tutta la tua amicizia con me presentarsi davanti ai tuoi occhi, finalmente, nella sua vera luce, e in modo inequivocabile. Spesso in passato ti avevo detto che stavi rovinando la mia vita. Ma tu ridevi sempre. Quando Edwin Levy, all’inizio della nostra amicizia, notò il modo in cui mi mettevi sempre nei guai, sopportando tutto il fastidio e le spese legate a quell’infelice incidente a Oxford – per cui aveva cercato il suo consiglio e il suo aiuto – mi avvertì per un’intera ora di non frequentarti. Ma tu risi, proprio come quando ti raccontai a Bracknell del mio lungo e significativo incontro con lui. Quando ti dissi che anche quel giovane, che in seguito si schierò al mio fianco, mi aveva più volte avvertito che saresti stata molto più pericolosa di qualsiasi altro ragazzo che avessi conosciuto, tu risi, anche se non con tanto divertimento. Quando i miei amici più saggi o meno benevoli mi avvertivano o mi lasciavano a causa della mia amicizia con te, tu ridevi con disprezzo. Hai riso in modo eccessivo quando, in occasione della prima lettera offensiva che tuo padre mi scrisse su di te, ti dissi che sapevo che sarei diventato soltanto uno strumento nelle vostre terribili discussioni. Ma tutto è andato esattamente come avevo previsto. Non avevi alcuna scusa per non capire come fossero andate le cose. Perché non mi hai scritto? Era paura? Indifferenza? Che cosa era? Il fatto che fossi indignato con te e avessi espresso il mio disprezzo era ancora più motivo per scrivere. Se pensavi che la mia lettera fosse giusta, avresti dovuto scrivermi. Se pensavi anche solo che fosse minimamente ingiusta, avresti dovuto comunque scrivermi. Ho aspettato una tua lettera. Ero sicuro che alla fine avresti capito: se l’antica affetto, l’amore che avevo sempre provato per te, i mille gesti di gentilezza che ti avevo fatto, le migliaia di ringraziamenti che mi dovevi, se tutto questo non significava nulla per te, allora almeno il dovere stesso avrebbe dovuto spingerti a scrivere. Non puoi dire che pensassi davvero che fossi obbligato ad accettare soltanto comunicazioni di natura lavorativa da parte dei membri della mia famiglia. Sapevi benissimo che ogni dodici settimane Robbie mi scriveva per raccontarmi le novità letterarie.
Niente può essere più affascinante delle sue lettere: nel loro spirito arguto, nella loro critica intelligente e mirata, nel loro tocco leggero. Sono vere lettere; sono come se una persona parlasse direttamente con me. Hanno la qualità di una conversazione intima in francese. Nei suoi modi delicati di rispetto verso di me – a volte appellandosi al mio giudizio, altre volte al mio senso dell’umorismo, ancora alle mie inclinazioni per la bellezza o alla mia cultura – lui dimostra di possedere tanto il tatto dell’amore quanto quello della letteratura. Le sue lettere sono stati i piccoli messaggeri tra me e quel meraviglioso mondo irreale dell’arte, dove un tempo ero il “re”. E avrei continuato a esserlo, se non fossi stato sedotto dal mondo imperfetto delle passioni grezze e incomplete, degli appetiti senza distinzioni, dei desideri senza limiti. Eppure, in fondo, forse avreste potuto capire – o almeno immaginare – che, anche solo per semplice curiosità psicologica, sarebbe stato molto più interessante per me ricevere una vostra lettera, piuttosto che venire a sapere che Alfred Austin stava cercando di pubblicare un volume di poesie, o che Street scriveva recensioni teatrali per il Daily Chronicle. O ancora che, da parte di qualcuno che non riesce a parlare senza balbettare, Mrs Meynell era stata definita la nuova “Sibilla del gusto”.
Ah! Se tu fossi stato in prigione – e non dico questo a causa di alcuna mia colpa, perché tale pensiero sarebbe troppo terribile da sopportare – ma a causa della tua stessa colpa, di un errore tuo, di una fede in un amico indegno, di un abbandono ai piaceri sensuali, di una fiducia mal riposta, o di un amore mal donato, o forse nemmeno di amore, o di tutte queste cose insieme, pensi davvero che ti avrei lasciato consumare il cuore nell’oscurità e nella solitudine, senza tentare in qualche modo, per quanto insignificante, di aiutarti a sopportare il peso amaro della tua disonore? Pensi davvero che non ti avrei fatto sapere che, se soffrivi tu, soffrivo anch’io; che, se piangevi, anche nei miei occhi c’erano lacrime; e che, se giacevi nella prigione dell’umiliazione e venivi disprezzato dagli uomini, io, nel mio dolore, avevo costruito per te una “casa” in cui poterti rifugiare fino al tuo arrivo, un tesoro nel quale tutto ciò che gli uomini ti avevano rifiutato sarebbe stato raccolto per la tua guarigione, mille volte aumentato,? Se una necessità amara, o una prudenza ancora più amara per me, mi avessero impedito di essere vicino a te e mi avessero privato della gioia della tua presenza, anche se vedendoti attraverso le sbarre della prigione e in un’immagine di vergogna, ti avrei scritto, in tempo o fuori tempo, nella speranza che qualche semplice frase, una singola parola, anche solo un eco dell’amore potesse raggiungerti. Se avessi rifiutato di ricevere le mie lettere, avrei comunque continuato a scrivere, affinché sapessi che c’erano sempre lettere ad aspettarti. Molti hanno fatto lo stesso con me. Ogni tre mesi qualcuno mi scrive, o propone di scrivermi. Le loro lettere vengono conservate. Me le consegneranno quando uscirò dalla prigione. So che ci sono. Conosco i nomi delle persone che me le hanno scritte. So che sono piene di compassione, affetto e gentilezza. Questo mi basta. Non ho bisogno di sapere altro. Il tuo silenzio è stato terribile. E non si è trattato solo di settimane o mesi di silenzio, ma di anni. Anni, proprio come quelli che possono contare coloro che, come te, vivono rapidamente nella felicità, e a malapena riescono ad afferrare i piedi dorati dei giorni mentre questi “danzano” via. È un silenzio senza scuse. Un silenzio senza attenuanti. Sapevo che avevi i piedi di argilla. Chi lo sapeva meglio di me? Quando scrivevo, tra le mie riflessioni, che erano proprio i piedi di argilla a rendere preziosa l’immagine d’oro, pensavo a te. Ma tu non hai creato di te stesso un’immagine d’oro con piedi di argilla. Dalla stessa polvere della strada comune, sulla quale gli zoccoli degli animali lasciano tracce fangose, hai plasmato l’immagine perfetta che dovevo ammirare. Così che, qualunque fosse il mio desiderio segreto, ora non potrei provare per te altro che disprezzo e sprezzamento, né per me stesso altro che disprezzo e sprezzamento.
E mettendo da parte tutte le altre ragioni, la tua indifferenza, la tua saggezza mondana, la tua crudeltà, la tua prudenza, qualunque nome tu voglia darle, tutto ciò è diventato per me ancora più amaro a causa delle circostanze particolari che hanno accompagnato o seguito la mia caduta.
Altri uomini sfortunati, quando vengono gettati in prigione e privati della bellezza del mondo, almeno sono in qualche misura al sicuro dai colpi più mortali e dalle minacce più terribili di questo mondo. Possono nascondersi nell’oscurità delle loro celle e trasformare proprio la propria vergogna in un rifugio. Il mondo, avendo realizzato i propri scopi, prosegue per la sua strada, lasciandoli soffrire indisturbati. Ma per me è stato diverso. Una dopo l’altra, le sofferenze sono venute a bussare alle porte della mia prigione in cerca di me. Le porte sono state aperte senza esitazione. I miei amici raramente hanno avuto il permesso di vedermi; i miei nemici, invece, hanno sempre avuto libero accesso a me. Due volte durante le mie apparizioni pubbliche in tribunale, altre due volte durante i trasferimenti da una prigione all’altra, sono stato esposto a umiliazioni indescrivibili davanti agli occhi e alle derisioni degli uomini. Il messaggero della morte mi ha portato la sua notizia e se n’è andato. In totale solitudine, isolato da tutto ciò che potesse offrirmi conforto o sollievo, ho dovuto sopportare il peso insopportabile della sofferenza e del rimorso. Il ricordo di mia madre mi ha caricato di un fardello insostenibile. Quella ferita non è mai guarita, non si è nemmeno attenuata con il passare del tempo. E poi arrivano lettere violente, amare e dure da parte di mia moglie, tramite il suo avvocato. Vengo deriso e minacciato dalla povertà. Posso sopportarlo. Posso abituarmi anche a cose peggiori. Ma i miei due figli mi sono stati portati via con procedimenti legali. Questo è, ed sarà sempre, per me una fonte di infinita angoscia, di dolore senza fine. Che la legge decida che io non sia adatto a stare con i miei stessi figli. È qualcosa di davvero orribile per me. La vergogna della prigione non è niente in confronto. Invidio gli altri uomini che camminano insieme a me nel cortile della prigione. So che i loro figli li aspettano, li cercano con ansia. Saranno una fonte di gioia per loro.
I poveri sono più saggi, più caritatevoli, più gentili e più sensibili di noi. Ai loro occhi, la prigione rappresenta una tragedia nella vita di un uomo, una sfortuna, una vittima, qualcosa che richiede compassione da parte degli altri. Parlano di chi è in prigione semplicemente come di qualcuno “in difficoltà”. È l’espressione che utilizzano sempre, e in essa c’è tutta la saggezza della amore. Per persone della nostra condizione, invece, la prigione rende un uomo un paria. Io, e persone come me, quasi non abbiamo il diritto di goderci il sole e l’aria fresca; la nostra presenza offende i piaceri degli altri, siamo indesiderati quando ricompariamo. Non possiamo nemmeno ammirare le stelle o il chiaro di luna. Ai nostri figli viene tolto tutto ciò che potrebbe legarci all’umanità. Siamo condannati alla solitudine, mentre i nostri figli continuano a vivere. Ci viene negato proprio ciò che potrebbe guarirci, portare sollievo al nostro cuore ferito e pace alla nostra anima in dolore. E a tutto questo si aggiunge il fatto doloroso che, con le vostre azioni e il vostro silenzio, con ciò che avete fatto e con ciò che non avete fatto, avete reso ogni giorno della mia lunga prigionia ancora più difficile da sopportare. Anche il pane e l’acqua della prigione sono diventati amari o salati a causa del vostro comportamento. La tristezza che avreste dovuto condividere con me è raddoppiata, il dolore che avreste dovuto alleviare si è trasformato in angoscia. Non ho dubbi che non volessiate farlo. So che non era vostra intenzione. È semplicemente a causa di quel “difetto fatale nel vostro carattere, della vostra totale mancanza di immaginazione”.
E alla fine, devo perdonarvi. Devo farlo. Non scrivo questa lettera per infondervi amarezza nel cuore, ma per liberarmene io stesso. Per il mio bene stesso, devo perdonarvi. Non si può sempre tenere un serpente nel proprio petto per nutrirsi di esso, né alzarsi ogni notte per seminare spine nel “giardino” della propria anima. Non sarà affatto difficile per me farlo, se mi aiutate un po’. Qualsiasi cosa abbiate fatto contro di me in passato, l’ho sempre perdonata volentieri. Ma a voi non è servito a nulla. Solo chi ha una vita senza macchie può perdonare i peccati. Ma ora, mentre siedo nella umiliazione e nel disonore, il mio perdono dovrebbe significare molto per voi. Un giorno lo capirete. Che sia presto o tardi, non importa. Il mio cammino è già chiaro davanti a me. Non posso permettervi di portare con voi per tutta la vita il peso di aver rovinato una persona come me. Quel pensiero potrebbe rendervi indifferenti o malinconici. Devo prendere quel peso sulle mie spalle.
Devo dire a me stesso che né tu né tuo padre, nemmeno mille volte ripetuti, avreste potuto distruggere un uomo come me: sono stato io ad autodistruggermi. E nessuno, grande o piccolo, può essere distrutto se non con le proprie mani. Sono assolutamente pronto a farlo. Sto cercando di farlo, anche se forse in questo momento tu non lo pensi. Se ho portato contro di te quest’accusa spietata, pensa quanta accusa altrettanto spietata sto portando contro me stesso. Quello che hai fatto a me era terribile, ma ciò che ho fatto a me stesso è stato ancora più terribile.
Ero un uomo che occupava una posizione simbolica rispetto all’arte e alla cultura del mio tempo. Me ne ero reso conto fin dall’inizio della mia maturità, e avevo costretto il mio secolo ad accorgersene a sua volta. Pochi uomini riescono a mantenere tale posizione durante la loro vita e a farla riconoscere. Di solito, se mai viene riconosciuta, avviene solo dallo storico o dal critico, molto tempo dopo che l’uomo stesso e il suo tempo sono scomparsi. Io invece lo sentivo io stesso, e facevo sì che anche gli altri lo percepissero. Byron era una figura simbolica. Ma le sue relazioni riguardavano la passione del suo tempo e la stanchezza di quel tempo verso la passione. Le mie relazioni, invece, riguardavano qualcosa di più nobile, più permanente, di maggior importanza vitale, di più ampio respiro.
Gli dèi mi avevano dato quasi tutto. Avevo genio, un nome illustre, una posizione sociale elevata, brillantezza, coraggio intellettuale. Ho trasformato l’arte in una forma di filosofia, e la filosofia in arte. Ho cambiato il modo di pensare delle persone e i colori delle cose. Nulla di ciò che dicevo o facevo non suscitava meraviglia nelle persone. Ho preso il dramma, la forma più oggettiva conosciuta nell’arte, e l’ho reso un mezzo espressivo altrettanto personale del lirismo o del sonetto. Allo stesso tempo ho ampliato i suoi confini e arricchito le sue caratterizzazioni. Il dramma, il romanzo, la poesia in rima, la poesia in prosa, i dialoghi sottili o fantastici. Qualunque cosa toccassi, la rendevo bella in una nuova forma di bellezza. Ho dato alla stessa verità ciò che è falso, come sua legittima parte. E ho dimostrato che il falso e il vero sono soltanto forme dell’esistenza intellettuale. Ho considerato l’arte come la realtà suprema, e la vita come una semplice forma di finzione. Ho risvegliato l’immaginazione del mio secolo, facendola creare miti e leggende intorno a me. Ho riassunto tutti i sistemi in una frase, e tutta l’esistenza in un epigramma.
Insieme a queste cose, avevo anche altre caratteristiche diverse. Mi lasciavo sedurre da lunghi periodi di piacere sensuale e senza senso; mi divertivo a comportarmi come un flâneur, un dandy, un uomo alla moda. Mi circondavo di persone meschine e menti volgari; diventai il dissipatore del mio stesso genio, e sprecare una giovinezza eterna mi procurava una strana gioia. Stanco di trovarmi sempre in alto, deliberatamente scendevo nelle profondità alla ricerca di nuove sensazioni. Quello che per me rappresentava un paradosso nel campo del pensiero, nella sfera delle passioni diventava perversità; il desiderio, in fondo, era una malattia, o una follia, o entrambe le cose. Diventai indifferente alla vita degli altri: mi divertivo dove volevo e poi andavo avanti. Dimenticai che ogni piccola azione della vita quotidiana contribuisce a formare o distruggere il carattere di una persona; dimenticai che ciò che si fa in segreto, un giorno dovrà essere rivelato apertamente. Smisi di essere padrone di me stesso; non ero più il capitano della mia anima, e non me ne rendevo conto. Vi lasciai dominarmi, permettevo a vostro padre di spaventarmi. E finii in una terribile disonore. Ora per me c’è solo una cosa: l’assoluta umiltà. Proprio come per voi. È meglio che vi abbassiate fino alla polvere e impariate questa lezione insieme a me.
Sono stato in prigione per quasi due anni; dalla mia natura è emerso un desiderio selvaggio, un abbandono al dolore così patetico da essere insopportabile. Rabbia terribile e impotente. Amarezza e disprezzo. Angoscia che si esprimeva in pianti. Miseria senza voce. Tristezza muta. Ho vissuto tutte le possibili forme di sofferenza. Meglio di Wordsworth stesso, so cosa intendesse quando scriveva:
“La sofferenza è permanente, oscura e tenebrosa. E ha la natura dell’Infinito.”
Ma sebbene ci siano stati momenti in cui gioivo all’idea che le mie sofferenze fossero infinite, non potevo sopportare che fossero prive di significato. Ora, nel profondo della mia anima, c’è qualcosa che mi dice che nulla al mondo è privo di senso. E la sofferenza meno di ogni altra cosa. Quella “cosa nascosta” nella mia natura, come un tesoro sepolto nel campo, è l’umiltà.
È l’ultima cosa che mi è rimasta, e anche la migliore: la scoperta definitiva a cui sono giunto, il punto di partenza per uno sviluppo nuovo. È emersa direttamente da me stesso, quindi so che è arrivata nel momento giusto. Non avrebbe potuto arrivare prima, né dopo. Se qualcuno me ne avesse parlato, l’avrei rifiutata; se mi fosse stata presentata, l’avrei rifiutata ugualmente. Poiché l’ho trovata da solo, voglio tenerla. Devo farlo. È l’unica cosa che contiene gli elementi della vita, di una nuova vita per me. Tra tutte le cose, è la più strana. Non si può darla via, e nessun altro può darla a uno. Non si può acquisirla, se non rinunciando a tutto ciò che si possiede. Solo quando si è perso tutto, si sa di possederla.
Ora che mi rendo conto che è dentro di me, vedo molto chiaramente cosa devo fare. E quando uso una frase del genere, non c’è bisogno che vi dica che non alludo a alcuna sanzione o comando esterno. Non ne riconosco nessuno. Sono ancora più individualista di prima. Niente ha il minimo valore, se non ciò che si ottiene da sé stessi. La mia natura cerca un nuovo modo per realizzarsi. È l’unica cosa a cui penso. E la prima cosa da fare è liberarmi da ogni possibile amarezza nei vostri confronti.
Sono completamente senza soldi, e assolutamente senza casa. Tuttavia, nel mondo ci sono cose peggiori di queste. Vi dico francamente che, piuttosto che uscire da questa “prigione” con rancore verso di voi o verso il mondo, preferirei chiedere l’elemosina porta a porta. Se non ottenessi nulla dalla casa dei ricchi, ne otterrei qualcosa dalla casa dei poveri. Chi ha molto spesso è avido; chi ha poco sempre condivide. Non mi dispiacerebbe affatto dormire sull’erba fresca in estate, o ripararmi dal freddo invernale sotto un tetto di paglia, purché nel mio cuore ci fosse amore. Ora le cose esterne della vita non hanno alcuna importanza per me. Potete vedere a quale intensità di individualismo sono arrivato. O meglio, sto ancora arrivandoci. Poiché il viaggio è lungo, e “dove cammino ci sono spine”.
Certo che so che chiedere l’elemosina sull’autostrada non è il mio destino, e che se mai mi sdraierò sull’erba fresca di notte, sarà per scrivere sonetti alla Luna. Quando uscirò dalla prigione, Robbie mi aspetterà dall’altra parte di quel grande cancello chiodato di ferro; lui rappresenta non solo il suo affetto, ma anche quello di molte altre persone. Credo di avere abbastanza per vivere almeno diciotto mesi. Quindi, anche se non potrò scrivere libri bellissimi, almeno potrò leggerli. E quale gioia potrebbe essere maggiore di questa? Dopo, spero di riuscire a ripristinare la mia capacità creativa. Ma se le cose fossero diverse. Se non avessi più un amico al mondo. Se non ci fosse nemmeno una casa disposta ad accogliermi per pietà. Anche in quel caso, purché fossi libero da rancore, durezza e disprezzo, potrei affrontare la vita con molta più calma e fiducia di quanto farei se il mio corpo fosse vestito di seta purpurea e il mio spirito colmo d’odio. E davvero non avrei alcuna difficoltà a perdonarti. Ma perché questo perdono diventi una vera gioia per me, devi sentire davvero il desiderio di farlo. Quando lo vorrai veramente, scoprirai che è lì ad aspettarti.
Non c’è bisogno di dire che il mio compito non finisce qui. Sarebbe relativamente facile se fosse così. Ma ho ancora molta strada da percorrere. Devo superare ostacoli molto più difficili. E devo tirar fuori tutto ciò che ho dentro di me. Né la Religione, né la Moralità, né la Ragione possono aiutarmi in questo.
La Moralità non mi aiuta affatto. Sono nato un antinomista. Sono uno di quelli fatti per fare eccezioni, non per seguire regole. Ma anche se so che non c’è nulla di sbagliato in ciò che faccio, so anche che c’è qualcosa di sbagliato in ciò che divento. È stato molto utile imparare questa verità.
La religione non mi aiuta. La fede che gli altri nutrono in ciò che è invisibile, io la rivolgo verso ciò che si può toccare e vedere con i propri occhi. I miei dèi abitano nei templi costruiti dall’uomo; entro il cerchio dell’esperienza concreta si trova la mia credenza, perfetta e completa. Forse troppo completa: proprio come molti, o forse tutti coloro che hanno posto il loro “Cielo” in questa terra, anch’io ho trovato in essa non solo la bellezza del Cielo, ma anche l’orrore dell’Inferno. Quando penso alla religione, provo il desiderio di fondare un ordine per coloro che non possono credere. Potremmo chiamarlo “La Confraternita di coloro che non hanno padre”: in un altare su cui non brucia alcuna candela, un sacerdote nel cui cuore non c’è pace potrebbe celebrare con pane non benedetto e un calice vuoto di vino. Tutto ciò che deve essere vero deve diventare una forma di religione. Anche l’agnosticismo dovrebbe avere il suo rituale, proprio come la fede: ha già prodotto i suoi martiri; ora dovrebbe raccogliere i suoi santi e lodare ogni giorno Dio per aver nascosto se stesso dall’uomo. Ma che si tratti di )fede o di agnosticismo, entrambi devono essere qualcosa che appartiene interamente a me. I loro simboli devono essere frutto della mia stessa creazione. Solo ciò che dà vita a una forma propria è veramente spirituale. Se non riesco a scoprire il suo segreto dentro di me, non lo troverò mai. Se non l’ho già posseduto, non arriverà mai da me. La ragione non mi aiuta: mi dice che le leggi secondo cui sono stato giudicato sono ingiuste e sbagliate, che il sistema sotto cui ho sofferto è ingiusto e distorto. Ma in qualche modo devo rendere tutto ciò giusto e appropriato per me. Proprio come nell’arte si considera soltanto ciò che un oggetto rappresenta in un determinato momento per una persona, allo stesso modo anche nell’evoluzione morale del proprio carattere bisogna trasformare tutto ciò che ci è accaduto in qualcosa di positivo. Il letto di legno, il cibo disgustoso, le corde dure che si spezzano fino a far intorpidire le dita dal dolore, i compiti umili con cui ogni giorno inizia e finisce la giornata, gli ordini severi che la routine sembra imporre, l’abito orribile che rende il dolore qualcosa di grottesco da vedere. Tutto ciò deve essere trasformato in un’esperienza spirituale. Non esiste alcuna umiliazione del -corpo che non possa essere trasformata in qualcosa di positivo per l’anima.
Voglio arrivare al punto in cui potrò dire, in modo semplice e senza affettazione, che i due grandi momenti decisivi della mia vita sono stati quando mio padre mi mandò a Oxford e quando la società mi mandò in prigione. Non dirò che sia stata la cosa migliore che potesse accadermi, perché tale affermazione suonerebbe troppo amara nei miei confronti. Preferirei dire, o sentirmi dire, che ero un esempio tipico di bambino della mia età: nella mia perversità, e proprio per quella perversità, trasformavo le cose buone della mia vita in cose cattive, e quelle cattive in cose buone. Tuttavia, ciò che io stesso o altri dicono ha poco importanza. L’unica cosa che conta, ciò che mi attende, ciò che devo fare nel breve resto dei miei giorni, come persona menomata, segnata e incompleta, è assorbire in me tutto ciò che mi è stato fatto, farne parte di me stesso, accettarlo senza lamentele, senza paura né riluttanza. Il vizio supremo è la superficialità. Quello che viene realizzato è giusto. Quando fui messo in prigione per la prima volta, alcune persone mi consigliarono di cercare di dimenticare chi fossi. Fu un consiglio disastroso. Solo rendendomi conto di ciò che sono, ho trovato un po’ di conforto. Ora, al mio rilascio, altre persone mi suggeriscono di dimenticare del tutto di essere stato in prigione. So che sarebbe altrettanto fatale: significherebbe che sarei perseguitato per sempre da un insopportabile senso di vergogna, e che cose che riguardano tutti noi – la bellezza del sole e della luna, lo spettacolo delle stagioni, la musica dell’alba e il silenzio delle notti, la pioggia che cade tra le foglie, o il rugiada che rende l’erba argentea – diventerebbero per me contaminate, perdendo il loro potere curativo e di trasmettere gioia. Rifiutare le proprie esperienze significa arrestare lo sviluppo personale; negare le proprie esperienze significa mettere una menzogna sulle labbra della propria vita. È come negare l’esistenza dell’Anima. Proprio come il -corpo assorbe ogni sorta di cose – quelle comuni e impure tanto quanto quelle purificate dal sacerdote o da una visione – e le trasforma in velocità, forza, bellezza muscolare, curve e colori del corpo: anche l’Anima ha le sue funzioni nutritive e può trasformare ciò che in sé è vile, crudele e degradante in nobili pensieri e passioni di grande valore; anzi, spesso riesce a manifestarsi al meglio proprio attraverso ciò che era destinato a profanarla o distruggerla.
Il fatto che io sia stato un prigioniero comune in una prigione comune devo accettarlo francamente; e, per quanto possa sembrarvi strano, una delle cose che dovrò imparare è proprio a non vergognarmene. Devo considerarlo una punizione, e se uno si vergogna di essere stato punito, allora tanto vale non essere mai stati puniti affatto. Certo, ci sono molte cose per cui sono stato condannato che in realtà non avevo commesso; ma ci sono anche molte altre cose che ho effettivamente compiuto, e un numero ancora maggiore di azioni nella mia vita per le quali non sono mai stato accusato. E riguardo a quanto ho detto in questa lettera, ovvero che gli dèi sono strani e ci puniscono sia per le cose buone e umane che per quelle cattive e perverse che possediamo, devo accettare il fatto che si venga puniti tanto per il bene quanto per il male che si compie. Non ho alcun dubbio che sia giusto così. Riconoscere entrambi questi aspetti ci aiuta, o dovrebbe aiutarci, a non essere troppo presuntuosi né in un caso né nell’altro. E se non mi vergognerò della mia punizione – come spero sinceramente – sarò in grado di pensare, camminare e vivere con libertà.
Molti uomini, al momento del loro rilascio, portano con sé il “carico” della prigione nella loro vita quotidiana; lo nascondono nel profondo del loro cuore come un segreto vergognoso, e alla fine, come povere creature avvelenate, si rifugiano in qualche angolo buio per morire. È davvero triste che debbano farlo, ed è sbagliato, terribilmente sbagliato, da parte della società costringerli a farlo. La società si attribuisce il diritto di infliggere punizioni atroci agli individui, ma possiede anche il vizio supremo della superficialità: non riesce mai a rendersi conto di ciò che ha fatto. Quando la punizione di un uomo finisce, la società lo abbandona. Cioè lo abbandona proprio nel momento in cui dovrebbe assumersi le sue responsabilità verso di lui. La società si vergogna davvero delle proprie azioni e evita coloro che ha punito, proprio come le persone evitano un creditore il cui debito non possono pagare, o qualcuno a cui hanno inflitto un torto irreparabile. Io sostengo che, se io comprendo ciò che ho sofferto, anche la società dovrebbe rendersi conto di ciò che mi ha fatto. E che non dovrebbe esserci né amarezza né odio da nessuna delle due parti.
Certo che so che, da un certo punto di vista, le cose saranno più difficili per me che per gli altri; è proprio per la natura stessa della situazione che deve essere così. Quei poveri ladri e reietti che sono imprigionati qui con me sono, in molti sensi, più fortunati di me. Il piccolo sentiero grigio nella città o nel campo verde dove è avvenuto il loro peccato è molto breve: per trovarli, basta andare solo la distanza che un uccello potrebbe volare tra l’alba e il giorno; ma per me “il mondo si è ridotto a una spanna di mano”, e ovunque mi giri, il mio nome è scritto sulle rocce con il piombo. Perché io non sono passato dall’oscurità alla momentanea notorietà del crimine, ma da una sorta di “eternità” della fama a una sorta di “eternità” dell’infamia. E a volte mi sembra di aver dimostrato, se davvero era necessario farlo, che tra i famosi e gli infami c’è soltanto un passo, anche se forse non più di uno.
Tuttavia, proprio perché le persone mi riconosceranno ovunque vada e conosceranno tutto della mia vita, comprese le sue follie, posso intravedere qualcosa di positivo in questo. Questo mi costringerà ad affermarmi nuovamente come artista, il prima possibile. Se riesco a creare un’altra opera d’arte bella, sarò in grado di privare l’odio del suo veleno e la codardia del suo disprezzo, e di strappare radici alla lingua dello sprezzo stesso. E se la vita è, come sicuramente è, un problema per me, allora anch’io sono un problema per la Vita. Le persone devono assumere un certo atteggiamento nei miei confronti, e così giudicare sia se stesse che me. Non sto parlando di individui specifici: le uniche persone con cui vorrei stare ora sono gli artisti e coloro che hanno sofferto; quelli che sanno cos’è la Bellezza e quelli che sanno cos’è il Dolore. Nessun altro mi interessa. Non sto nemmeno facendo alcuna richiesta alla Vita. In tutto ciò che ho detto, mi preoccupo semplicemente del mio atteggiamento mentale verso la vita nel suo complesso: e sento che non vergognarsi di essere stati puniti sia uno dei primi obiettivi che devo raggiungere, per il bene della mia stessa perfezione, e perché sono così imperfetto.
Allora devo imparare a essere felice. Un tempo lo sapevo, o pensavo di saperlo, per istinto. Nel mio cuore c’era sempre la primavera; il mio temperamento era simile alla gioia. Riempivo la mia vita di piacere, proprio come si riempie una coppa fino all’orlo di vino. Ora, però, affronto la vita da un punto di vista completamente nuovo. E persino concepire la felicità mi risulta spesso estremamente difficile. Ricordo che durante il mio primo semestre a Oxford lessi nel libro del Pater, quel testo del Rinascimento che ha avuto un’influenza così strana sulla mia vita. In quel libro, Dante colloca tra i peggiori dell’Inferno coloro che vivono volontariamente nella tristezza. Andai quindi in biblioteca e trovai quella parte della “Divina Commedia” in cui, sotto le paludi desolate, sono descritti coloro che “sono cupi nell’aria dolce”, e che per sempre esclamano con i loro sospiri:
“Tristi fummo, ”
Nell’aria dolce che si rallegra al sole.
Sapevo che la chiesa condannava l’accidia, ma tutta quell’idea mi sembrava davvero fantastica; era il tipo di peccato che, immaginavo, un prete che non conoscesse affatto la vita reale avrebbe inventato. Non riuscivo nemmeno a capire come Dante, che diceva che “il dolore ci riunisce a Dio”, potesse essere stato così severo verso coloro che erano innamorati della melancolia, se mai ne esistessero davvero. Non avrei mai immaginato che un giorno questa sarebbe diventata una delle più grandi tentazioni della mia vita.
Mentre ero nella prigione di Wandsworth, desideravo morire. Era il mio unico -desiderio. Quando, dopo due mesi in infermeria, fui trasferito qui e mi resi conto che la mia salute fisica stava migliorando gradualmente, provai una rabbia profonda. Decisi di compiere l’suicidio proprio il giorno in cui avrei lasciato la prigione. Dopo un po’, quell’umore negativo svanì e decisi di vivere, ma di portare sempre con me la tristezza, come un -Re indossa il viola: di non sorridere mai più; di trasformare ogni casa in cui entravo in una casa di lutto; di far camminare i miei amici lentamente, nella tristezza, insegnando loro che la melancolia è il vero segreto della vita, di ferirli con una tristezza estranea, di rovinarli con il mio stesso dolore. Ora però provo sentimenti molto diversi. Ritenerei ingratitudine e crudeltà mantenere un’espressione così cupa, tanto che i miei amici, venendomi a trovare, dovessero assumere un’aria ancora più triste per mostrarmi la loro solidarietà, o, se volessi intrattenerli, invitarli a sedersi in silenzio davanti a erbe amare e carne arrostita per i funerali. Devo imparare ad essere allegro e felice.
Nelle ultime due occasioni in cui mi è stato permesso vedere i miei amici qui, ho cercato di essere il più possibile gioioso, mostrando loro la mia felicità come un piccolo ringraziamento per il disturbo che si erano presi venendo fin dalla città per vedermi. So che è solo un piccolo ringraziamento, ma sono certo che sia proprio questo ciò che li rende più felici. Sabato scorso ho visto Robbie per un’ora e ho cercato di esprimere al massimo la gioia che provavo nel rivederlo. E il fatto che, secondo le idee e i progetti che sto costruendo qui dentro, ora per la prima volta da quando sono stato imprigionato abbia davvero il desiderio di vivere, dimostra che ho ragione.
Ho ancora così tanto da fare. Che sarebbe una terribile tragedia se morissi senza aver avuto la possibilità di realizzare anche solo una piccola parte di tutto ciò. Vedo nuovi sviluppi nell’Arte e nella Vita, ognuno dei quali rappresenta un nuovo modo di perfezionarsi. Desidero vivere per esplorare questo mondo che, per me, è davvero nuovo. Vuoi sapere di cosa si tratta? Penso che tu possa indovinare. Si tratta del mondo in cui ho sempre vissuto.
Pertanto, il dolore e tutto ciò che ci insegna rappresentano il mio nuovo mondo. Prima vivevo esclusivamente per il piacere; evitavo ogni tipo di dolore e sofferenza. Li odiavo entrambi e decisi di ignorarli il più possibile, considerandoli semplicemente forme di imperfezione. Non facevano parte del mio modo di vivere, né avevano alcun posto nella mia filosofia. Mia madre, che conosceva la vita nel suo insieme, mi citava spesso le parole di Goethe – scritte da Carlyle in un libro che le aveva regalato anni prima – e credo che anche lui stesso ne avesse tradotto il testo.
Who never ate his bread in sorrow, Who never spent the midnight hours Weeping and waiting for the morrow, He knows you not, ye Heavenly Powers. They were the lines that noble Queen of Prussia, whom Napoleon treated with such coarse brutality, used to quote in her humiliation and exile: they were lines my mother often quoted in the troubles of her later life: I absolutely declined to accept or admit the enormous truth hidden in them. I could not understand it. I remember quite well how I used to tell her that I did not want to eat my bread in sorrow, or to pass any night weeping and watching for a more bitter dawn. I had no idea that it was one of the special things that the Fates had in store for me; that for a whole year of my life, indeed, I was to do little else. But so has my portion been meted out to me; and during the last few months I have, after terrible struggles and difficulties, been able to comprehend some of the lessons hidden in the heart of pain. Clergymen, and people who use phrases without wisdom, sometimes talk of suffering as a mystery. It is really a revelation. One discerns things that one never discerned before. One approaches the whole of history from a different standpoint. What one had felt dimly through instinct, about Art, is intellectually and emotionally realised with perfect clearness of vision and absolute intensity of apprehension. I now see that sorrow, being the supreme emotion of which man is capable, is at once the type and test of all great Art. What the artist is always looking for is that mode of existence in which soul and body are one and indivisible: in which the outward is expressive of the inward: in which Form reveals. Of such modes of existence there are not a few: youth and the arts preoccupied with youth may serve as a model for us at one moment: at another, we may like to think that, in its subtlety and sensitiveness of impression, its suggestion of a spirit dwelling in external things and making its raiment of earth and air, of mist and city alike, and in the morbid sympathy of its moods, and tones and colours, modern landscape art is realising for us pictorially what was realised in such plastic perfection by the Greeks. Music, in which all subject is absorbed in expression and cannot be separated from it, is a complex example, and a flower or a child a simple example of what I mean: but Sorrow is the ultimate type both in Life and Art. Behind Joy and Laughter there may be a temperament, coarse, hard and callous. But behind Sorrow there is always Sorrow. Pain, unlike Pleasure, wears no mask. Truth in Art is not any correspondence between the essential idea and the accidental existence; it is not the resemblance of shape to shadow, or of the form mirrored in the crystal to the form itself: it is no Echo coming from a hollow hill, any more than it is the well of silver water in the valley that shows the Moon to the Moon and Narcissus to Narcissus. Truth in Art is the unity of a thing with itself: the outward rendered expressive of the inward: the soul made incarnate: the body instinct with spirit. For this reason there is no truth comparable to Sorrow. There are times when Sorrow seems to me to be the only truth. Other things may be illusions of the eye or the appetite, made to blind the one and cloy the other, but out of Sorrow have the worlds been built, and at the birth of a child or a star there is pain. More than this, there is about Sorrow an intense, an extraordinary reality. I have said of myself that I was one who stood in symbolic relations to the art and culture of my age. There is not a single wretched man in this wretched place along with me who does not stand in symbolic relations to the very secret of life. For the secret of life is suffering. It is what is hidden behind everything. When we begin to live, what is sweet is so sweet to us, and what is bitter so bitter, that we inevitably direct all our desires towards pleasure, and seek not merely for ‘a month or twain to feed on honeycomb,’ but for all our years to taste no other food, ignorant the while that we may be really starving the soul. I remember talking once on this subject to one of the most beautiful personalities I have ever known: a woman, whose sympathy and noble kindness to me both before and since the tragedy of my imprisonment have been beyond power of description: one who has really assisted me, though she does not know it, to bear the burden of my troubles more than anyone else in the whole world has: and all through the mere fact of her existence: through her being what she is, partly an ideal and partly an influence, a suggestion of what one might become, as well as a real help towards becoming it, a soul that renders the common air sweet, and makes what is spiritual seem as simple and natural as sunlight or the sea, one for whom Beauty and Sorrow walk hand in hand and have the same message. On the occasion of which I am thinking I recall distinctly how I said to her that there was enough suffering in one narrow London lane to show that God did not love man, and that wherever there was any sorrow, though but that of a child in some little garden weeping over a fault that it had or had not committed, the whole face of creation was completely marred. I was entirely wrong. She told me so, but I could not believe her. I was not in the sphere in which such belief was to be attained to. Now it seems to me that Love of some kind is the only possible explanation of the extraordinary amount of suffering that there is in the world. I cannot conceive any other explanation. I am convinced that there is no other, and that if the worlds have indeed, as I have said, been built out of Sorrow, it has been by the hands of Love, because in no other way could the Soul of man for whom the worlds are made reach the full stature of its perfection. Pleasure for the beautiful body, but Pain for the beautiful Soul. When I say that I am convinced of these things I speak with too much pride. Far off, like a perfect pearl, one can see the city of God. It is so wonderful that it seems as if a child could reach it in a summer’s day. And so a child could. But with me and such as I am it is different. One can realise a thing in a single moment, but one loses it in the long hours that follow with leaden feet. It is so difficult to keep ‘heights that the soul is competent to gain.’ We think in Eternity, but we move slowly through Time: and how slowly time goes with us who lie in prison I need not speak again, nor of the weariness and despair that creep back into one’s cell, and into the cell of one’s heart, with such strange insistence that one has, as it were, to garnish and sweep one’s house for their coming, as for an unwelcome guest, or a bitter master, or a slave whose slave it is one’s chance or choice to be. And, though at present you may find it a thing hard to believe, it is true none the less that for you, living in freedom and idleness and comfort, it is more easy to learn the lessons of Humility than it is for me, who begin the day by going down on my knees and washing the floor of my cell. For prison-life, with its endless privations and restrictions, makes one rebellious. The most terrible thing about it is not that it breaks one’s heart – hearts are made to be broken – but that it turns one’s heart to stone. One sometimes feels that it is only with a front of brass and a lip of scorn that one can get through the day at all. And he who is in a state of rebellion cannot receive grace, to use the phrase of which the Church is so fond – so rightly fond, I dare say – for in life, as in Art, the mood of rebellion closes up the channels of the soul, and shuts out the airs of heaven. Yet I must learn these lessons here, if I am to learn them anywhere, and must be filled with joy if my feet are on the right road, and my face set towards the ‘gate which is called Beautiful,’ though I may fall many times in the mire, and often in the mist go astray. This new life, as through my love of Dante I like sometimes to call it, is, of course, no new life at all, but simply the continuance, by means of development, and evolution, of my former life. I remember when I was at Oxford saying to one of my friends – as we were strolling round Magdalen’s narrow bird-haunted walks one morning in the June before I took my degree – that I wanted to eat of the fruit of all the trees in the garden of the world, and that I was going out into the world with that passion in my soul. And so, indeed, I went out, and so I lived. My only mistake was that I confined myself so exclusively to the trees of what seemed to me the sungilt side of the garden, and shunned the other side for its shadow and its gloom. Failure, disgrace, poverty, sorrow, despair, suffering, tears even, the broken words that come from the lips of pain, remorse that makes one walk in thorns, conscience that condemns, self-abasement that punishes, the misery that puts ashes on its head, the anguish that chooses sackcloth for its raiment and into its own drink puts gall – all these were things of which I was afraid. And as I had determined to know nothing of them, I was forced to taste each one of them in turn, to feed on them, to have for a season, indeed, no other food at all. I don’t regret for a single moment having lived for pleasure. I did it to the full, as one should do everything that one does to the full. There was no pleasure I did not experience. I threw the pearl of my soul into a cup of wine. I went down the primrose path to the sound of flutes. I lived on honeycomb. But to have continued the same life would have been wrong because it would have been limiting. I had to pass on. The other half of the garden had its secrets for me also. Of course all this is foreshadowed and prefigured in my art. Some of it is in ‘The Happy Prince’: some of it in ‘The Young King,’ notably in the passage where the Bishop says to the kneeling boy, ‘Is not He who made misery wiser than thou art?’ a phrase which when I wrote it seemed to me little more than a phrase: a great deal of it is hidden away in the note of Doom that like a purple thread runs through the gold cloth of Dorian Gray: in ‘The Critic as Artist’ it is set forth in many colours: in The Soul of Man it is written down simply and in letters too easy to read: it is one of the refrains whose recurring motifs make Salomé so like a piece of music and bind it together as a ballad: in the prose-poem of the man who from the bronze of the image of the ‘Sorrow that abideth for Ever’ it is incarnate. It could not have been otherwise. At every single moment of one’s life one is what one is going to be no less than what one has been. Art is a symbol, because man is a symbol. It is, if I can fully attain to it, the ultimate realisation of the artistic life. For the artistic life is simple self-development. Humility in the artist is his frank acceptance of all experiences, just as Love in the artist is simply that sense of Beauty that reveals to the world its body and its soul. In Marius the Epicurean Pater seeks to reconcile the artistic life with the life of religion in the deep, sweet and austere sense of the word. But Marius is little more than a spectator: an ideal spectator indeed, and one to whom it is given ‘to contemplate the spectacle of life with appropriate emotions,’ which Wordsworth defines as the poet’s true aim: yet a spectator merely, and perhaps a little too much occupied with the comeliness of the vessels of the Sanctuary to notice that it is the Sanctuary of Sorrow that he is gazing at. I see a far more intimate and immediate connection between the true life of Christ and the true life of the artist, and I take a keen pleasure in the reflection that long before Sorrow had made my days her own and bound me to her wheel I had written in The Soul of Man that he who would lead a Christlike life must be entirely and absolutely himself, and had taken as my types not merely the shepherd on the hillside and the prisoner in his cell but also the painter to whom the world is a pageant and the poet for whom the world is a song. I remember saying once to André Gide, as we sat together in some Paris café, that while Metaphysics had but little real interest for me, and Morality absolutely none, there was nothing that either Plato or Christ had said that could not be transferred immediately into the sphere of Art, and there find its complete fulfilment. It was a generalisation as profound as it was novel. Nor is it merely that we can discern in Christ that close union of personality with perfection which forms the real distinction between classical and romantic Art and makes Christ the true precursor of the romantic movement in life, but the very basis of his nature was the same as that of the nature of the artist, an intense and flamelike imagination. He realised in the entire sphere of human relations that imaginative sympathy which in the sphere of Art is the sole secret of creation. He understood the leprosy of the leper, the darkness of the blind, the fierce misery of those who live for pleasure, the strange poverty of the rich. You can see now – can you not? – that when you wrote to me in my trouble, ‘When you are not on your pedestal you are not interesting. The next time you are ill I will go away at once,’ you were as remote from the true temper of the artist as you were from what Matthew Arnold calls ‘the secret of Jesus.’ Either would have taught you that whatever happens to another happens to oneself, and if you want an inscription to read at dawn and at night-time and for pleasure or for pain, write up on the wall of your house in letters for the sun to gild and the moon to silver ‘Whatever happens to another happens to oneself,’ and should anyone ask you what such an inscription can possibly mean you can answer that it means ‘Lord Christ’s heart and Shakespeare’s brain.’ Christ’s place indeed is with the poets. His whole conception of Humanity sprang right out of the imagination and can only be realised by it. What God was to the Pantheist, man was to him. He was the first to conceive the divided races as a unity. Before his time there had been gods and men. He alone saw that on the hills of life there were but God and Man, and, feeling through the mysticism of sympathy that in himself each had been made incarnate, he calls himself the Son of the One or the son of the other, according to his mood. More than anyone else in history he wakes in us that temper of wonder to which Romance always appeals. There is still something to me almost incredible in the idea of a young Galilean peasant imagining that he could bear on his own shoulders the burden of the entire world: all that had been already done and suffered, and all that was yet to be done and suffered: the sins of Nero, of Caesar Borgia, of Alexander VI., and of him who was Emperor of Rome and Priest of the Sun: the sufferings of those whose name is Legion and whose dwelling is among the tombs, oppressed nationalities, factory children, thieves, people in prison, outcasts, those who are dumb under oppression and whose silence is heard only of God: and not merely imagining this but actually achieving it, so that at the present moment all who come in contact with his personality, even though they may neither bow to his altar nor kneel before his priest, yet somehow find that the ugliness of their sins is taken away and the beauty of their sorrow revealed to them. I have said of him that he ranks with the poets. That is true. Shelley and Sophocles are of his company. But his entire life also is the most wonderful of poems. For ‘pity and terror’ there is nothing in the entire cycle of Greek Tragedy to touch it. The absolute purity of the protagonist raises the entire scheme to a height of romantic art from which the sufferings of ‘Thebes and Pelops’ line’ are by their very horror excluded, and shows how wrong Aristotle was when he said in his treatise on the Drama that it would be impossible to bear the spectacle of one blameless in pain. Nor in Aeschylus nor Dante, those stern masters of tenderness, in Shakespeare, the most purely human of all the great artists, in the whole of Celtic myth and legend where the loveliness of the world is shown through a mist of tears, and the life of a man is no more than the life of a flower, is there anything that for sheer simplicity of pathos wedded and made one with sublimity of tragic effect can be said to equal or approach even the last act of Christ’s Passion. The little supper with his companions, one of whom had already sold him for a price: the anguish in the quiet moonlit olive-garden: the false friend coming close to him so as to betray him with a kiss: the friend who still believed in him and on whom as on a rock he had hoped to build a House of Refuge for Man denying him as the bird cried to the dawn: his own utter loneliness, his submission, his acceptance of everything: and along with it all such scenes as the high priest of Orthodoxy rending his raiment in wrath, and the Magistrate of Civil Justice calling for water in the vain hope of cleansing himself of that stain of innocent blood that makes him the scarlet figure of History: the coronation-ceremony of Sorrow, one of the most wonderful things in the whole of recorded time: the crucifixion of the Innocent One before the eyes of his mother and of the disciple whom he loved: the soldiers gambling and throwing dice for his clothes: the terrible death by which he gave the world its most eternal symbol: and his final burial in the tomb of the rich man, his body swathed in Egyptian linen with costly spices and perfumes as though he had been a King’s son – when one contemplates all this from the point of view of Art alone one cannot but be grateful that the supreme office of the Church should be the playing of the tragedy without the shedding of blood, the mystical presentation by means of dialogue and costume and gesture even of the Passion of her Lord, and it is always a source of pleasure and awe to me to remember that the ultimate survival of the Greek Chorus, lost elsewhere to art, is to be found in the servitor answering the priest at Mass. Yet the whole life of Christ – so entirely may Sorrow and Beauty be made one in their meaning and manifestation – is really an idyll, though it ends with the veil of the temple being rent, and the darkness coming over the face of the earth, and the stone rolled to the door of the sepulchre. One always thinks of him as a young bridegroom with his companions, as indeed he somewhere describes himself, or as a shepherd straying through a valley with his sheep in search of green meadow or cool stream, or as a singer trying to build out of music the walls of the city of God, or as a lover for whose love the whole world was too small. His miracles seem to me as exquisite as the coming of Spring, and quite as natural. I see no difficulty at all in believing that such was the charm of his personality that his mere presence could bring peace to souls in anguish, and that those who touched his garments or his hands forgot their pain: or that as he passed by on the highway of life people who had seen nothing of life’s mysteries saw them clearly, and others who had been deaf to every voice but that of Pleasure heard for the first time the voice of Love and found it as ‘musical as is Apollo’s lute’: or that evil passions fled at his approach, and men whose dull unimaginative lives had been but a mode of death rose as it were from the grave when he called them: or that when he taught on the hillside the multitude forgot their hunger and thirst and the cares of this world, and that to his friends who listened to him as he sat at meat the coarse food seemed delicate, and the water had the taste of good wine, and the whole house became full of the odour and sweetness of nard. Renan in his Vie de Jésus – that gracious Fifth Gospel, the Gospel according to St Thomas one might call it – says somewhere that Christ’s great achievement was that he made himself as much loved after his death as he had been during his lifetime. And certainly, if his place is among the poets, he is the leader of all the lovers. He saw that love was that lost secret of the world for which the wise men had been looking, and that it was only through love that one could approach either the heart of the leper or the Feet of God. And, above all, Christ is the most supreme of Individualists. Humility, like the artistic acceptance of all experiences, is merely a mode of manifestation. It is man’s soul that Christ is always looking for. He calls it ‘God’s Kingdom’ – a basilaia tou theo – and finds it in everyone. He compares it to little things, to a tiny seed, to a handful of leaven, to a pearl. That is because one only realises one’s soul by getting rid of all alien passions, all acquired culture, and all external possessions be they good or evil. I bore up against everything with some stubbornness of will and much rebellion of nature till I had absolutely nothing left in the world but Cyril. I had lost my name, my position, my happiness, my freedom, my wealth. I was a prisoner and a pauper. But I had still one beautiful thing left, my own eldest son. Suddenly he was taken away from me by the law. It was a blow so appalling that I did not know what to do, so I flung myself on my knees, and bowed my head, and wept and said ‘The body of a child is as the body of the Lord: I am not worthy of either.’ That moment seemed to save me. I saw then that the only thing for me was to accept everything. Since then – curious as it will no doubt sound to you – I have been happier. It was of course my soul in its ultimate essence that I had reached. In many ways I had been its enemy, but I found it waiting for me as a friend. When one comes in contact with the soul it makes one simple as a child, as Christ said one should be. It is tragic how few people ever ‘possess their souls’ before they die. ‘Nothing is more rare in any man,’ says Emerson, ‘than an act of his own.’ It is quite true. Most people are other people. Their thoughts are someone else’s opinions, their life a mimicry, their passions a quotation. Christ was not merely the supreme Individualist, but he was the first in History. People have tried to make him out an ordinary Philanthropist, like the dreadful philanthropists of the nineteenth century, or ranked him as an Altruist with the unscientific and sentimental. But he was really neither one nor the other. Pity he has, of course, for the poor, for those who are shut up in prisons, for the lowly, for the wretched, but he has far more pity for the rich, for the hard Hedonists, for those who waste their freedom in becoming slaves to things, for those who wear soft raiment and live in Kings’ houses. Riches and Pleasure seemed to him to be really greater tragedies than Poverty and Sorrow. And as for Altruism, who knew better than he that it is vocation not volition that determines us, and that one cannot gather grapes off thorns or figs from thistles? To live for others as a definite self-conscious aim was not his creed. It was not the basis of his creed. When he says ‘Forgive your enemies,’ it is not for the sake of the enemy but for one’s own sake that he says so, and because Love is more beautiful than Hate. In his entreaty to the young man whom when he looked on he loved, ‘Sell all that thou hast and give it to the poor,’ it is not of the state of the poor that he is thinking but of the soul of the young man, the lovely soul that wealth was marring. In his view of life he is one with the artist who knows that by the inevitable law of self-perfection the poet must sing, and the sculptor think in bronze, and the painter make the world a mirror for his moods, as surely and as certainly as the hawthorn must blossom in Spring, and the corn burn to gold at harvest-time, and the Moon in her ordered wanderings change from shield to sickle, and from sickle to shield. But while Christ did not say to men, ‘Live for others,’ he pointed out that there was no difference at all between the lives of others and one’s own life. By this means he gave to man an extended, a Titan personality. Since his coming the history of each separate individual is, or can be made, the history of the world. Of course Culture has intensified the personality of man. Art has made us myriad-minded. Those who have the artistic temperament go into exile with Dante and learn how salt is the bread of others and how steep their stairs: they catch for a moment the serenity and calm of Goethe, and yet know but too well why Baudelaire cried to God: O Seigneur, donnez-moi la force et le courage De contempler mon corps et mon coeur sans dégoût.1 Out of Shakespeare’s sonnets they draw, to their own hurt it may be, the secret of his love and make it their own: they look with new eyes on modern life because they have listened to one of Chopin’s nocturnes, or handled Greek things, or read the story of the passion of some dead man for some dead woman whose hair was like threads of fine gold and whose mouth was as a pomegranate. But the sympathy of the artistic temperament is necessarily with what has found expression. In words or in colour, in music or in marble, behind the painted masks of an AEschylean play or through some Sicilian shepherd’s pierced and jointed reeds the man and his message must have been revealed. To the artist, expression is the only mode under which he can conceive life at all. To him what is dumb is dead. But to Christ it was not so. With a width and wonder of imagination, that fills one almost with awe, he took the entire world of the inarticulate, the voiceless world of pain, as his kingdom, and made of himself its eternal mouthpiece. Those of whom I have spoken, who are dumb under oppression and ‘whose silence is heard only of God,’ he chose as his brothers. He sought to become eyes to the blind, ears to the deaf, and a cry on the lips of those whose tongue had been tied. His desire was to be to the myriads who had found no utterance a very trumpet through which they might call to Heaven. And feeling, with the artistic nature of one to whom Sorrow and Suffering were modes through which he could realise his conception of the Beautiful, that an idea is of no value till it becomes incarnate and is made an image, he makes of himself the image of the Man of Sorrows, and as such has fascinated and dominated Art as no Greek god ever succeeded in doing. For the Greek gods, in spite of the white and red of their fair fleet limbs, were not really what they appeared to be. The curved brow of Apollo was like the sun’s disk crescent over a hill at dawn, and his feet were as the wings of the morning, but he himself had been cruel to Marsyas and had made Niobe childless: in the steel shields of the eyes of Pallas there had been no pity for Arachne: the pomp and peacocks of Hera were all that was really noble about her: and the Father of the Gods himself had been too fond of the daughters of men. The two deep suggestive figures of Greek mythology were, for religion, Demeter, an earth-goddess, not one of the Olympians, and, for art, Dionysus, the son of a mortal woman to whom the moment of his birth had proved the moment of her death also. But Life itself from its lowliest and most humble sphere produced one far more marvellous than the mother of Proserpina or the son of Semele. Out of the carpenter’s shop at Nazareth had come a personality infinitely greater than any made by myth or legend, and one, strangely enough, destined to reveal to the world the mystical meaning of wine and the real beauty of the lilies of the field as none, either on Cithaeron or at Enna, had ever done it. The song of Isaiah, ‘He is despised and rejected of men, a man of sorrows and acquainted with grief: and we hid as it were our faces from him,’ had seemed to him to be a prefiguring of himself, and in him the prophecy was fulfilled. We must not be afraid of such a phrase. Every single work of art is the fulfilment of a prophecy. For every work of art is the conversion of an idea into an image. Every single human being should be the fulfilment of a prophecy. For everv human being should be the realisation of some ideal, either in the mind of God or in the mind of man. Christ found the type, and fixed it, and the dream of a Virgilian poet, either at Jerusalem or at Babylon, became in the long progress of the centuries incarnate in him for whom the world was waiting. ‘His visage was marred more than any man’s, and his form more than the sons of men,’ are among the signs noted by Isaiah as distinguishing the new ideal, and as soon as Art understood what was meant it opened like a flower at the presence of one in whom truth in Art was set forth as it had never been before. For is not truth in Art, as I have said, ‘that in which the outward is expressive of the inward; in which the soul is made flesh, and the body instinct with spirit: in which Form reveals’? To me one of the things in history the most to be regretted is that the Christ’s own renaissance which had produced the Cathedral of Chartres, the Arthurian cycle of legends, the life of St Francis of Assisi, the art of Giotto, and Dante’s Divine Comedy, was not allowed to develop on its own lines but was interrupted and spoiled by the dreary classical Renaissance that gave us Petrarch, and Raphael’s frescoes, and Palladian architecture, and formal French tragedy, and St Paul’s Cathedral, and Pope’s poetry, and everything that is made from without and by dead rules, and does not spring from within through some spirit informing it. But wherever there is a romantic movement in Art, there somehow, and under some form, is Christ, or the soul of Christ. He is in Romeo and Juliet, in the Winter’s Tale, in Provençal poetry, in ‘The Ancient Mariner,’ in ‘La Belle Dame sans Merci,’ and in Chatterton’s ‘Ballad of Charity.’ We owe to him the most diverse things and people. Hugo’s Les Misérables, Baudelaire’s Fleurs du Mal, the note of pity in Russian novels, the stained glass and tapestries and quattrocento work of Burne-Jones and Morris, Verlaine and Verlaine’s poems, belong to him no less than the Tower of Giotto, Lancelot and Guinevere, Tannhäuser, the troubled romantic marbles of Michael Angelo, pointed architecture, and the love of children and flowers – for both of whom, indeed, in classical art there was but little place, hardly enough for them to grow or play in, but who from the twelfth century down to our own day have been continually making their appearance in art, under various modes and at various times, coming fitfully and wilfully as children and flowers are apt to do. Spring always seeming to one as if the flowers had been hiding, and only came out into the sun because they were afraid that grown-up people would grow tired of looking for them and give up the search, and the life of a child being no more than an April day on which there is both rain and sun for the narcissus. And it is the imaginative quality of Christ’s own nature that makes him this palpitating centre of romance. The strange figures of poetic drama and ballad are made by the imagination of others, but out of his own imagination entirely did Jesus of Nazareth create himself. The cry of Isaiah had really no more to do with his coming than the song of the nightingale has to do with the rising of the moon – no more, though perhaps no less. He was the denial as well as the affirmation of prophecy. For every expectation that he fulfilled, there was another that he destroyed. In all beauty, says Bacon, there is ‘some strangeness of proportion,’ and of those who are born of the spirit, of those, that is to say, who like himself are dynamic forces, Christ says that they are like the wind that ‘bloweth where it listeth and no man can tell whence it cometh or whither it goeth.’ That is why he is so fascinating to artists. He has all the colour-elements of life: mystery, strangeness, pathos, suggestion, ecstasy, love. He appeals to the temper of wonder, and creates that mood by which alone he can be understood. And it is to me a joy to remember that if he is ‘of imagination all compact,’ the world itself is of the same substance. I said in Dorian Gray that the great sins of the world take place in the brain, but it is in the brain that everything takes place. We know now that we do not see with the eye or hear with the ear. They are merely channels for the transmission, adequate or inadequate, of sense-impressions. It is in the brain that the poppy is red, that the apple is odorous, that the skylark sings. Of late I have been studying the four prose-poems about Christ with some diligence. At Christmas I managed to get hold of a Greek Testament, and every morning, after I have cleaned my cell and polished my tins, I read a little of the Gospels, a dozen verses taken by chance anywhere. It is a delightful way of opening the day. To you, in your turbulent, ill-disciplined life, it would be a capital thing if you would do the same. It would do you no end of good, and the Greek is quite simple. Endless repetition, in and out of season, has spoiled for us the naïveté, the freshness, the simple romantic charm of the Gospels. We hear them read far too often, and far too badly, and all repetition is anti-spiritual. When one returns to the Greek it is like going into a garden of lilies out of some narrow and dark house. And to me the pleasure is doubled by the reflection that it is extremely probable that we have the actual terms, the ipsissima verba,1 used by Christ. It was always supposed that Christ talked in Aramaic. Even Renan thought so. But now we know that the Galilean peasants, like the Irish peasants of our own day, were bilingual, and that Greek was the ordinary language of intercourse all over Palestine, as indeed all over the Eastern world. I never liked the idea that we only knew of Christ’s own words through a translation of a translation. It is a delight to me to think that as far as his conversation was concerned, Charmides might have listened to him, and Socrates reasoned with him, and Plato understood him: that he really said ego eimi o poimano kalos: that when he thought of the lilies of the field, and how they neither toil nor spin, his absolute expression was katamathete ta krina tou agrou , pos auxanei ou kopia oude nathei ,2 and that his last word when he cried out ‘My life has been completed, has reached its fulfilment, has been perfected,’ was exactly as St John tells us it was: tetelestai :3 no more. And while in reading the Gospels – particularly that of St John himself, or whatever early Gnostic took his name and mantle – I see this continual assertion of the imagination as the basis of all spiritual and material life, I see also that to Christ imagination was simply a form of Love, and that to him Love was Lord in the fullest meaning of the phrase. Some six weeks ago I was allowed by the Doctor to have white bread to eat instead of the coarse black or brown bread of ordinary prison fare. It is a great delicacy. To you it will sound strange that dry bread could possibly be a delicacy to anyone. I assure you that to me it is so much so that at the close of each meal I carefully eat whatever crumbs may be left on my tin plate, or have fallen on the rough towel that one uses as a cloth so as not to soil one’s table: and do so not from hunger – I get now quite sufficient food – but simply in order that nothing should be wasted of what is given to me. So one should look on love. Christ, like all fascinating personalities, had the power not merely of saying beautiful things himself, but of making other people say beautiful things to him; and I love the story St Mark tells us about the Greek woman – the guna ‘Ellanis – who, when as a trial of her faith he said to her that he could not give her the bread of the children of Israel, answered him that the little dogs – kunaria , ‘little dogs’ it should be rendered – who are under the table eat of the crumbs that the children let fall. Most people live for love and admiration. But it is by love and admiration that we should live. If any love is shown us we should recognise that we are quite unworthy of it. Nobody is worthy to be loved. The fact that God loves man shows that in the divine order of ideal things it is written that eternal love is to be given to what is eternally unworthy. Or if that phrase seems to you a bitter one to hear, let us say that everyone is worthy of love, except he who thinks that he is. Love is a sacrament that should be taken kneeling, and Domine, non sum dignus4 should be on the lips and hearts in the hearts of those who receive it. I wish you would sometimes think of that. You need it so much. If I ever write again, in the sense of producing artistic work, there are just two subjects on which and through which I desire to express myself: one is ‘Christ, as the precursor of the Romantic movement in life’: the other is ‘the Artistic life considered in its relation to Conduct.’ The first is, of course, intensely fascinating, for I see in Christ not merely the essentials of the supreme romantic type, but all the accidents, the wilfulnesses even, of the romantic temperament also. He was the first person who ever said to people that they should live ‘flower-like’ lives. He fixed the phrase. He took children as the type of what people should try to become. He held them up as examples to their elders, which I myself have always thought the chief use of children, if what is perfect should have a use. Dante describes the soul of a man as coming from the hand of God ‘weeping and laughing like a little child,’ and Christ also saw that the soul of each one should be ‘a guisa difanciulla, che piangendo e ridendo pargoleggia.’1 He felt that life was changeful, fluid, active, and that to allow it to be stereotyped into any form was death. He saw that people should not be too serious over material, common interests: that to be unpractical was a great thing: that one should not bother too much over affairs. ‘The birds didn’t, why should man?’ He is charming when he says, ‘Take no thought for the morrow. Is not the soul more than meat? Is not the body more than raiment?’ A Greek might have said the latter phrase. It is full of Greek feeling. But only Christ could have said both, and so summed up life perfectly for us. His morality is all sympathy, just what morality should be. If the only thing he had ever said had been ‘Her sins are forgiven her because she loved much,’ it would have been worth while dying to have said it. His justice is all poetical justice, exactly what justice should be. The beggar goes to heaven because he had been unhappy. I can’t conceive a better reason for his being sent there. The people who work for an hour in the vineyard in the cool of the evening receive just as much reward as those who had toiled there all day long in the hot sun. Why shouldn’t they? Probably no one deserved anything. Or perhaps they were a different kind of people. Christ had no patience with the dull lifeless mechanical systems that treat people as if they were things, and so treat everybody alike: as if anybody, or anything for that matter, was like aught else in the world. For him there were no laws: there were exceptions merely. That which is the very keynote of romantic art was to him the proper basis of actual life. He saw no other basis. And when they brought him one taken in the very act of sin and showed him her sentence written in the law and asked him what was to be done, he wrote with his finger on the ground as though he did not hear them, and finally, when they pressed him again and again, looked up and said ‘Let him of you who has never sinned be the first to throw the stone at her.’ It was worth while living to have said that. Like all poetical natures, he loved ignorant people. He knew that in the soul of one who is ignorant there is always room for a great idea. But he could not stand stupid people, especially those who are made stupid by education – people who are full of opinions not one of which they can understand, a peculiarly modern type, and one summed up by Christ when he describes it as the type of one who has the key of knowledge, can’t use it himself, and won’t allow other people to use it, though it may be made to open the gate of God’s Kingdom. His chief war was against the Philistines. That is the war every child of light has to wage. Philistinism was the note of the age and community in which he lived. In their heavy inaccessibility to ideas, their dull respectability, their tedious orthodoxy, their worship of vulgar success, their entire preoccupation with the gross materialistic side of life, and their ridiculous estimate of themselves and their importance, the Jew of Jerusalem in Christ’s day was the exact counterpart of the British Philistine of our own. Christ mocked at the ‘whited sepulchres’ of respectability, and fixed that phrase for ever. He treated worldly success as a thing to be absolutely despised. He saw nothing in it at all. He looked on wealth as an encumbrance to a man. He would not hear of life being sacrificed to any system of thought or morals. He pointed out that forms and ceremonies were made for man, not man for forms and ceremonies. He took Sabbatarianism as a type of the things that should be set at nought. The cold philanthropies, the ostentatious public charities, the tedious formalisms so dear to the middle-class mind, he exposed with utter and relentless scorn. To us, what is termed Orthodoxy is merely a facile unintelligent acquiescence, but to them, and in their hands, it was a terrible and paralysing tyranny. Christ swept it aside. He showed that the spirit alone was of value. He took a keen pleasure in pointing out to them that though they were always reading the Law and the Prophets they had not really the smallest idea of what either of them meant. In opposition to their tithing of each separate day into its fixed routine of prescribed duties, as they tithed mint and rue, he preached the enormous importance of living completely for the moment. Those whom he saved from their sins are saved simply for beautiful moments in their lives. Mary Magdalen, when she sees Christ, breaks the rich vase of alabaster that one of her seven lovers had given her and spills the odorous spices over his tired, dusty feet, and for that one moment’s sake sits for ever with Ruth and Beatrice in the tresses of the snow-white Rose of Paradise. All that Christ says to us by way of a little warning is that every moment should be beautiful, that the soul should always be ready for the coming of the Bridegroom, always waiting for the voice of the Lover. Philistinism being simply that side of man’s nature that is not illumined by the imagination, he sees all the lovely influences of life as modes of Light: the imagination itself is the world-light, to phos tou kosmou : the world is made by it, and yet the world cannot understand it: that is because the imagination is simply a manifestation of Love, and it is love, and the capacity for it, that distinguishes one human being from another. But it is when he deals with the Sinner that he is most romantic, in the sense of most real. The world had always loved the Saint as being the nearest possible approach to the perfection of God. Christ, through some divine instinct in him, seems to have always loved the sinner as being the nearest possible approach to the perfection of man. His primary desire was not to reform people, any more than his primary desire was to relieve suffering. To turn an interesting thief into a tedious honest man was not his aim. He would have thought little of the Prisoners’ Aid Society and other modern movements of the kind. The conversion of a Publican into a Pharisee would not have seemed to him a great achievement by any means. But in a manner not yet understood of the world he regarded sin and suffering as being in themselves beautiful, holy things, and modes of perfection. It sounds a very dangerous idea. It is so. All great ideas are dangerous. That it was Christ’s creed admits of no doubt. That it is the true creed I don’t doubt myself. Of course the sinner must repent. But why? Simply because otherwise he would be unable to realise what he had done. The moment of repentance is the moment of initiation. More than that. It is the means by which one alters one’s past. The Greeks thought that impossible. They often say in their gnomic aphorisms ‘Even the Gods cannot alter the past.’ Christ showed that the commonest sinner could do it. That it was the one thing he could do. Christ, had he been asked, would have said – I feel quite certain about it – that the moment the prodigal son fell on his knees and wept he really made his having wasted his substance with harlots, and then kept swine and hungered for the husks they ate, beautiful and holy incidents in his life. It is difficult for most people to grasp the idea. I dare say one has to go to prison to understand it. If so, it may be worth while going to prison. There is something so unique about Christ. Of course, just as there are false dawns before the dawn itself, and winter-days so full of sudden sunlight that they will cheat the wise crocus into squandering its gold before its time, and make some foolish bird call to its mate to build on barren boughs, so there were Christians before Christ. For that we should be grateful. The unfortunate thing is that there have been none since. I make one exception, St Francis of Assisi. But then God had given him at his birth the soul of a poet, as he himself when quite young had in mystical marriage taken Poverty as his bride; and with the soul of a poet and the body of a beggar he found the way to perfection not difficult. He understood Christ, and so he became like him. We do not require the Liber Conformitatum to teach us that the life of St Francis was the true Imitatio Christi: a poem compared to which the book that bears that name is merely prose. Indeed, that is the charm about Christ, when all is said. He is just like a work of art himself. He does not really teach one anything, but by being brought into his presence one becomes something. And everybody is predestined to his presence. Once at least in his life each man walks with Christ to Emmaus. As regards the other subject, the relation of the artistic life to conduct, it will no doubt seem strange to you that I should select it. People point to Reading Gaol, and say ‘There is where the artistic life leads a man.’ Well, it might lead one to worse places. The more mechanical people, to whom life is a shrewd speculation dependent on a careful calculation of ways and means, always know where they are going, and go there. They start with the desire of being the Parish Beadle, and, in whatever sphere they are placed, they succeed in being the Parish Beadle and no more. A man whose desire is to be something separate from himself, to be a Member of Parliament, or a successful grocer, or a prominent solicitor, or a judge, or something equally tedious, invariably succeeds in being what he wants to be. That is his punishment. Those who want a mask have to wear it. But with the dynamic forces of life, and those in whom those dynamic forces become incarnate, it is different. People whose desire is solely for self-realisation never know where they are going. They can’t know. In one sense of the word it is, of course, necessary, as the Greek oracle said, to know oneself. That is the first achievement of knowledge. But to recognise that the soul of a man is unknowable is the ultimate achievement of Wisdom. The final mystery is oneself. When one has weighed the sun in a balance, and measured the steps of the moon, and mapped out the seven heavens star by star, there still remains oneself. Who can calculate the orbit of his own soul? When the son of Kish went out to look for his father’s asses, he did not know that a man of God was waiting for him with the very chrism of coronation, and that his own soul was already the Soul of a King. I hope to live long enough, and to produce work of such a character, that I shall be able at the end of my days to say, ‘Yes: this is just where the artistic life leads a man.’ Two of the most perfect lives I have come across in my own experience are the lives of Verlaine and of Prince Kropotkin: both of them men who passed years in prison: the first, the one Christian poet since Dante, the other a man with the soul of that beautiful white Christ that seems coming out of Russia. And for the last seven or eight months, in spite of a succession of great troubles reaching me from the outside world almost without intermission, I have been placed in direct contact with a new spirit working in this prison through men and things, that has helped me beyond any possibility of expression in words; so that while for the first year of my imprisonment I did nothing else, and can remember doing nothing else, but wring my hands in impotent despair, and say ‘What an ending! What an appalling ending!’; now I try to say to myself, and sometimes when I am not torturing myself do really and sincerely say, ‘What a beginning! What a wonderful beginning!’ It may really be so. It may become so. If it does, I shall owe much to this new personality that has altered every man’s life in this place. Things in themselves are of little importance, have indeed – let us for once thank Metaphysics for something that she has taught us – no real existence. The spirit alone is of importance. Punishment may be inflicted in such a way that it will heal, not make a wound, just as alms may be given in such a manner that the bread changes to a stone in the hands of the giver. What a change there is – not in the regulations, for they are fixed by iron rule, but in the spirit that uses them as its expression – you can realise when I tell you that had I been released last May, as I tried to be, I would have left this place loathing it and every official in it with a bitterness of hatred that would have poisoned my life. I have had a year longer of imprisonment, but Humanity has been in the prison along with us all, and now when I go out I shall always remember great kindnesses that I have received here from almost everybody, and on the day of my release will give my thanks to many people and ask to be remembered by them in turn. The prison-system is absolutely and entirely wrong. I would give anything to be able to alter it when I go out. I intend to try. But there is nothing in the world so wrong but that the spirit of Humanity, which is the spirit of Love, the spirit of the Christ who is not in Churches, may make it, if not right, at least possible to be borne without too much bitterness of heart. I know also that much is waiting for me outside that is very delightful, from what St Francis of Assisi calls ‘my brother the wind’ and ‘my sister the rain,’ lovely things both of them, down to the shop-windows and sunsets of great cities. If I made a list of all that still remains to me, I don’t know where I should stop: for, indeed, God made the world just as much for me as for anyone else. Perhaps I may go out with something I had not got before. I need not tell you that to me Reformations in Morals are as meaningless and vulgar as Reformations in Theology. But while to propose to be a better man is a piece of unscientific cant, to have become a deeper man is the privilege of those who have suffered. And such I think I have become. You can judge for yourself. If after I go out a friend of mine gave a feast, and did not invite me to it, I shouldn’t mind a bit. I can be perfectly happy by myself. With freedom, books, flowers, and the moon, who could not be happy? Besides, feasts are not for me any more. I have given too many to care about them. That side of life is over for me, very fortunately I dare say. But if, after I go out, a friend of mine had a sorrow, and refused to allow me to share it, I should feel it most bitterly. If he shut the doors of the house of mourning against me I would come back again and again and beg to be admitted, so that I might share in what I was entitled to share in. If he thought me unworthy, unfit to weep with him, I should feel it as the most poignant humiliation, as the most terrible mode in which disgrace could be inflicted on me. But that could not be. I have a right to share in Sorrow, and he who can look at the loveliness of the world, and share its sorrow, and realise something of the wonder of both, is in immediate contact with divine things, and has got as near to God’s secret as anyone can get. Perhaps there may come into my art also, no less than into my life, a still deeper note, one of greater unity of passion, and directness of impulse. Not width but intensity is the true aim of modern Art. We are no longer in Art concerned with the type. It is with the exception we have to do. I cannot put my sufferings into any form they took, I need hardly say. Art only begins where Imitation ends. But something must come into my work, of fuller harmony of words perhaps, of richer cadences, of more curious colour-effects, of simpler architectural-order, of some aesthetic quality at any rate. When Marsyas was ‘torn from the scabbard of his limbs’ – dalla vagina delle membre sue, to use one of Dante’s most terrible, most Tacitean phrases – he had no more song, the Greeks said. Apollo had been victor. The lyre had vanquished the reed. But perhaps the Greeks were mistaken. I hear in much modern Art the cry of Marsyas. It is bitter in Baudelaire, sweet and plaintive in Lamartine, mystic in Verlaine. It is in the deferred resolutions of Chopin’s music. It is in the discontent that haunts the recurrent faces of Burne-Jones’s women. Even Matthew Arnold, whose song of Callicles tells of ‘the triumph of the sweet persuasive lyre,’ and the ‘famous final victory,’ in such a clear note of lyrical beauty – even he, in the troubled undertone of doubt and distress that haunts his verse, had not a little of it. Neither Goethe nor Wordsworth could heal him, though he followed each in turn, and when he seeks to mourn for ‘Thyrsis’ or to sing of ‘the Scholar Gipsy,’ it is the reed that he has to take for the rendering of his strain. But whether or not the Phrygian Faun was silent, I cannot be. Expression is as necessary to me as leaf and blossom are to the black branches of the trees that show themselves above the prison wall and are so restless in the wind. Between my art and the world there is now a wide gulf, but between Art and myself there is none. I hope at least that there is none. To each of us different fates have been meted out. Freedom, pleasure, amusements, a life of ease have been your lot, and you are not worthy of it. My lot has been one of public infamy, of long imprisonment, of misery, of ruin, of disgrace, and I am not worthy of it either – not yet, at any rate. I remember I used to say that I thought I could bear a real tragedy if it came to me with purple pall and a mask of noble sorrow, but that the dreadful thing about modernity was that it put Tragedy into the raiment of Comedy, so that the great realities seemed commonplace or grotesque or lacking in style. It is quite true about modernity. It has probably always been true about actual life. It is said that all martyrdoms seemed mean to the looker-on. The nineteenth century is no exception to the general rule. Everything about my tragedy has been hideous, mean, repellent, lacking in style. Our very dress makes us grotesques. We are the zanies of sorrow. We are clowns whose hearts are broken. We are specially designed to appeal to the sense of humour. On November 13th 1895 I was brought down here from London. From two o’clock till half-past two on that day I had to stand on the centre platform of Clapham Junction in convict dress and handcuffed, for the world to look at. I had been taken out of the Hospital Ward without a moment’s notice being given to me. Of all possible objects I was the most grotesque. When people saw me they laughed. Each train as it came up swelled the audience. Nothing could exceed their amusement. That was of course before they knew who I was. As soon as they had been informed, they laughed still more. For half an hour I stood there in the grey November rain surrounded by a jeering mob. For a year after that was done to me I wept every day at the same hour and for the same space of time. That is not such a tragic thing as possibly it sounds to you. To those who are in prison, tears are a part of every day’s experience. A day in prison on which one does not weep is a day on which one’s heart is hard, not a day on which one’s heart is happy. Well, now I am really beginning to feel more regret for the people who laughed than for myself. Of course when they saw me I was not on my pedestal. I was in the pillory. But it is a very unimaginative nature that only cares for people on their pedestals. A pedestal may be a very unreal thing. A pillory is a terrific reality. They should have known also how to interpret sorrow better. I have said that behind Sorrow there is always Sorrow. It were still wiser to say that behind sorrow there is always a soul. And to mock at a soul in pain is a dreadful thing. Unbeautiful are their lives who do it. In the strangely simple economy of the world people only get what they give, and to those who have not enough imagination to penetrate the mere outward of things and feel pity, what pity can be given save that of scorn? I have told you this account of the mode of my being conveyed here simply that you should realise how hard it has been for me to get anything out of my punishment but bitterness and despair. I have however to do it, and now and then I have moments of submission and acceptance. All the spring may be hidden in a single bud, and the low ground-nest of the lark may hold the joy that is to herald the feet of many rose-red dawns, and so perhaps whatever beauty of life still remains to me is contained in some moment of surrender, abasement and humiliation. I can, at any rate, merely proceed on the lines of my own development, and by accepting all that has happened to me make myself worthy of it. People used to say of me that I was too individualistic. I must be far more of an individualist than I ever was. I must get far more out of myself than I ever got, and ask far less of the world than I ever asked. Indeed my ruin came, not from too great individualism of life, but from too’ little. The one disgraceful, unpardonable, and to all time contemptible action of my life was my allowing myself to be forced into appealing to Society for help and protection against your father. To have made such an appeal against anyone would have been from the individualistic point of view bad enough, but what excuse can there ever be put forward for having made it against one of such nature and aspect? Of course once I had put into motion the forces of Society, Society turned on me and said, ‘Have you been living all this time in defiance of my laws, and do you now appeal to those laws for protection? You shall have those laws exercised to the full. You shall abide by what you have appealed to.’ The result is I am in gaol. And I used to feel bitterly the irony and ignominy of my position when in the course of my three trials, beginning at the Police Court, I used to see your father bustling in and out in the hopes of attracting public attention, as if anyone could fail to note or remember the stableman’s gait and dress, the bowed legs, the twitching hands, the hanging lower lip, the bestial and half-witted grin. Even when he was not there, or was out of sight, I used to feel conscious of his presence, and the blank dreary walls of the great Court-room, the very air itself, seemed to me at times to be hung with multitudinous masks of that apelike face. Certainly no man ever fell so ignobly, and by such ignoble instruments, as I did. I say, in Dorian Gray somewhere, that ‘a man cannot be too careful in the choice of his enemies.’ I little thought that it was by a pariah that I was to be made a pariah myself. This urging me, forcing me to appeal to Society for help, is one of the things that makes me despise you so much, that makes me despise myself so much for having yielded to you. Your not appreciating me as an artist was quite excusable. It was temperamental. You couldn’t help it. But you might have appreciated me as an Individualist. For that no culture was required. But you didn’t, and so you brought the element of Philistinism into a life that had been a complete protest against it, and from some points of view a complete annihilation of it. The Philistine element in life is not the failure to understand Art. Charming people such as fishermen, shepherds, ploughboys, peasants and the like know nothing about Art, and are the very salt of the earth. He is the Philistine who upholds and aids the heavy, cumbrous, blind mechanical forces of Society, and who does not recognise the dynamic force when he meets it either in a man or a movement. People thought it dreadful of me to have entertained at dinner the evil things of life, and to have found pleasure in their company. But they, from the point of view through which I, as an artist in life, approached them, were delightfully suggestive and stimulating. It was like feasting with panthers. The danger was half the excitement. I used to feel as the snake-charmer must feel when he lures the cobra to stir from the painted cloth or reed-basket that holds it, and makes it spread its hood at his bidding, and sway to and fro in the air as a plant sways restfully in a stream. They were to me the brightest of gilded snakes. Their poison was part of their perfection. I did not know that when they were to strike at me it was to be at your piping and for your father’s pay. I don’t feel at all ashamed of having known them. They were intensely interesting. What I do feel ashamed of is the horrible Philistine atmosphere into which you brought me. My business as an artist was with Ariel. You set me to wrestle with Caliban. Instead of making beautiful coloured, musical things such as Salomé, and the Florentine Tragedy, and La Sainte Courtisane, I found myself forced to send long lawyer’s letters to your father and constrained to appeal to the very things against which I had always protested. Clibborn and Atkins were wonderful in their infamous war against life. To entertain them was an astounding adventure. Dumas père, Cellini, Goya, Edgar Allan Poe, or Baudelaire, would have done just the same. What is loathsome to me is the memory of interminable visits paid by me to the solicitor Humphreys in your company, when in the ghastly glare of a bleak room you and I would sit with serious faces telling serious lies to a bald man, till I really groaned and yawned with ennui. There is where I found myself after two years’ friendship with you, right in the centre of Philistia, away from everything that was beautiful, or brilliant, or wonderful, or daring. At the end I had to come forward, on your behalf, as the champion of Respectability in conduct, of Puritanism, in life, and of Morality in Art. Voilà où mènent les mauvais chemins!1 And the curious thing to me is that you should have tried to imitate your father in his chief characteristics. I cannot understand why he was to you an exemplar, where he should have been a warning, except that whenever there is hatred between two people there is bond or brotherhood of some kind. I suppose that, by some strange law of the antipathy of similars, you loathed each other, not because in so many points you were so different, but because in some you were so like. In June 1893 when you left Oxford, without a degree and with debts, petty in themselves, but considerable to a man of your father’s income, your father wrote you a very vulgar, violent and abusive letter. The letter you sent him in reply was in every way worse, and of course far less excusable, and consequently you were extremely proud of it. I remember quite well your saying to me with your most conceited air that you could beat your father ‘at his own trade.’ Quite true. But what a trade! What a competition! You used to laugh and sneer at your father for retiring from your cousin’s house where he was living in order to write filthy letters to him from a neighbouring hotel. You used to do just the same to me. You constantly lunched with me at some public restaurant, sulked or made a scene during luncheon, and then retired to White’s Club and wrote me a letter of the very foulest character. The only difference between you and your father was that after you had dispatched your letter to me by special messenger, you would arrive yourself at my rooms some hours later, not to apologise, but to know if I had ordered dinner at the Savoy, and if not, why not. Sometimes you would actually arrive before the offensive letter had been read. I remember on one occasion you had asked me to invite to luncheon at the Café Royal two of your friends, one of whom I had never seen in my life. I did so, and at your special request ordered beforehand a specially luxurious luncheon to be prepared. The chef, I remember, was sent for, and particular instructions given about the wines. Instead of coming to luncheon you sent me at the Café an abusive letter, timed so as to reach me after we had been waiting half an hour for you. I read the first line, and saw what it was, and putting the letter in my pocket, explained to your friends that you were suddenly taken ill, and that the rest of the letter referred to your symptoms. In point of fact I did not read the letter till I was dressing for dinner at Tite Street that evening. As I was in the middle of its mire, wondering with infinite sadness how you could write letters that were really like the froth and foam on the lips of an epileptic, my servant came in to tell me that you were in the hall and were very anxious to see me for five minutes. I at once sent down and asked you to come up. You arrived, looking I admit very frightened and pale, to beg my advice and assistance, as you had been told that a man from Lumley, the solicitor, had been enquiring for you at Cadogan Place, and you were afraid that your Oxford trouble or some new danger was threatening you. I consoled you, and told you, what proved to be the case, that it was merely a tradesman’s bill probably, and let you stay to dinner, and pass your evening with me. You never mentioned a single word about your hideous letter, nor did I. I treated it as simply an unhappy symptom of an unhappy temperament. The subject was never alluded to. To write to me a loathsome letter at 2.30, and fly to me for help and sympathy at 7.15 the same afternoon, was a perfectly ordinary occurrence in your life. You went quite beyond your father in such habits, as you did in others. When his revolting letters to you were read in open Court he naturally felt ashamed and pretended to weep. Had your letters to him been read by his own Counsel still more horror and repugnance would have been felt by everyone. Nor was it merely in style that you ‘beat him at his own trade,’ but in mode of attack you distanced him completely. You availed yourself of the public telegram, and the open postcard. I think you might have left such modes of annoyance to people like Alfred Wood whose sole source of income it is. Don’t you? What was a profession to him and his class was a pleasure to you, and a very evil one. Nor have you given up your horrible habit of writing offensive letters, after all that has happened to me through them and for them. You still regard it as one of your accomplishments, and you exercise it on my friends, on those who have been kind to me in prison like Robert Sherard and others. That is disgraceful of you. When Robert Sherard heard from me that I did not wish you to publish any article on me in the Mercure de France, with or without letters, you should have been grateful to him for having ascertained my wishes on the point, and for having saved you from, without intending it, inflicting more pain on me than you had done already. You must remember that a patronising and Philistine letter about ‘fair play’ for a ‘man who is down’ is all right for an English newspaper. It carried on the old traditions of English journalism in regard to their attitude towards artists. But in France such a tone would have exposed me to ridicule and you to contempt. I could not have allowed any article till I had known its aim, temper, mode of approach and the like. In art good intentions are not of the smallest value. All bad art is the result of good intentions. Nor is Robert Sherard the only one of my friends to whom you have addressed acrimonious and bitter letters because they sought that my wishes and my feelings should be consulted in matters concerning myself, the publication of articles on me, the dedication of your verses, the surrender of my letters and presents, and such like. You have annoyed or sought to annoy others also. Does it ever occur to you what an awful position I would have been in if for the last two years, during my appalling sentence, I had been dependent on you as a friend? Do you ever think of that? Do you ever feel any gratitude to those who by kindness without stint, devotion without limit, cheerfulness and joy in giving, have lightened my black burden for me, have visited me again and again, have written to me beautiful and sympathetic letters, have managed my affairs for me, have arranged my future life for me, have stood by me in the teeth of obloquy, taunt, open sneer or insult even? I thank God every day that he gave me friends other than you. I owe everything to them. The very books in my cell are paid for by Robbie out of his pocket-money. From the same source are to come clothes for me, when I am released. I am not ashamed of taking a thing that is given by love and affection. I am proud of it. But do you ever think of what my friends such as More Adey, Robbie, Robert Sherard, Frank Harris, and Arthur Clifton, have been to me in giving me comfort, help, affection, sympathy and the like? I suppose that has never dawned on you. And yet – if you had any imagination in you – you would know that there is not a single person who has been kind to me in my prison-life, down to the warder who may give me a good-morning or a good-night that is not one of his prescribed duties – down to the common policemen who in their homely rough way strove to comfort me on my journeys to and fro from the Bankruptcy Court under conditions of terrible mental distress – down to the poor thief who, recognising me as we tramped round the yard at Wandsworth, whispered to me in the hoarse prison-voice men get from long and compulsory silence: ‘I am sorry for you: it is harder for the likes of you than it is for the likes of us’ – not one of them all, I say, the very mire from whose shoes you should not be proud to be allowed to kneel down and clean. Have you imagination enough to see what a fearful tragedy it was for me to have come across your family? What a tragedy it would have been for anyone at all, who had a great position, and great name, anything of importance to lose? There is hardly one of the elders of your family – with the exception of Percy, who is really a good fellow – who did not in some way contribute to my ruin. I have spoken of your mother to you with some bitterness, and I strongly advise you to let her see this letter, for your own sake chiefly. If it is painful to her to read such an indictment against one of her sons, let her remember that my mother, who intellectually ranks with Elizabeth Barrett Browning, and historically with Madame Roland, died broken-hearted because the son of whose genius and art she had been so proud, and whom she had regarded always as a worthy continuer of a distinguished name, had been condemned to the treadmill for two years. You will ask me in what way your mother contributed to my destruction. I will tell you. Just as you strove to shift on to me all your immoral responsibilities, so your mother strove to shift on to me all her moral responsibilities with regard to you. Instead of speaking directly to you about your life, as a mother should, she always wrote privately to me with earnest, frightened entreaties not to let you know that she was writing to me. You see the position in which I was placed between you and your mother. It was one as false, as absurd, and as tragic as the one in which I was placed between you and your father. In August 1892, and on the 8th November in the same year, I had two long interviews with your mother about you. On both occasions I asked her why she did not speak directly to you herself. On both occasions she gave me the same answer: ‘I am afraid to: he gets so angry when he is spoken to.’ The first time, I knew you so slightly that I did not understand what she meant. The second time, I knew you so well that I understood perfectly. (During the interval you had had an attack of jaundice and been ordered by the doctor to go for a week to Bournemouth, and had induced me to accompany you as you hated being alone.) But the first duty of a mother is not to be afraid of speaking seriously to her son. Had your mother spoken seriously to you about the trouble she saw you were in in July 1892 and made you confide in her it would have been much better, and much happier ultimately for both of you. All the underhand and secret communications with me were wrong. What was the use of your mother sending me endless little notes, marked ‘Private’ on the envelope, begging me not to ask you so often to dinner, and not to give you any money, each note ending with an earnest postscript ‘On no account let Alfred know that I have written to you’? What good could come of such a correspondence? Did you ever wait to be asked to dinner? Never. You took all your meals as a matter of course with me. If I remonstrated, you always had one observation: ‘If I don’t dine with you, where am I to dine? You don’t suppose that I am going to dine at home.’ It was unanswerable. And if I absolutely refused to let you dine with me, you always threatened that you would do something foolish, and always did it. What possible result could there be from letters such as your mother used to send me, except that which did occur, a foolish and fatal shifting of the moral responsibility on to my shoulders? Of the various details in which your mother’s weakness and lack of courage proved so ruinous to herself, to you, and to me, I don’t want to speak any more, but surely, when she heard of your father coming down to my house to make a loathsome scene and create a serious scandal, she might then have seen that a serious crisis was impending, and taken some serious steps to try and avoid it? But all she could think of doing was to send down plausible George Wyndham with his pliant tongue to propose to me – what? That I should ‘gradually drop you’! As if it had been possible for me to gradually drop you! I had tried to end our friendship in every possible way, going so far as actually to leave England and give a false address abroad in the hopes of breaking at one blow a bond that had become irksome, hateful, and ruinous to me. Do you think that I could have ‘gradually dropped’ you? Do you think that would have satisfied your father? You know it would not. What your father wanted, indeed, was not the cessation of our friendship, but a public scandal. That is what he was striving for. His name had not been in the papers for years. He saw the opportunity of appearing before the British public in an entirely new character, that of the affectionate father. His sense of humour was roused. Had I severed my friendship with you it would have been a terrible disappointment to him, and the small notoriety of a second divorce suit, however revolting its details and origin, would have proved but little consolation to him. For what he was aiming at was popularity, and to pose as a champion of purity, as it is termed, is, in the present condition of the British public, the surest mode of becoming for the nonce a heroic figure. Of this public I have said in one of my plays that if it is Caliban for one half of the year, it is Tartuffe for the other, and your father, in whom both characters may be said to have become incarnate, was in this way marked out as the proper representative of Puritanism in its aggressive and most characteristic form. No gradual dropping of you would have been of any avail, even had it been practicable. Don’t you feel now that the only thing for your mother to have done was to have asked me to come to see her, and had you and your brother present, and said definitely that the friendship must absolutely cease? She would have found in me her warmest seconder, and with Drumlanrig and myself in the room she need not have been afraid of speaking to you. She did not do so. She was afraid of her responsibilities, and tried to shift them on to me. One letter she did certainly write to me. It was a brief one, to ask me not to send the lawyer’s letter to your father warning him to desist. She was quite right. It was ridiculous my consulting lawyers and seeking their protection. But she nullified any effect her letter might have produced by her usual postscript: ‘On no account let Alfred know that I have written to you.’ You were entranced at the idea of my sending lawyers’ letters to your father, as well as yourself. It was your suggestion. I could not tell you that your mother was strongly against the idea, for she had bound me with the most solemn promises never to tell you about her letters to me, and I foolishly kept my promise to her. Don’t you see that it was wrong of her not to speak directly to you? That all the backstairs-interviews with me, and the area-gate correspondence were wrong? Nobody can shift their responsibilities on anyone else. They always return ultimately to the proper owner. Your one idea of life, your one philosophy, if you are to be credited with a philosophy, was that whatever you did was to be paid for by someone else: I don’t mean merely in the financial sense – that was simply the practical application of your philosophy to everyday life – but in the broadest, fullest sense of transferred responsibility. You made that your creed. It was very successful as far as it went. You forced me into taking the action because you knew that your father would not attack your life or yourself in any way, and that I would defend both to the utmost, and take on my own shoulders whatever would be thrust on me. You were quite right. Your father and I, each from different motives of course, did exactly as you counted on our doing. But somehow, in spite of everything, you have not really escaped. The ‘infant Samuel theory,’ as for brevity’s sake one may term it, is all very well as far as the general world goes. It may be a good deal scorned in London, and a little sneered at in Oxford, but that is merely because there are a few people who know you in each place, and because in each place you left traces of your passage. Outside of a small set in those two cities, the world looks on you as the good young man who was very nearly tempted into wrong-doing by the wicked and immoral artist, but was rescued just in time by his kind and loving father. It sounds all right. And yet, you know you have not escaped. I am not referring to a silly question asked by a silly juryman, which was of course treated with contempt by the Crown and by the Judge. No one cared about that. I am referring perhaps principally to yourself. In your own eyes, and some day you will have to think of your conduct, you are not, cannot be quite satisfied at the way in which things have turned out. Secretly you must think of yourself with a good deal of shame. A brazen face is a capital thing to show the world, but now and then when you are alone, and have no audience, you have, I suppose, to take the mask off for mere breathing purposes. Else, indeed, you would be stifled. And in the same manner your mother must at times regret that she tried to shift her grave responsibilities on someone else, who already had enough of a burden to carry. She occupied the position of both parents to you. Did she really fulfil the duties of either? If I bore with your bad temper and your rudeness and your scenes, she might have borne with them too. When last I saw my wife – fourteen months ago now – I told her that she would have to be to Cyril a father as well as a mother. I told her everything about your mother’s mode of dealing with you in every detail as I have set it down in this letter, only of course far more fully. I told her the reason of the endless notes with ‘Private’ on the envelope that used to come to Tite Street from your mother, so constantly that my wife used to laugh and say that we must be collaborating in a society novel or something of that kind. I implored her not to be to Cyril what your mother was to you. I told her that she should bring him up so that if he shed innocent blood he would come and tell her, that she might cleanse his hands for him first, and then teach him how by penance or expiation to cleanse his soul afterwards. I told her that if she was frightened of facing the responsibility of the life of another, though her own child, she should get a guardian to help her. That she has, I am glad to say, done. She has chosen Adrian Hope, a man of high birth and culture and fine character, her own cousin, whom you met once at Tite Street, and with him Cyril and Vyvyan have a good chance of a beautiful future. Your mother, if she was afraid of talking seriously to you, should have chosen someone amongst her own relatives to whom you might have listened. But she should not have been afraid. She should have had it out with you and faced it. At any rate, look at the result. Is she satisfied and pleased? I know she puts the blame on me. I hear of it, not from people who know you, but from people who do not know you, and do not desire to know you. I hear of it often. She talks of the influence of an elder over a younger man, for instance. It is one of her favourite attitudes towards the question, and it is always a successful appeal to popular prejudice and ignorance. I need not ask you what influence I had over you. You know I had none. It was one of your frequent boasts that I had none, and the only one indeed that was well-founded. What was there, as a mere matter of fact, in you that I could influence? Your brain? It was undeveloped. Your imagination? It was dead. Your heart? It was not yet born. Of all the people who have ever crossed my life you were the one, and the only one, I was unable in any way to influence in any direction. When I lay ill and helpless in a fever caught from tending on you, I had not sufficient influence over you to induce you to get me even a cup of milk to drink, or to see that I had the ordinary necessaries of a sickroom, or to take the trouble to drive a couple of hundred yards to a bookseller’s to get me a book at my own expense. When I was actually engaged in writing, and penning comedies that were to beat Congreve for brilliancy, and Dumas fils for philosophy, and I suppose everybody else for every other quality, I had not sufficient influence with you to get you to leave me undisturbed as an artist should be left. Wherever my writing room was, it was to you an ordinary lounge, a place to smoke and drink hock-and-seltzer in, and chatter about absurdities. The ‘influence of an elder over a younger man’ is an excellent theory till it comes to my ears. Then it becomes grotesque. When it comes to your ears, I suppose you smile – to yourself. You are certainly entitled to do so. I hear also much of what she says about money. She states, and with perfect justice, that she was ceaseless in her entreaties to me not to supply you with money. I admit it. Her letters were endless, and the postscript ‘Pray do not let Alfred know that I have written to you’ appears in them all. But it was no pleasure to me to have to pay every single thing for you from your morning shave to your midnight hansom. It was a horrible bore. I used to complain to you again and again about it. I used to tell you – you remember, don’t you? – how I loathed your regarding me as a ‘useful’ person, how no artist wishes to be so regarded or so treated; artists, like art itself, being of their very essence quite useless. You used to get very angry when I said it to you. The truth always made you angry. Truth, indeed, is a thing that is most painful to listen to and most painful to utter. But it did not make you alter your views or your mode of life. Every day I had to pay for every single thing you did all day long. Only a person of absurd good nature or of indescribable folly would have done so. I unfortunately was a complete combination of both. When I used to suggest that your mother should supply you with the money you wanted, you always had a very pretty and graceful answer. You said that the income allowed her by your father – some £1500 a year I believe – was quite inadequate to the wants of a lady of her position, and that you could not go to her for more money than you were getting already. You were quite right about her income being one absolutely unsuitable to a lady of her position and tastes, but you should not have made that an excuse for living in luxury on me: it should on the contrary have been a suggestion to you for economy in your own life. The fact is that you were, and are I suppose still, a typical sentimentalist. For a sentimentalist is simply one who desires to have the luxury of an emotion without paying for it. To propose to spare your mother’s pocket was beautiful. To do so at my expense was ugly. You think that one can have one’s emotions for nothing. One cannot. Even the finest and the most self-sacrificing emotions have to be paid for. Strangely enough, that is what makes them fine. The intellectual and emotional life of ordinary people is a very contemptible affair. Just as they borrow their ideas from a sort of circulating library of thought – the Zeitgeist of an age that has no soul – and send them back soiled at the end of each week, so they always try to get their emotions on credit, and refuse to pay the bill when it comes in. You should pass out of that conception of life. As soon as you have to pay for an emotion you will know its quality, and be the better for such knowledge. And remember that the sentimentalist is always a cynic at heart. Indeed sentimentality is merely the bank holiday of cynicism. And delightful as cynicism is from its intellectual side, now that it has left the Tub for the Club, it never can be more than the perfect philosophy for a man who has no soul. It has its social value, and to an artist all modes of expression are interesting, but in itself it is a poor affair, for to the true cynic nothing is ever revealed. I think that if you look back now to your mother’s income, and your attitude towards my income, you will not feel proud of yourself, and perhaps you may some day, if you don’t show your mother this letter, explain to her that your living on me was a matter in which my wishes were not consulted for a moment. It was simply a peculiar, and to me personally most distressing, form that your devotion to me took. To make yourself dependent on me for the smallest as well as the largest sums lent you in your own eyes all the charm of childhood, and in the insisting on my paying for every one of your pleasures you thought that you had found the secret of eternal youth. I confess that it pains me when I hear of your mother’s remarks about me, and I am sure that on reflection you will agree with me that if she has no word of regret or sorrow for the ruin your race has brought on mine it would be better if she remained silent. Of course there is no reason she should see any portion of this letter that refers to any mental development I have been going through, or to any point of departure I hope to attain to. It would not be interesting to her. But the parts concerned purely with your life I should show her if I were you. If I were you, in fact, I would not care about being loved on false pretences. There is no reason why a man should show his life to the world. The world does not understand things. But with people whose affection one desires to have it is different. A great friend of mine – a friend of ten years’ standing – came to see me some time ago and told me that he did not believe a single word of what was said against me, and wished me to know that he considered me quite innocent, and the victim of a hideous plot concocted by your father. I burst into tears at what he said, and told him that while there was much amongst your father’s definite charges that was quite untrue and transferred to me by revolting malice, still that my life had been full of perverse pleasures and strange passions, and that unless he accepted that fact as a fact about me and realised it to the full, I could not possibly be friends with him any more, or ever be in his company. It was a terrible shock to him, but we are friends, and I have not got his friendship on false pretences. I have said to you that to speak the truth is a painful thing. To be forced to tell lies is much worse. I remember as I was sitting in the dock on the occasion of my last trial listening to Lockwood’s appalling denunciation of me – like a thing out of Tacitus, like a passage in Dante, like one of Savonarola’s indictments of the Popes at Rome – and being sickened with horror at what I heard. Suddenly it occurred to me, ‘How splendid it would be, if I was saying all this about myself!’ I saw then at once that what is said of a man is nothing. The point is, who says it. A man’s very highest moment is, I have no doubt at all, when he kneels in the dust, and beats his breast, and tells all the sins of his life. So with you. You would be much happier if you let your mother know a little at any rate of your life from yourself. I told her a good deal about it in December 1893, but of course I was forced into reticences and generalities. It did not seem to give her any more courage in her relations with you. On the contrary. She avoided looking at the truth more persistently than ever. If you told her yourself it would be different. My words may perhaps be often too bitter to you. But the facts you cannot deny. Things were as I have said they were, and if you have read this letter as carefully as you should have done you have met yourself face to face. I have now written, and at great length, to you in order that you should realise what you were to me before my imprisonment, during those three years’ fatal friendship: what you have been to me during my imprisonment, already within two moons of its completion almost: and what I hope to be to myself and to others when my imprisonment is over. I cannot reconstruct my letter, or rewrite it. You must take it as it stands, blotted in many places with tears, in some with the signs of passion or pain, and make it out as best you can, blots, corrections and all. As for the corrections and errata, I have made them in order that my words should be an absolute expression of my thoughts, and err neither through surplusage nor through being inadequate. Language requires to be tuned, like a violin: and just as too many or too few vibrations in the voice of the singer or the trembling of the string will make the note false, so too much or too little in words will spoil the message. As it stands, at any rate, my letter has its definite meaning behind every phrase. There is in it nothing of rhetoric. Wherever there is erasion or substitution, however slight, however elaborate, it is because I am seeking to render my real impression, to find for my mood its exact equivalent. Whatever is first in feeling comes always last in form. I will admit that it is a severe letter. I have not spared you. Indeed you may say that, after admitting that to weigh you against the smallest of my sorrows, the meanest of my losses, would be really unfair to you, I have actually done so, and made scruple by scruple the most careful assay of your nature. That is true. But you must remember that you put yourself into the scales. You must remember that, if when matched with one mere moment of my imprisonment the balance in which you lie kicks the beam, Vanity made you choose the balance, and Vanity made you cling to it. There was the one great psychological error of our friendship, its entire want of proportion. You forced your way into a life too large for you, one whose orbit transcended your power of vision no less than your power of cyclic motion, one whose thoughts, passions and actions were of intense import, of wide interest, and fraught, too heavily indeed, with wonderful or awful consequence. Your little life of little whims and moods was admirable in its own little sphere. It was admirable at Oxford, where the worst that could happen to you was a reprimand from the Dean or a lecture from the President, and where the highest excitement was Magdalen becoming head of the river, and the lighting of a bonfire in the quad as a celebration of the august event. It should have continued in its own sphere after you left Oxford. In yourself, you were all right. You were a very complete specimen of a very modern type. It was simply in reference to me that you were wrong. Your reckless extravagance was not a crime. Youth is always extravagant. It was your forcing me to pay for your extravagances that was disgraceful. Your desire to have a friend with whom you could pass your time from morning to night was charming. It was almost idyllic. But the friend you fastened on should not have been a man of letters, an artist, one to whom your continual presence was as utterly destructive of all beautiful work as it was actually paralysing to the creative faculty. There was no harm in your seriously considering that the most perfect way of passing an evening was to have a champagne dinner at the Savoy, a box at a Music-Hall to follow, and a champagne supper at Willis’s as a bonne-bouche for the end. Heaps of delightful young men in London are of the same opinion. It is not even an eccentricity. It is the qualification for becoming a member of White’s. But you had no right to require of me that I should become the purveyor of such pleasures for you. It showed your lack of any real appreciation of my genius. Your quarrel with your father, again, whatever one may think about its character, should obviously have remained a question entirely between the two of you. It should have been carried on in a back yard. Such quarrels, I believe, usually are. Your mistake was in insisting on its being played as a tragi-comedy on a high stage in History, with the whole world as the audience, and myself as the prize for the victor in the contemptible contest. The fact that your father loathed you, and that you loathed your father, was not a matter of any interest to the English public. Such feelings are very common in English domestic life, and should be confined to the place they characterise: the home. Away from the home-circle they are quite out of place. To translate them is an offence. Family-life is not to be treated as a red flag to be flaunted in the streets, or a horn to be blown hoarsely on the housetops. You took Domesticity out of its proper sphere, just as you took yourself out of your proper sphere. And those who quit their proper sphere change their surroundings merely, not their natures. They do not acquire the thoughts or passions appropriate to the sphere they enter. It is not in their power to do so. Emotional forces, as I say somewhere in Intentions, are as limited in extent and duration as the forces of physical energy. The little cup that is made to hold so much can hold so much and no more, though all the purple vats of Burgundy be filled with wine to the brim, and the treaders stand knee-deep in the gathered grapes of the stony vineyards of Spain. There is no error more common than that of thinking that those who are the causes or occasions of great tragedies share in the feelings suitable to the tragic mood: no error more fatal than expecting it of them. The martyr in his ‘shirt of flame’ may be looking on the face of God, but to him who is piling the faggots or loosening the logs for the blast the whole scene is no more than the slaying of an ox is to the butcher, or the felling of a tree to the charcoal-burner in the forest, or the fall of a flower to one who is mowing down the grass with a scythe. Great passions are for the great of soul, and great events can be seen only by those who are on a level with them. I know of nothing in all Drama more incomparable from the point of view of Art, or more suggestive in its subtlety of observation, than Shakespeare’s drawing of Rosencrantz and Guildenstern. They are Hamlet’s college friends. They have been his companions. They bring with them memories of pleasant days together. At the moment when they come across him in the play he is staggering under the weight of a burden intolerable to one of his temperament. The dead have come armed out of the grave to impose on him a mission at once too great and too mean for him. He is a dreamer, and he is called upon to act. He has the nature of the poet and he is asked to grapple with the common complexities of cause and effect, with life in its practical realisation, of which he knows nothing, not with life in its ideal essence, of which he knows much. He has no conception of what to do, and his folly is to feign folly. Brutus used madness as a cloak to conceal the sword of his purpose, the dagger of his will, but to Hamlet madness is a mere mask for the hiding of weakness. In the making of mows and jests he sees a chance of delay. He keeps playing with action, as an artist plays with a theory. He makes himself the spy of his proper actions, and listening to his own words knows them to be but ‘words, words, words.’ Instead of trying to be the hero of his own history, he seeks to be the spectator of his own tragedy. He disbelieves in everything, including himself, and yet his doubt helps him not, as it comes not from scepticism but from a divided will. Of all this, Guildenstern and Rosencrantz realise nothing. They bow and smirk and smile, and what the one says the other echoes with sicklier iteration. When at last, by means of the play within the play and the puppets in their dalliance, Hamlet ‘catches the conscience’ of the King, and drives the wretched man in terror from his throne, Guildenstern and Rosencrantz see no more in his conduct than a rather painful breach of court-etiquette. That is as far as they can attain to in ‘the contemplation of the spectacle of life with appropriate emotions.’ They are close to his very secret and know nothing of it. Nor would there be any use in telling them. They are the little cups that can hold so much and no more. Towards the close it is suggested that, caught in a cunning springe set for another, they have met, or may meet with a violent and sudden death. But a tragic ending of this kind, though touched by Hamlet’s humour with something of the surprise and justice of comedy, is really not for such as they. They never die. Horatio, who in order to ‘report Hamlet and his cause aright to the unsatisfied,’ Absents him from felicity a while, And in this harsh world draws his breath in pain, dies, though not before an audience, and leaves no brother. But Guildenstern and Rosencrantz are as immortal as Angelo and Tartuffe, and should rank with them. They are what modern life has contributed to the antique ideal of friendship. He who writes a new De Amicitia must find a niche for them and praise them in Tusculan prose. They are types fixed for all time. To censure them would show a lack of appreciation. They are merely out of their sphere: that is all. In sublimity of soul there is no contagion. High thoughts and high emotions are by their very existence isolated. What Ophelia herself could not understand was not to be realised by ‘Guildenstern and gentle Rosencrantz,’ by ‘Rosencrantz and gentle Guildenstern.’ Of course I do not propose to compare you. There is a wide difference between you. What with them was chance, with you was choice. Deliberately and by me uninvited you thrust yourself into my sphere, usurped there a place for which you had neither right nor qualifications, and having by curious persistence, and by the rendering of your very presence a part of each separate day, succeeded in absorbing my entire life, could do no better with that life than break it in pieces. Strange as it may sound to you, it was but natural that you should do so. If one gives to a child a toy too wonderful for its little mind, or too beautiful for its but half-awakened eyes, it breaks the toy, if it is wilful; if it is listless it lets it fall and goes its way to its own companions. So it was with you. Having got hold of my life, you did not know what to do with it. You couldn’t have known. It was too wonderful a thing to be in your grasp. You should have let it slip from your hands and gone back to your own companions at their play. But unfortunately you were wilful, and so you broke it. That, when everything is said, is perhaps the ultimate secret of all that has happened. For secrets are always smaller than their manifestations. By the displacement of an atom a world may be shaken. And that I may not spare myself any more than you I will add this: that dangerous to me as my meeting with you was, it was rendered fatal to me by the particular moment in which we met. For you were at that time of life when all that one does is no more than the sowing of the seed, and I was at that time of life when all that one does is no less than the reaping of the harvest. There are some few things more about which I must write to you. The first is about my Bankruptcy. I heard some days ago, with great disappointment I admit, that it is too late now for your family to pay your father off, that it would be illegal, and that I must remain in my present painful position for some considerable time to come. It is bitter to me because I am assured on legal authority that I cannot even publish a book without the permission of the Receiver to whom all the accounts must be submitted. I cannot enter into a contract with the manager of a theatre, or produce a play without the receipts passing to your father and my few other creditors. I think that even you will admit now that the scheme of ‘scoring off’ your father by allowing him to make me a bankrupt has not really been the brilliant all-round success you imagined it was going to turn out. It has not been so to me at any rate, and my feelings of pain and humiliation at my pauperism should have been consulted rather than your own sense of humour, however caustic or unexpected. In point of actual fact, in permitting my Bankruptcy, as in urging me on to the original trial, you really were playing right into your father’s hands, and doing just what he wanted. Alone, and unassisted, he would from the very outset have been powerless. In you – though you did not mean to hold such a horrible office – he has always found his chief ally. I am told by More Adey in his letter that last summer you really did express on more than one occasion your desire to repay me ‘a little of what I spent’ on you. As I said to him in my answer, unfortunately I spent on you my art, my life, my name, my place in history, and if your family had all the marvellous things in the world at their command, of what the world holds as marvellous, genius, beauty, wealth, high position and the like, and laid them all at my feet, it would not repay me for one tithe of the smallest things that have been taken from me, or one tear of the least tears that I have shed. However, of course everything one does has to be paid for. Even to the Bankrupt it is so. You seem to be under the impression that Bankruptcy is a convenient means by which a man can avoid paying his debts, a ‘score off his creditors’ in fact. It is quite the other way. It is the method by which a man’s creditors ‘score off’ him, if we are to continue your favourite phrase, and by which the Law by the confiscation of all his property forces him to pay every one of his debts, and if he fails to do so leaves him as penniless as the commonest mendicant who stands in an archway, or creeps down a road, holding out his hand for the alms for which, in England at any rate, he is afraid to ask. The Law has taken from me not merely all that I have, my books, furniture, pictures, my copyright in my published works, my copyright in my plays, everything in fact from The Happy Prince and Lady Windermere’s Fan down to the stair-carpets and door-scraper of my house, but also all that I am ever going to have. My interest in my marriage-settlement, for instance, was sold. Fortunately I was able to buy it in through my friends. Otherwise, in case my wife died, my two children during my lifetime would be as penniless as myself. My interest in our Irish estate, entailed on me by my own father, will I suppose have to go next. I feel very bitterly about its being sold, but I must submit. Your father’s seven hundred pence – or pounds is it? – stand in the way, and must be refunded. Even when I am stripped of all I have, and am ever to have, and am granted a discharge as a hopeless Insolvent, I have still got to pay my debts. The Savoy dinners – the clear turtle soup, the luscious ortolans wrapped in their crinkled Sicilian vine-leaves, the heavy amber-coloured, indeed almost amber-scented champagne – Dagonet 1880, I think, was your favourite wine? – all have still to be paid for. The suppers at Willis’s, the special cuvée of Perrier-Jouet reserved always for us, the wonderful pâtés procured directly from Strasburg, the marvellous fine champagne served always at the bottom of great bell-shaped glasses that its bouquet might be the better savoured by the true epicures of what was really exquisite in life – these cannot be left unpaid, as bad debts of a dishonest client. Even the dainty sleeve-links – four heart-shaped moonstones of silver mist, girdled by alternate ruby and diamond for their setting – that I designed, and had made at Henry Lewis’s as a special little present to you, to celebrate the success of my second comedy – these even – though I believe you sold them for a song a few months afterwards – have to be paid for. I cannot leave the jeweller out of pocket for the presents I gave you, no matter what you did with them. So, even if I get my discharge, you see I have still my debts to pay. And what is true of a bankrupt is true of everyone else in life. For every single thing that is done someone has to pay. Even you yourself – with all your desire for absolute freedom from all duties, your insistence on having everything supplied to you by others, your attempts to reject any claim on your affection, or regard, or gratitude – even you will have some day to reflect seriously on what you have done, and try, however unavailingly, to make some attempt at atonement. The fact that you will not be able to do so will be part of your punishment. You can’t wash your hands of all responsibility, and propose with a shrug or a smile to pass on to a new friend and a freshly spread feast. You can’t treat all that you have brought upon me as a sentimental reminiscence to be served up occasionally with the cigarettes and liqueurs, a picturesque background to a modern life of pleasure like an old tapestry hung in a common inn. It may for the moment have the charm of a new sauce or a fresh vintage, but the scraps of a banquet grow stale, and the dregs of a bottle are bitter. Either today, or tomorrow, or some day you have got to realise it. Otherwise you may die without having done so, and then what a mean, starved, unimaginative life you would have had. In my letter to More I have suggested one point of view from which you had better approach the subject as soon as possible. He will tell you what it is. To understand it you will have to cultivate your imagination. Remember that imagination is the quality that enables one to see things and people in their real as in their ideal relations. If you cannot realise it by yourself, talk to others on the subject. I have had to look at my past face to face. Look at your past face to face. Sit down quietly and consider it. The supreme vice is shallowness. Whatever is realised is right. Talk to your brother about it. Indeed the proper person to talk to is Percy. Let him read this letter, and know all the circumstances of our friendship. When things are clearly put before him, no judgment is better. Had we told him the truth, what a lot would have been saved to me of suffering and disgrace! You remember I proposed to do so, the night you arrived in London from Algiers. You absolutely refused. So when he came in after dinner we had to play the comedy of your father being an insane man subject to absurd and unaccountable delusions. It was a capital comedy while it lasted, none the less so because Percy took it all quite seriously. Unfortunately it ended in a very revolting manner. The subject on which I write now is one of its results, and if it be a trouble to you, pray do not forget that it is the deepest of my humiliations, and one I must go through. I have no option. You have none either. The second thing about which I have to speak to you is with regard to the conditions, circumstances, and the place of our meeting when my term of imprisonment is over. From extracts from your letter to Robbie written in the early summer of last year I understand that you have sealed up in two packages my letters and my presents to you – such at least as remain of either – and are anxious to hand them personally to me. It is, of course, necessary that they should be given up. You did not understand why I wrote beautiful letters to you, any more than you understood why I gave you beautiful presents. You failed to see that the former were not meant to be published, any more than the latter were meant to be pawned. Besides, they belong to a side of life that is long over, to a friendship that somehow you were unable to appreciate at its proper value. You must look back with wonder now to the days when you had my entire life in your hands. I too look back to them with wonder, and with other, far different, emotions. I am to be released, if all goes well with me, towards the end of May, and hope to go at once to some little seaside village abroad with Robbie and More Adey. The sea, as Euripides says in one of his plays about Iphigenia, washes away the stains and wounds of the world. Thalassa klezei panta t’ anthropon kaka . I hope to be at least a month with my friends, and to gain, in their healthful and affectionate company, peace, and balance, and a less troubled heart, and a sweeter mood. I have a strange longing for the great simple primeval things, such as the Sea, to me no less of a mother than the Earth. It seems to me that we all look at Nature too much, and live with her too little. I discern great sanity in the Greek attitude. They never chattered about sunsets, or discussed whether the shadows on the grass were really mauve or not. But they saw that the sea was for the swimmer, and the sand for the feet of the runner. They loved the trees for the shadow that they cast, and the forest for its silence at noon. The vineyard-dresser wreathed his hair with ivy that he might keep off the rays of the sun as he stooped over the young shoots, and for the artist and the athlete, the two types that Greece gave us, they plaited into garlands the leaves of the bitter laurel and of the wild parsley which else had been of no service to man. We call ourselves a utilitarian age, and we do not know the uses of any single thing. We have forgotten that Water can cleanse, and Fire purify, and that the Earth is mother to us all. As a consequence our Art is of the Moon and plays with shadows, while Greek art is of the Sun and deals directly with things. I feel sure that in elemental forces there is purification, and I want to go back to them and live in their presence. Of course, to one so modern as I am, enfant de mon siècle, merely to look at the world will be always lovely. I tremble with pleasure when I think that on the very day of my leaving prison both the laburnum and the lilac will be blooming in the gardens, and that I shall see the wind stir into restless beauty the swaying gold of the one, and make the other toss the pale purple of its plumes so that all the air shall be Arabia for me. Linnaeus fell on his knees and wept for joy when he saw for the first time the long heath of some English upland made yellow with the tawny aromatic blossoms of the common furze, and I know that for me, to whom flowers are part of desire, there are tears waiting in the petals of some rose. It has always been so with me from my boyhood. There is not a single colour hidden away in the chalice of a flower, or the curve of a shell, to which by some subtle sympathy with the very soul of things, my nature does not answer. Like Gautier I have always been one of those pour qui le monde visible existe. Still, I am conscious now that behind all this Beauty, satisfying though it be, there is some Spirit hidden of which the painted forms and shapes are but modes of manifestation, and it is with this Spirit that I desire to become in harmony. I have grown tired of the articulate utterances of men and things. The Mystical in Art, the Mystical in Life, the Mystical in Nature – this is what I am looking for and in the great symphonies of Music, in the initiation of Sorrow, in the depths of the Sea I may find it. It is absolutely necessary for me to find it somewhere. All trials are trials for one’s life, just as all sentences are sentences of death, and three times have I been tried. The first time I left the box to be arrested, the second time to be led back to the House of Detention, the third time to pass into a prison for two years. Society, as we have constituted it, will have no place for me, has none to offer; but Nature, whose sweet rains fall on unjust and just alike, will have clefts in the rocks where I may hide, and secret valleys in whose silence I may weep undisturbed. She will hang the night with stars so that I may walk abroad in the darkness without stumbling, and send the wind over my footprints so that none may track me to my hurt: she will cleanse me in great waters, and with bitter herbs make me whole. At the end of a month, when the June roses are in all their wanton opulence, I will, if I feel able, arrange through Robbie to meet you in some quiet foreign town like Bruges, whose grey houses and green canals and cool still ways had a charm for me, years ago. For the moment you will have to change your name. The little title of which you were so vain – and indeed it made your name sound like the name of a flower – you will have to surrender, if you wish to see me; just as my name, once so musical in the mouth of Fame, will have to be abandoned by me, in turn. How narrow, and mean, and inadequate to its burdens is this century of ours! It can give to Success its palace of porphyry, but for Sorrow and Shame it does not keep even a wattled house in which they may dwell: all it can do for me is to bid me alter my name into some other name, where even mediaevalism would have given me the cowl of the monk or the face-cloth of the leper behind which I might be at peace. I hope that our meeting will be what a meeting between you and me should be, after everything that has occurred. In old days there was always a wide chasm between us, the chasm of achieved Art and acquired culture: there is a still wider chasm between us now, the chasm of Sorrow: but to Humility there is nothing that is impossible, and to Love all things are easy. As regards your letter to me in answer to this, it may be as long or as short as you choose. Address the envelope to ‘The Governor, H.M. Prison, Reading.’ Inside, in another, and an open envelope, place your own letter to me: if your paper is very thin do not write on both sides, as it makes it hard for others to read. I have written to you with perfect freedom. You can write to me with the same. What I must know from you is why you have never made any attempt to write to me, since the August of the year before last, more especially after, in the May of last year, eleven months ago now, you knew, and admitted to others that you knew, how you made me suffer, and how I realised it. I waited month after month to hear from you. Even if I had not been waiting but had shut the doors against you, you should have remembered that no one can possibly shut the doors against Love for ever. The unjust judge in the Gospels rises up at length to give a just decision because Justice comes knocking daily at his door; and at night-time the friend, in whose heart there is no real friendship, yields at length to his friend ‘because of his importunity.’ There is no prison in any world into which Love cannot force an entrance. If you did not understand that, you did not understand anything about Love at all. Then, let me know all about your article on me for the Mercure de France. I know something of it. You had better quote from it. It is set up in type. Also, let me know the exact terms of your Dedication of your poems. If it is in prose, quote the prose; if in verse, quote the verse. I have no doubt that there will be beauty in it. Write to me with full frankness about yourself: about your life: your friends: your occupations: your books. Tell me about your volume and its reception. Whatever you have to say for yourself, say it without fear. Don’t write what you don’t mean: that is all. If anything in your letter is false or counterfeit I shall detect it by the ring at once. It is not for nothing, or to no purpose, that in my lifelong cult of literature I have made myself Miser of sound and syllable, no less Than Midas of his coinage. Remember also that I have yet to know you. Perhaps we have yet to know each other. For yourself, I have but this last thing to say. Do not be afraid of the past. If people tell you that it is irrevocable, do not believe them. The past, the present and the future are but one moment in the sight of God, in whose sight we should try to live. Time and space, succession and extension, are merely accidental conditions of Thought. The Imagination can transcend them, and move in a free sphere of ideal existences. Things, also, are in their essence what we choose to make them. A thing is, according to the mode in which one looks at it. ‘Where others,’ says Blake, ‘see but the Dawn coming over the hill, I see the sons of God shouting for joy.’ What seemed to the world and to myself my future I lost irretrievably when I let myself be taunted into taking the action against your father: had, I dare say, lost it really long before that. What lies before me is my past. I have got to make myself look on that with different eyes, to make the world look on it with different eyes, to make God look on it with different eyes. This I cannot do by ignoring it, or slighting it, or praising it, or denying it. It is only to be done fully by accepting it as an inevitable part of the evolution of my life and character: by bowing my head to everything that I have suffered. How far I am away from the true temper of soul, this letter in its changing, uncertain moods, its scorn and bitterness, its aspirations and its failure to realise those aspirations, shows you quite clearly. But do not forget in what a terrible school I am sitting at my task. And incomplete, imperfect, as I am, yet from me you may have still much to gain. You came to me to learn the Pleasure of Life and the Pleasure of Art. Perhaps I am chosen to teach you something much more wonderful, the meaning of Sorrow, and its beauty. Your affectionate friend
Chi non ha mai mangiato il proprio pane nel dolore,
chi non ha mai trascorso le notti piangendo e aspettando l’alba,
non ti conosce, o Poteri Celesti.
Queste parole erano quelle che la nobile Regina di Prussia, trattata da Napoleone con tanta brutalità, citava nella sua umiliazione e nell’esilio; erano anche quelle che mia madre spesso ripeteva nei momenti difficili della sua vita. Ho rifiutato categoricamente di accettare o ammettere la enorme verità nascosta in esse. Non riuscivo a comprenderla. Ricordo bene come le dicevo che non volevo mangiare il mio pane nel dolore, né trascorrere nessuna notte piangendo e aspettando un’alba ancora più amara. Non immaginavo che fosse proprio uno dei doni speciali che il Fato aveva in serbo per me; che, per un intero anno della mia vita, non avrei fatto altro che soffrire. Ma così è stato deciso per me. Negli ultimi mesi, dopo terribili lotte e difficoltà, sono riuscita a comprendere alcune delle lezioni nascoste nel cuore del dolore. I preti, e coloro che usano frasi prive di saggezza, a volte parlano del soffrire come di un mistero. In realtà, è una rivelazione: si comprendono cose che prima non si erano mai percepite; l’intera storia viene vista da un punto di vista diverso. Quello che si percepiva solo vagamente attraverso l’istinto riguardo all’Arte, ora viene realizzato in modo intellettuale ed emotivo, con una chiarezza assoluta e un’intensità totale. Ora vedo che il dolore, essendo l’emozione più profonda di cui l’uomo sia capace, è al contempo il modello e la prova di tutta la grande Arte. Quello che l’artista cerca sempre è quel modo di esistere in cui anima e corpo sono una cosa unica e indivisibile; in cui l’esterno esprime l’interno; in cui la Forma rivela il significato nascosto. Esistono molti modi di vivere del genere: la gioventù, e le arti dedicate alla gioventù, possono servirci da modello in alcuni momenti; in altri, possiamo pensare che l’arte paesaggistica moderna, con la sua delicatezza, la sua sensibilità, il suo modo di rappresentare lo spirito che abita nelle cose esterne, e i suoi toni, i suoi colori, stia realizzando, in forma visiva, ciò che gli Greci avevano raggiunto con una perfezione plastica straordinaria. La musica, in cui tutto il contenuto viene assorbito nell’espressione e non può essere separato da essa, è un esempio complesso di questo concetto; una fiore o un bambino ne sono esempi semplici. Ma il dolore rappresenta davvero l’ideale supremo sia nella vita che nell’Arte.
Dietro la Gioia e la Risata può esserci un temperamento ruvido, duro e insensibile. Ma dietro il Dolore c’è sempre solo Dolore. Il Dolore, a differenza del Piacere, non indossa alcuna maschera. La Verità nell’Arte non è una semplice corrispondenza tra l’idea essenziale e l’esistenza accidentale; non è la somiglianza della forma con l’ombra, né quella del riflesso nella cristallina con la forma stessa: non è un’eco proveniente da una cavità, né il pozzo d’acqua argentea nella valle che mostra la Luna alla Luna e Narciso a se stesso. La Verità nell’Arte è l’unità di una cosa con sé stessa: ciò che esteriormente esprime ciò che interiormente è; l’‘anima incarnata; il corpo animato dello spirito. Per questo motivo non esiste alcuna verità paragonabile al Dolore. Ci sono momenti in cui il Dolore mi sembra l’unica vera verità. Le altre cose possono essere illusioni dell’occhio o del desiderio, create per accecare l’uno e saziare l’altro, ma è dal Dolore che sono stati costruiti i mondi; e alla nascita di un bambino o di una stella c’è sempre dolore. Ancora di più, il Dolore possiede una realtà intensa, straordinaria. Ho detto di me stesso che ero colui che manteneva relazioni simboliche con l’arte e la cultura del mio tempo. Non c’è un solo uomo infelice in questo luogo desolato che non mantenga relazioni simboliche con il segreto più profondo della vita. Perché il segreto della vita è il dolore. È ciò che si nasconde dietro ogni cosa. Quando iniziamo a vivere, ciò che è dolce ci sembra davvero dolce, e ciò che è amaro davvero amaro; per questo indirizziamo inevitabilmente tutti i nostri desideri verso il piacere, cercando non solo di “vivere un mese o due nutrendoci di miele”, ma di poter gustare per tutta la vita nessun altro cibo. Ignorando che in realtà possiamo stiamo morendo di fame l’anima.
Ricordo di aver parlato una volta di questo argomento con una delle persone più straordinarie che abbia mai conosciuto: una donna la cui simpatia e nobile gentilezza verso di me, sia prima che dopo la tragedia della mia prigionia, sono state indescrivibili; una donna che, senza che lei lo sappia, mi ha aiutato più di chiunque altro al mondo a sopportare il peso dei miei problemi. Tutto ciò è stato possibile semplicemente grazie alla sua esistenza, grazie a ciò che lei rappresenta: in parte un ideale, in parte un esempio di ciò che si può diventare, e soprattutto un aiuto concreto per realizzarlo. Una donna la cui presenza rende l’aria stessa più dolce, che fa sembrare le cose spirituali semplici e naturali come la luce del sole o il mare; una donna per cui Bellezza e Tristezza camminano fianco a fianco, portando lo stesso messaggio. In quell’occasione le dissi chiaramente che c’era abbastanza sofferenza in una semplice strada di Londra da dimostrare che Dio non ama l’uomo; che ovunque ci fosse dolore, anche solo quello di un bambino in un piccolo giardino che piange per un errore commesso o meno, l’intera creazione ne risultava macchiata. Mi sbagliavo completamente. Lei me lo disse, ma non riuscivo a crederci. Non ero nella condizione mentale adatta per comprenderlo. Ora mi sembra che qualche forma di amore sia l’unica spiegazione possibile per la quantità straordinaria di sofferenza esistente nel mondo; non riesco a concepire alcuna altra spiegazione. Sono convinto che non ce ne sia nessun’altra. E se davvero i mondi sono stati creati dalla Tristezza, allora è stato per mezzo dell’Amore: perché in nessun altro modo l’anima umana potrebbe raggiungere la sua piena perfezione. Piacere per il bel corpo, ma dolore per l’anima bella.
Quando dico di essere convinto di queste cose, parlo con troppa orgoglio. Lontano, come una perla perfetta, si può vedere la città di Dio. È così meravigliosa che sembra che anche un bambino possa raggiungerla in una giornata d’estate. E infatti, un bambino potrebbe farlo. Ma per me, e per persone come me, le cose sono diverse. Si può comprendere qualcosa in un istante, ma poi si perde nelle lunghe ore che seguono. È così difficile mantenere quelle “altezze” alle quali l’‘anima è davvero capace di arrivare. Pensiamo all’Eternità, ma avanziamo lentamente nel Tempo. E quanto lentamente il tempo scorre per noi che siamo rinchiusi in una “prigione”. Non c’è bisogno di dirlo. E nemmeno della stanchezza e del -dispero che ritornano nella nostra “cella”, nel cuore nostro, con tale insistenza strana. Che sembra quasi che dobbiamo adornare e pulire la nostra “casa” in loro attesa, come se fossero ospiti indesiderati, o padroni crudeli, o schiavi di cui dipende il nostro destino. E anche se al momento vi sembra difficile da credere, è vero che per voi, che vivete nella libertà, nell’ozio e nel comfort, è molto più facile imparare le lezioni dell’Umiltà di quanto non lo sia per me. Che inizio la giornata inginocchiandomi e lavando il pavimento della mia “cella”. La vita in prigione, con le sue privazioni infinite e i suoi limiti, rende una persona ribelle. La cosa più terribile non è che spezzi il cuore. I cuori sono fatti apposta per essere spezzati. Ma che trasformi il cuore in pietra. A volte si sente che solo con un viso di bronzo e un labbro pieno di disprezzo si possa sopravvivere a quel giorno. E chi è in uno stato di ribellione non può ricevere la grazia. Per usare quella frase che la Chiesa ama tanto. E lo fa, oserei dire, con pieno diritto. Perché nella vita, come nell’Arte, l’atteggiamento ribelle blocca i canali dell’’anima e impedisce all’aria del cielo di entrare. Eppure devo imparare queste lezioni qui. Se proprio devo impararle da qualche parte. Devo essere pieno di gioia se i miei piedi sono sulla “giusta strada”. E se il mio viso è rivolto verso la “porta chiamata Bella”. Anche se molte volte cadrò nel fango. E spesso mi perderò nella nebbia.
Questa nuova vita, che a volte mi piace chiamare “il frutto del mio amore per Dante”, in realtà non è affatto una nuova vita, ma semplicemente la continuazione, attraverso lo sviluppo e l’evoluzione, della mia vita precedente. Ricordo che quando ero a Oxford, una mattina di giugno prima di conseguire la laurea, mentre passeggiavo lungo i sentieri stretti e pieni di uccelli del Magdalen College, dissi a un mio amico che volevo assaporare il frutto di tutti gli alberi del “giardino del mondo” e che uscivo nel mondo con quella passione nel cuore. E così feci davvero: visi così. L’unico errore che commisi fu quello di limitarmi esclusivamente agli alberi di quella parte del giardino che mi sembrava più bella, evitando l’altra metà a causa della sua ombra e della sua tristezza. Fallimento, disonore, povertà, dolore, disperazione, sofferenza, lacrime, tutte queste cose mi spaventavano. E poiché avevo deciso di non conoscerle affatto, fui costretto a sperimentarle una dopo l’altra, a nutrirmi di esse, per un certo periodo, in effetti, non ebbi altro cibo. Non rimpiango nemmeno per un momento di aver vissuto per il piacere: lo feci appieno, come si dovrebbe fare con tutto ciò che si fa. Non esisteva alcun piacere che non provassi. Gettai la “perla del mio cuore” in una coppa di vino; seguii sentieri pieni di fiori di primula, vivetti di miele. Ma continuare a vivere nello stesso modo sarebbe stato sbagliato: avrebbe significato limitarsi. Dovevo andare oltre. L’altra metà del “giardino” aveva i suoi segreti anche per me. Ovviamente tutto ciò è preannunciato e simboleggiato nella mia arte: alcune di queste cose si trovano in “Il Principe Felice”, altre in “Il Giovane Re”, soprattutto nel passaggio in cui il Vescovo dice al ragazzo inginocchiato: “Non è forse Lui che ha creato la sofferenza più saggio di te?”. Quando lo scrissi, quella frase mi sembrava solo una frase. Ma gran parte di ciò che ho descritto è nascosta nella “nota del Destino” che, come un filo viola, attraversa il tessuto dorato di “Dorian Gray”; in “Il Critico come Artista” viene espressa in molti modi diversi; nel “Spirito dell’Uomo” è scritta in modo semplice e chiaro. È uno dei motivi ricorrenti che rendono “Salomè” simile a una melodia, unendo tutti i suoi elementi in un’unica composizione musicale. E non poteva essere altrimenti: in ogni momento della vita, si è ciò che si diventerà, proprio come si è stati in passato. L’arte è un simbolo, perché l’uomo stesso è un simbolo.
Se riesco davvero a comprenderlo appieno, questo rappresenta la realizzazione ultima della vita artistica. La vita artistica, infatti, non è altro che lo sviluppo autentico di sé. L’umiltà nell’artista consiste nel suo accettare apertamente tutte le esperienze; allo stesso modo, l’amore nell’artista è semplicemente quel senso di bellezza che rivela al mondo la sua forma esteriore e la sua anima. In “Marius”, il padre epicureo cerca di conciliare la vita artistica con quella religiosa, nel senso profondo, dolce e austero del termine. Ma Marius non è altro che uno spettatore: certo, un ideale spettatore, a cui è dato “contemplare lo spettacolo della vita con le emozioni appropriate”, come Wordsworth definisce l’ vero scopo di un poeta. Tuttavia, rimane pur sempre uno spettatore, e forse troppo preso dalla bellezza delle cose esteriori per rendersi conto che ciò che sta osservando è in realtà il “Santuario del Dolore”.
Vedo una connessione molto più stretta e immediata tra la vera vita di Cristo e quella dell’artista, e trovo grande piacere nel riflettere su come, molto prima che il Dolore prendesse il controllo della mia vita, avessi già scritto in “L’anima dell’Uomo” che colui che vuole condurre una vita simile a quella di Cristo deve essere completamente se stesso. Ho preso come esempi non solo il pastore sulla collina e il prigioniero nella sua cella, ma anche il pittore per cui il mondo è un spettacolo e il poeta per cui il mondo è una canzone. Ricordo di aver detto una volta ad André Gide, mentre sedevamo insieme in un caffè di Parigi, che sebbene la Metafisica non mi interessasse affatto, e la Morale nemmeno minimamente, nulla di ciò che avevano detto Platone o Cristo non potesse essere immediatamente trasferito nel campo dell’Arte, dove trovava la sua piena realizzazione. Era una generalizzazione profonda e innovativa.
Non è solo perché in Cristo possiamo osservare quella stretta unione tra personalità e perfezione che costituisce la vera differenza tra arte classica e romantica, e che rende Cristo il vero precursore del movimento romantico nella vita, ma anche perché le stesse basi della sua natura erano identiche a quelle della )natura dell’artista, ovvero un’intensa e appassionata immaginazione. Egli comprese, in tutto l’ambito delle relazioni umane, quella capacità di empatia immaginativa che, nell’arte, rappresenta il vero segreto della creazione. Riuscì a comprendere la sofferenza del lebbroso, l’oscurità del cieco, la cupa miseria di coloro che vivono solo per il piacere, e anche quella strana “povertà” dei ricchi. Ora potete capire, vero? Quando mi scriveste nel momento del mio dolore, dicendo: “Quando non sei sul tuo piedistallo, non sei interessante. La prossima volta che ti ammalerai, me ne andrò subito”, eravate lontani tanto dal vero spirito dell’artista quanto da ciò che Matthew Arnold definisce “il segreto di Gesù”. Entrambi questi insegnamenti vi avrebbero fatto capire che tutto ciò che accade agli altri accade anche a noi; e se volete che un’iscrizione vi accompagni al risveglio, di notte, per il piacere o per la sofferenza, scrivete sul muro della vostra casa queste parole: “Tutto ciò che accade agli altri accade anche a noi”. E se qualcuno vi chiedesse cosa possa significare un’iscrizione del genere, rispondete che significa “il cuore di Cristo e la mente di Shakespeare”.
Il posto di Cristo è davvero tra i poeti. Tutta la sua concezione dell’Umanità nasce direttamente dall’immaginazione e può essere realizzata soltanto attraverso di essa. Quello che Dio era per il panteista, l’uomo lo fu per lui. Fu il primo a considerare le razze divise come un’unica unità. Prima del suo tempo esistevano dèi e uomini; soltanto lui vide che sulle “colline della vita” c’erano soltanto Dio e l’Uomo. Sentendo, attraverso il misticismo della simpatia, che in sé entrambi erano stati incarnati, si definì Figlio di Uno o Figlio dell’Altro, a seconda del suo umore. Più di chiunque altro nella storia, egli risvegliò in noi quel sentimento di meraviglia al quale il romanzo si rivolge sempre. Per me rimane ancora incredibile l’idea che un giovane contadino galileano potesse immaginare di poter portare sulle proprie spalle il peso di tutto il mondo: tutto ciò che era già stato fatto e sofferto, e tutto ciò che ancora sarebbe stato fatto e sofferto: i peccati di Nerone, di Cesare Borgia, di Alessandro VI, e di colui che fu Imperatore di Roma e Sacerdote del Sole; le sofferenze di coloro la cui esistenza è simbolo di oppressione, dei bambini delle fabbriche, dei ladri, delle persone in prigione, degli emarginati, di coloro che tacciono sotto l’oppressione e il cui silenzio viene udito soltanto da Dio. E non solo lo immaginò, ma riuscì davvero a realizzarlo: in modo tale che, nel momento attuale, chiunque entri in contatto con la sua personalità, anche se non si inchina davanti al suo altare né si inginocchia davanti al suo “sacerdote”, per qualche motivo scopre che la bruttezza dei propri peccati viene cancellata e la bellezza della propria sofferenza gli viene rivelata.
Ho detto di lui che si colloca tra i poeti; è vero. Shelley e Sofocle sono della sua stessa compagnia. Ma anche tutta la sua vita rappresenta il più meraviglioso dei poemi. Per quanto riguarda “pietà e terrore”, nulla nell’intero ciclo della tragedia greca può eguagliarle. La purità assoluta del protagonista eleva l’intera struttura narrativa a un livello di arte romantica tale che i dolori descritti nella “linea di Tebe e Pelope” vengono, per via della loro stessa orrore, esclusi da questa rappresentazione; ciò dimostra quanto fosse errato Aristotele quando, nel suo trattato sulla drammaturgia, affermava che fosse impossibile sopportare lo spettacolo di una persona innocente che soffre. Né in Eschilo né in Dante, quei maestri severi della tenerezza, né in Shakespeare, l’artista più umano tra tutti i grandi artisti, né nell’intero mito e nella leggenda celtica – dove la bellezza del mondo viene mostrata attraverso una nebbia di lacrime e la vita di un uomo sembra quella di un fiore – esiste nulla che, per la semplicità del pathos e l’unione con la sublimità dell’effetto tragico, possa essere paragonato o anche solo avvicinato all’ultimo atto della passione di Cristo. Quella piccola cena con i suoi compagni, uno dei quali lo aveva già venduto in cambio di denaro; l’angoscia nel tranquillo giardino d’olivi illuminato dalla luna; l’amico traditore che si avvicina a lui per tradirlo con un bacio; l’amico che ancora credeva in lui e su cui aveva sperato di costruire una “casa di rifugio” per l’umanità, ma che lo rifiuta, proprio come il canto dell’uccello all’alba; la sua totale solitudine, la sua sottomissione, la sua accettazione di tutto. E insieme a queste scene, quelle del sommo sacerdote dell’Ortodossia che strappa i propri vestiti in segno di rabbia, e del magistrato della giustizia civile che chiede acqua nella vana speranza di purificarsi da quella macchia di sangue innocente che lo rende la figura scarlatta della storia. La cerimonia di incoronazione del Dolore, uno dei momenti più meravigliosi di tutta la storia umana. La crocifissione dell’Innocente davanti agli occhi di sua madre e del discepolo che amava. I soldati che giocano d’azzardo per i suoi vestiti. Quella terribile morte con cui ha dato al mondo il simbolo più eterno. E la sua sepoltura finale nella tomba dell’uomo ricco, il suo corpo avvolto in lino egizio e profumato di spezie costose, come se fosse stato il figlio di un re. Quando si considera tutto questo soltanto dal punto di vista dell’arte, non si può fare a meno di essere grati che l’ufficio supremo della Chiesa sia proprio quello di rappresentare la tragedia senza versare sangue, di esprimere in modo mistico, attraverso dialoghi, costumi e gesti, la passione del suo Signore. E per me è sempre una fonte di piacere e meraviglia ricordare che l’ultima sopravvivenza del coro greco, perso in altre forme d’arte, si trova nel servitore che risponde al sacerdote durante la messa.
Eppure l’intera vita di Cristo – in tutto ciò che essa rappresenta e manifesta, sia il Dolore che la Bellezza possono essere considerati come un’unica realtà – è davvero un idillio, anche se termina con il velo del tempio strappato, l’oscurità che avvolge la terra e la pietra rotolata davanti alla porta della tomba. Si pensa sempre a Lui come a un giovane sposo insieme ai suoi compagni, proprio come egli stesso si descrive in alcuni passaggi; o come a un pastore che attraversa valli con le sue pecore in cerca di praterie verdi o ruscelli freschi; o come a un cantante che cerca di costruire, attraverso la musica, i muri della città di Dio; o ancora come a un amante per il quale l’intero mondo sembra troppo piccolo. I suoi miracoli mi appaiono squisiti, proprio come l’arrivo della Primavera, e del tutto naturali.
Non vedo alcuna difficoltà nel credere che il fascino della sua personalità fosse tale da far sì che la semplice sua presenza potesse portare pace alle anime angosciate; che coloro che toccavano i suoi vestiti o le sue mani dimenticassero il loro dolore; che, mentre lui passava lungo il cammino della vita, persone che prima non avevano compreso i misteri della vita li vedessero chiaramente; che altri, che fino ad allora erano stati sordi a qualsiasi voce tranne quella del Piacere, ascoltassero per la prima volta la voce dell’Amore e la trovassero “altrettanto musicale quanto il liuto di Apollo”; che le passioni malvagie fuggissero al suo avvicinarsi; che uomini la cui vita monotona e priva di immaginazione sembrava essere soltanto un modo per andare verso la morte, si risvegliassero come se fossero usciti dalla tomba quando lui li chiamava; che, quando insegnava sulle colline, la folla dimenticasse la fame, la sete e le preoccupazioni di questo mondo; e che per i suoi amici, che lo ascoltavano mentre mangiava, il cibo semplice sembrasse delizioso, l’acqua avesse il sapore del buon vino, e tutta la casa fosse pervasa dall’aroma e dalla dolcezza del nardo.
Renan, nella sua “Vita di Gesù” – quel nobile Quinto Vangelo, che si potrebbe anche chiamare il Vangelo secondo San Tommaso – afferma in qualche passaggio che la grande realizzazione di Cristo fu quella di farsi amare, dopo la sua morte, tanto quanto lo era stato durante la sua vita. E certamente, se il suo posto è tra i poeti, allora egli è il capo di tutti gli amanti. Egli vide che l’amore era quel segreto perduto del mondo che i saggi cercavano da tempo, e che solo attraverso l’amore si poteva avvicinare sia al cuore di un lebbroso che ai Piedi di Dio.
E soprattutto, Cristo è il più supremo degli Individualisti. L’umiltà, come l’accettazione artistica di tutte le esperienze, non è altro che un modo di manifestarsi. È l’‘anima dell’uomo quella che Cristo cerca sempre. La chiama “Regno di Dio” – basilaia tou theo – e la trova in ognuno di noi. La paragona a cose piccole: un seme minuscolo, un pizzico di lievito, una perla. Questo perché si realizza davvero l’anima solo liberandosi da tutte le passioni estranee, da tutta la cultura acquisita e da tutti i beni esterni, sia essi buoni che cattivi.
Con una certa testardaggine di volontà e molta ribellione della natura, ho affrontato tutto fino a quando non mi è rimasto assolutamente nulla al mondo se non Cyril. Avevo perso il mio nome, la mia posizione, la mia felicità, la mia libertà, la mia ricchezza. Ero un prigioniero e un povero. Ma avevo ancora una cosa bella: mio figlio maggiore. Improvvisamente, la legge me lo ha portato via. È stato un colpo così terribile che non sapevo cosa fare; mi sono gettato in ginocchio, ho chinato la testa, ho pianto e ho detto: “Il corpo di un bambino è come il corpo del Signore. Non ne sono degno.” In quel momento, ho capito che l’unica cosa da fare era accettare tutto. Da allora, per quanto possa sembrarvi strano, sono diventato più felice. Naturalmente, era la mia ‘anima nella sua essenza ultima quella che avevo finalmente raggiunto. In molti modi, ero stato il suo nemico, ma l’ho trovata ad aspettarmi come un’amica. Quando si entra in contatto con l’’anima, ci si rende semplici come un bambino, proprio come disse Christ che dovremmo essere.
È tragico quanto poche persone riescano davvero a “possedere la propria anima” prima di morire, “Niente è più raro in un uomo”, dice Emerson, “di un atto compiuto con le proprie forze”. È vero: la maggior parte delle persone vive la vita degli altri, i loro pensieri sono opinioni altrui, la loro vita una mimesi, le loro passioni citazioni prese da qualcun altro. Christ non fu soltanto l’Individuo supremo, ma fu anche il primo nella Storia in questo senso. Le persone hanno cercato di farlo passare per un filantropo ordinario, come quei terribili filantropi del XIX secolo, o di considerarlo un altruista, in modo poco scientifico e sentimentale. Ma in realtà non era né l’uno né l’altro. Certo, provava compassione per i poveri, per coloro che erano rinchiusi in prigioni, per gli umili, per i miseri, ma provava ancora più compassione per i ricchi, per quegli egoisti che sprecavano la propria libertà diventando schiavi delle cose materiali, per coloro che indossavano abiti lussuosi e vivevano nelle case dei re. Per lui, la ricchezza e il piacere rappresentavano tragedie ben più grandi della poveranza e del dolore. E quanto all’altruismo, chi meglio di lui sapeva che è una vocazione, non una volontà, a determinare le nostre azioni, e che non si possono raccogliere uva dai rovi né fichi dai cardi?
Vivere per gli altri come obiettivo consapevole e definito della propria esistenza non faceva parte delle sue credenze; non costituiva nemmeno la base fondamentale delle sue idee. Quando dice “Perdona i tuoi nemici”, lo fa non per il bene del nemico, ma per il proprio bene stesso, perché l’Amore è più bello dell’Odio. Nella sua esortazione al giovane che amava, quando lo guardava, “Vendi tutto ciò che possiedi e dàllo ai poveri”, non pensa allo stato dei poveri, ma all’‘anima di quel giovane, a quella bella ‘anima che la ricchezza stava corrompendo. Nel suo modo di vedere la vita, egli è uno con l’artista che sa che, per legge inevitabile dell’auto-perfezionamento, il poeta deve cantare, lo scultore deve modellare nel bronzo, il pittore deve rendere il mondo uno “specchio” dei propri stati d’animo, così come il pruneto fiorisce necessariamente in primavera, il grano diventa oro al momento del raccolto, e la Luna, nel suo percorso ordinato, cambia forma da scudo a falce e viceversa.
Ma sebbene Cristo non abbia detto agli uomini “Vivete per gli altri”, ha indicato chiaramente che non c’è alcuna differenza tra la vita degli altri e la propria vita. In questo modo ha dato all’uomo una personalità più ampia, un’identità davvero titanica. Dall’avvento di Cristo in poi, la storia di ogni individuo è, o può diventare, la storia del mondo intero. Naturalmente, la Cultura ha intensificato questa personalità umana; l’Arte ci ha resi capaci di comprendere aspetti diversi della realtà. Coloro che possiedono un temperamento artistico, come Dante, vanno nell’esilio e imparano quanto sia importante il ruolo degli altri nella nostra vita; per un momento provano la serenità e la calma di Goethe, ma sanno fin troppo bene perché Baudelaire gridava a Dio:
“O Signore, dammi la forza e il coraggio di guardare il mio corpo e il mio cuore senza disgusto.”2
Traggono dai sonetti di Shakespeare, forse a loro stesso danno, i segreti del suo amore e li fanno propri; vedono la vita moderna con occhi nuovi perché hanno ascoltato una delle notturne di Chopin, o hanno studiato l’arte greca, o letto la storia dell’amore di un uomo morto per una donna morta, i cui capelli erano come fili d’oro e il cui viso era simile a quello di una melagrana. Ma la compassione del temperamento artistico è necessariamente rivolta verso ciò che è stato espresso in parole, colori, musica o marmo; dietro le maschere dipinte di un’opera di Eschilo, o attraverso i canne intrecciate di un pastore siciliano, l’uomo e il suo messaggio devono essersi rivelati.
Per l’artista, l’espressione è l’unico mezzo con cui può concepire la vita stessa; per lui ciò che è muto è morto. Ma non era così per Cristo. Con una vastità e un’meraviglia dell’immaginazione che suscitano quasi timore, egli prese tutto il mondo di ciò che è inarticolato, il mondo silenzioso del dolore, come suo regno, e se ne fece l’eterno portavoce. Coloro di cui ho parlato, quei che sono muti sotto la oppressione e “la cui silenzio viene udita solo da Dio”, egli li scelse come suoi fratelli; cercò di essere occhi per i ciechi, orecchie per i sordi, voce per coloro il cui linguaggio era stato legato. Il suo desiderio era che le miriadi di persone che non avevano modo di esprimersi potessero invocare il Cielo attraverso di lui. E, con la natura artistica di colui per il quale il Dolore e la Sofferenza erano mezzi per realizzare la sua concezione della Bellezza, egli si fece l’immagine dell’Uomo del Dolore; e così affascinò e dominò l’Arte in modo che nessun dio greco riuscì mai a fare.
Perché i dei greci, nonostante le loro membra bianche e rosse, non erano davvero ciò che sembravano: la fronte curva di Apollo assomigliava al disco del sole all’alba sopra una collina; i suoi piedi erano come le ali dell’alba, ma egli stesso fu crudele con Marsia e rese Niobe sterile; negli occhi di Pallade non c’era pietà per Arachne; la pompa e lo sfarzo di Era rappresentavano tutto ciò che in lei era veramente nobile. E il Padre degli Dei stesso amava troppo le figlie degli uomini. Le due figure profonde e significative della mitologia greca erano, per la religione, Demetra, una dea terrestre, non un’Olimpia; per l’arte, Dioniso, figlio di una donna mortale, il cui stesso momento di nascita fu anche il suo momento di morte.
Ma la Vita stessa, dalla sua sfera più umile e semplice, produsse qualcuno molto più meraviglioso della madre di Proserpina o del figlio di Semele: dal laboratorio di un carpentiere a Nazareth nacque una personalità infinitamente più grande di qualsiasi altra creata dalla mitologia o dalla leggenda, e, stranamente, destinata a rivelare al mondo il significato mistico del vino e la vera bellezza dei gigli dei campi, come nessuno aveva mai fatto prima, né sul Cithaeron né ad Enna.
Per lui, il canto di Isaia: “Disprezzato e rifiutato dagli uomini, uomo di dolori e conosciuto nella sofferenza; noi abbiamo quasi nascosto i nostri volti da lui”, sembrava prefigurare la sua stessa persona, e in lui quella profezia si realizzò. Non dobbiamo temere un simile linguaggio: ogni opera d’arte è infatti l’adempimento di una profezia, poiché ogni opera d’arte trasforma un’idea in immagine. Anche ogni essere umano dovrebbe rappresentare l’adempimento di una profezia, poiché ogni uomo dovrebbe realizzare qualche ideale, sia nella mente di Dio che in quella dell’uomo. Cristo ha trovato quel modello e lo ha concretizzato; il sogno di un poeta come Virgilio, a Gerusalemme o a Babilonia, si è incarnato in lui nel corso dei secoli, per colui che il mondo aspettava. “Il suo volto era più segnato di qualsiasi altro uomo, e la sua figura più deformata di quelle degli uomini”, sono alcuni dei segni indicati da Isaia per riconoscere quel nuovo ideale; non appena l’Arte comprese il loro significato, sbocciò come un fiore davanti a colui in cui la verità nell’arte fu espressa come mai prima. Poiché, come ho detto, la verità nell’arte è “quella in cui l’esterno esprime l’interno; in cui l’‘anima si concretizza in forma e il -corpo viene animato dallo spirito; in cui la Forma rivela ciò che è nascosto”.
Per me, una delle cose più deplorevoli nella storia è che il Rinascimento stesso di Cristo, che aveva prodotto la Cattedrale di Chartres, il ciclo leggendario di Re Artù, la vita di San Francesco d’Assisi, l’arte di Giotto e la Divina Commedia di Dante, non ebbe modo di svilupparsi secondo le sue proprie linee; fu invece interrotto e rovinato dal noioso Rinascimento classico, che ci ha dato Petrarca, i affreschi di Raffaello, l’architettura palladiana, la tragedia francese formale, la Cattedrale di San Paolo, la poesia del Papa, e tutto ciò che è frutto di regole esterne e morte, e non nasce dall’interno attraverso uno spirito che lo animi. Ma ovunque esista un movimento romantico nell’Arte, lì, in qualche modo e sotto qualche forma, c’è Cristo o l’‘anima di Cristo. Lui è presente in Romeo e Julietta, nel Racconto d’inverno, nella poesia provenzale, in “Il Vecchio Marinaio”, in “La Bella Dame sans Merci” e nella Ballata della Carità di Chatterton.
Gli dobbiamo le cose e le persone più svariate: i “Les Misérables” di Hugo, i “Fleurs du Mal” di Baudelaire, la nota di compassione presente nei romanzi russi, gli affreschi, i tappeti e le opere del Quattrocento di Burne-Jones e Morris, i poemi di Verlaine. Tutto ciò appartiene a lui tanto quanto la Torre di Giotto, Lancelot e Guinevere, Tannhäuser, le sculture romantiche di Michelangelo, l’architettura raffinata, nonché l’amore per i bambini e i fiori. Infatti, nell’arte classica questi elementi avevano ben poco spazio: a malapena sufficiente perché potessero crescere e “giocare” all’interno di essa. Ma dal XII secolo fino ai giorni nostri continuano ad apparire nell’arte, in modi diversi e in momenti variabili, proprio come i bambini e i fiori hanno la tendenza a fare. La primavera sembra sempre un momento in cui i fiori si nascondono. E emergono solo perché temono che gli adulti si stanchino di cercarli e smettano di cercare. La vita di un bambino, d’altra parte, non è forse proprio come una giornata di aprile, in cui ci sono sia pioggia che sole per i narcisi?
Ed è proprio la qualità immaginativa insita nella natura stessa di Cristo che lo rende questo centro pulsante del romanzo. Le strane figure del dramma poetico e della ballata sono frutto dell’immaginazione altrui, ma Gesù di Nazareth si è creato interamente con la propria immaginazione. Il grido di Isaia non aveva davvero nulla a che fare con la sua venuta, proprio come il canto della usignola non ha nulla a che vedere con l’alba della luna – forse nemmeno meno, ma comunque diverso. Lui rappresentava sia la negazione che l’affermazione delle profezie: per ogni aspettativa che avverava, ne c’era un’altra che distruggeva. In tutta la bellezza, dice Bacon, esiste “una sorta di stranezza nelle proporzioni”; e riguardo a coloro che sono nati dallo spirito, cioè a coloro che, come lui stesso, sono forze dinamiche, Cristo afferma che siano simili al vento che “soffia dove vuole e nessuno può dire da dove viene o dove va”. Ecco perché è così affascinante per gli artisti: possiede tutti gli elementi essenziali della vita: mistero, stranezza, pathos, suggestione, estasi, amore.
Appella al sentimento dello stupore e crea quell’atmosfera grazie alla quale può essere compreso unicamente.
E per me è una gioia ricordare che, se lui è “interamente fatto di immaginazione”, allora anche il mondo stesso è formato dalla stessa sostanza. Ho detto in Dorian Gray che i grandi peccati del mondo avvengono nel cervello, ma è proprio nel cervello che tutto avviene. Ora sappiamo che non vediamo con gli occhi né sentiamo con le orecchie: essi sono soltanto canali per la trasmissione, adeguata o inadeguata, delle impressioni sensoriali. È nel cervello che il papavero è rosso, che la mela ha un odore, che il cuculo canta.
Ultimamente ho studiato con molta diligenza i quattro testi in prosa che parlano di Cristo. A Natale sono riuscito a procurarmi un Testamento greco, e ogni mattina, dopo aver pulito la mia cella e lucidato le mie cose, leggo qualche passo dei Vangeli, una dozzina di versetti scelti a caso. È un modo delizioso per iniziare la giornata. Per te, nella tua vita turbolenta e disordinata, sarebbe davvero importante fare lo stesso: ti farebbe molto bene, e il greco è piuttosto semplice da comprendere. L’uso eccessivo e continuo dei testi sacri ci ha fatto perdere la loro ingenuità, la loro freschezza, il loro semplice fascino romantico. Li ascoltiamo troppo spesso, e di solito in modo molto scadente; ogni ripetizione è anti-spirituale. Tornare al testo originale greco è come entrare in un “giardino di gigli” dopo essere stati per molto tempo in una casa stretta e buia.
Per me il piacere di leggere i Vangeli in greco aumenta ancora di più quando penso che è estremamente probabile che stiamo utilizzando esattamente le parole usate da Cristo stesso. Si è sempre pensato che Cristo parlasse aramaico; anche Renan la pensava così. Ma ora sappiamo che i contadini della Galilea, proprio come i contadini irlandesi dei nostri giorni, erano bilingui, e che il greco era la lingua comune in tutta la Palestina, come del resto in tutto il mondo orientale. Non mi è mai piaciuta l’idea che conoscessimo le parole di Cristo soltanto attraverso traduzioni successive. È davvero una gioia pensare che, per quanto riguarda i suoi discorsi, Charmide avrebbe potuto ascoltarlo, Socrate avrebbe potuto ragionare con lui, Platone avrebbe potuto comprenderlo veramente. Che abbia effettivamente detto “ego eimi o poimano kalos”; che quando pensava ai gigli del campo, che non lavoravano né filavano, la sua espressione fosse proprio “katamathete ta krina tou agrou, pos auxanei ou kopia oude nathei”; e che la sua ultima parola, quando gridò “La mia vita è compiuta”, fosse esattamente quella che San Giovanni ci racconta: “tetelestai”. Nient’altro.
E mentre leggo i Vangeli – soprattutto quello dello stesso San Giovanni, o qualsiasi testo gnostico antico che abbia preso il suo nome e il suo messaggio – vedo questa costante affermazione dell’immaginazione come base di tutta la vita spirituale e materiale. Vedo anche che per Cristo l’immaginazione era semplicemente una forma di amore, e che per lui l’amore era il Signore, nel senso più pieno di questa parola. Circa sei settimane fa, il Direttore mi permise di mangiare pane bianco al posto del pane nero o marrone grossolano tipico delle prigioni ordinarie. È davvero una prelibatezza. Per voi potrebbe sembrare strano che del pane secco qualcuno possa considerarlo un piatto delizioso. Vi assicuro che per me lo è davvero; alla fine di ogni pasto mangio con cura tutte le briciole rimaste nel mio piatto, o quelle cadute sul telo ruvido utilizzato come tovaglia, per non sporcare il tavolo. E lo faccio non per fame – ora ricevo abbastanza cibo – ma semplicemente perché non voglio che nulla venga sprecato di ciò che mi viene dato. Così dovremmo considerare l’amore.
Cristo, come tutte le personalità affascinanti, aveva il potere non solo di dire cose belle, ma anche di far dire cose belle ad altri; e amo molto la storia che San Marco ci racconta di quella donna greca. Quando Cristo, per mettere alla prova la sua fede, le disse che non poteva darle il pane dei figli d’Israele, lei rispose che i piccoli cani che stavano sotto il tavolo mangiavano proprio le briciole lasciate cadere dai bambini. La maggior parte delle persone vive per l’amore e l’ammirazione. Ma è proprio attraverso l’amore e l’ammirazione che dovremmo vivere. Se qualcuno ci mostra amore, dobbiamo riconoscere di essere completamente indegni di esso. Nessuno è degno di essere amato. Il fatto che Dio ami l’uomo dimostra che nell’ordine divino delle cose ideali è scritto che l’amore eterno debba essere donato a ciò che è eternamente indegno. O, se questa frase vi sembra amara da ascoltare, diciamo semplicemente che tutti sono degni di amore, tranne colui che pensa di non esserlo. L’amore è un sacramento che si deve ricevere in ginocchio, e “Domine, non sum dignus” dovrebbe essere sulle labbra e nel cuore di chi lo riceve. Vorrei che a volte ci pensaste. Ne avete davvero bisogno.
Se mai scriverò di nuovo, nel senso di produrre opere d’arte, ci sono soltanto due argomenti su cui e attraverso cui desidero esprimermi: uno è “Cristo, come precursore del movimento romantico nella vita”; l’altro è “la vita artistica considerata nel suo rapporto con il comportamento umano”. Il primo, naturalmente, è estremamente affascinante, perché in Cristo vedo non solo gli elementi essenziali del tipo romantico supremo, ma anche tutti quegli aspetti casuali, persino quelle caratteristiche capricciose del temperamento romantico. Lui fu la prima persona a dire alle persone che dovrebbero vivere una vita “come i fiori”. Definì questa espressione; prese i bambini come modello di ciò in cui le persone dovrebbero cercare di diventare, e li presentò come esempi per gli adulti. Cosa che anch’io ho sempre ritenuto essere lo scopo principale della presenza dei bambini, se qualcosa di perfetto dovesse avere uno scopo. Dante descrive l’anima umana come proveniente dalla mano di Dio “piangendo e ridendo come un piccolo bambino”; anche Cristo vide che l’anima di ogni persona dovrebbe essere “come una bambina, che piange e ride in modo infantile”. Riteneva che la vita fosse mutevole, fluida, attiva. E che permetterle di assumere forme rigide significasse “morire”. Pensava che le persone non dovessero prendersi troppo sul serio per gli interessi materiali e comuni; che essere impratici fosse una cosa positiva, “Gli uccelli non lo fanno, perché dovrebbe farlo l’uomo?” Diceva anche: “Non preoccuparti del domani. L’anima non è forse qualcosa di più della carne? Il corpo non è forse qualcosa di più dei vestiti?” Una frase che un greco avrebbe potuto pronunciare, piena di sentimenti greci. Ma solo Cristo poteva dirle entrambe, e così riassumere perfettamente la vita per noi.
La sua moralità è tutta compassione. Esattamente ciò che la moralità dovrebbe essere. Se l’unica cosa che avesse mai detto fosse stata “I suoi peccati le sono stati perdonati perché ha amato molto”, sarebbe valsa la pena morire per averlo detto. La sua giustizia è tutta giustizia poetica. Esattamente ciò che la giustizia dovrebbe essere. Il mendicante va in paradiso perché è stato infelice. Non riesco a immaginare una ragione migliore per cui debba essere mandato lì. Le persone che lavorano un’ora nel vigneto al fresco della sera ricevono lo stesso compenso di quelle che hanno dovuto lavorarci tutto il giorno sotto il sole cocente. Perché non dovrebbero? Probabilmente nessuno merita nulla. O forse sono semplicemente un altro tipo di persone. Cristo non aveva pazienza per quei sistemi meccanici, noiosi e privi di vita che trattano le persone come cose, e quindi le trattano tutte allo stesso modo. Come se qualcuno, o qualcosa, fosse uguale a qualsiasi altra cosa al mondo. Per lui non esistevano leggi: c’erano soltanto eccezioni.
Quello che costituiva il vero nucleo dell’arte romantica era, per lui, la base stessa della vita reale; non esisteva altra base possibile. Quando gli mostrarono una donna colpevole di un grave peccato e gli fecero leggere la pena prevista dalla legge, chiedendogli cosa si dovesse fare, egli scrisse con il dito a terra, come se non li ascoltasse; infine, quando insistettero ancora, alzò lo sguardo e disse: “Chi di voi non ha mai peccato, sia il primo a gettare la pietra contro di lei”. Valeva davvero la pena vivere per aver detto una cosa del genere.
Come tutte le nature poetiche, amava le persone ignoranti; sapeva che nell’anima di chi è ignorante c’è sempre spazio per grandi idee. Ma non poteva sopportare le persone stupide, soprattutto quelle reso tali dall’“istruzione”: individui pieni di opinioni che nessuno di loro riusciva a comprendere veramente, un tipo particolarmente moderno. Un tipo descritto da Cristo come colui che possiede la chiave della conoscenza, ma non sa usarla e non permette agli altri di farlo, anche se essa potrebbe aprire le porte del Regno di Dio. La sua principale battaglia fu contro i “Filistei”: quella è la battaglia che ogni “figlio della luce” deve combattere. Il filistinismo rappresentava lo spirito dell’epoca e della comunità in cui viveva; nella loro totale incapacità di comprendere le idee, nel loro rispetto banale e noioso per le convenzioni, nel loro culto del successo volgare, nella loro ossessione per il lato materialistico della vita. Il giudeo di Gerusalemme ai tempi di Cristo era esattamente l’equivalente del filisteo britannico dei nostri giorni. Cristo derise quelle “tomba bianche” della rispettabilità, rendendo quella frase immortale; considerava il successo mondano qualcosa di assolutamente disprezzabile, non vedeva in esso nulla di valore; considerava la ricchezza un peso per l’uomo. Non accettava che la vita venisse sacrificata a nessun sistema di pensiero o morale; indicava chiaramente che le forme e le cerimonie sono create per l’uomo, non l’uomo per le forme e le cerimonie. Considerava il sabatarismo un esempio di ciò che andava completamente ignorato. Le filantropie fredde, le opere di carità ostentatrici, i formalismi noiosi tanto amati dalla classe media. Li denunciava con totale disprezzo. Per noi, ciò che viene chiamato “ortodossia” è soltanto un’acquiescenza superficiale e ignorante; per loro, invece, era una tirannia terribile e paralizzante. Cristo la spazzò via; dimostrò che solo lo spirito ha valore. Gli piaceva molto far notare loro quanto fossero in realtà ignoranti riguardo al significato della Legge e dei Profeti. In opposizione alla loro abitudine di dedicare ogni singolo giorno alle stesse attività rituali, predicò l’importanza fondamentale di vivere completamente nel momento presente.
Coloro che Egli salva dai loro peccati vengono salvati soltanto per godere di momenti meravigliosi nella loro vita. Maria Maddalena, quando vede Cristo, rompe il ricco vaso d’alabastro che uno dei suoi sette amanti le aveva donato e sparge i profumi aromatici sui Suoi piedi stanchi e polverosi; per quel solo momento, lei rimane per sempre insieme a Ruth e Beatrice tra i capelli della rosa bianca come la neve del Paradiso. Tutto ciò che Cristo ci dice, sotto forma di un piccolo avvertimento, è che ogni momento dovrebbe essere bello, che l’‘anima dovrebbe sempre essere pronta all’arrivo dello Sposo, sempre in attesa della voce dell’Amante. Il filistinismo, d’altra parte, rappresenta semplicemente quella parte della natura umana che non è illuminata dall’immaginazione; per lui, tutte le belle influenze della vita sono modi di Luce: l’immaginazione stessa è la “luce del mondo”, secondo l’espressione “phos tou kosmou”: il mondo è stato creato da essa, ma non riesce a comprenderla. Questo perché l’immaginazione è semplicemente una manifestazione dell’Amore, ed è proprio l’amore e la capacità di amare che distinguono un essere umano dall’altro.
Ma quando si confronta con il peccatore, Cristo mostra il suo lato più romantico, o meglio, il suo lato più reale. Il mondo ha sempre amato i santi come esempi di perfezione vicini a quella divina; Cristo, invece, sembra aver sempre amato i peccatori come esempi di perfezione umana più immediati. Il Suo scopo principale non era certo quello di “riformare” le persone, né di alleviare il loro soffrire. Non aveva alcun interesse per associazioni del genere o movimenti moderni simili; la conversione di un pubblicano in un fariseo non gli sembrava affatto un grande risultato. Ma, in modo ancora incompreso dal mondo, considerava il peccato e il soffrire stessi come cose belle e sacre, modi di perfezione. Una idea davvero pericolosa. E infatti lo è. Tutte le grandi idee sono pericolose. Ma la fede di Cristo non ammette alcun dubbio. E anch’io non dubito che sia la vera fede.
Certo, il peccatore deve pentirsi. Ma perché? Semplicemente perché altrimenti non sarebbe in grado di rendersi conto di ciò che ha fatto. Il momento del pentimento è il momento dell’iniziazione. Anzi, è il mezzo con cui si può cambiare il proprio passato. I Greci ritenevano che questo fosse impossibile; nei loro aforismi dicevano spesso: “Anche gli Dei non possono cambiare il passato”. Cristo dimostrò invece che anche il peccatore più comune poteva farlo. Era l’unica cosa che potesse realmente fare. Se qualcuno avesse chiesto a Cristo, egli avrebbe detto – ne sono abbastanza certo – che nel momento in cui il figlio prodigo si gettò in ginocchio e pianse, quegli episodi orribili della sua vita – sprecare i propri beni con le prostitute, allevare maiali e soffrire la fame – divennero invece momenti belli e sacri nella sua esistenza. È difficile per la maggior parte delle persone comprendere questo concetto. Forse è necessario “entrare in prigione” per capirlo. Se così fosse, forse varrebbe davvero la pena farlo.
C’è qualcosa di davvero unico in Cristo. Certo, proprio come ci sono albe ingannevoli prima della vera alba, e giorni d’inverno pieni di luce improvvisa che fanno credere al croco di sbocciare troppo presto, così esistevano già cristiani prima di Cristo. Per questo dovremmo essere grati. L’unica cosa spiacevole è che da allora non ne sono più esistiti. Faccio un’eccezione: San Francesco d’Assisi. Ma Dio gli aveva dato, fin dalla nascita, l’anima di un poeta; e con quell’anima e il corpo di un mendicante, trovò facilmente la strada verso la perfezione. Capì veramente chi era Cristo e divenne come Lui. Non abbiamo bisogno del “Liber Conformitatum” per capire che la vita di San Francesco rappresenta davvero l’esempio perfetto dell’“Imitatio Christi”: un poema, rispetto al quale quel libro che porta lo stesso nome non è altro che prosa. In fondo, questo è proprio il fascino di Cristo: Lui stesso è come un’opera d’arte. Non insegna nulla di concreto, ma stando nella Sua presenza, si diventa qualcosa di diverso. E tutti sono destinati a trovarsi nella Sua presenza. Almeno una volta nella vita, ognuno cammina con Cristo verso Emmaus.
Per quanto riguarda l’altro argomento, ovvero il rapporto tra la vita artistica e le azioni concrete della vita quotidiana, non vi sembrerà certo strano che io abbia scelto di affrontarlo. Le persone fanno riferimento al carcere di Reading e dicono: “È lì che la vita artistica conduce un uomo”. Beh, potrebbe anche condurlo in posti peggiori. Le persone più meccaniche, per le quali la vita è una specie di calcolo astuto basato su un attento studio dei mezzi e dei modi per raggiungere i propri obiettivi, sanno sempre dove stanno andando e ci arrivano. Partono dal desiderio di diventare il “parroco del villaggio”, e in qualsiasi ambito vengano collocati, riescono effettivamente a diventarlo, senza mai andare oltre. Un uomo il cui desiderio è quello di diventare qualcosa di diverso da sé stesso – un membro del Parlamento, un commerciante di successo, un avvocato influente, un giudice, o qualcos’altro altrettanto noioso – riuscirà inevitabilmente a realizzare quel desiderio. Ma questa è la sua punizione. Chi vuole indossare una maschera deve pur farlo.
Tuttavia, per quanto riguarda le forze dinamiche della vita e coloro in cui queste forze si incarnano, la situazione è diversa. Le persone il cui desiderio principale è quello di realizzare se stessi non sanno mai dove stanno andando. Non possono saperlo. In un certo senso, come diceva l’oracolo greco, è necessario conoscere se stessi: questa è la prima conquista della conoscenza. Ma riconoscere che l’anima di un uomo è incomprensibile rappresenta l’ultima forma di saggezza. Il mistero finale è proprio sé stesso. Anche dopo aver pesato il sole, misurato i passi della luna e mappato i sette cieli stella per stella, rimane sempre sé stesso. Chi può calcolare l’orbita della propria anima? Quando il figlio di Kish andò in cerca delle “cose” del padre, non sapeva che un uomo di Dio lo stava aspettando con il crisma della incoronazione. E che la sua anima era già diventata l’anima di un re.
Spero di vivere abbastanza a lungo e di produrre opere di tale valore che, alla fine dei miei giorni, possa dire: “Sì, è proprio qui che la vita artistica conduce un uomo”. Due delle vite più perfette che ho incontrato nella mia esperienza sono quelle di Verlaine e del principe Kropotkin: entrambi uomini che hanno trascorso anni in prigione; il primo, il poeta cristiano dopo Dante; l’altro, un uomo con lo spirito di quel bellissimo Cristo bianco che sembra emergere dalla Russia. Negli ultimi sette o otto mesi, nonostante una serie di grandi difficoltà provenienti dal mondo esterno quasi senza sosta, sono entrato in diretto contatto con uno spirito nuovo che, attraverso persone e cose, opera in questa prigione; uno spirito che mi ha aiutato in modi che le parole non possono esprimere. Per il primo anno della mia detenzione non facevo altro che stringermi le mani in impotente disperazione, dicendo “Che fine orribile, ”. Ora cerco di dire a me stesso, e a volte, quando non mi tormento più, lo dico davvero con sincerità: “Che inizio meraviglioso, ”. Forse è davvero così. Forse potrà diventarlo. Se ci riuscirò, dovrò molto a questa nuova forza che ha cambiato la vita di tutti coloro che si trovano in questo luogo. Le cose stesse hanno poca importanza; anzi, possiamo ringraziare la Metafisica per qualcosa che ci ha insegnato: esse non hanno una vera esistenza. Solo lo spirito è importante. La punizione può essere inflitta in modo tale da guarire, anziché causare dolore; così come l’elemosina può essere offerta in modo che il pane diventi pietra nelle mani di chi la dona. C’è una grande differenza: non nelle regole, poiché queste sono stabilite con ferrea determinazione, ma nello spirito che le utilizza come mezzo di espressione. Se vi dicessi che, se fossi stato rilasciato lo scorso maggio, come avevo cercato di fare, avrei lasciato questo posto odiandolo e tutti gli ufficiali che vi lavoravano, con un odio così profondo da avvelenare tutta la mia vita. Avrei trascorso un anno in più in prigione, ma l’umanità intera è stata imprigionata insieme a noi. Ora, quando uscirò, ricorderò sempre le grandi gentilezze che ho ricevuto qui da quasi tutti; e nel giorno del mio rilascio ringrazierò molte persone e chiederò loro di ricordarsi di me a loro volta. Il sistema carcerario è assolutamente sbagliato. Darei qualsiasi cosa per poterlo cambiare quando uscirò. Intendo provarci. Ma non c’è nulla al mondo più sbagliato di questo sistema, se non lo spirito dell’umanità, lo spirito dell’amore, lo spirito di quel Cristo che non esiste solo nelle chiese. Lo spirito che potrebbe rendere questa prigione, anche se non giusta, almeno tollerabile.
So anche che ci sono molte cose meravigliose che mi aspettano là fuori: quelle che San Francesco d’Assisi chiamava “il mio fratello il vento” e “la mia sorella la pioggia”; cose bellissime, a partire dalle vetrine dei negozi fino ai tramonti delle grandi città. Se facessi un elenco di tutto ciò che mi resta ancora da vivere, non saprei dove fermarmi. Infatti, Dio ha creato il mondo tanto per me quanto per chiunque altro. Forse uscirò con qualcosa che prima non avevo. Non c’è bisogno di dirvi che, per me, le “riforme morali” sono altrettanto prive di significato e volgari delle “riforme teologiche”. Ma se proporre di diventare una persona migliore è solo un discorso inscientifico, essere diventati persone più profonde è un privilegio di coloro che hanno sofferto. E credo di esserlo diventato. Potete giudicare da soli.
Se, dopo la mia uscita, un mio amico organizzasse una festa e non mi invitasse, non me ne importerebbe affatto. Posso essere perfettamente felice da solo: con la libertà, i libri, le fiori e la luna, chi non potrebbe essere felice? Inoltre, le feste non hanno più significato per me. Ne ho organizzate troppe per preoccuparmene ancora. Quella parte della vita è finita per me. E, molto fortunatamente, lo dico davvero. Ma se, dopo la mia uscita, un mio amico soffrisse e mi rifiutasse di condividere quel dolore, lo sentirei profondamente. Se mi chiudesse fuori dalla “casa del lutto”, tornerei ancora e ancora a chiedere di essere ammesso, per poter partecipare a ciò che ho il diritto di condividere. Se pensasse che non sono degno di piangere insieme a lui, lo considererei la più profonda umiliazione, il modo più terribile in cui si può infliggere disonore. Ma questo non potrebbe mai accadere. Ho il diritto di condividere il dolore. E chi riesce a vedere la bellezza del mondo, a condividerne il dolore e a comprendere la magnificenza di entrambi, è in diretto contatto con le cose divine. Ed è arrivato tanto vicino al segreto di Dio quanto chiunque altro possa raggiungere.
Forse anche nella mia arte entrerà, proprio come nella mia vita, una nota ancora più profonda, un’unità più intensa delle passioni, una maggiore direttazza degli impulsi. L’obiettivo vero dell’arte moderna non è la vastità, ma l’intensità. Nell’arte di oggi non ci occupiamo più dei tipi umani. Dobbiamo concentrarci sulle eccezioni. Non posso certo rappresentare i miei dolori nella forma in cui si sono manifestati. L’arte inizia soltanto dove finisce l’imitazione. Ma nel mio lavoro dovrà esserci qualcosa di più: forse una maggiore armonia delle parole, cadenze più ricche, effetti cromatici più curiosi, un ordine architettonico più semplice. In ogni caso, qualche qualità estetica.
Quando Marsia fu “ritratto dalla vagina delle sue membre” – per usare una delle frasi più terribili e taccitane di Dante – non ebbe più alcuna capacità di cantare, dicevano i Greci. Apollo aveva trionfato: la lira aveva sconfitto il flauto di canna. Ma forse i Greci si sbagliavano. Nella musica moderna si sente ancora il grido di Marsia: amaro in Baudelaire, dolce e malinconico in Lamartine, mistico in Verlaine. È presente nelle risoluzioni ritardate della musica di Chopin, nel malcontento che caratterizza i volti delle donne ritratte da Burne-Jones. Anche Matthew Arnold, il cui canto di Callicle parla del “trionfo della dolce e persuasiva lira”, non è stato immune a questa influenza: anche lui, nel tono turbato di dubbio e sofferenza che pervade le sue poesie, ne portava in sé tracce. Né Goethe né Wordsworth riuscirono a guarirlo, sebbene lo seguissero uno dopo l’altro. Quando cerca di piangere per “Thyrsis” o di cantare della “Gipsy studiosa”, è ancora il flauto di canna che deve utilizzare per esprimere le sue emozioni. Ma se il fauno frigio rimase davvero in silenzio, non posso saperlo.
L’espressione è per me tanto necessaria quanto le foglie e i fiori lo sono per i rami neri degli alberi che si mostrano oltre il muro della prigione e ondeggiano così instabilmente nel vento. Ora c’è un abisso profondo tra la mia arte e il mondo, ma non c’è alcun divario tra l’Arte e me stesso. Spero almeno che non ci sia.
A ciascuno di noi sono state assegnate destini diversi. Libertà, piacere, divertimenti, una vita facile, queste sono state le tue sorti, eppure non ne sei degno. La mia sorte invece è stata quella della vergogna pubblica, di lunghi carceri, di miseria, rovina e disonore. E nemmeno io ne sono degno. Almeno per ora. Ricordo di aver detto che avrei potuto sopportare una vera tragedia se fosse arrivata a me con un velo viola e il volto coperto da una maschera di nobile dolore. Ma la cosa terribile della modernità è che trasforma la Tragedia nell’abito della Commedia, facendo sì che le grandi realtà appaiano banali, grottesche o prive di stile. È davvero vero. Probabilmente lo è sempre stato nella vita reale. Si dice che tutti i martiri sembrino meschini agli occhi degli spettatori. Il XIX secolo non fa eccezione a questa regola generale.
Tutto ciò che riguarda la mia tragedia è stato orribile, meschino, repellente, privo di stile. Anche i nostri abiti ci rendono grotteschi. Siamo gli “zanni del dolore”, clown il cui cuore è spezzato. Siamo stati creati apposta per suscitare il senso dell’umorismo. Il 13 novembre 1895 fui portata qui da Londra. Da le due fino alle due e mezza di quel giorno dovetti stare in piedi, ammanettata, sul binario centrale della stazione di Clapham Junction, mentre tutti mi guardavano. Fui tratta fuori dall’ospedale senza alcun preavviso. Tra tutte le possibili figure, ero senz’altro la più grottesca. La gente rideva quando mi vedeva. Ogni treno che arrivava aumentava il numero di spettatori. Il loro divertimento era inesauribile. Ma questo accadeva prima che scoprissero chi fossi. Non appena lo vennero a sapere, risero ancora di più. Per mezz’ora rimasi lì, sotto la pioggia grigia di novembre, circondata da una folla che mi derideva.
Per un anno, ogni giorno alla stessa ora, versavo lacrime. Questo non è forse così tragico come potrebbe sembrare. Per chi si trova in prigione, le lacrime fanno parte della vita quotidiana. Un giorno in prigione in cui non si piange è un giorno in cui il cuore è duro, non un giorno di felicità.
Ora, in realtà, provo più rimorso per quelle persone che hanno riso che per me stessa. Certo, quando mi vedevano, non ero sul mio “podio”. Ero nel patibolo. Ma è una natura davvero poco immaginativa quella che si interessa solo alle persone sul loro podio. Un podio può essere qualcosa di irreale. Un patibolo, invece, è una terribile realtà. Avrebbero dovuto imparare a comprendere meglio il dolore. Ho detto che dietro al dolore c’è sempre altro dolore. Ma sarebbe ancora più giusto dire che dietro al dolore c’è sempre un’‘anima. E deridere un’anima nel dolore è una cosa orribile. Chi fa questo ha una vita priva di bellezza. Nell’economia stranamente semplice del mondo, le persone ricevono solo ciò che danno. E a coloro che non hanno abbastanza immaginazione per andare oltre l’apparenza delle cose e provare compassione, quale compassione può essere offerta, se non quella dello sprezzo?
Vi ho raccontato tutto questo semplicemente perché voglio che comprendiate quanto sia stato difficile per me trarre qualcosa di positivo dalla mia punizione, se non amarezza e -disperazione. Tuttavia devo farlo. A volte provo momenti di sottomissione e accettazione. Tutta la Primavera può nascondersi in un singolo bocciolo. E il nido della allodola può contenere la gioia che annuncerà l’arrivo di molte albe rosse come i fiori di rosa. Forse, quindi, tutta la bellezza che la vita mi ha ancora da offrire si trova in momenti di sottomissione, umiltà e umiliazione. In ogni caso, posso solo continuare lungo il percorso del mio sviluppo personale. Accettando tutto ciò che mi è accaduto, posso rendermi degna di esso.
Le persone dicevano di me che ero troppo individualista. Devo essere ancora più individualista di quanto lo fossi mai stato prima. Devo tirare fuori il meglio di me stesso, e chiedere al mondo molto meno di quanto abbia mai chiesto in passato. In effetti, la mia rovina non è venuta da un eccessivo individualismo nella vita, ma dal suo contrario. L’unico atto vergognoso, imperdonabile e sempre spregevole della mia vita è stato quello di aver permesso che mi si costringesse a chiedere aiuto e protezione alla Società contro tuo padre. Fare una tale richiesta contro chiunque sarebbe stato già abbastanza grave dal punto di vista individualista. Ma quale scusa si può mai addurre per farla contro qualcuno di una natura e di un aspetto del genere?
Una volta che ho attivato le forze della Società, questa si è rivolta contro di me dicendo: “Hai vissuto tutto questo tempo in violazione delle mie leggi. Ora chiedi a queste stesse leggi protezione? Allora queste leggi verranno applicate fino in fondo. Dovrai rispettare ciò a cui hai fatto appello.” Il risultato è che ora sono in prigione. E spesso provavo un’amara ironia e umiliazione per la mia situazione: durante i tre processi, a partire dal Tribunale di Polizia, vedevo tuo padre entrare e uscire continuamente, nella speranza di attirare l’attenzione del pubblico. Come se qualcuno potesse non notare o ricordare il modo di camminare di quel uomo, i suoi vestiti, le sue gambe storte, le mani che tremavano, il labbro inferiore pendulo, quel sorriso bestiale e stupido. Anche quando lui non era lì, o quando non si vedeva, sentivo comunque la sua presenza. Le pareti vuote e tristi dell’aula del tribunale, l’aria stessa sembravano essere piene di quelle maschere orribili. Di certo nessuno è mai caduto in modo così ignobile, e attraverso strumenti così spregevoli, come me. Come dicevo da qualche parte in “Dorian Gray”, “un uomo non può mai essere troppo cauto nel scegliere i propri nemici”. Non avrei mai pensato che sarei diventato un paria proprio a causa di un altro paria.
Il fatto che tu mi abbia spinto, costretto a chiedere aiuto alla Società, è una delle ragioni per cui ti disprezzo così tanto. E anche per cui mi disprezzo tanto per essere stato così debole da cedere alle tue pressioni. Il fatto che tu non apprezzassi me come artista era ancora comprensibile. Era una questione di temperamento. Non potevi farci nulla. Ma avresti potuto apprezzarmi come individuo. Per questo non serviva alcuna cultura particolare. Invece non l’hai fatto. E così hai portato nel mio modo di vivere elementi tipici dei filistei, che rappresentavano esattamente ciò contro cui mi ero sempre ribellato. Dal punto di vista di alcuni aspetti, quel comportamento ha addirittura distrutto completamente ciò che avevo cercato di costruire nella mia vita. L’elemento filistino nella vita non consiste nel non comprendere l’arte. Persone deliziose come pescatori, pastori, contadini sanno molto poco sull’arte. Eppure sono proprio loro il sale della terra. Il vero filisteo è colui che sostiene e aiuta quelle forze meccaniche pesanti, ingombranti e cieche della Società. Colui che non riconosce la forza dinamica, né negli uomini né nei movimenti.
La gente riteneva che fosse orribile da parte mia intrattenere a cena argomenti malvagi e trovare piacere nella loro compagnia. Ma, dal punto di vista del mio ruolo di artista nella vita, essi rappresentavano una fonte di ispirazione e stimolazione straordinaria. Era come festeggiare con delle pantere: il pericolo stesso faceva parte dell’emozione. Provavo ciò che deve provare un incantatore di serpenti quando attira una cobra fuori dal panno dipinto o dalla cesta di canne in cui è rinchiusa, facendola aprire la bocca e dondolare nell’aria come una pianta al vento. Per me, essi erano i serpenti più splendidi. Il loro veleno faceva parte della loro perfezione. Non sapevo che il momento in cui avrebbero attaccato sarebbe stato su tuo comando, e a scapito di tuo padre. Non mi vergogno affatto di averli conosciuti: erano davvero molto interessanti. Quello di cui mi vergogno è l’atmosfera volgare e meschina in cui mi hai trascinato. Il mio ruolo di artista avrebbe dovuto essere quello di creare cose belle, musicali e artisticamente raffinate. Invece sono stato costretto a scrivere lunghe lettere legali a tuo padre, ricorrendo proprio ai metodi che avevo sempre condannato. Clibborn e Atkins erano davvero terribili nel loro “guerra” contro la vita. Intrattenerli era un’avventura incredibile. Dumas padre, Cellini, Goya, Edgar Allan Poe o Baudelaire avrebbero fatto esattamente lo stesso. Quello che mi disgusta è il ricordo di quelle interminabili visite al legale Humphreys, in tua compagnia. In una stanza tetra e squallida, tu ed io sedevamo con facce serie, dicendo bugie a un uomo calvo. Alla fine, dopo due anni di “amicizia” con te, mi sono ritrovato proprio nel cuore della volgarità, lontano da tutto ciò che è bello, brillante, meraviglioso o audace. Alla fine, ho dovuto difendere il concetto di rispettabilità, di puritanesimo nella vita e di moralità nell’arte. Ecco dove portano le strade sbagliate.
La cosa curiosa per me è che avresti dovuto cercare di imitare tuo padre nelle sue principali caratteristiche. Non riesco a capire perché lui fosse un esempio per te, quando invece avrebbe dovuto essere un monito. A meno che non esista qualche legge strana dell’antipatia tra persone simili: suppongo che vi odiaste a vicenda proprio perché in alcuni aspetti eravate molto simili. Nel giugno 1893, quando lasciasti Oxford senza una laurea e con dei debiti – piccoli in sé, ma considerevoli per un uomo con i redditi di tuo padre – lui ti scrisse una lettera molto volgare, violenta e offensiva. La risposta che gli inviasti fu ancora peggiore sotto ogni aspetto, e ovviamente molto meno giustificabile. Eppure ne fosti estremamente orgoglioso. Ricordo benissimo come mi dicesti, con quel tuo tono pieno di presunzione, che potevi battere tuo padre “nel suo stesso campo”. Certo. Ma quale campo! Quale competizione! Riducevi sempre tuo padre per il fatto che si era ritirato dalla casa del tuo cugino per scrivergli lettere offensive da un hotel vicino. Facevi esattamente lo stesso con me: pranzavi spesso con me in ristoranti pubblici, poi ti arrabbiavi o facevi scenate durante il pasto e infine andavi al White’s Club per scrivermi lettere di carattere estremamente offensivo. L’unica differenza tra te e tuo padre era che, dopo avermi inviato quelle lettere tramite un messaggero speciale, tu stesso arrivavi nei miei appartamenti qualche ora dopo. Non per scusarti, ma per chiedermi se avevo ordinato la cena al Savoy. E, se no, perché no. A volte arriviavi persino prima che quelle lettere offensive venissero lette. Ricordo una volta in cui mi chiedesti di invitare a pranzo al Café Royal due dei tuoi amici. Uno dei quali non l’avevo mai visto in vita mia. Lo feci, e su tua espressa richiesta ordinai un pranzo particolarmente lussuoso. Invece di venire a pranzo, mi inviesti una lettera offensiva, calcolata apposta per arrivare dopo che avevamo aspettato mezz’ora per te. Letti i primi due rigori, misi la lettera in tasca e spiegai ai tuoi amici che eri improvvisamente malato. In realtà non lessi tutta la lettera fino a quando non mi stavo preparando per la cena quella sera. Mentre ne leggevo i contenuti, pieno di tristezza, il mio servitore entrò e mi disse che eri nel corridoio e volevi vedermi per cinque minuti. Subito ti feci chiamare.
Arrivasti, devo ammetterlo, con un aspetto molto spaventato e pallido, per chiedermi consiglio e aiuto; ti era stato detto infatti che un uomo di Lumley, l’avvocato, ti stava cercando a Cadogan Place, e temevi che i tuoi problemi ad Oxford o qualche nuovo pericolo ti minacciassero. Ti consolai e ti spiegai che probabilmente si trattava solo di una fattura commerciale; ti invitai quindi a restare a cena con me. Non menzionasti mai quella terribile lettera, né io lo feci; la considerai semplicemente un sintomo di un carattere infelice. Quell’argomento non fu mai affrontato. Scriverti una lettera disgustosa alle 2:30 del pomeriggio e poi venire da me per chiedere aiuto alle 7:15 dello stesso giorno era, nella tua vita, un comportamento assolutamente normale. Superasti di gran lunga tuo padre in queste abitudini, così come in molte altre. Quando le sue lettere offensive venivano lette in pubblico, lui naturalmente si vergognava e fingeva di piangere; se invece le tue lettere fossero state lette dal suo stesso avvocato, tutti avrebbero provato ancora più orrore e disgusto. Non era solo una questione di stile: nel modo in cui attaccavi lui, lo superavi completamente. Utilizzavi i telegrammi pubblici e le cartoline postali. Penso che avresti potuto riservare queste “tattiche offensive” a persone come Alfred Wood, per cui rappresentavano l’unica fonte di guadagno. Non è vero? Quello che per lui e la sua classe era un lavoro, per te era una forma di divertimento. E molto spiacevole, per giunta. Non hai mai smesso quella terribile abitudine di scrivere lettere offensive, nonostante tutto ciò che mi è accaduto a causa loro. La consideri ancora una delle tue “abilità” e la usi anche contro i miei amici, quelli che sono stati gentili con me in prigione, come Robert Sherard. È vergognoso da parte tua. Quando Robert Sherard seppe da me che non volevo che pubblicassi alcun articolo su di me sul “Mercure de France”, con o senza lettere, avresti dovuto essere grata per aver chiarito i miei desideri e per esserti evitata così, involontariamente, di causarmi ancora più dolore. Devi ricordare che una lettera condiscendente e volgare su “giustizia” verso “una persona in difficoltà” può andare bene per un giornale inglese. Continua le vecchie tradizioni della stampa inglese nei confronti degli artisti. Ma in Francia un tono del genere mi avrebbe esposto al ridicolo e te al disprezzo. Non avrei mai permesso la pubblicazione di alcun articolo senza conoscere prima lo scopo, il tono, il modo in cui sarebbe stato scritto. Nell’arte, le buone intenzioni non hanno alcun valore. Tutta l’arte cattiva deriva da buone intenzioni.
Robert Sherard non è l’unico dei miei amici a cui avete inviato lettere piene di astio e rancore perché cercavano che i miei desideri e i miei sentimenti venissero presi in considerazione nelle questioni che mi riguardavano: la pubblicazione di articoli su di me, la dedica delle vostre poesie, la consegna delle mie lettere e dei miei regali, e simili. Avete infastidito o cercato di infastidire anche altri.
Vi è mai venuto in mente in quale terribile situazione mi sarei trovata se, negli ultimi due anni, durante la mia orribile condanna, fossi stata dipendente da voi come amici? Ci pensate mai? Provate mai qualche gratitudine verso coloro che, con gentilezza senza riserve, devozione senza limiti, allegria e gioia nel donare, hanno alleviato il mio terribile fardello, mi hanno visitata più volte, mi hanno scritto lettere belle e comprensive, si sono occupati dei miei affari, hanno organizzato la mia vita futura e mi sono stati al fianco nonostante calunnie, derisioni, insulti aperti? Ringrazio Dio ogni giorno per avermi dato amici diversi da voi. Li devo tutto. Anche i libri nella mia cella sono stati pagati da Robbie con i suoi soldi personali; allo stesso modo, quando verrò rilasciata, riceverò abiti provenienti dalla stessa fonte. Non mi vergogno di accettare qualcosa che viene dato con amore e affetto. Ne sono orgogliosa. Ma vi è mai venuto in mente quanto i miei amici – More Adey, Robbie, Robert Sherard, Frank Harris e Arthur Clifton – siano stati importanti per me, offrendomi conforto, aiuto, affetto e comprensione? Immagino che questo non vi sia mai passato per la testa. Eppure, se aveste un po’ di immaginazione, capireste che nessuna persona che si sia mostrata gentile con me durante i miei anni in prigione – nemmeno il guardiano che mi saluta al mattino o alla sera, anche solo per dovere, né gli agenti di polizia che, nel loro modo semplice e sincero, hanno cercato di consolarmi durante i viaggi avanti e indietro dal Tribunale della Bancarotta, in condizioni di terribile stress mentale, né quel povero ladro che, riconoscendomi mentre camminavamo nel cortile di Wandsworth, mi sussurrò con quella voce roca tipica dei prigionieri, ottenuta dopo lunghi periodi di silenzio forzato: “Mi dispiace per te. Per persone come te è ancora più difficile che per noi, ” Nessuno di loro, dico, nessuno. Avete abbastanza immaginazione per capire quanto sia stata terribile la mia situazione quando ho incontrato la vostra famiglia? Quanto sarebbe stata tragica per chiunque, anche solo una persona con una posizione importante o un nome prestigioso, perdere tutto ciò che ha di valore. Non c’è quasi nessuno tra gli anziani della vostra famiglia – ad eccezione di Percy, che davvero è una brava persona – che non abbia contribuito in qualche modo alla mia rovina.
Ho parlato di tua madre con te con una certa amarezza, e ti consiglio vivamente di farle leggere questa lettera, soprattutto per il tuo stesso bene. Se le è doloroso leggere un’accusa del genere contro uno dei suoi figli, che lei stessa ha sempre considerato un degno continuatore di un nome illustre, lascia che ricordi che mia madre, intellettualmente paragonabile a Elizabeth Barrett Browning e storicamente a Madame Roland, morì distrutta dal dolore perché il figlio del cui genio e arte era così orgogliosa era stato condannato a due anni di lavori forzati. Mi chiederai in che modo tua madre abbia contribuito alla mia rovina. Te lo dirò: proprio come tu cercavi di trasferire su di me tutte le tue responsabilità immorali, così tua madre cercava di trasferire su di me tutte le sue responsabilità morali nei tuoi confronti. Invece di parlarti direttamente della tua vita, come una madre dovrebbe fare, lei scriveva sempre a me in privato con suppliche sincere e angosciate affinché non ti facesse sapere che mi stava scrivendo. Vedi dunque in quale situazione mi trovavo tra te e tua madre. Era altrettanto falsa, assurda e tragica quanto quella in cui mi trovavo tra te e tuo padre. Nell’agosto del 1892, e l’8 novembre dello stesso anno, ebbi due lunghe conversazioni con tua madre a proposito di te. In entrambe le occasioni le chiesi perché non parlasse direttamente con te. In entrambe le occasioni mi diede la stessa risposta: “Ho paura che si arrabbi molto se gliene parlo”. La prima volta non ti conoscevo abbastanza bene da capire cosa intendesse; la seconda volta ti conoscevo così bene da comprenderla perfettamente, (Nel frattempo avevi avuto un attacco di itterizia e il medico ti aveva consigliato di andare a Bournemouth per una settimana; tu mi avevi convinto ad accompagnarti, poiché odiavi stare da sola.) Ma il primo dovere di una madre non è certo quello di avere paura di parlare seriamente con suo figlio. Se tua madre ti avesse parlato seriamente dei problemi che vedeva in te nel luglio del 1892 e ti avesse fatto confidare in lei, sarebbe stato molto meglio. E alla fine, per entrambi, molto più felice. Tutte quelle comunicazioni segrete e sotterranee con me erano sbagliate. A che servivano tutte quelle lettere brevi, contrassegnate “Privato” sull’indirizzo, in cui tua madre mi pregava di non invitarti spesso a cena o di non darti soldi? Ogni lettera finiva con un postscripto sincero: “Per nessun motivo fai sapere ad Alfred che ti ho scritto, ” A che scopo poteva servire una simile corrispondenza? Aspettavi mai che ti invitassi a cena? Mai. Mangiavi sempre con me, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Se protestavo, tu rispondevi sempre: “Se non mangio con te, dove dovrei mangiare? Non penserai mica che vada a casa, ” Era una domanda irrispondibile. E se rifiutavo assolutamente di farti mangiare con me, tu minacciavi sempre di fare qualcosa di stupido. E poi lo facevi davvero.
Qual risultato potesse mai derivare da lettere come quelle che tua madre mi inviava, se non quello che effettivamente accadde: uno spostamento folle e fatale della responsabilità morale sulle mie spalle? Di tutti i dettagli attraverso cui la debolezza e la mancanza di coraggio di tua madre si rivelarono così distruttive per lei, per te e per me, non voglio più parlare. Ma sicuramente, quando seppe che tuo padre sarebbe venuto a casa mia per creare uno scandalo orribile, avrebbe potuto rendersi conto che una grave crisi stava per scoppiare e avrebbe dovuto prendere misure serie per evitarla. Invece, l’unica cosa che le venne in mente fu inviare quel George Wyndham con la sua lingua affabile a propormi. Cosa? Che io “ti abbandonassi gradualmente”!
Come se fosse stato possibile per me abbandonarti gradualmente. Avevo provato a porre fine alla nostra amicizia in ogni modo possibile: ero persino partito dall’Inghilterra e avevo fornito un indirizzo falso all’estero, nella speranza di spezzare, con un colpo solo, un legame che era diventato per me insopportabile, odioso e distruttivo. Pensi davvero che avrei potuto “abbandonarti gradualmente”? Pensi che questo avrebbe soddisfatto tuo padre? Lo sai bene: non sarebbe mai stato sufficiente. Quello che tuo padre voleva, in realtà, non era la fine della nostra amicizia, ma uno scandalo pubblico. Era proprio questo che cercava. Il suo nome non compariva sui giornali da anni; vedeva l’opportunità di presentarsi al pubblico britannico sotto una luce completamente nuova: quella di un padre affettuoso. Il suo senso dell’umorismo era stato stimolato. Se avessi interrotto la nostra amicizia con te, ciò sarebbe stato per lui una terribile delusione; e la piccola notorietà derivante da un secondo processo di divorzio, per quanto rivoltanti ne fossero i dettagli e le origini, non gli avrebbe fornito alcun conforto. Quello che cercava era la popolarità. E fingere di essere un difensore della “purezza”, nella situazione attuale del pubblico britannico, rappresentava senz’altro il modo più sicuro per diventare, almeno temporaneamente, una figura eroica. Di questo pubblico ho detto in uno dei miei drammi che, se per metà dell’anno è come Caliban, per l’altra metà è come Tartuffe. Tuo padre, in cui entrambi questi caratteri sembravano essersi incarnati, era proprio il rappresentante ideale del Puritanesimo nella sua forma più aggressiva e caratteristica. Nessun abbandono graduale da parte mia avrebbe avuto alcun effetto, anche se fosse stato possibile. Non capisci ora che l’unica cosa che tua madre avrebbe dovuto fare era chiedermi di andare a trovarla, con te e tuo fratello presenti, e dire chiaramente che quella amicizia doveva finire per sempre? Avrebbe trovato in me il suo più caloroso sostenitore. E con Drumlanrig e me nella stanza, non avrebbe dovuto avere paura di parlarti. Non l’ha fatto. Aveva paura delle sue responsabilità e ha cercato di trasferirle su di me. Mi ha scritto una lettera, breve, in cui mi chiedeva di non inviare a tuo padre quella lettera dell’avvocato che lo avvertiva di smettere. Aveva ragione. Era ridicolo che io consultassi degli avvocati e cercassi la loro protezione. Ma ha annullato qualsiasi effetto potesse avere quella lettera con il suo solito postscript: “Per nessun motivo fai sapere ad Alfred che ti ho scritto, ” Eri entusiasta all’idea che io inviassi lettere agli avvocati a tuo padre. Proprio tu me l’hai suggerita. Non potevo dirti che tua madre era fermamente contraria a questa idea. Mi aveva fatto promettere solennemente di non parlarti mai delle sue lettere, e io stupidamente ho mantenuto quella promessa. Non capisci che è stato sbagliato da parte sua non parlarti direttamente? Che tutte quelle conversazioni segrete con me, e quella corrispondenza attraverso intermediari, erano sbagliate?
Nessuno può trasferire le proprie responsabilità su altri. Alla fine, queste tornano sempre al loro legittimo possessore. La tua unica “filosofia di vita”, se si può davvero definirla così, era che tutto ciò che facevi doveva essere pagato da qualcun altro: non intendo solo in senso finanziario – quella era semplicemente l’applicazione pratica della tua filosofia nella vita quotidiana – ma nel senso più ampio e completo del trasferimento delle responsabilità. Hai fatto di questo il tuo credo. E ha avuto molto successo, almeno per quanto riguarda gli effetti che ha avuto su di te. Mi hai costretto ad agire perché sapevi che tuo padre non avrebbe mai attaccato né te né la tua vita in alcun modo, e che io avrei difeso entrambi con tutte le mie forze, assumendomi ogni responsabilità che mi venisse imposta. Avevi perfettamente ragione. Tu e mio padre, ognuno per motivi diversi, avete fatto esattamente ciò che volevi che facessimo. Ma in qualche modo, nonostante tutto, tu non sei davvero riuscito a scappare. La “teoria del piccolo Samuel”, per brevità, funziona molto bene nel mondo esterno. Forse viene disprezzata a Londra e derisa a Oxford, ma questo è solo perché ci sono alcune persone che ti conoscono in quei luoghi, e perché hai lasciato tracce del tuo passaggio. Per il resto del mondo, sei visto come quel bravo giovane che per poco non è stato indotto al male da un artista malvagio e immorale, ma che è stato salvato all’ultimo momento dal suo padre gentile e amorevole. Sembra tutto a posto. Eppure tu sai bene di non essere davvero scappato. Non mi riferisco a quella stupida domanda posta da un giurato sciocco, che ovviamente è stata ignorata dalla Corte e dal Giudice. A nessuno importava davvero di quella. Mi riferisco soprattutto a te stesso. Ai tuoi occhi, e un giorno dovrai affrontare questa realtà, non sei affatto soddisfatto del modo in cui sono andate le cose. Segretamente, devi provare molta vergogna. Mostrare un viso spavaldo al mondo è una cosa importante. Ma a volte, quando sei solo e non hai nessuno intorno, devi toglierti quella maschera, per poter respirare liberamente. Altrimenti, sì, davvero, saresti soffocato.
E allo stesso modo, tua madre a volte deve certamente rimpiangere di aver cercato di trasferire le proprie gravi responsabilità su qualcun altro che già aveva abbastanza pesi da portare. Lei ha assunto il ruolo sia di madre che di padre per te. Ma ha davvero adempiuto ai doveri di entrambi? Se io ho sopportato il tuo cattivo umore, la tua scortesia e le tue scenate, forse anche lei avrebbe potuto farlo. L’ultima volta che ho visto mia moglie – quattordici mesi fa – le ho detto che doveva essere per Cyril un padre altrettanto buono di una madre. Le ho raccontato tutto nei minimi dettagli, proprio come l’ho descritto in questa lettera. Solo che, ovviamente, molto più in modo completo. Le ho spiegato il motivo di quelle continue lettere con la dicitura “Privato” sull’involucro, che arrivavano sempre da tua madre a Tite Street; mia moglie rideva e diceva che forse stavamo collaborando a qualche società “novella” o qualcosa del genere. L’ho supplicata di non essere per Cyril ciò che tua madre è stata per te. Le ho detto che doveva crescerlo in modo che, se un giorno avesse versato sangue innocente, potesse venire da lei per farsi purificare le mani prima, e poi imparare come, attraverso penitenza ed espiazione, purificare anche la propria anima. Le ho detto che, se aveva paura di assumersi la responsabilità della vita di un altro essere umano – anche se si trattava del proprio figlio – avrebbe potuto chiedere l’aiuto di un tutore. Sono felice che abbia deciso di farlo: ha scelto Adrian Hope, un uomo di nobile origine, cultura e buon carattere. Un suo cugino, che tu hai incontrato una volta a Tite Street. Con lui, Cyril e Vyvyan hanno grandi possibilità di avere un futuro meraviglioso. Tua madre, se aveva paura di parlare seriamente con te, avrebbe dovuto scegliere qualcuno tra i suoi parenti. Qualcuno che tu avresti potuto ascoltare. Ma non avrebbe dovuto aver paura: avrebbe dovuto affrontare la questione direttamente con te. Comunque, guarda il risultato: è soddisfatta e contenta?
Conosco bene che lei attribuisca la colpa a me. Ne sento parlare spesso, non da persone che ti conoscono, ma da quelle che non ti conoscono affatto e che nemmeno desiderano conoscerti. Lei parla spesso dell’influenza di un anziano su un giovane. È uno dei suoi argomenti preferiti quando si tratta di questa questione, e rappresenta sempre un efficace appello al pregiudizio popolare e all’ignoranza. Non ho bisogno di chiederti quale influenza io abbia avuto su di te: tu sai benissimo che non ne ho avuta alcuna. Era uno dei tuoi frequenti vantaggi dire che non ne avevo affatto. E in realtà, era l’unico vero vantaggio che avevi. Cosa c’era, in te, che potesse essere influenzato da me? Il tuo cervello? Non era ancora sviluppato. La tua immaginazione? Era morta. Il tuo cuore? Non era ancora nato. Di tutte le persone che sono entrate nella mia vita, tu sei stato l’unica persona che non ho potuto influenzare in alcun modo. Quando ero malato e indifeso, a causa della febbre contratta prendendomi cura di te, non avevo abbastanza influenza su di te per farti portarmi anche solo una tazza di latte da bere, o per assicurarmi che avessi le cose necessarie in una stanza malata. Non avevo nemmeno la forza di spingermi fino a un negozio di libri per comprarmi un libro a mie spese. Quando invece scrivevo commedie brillanti, superiori a quelle di Congreve e alla filosofia di Dumas figlio, beh, nemmeno allora avevo abbastanza influenza su di te per farti lasciarmi tranquillo nel mio lavoro di artista. La mia stanza da scrivere era per te soltanto un luogo dove fumare, bere e chiacchierare di sciocchezze. L’idea dell’influenza di un anziano su un giovane sembra ottima, finché non arriva alle mie orecchie. Allora diventa ridicola. Quando arriva alle tue orecchie, immagino che tu sorrida, tra te e te. Hai tutto il diritto di farlo. Sento anche molto parlare, da lei, di soldi. Afferma, con piena ragione, che non ha mai smesso di supplicarmi di non darti denaro. Lo ammetto: le sue lettere erano infinite. E sempre c’era la postilla “Per favore, non fai sapere ad Alfred che ti ho scritto”. Ma per me non era affatto piacevole dover pagare per tutto, dalla tua rasatura mattutina fino al taxi di mezzanotte. Era una noia terribile. Te ne lamentavo continuamente. Ti dicevo, ricordi? quanto odiassi che tu mi considerassi una persona “utile”. Nessun artista desidera essere visto o trattato in questo modo. Gli artisti, proprio come l’arte stessa, sono per loro natura completamente inutili. Ti arrabbiavi sempre quando te lo dicevo. La verità ti fa sempre arrabbiare. La verità, infatti, è qualcosa che è molto doloroso ascoltare e molto doloroso pronunciare. Ma questo non ti faceva cambiare idea o modo di vivere. Ogni giorno dovevo pagare per tutto ciò che facevi.
Solo una persona di assurda bontà d’animo o di indescrivibile follia avrebbe agito in quel modo. Purtroppo io rappresentavo una combinazione perfetta dei due. Quando proponevo che tua madre ti fornisse i soldi che desideravi, tu rispondevi sempre in modo molto gentile e dignitoso: dicevi che il reddito che tuo padre le procurava – credo circa 1500 sterline all’anno – era assolutamente insufficiente alle esigenze di una signora della sua posizione, e che non potevi chiederle di darti più denaro di quello che già ricevevi. Avevi perfettamente ragione riguardo al reddito inadeguato a una donna del suo status e dei suoi gusti. Ma non avresti dovuto usare questo come scusa per vivere nel lusso a mie spese: al contrario, avresti dovuto incoraggiarti ad essere più economica nella tua vita. In realtà, tu eri – e suppongo che lo sia ancora – un tipico sentimentale. Un sentimentale, infatti, è semplicemente una persona che desidera godere dei piaceri emotivi senza doverne pagare il prezzo. Era bello da parte tua voler risparmiare la borsa di tua madre. Ma farlo a mie spese era spregevole. Pensi che si possano avere delle emozioni senza spendere nulla? Non è possibile. Anche le emozioni più nobili e più disinteressate richiedono un prezzo da pagare. E stranamente, è proprio questo che le rende genuine. La vita intellettuale ed emotiva della gente comune è qualcosa di davvero spregevole: proprio come prendono in prestito le loro idee da una sorta di “biblioteca circolante del pensiero” – lo spirito del tempo di un’epoca priva di vera anima – e le restituiscono “sporche” alla fine della settimana, così cercano sempre di ottenere emozioni a credito, rifiutandosi di pagare il conto quando arriva il momento. Dovresti abbandonare questa concezione della vita. Quando dovrai pagare il prezzo delle tue emozioni, allora conoscerai davvero la loro qualità. E sarai meglio informata per questo. Ricorda: un sentimentale, nel profondo del cuore, è sempre un cinico. La sentimentalità non è altro che una “vacanza” del cinismo. E anche se il cinismo ha il suo lato intellettuale affascinante, ora che è uscito dalle “tubature” per entrare nei “club”, non può essere altro che la filosofia perfetta per un uomo privo di vera anima. Ha il suo valore sociale. E per un artista, tutti i modi di espressione sono interessanti. Ma in sé, è qualcosa di povero. Perché per il vero cinico, nulla viene mai rivelato.
Penso che se ora ripensaste al reddito di vostra madre e al vostro atteggiamento verso il mio reddito, non vi sentireste orgogliosi di voi stessi. E forse, un giorno, se non mostrerete questa lettera a vostra madre, le spieghereste che il fatto di vivere alle mie spalle è stato qualcosa per cui nemmeno per un istante sono stati ascoltati i miei desideri. È stata semplicemente una forma strana e, personalmente per me, molto dolorosa di dimostrazione del vostro attaccamento verso di me. Farvi dipendere da me, per le somme più piccole o quelle più grandi che vi ho prestato, secondo voi ha conservato tutto il fascino dell’infanzia. E insistendo affinché io pagassi per ogni vostro piacere, pensavate di aver trovato il segreto della giovinezza eterna. Ammetto che mi addolora sentire le cose che vostra madre dice su di me. E sono sicuro che, riflettendoci bene, sarete d’accordo con me: se lei non prova alcun rimorso o tristezza per il disastro che la vostra famiglia ha causato alla mia, sarebbe meglio che rimanesse in silenzio. Ovviamente, non c’è motivo che veda nessuna parte di questa lettera che riguardi i miei pensieri o gli obiettivi che spero di raggiungere. Non le interesserebbero affatto. Ma quelle parti che riguardano esclusivamente la vostra vita, gliele mostrerei se fossi in voi.
Se fossi in voi, infatti, non mi curerei affatto di essere amato sotto false pretese. Non c’è motivo perché un uomo debba condividere la propria vita con il mondo. Il mondo non capisce queste cose. Ma per le persone le cui affezioni si desiderano, è diverso. Un mio grande amico – con cui sono stato amico per dieci anni – mi ha detto l’altro giorno che non credeva nemmeno una parola di ciò che si diceva contro di me, e che riteneva fossi completamente innocente, vittima di un orribile complotto ordito da vostro padre. Sono scoppiato in lacrime quando me l’ha detto. E gli ho detto che, anche se molte delle accuse di vostro padre erano completamente false e basate su malizia, la mia vita era stata piena di piaceri perversi e passioni strane. E che, a meno che non accettasse questa realtà e non la comprendesse appieno, non avrei mai più potuto essere suo amico. È stato un terribile shock per lui. Ma siamo ancora amici. E non ho ottenuto la sua amicizia sotto false pretese. Vi ho detto che dire la verità è una cosa dolorosa. Ma essere costretti a mentire è molto peggio.
Ricordo che, mentre sedevo sul banco degli imputati durante il mio ultimo processo, ascoltavo l’orribile denuncia di Lockwood contro di me: parole come se provenissero da Tacito, come brani tratti dall’Dante, come le accuse di Savonarola ai papi di Roma. E provavo un disgusto profondo per ciò che sentivo. All’improvviso mi venne in mente: “Che meraviglia sarebbe se fossi io a dire tutto questo di me stesso!” Capii allora che ciò che si dice di una persona non conta nulla; l’importante è chi lo dice. Il momento più alto di un uomo, ne sono assolutamente convinto, è quando si inginocchia nella polvere, si batte il petto e confessa tutti i propri peccati. Lo stesso vale per te: saresti molto più felice se raccontassi tu stesso, anche solo in parte, la tua vita a tua madre. Ne ho parlato molto con lei nel dicembre 1893, ma ovviamente sono stato costretto ad essere evasivo e generico. Non sembrava che questo le desse più coraggio nei suoi rapporti con te; anzi, evitava ancora di affrontare la verità. Se fossi tu a dirglielo, sarebbe diverso. Le mie parole potrebbero essere troppo dure per te, ma i fatti non si possono negare. Le cose sono andate proprio come ho detto; e se hai letto questa lettera con attenzione, avrai incontrato te stesso faccia a faccia. Ho scritto questa lunga lettera affinché tu comprendessi quale significato avevi per me prima della mia carcerazione, durante quei tre anni di fatale amicizia; quale significato hai avuto per me durante la mia detenzione, ormai quasi giunta al termine; e cosa spero di diventare per me stesso e per gli altri quando questa prigione finirà. Non posso riscrivere questa lettera. Devi accettarla così com’è, macchiata in molti punti dalle lacrime, segnata da tracce di passione o dolore; devi cercare di comprenderne il significato nel modo migliore possibile, nonostante le correzioni e gli errori. Per quanto riguarda queste ultime, le ho apportate affinché le mie parole esprimessero fedelmente i miei pensieri, senza essere né eccessive né insufficienti. Il linguaggio, infatti, deve essere “suonato” con cura, proprio come un violino: troppe o troppo poche vibrazioni nella voce di un cantante, o il tremore della corda, possono rendere la nota falsa; allo stesso modo, parole eccessive o insufficienti possono rovinare il messaggio che vogliamo trasmettere. Comunque sia, ogni frase di questa lettera ha un significato preciso. Non contiene alcuna retorica. Ogni cancellazione o sostituzione, per quanto lieve o elaborata, è dovuta al mio desiderio di esprimere fedelmente le mie sensazioni, di trovare l’espressione più adatta al mio stato d’animo. Ciò che viene prima nei sentimenti, infatti, arriva sempre dopo nella forma scritta.
Devo ammettere che si tratta di una lettera molto dura. Non vi ho risparmiato nulla. In effetti, potreste dire che, dopo aver riconosciuto che confrontarvi con le mie più piccole sofferenze, le mie perdite più insignificanti, sarebbe davvero ingiusto nei vostri confronti. Eppure l’ho fatto, analizzando con la massima attenzione la vostra natura. È vero. Ma dovete ricordare che siete stati voi stessi a mettervi in quella “bilancia”.
Dovete ricordare che, se il bilancio nel quale vi trovate viene alterato anche solo da un breve periodo della mia prigionia, è stata la Vanità a farvi scegliere quella strada e ad attaccarvi a essa con tenacia. Quella fu l’errore psicologico più grave nella nostra amicizia: una totale mancanza di proporzione. Vi siete imbarcati in una vita che era troppo grande per voi, la cui portata superava sia la vostra capacità di comprensione che la vostra forza di azione; i suoi pensieri, le sue passioni e le sue azioni avevano un’importanza enorme, suscitavano un grande interesse, ma erano anche cariche di conseguenze terribili o meravigliose. La vostra piccola vita, fatta di capricci e umori, era ammirevole nel suo ambito ristretto. Era adatta a Oxford, dove il peggio che poteva succedervi era una rimprovera del rettore o un discorso del preside; l’emozione più grande consisteva nel vedere Magdalen diventare la leader del gruppo, o nell’accendere un falò nel cortile per celebrare un evento importante. Avrebbe dovuto continuare nel suo stesso ambito anche dopo che avete lasciato Oxford. Voi, in voi stessi, eravate a posto: rappresentavate perfettamente un tipo umano molto moderno. Ma sbagliavate riguardo a me. La vostra spensierata stravaganza non era certo un crimine. La gioventù è sempre stravagante. Ma il fatto che mi costringeste a pagare per le vostre spese era vergognoso. Il vostro desiderio di avere un amico con cui trascorrere il tempo, dalla mattina alla sera, era affascinante. Quasi idilliaco. Ma l’amico che avete scelto non doveva essere uno scrittore, un artista: la vostra costante presenza avrebbe distrutto completamente ogni sua possibilità creativa. Non c’era nulla di male nel pensare che il modo migliore per trascorrere una serata fosse cenare con lo champagne al Savoy, poi andare in un teatro e infine gustare uno spuntino allo champagne da Willis’s. Molti giovani a Londra la pensano allo stesso modo. Non è nemmeno considerato un comportamento eccentrico. È anzi una condizione necessaria per entrare a far parte di White’s. Ma non avevate il diritto di chiedermi di fornirvi tali piaceri. Questo dimostrava la vostra totale mancanza di apprezzamento per il mio genio. Quanto alla vostra lite con vostro padre, qualunque ne fosse la natura, avrebbe dovuto rimanere una questione esclusivamente tra voi due. Avrebbe dovuto svolgersi in privato. Credo che sia proprio così che succede di solito. Il vostro errore è stato insistere nel farne un’“tragedia-commedia” su un grande palcoscenico della storia, con tutto il mondo come pubblico, e me stesso come premio per il vincitore di quella disputa spregevole. Il fatto che vostro padre vi odiasse, e che voi odiaste vostro padre, non interessava affatto al pubblico inglese.
Tali sentimenti sono molto comuni nella vita domestica inglese e dovrebbero essere confinati nel luogo che li caratterizza: la casa. Lontano dal cerchio familiare, risultano del tutto fuori luogo. Tradurli significherebbe commettere un errore. La vita familiare non deve essere considerata uno strumento da esibire in pubblico o un mezzo per attirare l’attenzione in modo eccessivo. Hai portato il concetto di “vita domestica” fuori dal suo ambito naturale, proprio come hai fatto tu stesso a uscire dal tuo ruolo appropriato.
E coloro che abbandonano la loro sfera naturale cambiano soltanto il proprio ambiente, non la propria natura. Non acquisiscono i pensieri o le passioni adatti alla nuova sfera in cui entrano; non è in loro potere farlo. Le forze emotive, come dico in qualche parte in “Intentions”, sono limitate tanto per estensione che per durata quanto le forze dell’energia fisica. Quella piccola coppa fatta per contenere una certa quantità di liquido può contenere soltanto quella quantità, e non di più; anche se tutti i vasi viola del Borgogna fossero pieni di vino fino all’orlo, e coloro che li riempiono fossero immersi fino alle ginocchia nei grappoli raccolti nelle vigne rocciose della Spagna. Non esiste errore più comune di credere che coloro che sono la causa o l’occasione di grandi tragedie condividano i sentimenti adatti a un clima tragico; non esiste errore più fatale che aspettarselo da loro. Il martire, nella sua “veste di fuoco”, può forse guardare il volto di Dio. Ma per colui che raccoglie i legni da bruciare, l’intera scena non è diversa dal macellare un bue per il macellaio, o dall’abbattere un albero per chi produce carbone nel bosco, o dal far cadere un fiore per chi taglia l’erba con la falce.
Grandi passioni sono riservate alle grandi ‘anime; grandi eventi possono essere compresi solo da coloro che sono alla loro stessa altezza.
Non conosco nulla nel mondo del teatro che sia più incomparabile dal punto di vista artistico, né più suggestivo nella sua delicatezza osservativa, della rappresentazione di Rosencrantz e Guildenstern fatta da Shakespeare. Sono i compagni di università di Hamlet, hanno sempre fatto parte della sua vita; portano con sé ricordi di giorni felici trascorsi insieme. Nel momento in cui lo incontrano nella pièce, lui è sopraffatto da un fardello insopportabile per il suo temperamento: i morti sono tornati dalla tomba per imporgli una missione troppo grande e al contempo troppo meschina per lui. È un sognatore, ma gli viene chiesto di agire. Ha la natura di un poeta, ma deve affrontare le complesse dinamiche del causa-effetto, la vita nella sua realtà concreta – di cui non sa nulla – e non certo la vita nella sua essenza ideale, di cui invece conosce molto. Non ha idea di cosa fare, e la sua follia non è altro che un tentativo di nascondere la propria incertezza. Brutus utilizzò la pazzia come scudo per nascondere l’effettivo scopo della sua azione, ma per Hamlet la follia non è altro che una maschera per celare la propria debolezza. Nel creare scherzi e battute, lui vede un modo per ritardare il momento inevitabile.
Continua a giocare con le azioni, proprio come un artista gioca con una teoria. Si rende lo “spia” delle proprie stesse azioni, e ascoltando le proprie parole si rende conto che non sono altro che “parole, parole, parole”. Invece di cercare di essere l’eroe della propria storia, cerca di essere lo spettatore della propria tragedia. Non crede in nulla, nemmeno in se stesso, eppure il suo dubbio lo aiuta a non cadere in errore, perché non deriva dallo scetticismo, ma da una volontà divisa.
Di tutto questo, Guildenstern e Rosencrantz non si rendono conto di nulla. Si inchinano, sorridono compiaciuti, e ciò che uno dice l’altro lo ripete in una versione ancora più macabra. Quando finalmente, attraverso la commedia all’interno della commedia e le marionette nel loro gioco, Amleto riesce a “colpire la coscienza” del Re, spingendo quell’uomo misero a fuggire dal suo trono in preda al terrore, Guildenstern e Rosencrantz vedono nella sua condotta soltanto una grave violazione delle regole di cortesia. Questo è il massimo che riescono a comprendere nel “contemplare lo spettacolo della vita con le emozioni appropriate”. Sono lontani dai suoi segreti più profondi e non ne sanno nulla; inoltre, non avrebbe alcun senso cercare di spiegarglieli. Sono come quei piccoli bicchieri capaci di contenere soltanto una quantità limitata di liquido. Verso la fine del racconto si suggerisce che, caduti in una trappola preparata per qualcun altro, possano subire una morte violenta e improvvisa. Ma un finale tragico del genere, sebbene attraversato dallo “umorismo” di Amleto con elementi di sorpresa e giustizia tipici della commedia, non è affatto adatto a persone come loro. Loro non muoiono mai. Horatio, invece, per poter “riferire correttamente le azioni di Amleto e la sua causa agli ignari”, lo priva per un po’ della felicità e lo fa soffrire in questo mondo crudele.
Muore, sebbene non prima di un pubblico, e non lascia alcun fratello. Ma Guildenstern e Rosencrantz sono immortali come Angelo e Tartuffe, e dovrebbero essere considerati al loro livello. Sono rappresentazioni dell’ideale antico dell’amicizia contribuito dalla vita moderna. Chi scrive un nuovo trattato sull’amicizia deve trovare spazio per loro e lodarli in prosa toscana; sono modelli destinati a durare per sempre. Criticarli significherebbe dimostrare una mancanza di apprezzamento. Semplicemente, non appartengono al nostro contesto. Nella sublimità dell’anima non esiste contagio: i pensieri e le emozioni nobili, per loro stessa natura, sono isolati. Quello che nemmeno Ophelia riuscì a comprendere non avrebbe potuto essere compreso da ‘Guildenstern e dal gentile Rosencrantz’, né da ‘Rosencrantz e dal gentile Guildenstern’. Ovviamente, non intendo paragonarvi. C’è una grande differenza tra voi. Per loro fu un caso; per voi fu una scelta deliberata. Vi siete introdotti nella mia vita senza essere stati invitati, avete occupato un posto che non vi spettava né vi qualificavate ad avere. E con la vostra insistenza, rendendo la vostra stessa presenza parte di ogni mio giorno, siete riusciti a dominare tutta la mia esistenza. Ma non avete fatto altro che distruggerla. Per quanto possa sembrarvi strano, era inevitabile che accadesse. Se si dà a un bambino un giocattolo troppo meraviglioso per la sua mente o troppo bello per i suoi occhi ancora semiaddormentati, il bambino lo romperà, se è capriccioso. Altrimenti lo lascerà cadere e andrà dai suoi compagni. Lo stesso è accaduto con voi: avendo preso in mano la mia vita, non sapevate cosa farne. Non potevate saperlo. Era qualcosa di troppo meraviglioso per le vostre capacità. Avreste dovuto lasciarla andare e tornare dai vostri compagni. Ma purtroppo eravate testardi. E così l’avete distrutta. In fondo, forse questo è il vero segreto di tutto ciò che è accaduto. Perché i segreti sono sempre più piccoli delle loro manifestazioni. Con lo spostamento di un atomo, un intero mondo può essere scosso. E poiché la mia esperienza con voi è stata altrettanto pericolosa per me, aggiungerò ancora una cosa: quel momento particolare in cui ci siamo incontrati ha reso quella esperienza fatale. Perché voi eravate in quella fase della vita in cui tutto ciò che si fa non è altro che seminare il seme. Mentre io ero in quella fase in cui tutto ciò che si fa è proprio raccogliere il frutto.
Ci sono ancora alcune cose di cui devo scriverti. La prima riguarda la mia bancarotta. Qualche giorno fa, devo ammetterlo con grande delusione, ho appreso che ormai è troppo tardi perché la tua famiglia possa saldare i debiti di tuo padre; sarebbe anche illegale, e quindi dovrò rimanere nella mia attuale situazione dolorosa per un periodo piuttosto lungo. È amaro per me, perché mi è stato confermato legalmente che non posso nemmeno pubblicare un libro senza il permesso del curatore fallimentare a cui devono essere inviati tutti i documenti relativi ai miei affari. Non posso stipulare contratti con il direttore di un teatro, né produrre opere teatrali senza che i proventi vadano a tuo padre e agli altri miei debitori. Penso che anche tu ora debba ammettere che il piano di “liberarsi” dei debiti di tuo padre facendomi fallire non si è rivelato l’“successo totale” che immaginavi. Per quanto mi riguarda, non è stato affatto così; i miei sentimenti di dolore e umiliazione dovrebbero essere stati presi in considerazione, piuttosto che il tuo senso dell’umorismo, per quanto pungente o inaspettato possa essere. In realtà, permettendomi di fallire, proprio come mi avevi incoraggiato a procedere con il processo originale, hai fatto esattamente ciò che tuo padre voleva. Da solo, e senza alcun aiuto, sarebbe stato impotente fin dall’inizio; in te, però – anche se non intendevi svolgere un ruolo così terribile – ha sempre trovato il suo principale alleato.
More Adey mi ha scritto che lo scorso estate hai espresso più volte il desiderio di ripagarmi “almeno in parte di ciò che ho speso” per te. Come gli ho risposto, purtroppo ho investito in te la mia arte, la mia vita, il mio nome, la mia posizione nella storia. E anche se la tua famiglia potesse disporre di tutte le cose meravigliose del mondo – genio, bellezza, ricchezza, alto rango, ecc. – e me le offrisse, non basterebbe nemmeno per compensare un decimo di ciò che mi è stato tolto, né una sola delle lacrime che ho versato. Tuttavia, ovviamente tutto ciò che si fa deve essere pagato. Anche il fallimento è un modo per evitare di saldare i debiti, ma in realtà è proprio il sistema con cui i creditori “si vendicano” del debitore, costringendolo a pagare ogni singola somma dovuta. Se non lo fa, rimane senza un soldo, come il più umile mendicante. La legge mi ha tolto non solo tutto ciò che possedevo – i miei libri, i mobili, le opere d’arte, i diritti d’autore delle mie opere pubblicate – ma anche tutto ciò che avrò in futuro. Ad esempio, il mio interesse legato al patrimonio coniugale è stato venduto. Fortunatamente sono riuscito a riacquistarlo grazie agli amici; altrimenti, se mia moglie fosse morta, i miei figli sarebbero rimasti senza un soldo durante la mia vita. Immagino che anche il mio patrimonio irlandese venga venduto ora. Mi dispiace molto, ma devo accettarlo.
I settecento pence di tuo padre, o erano sterline?, rappresentano un ostacolo e devono essere restituiti. Anche se mi venissero tolti tutti i beni che ho e che avrò mai, anche se fossi dichiarato insolvente senza speranza di ripagare i miei debiti, dovrei comunque saldarli. I banchetti al Savoy – la zuppa di tartaruga limpida, gli ortolanelli deliziosi avvolti nelle foglie di vite siciliane, lo champagne dal colore ambrato e dal profumo intenso, credo che il Dagonet 1880 fosse il tuo vino preferito, tutto questo deve essere pagato. I pasti da Willis’s, la cuvée speciale di Perrier-Jouet riservata sempre a noi, i deliziosi paté acquistati direttamente da Strasburgo, lo champagne di alta qualità servito sempre in bicchieri a forma di campana, in modo che il suo profumo potesse essere apprezzato al meglio dai veri intenditori di ciò che è davvero squisito nella vita, tutto questo non può rimanere senza pagamento, come debiti insolvibili di un cliente disonesto. Anche quei delicati gemelli da polso – quattro pietre di luna a forma di cuore, realizzati in argento e incastonati alternativamente con rubini e diamanti – che avevo progettato e fatto fare da Henry Lewis come piccolo regalo per celebrare il successo della mia seconda commedia, anche quelli, anche se credo tu li abbia venduti per una canzone pochi mesi dopo, devono essere pagati. Non posso lasciare che il gioielliere rimanga a carico dei regali che ti ho fatto, indipendentemente da ciò che ne hai fatto. Quindi, anche se ricevo l’annullamento dei miei debiti, come vedi, devo comunque saldarli.
E ciò che vale per un fallito vale per chiunque altro nella vita. Per ogni singola cosa che viene fatta, qualcuno deve pagare il prezzo. Anche tu stesso – con tutto il tuo desiderio di assoluta libertà da qualsiasi obbligo, con la tua insistenza nel far sì che gli altri ti forniscano tutto ciò di cui hai bisogno, con i tuoi tentativi di rifiutare qualsiasi richiesta di affetto, attenzione o gratitudine – anche tu, un giorno, dovrai riflettere seriamente su ciò che hai fatto e provare, per quanto inutilmente, a cercare di espiarlo. Il fatto che non potrai farlo sarà parte della tua punizione. Non puoi lavarti le mani da ogni responsabilità e, con un alzata di spalle o un sorriso, passarla a un nuovo “amico” e a una nuova opportunità. Non puoi considerare tutto ciò che hai causato a me come un semplice ricordo sentimentale da gustare occasionalmente insieme alle sigarette e ai liquori, come uno sfondo pittoresco per una vita moderna di piaceri, simile a un vecchio arazzo appeso in una locanda. Forse, al momento, tutto questo ha il fascino di una nuova salsa o di un vino fresco, ma i resti di un banchetto diventano presto stantii, e le scorie di una bottiglia sono amare. O oggi, o domani, o un giorno qualunque, dovrai rendertene conto. Altrimenti potresti morire senza averlo fatto. E che vita meschina, priva di significato e di immaginazione sarebbe stata quella! Nella mia lettera a More ho suggerito un punto di vista da cui dovresti affrontare questo argomento il prima possibile; lui ti spiegherà di cosa si tratta. Per comprenderlo, dovrai coltivare la tua immaginazione. Ricorda che l’immaginazione è quella qualità che permette di vedere le cose e le persone sia nella loro realtà che nel loro ideale. Se non riesci a comprenderlo da solo, parlane con gli altri. Io stesso ho dovuto affrontare il mio passato faccia a faccia. Affronta anche tu il tuo passato faccia a faccia. Siediti in silenzio e riflettici. Il vizio supremo è la superficialità. Quello che viene realizzato è sempre giusto. Parla con tuo fratello. La persona adatta per parlare di questo argomento è Percy: fagli leggere questa lettera e fagli conoscere tutte le circostanze della nostra amicizia. Quando le cose vengono messe chiaramente davanti a lui, nessuna decisione può essere migliore. Se gli avessimo detto la verità, quanta sofferenza e vergogna mi sarei risparmiato! Ricordi che avevo proposto di farlo quella notte in cui sei arrivato a Londra da Algeri. Tu hai rifiutato categoricamente. Quindi, dopo cena, abbiamo dovuto recitare la commedia secondo cui tuo padre era un uomo pazzo, vittima di delusioni assurde e irragionevoli. È stata una commedia davvero divertente, anche se Percy l’ha presa molto sul serio. Purtroppo, però, è finita in modo molto spiacevole. L’argomento di cui scrivo ora ne è uno dei risultati. E, se ti causa problemi, sappi che rappresenta la mia umiliazione più profonda. Una cosa che devo affrontare. Non ho altra scelta. Nemmeno tu.
La seconda cosa di cui devo parlarti riguarda le condizioni, le circostanze e il luogo del nostro incontro quando terminerà la mia detenzione. Da estratti della tua lettera a Robbie scritta all’inizio dell’estate dello scorso anno, ho capito che hai racchiuso in due pacchi le mie lettere e i regali che ti avevo fatto – almeno quelli che ne erano rimasti – e desideri consegnarmeli personalmente. Ovviamente, è necessario che tu me li dia. Non hai mai capito perché ti scrivevo lettere così belle, né perché ti facevo regali del genere. Non hai compreso che quelle lettere non erano destinate a essere pubblicate, e quei regali non erano destinati ad essere impegnati. Inoltre, appartengono a un aspetto della vita ormai finito, a un’amicizia che in qualche modo non sei riuscita a apprezzare per quello che valeva veramente. Ora devi ricordare con stupore quei giorni in cui avevi tutta la mia vita tra le tue mani. Anch’io li ricordo con stupore, e con altre emozioni molto diverse.
Se tutto andrà bene, sarò rilasciato verso la fine di maggio e spero di poter andare subito in un piccolo villaggio costiero all’estero con Robbie e More Adey. Il mare, come dice Euripide in una delle sue opere su Ifigenia, cancella le macchie e i dolori del mondo. Thalassa klezei panta t’ anthropon kaka.
Spero di poter trascorrere almeno un mese con i miei amici, e nella loro compagnia sana e affettuosa trovare pace, equilibrio, un cuore meno turbato e un umore più sereno. Provo una strana nostalgia per quelle cose semplici e primordiali. Il mare, per me, è tanto madre quanto la Terra. Mi sembra che tutti noi guardiamo troppo alla Natura e viviamo troppo poco con lei. Nel modo di pensare dei Greci c’è grande saggezza: non parlavano mai degli tramonti, né discutevano se le ombre sull’erba fossero davvero viola. Ma capivano che il mare era lì per chi voleva nuotarvi, e la sabbia per chi voleva corrervi sopra. Amavano gli alberi per l’ombra che proiettavano, e la foresta per il suo silenzio a mezzogiorno. Il coltivatore di vigneti si legava i capelli con edera per proteggersi dal sole mentre curava i germogli. Per l’artista e l’atleta – quei due tipi di persone che la Grecia ci ha dato – intrecciavano ghirlande con le foglie dell’alloro amaro e del prezzemolo selvatico, che altrimenti non avrebbero avuto alcun valore per l’uomo.
Ci definiamo un’epoca utilitarista, ma non conosciamo nemmeno gli usi di una singola cosa. Abbiamo dimenticato che l’Acqua può purificare, il Fuoco può rendere le cose pure, e che la Terra è madre di tutti noi. Di conseguenza, la nostra arte si ispira alla Luna e gioca con le ombre, mentre l’arte greca si basa sul Sole e affronta direttamente le cose stesse. Sono convinto che nelle forze elementari esista una forma di purificazione, e desidero tornare a esse e vivere nella loro presenza. Certo, per uno come me, così moderno, anche solo guardare il mondo è sempre qualcosa di meraviglioso. Tremo di piacere al pensiero che, proprio il giorno in cui lascerò la prigione, sia il rododendro che il lillà fioriranno nei giardini, e che vedrò il vento trasformare in bellezza i colori dorati del primo e il viola pallido del secondo, rendendo così tutto l’ambiente intorno a me un vero paradiso. Linnaeus si gettò in ginocchio e pianse di gioia quando vide per la prima volta le distese di brughiera inglesi ricoperte dai fiori profumati della rosa canina; so che, per me, per chi i fiori rappresentano una parte fondamentale del proprio desiderio, ci sono lacrime nascoste nei loro petali. È sempre stato così fin da quando ero bambino. Non esiste un solo colore, né una curva, in un fiore o in una conchiglia, che la mia natura non risponda a, attraverso una sorta di sintonia profonda con l’anima stessa delle cose. Come Gautier, anch’io ho sempre considerato il mondo visibile come qualcosa che esiste proprio per me. Tuttavia, ora sono consapevole che, dietro tutta questa bellezza, ci è uno spirito nascosto; le forme e i simboli rappresentati dall’arte non sono altro che modi in cui questo spirito si manifesta. È con questo spirito che desidero entrare in armonia. Sono stanco delle parole umane e dei loro significati convenzionali. Ciò che cerco nell’arte, nella vita, nella Natura, è il mistero stesso. Forse lo troverò nelle grandi sinfonie musicali, nell’intimità del dolore, nelle profondità del mare. È assolutamente necessario che lo trovi, da qualche parte.
Tutti i processi sono in realtà processi per la vita di una persona; così come tutte le sentenze sono in fondo sentenze di morte. Io stesso sono stato processato tre volte: la prima volta sono uscito dalla prigione per essere arrestato, la seconda volta per essere ricondotto alla Casa di Detenzione, e la terza volta per essere imprigionato per due anni. La società, così come è strutturata oggi, non ha posto per me, non mi offre nulla; ma Natura, le cui dolci piogge cadono sia sugli ingiusti che sui giusti, avrà crepacci nelle rocce dove potrò nascondermi, e valli segrete nel cui silenzio potrò piangere in pace. Lei illuminerà la notte con le stelle, affinché io possa camminare al buio senza inciampare; farà soffiare il vento sulle mie orme, così che nessuno possa seguirmi fino al mio dolore. Mi purificherà in acque limpide e con erbe amare mi farà guarire.
Alla fine di un mese, quando i rose di giugno saranno al loro massimo splendore, se ne avrò la forza, organizzerò un incontro con te in qualche tranquilla città straniera, come Bruges. Le sue case grigie, i canali verdi e i viali freschi e silenziosi avevano un fascino per me, anni fa. Per il momento dovrai cambiare nome. Quel piccolo titolo di cui eri così vanitoso, che anzi faceva sembrare il tuo nome quello di un fiore, dovrà essere abbandonato, se vuoi rivedermi. Proprio come il mio nome, un tempo così melodioso nelle labbra della Fama, dovrà anch’esso essere lasciato alle spalle. Quanto stretto, meschino e inadeguato al compito che ha davanti a sé è questo nostro secolo! Può offrire alla Vittoria un palazzo di porfiro, ma per il Dolore e la Vergogna non ha nemmeno una casa dove possano riposare. Tutto ciò che può fare per me è chiedermi di cambiare nome. In tempi medievali, almeno, avrei potuto indossare il cappello del monaco o il velo del lebbroso, e così trovare pace.
Spero che il nostro incontro sia davvero ciò che dovrebbe essere, dopo tutto ciò che è accaduto. Un tempo c’era sempre un abisso tra di noi: l’abisso creato dall’Arte e dalla Cultura. Ora c’è un abisso ancora più profondo: quello del Dolore. Ma per l’Umiltà non c’è nulla che sia impossibile. E per l’Amore tutto diventa possibile.
Per quanto riguarda la tua lettera in risposta a questa, può essere lunga o breve come desideri. Indirizza l’indirizzo sull’involucro a “Il Direttore, H.M. Prigione, Reading”. All’interno, in un altro involucro aperto, inserisci la tua lettera personale per me: se il foglio è molto sottile, non scrivere su entrambi i lati, poiché rende difficile la lettura per gli altri. Ho scritto a te con assoluta libertà; puoi scrivere a me allo stesso modo. Quello che devo sapere da te è perché non hai mai tentato di scrivermi, dal mese di agosto dell’anno prima scorso, soprattutto dopo, nel maggio dello scorso anno. Undici mesi fa, sapevi e ammettesti con altri quanto mi avessi fatto soffrire e come me ne fossi reso conto. Ho aspettato mese dopo mese una tua risposta. Anche se non avessi atteso e ti avessi chiuso le porte, dovresti ricordare che nessuno può chiudere per sempre le porte all’Amore. Il giudice ingiusto dei Vangeli, alla fine, emette una sentenza giusta, perché la Giustizia bussa ogni giorno alla sua porta; e di notte, l’amico che non ha vera amicizia cede infine al suo amico “a causa della sua insistenza”. Non esiste alcuna prigione in questo mondo nella quale l’Amore non possa trovare il modo di entrare. Se non lo capisci, allora non hai affatto compreso cosa sia l’Amore. Dimmi tutto riguardo al tuo articolo su di me per il “Mercure de France”: ne so già qualcosa; sarebbe meglio che citassi parti specifiche dell’articolo. È già stato battuto a macchina. Inoltre, fammi conoscere i termini esatti della tua Dedicazione ai tuoi poemi. Se è in prosa, cita la prosa; se in versi, cita i versi. Non ho alcun dubbio che ci sia bellezza in esso. Scrivimi con piena sincerità su di te: sulla tua vita, sui tuoi amici, sulle tue occupazioni, sui tuoi libri. Raccontami del tuo libro e della sua accoglienza dal pubblico. Quello che hai da dire su di te stesso, dilllo senza paura. Non scrivere ciò che non intendi; è tutto. Se qualcosa nella tua lettera fosse falso o mendace, lo scoprirei immediatamente. Non è stato invano, né senza motivo, che nel corso della mia vita dedicata alla letteratura mi sono reso “misero di suoni e sillabe”, proprio come Midas lo fu delle sue monete. Ricorda anche che non ti conosco ancora. Forse non ci siamo ancora conosciuti davvero.
Per te, ho solo quest’ultima cosa da dire: non avere paura del passato. Se le persone ti dicono che è irreversibile, non crederle. Il passato, il presente e il futuro non sono altro che un unico momento agli occhi di Dio, davanti al quale dovremmo cercare di vivere. Il tempo e lo spazio, la successione e l’estensione, non sono che condizioni accidentali del Pensiero. L’immaginazione può trascenderle e muoversi in un ambito libero di esistenze ideali. Anche le cose, nella loro essenza, sono ciò che scegliamo di farne: una cosa è ciò che ne facciamo attraverso il modo in cui la consideriamo. “Laddove gli altri”, dice Blake, “vedono solo l’alba che sorge sulle colline, io vedo i figli di Dio che gridano di gioia”. Quello che al mondo e a me sembrava il mio futuro, l’ho perso irrimediabilmente quando ho permesso che mi inducessero ad agire contro tuo padre. Forse l’avevo già perso molto tempo prima. Ciò che mi attende ora è il mio passato: devo imparare a vederlo con occhi diversi, far sì che il mondo lo veda con occhi diversi, far sì che Dio lo veda con occhi diversi. Questo non si può ottenere ignorandolo, sottovalutandolo, lodandolo o negandolo. Si può fare soltanto accettandolo come parte inevitabile dell’evoluzione della mia vita e del mio carattere, inchinandomi di fronte a tutto ciò che ho sofferto. Quanto io sia lontano dal vero temperamento dell’‘anima, questa lettera, con i suoi umori mutevoli, il suo disprezzo e la sua amarezza, le sue aspirazioni e il loro fallimento nel realizzarle, te lo mostra chiaramente. Ma non dimenticare in quale terribile scuola sto svolgendo questa mia missione. E sebbene io sia incompleto, imperfetto, ancora tu puoi trarne molto. Sei venuto da me per imparare il Piacere della Vita e il Piacere dell’Arte. Forse sono stato scelto per insegnarti qualcosa di ancora più meraviglioso: il significato del Dolore e la sua bellezza. Il tuo affezionatissimo amico.